Mentre Giorgia e Donald litigano, l’Italia fa il pieno di gas americano
Un meme su Truth che invoca un “ordine restrittivo” contro Giorgia Meloni. La
premier che diserta la festa dell’Independence Day a Villa Taverna. Il gelo al
vertice NATO di Ankara. Da settimane la telenovela tra Donald Trump e Giorgia
Meloni riempie le cronache: il presidente americano accusa la premier italiana
di aver “rifiutato di aiutare” gli Stati Uniti sull’Iran e sullo Stretto di
Hormuz, lei risponde che “né io né l’Italia imploriamo nessuno” e sceglie la
linea del silenzio.
Uno scontro vero o una sceneggiata a beneficio delle rispettive platee?
Difficile dirlo. Quel che è certo è che, mentre i due litigano, o fanno finta di
litigare, i numeri raccontano una storia ben differente: mai l’Europa, e con lei
l’Italia, è stata così dipendente dal gas americano. E la guerra in Medio
Oriente, quella stessa su cui Trump rimprovera a Meloni di non aver fatto
abbastanza, sta rendendo questa dipendenza ancora più profonda. E più costosa.
Nel primo trimestre del 2026, il 63% dell’import europeo di gas naturale
liquefatto (GNL) è arrivato dagli Stati Uniti, con un incremento non risibile
rispetto al 57% dello stesso periodo del 2025. Ma il quadro è ancora più netto
se si guarda al totale del gas, non solo a quello liquefatto: gli USA pesano
ormai per il 29% di tutte le importazioni di gas dell’UE, e secondo l’Institute
for Energy Economics and Financial Analysis (IEEFA)[1] nel corso del 2026
supereranno la Norvegia, diventando il primo fornitore di gas dell’Unione in
assoluto. Entro il 2028, il GNL a stelle e strisce potrebbe arrivare a coprire
fino all’80% delle importazioni di GNL dell’UE. Il tutto con un dettaglio non
trascurabile: in media, il GNL statunitense è il più caro tra quelli acquistati
dai compratori europei. L’Italia fa la sua parte: nel solo 2025 ha speso circa
3,5 miliardi di euro in GNL americano.
C’è un’ironia amara nella polemica tra i due leader. Trump accusa Meloni di
essersi tirata indietro sullo Stretto di Hormuz. Ma è stata proprio la chiusura
di Hormuz il 4 marzo, dopo lo scoppio della guerra a fine febbraio, ad aver
messo in ginocchio l’approvvigionamento europeo e italiano. L’impianto qatariota
di Ras Laffan è fuori uso a causa dell’attacco iraniano del 2 marzo, tanto che
QatarEnergy si è vista costretta a dichiarare la forcemajeure. Così circa il 20%
dell’offerta globale di GNL è saltato, con una perdita di oltre 2 miliardi di
metri cubi di gas a settimana.
Per l’Italia il colpo è stato molto duro: eravamo il Paese europeo più esposto
al gas di Doha, con circa il 45% del nostro GNL proveniente dal Qatar nel 2024,
e da soli assorbivamo circa metà di tutto l’import europeo da Qatar ed Emirati
Arabi Uniti.
Le conseguenze si vedono sulle bollette e sugli stoccaggi. I prezzi del gas al
TTF hanno toccato a marzo il livello mensile più alto in oltre tre anni, e
secondo il regolatore europeo ACER i prezzi spot e a terminehanno raddoppiato i
livelli pre-conflitto, con quotazioni elevate attese almeno fino a metà 2027.
L’Europa è entrata nella stagione estiva di riempimento con gli stoccaggi al
28%, ben al di sotto della media quinquennale del 41%: riempirli in vista
dell’inverno, con il Qatar a terra e la concorrenza asiatica sui carichi spot,
sarà più difficile e più costoso del solito.
Non si tratta di uno shock passeggero: la IEA stima che i danni
all’infrastruttura qatariota fra il 2026 e il 2030 comporteranno una perdita
cumulata di circa 120 miliardi di metri cubi di GNL , ritardando l’ondata di
nuova capacità di liquefazione globale. Le previsioni di medio periodo sono
mutate. A tutto vantaggio di chi il gas ce l’ha e lo vende a caro prezzo: gli
Stati Uniti.
Questa dipendenza non nasce da sola: qualcuno la finanzia. Ed è qui che entrano
in scena le banche, italiane comprese. Il 26 giugno Cheniere Energy, il più
grande produttore e sviluppatore di GNL degli Stati Uniti, ha incassato due
prestiti: uno da 1 miliardo di dollari alla controllata Cheniere Corpus Christi
Holdings e uno da 1,75 miliardi alla casa madre, entrambi con scadenza a cinque
anni. In entrambi i finanziamenti, accanto a colossi come JPMorgan, Citi e
Société Générale, c’è Intesa Sanpaolo.
Il terminal di Corpus Christi, in Texas, non è un impianto qualsiasi: è tra i
più inquinanti degli Stati Uniti, con 3,3 milioni di tonnellate di gas serra e
quasi 3.000 tonnellate di inquinanti atmosferici dannosi per la salute
rilasciati nel solo 2023, ripetute violazioni dei permessi su aria e acqua e una
lunga scia di opposizione da parte delle comunità locali e indigene.
Per la prima banca italiana non è un episodio isolato ma la conferma di una
traiettoria: come documentato nel rapporto Banking On Climate Chaos 2026, gli
Stati Uniti sono diventati la prima destinazione dei finanziamenti fossili di
Intesa Sanpaolo, che si è ormai guadagnata il titolo di “campione del gas USA”.
La risposta europea e italiana alla crisi rischia di essere la solita: costruire
altra infrastruttura fossile. Peccato che i numeri dicano il contrario. La
domanda europea di gas è in calo strutturale, mentre la capacità di importazione
continua a crescere: secondo IEEFA, entro il 2030 la capacità europea di
importazione di GNL supererà la domanda totale di gas e sarà il triplo della
domanda di solo GNL. Il caso italiano è emblematico: la nave rigassificatrice BW
Singapore, entrata in funzione a Ravenna nel 2025 con una capacità di 5 miliardi
di metri cubi, a marzo 2026 lavorava al 25% delle sue possibilità. Un quarto. Il
rischio di ritrovarci con cattedrali nel deserto pagate dai contribuenti e dai
consumatori è concreto e crescente.
Se lo scontro con Trump fosse vero, ci si aspetterebbe da Roma almeno un
sussulto di autonomia sulla politica energetica. Accade l’opposto. Al Consiglio
Energia del 26 giugno, mentre i ministri facevano il punto sulle “lezioni
apprese” dalla chiusura di Hormuz, l’Italia si è confermata tra i paesi che
chiedono di rinviare le sanzioni previste dal Regolamento europeo sul metano per
gli importatori inadempienti in nome, ça va sans dire, della sicurezza degli
approvvigionamenti. Una posizione che asseconda le pressioni arrivate, due
giorni prima del Consiglio, da una lettera aperta ai vertici UE firmata da Stati
Uniti, Qatar, Nigeria e Algeria per chiedere emendamenti mirati al regolamento.
Insomma, Washington chiede di smontare le regole europee sul metano, e Roma è in
prima fila ad assecondarla. Per ora il commissario europeo all’Energia Dan
Jørgensen ha tenuto il punto, dichiarando che non riaprirà il regolamento e che
sarà “pragmatico” sulle sanzioni, senza però smantellare la legislazione. Ma la
pressione è destinata a crescere.
La diatriba tra Giorgia e Donald, vero o recitato che sia, è il perfetto
diversivo. Sotto i riflettori vanno i meme e le foto di gruppo; dietro le
quinte, l’Italia compra sempre più gas americano, finanzia con le sue banche
l’espansione del GNL texano e lavora a Bruxelles per indebolire le regole sul
metano volute dall’Europa e detestate da Washington. Altro che ordine
restrittivo: tra Roma e Washington il legame, quello fossile, non è mai stato
così stretto.
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[1] Di seguito le analisi di IEEFA a cui ci si riferisce nell’articolo:
* https://ieefa.org/articles/europe-source-two-thirds-its-lng-imports-us-2026-dependence-deepens
* https://ieefa.org/eu-gas-flows-tracker
* https://ieefa.org/european-lng-tracker
* https://ieefa.org/resources/strait-hormuz-disruption-would-jeopardise-10-europes-lng-imports