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Non basta una notte per farci sparire
Non basta una notte per farci sparire Occhi celesti, un oceano di rabbia. Un corpo minuto che trasuda determinazione e forza. Un vulcano in eruzione. “Mi hai tirato una manganellata e non ho sentito niente!” Una compagna gentile, sempre attenta agli altri, di una generosità rara su questo pianeta. … mille altre cose che le mie parole non possono descrivere.   Raccolta in posizione fetale vivo questo grande dolore … piangendo… lo accolgo dentro di me. Per superare questo lutto e raccogliere anche solo una briciola del tuo immenso coraggio. Mi piace ricordati così: che esci di casa con Dina, per raccogliere cicoria selvatica. Perché la sera c’è una cena benefit per i compagni. Ciao Sara, buon viaggio. Il tuo cuore batte… in tutte le nostre notti di fuoco. Sempre per l’Anarchia   (ricevuta via email)
March 22, 2026
il Rovescio
[it, es, fr, en] Per Sara e Sandro, più forti della morte [in continuo aggiornamento]
È con grande dolore che abbiamo appreso della morte di Sara e Sandro, nostri amici e compagni di idee e di lotta. Mentre li piangiamo, raccogliamo in questa pagina tutti i vari testi, versi, manifesti, parole di affetto e dolore che stanno arrivando in questi giorni e ore. Ciao Sandro. Ciao Sara. -------------------------------------------------------------------------------- [21.03.2026] Già pubblicato in https://circoloculturaleanarchicofiaschi.noblogs.org/2026/03/21/piu-forti-della-morte/ Più forti della morte C’è un’enorme differenza fra la violenza degli oppressi e quella degli oppressori: la prima segue un’etica, la seconda nessuna. (Sara Ardizzone) La nostra capacità di dire e comunicare non consente di avventurarsi sui sentieri inesplorati della responsabilità per i rischi assunti in prima persona. Ogni discorso in questa direzione resta inevitabilmente provvisorio, insufficiente. Ricercare concretamente la libertà – nella sua forma autentica e integrale, non nelle contraffazioni elargite e imposte dallo Stato – significa entrare nella dimensione del rischio connaturato alla ricerca stessa. In questo luogo le nostre scelte, spesse volte selvagge e solitarie, marcano il solco di una strada senza ritorno. La libertà è una qualità che si sperimenta mettendosi a rischio. Lo diciamo senza alcuna indulgenza nella retorica: i due anarchici rinvenuti morti dopo il crollo di un casolare a Roma, Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano, sono dei nostri compagni fraterni, che siamo fieri di avere per compagni. I pennivendoli prezzolati, dalla cui carta straccia abbiamo appreso il fatto, scrivono a più riprese dello scoppio di un ordigno. Le preoccupate prese di distanza, volte sempre a garantire un’incolumità vergognosa, non ci appartengono. Siamo abituati a non credere a una parola di quanto viene proferito dalla macchina della propaganda, ma qualora ci fosse un barlume di verità circa le informazioni “trapelate” non possiamo non soffermarci sul fatto fondamentale: Sara e Sandro sono morti in azione, sono morti combattendo. La guerra sociale non è una recita, uno stile di vita o una sottocultura. È anzitutto una guerra. Sara e Sandro sono un esempio luminoso dell’inestricabile connubio tra pensiero e azione che ispira l’anarchismo, dei rivoluzionari fino all’ultimo istante della loro vita, e nella morte. Sara e Sandro sono e saranno per sempre un pezzo del nostro cuore, un cuore che non può che rifiutarsi di provvedere a scrivere un necrologio. Le odierne farneticazioni dei signori dell’inquisizione e della repressione vanno a braccetto con quelle dei padroni della guerra e dello sfruttamento. Gli stragisti, i massacratori, i produttori di morte gridano allo scandalo per le bombe degli anarchici. Con Sara e Sandro abbiamo condiviso l’inestinguibile passione per il pensiero e l’azione anarchici. Con loro alcuni di noi hanno vissuto, condividendo l’intensità febbrile di momenti che nessun orologio potrà mai scandire. Con loro, quando siamo stati inquisiti dalla macchina della repressione di Stato, abbiamo mantenuto la nostra dignità e consolidato la tenacia delle nostre scelte. Ne siamo certi: quelle nostre giornate infinite non diverranno mai un ricordo sbiadito. Momenti che non si basavano sulle chiacchiere ideologiche, ma sulla convinzione dei nostri percorsi, sui sentimenti, sulla fiducia reciproca, sulla gioia della vita. Tutti noi che li abbiamo conosciuti profondamente sappiamo che non esisteranno mai delle parole adeguate a descriverne la modestia, la dolcezza, la dignità. Ecco perché la volontà rivoluzionaria di Sara e Sandro ha la forza di andare oltre il tempo, vincendo la sofferenza e il dolore. La loro passione per la vita sarà più forte della morte. La loro integrità sarà sempre un monito contro ogni oppressore. 21 marzo 2026 Circolo Culturale Anarchico “G. Fiaschi” (Carrara) Circolo Anarchico “La Faglia” (Foligno) Danilo Cremonese e Valentina Speziale Circolo Anarchico “G. Bertoli” (Assemini) Nucleo Anarchico “É. Henry” (Cagliari) Biblioteca Anarchica Sabot (Roma) Natascia Savio Luigi di Faenza Qui in pdf: piu forti della morte -------------------------------------------------------------------------------- [es] Más fuertes que la muerte Hay una enorme diferencia entre la violencia de los oprimidos y la de los opresores: la primera sigue a una etica, la segunda a ninguna. (Sara Ardizzone) Nuestra capacidad para decir y comunicar no permite adentrarse en los caminos inexplorados de la responsabilidad por los riesgos asumidos en primera persona. Todo discurso hacia esta dirección se queda necesariamente temporal, inadecuado. Buscar concretamente la libertad – en su forma auténtica e integral, y no en las falsificaciones otorgadas e impuestas por el Estado – significa entrar en la dimensión del peligro, inherente a la busqueda en si misma. En este lugar, nuestras decisiones, a menudo salvajes y solitarias, marcan la huella de un camino sin vuelta atrás. La libertad es una condición que se experimenta poniéndose en juego. Lo decimos sin ninguna complacencia de retórica: los dos anarquistas hallados muertos después del colapso da una casa rural en Roma, Sara Ardizzone y Alessandro Mercogliano, son nuestros compañeros fraternos, y estamos orgullosos de ello. Los periodistas, plumíferos a sueldo, de los que hemos aprendido los hechos, a través de su papel de desecho, hablan repetidamente de la detonación de un artefacto. Las tomas de distancia preocupadas, que siempre apuntan a asegurarse una vergonzosa protección, no nos pertenecen. Estamos acostumbrados a no creernos ni una palabra de las que salen de la máquina de la propaganda, pero si hubiera un atisbo de verdad en las informaciones “filtradas”, no podemos no detenernos en un hecho fundamental: Sara y Sandro han muerto en la acción, han muerto peleando. La guerra social no es un teatrín, un estilo de vida ni una subcultura. Antes de todo, es una guerra. Sara y Sandro son un ejemplo luminoso del inseparable matrimonio entre idea y acción, que inspira al anarquismo, unos revolucionarios hasta el último instante de sus vidas, y en sus muertes. Sara y Sandro son, y siempre serán, un pedazo de nuestro corazón, un corazón que no puede hacer otra cosa que rechazar la escritura de un obituario. Los desvaríos de hoy de los señores de la inquisición y de la represión van de la mano con los desvaríos de los amos de la guerra y de la explotación. Los asesinos, los autores de las masacres, los fabricantes de muerte, gritan al escándalo por las bombas de los anarquistas. Con Sara y Sandro hemos compartido la inagotable pasión por la idea y por la acción anarquistas. Algunos de nosotros hemos vivido con ellos, compartiendo la intensidad febril de unos momentos que ningún reloj podrá nunca marcar. Juntos con ellos, cuando la máquina de la represión del Estado nos ha investigado, hemos conservado nuestra dignidad y fortalecido la tenacidad de nuestras elecciones. Estamos seguros: esas nuestras jornadas interminables nunca se volverán una memoria descolorida. Momentos que no se apoyaban en chácharas ideológicas, si no en el convencimiento de nuestros caminos, en los sentimientos, en la mutua confianza, en la alegría de la vida. Todos nosotros que los hemos conocido profundamente, sabemos que nunca exisitirán palabras adecuadas para describir su humildad, su cariño, su dignidad. Aquí es el por qué la voluntad revolucionaria de Sara y de Sandro tiene la fuerza para ir más allá del tiempo, venciendo el sufrimiento y el dolor. Su pasión por la vida será mas fuerte que la muerte. Su honradez siempre será un recordatorio para todos los opresores. 21 marzo 2026 Circolo Culturale Anarchico “G. Fiaschi” (Carrara) Circolo Anarchico “La Faglia” (Foligno) Danilo Cremonese e Valentina Speziale Circolo Anarchico “G. Bertoli” (Assemini) Nucleo Anarchico “É. Henry” (Cagliari) Biblioteca Anarchica Sabot (Roma) Natascia Savio Luigi di Faenza -------------------------------------------------------------------------------- [fr] Plus forts que la mort Il y a une énorme différence entre la violence des opprimés et celle des oppresseurs: la première suit une éthique, tandis que la deuxième n’en suit aucune. (Sara Ardizzone) Notre capacité à dire et à communiquer ne permet pas de s’aventurer sur les chemins inexplorés de la responsabilité des risques pris personnellement. Tous les discours dans ce sens restent forcément temporaires, insuffisants. Rechercher concrètement la liberté – dans sa forme la plus authentique, et pas dans les contrefaçons dispensées et imposées par l’État – cela signifie rentrer dans la dimension du risque inhérent à la recherche elle-même. Dans ce lieu, nos propres choix, parfois sauvages et solitaires, marquent la voie d’une route sans retour. La liberté c’est une qualité dont on fait l’expérience que l’en se mettant en jeu. Là on le dit sans plonger absolument dans la rhétorique: les deux anarchistes qui ont été retrouvés morts suite à l’effondrement d’un chalet à Rome, Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano, sont parmi nos compagnons fraternels, que nous sommes fiers d’avoir comme compagnons. Les journaleux mercenaires, dont le papier de rebut nous a fait apprendre la nouvelle, parlent à maintes reprises de l’explosion d’un engin. Les inquiètes prises de distance, toujours utiles à s’assurer une sécurité honteuse, ne nous appartiennent pas. On a l’habitude à ne pas croire un mot de ces prononcés par la machine de propagande, mais au cas où il y aurait un brin de vérité dans les informations divulguées, on ne peut pas s’empecher de nous attarder sur un fait fondamental: Sara et Sandro sont morts au combat, en luttant. La guerre social n’est pas une comédie, ni un train de vie ni une sous-culture. C’est avant tout une guerre. Sara et Sandro sont un exemple lumineux de l’indissociable combinaison entre pensée et action qui inspire l’anarchisme, ils auront été des révolutionnaires jusqu’au dernier instant de leur vies, et dans la mort. Sara et Sandro sont et seront toujours un morceau de notre coeur, un coeur qui ne peux pas faire autre chose que se refuser d’écrire une nécrologie. Les divagations d’aujourd’hui des seigneurs de l’inquisition et de la répression vont de pair avec celles des patrons de la guerre et de l’exploitation. Les meurtriers, les massacreurs, les fabricants de mort, ils crient au scandale pour les bombes des anarchistes. Avec Sara et Sandro nous avons partagé l’inépuisable passion pour la pensée et l’action anarchistes. Avec eux, certains d’entre nous ont vécu, en partageant l’intensité fébrile des instants qu’aucune horologe ne pourra jamais marquer. Avec eux, quand la machine de la repression de l’État a enquêté sur nous, nous sommes resté dignes, et nous avons consolidé la ténacité de nos choix. On en est sûr: ces journées là ne deviendront jamais un souvenir flou. Des instants qui ne reposaient pas sur des bavardages idéologiques, mais sur la conviction de nos chemins, sur la confiance mutuelle, sur la joie de la vie. Tous nous, qui les avons connus profondément, on sait qu’il n’y aura jamais des mots appropriées pour décrire leur humilité, leur douceur, leur dignité. Voilà pourquoi la volonté révolutionnaire de Sara et de Sandro elle a la force d’aller au-delà du temps, en surmontant la souffrance et la douleur. Leur passion pour la vie sera plus forte que la mort. Leur intégrité sera toujours une mise en garde pour tous les oppresseurs. 21 mars 2026 Circolo Culturale Anarchico “G. Fiaschi” (Carrara) Circolo Anarchico “La Faglia” (Foligno) Danilo Cremonese e Valentina Speziale Circolo Anarchico “G. Bertoli” (Assemini) Nucleo Anarchico “É. Henry” (Cagliari) Biblioteca Anarchica Sabot (Roma) Natascia Savio Luigi di Faenza -------------------------------------------------------------------------------- [21.03.2026] Per Sandrone e Sara Apprendiamo con dolore della scomparsa, questa notte, di Sara e Sandrone. Non sappiamo cosa sia successo realmente, né possiamo fidarci delle veline delle questure. Quelle questure che parlano di “gruppo Cospito”, a cui rispondiamo con le stesse parole di Sara nelle sue dichiarazioni a processo: “La responsabilità individuale è un fondamento dell’anarchismo. Io non prendo ordini né li do: né da nessuno né a nessuno. Agisco rispondendo solo alla mia coscienza che non ha parametri d’interesse né di vantaggi e che rimane l’unica voce che io possa ascoltare.” Fatevene una ragione cari inquirenti, gli anarchici non hanno capi o generali! Sandrone e Sara li abbiamo conosciuti nelle assemblee e nei campeggi, dove si parlava di anarchia, solidarietà, carcere, del sistema di dominio che ci circonda e di come fare a combatterlo. Non ci interessa sapere nello specifico cosa sia successo in quel casolare dove han trovato la morte. Sappiamo per certo che nel loro cuore c’era quell’idea di libertà e anarchia che sentiamo anche noi, sappiamo per certo che in questo mondo dove la guerra fa sempre più vittime innocenti, per agire contro di essa serva anche la violenza rivoluzionaria. Di fronte ad un presente inondato di bombardamenti su ospedali, scuole, mercati e abitazioni civili, di guerre e genocidi in nome del denaro e del potere, crediamo sia necessaria l’audace volontà di utilizzare ogni mezzo contro questo sistema. Ci affligge non poterli più incontrare nelle nostre strade, ma sappiamo che li avremo sempre al nostro fianco, a prescindere da come ora lo stato li voglia fare apparire. Viva l’anarchia! Viva la lotta! Con Sara e Sandrone nel cuore! Centro di documentazione anarchico l’Arrotino Individualità anarchiche Antiautoritari di Valtellina -------------------------------------------------------------------------------- [22.03.2026] Non basta una notte per farci sparire Non basta una notte per farci sparire Occhi celesti, un oceano di rabbia. Un corpo minuto che trasuda determinazione e forza. Un vulcano in eruzione. “Mi hai tirato una manganellata e non ho sentito niente!” Una compagna gentile, sempre attenta agli altri, di una generosità rara su questo pianeta. … mille altre cose che le mie parole non possono descrivere.   Raccolta in posizione fetale vivo questo grande dolore … piangendo… lo accolgo dentro di me. Per superare questo lutto e raccogliere anche solo una briciola del tuo immenso coraggio. Mi piace ricordati così: che esci di casa con Dina, per raccogliere cicoria selvatica. Perché la sera c’è una cena benefit per i compagni. Ciao Sara, buon viaggio. Il tuo cuore batte… in tutte le nostre notti di fuoco. Sempre per l’Anarchia   (ricevuta via email) -------------------------------------------------------------------------------- [23.03.2026] Manifesto e parole dall’Europa del Nord: “Amare. Essere amati. Non dimenticare mai la propria insignificanza. Non abituarsi mai alla violenza indicibile e alla volgare disparità della vita che ci circonda. Cercare la gioia nei luoghi più tristi, inseguire la bellezza là dove si nasconde. Non semplificare mai quello che è complicato e non complicare quello che è semplice. Rispettare la forza, mai il potere. Soprattutto osservare. Sforzarsi di capire. Non distogliere mai lo sguardo. E mai, mai dimenticare.” Arundhati Roy Il 20 marzo 2026 abbiamo ricevuto la terribile notizia che due compagni anarchici, Sara e Sandrone, sono rimasti uccisi in un’esplosione vicino a Roma. In questo momento di dolore pensiamo ai nostri compagni, a chi era loro vicino, a chi li conosceva e mandiamo un abbraccio dal Nord. Non ci sarà nessuna ricetta, nessuna soluzione, nessuna cura facile, e non ne vogliamo. Vogliamo che questo mondo smetta di girare e di pretendere che la sua miseria chiamata normalità sia accettabile. Così com’era inaccettabile per i nostri compagni vivere in pace con un mondo pieno di guerre ed oppressione. Le cicatrici che lascerà questo momento rimarranno. Facciamo sì che i momenti di bellezza e di gioia che abbiamo condiviso fianco a fianco nelle nostre lotte non siano dimenticati. Cerchiamo di concepire la nostra esistenza in quanto anarchici come una forma di vendetta sovversiva contro questo mondo. Con tutto ciò di cui abbiamo bisogno per continuare ad attaccare ancora ed ancora lungo il nostro viaggio: solidarietà, amore, mutuo aiuto e violenza rivoluzionaria. Per Sara e Sandrone Per l’anarchia Anarchic* dal Nord
March 21, 2026
il Rovescio
Per Sara e Sandro
È con grande dolore che abbiamo appreso della morte di Sara e Sandro, nostri amici e compagni di idee e di lotta. Mentre li piangiamo, riceviamo e diffondiamo queste parole, come se fossero le nostre: Apprendiamo con dolore della scomparsa, questa notte, di Sara e Sandrone. Non sappiamo cosa sia successo realmente, né possiamo fidarci delle veline delle questure. Quelle questure che parlano di “gruppo Cospito”, a cui rispondiamo con le stesse parole di Sara nelle sue dichiarazioni a processo: “La responsabilità individuale è un fondamento dell’anarchismo. Io non prendo ordini né li do: né da nessuno né a nessuno. Agisco rispondendo solo alla mia coscienza che non ha parametri d’interesse né di vantaggi e che rimane l’unica voce che io possa ascoltare.” Fatevene una ragione cari inquirenti, gli anarchici non hanno capi o generali! Sandrone e Sara li abbiamo conosciuti nelle assemblee e nei campeggi, dove si parlava di anarchia, solidarietà, carcere, del sistema di dominio che ci circonda e di come fare a combatterlo. Non ci interessa sapere nello specifico cosa sia successo in quel casolare dove han trovato la morte. Sappiamo per certo che nel loro cuore c’era quell’idea di libertà e anarchia che sentiamo anche noi, sappiamo per certo che in questo mondo dove la guerra fa sempre più vittime innocenti, per agire contro di essa serva anche la violenza rivoluzionaria. Di fronte ad un presente inondato di bombardamenti su ospedali, scuole, mercati e abitazioni civili, di guerre e genocidi in nome del denaro e del potere, crediamo sia necessaria l’audace volontà di utilizzare ogni mezzo contro questo sistema. Ci affligge non poterli più incontrare nelle nostre strade, ma sappiamo che li avremo sempre al nostro fianco, a prescindere da come ora lo stato li voglia fare apparire. Viva l’anarchia! Viva la lotta! Con Sara e Sandrone nel cuore! Centro di documentazione anarchico l’Arrotino Individualità anarchiche Antiautoritari di Valtellina
March 21, 2026
il Rovescio
Torino, processo “City”: pesanti richieste di condanna (e altri aggiornamenti)
Riceviamo e diffondiamo: AGGIORNAMENTO SUL PROCESSO DI PRIMO GRADO “CITY” Il 19 Marzo 2026 il PM Scafi, dopo la sua requisitoria, ha richiesto le pene per le/gli imputate/i del primo troncone del cosiddetto processo “City”, relativo ai fatti avvenuti durante il corteo del 4 Marzo 2023 a Torino, in solidarietà ad Alfredo Cospito, ai tempi in sciopero della fame da oltre 5 mesi. Le pene chieste dalla procura per le/i 18 imputate/i per devastazione e saccheggio si quantificano in più di 130 anni di galera. Per due imputate/i sono stati chiesti più di 12 anni, per altre/i 4 imputate/i più di 9 anni e per tutte/i le/i restante/i piu di 5 anni. La sentenza per questo troncone del processo sarà pronunciata il 16 Aprile 2026. Nel frattempo procede anche il processo a carico di altre compagne e compagni accusati per la stessa giornata di lotta, procedimento separato per rendere più rapido il cosiddetto primo troncone. Il 10 Marzo, in fase di udienza preliminare, la GUP ha archiviato la posizione delle/degli indagate/i per essere stati fermati prima dell’inizio del corteo con l’accusa di quasi reato (art.115 c.p.), nonostante la richieste del PM di applicare la libertà vigilata. Rinvio a giudizio e udienza l’11 Novembre 2026, invece, per compagne e compagni accusati di concorso in devastazione, resistenza aggravata e porto di oggetti atti ad offendere: in totale 29 rinvii a giudizio. 41bis è tortura! Contro galere e CPR. Alfredo libero. Tutte libere, tutti liberi!
March 21, 2026
il Rovescio
Roma: “Fuori Alfredo dal 41-bis!”. 10 aprile, assemblea pubblica. 18 aprile: Corteo
Riceviamo e rilanciamo: Quelle carceri sono delle prigioni di guerra. Fuori Alfredo dal 41bis! La vita di Alfredo Cospito passa di nuovo per le mani del Ministro della Giustizia, quindi del governo, poiché nei primi giorni di maggio scadono i primi 4 anni in regime di 41bis. Da quel momento in poi, il termine vedrà la sua cadenza ogni 2 anni. La storia di Alfredo oggi è conosciuta da ampi settori della società che hanno preso consapevolezza della violenza del 41bis grazie allo sciopero della fame di oltre 180 giorni, che Alfredo ha portato avanti a cavallo tra il 2022 e il 2023, e alla forte mobilitazione nazionale e internazionale in sua solidarietà. Attualmente le condizioni detentive di Alfredo sono peggiorate: non può ricevere alcun tipo di libro (anche quelli privi di contenuti politici), la censura sulle lettere è aumentata e non può ottenere nemmeno la farina per il pane. Questo ulteriore accanimento è un’evidente rappresaglia in seguito alla sentenza contro il Sottosegretario alla Giustizia, Delmastro, condannato per rivelazioni di segreti d’ufficio. Il Sottosegretario alla Giustizia aveva trasmesso a Donzelli, responsabile del partito di governo, dei documenti del DAP riguardanti conversazioni che Alfredo aveva avuto con altri detenuti della sua sezione durante l’ora d’aria. La solidarietà con Alfredo non è mai stata solo una lotta per Alfredo. Come più volte si è detto, un anarchico in 41bis oggi è un avvertimento per tutt, poichè questa ulteriore estensione di quel regime carcerario costituisce una delle punte più avanzate dell’attuale fase reazionaria. L’accanimento contro di lui, infatti, ha come principale spiegazione la volontà di chiudere la partita con ogni forma di dissenso, da quelle radicali a quelle consentite. Lo stato permanente di preparazione alla guerra, in cui siamo immers da quattro anni a questa parte, è il risultato di un adeguamento dell’agenda e della propaganda dello Stato. Autoritarismo, tagli alla spesa pubblica, militarizzazione della società, guerra ai poveri, patriarcato, leggi razziste, detenzione amministrativa (CPR), ma soprattutto, la feroce celebrazione di tutto ciò, rappresentano l’impalcatura economica e culturale a cui stanno abituando la popolazione. I poveri sono individui in eccesso da confinare fuori il consesso sociale. Le persone dissidenti sono nemic da combattere, il conflitto sociale terrorismo. L’imperativo è legge e ordine, o prigione. Ed è per questo che è appropriato considerare le carceri come delle vere e proprie prigioni e le persone detenute vere e proprie prigioniere di una guerra che, pur non avendo ancora fatto esplodere bombe in questo angolo di mondo, impone la necessità preventiva di serrare i ranghi per scoraggiare e disincentivare non solo il conflitto sociale ma ogni forma di opposizione. Quelle carceri sono delle prigioni per Anan, condannato a 5 anni e 6 mesi in quanto palestinese che ha preso parte alla resistenza contro l’occupazione israeliana; sono delle prigioni per Tarek Dridi, condannato per reato di resistenza all’interno della manifestazione del 5 ottobre 2024; sono delle prigioni per Ahmad Salem, in regime di Alta Sicurezza solamente per aver visionato dei video rintracciabili da chiunque sul web ma ritenuti dagli inquirenti prove della preparazione all’uso di ordigni per il compimento di atti con finalità di terrorismo. Per Alfredo, per l’abolizione del 41bis, per tutte le persone prigioniere, per la diserzione da ogni guerra, per lo smantellamento dell’apparato militare e dell’ideologia militarista e patriarcale, per tutte le persone colpite dalla repressione per aver agito in solidarietà con la Palestina. Facciamo appello a coloro che tre anni fa hanno preso una posizione, a quella parte di società che in questi anni è scesa in strada per la Palestina, e che di fronte alle ingiustizie non è solita tacere. Il 10 aprile assemblea pubblica a Roma. Il 18 aprile saremo in strada a Roma per Alfredo. Quelle carceri sono delle prigioni Fuori Alfredo dal 41bis Libertà per tutti e tutte Compagnx contro le galere
March 19, 2026
il Rovescio
Lecco, 25 marzo: “Sui binari della guerra”. Assemblea pubblica sulla militarizzazione delle ferrovie
Riceviamo e diffondiamo: Assemblea pubblica Mercoledì 25 marzo 2026 ore 20:30 presso Sala civica “Gabriella Malgarini Zenini”, via seminario 39, Lecco SUI BINARI DELLA GUERRA La militarizzazione delle ferrovie in Italia e in Europa Come assemblea permanente contro le guerre da oltre due anni lottiamo contro la produzione militare lecchese, fiore all’occhiello della filiera del proiettile e dell’ormai onnipresente riconversione al militare di molte aziende locali. Pensiamo che per fermare le guerre sia necessario bloccare la produzione che viene effettuata qua, sui nostri territori. Ma oltre alla produzione, le armi hanno bisogno di essere portate nei territori in cui verranno usate, qui entra in campo la logistica. Per questo vogliamo allargare lo sguardo ai progetti di guerra in atto nella militarizzazione delle ferrovie, che sta procedendo in tutta Europa con massicci interventi per adeguare le infrastrutture al trasporto di materiale militare su larga scala, esplicitamente in previsione di scenari bellici. In Italia un passaggio fondamentale è stato l’annuncio, nell’aprile del 2024, dell’accordo tra Leonardo S.p.a. e Rete Ferroviaria Italiana proprio a tale scopo. A partire da quel momento i ferrovieri attivi nel sindacalismo di base hanno costituito il Coordinamento ferrovieri contro la guerra, che da oltre un anno e mezzo si mobilita con bollettini specifici, presidi nelle stazioni e negli impianti attrezzati per i passaggi di convogli militari, campagne di sensibilizzazione sulla necessità che i lavoratori si mobilitino contro l’economia di guerra. Grazie al contributo di un promotore di questo percorso di lotta, approfondiremo la tematica della logistica di guerra e di come lottare per incepparla.
March 19, 2026
il Rovescio
graficAttac: chiamata alle armi grafiche contro la propaganda bellica
Riceviamo e diffondiamo: Qui il blog del progetto: https://graficattac.noblogs.org/   “Se l’Europa vuole evitare la guerra l’Europa deve prepararsi alla guerra” -Ursula Von Der Leyen, discorso alla Royal Danish Military Academy, marzo 2025 “Si vis pacem, para bellum” – Publius Flavius Vegetius Renatus, Dē Rē Mīlitārī, s. IV AD Giustificare la guerra come strumento per vivere in pace è un discorso tanto vecchio quanto ridicolo.  Tuttavia, la propaganda bellica specifica di ogni epoca è spesso riuscita a convincere parte della sua popolazione e a raggiungere, così, una soglia critica di soldati e di adesione popolare sufficiente per guerreggiare davvero. L’Europa si sta armando e le armi, una volta prodotte, devono essere usate. La guerra è infatti, da sempre, un rilancio dell’economia. Chi ha interesse alla guerra ha bisogno dunque, anche oggi, di instillare tra le menti l’idea della stessa come inevitabile strumento di pace e di creare il desiderio di arruolarsi. Ci stanno lavorando da decenni in modo ricercato, ultra finanziato e incrementale: la presenza nelle strade dei militari, l’ampliamento delle loro competenze, le attività belliche per le scuole, l’esaltazione del militare nel discorso pubblico, nei film, nei giochi sono aumentati poco a poco, permettendo un’assuefazione lenta. Oggi la propaganda lavora anche nel mondo online, ottimizzando, attraverso algoritmi di intelligenza artificiale i contenuti di messaggi, immagini e video in modo che questi siano quanto più manipolativi possibile; attraverso altri algoritmi scelgono il modo migliore per diffonderli tra i vari social media e, a volte, li generano anche artificialemente. L’Esercito Italiano, per esempio, produce almeno un video online al giorno, in cui non ci sono né morti né nemici, ma opportunità esperienziali e di lavoro, per convincere ad iscriversi ai concorsi per essere reclutati tra i 6000 VFI (Volontari in Ferma Ininizale) messi al bando per quest’anno. Scommettiamo, invece, sull’intelligenza collettiva per creare una contro narrazione capace di smantellare la macchina della propaganda bellica e di avere effetto nel mondo reale. Infatti, di fronte all’esproprio delle capacità pratiche e intellettuali che caratterizza le società nel “nord” globale, riappropriarsi della creatività è uno dei passi necessari verso la possibilità concreta di lottare per un mondo diverso. Inoltre, davanti alla virtualizzazione quasi totale della comunicazione, sembra che i muri siano uno dei pochi luoghi rimasti dove si può ancora combattere ad armi pari. GraficAttac è uno spazio per: – condividere grafiche di manifesti, adesivi, volantini, scritte in contrasto con la propaganda bellica, in ogni suo processo persuasivo, per decifrarne e smantellarne i subdoli meccanismi di fabbricazione di consenso/asservimento sociale e di colonizzazione dell’immaginario – Interrompere il flusso mediatico e di discorso a sostegno degli eserciti e della militarizzazione della società, contro la ricerca di consenso alla repressione, al riarmo, all’arruolamento, all’industria bellica e alla guerra – agire nelle strade con attacchinaggi, strappando i muri alla propaganda bellica – liberare, affilare e conservare affilate, le lame del pensiero critico con cui, definitivamente, rompere le righe! Invia il materiale a graficattac@autoproduzioni.net entro il 25 aprile 2026 I contenuti saranno aggiornati sul blog graficattac.noblogs.org e (a)periodicamente usciranno altre chiamate. L’invito è quello di scaricare i contenuti ed attacchinarli massicciamente ovunque.
March 18, 2026
il Rovescio
L’isola di Epstein, ovvero il tecno-capitalismo predatore (I)
L’isola di Epstein, ovvero il tecno-capitalismo predatore (I) Perché tecnocrati, eugenisti, faccendieri e servizi segreti si servono di un predatore sessuale come Epstein? Perché le nuove recinzioni (di risorse naturali e di facoltà umane) hanno sempre un corrispettivo nella violenza sul corpo delle donne e dei bambini? Cosa aggiunge, alle nefandezze coloniali (e sessiste) accumulatesi nella storia, la smisurata potenza tecnologica di cui godono oggi i dominatori? Il motivo per cui gran parte dei “movimenti” si tiene accuratamente lontana dal castello degli orrori legato al “caso Epstein” non è misterioso. La materia non appare solo mostruosa in sé, ma anche ricettacolo di spiegazioni mostruose. Quei “files” sembrano la conferma oggettiva delle più “deliranti” teorie della cospirazione; più prosaicamente, essi rappresentano un concentrato di tutte le perversioni che le classi popolari, dal Medioevo ad oggi, hanno sempre attribuito ai ricchi (cannibalismo compreso). Il punto è che tale putrida materia non è un’isola, bensì un tratto distintivo dell’epoca; la sua interpretazione è quindi parte integrante della lotta di classe, cioè una battaglia sulle opposte direzioni che possono prendere il disgusto e la rabbia. Per questo è fuorviante entrare troppo nei dettagli che man mano emergono da quei milioni di documenti. Ciò che serve è una griglia interpretativa. Ed è quello che ci proponiamo di abbozzare con queste note. Una seconda parte che uscirà prossimamente conterrà invece dei riferimenti più specifici e puntuali ai “files”. Facciamo un parallelo con Gaza (parallelo tutt’altro che arbitrario, come vedremo). Per comprendere il genocidio del popolo palestinese non serve a molto sprofondare nelle quotidiane cronache dell’orrore; né aiuta granché conoscere il nome dei presidenti israeliani o le date esatte del “conflitto israelo-palestinese”. Bisogna capire cos’è un colonialismo d’insediamento, la cui violenza – come ha acutamente riassunto lo storico Patrick Wolfe – non è un evento, bensì una struttura. Qualcosa di analogo vale per quella che Marx ha chiamato «accumulazione originaria del capitale». Come hanno spiegato Silvia Federici, Maria Mies, Veronika Bennholdt-Thomsen e altre femministe, quell’accumulazione non è un lontano evento storico, bensì una struttura che si rinnova di continuo, e che riattualizza la sua brutalità originaria soprattutto nei periodi di profonda ristrutturazione. Per capirlo è necessario liberarsi di una zavorra: la concezione lineare-progressiva del tempo storico. Lo sviluppo tecnologico non supera affatto la barbarie del passato, bensì la disloca nello spazio e la equipaggia di nuova potenza. Dentro questa dinamica strutturale, vediamo tornare armati di tutto punto i caratteri salienti che hanno presieduto alla nascita del capitalismo: violenza coloniale, recinzione delle terre, distruzione dei beni comuni, sviluppo della Scienza, attacco ai saperi medici popolari, soggiogamento delle donne e caccia alle streghe. Le nuove enclosures non si riferiscono solo alle terre (dal land grabbing in Africa alle distese di campi transgenici in Ucraina), ma riguardano ormai i cicli vitali stessi della natura (dalla produzione di sementi sterili alla biologia di sintesi) e le facoltà della specie umana (sottoposta a una gigantesca disaccumulazione di saperi e capacità prodotti in milioni di anni); i commons sotto attacco non attengono solo ai rapporti comunitari, ma alla rigenerazione della materia-mondo; quanto alla messe fuori legge di ogni sapere medico popolare, pensiamo ai «cacciatori di geni» che accaparrano per la tecno-industria le conoscenze indigene sulle proprietà farmaceutiche delle piante o alla criminalizzazione delle cure non ufficiali durante il Covid; il corpo delle donne non viene soltanto sessualizzato e messo a profitto, ma artificializzato e ridotto a «materiale generativo». In questo contesto, torna anche la caccia alle streghe. Non soltanto in senso metaforico (come diabolizzazione della dissidente e del diverso), ma in senso ferocemente letterale. Stiamo parlando, cioè, di centinaia di migliaia di donne che – come ha documentato, tra le altre, Silvia Federici – vengono rinchiuse in «campi per streghe» o uccise (soprattutto in Africa). Sono, molto spesso, donne anziane, sole e contadine, la cui morte permette la privatizzazione delle terre che coltivano. L’intreccio tra logica patriarcale, superstizioni popolari e piani di «aggiustamento strutturale» promossi dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale rivela in modo esemplare come il dominio sappia mobilitare i diversi elementi della propria stratificazione storica. Da questo punto di vista, non è casuale che migliaia di donne siano state rinchiuse, violentate e uccise nell’Indonesia di Suharto in quanto «streghe comuniste», né che l’ambasciatore israeliano all’ONU abbia definito «strega» Francesca Albanese, o che il transumanista e afrikaner Peter Thiel si sia spinto fino a chiamare «Anticristo» Greta Thumberg (insieme, guarda un po’, al «luddista»). Così come sarebbe fuorviante ricondurre la caccia alle streghe in Africa a «residui di tribalismo», lo stesso vale per la denuncia del rapporto tra la sparizione di migliaia di donne ogni anno in Messico e la «guerra dei narcos», denuncia che spesso omette il ruolo dello Stato, delle compagnie minerarie e degli accaparratori tecno-industriali di terra. Avvicinandoci così al nostro argomento, possiamo tracciare un primo parallelo tra l’orrore di Gaza, i campi di annientamento in Messico e le segrete sull’isola di Epstein. Chi si appresta a colonizzare Marte e a schiavizzare miliardi di persone (pensiamo a un Elon Musk o a un Peter Thiel) deve dimostrare anche nella vita quotidiana di non avere alcun limite etico: il corpo femminile da violentare è insieme trofeo, sigillo di appartenenza e ventre da cui far uscire la nuova stirpe di dominatori. Ma a questa brutalità tipica delle piantagioni schiavistiche (dove la violenza sul corpo delle schiave era anche un rito di iniziazione del giovane latifondista per dimostrarsi degno del “popolo dei signori”) si aggiungono oggi progetti di potenza che sono tecnicamente transumani. Nelle proprietà di Epstein, infatti, ragazzine e bambine non venivano solo stuprate e torturate, ma trasformate in «materiale generativo» con cui creare la «prole perfetta». Parliamo, cioè, di centinaia di milioni di dollari investiti nelle tecniche di editing genetico da applicare agli embrioni. L’eugenetica, liberale prima e nazista poi, si nasconde oggi dietro centri universitari e fondazioni “filantropiche”, si affina su vegetali e animali per prepararsi al salto di specie. Epstein offriva soldi ed extra-territorialità giuridico-accademica ai genetisti d’assalto. Anche le porte girevoli tra le sue proprietà e gli ambienti della Silicon Valley vanno ben oltre i confini di una comunità di predatori sessuali. In comune con i vari Gates, Musk e Thiel c’era molto di più: una visione di mondo. Quella secondo cui le masse sono solo «bestiame», da cui si distingue una nuova stirpe di padroni che aspirano a superare i limiti della Terra e persino della morte. Le «bestie» non sono solo i popoli di colore e le donne, ma gli umani che vogliono rimanere tali, cioè creature terrestri e mortali. Ciò che il complesso scientifico-militare-industriale sviluppatosi attorno al Progetto Manhattan ha già fatto alla materia-mondo (alterare con le radiazioni nucleari la magnetosfera, la ionosfera e la biosfera) esprime oggi la propria compiuta ideologia: il transumanesimo. Su Marte non si può coltivare e nemmeno – per via dell’effetto della gravità sugli uteri – partorire. Produrre “carne” con la biologia di sintesi e le stampanti 3D, creare uteri artificiali in grado di generare la vita, fare dei propri corpi delle fabbriche di proteine non sono “deliri”, ma condizioni preliminari di un tecno-colonialismo in atto. Per chi considera la Terra stessa un’arma da usare nella guerra mondiale – si può immaginare una forma più smisurata di hýbris? – le perversioni di un Epstein sono ben poca cosa… La riattualizzazione della violenza coloniale non avviene solo attraverso i fatti muti: viene esplicitamente rivendicata. Il discorso che Marc Rubio ha tenuto di recente alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco ne è l’espressione più cristallina. Per cinquecento anni la civiltà occidentale ha conquistato – con soldati, mercanti e missionari – tutti i continenti. La conquista ha subìto una battuta di arresto a causa delle rivoluzioni anticoloniali e della «perversa ideologia comunista», ma ora può riprendere il suo glorioso cammino. Gli storici più cauti hanno stimato che i morti provocati nei primi quattro secoli di colonialismo siano stati almeno duecento milioni. Per quattro secoli, cioè, si è consumato ogni dieci anni uno sterminio quantitativamente paragonabile a quello compiuto nei campi nazisti. Per quanto rimossa nelle segrete della storia, una tale violenza – costitutiva della Modernità – non può che continuare ad agire dietro le quinte. Ecco, l’isola di Epstein assomiglia a una Compagnia delle Indie – con i suoi rampolli della casa reale inglese, i suoi commercianti, i suoi politici, i suoi intellettuali – che si appresta a una nuova ristrutturazione dei propri domìni. Quando il programma di sviluppo dell’Intelligenza Artificiale viene definito «nuovo Progetto Manhattan», non si può certo dire che l’impatto e la necessaria segretezza vengano edulcorati. D’altronde, quanti sanno che allo sviluppo della bomba atomica hanno lavorato quasi 600 mila persone – tutte ignare, tranne il ristretto gruppo di Los Alamos, del prodotto che stavano confezionando –, distribuite su trentadue siti industriali? Quanto alla portata, si può dire che l’infrastruttura dell’IA è ancora più vampiresca di lavoro umano e materie prime di quella del nucleare. Quanto alla segretezza delle decisioni, questa non è più una discriminante politico-militare, bensì qualcosa di incorporato nella «scatola nera» degli algoritmi. Di fronte a tanta potenza, come appaiono inutili, sudaticci e sacrificabili i corpi di chi non appartiene all’iper-classe tecnocratica. E come dev’essere insopportabile per dei «neo-feudatari» (un’autodefinizione made in Silicon Valley) dover morire come i propri servi… Dai documenti-Epstein emergono due livelli di corporeità: quello delle donne e dei bambini sacrificabili, intesi come corpi da sfruttare e violentare, e quello dei bambini su misura, creati grazie all’editing genetico. In entrambi i casi si tratta di accumulazione, ma il valore attribuito ai due livelli, ai due corpi, è molto diverso, e diverso è anche il valore del prodotto commercializzabile. Questo nuovo nazismo, insomma, non ha solo la forma della Salò pasoliniana, ma anche quella – lucidamente intuita decenni fa da Günther Anders – della «comunità nazionalsocialista degli apparecchi», una «comunità» incomparabilmente più potente della somma dei singoli apparecchi. A porgere bene l’orecchio sul macchinario tecnologico, diceva il filosofo austriaco, si può udire lo stesso motto delle SA hitleriane: «…e domani il mondo intero». Ora, i progetti transumani non si sviluppano in un mondo liscio, bensì dentro la giungla di acciaio e silicio della competizione statale e capitalistica. La vasta rete di ricatto organizzata attorno ad Epstein dal sistema-Israele diventa allora una forma di selezione e di cooptazione, di cui i battibecchi su chi abbia pianificato gli attacchi all’Iran, cioè su chi sia intervenuto a sostegno di chi tra USA e regime sionista, sembrano un’insanguinata appendice. Il triangolo tra l’appartamento di Epstein a Manhattan, Ehud Barak e il consolato israeliano di New York smentisce che si trattasse di “operazioni deviate” dei servizi segreti. Parliamo dell’ex Primo Ministro e dei vertici dell’intelligence israeliani. Il collante di questa rete, tuttavia, non è solo politico-affaristico-sessuale, ma anche ideologico: potremmo chiamarlo suprematismo 4.0. Un suprematismo che considera i colonizzati sia «animali umani» sia «spazzatura algoritmica» (le prime sono le ben note parole dell’ex ministro della Difesa Gallant, le seconde quelle usate da un comandante dell’Unità 8200, il reparto dell’IDF che ha pianificato gli attacchi a Gaza basati sull’Intelligenza Artificiale). La potenza che il complesso israelo-statunitense-occidentale ha scatenato contro la Striscia è stata ed è programmaticamente ecocida, femminicida e infanticida, volta, cioè, a cancellare la riproduzione della vita. Più in generale, la furia coloniale-estrattivista del capitale – dalla Palestina al Messico, dall’Asia all’Africa – si poggia sempre, a imbuto, sui corpi delle donne e dei bambini. Alcuni frequentavano Epstein e consorte in quanto procacciatori di carne da stupro; altri li frequentavano nonostante questa loro attività. In un caso come nell’altro, quella struttura di abiezione era un ambiente ideale per stringere affari e reti di potere («globaliste» quanto «sovraniste», «democratiche» quanto «repubblicane»). Tant’è che in quei luoghi – veri e propri arcana imperii – si pianificavano anche le misure da prendere in caso di… pandemia. Misure, guarda caso, a base di tracciamento digitale (un antipasto della società dei varchi) e di ingegneria genetica (con una sperimentazione di massa di prodotti a m-RNA e a DNA ricombinante). Tutte promosse, ça va sans dire, per il bene dell’umanità. Questa doppia morale, a ben vedere, non è una perversa periferia del capitalismo, ma il suo centro. Nessun uomo di Stato e nessun capitalista possono fare a meno di nascondere dietro i presunti valori la violenza che esercitano sugli umani e sulla natura. E questo nascondimento è tanto più efficace quanto maggiori sono gli strumenti culturali a disposizione. Se vuoi allontanare i sospetti sulle nefandezze che commetti in cantina, devi conoscere bene le regole da seguire in salotto. Ma quando le cantine non sono più occultabili, arriva sempre qualcuno che mostra con orgoglio gli strumenti di tortura. Mentre cedono le pantomime democratiche, si fa largo la verità brutale del transumanenismo: sottomettere il bestiame umano non è una triste e sconveniente necessità, bensì il destino manifesto di una nuova élite. Le epoche apocalittiche sono quelle che ricapitolano e svelano (fino alla possibile rottura dell’intera trama) l’immane violenza accumulata e insieme rimossa nel processo storico che le ha costituite. Le due apocalissi del nostro tempo sono la distruzione di Gaza e il castello degli orrori di Epstein. Solo una violenza altrettanto apocalittica ce ne può liberare. Apocalittica qui non significa affatto smisurata, bensì radicalmente altra. Nutrita, cioè, dal perenne disgusto verso i mezzi mostruosi e disumani del potere contro cui si è dovuta sollevare.
March 18, 2026
il Rovescio