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In Marocco la libertà d’espressione è ancora sotto attacco del governo
(disegno di ottoeffe) Sono tempi bui per la libertà d’espressione, da questo e quel lato del Mediterraneo. Lunedi 13 luglio Mehdi Blackwind, all’anagrafe El Mahdi Lyoubi, classe 1992, rapper e video-maker marocchino residente in Francia – a Marsiglia – dal 2017, è stato stato messo in stato di fermo a Casablanca, con comparizione immediata prevista per mercoledi 15 luglio al Tribunal Correctionnel di Aïn Sebâa, a est di Casablanca. Lo stato di fermo è stato convalidato in arresto, con processo per direttissima fissato al 22 luglio. L’accusa non è stata formalmente precisata, in attesa della presenza di un avvocato (il sistema è attualmente paralizzato a causa dello sciopero degli avvocati che prosegue da cinque settimane), ma é stata poi diffusa da organi di stampa locali: si tratterebbe del reato di “oltraggio a organo costituzionale” in relazione ai suoi testi fortemente critici e al sostegno dimostrato al movimento della GenZ 212. Eppure la libertà di pensiero, opinione e espressione sarebbe tutelata dalla Costituzione marocchina all’art. 25. Blackwind é il quarto rapper, dopo Pause Flow, Hamza Raid e Souhaib Qabli a essere stato arrestato da novembre a oggi. Questi ultimi hanno ricevuto condanne tra i tre e gli otto mesi, con le stesse accuse di “oltraggio a organo costituzionale”. L’informazione era stata diffusa dall’entourage dell’artista: venerdì 10 luglio all’aeroporto di Rabat-Salé gli era stato vietato di lasciare il Marocco ed era stato convocato presso la Brigata nazionale della polizia giudiziaria di Casablanca per il lunedì successivo, durante il quale è stato poi interrogato e messo in stato di fermo. Un comitato in suo sostegno si è immediatamente costituito a Marsiglia, in comunicazione costante con familiari e amici in Marocco. L’obiettivo è quello di lanciare una campagna mediatica e di fare pressione sulle autorità marocchine per favorire il suo rilascio immediato. Stessa sorte è toccata al giornalista Ali Mrabet, bloccato il 12 luglio al suo arrivo in Marocco all’aeroporto di Tangeri, chiamato a comparire il 15 luglio davanti al procuratoire del tribunale di Aïn Sebâa a Casablanca e rilasciato nella mattinata dello stesso giorno. Lo abbiamo incontrato al caffé Doria nei pressi del tribunale, subito dopo essere stato rilasciato. Ci ha raccontato di essere stato messo a conoscenza di un dossier di una cinquantina di pagine sul suo conto; niente di schiacciante, però, per trattenerlo ulteriormente. L’accusa maggiore sarebbe quella di aver diffuso informazioni diffamatorie, recanti pregiudizio alle istituzioni marocchine e di avere relazioni con esponenti algerini non ben identificati. La sua difesa, in assenza del suo avvocato, è stata quella di affermare il diritto alla critica, la quale non ha nulla a che vedere con presunte diffamazioni rivolte a personalità del governo. Per quanto riguarda l’accusa di avere relazioni con l’Algeria, essa appare come un ritornello vuoto di significato che torna in voga in svariati processi contro i giornalisti; la stessa sorte era toccata a Omar Radi qualche anno fa. Secondo lo stesso Mrabet, le accuse mosse contro di lui appaiono molto deboli; nessuna formalizzazione in “oltraggio alla monarchia” o “tradimento della patria”; quest’ultimo prevederebbe pene molto severe e sarebbe più complesso da scardinare. Non è la prima volta che Mrabet finisce nel mirino della polizia giudiziaria. Già nel 2003 era stato arrestato e condannato a quattro anni di reclusione per “oltraggio alla monarchia” a seguito della pubblicazione di alcuni articoli che avrebbero criticato aspramente il sistema di potere. Fu graziato dallo stesso re del Marocco l’anno successivo, ma dal 2005 è formalmente impossibilitato a esercitare la sua professione in Marocco. A seguito di ciò, presa la nazionalità francese, ha continuato a scrivere da esiliato in Europa e da diversi anni ormai ha la residenza in Spagna. È forse questo suo “scudo internazionale” che fa muovere cautamente la macchina repressiva contro di lui. A ogni modo non ci è parso affatto inquieto e preoccupato, sicuramente non intenzionato a farsi intimorire. Purtroppo non è una novità che il sistema giudiziario marocchino si scagli contro giornalisti, artisti e attivisti, in una tendenza che ha visto picchi di repressione violenta dagli anni Settanta ai Novanta col precedente sovrano. Durante quelli che sono passti alla storia come “gli anni di piombo”, secondo l’associazione marocchina dei diritti dell’uomo, qualche decina di migliaia di persone sono state arrestate più o meno arbitrariamente, numerosissime detenute in prigioni segrete e qualche migliaio fatte misteriosamente sparire. La stagione di proteste del 2011 è stata soffocata con la riforma costituzionale che prometteeva importanti cambiamenti in ambito sociale. Poi nel 2016-17 la persecuzione del movimento nel Rif ha riacceso i riflettori sul pugno di ferro del potere. Nasser Zefzafi, presunto leader del movimento, è stato condannato nel 2019 a venti anni di reclusione. Da allora il paese è stato attraversato da diverse ondate di proteste, contro il rincaro dei prezzi delle utenze e dei beni di prima necessità, contro sgomberi violenti ed espropri incrementati negli ultimi tempi anche in vista degli eventi internazionali previsti nei prossimi anni. Allora la politica dei bulldozer si accompagna a quella del bavaglio, soprattutto dopo le proteste della GenZ 212, che hanno movimentato il paese nell’autunno scorso al grido di “più ospedali, meno stadi!”. La risposta governativa si è tradotta in quasi duemilacinquecento arresti, anche di minori, con pene detentive che hanno raggiunto in alcuni casi i quindici anni. Non bisogna poi dimenticare i tre manifestanti morti durante gli scontri con le forze di polizia nelle notte del 2 ottobre 2025 nella cittadina di Lqliaâ nei pressi di Agadir. In una dichiarazione rilasciata durante il festival di musica indipendente L’Boulevard di Casablanca del 2025 e diffusa sul profilo Instagram #free.el.mahdi, lo stesso Mehdi Blackwind dichiarava che la libertà d’espressione non si misura sul numero di persone a cui non succede niente di spiacevole, ma “su quelle alle quali è successo qualcosa” dopo aver espresso le loro opinioni. Lo scorso febbraio Zineb Kharroubi, giovane marocchina residente in Francia e impegnata nella distribuzione cinematografica, è stata arrestata appena atterrata sul suolo marocchino. L’accusa: “incitazione a commettere dei reati”, a causa di una sua iniziativa di solidarietà al movimento della GenZ 212 promossa in Francia: si tratta nello specifico di una chiamata a manifestare davanti all’ambasciata del Marocco a Parigi diffusa via Instagram. Il reato imputato a Zineb sarebbe di aver appoggiato le proteste scatenatesi a seguito della morte, in un breve lasso di tempo, di ben otto donne nell’ospedale Hassan II di Agadir per complicanze e/o mancanza di cure legate al parto. Il movimento denunciava lo stato di abbandono di scuole e ospedali pubblici, nonché il regime di corruzione vigente nel paese (già al centro delle proteste nel 2011). Ha stupito il verdetto emesso dal tribunale di prima istanza di Casablanca lo scorso 29 giugno, che prevede per Zineb Kharroubi la reclusione di sei mesi e il pagamento di una multa di 460 euro per un ipotetico reato commesso, tra l’altro, al di fuori del territorio marocchino. Ingerenze giudiziarie tra giurisdizione marocchina e suolo francese che quasi non si vedevano dal triste affare Mehdi Ben Barka! Eppure il diritto a manifestare non è formalmente reato in Marocco, punibile secondo la sua legge penale, in quanto sancito dall’art. 29 della Costituzione del 2011, nei limiti previsti dalla legge (obbligo di dichiarazione preventiva agli organi competenti; possibilità di organizzazione in capo esclusivamente ad associazioni, sindacati e organizzazioni legalmente costituite; potere di scioglimento da parte delle autorità amministrative locali). Più forte del diritto a manifestare appare allora il divieto di critica esplicita e pubblica al governo, fatto passare sotto l’etichetta di “oltraggio alla monarchia e agli organi governativi”, le cui condanne sono inasprite in caso di diffusione delle proprie opinioni via social network. Passeggiando per i quartieri delle principali città del Regno si ha l’impressione di trovarsi in un boom economico senza precedenti: aumento dei consumi ma anche dei prezzi al consumo, cantieri mastodontici di nuovi quartieri residenziali, complessi turistici e poli finanzairi, senza contare tutte le nuove costruzioni destinate a ospitare i prossimi mondiali di calcio del 2030. Ma i villaggi dell’entroterra piangono ancora le perdite causate dal mortifero terremoto del 2023, insieme alla mancanza di politiche di welfare e di infrastrutture per i servizi pubblici di educazione, sanità e trasporti – la rete ferroviaria piuttosto sviluppata nel nord del paese, a sud non supera la città di Marrakech – che si accompagnao a sconvolgimenti ambientali quali siccità e desertificazione. Allora forse il Marocco non dovrebbe solo rammaricarsi dell’essere stato eliminato dagli attuali mondiali di calcio, ma piuttosto di non riuscire a raggiungere quegli standard di civiltà ai quali uno stato di diritto dovrebbe attenersi, al rispetto di fondamentali diritti quali la libertà di espressione e il lecito dissenso verso le politiche e gli organi istituzionali. (laura guarino)
July 21, 2026
Napoli MONiTOR
Casablanca si prepara ai mondiali del 2030 demolendo i quartieri dell’antica medina
(archivio disegni monitor) L’articolo è uscito su Safircom, 24 aprile 2026. La traduzione in italiano è a cura di Ghassan Waïl e Stefano Portelli. *   *   * Le lacrime, la tristezza, il dolore della separazione; la rabbia, l’impotenza e il senso di umiliazione (in arabo: hogra); il rumore dei bulldozer, la polvere nell’aria, le guardie di sicurezza; così i figli e le figlie dell’antica medina di Casablanca – la città vecchia – dicono addio ai loro quartieri, alle loro strade, ai loro mercati, ai negozi, e soprattutto alle loro memorie, ai loro amici e ai loro vicini. Stanno dicendo addio a una parte di loro stessi. I quartieri di Derb Lngliz, Derb Rmad, Derb Fssa, Derb El Kelb, Derb Gnawa, Boutwil, Moha and Saïd, Nzala, Lbheira, tutti questi quartieri sono stati distrutti e ora sono in rovina, sepolti tra le macerie e spianati dalle ruspe. Un abitante della zona racconta: «Abbiamo lasciato indietro un’intera vita. Siamo nati qui, i nostri figli sono cresciuti in questo quartiere, l’antica medina ci ha dato anche il pane». Le memorie, le vite, le storie, i percorsi che l’hanno attraversata, intrecciati in decenni, hanno modellato la storia dell’antica medina di Casablanca, e ora sono scomparsi per sempre. Casablanca si è disfatta di una parte della sua storia, l’ha lasciata ai bulldozer, che l’hanno gettata via e sepolta tra le macerie. Per Mourad Messaad, uno dei residenti del quartiere Derb El Ramad, il cui nome significa “quartiere delle ceneri”, e che è davvero diventato cenere, la città vecchia è una patria e un essere vivo, in ogni senso. Con tristezza, dice: «È difficile essere obbligati a lasciare il posto in cui sei cresciuto, lasciare i tuoi vicini e i tuoi amici ed essere gettato nell’ignoto». La città vecchia è un capolavoro e una scuola di arte e di vita. Dalle sue strade e dai suoi spazi aperti sono venuti su l’amatissimo comico Lamfadal Lah’rizi, nonché Bouchaïb El Baydawi, il Re dell’Aita, uno stile musicale tradizionale. Da questo mondo così ricco sono emersi il campione di pugilato Marcel Cerdan, il lottatore di wrestling Saïd El Sawakan e l’artista Souad Sabir. Qui sono passati i calciatori Larbi Ahardane e Aziz Bouderbala, entrambi del Wydad e della nazionale marocchina che vinse la Coppa d’Africa; Idriss Chacha, del Raja; qui sono cresciuti e hanno costruito il loro talento. La maledizione dei mondiali di calcio ha colpito gli abitanti della città vecchia come una tragedia greca. I discendenti dell’antica Anfa – la città antica che sorgeva sul sito di Casablanca – oggi si trovano circondati da nuove macerie. Con l’unica eccezione del consigliere municipale Abdellah Abaakil del Partito Socialista Unificato (PSU), tutti i partiti politici, le associazioni, i funzionari pubblici della città, sono rimasti in silenzio; e i residenti non hanno altro che le loro lacrime e i loro telefoni per registrare le demolizioni e per dire addio alle loro case e ai loro negozi. Non hanno altro che i social media per condividere le loro sofferenze e raccontare al mondo la loro situazione. Qui, dove i commercianti, i residenti, i fan del Wydad, hanno raccolto le storie e le vittorie che hanno modellato la vecchia città; qui, dove sono state messe a tacere per sempre le voci e le energie dei bambini che riempivano ben tredici scuole; tutta questa eredità culturale, tradizionale, storica, è stata distrutta dalla maledizione della Coppa del Mondo, e da quaranta anni di pianificazione caotica per il progetto di un grande boulevard chiamato Avenue Royale. UNA MOSCHEA E UN BOULEVARD A metà degli anni Ottanta, il re Hassan II decise di costruire una delle più grandi moschee del mondo, seconda solo ai due enormi templi di Mecca e Medina, proprio sul litorale di Casablanca, in un’area chiamata Bahr Merizika. Era un luogo importante per la memoria dei residenti della città vecchia; molti abitanti vi avevano imparato a nuotare e a pescare, e vi si conservavano anche i resti delle antiche piscine municipali, uno stagno per la pesca, e una grande area aperta chiamata Chouinty, dove si tenevano gare sportive o semplicemente si imparava ad andare in bicicletta. La costruzione della Grande Moschea iniziò il 12 luglio 1986. L’inaugurazione avvenne il 30 agosto 1993. L’idea di un boulevard reale fu discussa durante la costruzione e annunciata ufficialmente nel 1989. Quando il progetto fu lanciato, si sparse la voce che anche i quartieri intorno sarebbero cambiati. Alcuni dicevano che sarebbero stati demoliti per aprire la strada a questa Avenue Royale che avrebbe collegato la moschea con il palazzo reale di Derb Sultan. L’idea lentamente divenne realtà. Alla fine degli anni Ottanta iniziarono i primi censimenti, e il progetto di spostare circa diecimila famiglie. Si sviluppò un nuovo progetto, una città nuova di 350 ettari chiamata Medinat Nassim, nella periferia sudoccidentale della città, che avrebbe ospitato i residenti trasferiti. I primi trasferimenti iniziarono a metà anni Novanta: si demolirono le case del quartiere Derb Sufi, i cui residenti furono trasferiti in un quartiere chiamato Tacharouk. Ci furono problemi, ma il processo procedeva senza grandi tensioni. Le famiglie sradicate ottennero case alternative, il che inizialmente conferì una certa rispettabilità al progetto. Quando le demolizioni arrivarono alla zona di Arsat Ben Slama, iniziarono i problemi. Ci furono dispute sulle compensazioni economiche, conflitti tra inquilini e proprietari, e questioni sugli indennizzi dei proprietari dei locali commerciali. La Sonadac, compagnia pubblica che gestiva lo sviluppo urbano, aveva problemi organizzativi e finanziari che fecero ritardare tutto il progetto; ci furono persone che ricevettero case senza una giustificazione, e altre che videro peggiorare gravemente la loro situazione, persero le loro fonti di reddito e non riuscirono più a pagare i prestiti, spingendo le banche a ritirare il credito. Così il progetto arrivò a uno stallo. I problemi burocratici e le dispute giurisdizionali peggiorarono ancora, finché l’intero processo si bloccò di colpo. Nel frattempo, la popolazione raddoppiò, le famiglie crebbero ed emersero alcuni gruppi che volevano trarre beneficio dalla trasformazione del quartiere: inquilini che ottennero certificati di residenza, altri che avevano abitato delle case abbandonate. Alcune parti del quartiere rimasero vuote, e divennero luoghi di delinquenza e criminalità, il che rese la situazione ancora più complicata. Dopo anni in cui si pensava che il progetto fosse archiviato, nel 2025 il Marocco venne designato come una delle sedi dei Mondiali di calcio del 2030, insieme alla Spagna e al Portogallo. Il governatore di Casablanca convocò una riunione inaspettata del consiglio comunale, per approvare una nuova partnership e accelerare il progetto. L’accordo prevedeva lo smantellamento della Sonadac e il trasferimento delle sue competenze a una compagnia di sviluppo locale, Casablanca Housing, il cui direttore era il governatore stesso. Questa compagnia ricevette un miliardo di dirham per completare lo svuotamento della città vecchia e costruire la Avenue Royale. La confusione si diffuse quando arrivarono i primi ordini di sfratto. Naima, madre di tre figli, spiega: «Il mondo è diventato stretto per noi. Siamo inquilini, e non ce ne facciamo niente delle promesse. Ci hanno detto di trovare un alloggio temporaneo; così ho dovuto mettere tutti i mobili a casa di amici, e mia sorella si è presa carico dei miei figli». Le demolizioni sono iniziate una notte d’inverno, durante l’anno scolastico, con un grande  spiegamento di forze di sicurezza. Secondo un residente, «è stato uno shock, ci hanno detto di lasciare la casa rapidamente, non sapevamo dove andare». La velocità dell’operazione ha fatto affiorare dubbi sulla giustizia e sul destino delle famiglie sradicate. Un altro residente: «Non abbiamo avuto neanche tempo di trovare un’altra casa. Dopo la demolizione, siamo dovuti tornare a cercare i libri dei nostri figli in mezzo alle macerie». Ma com’è possibile che un progetto che le autorità non erano riusciti a finire per quarant’anni, nonostante i miliardi di dirham spesi, si completi in appena quattro anni? Tra la partenza promettente di inizio anni Ottanta, il lungo periodo di stallo e il revival improvviso, questo progetto mostra una crisi più ampia nella gestione della trasformazione urbana e nel bilanciamento con i diritti dei residenti. Oggi, dopo quattro decenni di improvvisazione e di sprechi, ai residenti si chiede di pagare il prezzo. I residenti non sono contrari al progetto ma si rifiutano di esserne le vittime. Non si può essere costretti a scegliere tra burocrazia e bulldozer, come una donna della città vecchia ha riassunto la proposta ricevuta. La demolizione oggi rappresenta una storia culturale e sociale che viene sradicata senza aver avuto il tempo per una transizione equa. Nell’affrettarsi delle ruspe e delle decisioni, resta aperta una questione: un progetto urbanistico per quanto importante, può ignorare gli abitanti? Oggi a Casablanca non si demoliscono solo i quartieri, si mette anche alla prova il senso della giustizia nella pianificazione e la fedeltà alla sua memoria. Tra queste due rimane ancora la speranza che la Avenue Royale non sarà solo il testimone di un vecchio fallimento che ritorna. ALCUNE CRITICHE AL PROGETTO Fatima Tamni, deputata del Partito Socialista Unificato (PSU): «Ho seguito questo caso sin dall’inizio, visitando l’area e parlando con le famiglie. Ho anche interrogato il governo, per scritto e oralmente, per avere informazioni chiare. I problemi principali sono nella gestione: i residenti lamentano la mancanza di comunicazione chiara e di informazioni ufficiali, nonché la confusione nelle procedure di demolizione e sgombero; in alcuni casi c’è mancanza di rispetto per la dignità umana, specialmente per famiglie povere, anziani, donne vulnerabili. Dicono che ci sono degli studi che mostrano che molte case non erano a rischio di crollo, ma che sono stati ignorati. La risposta ufficiale è limitata, le informazioni fornite sono troppo generiche, e in generale i residenti non riescono a farsi un’idea chiara del loro futuro. Riceveranno delle compensazioni? Dove saranno trasferiti? Quali saranno le garanzie legali e sociali che impediranno di rimanere senza casa, o di peggiorare le loro condizioni? Sono domande legittime, che dovrebbero essere al cuore di ogni progetto che miri al miglioramento della vita delle persone, non al loro trasferimento forzato. La stessa cosa si può dire per i negozi che sono stati svuotati contro la volontà dei proprietari, anche quando erano la loro fonte di reddito. Non si sa quante sono le famiglie colpite, com’è stato fatto il censimento, come sono stati stabiliti i compensi economici, le procedure di sfratto, i luoghi dove le persone saranno trasferite, i tempi delle operazioni. Non si può gestire una cosa del genere con la logica del fatto compiuto. Bisogna gestirlo in modo trasparente e partecipativo, mettendo i residenti al centro delle decisioni, rispettando il loro diritto alla casa e a una vita dignitosa, assicurandosi che i progetti di rinnovamento urbano non diventino progetti per l’esclusione sociale o per il trasferimento forzato. Il Parlamento dovrebbe monitorare la situazione da vicino. Dobbiamo usare tutti i meccanismi di controllo che abbiamo, perché la dignità e i diritti non possono essere il prezzo di nessun progetto, qualunque cosa esso rappresenti». Abdellah Abaakil, consigliere comunale del PSU: «Tutto quello che vediamo nei vecchi quartieri di Casablanca – la demolizione delle case e dei negozi, lo sradicamento delle famiglie e la distruzione del cuore pulsante della città – è il risultato del fatto che i consiglieri comunali hanno votato senza avere informazioni fondamentali. I documenti che ci sono stati dati per quell’incontro erano privi delle informazioni necessarie per decidere. Non ci sono stati dati progetti né piani, né il cronoprogramma dei lavori, neanche la lista delle proprietà da espropriare. Non abbiamo avuto neanche spiegazioni chiare dell’interesse pubblico legato al progetto. L’unica spiegazione che abbiamo avuto dalla presidentessa del consiglio comunale era che la decisione veniva dal ministero degli interni a Rabat, e che era tempo di riprendere il progetto del defunto re Hassan II, dopo oltre quarant’anni di stallo. Questi progetti urbani ormai sono datati, dopo due generazioni! Ci sarebbero voluti nuovi studi e aggiornamenti che non sono stati fatti. Per queste ragioni, come rappresentante dei residenti al consiglio comunale per il PSU, ho votato contro. Ma molti consiglieri non hanno avuto lo stesso coraggio o senso di responsabilità verso gli abitanti per rifiutare questa presentazione del progetto». Youssef Mezzi, membro di Attac. «Noi di Attac Marocco, come parte di una coalizione che difende le vittime delle demolizioni, siamo stati tra i primi a creare questo quadro di lavoro collettivo per il diritto alla casa. Abbiamo raccolto firme da diciassette organizzazioni della società civile e dei residenti. Il lavoro è continuato su due livelli: da una parte visite sul campo e incontri con i residenti; dall’altra gli interventi mediatici per fare luce su quanto stava avvenendo. Consideriamo che l’Avenue Royal è un esempio di corruzione amministrativa e finanziaria di lunga durata, le cui radici affondano a molti decenni fa e continuano fino a ora, come conferma la Corte dei Conti e i vari procedimenti giudiziari contro gli ex funzionari. Il paradosso è che oggi i residenti, che non sono responsabili di questi problemi, stanno pagando il prezzo di questo fallimento. Le autorità stanno cercando di completare il progetto in pochi mesi anche se è stato fermo per più di trent’anni. Il lato sociale del progetto è stato quasi ignorato. Molti residenti sono poveri o vulnerabili e non possono pagare i centomila dirham extra richiesti. Non c’è stato neanche il supporto sociale e l’approccio caso per caso che sarebbe stato necessario. Almeno diecimila famiglie sono state trasferite senza vere alternative; è stato chiesto loro di trovare case provvisorie in affitto, mentre la costruzione degli appartamenti promessi continuava a slittare nel tempo. Questo ha creato una crisi degli affitti, specialmente in zone periferiche come Rahma o Lissasfa, dove i prezzi sono saliti molto e sono rimaste poche case disponibili. Tra l’altro c’è stata mancanza di trasparenza sulla scelta dei beneficiari; gli ordini di sfratto sono spesso orali e senza abbastanza preavviso. Le demolizioni rapide sono state usate senza garanzie, lasciando i residenti davanti a un futuro incerto. Non si è considerato l’anno scolastico per i bambini, né la distanza che le persone avrebbero dovuto percorrere per andare al lavoro, né i proprietari dei negozi, e neanche le condizioni atmosferiche, visto che gli sfratti sono avvenuti in inverno. Siamo di fronte a un grande fallimento del diritto alla casa, nonché della pianificazione urbana di Casablanca. I più vulnerabili hanno dovuto pagare il prezzo di problemi strutturali di lungo periodo». (omar lebchirit, otman ashki)
July 10, 2026
Napoli MONiTOR
Il litorale non si tocca. Reportage sulle mobilitazioni in Albania
(disegno di cyop&kaf) Non sono albanese, non ho origini connesse alla diaspora e non parlo la lingua. Il mio interesse per quella sponda dell’Adriatico è sorto casualmente: da circa otto anni ho avuto modo di trascorrere periodi più o meno lunghi nella Terra delle Aquile (la traduzione letterale di Shqipëria, il nome albanese del proprio paese). Dapprima esplorazioni vacanziere, poi rapide incursioni per il teknival, un grande rave autogestito che si è tenuto ogni anno sulla costa albanese dal 2019. Nonostante gli svaghi, non ho potuto fare a meno di notare le trasformazioni che l’industria turistica stava producendo lungo il litorale. E così, sul finire del 2020, da dottorando, con un progetto focalizzato sull’impatto del turismo balneare in quei luoghi, ho passato quasi tre anni, di cui uno intero in Albania, a interrogarmi sul modello di sviluppo che stava rapidamente trasformando la costa albanese, e che aveva già segnato irrimediabilmente quella italiana. I risultati sono confluiti in un volume pubblicato di recente, ma ciò che più conta sono le relazioni stabilite in quel periodo, quelle che mi hanno portato a prendere in mano il telefono quando, nei primi giorni di giugno, ho letto le notizie delle mobilitazioni nell’area protetta di Narta e poi a Tirana. La ricostruzione della storia sembrava tutto sommato chiara: un’area naturale protetta al largo di Valona (Pishë Poro-Narta) al centro di un progetto della famiglia Trump-Kushner, autorizzata dal primo ministro albanese a costruire un resort di lusso sull’isola di Sazan, mettendo a rischio gli ecosistemi dell’isola e della laguna di Zvernec. L’opposizione di cittadine e ambientalisti è stata repressa con violenza dalle guardie private, sotto gli occhi della polizia, e i video hanno fatto il giro del web. In poco tempo, a Tirana hanno iniziato a riunirsi ogni sera migliaia di manifestanti che chiedevano l’interruzione dei lavori, il ritiro degli emendamenti del 2024 alla legge sulle aree protette e le dimissioni del primo ministro Edi Rama. Per saperne di più, avrei potuto limitarmi a qualche intervista telefonica, visto che non ho alcun contratto per finanziarmi gli spostamenti a questo giro, ma ogni volta che chiamavo amiche e amici da Tirana e Durazzo percepivo l’eccitazione nella loro voce ed era difficile andare oltre un rapido scambio. Così, dopo due settimane di proteste consecutive, ho deciso di prendere un volo e il 17 giugno sono arrivato all’aeroporto di Rinas, nello stesso giorno in cui il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione che chiede al governo albanese di abrogare gli emendamenti sulle aree protette e di sospendere i progetti nelle zone tutelate. La prima persona che incontro è Artan, caro amico di Durazzo e ricercatore all’Università Polis di Tirana, che mi spiega che quel giorno la manifestazione sarà guidata da pensionati e pensionate, poiché nell’ultima settimana si è deciso di mettere al centro le istanze di diversi segmenti della società albanese. Quando arriviamo al concentramento alle 19, ci sono già migliaia di persone, un dato sorprendente al diciottesimo giorno consecutivo di mobilitazione. Lasciamo la piazza verso le 21 per prendere un autobus verso Durazzo, mentre la marcia deve ancora iniziare e proseguono gli interventi dal palco circondato da bandiere nazionali e raffigurazioni di fenicotteri (tra le specie che trovano riparo nella laguna e che sono messe a rischio dal progetto). Penso di capire finalmente l’emozione che avevo percepito dalle chiamate. Artan mi spiega che la protesta, dalla richiesta di revisione delle norme sulle concessioni nelle aree protette, si è allargata in un movimento che chiede una radicale trasformazione del sistema politico albanese, accusato di essere corrotto e al servizio degli interessi degli oligarchi o, come li definisce Artan, «di un gruppo di persone strettamente legate al sistema politico e al primo ministro, un clan con i suoi interessi principalmente nell’edilizia, che usufruisce di una legge per gli investimenti strategici firmata nel 2015». Il progetto su Narta, mi spiega, non è un unicum: solo alcuni mesi fa vicino a Scutari ci sono state proteste contro un grande costruttore che ha acquistato un’area agricola costiera per farci un resort, distruggendo dune e paesaggi naturali. Mentre in questi ultimi giorni, gli abitanti di Kakome, una piccola località costiera nella prefettura di Saranda, hanno divelto le barriere che da oltre vent’anni impedivano l’accesso al litorale e ai terreni circostanti per difendere la proprietà esclusiva di un’oligarca locale. Non si tratta, mi dice Artan, di cacciare solo Rama, ma di sovvertire un sistema che comprende anche Berisha e il Partito Democratico, che in questi giorni prova a cavalcare le piazze nonostante queste scandiscano slogan contro di loro. «Per oltre trent’anni abbiamo avuto solo due persone al governo, pensi che sia normale?». Questa mobilitazione straordinaria si spiega, a suo dire, con il malessere accumulato da decenni e con la convergenza di una serie di fattori scatenanti. «Ha avuto un peso il fatto che proprio da Valona fosse partito il primo cittadino albanese salito su una nave della Flotilla, così le rivendicazioni per la tutela del territorio si sono intrecciate con le mobilitazioni contro il genocidio in Palestina, denunciando la presenza di interessi israeliani in diversi progetti del governo. In piazza si vedono fratelli e sorelle musulmane e, anche se non articolano un messaggio esplicito contro le guerre, la connessione c’è ed è la prima volta che si vede questa cosa. Ci sono poi anche i nazionalisti con le loro bandiere e gli ambientalisti con le immagini dei fenicotteri per difendere il territorio». Il giorno seguente torniamo a Tirana. Mi dirigo verso la sede di Lëvizja Bashkë, il partito di cui fa parte anche Artan da due anni a questa parte. Una volta entrato riconosco gli spazi di quella che prima era stata la base organizzativa di un gruppo denominato Organizata Politike, che nell’ultimo decennio ha sostenuto le proteste degli studenti, dei minatori e dei lavoratori dei call-center. Artan mi presenta Fred, con cui ci perdiamo in una lunga chiacchierata. Quando gli chiedo delle forme organizzative del movimento, tenta di nascondere un certo imbarazzo: anche il loro partito, pur essendo nato da pochi anni e avendo solamente due delegati in Parlamento, non è autorizzato a prendere il microfono in piazza e non ha contatti diretti con chi gestisce il microfono e chiama i cortei. Stando a quanto mi dice Fred, il gruppo alla testa delle mobilitazioni non costituisce un’organizzazione vera e propria, quanto una sommatoria di figure riconosciute, «una società civile che si è fatta conoscere soprattutto attraverso i social». Uscito dalla sede incontro per strada due amici conosciuti in Italia e in modi diversi connessi alla diaspora albanese. Il primo è tornato a vivere in Albania, mentre il secondo abita a Roma ed è qui per le proteste. Pranzo con loro. I due sono concordi nel rimarcare la distanza del movimento dai partiti, ma le opinioni si disallineano quando la discussione vira sul peso della questione palestinese, che il primo vede lontana dalle richieste della piazza e interpreta come una forzatura della diaspora, abituata ai paradigmi di lotta occidentali. La sera in piazza la scena è simile a quella del giorno prima, con un piccolo palco montato nella piazza, di fronte agli uffici del primo ministro, e interventi che si susseguono per oltre due ore mentre le persone continuano ad arrivare. La maggior parte degli interventi non li comprendo e chiedo ai miei amici di tradurmeli. Per fortuna non mancano anche interventi in italiano e inglese, rivolti forse ai turisti di passaggio o ai figli della diaspora che non hanno mai imparato la lingua dei propri parenti. Uno che proviene da Elvin di Valona, guida escursionistica e panettiere, dice di essere stanco di dover evadere il fisco per sopravvivere e se ne scusa con tutti, accusando il governo di sfruttare questa precarietà. A un certo punto un gruppo si stacca dalla piazza e raggiunge i cancelli del Parlamento (ubicato poco distante) e, dopo qualche coro rivolto al primo ministro Rama, torna verso il presidio, divenuto nel frattempo imponente. Alle 21 partiamo in migliaia e mi accorgo della grande quantità di giovani che è arrivata in piazza solo ora, probabilmente ormai un po’ annoiati dalle assemblee che precedono i cortei. Camminiamo per chilometri bloccando la circonvallazione di Tirana, tra cori, tamburi e fischietti, sotto bandiere albanesi e un grande striscione che recita Shqipëria e Re (una nuova Albania). Durante il percorso mi colpisce la solidarietà di chi in quel momento non sta partecipando al corteo, ma lo vede passare e saluta sventolando una bandiera da casa o suona il clacson dell’auto bloccata nel traffico. Non posso far altro che camminare, immerso in questa euforia collettiva, fino a quando, intorno a mezzanotte, la manifestazione fa il suo ritorno alla piazza centrale. Il giorno seguente mi muovo verso Valona, per visitare l’area protetta e magari vedere anche l’isola. Mi offre un passaggio Julie, una ragazza albanese cresciuta in Italia conosciuta durante il corteo. Si definisce un’attivista per i diritti dei migranti e la liberazione del popolo palestinese e dice di essere tornata per le proteste, ancor prima che si verificassero i disordini a Narta. Durante il viaggio mi dice che «quella della famiglia Trump è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso, perché in Albania siamo molto legati alle aree naturali del nostro territorio. Pensa che persino durante il regime erano state preservate, mentre oggi stanno vendendo tutto. Per noi difenderle significa difendere una tradizione millenaria di rapporto con queste terre». Una volta arrivati, Julie controlla freneticamente il telefono, seguendo in tempo reale gli aggiornamenti sulle future mobilitazioni, mentre a più riprese sottolinea il ruolo della diaspora e dei social network nell’organizzazione delle proteste. Giunti al porticciolo di Valona salgo su un gommone con una decina di turisti francesi, diretti verso l’isola di Sazan. La guida ci spiega che era un’area militare e che fu sfruttata anche dall’esercito fascista italiano al tempo del protettorato e della colonizzazione dell’Albania, prima di diventare un’ area protetta riconosciuta anche da diversi trattati internazionali. Per questo vi si trovano ancora i resti di strutture belliche abbandonate, mentre il resto dell’isola è selvatico. Non è solo il mare cristallino a colpirmi una volta arrivato, ma la vegetazione fitta e disordinata che ricopre ogni centimetro dell’isola, una macchia mediterranea che avanza indisturbata tra le rovine. Penso ai mostruosi residence affacciati sul mare che da Velipoja a Ksamil deturpano il panorama costiero albanese e penso che, sì, questa è davvero l’ultima goccia in un vaso già stracolmo. Tornato a terra incontro Alban, guida escursionistica e volontario di un’associazione ambientalista locale, che mi accompagna a visitare la laguna raccontandomi i primi giorni delle proteste. Parla soprattutto dei più giovani, di una «generazione Z che ha capito che il nemico storico della tutela ambientale è il sistema economico e politico in cui viviamo, il quale considera l’ambiente esclusivamente per il valore commerciale. Questi ragazzi hanno dimostrato abbastanza intelligenza da comprendere che questo sistema era all’origine di molti dei problemi che i loro genitori hanno vissuto, e abbastanza coraggio da attaccarlo direttamente. D’altronde, già oggi molti albanesi non possono accedere alle spiagge per colpa dei prezzi e la costruzione di resort di lusso non farebbe che aggravare la situazione». Anche questo problema di natura economica, in un paese in cui il reddito minimo si aggira intorno ai quattrocento euro, può aiutare a spiegare la rivolta delle ultime settimane. La laguna che mi mostra è un mondo a sé rispetto al resto della costa: acque basse e salmastre in cui pozze si alternano a canneti fitti, mentre sullo sfondo si intravede il campanile del monastero di Zvërnec, un isolotto raggiungibile solo attraverso un pontile di legno. Aree umide come questa sono fondamentali per l’ecosistema terrestre, soprattutto in tempi di crisi climatica, poiché ospitano una biodiversità difficilmente riproducibile e, dato spesso trascurato, sequestrano carbonio in misura superiore alle foreste. Tali ambienti non si rigenerano facilmente e il progetto di Kushner, che guarda all’isola di Sazan (a oggi priva di acqua corrente ed elettricità), potrebbe trasformare violentemente questo paesaggio, colonizzandolo con le infrastrutture per far funzionare un resort inaccessibile alla maggioranza della popolazione albanese. Salutato Alban, concludo la giornata nella piazza di Valona che si affaccia sul Teatro, dove centinaia di persone si sono riunite nel tardo pomeriggio. Dopo alcuni interventi al microfono, iniziamo una sfilata che attraversa il centro della città e si sviluppa su lungomare, tra cartelloni a forma di fenicottero e bandiere albanesi, accompagnata dai clacson e dagli applausi. Nel frattempo, è arrivata notizia dell’attracco di una nave con a bordo attiviste che stanno rientrando dal viaggio della Flotilla verso Gaza e che avrebbero voluto realizzare un’azione in mare di fronte alla laguna.  L’indomani, tutte e tutti sono concentrati sulla piazza di Tirana, attesa come la più grande manifestazione delle ultime settimane, nel giorno in cui il movimento ha chiamato a raccolta la diaspora. Io invece prenderò un aereo per l’Italia, lasciando un paese che non avevo mai visto così, in cui centinaia di migliaia di persone rispondono alla svendita del territorio e a un modello di sviluppo che arricchisce costruttori e oligarchi, distruggendo l’ambiente senza offrire alcuna stabilità economica ai residenti. Durante il volo, penso alla costa che meglio conosco e che ho studiato per anni, all’ottanta per cento di litorale balneabile riservato a uso commerciale privato, alla parola Riminizzazione coniata per descrivere quello che la cementificazione ha fatto ai litorali della Penisola. Il modello è lo stesso che si osserva a Narta, cambia forse la velocità con cui si è imposto, non certo la logica. In Albania, in poche settimane, chi difendeva il territorio e chi non ha un reddito sufficiente né per vivere né per permettersi la spiaggia ha trovato un linguaggio comune per attaccare il sistema politico che quel modello protegge. La domanda che mi risuona in testa è forse scontata: che cosa può servire perché questa sollevazione possa darsi anche altrove? (matteo lupoli)
July 2, 2026
Napoli MONiTOR
Perché è nata e dove sta andando la rivoluzione dei fenicotteri in Albania
(disegno di giulia beat) Il pestaggio di un manifestante per mano di guardie private, il 30 maggio scorso, ha indignato l’intera società albanese, trasformando una protesta nel sud-ovest del paese in quella che oggi viene definita la “rivoluzione dei fenicotteri”: una mobilitazione popolare contro il governo Rama, in difesa dei beni pubblici e dell’ambiente. L’aggressione al manifestante è avvenuta alla presenza della polizia; le guardie private hanno spruzzato spray urticante persino contro gli stessi poliziotti. In una messa in scena altamente cinematografica, polizia e manifestanti si sono trovati insieme da un lato della recinzione, mentre le guardie private erano dall’altro lato della barriera che delimitava l’area destinata alla costruzione di un progetto per il quale, a quanto pare, non esiste né un piano definitivo né un’autorizzazione. All’inizio di quest’anno la zona era stata visitata da Ivanka Trump, figlia del presidente degli Stati Uniti, accompagnata da architetti e imprenditori locali e stranieri. La signora Trump ha incontrato anche il primo ministro Rama, ma nessuno degli abitanti della zona ha preso parte agli incontri. Già nel 2024 suo marito Jared Kushner aveva dichiarato di avere in programma la costruzione di resort di lusso lungo la costa di Zvërnec e sull’isola di Sazan, progetti nati dopo la sua prima visita nella zona nel 2021. Kushner aveva pianificato anche la ristrutturazione degli edifici centrali dell’ex ministero dell’interno jugoslavo a Belgrado – un progetto poi bloccato dalle grandi  proteste in Serbia, e dalle indagini sui funzionari responsabili dell’appalto.  Kushner però non si è ancora ritirato dall’investimento in Albania, la sua società ha dichiarato di essere pronta a investire oltre un miliardo di dollari nei 14 mila ettari dell’isola di Sazan. In un’intervista, Ivanka Trump ha presentato Sazan come una terra deserta e inesplorata, in modo simile alle narrazioni coloniali che cancellano la presenza delle popolazioni locali. Ma Sazan non è un’isola deserta: durante il periodo socialista era stata una base militare, e tuttora è sotto l’amministrazione del ministero della difesa. Governi albanesi e capitali stranieri hanno puntato gli occhi sull’isola già dagli inizi del secolo, ma la mancanza di infrastrutture ha impedito lo sviluppo dei progetti. Inoltre, a causa del suo passato militare, l’isola presenta aree minate e residui bellici inesplosi, costosi da rimuovere e fonte di rischi. Perciò i progetti per ora si sono concentrati nella zona di Zvërnec, dove la società di Kushner non risulta direttamente implicata, ma vi ha probabilmente svolto un ruolo di intermediazione con alcuni dei suoi rappresentanti. Il 30 aprile scorso l’attivista Taulant Bino aveva notato che a Zvërnec alcune persone stavano recintando l’area con il filo spinato, mentre camion carichi di materiale inerte entravano e uscivano dalla zona. La società aveva iniziato i lavori senza un’autorizzazione formale e senza alcun coordinamento tra istituzioni locali e centrali. Le agenzie locali sono state costrette a sospendere le attività chiedendo conferma delle autorizzazioni alle istituzioni centrali. Il primo ministro ha dichiarato che la recinzione dell’area serviva agli studiosi per preparare la valutazione di impatto ambientale del progetto; ma attivisti e ambientalisti avevano già iniziato a pubblicare video che documentavano interventi con mezzi pesanti. Nel corso di maggio si è scoperto che nel 2025 il Consiglio nazionale del territorio (presieduto dal primo ministro stesso) aveva concesso le autorizzazioni per la costruzione un resort turistico a Zvërnec, legate al progetto di Kushner del 2024. La società beneficiaria si chiama Zvërnec South Adriatic Development ed è controllata dalla Dutch Trust Management BV, registrata nei Paesi Bassi, i cui proprietari non sono stati resi noti. Le indagini hanno rivelato una catena di società collegate al progetto di Sazan, che coinvolge i due fratelli miliardari del Qatar Ramez e Mohamad Al-Khayyat, nonché un imprenditore albanese accusato di legami con la mafia, un ex giudice espulso dal sistema giudiziario per patrimoni non dichiarati, un imprenditore assassinato e Shefqet Kastrati, uno dei maggiori oligarchi dell’Albania. Il progetto prevede la creazione di circa 20 mila unità ricettive e una capacità di accoglienza di diecimila visitatori al giorno in una zona che comprende tre aree protette: Pishë Poro-Nartë, il corso selvaggio del fiume Vjosa e il Parco Marino di Karaburun-Sazan. La straordinaria diversità di uccelli e fauna rende l’area una delle zone con maggiore biodiversità del paese e uno degli habitat naturali più importanti d’Europa. Al suo interno si trovano tre monumenti naturali: la laguna di Limopuos, l’isola del Monastero e le rare dune sabbiose dove nidificano le tartarughe marine. L’investimento quindi  distruggerebbe un ecosistema fragile, da cui dipendono sessanta famiglie di pescatori. Centinaia di altre famiglie, legate a quest’area da generazioni, rischiano di perdere l’accesso. LA QUESTIONE FONDIARIA Dopo la caduta del socialismo, la questione fondiaria in Albania si è enormemente complicata. La dittatura di Enver Hoxha aveva abolito  costituzionalmente la proprietà privata; i governi che seguirono al suo crollo inizialmente distribuirono le terre nazionalizzate in usufrutto a famiglie appartenenti alle cooperative agricole e alle aziende statali, nel tentativo di garantire l’accesso alla casa e ai servizi a una popolazione con la crescita demografica più elevata del continente e livelli di povertà tra i più alti al mondo. Tali terreni furono poi venduti dai titolari del diritto d’uso, mentre gli antichi proprietari o i loro eredi iniziarono a rivendicarne la restituzione. Parallelamente, numerosi migranti interni che avevano costruito case su terreni senza titolo entrarono in un processo di regolarizzazione. Migliaia di fascicoli rimangono tuttora pendenti nei tribunali. Un caso esemplare è proprio quello della comunità di Zvërnec coinvolta nel progetto turistico. Nel 1991 gli abitanti avevano ottenuto il diritto d’uso per alcune terre, ma nel 2012 scoprirono che la proprietà delle stesse terre era stata riconosciuta anche agli eredi della famiglia Shehu, di cui fa parte l’imprenditore Artur Shehu, accusato di avere legami con la Sacra Corona Unita italiana. Di recente la Corte Suprema ha riconosciuto la falsità di almeno uno dei documenti utilizzati da Shehu per reclamare quelle terre. Nel 2021 il governo ha ridotto le protezioni dell’ecosistema di Pishë Poro-Nartë  e autorizzato la costruzione di un aeroporto. La legge che vietava la costruzione in territori protetti è stata modificata nel 2022, riducendo l’estensione delle aree protette, soprattutto nei territori dove erano già in corso progetti infrastrutturali. Nel 2023 oltre trenta ettari di pineta sono stati distrutti da incendi dolosi. Nel 2024 si è autorizzata la costruzione di grandi strutture destinate al turismo di lusso anche all’interno delle aree protette. Nonostante le proteste e le iniziative legislative promosse da organizzazioni ambientaliste e dalla stessa delegazione dell’Unione europea, il governo ha continuato a presentare il turismo d’élite come imprescindibile per la crescita del paese. Inoltre, nel 2015 il governo albanese ha approvato una legge sugli investimenti strategici. Formalmente, la normativa promette di accrescere le capacità produttive industriali, ma l’ottanta per cento degli investimenti riconosciuti riguarda il settore turistico. Gli imprenditori del turismo ottengono tutela giuridica, infrastrutture pubbliche, perfino l’espropriazione di proprietà private in nome dell’interesse pubblico. In questi anni, lo stato albanese ha messo a disposizione terreni pubblici a prezzi molto inferiori a quelli di mercato, addirittura a un canone simbolico di un eur o, e ha esentato dalle tasse per dieci anni gli alberghi a cinque stelle. La normativa ha favorito società vicine al governo, ed è stata criticata dall’Unione europea, che la considera incompatibile con i criteri di tutela ambientale richiesti per l’integrazione dell’Albania nell’Ue. DAL CAPITALE CRIMINALE A QUELLO IMMOBILIARE Modifiche alla legge sulle aree protette, nuova legge sugli investimenti strategici: questi sono i due strumenti normativi che hanno accelerato la privatizzazione e l’alienazione del patrimonio pubblico e privato in Albania. Tali cambiamenti hanno aperto nuove opportunità di investimento per gli oligarchi albanesi nel settore turistico, destinato a diventare il pilastro dell’economia nazionale. In un contesto caratterizzato dalla convergenza tra capitale nazionale e governo, la situazione nella quale oligarchi locali e stranieri, in collaborazione con lo Stato e con gruppi criminali, si appropriano di terreni e case attraverso la violenza, la falsificazione dei documenti e la corruzione del sistema giudiziario, non rappresenta un’anomalia, bensì la norma stessa. Tale situazione è il risultato dell’orientamento economico e politico seguito negli ultimi trentacinque anni. Dopo la caduta della dittatura socialista, infatti, le forze politiche che si sono succedute al governo hanno gareggiato nel dimostrare quale fosse la più neoliberista. Negli anni Novanta i governi albanesi si concentrarono sull’adozione di drastiche misure di contenimento dell’inflazione che portarono ai più consistenti tagli della spesa pubblica registrati in Europa, a una quasi totale deindustrializzazione del paese, e alla privatizzazione delle piccole e medie imprese. Nel decennio successivo l’attenzione si spostò sulla privatizzazione delle grandi società pubbliche e sull’apertura di nuovi mercati. Come risultato, l’Albania nel 2003 possedeva un settore privato più ampio della media dei paesi OCSE e intorno al 2010 aveva concesso più autorizzazioni di qualsiasi altro paese europeo per la costruzione di centrali idroelettriche e l’apertura di università private. Nello stesso periodo, il paese conobbe anche una straordinaria espansione dei media privati. Questi sviluppi si verificarono in un contesto caratterizzato da uno Stato con capacità amministrative estremamente ridotte, incapace di elaborare strategie e regolamenti attuativi e privo degli strumenti necessari per garantire l’effettiva applicazione delle leggi. Nel frattempo, i sindacati nel settore privato erano pressoché inesistenti, mentre quelli del settore pubblico intervenivano solo raramente. L’oligarchia capitalista si era formata nel corso degli anni Novanta grazie all’importazione di beni di consumo, dai quali l’Albania dipendeva quasi interamente. Con uno Stato debole, una povertà estrema e il deterioramento dei servizi pubblici, il contrabbando e la criminalità organizzata contribuirono in modo significativo al rafforzamento di gruppi radicati in aree costiere strategiche, che controllavano il traffico di sigarette, carburanti, stupefacenti ed esseri umani. Due decenni di politiche neoliberali hanno favorito il consolidamento di questi gruppi, che si sono integrati nelle reti criminali internazionali divenendo attori centrali intorno a cui ruotano le economie di intere regioni del paese. Il loro peso economico e territoriale è divenuto tale che nel 2013 una parte significativa dei loro esponenti ha ottenuto una rappresentanza parlamentare, contribuendo all’ascesa al potere del primo ministro Edi Rama. La presenza di membri di organizzazioni criminali in Parlamento è diventato un problema tanto grave da costringere l’assemblea legislativa ad approvare una legge ad hoc, anche sotto la pressione internazionale. Tra il 2013 e il 2018, in presenza di una forte contrazione della spesa pubblica, l’economia albanese ha evitato la recessione soltanto grazie a due grandi investimenti esteri: la costruzione del gasdotto TAP e quella della centrale idroelettrica di Devoll. A partire dal 2018 si è assistito a un’impennata delle concessioni edilizie, un fenomeno tuttora in espansione. La maggior parte dei permessi di costruzione si concentra su Tirana e riguarda l’edificazione di torri residenziali e commerciali. Nel 2024, il settore delle costruzioni rappresentava il 14,4% del valore aggiunto lordo dell’Albania, una quota tre volte superiore alla media dell’Unione europea e la più elevata del continente; inoltre, della crescita economica del 3,8% registrata dal paese nel 2025, ben 1,17 punti percentuali provenivano da questo settore. Ma questo comparto richiede una continua espansione territoriale verso progetti caratterizzati da rendimenti elevati e rapidi. Proprio per questo il governo Rama ha individuato nel turismo d’élite il settore strategico sul quale fondare l’intera crescita economica. Gli investimenti previsti sull’isola di Sazan sono solo un esempio di tale orientamento. Rama ha promosso il trasferimento del principale porto del paese, quello di Durazzo, in un’altra area, aprendo la strada a un progetto immobiliare dal valore dichiarato di due miliardi e mezzo di dollari, affidato alla società Alabar, che promette di trasformare Durazzo in una città sul modello di Dubai. Il progetto segue le modalità tipiche del settore edilizio albanese: società riconducibili agli oligarchi vicini al governo Rama ottengono terreni pubblici e ne finanziano lo sviluppo attraverso la vendita anticipata degli appartamenti, ancor prima dell’inizio dei lavori di costruzione. La Struttura speciale contro la corruzione e la criminalità organizzata ha avviato indagini su una parte significativa degli investitori strategici, ritenuti coinvolti in gruppi criminali dediti alla falsificazione di documenti, all’appropriazione indebita di proprietà e al riciclaggio di denaro attraverso tali progetti. Le indagini interessano quasi l’intero territorio costiero, da Scutari fino a Butrinto. Individui legati al traffico internazionale di droga, all’oligarchia locale e al governo Rama riescono, grazie alla loro vicinanza al potere, a convincere i contadini a collaborare con loro. Ai contadini viene garantito che solo tali soggetti possono assicurare loro l’ottenimento dei documenti di proprietà, rimasti per decenni bloccati negli uffici statali e nei tribunali, a condizione che, una volta riconosciuta la proprietà, vendano loro i terreni. L’appropriazione dei terreni sulla costa albanese è così strutturalmente legata all’ingerenza dei gruppi criminali, che negli ultimi dieci anni più di venti direttori degli uffici catastali del comune di Valona si sono dimessi per le pressioni subite, dopo aver ricoperto l’incarico solo per pochi mesi. Il primo ministro Rama ha garantito il funzionamento di tale assetto economico fin dal 2013, durante ben quattro mandati. Il patto tra Rama e l’oligarchia di origine criminale è stato accompagnato da un forte processo di centralizzazione delle istituzioni pubbliche nelle mani del primo ministro. Il suo punto di forza è stata la sua capacità di presentarsi investito del sostegno internazionale. Finché l’Ue e gli Usa erano dominati da progetti politici liberali di sinistra in materia di diritti politici e da politiche economiche neoliberali, Rama costruiva il proprio profilo come la figura politica più liberale dello scenario albanese. Con l’ascesa della destra radicale in numerosi paesi chiave dell’Occidente, Rama ha dimostrato la capacità di adattarsi a tali cambiamenti. Negli ultimi anni, infatti, ha accolto le richieste di Giorgia Meloni per l’esternalizzazione della gestione dei flussi migratori nel territorio albanese, ha sostenuto gli investimenti di Kushner sull’isola di Sazan e intensificato il sostegno incondizionato allo stato di Israele. L’opposizione a questo sistema si è materializzata il 30 maggio scorso, in quei pochi secondi catturati dalle telecamere in cui le guardie private colpivano un manifestante, mentre questi, insieme alla polizia e ad altri manifestanti, si trovava dall’altro lato di una recinzione che separava una proprietà privata recintata e un progetto edilizio privo di autorizzazione. LE PROTESTE E I LORO EFFETTI Le mobilitazioni popolari, in realtà, non si sono mai interrotte nel corso dell’ultimo decennio. Le più frequenti sono state quelle delle comunità rurali contro la privazione dell’accesso ai fiumi, a causa della costruzione del numero più elevato di centrali idroelettriche di tutti i Balcani. Numerose sono state anche le proteste contro la gentrificazione conseguente alla costruzione di grattacieli nella capitale. Nel frattempo, un vasto movimento studentesco è culminato nella richiesta, nel 2019, di un aumento degli investimenti nell’istruzione superiore. A Zvërnec, subito dopo la visita di Ivanka Trump, un gruppo di attivisti e artisti ha organizzato un’azione creativa per attirare l’attenzione e denunciare l’appropriazione di un’area pubblica e protetta. Gli attivisti hanno monitorato per mesi gli sviluppi nella zona. Grazie a questo lavoro è stata organizzata anche la protesta del 23 maggio. Per tutto il mese di maggio, ambientalisti e residenti hanno documentato gli interventi nell’area, sottolineando la mancanza di trasparenza e di consultazione con la popolazione, e organizzando proteste periodiche. Rappresentanti dell’oligarca Kastrati e la sindaca di Valona hanno incontrato la comunità locale nel tentativo di comprarne il consenso o intimidirla, al fine di scoraggiare la partecipazione alle proteste e alle iniziative legali collettive. Tuttavia, a partire dal primo giugno la protesta è diventata un’ampia mobilitazione che ha coinvolto l’intera città di Tirana e una parte significativa della diaspora albanese in tutto il mondo. La portata di questa mobilitazione è senza precedenti. Il movimento è eterogeneo e comprende gruppi politici di orientamenti molto diversi. Particolare evidente è la notevole partecipazione di ragazze, donne e bambini. Sul boulevard dove si svolge la protesta è stata persino creata un’ampia area dove i bambini possono giocare in sicurezza, scrivere slogan e allo stesso tempo partecipare alla manifestazione. Il fulcro delle proteste sono le due ore di mobilitazioni quotidiane davanti all’ufficio del primo ministro. Dopodiché, migliaia di partecipanti marciano lungo le principali arterie di Tirana, sospendendo la normalità del traffico cittadino. La maggior parte dei cittadini e delle attività commerciali della capitale, pur non partecipando direttamente, sostiene la protesta fermando le automobili, offrendo acqua potabile lungo il percorso e salutando i manifestanti dalle finestre delle case. La protesta si è estesa ad altre grandi città, tra cui Valona. Anche in diverse comunità rurali negli ultimi giorni sono state avviate iniziative comunitarie per rimuovere e demolire le recinzioni delle società private che avevano privato tali territori dell’accesso all’acqua potabile e per l’irrigazione. Le richieste dei manifestanti si sono ormai ampliate, includendo una serie di ingiustizie sistemiche nella società albanese. Esse sono iniziate con la domanda di annullamento del progetto a Sazan e Zvërnec, per poi estendersi a richieste di modifiche legislative volte a impedire l’appropriazione indebita delle proprietà da parte degli oligarchi, nonché alla tutela dei beni pubblici e delle aree protette. Successivamente, le rivendicazioni si sono concentrate sulla richiesta di dimissioni del primo ministro e sugli appelli rivolti al sistema giudiziario affinché venga incarcerato sia l’attuale capo del governo sia il suo predecessore, Sali Berisha, leader del principale partito di opposizione. Tale richiesta riflette l’indipendenza di questo movimento popolare rispetto all’opposizione parlamentare, e un approccio più sistemico alle ingiustizie che la società sta affrontando: anche i governi precedenti al 2013 sono considerati responsabili dell’attuale assetto politico ed economico. Non potendo accusare i manifestanti di essere privi del sostegno popolare, Rama e il suo partito hanno messo in opera una serie di meccanismi di delegittimazione. In un primo momento i manifestanti sono stati accusati di essere strumenti delle agenzie greche e serbe, e successivamente di essere collegati a servizi segreti iraniani. Anche l’oligarca Kastrati ha cercato di presentare i manifestanti come parte di un piano volto a screditare il progetto a Zvërnec, con la diffusione sui media nazionali di una dichiarazione rilanciata anche dalla sindaca di Valona. Attualmente, la retorica del governo si concentra sull’accusa secondo cui la protesta avrebbe un carattere fascista. A sostegno di tale tesi, ministri e principali media nazionali hanno diffuso una serie di notizie false, incluse immagini e contenuti generati dall’intelligenza artificiale. I media nazionali, fortemente legati al governo e spesso parte degli stessi investimenti strategici nel settore costiero, continuano a non riportare le proteste o a descriverle come fenomeni disorganizzati e potenzialmente pericolosi. Tuttavia, grazie alla combinazione dell’uso dei diversi social network e al forte interesse dei media internazionali, la protesta è riuscita a ottenere un’ampia visibilità e a essere seguita anche da molti cittadini che non hanno potuto partecipare direttamente. PERCHÉ UNA RIVOLUZIONE A seguito delle proteste, anche la Struttura speciale contro la corruzione e la criminalità organizzata ha avviato indagini sull’appropriazione indebita delle proprietà e sul riciclaggio di denaro nel progetto di Zvërnec. I centoventotto milioni di euro sborsati per l’acquisto dei terreni sono stati  sequestrati dalla Procura. La stessa struttura investigativa ha annunciato l’apertura di indagini su una parte significativa degli imprenditori edili e dei gruppi criminali coinvolti in casi di appropriazione di terreni, costruzione di resort e grattacieli. Tra queste figura anche la più grande operazione di riciclaggio attualmente sotto indagine in Albania, che riguarda i legami tra il settore delle costruzioni di grattacieli a Tirana, i principali oligarchi del paese e il riciclaggio dei proventi di gruppi criminali albanesi attivi in Europa e in America Latina. Il proprietario della maggior parte dei terreni di Zvërnec è attualmente ricercato. Al momento, la protesta continua a essere di massa. Numerose organizzazioni ambientaliste e associazioni impegnate nella tutela del territorio hanno boicottato i processi di consultazione legale del governo, fino a quando quest’ultimo non ritirerà i progetti e le leggi che consentono la distruzione dell’ambiente naturale. Novantasei organizzazioni hanno rivolto un appello al governo affinché riveda la legge sulle aree protette. Nel frattempo, la commissaria europea per l’allargamento, Marta Kos, ha espresso sostegno al primo ministro Rama, contribuendo ad accrescere la delusione dei manifestanti rispetto alla posizione dell’Unione europea sulla questione. La posizione della Kos è stata immediatamente criticata da settantasette organizzazioni  ambientaliste nazionali. L’Albania è uno dei paesi più filo-americani e filo-europei al mondo. Nel contesto in cui la famiglia del presidente degli Usa è coinvolta in un investimento che intensifica l’appropriazione dei terreni e dei beni pubblici in collaborazione con reti mafiose criminali – e nel contesto in cui l’Unione europea continua a sostenere un primo ministro che gestisce un capitalismo oligarchico e criminale che distrugge beni pubblici e ambientali ed espelle intere comunità dai propri territori espropriando le terre –, le proteste di massa in Albania mostrano i limiti dell’egemonia occidentale anche in società tradizionalmente considerate tra le più filo-occidentali. Questa configurazione del capitale albanese e internazionale ha creato nel paese una condizione generale in cui i cittadini si percepiscono come superflui nelle proprie case, nei propri villaggi e nelle proprie città, come se fossero un ostacolo all’espansione del capitale negli spazi in cui vivono. Le proteste di massa in Albania rappresentano una contestazione di questo tipo di capitale e delle sue modalità di espansione. La rivoluzione dei fenicotteri evoca un nuovo rapporto con la natura, con lo spazio comunitario e con le economie locali – ma più in generale con il capitale, sia nazionale che internazionale. (pavjo gjini e diana malaj)
June 25, 2026
Napoli MONiTOR
Atene. Una scuola di lingua, la lezione di sempre
(disegno di martina di gennaro) Bisognava aspettare. Loro sapevano da sempre che il tempo è una cura. Così come erano consapevoli che la libertà richiede virtù e coraggio, come recita il verso di Andreas Kalvos inciso nel cortile del Politecnico di Atene, a ricordo della rivolta del novembre 1973. Fu proprio lei, la libertà, che in greco è Elefterìa, “a dare le ali a Icaro (ché il mito nasconde sempre un seme di verità). E se è vero che l’alato cadde nel mare, precipitò però dall’alto del cielo e morì libero”.  Poi, un giorno, davanti alla lavagna, è arrivata. E voglio restituirla così com’è giunta, perché non c’è modo più saggio di donare ciò che si è ricevuto se non raccontandolo. *     *     * Chi chiedeva con insistenza il motivo non restava quasi mai soddisfatto dalla risposta. Imparare il greco? Il punto è che chi lo domandava non aveva mai visto il volto eterno di Nikos, fratello di Sideris, mentre ballava uno zeibekiko alle tre di notte sotto i platani di Therma, a Ikaria. Sarà stato intorno al 2012. Gli altri sedevano in silenzio, battendo le mani, per rispetto del ballerino e della sua catarsi. Il volto di Nikos esprimeva la concreta e semplice fermezza di chi sa che per essere liberi bisogna lottare. Si dice che lo zeibekiko può ballarlo bene solo chi ha amato e sofferto tanto. E chissà quanto avrà sofferto Nikos, infermiere all’ospedale di Agios Kirikos. Quella notte d’estate roteava con gli occhi chiusi, leggiadro nei suoi centoventi chili, ubriaco e in estasi, mentre una voce lamentosa cantava: Theé mou megalodýname, eccetera eccetera, che tradotto vuol dire: Dio mio onnipotente / che sei lassù in alto / getta un po’ di tabacco, mio piccolo Dio / sopra il mio narghilè… Quelle parole all’epoca erano insignificanti eppure potenti nel suono, e per capirle bisognava approfondire. Non esistevano scorciatoie, ma una strada lunga e in salita. E dopo qualche anno eccoci qui, in un’aula piccola e affollata, a imparare quella lingua così mistica e complicata. Una lingua che parlano solo loro. Avevo saputo dell’esistenza di una scuola per rifugiati a Exàrchia da un’amica italiana che viveva ad Atene. Si varca un portone in una strada pedonale; si sale una scala di legno scricchiolante. Siamo allo Steki Metanastòn, il ritrovo degli immigrati. Uno spazio autogestito. L’insegnante di turno chiede in modo sbrigativo se conosci l’alfabeto. Se sì, siedi; se no, scendi dove le classi partono da zero. Non esiste altro modo per interiorizzare la prima regola di una scuola autogestita per stranieri: il sano pragmatismo. Parlano i fatti. Quanto alle parole, quelle vengono da sé: occorre impararle, capirle, farsele amiche. Acquisirle e usarle, e piano piano si avanza. È in quel processo che si svela tutto il resto, senza bisogno di ulteriori spiegazioni. Ti siedi, un po’ spaesato ma dotato di buona volontà, sedotto dal fascino dell’incomprensione che si trasforma in sapere, in una stanza con i banchi disposti a ferro di cavallo. Di fronte, una lavagna bianca. Quel pomeriggio la composizione è da incipit delle barzellette: ci sono due cinesi, una tedesca, un napoletano e un francese. È lunedì, ma negli altri giorni si incontrano anche iraniani, afghani, algerini. Gente che sa cosa vuol dire perseverare. Fuori c’è Atene. La civiltà del quotidiano, il blasone della povertà. La crisi sistemica. Un tavolino e due sedie fuori a un negozio di cianfrusaglie, sotto a un porticato di cemento armato pieno di scritte, da cui scendono a cascata fiori di bouganville. Strade trafficate con le acacie lungo i lati. Palazzi abitati da alberi. Il venditore di koulouri che nonostante tutto sorride all’angolo tra la Akadimias e Dimokritou. Duecento famiglie sotto sgombero a Prosfighikà. Dentro, invece, siamo noi, attenti ad ascoltare un insegnante di nome Vassilis. Sulla cinquantina, calvo, più paziente di Chirone il centauro, più saggio di un Tiresia. Se penso per un momento solo a chi glielo fa fare, non riesco a non pensare alla poesia di Kavafis su coloro che, nella loro vita, decisero di presidiare con onore le Termopili: “Mai mancando al dovere: giusti e retti in tutte le loro azioni, ma con pietà, e con misericordia: valorosi se ricchi, e se poveri non certo meno arditi, danno il loro contributo, per quel che possono: dicendo sempre il vero, senza odio nei confronti dei mentitori. E ancora più onore gli è dovuto se prevedono (e molti lo prevedono) che alla fine arriverà Efialte e i persiani, alla fine, passeranno”. Perché è di poesia e di nient’altro che qui si parla. E i nostri occhi sono puntati sul maestro Vassilis che con naturale spontaneità usa un metodo maieutico. È da noi stessi che fa partorire il significato intimo di quelle parole. Dal nostro vissuto, dalle nostre biografie. Nessuno sa niente dell’altro eppure è come se fossimo la stessa cosa insieme in quel preciso momento. Come se possedessimo già, da qualche parte dentro di noi, quella lingua da cui tutto sembra trarre origine, e il maestro fosse là, levatrice di vocaboli, per tirarcela fuori con ostinazione. Una parola allora diventa l’universo intero. Su un quaderno le lettere viaggiano in un groviglio di pensieri che, passo dopo passo, avanzano a forza di intuizioni. Si cade talvolta nell’errore, ma a chi non piace vincere facile è fin troppo evidente che da quello sbaglio s’impara la differenza tra maschile, femminile e neutro. A un certo punto Vassilis propone un paichnídi. Un gioco. Non c’è modo più efficace per imparare. Dobbiamo scegliere una frase nella nostra lingua d’origine da una canzone, un poema o una favola, scriverla alla lavagna, leggerla ad alta voce e tradurla in greco. Prendiamo tempo. E nel frattempo impariamo che il tempo è il medico dei mali senza rimedio. In greco ha una doppia accezione che, come insegnano i dotti, racchiude tutta una filosofia di vita e di morte, di limite e di infinito che tormenta noi mortali dalla notte dei tempi. Tocca al primo dei due cinesi. Si chiama Wang, ha il pizzetto e parla solo se interpellato. È la rappresentazione viva di chi al mondo non ha altro che la propria volontà. Si alza e arriva alla lavagna. Scrive. Il testo è articolato, lungo, difficile. Wang l’avrà pescato dal suo cuore, che per un momento si svela a noi ignari di ogni cosa e poi ritorna nel suo mistero assoluto. Ascoltiamo la sua voce recitare parole che restano suoni da decifrare. Traduciamo parola per parola, cercando quelle giuste, scartando quelle controverse, pesando quelle adatte. Dal cinese al greco. Dal greco all’italiano: Lo stesso giorno dell’anno scorso / in questo giardino / c’era una donna con dei fiori di pesco. / Oggi la donna non si vede / ci sono solo i fiori / che profumano di primavera. Il silenzio aiuta a metabolizzare ogni dettaglio. Ogni parola apre a un mondo nuovo da connettere con l’insieme. E il tutto sta nel molteplice. Avanti il prossimo, dice Vassilis con gli occhi. Si alza il francese e si dirige alla lavagna. Prende il pennarello e inizia a scrivere. Demain, dès l’aube, à l’heure où blanchit la campagne, Je partirai… Sono i versi di una poesia di Victor Hugo. Vassilis riflette insieme al francese sulle parole, ci consultiamo, alcune le conosciamo, altre le impariamo sul momento: Ávrio, me tin avghí, tin óra pou asprízi o kámpos, tha fígo… La lavagna inizia a vivere di vita multiforme. Gli alfabeti si mescolano in un quadro espressionista. È il mio turno. Mi alzo, prendo il pennarello. “Lasciate ogni speranza voi che entrate” diventa Afíste káthe elpída prin mpeíte. Vassilis riconosce il celebre verso. Capisco solo adesso perché quel vecchio amico si chiamava Elpidio. Quando eravamo piccoli lo prendevano tutti in giro per quel nome. Sotto a chi tocca. Si alza l’altro cinese e va verso la lavagna. Prende il pennarello e scrive nel suo alfabeto una frase che tradotta suona più o meno (ché tradurre è tradire) così: “La luce della luna davanti al letto”. Impariamo tutti che “luna” in greco è un sostantivo neutro e si dice feggàri. Una parola che sta in una vecchia canzone dell’esilio, con una voce che si rivolge a lei. Tocca alla ragazza tedesca. Si alza, scrive una frase che ci riporta di nuovo là dove siamo e al contempo laggiù dove saremo: Qualcuno deve pur iniziare il futuro prima o poi. Non aspetterò ancora a lungo. Insieme traduciamo, analizziamo, interpretiamo questa idea di futuro che in greco si dice Méllon. L’avremmo vista scritta tante, troppe volte, sui muri della città senza futuro, sugli striscioni appesi dai compagni. La lavagna è ormai un terreno coltivato a sementa di lettere. Un testamento collettivo. La osserviamo, e in quel preciso istante capiamo. Capiamo che un brivido ci corre a tutti dietro la schiena. Non ci conosciamo, ma lo sentiamo forte dentro. Vassilis osserva quel piccolo capolavoro senza degnarci di un elogio, ci parla di una rivista che lo Steki Metanastòn pubblica di tanto in tanto, e chiede il permesso di pubblicare ciò che siamo stati capaci di elaborare. Accettiamo. Un cenno di saluto. La lezione è finita, ma è la stessa lezione di sempre. La più antica di tutte le lezioni. (andrea bottalico)
June 19, 2026
Napoli MONiTOR
Ritorno a Mariana, un crimine lungo dieci anni
(disegno di roberto c.) Verrà proiettato a Napoli mercoledì 17 giugno – ore 19, Casa Cinema (via Cisterna dell’Olio 46) – Saudade do Rio Doce, film documentario di Claudia Neubern. La regista brasiliana, che sarà presente in sala, ha attraversato alcuni territori lungo il Rio Doce, fiume devastato dalla più grave catastrofe socio-ambientale della storia del Brasile, il criminale disastro di Mariana. Abbiamo scritto della vicenda sull’ultimo numero de Lo stato delle Città. Vi proponiamo a seguire quel testo. *     *     *  Era il 5 novembre 2015, intorno alle 16, quando un boato si udì dalle prossimità del Fundão, una zona a pochi chilometri dal villaggio di Bento Rodrigues, distretto rurale del comune di Mariana. Una delle tre dighe contenenti gli scarti del processo di estrazione del ferro dell’impresa Samarco S.A. – joint venture tra la brasiliana Vale S.A. e l’anglo-australiana BHP Billiton – fracassò al suolo. In poco tempo, il ruggire di quaranta milioni di metri cubi di fango tossico formò un’alluvione devastante che inondò il sistema idrico della regione di sedimenti di ematite, metalli pesanti e altri elementi chimici. Il fango scivolò nel Rio Gualaxo do Norte per poi confluire nel Rio do Carmo e da qui nel Rio Doce, percorrendolo circa seicentosessanta chilometri fino a raggiungere il villaggio costiero di Regência nello stato dello Spirito Santo e l’oceano Atlantico, il 21 novembre 2015. Nella sua discesa, il fango sommerse i distretti di Bento Rodrigues e Paracatu, e colpì parzialmente numerosi villaggi nella zona rurale di Mariana e il villaggio di Gesteira nel comune di Barra Longa. Più di mille e duecento persone rimasero senza casa. Scuole, ospedali e aree urbane furono distrutte. Oltre a provocare la morte di diciannove persone, il fango pregiudicò in modo diretto o indiretto la vita di due milioni e mezzo di persone in quarantanove comuni: agricoltori, pescatori, artigiani, popoli indigeni, allevatori e lavoratori del turismo che dipendevano dal fiume e dal mare. I danni andarono dalla contaminazione delle acque e dei terreni agricoli, alla riduzione drastica delle risorse ittiche. Gli effetti persisteranno per secoli e per alcuni ricercatori i danni saranno irreversibili. Dopo dieci anni, il processo di riparazione dei danni prosegue lentamente, il fiume è in coma e le vittime attendono ancora giustizia. STORIA DI ESTRAZIONE Nell’esplorare l’area di Vila Rica, l’odierna Ouro Preto, nello stato di Minas Gerais, il botanico francese Auguste de Saint-Hilaire – che percorse diverse regioni brasiliane tra il 1816 e il 1822, e poi ancora nel 1830 – parlava di un paesaggio che assume “un’aria di tristezza”: “dappertutto, non si scoprono che campi deserti, senza coltura e senza gregge, i contorni delle montagne sono per lo più ruvidi e irregolari; si avvistano continuamente lavaggi d’oro; la terra vegetale è stata eliminata, con essa è sparita la vegetazione e non restano che cumuli di ghiaia”. Il periodo intorno alla metà del XVIII secolo fu l’apogeo dell’estrazione d’oro nella regione, quando sorgevano chiese e cattedrali in città emerse in paesaggi naturali spesso ostili. Le Minas barocche, tutto oro, sogno e fede. Eppure, nonostante l’opulenza, il naturalista francese descriveva la decadenza di questo primo ciclo di estrazioni minerarie nel paese. Dalla metà del XVIII secolo, l’estrazione cominciò a diminuire. Il sistema tributario della Corona portoghese, che imponeva il pagamento di un quinto dell’oro raccolto, fu una delle cause principali, oltre al fatto che con il tempo le riserve superficiali si erano esaurite. I minatori si basavano su metodi di estrazione rudimentali, non erano preparati a estrarre depositi più profondi e difficili. Saint-Hilaire, tuttavia, non poteva immaginare che, dopo l’epoca delle riserve aurifere superficiali, l’ingresso di ingenti capitali stranieri e la modernizzazione delle tecniche avrebbero dato nuova linfa ai cicli di estrazione, passando dall’oro al ferro come principale minerale da sfruttare. Nel ventesimo secolo le élite politiche nazionali e locali si adoperarono per attrarre investimenti esteri volti a sfruttare le abbondanti riserve identificate nella regione centrale dello stato: il cosiddetto Quadrilatero Ferrifero. Nel 1942, gli accordi di Washington tra il governo di Getúlio Vargas, Franklin Roosvelt e Winston Churchill, determinarono la fondazione della Companhia Vale do Rio Doce, l’attuale Vale S.A., con l’obiettivo di fornire ferro all’industria bellica nel mezzo della Seconda guerra mondiale. Nell’accordo, il governo degli Stati Uniti s’impegnava a concedere un finanziamento di quattordici milioni di dollari per l’acquisto di macchinari e la Vale avrebbe venduto a prezzi inferiori a quelli di mercato circa un milione e mezzo di tonnellate di ferro; mentre il governo britannico offriva i giacimenti di ferro della Itabira Iron Ore Company in cambio della modernizzazione della ferrovia che da Itabira ancora oggi trasporta il ferro fino al porto di Vittoria. Nel 1976, la Vale era già la principale impresa esportatrice del Brasile. Quella che oggi è un leader globale del settore, beneficiò di una politica di concessione delle licenze di estrazione “a maglie larghe”, alla base dell’avvento della cosiddetta mega-minerazione a cielo aperto, un regime estrattivo alimentato negli anni Novanta e Duemila dal vorace appetito di risorse cinese. Ma a gigantesche miniere corrispondono altrettanto giganteschi impatti. Basta affacciarsi dal finestrino di un aereo in atterraggio all’aeroporto Tancredo Neves di Belo Horizonte, capitale dello Stato, per osservare la groviera di faraoniche cave a cielo aperto, le immense lagune di decantazione degli scarti tossici e le enormi dighe di contenzione degli stessi, impilati a colmare superfici di valli un tempo rigogliose; oppure raggiungere il museo dedicato al poeta Carlos Drummond de Andrade a Itabira, da cui si ha la visione di una corona di cave i cui terrazzamenti sembrano trasformare le montagne in gigantesche piramidi irregolari; o andare in visita alla Chiesa dei Profeti di Congonhas, dalla cui collina si può vedere l’immensa diga di scarti Casa de Pedra della Companhia Siderurgica Nacional, che sovrasta un quartiere popolare con migliaia di abitanti. L’attuale panorama del quadrilatero ferrifero è questo: una mega devastazione socio-ecologica che sconvolge la vita degli abitanti ben oltre il pur gigantesco perimetro degli impianti di estrazione. Qui l’Antropocene si esprime in maniera letterale. Un panorama poco osservato a causa di un consenso estrattivista che dalle sfere di governo, irrorate dai benefici fiscali delle royalties, alle classi popolari, vittime del ricatto occupazionale, informa la maggioranza della società mineira. Una dipendenza viscerale dall’industria estrattiva che dieci anni fa ha tuttavia subito un sussulto con il materializzarsi del disastro di Mariana, il più grave della storia del Brasile e della minerazione mondiale. Un crimine, come non si stancano di gridare le vittime del disastro. LA PRIMA CITTÀ Situata in una valle, la città di Mariana è protetta da montagne che conservano secoli di storia. Considerata la matrice di Minas Gerais, è qui che il 16 luglio 1696 una spedizione di bandeirantes – esploratori del periodo coloniale alla ricerca di ricchezze –, geograficamente guidati dalla vetta del Pico de Itacolomi, scoprì gli agognati giacimenti d’oro sul letto di un piccolo ruscello. Quel giorno, il frate Gonçalves Lopes, seguendo il comandante della bandeira, eresse un rozzo altare sormontato dall’immagine dell’Immacolata Concezione. Essendo il giorno della Madonna del Carmine, in suo omaggio il ruscello fu battezzato Ribeirão do Carmo. Da allora, un grande processo migratorio investì il territorio, facendo sorgere diversi accampamenti di cercatori d’oro e giungendo all’attenzione della Corona portoghese. Fu creata una nuova unità amministrativa, la Capitania de São Paulo e Minas de Ouro, e successivamente, la Carta Reale del 23 aprile 1745 elevò il villaggio al rango di città: in omaggio alla regina Maria Anna d’Austria, fu finalmente stabilito il nome di Mariana. Chi percorre la Rodovia dos Inconfidentes da Belo Horizonte, può osservare cartelloni che invitano il viaggiatore a visitare “la prima città di Minas Gerais”. La strada tortuosa conduce attraverso le montagne. Passando per Ouro Preto, si possono notare gli ingressi di vecchie miniere vicino al quartiere Taquaral, l’ingresso della miniera d’oro di Piscinão e alcuni punti di estrazione dalla famosa pietra di Ouro Preto, detta anche pietra di Itacolomi. I segnali stradali indicano che la miniera d’oro di Passagem è sul cammino e invitano a una visita. Da lì, per entrare a Mariana, si imbocca la Rodovia Rodrigo de Melo Franco da cui è possibile vedere la stazione degli autobus e alcuni alberghi e negozi in stile coloniale. I vecchi edifici, con porte e finestre in legno e balconi in ferro battuto, si fondono con gli edifici moderni. Oltre a essere stata la prima città di Minas Gerais, Mariana divenne presto sede dell’Arcivescovado. L’origine a partire dalla scoperta dell’oro, l’essere cellula madre dello stato di Minas Gerais e figlia dello sfruttamento del ferro, sono tutti elementi vivi nei discorsi dei marianesi. Sono stato per la prima volta nei pressi di Bento Rodrigues circa un mese dopo il crollo della diga del Fundão. La strada principale era interdetta, ma Paulão conosceva un cammino secondario. Bisognava uscire dal nucleo urbano di Mariana in direzione del distretto di Antonio Perreira. Dopo circa tre chilometri, al bivio va presa una strada sterrata. Paulão era un operaio della Samarco, mi raccontava quanto fosse stato orgoglioso di far parte dell’azienda e quanto il crollo della diga avesse colto di sorpresa lui e tutti i suoi colleghi: «Le norme sulla sicurezza interne all’azienda erano molto restrittive. È davvero assurdo quel che è successo». Il giorno prima, a casa con la moglie – che lo ha lasciato dopo la perdita del lavoro dovuta alla paralisi delle attività dell’impresa, superata solo nel 2020 –, mi aveva mostrato un libro che l’azienda distribuiva a tutti i dipendenti. In esso venivano illustrati i principi della responsabilità sociale d’impresa: un elenco stucchevole di buone pratiche e tutele del personale, dell’ambiente e della comunità in cui si inseriva. Superati diversi alberi crollati che ostruivano il cammino, dopo alcuni chilometri di curve strette circondati dalla vegetazione di quel che resta della Foresta Atlantica, avevamo preso un piccolo sentiero verso il Rio Gualaxo do Norte. L’acqua era putrida, melmosa, marrone tendente al rosso. Detriti formati da rami e tronchi strappati dal suolo si accatastavano lungo le sponde. Gli alberi sopravvissuti portavano il segno del passaggio del fango, per circa due metri sul tronco. Percorremmo ancora qualche chilometro, costeggiando una radura fangosa da cui si scorgevano gli impianti a beneficio delle miniere. La devastazione era ovunque. Era come se fosse eruttato un vulcano di fango e la lava fosse scesa dalle pendici ricoprendo tutto lungo i trecento metri di dislivello tra la diga del Fundão e la valle. Oltrepassato un ultimo ponticello a lato di una laguna di acque reflue, eravamo a Bento. Le ruspe erano all’opera, aprivano varchi e disponevano materiale per contenere il fango che a ogni pioggia scendeva da quel che restava della laguna di residui. Non riuscimmo a entrare nel villaggio, il passaggio era consentito solo agli operai. Ci posizionammo su una collina, in silenzio. Il fango aveva coperto quasi l’intero gruppo di case, a eccezione di quelle nella parte più alta. Emergevano confusamente strutture edilizie e quel che restava di alberi divelti. Un odore sgradevole pizzicava le narici, la gola e gli occhi. Quando nel 2018 sono tornato a Mariana e ho stabilito rapporti con alcune delle vittime della tragedia che abitavano a Bento, ho preferito non chiedere di quel giorno. Qualcuno, spontaneamente, mi ha raccontato delle scene di terrore vissute, della fortuna di essere riusciti a mettersi in salvo “graças a Deus”, fuggendo in alto sulla collina in attesa dei soccorsi. Della chiesa dedicata a São Bento restano solo alcuni grandi massi alla base che ne ricordano il perimetro, oltre il quale, inglobando le rovine, si innalza una tendostruttura per accogliere i fedeli. La festa di São Bento, patrono di Bento Rodrigues, avviene ogni anno l’ultimo fine settimana di luglio. È il 2018 e per l’occasione è giunto anche il vescovo dell’arcidiocesi di Mariana, Don Airton José dos Santos, che accompagna padre Geraldo Barbosa, parroco benvoluto dalla comunità devota di Bento: è quest’ultimo a recitare una potente omelia: «Questo luogo era amato quando era bello ma è amato anche ora nel modo in cui sta!»; «Dio non lascerà che sparisca, parola sua: “Non ponete fiducia in parole mendaci”: attenti agli inganni, alle deturpazioni che vogliono dividervi!». Padre Geraldo evoca poi il salmo di Matteo sul grano e la zizzania per ribaltarlo: «E se dicessi che la zizzania è buona e il grano no? E allora in questo giorno di festa vorrei dirvi: non siate grano ma siate zizzania! Siate zizzania per infastidire molta gente che pensa che il tempo è già finito! Siate zizzania per infastidire questa gente che pensa solo al denaro e al profitto! Siate zizzania per infastidire le imprese che pensano che il grano sta nascendo nuovamente! Siate zizzania per non lasciare che il fango aumenti di nuovo e distrugga la casa del Signore! Siate zizzania! Date fastidio a chiunque pratichi malvagità e ingiustizia!». La processione tra le rovine del villaggio è toccante. In testa i fedeli trasportano a spalla la statua del santo, a seguire le cariche ecclesiastiche, i canti di preghiera del coro e infine la banda. Camminando tra quel che rimane delle case infangate e dai tetti divelti, sul muro di quella che era la scuola di Bento, una scritta recita: “La Samarco ci voleva ammazzare ma Gesù ci ha salvati”. Il villaggio di Bento è sempre stato un impedimento ai progetti di espansione delle miniere e la preoccupazione è che, ora che Bento è un mucchio di rovine, le imprese ne possano approfittare. Già nel 2009 la Vale elaborò un progetto di costruzione di una nuova diga nell’area denominata Mirandinha. All’epoca, l’impresa incontrò l’ostilità degli abitanti che non volevano cedere i propri terreni. Eppure, dove non erano riuscite le imprese, ci ha pensato il governo di Minas Gerais che, con un decreto del 21 settembre 2016, ha disposto per la Samarco l’autorizzazione alla costruzione del Dique S4, una struttura di ampliamento del sistema di contenzione degli scarti – una nuova diga. Il decreto è stato motivato da ragioni emergenziali di sicurezza ambientale e prevede l’uso dell’opera per soli tre anni, ma attualmente è ancora lì. La preoccupazione è grande ma gli abitanti non si stancano di lottare per le proprie radici. Non perdono occasione per celebrare culti e organizzare feste, anche per contrastare la rottura delle relazioni di vicinato dovuta alla sistemazione provvisoria in diversi quartieri di Mariana, in attesa della costruzione del Nuovo Bento. Così hanno messo su l’associazione Loucos por Bento – Pazzi per Bento – formata da abitanti che ogni fine settimana ritornano nel luogo che hanno dovuto lasciare. «Il nostro ombelico è sotterrato qui», mi disse Simaira Quintão, tra le fondatrici dell’associazione, durante un evento musicale organizzato tra le rovine. L’obiettivo è riuscire a vincolare il territorio in quanto patrimonio storico e costruire un memoriale. ASSOLUZIONE E RIPARAZIONE In questi dieci anni le persone hanno dovuto lottare per essere riconosciute in quanto vittime, per una degna ricollocazione abitativa, così come per l’ampliamento dei criteri di valutazione dei danni subiti, ma soprattutto per lo sradicamento, la perdita dei modi di vita; danni morali e immateriali difficili da misurare. Il dramma vissuto non si è limitato al giorno in cui il fango ha devastato tutto: case, cortili, orti, frutteti, animali, persone e comunità; non è qualcosa di congelato al giorno in cui si è dovuto correre o nuotare nel fango per salvare sé stessi, amici, parenti. Il disastro fa parte della vita quotidiana di queste persone. A ogni incontro, il desiderio più grande è quello di ripristinare i propri luoghi, i progetti e le vecchie condizioni di vita. Quando è crollata la diga, Mirelle aveva diciassette anni. Un giorno, di fronte a quella che era la sua casa nel villaggio di strade di terra rossa di Ponte do Gama, mi indicava il luogo dove sorgeva un grande albero: «Ero solita mettermi sotto la sua ombra a leggere o fare i compiti di scuola: è tra le cose che mi mancano di più e nessuno me lo darà indietro». Attraverso l’immagine di una famosa canzone di Chico Buarque mi raccontava come la roda viva, la ruota della nuova routine innescata dal crollo del Fundao, stesse portando il destino di migliaia di persone “di là”; molto lontano dalle proprie identità, tradizioni, storie, vincoli affettivi. Oggi ha ventisette anni. È divenuta donna nel mezzo di una lotta per riconquistare ciò che la sua famiglia aveva costruito: «Non era tanto ma era quel che ci rendeva felici». Al telefono mi racconta di come la sua vita sia piuttosto corrida, di quanto è indaffarata. Lavora al Comune e ha solo un giorno libero per pulire casa, lavare i vestiti, leggere i testi dell’università, accompagnare le riunioni della commissione e le udienze. «Anche la conquista della ricollocazione familiare – dice – è stato qualcosa per cui abbiamo dovuto lottare noi della zona rurale, le imprese volevano semplicemente ricostruire le case nello stesso posto. Nel complesso non c’è ancora stata un’effettiva riparazione. Alcune case sono state consegnate ma è solo la restituzione delle abitazioni. La restituzione del nostro modo di vita non è avvenuta. Le persone dei villaggi rurali vivevano della terra, delle colture, dell’allevamento di bestiame, della vendita dei prodotti. E oggi a causa della diga non riescono più ad avere questi introiti. Dunque ciò a cui assistiamo è un processo di impoverimento forzato, perché le persone possono aver ricevuto anche una casa meravigliosa, ma se non riescono a piantare e coltivare in questa nuova casa, a che serve? La diga crollata ha fatto crollare anche aspetti della vita delle persone che non si possono quantificare in denaro, con un’indennizzazione che tra l’altro ancora oggi molte persone, come la mia famiglia, non hanno ricevuto». Mentre il processo penale nei confronti dei vertici della Samarco e degli organismi di controllo si è chiuso con l’assoluzione per l’impossibilità di ricondurre a essi la responsabilità del crollo, l’amministrazione del disastro è stata derubricata al trattamento giuridico che si conferisce ai “conflitti ambientali”, con la disposizione di tavoli di discussione, riunioni di negoziazione, udienze pubbliche di conciliazione e stipula di accordi. Così, vittime e responsabili sono passati a confrontarsi su un’infinita e sfiancante progressione di misure riparatorie. Alle persone colpite veniva richiesta una routine estenuante di riunioni, attenzione agli eventi, alle strategie delle entità coinvolte e alle azioni che influenzassero la garanzia dei diritti – presupponendo eguali correlazioni di forza lì dove non ci sono. È quanto avvenuto prima nel 2016 con la stipula del TTAC, un accordo siglato dagli Avvocati Generali dell’Unione Federale, quelli degli stati di Minas Gerais e Spirito Santo, le imprese (Samarco, Vale e BHP Billiton) e i due governi statali coinvolti, attraverso il quale fu istituita la contestata Fondazione Renova, con il compito di gestire i programmi socio-ambientali e socio-economici di riparazione, restaurazione e ricostruzione delle regioni colpite; poi nel 2024, quando le imprese e lo Stato hanno firmato un Nuovo Accordo del valore di centosettanta miliardi di reais, visto che le precedenti misure di riparazione della Fondazione Renova sono state considerate insufficienti. Con il nuovo accordo, parte degli obblighi della Renova vengono trasferiti al potere pubblico. Inoltre, per rimediare all’assenza di partecipazione delle vittime nella stipula dell’accordo, è stato istituito un fondo del valore di cinque miliardi di reais per lo sviluppo di progetti comunitari. Tuttavia, al di là della complessa vicenda giuridica, fatta di impugnazioni, sospensioni e rimandi tra le varie istanze – finita persino nella giurisdizione inglese giacché l’impresa BHP aveva sede a Londra quando la diga è crollata, e che recentemente ha visto una sentenza storica che incolpa le aziende di negligenza –, le vittime di Mariana si sono viste obbligate ad apprendere nuove dinamiche di partecipazione alle riunioni, a formare commissioni, a disciplinare pensieri e comportamenti, a stabilire strategie di dialogo e negoziazione. Benché alla COP30 di Belem – finanziata dalla stessa Vale – un panel istituzionale lodasse il Nuovo Accordo per la sua capacità di articolare diversi ambiti coinvolti nell’amministrazione del disastro, queste istanze istituzionalizzate sembra non facciano che contribuire allo svuotamento del senso politico delle lotte ambientali, allontanando i dibattiti dalla sfera delle decisioni strutturali e rendendo invisibili diritti e soggetti collettivi. Il disastro di Mariana ha generato nell’opinione pubblica nazionale un sentimento di grande commozione, ma nonostante i proclami politici e gli sforzi della società civile nel rivendicare maggiore sicurezza e norme più stringenti per le imprese minerarie, solo dopo il crollo di un’altra diga della Vale a Brumadinho, sempre nel Minas Gerais – che ha seppellito duecento e settantadue persone, producendo ulteriori drammi socio-ambientali nell’area del Rio Paraopeba –, si è giunti all’adozione di una legge che ha vietato l’uso di questo tipo di dighe, dette “a montante”, per la gestione degli scarti del processo di minerazione e obbligato le imprese a installare sirene di allerta e a istruire la popolazione sulle vie di fuga nelle zone a rischio inondazione. Dopo quell’evento, l’apprensione generata ha fatto sì che molte comunità localizzate in aree di rischio – nel Minas Gerais ci sono trecento e cinquantaquattro dighe, di cui ventitré considerate di livello tre, ovvero a rischio di rottura imminente – venissero evacuate senza sapere del loro destino. Alcuni ricercatori parlano di “terrorismo delle dighe” e c’è il sospetto che le imprese vogliano approfittare delle preoccupazioni sulla sicurezza per rimuovere le comunità ed espandere i progetti estrattivi. Gli eventi che dal crollo della diga del Fundão si ripercuotono a Mariana e sull’intero bacino del Rio Doce e del litorale Capixaba costituiscono scenari in cui gli attori sociali occupano posizioni asimmetriche e dove la distribuzione diseguale di capitale economico, politico, sociale e simbolico definisce il potere di azione ed enunciazione. Del resto, se “di tutte le forme di ‘persuasione occulta’, la più implacabile è quella esercitata semplicemente dall’ordine delle cose”, come scrisse il sociologo Pierre Bourdieu, ebbene, l’ordine delle cose, da queste parti del Brasile, da secoli è dettato da un regime estrattivo. Mariana, dieci anni dopo, respira ancora il lutto mischiato alla polvere rossa delle montagne scavate, la cui promessa di progresso ha presentato un conto impagabile. E se è pur vero, come mi disse qualcuno, che “la storia in Brasile viene scritta col gesso, non con l’inchiostro”, bisogna allora tener viva la memoria. Per non dimenticare. (giuseppe orlandini)
June 15, 2026
Napoli MONiTOR
Il mondo ritiene Israele uno stato canaglia. Sondaggio internazionale del Pew Research Center
Un nuovo sondaggio internazionale del Pew Research Center ha rilevato come Israele stia affrontando un’opinione pubblica negativa schiacciante in gran parte del mondo, con maggioranze nella maggior parte dei paesi intervistati che esprimono opinioni sfavorevoli sul paese e poca fiducia nel Primo Ministro Benjamin Netanyahu. Il sondaggio, condotto tra febbraio e […] L'articolo Il mondo ritiene Israele uno stato canaglia. Sondaggio internazionale del Pew Research Center su Contropiano.
June 10, 2026
Contropiano
Dove va Cuba, tra embargo e transizione capitalistica
(disegno di resli) A dicembre scorso avevo programmato un viaggio di dieci giorni a Cuba. Il suo senso è stato nel tempo modificato dagli eventi geopolitici che lo hanno trasformato in un’occasione di testimonianza diretta di un momento particolarmente difficile per l’isola, con un sostanziale collasso del sistema energetico e dei trasporti, dovuto all’inasprimento dell’embargo statunitense dopo la cattura di Maduro, il 3 gennaio scorso. Amici, colleghi, familiari e compagni si sono interessati al mio viaggio e mi hanno chiesto di scrivere qualcosa. Ma scrivere di Cuba è estremamente difficile: fin dal 1959, ma soprattutto dopo che la fine della Guerra Fredda ha spazzato via le altre esperienze socialiste in giro per il mondo, il mito della rivoluzione cubana è un articolo di fede incrollabile per quel che resta della sinistra internazionale. È necessaria allora un’avvertenza: ciò che scrivo è frutto di impressioni di prima mano, di ciò che ho visto e del dialogo con le persone con cui ho parlato. Non mi è possibile tracciare uno spaccato dell’isola nel suo complesso perché, a causa del prezzo della benzina ormai alle stelle (in media otto dollari al litro nel mercato nero, mentre in quello ufficiale non è disponibile) e delle enormi difficoltà a muoversi, sono rimasto per quasi tutto il tempo a L’Avana, fatto salvo un breve viaggio a Trinidad e Santa Clara (L’Avana è da sempre il polo più economicamente dinamico di Cuba, con maggior turismo e con una popolazione più scontenta in relazione al regime politico rispetto alle province orientali). Nella mia vita, ho avuto la fortuna di andare a Cuba parecchie volte: questa è stata la quarta (le altre sono state nel 2010, nel 2012, e nel 2016, quando presi un volo di fretta e furia dal Messico per assistere ai funerali e alle celebrazioni per la morte di Fidel Castro). In relazione a tutte le mie esperienze precedenti, la Cuba che ho visto è profondamente cambiata. In passato l’avevo sempre percepita come un paese povero, con enormi difficoltà di vario genere, dovute in parte all’embargo in parte a problemi interni, con un certo scontento nella popolazione, ma anche come un paese che, se confrontato con i suoi vicini immediati dei Caraibi e dell’America Centrale, poteva vantare alcune conquiste indiscutibili: era sicuro, nessuno viveva per strada o moriva di fame, tutti avevano la possibilità di studiare e di curarsi e c’era – nonostante alcune liberalizzazioni in corso e gli squilibri dovuti alla dipendenza dal settore turistico – una relativa uguaglianza di fatto. Qualcosa che poteva, forse, davvero essere chiamato socialismo, con tutti i limiti che l’esperienza storica di questo sistema ha dimostrato. La Cuba del 2026 è l’opposto di tutto questo: sebbene sia ancora un paese piuttosto sicuro, dove nonostante i sempre più frequenti black out non si incorre in grandi rischi a passeggiare la notte a piedi, è un paese che ha importato tutti gli altri principali aspetti (e vizi) della società capitalista: una disuguaglianza sempre più accentuata, una miseria dilagante, la fame, perfino la droga. La disuguaglianza oggi è palpabile e non è più circoscritta alle differenze tra i lavoratori che hanno o non hanno accesso al settore turistico, anche perché, in questo periodo, di turismo a Cuba quasi non ce n’è, in risultato alle politiche assassine di Donald Trump. Sebbene sia difficile sostenere l’esistenza di una borghesia (nel senso tradizionale e marxista di proprietari dei mezzi di produzione privati), è sempre esistita una classe dirigente statale che gode di un livello di vita molto sopra la media (nel vecchio socialismo reale sovietico era chiamata “nomenclatura”). Oltre a essa, oggi a L’Avana esiste una classe media in crescita, che frequenta locali hipster con prezzi insostenibili per un salario cubano, dotata di macchine elettriche di ultima generazione che non soffrono i rincari al costo della benzina. Il salario di un medico è oggi a Cuba di ventiquattro dollari, ma al Festival della Salsa in cui siamo stati nel Vedado (e che era predominantemente popolare), il costo di ingresso dell’area VIP, vicino al palco, era di quarantacinque dollari, e l’area vip era strapiena di cubani. Questa nuova classe media in ascesa è rappresentata soprattutto dai cosiddetti mipymes (padroni di micro, piccole e medie imprese, fino a un massimo di cento impiegati per azienda), la cui esistenza è stata formalizzata nel 2021 e che dominano oggi i settori del commercio e della ristorazione. Sono in parte persone con parenti all’estero, che hanno facilitato gli investimenti iniziali, in parte persone vincolate in qualche modo all’élite dirigente socialista. In quest’ultimo caso, l’impressione è che esista una tendenza della classe dirigente a sfruttare le aperture economiche per riciclarsi nella prospettiva di una transizione definitiva al capitalismo: in questo stesso senso potrebbe andare la recente apertura alla possibilità di possedere fino a tre case per persona, quando all’indomani della Rivoluzione il limite era una. La crescita delle disuguaglianze va di pari passo con la perdita drammatica del potere d’acquisto dei salari. Gli unici salari sopra la soglia di povertà sono quelli privati (una minoranza della fascia salariale, seppure in crescita), dove si registra però un’assoluta precarizzazione delle condizioni di lavoro e assenza di libertà sindacale. Oggi a Cuba non si può vivere di salario, chi sopravvive lo fa perché esiste qualche altra fonte di reddito: affittare una stanza ai turisti, offrire un mezzo di trasporto, vendere oggetti elettronici per strada, mettere da parte della benzina dei camion e rivenderla al mercato nero… Per paradosso, nel paese dove lo Stato, fino agli anni Ottanta, possedeva e controllava tutto, oggi la vita economica non dipende più dallo Stato, che a sua volta non riesce più a garantire i servizi vitali. Con il recente blocco energetico, i trasporti pubblici già precari sono diminuiti del novanta per cento, la spazzatura si accatasta ovunque nelle strade, mentre la sanità, una volta il fiore all’occhiello del modello cubano, è entrata anch’essa in crisi e regge a fatica il peso delle epidemie sempre più frequenti di Dengue e Chicongunya. La miseria a Cuba è ormai enorme, alla luce del sole, ovunque. La pratica di chiedere soldi per strada ha ormai affiancato (e in parte sostituito) quella del jineterismo, l’arrangiarsi magari fregando il turista. Mentre l’inflazione è alle stelle e i salari sono al palo da decenni, la libreta (libretto a disposizione di ogni cubano per ricevere beni di prima necessità in forma gratuita o quasi gratuita), che fino agli anni Ottanta garantiva parte del fabbisogno alimentare completo di una famiglia, oggi si limita a pane, farina e zucchero. Le proteine sono praticamente inaccessibili, trenta uova costano sei dollari. In questo processo di impoverimento – costante e crescente negli ultimi anni – un fattore importante è portato dall’escalation recente del blocco di Trump: la fine del turismo è stato un colpo mortale soprattutto per chi viveva delle briciole di quel settore. Parte di questi nuovi miserabili sembrano essere vittime anche di un altro vizio tipico del capitalismo e quasi sconosciuto nella Cuba del passato: la droga, e specialmente il Fentanil, che a Cuba chiamano el Químico. Molte persone stanno oggi vivendo per la prima volta l’esperienza del mendicante: lottano per mantenere, principalmente a se stessi, una parvenza di dignità, fingono di star lavorando, di offrire un servizio, di venderti per cento pesos (venti centesimi) una moneta di tre pesos con la faccia di Che Guevara. È molto doloroso: si tratta di persone spesso con ottima istruzione e capitale culturale, che si trovano sul crinale della disumanizzazione, ma che provano a non arrendersi a questa evidenza. Un aspetto relativo a questa perdita del settore pubblico è rappresentato dall’enorme diminuzione dei negozi e ristoranti pubblici. I negozi al dettaglio, in particolare, sono ormai tutti dominati dai mipymes, mentre lo Stato si riserva il monopolio di alcuni negozi di prodotti cari di importazione, prezzati direttamente in dollari. È, questo, un tema particolarmente spinoso: per quanto possano persistere dubbi in relazione alla politica della nazionalizzazione forzata delle piccole attività economiche (parrucchieri, bar, negozietti, officine meccaniche individuali) realizzata dal governo cubano a partire dal 1968, quando sotto il governo di Raúl Castro sono cominciate le prime liberalizzazioni, l’opzione cooperativista è stata sconfitta da una scelta più incline alla libera proprietà individuale. La sensazione è che il modo in cui si sta operando questa nuova trasformazione, quasi sessant’anni dopo dalla prima, abbia più a che vedere con l’imposizione di un capitalismo straccione che con qualsiasi prospettiva socialista. Con l’aumento di miseria e disuguaglianza, e il venir poco a poco meno dell’unico aspetto che rappresentava, pur con tutti i limiti e le difficoltà, la specificità cubana, è comprensibile che diminuisca l’appoggio al governo. A sentire alcuni interlocutori – o a leggere le poche analisi disponibili – sembra di capire che non più del venti per cento della popolazione appoggi convintamente il governo (storicamente, dagli anni Novanta in poi, questa cifra era stata di più o meno un terzo della popolazione). Anche quel venti per cento, tuttavia, è molto critico nei confronti della corruzione, di Raúl Castro, che ha cominciato a togliere le assicurazioni sociali, di Díaz Canel, del processo rivoluzionario che sta perdendo la sua forza… Quanto al resto, neanche a parlarne: la maggioranza nega addirittura l’esistenza dell’embargo («Ma quale embargo, l’embargo è interno!»). Trump è, nel migliore dei casi, considerato “un pazzo”, e nel peggiore “un salvatore” (per molti in ogni caso è un “male minore”). I cubani di Miami non sono più gusanos (vermi), ma anzi salvatori della patria, perché garantiscono il mantenimento del poco che funziona. Certo, da qui a essere “opposizione” al governo ce ne passa: forse per disillusione, forse per paura della repressione, non sembra esserci un’opposizione sociale organizzata a Cuba, sebbene alcuni episodi recenti rappresentino delle avvisaglie: l’enorme movimento spontaneo del 21 luglio 2021, le proteste di questi giorni (a Ciego di Ávila è stato dato fuoco a una sede del Partito Comunista), alcune scritte sui muri di L’Avana (Vivimos en la mierda, circo sin pan…) potrebbero indicare un’indisposizione che, a torto o a ragione, individua sempre più nel governo, e sempre meno nell’embargo straniero, la causa dei problemi. Certamente, in questi scontenti si mescolano elementi tra loro diversi e contraddittori: se per gli avversari più ideologici del governo (e spesso per chi viene dalla classe medio-alta impoverita dalla rivoluzione) il problema è il modello socialista in quanto tale, molti altri sembrano additare le mancate risposte del governo alla crisi sociale, la politica di liberalizzazione che ha favorito solo alcuni, la riduzione della libreta, l’inflazione, il non funzionamento dei trasporti e dei servizi pubblici, la corruzione. Paradossalmente, tuttavia, non sembrano esistere rivendicazioni esplicite di un “socialismo” diverso, più vero, più profondo, di fronte al dramma del presente. Anzi, il socialismo viene associato alla politica del governo, qualunque essa sia, e in quanto tale soffre un processo di grande delegittimazione. Un altro aspetto drammatico di questa totale perdita di legittimità del regime politico è l’abbandono quasi totale della propaganda socialista e patriottica, tanto presente nelle strade cubane fino a dieci-quindici anni fa. Pochissime immagini di Fidel, Che Guevara e Camilo Cienfuegos, quasi nessuna denuncia pubblica dell’embargo (la scritta “Tumbar el bloqueo” l’abbiamo vista un paio di volte in dieci giorni di viaggio). Sembra proprio che lo stesso governo abbia rinunciato a fare propaganda di qualcosa a cui la gente ha da tempo smesso di credere. L’unico mito socialista che non è ancora crollato è quello di Fidel: a dieci anni dalla morte, sembra essere ancora maggioritario il rispetto per la figura del líder maximo. È però un sentimento confuso, espressione soprattutto di una nostalgia da parte delle vecchie generazioni di un tempo passato, migliore del presente, tanto che non è raro incappare in persone che manifestano contestualmente approvazione per Castro e per Trump. E qui si arriva a una questione dolente, un problema che è cominciato ben prima di Trump, ben prima della morte di Fidel, ben prima della caduta del muro di Berlino: la sensazione, comune a tutti, che le decisioni sono prese chissà dove, in qualche spazio al quale il popolo cubano non ha accesso. È il problema della mancanza di partecipazione democratica, qualunque cosa questa parola possa significare. Torno da questo viaggio, in sostanza, con la sensazione, o forse l’illusione, che se dieci o venti anni fa ci fosse stato un processo costituente aperto, un tentativo di condividere con la popolazione le decisioni strategiche fondamentali per la vita in comune, forse ci sarebbero stati gli anticorpi per un esito non catastrofico, o per la preservazione materiale e simbolica di alcune delle conquiste della rivoluzione, o quanto meno di certa capacità di resistenza collettiva di fronte alle minacce di oggi. È evidente che l’embargo e tutti i problemi menzionati abbiano una relazione, spesso decisiva, con ciò che sta accadendo a Cuba. Ma non si possono ignorare fattori interni, se si vuole analizzare la realtà per quella che è, sottraendola ai nostri sogni e alle nostre illusioni. La transizione al capitalismo è un processo già in corso a Cuba, non in discussione. Quel che è in discussione è la gestione e il ritmo di questo processo, lo spazio che in esso avranno le imprese statunitensi in relazione al peso che ha oggi la collaborazione con Cina e Russia, se ci sarà una terapia dello shock o un’apertura più graduale, e quanto potere politico ed economico riuscirà a preservare l’establishment attuale. Non sono questioni minori, ma hanno poco a che vedere con la rivoluzione e il socialismo. (perez gallo)
May 28, 2026
Napoli MONiTOR
Noi siamo portatori di scintille. La lotta ecologista in Tunisia tra repressione e resistenza
(disegno dall’archivio monitor) Nei mesi scorsi abbiamo raccontato le mobilitazioni dell’autunno 2025 a Gabès, la città del sudest tunisino trasformata in una zona di sacrificio da oltre cinquant’anni di attività del Groupe Chimique Tunisien (GCT). Il 21 ottobre, oltre centomila persone sono scese in piazza in quello che viene considerato il più grande sciopero per l’ambiente del Nord Africa. A febbraio 2026, il tribunale di Gabès ha risposto con due sentenze che rischiano di segnare uno spartiacque: l’assoluzione dell’ecocidio, da una parte, e la criminalizzazione della resistenza, dall’altra. È il 13 dicembre 2025. Mi trovo a Chott Essalem, il quartiere costruito a meno di un chilometro dagli impianti del Groupe Chimique Tunisien. Conservo ancora gli appunti raccolti quel giorno in un caffè che affaccia sul mare: la gola brucia, il petto è pesante. Mentre camminiamo per le strade del suo quartiere, Islem (venticinque anni, attivista di Stop Pollution) mi ferma e dice: «Questo lo devi fotografare, è importante». Sul muro si legge: “Il popolo soffoca tutti i giorni, mentre lo Stato respira indifferente. Come può la nazione essere costruita sulle vite che vengono uccise dai veleni dell’inquinamento?”. Sono le tracce urbane di una catastrofe ecologica in corso da oltre cinquant’anni. A Gabès, l’incubo comincia negli anni Settanta, ma affonda le sue radici in epoca coloniale. Con la scoperta di giacimenti ad alta concentrazione mineraria di fosfati, la Tunisia viene trasformata in una fabbrica a cielo aperto per la produzione di fertilizzanti da esportare in Europa. Da allora, il vortice di estrazione, saccheggio e degradazione ambientale non ha avuto fine. Nel 1972 viene inaugurato il primo impianto delle Industries chimiques maghrébines, con un’estensione del complesso fino alla nascita del Groupe Chimique Tunisien nel 1992. La scelta di Gabès come polo di trasformazione risale al piano di sviluppo decennale (1962-1971) del ministro socialista Ahmed Ben Salah, che mirava a rompere con il dominio coloniale favorendo l’industrializzazione. Nacque così quello che gli abitanti chiamano il “complesso della morte”. Oggi il GCT fornisce il cinquantasette per cento della produzione nazionale di acido fosforico (usato in laboratori, industrie metallurgiche, ma anche in bibite, fertilizzanti e detergenti) e conta circa quattromila posti di lavoro diretti. L’impatto ambientale è devastante su tutti i fronti: gli impianti basano tre quarti del loro approvvigionamento sulle acque di falda della regione, prosciugando le sorgenti naturali che un tempo irrigavano un sistema unico al mondo di oasi litorali. A Chenini, ricordata come un paradiso terrestre, le quattrocento sorgenti che garantivano un’irrigazione gratuita e collettiva sono oggi tutte esaurite. Il disastro ecologico è palpabile sulla spiaggia di Chott Essalem. Ormai nota come Chott el-maut (“spiaggia della morte”), questa costituisce un hot-spot dell’inquinamento nel Mar Mediterraneo. Ogni giorno quarantaduemila metri cubi di fanghi di fosfogesso – un rifiuto pericoloso contenente metalli pesanti e materiali radioattivi come stronzio, cadmio, piombo, radio e uranio – vengono scaricati senza alcun trattamento nel golfo. Questo, un tempo considerato la più grande riserva di pesci e di conchiglie della Tunisia, si è ridotto a un cimitero: il crollo della biodiversità è stato tale da passare da duecentocinquanta specie marine nel 1965 a cinquanta oggi. Infine, le emissioni atmosferiche – diossido di zolfo, ossidi di azoto, fluoruro di idrogeno, ammoniaca – superano gli standard internazionali fino a otto volte determinando una catastrofe sanitaria nelle aree circostanti. L’incorporazione delle tossine si manifesta in un’epidemia silenziosa e silenziata di cancro, infertilità, malattie respiratorie e cutanee, malformazioni alla nascita. Dal 1972, il “complesso della morte” non ha mai smesso di divorare vite e risorse. Eppure, qualcosa rimane. Sotto la pelle bruciata di questo corpo collettivo, persiste una tensione pronta a esplodere: una lunga storia di resistenza attraversa questo territorio e ha visto diversi cicli di mobilitazione culminare nell’autunno dello scorso anno. A innescare la nuova ondata di proteste sono stati, come spesso accade a Gabès, gli incidenti industriali. Il drastico incremento dei ritmi di produzione, nel contesto di un impianto in pessime condizioni di manutenzione, si è tradotto in un susseguirsi di fughe di gas tossici che hanno avvolto la città. Centinaia di bambini e bambine sono state trasferite in ospedale, in preda a crisi respiratorie di breve e lungo periodo. Gli eventi che ne sono seguiti, culminati il 21 ottobre 2025 in uno sciopero di oltre centomila persone, sono già storia: la più grande mobilitazione per l’ambiente del Nord Africa, il più grande sciopero dalla caduta di Ben Ali nel 2011. Eppure, una volta che la marea si abbassa, lo sforzo necessario è quello di guardare agli eventi dell’autunno senza idealizzarli. Il 21 ottobre, più che un momento straordinario, è stato un momento storico nel suo senso più stretto di accumulazione. Guardare a questo momento con lenti diverse permette di considerarlo nella sua complessità e ci fornisce strumenti utili nel momento in cui la mobilitazione si arresta. Il movimento Stop Pollution, attivo sul territorio da oltre dieci anni, incarna questa complessità meglio di chiunque altro. Nato come una campagna informale all’indomani della rivoluzione (“Voglio vivere!”), è diventato negli anni un contenitore capace di tenere insieme le anime più disparate della città: dai pescatori di Chott Essalem espropriati delle loro terre, ai giovani ultras cresciuti a gas lacrimogeni e repressione, dagli storici militanti agli agricoltori dell’oasi. Una “grande famiglia”, la chiamano, unita da una rivendicazione tanto semplice quanto radicale: il diritto alla vita. Ma la vera peculiarità di Stop Pollution, ciò che lo rende un unicum nel panorama tunisino e al tempo stesso un avversario così temibile, è la sua natura anfibia. Il movimento è infatti capace di muoversi su piani diversi e complementari: è movimento di piazza, capace di paralizzare una città mobilitando oltre centomila persone in un solo giorno; ma è anche un soggetto politico capace di strategie e lungimiranza, pronto a utilizzare i canali istituzionali quando necessario. Tenere insieme queste due dimensioni è stata per anni la chiave della sua efficacia. Ed è proprio questa doppia natura a essere oggi sotto attacco. Mentre gli occhi del mondo erano puntati sulle immagini dello sciopero del 21 ottobre, sotto le pieghe degli eventi si muovevano processi meno spettacolari, destinati a segnare la fase successiva della mobilitazione. Un gruppo di avvocati di Gabès, legati al movimento, aveva intrapreso un’azione legale contro il GCT: una causa d’urgenza che chiedeva la cessazione immediata delle attività inquinanti del complesso. Era il braccio istituzionale di una lotta che nelle strade si combatteva con i corpi e i fumogeni. DUE SENTENZE Nell’asimmetria originaria tra lo Stato e i corpi, la questione su chi ha il diritto di difendersi e chi invece resta indifendibile è antica: così i corpi dei dominati vengono sistematicamente disarmati, esposti alla violenza, resi vulnerabili. E quando, nonostante tutto, provano a reagire, la loro reazione viene letta come aggressione, violenza ingiustificata, rottura dell’ordine. A Gabès questa dialettica assume forme specifiche. I corpi sono disarmati non solo in termini simbolici, ma proprio materiali: non hanno armi, non hanno mezzi per opporsi alla violenza delle forze dell’ordine se non i loro stessi corpi. Ma sono anche disarmati in un senso più profondo: sono corpi che lo Stato ha reso indifendibili, corpi la cui esposizione alla violenza – industriale, prima ancora che repressiva – è considerata normale, accettabile e persino necessaria al funzionamento dell’economia nazionale. Nessuna resistenza può essere ammessa, nessun danno può essere riconosciuto. Riconoscerlo significherebbe ammettere l’illegittimità delle fondamenta stesse dello Stato. È in questa logica che va letta la risposta del sistema alla doppia offensiva di Stop Pollution. A febbraio, nella stessa settimana, il tribunale di primo grado di Gabès ha respinto la causa contro il GCT per “mancanza di prove di danno” e ha condannato a oltre un anno di carcere Khayreddine Debaya, volto storico del movimento, insieme ad altri dodici militanti, per un sit-in del 2020. Due sentenze in pochi giorni. Da un lato l’assoluzione dell’ecocidio. Dall’altro la criminalizzazione della resistenza. Il processo di involuzione democratica inaugurato da Kais Saied nel 2021 con la sospensione arbitraria del parlamento e la concentrazione del potere nelle sue mani sta giungendo a un punto critico e di non ritorno. La sensazione diffusa nel paese è di assistere a una sclerotizzazione del sistema politico e social che si traduce in un’esacerbazione dei conflitti territoriali. Gabès ne è il banco di prova più estremo e le sentenze di febbraio squarciano il velo di ambiguità dietro cui il potere si era trincerato. Per mesi, infatti, il regime era riuscito a mantenere un delicato equilibrio. Da un lato, le promesse del presidente che in passato aveva definito quanto accadeva a Gabès “un crimine”. Dall’altro, la repressione: i lacrimogeni sparati dentro le case di Chott Essalem, le centinaia di arresti indiscriminati, i soprusi della polizia a porte chiuse. Questo gioco di ambiguità si reggeva anche sul costante rinvio della causa indetta dagli avvocati del movimento contro il GCT. Otto udienze rimandate. Un processo sospeso in un limbo che permetteva al potere di non prendere posizione, di non scoprirsi. Gabès, però, non dimentica. Tiene a mente le responsabilità e le promesse mai mantenute. «Ha definito quanto accadeva qui un crimine… Ma spetta a lui stesso la responsabilità di fermarlo», ricorda Islem. Ciò che rimane, nel momento in cui il velo cade, è l’immagine di un sistema in preda alla schizofrenia. La “mancanza di prove di danno” addotta dal tribunale per assolvere il GCT è una pura negazione della realtà. Perché il danno non è solo inciso nei corpi dei malati di cancro, nell’ecosistema distrutto del golfo, nelle crisi respiratorie che colpiscono bambini e bambine nelle scuole. È un danno che lo stesso GCT, in un report ufficiale del luglio 2025, ha apertamente riconosciuto. «L’inquinamento a Gabès non ha bisogno di statistiche – osserva Islem –, non ha bisogno di prove scientifiche. Devi solo avere degli occhi ed essere umano per rendertene conto. Per me, questo è stato il più grande insulto per la gente di Gabès. Dopo tutto quello che hanno sofferto, gli dici che non ci sono prove del danno? È semplicemente un insulto». Parallelamente, la condanna di Khayreddine e degli altri dodici attivisti è arrivata con modalità che dicono molto sulla natura del sistema che l’ha prodotta. Condannati in contumacia – nessuna notifica ufficiale, nessuna citazione preventiva – per un sit-in di sei anni prima. Il capo d’accusa: “Ostacolo alla libertà di lavoro”. Spiega Islem: «Stanno criminalizzando l’attivismo ambientale. Gente come me, che ha sofferto tutta la vita per l’inquinamento, che vive davanti a un mare in cui non può nuotare, che ha visto amici e persone care morire di cancro. E quando finalmente dici qualcosa contro tutto questo, sei un criminale». È a questo punto che il sistema tunisino compie il suo passaggio più pericoloso: da schizofrenico – capace di tenere insieme promesse e repressione, negazione e riconoscimento del danno – a paranoico. Nei mesi autunnali, centinaia di persone sono state arrestate nei quartieri popolari. Retate casuali, che non risparmiavano nemmeno chi era fuori città al momento dei fatti. «La polizia entrava nelle case senza permesso, picchiando, arrestando e portando via le persone. Lanciavano gas lacrimogeni fin dentro le abitazioni, abbiamo visto anziani e bambini soffocare», racconta Islem. A questa violenza, si è aggiunta l’istituzionalizzazione della repressione attraverso la magistratura. La subordinazione del potere giudiziario all’esecutivo – processo in corso su scala nazionale dal 2021, con l’epurazione di decine di giudici e avvocati – è arrivata anche a Gabès. Un meccanismo che finora aveva risparmiato la città – proprio per la delicata relazione tra il presidente e un territorio che in passato lo aveva sostenuto – ma che oggi non conosce più eccezioni. Eppure, anche in questo momento buio la resistenza non si arresta. Stop Pollution torna a mobilitarsi prima il 5 e poi il 6 giugno, in occasione della Giornata mondiale dell’ambiente. «La prossima ondata sarà ancora più alta di quella passata – dice Islem –. La resistenza contro l’inquinamento a Gabès non si fermerà finché il complesso chimico esisterà. Se non oggi, sarà domani. Forse non nella mia vita, ma in quella dei miei figli». La crisi di Gabès rappresenta un banco di prova cruciale per Kais Saied. Un tempo sostenitrice del presidente, oggi la città è diventata il termometro della sua deriva autoritaria. Ciò che accadrà nei prossimi mesi – la sentenza d’appello per Khayreddine e gli altri attivisti, la capacità del movimento di riorganizzarsi – dirà molto non solo sul futuro di Gabès, ma su quello dell’intero paese. (nina malatesta)
May 21, 2026
Napoli MONiTOR