Tag - antifascismo

Banca Etica chiude definitivamente il conto a A/I
Con l'ex Direttore di Banca Etica commentiamo il comunicato di A/I in cui rendono pubblica la decisione di Banca Etica di chiudergli definitivamente il conto. Una decisione inaccettambile di cui non c'era bisogno, commenta Messina.  Qui il comunicato di A/I https://keepitfree.ai/it/announcements/banca-etica-sequestra-i-fondi-di-a/i/   Qui sotto uno scritto di Alessandro Messina sul caso.    OFAC, Banca Etica e una narrazione dei rischi esagerata Il caso Autistici/Inventati mostra la forza extraterritoriale delle sanzioni americane. Ma tra il mantenimento di un conto italiano e il blocco dei servizi a 130 mila clienti ci sono molte decisioni, tanti eventi che devono concatenarsi e un livello di probabilità decrescente. di Alessandro Messina Il 26 agosto 2026 l'Office of Foreign Assets Control (OFAC) del Tesoro statunitense ha inserito Autistici/Inventati (A/I) nella lista degli Specially Designated Nationals, classificandola come Specially Designated Global Terrorist (SDGT). L'amministrazione americana sostiene che l'associazione italiana abbia fornito infrastrutture e servizi digitali a gruppi definiti terroristici o estremisti violenti. Nella scheda OFAC compare inoltre la dicitura «Secondary sanctions risk: section 1(b) of Executive Order 13224». [1] [2] A/I è cliente di Banca Etica dal 2018. La banca ha dichiarato che il conto aveva avuto fino alla designazione un'operatività regolare e un profilo antiriciclaggio medio. Il 1° settembre ne ha limitato l'operatività, chiedendo indicazioni a MEF, ABI e Assopopolari e acquisendo pareri tecnici. A/I ha confermato che la limitazione è rimasta in vigore in attesa di questi approfondimenti. [3] [17] La motivazione resa pubblica da Banca Etica è molto forte: mantenere rapporti con A/I potrebbe esporla a «sanzioni secondarie» che, secondo il suo comunicato, implicherebbero «la cessazione di ogni servizio erogato da intermediari statunitensi», con l'impossibilità per tutti i 130 mila clienti e soci di utilizzare carte di credito e debito e di effettuare pagamenti extra-euro, fino a mettere a rischio la sopravvivenza della banca. [3] Cosa prevede l'ordinamento americano L'Executive Order 13224 è uno degli strumenti centrali della politica americana contro il finanziamento del terrorismo. Per i soggetti sottoposti alla giurisdizione statunitense la designazione SDGT produce effetti pesanti: beni e interessi patrimoniali vengono bloccati e le US persons non possono normalmente effettuare transazioni con il soggetto designato. Per gli intermediari non americani esiste anche un rischio ulteriore. OFAC precisa che una foreign financial institution può essere colpita se facilita consapevolmente transazioni significative per conto di un SDGT. [4] La misura prevista per la banca straniera è specifica: il Tesoro può vietare l'apertura o il mantenimento negli Stati Uniti di correspondent accounts o payable-through accounts, oppure imporvi condizioni severe. Le Global Terrorism Sanctions Regulations non dicono che da questa misura discenda automaticamente la cessazione di ogni altro servizio fornito da qualsiasi operatore americano. [5] Lo stesso OFAC, contestualmente alla designazione, ha emesso la General License 36, che autorizza fino alle 00.01 (ora della costa orientale) del 25 settembre 2026 le operazioni necessarie a chiudere in modo ordinato i rapporti preesistenti con A/I. Non è un'autorizzazione a proseguirli indefinitamente, ma una finestra di uscita organizzata, distinta sia dagli obblighi legali sia dalle decisioni autonome degli operatori che scelgono di interrompere il rapporto prima della scadenza. Lasua sola esistenza contraddice l'idea di un blocco immediato e indifferenziato: l'OFAC per primo distingue tra la designazione e la sua attuazione pratica. [2] [19] Conta inoltre il carattere «significant» della transazione. OFAC non ha pubblicato per questo specifico regime una soglia quantitativa. In altri programmi di secondary sanctions interpreta “significant” sulla base della totalità delle circostanze, considerando tra l’altro importo, frequenza, consapevolezza del management ed eventuali pratiche elusive.  [25] Il mantenimento deliberato di un conto dopo la designazione genera quindi un rischio reale; intensità e conseguenze dipendono dalla condotta concreta. Nell’ordinamento italiano la distinzione è particolarmente chiara. La stessa Unità di informazione finanziaria della Banca d’Italia precisa che le liste OFAC possono essere utilizzate dagli intermediari come elemento per valutare eventuali operazioni sospette, ma che, a differenza delle designazioni ONU e UE recepite nell’ordinamento europeo, «non sussistono obblighi di congelamento dei fondi». La presenza nella lista americana può dunque giustificare maggiore attenzione sotto il profilo antiriciclaggio e del finanziamento del terrorismo; non produce di per sé un obbligo italiano di bloccare il conto. [23] Un precedente aiuta a capire che cosa significhi concretamente una sanzione sui conti di corrispondenza. Nel 2012 gli Stati Uniti colpirono Bank of Kunlun per le sue operazioni con banche iraniane designate. OFAC precisò che, per quanto risultava al Tesoro, la banca cinese non disponeva in quel momento di correspondent accounts negli Stati Uniti: la misura serviva quindi soprattutto a vietare alle banche americane di aprirgliene o mantenergliene in futuro. Il caso, pur riferendosi a un diverso programma sanzionatorio, mostra che una correspondent-account sanction non coincide automaticamente con un embargo generale della banca né con la cessazione di ogni servizio finanziario ad essa collegato. [16] È un principio che tornerà utile leggendo l'architettura di corrispondenza di Banca Etica, ricostruita di seguito. Banca Etica opera in un'infrastruttura soprattutto italiana ed europea Infatti, Banca Etica indica ufficialmente BPER Banca come propria «Correspondent Bank» e spiega che BPER le fornisce il servizio di intermediazione per i pagamenti internazionali. [6] È poi BPER ad avere rapporti con le banche corrispondenti nelle diverse valute: nelle proprie Standard Settlement Instructions indica JPMorgan Chase New York per i dollari, altri intermediari per sterline, franchi e yen, e TARGET/EBA per l'euro, precisando di essere SEPA compliant. [7] Dalla documentazione pubblica non emerge quindi un correspondent account direttamente intestato a Banca Etica presso una banca statunitense. Non è possibile certificare dall'esterno l'inesistenza di qualsiasi rapporto tecnico non pubblicato, ma l'architettura resa nota è chiara: Banca Etica → BPER → corrispondenti internazionali. Se OFAC applicasse la section 1(b), l'effetto più serio nascerebbe soprattutto dalle decisioni successive di altri soggetti: una banca americana potrebbe non voler processare tramite BPER operazioni riconducibili a Banca Etica; BPER potrebbe limitare i servizi in dollari o, per propria scelta prudenziale, una parte più ampia della relazione. Sono passaggi possibili, ciascuno affidato a un soggetto diverso, dunque non automatici e con livelli di probabilità decrescenti. Va poi tenuto presente un secondo canale, indipendente dal primo: quello contrattuale. Le grandi banche corrispondenti e i circuiti internazionali adottano da anni policy di de-risking spesso piùrestrittive del minimo richiesto dalla legge, per contenere il proprio rischio reputazionale e di compliance più che per un obbligo puntuale: è un fenomeno ampiamente documentato da FATF e Banca Mondiale con riguardo a interi settori o paesi, non solo a soggetti designati. In questo senso JPMorgan o gli emittenti dei circuiti potrebbero decidere di interrompere rapporti collegati, anche indirettamente, a Banca Etica non perché l'EO 13224 lo imponga, ma perché la loro soglia interna di tolleranza al rischio è più bassa di quella legale. È un rischio possibile, da considerare in modo distinto da quello propriamente sanzionatorio, che merita di essere pesato accanto ad esso, senza confonderlo con esso. Anche sulle carte di pagamento esistono margini di distinzione rilevanti. La carta di debito di Banca Etica per imprese e organizzazioni opera sul circuito Visa ed è gestita attraverso Nexi. [8] Le regole Visa pubblicamente disponibili impongono ai membri di controllare cardholder (il titolare) e merchant (l’esercente) rispetto alla SDN List e, in presenza di un vero match, di disabilitare quel cardholder o merchant dall'uso della rete. [9] Questo rende molto difficile mantenere una carta Visa direttamente intestata ad A/I. Non equivale, è ovvio, ad alcuna regola che imponga di spegnere le carte di tutti gli altri clienti della banca. Banca Etica potrebbe quindi ridurre l'esposizione mantenendo il conto con un'operatività circoscritta e consentire l'uso della carta sul circuito nazionale Bancomat, di consentire l’uso di circuiti alternativi italiani (ad esempio Satispay): niente carte internazionali intestate ad A/I, niente dollari, niente operazioni con un nexus americano, monitoraggio rafforzato e prevalenza di servizi in euro e nell'area SEPA. La soluzione non eliminerebbe il rischio di secondary sanctions, perché l'EO 13224 non limita il concetto di transazione significativa alle operazioni in dollari; ridurrebbe però molti dei canali attraverso i quali il rischio potrebbe eventualmente propagarsi. La Corte di giustizia dell'Unione europea ha peraltro chiarito l'11 giugno 2026, nella causa C-81/24 Jenec, che il semplice inserimento di un consumatore in una lista OFAC non comporta automaticamente il divieto per una banca europea di instaurare un rapporto: occorre una valutazione individualizzata del rischio di riciclaggio e finanziamento del terrorismo. La sentenza riguarda una persona fisica e non attribuisce automaticamente lo stesso diritto ad A/I, che è un'associazione; conferma però che una lista americana non diventa da sola una regola bancaria [10] europea. I precedenti europei: condotte di tutt'altra scala Il caso europeo più vicino alla situazione di un singolo cliente è Swedbank Latvia. Tra il 2015 e il 2016 un cliente con presenza in Crimea effettuò 386 transazioni per 3,312 milioni di dollari attraverso banche corrispondenti statunitensi. Una corrispondente USA respinse alcuni pagamenti proprio per il possibile collegamento con la Crimea; dopo le rassicurazioni del cliente, risultate false, un relationship manager di Swedbank reindirizzò i pagamenti a un'altra banca corrispondente americana. La banca disponeva inoltre di dati KYC e indirizzi IP che indicavano la presenza del cliente in Crimea. OFAC qualificò comunque la condotta come «non-egregious»: settlement (accordo transattivo) da 3,43 milioni di dollari, nessuna designazione della banca e nessun blocco generale della clientela. [11] Con UniCredit cambia radicalmente la scala dei fatti contestati. Nel 2019 le autorità americane raggiunsero un accordo complessivo da circa 1,3 miliardi di dollari con tre banche del gruppo. La tedesca UniCredit Bank AG aveva processato oltre 2.000 pagamenti per più di 500 milioni di dollari attraverso istituzioni finanziarie statunitensi, violando diversi programmi sanzionatori, compresi quelli sulla proliferazione di armi di distruzione di massa. [12]Commerzbank ammise condotte ancora più strutturate: dal 2002 al 2008 movimentò consapevolmente circa 263 milioni di dollari attraverso il sistema finanziario statunitense per soggetti iraniani e sudanesi sottoposti a sanzioni. Il Department of Justice descrisse schemi concepiti per nascondere la natura delle transazioni alle autorità americane. Il settlement complessivo con le autorità USA arrivò a circa 1,45 miliardi di dollari. [13] BNP Paribas rappresenta un ordine di grandezza ancora diverso. Tra il 2004 e il 2012 la banca ammise di avere movimentato consapevolmente più di 8,8 miliardi di dollari attraverso il sistema finanziario americano per soggetti di Sudan, Iran e Cuba sottoposti a sanzioni. La maggior parte riguardava il Sudan: circa 6,4 miliardi in un solo anno, compresi circa 4 miliardi per un'istituzione finanziaria di proprietà del governo sudanese, mentre documenti interni mostravano che dirigenti e compliance erano consapevoli delle accuse americane sul sostegno del regime al terrorismo e sulle violazioni dei diritti umani in Darfur. La banca si dichiarò colpevole e pagò quasi 9 miliardi di dollari. [14] Questi precedenti provano la capacità degli Stati Uniti di colpire duramente banche europee. Mostrano però anche la distanza dal caso A/I: operazioni in dollari transitanti direttamente dal sistema USA, centinaia o migliaia di pagamenti, importi da milioni a miliardi, durata pluriennale e, nei casi più gravi, tecniche consapevoli di occultamento. Nessuno di essi, va sottolineato, riguarda però la fattispecie specifica della section 1(b): sono sanzioni primarie per violazioni dirette, non conseguenze secondarie derivate dal semplice mantenimento di un rapporto con un soggetto designato. Sono utili come misura della severità potenziale del sistema sanzionatorio USA, non come precedenti diretti dello scenario paventato da Banca Etica. Persino in queste vicende, comunque, l'esito ordinario fu una sanzione pecuniaria e un programma di remediation, mai la trasformazione della banca stessa in soggetto SDN. Il precedente di Monza: anche sulle sanzioni si può distinguere Un precedente italiano mostra che tra ignorare una designazione OFAC e bloccare integralmente un rapporto finanziario esistono soluzioni intermedie. Nell'aprile 2025 il Tribunale di Monza ha affrontato il caso di un investitore inserito nella SDN List americana nell'ambito delle sanzioni relative alla Russia. Una banca estera operante attraverso una succursale italiana aveva conseguentemente bloccato l'intero rapporto di gestione patrimoniale, per un valore superiore a 9 milioni di euro. Con ordinanza del 14 aprile 2025 il Tribunale ha disposto il ripristino della piena operatività, affermando che dalla mera inclusione nella lista OFAC non discendono nell'ordinamento italiano obblighi di congelamento analoghi a quelli derivanti dalle liste ONU o dell'Unione europea e giudicando sproporzionato il blocco indiscriminato del patrimonio. [20] Il seguito della vicenda è ancora più significativo. In sede di reclamo, con ordinanza collegiale del 12-16 giugno 2025, il Tribunale ha parzialmente corretto la prima decisione, escludendo dallo sblocco gli strumenti finanziari effettivamente custoditi da Citibank N.A. New York sul territorio statunitense e confermandolo per tutti gli altri asset. Quando poi alcune sub-depositarie estere, tra cui intermediari situati in Svizzera e Giappone, non hanno eseguito le richieste di liquidazione, il cliente ha promosso un procedimento di attuazione della misura cautelare ex art. 669-duodecies c.p.c. L'8 settembre il giudice ha ordinato alla banca di liquidare tutti gli asset non situati negli Stati Uniti e ha inizialmente previsto, in caso di ritardo, una penale giornaliera pari allo 0,05% dell'importo non liquidato. [21] Anche questa decisione è stata reclamata. Il Collegio, il 30 ottobre 2025, ha confermato che la banca non può opporre al proprio cliente il rifiuto delle sub-depositarie da essa utilizzate, ma ha riconosciuto al tempo stesso la complessità oggettiva dell'esecuzione attraverso intermediari situati in ordinamenti diversi. Ha quindi sostituito la penale giornaliera con l'obbligo per la banca di prestareuna fideiussione, rilasciata da un istituto italiano, per il valore degli asset eventualmente ancora non liquidati dopo 120 giorni. [22] Questo precedente riguarda un diverso programma sanzionatorio americano e una gestione patrimoniale, quindi non può essere trasposto automaticamente al caso A/I. Il criterio seguito dai giudici è però istruttivo: distinguere ciò che ricade concretamente nella sfera statunitense da ciò che rimane nell'ordinamento italiano ed europeo, e gestire le difficoltà generate dagli intermediari esteri senza trasformarle in un automatismo. È precisamente il tipo di approccio che nel caso Banca Etica consentirebbe almeno di esaminare separatamente carte e operazioni in dollari, pagamenti che richiedono corrispondenti americani e normale operatività del conto in euro e nell'area SEPA. Quando è la banca a essere designata Accanto alla sanzione sui correspondent account esiste uno scenario più grave: l’EO 13224 consente a OFAC di designare direttamente chi sia ritenuto avere fornito sostegno materiale, finanziario o servizi a un soggetto bloccato. È una base giuridica distinta dalla section 1(b). I precedenti mostrano però che, quando è stata applicata a banche, la condotta contestata era strutturale e di ben altra gravità Per trovare un precedente vicino allo scenario estremo prospettato da Banca Etica bisogna uscire dall'Europa. Nel 2019 OFAC designò come SDGT la libanese Jammal Trust Bank, proprio ai sensi dell'Executive Order 13224. Il Tesoro contestava una relazione di lunga durata con Hezbollah, servizi al suo Executive Council e alla Martyrs Foundation iraniana, rapporti con strutture finanziarie dell'organizzazione e condotte finalizzate a nasconderli. [15] È il tipo di fattispecie che rende plausibile la designazione della banca stessa. La sproporzione con ciò che oggi è pubblicamente noto sul conto A/I è evidente: Banca Etica dichiara un rapporto ordinario dal 2018, operatività regolare e rischio AML medio fino alla decisione statunitense. Un elemento va poi aggiunto al confronto con i precedenti, e riguarda il contesto nel quale matura la designazione di A/I. Il comunicato ufficiale del Tesoro Usa la colloca in un'azione più ampia contro quelle che l'amministrazione definisce «reti terroristiche di estrema sinistra violente», insieme a un'organizzazione britannica e a un gruppo transnazionale legato al FPLP . Si tratta di un uso dello strumento SDGT diverso, per oggetto e contesto politico, dai programmi contro Iran, Sudan e Cuba dai quali provengono molti dei grandi precedenti bancari citati. Questo rende i precedenti storici meno predittivi e può incentivare un de-risking più prudente da parte degli intermediari. Aumenta dunque l’incertezza; non modifica però la struttura giuridica delle sanzioni né rende automatici i passaggi successivi. L’Unione europea, d’altra parte, non ha neutralizzato questo rischio. Il cosiddetto Blocking Statute europeo non comprende l’EO 13224: Banca Etica non è quindi obbligata dal diritto UE a congelare A/I, ma neppure è protetta da uno strumento europeo specificamente rivolto contro queste secondary sanctions. [24] Quanto è probabile l'effetto domino? Attribuire una percentuale precisa sarebbe artificiale: i casi sono pochi, i programmi sanzionatori diversi e l'applicazione delle secondary sanctions contiene una componente discrezionale e politica, rafforzata nel caso A/I dal contesto descritto sopra. I precedenti consentono però una graduazione: 1) un'attenzione OFAC verso Banca Etica, se il rapporto con A/I rimanesse pienamente operativo, è un rischio plausibile;2) l'applicazione della section 1(b) appare un evento a bassa probabilità e che però avrebbe alto impatto, soprattutto se l'operatività venisse limitata all'euro e separata dai canali statunitensi; 3) una designazione diretta di Banca Etica come SDGT per il solo mantenimento di questo rapporto appare, sulla base della casistica pubblica disponibile, un evento eccezionale; 4) il blocco di tutte le carte Visa o Mastercard dei 130 mila clienti, in assenza di una designazione della banca o di una scelta autonoma di de-risking di Nexi e dei circuiti, richiede ulteriori passaggi e appare ancora meno probabile. La posizione di Banca Etica individua correttamente un problema di sovranità finanziaria europea, con l’effetto anche di allontanare da sé la responsabilità della scelta: la dipendenza da dollaro, correspondent banking e grandi circuiti internazionali amplia enormemente la portata pratica delle decisioni americane. Il punto poco convincente è descrivere come automatico ciò che automatico non è, come già accaduto quando, senza alcun obbligo di designazione nei loro confronti, diverse banche italiane adottarono misure cautelative non uniformi verso Francesca Albanese. [18] Tra il conto di A/I e il rischio per 130 mila clienti ci sono cinque passaggi, ciascuno con una probabilità propria: Fattori di rischio / mitigant Probabilità Valutazioni dell'OFAC sulla natura «significant» delle transazioni Possibile in astratto, ma finora non tradottasi in un'azione concreta contro Banca Etica Eventuali decisioni di BPER e delle sue corrispondenti (inclusa JPMorgan) Potrebbero dipendere sia da effettivi obblighi derivanti dalle sanzioni USA, sia da autonome scelte prudenziali di de-risking, ed è quindi passaggio incerto da stimare se non attraverso un dialogo diretto con BPER Scelte di Nexi e dei circuiti internazionali Vincolate dalle regole Visa solo per i cardholder in match diretto con la SDN List, quindi poco probabili per la clientela non collegata ad A/I Possibilità tecniche di circoscrivere i servizi (euro, area SEPA, Bancomat) Già disponibili e, sulla base della General License 36, compatibili con una gestione ordinata nei tempi concessi da OFAC (che però Banca Etica ha deciso di anticipare, per non chiare ragioni) Decisioni della stessa Banca Etica L'unico passaggio interamente nelle sue mani, e quindi quello su cui la sua comunicazione avrebbe dovuto essere parecchio più precisa In conclusione Una volta ho sentito Pietro Sella affermare “mio nonno diceva che se non vuoi correre rischi, non devi fare il banchiere”. Oggi le banche son diventate burocrazie bloccate da infinite regole da rispettare e tecnologia pervasiva, quasi sempre governata altrove. Diventa fisiologico, in questo quadro, che i gruppi dirigenti delle banche abbiano bassa propensione al rischio. Esattamente come accade nelle grandi amministrazioni statali, chi rischia lo fa solo per elevato moral hazard individuale, di solito nocivo alla collettività.È plausibile che molte banche sceglierebbero di chiudere il conto ad A/I. Ci si aspetterebbe, però, qualcosa di diverso da una realtà nata per promuovere la finanza etica, di fronte a una designazione ai tratti così marcatamente politici, e tanto più perché ripete uno schema già visto nel citato caso Albanese. Banca Etica, nella sua piena autonomia, può ritenere che anche una probabilità molto piccola di un danno molto grande sia incompatibile con il proprio profilo di rischio e con la tutela della banca. È una scelta legittima, prudenziale. Di pura ortodossia bancaria. Potrebbe anche scegliere - però - di assumere una quota di quel rischio, delimitare l'operatività di A/I e verificare con i propri fornitori quali servizi possano essere preservati. Presentare l'esito più grave possibile come fosse la conseguenza quasi necessaria della lista OFAC finisce invece per attribuire all'amministrazione americana un potere più ampio di quello previsto dalle sue stesse norme, e per nascondere la parte di autonomia che resta ai singoli intermediari europei. Proprio perché quell'autonomia esiste, comunicarla con la stessa chiarezza con cui si comunica il rischio sarebbe parte della responsabilità di una banca che si definisce etica verso i propri soci e clienti. Fonti e riferimenti I numeri tra parentesi quadre nel testo sono collegamenti cliccabili alle fonti. Le fonti principali sono riportate qui in forma estesa. [1] U.S. Department of the Treasury, Networks", 26 agosto 2026 "Treasury Takes Action Against Violent Far-Left Terrorist "Counter Terrorism Designations; Issuance of Counter Terrorism General License", 26 [2] OFAC, agosto 2026 [3] Banca Etica, settembre 2026 "Autistici/Inventati: ... valutazioni per scongiurare la chiusura del conto corrente", 1 [4] OFAC, FAQ 812, Executive Order 13224 e foreign financial institutions [5] OFAC, Counter Terrorism Sanctions – Global Terrorism Sanctions Regulations, 31 CFR Part 594 [6] Banca Etica, FAQ "Qual è il codice BIC/SWIFT di Banca Etica?" Correspondent Bank – BPER indicata come [7] BPER Banca, Standard Settlement Instructions for Commercial Payments – USD via JPMorgan New York; EUR via TARGET EBA [8] Banca Etica, Carta di debito International per imprese e organizzazioni – circuito Visa e gestione Nexi [9] Visa Core Rules and Visa Product and Service Rules – Compliance with Sanctions Screening [10] Corte di giustizia dell'Unione europea, C-81/24, Jenec, comunicato stampa n. 84/26, 11 giugno 2026 [11] OFAC, Enforcement Release – Swedbank Latvia, 20 giugno 2023 [12] U.S. Department of the Treasury, settlement UniCredit Group, 15 aprile 2019[13] U.S. Department of Justice, Commerzbank AG admits sanctions and Bank Secrecy violations, 12 marzo 2015 "Treasury Labels Bank Providing Financial Services to Hizballah [14] U.S. Department of Justice, BNP Paribas – guilty plea for Sudanese, Iranian and Cuban sanctions violations, 30 giugno 2014 [15] U.S. Department of the Treasury, as SDGT", Jammal Trust Bank, 29 agosto 2019 [16] OFAC, FAQ 209 – Bank of Kunlun e correspondent accounts negli Stati Uniti [17] Autistici/Inventati, comunicato "Banca Etica limita l'operatività del conto dell'Associazione AI ODV", 2 settembre 2026 [18] Altreconomia, 19 settembre 202 "Le sanzioni contro Francesca Albanese e l'occasione persa dalle banche italiane", "Authorizing the Wind Down of Transactions [19] OFAC, Counter Terrorism General License 36, Involving Autistici Inventati", 26 agosto 2026 [20] Tribunale di Monza, Sez. I civile, ordinanza 14 aprile 2025, R.G. 1729/2025 [21] Tribunale di Monza, vicenda processuale e ordinanza di attuazione dell'8 settembre 2025, testo pubblicato da LexCED [22] Tribunale di Monza, ordinanza collegiale 30 ottobre 2025, R.G. 6197/2025, testo pubblicato da LexCED [23] Banca d’Italia, Unità di Informazione Finanziaria per l'Italia, Comunicazioni sanzioni finanziarie [24] European Commission. Extraterritoriality (Blocking statute). Protecting EU operators, reinforcing European strategic autonomy. [25] OFAC Consolidated Frequently Asked Questions 
September 5, 2026
Radio Onda Rossa
[2026-09-05] RENOIZE 2026: Corteo @ Porta San Paolo
RENOIZE 2026: CORTEO Porta San Paolo - Piazzale Ostiense, Roma (sabato, 5 settembre 17:00) CONTRO GUERRA, DISUMANITÀ E RIARMO. COSTRUIAMO COMUNITÀ RESISTENTI > «Mi chiamo Renato Biagetti e a me i fascisti non hanno mai fatto paura. > Nemmeno quando mi hanno ucciso. Quelli che mi fanno paura sono quelli che non > dicono nulla, non vedono nulla, non sanno nulla.» Sono passati 20 anni dall’omicidio di Renato, per questo sabato 5 settembre sarà corteo antifascista! 20 anni in cui la storia di Renato e del suo omicidio ha incontrato tante altre storie. 20 anni per rinnovare l’impegno antifascista e mantenere acceso il fuoco della memoria in ogni territorio. Un ingranaggio collettivo, in cui tutte, come radici rizomatiche, siamo connesse e generiamo la forza di quel meccanismo chiamato Resistenza. Per Renato, Carlo e Dax. Per Fabrizio Ceruso, Valerio Verbano, Roberto Scialabba, Ivo Zini. Per Carlos, Clement e Pavlos. Per la Palestina che Resiste a genocidio e apartheid. Per i territori, i quartieri, i comitati, le case occupate, gli spazi liberati, che Resistono alla devastazione e al saccheggio del sistema capitalista. Per Resistere insieme contro il regime di guerra e il riarmo. Perché il mondo è di chi si muove e dobbiamo Resistere alla barbarie razzista. Perché vogliamo una città pubblica e comune, dal basso, transfemminista, che si autorganizza e si difende. Perché ognunə di noi deve dare qualcosa in modo che alcunə di noi non siano costrettə a dare tutto. E per questo Resistere insieme, come partigianə di ieri e di oggi, alla criminalizzazione dell’antifascismo, qui e ovunque. PER CONTINUARE A DESIDERARE E COSTRUIRE UN MONDO DOVE SEMPLICEMENTE IL FASCISMO NON SIA PREVISTO. SEMPRE CON LA STESSA RABBIA, SEMPRE CON IMMUTATO AMORE. ❤️‍🔥 𝗥𝗲𝗻𝗼𝗶𝘇𝗲 𝟮𝟬𝟬𝟲 - 𝟮𝟬𝟮𝟲 20 anni di Rabbia e Amore 20 anni per Realizzare Sogni 20 anni per Resistere 20 anni contro ogni fascismo 𝟮𝟳 𝗔𝗴𝗼𝘀𝘁𝗼 • 𝗙𝗼𝗰𝗲𝗻𝗲 𝟯_𝟰 𝗦𝗲𝘁𝘁𝗲𝗺𝗯𝗿𝗲 • 𝗔𝗰𝗿𝗼𝗯𝗮𝘅 𝟱 𝗦𝗲𝘁𝘁𝗲𝗺𝗯𝗿𝗲 • 𝗖𝗼𝗿𝘁𝗲𝗼 + 𝗣𝗮𝗿𝗰𝗼 𝗦𝗰𝗵𝘂𝘀𝘁𝗲𝗿 LINK AL PROGRAMMA ♡ Venti di Renato. Una comunitá che da quel giorno si muove per essere tempesta e soffiare via ogni forma fascismo. Perché non accada mai piú! Perché abbiamo scelto di stare dalla parte giusta della storia. Quella della Vita e della Libertá per tuttə. Renoize sarà ancora una volta Festival Antifà, il posto dove esserci tuttə. Un ventennale che non sará una celebrazione, ma costruzione, il passo sicuro di un cammino collettivo...Con Renato nel ♡
September 5, 2026
Gancio de Roma
«Amare oltre». Stefania Zuccari e i vent’anni dopo Renato
A casa di Stefania Zuccari la conversazione procede per ritorni. Una domanda su Renato porta alle Madres de Plaza de Mayo, da lì alle donne incontrate in Palestina, poi a una scuola romana, a un processo seguito molti anni fa, a una telefonata, a un concerto. Il 27 agosto 2006 resta il punto dal quale queste storie continuano a partire, ma vent’anni hanno moltiplicato persone, luoghi e relazioni. Stefania se ne accorge soprattutto guardando chi allora era troppo piccolo per ricordare o doveva ancora nascere. Pensa alle cugine di Renato, che nel 2006 erano neonate o stavano per venire al mondo e che oggi, ormai ventenni, partecipano agli appuntamenti di Focene. La definisce «una grande gioia». La memoria ha raggiunto persone che Renato non lo hanno conosciuto e che, negli anni, hanno scelto di farsene carico. È qualcosa che Stefania aveva già intravisto tempo fa, quando nelle iniziative per il quindicesimo anniversario aveva riconosciuto nei figli e nelle figlie dei compagni la continuità di quella storia. Oggi quel passaggio generazionale è diventato concreto. SE ATTECCHISCE UN FIORE Le scuole occupano un posto particolare nel racconto di Stefania, che per anni ha attraversato licei, università e assemblee per parlare di Renato, del fascismo e della violenza. Ricorda un ragazzo che, durante uno di quegli incontri, le rivolse una domanda apparentemente semplice: come si fa a capire se un’idea è buona oppure cattiva? Stefania rispose partendo da ciò in cui credeva anche suo figlio: l’inclusione, la dignità del vivere, la cura, un mondo senza barriere e frontiere. Dall’altra parte collocava le guerre, le armi, le discriminazioni e le disuguaglianze. Anni dopo quel ragazzo le disse di essere cresciuto portandosi dietro quelle parole. È il metro con cui Stefania misura la forza di questi incontri. «Ho sempre detto che se anche un solo fiore attecchisce e germoglia, allora ne vale la pena». Il rapporto con le generazioni più giovani passa attraverso episodi di questo tipo, nei quali il ricordo di Renato esce dalla cerchia di chi lo ha conosciuto e diventa una domanda rivolta a persone nate anni dopo la sua morte. Del figlio Stefania vorrebbe restasse soprattutto un modo di stare al mondo. Lo descrive come gioioso, curioso, legato alla musica, capace di incontrare le persone con apertura; ne ricorda l’avversione per la guerra e per tutto ciò che separa gli esseri umani. Vent’anni dopo, quell’immagine continua a passare attraverso le persone incontrate, nei racconti degli amici e dei compagni – che Stefania chiama figli e figlie – e nelle storie condivise con altre madri. «CREARE IL BELLO» Il primo gesto che Stefania ricorda, quando torna alle ore successive all’omicidio, riguarda una scelta. Racconta l’arrivo in ospedale, la percezione immediata che Renato fosse morto e la sensazione di essere stata investita, in quel momento, da una responsabilità. Di fronte al corpo del figlio chiese a Dario, il fratello di Renato, di farle una promessa. «Gli dissi che da lì non mi sarei mossa finché non mi avesse giurato che non sarebbe passato sangue sul sangue di Renato, perché quel sangue era mio e me lo riprendevo io». Nei giorni successivi quella scelta prese una forma concreta. Stefania parlò ai compagni e alle compagne di Renato e indicò nella musica il modo in cui avrebbe voluto ricordare suo figlio. «Ricordatelo con la musica. Renato è la musica. La musica è cultura e attraverso di essa si possono veicolare tanti messaggi». Da lì nasce il percorso che porterà a Renoize, il festival organizzato ogni anno in memoria di Renato e arrivato nel 2026 al ventennale. Il nome era già quello scelto da Renato stesso per il proprio progetto musicale; lavorava come tecnico del suono e aveva approfondito la costruzione di casse e strumentazione, mentre insieme ad altri amici immaginava uno spazio dedicato alla produzione musicale. A distanza di vent’anni, Stefania dice che ciò che è nato dopo quel 27 agosto a Focene corrisponde, in buona parte, a ciò che aveva desiderato fin dall’inizio. «Non volevo che la morte di Renato diventasse dimenticanza, cimitero, buio. Volevo che continuasse a esserci luce intorno a lui». Quando le chiedo se la quantità di iniziative nate negli anni l’abbia sorpresa, risponde di no. La direzione era quella che aveva immaginato e voluto, anche se allora era impossibile prevederne le dimensioni. Nel suo racconto torna una frase che contiene quasi interamente quella scelta. «Avevo capito che se fossi rimasta piena di odio e di vendetta, non avrei creato nulla per mio figlio. L’odio distrugge, è un sentimento mortifero. Io dovevo creare il bello». LE MADRI Pochi mesi dopo l’assassinio di Renato nasce il Comitato Madri per Roma Città Aperta. Stefania racconta di averlo immaginato durante uno dei sit-in organizzati per chiedere che venisse riconosciuta la verità sull’omicidio. Scelse una forma composta da donne. Nel modo in cui ne parla oggi, quella decisione ha una radice precisa: la maternità come esperienza capace di opporsi alla logica della morte. Da Roma, il percorso delle Madri ha cominciato presto a incontrare altre esperienze. Il rapporto con le Madres de Plaza de Mayo ha portato Stefania e le altre donne del Comitato fino in Argentina; nel 2017 le due realtà si incontrarono a Buenos Aires e l’anno successivo Nora Cortiñas, tra le fondatrici della Línea Fundadora, arrivò a Roma. Stefania ricorda soprattutto la fierezza delle donne incontrate. «Non figure pietose, ma orgogliose, resistenti, piene di luce». Nel corso degli anni quella rete si è estesa ad altre madri e ad altre storie. Un viaggio in Palestina, organizzato dalle donne del Comitato prima della pandemia, occupa ancora un posto importante nei suoi ricordi. Gli incontri con le famiglie, ma soprattutto con le donne palestinesi, la vita quotidiana sotto occupazione, la possibilità di entrare in luoghi che altrimenti avrebbe conosciuto soltanto da lontano. Quando le chiedo che cosa accomuni esperienze tanto lontane tra loro, Stefania riconduce tutto a un sentimento di appartenenza. «È la fierezza di non aver ceduto, di non aver lasciato che il tempo coprisse tutto. Sono donne che hanno scelto di esporsi, di esserci e di continuare a camminare. Per me tutto questo significa sentire che quella storia ti appartiene e scegliere di portarla avanti». Tuttavia, Stefania tiene a segnare le distanze tra esperienze che hanno avuto condizioni, storie e dimensioni differenti. Non paragona la propria vita a quella di una madre che vive quotidianamente a Gaza. Cerca altrove il punto di contatto. Ciò che accomuna esperienze così diverse è il passaggio da una ferita privata a una scelta pubblica, capace di tradursi in una forma concreta di azione. È così che descrive anche le donne che hanno accompagnato il Comitato in questi vent’anni, molte delle quali erano madri di amici e compagni dei suoi figli. «C’era la voglia di stare insieme, di abbracciarsi. È questo che caratterizza queste donne: la capacità di accogliere, di fare spazio, di tenere vicine le persone». * * LA VERITÀ Nei giorni e nei mesi dopo la morte di Renato, Stefania sentì di dover combattere contro la rappresentazione della «rissa fra balordi», perché quella formula cancellava ciò che lei e la comunità intorno a Renato riconoscevano come la natura fascista dell’aggressione. Vent’anni dopo, alla domanda se la società italiana sia diventata più capace di riconoscere la violenza fascista, risponde senza esitazione. «La situazione è peggiorata». Parla della deriva identitaria che incontra anche nelle conversazioni quotidiane, del razzismo espresso con naturalezza, della difficoltà di confrontarsi con persone che discutono di spiritualità, energia o dignità della vita e mantengono allo stesso tempo pregiudizi verso migranti e stranieri. È una contraddizione che continua a sorprenderla. La sua esperienza della violenza politica, intanto, ha incrociato molte altre famiglie. Negli anni Stefania ha seguito processi e iniziative legate ad altri omicidi, da Carlo Giuliani a Federico Aldrovandi, incontrando madri e padri che avevano dovuto lottare perché la storia dei propri figli venisse raccontata senza essere deformata. Ricorda in particolare i viaggi a Ferrara per il processo Aldrovandi. «Lì ho vissuto proprio il male, la violenza del male, e il tentativo di farla passare come normalità. È lì che ho capito perfino meglio che cosa avessero fatto a mio figlio». Andare ai processi, osservare le carte, vedere le fotografie e ascoltare le testimonianze diventò per lei un modo di capire ciò che, nei primi mesi dopo la morte di Renato, il dolore aveva reso quasi impossibile guardare direttamente. Quello stesso bisogno la portò, durante il procedimento contro uno dei responsabili dell’omicidio, a fissare a lungo il ragazzo seduto sulla panca di fronte. «Il mio avvocato mi disse: perché continui a guardarlo? Ma io dovevo guardare fino all’ultimo, vedere se da qualche parte riusciva a venir fuori almeno un “mi dispiace”». Quel segno, racconta Stefania, non arrivò mai. La scelta di rifiutare la vendetta, in questo senso, non ha mai coinciso con l’assoluzione di chi aveva ucciso suo figlio. Stefania distingue con nettezza le due cose. La decisione di non rispondere alla violenza con altra violenza riguardava ciò che lei e la comunità avrebbero costruito da quel momento in poi. «Non si è portato dietro una scia di odio, di violenza, di sangue, di ritorsioni. Da un episodio come questo sono nate invece manifestazioni vitali». FARE, FARE, FARE Quando la domanda si sposta da ciò che Renato ha lasciato agli altri a ciò che questi vent’anni hanno lasciato a lei, Stefania impiega qualche secondo prima di rispondere. Poi parla del tempo. «Non c’è un momento della mia vita in cui il pensiero di mio figlio non sia presente. E insieme a quel pensiero c’è sempre stata la volontà di non cedere, di andare avanti, di fare, perché sapevo che la sua vita non poteva passare in sordina. C’erano i suoi pensieri, i suoi sogni, quello che avrebbe voluto dal Paese in cui viveva. È stata questa, per vent’anni, la spinta: fare, fare, fare». Alla domanda su cosa direbbe oggi alla Stefania del 27 agosto 2006, si ferma e sembra guardarla da lontano. Poi abbassa la voce, quasi volesse avvicinarsi a quella donna di vent’anni fa e sussurrarle all’orecchio. «Sei stata brava. Sei stata resistente». «L’UNIVERSO RISPONDE» Negli ultimi anni Stefania ha cominciato a mettere per iscritto una parte della propria esperienza che per molto tempo aveva condiviso soprattutto in una dimensione privata. Il libro si intitola Gli occhi di Renato. L’universo risponde, è pubblicato da Red Star Press e raccoglie il modo in cui, dopo la morte del figlio, ha interpretato una serie di esperienze, immagini, scritture e percezioni come forme di comunicazione con lui. Me ne parla con la stessa naturalezza che ha accompagnato le ore precedenti di conversazione, tra ricordi, risate, qualche sigaretta, il racconto di manifestazioni e viaggi. Tiene però a precisare il terreno su cui colloca questa parte della propria vita. «Non c’entrano la Chiesa o le religioni. Per me c’entra l’energia, l’essenza del vivere». Sono convinzioni personali, attraverso le quali Stefania ha dato un significato a esperienze vissute dopo il 2006 e che considera parte del modo in cui è riuscita ad attraversare il dolore e la perdita. Racconta di aver iniziato a scrivere, di essersi avvicinata a gruppi di studio e di aver trovato in questa ricerca un’altra forma di continuità con Renato. La spiritualità, però, nel suo racconto torna sempre nello stesso luogo da cui erano partiti Renoize, le Madri, le scuole e i viaggi. L’idea è che il dolore possa produrre qualcosa che continui a vivere. A un certo punto Stefania mi legge alcune righe del libro. Poi si ferma, alza gli occhi dalla pagina, mi guarda e sorride per qualche secondo prima di riprendere a parlare. «Devi riuscire ad amare oltre. Non è facile, lo so, ma deve essere talmente grande l’amore da riuscire ad andare oltre». Immagini di Daniele Napolitano L'articolo «Amare oltre». Stefania Zuccari e i vent’anni dopo Renato proviene da DINAMOpress.
September 3, 2026
DINAMOpress
Erre Push: «Per fare antifascismo non basta una cosa sola. Serve tutto»
Vent’anni dopo l’assassinio di Renato Biagetti, il suo ricordo passa ancora attraverso musica, fumetti, incontri, feste e libri. Erre Push segue questa storia fin dai primi anni. Nel 2007 ha realizzato con Zerocalcare La politica non c’entra niente. Dieci anni dopo è arrivato Prossima fermata. Una storia per Renato, pubblicato nel 2016 all’interno della campagna Io non dimentico e oggi rieditato insieme a Cronache Ribelli e Tekio Kairos. Nel 2026 Storie per Renato. Speciale Antifa!nzine allarga ancora il progetto: tante pagine di fumetti, illustrazioni e testi di decine di autori e autrici, costruite attorno alla memoria di Renato e ai linguaggi dell’antifascismo contemporaneo. Il punto di partenza è Renato stesso. La persona che era, prima che la sua morte lo trasformasse in un nome pubblico: «Abbiamo sempre cercato di evitare la retorica e di non trasformare Renato in una figura mitica, in una specie di eroe». Da questa scelta prende forma il racconto. Renato resta dentro la sua vita quotidiana, nelle relazioni, nei luoghi e nelle persone che lo hanno conosciuto. «Era una persona normalissima. Quello che gli è successo poteva capitare a chiunque di noi, politicizzato o meno, militante o meno». La memoria, in questi vent’anni, ha preso forme molto diverse. I fumetti rappresentano una parte di questo percorso. La musica, Renoize, gli appuntamenti a Focene e le iniziative pubbliche hanno costruito altri spazi di elaborazione. Erre descrive questa pratica come un modo per tenere vivo il ricordo attraverso esperienze condivise, lontano da una memoria «asfittica, sterile e retorica». DOVE TUTTO È POTUTO SUCCEDERE Fin dai primi lavori dedicati a Renato, Erre Push e Zerocalcare hanno spostato lo sguardo sul clima in cui maturò l’omicidio. «Non abbiamo costruito le storie intorno alla figura di Renato. Ci interessava raccontare il contesto che aveva reso possibile tutto questo». Quel contesto comprende la crescita delle organizzazioni neofasciste, le aggressioni, gli assalti ai centri sociali, la diffusione di linguaggi razzisti e la progressiva legittimazione pubblica di certe culture politiche. Un «contesto fascistoide», dice Erre, capace di costruire un terreno favorevole alla violenza. Prossima fermata racconta una violenza che cresce nella quotidianità. Le aggressioni hanno un contesto, una storia e una rete di responsabilità. L’indifferenza occupa un posto preciso in questa catena. Per Erre, la responsabilità politica di chi “guarda e lascia correre” accompagna da sempre la violenza pubblica. Oggi assume un peso maggiore per la quantità di immagini e testimonianze a disposizione. «Viviamo un genocidio in diretta e vediamo, attraverso i video, la repressione e le violenze della polizia mentre accadono. Abbiamo davanti agli occhi prove immediate di ciò che sta succedendo. In qualche modo non abbiamo più scusanti per essere indifferenti». > Il nodo resta la capacità di riconoscere il processo che precede l’atto. «Una > violenza fascista che emerge dentro la quotidianità non viene dal nulla». È lo stesso principio che guidava La politica non c’entra niente, una breve storia romanzata che denunciava la crescita dei gruppi neofascisti collegandola a una catena di responsabilità politiche e culturali. Erre richiama gli anni dei governi Berlusconi, lo sdoganamento delle forze postfasciste e il rafforzamento di gruppi come CasaPound e Forza Nuova. Da quel livello istituzionale, sottolinea, certi discorsi scendono nella società, circolano, per poi essere interiorizzati. Il passaggio successivo riguarda le persone che trasformano quei discorsi in violenza, in un atto concreto. UNA MEMORIA COSTRUITA DA MOLTE VOCI Il racconto pubblico della morte di Renato diventò immediatamente un terreno di conflitto. Erre ne ricorda i giorni successivi e la necessità, per la comunità che circondava Renato, di reagire alla rappresentazione della «rissa fra balordi». «In quei giorni ristabilire la verità è stato necessario, fondamentale. Tutt’altro che semplice». La formula della rissa cancellava la natura politica dell’aggressione e la inseriva dentro una cronaca priva di contesto. La stessa dinamica, ricorda Erre, aveva accompagnato altri episodi avvenuti a Roma. Le aggressioni venivano spesso ridotte a scontri tra gruppi, conflitti personali, episodi di ordine pubblico. Per la comunità di Renato, definire quella morte un assassinio fascista significava costruire una verità pubblica capace di nominare il contesto e le responsabilità. Erre chiarisce anche il rapporto con la dimensione giudiziaria. > «Non cercavamo vendetta contro quei due miserabili che hanno ucciso Renato, > anche per tenere fede a una promessa che abbiamo mantenuto nel tempo. Quello > che volevamo era ristabilire con forza la verità e dire chiaramente che si era > trattato di un’aggressione fascista». La dimensione collettiva era già presente in Prossima fermata. Il volume raccoglieva le parole di amici, amiche, compagne, compagni e familiari di Renato. La pubblicazione offrì a diverse persone uno spazio pubblico per raccontare ricordi, esperienze e un dolore ancora difficile da esporre pubblicamente. Tra le molteplici voci, c’era quella di Laura, presente la notte dell’aggressione. «Rendere pubblico quel dolore è stato difficile, ma necessario» conclude Erre. Con Storie per Renato questa impostazione assume una forma ancora più stratificata. Il volume coinvolge realtà dell’editoria indipendente, illustratori, illustratrici e autori con percorsi e sensibilità eterogenee.  Gli artisti coinvolti hanno affrontato il lavoro da prospettive autonome. Alcuni hanno lavorato sul tema della polizia, altri direttamente sulla figura di Renato, altri ancora hanno costruito storie attorno all’antifascismo. Questa pluralità permette alla memoria di passare da una generazione all’altra senza irrigidirsi in una forma unica. Erre parla di una «catena di memoria», in cui chi ha vissuto direttamente quegli anni mette in circolo racconti, immagini e strumenti che possono arrivare a chi quella storia la incontra oggi per la prima volta. Le scuole hanno un ruolo centrale in questo passaggio, perché sono uno dei luoghi in cui questi racconti possono diventare conoscenza, confronto e presa di posizione. Il problema, allora, diventa come far arrivare quella storia a chi viene dopo, soprattutto ai più giovani. Nel 2007 Erre e Zerocalcare scelgono il fumetto perché consente di tenere insieme immagini, racconto e contesto politico in una forma immediata. È anche il linguaggio che conoscono meglio. «Io e Michele facciamo questo mestiere. Avevamo gli strumenti per raccontare la storia di Renato in questo modo». Quella scelta ha continuato a funzionare negli anni proprio perché ha cambiato forma. Storie per Renato coinvolge artisti con percorsi diversi, molti dei quali estranei agli ambienti militanti tradizionali. La posizione antifascista resta comune, mentre il linguaggio visivo cambia da autore ad autore. Per Erre questa varietà ha un valore politico preciso. «Affrontare l’antifascismo da punti di vista diversi aiuta anche a rinnovarne il linguaggio, che negli ambienti militanti è rimasto spesso troppo uguale a se stesso». «NON BASTA NIENTE, SERVE TUTTO» Sul piano delle pratiche, Erre rifiuta l’idea di una formula unica. La forza dell’antifascismo, nella sua lettura, nasce dalla combinazione di strumenti diversi: produzione culturale, presenza nelle strade, organizzazione politica, comunicazione, collettivi, letture, incontri, musica. «Per fare antifascismo non basta una cosa sola. Non basta un fumetto o un libro, non basta leggere, non basta fare una scritta sul muro, non basta stare sulle strade, non basta formare un collettivo. Non basta niente, serve tutto». Usa una parola importante: attitudine. «Dobbiamo creare e diffondere un’attitudine antifascista, imparare a riconoscere il problema e intervenire subito, senza far finta che non esista». > Anche il linguaggio richiede movimento e la ricerca di forme nuove che > sappiano parlare a persone ed esperienze differenti, soprattutto quando il > confronto riguarda le nuove generazioni, che rappresentano uno dei terreni > principali su cui questa ricerca si misura. Erre sposta l’attenzione dall’idea di educare i giovani alla necessità di ascoltarli, riconoscendo che chi ha attraversato stagioni politiche precedenti può trasmettere esperienze e strumenti, mentre le generazioni più giovani portano esigenze, codici e linguaggi che chiedono di essere compresi. «Forse i giovani hanno meno bisogno di essere guidati di quanto pensiamo. Se li ascoltiamo e proviamo a capire le loro esigenze e i loro linguaggi, possiamo imparare qualcosa anche noi». IL SORRISO DI RENATO Alla fine del racconto, Erre torna a un ricordo personale. Conobbe Renato al Cinodromo, dove giocarono insieme qualche torneo di calcetto. Di lui conserva soprattutto un’impressione. «Non credo di romanticizzare, ma ho questo ricordo: lui era un buono. E quel sorriso bellissimo, in fondo, non mentiva. C’è un episodio che gli amici di Renato ricordano spesso: una giorno, un ragazzo lo ferì tirandogli un posacenere in testa e lui calmò gli altri, dicendo di non preoccuparsi perché non era successo niente di grave. Lo racconto perché rende bene l’idea di come fosse Renato ed è una cosa che gli amici che lo conoscevano da sempre hanno ribadito tante volte». Dentro questi ricordi torna l’immagine da cui era partito tutto il discorso. Un’impressione rimasta intatta nel tempo di una persona lontana dalla violenza, legata ai luoghi, agli amici e alla musica che hanno segnato la sua vita. «Ho sempre avuto la sensazione che Renato non avrebbe mai potuto fare del male a nessuno. Ecco, questa cosa me la porto sempre un po’ dentro». Immagine di copertina di Daniele Napolitano Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Erre Push: «Per fare antifascismo non basta una cosa sola. Serve tutto» proviene da DINAMOpress.
September 2, 2026
DINAMOpress
L’avanzata atlantica del neofascismo@1
In vista delle elezioni midterm, facciamo una cronologia ragionata e non esaustiva del trumpismo e dei legami che si saldano tra Stati, capitale e movimenti neonazisti. Maccartismo 2.0, criminalizzazione delle lotte sociali, dell’antifascismo, della solidarietà alla Palestina, attacchi alle infrastrutture di comunicazione libere e fuori dalle logiche di mercato, pesanti ingerenze nella politica estera, sanzioni, dazi e altre forme di violenza economica… tutto questo e molto altro nel primo anno e mezzo del secondo mandato di Trump! (e in Europa non va meglio) Con un compagno del comitato antirep di Milano facciamo il punto dei vari filoni del processo per i “fatti di Budapest”, lanciamo gli appuntamenti delle prossime settimane in solidarietà a tuttx lx antifa e per la difesa delle lotte sociali. Per Maja, contro l’estradizione di Gino e Zaid, free all antifas! Assemblea nazionale 5 settembre h. 11 @ Acrobax Chiudiamo con alcune notizie sulla repressione del fronte interno statunitense. Citati nella puntata: Anti-Antifa, il summit di Rubio globalizza la psicosi degli Usa – Il Manifesto Assemblea nazionale FREE ALL ANTIFAS – 5 settembre 2026 a Roma No all’estradizione di Gino! Free all antifas! – Radio Blackout
September 2, 2026
Radio Blackout - Info
L’avanzata atlantica del neofascismo@2
In vista delle elezioni midterm, facciamo una cronologia ragionata e non esaustiva del trumpismo e dei legami che si saldano tra Stati, capitale e movimenti neonazisti. Maccartismo 2.0, criminalizzazione delle lotte sociali, dell’antifascismo, della solidarietà alla Palestina, attacchi alle infrastrutture di comunicazione libere e fuori dalle logiche di mercato, pesanti ingerenze nella politica estera, sanzioni, dazi e altre forme di violenza economica… tutto questo e molto altro nel primo anno e mezzo del secondo mandato di Trump! (e in Europa non va meglio) Con un compagno del comitato antirep di Milano facciamo il punto dei vari filoni del processo per i “fatti di Budapest”, lanciamo gli appuntamenti delle prossime settimane in solidarietà a tuttx lx antifa e per la difesa delle lotte sociali. Per Maja, contro l’estradizione di Gino e Zaid, free all antifas! Assemblea nazionale 5 settembre h. 11 @ Acrobax Chiudiamo con alcune notizie sulla repressione del fronte interno statunitense. Citati nella puntata: Anti-Antifa, il summit di Rubio globalizza la psicosi degli Usa – Il Manifesto Assemblea nazionale FREE ALL ANTIFAS – 5 settembre 2026 a Roma No all’estradizione di Gino! Free all antifas! – Radio Blackout
September 2, 2026
Radio Blackout - Info
L’avanzata atlantica del neofascismo@0
In vista delle elezioni midterm, facciamo una cronologia ragionata e non esaustiva del trumpismo e dei legami che si saldano tra Stati, capitale e movimenti neonazisti. Maccartismo 2.0, criminalizzazione delle lotte sociali, dell’antifascismo, della solidarietà alla Palestina, attacchi alle infrastrutture di comunicazione libere e fuori dalle logiche di mercato, pesanti ingerenze nella politica estera, sanzioni, dazi e altre forme di violenza economica… tutto questo e molto altro nel primo anno e mezzo del secondo mandato di Trump! (e in Europa non va meglio) Con un compagno del comitato antirep di Milano facciamo il punto dei vari filoni del processo per i “fatti di Budapest”, lanciamo gli appuntamenti delle prossime settimane in solidarietà a tuttx lx antifa e per la difesa delle lotte sociali. Per Maja, contro l’estradizione di Gino e Zaid, free all antifas! Assemblea nazionale 5 settembre h. 11 @ Acrobax Chiudiamo con alcune notizie sulla repressione del fronte interno statunitense. Citati nella puntata: Anti-Antifa, il summit di Rubio globalizza la psicosi degli Usa – Il Manifesto Assemblea nazionale FREE ALL ANTIFAS – 5 settembre 2026 a Roma No all’estradizione di Gino! Free all antifas! – Radio Blackout
September 2, 2026
Radio Blackout - Info
L’avanzata atlantica del neofascismo
In vista delle elezioni midterm, facciamo una cronologia ragionata e non esaustiva del trumpismo e dei legami che si saldano tra Stati, capitale e movimenti neonazisti. Maccartismo 2.0, criminalizzazione delle lotte sociali, dell’antifascismo, della solidarietà alla Palestina, attacchi alle infrastrutture di comunicazione libere e fuori dalle logiche di mercato, pesanti ingerenze nella politica estera, sanzioni, dazi e altre forme di violenza economica… tutto questo e molto altro nel primo anno e mezzo del secondo mandato di Trump! (e in Europa non va meglio) Con un compagno del comitato antirep di Milano facciamo il punto dei vari filoni del processo per i “fatti di Budapest”, lanciamo gli appuntamenti delle prossime settimane in solidarietà a tuttx lx antifa e per la difesa delle lotte sociali. Per Maja, contro l’estradizione di Gino e Zaid, free all antifas! Assemblea nazionale 5 settembre h. 11 @ Acrobax Chiudiamo con alcune notizie sulla repressione del fronte interno statunitense. Citati nella puntata: Anti-Antifa, il summit di Rubio globalizza la psicosi degli Usa – Il Manifesto Assemblea nazionale FREE ALL ANTIFAS – 5 settembre 2026 a Roma No all’estradizione di Gino! Free all antifas! – Radio Blackout
September 2, 2026
Radio Blackout