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A Prato non c’è spazio per i fascisti di “Remigrazione e Riconquista”
Dopo quattro anni il blocco della destra di governo si ritrova a gestire una sua prima fuga a destra all’indomani del referendum sulla giustizia, o meglio, per il controllo dell’esecutivo sulla magistratura. Il passaggio di esponenti di Lega e FdI alla nuova creatura politica di Roberto Vannacci, Futuro Nazionale, rappresenta il sintomo più attenzionato della ristrutturazione interna alla maggioranza Meloni; ma la politica non è solo cronaca di palazzo: per quanto significativa l’apertura di un’opzione sfacciatamente zemmouriana all’interno della competizione elettorale, il dissenso che più preoccupa arriva dall’esterno della competizione partitica. Infatti, il governo Meloni indaffarato sul referendum da «depoliticizzare» davanti al pericolo sconfitta, è tamponato dai gruppi della destra extra-parlamentare traditi dall’ operato del governo sull’immigrazione, accusato della non difesa dell’identità italiana e della razza latina. Con il dibattito pubblico spianato da un decennio e più di razzismo istituzionale di destre e sinistre di governo, Casapound, Rete dei Patrioti, Veneto fronte skinhead, e Brescia ai Bresciani lanciano la sfida da destra al governo con il referendum per la legge di iniziativa popolare sulle politiche di espulsione degli stranieri. Nel farlo la destra extra-parlamentare alza la posta: non più fermo dell’immigrazione ma «remigrazione», termine gentile per promuovere la deportazione delle persone straniere. Il termine remigrazione, da cui prende il nome il comitato promotore del referendum “Remigrazione e Riconquista”, è mutuato dal vocabolario delle destre radicali europee che hanno al cuore dei propri programmi politici ideologie identitarie. Qualche avvisaglia di penetrazione di termine e tematiche in Italia si è avuta con i convegni internazionali dello scorso anno a Gallarate e Livorno, a cui hanno partecipato anche esponenti politici di Fratelli d’Italia e Lega. Il mezzo attraverso cui sdoganare nazionalismo identitario e comunitarismo – ideologie da cui nasce remigrazione – nel discorso politico è la metapolitica, intesa dall’ideologo della nuova destra francese Alain De Benoist come «formazione di un atteggiamento spirituale, diffusione di una visione del mondo e trasformazione delle mentalità collettive», necessaria per fondare le basi di un’egemonia politica identitaria attraverso la quale avanzare la propria guerra di posizione ideologica e culturale. Il metodo per raggiungere l’egemonia politica da destra avanzato da De Benoist è accolto da molti gruppi identitari della destra italiana extra-parlamentare neofascista – che sono stati e sono ancora oggi campo di formazione di quadri politici dei partiti della destra di governo – alla ricerca di quello che lo studioso Massimiliano Capra Casadio definisce un «veicolo di penetrazione a livello culturale al fine d’influenzare il panorama politico e magari occuparne alcuni spazi, o come metodologia d’intervento per capovolgere i paradigmi culturali ritenuti dominanti». PERCHÉ PRATO È UN SIMBOLO Tra i gruppi ad aver adottato la prassi come fondativa c’è il gruppo neofascista pratese Etruria 14, tra i promotori della campagna sul referendum per la deportazione degli stranieri. Parte del network diffuso di associazioni neofasciste non del tutto organiche ad aree neofasciste nazionali, l’associazione culturale è stata tra le promotrici della giornata di mobilitazione nazionale del comitato Remigrazione e Riconquista a Prato. Il capoluogo della piana è stato individuato dal comitato come «città simbolo dell’immigrazione di origine cinese e che ha visto negli anni una progressiva trasformazione in Chinatown del centro Italia» che si sostiene su «un sistema di “nuovi schiavi della moda” che tutti giustamente condannano quando riferito all’import dal sud-est asiatico, ma che viene ignorato quando capita in quella che dovrebbe essere casa nostra». Un dettaglio non secondario della narrazione è il recupero delle tematiche care alla destra sociale, con la proposta politica corporativa di una «rinnovata alleanza italiana, tra imprenditori che non riescono più a contrastare la concorrenza al ribasso della Cina e lavoratori che non vogliono accontentarsi di pietire lavori in nero e salari da fame dai nuovi padroni cinesi». È qui palese l’appropriazione del campo della destra sociale ormai abbandonato dai suoi alfieri missini e acquisito come proprio dalle frange delle destre extra-istituzionali. A dare corpo alle tesi è la riproposizione dello schematismo becero della guerra tra poveri incentivata dall’immigrazione incontrollata e la sostituzione etnica promossa da supposti agenti esterni con l’ausilio dei governi progressisti. Entrambe le ipotesi sono individuate come cause della deriva depressione morale ed economica della nazione dai fascisti della destra extra-parlamentare. > Proclami dietro i quali si nascono dettagli più che sostanziali. Individuare > in Prato la sede della manifestazione nazionale identitaria è un attacco > diretto a quella classe lavoratrice multinazionale che sostiene con i propri > corpi il sistema del made in Italy e il primato di capitale europea del > tessile; farlo nel momento storico in cui questa classe operaia multinazionale > alza la testa per rivendicare i propri diritti, è un attacco sfacciatamente > fascista ai diritti conquistati dalla classe. Per di più la convocazione del raduno squadrista nella giornata del 7 marzo è un maldestro tentativo di riscrivere la storia antifascista della città, che nello stesso giorno del 1944 pagò con la deportazione di 133 operai scesi in sciopero generale il prezzo della propria libertà di disobbedire al fascismo e all’economia di guerra. I fascisti a questo giro hanno fatto male i conti: non bastano quattro tricolori e un discorso sbandierato a favore di media a far sbiadire l’orgoglio di una classe libera, operaia, antifascista. IL PROTAGONISMO DELLA CLASSE OPERAIA MULTINAZIONALE A prendere le redini dell’iniziativa è la classe operaia multinazionale stessa con il sindacato SUDD Cobas, Comitato 25 Aprile, e Collettivo di Fabbrica – lavoratori GKN, che hanno lanciato la mobilitazione antifascista nell’ambito di un’assemblea aperta. Ai margini si è mossa la mobilitazione dall’alto di partiti, sindacalismo confederale, e associazioni, che hanno fatto vani appelli istituzionali per l’annullamento della manifestazione neofascista. La coalizione sociale della classe operaia multinazionale e comitati antifascisti è promotrice di una mobilitazione diffusa. Centrale la rivendicazione del diritto a disobbedire a un apparato legislativo silente davanti allo sfruttamento padronale e dormiente negli sportelli per il rilascio dei permessi di soggiorno; l’orgoglio del proprio antifascismo di classe, mai domo davanti alle violenze squadriste nei picchetti ai cancelli delle fabbriche per ottenere la giornata lavorativa di otto ore nonostante i tentativi di criminalizzare lotte e dissenso dei vari decreti sicurezza, e, non da ultimo, del ddl antisemitismo. Rivendicazioni da cui emerge la chiarezza di chiamare la remigrazione per quella che è: deportazione di lavoratrici e lavoratori, proprio come successe quel 7 marzo 1944. Che questo sia un nuovo pezzo dell’attacco di oligarchi e governi fascisti dell’occidente alla classe operaia è cosa ormai nota, tanto da bastare a chiarire quanto vadano di pari passo svuotamento dello Stato di diritto dall’interno delle istituzioni e legittimazione politica dei gruppi neofascisti. > Di convesso, l’antifascismo istituzionale si è limitato a esprimere le proprie > preoccupazioni sulla tenuta della democratica e la difesa della Costituzione, > dimenticando nei propri proclami la volontà di esponenti del centrosinistra a > sostegno di Giani di aprire un CPR nella regione. Infuocati a parole i proclami di destra e sinistra istituzionale a ridosso della giornata del 7 marzo, sedati solo dalla comunicazione del commissario prefettizio – subentrato alla ex sindaca in quota PD Bugetti per accuse di corruzione – di autorizzare i presidi statici del comitato neofascista, della coalizione partitico-sindacale di centrosinistra, e di classe operaia multinazionale. Un contentino per accontentare tutti, per sedare eventuali battibecchi a ridosso di una campagna elettorale comunale nata già polarizzata. Sono le parole del comitato Remigrazione e Riconquista a riaccendere il dibattito, con l’accusa di negazione del diritto a manifestare da parte della «mafia antifascista», termine che va a definire sindacati e il tessuto socio-culturale toscano in cui resta forte l’identità antifascista della resistenza, a fronte della non autorizzazione del corteo da parte della Questura. * * La costruzione della mobilitazione antifascista dal basso passa anche per le risposte alle intimidazioni di istituzioni e destra locale occorse nella settimana, tutte sul fronte studentesco. È la studentessa Haji segnalata ai servizi sociali per aver partecipato alla protesta degli operai de L’Alba davanti a un negozio di Patrizia Pepe – di cui lo stabilimento pratese è fornitore – a Firenze. Alla minaccia segue la straordinaria mobilitazione cittadina. L’assemblea pubblica tenuta in una gremita piazza Santo Spirito sottratta per un pomeriggio ai turisti, vede la partecipazione di studenti, operai e solidali da tutta la piana fiorentina, uniti lì per ribadire che la partecipazione politica non è un reato. A soffiare sul fuoco ci pensa il leghista locale Claudiu Stansel, di origine rumena e sostenitore del comitato Remigrazione e Riconquista, che ha montato una polemica per un volantino distribuito presso le scuole cittadine dov’è definito «un fatto che considero estremamente grave» l’uso del termine antifascista. PER UN ANTIFASCISMO DI CLASSE E RADICALE È in questo clima che si giunge all’indomani di sabato 7 marzo. Il sindacato SUDD Cobas alza la posta indicendo uno sciopero generale del distretto pratese per la giornata del 6 marzo, a riprova che la memoria dell’antifascismo vive nella classe operaia che ne pratica i valori. Il successo dello sciopero è confermato dalla capillarità del lavoro politico nelle fabbriche della «zona economica speciale» di fatto del macrolotto, dove il sistema del chiudi e riapri fa le fortune dei marchi del made in Italy. La pratica del blocco non si ferma a produzione e circolazione delle merci, ma diventa strumento di contestazione politica dei gruppi neofascisti. La conferenza stampa indetta dal SUDD Cobas in piazza Europa afferma che dove istituzioni e coalizioni partitico-associazionistiche chiuse nei giochi di palazzo non arrivano, c’è il protagonismo della classe operaia multinazionale ad affermare l’essenza operaia e antifascista del territorio. > Lo sciopero da diffuso diventa presidio operaio-cittadino permanente per > togliere con i propri corpi il terreno sotto i piedi ai gruppi neofascisti che > vogliono «deportare il 25% dei cittadini di questa città». Nelle ore che si > susseguono il presidio si riempie di solidali e operai che accorrono al > presidio lasciando immediatamente il lavoro. Le tende e i gazebo piantati in piazza Europa, ribattezzata in piazza Europa Antifascista, ospitano durante la giornata i momenti dell’iftar comunitario e l’assemblea serale. Qui emerge il filo rosso che lega la storia degli operai scesi in sciopero generale contro l’occupazione nazifascista nel 1944 e la classe operaia multinazionale di oggi. A ricordarlo è il sindacalista dei SUDD Cobas Luca Toscano: «l’unico blocco possibile al fascismo, come ottanta anni fa, viene dai lavoratori e lavoratrici» in uno dei tanti interventi tradotti in simultanea in urdu. Dal Comitato 25 Aprile arriva un monito affinché «non possiamo ritenerci libere e liberi se non combattiamo, se non lottiamo per conservare questa libertà». La notte passa tranquilla nella fredda piazza Europa Antifascista grazie all’organizzazione di operai e solidali alternatisi in turni notturni per respingere eventuali attacchi dai fascisti accorsi da tutt’Italia. Dalle prime luci dell’alba il presidio ricomincia a essere crocevia di solidali. C’è chi porta caffè e cornetti, altri si fermano solo per due chiacchiere o per curiosità prima di andare alla commemorazione istituzionale per i 133 operai antifascisti deportati nella vicina piazza delle Carceri. Con poche ore di sonno alle spalle il presidio diventa doppio: è più che mai urgente impedire che il presidio neofascista si tenga in piazza Europa Antifascista, così com’è altrettanto necessario tenere la propria presenza fin dalle prime ore del giorno in piazza Duomo, dove il sindacato SUDD Cobas, Collettivo di Fabbrica – lavoratori GKN, e Comitato 25 Aprile, hanno indetto il presidio antifascista per il pomeriggio. I due luoghi sono altrettanto sensibili data la loro vicinanza alle principali stazioni ferroviarie. * * * * La mattinata prosegue tra il possibile sgombero del presidio di piazza Europa Antifascista e l’andirivieni di un ingente dispositivo di polizia per tutto il centro cittadino, ma l’orgoglio della classe operaia multinazionale non è soggetto a queste intimidazioni: l’urgenza di affermare il principio politico dà forza ai manifestanti. Dal presidio arrivano le prime notizie di quel che si sta raccontando sui media. Nelle piazze si ride scrollando sulle pagine instagram della stampa locale che racconta di momenti di “alta tensione” mai visti. Sulle scale della cattedrale di Santo Stefano i manifestanti leggono sulle pagine del comitato Remigrazione e Riconquista di essere parte di una rete di «poteri forti della Regione Toscana: dal presidente Eugenio Giani al vescovo di Prato, passando per ARCI, ANPI, CGIL e un pittoresco gruppo di campeggiatori “Cobas”, che hanno reclutato qualche immigrato probabilmente del tutto inconsapevole delle ragioni della scampagnata», tesi poi ripresa dal leghista Claudio Stanasel sulle pagine di Welcome to Prato – spin-off di Welcome to Favelas – «Le piazze appartengono a tutti i cittadini, non a chi prova ad appropriarsene per zittire chi la pensa diversamente. La democrazia non è una proprietà privata della sinistra. È il diritto di tutti di parlare, manifestare ed esprimersi nel rispetto delle regole.» Nella tragedia delle menzogne di social e media ci pensa l’influencer locale Zhang Keren con i suoi video a riportare l’allegria nella piazza. VECCHIE PRATICHE PER FRONTEGGIARE IL FASCISMO CONTEMPORANEO A fine mattinata arriva al presidio la notizia della prima vittoria: il presidio neofascista non si terrà né in piazza Europa, né nel centro città. A comunicarlo sono i sindacalisti del SUDD Cobas al megafono «Abbiamo una buona notizia: i fascisti oggi qui non verranno». Questa non è una semplice notizia, è l’affermazione del principio per cui le manifestazioni dei fascisti non vanno solo contestate ma impedite con l’occupazione fisiche degli spazi, con costanza e radicalità del lavoro politico; ed allo stesso tempo rottura con la pratica di un antifascismo istituzionale troppo impegnato a discostarsi moralmente con i fascisti, mentre legge dopo legge toglie agibilità politica alla classe operaia multinazionale. È dallo stesso presidio di piazza Europa Antifascista che si ribadisce il principio, espresso con riferimento alle accuse di giornalisti e classe politica locale che hanno domandato agli operai «ma la libertà degli altri a manifestare?» a cui è seguita l’unica risposta possibile da parte del sindacato SUDD Cobas: «Non esiste nessuna libertà di deportare le persone, perché fra la libertà dei fascisti di fare le deportazioni e la libertà di qualsiasi essere umano di vivere una vita degna noi sceglieremo sempre la seconda! E la difenderemo!» La seconda vittoria sta nella partecipazione alla mobilitazione. Dal camion si susseguono gli interventi di più realtà tutte unite da ideali e pratica quotidiana di un antifascismo diffuso. Interviene anche il Collettivo di Fabbrica – lavoratori GKN ribadendo il dato qualitativo, fondamentale per leggere la composizione sociale e politica della classe operaia multinazionale che nelle lotte del presente ritrova la propria storia: «più di uno di noi forse si stupisce del fatto che un operaio del distretto tessile che non è di origine italiana, che non è nato in questo paese, consideri la manifestazione fascista del 7 marzo un insulto alla propria storia, come se esistesse una storia della classe operaia italiana e una storia della classe operaia degli altri paesi. E invece no: esiste un’unica storia della classe. Il 7 marzo 1944 è la storia di chi oggi attraversa il distretto tessile con le proprie lotte, la storia della classe la fa la classe che lotta contro lo sfruttamento. E l’unica classe che non ha storia è la classe che rinuncia a lottare indipendentemente dal paese dov’è nata.» Mentre continua a essere scandito a piena voce il leitmotiv ininterrotto dal mattino precedente «Prato libera!», non si risparmiano le critiche a chi ha fatto «ironia sui 150 del SUDD Cobas – come se 150 fossero pochi – che hanno occupato da ieri sera piazza europea: il problema non è chi è che ha avuto la necessità di occupare quella piazza, il problema è dov’erano gli altri?!». Il riferimento è anche alla manifestazione del centrosinistra di piazza delle Carceri, dove si è svolto lo stantio ripetersi di interventi sulla difesa della Costituzione e i valori dell’antifascismo storico alla presenza del presidente della Regione Eugenio Giani, membri di spicco del centrosinistra regionale e locale, e sindacati confederali. Intervistato sulla manifestazione Giani ha dichiarato «Come faremmo noi oggi in Toscana senza quel 15% di persone che sono residenti ma non cittadini e che animano le nostre attività produttive, i nostri luoghi di lavoro, di formazione, di studio.», confermando il mero economicismo su cui si fonda il suo antirazzismo. Smorzati gli attriti tra le due piazze quando i manifestanti partiti da piazza Duomo sotto il ritmo dei tamburi della Brigata sonora GKN e diretti in piazza Europa Antifascista hanno incontrato il presidio istituzionale in piazza delle Carceri. Dall’altra parte della città, in una piazza Ciardi blindata dalle forze dell’ordine per garantire ai neofascisti per le deportazioni il proprio diritto di manifestare, i leader di Casapound e Veneto fronte skinhead alternano gli strali contro l’immigrazione incontrollata che porta degrado nelle città italiane al piagnisteo di chi aveva promesso di prendersi le piazze a tutti i costi e s’è ritrovato espulso dalla mobilitazione antifascista. Risultano ridicole le dichiarazioni sui social in cui si afferma che «Solo grazie al nostro senso di responsabilità non si sono creati disordini, ma ovviamente per colpa di queste connivenze e prevaricazioni tantissime persone hanno rinunciato a partecipare alla nostra manifestazione» alternate a dichiarazioni di vittoria contro «la mafia anti-fascista e imposto la Remigrazione come tematica politica anche nella “rossa” Toscana.». Che quella dei fascisti sia stata una sconfitta è ineccepibile. Far fede alle immagini della piazza piena è cadere nell’inganno ottico delle prospettive di chi riempie l’obiettivo giocando sul distanziamento sociale e fa lunghi cortei disponendosi in file di sette a distanza di minimo due metri l’una dall’altra. La giornata si è chiusa con l’iftar comunitario e un momento di convivialità. I sorrisi nella piazza hanno fatto da cornice ai cori della classe operaia multinazionale libera, operaia, antifascista. Nel poco spazio concesso al silenzio operai e solidali hanno confermato il proprio orgoglio di parte, ripromettendosi che non c’è dispositivo legale o provocazione fascista capace di farle piegare la testa. Nemmeno le pretestuose provocazioni classiste a mezzo stampa del giorno dopo da parte dei fascisti «se facevamo cinquanta chiamate a Glovo piazza Europa si sarebbe svuotata» sono bastate a piegare l’orgoglio dei rider che in piazza Europa Antifascista c’erano ma non avrebbero mai risposto alla chiamata «Perché quel giorno eravamo tutti in sciopero. Per prendervi la piazza e farvi capire che a Prato non passerete mai.» Dalle giornate di Prato emerge una pratica di convergenza che fa dell’antifascismo di classe lo strumento per delegittimare alla base le retoriche identitarie promosse dai fascisti col benestare dei padroni. La copertina e le immagini nell’articolo sono di Luca Mangiacotti SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo A Prato non c’è spazio per i fascisti di “Remigrazione e Riconquista” proviene da DINAMOpress.
March 19, 2026
DINAMOpress
[2026-03-25] NON SI SGOMBERA UN IDEA @ LOA Acrobax
NON SI SGOMBERA UN IDEA LOA Acrobax - Via della Vasca Navale 6, Rome, Metro B San Paolo (mercoledì, 25 marzo 18:30) E’ necessario parlare di “𝙣𝙤𝙞”. Un noi collettivo e cittadino che tra piazze e strade, relazioni decennali e nuove generazioni, tra quartieri distanti km e milioni di persone, costituisce una comunità vitale e un’intelligenza collettiva potentissima. Per questo vi invitiamo 𝙢𝙚𝙧𝙘𝙤𝙡𝙚𝙙ì 25 𝙢𝙖𝙧𝙯𝙤 𝙤𝙧𝙚 18.30 𝙖𝙙 𝘼𝙘𝙧𝙤𝙗𝙖𝙭 𝙥𝙚𝙧 𝙪𝙣’𝙖𝙨𝙨𝙚𝙢𝙗𝙡𝙚𝙖 𝙘𝙞𝙩𝙩𝙖𝙙𝙞𝙣𝙖 su sgomberi e minacce repressive ma, sopratutto, su possibilità, alternative e lotta. 🗣️ Per questo 𝙨𝙖𝙗𝙖𝙩𝙤 28 𝙢𝙖𝙧𝙯𝙤 𝙨𝙖𝙧𝙚𝙢𝙤 𝙞𝙣 𝙥𝙞𝙖𝙯𝙯𝙖 𝙘𝙤𝙣 𝙜𝙡𝙞 𝙀𝙦𝙪𝙞𝙥𝙖𝙜𝙜𝙞 𝙙𝙞 𝙩𝙚𝙧𝙧𝙖 𝙘𝙤𝙣𝙩𝙧𝙤 𝙡𝙖 𝙜𝙪𝙚𝙧𝙧𝙖 𝙙𝙚𝙞 𝙧𝙚 𝙚 𝙙𝙚𝙡𝙡𝙚 𝙧𝙚𝙜𝙞𝙣𝙚! 👑 Per questo vi aspettiamo 𝙙𝙤𝙢𝙚𝙣𝙞𝙘𝙖 29 𝙢𝙖𝙧𝙯𝙤 𝙥𝙚𝙧 “𝘼𝙘𝙧𝙤𝙗𝙖𝙭 𝙘𝙞𝙩𝙩à 𝙖𝙥𝙚𝙧𝙩𝙖” - una (stra)ordinaria giornata dentro e fuori dall'ex cinodromo della Capitale. 🌞 Mentre nel mondo, sopra le nostre teste, si giocano battaglie di potere e venti di guerra spirano in tutte le latitudini, il piano del governo italiano, che evidentemente ha bisogno di nemici interni per avere carte in più da giocare nella sfida elettorale, va avanti. Come se fosse un gioco di ruolo si stabiliscono gli obiettivi di quella che è una rivincita personale, ma anche una necessità: eliminare le “sacche di resistenza”, togliere di mezzo chi si permette ancora di esprimere il proprio dissenso, chi costruisce quotidianamente una alternativa e la rende possibile. QualcunƏ in questi anni l’ha definita anomalia romana, quel complesso ecosistema di spazi sociali e case occupate, associazionismo dal basso, comitati di quartiere che come piccoli(grandi)neurotrasmettitori costruiscono connessioni, generano impulsi, attivano percorsi, costruiscono possibilità per tuttɜ, in una metropoli complessa e indebitata, laddove ci sarebbe solo cemento, degrado o abbandono. In questi primi mesi dell’anno questa anomalia romana comincia ad essere messa sotto pressione, e dopo aver puntato il faro su Spin Time ed L38 e aver sgomberato ZK, ora lo spazio LOA Acrobax viene identificato come il prossimo tassello di quella guerra alle occupazioni che ha preso il via la scorsa estate con il Leoncavallo, è continuata con Askatasuna, il presidio del Pilastro di Bologna, minaccia Officina99 a Napoli e adesso punta su Roma. Articoli di giornale con illazioni su presunte indagini giudiziarie, la lista degli immobili da sgomberare (redatta dall’allora prefetto Piantedosi ora ministro dell’interno) che ricompare su giornaletti e giornalacci; influencer prezzolati che ci dedicano i loro sproloqui; giornaliste d’assalto alla ricerca di scoop che si insinuano di nascosto; pattuglie in borghese fuori dallo spazio; pressioni relative alla gestione dell’ordine pubblico in vista delle prossime mobilitazioni nazionali e della ripartenza della Global Sumud Flotilla. In questo quadro, una realtà come Acrobax, diventa di slancio una priorità da colpire. Una realtà che ha spinto e continuerà a spingere sempre in direzione ostinata e contraria al Governo neo fascista di Fratelli d’Italia. E lo facciamo con determinazione insieme a tutto quel tessuto sociale che ha riconosciuto e combatte un indirizzo nazionale e internazionale che vuole fascistizzare la società. Da Israele all’Ungheria, dall’Italia all’Argentina, fino ad arrivare agli Stati Uniti. Perché? Perché siamo contro l’economia di guerra che ci stanno imponendo. Perché? Perché siamo consapevoli della precarietà che permea il mercato del lavoro e le nostre vite; consapevoli della pressione fiscale che aumenta, erodendo sempre di più un welfare già impoverito che non permette alle nuove generazioni neanche di immaginarlo, un futuro stabile. Perché? Perché abbiamo ben presente l’idea di città che vogliamo, contro speculazioni, studentati di lusso e consumo di suolo. Perché? Perché laddove chiudono spazi noi li apriamo, spalancando orizzonti e tracciando percorsi di liberazione. Ci vogliono precariɜ perché sanno che laddove manchi un baricentro stabile la reazione è inibita, il timore di non avere il tempo cresce e la forza di immaginare altro si affievolisce, fino a spegnersi. Ma noi acrobatɜ da anni abbiamo imparato a camminare sul filo, da anni abbiamo chiaro il nostro di obiettivo che è costruire e non distruggere: costruire una comunità larga, solidale e accessibile, fatta di relazioni, di sport popolare, di musica, di cultura, di elaborazione e riflessione politica, di condivisione. Capace di trasformare, persino migliorare e supportare la vita di chi lo attraversa. Capace di mettersi in rete con altre realtà per dare corpo e sentimenti alla possibilità, oltre l’utopia, di un mondo dove il fascismo non abbia più ragion d’essere. Conosciamo il nostro valore politico e sociale. Conosciamo quello che si articola e mobilita nei differenti territori di Roma. Siamo, insieme a tante, tantissime realtà vive e attive, spazio del possibile, antidoto all’avanzata di un capitalismo mortifero, fatto di guerre e genocidio e portato avanti incondizionatamente dagli uomini bianchi eterocis che quel potere lo incarnano nel più viscido dei modi.  Siamo antidoto all’azzeramento dei diritti, antidoto alla povertà educativa e sociale la cui forbice si allarga sempre di più a discapito di quelle soggettività che occupano le fasce più basse della piramide dei diritti e dei privilegi. E in questo momento, invece di immaginare una chiusura difensiva, vogliamo rilanciare e chiamare a raccolta tutte le intelligenze, le lotte e la fantasia collettiva di questa città, non soltanto per noi ma per tuttɜ.  Perché sotto attacco non ci sono solo quattro mura, bensì un’idea di città e di vita che non si può sgomberare, né qui né altrove.  Perché la campagna elettorale non si giocherà sulla pelle dell’idea di città e di vita che quotidianamente rendiamo possibile. Perché vogliamo essere argine alla deriva in cui ci vogliono trascinare. Vogliamo essere un’esplosione infestante di forza, determinazione e bellezza.  “Non si sgombera un’idea” dicevamo qualche anno fa. E, a distanza di più di 5 anni, lo confermiamo convintamente perché avevamo e abbiamo chiara l’indicazione degli zapatisti: Niente per noi, tutto per tutti! Pensiamo che non si possa accettare di cadere unə alla volta, sarebbe ferita troppo profonda per noi stessɜ e per la nostra città. Sappiamo invece quello che ci hanno insegnato le maree: possiamo trasformare Roma, e non solo, avanzando tuttɜ insieme.
March 12, 2026
Gancio de Roma
Montanari: al Referendum ci giochiamo la democrazia
Riprendiamo l’intervento di Tomaso Montanari sulla pagina Instagram dell’ANPI nazionale. Il testo qui riprodotto ne è la trascrizione letterale. Esprimiamo tutta la nostra vicinanza a Tomaso per l’ignobile attacco di La Russa, sintomo del nervosismo serpeggiante tra le file … Leggi tutto L'articolo Montanari: al Referendum ci giochiamo la democrazia sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Lione e la propaganda dell'estrema destra (1/3: Intervista a Contreattaque)
Il 12 febbraio durante uno scontro tra fascisti e antifascista, un 23enne appartenente alla destra radicale è rimasto ferito per poi morire alcune ore dopo. Poco dopo, a diverse centinaia di metri di distanza, un gruppo composto da giovani riconducibili all’estrema destra, muniti di bastoni, torce e spray urticante, avrebbe attaccato alcuni antifascisti. La narrazione veicolata dai media ha presentare la morte di Quentin Deranque come l’esito di un’aggressione ai danni di un manifestante descritto come pacifico che aveva "poco prima difeso delle donne".  La redazione di Contrattaque, media della sinistra antagonista francese, sin dai primissimi giorni ha ricostruito e sta ricostruendo l'esatto andamento degli eventi per disarticolare la propaganda dell'estrema destra intorno a questo caso. Oltre all'intervista a una redattrice di Contreattaque, vi proponiamo altri due audio registrati la settimana scorsa con un compagno italiano che vive in Francia e un compagno francese.  
February 26, 2026
Radio Onda Rossa
Per Maja T, per Gino e per tutt … antifascismo sempre!
Mobilitiamoci per Maja T. e Gino e per tutte le persone che continuano a rESISTERE al fascismo e al nazismo Maja T., 24 anni, è detenuta in carcere a Budapest con l’accusa di aver partecipato a violenze contro militanti neonazisti a Budapest nel febbraio 2023. Estradatx dalla Germania dal giugno 2024 in modo fortemente discutibile, è da allora in isolamento e in condizioni di tortura bianca. La procura ungherese le ha recentemente offerto una sorta di “patteggiamento”: 14 anni di carcere duro in cambio di una piena confessione. In caso contrario, Maja rischia una condanna fino a 24 anni. Le sue condizioni di salute sono critiche (ha subito periodi di sciopero della fame, ricoveratx e poi riportatx in carcere) e la detenzione in isolamento risulta inaccettabile. Sottolineiamo anche i grossi rischi legati alla sua identità non binaria e queer che, nel contesto ungherese, comportano ulteriori discriminazioni e torture. È imputat nello stesso processo di Ilaria Salis in un processo in cui si fatica a provare la colpevolezza di Maja T. senza prove video definitive. Nel frattempo la pressione internazionale cresce e la sentenza dovrebbe essere emessa il 22 gennaio. Rexhino Abazaj Gino da fine novembre è detenuto nel carcere di Fresnes, in Francia in via cautelare. Per ora la sua estradizione è congelata ma mercoledì 15 gennaio si terrà una nuova udienza del processo per decidere definitivamente per la sua estradizione. “Accusato anche lui per i fatti dell’11 febbraio del 2023 a Budapest, durante le celebrazioni fasciste della giornata dell’Onore, su di lui pende un mandato di cattura europeo spiccato dall’Ungheria che chiede la sua estradizione. Se venisse consegnato all’Ungheria, Gino rischierebbe anni di carcere in condizioni contrarie ai diritti umani e sarebbe sottoposto a un processo palesemente ingiusto, con una sentenza già scritta per dare una punizione esemplare agli antifascisti.” La rete internazionale free all antifas ha chiamato a due giornate di mobilitazione per il 15 e il 22 gennaio in Europa e in Italia ci sono alcuni appuntamenti già convocati: * Roma, 15 gennaio, alle 17:00, presidio, aiuole di Piazza Galeno a pochi metri dall’Ambasciata ungherese * Venezia, 15 gennaio, alle 16:30, presidio al Consolato Ungherese * Milano, 15 gennaio, alle ore 18, presidio davanti al consolato ungherese, in via Fieno 3 (fermata Missori, M3) * Firenze, 15 gennaio, h 18, via del Leone 60, proiezione del documentario “the trials”, a seguire chiacchiera sulla detenzione di persone trans in Italia, aperitivo benefit anticarcerario * Milano, 24 gennaio, ore 18:00 da Porta Genova, arrivo a San Vittore. A quasi un anno di distanza dall’ultimo corteo cittadino contro la repressione delle antifasciste e degli antifascisti, abbiamo deciso di tornare per le strade di Milano a manifestare la nostra rabbia, determinazione e solidarietà antifascista. Nel mese di gennaio le vicende giudiziarie del processo di Budapest subiranno una brusca accelerazione: il tribunale di Parigi si pronuncerà sulla richiesta di estradizione per Zaid e Gino, a Dusseldorf inizierà il processo per Nele, Paula, Emmi, Clara, Luca e Moritz (attualmente in carcere in Germania) e il 22 gennaio è prevista la sentenza per Maja e Gabri. DISPONIBILE  SU:       RADIOSONAR.NET SI BASA SULL’AUTOFINANZIAMENTO. A CAUSA DELL’EMERGENZA LEGATA AL CORONA VIRUS LE INIZIATIVE SONO SOSPESE. SE VUOI AIUTARCI A CONTINUARE A TRASMETTERE, PUOI EFFETTUARE UNA DONAZIONE ATTRAVERSO IL NOSTRO CONTOCORRENTE O PAYPAL [CP_CONTACT_FORM_PAYPAL]
January 11, 2026
RadioSonar.Net