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[2026-01-15] Tuttə in Piazza per Maja e Gino! @ Piazza Galeno
TUTTƏ IN PIAZZA PER MAJA E GINO! Piazza Galeno - Piazza Galeno, 00162 Roma RM (giovedì, 15 gennaio 17:00) 📍 MANIFESTAZIONE 🗓 Giovedì 15 gennaio 🕔 Ore 17:00 – 20:00 📌 Aiuole di Piazza Galeno (Roma) (A pochi metri dall’Ambasciata ungherese) La repressione contro chi dissente non è giustizia: è vendetta di Stato. Per Maja, per Ilaria, per Gino, per tutte le persone antifasciste e dissidenti che subiscono minacce, persecuzioni, arresti politici e tortura. 🔴 Reprimere il dissenso è un crimine. 🔴 Torturare una persona è un crimine. 🔴 Estradare verso regimi autoritari è un crimine. Non resteremo in silenzio. Non ci fermeremo. Non accetteremo che l’antifascismo venga criminalizzato. LIBERTÀ PER MAJA T. LIBERTÀ PER TUTTƏ LƏ ANTIFASCISTƏ. Scendiamo in piazza, scendiamo tuttə insieme.
Per Maja T, per Gino e per tutt … antifascismo sempre!
Mobilitiamoci per Maja T. e Gino e per tutte le persone che continuano a rESISTERE al fascismo e al nazismo Maja T., 24 anni, è detenuta in carcere a Budapest con l’accusa di aver partecipato a violenze contro militanti neonazisti a Budapest nel febbraio 2023. Estradatx dalla Germania dal giugno 2024 in modo fortemente discutibile, è da allora in isolamento e in condizioni di tortura bianca. La procura ungherese le ha recentemente offerto una sorta di “patteggiamento”: 14 anni di carcere duro in cambio di una piena confessione. In caso contrario, Maja rischia una condanna fino a 24 anni. Le sue condizioni di salute sono critiche (ha subito periodi di sciopero della fame, ricoveratx e poi riportatx in carcere) e la detenzione in isolamento risulta inaccettabile. Sottolineiamo anche i grossi rischi legati alla sua identità non binaria e queer che, nel contesto ungherese, comportano ulteriori discriminazioni e torture. È imputat nello stesso processo di Ilaria Salis in un processo in cui si fatica a provare la colpevolezza di Maja T. senza prove video definitive. Nel frattempo la pressione internazionale cresce e la sentenza dovrebbe essere emessa il 22 gennaio. Rexhino Abazaj Gino da fine novembre è detenuto nel carcere di Fresnes, in Francia in via cautelare. Per ora la sua estradizione è congelata ma mercoledì 15 gennaio si terrà una nuova udienza del processo per decidere definitivamente per la sua estradizione. “Accusato anche lui per i fatti dell’11 febbraio del 2023 a Budapest, durante le celebrazioni fasciste della giornata dell’Onore, su di lui pende un mandato di cattura europeo spiccato dall’Ungheria che chiede la sua estradizione. Se venisse consegnato all’Ungheria, Gino rischierebbe anni di carcere in condizioni contrarie ai diritti umani e sarebbe sottoposto a un processo palesemente ingiusto, con una sentenza già scritta per dare una punizione esemplare agli antifascisti.” La rete internazionale free all antifas ha chiamato a due giornate di mobilitazione per il 15 e il 22 gennaio in Europa e in Italia ci sono alcuni appuntamenti già convocati: * Roma, 15 gennaio, alle 17:00, presidio, aiuole di Piazza Galeno a pochi metri dall’Ambasciata ungherese * Venezia, 15 gennaio, alle 16:30, presidio al Consolato Ungherese * Milano, 15 gennaio, alle ore 18, presidio davanti al consolato ungherese, in via Fieno 3 (fermata Missori, M3) * Firenze, 15 gennaio, h 18, via del Leone 60, proiezione del documentario “the trials”, a seguire chiacchiera sulla detenzione di persone trans in Italia, aperitivo benefit anticarcerario * Milano, 24 gennaio, ore 18:00 da Porta Genova, arrivo a San Vittore. A quasi un anno di distanza dall’ultimo corteo cittadino contro la repressione delle antifasciste e degli antifascisti, abbiamo deciso di tornare per le strade di Milano a manifestare la nostra rabbia, determinazione e solidarietà antifascista. Nel mese di gennaio le vicende giudiziarie del processo di Budapest subiranno una brusca accelerazione: il tribunale di Parigi si pronuncerà sulla richiesta di estradizione per Zaid e Gino, a Dusseldorf inizierà il processo per Nele, Paula, Emmi, Clara, Luca e Moritz (attualmente in carcere in Germania) e il 22 gennaio è prevista la sentenza per Maja e Gabri. DISPONIBILE  SU:       RADIOSONAR.NET SI BASA SULL’AUTOFINANZIAMENTO. A CAUSA DELL’EMERGENZA LEGATA AL CORONA VIRUS LE INIZIATIVE SONO SOSPESE. SE VUOI AIUTARCI A CONTINUARE A TRASMETTERE, PUOI EFFETTUARE UNA DONAZIONE ATTRAVERSO IL NOSTRO CONTOCORRENTE O PAYPAL [CP_CONTACT_FORM_PAYPAL]
Pietro Secchia, «il Carnot della Resistenza»
Sono passati alcuni anni quando diedi il mio esame di Scienza Politica all’università. Un esame che  consistette in una parte orale e una relazione scritta su un tema a piacere, ispirato però ai temi della lezioni che ci tenette lo storico Guido Panvini sull’origine e lo sviluppo della strategia della tensione. La mia relazione trattò del mito della Resistenza tradita in Italia e subito fui attratto dalla persona di Pietro Secchia, una figura politica italiana di grande spessore e di cui purtroppo si sente parlare pochissimo proprio perchè i nostri media mainstream e la nostra carta stampata nazionale – quando parlano di comunismo italiano – preferiscono sempre parlare dei comunisti che piacciono a tutti e spesso dei peggiori: quelli della corrente “migliorista”, ovvero la storica ala destra del PCI che amava paradossalmente più il “sogno americano” e il liberismo piuttosto che l’assalto al cielo. Pietro Secchia rappresenta la figura messa al bando dalla storia della sinistra (almeno, ai più), caduta nell’oblio del piattume culturale dei nostri giorni, ma in realtà fu una figura estremamente popolare: uno dei padri della nostra Repubblica, della Costituzione, uno dei massimi dirigenti della Resistenza e del Partito Comunista Italiano di cui fu vicesegretario, deputato e senatore fino alla morte nel 1973. Secchia visse la sua storia politica con l’etichetta di essere un «ferreo organizzatore», il rivoluzionario che ha sognato l’insurrezione, il combattente che constatò fermamente che la Resistenza era stata effettivamente tradita, ma non fu solo questo. «Le rivoluzioni non cadono dal cielo», il volume di Marco Albeltaro, pubblicato nel 2014 da Laterza, consente di ricostruire con rigore il percorso del leader comunista al di là dell’aura di dirigente ostile ai “cedimenti” del Pci che ha accompagnato la sua vita politica. Secchia fu una persona di spessore che merita riscatto. Luigi Longo lo definì «l’anima della resistenza e dell’organizzazione antifascista in Italia» e Giorgio Amendola esaltando il suo lavoro di instancabile organizzatore «il Carnot della Resistenza». Pietro Secchia nacque il 19 dicembre 1903 a Occhieppo Superiore (provincia di Biella), primo di due figli in una famiglia operaia, il cui padre era un militante del PSI. Secchia frequentò brillantemente il liceo classico, ma per la sua povertà fu ben presto costretto a cercarsi un lavoro e nel 1917 fu assunto come impiegato per poi divenire operaio in un’industria laniera. Nel 1919 s’iscrisse alla Federazione Giovanile Socialista Italiana, l’organizzazione giovanile del PSI, e con essa partecipò agli scioperi del Biennio Rosso (1919-1920). Nell’agosto 1922, nel bel mezzo del suo impegno sindacale, aderì allo sciopero contro il governo Facta e, per questo, venne licenziato, scontrandosi insieme ai suoi compagni con un gruppo di fascisti. Nel 1921 aderì al nuovo Partito Comunista d’Italia, di cui nel 1928 divenne membro del Comitato Centrale del PCI. Per aver manifestato pubblicamente la sua avversione verso Benito Mussolini, fu arrestato nell’aprile 1931 e, nel febbraio 1932, condannato a diciassette anni e nove mesi di reclusione dal Tribunale Speciale. Sempre del 1931 viene pubblicato a Berlino il suo volume La lotta della gioventù proletaria contro il fascismo, a cura dell’Internazionale giovanile comunista. Amnistiato, nel 1936 fu inviato al confino nell’isola di Ponza e poi a Ventotene. Dopo l’arresto di Mussolini e la caduta del regime, il 19 agosto 1943 fu liberato, insieme con gli altri detenuti e confinati politici, con un provvedimento del governo Badoglio. Tornato in libertà, partecipò alla Resistenza entrando a far parte, con Luigi Longo, Gian Carlo Pajetta, Giorgio Amendola e Antonio Carini, del Comando generale delle Brigate d’assalto Garibaldi e fu autore di molti articoli pubblicati sui giornali La nostra lotta, Il Combattente, l’Unità, raccolti successivamente, nel 1954, nel volume I comunisti e l’insurrezione. Pur sostenendo una politica rivoluzionaria che preparasse la prospettiva di un’insurrezione armata, come Longo e altri partigiani comunisti, aderì nel 1944 alla cosiddetta “svolta di Salerno” di Palmiro Togliatti, che spinse il PCI alla collaborazione con gli altri partiti antifascisti e con le istituzioni del Regno del Sud. Nel febbraio del 1948, in seguito al VI Congresso Nazionale del PCI, fu eletto Vicesegretario Generale, carica che mantenne fino al 1955. Nel 1946 fu deputato all’Assemblea Costituente e nel 1948 fu eletto senatore nelle file del Fronte Democratico Popolare e tale rimase fino alla morte. Dal 1946 al 1954 fu anche il responsabile dell’organizzazione e del settore Propaganda del PCI. Durante la sua gestione, il PCI toccò il massimo numero di iscritti della sua storia, superando il tetto dei due milioni, risultato mai più raggiunto. In tale veste mantenne un certo controllo dell’intero apparato del partito e anche di quello che gli avversari politici, in seguito, definirono il parapartito, una presunta struttura clandestina formata da nuclei di ex-partigiani, sospettati di essere spesso ancora in possesso delle armi non consegnate dopo la Liberazione e pronti allo scontro armato, nell’eventualità di un colpo di Stato di destra in chiave anticomunista. Una leggenda tra le leggende senza prove storiche, se non nella fantasia di molti fascisti e militanti della destra.   Secchia con Palmiro Togliatti   Internazionalista convinto, Secchia è usualmente indicato come uno dei maggiori esponenti della “linea dura” e rivoluzionaria, che considerava la lotta armata come possibile strumento politico: in effetti egli rappresentò quella parte della classe dirigente del PCI che non intendeva collaborare con la Democrazia Cristiana e le altre formazioni politiche da lui ritenute borghesi.(1) Spesso non in linea con la politica di Togliatti e considerato, a volte, come sua possibile alternativa, nel 1954 la sua posizione all’interno del partito si cominciò a indebolire: fu infatti prima affiancato e poi sostituito da Giorgio Amendola nella direzione organizzativa. Secchia e altri elementi vennero così progressivamente emarginati, formalmente per una politica di “rinnovamento”, in realtà per far perdere potere e influenza nel partito agli esponenti meno propensi ad attuare politiche “riformiste” e di accomodamento. Una politica di indebolimento del PCI che proveniva dal PCI stesso, in un momento storico in cui vigeva la cosiddetta conventio ad excludendum, che di fatto rendeva impossibile l’ingresso nelle coalizioni politiche dei partiti considerati dalla DC e dai suoi alleati come “estremisti”: ovvero il PCI, che pure rappresentava larghe masse, e il MSI, formazione di estrema destra che si rifaceva al ventennio mussoliniano. Il declino di Secchia fu acuito, nel luglio dello stesso anno, dalla “fuga con la cassa” e dalla sottrazione di alcuni documenti segreti del PCI da parte di uno dei suoi principali collaboratori, Giulio Seniga. Nel volume L’Italia del miracolo di Indro Montanelli e Mario Cervi (editore Rizzoli, 1987, p. 293), viene indicata la cifra di “circa un milione di dollari, 620 milioni di lire dell’epoca”. La stessa cifra appare a pagina 106 de La caverna dei sette ladri (Baldini&Castoldi, 1996), libro-inchiesta di Gianfranco Piazzesi. Applicando il coefficiente di trasformazione Istat, 1954 – 2008, pari a 27,6615, si ottiene un valore di 8,86 milioni di euro, oltre 17 miliardi di lire. In sostanza il tramonto politico di Pietro Secchia non avvenne a causa sua, ma a causa di Seniga il cui scandalo di corruzione colpì direttamente Secchia, nonostante non c’entrasse nulla con il caso. Secchia infatti fu la prima vittima del caso di corruzione di Seniga: l’episodio segnò la sua definitiva sparizione da incarichi di rilievo nazionale e, costretto ad abbandonare la responsabilità dell’organizzazione nazionale, venne nominato responsabile dal 1955 all’inizio del 1957 della segreteria regionale lombarda. Diresse successivamente, sino alla fine del 1962, l’attività editoriale del partito. Come scrive Marco Albeltaro in Storia di un opuscolo vero che dice il falso (Milano, Franco Angeli, Historia Magistra: rivista di storia critica, 13, 3, 2013, p. 104): “Nel 1956 Secchia è ormai un uomo politicamente finito. Non è più vicesegretario del partito e nemmeno responsabile dell’organizzazione; è stato esiliato in Lombardia, a dirigere la segreteria regionale del partito come punizione per il «mancato controllo» su Seniga. E proprio durante l’VIII congresso Secchia non sarà più nemmeno rieletto nella direzione del partito, sulla scia di un rinnovamento generazione che è anche l’occasione per fare i conti con chi troppo spesso esprimeva dubbi sulle scelte politiche del segretario”. Una punizione evidentemente troppo severa per una persona del suo calibro politico e culturale. Una punizione che aveva ben altro scopo, dunque: far fuori Secchia dalla leadership del Partito, confinandolo al ruolo di funzionario tra i tanti funzionari. Così il PCI mise all’angolo, con una punizione troppo severe per essere tale, una delle più alte figura di calibro politico e culturale. Secchia infatti non smise di dire la sua, nonostante l’ostracismo, e fu tra i primi ad intuire le potenzialità dei movimenti del Sessantotto. Nei suoi ultimi anni suggerì al PCI di aprirsi ai movimenti, che a partire dal 1968 si andavano organizzando in modo spontaneo e tumultuoso, per offrire uno sbocco politico all’energia rivoluzionaria delle masse giovanili. Ferdinando Dubla – in Secchia, il PCI e il ’68, Datanews, 1998, (pp.40-41) – scrive: «la sua sconfitta politica all’interno del PCI, ha coinciso con una divaricazione rispetto agli ideali e ai principi con cui si erano combattute le fasi precedenti al 1954, e sempre più progressivamente: una deriva moderata, ‘revisionista’ appunto, che non era stata affatto invertita dalla segreteria di Longo dopo la morte di Palmiro Togliatti (1964), nonostante le grandi speranze che in lui aveva suscitato l’elezione del suo compagno più vicino negli anni della Resistenza. Il partito è allora sì tutto, per la sua personale connotazione politico-biografica, ma non si doveva rimanere ciechi dinanzi alla contraddizione palese ed evidente proprio in quegli anni e che caratterizzò la stagione comunista di fronte ai movimenti del ’68/’69: quella tra riferimento teorico e azione politica. È evidente che proprio per queste riflessioni, Secchia si ritrovasse in pieno con lo slancio generoso delle giovani generazioni studentesche e in un rapporto nient’affatto paternalistico o strumentale; inevitabile divenne un rapporto di reciproca ‘attenzione affettuosa’ tra lui, vecchio dirigente comunista escluso dal gruppo dirigente per la tenacia con cui contrastava la variante moderata e tatticista del togliattismo e il movimento che cercava un legame, critico sin che si vuole, e un’identità importante con la storia del marxismo militante in Italia.» Negli scritti e discorsi di Secchia vi è costantemente una critica verso posizioni settarie ed estremiste considerate velleitarie e controproducenti Dalla fine degli anni sessanta si dedicò molto alla politica internazionale, lottò per l’emancipazione e l’indipendenza dell’Africa: visitò Egitto e Siria nel luglio-agosto del 1967, l’Africa settentrionale nell’ottobre-novembre dello stesso anno; la Giordania e ancora la Siria nel dicembre del 1969; il Sudan, l’Etiopia e la Somalia nell’ottobre del 1971. Nel gennaio 1972 volò in Cile, dove sostenne il governo progressista di Salvador Allende: fu l’ultimo dirigente occidentale a visitare la nazione latino-americana prima dell’avvento della dittatura fascista e neoliberista di Augusto Pinochet. Al suo ritorno in Italia fu colto da una malattia che lo tenne tra la vita e la morte per qualche mese. La natura incerta del male indusse Secchia, sebbene non ne avesse le prove, a ritenere di essere stato avvelenato dalla CIA. Ormai debilitato, morì nel luglio del 1973. Autore di numerose opere storiche sul PCI, fu il curatore degli Annali dell’Istituto Feltrinelli, dedicati alla storia del movimento operaio italiano, e co-curatore della corposa Enciclopedia dell’Antifascismo e della Resistenza. Negli ultimi anni, Secchia si dedicò alla scrittura della storia dei comunisti italiani negli anni del fascismo e della Resistenza, condividendo la critica che i movimenti giovanili sorti all’indomani del Sessantotto muovevano alle rappresentazioni ufficiali. Nel volume Il Partito comunista italiano e la guerra di Liberazione 1943-1945, edito nel 1971 negli Annali, Secchia definisce la Resistenza italiana, oltre che una “guerra di liberazione nazionale contro l’invasore tedesco”, una “guerra civile e di classe” (2). Nello stesso volume, Secchia critica le rappresentazioni della Resistenza come un grande movimento a cui avrebbe partecipato tutto il popolo italiano e a cui avrebbero contribuito in egual misura tutte le forze democratiche, affermando con forza che il maggiore contributo giunse dal PCI quale avanguardia della classe operaia. Inoltre, pur rimarcando la grande importanza politica e culturale della lotta partigiana, polemizza con coloro che «sono stati spinti a fare della Resistenza una specie di epopea mitologica e miracolosa che avrebbe avuto la capacità di liberare l’Italia e di attuare tutto quello che le avanguardie più coscienti desideravano od avrebbero desiderato. Sino a dimenticare che in Italia i tedeschi furono battuti dalle divisioni anglo-americane, che alla guerra di liberazione i partigiani portarono un notevole e valido contributo ma non furono la forza decisiva, tant’è che nell’Italia occupata dai tedeschi, ed anche nel Nord, l’insurrezione poté compiersi non più di quarantotto ore prima che vi giungessero le truppe anglo-americane» (3). Tale interpretazione si sarebbe affermata in storiografia solo negli anni novanta, a seguito di un dibattito sollevato dallo storico Claudio Pavone nella seconda metà degli anni ottanta, non senza contrasti da parte di diversi esponenti del PCI. Pavone scrisse un ottimo libro a supporto di tale tesi dal titolo Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, edito da Bollati Boringhieri (Torino, 1991) Ricchissimo di materiale documentario, e forse anche frutto dell’esperienza diretta vissuta da combattente, il libro punta per la prima volta la lente storiografica sulle motivazioni, i comportamenti, le aspettative dei partigiani. Un’opera cardine della storiografia, che “sdogana” la nozione di guerra civile, fino a quel momento invalsa soltanto nella memorialistica neofascista. La Resistenza secondo Pavone è stata una triplice guerra: patriottica contro l’invasore tedesco, civile tra italiani fascisti e italiani antifascisti, e di classe tra rivoluzionari e classi borghesi. Non mancarono le polemiche, ma Pavone ebbe dalla sua parte figure antifasciste – come lui d’altronde – della statura di Vittorio Foa e Norberto Bobbio, che aveva partecipato all’elaborazione dell’opera. Una lettura profondamente innovativa, che non mancò di suscitare discussione nelle file del partigianato. Ma gli argomenti usati da Pavone – e la sua specchiata biografia di resistente – finirono per risultare più forti rispetto alle critiche. E oggi quel suo lavoro figura come un titolo spartiacque, capace di segnare gli studi storici e il senso comune intorno alla guerra partigiana. Le sue tesi oggi, per nulla revisioniste, assolutamente coerenti e volte a dare più dignità alla Resistenza, sono oggi sostenute da grandi storici come Luciano Canfora e Alessandro Barbero. Pavone portò avanti tesi importantissime che rivoluzionarono anche il modo di vedere l’origine della Repubblica italiana: nel libro “La continuità dello Stato: Istituzioni e uomini”, vi sostiene la tesi della continuità dello Stato (oggi studiata nelle università), degli apparati burocratici e dei funzionari, nel passaggio tra il regime fascista e la democrazia. Tutte tesi che non sarebbero nate se non fossero partite dalle profonde analisi politiche, sociali e culturali svolte da Pietro Secchia. (1) Maurizio Caprara, Lavoro riservato. I cassetti segreti del PCI, Milano, Feltrinelli, 1997 (2)(3) Il Partito comunista italiano e la guerra di Liberazione 1943-1945. Ricordi, documenti inediti e testimonianze, in Annali dell’Istituto Giangiacomo Feltrinelli, XIII (1971), Milano, Feltrinelli, 1973. Da scaricare e leggere “Tenere viva la lotta” con introduzione di Mariamargherita Scotti:https://fondazionefeltrinelli.it/app/uploads/2022/04/ TenerevivalalottaSecchia.pdf https://ilmanifesto.it/un-mito-duro-a-morire https://www.marx21.it/storia-teoria-e-scienza/storia/le-rivoluzioni-non-cadono-dal-cielo-pietro-secchia-una-vita-di-parte/ Le tre guerre della Resistenza: guerra patriottica, guerra civile, guerra di classe https://www.deportati.it/static/upl/cl/claudiopavone,letreguerredellaresistenza.pdf Lorenzo Poli
[2025-12-28] Torneo di Burraco @ CSOAT Auro e Marco
TORNEO DI BURRACO CSOAT Auro e Marco - Viale dei Caduti nella Guerra di Liberazione, 270 (domenica, 28 dicembre 11:00) DOMENICA 28 DICEMBRE A SPINACETO - Roma Sud Ovest In Viale dei Caduti nella Guerra di Liberazione, 268 presso il CSOAT Auro e Marco dalle ore 11:00 alle ore 17:00 *Torneo di Burraco* >>> PORTA IL TUO MAZZO DI CARTE! <<< Iscriviti direttamente al Centro Sociale o scrivi un'email a: csoatauroemarco@canaglie.net l'evento è a sottoscrizione di: SPES - Organizzazione di Volontariato che da più d un anno di occupa di distribuzione alimentare sul territorio Sarà un'occasione per conoscere i progetti del centro sociale, i laboratori ma soprattutto per parlare di cosa sta accadendo in quartiere, informarci sul "progetto" di riqualificazione che il municipio vorrebbe imporre da più di un anno alle persone che abitano e vivono Spinaceto. Spinaceto non è mai stato un quartiere disposto a bersi la propaganda istituzionale di chi ha solo interessi di profitto. Cambiano le giunte comunali e municipali ma la solfa è sempre la stessa: svendere il quartiere ai privati per ripulirsi la faccia. Al centro sociale sperimentiamo un modo diverso di considerare la vita delle persone, dei territori, delle materie prime… non vediamo l'ora di raccontarvi tutto! >>> PORTA IL TUO MAZZO DI CARTE! <<< Iscriviti direttamente al Centro Sociale o scrivi un'email a: csoatauroemarco@canaglie.net dalle ore 11:00 alle ore 17:00 DOMENICA 28 DICEMBRE A SPINACETO - Roma Sud Ovest In Viale dei Caduti nella Guerra di Liberazione, 268 presso il CSOAT Auro e Marco
FREE ALL ANTIFA: LIBERTA’ VIGILATA PER GINO, ALMENO FINO ALL’UDIENZA DEL 28 GENNAIO
Gino Rexhino Abazaj, il militante antifascista coinvolto nel processo agli antifascisti per i fatti di Budapest, ha ottenuto la libertà vigilata in Francia. Era stato arrestato qualche giorno fa dopo una richiesta di estradizione stavolta della Germania nel quadro di un mandato d’arresto europeo. La corte d’appello di Parigi ha deciso oggi di rimetterlo in libertà vigilata in attesa dell’udienza  fissata per il 28 gennaio.     Militante per il diritto alla casa, Gino viene accusato dall’Ungheria, insieme ad un’altra decina di persone, di aver picchiato dei neonazisti che avevano terrorizzato la capitale ungherese nel giorno dell’onore del febbraio 2023. Nel processo sono coinvolte anche tra cui Ilaria Salis e Maja T che si trova in carcere da due anni a Budapest. La vicenda è lunga: Gino era stato fermato a Parigi nel novembre 2024, è stato incarcerato, poi rimesso in libertà vigilata, il 26 marzo scorso. Ad aprile, aveva poi ottenuto la totale libertà prima di questo nuovo arresto a metà dicembre e ora nuovamente la libertà vigilata. La Francia, si era opposta alla sua estradizione a Budapest invocando “rischi di trattamento inumano”. Ora il suo legale,Youri Krassoulia dice di avere un timore: “Se Gino venisse consegnato alla Germania potrebbe poi essere consegnato all’Ungheria”, come accaduto – spiega – in casi simili. Ai nostri microfoni Eugenio Losco, legale che sta seguendo i fatti relativi al cosiddetto “Giorno dell’onore” e Nic del Comitato anti repressione di Milano. Ascolta o scarica
MODENA: PRESIDIO ANTIFASCISTA CONTRO IL CONVEGNO XENOFOBO ‘REMIGRAZIONE E RICONQUISTA’
I fascisti del cosidetto comitato Remigrazione e Riconquista hanno annunciato un convegno, venerdì 12 dicembre, nella città di Modena, storicamente impegnata in battaglie antifasciste. In risposta all’evento, che riunirà esponenti di gruppi estrema destra come CasaPound e il Veneto Fronte Skinhead, si è sviluppata rapidamente una mobilitazione antifascista con l’intento di opporsi all’iniziativa fascista e per contrastare la presenza di questi movimenti in città. Cittadini e vari gruppi antifascisti hanno quindi annunciato un presidio; l’appuntamento è alle 18:30 al direzionale Modena due. “Questa mobilitazione è nata con il passaparola e ad oggi la proposta è quella di ritrovarsi in prossimità della sede fascista e per contestare questo ritrovo. Tuttavia, siccome gli organizzatori di questo evento sulla remigrazione hanno comunicato un cambio di sede, si è in attesa di capire se si riesce a scoprire dove sono andati a rintanarsi per poter poi spostare quello che è il presidio di contestazione” racconta ai microfoni di Radio Onda d’Urto, Maurizio della nostra redazione Emilia Romagna. Ascolta o scarica.