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Il “Consiglio di pace” di Trump è un’internazionale in stile ICE
Per una volta bisognerà ringraziare un giornale israeliano che non è Haaretz, ma The Times of Israel, per averci fatto conoscere la struttura fondamentale del ridisegno mondiale perseguito dagli Stati Uniti sotto la presidenza di Donald Trump. Stiamo parlando del Board of Peace (Consiglio di Pace), già famoso prima ancora […] L'articolo Il “Consiglio di pace” di Trump è un’internazionale in stile ICE su Contropiano.
Un Tribunale popolare a Madrid contro la complicità nel genocidio
(disegno di raffaele lippi) Mentre una tempesta di vento si abbatte su Gaza, rovesciando le tende e inondando i terreni brulli su cui migliaia di sfollati sopravvivevano al freddo, alla fame e alla devastazione, la Palestina è sparita dal dibattito pubblico. Il “cessate il fuoco” di base è un “cessate le proteste”, che avevano mobilitato milioni di persone in tutta Italia. Il genocidio continua attraverso la fame, i piani di deportazione e i continui attacchi militari. I guerrafondai sono riusciti a bloccare l’ondata di manifestazioni di piazza, e a farci parlare d’altro. Avanza anche la contra: non solo con il decreto che equipara opposizione al genocidio all’antisemitismo, ma anche con la censura a personaggi pubblici e continui provvedimenti disciplinari contro docenti e ricercatori pacifisti, spesso su richiesta di militari israeliani nelle università italiane. Fortunatamente, molti percorsi iniziati nei mesi scorsi vanno avanti: la solidarietà ai detenuti palestinesi o filopalestinesi (i presidi a L’Aquila per Anan Yaeesh, la liberazione di Mohamed Shahin dal Cpr), e anche il faticoso lavoro di fermare le collaborazioni accademiche con Israele. Su pressione studentesca, la facoltà di Lettere della Sapienza ha interrotto gli accordi con Israele, come prima quella di Fisica e l’intera Università Roma Tre (è da vedere se queste dichiarazioni saranno rispettate). La Società italiana di antropologia culturale ha appena approvato una mozione che richiede a tutti i membri di non collaborare con istituzioni accademiche e di ricerca israeliane “finché esse non pongano fine alla loro complicità con il genocidio, l’occupazione militare illegale del Territorio Palestinese e il regime di apartheid” (si trova anche qui). Vale la pena anche vedere cosa succede fuori dall’Italia. Il 28 e 29 novembre a Madrid si è celebrato un evento ambizioso: il Tribunale dei popoli sulla complicità con il genocidio palestinese nello Stato spagnolo, o TPCGP-25. L’evento è stato organizzato dalla Red Universitaria por Palestina – una rete che ha i nodi in tutte e cinquanta le università pubbliche spagnole, che già l’anno scorso aveva organizzato un grande evento a Barcellona dal titolo “L’Università di fronte al genocidio” (e un libro pubblicato per l’occasione). Il Tribunale dei Popoli si tiene nella sala grande della facoltà di Scienze Politiche e Sociologia dell’Università Complutense. Il campus non è lontano dal Puente de los franceses, il ponte sul Manzanarre dove alla fine del 1936 le forze repubblicane bloccarono i golpisti di Francisco Franco per la prima volta, anche grazie alle Brigate internazionali. La Batalla de la Ciudad Universitaria inaugurò la difesa di Madrid dal fascismo, come ricorda una famosa canzone. Ma mentre si sa che Franco arruolò migliaia di marocchini (per poi abbandonarli al loro destino), pochi sanno che sul fronte di Madrid c’erano anche alcuni comunisti palestinesi, che combatterono al fianco di italiani, inglesi, francesi, statunitensi, e migliaia di ebrei. “Il genocidio va compreso al di là del razzismo, dell’odio etnico o religioso”, scrive Manuel Delgado nel libro pubblicato l’anno scorso dalla RuxP. “Smascherando questa visione, un genocidio esprime la cultura degli stati, e in particolare del progetto coloniale e imperiale in cui pretendono di essere coinvolti”. Sulla grande cattedra della sala campeggia uno striscione: “Università per la decolonizzazione della Palestina: fermiamo il genocidio”. Potrebbe sembrare un’assemblea di movimento o un convegno accademico; l’evento invece è inquadrato come un Tribunale: uno strumento che l’università offre alla società civile, orientato all’azione. Ci sono commissioni e tavoli tematici, ognuno dei quali delibera su uno specifico aspetto della complicità dello stato spagnolo con il genocidio. COSA SONO I TRIBUNALI DEI POPOLI «Questo non è un tribunale giuridico», dice nel suo discorso di apertura Ángeles Diez, professoressa all’Università Complutense. «Non siamo qui per sostituirci a istituzioni nazionali o internazionali. È un tribunale d’opinione, un tribunale di coscienza. Seguiamo la linea dei tribunali Russell, e dei tribunali popolari basati sulla Dichiarazione universale dei diritti dei popoli di Algeri». Perché in questi anni non ho sentito nessuno parlare dei tribunali Russell? In un libro del 1966 il filosofo Bertrand Russell, già premio Nobel, auspicò la creazione di un tribunale d’opinione sui crimini di guerra degli Usa in Vietnam. La prima sessione si tenne nel novembre 1966 a Stoccolma, il presidente era Jean-Paul Sartre, e vi presero parte (tra gli altri) Tariq Ali, James Baldwin, Lelio Basso, Stokely Carmichael, Simone de Beauvoir, Günther Anders, Alice Walker. Si ascoltarono più di trenta testimonianze, anche di militari Usa; venticinque esperti, membri di associazioni pacifiste, giudicarono i crimini degli Usa in Vietnam. Anche il governo di Ho Chi Minh contribuì a finanziare i lavori. “Se alcuni atti o violazioni sono crimini, lo devono essere sia che li commetta la Germania sia che li commettano gli Usa”, spiegò Russell. “Un regolamento sul comportamento criminale altrui deve prevedere che si possa applicare anche a noi”. Il Tribunale deliberò che gli Usa avevano violato la legge internazionale, con la complicità di molti altri paesi, usando armi proibite e imponendo trattamenti inumani ai civili: si considerò il governo Usa responsabile di genocidio. Il Tribunale Russell non poteva imporre sanzioni, ma mirava a “contribuire alla giustizia globale, al ristabilimento della pace e alla liberazione dei popoli oppressi”. Altri tribunali Russell giudicarono le dittature latinoamericane, le violazioni verso i popoli indigeni, i diritti in psichiatria. Nel 2010 a Barcellona un tribunale Russell giudicò la complicità dell’Ue nell’occupazione della Palestina. Ma i tempi sono decisamente cambiati. Tre giorni prima dell’inizio del tribunale la decana della facoltà ha ricevuto delle lettere di denuncia: una da un’associazione di avvocati sionisti, finanziata direttamente da Israele, dalla Federazione di giovani ebrei spagnoli e dalla Rete accademica contro l’antisemitismo nelle università, una lobby esterna alle università. Il giorno prima, il rettore della Complutense Joaquín Goyache ha scritto personalmente alla decana chiedendo di non celebrare l’evento. Ma la RUxP ha inserito giuristi della rete “Juristas por Palestina” in ogni tavolo a verbalizzare. Così non ha dato spazio alle pressioni esterne che tentavano di presentare il Tribunale come evento illegale.  LE COLLABORAZIONI TRA SPAGNA E ISRAELE La Spagna da noi gode di un’ottima stampa, al punto da farci credere davvero che il governo Sánchez stia mantenendo un embargo verso Israele. Il TPCGP-25 ha dimostrato invece, e con un’enorme quantità di documentazione, che il governo spagnolo è strutturalmente complice del genocidio in Palestina. Non solo la Spagna collabora intensamente con Israele, ma le collaborazioni continuano ad aumentare. Basti pensare, come si è detto in apertura del Tribunale, che tutte le navi statunitensi che attraversano il Mediterraneo cariche di munizioni e carburante per il genocidio passano per le acque territoriali spagnole. Se Sánchez avesse voluto davvero un embargo, avrebbe bloccato i porti di Algeciras, Cartagena, Valencia, Barcellona a quelle navi. Senza quei porti, lo sterminio dei palestinesi sarebbe stato più difficile. Il Tribunale prevedeva sette tavoli tematici che presentavano le prove raccolte: uno sull’impresa, il commercio e le “banche armate”, cioè la finanza che foraggia il traffico di armi; uno sui media; uno sul sistema sanitario; uno su sport e cultura; uno sulla repressione e le lobby sioniste; una su università, ricerca, educazione e istituzioni culturali. Per ogni tavolo una decina di professori e ricercatori discutevano i dettagli delle complicità. Quello sulle imprese, per esempio, ha elencato le sei corporazioni spagnole incluse nel report Onu sulle complicità imprenditoriali nel genocidio: sono imprese di logistica, costruzione e trasporti, impegnate nel sostenere le colonie illegali costruite da Israele sul territorio palestinese occupato. Il presunto embargo ha costretto semplicemente le imprese a muoversi in modo meno visibile. Così, la Santa Barbara Systems continua a montare le torrette dei carri armati israeliani della Elbit, ma invece di farlo nella sua fabbrica in Asturias, va a montarle in Lettonia. Banco Santander e il BBVA hanno operazioni da miliardi di euro con le compagnie di armamenti coinvolte nel genocidio (si veda qui), ma ora devono nasconderle con triangolazioni e maggiore opacità nelle operazioni finanziarie. Il che non è una buona notizia neanche per la democrazia spagnola. Ogni tavolo ha elaborato un dossier riassuntivo; presto saranno caricati tutti sul sito. Il tavolo sulla repressione e le lobby sioniste, presieduto da Manuel Delgado dell’Università di Barcellona, ha già pubblicato il suo dossier. Vi si descrivono le reti con cui si “diffondono, sostengono e promuovono le narrative che giustificano o legittimano i crimini perpetrati dal progetto coloniale israeliano”. In Spagna, come in tutta Europa, c’è una “rete di collaborazione pubblico-privata che vincola istituzioni statali, associazioni private e imprese” (la cui genealogia è ricostruita in un altro rapporto del Tribunale), che organizza continui attacchi alle mobilitazioni per la Palestina – dagli accampamenti studenteschi alle manifestazioni contro la Vuelta, il Giro di Spagna, interrotto da proteste quasi a ogni tappa. Nel dossier ci sono anche le trascrizioni di tutti gli interventi strumentali e menzogneri sui giornali e in televisione, i meme, e tutta la pubblicistica riconducibile al lavoro di lobby esercitato dallo stato israeliano e dai suoi sostenitori. LA COMPLICITÀ DI SCUOLE E UNIVERSITÀ Il tavolo sulla ricerca e sull’educazione è partito dallo “scolasticidio” operato da Israele a Gaza, con la distruzione di tutte le strutture educative e di ricerca e l’assassinio di migliaia di studenti e centinaia di docenti (anche in Cisgiordania). Lo ha illustrato l’antropologa israeliana Maya Wind, che è intervenuta con un video. Le università spagnole sono coscienti del ruolo dei loro omologhi israeliani nel genocidio, e in alcuni casi hanno dichiarato la  sospensione delle collaborazioni. A maggio 2024 la stessa Conferenza dei Rettori ha votato per il boicottaggio; ma la destra al potere in varie parti della Spagna ha provato a fermarle, per lo più senza successo. Un intervento ha descritto il contributo dell’Ue alla ricerca israeliana: Israele è il primo paese non Ue a essere incluso nel programma Horizon, e il secondo beneficiario di fondi per la ricerca, nonostante sia uno stato con pochi milioni di abitanti. La commissione Ue discute fin dal 2020 dell’esclusione di Israele da Horizon, ma questa ancora non è stata resa effettiva. Nello stesso tavolo si è parlato dell’incredibile quantità di ricerca israeliana su sorveglianza e cybertecnologie. È quasi impossibile lavorare su questi temi senza collaborare con università israeliane, e infatti moltissime università spagnole continuano a lavorare con le istituzioni che sviluppano i software usati per i check-point, o gli algoritmi militari – come Lavender, che assegna automaticamente ai palestinesi dei punti sulla base dei quali possono essere uccisi; o l’ancora più perverso Where’s Daddy, che calcola come colpire i palestinesi quando tornano a casa dai figli. Ma anche la Biblioteca Nacional de España usa software israeliano: il programma Alma, prodotto dalla Ex Libris, un’impresa che ha sede a Malha, in Cisgiordania. Fino al 1948 Malha era il villaggio palestinese di Al Maliha: i suoi 2.250 abitanti furono uccisi o deportati mentre l’esercito israeliano distruggeva e razziava non solo le case, ma anche archivi e biblioteche. Su segnalazione di oltre cinquecento biblioteche, il mese scorso il Dipartimento della Cultura spagnolo ha cancellato il contratto con la Ex Libris, come impresa legata all’occupazione illegale del territorio palestinese. Altre testimonianze riguardavano le scuole, obbligate per legge a educare ai diritti umani, eppure continuamente sottoposte a ingerenze verso chi denuncia crimini riconosciuti dall’Onu. Molti docenti, organizzati in Marea Palestina. Educación contra el genocidio, rispondono al tentativo di instillare loro paura con la sistematica documentazione di ogni abuso. Neves Arza, professoressa dell’Università di La Coruña, ha raccontato che in una scuola della Galizia il preside aveva chiesto di togliere l’immagine di un cocomero, dichiarando che poteva “risultare offensivo a chi non condivide le critiche al genocidio” (sic!).Quando studenti e docenti hanno chiesto una lettera scritta che motivasse la richiesta, la direzione si è tirata indietro, e il cocomero è ancora lì. Il tavolo ha deliberato di richiedere a ogni istituzione educativa misure che rendano strutturale non solo l’obbligo di non collaborare con il genocidio, ma anche la partecipazione di palestinesi e altre voci anticoloniali. LA SENTENZA CONCLUSIVA La conclusione dei lavori è iniziata con un potente discorso di Rabab Abdulhadi, professoressa palestinese dell’Università Statale di San Francisco, che ha collegato la resistenza attuale al genocidio alla storia centenaria di lotta contro la colonizzazione e contro il fascismo. Per questo nomina la guerra civile e lo sterminio dei nativi americani. Il suo intervento allinea domande importanti: per esempio, “come possiamo collegarci ai nostri fratelli ebrei antisionisti?” Our siblings è il termine che usa. Ma anche: come comportarci di fronte al fatto che l’Ue e l’Onu intervengono nella riscrittura dei programmi accademici palestinesi, finanziando l’Autorità Palestinese perché rimuova ogni menzione alla resistenza anticoloniale. Le università palestinesi quando non sono distrutte, vengono rimodellate secondo le necessità strategiche di Israele. Infine, al termine dei lavori, arriva la sentenza: la “Dichiarazione di Madrid” del 29 novembre 2025, il cui obiettivo è “studiare, comprendere e mobilitare la società civile spagnola”. A partire dalle prove esposte, dall’analisi dei rapporti presentati dai vari tavoli tematici, il Tribunale conclude che lo stato spagnolo collabora da decenni con l’occupazione, l’apartheid e la Nakba permanente, e infine con il genocidio, e che il suo governo ha piena coscienza di questi crimini. Seguono venti punti in cui queste complicità vengono esposte, per tutti gli ambiti analizzati. E conclude: “Il Tribunale dichiara che questa risoluzione si approva con la convinzione che la voce della coscienza collettiva sia uno strumento indispensabile di fronte all’impunità, specialmente quando i meccanismi istituzionali formali sono insufficienti o troppo lenti di fronte alla gravità dei fatti. La fase attuale del genocidio ci obbliga a continuare questo lavoro di documentazione, denuncia e memoria. Chiediamo a tutti i partecipanti e collaboratori di questo Tribunale di continuare i lavori che hanno iniziato”. Non ci sono molti dubbi sul fatto che i tribunali veri non daranno nessuna importanza a questo tribunale, così come hanno ignorato quello di Bertrand Russell e Jean-Paul Sartre. Ma non c’è neanche molto dubbio che sia un dovere per la comunità accademica raccogliere e ordinare le informazioni che si vorrebbero far passare sotto silenzio. Una rete simile in Italia, la Rete Ricerca e Università per la Palestina, sta ugualmente cercando di sistematizzare le informazioni sulla complicità accademiche italiane con Israele. Ma le frontiere nazionali (e linguistiche) sembrano obbligarci a ripetere più volte lo stesso lavoro. Ci sono anche importanti differenze politiche tra Italia e Spagna: la più evidente, che durante tutto il Tribunale nessuno dei partecipanti ha fatto riferimento ai propri sindacati o partiti di appartenenza. Si lavora insieme, pur essendo ognuno legato ai propri gruppi; l’obiettivo è adempiere al proprio ruolo storico collettivo, non egemonizzare un processo. Luz Gómez dell’Università Autonoma, presidentessa del Tribunale con Rabab Abdulhadi, così ha concluso il suo intervento: «La Palestina oggi è in pezzi, frammentata e sul punto di sparire, sepolta sotto strati giuridici, bellici, politici ed economici normalizzati da Israele a forza di fatti consumati e crimini impuniti, con il sostegno diretto dell’Occidente e dei suoi alleati arabi. In Spagna la denuncia della complicità con il genocidio ci porta oggi all’Università Complutense di Madrid, perché non concepiamo la vita accademica senza giustizia né riparazione». E termina: «La Palestina è nata dalle sue ceneri dopo Karameh, Beirut, Oslo, e rinascerà dopo Gaza, nonostante le controrivoluzioni arabe e l’ascesa dell’ultradestra mondiale. La vita e la bellezza che ci insegna la storia della resistenza palestinese sono insolenti. Parafrasando Pasolini, sono, come le mura di Sana, “una bellezza scandalosamente rivoluzionaria”. Oggi speriamo, insieme alle palestinesi e ai palestinesi, che il mondo si stia svegliando alla loro causa – che è la sua stessa causa: la causa dell’umanità». (stefano portelli)
Tunisia in rivolta. Genealogie femministe e queer tra repressione e resistenza
(archivio disegni napolimonitor) Verranno al contrattacco con elmi e armi nuove, verranno al contrattacco, ma intanto adesso curami. [CCCP] È il 29 novembre, siamo in piazza a Tunisi con una delle sorelle che ho disseminato lungo le sponde del Mediterraneo. Camminiamo insieme sul percorso che da piazza Pasteur taglia la città lungo le sue meridiane fino ad Avenue Bourguiba, mentre una marea femminista avanza compatta e rumorosa per le strade che attraversiamo ogni giorno. “La strada appartiene al popolo”, risuona intorno a noi, e oggi quel popolo ha il volto di donne, militanti storiche e giovanissime, salde contro un sistema corrotto e patriarcale che le opprime. A un mese dalla sospensione arbitraria delle sue attività, l’Association Tunisienne des Femmes Démocrates (ATFD) torna a mobilitarsi e a rivendicare la fine della violenza e della repressione. Centinaia di persone attraversano il centro di Tunisi con striscioni e cartelli che denunciano la criminalizzazione delle attività politiche e civili, la violenza esercitata sulle donne e le soggettività non conformi, così come reclamano la solidarietà con tutte le prigioniere di coscienza. In testa al corteo, le storiche militanti dell’ATFD marciano accanto alle più giovani, intrecciando genealogie di lotta e un presente in cui la strada torna a essere il luogo da cui si rivendica il diritto alla vita e all’autodeterminazione. Il corteo del 29 novembre non è un episodio isolato: si inserisce dentro una stagione di mobilitazioni che, a partire dalle proteste ambientali di Gabès iniziate a ottobre e ancora in corso, prova a tessere una risposta collettiva alla svolta autoritaria del presidente Kais Saied. In queste settimane, la piazza si è riempita più volte: un corteo femminista ha attraversato Tunisi anche il 22 novembre, mentre il 6 dicembre la società civile è tornata in strada per richiedere il rilascio di prigionieri e prigioniere politiche. Dal luglio 2021, con la sospensione straordinaria del parlamento, lo scioglimento del governo e la progressiva subordinazione della magistratura all’esecutivo, Kais Saied ha concentrato nelle proprie mani poteri sempre più ampi, trascinando il paese in una profonda regressione democratica. Da allora, un’ondata di arresti arbitrari senza precedenti dalla caduta di Ben Ali ha travolto oppositori, giornalisti, avvocate, sindacalisti, attiviste. Il numero di persone imprigionate cresce di giorno in giorno, mentre una calma solo apparente cela un malcontento diffuso che continua a fermentare in profondità. Oggi, prendere parte a una manifestazione in Tunisia, come d’altronde esporsi e schierarsi politicamente, significa prima di tutto mettere a rischio la propria incolumità. Quando cala la sera, proprio in quella stessa giornata del 29 novembre, arriva la notizia che gela la piazza: Chaima Issa, una delle oppositrici più note del regime, già arrestata nel 2023 e sottoposta a restrizioni che le impedivano persino di apparire in pubblico, è stata sequestrata da uomini in borghese nel pieno della manifestazione. Il suo rapimento, che si inserisce nel processo per complotto contro la sicurezza dello stato che oggi le è costato vent’anni di carcere, è parte di una repressione sistematica che investe la società civile tunisina con violenza crescente. Alle porte di questo inverno, l’aria che si respira in Tunisia è pesante. Eppure, ridurre a silenzio la massa critica è più difficile di quanto si possa credere. È proprio qui che un libro come Tunisia in rivolta. Femminismi e queerness fra strada e cyberspazio di Guendalina Simoncini e Maria Nicola Stragapede offre un varco. Ricostruendo la lunga storia della resistenza femminista e queer in questo paese, le autrici mostrano quanto le soggettività in lotta continuino a reinventare strumenti e spazi di opposizione. Il volume, di recente pubblicazione, è parte della collana Manifesta di Astarte edizioni che, sotto la direzione di Renata Pepicelli, propone una lente femminista e decoloniale sulla storia e l’attualità del Mediterraneo e dell’Asia sud-occidentale. In questo caso, è la Tunisia stessa a prendere parola. Attraverso un lavoro di ricerca tanto denso quanto radicato, le autrici mettono al centro del testo le voci delle donne e delle soggettività non conformi, intrecciando memoria delle lotte, rotture generazionali e nuove forme di resistenza. Simoncini, che si occupa di attivismo digitale e linguaggi della lotta femminista e queer nello spazio mediterraneo, e Stragapede, che studia le trasformazioni biografiche e politiche di chi ha partecipato alle rivolte del 2010-2011, portano sguardi complementari sulla Tunisia postcoloniale. Forti di questa complementarità, costruiscono un testo con un duplice obiettivo: da una parte raccontare a un pubblico italiano la Tunisia contemporanea, senza semplificarne contraddizioni e ambivalenze; dall’altra, provare a tessere legami di sorellanza e solidarietà tra le due sponde del Mediterraneo. Tunisia in rivolta diventa così più di una genealogia dei movimenti femministi e queer: si fa strumento per ripensare le relazioni tra nord e sud, tra maschile e femminile, tra chi abita il centro e chi la periferia. Il libro si muove consapevolmente tra due poli. Da un lato, le storie, le utopie, le eredità politiche dei movimenti: le biografie di militanti, le campagne, le rivendicazioni, le fratture interne. Dall’altro, le trasformazioni intime che l’attivismo porta nella vita delle persone coinvolte: reti di sorellanza informali, spazi di confronto quotidiano, esperimenti artistici e digitali che ridisegnano l’immaginario della rivolta. Da una riva all’altra del Mediterraneo, Tunisia in rivolta ci invita a domandarci come resistere al presente, a partire da genealogie spesso cancellate o marginalizzate. “La nonna partigiana ce l’ha insegnato”, scandiamo nelle piazze italiane e sappiamo bene dove rivolgere lo sguardo quando tempi bui si avvicinano. Il libro restituisce la memoria negata delle donne tunisine che hanno partecipato ai processi di indipendenza e di quelle che, più tardi, hanno resistito al femminismo di stato dei presidenti postcoloniali, indicando una via per l’oggi. Reti e rivendicazioni dal basso, scioperi, collettivi, riviste: sono questi i fili che Tunisia in rivolta riannoda, facendo emergere le continuità e le rotture tra le lotte del Novecento e quelle contemporanee. Dopo aver ricostruito la storia dei movimenti femminili, femministi e queer dagli anni Venti a oggi, la seconda parte del volume si concentra su pratiche, metodologie e saperi combattenti: intersezionalità, cyberattivismo, arte politica. SPAZI SICURI Tra la fine del 2010 e l’inizio del 2011, la Tunisia è attraversata da una serie di proteste che portano alla caduta del regime di Ben Ali, al potere da oltre vent’anni, e che sono ricordate dal popolo tunisino come la Rivoluzione della Dignità. Da quel momento si assiste a una vera e propria esplosione di esperienze politiche e culturali che continuano a mescolarsi tra personale e collettivo, tra eredità dei movimenti storici e rotture generazionali. Emergono femminismi plurali che, pur in dialogo con il passato, si dichiarano intersezionali, decoloniali, antirazzisti. Il concetto di intersezionalità, nato all’interno del femminismo nero negli Stati Uniti negli anni Ottanta, è uno degli strumenti centrali del libro: permette di leggere come le diverse forme di discriminazione – di genere, classe, razza, orientamento sessuale – si intreccino nella vita delle persone. Nel corso dei decenni, il dibattito tra i diversi femminismi globali ne ha allargato lo sguardo, portando alla luce nuove linee di oppressione e di alleanza. Nel rivendicare questo posizionamento, i movimenti tunisini mostrano una capacità di intreccio e contaminazione che affonda le radici nelle lotte per l’indipendenza e che oggi si rinnova nei conflitti contro la stretta autoritaria e la precarietà imposta dal regime. A quasi quindici anni dalla rivoluzione, la svolta repressiva del presidente Saied rende evidente quanto sia difficile immaginare luoghi pienamente sicuri. Gli spazi e gli strumenti di lotta non sono più soltanto fisici, ma si estendono al digitale, dove chi fa attivismo femminista e queer sfida censura, sorveglianza e violenza online. In un contesto in cui nessun luogo è davvero al riparo, né la piazza né le piattaforme digitali, né le case né gli spazi associativi, chi milita preferisce parlare di safer spaces: contesti che non negano il rischio, ma provano a ridurlo e a redistribuirlo attraverso pratiche di cura reciproca e responsabilizzazione. Le voci raccolte nel libro ricordano che non può esistere uno spazio davvero sicuro finché il sistema patriarcale, capitalista e coloniale resta intatto; il senso diventa allora costruire dei margini di respiro dentro un mondo insicuro. In Tunisia, questo discorso pesa ancora di più: la comunità femminista e queer è esposta in modo specifico alla violenza di genere e alla discriminazione istituzionale, tanto nello spazio digitale quanto per strada, soprattutto quando entra nelle maglie del sistema giudiziario e carcerario. Non è un caso, inoltre, che in copertina compaia il teatro municipale di Tunisi, scenografia storica delle mobilitazioni popolari su Avenue Bourguiba fin dai giorni della Rivoluzione della Dignità: la strada “dove tutto succede” incontra la scena. Attraversato da figure intente a graffitarne le mura, il teatro richiama le forme di arte urbana che dalla rivoluzione in poi hanno dato corpo e colore alle pulsioni di cambiamento. Nel capitolo sui “linguaggi artistici della protesta”, il libro dedica ampio spazio ai muri femministi di Tunisi e all’arte dei corpi in scena, mostrando come questa possa diventare una delle principali forme di agency politica nella Tunisia contemporanea. Uno degli elementi più preziosi del volume sta inoltre nella struttura: gli intermezzi che punteggiano i capitoli – manifesti, riflessioni, raccolte di graffiti – sono traduzioni e montaggi di materiali prodotti all’interno del movimento tunisino. Attraverso un lavoro di traduzione accurato, le autrici, in dialogo con Gemma Baccini e Luce Laquaniti, offrono al pubblico italiano accesso diretto ad alcuni dei testi più vivi delle lotte in corso, trasformando il libro in un dispositivo corale in cui la voce delle ricercatrici dialoga continuamente con quella di attiviste, giornaliste e artiste. Questa coralità è il risultato di una precisa scelta metodologica: Simoncini e Stragapede si interrogano su cosa significhi oggi fare ricerca “con le altre” e non soltanto “sulle altre”. L’approccio decoloniale orienta la scrittura e si traduce in scelte che attraversano e costruiscono il testo stesso: le autrici riflettono sulla propria posizione di ricercatrici italiane che hanno vissuto e studiato la Tunisia, lasciando spazio alle voci e alle storie del paese, come nella prefazione firmata da Henda Chennaoui, fondatrice della prima scuola femminista intersezionale dedicata a Lina Ben Mhenni. Il libro non si esaurisce sulla carta. La presenza di qr code che rimandano a podcast, video, articoli e materiali d’archivio amplia l’orizzonte, rafforzando il legame tra pagina, strada e cyberspazio. Il linguaggio resta accessibile senza rinunciare alla complessità. In questo modo il volume si propone apertamente come strumento nelle mani del pubblico italiano per costruire ponti di solidarietà consapevole, nella piena coscienza delle lotte condivise e dei privilegi che ci attraversano in modo asimmetrico. Di fronte a un Mediterraneo attraversato da muri, respingimenti e nuove forme di fascismo, Tunisia in rivolta ci chiede cosa significhi davvero essere solidali, oltre che sorelle, oggi: qual è il nostro posto al fianco delle altre? Che cosa ci insegnano i femminismi e le queerness tunisine alle porte di quello che anche per noi sembra essere un lungo inverno? La risposta sembra trovarsi tra le pagine conclusive del libro, nelle quali la tenerezza assume una dimensione esplicitamente politica e radicale. Ricorre, tra i muri di Tunisi e le immaginazioni mediterranee, l’idea che solo con rabbia e tenerezza ci possiamo salvare, solo rendendo collettivo il cuore possiamo resistere al presente. “Rendete collettivo il cuore, di modo che si apra e non si spezzi. Che contenga il dolore del e nel mondo, senza anestetizzarsi e senza esserne divorato”. (matilde collavini)
La politica della morte. Dopo i massacri nelle favelas di Rio de Janeiro
(disegno di federica pagano) Il 26 novembre di nuovo un’operazione della polizia militare a Rio de Janeiro ha provocato dei morti, questa volta nella favela del Maré; i proiettili hanno raggiunto un bambino di dodici anni che era nel cortile di una scuola, e hanno perforato i muri di una sede dell’Università Federal de Rio de Janeiro. Camila Felix che stava preparando questo pezzo per Monitor sul massacro avvenuto il mese scorso nella favela di Penha, a poca distanza dal Maré, era all’Università quando sono arrivati gli spari. UN PRESIDIO, DUE CORTEI Il 28 ottobre 2025 è entrato nella storia come il giorno del più grande massacro mai realizzato in Brasile; il cinico “successo dell’operazione” suona come una minaccia. Possiamo aspettarci che “la peggiore operazione di polizia a Rio sarà sempre la prossima”. Claudio Castro, il governatore dello stato di Rio de Janeiro vuole proseguire con la presunta strategia di recupero dei territori sotto il controllo dei gruppi armati usando sempre la stessa tattica delle incursioni della polizia, quella che ha consegnato l’intera città – e in particolare le favelas – nelle mani dell’incertezza e della politica della morte. Tre giorni dopo il massacro c’è stata una manifestazione unitaria di protesta con lo slogan “Basta massacri, Claudio Castro fuori!”. Il luogo d’incontro era un campo di calcio, il Campo do Ordem, nel complesso de La Penha, nella zona nord di Rio – il quartiere dov’è avvenuto il massacro. Si sono incontrati gli abitanti dei quartieri Penha e Alemão, i parenti delle vittime, nonché organizzazioni politiche e sociali come i movimenti dei neri, organizzazioni comuniste, sindacati, organizzazioni giovanili, eccetera. La strada era piena di gente; pioveva, le persone erano schiacciate sotto gli ombrelli, vestite di bianco o con magliette a lutto. Quando la pioggia si è calmata, lentamente le persone, le moto e i furgoncini sono entrati nel campo di calcio, e lo hanno riempito finché era difficile camminare. Mi sono fatta un giro, salutando amici e compagni di lotta, e fermandomi ad ascoltare gli sconosciuti che condividevano il loro dolore, i politici e gli attivisti che pronunciavano i loro discorsi, mentre altri registravano o trasmettevano in diretta, insieme a giornalisti di testate indipendenti. L’indignazione era evidente. In fondo al campo c’era un secchio con vernice rossa diluita e magliette bianche da dipingere. Macchie rosse per una moltitudine. Il presidio è rimasto lì per circa tre ore, poi è partita una manifestazione che si è divisa in due. Alcuni dei partecipanti si sono incamminati in corteo verso Penha, mentre un’altra parte si è avviata con i furgoni e le moto in una carovana verso il Palacio de Guanabara, la residenza del governatore dello stato di Rio nel quartiere centrale di Laranjeiras. Io mi sono avviata con il primo gruppo, e ci siamo diretti verso la piazza São Lucas, dove la settimana precedente gli abitanti avevano allineato decine di cadaveri abbandonati dai poliziotti dopo il massacro. Mentre camminavamo per le strade gridavamo: “Claudio Castro, assassino!”, “Non è finita; deve finire; voglio la fine della Polizia Militare”, e “Marielle lo chiese, io pure lo chiedo: quanti devono morire perché questa guerra finisca?” [un riferimento a Marielle Franco, l’attivista per la casa uccisa nel 2018 a Rio, Ndr]. Dalla piazza São Lucas abbiamo continuato a camminare per l’avenida Nossa Senhora da Penha, dove molti negozi sono rimasti chiusi fin dal giorno del massacro. Siamo passati davanti alla sede del 28º Battaglione di pompieri militari, da dove alcuni pompieri osservavano attentamente la manifestazione. Una volta arrivati all’avenida Brás de Pina, almeno otto pattuglie di polizia ci aspettavano parcheggiate. Lì la manifestazione ha iniziato a disperdersi. SICUREZZA PUBBLICA E IDEOLOGIA Secondo il giornale Foro de Teresina, il saldo del massacro è stato di centoventuno morti confermati, nessuno dei quali aveva un ordine di arresto che giustificasse l’operazione. Nessuna delle persone assassinate dal braccio armato dello Stato era il vero obiettivo di quella azione, che ha avuto luogo in un paese dove la pena di morte non è prevista dalla legge. Tra i centotredici arrestati, solo venti avevano dei mandati di arresto. La Defensoría Pública non ha potuto realizzare la perizia sui cadaveri, che avrebbe permesso di distinguere tra uno scontro e un’esecuzione. Il governatore Castro ha dichiarato: “Tutto il Brasile ora ha visto che è possibile affrontare queste organizzazioni. La società ci chiede continuità: e noi gliela daremo”. Il “successo”, tuttavia, con tutta probabilità non risiede negli arresti o nel sequestro di armi, né nel “recupero del territorio”, che non è avanzato neanche di un centimetro. Come mostrano le “mappe storiche dei gruppi armati” sviluppate dal Gruppo di studio sulle nuove illegalità dell’Università Federal Fluminense e dall’organizzazione Fogo Cruzado, questa politica di sicurezza pubblica che va avanti da quasi trent’anni sta diventando sempre più letale, ma continua a fallire nel contenere l’avanzata dei gruppi armati. Una comparazione sull’area di azione di Rio de Janeiro mostra un aumento del quattrocento per cento nel territorio controllato dai gruppi armati, tra il 2008 e il 2023. Queste mappe mostrano una riorganizzazione del dominio territoriale dei gruppi armati nella regione, specialmente con l’espansione del Comando Vermelho e delle milizie. Il “successo” si spiega quindi forse per un’altra cifra: che il sessantaquattro per cento della popolazione si è dichiarata favorevole alla mega-operazione. Così, possiamo formulare un’ipotesi: la “sicurezza pubblica” a Rio de Janeiro funziona come un’ideologia che sostiene le campagne elettorali, e con molto successo. Se studiamo il momento successivo al massacro, e le sue ripercussioni politiche, alla luce di questa ipotesi, possiamo identificare alcuni elementi e prese di posizioni diverse: il rifiuto del massacro, la rivendicazione del suo successo, e anche la strumentalizzazione dell’episodio per trattare altri temi. In primo luogo, spicca la ripercussione relativa agli eccessi commessi. Il 3 novembre, sei giorni dopo i fatti, il gruppo del Psol nell’Assemblea legislativa dello stato di Rio ha presentato una richiesta di impeachment contro il governatore Castro. Il giorno dopo, il presidente federale Luiz Inácio Lula da Silva del Partito dei lavoratori (Pt) ha affermato che “c’è stato un massacro”, dichiarando che ci sarebbe stata un’inchiesta parallela sull’operato della polizia. Ventisette organizzazioni hanno espresso la loro indignazione in una lettera pubblica che affermava “la sicurezza pubblica non si costruisce con il sangue”. La seconda linea di ripercussione consiste nella disputa sulle cause e il senso dell’avanzamento dei gruppi armati a Rio, e – in conseguenza – del massacro stesso. Gli alleati di Bolsonaro legano la crisi della sicurezza a Rio al presunto abbandono della città da parte del governo federale, particolarmente in relazione alla figura di Lula. In questo contesto, è importante analizzare le continue critiche alla Arguição de Descumprimento de Preceito Fundamental, un’azione giudiziaria conosciuta anche come ADPF das favelas, presentata nel 2019 dal Partito socialista (Psb) insieme a diversi movimenti neri, collettivi di madri e parenti di vittime della violenza della polizia, abitanti delle favelas e altre organizzazioni della società civile. L’obiettivo dell’ADPF 635 era diminuire la letalità della polizia nelle operazioni di sicurezza pubblica nelle favelas, ed era stata accettata parzialmente nel 2020. Tra i risultati di tale azione c’era l’installazione di telecamere nelle uniformi degli agenti, la presenza obbligatoria delle ambulanze nei luoghi dove si realizzano le operazioni e la richiesta di maggior trasparenza e dialogo con il Ministerio Público. Tuttavia, le organizzazioni di attivisti e in difesa dei diritti umani hanno denunciato che il testo ha delle falle che permettono un’applicazione flessibile, per non dire selettiva, delle sue direttive. Claudio Castro, che inizialmente aveva elogiato la ADPF quando era stata approvata, ora la chiama “maledetta” e la accusa di rendere meno efficace l’azione della polizia durante il massacro. Secondo Pedro Venceslau, questa argomentazione è in linea con la narrativa adottata dalla destra, e particolarmente dai leader del Partido liberal, per orientare il dibattito sulla sicurezza pubblica verso una critica non solo del governo federale, ma anche del Tribunale federale supremo. Sono due i fattori decisivi per cui la ADPF 635 è stata così criticata. Da una parte, nell’ambito statale, serve come base per la richiesta di impeachment: secondo il gruppo che ha avanzato la richiesta, i protocolli che stabilisce – rispetto alla proporzionalità, alla presenza delle ambulanze, all’uso delle telecamere corporali e alla preservazione della scena dell’operazione per le perizie indipendenti – non sono stati rispettati. Dall’altro lato, nell’ambito federale, la ADPF è servita anche come base per l’apertura dell’inchiesta portata avanti dal giudice Alexandre de Moraes, che ha convocato in udienza il governatore Castro il 3 novembre, richiedendogli un rapporto sull’operazione. Questo rapporto, elaborato dal governo dello stato di Rio, è stato mandato al Tribunale superiore federale il 17 novembre, ma presentava contraddizioni tra il numero degli arresti e il numero delle armi sequestrate. Un’altra discrepanza era sulla quantità di telecamere utilizzate durante il massacro: inizialmente il governo aveva dichiarato che tutti i poliziotti che avevano partecipato all’operazione avevano le telecamere corporali, ma nel rapporto Castro afferma che solo sessanta poliziotti civili avevano tali dispositivi; inoltre, oltre la metà di essi (trentadue) non funzionavano. In più, l’operazione del governo federale, capeggiata da Lula e dal Partito dei lavoratori, fa parte di una strategia di lunga durata nei confronti dei candidati del Partito liberale, a cui appartiene il governatore Castro così come buona parte dei candidati bolsonaristas, sia dello stesso Partito liberale che di altri partiti di destra come i Repubblicani e Progressisti. Però, oltre a questa opposizione, la destra brasiliana da anni deve affrontare anche il Tribunale federale supremo, e in particolare proprio il giudice Alexandre de Moraes. Il punto più alto di questa tensione è stato l’assalto al Tribunale, al Parlamento nazionale e al palazzo presidenziale di Planalto a Brasilia l’8 gennaio 2023, all’indomani della vittoria di Lula. La storia prosegue convulsa dopo il recente arresto di Jair Bolsonaro. Infine, il terzo piano comprende una posizione che considera le favelas come spazi d’eccezione. “Un drone del Comando Vermelho ha lanciato bombe durante l’operazione della polizia, eppure la sinistra insorge se io suggerisco di bombardare le barche dei trafficanti!”, ha scritto Flavio Bolsonaro, senatore e figlio dell’ex presidente. L’associazione di idee segnalata dal senatore è rivelatrice: si riferisce agli attacchi statunitensi contro le barche venezuelane. Non è la prima dichiarazione di questo tipo: suo fratello, il consigliere Carlos Bolsonaro, aveva già criticato la decisione del governo brasiliano di rifiutare, nel 2025, una proposta degli Usa perché fazioni armate come il Comando Vermelho e il PCC (Primer Comando da Capital) fossero considerate organizzazioni terroriste. Secondo la professoressa dell’UFF Carolina Grillo, classificare tali “fazioni” come gruppi terroristi o narcoterroristi sarebbe una strategia per costruire un’alterità radicale che permette la sospensione delle leggi in alcuni spazi specifici. Sono più di tre decenni che in Brasile le politiche di sicurezza sono orientate dall’idea della crisi come forma di governo. L’alterità e la crisi sono elementi essenziali per instaurare questa modalità di azione differenziata delle forze dello Stato, come un vero e proprio stato di eccezione. Altre due studiose, Gizele Martins e Juliana Farias, sostengono invece che la militarizzazione non ha un carattere eccezionale nelle favelas e nelle comunità; è un dispositivo di disciplinamento dei corpi neri e poveri, naturalizzato dalla sua ripetizione. È una politica che si basa su una morte allargata che disorganizza la vita come conseguenza di tale violenza. Essa va oltre la morte e il lutto; si configura anche come irruzione della paura, dei coprifuoco e della imprevedibilità nella vita quotidiana degli abitanti. Così, la violenza in Brasile prevale nelle forme extralegali, tanto quando è esercitata dai gruppi armati, che quando la pratica lo stesso Stato, che trasgredisce le sue stesse determinazioni legali sull’uso della forza. La vita politica che si è articolata dopo il massacro sta mostrando che questo modo di gestire la sicurezza pubblica ha altre ragioni rispetto a quelle dichiarate. (camila felix)
Se oggi il popolo reclama la vita. Un mese di mobilitazioni per l’ambiente in Tunisia
(disegno di dalila amendola) Che cosa significa, oggi, richiedere il diritto alla vita in Tunisia? A Gabès, città del sudest trasformata in una zona di sacrificio, la risposta risuona nelle piazze. Riecheggia, in questi giorni, la sensazione che vivere a Gabès, la più grande città del sudest tunisino, sia come vivere in una zona di guerra. Un tempo nota per ospitare un sistema unico al mondo di oasi litorali, la città è ora paradigma di un sistema di sfruttamento del territorio senza limiti né confini. Le ragioni sono da ricercare nelle relazioni coloniali tra Sud e Nord globale e, nello specifico, nella trasformazione del territorio tunisino in una fabbrica a cielo aperto per la produzione – per lo più – di fertilizzanti da esportare in Europa. La goccia che ha fatto traboccare il vaso: i casi di soffocamento. È però nei paradossi del capitale che si sviluppano comunità resistenti in grado di inceppare l’avanzare delle faglie dell’accumulazione. È quanto sta accadendo questo mese nel territorio di Gabès, dove, a partire dall’inizio di ottobre, si sono susseguite una serie di mobilitazioni finalizzate allo smantellamento delle unità produttive inquinanti del Groupe Chimique Tunisien (GCT). Le proteste, che hanno raggiunto il loro apice nel grande sciopero regionale del 21 ottobre, affondano le radici nei numerosi casi di soffocamento verificatisi a settembre. Le aree circostanti il complesso chimico e industriale sono state – e continuano a essere – colpite da fughe di gas tossici che causano asfissia, difficoltà respiratorie e motorie nelle persone esposte. Tra queste, numerosi bambini e bambine che il 10 ottobre sono stati trasferiti in ospedale perché, mentre erano in classe, stavano improvvisamente soffocando. Le immagini virali di quel giorno hanno segnato un punto di rottura definitivo per un territorio che da decenni si mobilita per rivendicare il diritto alla vita. La risposta della comunità è stata immediata e, nei giorni a seguire, si sono susseguite numerose proteste davanti ai cancelli della GCT, durante le quali non sono mancati momenti di tensione con le forze dell’ordine. In questo clima, il 14 ottobre si sono verificati nuovi casi di soffocamento, scatenando una nuova ondata di rabbia raccolta nella marcia popolare del giorno seguente. I video di quei momenti mostrano scene di forte tensione e una rabbia sociale diretta contro gli impianti inquinanti dell’industria dei fosfati. Le oasi e le spiagge, un tempo descritte come un paradiso terrestre e oggi devastate dalla contaminazione, sono diventate teatro di scontri tra polizia e manifestanti, con l’uso di gas lacrimogeni. È di quei giorni anche la notizia, diffusa dall’ospedale, della fine delle bombole d’ossigeno necessarie per trattare i casi di asfissia. Segue il tentativo di organizzare la rabbia: a guidare il processo c’è il movimento ecologista Stop Pollution, nato a Gabès dopo la rivoluzione e oggi capofila nella resistenza al disastro ecologico. Cosa succede quando un corpo “rifiutabile” diventa corpo politico? Quando la lotta per sopravvivere si trasforma in sabotaggio delle relazioni di scarto? Sale la marea. Dalla convergenza tra Stop Pollution e lo storico sindacato UGTT nasce la chiamata allo sciopero regionale del 21 ottobre, che ha coinvolto oltre centomila persone e ottenuto l’adesione totale delle attività commerciali del territorio. Le immagini di quella storica giornata raccontano una comunità che, all’unisono, rivendica il diritto alla vita e lo smantellamento delle unità produttive responsabili di un genocidio urbano senza precedenti nel territorio tunisino. Il popolo si solleva contro la narrazione tossica dello sviluppo, secondo cui alcune comunità sarebbero residuali e sacrificabili, inondando le strade di Gabès con una mobilitazione senza eguali. LE RADICI DEL DISASTRO Le cause del dissenso nel sudest tunisino sono antiche e risalgono alla scoperta, durante la colonizzazione francese, di fosfati nell’area. A partire da allora, l’intera economia materiale e immateriale della regione è stata stravolta e asservita all’estrazione e successiva lavorazione dei fosfati, portando sul lungo termine a una catastrofe ecologica e sociale. L’instaurarsi del monopolio minerario, di cui ancora oggi la Tunisia è schiava, ha consolidato il modello estrattivista basato sulla marginalizzazione sociale e sulla degradazione ambientale. Così Gabès, per la sua posizione strategica, è stata scelta come nodo principale di trasformazione dei fosfati, culminando nella costruzione nel 1972 dell’impianto del GCT. Raccontare cosa avviene a Gabès impone una difficoltà: non si sa dove cominciare. L’impatto ecologico del GCT si inserisce in un quadro più ampio di sfruttamento eccessivo delle terre e delle risorse idriche delle oasi che ne hanno determinato la progressiva scomparsa. Oggi si parla della morte del corpo dell’oasi, metafora potente per la lenta agonia di Gabès. La quasi totalità delle oasi è stata sacrificata per lasciare spazio all’urbanizzazione seguita all’insediamento industriale, ma l’aspetto più grave riguarda l’espropriazione delle risorse idriche: per esempio, nell’oasi di Chenini erano presenti quattrocento sorgenti naturali utilizzate collettivamente e gratuitamente per l’irrigazione; oggi sono tutte esaurite. Quando si parla di acqua, bisogna inoltre guardare al mare, dove quotidianamente l’impianto del GCT scarica — senza alcun trattamento — gli scarti della produzione. Nello specifico, si tratta del fosfogesso, pericoloso a causa dell’elevata presenza di metalli pesanti e materiali radioattivi. Nel corso dei decenni, ciò ha causato un crollo drastico della biodiversità del golfo, che è passato da ospitare duecentocinquanta specie nel 1965 a sole cinquanta nel 2023. Parallelamente all’espropriazione e contaminazione dell’acqua, le ciminiere rilasciano costantemente ammoniaca, anidride solforica e ossido di azoto, trasformando l’aria in veleno. A marzo è emersa anche la notizia della pianificazione di nuovi impianti per la produzione di ammoniaca e idrogeno verde. Dinnanzi a tutto ciò, possiamo davvero parlare di emergenza? Da decenni Gabès soffoca non per un incidente, ma per causa diretta di politiche neocoloniali che si perpetuano. In tal senso, le rivendicazioni dei movimenti sociali ed ecologisti sono chiare: lo smantellamento delle unità inquinanti e la riconversione ecologica del territorio, insieme a un’indagine sugli impatti dell’industria. Le mobilitazioni proseguono, e il 25 ottobre una grande marcia di sostegno ha raggiunto la capitale, inondando le strade di Tunisi. LA DOPPIA FACCIA DEL POTERE Davanti a questo grande movimento popolare, il presidente Kais Saied ha dovuto prendere posizione, garantendo sostegno e solidarietà. Con una strategia tipica, però, ha scaricato la responsabilità del disastro sui governi precedenti, senza offrire prospettive concrete d’intervento. L’unico intervento tempestivo osservato è stato quello delle forze dell’ordine, impegnate a difendere le macchine della morte e a reprimere con violenza i manifestanti. La crisi di Gabès rappresenta un banco di prova cruciale per Saied, che dal 2021 ha intensificato la repressione contro ogni forma di dissenso. Recentemente, sono state sospese per un mese organizzazioni storiche come l’Association Tunisienne des Femmes Démocrates, il Forum Tunisien pour les Droit Economiques et Sociaux e la rivista indipendente Nawaat. Queste sospensioni si inseriscono in una strategia di silenziamento della società civile tunisina, tesa a controllare e limitare ogni opposizione al potere assoluto del presidente. Gli arresti politici – fondati su decreti contro la “cospirazione contro la sicurezza di Stato”, come quello del giudice Ahmed Sawab, condannato a cinque anni di carcere dopo un processo lampo – testimoniano il vortice di regressione democratica in corso. Dal luglio 2021, con lo scioglimento arbitrario del parlamento e l’accentramento dei poteri nelle mani di Saied, le istituzioni si sono progressivamente indebolite, la magistratura subordinata all’esecutivo e le libertà civili fortemente ridotte. La crisi di Gabès mette in luce non solo le sfide ambientali e sociali, ma anche la profonda crisi politica e di legittimità del regime, che risponde con repressione e controllo mediatico piuttosto che con soluzioni inclusive e trasparenti. A soli tredici anni dalla rivoluzione, il popolo tunisino torna a chiedersi cosa significhi davvero lottare per la propria vita in un contesto dominato da violenza e repressione. Nel 2024 e 2025, parallelamente a proteste sociali e ambientali, sono stati registrati ulteriori arresti arbitrari di attivisti e manifestanti. Un caso emblematico è quello di Mohamed Ali Rtimi, attivista queer dell’Association tunisienne pour la justice et l’égalité, arrestato durante una mobilitazione di Stop Pollution il 23 maggio 2025. Le recenti proteste a Gabès sono state represse con arresti e detenzioni arbitrarie, spesso in condizioni che violano i diritti processuali, con accusati privi di avvocati e accusati ingiustamente di essere “cospiratori finanziati dall’estero”. Gli arresti di massa – oltre centocinquanta in due settimane – e la repressione delle proteste pacifiche dimostrano una chiara volontà politica di criminalizzare la mobilitazione popolare e soffocare ogni voce critica. Gabès torna però a sollevarsi, si fa marea contro un potere che vorrebbe sacrificarla, inondando ancora una volta le strade il 31 ottobre. Lottare per il diritto alla vita a Gabès significa rivendicare un diritto basilare come quello di respirare ma anche quello di restare, o meglio, tornare: tornare ad abitare un territorio senza che ciò costi la vita. Significa essere quel sole che sorge ogni giorno, tra i colori lividi della contaminazione e della repressione, sapendo che, per quanto gli si spari addosso, “nessuno può spegnere il sole”. (matilde collavini)
Spagna, la miniera di Manresa e la devastazione ambientale dell’Israeli Corporation
(disegno di giancarlo savino) Nei giorni del “blocchiamo tutto” contro l’attacco alla Global Sumud Flotilla, in Catalogna c’è stata un’importante protesta contro le miniere dell’impresa israeliana ICL, nella zona di Manresa. La manifestazione è stata caricata violentemente dalla polizia della regione autonoma, i Mossos d’Esquadra: gli agenti avevano i passamontagna ed erano molto aggressivi, hanno trattato i manifestanti come terroristi, sostenendo che ci fossero sbarre di ferro e altri oggetti pericolosi nascosti dal corteo. La protesta ha mostrato la convergenza tra il movimento in difesa del territorio, che da anni denuncia la devastazione causata dalle miniere, e il movimento di solidarietà per la Palestina, molto forte in tutta la Catalogna. Non ci sono solo le grandi mobilitazioni di Barcellona – come quelle in occasione della partenza della Flotilla, forse anche troppo mediatizzate, con grandi schermi e personalità politiche. Come anche in Italia, il movimento è decentralizzato, con azioni in moltissime altre città e regioni, anche piccole o periferiche. Nella città di Manresa, che ha meno di centomila abitanti ma una rete di associazionismo molto forte, il 2 ottobre una grande manifestazione aveva bloccato i binari del treno: i manifestanti avevano bruciato anche delle traversedi legno per mantenere ferma la circolazione; il 4, invece, gli studenti delle scuole superiori hanno bloccato per un’ora l’autostrada Eix Transversal. L’azione più importante però è stata la protesta del 3 ottobre davanti alle miniere della multinazionale israeliana ICL a Súria. Queste proteste hanno visto la convergenza tra il movimento per il boicottaggio a Israele e le proteste locali in difesa del territorio e dalla popolazione da una delle forme più dannose di estrattivismo capitalista. La Israeli Corporation Limited, ICL, che acquistò le miniere di Súria e Sallent in Catalogna negli anni Novanta, fa parte della vasta rete di grandi aziende che sostengono il sionismo sin da prima della nascita di Israele. Già negli anni Venti ICL estraeva minerali dai territori palestinesi; si è consolidata negli anni Sessanta, con progetti di estrazione nei territori occupati del Naqab e delle sponde del Mar Morto, diventando un pilastro importante del capitalismo israeliano. Le miniere di Súria e Sallent erano state pubbliche, ed erano già di per sé causa di devastazione ambientale prima dell’acquisto da parte di ICL: una delle ragioni per cui l’acqua a Barcellona è imbevibile nonostante i tantissimi acquiferi sotterranei, è che per decenni i residui salini delle miniere sono stati sversati sul territorio, in particolare in una conca che è diventata una colossale montagna di sale alta cinquecento metri e larga cinquanta ettari. Il sale penetra nelle falde acquifere e raggiunge il fiume Cardener, che alimenta Manresa, e il fiume Llobregat, che alimenta Barcellona. Con l’arrivo dell’impresa israeliana, si sono aperte le porte a tutti i progetti e le richieste dell’industria: la Generalitat ha sempre avuto legami stretti con Israele, e oggi il sostengo pubblico alla ICL mette in difficoltà ogni altro produttore della zona. Oltre a provare a presentare l’incredibile cumulo di residui salini come un’attrazione turistica, la Generalitat ha offerto i suoi Ferrocarrils, i treni regionali, per il trasporto del potassio verso il porto di Barcellona. Un progetto da cento milioni di euro approvato pochi anni fa prevede la canalizzazione diretta dei residui verso il mare, con una linea di tubature di settanta chilometri. Nella zona di Manresa i lavori sono già visibili: posare le tubature richiede il taglio di boschi e lo scempio di aree naturali, sempre accanto al fiume Llobregat, con i conseguenti rischi di sversamento. La Generalitat sta coprendo il dieci per cento dei costi di questa devastazione con fondi pubblici. Inoltre, nel 2023 ci fu un gravissimo incidente, in cui morirono due giovani tirocinanti e un geologo, tutti con meno di trent’anni, che rimasero bloccati in un tunnel a un chilometro di profondità. Le proteste sono cresciute sin dal 2015, quando l’industria ha patrocinato la squadra di basket di Manresa. La contestazione ha portato la questione all’attenzione pubblica, convergendo anche con le lotte per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) a Israele. La convergenza ha fatto sì anche che si conoscesse il coinvolgimento della ICL nell’industria militare e nella colonizzazione della Palestina. I vertici di ICL infatti sono stati militari e imprenditori dell’industria militare: Yohannan Loker, direttore tra il 2016 e il 2019, era pilota dell’esercito, poi capo di stato maggiore con Netanyahu; gli azionisti sono anche azionisti della Elbit System, una delle principali industrie militari, e la compagnia è legata anche a la Naviera ZIM, che trasporta le armi dagli Usa a Israele. Il sospetto più grave però è che il fosforo bianco estratto non sia usato solo per la produzione di fertilizzanti, come dichiarato, bensì che rifornisca le terribili armi che bruciano la pelle in modo irreversibile, arrivando fino all’osso, e che sono state denunciate da Amnesty International e proibite dalle convenzioni internazionali. Ovviamente non ci sono prove definitive: ma alcuni documenti mostrano che la filiale ICL America, che ha una fabbrica a Saint Louis, sia vincolata alla fabbricazione del fosforo bianco per gli eserciti di Usa e Israele (tra l’altro, insieme alla Monsanto, altro nome noto della produzione di fertilizzanti chimici). L’enorme sostegno alla ICL da parte della Generalitat catalana e dalla sua polizia – che riceve anche addestramento dalla polizia israeliana – ovviamente frustra molte delle azioni che denunciano la devastazione ambientale e umana provocata da questa compagnia. Manresa è una città con una forte componente operaia e una forte rete di associazionismo in difesa del territorio. Negli ultimi mesi il movimento locale ha tentato di bloccare anche la partita che la squadra di basket  doveva giocar con l’Hapoel di Gerusalemme, cercando di impedire l’accesso degli atleti in campo. I Mossos hanno dispiegato un grosso contingente di furgoni della Brigata Mòvil per impedire le proteste. Alla fine la partita si è giocata, ma la mobilitazione ha avuto molto eco. Anche il giorno della protesta davanti alla miniera di Súria, nonostante l’aggressività dei Mossos, i manifestanti sono riusciti comunque a piantare un ulivo subito fuori dalla miniera. (josep lluís mateo dieste e stefano portelli) 
“Il mondo al contrario” di Vannacci fuori dalla scuola a Varese e provincia!
Con la delibera del Collegio docenti dello scorso 26 settembre l’IS Newton di Varese, a larghissima maggioranza (82%), ha ritenuto inappropriato un incontro dellɜ studentɜ con l’eurodeputato Roberto Vannacci nell’ambito dei percorsi di educazione alla cittadinanza; un ciclo di tre lezioni, di cui una per l’appunto affidata all’ex comandante della Folgore. La “lezione” si sarebbe dovuta tenere a fine novembre: Vannacci avrebbe parlato di patria e bandiera italiana. “L’idea era di approfondire i concetti di identità, tradizione e territorio dell’Insubria”, ha dichiarato Stefania Bardelli, animatrice del team Vidoletti del Mondo al contrario. In una nota, la CGIL Varese ha riconosciuto la piena legittimità della decisione, sottolineando che “il Collegio non ha ritenuto rilevante per il percorso di crescita degli studenti un incontro con un eurodeputato politicamente schierato, non solo per una questione di competenze pedagogico didattiche, che oggi non risultano in alcun modo certificate, ma anche per preservare la scuola e gli studenti da qualunque tipo di strumentalizzazione mass mediatica.” e che spetta ai docenti “indicare quali siano i percorsi utili a sostanziare i princìpi di una società (di cui la scuola è fondamento, n.d.r.) secondo i dettami della nostra Costituzione”. Sulla stessa linea lɜ dirigenti di altre scuole cittadine. Marco Zago, dirigente del liceo scientifico Galileo Ferraris, dichiara che nella scuola che dirige “sono statɜ invitatɜ alcunɜ rappresentanti delle Istituzioni, ma per parlare di orientamento: la politica come passione e professione (…), non per difendere un simbolo o una bandiera. Quando la politica entra in classe deve spogliarsi della propaganda: la scuola non è un palco, è un laboratorio di pensiero”. Elisabetta Rossi, dirigente del liceo classico Cairoli, sostiene che «I ragazzi devono essere educati alla politica, ma la scuola non può diventare una cassa di risonanza dei partiti. Il nostro compito è insegnare loro a farsi un’idea, non a sposare un’idea. Il dialogo sì, le bandiere no».  Chi sostiene l’iniziativa invoca il pluralismo e la crescita del senso critico nel confronto con idee diverse. Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università sosteniamo ed elogiamo la decisione del collegio docenti: pluralismo e senso critico nascono sì dal confronto tra posizioni differenti, ma il tutto deve essere guidato dal corpo docente, in ascolto e dialogo il più possibile aperto e paritario con lɜ studentɜ e nello spirito della Costituzione.  Ammettere in una scuola qualcuno che rivendica “a gran voce il diritto all’odio e al disprezzo, e a poterli manifestare liberamente nei toni e nelle maniere dovute”, manifesta apertamente posizioni razziste, islamofobe e sessiste, esalta la guerra e corpi militari come la X MAS significherebbe legittimare quelle posizioni. Che sono contrarie tanto allo spirito della nostra Costituzione che alle convenzioni internazionali sui diritti umani e vanno rifiutate tout court. Il “noi contro loro”, filo conduttore della campagna d’odio contro lɜ migranti, del sessismo, dell’omolesbotransfobia, come dell’esaltazione dei concerti di patria e bandiera, è il germe della disumanizzazione. Lɜ altrɜ non vengono più percepitɜ come persone, ma come nemicɜ, zecche, bestie insenzienti. L’ identità che non nasce dal riconoscimento reciproco, ma dalla negazione e dall’ annientamento dell’ altrə, normalizza la violenza e la guerra trasformandole addirittura in valori. Ci auguriamo che sempre più scuole seguano l’ esempio dell’ IS Newton di Varese, opponendosi al progetto della destra di governo di militarizzare la scuola e l’università che come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università denunciamo quotidianamente. Nel documentarci su questa vicenda non abbiamo trovato interviste a rappresentanti dellɜ studentɜ del Newton né della Consulta dei giovani di Varese. Eppure la scuola è fatta per, ma soprattutto dalle, persone piccole e giovani: docenti e dirigenti in primis, ma anche la stampa e le istituzioni, devono aprirsi al dialogo e all’ ascolto.  Alcunɜ maturandɜ lo scorso luglio hanno lanciato una forte richiesta di ascolto e di cambiamento della scuola, la critica di un sistema di valutazione che spersonalizza e spinge alla performance e alla competizione, il rifiuto di un sistema paternalistico che nega i bisogni e mortifica la naturale propensione alla curiosità, la creatività, il desiderio di essere costruttorɜ attivɜ, partecipi e protagonistɜ della scuola. Un sistema che continua a perpetrare la pedagogia nera, quel metodo di “educazione” violenta, autoritaria e militaresca ampiamente teorizzato tra il seicento e l’ottocento che siamo ancora lontani dal lasciarci alle spalle, che anzi piace tanto alla destra di governo che in realtà teme lo spirito critico, l’autonomia di pensiero, la libertà di espressione. Lɜ giovani stanno riempiendo le piazze, in Italia e in numerosi alrri Paesi, per dire no al genocidio del popolo palestinese, alle autocrazie, alla guerra, all’ economia predatoria e distruttrice, al razzismo e al fascismo. Hanno capito che tutto questo sta rubando loro il futuro e non sono cadutɜ nel tranello dell’ individualismo, né del “noi contro loro”. Si riuniscono in assemblee, discutono, agiscono collettivamente. Non è un caso che la repressione si stia accanendo soprattutto contro persone giovani. La scuola deve essere con loro; così la stampa, lɜ rappresentanti istituzionali e la società civile che intendano difendere i valori della Costituzione. Dalla parte giusta della storia. Riferimenti: https://www.repubblica.it/politica/2025/10/21/news/roberto_vannacci_varese_lezioni_scuola-424926842 https://www.varesenoi.it/2025/10/22/leggi-notizia/argomenti/varese/articolo/legittima-la-decisione-dei-docenti-del-newton-che-hanno-detto-no-allincontro-di-vannacci-con-gli.html https://www.orizzontescuola.it/vannaci-propone-classi-separate-per-alunni-con-disabilita-come-far-correre-questi-alunni-con-chi-fa-il-record-dei-cento-metri https://www.prealpina.it/pages/il-no-a-vannacci-del-newton-e-la-politica-a-scuola-394653.html > Varese riattiva la Consulta Giovanile: approvato in consiglio comunale il > nuovo regolamento > Il Mondo al Contrario: il movimento ispirato al Generale Roberto Vannacci Roberto Vannacci, Il mondo al contrario, 2023. https://telegra.ph/Valditara-e-la-pedagogia-nera-08-02-3?fbclid=PAZXh0bgNhZW0CMTEAAacHDZNfSPp8Bnkp9V-iZCa1t-JDYk0LS4pBb8R8B8xf1WdHEWsdNhnLHkZdrA_aem_KvPi-lasy19_gHRsNHF01g Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
Atene, dieci giorni di scioperi e cortei
(disegno di escif) Arrivo ad Atene la sera del 2 ottobre, su un aereo in ritardo di due ore. Alle 2.30 sono in aeroporto, alle 5.30, ora locale, a casa. Una veglia non richiesta ed eppure essenziale: mentre mi sposto verso sud-est, i compagni e le compagne italiani mi aggiornano sull’abbordaggio delle navi della Sumud Flottilla. Molti di loro sono già in piazza, tanti altri e tante altre li raggiungeranno l’indomani. Intanto esco fiacca dalla porta del gate, i tassisti rimangono fermi davanti alle loro macchine. «Απεργία», mi ripetono. «Απεργία! Strike!». Lo sciopero prevede ventiquattr’ore di stop ininterrotto. Tutte le categorie, tutti i sindacati. È stato chiamato il primo ottobre: sul piano delle contestazioni una riforma del lavoro terrificante che estende la durata della giornata lavorativa a tredici ore. Come me, i miei genitori, in visita ad Atene per pochi giorni, sono esausti. Con un occhio alle dirette della Global Sumud, con un altro alla strada, un notturno ci porta tentennante a casa. Dormiamo poco. Aggiorniamo le notizie. Le piazze iniziano a organizzarsi. Incontro il mio coinquilino per la prima volta. Mi saluta velocemente: «I am going to the demo, sorry». Riesco a chiedergli da dove partirà la manifestazione. Ci diamo appuntamento in piazza, recupero i miei. Mia madre sembra felice e mi dice: «Per lo meno manifestiamo qui, almeno se non a casa lo facciamo qui». Avanziamo tra cori sconosciuti, in una lingua dolce ma per me incomprensibile. Pian piano capiamo, le lotte si connettono, i cori tornano ovvi, impariamo a ripeterlo: “ΛΕΥΤΕΡΙΑ ΣΤΗΝ ΠΑΛΑΙΣΤΙΝΗ” – Palestina libera! Il corteo riempie le strade, si muove dalla metro Panormou all’ambasciata israeliana, la composizione è iper-variegata. Proviamo a tradurre gli slogan sugli striscioni: “Sanzioni allo stato di Israele assassino, rilascio dei prigionieri della Flottilla. Libertà in Palestina”. “Isoliamo Israele, Solidarietà ai fratelli palestinesi”. Il traffico è bloccato, il corteo sembra non finire. A quel corteo seguono giornate piene, durante la settimana diverse piazze e strade sono presidiate dall’Alleanza Stop the war e dalla Comunità palestinese greca. La manifestazione del 7 ottobre in solidarietà per Gaza, a due anni dall’inizio del genocidio, si conclude con venti arresti e sei feriti a seguito delle cariche della polizia. Intanto, ci si prepara allo sciopero del 10. Pochi giorni prima, una testata locale riporta il comunicato di Stop the war che richiama a “uno sciopero per la Palestina in risposta alle sporche manovre di Trump con i cosiddetti ‘negoziati di pace’ […]. Vogliamo unirci ad un’onda internazionale di solidarietà con gli scioperi generali in Italia e milioni di manifestanti in tutto il mondo. L’elenco dei sindacati è impressionante e sale di ora in ora, mentre insieme ai lavoratori, studenti e alunni si uniscono alle danze dopo la decisione di OLME (Federazione degli insegnanti delle scuole medie e superiori) di chiudere le scuole con uno stop al lavoro”. Negli stessi giorni incontro L.; vive ad Atene da ormai sei anni e dice: «Non è che in Italia non mi senta più a casa, ma è come se lo fossi un po’ di più qui». Mi racconta com’è stare qui, e di questo periodo: «Ce n’è sempre una, non temere», mi dice. «Ogni fine settimana c’è una chiamata alla piazza e in questi giorni c’è da essere sempre in giro». L., come altre persone incrociate in questi primi giorni in città, mi spiega la composizione della piazza o, meglio, delle piazze. Il corteo principale partirà da piazza Klafthmonos alle ore 13. La stampa locale conferma l’adesione di più di cinquanta sindacati. Il secondo si muoverà invece alle 19, ripetendo il percorso del 2 ottobre e concludendosi all’ambasciata di Israele. Parteciperanno principalmente il movimento studentesco e i sindacati di ricercatori e docenti. È il 10 ottobre. Incontro L. in piazza, riusciamo a trovarci solo alla fine della manifestazione. È sera, intorno a noi la gente sembra stanca, ma ostinata a voler continuare a mantenere alta l’attenzione. «C’è bisogno che ora non finisca tutto qui, dobbiamo continuare». Mi viene in mente che pochi giorni prima mi ero fermata a parlare per strada con una militante dell’area comunista. Mi aveva chiesto da dove venissi – la condanna dell’uso dell’inglese pesa sui rapporti tra visitatori e residenti, un po’ rassegnati alla presenza altalenante di studenti, lavoratori, nomadi digitali. «Italia!», avevo risposto, e lei mi aveva detto che era importante guardare cosa stava succedendo da noi, che «sarebbe importante riuscire a fare così anche qui, anche in Spagna, ovunque». All’indomani della giornata di sciopero mi fermo a guardare indietro a questa dilatatissima settimana. Come L. non posso che chiedermi cosa succederà ora, dopo l’ufficializzazione del piano di “pace” che ancora una volta porta la firma occidentale e coloniale su un cessate il fuoco dopo un massacro durato due anni. Nel mentre, passeggiando per la città, guardo i manifesti, giorno per giorno accumulati sui muri di Atene, con la sensazione che siano sempre freschi di attacchinaggio, in aggiornamento continuo come le lotte in questa città. Allo stesso modo, le scritte e le tag “Zionist not welcome”, “Death to the Idf” risuonano per i quartieri. Qualche angolo più in là, nel pieno di Exarchia – ex quartiere anarchico oramai vittima di processi di gentrificazione e speculazione urbana – appaiono nuove scritte: “Burn BNB + Burn the IDF” e ancora “When an Israeli buys your home, OCCUPY THE HOME”. Penso alla concomitanza delle lotte, alle forme di multiple di potere e oppressione che si accavallano sugli spazi che attraversiamo, e che ogni giorno proviamo a combattere. In una città come Atene in cui sembra di non riuscire a stare al passo con il movimento, lo spazio fisico e la sua materialità ci ricorda ogni giorno l’importanza delle alleanze e delle solidarietà che la Palestina ci chiede di costruire. Qualcuno in questi giorni urlava «Volevamo liberare la Palestina, ma è la Palestina che ha liberato noi». Forse è presto per poterlo dire, ma qualcosa si è mosso. L’importante sarà, nelle settimane a venire, continuare a scuotersi, a organizzarsi, a capire che nuova forma vogliamo dare a questa marea che sembra essersi finalmente alzata. (marina volpe)
Sesto Fiorentino, 25-28 settembre: Disarma sul tema “L’altro lato del mondo” con Osservatorio
SESTO FIORENTINO(FI), CASA DEL POPOLO COLONNATA, DA GIOVEDÌ 25 A DOMENICA 28 SETTEMBRE INIZIATIVA DISARMA CON CRISTINA RONCHIERI DELL’OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLE SCUOLE E DELLE UNIVERSITÀ. Da giovedì a domenica si susseguiranno dieci sessioni in cui rifletteremo su L’ALTRO LATO DEL MONDO. Proveremo a capire chi sono gli “altri”, la maggioranza globale che si organizza rivendicando la propria autonomia dall’Occidente, e chi siamo “noi”, che cosa è diventata questa Europa, sempre più bellicosa e con un avvenire di disgregazione e inarrestabile declino. Solo con il dialogo. Solo abbattendo muri. Solo attraverso uno sguardo attento all’altro lato del mondo e smascherando bugie e complicità dei governi occidentali, potremo costruire una pace duratura ma soprattutto fermare il genocidio a Gaza. Sarà un confronto lungo e impegnativo su molti temi. Ci aiuteranno più di cinquanta relatrici e relatori, i coraggiosi della pace e della verità, compagni di strada di Disarma. Tanti di loro censurati per esprimere liberamente il loro pensiero opposto alla propaganda bugiarda. E con loro affronteremo anche questo tema.