Un Tribunale popolare a Madrid contro la complicità nel genocidio(disegno di raffaele lippi)
Mentre una tempesta di vento si abbatte su Gaza, rovesciando le tende e
inondando i terreni brulli su cui migliaia di sfollati sopravvivevano al freddo,
alla fame e alla devastazione, la Palestina è sparita dal dibattito pubblico. Il
“cessate il fuoco” di base è un “cessate le proteste”, che avevano mobilitato
milioni di persone in tutta Italia. Il genocidio continua attraverso la fame, i
piani di deportazione e i continui attacchi militari. I guerrafondai sono
riusciti a bloccare l’ondata di manifestazioni di piazza, e a farci parlare
d’altro. Avanza anche la contra: non solo con il decreto che equipara
opposizione al genocidio all’antisemitismo, ma anche con la censura a personaggi
pubblici e continui provvedimenti disciplinari contro docenti e ricercatori
pacifisti, spesso su richiesta di militari israeliani nelle università italiane.
Fortunatamente, molti percorsi iniziati nei mesi scorsi vanno avanti: la
solidarietà ai detenuti palestinesi o filopalestinesi (i presidi a L’Aquila
per Anan Yaeesh, la liberazione di Mohamed Shahin dal Cpr), e anche il faticoso
lavoro di fermare le collaborazioni accademiche con Israele. Su pressione
studentesca, la facoltà di Lettere della Sapienza ha interrotto gli accordi con
Israele, come prima quella di Fisica e l’intera Università Roma Tre (è da vedere
se queste dichiarazioni saranno rispettate). La Società italiana di antropologia
culturale ha appena approvato una mozione che richiede a tutti i membri di non
collaborare con istituzioni accademiche e di ricerca israeliane “finché esse non
pongano fine alla loro complicità con il genocidio, l’occupazione militare
illegale del Territorio Palestinese e il regime di apartheid” (si trova
anche qui).
Vale la pena anche vedere cosa succede fuori dall’Italia. Il 28 e 29 novembre a
Madrid si è celebrato un evento ambizioso: il Tribunale dei popoli sulla
complicità con il genocidio palestinese nello Stato spagnolo, o TPCGP-25.
L’evento è stato organizzato dalla Red Universitaria por Palestina – una rete
che ha i nodi in tutte e cinquanta le università pubbliche spagnole, che già
l’anno scorso aveva organizzato un grande evento a Barcellona dal titolo
“L’Università di fronte al genocidio” (e un libro pubblicato per l’occasione).
Il Tribunale dei Popoli si tiene nella sala grande della facoltà di Scienze
Politiche e Sociologia dell’Università Complutense. Il campus non è lontano
dal Puente de los franceses, il ponte sul Manzanarre dove alla fine del 1936 le
forze repubblicane bloccarono i golpisti di Francisco Franco per la prima
volta, anche grazie alle Brigate internazionali. La Batalla de la Ciudad
Universitaria inaugurò la difesa di Madrid dal fascismo, come ricorda una
famosa canzone. Ma mentre si sa che Franco arruolò migliaia di marocchini (per
poi abbandonarli al loro destino), pochi sanno che sul fronte di Madrid c’erano
anche alcuni comunisti palestinesi, che combatterono al fianco di italiani,
inglesi, francesi, statunitensi, e migliaia di ebrei.
“Il genocidio va compreso al di là del razzismo, dell’odio etnico o religioso”,
scrive Manuel Delgado nel libro pubblicato l’anno scorso dalla RuxP.
“Smascherando questa visione, un genocidio esprime la cultura degli stati, e in
particolare del progetto coloniale e imperiale in cui pretendono di essere
coinvolti”. Sulla grande cattedra della sala campeggia uno striscione:
“Università per la decolonizzazione della Palestina: fermiamo il genocidio”.
Potrebbe sembrare un’assemblea di movimento o un convegno accademico; l’evento
invece è inquadrato come un Tribunale: uno strumento che l’università offre alla
società civile, orientato all’azione. Ci sono commissioni e tavoli tematici,
ognuno dei quali delibera su uno specifico aspetto della complicità dello stato
spagnolo con il genocidio.
COSA SONO I TRIBUNALI DEI POPOLI
«Questo non è un tribunale giuridico», dice nel suo discorso di apertura Ángeles
Diez, professoressa all’Università Complutense. «Non siamo qui per sostituirci a
istituzioni nazionali o internazionali. È un tribunale d’opinione, un tribunale
di coscienza. Seguiamo la linea dei tribunali Russell, e dei tribunali popolari
basati sulla Dichiarazione universale dei diritti dei popoli di Algeri». Perché
in questi anni non ho sentito nessuno parlare dei tribunali Russell? In un libro
del 1966 il filosofo Bertrand Russell, già premio Nobel, auspicò la creazione di
un tribunale d’opinione sui crimini di guerra degli Usa in Vietnam. La prima
sessione si tenne nel novembre 1966 a Stoccolma, il presidente era Jean-Paul
Sartre, e vi presero parte (tra gli altri) Tariq Ali, James Baldwin, Lelio
Basso, Stokely Carmichael, Simone de Beauvoir, Günther Anders, Alice Walker. Si
ascoltarono più di trenta testimonianze, anche di militari Usa; venticinque
esperti, membri di associazioni pacifiste, giudicarono i crimini degli Usa in
Vietnam. Anche il governo di Ho Chi Minh contribuì a finanziare i lavori. “Se
alcuni atti o violazioni sono crimini, lo devono essere sia che li commetta la
Germania sia che li commettano gli Usa”, spiegò Russell. “Un regolamento sul
comportamento criminale altrui deve prevedere che si possa applicare anche a
noi”. Il Tribunale deliberò che gli Usa avevano violato la legge internazionale,
con la complicità di molti altri paesi, usando armi proibite e imponendo
trattamenti inumani ai civili: si considerò il governo Usa responsabile di
genocidio. Il Tribunale Russell non poteva imporre sanzioni, ma mirava a
“contribuire alla giustizia globale, al ristabilimento della pace e alla
liberazione dei popoli oppressi”. Altri tribunali Russell giudicarono le
dittature latinoamericane, le violazioni verso i popoli indigeni, i diritti in
psichiatria. Nel 2010 a Barcellona un tribunale Russell giudicò la complicità
dell’Ue nell’occupazione della Palestina.
Ma i tempi sono decisamente cambiati. Tre giorni prima dell’inizio del tribunale
la decana della facoltà ha ricevuto delle lettere di denuncia: una
da un’associazione di avvocati sionisti, finanziata direttamente da
Israele, dalla Federazione di giovani ebrei spagnoli e dalla Rete accademica
contro l’antisemitismo nelle università, una lobby esterna alle università. Il
giorno prima, il rettore della Complutense Joaquín Goyache ha scritto
personalmente alla decana chiedendo di non celebrare l’evento. Ma la RUxP ha
inserito giuristi della rete “Juristas por Palestina” in ogni tavolo a
verbalizzare. Così non ha dato spazio alle pressioni esterne che tentavano di
presentare il Tribunale come evento illegale.
LE COLLABORAZIONI TRA SPAGNA E ISRAELE
La Spagna da noi gode di un’ottima stampa, al punto da farci credere davvero che
il governo Sánchez stia mantenendo un embargo verso Israele. Il TPCGP-25 ha
dimostrato invece, e con un’enorme quantità di documentazione, che il governo
spagnolo è strutturalmente complice del genocidio in Palestina. Non solo la
Spagna collabora intensamente con Israele, ma le collaborazioni continuano ad
aumentare. Basti pensare, come si è detto in apertura del Tribunale, che tutte
le navi statunitensi che attraversano il Mediterraneo cariche di munizioni e
carburante per il genocidio passano per le acque territoriali
spagnole. Se Sánchez avesse voluto davvero un embargo, avrebbe bloccato i porti
di Algeciras, Cartagena, Valencia, Barcellona a quelle navi. Senza quei porti,
lo sterminio dei palestinesi sarebbe stato più difficile.
Il Tribunale prevedeva sette tavoli tematici che presentavano le prove raccolte:
uno sull’impresa, il commercio e le “banche armate”, cioè la finanza che
foraggia il traffico di armi; uno sui media; uno sul sistema sanitario; uno su
sport e cultura; uno sulla repressione e le lobby sioniste; una su università,
ricerca, educazione e istituzioni culturali. Per ogni tavolo una decina di
professori e ricercatori discutevano i dettagli delle complicità. Quello sulle
imprese, per esempio, ha elencato le sei corporazioni spagnole incluse nel
report Onu sulle complicità imprenditoriali nel genocidio: sono imprese di
logistica, costruzione e trasporti, impegnate nel sostenere le colonie illegali
costruite da Israele sul territorio palestinese occupato. Il presunto embargo ha
costretto semplicemente le imprese a muoversi in modo meno visibile. Così, la
Santa Barbara Systems continua a montare le torrette dei carri armati israeliani
della Elbit, ma invece di farlo nella sua fabbrica in
Asturias, va a montarle in Lettonia. Banco Santander e il BBVA hanno operazioni
da miliardi di euro con le compagnie di armamenti coinvolte nel genocidio (si
veda qui), ma ora devono nasconderle con triangolazioni e maggiore opacità nelle
operazioni finanziarie. Il che non è una buona notizia neanche per la democrazia
spagnola.
Ogni tavolo ha elaborato un dossier riassuntivo; presto saranno caricati tutti
sul sito. Il tavolo sulla repressione e le lobby sioniste, presieduto da Manuel
Delgado dell’Università di Barcellona, ha già pubblicato il suo dossier. Vi si
descrivono le reti con cui si “diffondono, sostengono e promuovono le narrative
che giustificano o legittimano i crimini perpetrati dal progetto coloniale
israeliano”. In Spagna, come in tutta Europa, c’è una “rete di collaborazione
pubblico-privata che vincola istituzioni statali, associazioni private e
imprese” (la cui genealogia è ricostruita in un altro rapporto del Tribunale),
che organizza continui attacchi alle mobilitazioni per la Palestina – dagli
accampamenti studenteschi alle manifestazioni contro la Vuelta, il Giro di
Spagna, interrotto da proteste quasi a ogni tappa. Nel dossier ci sono anche le
trascrizioni di tutti gli interventi strumentali e menzogneri sui giornali e in
televisione, i meme, e tutta la pubblicistica riconducibile al lavoro di lobby
esercitato dallo stato israeliano e dai suoi sostenitori.
LA COMPLICITÀ DI SCUOLE E UNIVERSITÀ
Il tavolo sulla ricerca e sull’educazione è partito dallo “scolasticidio”
operato da Israele a Gaza, con la distruzione di tutte le strutture educative e
di ricerca e l’assassinio di migliaia di studenti e centinaia di docenti (anche
in Cisgiordania). Lo ha illustrato l’antropologa israeliana Maya Wind, che è
intervenuta con un video. Le università spagnole sono coscienti del ruolo dei
loro omologhi israeliani nel genocidio, e in alcuni casi hanno dichiarato la
sospensione delle collaborazioni. A maggio 2024 la stessa Conferenza dei Rettori
ha votato per il boicottaggio; ma la destra al potere in varie parti della
Spagna ha provato a fermarle, per lo più senza successo. Un intervento
ha descritto il contributo dell’Ue alla ricerca israeliana: Israele è il primo
paese non Ue a essere incluso nel programma Horizon, e il secondo beneficiario
di fondi per la ricerca, nonostante sia uno stato con pochi milioni
di abitanti. La commissione Ue discute fin dal 2020 dell’esclusione di
Israele da Horizon, ma questa ancora non è stata resa effettiva.
Nello stesso tavolo si è parlato dell’incredibile quantità di ricerca
israeliana su sorveglianza e cybertecnologie. È quasi impossibile lavorare su
questi temi senza collaborare con università israeliane, e infatti moltissime
università spagnole continuano a lavorare con le istituzioni che sviluppano i
software usati per i check-point, o gli algoritmi militari – come Lavender, che
assegna automaticamente ai palestinesi dei punti sulla base dei quali possono
essere uccisi; o l’ancora più perverso Where’s Daddy, che calcola come colpire i
palestinesi quando tornano a casa dai figli. Ma anche la Biblioteca Nacional de
España usa software israeliano: il programma Alma, prodotto dalla Ex
Libris, un’impresa che ha sede a Malha, in Cisgiordania. Fino al 1948 Malha era
il villaggio palestinese di Al Maliha: i suoi 2.250 abitanti furono uccisi o
deportati mentre l’esercito israeliano distruggeva e razziava non solo le case,
ma anche archivi e biblioteche. Su segnalazione di oltre cinquecento
biblioteche, il mese scorso il Dipartimento della Cultura spagnolo
ha cancellato il contratto con la Ex Libris, come impresa legata
all’occupazione illegale del territorio palestinese.
Altre testimonianze riguardavano le scuole, obbligate per legge a educare ai
diritti umani, eppure continuamente sottoposte a ingerenze verso
chi denuncia crimini riconosciuti dall’Onu. Molti docenti, organizzati in Marea
Palestina. Educación contra el genocidio, rispondono al tentativo di
instillare loro paura con la sistematica documentazione di ogni abuso. Neves
Arza, professoressa dell’Università di La Coruña, ha raccontato che in una
scuola della Galizia il preside aveva chiesto di togliere l’immagine di un
cocomero, dichiarando che poteva “risultare offensivo a chi non condivide le
critiche al genocidio” (sic!).Quando studenti e docenti hanno chiesto una
lettera scritta che motivasse la richiesta, la direzione si è tirata
indietro, e il cocomero è ancora lì. Il tavolo ha deliberato di richiedere a
ogni istituzione educativa misure che rendano strutturale non solo l’obbligo di
non collaborare con il genocidio, ma anche la partecipazione di palestinesi e
altre voci anticoloniali.
LA SENTENZA CONCLUSIVA
La conclusione dei lavori è iniziata con un potente discorso di Rabab Abdulhadi,
professoressa palestinese dell’Università Statale di San Francisco, che ha
collegato la resistenza attuale al genocidio alla storia centenaria di lotta
contro la colonizzazione e contro il fascismo. Per questo nomina la guerra
civile e lo sterminio dei nativi americani. Il suo intervento allinea domande
importanti: per esempio, “come possiamo collegarci ai nostri fratelli ebrei
antisionisti?” Our siblings è il termine che usa. Ma anche: come comportarci di
fronte al fatto che l’Ue e l’Onu intervengono nella riscrittura dei programmi
accademici palestinesi, finanziando l’Autorità Palestinese perché rimuova ogni
menzione alla resistenza anticoloniale. Le università palestinesi quando non
sono distrutte, vengono rimodellate secondo le necessità strategiche di Israele.
Infine, al termine dei lavori, arriva la sentenza: la “Dichiarazione di Madrid”
del 29 novembre 2025, il cui obiettivo è “studiare, comprendere e mobilitare la
società civile spagnola”. A partire dalle prove esposte, dall’analisi dei
rapporti presentati dai vari tavoli tematici, il Tribunale conclude che lo stato
spagnolo collabora da decenni con l’occupazione, l’apartheid e
la Nakba permanente, e infine con il genocidio, e che il suo governo ha piena
coscienza di questi crimini. Seguono venti punti in cui queste complicità
vengono esposte, per tutti gli ambiti analizzati. E conclude: “Il Tribunale
dichiara che questa risoluzione si approva con la convinzione che la voce della
coscienza collettiva sia uno strumento indispensabile di fronte all’impunità,
specialmente quando i meccanismi istituzionali formali sono insufficienti o
troppo lenti di fronte alla gravità dei fatti. La fase attuale del genocidio ci
obbliga a continuare questo lavoro di documentazione, denuncia e memoria.
Chiediamo a tutti i partecipanti e collaboratori di questo Tribunale di
continuare i lavori che hanno iniziato”.
Non ci sono molti dubbi sul fatto che i tribunali veri non daranno nessuna
importanza a questo tribunale, così come hanno ignorato quello di Bertrand
Russell e Jean-Paul Sartre. Ma non c’è neanche molto dubbio che sia un dovere
per la comunità accademica raccogliere e ordinare le informazioni che si
vorrebbero far passare sotto silenzio. Una rete simile in Italia, la Rete
Ricerca e Università per la Palestina, sta ugualmente cercando di sistematizzare
le informazioni sulla complicità accademiche italiane con Israele. Ma le
frontiere nazionali (e linguistiche) sembrano obbligarci a ripetere più volte lo
stesso lavoro. Ci sono anche importanti differenze politiche tra Italia e
Spagna: la più evidente, che durante tutto il Tribunale nessuno dei partecipanti
ha fatto riferimento ai propri sindacati o partiti di appartenenza. Si lavora
insieme, pur essendo ognuno legato ai propri gruppi; l’obiettivo è adempiere al
proprio ruolo storico collettivo, non egemonizzare un processo.
Luz Gómez dell’Università Autonoma, presidentessa del Tribunale con Rabab
Abdulhadi, così ha concluso il suo intervento: «La Palestina oggi è in pezzi,
frammentata e sul punto di sparire, sepolta sotto strati giuridici, bellici,
politici ed economici normalizzati da Israele a forza di fatti consumati e
crimini impuniti, con il sostegno diretto dell’Occidente e dei suoi alleati
arabi. In Spagna la denuncia della complicità con il genocidio ci porta oggi
all’Università Complutense di Madrid, perché non concepiamo la vita accademica
senza giustizia né riparazione». E termina: «La Palestina è nata dalle sue
ceneri dopo Karameh, Beirut, Oslo, e rinascerà dopo Gaza, nonostante le
controrivoluzioni arabe e l’ascesa dell’ultradestra mondiale. La vita e la
bellezza che ci insegna la storia della resistenza palestinese sono insolenti.
Parafrasando Pasolini, sono, come le mura di Sana, “una bellezza scandalosamente
rivoluzionaria”. Oggi speriamo, insieme alle palestinesi e ai palestinesi, che
il mondo si stia svegliando alla loro causa – che è la sua stessa causa: la
causa dell’umanità». (stefano portelli)