Pietro Secchia, «il Carnot della Resistenza»Sono passati alcuni anni quando diedi il mio esame di Scienza Politica
all’università. Un esame che consistette in una parte orale e una relazione
scritta su un tema a piacere, ispirato però ai temi della lezioni che ci tenette
lo storico Guido Panvini sull’origine e lo sviluppo della strategia della
tensione. La mia relazione trattò del mito della Resistenza tradita in Italia e
subito fui attratto dalla persona di Pietro Secchia, una figura politica
italiana di grande spessore e di cui purtroppo si sente parlare pochissimo
proprio perchè i nostri media mainstream e la nostra carta stampata nazionale –
quando parlano di comunismo italiano – preferiscono sempre parlare dei comunisti
che piacciono a tutti e spesso dei peggiori: quelli della corrente
“migliorista”, ovvero la storica ala destra del PCI che amava paradossalmente
più il “sogno americano” e il liberismo piuttosto che l’assalto al cielo.
Pietro Secchia rappresenta la figura messa al bando dalla storia della sinistra
(almeno, ai più), caduta nell’oblio del piattume culturale dei nostri giorni, ma
in realtà fu una figura estremamente popolare: uno dei padri della nostra
Repubblica, della Costituzione, uno dei massimi dirigenti della Resistenza e del
Partito Comunista Italiano di cui fu vicesegretario, deputato e senatore fino
alla morte nel 1973.
Secchia visse la sua storia politica con l’etichetta di essere un «ferreo
organizzatore», il rivoluzionario che ha sognato l’insurrezione, il combattente
che constatò fermamente che la Resistenza era stata effettivamente tradita, ma
non fu solo questo. «Le rivoluzioni non cadono dal cielo», il volume di Marco
Albeltaro, pubblicato nel 2014 da Laterza, consente di ricostruire con rigore il
percorso del leader comunista al di là dell’aura di dirigente ostile ai
“cedimenti” del Pci che ha accompagnato la sua vita politica. Secchia fu una
persona di spessore che merita riscatto. Luigi Longo lo definì «l’anima della
resistenza e dell’organizzazione antifascista in Italia» e Giorgio Amendola
esaltando il suo lavoro di instancabile organizzatore «il Carnot della
Resistenza».
Pietro Secchia nacque il 19 dicembre 1903 a Occhieppo Superiore (provincia di
Biella), primo di due figli in una famiglia operaia, il cui padre era un
militante del PSI. Secchia frequentò brillantemente il liceo classico, ma per la
sua povertà fu ben presto costretto a cercarsi un lavoro e nel 1917 fu assunto
come impiegato per poi divenire operaio in un’industria laniera.
Nel 1919 s’iscrisse alla Federazione Giovanile Socialista Italiana,
l’organizzazione giovanile del PSI, e con essa partecipò agli scioperi del
Biennio Rosso (1919-1920). Nell’agosto 1922, nel bel mezzo del suo impegno
sindacale, aderì allo sciopero contro il governo Facta e, per questo, venne
licenziato, scontrandosi insieme ai suoi compagni con un gruppo di fascisti. Nel
1921 aderì al nuovo Partito Comunista d’Italia, di cui nel 1928 divenne membro
del Comitato Centrale del PCI.
Per aver manifestato pubblicamente la sua avversione verso Benito Mussolini, fu
arrestato nell’aprile 1931 e, nel febbraio 1932, condannato a diciassette anni e
nove mesi di reclusione dal Tribunale Speciale. Sempre del 1931 viene pubblicato
a Berlino il suo volume La lotta della gioventù proletaria contro il fascismo, a
cura dell’Internazionale giovanile comunista.
Amnistiato, nel 1936 fu inviato al confino nell’isola di Ponza e poi
a Ventotene. Dopo l’arresto di Mussolini e la caduta del regime, il 19
agosto 1943 fu liberato, insieme con gli altri detenuti e confinati politici,
con un provvedimento del governo Badoglio.
Tornato in libertà, partecipò alla Resistenza entrando a far parte, con Luigi
Longo, Gian Carlo Pajetta, Giorgio Amendola e Antonio Carini, del Comando
generale delle Brigate d’assalto Garibaldi e fu autore di molti articoli
pubblicati sui giornali La nostra lotta, Il Combattente, l’Unità, raccolti
successivamente, nel 1954, nel volume I comunisti e l’insurrezione.
Pur sostenendo una politica rivoluzionaria che preparasse la prospettiva di
un’insurrezione armata, come Longo e altri partigiani comunisti, aderì
nel 1944 alla cosiddetta “svolta di Salerno” di Palmiro Togliatti, che spinse il
PCI alla collaborazione con gli altri partiti antifascisti e con le istituzioni
del Regno del Sud.
Nel febbraio del 1948, in seguito al VI Congresso Nazionale del PCI, fu eletto
Vicesegretario Generale, carica che mantenne fino al 1955.
Nel 1946 fu deputato all’Assemblea Costituente e nel 1948 fu
eletto senatore nelle file del Fronte Democratico Popolare e tale rimase fino
alla morte.
Dal 1946 al 1954 fu anche il responsabile dell’organizzazione e del settore
Propaganda del PCI. Durante la sua gestione, il PCI toccò il massimo numero di
iscritti della sua storia, superando il tetto dei due milioni, risultato mai più
raggiunto. In tale veste mantenne un certo controllo dell’intero apparato del
partito e anche di quello che gli avversari politici, in seguito, definirono il
parapartito, una presunta struttura clandestina formata da nuclei di
ex-partigiani, sospettati di essere spesso ancora in possesso delle armi non
consegnate dopo la Liberazione e pronti allo scontro armato, nell’eventualità di
un colpo di Stato di destra in chiave anticomunista. Una leggenda tra le
leggende senza prove storiche, se non nella fantasia di molti fascisti e
militanti della destra.
Secchia con Palmiro Togliatti
Internazionalista convinto, Secchia è usualmente indicato come uno dei maggiori
esponenti della “linea dura” e rivoluzionaria, che considerava la lotta armata
come possibile strumento politico: in effetti egli rappresentò quella parte
della classe dirigente del PCI che non intendeva collaborare con la Democrazia
Cristiana e le altre formazioni politiche da lui ritenute borghesi.(1)
Spesso non in linea con la politica di Togliatti e considerato, a volte, come
sua possibile alternativa, nel 1954 la sua posizione all’interno del partito si
cominciò a indebolire: fu infatti prima affiancato e poi sostituito da Giorgio
Amendola nella direzione organizzativa. Secchia e altri elementi vennero così
progressivamente emarginati, formalmente per una politica di “rinnovamento”, in
realtà per far perdere potere e influenza nel partito agli esponenti meno
propensi ad attuare politiche “riformiste” e di accomodamento. Una politica di
indebolimento del PCI che proveniva dal PCI stesso, in un momento storico in cui
vigeva la cosiddetta conventio ad excludendum, che di fatto rendeva impossibile
l’ingresso nelle coalizioni politiche dei partiti considerati dalla DC e dai
suoi alleati come “estremisti”: ovvero il PCI, che pure rappresentava larghe
masse, e il MSI, formazione di estrema destra che si rifaceva al ventennio
mussoliniano.
Il declino di Secchia fu acuito, nel luglio dello stesso anno, dalla “fuga con
la cassa” e dalla sottrazione di alcuni documenti segreti del PCI da parte di
uno dei suoi principali collaboratori, Giulio Seniga. Nel volume L’Italia del
miracolo di Indro Montanelli e Mario Cervi (editore Rizzoli, 1987, p. 293),
viene indicata la cifra di “circa un milione di dollari, 620 milioni di lire
dell’epoca”. La stessa cifra appare a pagina 106 de La caverna dei sette
ladri (Baldini&Castoldi, 1996), libro-inchiesta di Gianfranco Piazzesi.
Applicando il coefficiente di trasformazione Istat, 1954 – 2008, pari a 27,6615,
si ottiene un valore di 8,86 milioni di euro, oltre 17 miliardi di lire. In
sostanza il tramonto politico di Pietro Secchia non avvenne a causa sua, ma a
causa di Seniga il cui scandalo di corruzione colpì direttamente Secchia,
nonostante non c’entrasse nulla con il caso.
Secchia infatti fu la prima vittima del caso di corruzione di Seniga: l’episodio
segnò la sua definitiva sparizione da incarichi di rilievo nazionale e,
costretto ad abbandonare la responsabilità dell’organizzazione nazionale, venne
nominato responsabile dal 1955 all’inizio del 1957 della segreteria regionale
lombarda. Diresse successivamente, sino alla fine del 1962, l’attività
editoriale del partito.
Come scrive Marco Albeltaro in Storia di un opuscolo vero che dice il falso
(Milano, Franco Angeli, Historia Magistra: rivista di storia critica, 13, 3,
2013, p. 104): “Nel 1956 Secchia è ormai un uomo politicamente finito. Non è più
vicesegretario del partito e nemmeno responsabile dell’organizzazione; è stato
esiliato in Lombardia, a dirigere la segreteria regionale del partito come
punizione per il «mancato controllo» su Seniga. E proprio durante l’VIII
congresso Secchia non sarà più nemmeno rieletto nella direzione del partito,
sulla scia di un rinnovamento generazione che è anche l’occasione per fare i
conti con chi troppo spesso esprimeva dubbi sulle scelte politiche del
segretario”.
Una punizione evidentemente troppo severa per una persona del suo calibro
politico e culturale. Una punizione che aveva ben altro scopo, dunque: far fuori
Secchia dalla leadership del Partito, confinandolo al ruolo di funzionario tra i
tanti funzionari. Così il PCI mise all’angolo, con una punizione troppo severe
per essere tale, una delle più alte figura di calibro politico e culturale.
Secchia infatti non smise di dire la sua, nonostante l’ostracismo, e fu tra i
primi ad intuire le potenzialità dei movimenti del Sessantotto.
Nei suoi ultimi anni suggerì al PCI di aprirsi ai movimenti, che a partire dal
1968 si andavano organizzando in modo spontaneo e tumultuoso, per offrire uno
sbocco politico all’energia rivoluzionaria delle masse giovanili. Ferdinando
Dubla – in Secchia, il PCI e il ’68, Datanews, 1998, (pp.40-41) – scrive:
«la sua sconfitta politica all’interno del PCI, ha coinciso con una
divaricazione rispetto agli ideali e ai principi con cui si erano combattute le
fasi precedenti al 1954, e sempre più progressivamente: una deriva moderata,
‘revisionista’ appunto, che non era stata affatto invertita dalla segreteria
di Longo dopo la morte di Palmiro Togliatti (1964), nonostante le grandi
speranze che in lui aveva suscitato l’elezione del suo compagno più vicino negli
anni della Resistenza. Il partito è allora sì tutto, per la sua personale
connotazione politico-biografica, ma non si doveva rimanere ciechi dinanzi alla
contraddizione palese ed evidente proprio in quegli anni e che caratterizzò la
stagione comunista di fronte ai movimenti del ’68/’69: quella tra riferimento
teorico e azione politica. È evidente che proprio per queste riflessioni,
Secchia si ritrovasse in pieno con lo slancio generoso delle giovani generazioni
studentesche e in un rapporto nient’affatto paternalistico o strumentale;
inevitabile divenne un rapporto di reciproca ‘attenzione affettuosa’ tra lui,
vecchio dirigente comunista escluso dal gruppo dirigente per la tenacia con cui
contrastava la variante moderata e tatticista del togliattismo e il movimento
che cercava un legame, critico sin che si vuole, e un’identità importante con la
storia del marxismo militante in Italia.»
Negli scritti e discorsi di Secchia vi è costantemente una critica verso
posizioni settarie ed estremiste considerate velleitarie e controproducenti
Dalla fine degli anni sessanta si dedicò molto alla politica internazionale,
lottò per l’emancipazione e l’indipendenza dell’Africa:
visitò Egitto e Siria nel luglio-agosto del 1967, l’Africa
settentrionale nell’ottobre-novembre dello stesso anno; la Giordania e ancora la
Siria nel dicembre del 1969; il Sudan, l’Etiopia e la Somalia nell’ottobre
del 1971.
Nel gennaio 1972 volò in Cile, dove sostenne il governo progressista di Salvador
Allende: fu l’ultimo dirigente occidentale a visitare la nazione
latino-americana prima dell’avvento della dittatura fascista e neoliberista di
Augusto Pinochet. Al suo ritorno in Italia fu colto da una malattia che lo tenne
tra la vita e la morte per qualche mese. La natura incerta del male indusse
Secchia, sebbene non ne avesse le prove, a ritenere di essere stato avvelenato
dalla CIA. Ormai debilitato, morì nel luglio del 1973.
Autore di numerose opere storiche sul PCI, fu il curatore
degli Annali dell’Istituto Feltrinelli, dedicati alla storia del movimento
operaio italiano, e co-curatore della corposa Enciclopedia dell’Antifascismo e
della Resistenza.
Negli ultimi anni, Secchia si dedicò alla scrittura della storia dei comunisti
italiani negli anni del fascismo e della Resistenza, condividendo la critica che
i movimenti giovanili sorti all’indomani del Sessantotto muovevano alle
rappresentazioni ufficiali. Nel volume Il Partito comunista italiano e la guerra
di Liberazione 1943-1945, edito nel 1971 negli Annali, Secchia definisce la
Resistenza italiana, oltre che una “guerra di liberazione nazionale contro
l’invasore tedesco”, una “guerra civile e di classe” (2).
Nello stesso volume, Secchia critica le rappresentazioni della Resistenza come
un grande movimento a cui avrebbe partecipato tutto il popolo italiano e a cui
avrebbero contribuito in egual misura tutte le forze democratiche, affermando
con forza che il maggiore contributo giunse dal PCI quale avanguardia della
classe operaia. Inoltre, pur rimarcando la grande importanza politica e
culturale della lotta partigiana, polemizza con coloro che «sono stati spinti a
fare della Resistenza una specie di epopea mitologica e miracolosa che avrebbe
avuto la capacità di liberare l’Italia e di attuare tutto quello che le
avanguardie più coscienti desideravano od avrebbero desiderato. Sino a
dimenticare che in Italia i tedeschi furono battuti dalle divisioni
anglo-americane, che alla guerra di liberazione i partigiani portarono un
notevole e valido contributo ma non furono la forza decisiva, tant’è che
nell’Italia occupata dai tedeschi, ed anche nel Nord, l’insurrezione poté
compiersi non più di quarantotto ore prima che vi giungessero le truppe
anglo-americane» (3).
Tale interpretazione si sarebbe affermata in storiografia solo negli anni
novanta, a seguito di un dibattito sollevato dallo storico Claudio Pavone nella
seconda metà degli anni ottanta, non senza contrasti da parte di diversi
esponenti del PCI. Pavone scrisse un ottimo libro a supporto di tale tesi dal
titolo Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, edito
da Bollati Boringhieri (Torino, 1991) Ricchissimo di materiale documentario, e
forse anche frutto dell’esperienza diretta vissuta da combattente, il libro
punta per la prima volta la lente storiografica sulle motivazioni, i
comportamenti, le aspettative dei partigiani. Un’opera cardine della
storiografia, che “sdogana” la nozione di guerra civile, fino a quel momento
invalsa soltanto nella memorialistica neofascista. La Resistenza secondo Pavone
è stata una triplice guerra: patriottica contro l’invasore tedesco, civile tra
italiani fascisti e italiani antifascisti, e di classe tra rivoluzionari e
classi borghesi. Non mancarono le polemiche, ma Pavone ebbe dalla sua parte
figure antifasciste – come lui d’altronde – della statura di Vittorio Foa e
Norberto Bobbio, che aveva partecipato all’elaborazione dell’opera. Una lettura
profondamente innovativa, che non mancò di suscitare discussione nelle file del
partigianato. Ma gli argomenti usati da Pavone – e la sua specchiata biografia
di resistente – finirono per risultare più forti rispetto alle critiche. E oggi
quel suo lavoro figura come un titolo spartiacque, capace di segnare gli studi
storici e il senso comune intorno alla guerra partigiana. Le sue tesi oggi, per
nulla revisioniste, assolutamente coerenti e volte a dare più dignità alla
Resistenza, sono oggi sostenute da grandi storici come Luciano Canfora e
Alessandro Barbero. Pavone portò avanti tesi importantissime che rivoluzionarono
anche il modo di vedere l’origine della Repubblica italiana: nel libro “La
continuità dello Stato: Istituzioni e uomini”, vi sostiene la tesi della
continuità dello Stato (oggi studiata nelle università), degli apparati
burocratici e dei funzionari, nel passaggio tra il regime fascista e la
democrazia.
Tutte tesi che non sarebbero nate se non fossero partite dalle profonde analisi
politiche, sociali e culturali svolte da Pietro Secchia.
(1) Maurizio Caprara, Lavoro riservato. I cassetti segreti del PCI, Milano,
Feltrinelli, 1997
(2)(3) Il Partito comunista italiano e la guerra di Liberazione 1943-1945.
Ricordi, documenti inediti e testimonianze, in Annali dell’Istituto Giangiacomo
Feltrinelli, XIII (1971), Milano, Feltrinelli, 1973.
Da scaricare e leggere “Tenere viva la lotta” con introduzione di
Mariamargherita Scotti:https://fondazionefeltrinelli.it/app/uploads/2022/04/
TenerevivalalottaSecchia.pdf
https://ilmanifesto.it/un-mito-duro-a-morire
https://www.marx21.it/storia-teoria-e-scienza/storia/le-rivoluzioni-non-cadono-dal-cielo-pietro-secchia-una-vita-di-parte/
Le tre guerre della Resistenza: guerra patriottica, guerra civile, guerra di
classe
https://www.deportati.it/static/upl/cl/claudiopavone,letreguerredellaresistenza.pdf
Lorenzo Poli