In Marocco la libertà d’espressione è ancora sotto attacco del governo

Napoli MONiTOR - Tuesday, July 21, 2026
(disegno di ottoeffe)

Sono tempi bui per la libertà d’espressione, da questo e quel lato del Mediterraneo.

Lunedi 13 luglio Mehdi Blackwind, all’anagrafe El Mahdi Lyoubi, classe 1992, rapper e video-maker marocchino residente in Francia – a Marsiglia – dal 2017, è stato stato messo in stato di fermo a Casablanca, con comparizione immediata prevista per mercoledi 15 luglio al Tribunal Correctionnel di Aïn Sebâa, a est di Casablanca. Lo stato di fermo è stato convalidato in arresto, con processo per direttissima fissato al 22 luglio. L’accusa non è stata formalmente precisata, in attesa della presenza di un avvocato (il sistema è attualmente paralizzato a causa dello sciopero degli avvocati che prosegue da cinque settimane), ma é stata poi diffusa da organi di stampa locali: si tratterebbe del reato di “oltraggio a organo costituzionale” in relazione ai suoi testi fortemente critici e al sostegno dimostrato al movimento della GenZ 212. Eppure la libertà di pensiero, opinione e espressione sarebbe tutelata dalla Costituzione marocchina all’art. 25. Blackwind é il quarto rapper, dopo Pause Flow, Hamza Raid e Souhaib Qabli a essere stato arrestato da novembre a oggi. Questi ultimi hanno ricevuto condanne tra i tre e gli otto mesi, con le stesse accuse di “oltraggio a organo costituzionale”.

L’informazione era stata diffusa dall’entourage dell’artista: venerdì 10 luglio all’aeroporto di Rabat-Salé gli era stato vietato di lasciare il Marocco ed era stato convocato presso la Brigata nazionale della polizia giudiziaria di Casablanca per il lunedì successivo, durante il quale è stato poi interrogato e messo in stato di fermo. Un comitato in suo sostegno si è immediatamente costituito a Marsiglia, in comunicazione costante con familiari e amici in Marocco. L’obiettivo è quello di lanciare una campagna mediatica e di fare pressione sulle autorità marocchine per favorire il suo rilascio immediato.

Stessa sorte è toccata al giornalista Ali Mrabet, bloccato il 12 luglio al suo arrivo in Marocco all’aeroporto di Tangeri, chiamato a comparire il 15 luglio davanti al procuratoire del tribunale di Aïn Sebâa a Casablanca e rilasciato nella mattinata dello stesso giorno. Lo abbiamo incontrato al caffé Doria nei pressi del tribunale, subito dopo essere stato rilasciato. Ci ha raccontato di essere stato messo a conoscenza di un dossier di una cinquantina di pagine sul suo conto; niente di schiacciante, però, per trattenerlo ulteriormente. L’accusa maggiore sarebbe quella di aver diffuso informazioni diffamatorie, recanti pregiudizio alle istituzioni marocchine e di avere relazioni con esponenti algerini non ben identificati. La sua difesa, in assenza del suo avvocato, è stata quella di affermare il diritto alla critica, la quale non ha nulla a che vedere con presunte diffamazioni rivolte a personalità del governo. Per quanto riguarda l’accusa di avere relazioni con l’Algeria, essa appare come un ritornello vuoto di significato che torna in voga in svariati processi contro i giornalisti; la stessa sorte era toccata a Omar Radi qualche anno fa. Secondo lo stesso Mrabet, le accuse mosse contro di lui appaiono molto deboli; nessuna formalizzazione in “oltraggio alla monarchia” o “tradimento della patria”; quest’ultimo prevederebbe pene molto severe e sarebbe più complesso da scardinare. Non è la prima volta che Mrabet finisce nel mirino della polizia giudiziaria. Già nel 2003 era stato arrestato e condannato a quattro anni di reclusione per “oltraggio alla monarchia” a seguito della pubblicazione di alcuni articoli che avrebbero criticato aspramente il sistema di potere. Fu graziato dallo stesso re del Marocco l’anno successivo, ma dal 2005 è formalmente impossibilitato a esercitare la sua professione in Marocco. A seguito di ciò, presa la nazionalità francese, ha continuato a scrivere da esiliato in Europa e da diversi anni ormai ha la residenza in Spagna. È forse questo suo “scudo internazionale” che fa muovere cautamente la macchina repressiva contro di lui. A ogni modo non ci è parso affatto inquieto e preoccupato, sicuramente non intenzionato a farsi intimorire.

Purtroppo non è una novità che il sistema giudiziario marocchino si scagli contro giornalisti, artisti e attivisti, in una tendenza che ha visto picchi di repressione violenta dagli anni Settanta ai Novanta col precedente sovrano. Durante quelli che sono passti alla storia come “gli anni di piombo”, secondo l’associazione marocchina dei diritti dell’uomo, qualche decina di migliaia di persone sono state arrestate più o meno arbitrariamente, numerosissime detenute in prigioni segrete e qualche migliaio fatte misteriosamente sparire.

La stagione di proteste del 2011 è stata soffocata con la riforma costituzionale che prometteeva importanti cambiamenti in ambito sociale. Poi nel 2016-17 la persecuzione del movimento nel Rif ha riacceso i riflettori sul pugno di ferro del potere. Nasser Zefzafi, presunto leader del movimento, è stato condannato nel 2019 a venti anni di reclusione. Da allora il paese è stato attraversato da diverse ondate di proteste, contro il rincaro dei prezzi delle utenze e dei beni di prima necessità, contro sgomberi violenti ed espropri incrementati negli ultimi tempi anche in vista degli eventi internazionali previsti nei prossimi anni.

Allora la politica dei bulldozer si accompagna a quella del bavaglio, soprattutto dopo le proteste della GenZ 212, che hanno movimentato il paese nell’autunno scorso al grido di “più ospedali, meno stadi!”. La risposta governativa si è tradotta in quasi duemilacinquecento arresti, anche di minori, con pene detentive che hanno raggiunto in alcuni casi i quindici anni. Non bisogna poi dimenticare i tre manifestanti morti durante gli scontri con le forze di polizia nelle notte del 2 ottobre 2025 nella cittadina di Lqliaâ nei pressi di Agadir.

In una dichiarazione rilasciata durante il festival di musica indipendente L’Boulevard di Casablanca del 2025 e diffusa sul profilo Instagram #free.el.mahdi, lo stesso Mehdi Blackwind dichiarava che la libertà d’espressione non si misura sul numero di persone a cui non succede niente di spiacevole, ma “su quelle alle quali è successo qualcosa” dopo aver espresso le loro opinioni.

Lo scorso febbraio Zineb Kharroubi, giovane marocchina residente in Francia e impegnata nella distribuzione cinematografica, è stata arrestata appena atterrata sul suolo marocchino. L’accusa: “incitazione a commettere dei reati”, a causa di una sua iniziativa di solidarietà al movimento della GenZ 212 promossa in Francia: si tratta nello specifico di una chiamata a manifestare davanti all’ambasciata del Marocco a Parigi diffusa via Instagram. Il reato imputato a Zineb sarebbe di aver appoggiato le proteste scatenatesi a seguito della morte, in un breve lasso di tempo, di ben otto donne nell’ospedale Hassan II di Agadir per complicanze e/o mancanza di cure legate al parto. Il movimento denunciava lo stato di abbandono di scuole e ospedali pubblici, nonché il regime di corruzione vigente nel paese (già al centro delle proteste nel 2011). Ha stupito il verdetto emesso dal tribunale di prima istanza di Casablanca lo scorso 29 giugno, che prevede per Zineb Kharroubi la reclusione di sei mesi e il pagamento di una multa di 460 euro per un ipotetico reato commesso, tra l’altro, al di fuori del territorio marocchino. Ingerenze giudiziarie tra giurisdizione marocchina e suolo francese che quasi non si vedevano dal triste affare Mehdi Ben Barka!

Eppure il diritto a manifestare non è formalmente reato in Marocco, punibile secondo la sua legge penale, in quanto sancito dall’art. 29 della Costituzione del 2011, nei limiti previsti dalla legge (obbligo di dichiarazione preventiva agli organi competenti; possibilità di organizzazione in capo esclusivamente ad associazioni, sindacati e organizzazioni legalmente costituite; potere di scioglimento da parte delle autorità amministrative locali). Più forte del diritto a manifestare appare allora il divieto di critica esplicita e pubblica al governo, fatto passare sotto l’etichetta di “oltraggio alla monarchia e agli organi governativi”, le cui condanne sono inasprite in caso di diffusione delle proprie opinioni via social network.

Passeggiando per i quartieri delle principali città del Regno si ha l’impressione di trovarsi in un boom economico senza precedenti: aumento dei consumi ma anche dei prezzi al consumo, cantieri mastodontici di nuovi quartieri residenziali, complessi turistici e poli finanzairi, senza contare tutte le nuove costruzioni destinate a ospitare i prossimi mondiali di calcio del 2030.

Ma i villaggi dell’entroterra piangono ancora le perdite causate dal mortifero terremoto del 2023, insieme alla mancanza di politiche di welfare e di infrastrutture per i servizi pubblici di educazione, sanità e trasporti – la rete ferroviaria piuttosto sviluppata nel nord del paese, a sud non supera la città di Marrakech – che si accompagnao a sconvolgimenti ambientali quali siccità e desertificazione. Allora forse il Marocco non dovrebbe solo rammaricarsi dell’essere stato eliminato dagli attuali mondiali di calcio, ma piuttosto di non riuscire a raggiungere quegli standard di civiltà ai quali uno stato di diritto dovrebbe attenersi, al rispetto di fondamentali diritti quali la libertà di espressione e il lecito dissenso verso le politiche e gli organi istituzionali. (laura guarino)