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Attacco incendiario contro il parco auto dell’Istituto federale per le attività immobiliari, contro la NATO, contro la Bundeswehr, contro la guerra (Pinneberg, Germania, 16 agosto 2026)
Riprendiamo da https://lanemesi.noblogs.org/post/2026/08/17/attacco-incendiario-contro-il-parco-auto-dellistituto-federale-per-le-attivita-immobiliari-contro-la-nato-contro-la-bundeswehr-contro-la-guerra-pinneberg-germania-16-agosto-2026/ Attacco incendiario contro il parco auto dell’Istituto federale per le attività immobiliari, contro la NATO, contro la Bundeswehr, contro la guerra (Pinneberg, Germania, 16 agosto 2026) Ciao, oggi vogliamo presentarvi l’Istituto federale per le attività immobiliari (BImA). Non lo conoscete? Sembra noioso? Anche noi la pensavamo così fino a poco tempo fa. Ma la collaborazione tra il settore civile e quello militare sta dando risultati sorprendenti. Per questo motivo, nella notte tra il 15 e il 16 agosto 2026, abbiamo dato fuoco al parco auto della BImA a Pinneberg (Schleswig-Holstein), al numero 1 di Eggerstedtstraße. La BImA si occupa della gestione e della valorizzazione di tutte le caserme e gli immobili dell’esercito federale tedesco. Il compito principale della BImA è garantire gli spazi e i terreni di cui hanno bisogno varie istituzioni federali, in particolare l’esercito federale, la polizia federale e la dogana. Inoltre, la BImA organizza programmi edilizi, ad esempio per la costruzione di nuovi alloggi per le forze armate. La BImA è coinvolta anche in numerose strutture della NATO, ad esempio nella gestione dei beni immobili delle truppe NATO e nella gestione della rete di condutture di quest’ultima. Come potete vedere, quindi, ci sono molti motivi per interessarsi all’“Istituto federale per la gestione immobiliare”. La cooperazione civile-militare offre inoltre diverse opportunità… Sabotiamo la Bundeswehr, sabotiamo ogni manovra della NATO, sabotiamo la guerra! Contro ogni Stato, ogni nazione e il servizio militare obbligatorio! Per la vita, l’auto-organizzazione e l’azione diretta! [Pubblicato in tedesco in https://de.indymedia.org/node/858133 | Tradotto in italiano e pubblicato in https://lanemesi.noblogs.org/post/2026/08/17/attacco-incendiario-contro-il-parco-auto-dellistituto-federale-per-le-attivita-immobiliari-contro-la-nato-contro-la-bundeswehr-contro-la-guerra-pinneberg-germania-16-agosto-2026/]
September 6, 2026
il Rovescio
Comunicato di rivendicazione per l’attacco alla residenza di Dominic MacDuff-Auger, fondatore di Munera Intelligence, azienda produttrice di droni IA, e per il lancio di bottiglie molotov contro una sede Microsoft da parte di Fronte Rivoluzionario Anarchico di Liberazione (Montreal, Canada, 5 agosto 2026)
Riprendiamo da https://lanemesi.noblogs.org/post/2026/08/13/comunicato-di-rivendicazione-per-lattacco-alla-residenza-di-dominic-macduff-auger-fondatore-di-munera-intelligence-azienda-produttrice-di-droni-ia-e-per-il-lancio-di-bottiglie-molotov-contro-una/ Comunicato di rivendicazione per l’attacco alla residenza di Dominic MacDuff-Auger, fondatore di Munera Intelligence, azienda produttrice di droni IA, e per il lancio di bottiglie molotov contro una sede Microsoft da parte di Fronte Rivoluzionario Anarchico di Liberazione (Montreal, Canada, 5 agosto 2026) Visita a domicilio a uno sviluppatore di droni AI e attacco con bottiglie Molotov contro Microsoft Nella notte di mercoledì 5 agosto, sono state sfondate le finestre e la porta di un’abitazione e una sede di Microsoft è stata presa di mira con delle bombe molotov. L’azione era diretta contro la residenza ufficiale del fondatore e la sede centrale di Munera Intelligence. Munera sviluppa droni basati sull’intelligenza artificiale che, grazie alla tecnologia AI, sorveglieranno le nostre strade, come previsto da un accordo con il Comune di Montreal annunciato a giugno. Le finestre e la porta dell’abitazione di Dominic MacDuff-Auger sono state distrutte. Il Comune ha dichiarato che i droni verranno utilizzati esclusivamente nelle zone di cantiere. Tuttavia, come qualsiasi sistema di videosorveglianza, i dati raccolti non faranno altro che rafforzare il sistema di controllo che la polizia sta implementando per coprire l’intera città. Il programma sui droni fa parte di un progetto più ampio che include l’installazione, recentemente annunciata, di telecamere alimentate dall’intelligenza artificiale e gestite dalla polizia in tutta la città. L’obiettivo è normalizzare le crescenti intrusioni nelle nostre vite e condurre una guerra costante contro la nostra capacità di vivere in libertà. Se si consentirà al Comune di sviluppare l’uso dei droni con intelligenza artificiale, non c’è dubbio che il nostro futuro assomiglierà sempre più a un mondo in cui il cielo sarà pieno di robot che effettuano consegne per Amazon e vigilano sulla nostra totale obbedienza a governi sempre più autoritari. La stessa notte, sono state lanciate bottiglie molotov contro una sede della Microsoft. Questo attacco è una risposta alla silenziosa espansione dei data center, settore in cui Microsoft riveste un ruolo di primo piano. I data center rappresentano un elemento fondamentale del potere capitalista contemporaneo. Sono al centro dell’ascesa dell’intelligenza artificiale che, da un lato, sta distruggendo il pianeta e, dall’altro, sta creando nuovi strumenti di sorveglianza. La tecnologia di Microsoft, tra le altre, è utilizzata dal governo israeliano nella sua campagna di genocidio contro il popolo palestinese. Durante l’attacco si sono verificate delle difficoltà nell’accendere le bottiglie molotov, difficoltà che non si erano presentate durante le prove. State certi che in futuro queste difficoltà verranno risolte. Ci era stato detto che ci attendeva un futuro migliore, un futuro in cui le persone avrebbero avuto tutto ciò di cui avevano bisogno, in cui l’acqua e il cibo sarebbero stati abbondanti e sani e l’aria perfettamente respirabile, in cui il lavoro sarebbe stato ridotto al minimo e le persone avrebbero vissuto senza padroni né dei. Che fine ha fatto questo futuro? Dobbiamo forse aspettare che la fantascienza di 1984, Mad Max o Blade Runner diventi realtà, mentre facciamo da cavie per le sette tecnologiche? No, finché una rivoluzione è ancora possibile, potete contarci: andremo fino in fondo! Niente più pietà. È ora di dichiarare guerra all’intelligenza artificiale, alla sorveglianza e ai loro sviluppatori! I metodi che adotteremo dovranno essere all’altezza della gravità della nostra situazione: bombe molotov, attacchi alle abitazioni e altro ancora. Non possiamo più rimandare il momento di combattere, lottare e attaccare fino alla vittoria totale. La vittoria totale della rivoluzione sociale. La vittoria totale della vita. L’IA deve essere distrutta! Giorni migliori ci attendono. Viva la rivoluzione anarchica! Revolutionary Anarchist Liberation Front [Fronte Rivoluzionario Anarchico di Liberazione] [Pubblicato in inglese in https://mtlcounterinfo.org/house-visit-for-ai-drone-developer-and-molotov-attack-on-microsoft/ | Pubblicato in francese in https://mtlcontreinfo.org/attaque-residentielle-contre-le-developpeur-des-drones-ia-et-attaque-molotov-contre-microsoft/ | Tradotto in italiano e pubblicato in https://lanemesi.noblogs.org/post/2026/08/13/comunicato-di-rivendicazione-per-lattacco-alla-residenza-di-dominic-macduff-auger-fondatore-di-munera-intelligence-azienda-produttrice-di-droni-ia-e-per-il-lancio-di-bottiglie-molotov-contro-una/]
September 6, 2026
il Rovescio
Contro il DDL salva-sionismo, resistenza a oltranza! Roma, 9 settembre: presidio contro il ddl Romeo
Riceviamo e diffondiamo questo importante testo e appuntamento: Scarica la chiamata in pdf: testo su 9 (rev REV) Resistenza a Oltranza I fronti di guerra si allargano sempre di più e il genocidio in Palestina continua senza sosta. L’Italia è in prima fila in ogni massacro. È in prima fila in Asia occidentale con la guida della missione Aspides, con l’invio di ben 700 soldati in Arabia Saudita e con l’utilizzo delle basi militari in territorio italiano, nonché con l’uso di radar per i bombardamenti. È in prima fila in Ucraina, fornendo materiale bellico, supporto logistico e politico, inviando addestratori e dando appoggio incondizionato al governo fantoccio di Kiev. È da sempre in prima fila nel sostenere il genocidio del popolo palestinese, fornendo copertura politica, economica e cooperazione a tutti i livelli all’entità sionista, arrivando addirittura a lucrare sul massacro stesso, riuscendo, ad esempio, ad accaparrarsi lo sfruttamento del gas di fronte alle coste di Gaza tramite Eni. Per permettere che questa carneficina continui indisturbata, lo Stato italiano deve blindare sempre di più il fronte interno e quindi portare la guerra alle classi subalterne e a tutte le forme di opposizione e resistenza, anche potenziali, alla macchina da guerra. Da qui nasce l’esigenza di varare una lunga serie di provvedimenti liberticidi che hanno preso la forma di decreti o pacchetti sicurezza. Anche il disegno di Legge Romeo si inserisce in questo apparato repressivo ed è rivolto in particolare al movimento in sostegno alla Palestina nato per opporsi al genocidio in corso. Come Coordinamento di solidarietà col popolo palestinese ci siamo subito resi conto della pericolosità di questo ennesimo attacco e insieme alla Rete Liberi di Lottare abbiamo prodotto un’opuscolo “da battaglia” che spiega nel dettaglio i contenuti nonché la genesi di questo ddl e lo abbiamo presentato in decine di spazi e contesti sociali. Per questo non approfondiremo qui i contenuti specifici ma ci limiteremo a dire che il DDL mira ad equiparare l’antisemitismo all’antisionismo, adottando la faziosa definizione formulata dall’International Holocaust Remebrance Alliance (IHRA, organizzazione governativa costituita dai Paesi NATO, a cui si aggiungono Argentina ed Israele). Ci teniamo invece a sottolineare come nella Commissione Parlamentare dedicata, tutti i partiti dell’arco parlamentare abbiano partecipato attivamente alla stesura del testo. La cosiddetta opposizione si è spinta addirittura a proporre varie altre formulazioni perfettamente sovrapponibili a quella votata al Senato (es. Del Rio). Il decreto è stato approvato al Senato anche con i voti del PD e la ridicola opposizione di M5S e AVS. Infatti, se da un lato il M5S è responsabile insieme al PD dell’adozione della definizione di antisemitismo dell’IHRA sotto il 2° governo Conte, dall’altro ricordiamo tutti le scomposte e imbarazzanti prese di distanza dei vertici di AVS da Hannoun e compagni che continuano a restare in galera accusati di terrorismo. Sono tutti complici. Quindi a chi parla di difesa della democrazia facciamo presente che il regime democratico capitalista e genocidario occidentale è la causa di tutte le guerre e i massacri a cui stiamo assistendo e non può essere riformato ma solo combattuto con tutte le forze di cui disponiamo. A chi si spinge a suggerire allo Stato forme alternative e più sostenibili di repressione (ad es. la Dichiarazione di Gerusalemme), ricordiamo che le barricate hanno solo due lati: o si sta con l’imperialismo occidentale o si sta con le popolazioni martoriate e oppresse da esso. L’illusione di poter riformare il sistema è sepolta sotto un cumulo di macerie insanguinate. Per noi esiste un’unica risposta possibile a questo ennesimo attacco repressivo: Resistenza a Oltranza! Continueremo a difendere la gloriosa resistenza del popolo palestinese in tutte le sue forme! Continueremo a gridare “Palestina libera dal fiume fino al mare!” Continueremo a difendere i prigionieri politici, palestinesi e non, perseguitati dallo Stato! Continueremo a sostenere che il 7 ottobre è stato un atto di legittima resistenza! Continueremo a dire che Israele è un’entità coloniale, suprematista e genocida! Per questo il 9 settembre saremo sotto il Parlamento italiano dove avrà inizio la discussione sul ddl “salva-sionismo” che rappresenta una intollerabile forma di censura che di fatto istituisce il “terrorismo della parola” per chi non si allinea con il sionismo. E continueremo poi, il 17 settembre alle 16:30 in aula Majorana al dipartimento di Fisica, dove abbiamo convocato una assemblea a cui invitiamo a partecipare tutti coloro che non vogliono rassegnarsi al silenzio o al collaborazionismo per organizzarci e reagire insieme alla deriva repressiva. Avremo anche i contributi di Georges Abdallah e dei compagni della rivista francese Supernova.
September 6, 2026
il Rovescio
Padova: Due Palazzi, Arcella. Dal carcere alle strade
Riceviamo e diffondiamo: Veneto, luglio 2026 Note a partire dai recenti atti di insubordinazione nel carcere di Padova e dalle opposizioni spontanee ai rastrellamenti razziali nei quartieri Carcere Due Palazzi di Padova Di uno sbirro all’ospedale non possiamo che rallegrarci, specie se a mandarcelo è un carcerato. Sappiamo quanto possa costare ogni atto di vita, ogni più piccola presa di libertà dentro le galere dello stato. La nostra, però, è un’allegria spuntata, un odio per un mondo che non riconosciamo che si mischia all’amore per la vita che resiste, tradendo mondi vivi possibili e presenti, mondi testimoni della sconfitta di questo presente che con tutti i suoi sforzi ancora non riesce nel suo intento totale di morte. Domenica 21 giugno un detenuto in isolamento al carcere Due Palazzi di Padova si rivolta contro i suoi carcerieri. All’ennesimo rifiuto di poter usare la palestra della sezione ha fatto a pezzi la sua cella per poi scagliarsi contro gli aguzzini in divisa intervenuti per fermarlo, mandandone uno all’ospedale. La settimana prima, ancora un carcerato in isolamento si era opposto al divieto dei secondini di prendere un caffè con un altro detenuto, decidendo di vendicarsi dei soprusi subiti fino ad allora e destinando al pronto soccorso tre guardie. Il 21 maggio un’altra aggressione contro la penitenziaria, per l’ennesimo divieto discrezionale immotivato posto ad un detenuto. Detenuto che ha prontamente proceduto a ricordare che le violenze agite dallo stato e dai suoi servi, anche le più quotidiane, hanno un prezzo: in quel caso un setto nasale rotto e qualche lesione su braccia e mani di tre sbirri. Non ci interessa stare a fare stime su quanta disperazione, quanta rabbia o quanta coscienza abbiano motivato questi gesti, quanto il caldo che rende quei posti roventi e ancora più ostili alla vita sia stato determinante, o quanto i colpi quotidianamente inferti alla dignità umana siano diventati intollerabili. Ciò che ci preme in questo testo è illuminare una radice comune sottesa a quello che sta accadendo al Due Palazzi, ma anche in ogni carcere e cpr che sia, nelle strade e negli istituti di pena minorile. Spontanea e informale si generalizza con nuovo vigore una richiesta di vita tra persone che abitano luoghi distanti in questo mondo, temporalità ed esperienze diversissime: senza che una coscienza politica ben formata sia essenziale, senza che assemblee e riunioni varino la rivolta, questa si accende e si interra carsicamente, abitando le vite dellx ultimx di questa società. Una rivolta che è vita, che è umanità che si riprende il mondo a partire dai più piccoli atti di insubordinazione al destino carcerario (materiale o sociale che sia) e che dà corpo ad una tensione di libertà che è personalissima ma già sempre collettiva. Assistiamo ad un’unica, profonda ed umana richiesta di vita che recita: “Aria!”. Quartiere Arcella, Padova Procede a tappe serrate il programma mortifero di occupazione militare dei territori e di sottomissione delle popolazioni portato avanti dal cosiddetto stato italiano: le istituzioni, con i rami sociali e civili conniventi, approntano gli attacchi decisivi alle ultime province della vita negli spazi-tempi che amministrano, tracciando le vie che conducono all’annichilimento generalizzato. Ma qualcosa di imprevisto sta rovinando questi propositi. Nel mondo della guerra totale si moltiplicano i fronti esterni e si irrobustiscono quelli interni: leggi e nuove narrazioni inaspriscono la repressione accettabile per chi si oppone allo stato delle cose, per tutte quelle resistenze sociali (dalla delinquenza all’illegalità) e/o politiche (basti soffermarsi sulle campagne anti-anarchiche che stanno avendo i loro dolorosi sviluppi) non recuperabili nei fittizi meccanismi del dialogo democratico. In questo scenario le città si svuotano dellx indesideratx, e Padova non fa eccezione. I quartieri cambiano volto mentre viene inesorabilmente portato avanti il programma statale di morte che sta avvelenando gli ultimi pozzi di umanità scavati dalle comunità resistenti in ogni dove. Le grandi opere infrastrutturali segnano il tessuto materiale e umano delle città: in nome del profitto e dell’interesse generale, ovverosia dello stato e dei suoi progetti, il territorio viene deturpato, espropriato alle comunità che vi si erano radicate e consegnato a chi può farne qualcosa di più economicamente remunerativo o strategicamente efficace. Sfratti e daspi informali dalle zone in via di riqualificazione sono consegnati allx indesideratx attraverso fluttuazioni di mercato, emergenze giornalistiche e soprusi ad opera di sbirri particolarmente zelanti. L’accesso a interi quartieri viene sottoposto, anche attraverso le “zone rosse”, a checkpoint polizieschi ben coperti mediaticamente da un’opinione pubblica addomesticata e prezzolata, pronta a soffiare benzina sui venti caldi del razzismo e del classismo fortemente radicati tra alcuni strati della cittadinanza. In questo contesto, gli ultimi anni hanno permesso un buon rodaggio di nuovi meccanismi che concretizzano l’ispirazione razzista dello stato: al fianco del perfezionamento in atto del sistema dei Cpr ne vediamo il suo ampliamento ed il cementarsi di retoriche razziste ad ogni altezza sociale, assieme ad un robusto impianto normativo e di prassi che ne permetta un’agibilità ampia e incontestata. L’istituzione delle zone rosse e la presenza ormai diventata consuetudine di presidi polizieschi permanenti nelle zone a più alta presenza di persone con background migratorio sono solo alcuni esempi di come il razzismo di stato privilegi alla base dei suoi meccanismi un programma massivo di profilazione e persecuzione razziale, che getta le basi per retate, rastrellamenti e deportazioni. Così, interi pezzi di comunità razzializzate, povere o marginalizzate per etnia, provenienza geografica o religione sono lentamente costrette a spostarsi altrove, in zone più lontane dagli occhi dell’opinione pubblica e degli investitori. Nel solo 2025 a Padova, una città da poco più di 200.000 abitanti, sono state identificate quasi 80.000 persone razzializzate, con grande giubilo del questore e delle istituzioni. E quando parliamo della città che si svuota non lo facciamo solamente per l’allontanamento dal perimetro cittadino a cui stanno venendo costrette larghe fette di popolazione, ma ci riferiamo alle oltre 200 persone fermate in strada per un controllo e trattenute per essere immediatamente spedite in un Cpr dall’altro capo dell’Italia senza che nessunx sia avvertitx di ciò (parenti, amicx o avvocatx), o alle 100 persone fermate e condotte nella camera di sicurezza della questura che poi sono state direttamente accompagnate in frontiera. A queste possiamo affiancare gli oltre 150 provvedimenti di espulsione consegnati nelle mani di chi, da lì a pochi giorni, sarebbe stato costretto ad uscire dal territorio nazionale. Più di una persona al giorno, nella sola città di Padova, è stata presa per essere portata in un Cpr, alla frontiera o per essere rilasciata con un ordine di rimpatrio. Questi numeri dimostrano come la macchina del razzismo di stato stia funzionando a pieno ritmo, ma testimoniano anche la piena omertà della società civile e delle istituzioni politiche sull’operato e le direttive inoltrate dal ministero degli interni e felicemente applicate dall’apparato di sicurezza pubblica locale. Negli scorsi mesi si sono verificati vari episodi di resistenza ai rastrellamenti portati avanti quotidianamente in città dalla polizia. In Arcella, una delle zone cittadine più colpite da operazioni sbirresche di profilazione e persecuzione razzista, alcune persone razzializzate sono intervenute spontaneamente durante due fermi particolarmente violenti: assistendo all’ennesimo sopruso in divisa, si sono opposti verbalmente e fisicamente al fermo, rallentando le operazioni e attirando l’attenzione del circondario su ciò che stava succedendo e riuscendo a liberare i malcapitati dalle grinfie degli sbirri, facendo allontanare le pattuglie dalla zona. Episodi come questi, seppur si possonocontare sulle dita di una mano, ci sembra testimonino qualcosa di prezioso. Non sono così rare le storie di chi sceglie di agire spontaneamente nonostante la disparità con il nemico che lx si para dinnanzi e con i suoi mezzi: il racconto di queste storie solitamente ci giunge quando a viverle è qualche “gruppo politico” animato da buone idee e dall’intenzione di applicarle. Ma quando ad esserne protagonisti sono persone senza appartenenza politica e razzializzate, queste storie ci sfuggono; altre memorie vivono, memorie che non ci appartengono e che non ci parlano, racconti segreti e sediziosi che stanno al cuore di comunità a noi sconosciute. Non è quindi nostra intenzione spendere altre parole sulla dinamica dei fatti, non ci interessa trarne benefici tattici o narrare qualcosa che, a nostro parere, debba rimanere sotterraneo, nascosto nei cuori di chi la agisce e delle tradizioni che intesse. Ci piacerebbe sottolineare, però, come i fuochi della vita continuino a incendiare gli animi dell’umanità, come siano indomabili le fiamme di libertà che continuano ad accendersi in ogni dove. Nonostante la miseria e il dolore a cui questo mondo ci destina, nonostante le risorse e i soldi spesi a sostentare l’ imponente e mostruosa macchina statale di morte, nonostante le vite immolate per combattere la battaglia di un mondo più sicuro, perché ormai inerte e inabitabile, combattivamente la vita continua a fiorire e a diffondersi. Saremo ciò che il delitto ha fatto di noi Trafittx da uno sguardo, farfalla fissata su di un tappo di bottiglia, tutti possono vedermi, tutti possono sputarmi addosso. Lo sguardo di questa società fa di me materia costituita. Eppure bisogna vivere, voglio farlo. Anche se alla gogna, la gola stretta in un collare di ferro. Bisogna vivere, ancora non sono argilla, non m’importa che si fa di me, ma ciò che faccio io stessx di ciò che hanno fatto di me. Spacciatorx, delinquenti, teppistx, rapinatorx, ladrx, terroristx: ognunx di noi condivide un tacito impegno alla guerra. Non mera negligenza, o una distruzione noncurante, ma una dedita avversione all’idea stessa di questa società, alla silenziosa guerra che l’ha fondata e che, con la cieca forza della legge e della giustizia, continua incessante a rifondarla. Dal momento che ci rendono la vita invivibile, vivremo quest’impossibilità di vivere come l’avessimo creata apposta per noi. Vogliamo il nostro destino, anche questo destino terribile. Vogliamo la nostra vita, per amarla e odiarla. Certamente la sventura è una cifra delle nostre vite, certamente indica qualcosa. Ma ormai non si tratta più di comprendere, ma di agire. Agire la nostra vita invivibile, agire quella maledizione che ci marchia e che dal fondo del nostro passato risale fino a questo presente. La faremo nostra, e la lanceremo davanti a noi: traccerà la rotta del nostro avvenire. Era il nostro cruccio, ne faremo la nostra missione, la nostra buona, maledetta, balorda stella. Se noi siamo criminali, il nostro crimine è la libertà: la libertà di sottrarci alla miseria di questo mondo, di derubarlo, di imbrattarlo, di rovinarlo, di sabotarlo. Dalle galere alle strade fioriscono umanità illegali, umanità minori e spurie che vivono sotto la pelle di questo mondo morente. In un mondo senza cielo, senza luce, senza aria, noi abbiamo la nostra stella. E tanto ci basta. A questa dolce e speranzosa guerra, all’odio che ci fonda le ossa e irrobustisce la memoria, all’amore che ci lega e ci anima. Per lx compagnx mortx e quelle portateci via. Per le persone messe dentro a una gabbia o tenute in cattività. Che guerra sia.
September 2, 2026
il Rovescio
I volenterosi della guerra totale alla Russia – e l’Italia è nel mazzo (a modo suo)
Riprendiamo da https://pungolorosso.com/2026/08/27/i-volenterosi-della-guerra-totale-alla-russia-e-litalia-e-nel-mazzo-a-modo-suo/ I VOLENTEROSI DELLA GUERRA TOTALE ALLA RUSSIA – E L’ITALIA È NEL MAZZO (A MODO SUO) La sostanza del summit della “Coalizione dei Volenterosi” che si è riunita lunedì 24 a Kiev, parte in presenza, parte da remoto, è questa: andare ad una guerra totale con la Russia. Con le conseguenti decisioni. ESERCITAZIONI MILITARI IN POLONIA La prima di queste decisioni riguarda la conferma delle esercitazioni militari che si terranno in Polonia fra ottobre e novembre, sotto la regia della Francia e della Gran Bretagna, che parteciperanno con mille e cinquecento soldati. Si tratta della prima iniziativa del genere gestita dai “volenterosi” e, nelle stesse dichiarazioni ufficiali, non si esclude che una parte dei contingenti impiegati potrebbe rimanere ai confini ucraini come testa di ponte del futuro dispiegamento della “Multinational Force Ukraine”, che diverrebbe operativa dopo un ipotetico cessate il fuoco. Ma già questa ipotesi, lungi dall’essere un richiamo ad una possibile fine delle ostilità, è al contrario la garanzia che il fronte “occidentale” si muove con la volontà di proseguire la guerra ad oltranza. La Russia ha infatti ribadito, anche in questi giorni, che considera inaccettabile la presenza di truppe NATO ai confini dell’Ucraina, rifiutando al contempo l’altro elemento chiave del fantomatico piano di pace cui ha fatto riferimento Zelensky, cioè un ritiro simultaneo e simmetrico dei due eserciti e l’istituzione di una zona cuscinetto nel Donbass sotto controllo e/o amministrazione internazionale. Una proposta esclusa da Lavrov, il quale ha dichiarato che non è pensabile che territori russi siano amministrati da paesi e organismi terzi. Le esercitazioni militari di autunno in Polonia e l’ipotesi di mantenere un contingente in via permanente sul suolo polacco, infrangono per l’ennesima volta una delle tante “linee rosse” dichiarate invalicabili e sistematicamente violate in questi quattro anni e mezzo di guerra. Non più solo consiglieri militari, “volontari” arruolati nell’esercito di Kiev, esperti di guerra elettronica e così via, ma vere e proprie truppe operative sul terreno. Non a caso, il ruolo-guida dell’operazione (di cui potremo valutare l’ampiezza nei prossimi mesi) è in capo ai due paesi che, nel declino/trasformazione dell’alleanza atlantica determinato dagli USA, aspirano al ruolo di architrave dei nuovi equilibri militari del vecchio continente, grazie al loro armamento nucleare autonomo e all’esperienza maturata sul campo. L’Italia, invece, come la Germania, ha escluso l’impiego di truppe, mettendo l’accento sull’invio di generatori elettrici, necessari per affrontare un inverno che si preannuncia quanto mai duro. Ma ciò non significa affatto che il governo Meloni intende ridimensionare il suo impegno bellico, quanto piuttosto che esso potenzierà le forniture militari rinunciando all’invio di truppe. Una decisione che l’accomuna a Berlino, che pure è il principale finanziatore dello sforzo bellico di Kiev. Nel darne notizia, i giornali hanno sottolineato che il governo Meloni mantiene così ferma la propria posizione rispetto a tali incontri, decidendo di non partecipare direttamente, ma di collegarsi in video da Palazzo Chigi. Un modo per ostentare una differenza con i partners europei, in omaggio al suo preteso ruolo di pontiere con Washington, recentemente ridicolizzato dalle polemiche con Trump. In realtà, si tratta di un escamotage puramente mediatico, che ricorda il Clinton di molti anni fa, quando l’allora presidente americano confessò di aver fumato uno spinello “ma senza aspirare” … Ecco, anche Meloni “non ha aspirato”. Ciò non toglie che il suo governo è immerso fino al collo nelle manovre militari e affaristiche della guerra in Ucraina. COSTRUZIONE IN UCRAINA DI MISSILI A LUNGO RAGGIO Questo ci porta alla seconda decisione del summit dei volenterosi, che testimonia della volontà di proseguire e spingere sempre più a fondo la guerra alla Russia. La riunione di Kiev, infatti, ha dato il via libera ad un poderoso piano per la costruzione di missili a medio-lungo raggio direttamente in Ucraina, grazie alla condivisione dei dati riservati necessari alla loro costruzione, per la quale mancava ancora l’assenso del premier britannico. Si tratta dei missili Scalp, prodotti dalla Mbda, un consorzio formato da Airbus, Bae Systems e l’italica Leonardo. Non è una decisione di poco conto, perché amplia enormemente la capacità di Kiev di colpire in profondità il territorio russo, non solo con gli sciami di droni prodotti ormai in gran quantità dall’industria bellica ucraina, ma con armi ben più potenti e sofisticate, capaci di infliggere alla Russia danni molto superiori a quelli (molto rilevanti) che ha già subìto. E infatti i vertici del Cremlino hanno prontamente dichiarato di essere già all’opera per individuare e distruggere i siti in cui verranno prodotti. La possibilità di costruire in loco missili a medio-lungo raggio in società con Francia e Inghilterra supera quindi uno dei limiti delle capacità offensive dell’Ucraina, cui il governo Zelensky aveva tentato di mettere fine con la richiesta alla Germania di fornire i missili Taurus, una richiesta rimasta sempre inevasa. Ma la costruzione di missili a lunga gittata non è l’unica novità di questa escalation bellica, né è limitata alle decisioni di Parigi e Londra. Anche l’Italia, pur muovendosi in sordina, mostra la ferma volontà di non rimanere indietro nel sostegno militare a Kiev. Certo, il centro studi tedesco Kiel Institute ha certificato che Roma è all’ultimo posto in Europa per valore delle forniture militari all’Ucraina: si va infatti dai 24,9 miliardi della Germania ai 15,8 miliardi del Regno Unito, ai 6,3 della Francia per arrivare infine ai 3 miliardi dell’Italia (esclusi i finanziamenti non militari). Ma il governo Meloni è ben deciso a rafforzare questa sua posizione, perché non intende perdere terreno rispetto agli altri Stati dell’UE, potendo contare su un’industria bellica di livello internazionale. L’ITALIA DI MELONI-MATTARELLA FA LA SUA PARTE… Ecco allora che il tredicesimo “Decreto Aiuti”, che diverrà operativo ad ottobre, interviene a colmare questa lacuna. Da quello che trapela dai programmi pur secretati dal governo, sono previste cessioni di batterie contraeree Samp-T, versione NG, in grado di intercettare e distruggere missili balistici, di intercettori Aster 30 e di radar Kronos ad ampio raggio, tutto armamento prodotto in comune da Italia e Francia. Si tratta di dispositivi la cui fornitura era stata sospesa perché le scorte nei depositi dei due paesi erano arrivate al livello minimo e la cui produzione è già stata potenziata per far fronte a questa nuova tornata di aiuti militari. Repubblica, in un articolo del 26 agosto, sostiene di aver avuto conferme sull’impegno dell’esecutivo in tale direzione. Grazie ai finanziamenti dell’UE verranno approntate quattro batterie Samp-T NG le cui prestazioni, a detta degli esperti, sono pari, se non superiori, ai più famosi Patriot prodotti negli USA, per la cui produzione a Kiev, su licenza, Trump sembrava aver dato l’assenso, salvo rimangiarsi successivamente tale decisione. Non a caso Zelensky, in attesa delle batterie italo-francesi, ha chiesto all’amministrazione americana di poter accedere almeno al cinque per cento delle scorte USA. Per quanto riguarda gli intercettori Aster 30 NIBT, Roma e Parigi ne avrebbero autorizzato la produzione in loco, contribuendo così ad un sostanziale salto di qualità della produzione bellica autonoma dell’Ucraina. In attesa che l’accordo divenga operativo, l’Italia manderà entro ottobre una fornitura prelevata dalle proprie scorte e così farà la Francia. Per i radar a grande raggio d’azione, Parigi ne fornirà sei, prodotti dalla sua società Thales, e l’Italia uno, prodotto da Leonardo. Finché c’è guerra c’è speranza, recitava un vecchio film. E del resto gli articolisti di Repubblica, appartenenti al mondo dell’informazione “progressista” (!), non esitano ad informarci che “il valore complessivo dell’intera operazione [la fornitura d’armi a Kiev col tredicesimo decreto-aiuti – n.] dovrebbe essere vicino ai tre miliardi di euro …. Salverà tanti civili dai bombardamenti, rafforzerà la lotta contro gli invasori e creerà occupazione nelle nostre industrie”. Insomma, l’economia di guerra “ci” salverà… … E PUNTA MOLTO SU LEONARDO E LEONARDO UKRAINE LLC E proprio Leonardo è un perno essenziale dell’industria bellica italiana, sul cui potenziamento il governo punta molte delle sue carte. Come si sa, è stata recentemente costituita Leonardo Ukraine LLC, controllata interamente da Leonardo International. Leggendo le note ufficiali di questo gruppo, si può avere un’idea chiara del modo di muoversi dell’industria bellica di cui Leonardo rappresenta un esponente di spicco, campione del made in Italy nel campo degli strumenti di morte. Ma lasciamo parlare direttamente Leonardo. Questa impresa “guarda con interesse alle tecnologie e alle applicazioni militari sviluppate da Kiev nella guerra con la Russia… una partnership che dovrebbe prevedere forme di cooperazione con l’industria ucraina dei droni, … dove il gruppo italiano sta consolidando la joint venture LBA Systems con la turca Baykar… Leonardo testerà inoltre in Ucraina il Michelangelo Dome, il sistema di difesa aerea integrata e multi-dominio che sta sviluppando”. Il vantaggio dell’Ucraina, dice l’AD Lorenzo Mariani, “non sta soltanto nella capacità di produrre molti droni a costi contenuti, ma nella velocità con cui ogni soluzione viene provata, corretta e rimessa in campo”. Si noti, en passant, il linguaggio asettico con cui questi “operatori della difesa” parlano delle prove sul campo: quanti morti ha fatto il drone? Quanta distruzione ha causato? Questi i test cui si riferisce l’AD sopra citato. Leonardo inoltre coopera con Brave 1, il polo statale ucraino che riunisce circa 2500 aziende e oltre 5.000 soluzioni tecnologiche, tra cui più di 500 produttori di droni, oltre 300 imprese specializzate nella guerra elettronica e nell’intelligence dei segnali e più di 200 sviluppatori di prodotti basati sull’AI. Una cooperazione ad ampio raggio fra l’industria bellica italiana e quella ucraina, quest’ultima rapidamente diventata un vero e proprio hub della produzione di armamenti e dispositivi bellici a livello europeo, su cui il governo Zelensky punta per rilanciare l’economia di un paese ormai devastato. Da granaio di Europa e, per certi versi, del mondo, a grande fabbrica della morte per conto terzi. Da quanto abbiamo sommariamente ricostruito, è evidente che il vertice di Kiev di lunedì segna un’ulteriore escalation della guerra fra NATO e Russia sul suolo ucraino. RILANCIARE L’OPPOSIZIONE ALLA GUERRA REAZIONARIA TRA NATO E RUSSIA Ne escono confermate le tesi che abbiamo sostenuto fin dallo scoppio del conflitto, a partire da quella sopra richiamata: la guerra in Ucraina è una guerra reazionaria fra NATO e Russia, condotta da entrambi i fronti per finalità di dominio, che riapre la lotta per una nuova spartizione del mondo, a seguito della crisi dell’egemonia planetaria dell’”ordine occidentale”. Chi pensava che il conflitto si sarebbe risolto in una sorta di guerra-lampo, agendo come un fattore di riequilibrio dei rapporti interstatali, deve arrendersi di fronte all’evidenza. Esso dura da più di quattro anni e non accenna a finire, nonostante il terribile massacro di centinaia di migliaia di proletari ucraini e russi, le distruzioni e le indicibili sofferenze che ha prodotto. Ed è destinato a durare e aggravarsi, come confermano le decisioni della “Coalizione dei Volenterosi” e le minacce di ritorsioni della Russia, perché entrambi i fronti non possono accettare una sconfitta, che assumerebbe il carattere di una minaccia ai loro interessi strategici, una vera e propria minaccia esistenziale. La guerra in Ucraina ha rappresentato un giro di boa per il capitalismo mondiale, spostando in modo determinante lo scontro dal terreno economico a quello militare. Essa ha dato impulso ad una gigantesca corsa al riarmo e al militarismo in tutto il vecchio continente, rafforzando in modo esponenziale la tendenza verso un nuovo conflitto mondiale. Nei paesi dell’Unione Europea sono cresciuti enormemente gli stanziamenti per la guerra, sia nei bilanci di ogni singolo paese, sia con l’attivazione di linee di debito comune, superando nello spazio di un mattino “regole finanziarie” considerate intoccabili. Allo stesso tempo, si va imponendo la progressiva militarizzazione di tutta la vita sociale, con l’integrazione sempre più stretta fra esercito, propaganda bellica, scuola e università; si torna a battere sulla necessità di superare il carattere volontario dell’arruolamento e reintrodurre la coscrizione obbligatoria (come nelle misure preparatorie predisposte dal governo tedesco); si procede verso l’economia di guerra, con la riconversione in senso bellico di imprese civili e la riorganizzazione in tal senso delle stesse infrastrutture (potenziamento e finalizzazione al trasporto di armamento delle linee ferroviarie) ; si restringono ovunque i diritti democratici, con limitazioni crescenti del diritto di sciopero (di cui è esempio in Italia l’estensione della legge 146 alla logistica privata); si inasprisce la repressione contro i movimenti di lotta in tutti i settori, dalle proteste contro le cosiddette “grandi opere” ai movimenti per il diritto alla casa, dalle proteste contro il degrado ambientale a quelle di solidarietà con la resistenza palestinese e contro il genocidio a Gaza; si creano nuovi reati e si aumentano le pene allo scopo di pacificare preventivamente o con la forza il fronte interno in vista delle guerre in preparazione. Ovunque, le organizzazioni politiche di classe, i sindacati conflittuali, gli organismi sociali che promuovono lotte e mobilitazioni sono additati sempre più come i nemici interni, coloro che remano contro gli interessi nazionali, i “disfattisti” da isolare e perseguire. I partiti borghesi, di destra e di sinistra, alimentano la propaganda di guerra, in proprio e attraverso i mass media che controllano, giustificandola come una necessità ineludibile. Sul Corriere della Sera di martedì 25, per fare solo un esempio, troviamo un articolo a firma di Goffredo Buccini che lamenta la mancata determinazione dell’UE “nonostante la presenza dei Volenterosi e la preziosa spinta operativa anglofrancese per la causa della libertà ucraina”. Non solo. L’articolista ridicolizza i sacrifici crescenti che la guerra impone (“tra i 50 e i 70 euro pro capite” appena…) e non esita ad affermare che “… scuole e ospedali diventano macerie se non vengono difese da forze armate credibili contro ogni aggressore.” L’articolo non manca di omaggiare Zelensky, “eroe che ha galvanizzato la resistenza contro l’invasore” e si conclude degnamente ricordando la repressione in Russia con la frase “Dovremmo provare a ricordarlo… aspettando i Patriot”. Una propaganda incalzante, spudorata, costruita su catene di menzogne, nella quale si distingue anche il PD, deciso sostenitore della guerra fino in fondo alla Russia e, semmai, critico dell’understatement di Meloni. La guerra fra NATO e Russia, dunque, è una guerra contro i proletari ucraini, contro quelli russi e contro il proletariato di tutti i paesi. Se le classi dominanti mettono in campo tutti gli strumenti che hanno a disposizione per portare gli sfruttati a scannarsi l’un l’altro, per noi, per i rivoluzionari internazionalisti, la consegna è opposta: disfattismo da entrambi i lati del fronte contro gli oligarchi e i generali della NATO e dell’Ucraina e contro gli oligarchi e i generali della Russia e dei suoi alleati. In tutte le situazioni, dobbiamo impegnare le nostre forze non solo per affermare questo “principio”, ma per farlo valere in ogni nostra iniziativa, in ogni mobilitazione, per far sì che le lotte operaie, le proteste contro l’economia di guerra e i sacrifici che essa impone ai proletari, tutte le battaglie sociali e contro la militarizzazione, la corsa al riarmo, la repressione si intreccino strettamente a questo cardine strategico, contribuendo alla formazione di un campo internazionale degli sfruttati capace di opporsi agli schieramenti imperialisti che si fronteggiano. E questo è tanto più necessario in un momento in cui la guerra in Ucraina, a dispetto del suo incrudimento crescente, appare dimenticata, sia dalla massa dei lavoratori e delle lavoratrici, sia negli stessi ambienti militanti. Nello stretto di Hormuz come a Kiev gli spazi di ricomposizione pacifica dei conflitti sono sempre più stretti. La marcia verso un nuovo conflitto mondiale, capace di ingoiare e distruggere la stessa civiltà umana, può essere fermata solo regolando definitivamente i conti col capitalismo. Questo è possibile solo con l’azione organizzata delle masse proletarie, contadine, sfruttate, che rappresentano la grande maggioranza della popolazione umana. Rilanciare la lotta contro la guerra in Ucraina in una prospettiva disfattista e internazionalista è parte integrante di questa azione.
August 29, 2026
il Rovescio
L’incremento esponenziale dei data center e il ruolo di Terna
https://www.ilsole24ore.com/art/data-center-italia-e-boom-richieste-rete-terna-48percento-AJUI5Zs?refresh_ce DATA CENTER IN ITALIA: È BOOM DI RICHIESTE ALLA RETE TERNA (+48%) SOLO NEI PRIMI 8 MESI DELL’ANNO UN BALZO DI OLTRE IL 48%: LA FETTA PRINCIPALE DELLE ISTANZE TRA LOMBARDIA, LAZIO E PIEMONTE di Celestina Dominelli 23 agosto 2026 La crescita impetuosa dei data center continua a spingere la domanda di energia elettrica, almeno sulla carta. Secondo la fotografia registrata da Terna, le richieste di connessione di nuovi progetti di centri dati alla rete elettrica hanno toccato i 95,38 gigawatt (dato rilevato il 21 agosto). Un salto non da poco se si riavvolge il nastro al 2021 quando le istanze di questo tipo erano pari a 1 gigawatt. Da allora è partita una vera e propria corsa che ha visto prima crescere il numero di richieste a 5,40 GW nel 2023 per poi salire a 31,28 GW l’anno dopo: un boom che, come documenta il gruppo guidato da Pasqualino Monti, si concentra soprattutto nel Nord Italia e, in particolare in Lombardia che, da sola, raccoglie 290 domande per 46 GW – in gran parte localizzate su Milano -, seguita da Lazio, Piemonte e Puglia. IL PICCO AL CENTRO-NORD Delle 531 domande giunte finora sul tavolo di Terna – di cui 300 solo da gennaio a oggi (58,7 GW, vale a dire il 48,2% in più dei primi 8 mesi del 2025, quando l’asticella si era fermata a 215 (39,6 GW) – solo 15 (1,88 GW) hanno raggiunto la fase di maturità più avanzata, segno che il grosso delle richieste rinvia a una domanda potenziale che non arriverà a traguardo. Ma i numeri restano comunque molto significativi. Soltanto ad agosto, secondo Terna si sono registrate 8 nuove domande per 0,87 GW (3 richieste dalla Lombardia, 2 dalla Puglia, e 1 richiesta ciascuna da Emilia Romagna, Sicilia e Veneto) e 6 richieste sono decadute per una potenza di circa 1,3 GW. Nel mese di luglio, invece, sono state 17 le istanze pervenute per un potenza complessiva di 1,68 GW: nei due mesi, 7 richieste sono arrivate dalla Lombardia (857 MW), 4 dal Piemonte (350 MW), 2 dalla Campania (200 MW), 2 dalla Basilicata (200 MW) e, infine, 10 istanze tra Emilia-Romagna, Puglia, Lazio, Sicilia, Veneto e Friuli-Venezia Giulia per una potenza complessiva di 1,1 GW. Come ad agosto, però, otto domande sono venute meno o sono state oggetto di rinuncia. L’IDENTIKIT DEI PROPONENTI Le richieste provengono principalmente da società di progettazione e developer di impianti di questo tipo o di impianti da fonti rinnovabili, ma anche da società di scopo e da real estate. Disporre di un quadro di dettaglio delle attività del soggetto che presenta la domanda non è chiaramente possibile, ma si può registrare un dato importante: durante il percorso di autorizzazione, gli operatori finali intervengono acquisendo la titolarità delle domande dalle società di sviluppo e progetto, analogamente a quanto avviene nel mondo delle rinnovabili. Tornando alle oltre 530 domande presentate da inizio anno a oggi, soltanto il 10% circa è immediatamente riconducibile a operatori di data center o fondi di investimento a loro dedicato, mentre il restante 90% è suddiviso tra un 30% circa riconducibile a società di progettazione, sviluppo e di scopo, e un 60% rappresentato da una realtà differenziata di società più grandi di real estate e logistica e di operatori privati. IL RUOLO DI TERNA Fin qui il quadro aggiornato delle richieste di connessione alla rete elettrica che devono essere presentate a Terna con l’indicazione della potenza richiesta e dell’area di insediamento, nonché dei documenti previsti dalla regolazione vigente. Non appena viene ricevuta la domanda, il gestore della rete elettrica emette una soluzione tecnica minima generale (Stmg), che include la soluzione di connessione e i corrispettivi di connessione da sostenere all’atto della sigla del contratto di connessione. L’accettazione del preventivo deve avvenire a cura del richiedente e, nel caso in cui la Stmg preveda nuove opere sulla rete di trasmissione nazionale per la connessione, scatteranno alcuni passaggi: 1) la richiesta dell’offerta economica per la progettazione delle opere Rtn da parte del proponente; 2) la formulazione dell’offerta economica, con tempi e costi per la progettazione, emessa da Terna; 3) l’accettazione dell’offerta economica e il pagamento del corrispettivo a cura del proponente; 4) la progettazione e l’avvio dell’iter autorizzativo (che include anche la conferenza dei servizi prevista nel nuovo regime introdotto dal Dl Bollette) del data center e delle opere di rete di utenza a cura del richiedente presso l’ente competente (le strutture dell’Aia ministeriale o regionale); e, infine, la progettazione e l’avvio dell’iter autorizzativo delle eventuali opere Rtn per la connessione a cura di Terna presso il Mase. Una volta completati gli iter autorizzativi, viene quindi emessa la cosiddetta “soluzione tecnica minima di dettaglio (Stmd), con cui Terna definisce nel dettaglio le opere e i costi necessari per connettere il data center alla rete e viene stipulato il contratto di connessione vero e proprio, al quale seguirà la fase realizzativa delle opere e la loro entrata in esercizio. I DATA CENTER GIÀ CONNESSI A oggi risultano connessi alla rete 8 data center come specifiche unità di consumo: il primo è connesso dal 2017, mentre 3 di questi sono entrati in servizio nel 2026. Si attendono altre 4 connessioni nei prossimi mesi: sono tutti dossier concentrati in Lombardia. Il numero complessivo di centri dati connesso è naturalmente più elevato: al momento, l’asticella è pari a 226 impianti con una potenza complessiva di 513 MW, ma la maggior parte di questi sono più piccoli e connessi alla rete di distribuzione o a impianti industriali complessi. Quanto all’aumento dei consumi finali derivante dall’atteso sviluppo dei data center, è già previsto negli scenari Terna che arrivano a stimare, nelle ipotesi più sfidanti, un aumento fino al 17 per cento.
August 28, 2026
il Rovescio
Forlì, lunedì 7 settembre e ogni primo lunedì del mese: presidio al carcere
Riceviamo e diffondiamo: Dal 7 settembre e d’ora in poi OGNI PRIMO LUNEDÌ DEL MESE torna il presidio di solidarietà anticarcerario sotto le infami mura della Rocca a Forlì!! Dalle 18:00 alle 20:30, lato via della Rocca: per rompere l’isolamento delle galere, per portare solidarietà a chi resiste dentro, per non lasciare annegare nell’indifferenza le carognate che accadono tra quelle mura!! FUOCO ALLE GALERE! PIETRO LIBERO! COMPAGNX LIBERX!
August 26, 2026
il Rovescio
Nessuno sconto. Note sull’imperialismo italiano
Riceviamo e diffondiamo questo articolo in anteprima da una nuova pubblicazione dell’assemblea Sabotiamo la guerra, di prossima uscita. Qui in pdf: imperialismo italiano(1) NESSUNO SCONTO. NOTE SULL’IMPERIALISMO ITALIANO Lo scontro verbale tra il presidente statunitense Donald Trump e la premier italiana Giorgia Meloni – o, per meglio dire, le invettive del primo contro quest’ultima – ha suscitato un prevedibile scalpore sia all’interno del Bel Paese che a livello internazionale. Nel teatrino parlamentare, il dibattito sulla politica estera dell’Italia, su cui si accipiglia quella che pare davvero essere la più mediocre classe dirigente della sua storia, è in fondo riducibile alla questione se l’attuale governo di destra sia succube di Trump (tesi dell’opposizione) o se al contrario offra una lungimirante politica di mediazione tra le due sponde dell’Atlantico (tesi della maggioranza). Le grandi mobilitazioni contro il genocidio a Gaza hanno elevato appena un poco il livello del dibattito, fondamentalmente nel tentativo tardivo di inseguire le piazze al momento del loro parossismo (con gli scioperi di settembre e ottobre 2025) da parte della minoranza di centrosinistra, che sperava di potersene accaparrare qualche piccolo profitto elettorale; ma in fondo allargando appena la questione: ovvero gridando che l’attuale governo sia succube di Trump e di Netanyahu. Stante il livello della discussione, non sorprende che anche lo scontro tra Trump e Meloni sia stato tradotto in questi termini dagli attori politici italiani: per la sinistra, come la dimostrazione che l’attuale governo sia talmente asservito all’attuale amministrazione americana da venire finanche maltrattato dal proprio padrone; per la destra, come la dimostrazione al contrario che Giorgia Meloni non si inginocchia davanti a nessuno e che, quando serve, può anche scontrarsi a testa alta contro l’uomo più potente del mondo. Si tratta in fondo di un ulteriore impoverimento della discussione politica dei tempi della cosiddetta “prima repubblica”. Se all’epoca avevamo i “comunisti” che accusavano i democristiani di aver reso l’Italia schiava dei nordamericani, oggi la “sinistra” rimprovera la destra di essere succube degli statunitensi solo quando ci sono amministrazioni repubblicane a Washington (viceversa, quando ci sono i democratici sono loro a candidarsi come servi). Da questo punto di vista, quel che resta del “movimento” (qualunque cosa significhi), che non ha una visione più avanzata rispetto al livello culturale della politica istituzionale, è semplicemente rimasto indietro. Nelle manifestazioni, nei canali di controinformazione, persino fuori dai tribunali dove sono a processo i tanti “colpevoli di Palestina”, anche da parte di tanti nostri compagni di strada continua a venire propinato l’equivoco luogocomunista per cui l’Italia è una colonia degli Stati Uniti, oppure che i nostri governanti, i magistrati, la polizia, ecc., sono servi di Israele. Ma le cose stanno davvero così? A ben vedere quella italiana è la terza economia dell’Unione Europea e la seconda potenza industriale europea (che significa la seconda nazione per capacità di produrre acciaio, motori, macchine, aerei, armi). L’Italia è un Paese del G7, vale a dire uno dei sette Paesi più potenti del blocco politico-militare occidentale. La Leonardo, controllata al 30% dal “nostro” ministero dell’economia e delle finanze, è in termini di grandezza la quattordicesima azienda di armi nel mondo, la seconda in Europa. Di recente la “nostra” Unicredit ha scalato in borsa e infine “conquistato” il colosso tedesco Commerzbank. E l’elenco potrebbe continuare. Evidentemente l’Italia non è il vertice della piramide alimentare dei pescecani che depredano il mondo, nondimeno il nostro Stato va senz’altro iscritto nel novero dei predatori e non certo delle prede. Collocata nel blocco occidentale e sottomessa al predominio statunitense, l’Italia conserva relativi margini di autonomia. Le amicizie coltivate nel mondo arabo dai governi Andreotti, la crisi di Sigonella ai tempi di Craxi, l’amicizia personale di Berlusconi con Gheddafi e Putin sono solo degli esempi – talvolta drammatici, talaltra ridicoli – di come si sia espressa negli anni questa autonomia relativa. Da ultimo, il cosiddetto Piano Mattei per l’Africa, programma di investimento neocoloniale dell’attuale governo, ricalca sin dal nome l’espressione di questa auspicata autonomia imperialista: la dedica è non a caso a quell’Enrico Mattei, fondatore dell’ENI, esponente della corrente del cosiddetto neoatlantismo, che avrebbe osato fare concorrenza al monopolio a stelle e strisce nell’approvvigionamento degli idrocarburi e che per questo, forse, sarebbe stato assassinato. Un manifesto di specificità coloniale “all’italiana”, fondamentalmente con lo strumento dell’indebitamento dei Paesi “beneficiari” (siamo pur sempre il Paese che ha inventato le banche). Anche lo scontro tra Trump e Meloni va letto in questa cornice. Matura evidentemente nella frustrazione dell’istrionico presidente americano per la sconfitta cocente che sta subendo nel Golfo Persico, quindi nella rabbia nei confronti degli alleati colpevoli di non averlo aiutato abbastanza nella guerra contro l’Iran. In effetti l’aggressione all’Iran è apparsa incomprensibile alla gran parte dei governi e delle opinioni pubbliche occidentali, spesso giudicata come un autentico suicidio sin dalle prime ore del conflitto. Sembrerebbe peraltro che gli stessi servizi segreti italiani abbiano giocato un ruolo nel raffreddare ulteriormente gli entusiasmi per questo nuovo fronte di guerra, rivelando informazioni, che si sono dimostrate per giunta più esatte di quelle in possesso dell’amministrazione americana, sull’effettiva capacità missilistica iraniana (fonte: La Stampa, 6 marzo 2026). Che i nostri governanti abbiano cercato di smarcarsi un poco di più dalla partecipazione alla guerra all’Iran di quanto abbiano fatto con il genocidio a Gaza, dove per quasi due anni la copertura istituzionale e materiale dei crimini di Israele è stata molto più generosa, dimostra peraltro una certa vigliaccheria morale della borghesia tricolore. Laddove la repubblica islamica ha dimostrato di possedere argomenti di deterrenza piuttosto convincenti, meglio non farsi coinvolgere più di tanto. Queste osservazioni non solo non finiscono per avvalorare un giudizio positivo a favore dei nostri governanti, ma al contrario ne accentuano le responsabilità: la loro non è la complicità del servo che obbedisce al padrone, ma quella del corrèo. Ne è esempio tra i più significativi, quanto disgustosi, la partecipazione proprio dell’ENI nella spartizione dei giacimenti di gas davanti alle coste di Gaza. Anche qui, più che Italia serva di Israele, è piuttosto Israele che serve quale avamposto dell’imperialismo occidentale (quindi anche di quello italiano) in Asia Occidentale. Un’alleanza che non si esprime soltanto ai livelli più alti, a livello politico o economico, negli incontri al vertice fra i capi del governo, ma penetra a fondo l’organismo sociale e l’organizzazione dello Stato. I procedimenti giudiziari contro esponenti e simpatizzanti della resistenza palestinese in Italia vanno davvero compresi nella loro gravità: quindi non tanto come espressione di un tale giudice servo di Israele, quanto piuttosto come l’espressione di veri e propri tribunali di guerra contro i nemici di guerra. E su questo c’è una certa coerenza con la repressione anti-anarchica e in generale contro il nemico interno. Tribunali che non sono riformabili, ma possono essere distrutti solo con la sconfitta del nostro imperialismo. D’altro canto non bisogna nemmeno esagerare sul pacifismo del gabinetto Meloni, nemmeno limitatamente al conflitto nel Golfo: la base di Sigonella è stata utilizzata ripetutamente come terminale logistico per i voli statunitensi diretti o di ritorno dalla guerra, mentre solo dopo diversi mesi dallo scoppio del conflitto si è saputo della presenza di ben 700 militari italiani in Arabia Saudita, Kuwait e Baherein a supporto della difesa aerea contro le rappresaglie iraniane. E non bisogna certo dimenticare la missione Aspides, di cui l’Italia è ammiraglia, a proposito di imperialismo tricolore. Anche sull’altro grande fronte di guerra, quello ucraino, l’Italia non è del tutto allineata con l’amministrazione Trump: se in questo caso quest’ultima ha abbozzato dei tentativi contraddittori di disimpegno, al contrario l’Italia è allineata all’Unione Europea su una politica di scontro totale con la Russia. Diversamente da quanto rappresentato nella recita politica, sulle questioni strategiche – dall’Ucraina alle scelte economiche principali – le politiche di Giorgia Meloni sono in perfetta continuità con quelle di Mario Draghi e in generale sono ben accordate con l’orchestra multinazionale europea. Con le elezioni che si avvicinano e il volume della propaganda che si farà sempre più assordante sarà bene ricordarcelo, anche di fronte all’eterno ritorno dell’antifascismo elettorale. Ribadire che l’Italia non è una colonia, ma un Paese imperialista, pur con tutte le precisazioni e relativizzazioni del caso (collocato nel blocco occidentale, subordinato agli USA, che ha rinunciato a una quota di sovranità a favore dell’Europa delle multinazionali, ecc.), non è un mero esercizio di puntigliosità teorica, ma ha delle evidenti implicazioni pratiche, non da ultimo anche di tipo etico. La retorica dell’Italia colonia implica – consapevole o meno – la necessità del fronte di liberazione nazionale. Ovvero salvare un pezzo della borghesia italiana, quella giudicata illuminata o progressiva, con la quale fare un’alleanza per liberarci dal male comune che ci opprime dall’esterno. Decidete voi quale: i perfidi americani, i tecnocrati di Bruxelles, la lobby sionista. Che l’impero del male sia nell’internazionale tecno-fascista o in quella di Soros, le fazioni opposte del multiverso rosso-bruno e dell’arcobaleno postmoderno a ben vedere affondano le radici nello stesso equivoco frontista, pur dandone delle interpretazioni opposte. È l’equivoco della lotta di liberazione da un potenza straniera. Tutte queste interpretazioni, anche quando sono opposte tra loro, tradiscono una mentalità sciovinista e finiscono per portare acqua al mulino della guerra. Il nostro internazionalismo viceversa si fonda sulla chiarezza di chi combatte ogni Stato, ma a partire dal proprio. Non è solo una questione di principi o di tattica; in fondo è una questione etica. Significa che ai nostri padroni non concediamo nessuna attenuante, e non gli faremo nessuno sconto. assemblea Sabotiamo la guerra
August 23, 2026
il Rovescio