Source - il Rovescio

Non il profitto, il denaro, il potere – non l’avere, ma l’essere, e insieme (dichiarazione di Daniela Klette al tribunale di Verden)
Pubblichiamo la dichiarazione che Daniela Klette ha pronunciato davanti al tribunale di Verden il 12 maggio scorso (il titolo, che riprende un passaggio della sua arringa, è nostro). Nelle sue parole, la coerenza di una vita intera dedicata alla lotta, in cui l’impegno internazionalista della “generazione Vietnam” risuona con grande forza (e con un’esemplare modestia) nei compiti a cui si trova confrontata la “generazione Gaza”. Daniela libera! Qui in pdf: Dichiarazione Klette Non il profitto, il denaro, il potere – non l’avere, ma l’essere, e insieme (dichiarazione di Daniela Klette al tribunale di Verden) La presunta ex militante della RAF Daniela Klette ha tenuto il 12 maggio 2026 davanti al Tribunale di Verden la sua arringa finale nel processo per 13 rapine a furgoni portavalori e uffici cassa di supermercati, che avrebbe commesso durante la sua vita nella clandestinità insieme ai suoi coimputati ancora ricercati Burkhard Garweg ed Ernst-Volker Staub. L’arringa, originariamente scritta a mano, viene qui pubblicata integralmente in una versione editorialmente leggermente rivista. (junge Welt) Ora questo primo lungo processo contro di me volge al termine. Nel corso del procedimento si è confermata la valutazione che c’è stata fin dall’inizio. Ed è diventato fin troppo chiaro: l’indagine e il processo sono determinati politicamente. Si tratta di imporre a tutti i costi il dominio e la sottomissione. La procura lo ha sottolineato ancora una volta con la sua requisitoria. Non si tratta di singoli atti né tanto meno di me, ma di delegittimare una storia di resistenza radicale di sinistra e punirla in modo esemplare. Ringrazio tutti coloro che mi sono stati solidali, qui nell’aula, dall’esterno, davanti alle mura del carcere, con lettere, cartoline e pensieri. E anche il mio avvocato Ulrich von Klinggräff, che purtroppo si è ammalato gravemente e quindi non può più essere qui. A tutti loro e alla parte del pubblico che se ne interessa, è rivolto ciò che dirò oggi. Vorrei dire qualcosa in breve sulla mia storia, che è anche la storia di tante altre compagne e compagni. Molti di coloro che mi hanno scritto sono così giovani che non hanno vissuto il periodo dai primi anni Settanta fino agli anni Novanta nella Germania Ovest. Oppure sono cresciuti nella Germania Est o in altre parti del mondo. Ho scritto questo senza pretesa di completezza, ma spero che da quanto detto diventi chiaro perché difendo la ricerca di un mondo migliore, in cui capitalismo, razzismo e patriarcato siano superati, e la lotta per esso. E perché difendo anche il diritto di costruirsi e mantenere una vita nella clandestinità, anche quando si tratta “solo” di sottrarsi alla repressione dello Stato. Questo è del tutto indipendente dal fatto che per me quest’ultima situazione è finita da più di due anni. Per questo è compito mio fare tutto ciò, per quanto possibile, da qui. Da adolescente sentivo che una vita secondo le regole capitalistiche è distruttiva. Gli esseri umani sono esseri sociali e orientati alla cooperazione. Ma la sottomissione alle costrizioni prodotte dal capitalismo, dell’isolamento attraverso la competizione, attacca questo aspetto e crea estraneità e distanza reciproca. Doversi far funzionare senza chiedersi per cosa, e l’inseguire per corrispondere a immagini e norme prodotte da questo sistema, crea distanza da se stessi. Naturalmente non avevo ancora un concetto né una spiegazione precisa per questo. Ma mi sentivo logorata dalla pressione e dallo sconforto che tutto ciò generava, e la mia opposizione cresceva. Per questo fui presto turbata da domande su un’altra vita, che doveva pur essere possibile. Questo accadeva anche se a casa ebbi grande fortuna. I miei genitori erano persone aperte. Mia madre lo è sempre stata, credo. Mio padre, che da ragazzo entrò nella Gioventù hitleriana e da adolescente combatté nella guerra dalla parte dei nazisti, dopo il 1945 si confrontò intensamente con i crimini del nazionalsocialismo e ne trasse le conseguenze per sé. Entrambi volevano trasmettere ai loro figli valori umani. Così potevo avere amiche e amici da ogni dove, sia per quanto riguarda i paesi, il colore della pelle, sia la posizione sociale. All’inizio del periodo della migrazione per lavoro, alcuni di loro venivano da Spagna, Italia, Portogallo. Attraverso il contatto con queste amiche e amici ebbi la possibilità di conoscere diversi modi di vivere. Era qualcosa di speciale. Solo una delle mie compagne e compagni di scuola poteva uscire con noi per strada. Come ovunque, anche nel nostro quartiere erano diffuse posizioni razziste nei confronti dei migranti. Così i miei genitori dovettero resistere alle critiche di insegnanti che osservavano preoccupati le mie “relazioni”. Notai anche quanto fosse respingente ed escludente il comportamento verso i lavoratori immigrati. Vidi container in cui lavoratori edili turchi dovevano vivere ammassati in molti, per poi spezzarsi le ossa nel duro lavoro. Dovevano farsi sfruttare al massimo al lavoro, ma non dovevano assolutamente diventare una parte paritaria di questa società. Anche queste ingiustizie mi facevano arrabbiare. A scuola non si trattava di stare insieme, no, ci volevano inculcare che si trattava sempre di “essere migliori”, migliori della migliore amica. E di stare al passo per poter raggiungere una carriera che permettesse di partecipare al consumo ritenuto desiderabile. Un consumo che non è orientato ai bisogni reali, ma per il quale i bisogni vengono artificialmente creati per aumentare i profitti delle aziende. Ancora oggi è così che ti viene fatto credere che non conta come sei, ma cosa hai, come appari e cosa realizzi. Per il profitto crescente del capitale, che determina qui il tuo valore. Allora mi chiedevo spesso cosa ci fosse di sbagliato in me, perché non sentivo alcuna attrazione nel tenere il passo. Al contrario, ogni tentativo di sottomettermi a questo mi toglieva ogni energia da tutte le fibre. L’essere abbattuta da questo si risolse solo quando mi riunii con amiche della sinistra spontaneista e non dogmatica. Ci confrontammo con testi del Collettivo Socialista dei Pazienti, come ad esempio il libro Trasformare la malattia in un’arma, che mi impressionò molto. Attraverso questi confronti imparai che alla base del mio smarrimento non c’era un problema individuale, ma era dovuto alle condizioni sociali. Capire questo aprì ancora di più gli occhi sull’ingiustizia che ci circondava. Lo sfruttamento e l’oppressione imperialista brutale in molte parti del mondo e le guerre che partivano dai ricchi paesi capitalisti. Non volevo assolutamente diventare complice. Divenni convinta che nel superamento di queste condizioni risieda la speranza di una vita libera e dignitosa per tutti, che è necessario conquistare. Questa convinzione non mi ha mai più abbandonato. Perché ogni decennio, ogni singolo anno e ogni giorno portano nuove prove che all’interno del capitalismo i problemi dell’umanità non sono risolvibili. Anzi: si aggravano sempre di più. Insieme a molti altri, non volevo sottomettermi a questo sistema che aliena le persone da se stesse. Volevamo essere visti per quello che siamo, senza dover corrispondere a bugie e immagini imposte dalla società dei consumi e della prestazione. Non volevamo rimanere prigionieri di ciò e volevamo cambiare noi stessi e la società determinata dal capitalismo. Era verso la metà degli anni Settanta. Aleggiava ancora un soffio del movimento di ribellione del Sessantotto contro le istituzioni e le posizioni politiche ancora, o di nuovo, infiltrate da nazisti e contro le mentalità plasmate dal fascismo nella società. C’era stato l’inizio di una sinistra rivoluzionaria internazionalista, con enormi manifestazioni di solidarietà con la lotta di liberazione vietnamita contro l’aggressione statunitense e con la lotta contro il regime fascista dello scià in Iran, allora fortemente sostenuta dalla sinistra rivoluzionaria iraniana. Ma c’era stato anche il primo manifestante ucciso dalla polizia in questo inizio. Il 2 giugno 1967, lo studente Benno Ohnesorg fu ucciso da un poliziotto durante una manifestazione contro la complicità della RFT con il regime fascista dello scià. Erano già avvenuti gli attacchi della RAF contro i quartieri generali statunitensi a Francoforte e Heidelberg, da dove venivano coordinati i bombardamenti dell’esercito statunitense in Vietnam. Anche il Movimento 2 Giugno e le Cellule Rivoluzionarie si erano costituiti allora. E più tardi si aggiunse la Rote Zora, organizzata da donne. A scuola si sentivano ancora i resti della rivolta del ’68. Nonostante i divieti di professione, c’erano alcuni insegnanti che praticavano con noi altre forme di insegnamento, orientate all’apprendimento insieme e non alla competizione. Leggevamo libri come quelli di B. Traven sulle storie di resistenza in America Latina o L’onore perduto di Katharina Blum di Heinrich Böll. In religione apprendemmo della teologia della liberazione in America Latina e dei preti che lì si erano uniti alla lotta per la liberazione. Come Dom Hélder Câmara in Brasile e Camilo Torres in Colombia. Tutto questo, ma anche il fatto che questi insegnanti venivano disciplinati e trasferiti davanti ai nostri occhi, mi ha fatto imparare di più sulle condizioni mondiali e sul ruolo e la realtà della RFT. Ci indignava anche che a quel tempo non faceva parte del curriculum scolastico confrontarsi in modo approfondito con il nazifascismo. Figurarsi sulle conseguenze che se ne dovevano trarre. Col senno di poi, non c’è da stupirsi, perché non erano previste conseguenze fondamentali. Le nostre conoscenze in merito le acquisivamo al di fuori della scuola. Ricordo un raccoglitore ad anelli compilato da studentesse di sinistra. Si chiamava Imparare dal basso, credo. Da esso apprendemmo la responsabilità del capitale per la presa del potere da parte del fascismo e l’intera dimensione della catastrofe umana, la brutale persecuzione del movimento operaio di sinistra e degli intellettuali di sinistra, la crudele politica di sterminio contro la popolazione ebraica, contro i rom e i sinti, i campi di concentramento e l’eutanasia, lo sterminio di ogni opposizione, la guerra di sterminio persa contro l’Unione Sovietica, che costò la vita a più di 25 milioni di cittadini sovietici, gli attacchi e l’occupazione nell’Europa orientale e occidentale, ma anche la resistenza antifascista e comunista contro di essa in tutta Europa. In quel periodo, studenti e studentesse più grandi invitavano anche a proiezioni di film e discussioni sulla lotta di liberazione vietnamita. Formammo un collettivo scolastico per poter imporre richieste nella vita scolastica quotidiana. Fino all’età di 15 anni mi ero opposta all’idea che le persone che vogliono lottare per un mondo migliore dovrebbero imporlo e difenderlo con la violenza. Il mio sogno era un cambiamento non violento. Guardare alla storia e al mondo rendeva sempre più chiara la consapevolezza che i potenti beneficiari, i più coinvolti nel sistema capitalistico, avrebbero combattuto qualsiasi cambiamento fondamentale con la violenza più brutale. L’esempio del colpo di Stato militare fascista sostenuto dagli USA e l’omicidio di Salvador Allende in Cile nel 1973 avevano mostrato che le possibilità e l’esistenza di qualsiasi governo socialista eletto sarebbero state schiacciate se non avessero potuto difendersi armate. “Che tu debba difenderti se non vuoi soccombere, lo capirai” era allora uno slogan su molti volantini e molti muri. Negli anni della mia politicizzazione a Karlsruhe, ho sempre saputo qualcosa della RAF attraverso slogan o manifesti sui muri. Anche della lotta dei prigionieri politici contro la tortura dell’isolamento e della solidarietà con loro. Presto seguii consapevolmente tutto questo, anche i loro scioperi della fame. Aveva su di me una grande attrazione che ci fosse qualcuno che lottava così risolutamente contro questo sistema, dal quale anch’io, come molti altri, mi sentivo oppressa. Avevo 16 anni quando seppi che un uomo era stato ucciso in custodia mentre lottava con lo sciopero della fame contro la tortura della detenzione in isolamento. Era Holger Meins, che si era ribellato alle condizioni ed era stato ucciso in prigione dalla malnutrizione mirata durante l’alimentazione forzata statale e dal rifiuto di assistenza medica. Avevo 17 anni quando la lotta di liberazione vietnamita sconfisse l’imperialismo guidato dagli USA. L’incredibile vittoria fu conquistata anche con la solidarietà mondiale. Nonostante il napalm, nonostante l’enorme macchina militare che si opponeva al movimento di liberazione, e nonostante i massacri della popolazione vietnamita commessi dai militari statunitensi con l’aiuto e la complicità dell’Occidente, prima di tutto della Germania. Fu in molti paesi un periodo di tentativi di liberazione e lotte anticoloniali: ad esempio le Pantere Nere contro l’oppressione razzista e per la rivoluzione negli USA, la lotta contro l’apartheid in Sudafrica o l’FSLN in Nicaragua contro la dittatura. Iniziai a capire cosa l’umanità ha da aspettarsi dal capitalismo e dall’imperialismo. Sì, mi consideravo parte dei movimenti mondiali che lottavano per la liberazione dallo sfruttamento e dall’oppressione, contro il capitalismo e il patriarcato e contro la guerra e il militarismo. Nel 1976/77 iniziai a visitare prigionieri politici. Il primo fu Johannes Thimme, che era in prigione per presunto sostegno alla RAF e fu messo immediatamente in isolamento. Volevo esprimere la mia solidarietà contro questo e oppormi all’isolamento. In risposta, iniziarono a terrorizzarmi con osservazioni. Nel 1977, agenti di polizia in borghese in auto erano davanti alla mia porta di casa già al mattino presto e mi seguivano a passo d’uomo fino a scuola. Dopo il 1977, quando il tentativo di liberare undici prigionieri della RAF fallì e dei prigionieri di Stammheim solo Irmgard Möller sopravvisse gravemente ferita alla notte del 18 ottobre 1977, decisi di trasferirmi a Wiesbaden. Lì avevo conosciuto compagne e compagni con i quali volevo continuare la solidarietà con i prigionieri politici. Lo consideravamo una parte importante e urgentemente necessaria della lotta antimperialista e antifascista. Divenne una vita piena di attività di resistenza contro l’isolamento e per il riunire i prigionieri, di solidarietà con le lotte di liberazione in Palestina, Sudafrica, Nicaragua ed El Salvador, con compagne e compagni turchi contro il colpo di stato della NATO in Turchia. Attraverso la lotta in solidarietà con i prigionieri politici si svilupparono discussioni e amicizie che andavano oltre con altre compagne e compagni dall’Irlanda, dai Paesi Baschi, dall’Italia, dalla Spagna e dalla Francia. E c’erano contatti con la resistenza iraniana di sinistra. I movimenti di liberazione internazionali rappresentavano per noi anche la lotta per la liberazione delle donne in tutto il mondo. Leila Khaled del FPLP in Palestina, Assata Shakur e Angela Davis del movimento di liberazione nera negli USA e anche le compagne dei gruppi armati dell’Europa occidentale erano per noi esempi. Rappresentavano milioni di donne in tutto il mondo. Negli ultimi decenni, l’esempio del movimento di liberazione curdo, specialmente in Rojava, ha mostrato quanta forza nasca per tutti quando la liberazione delle donne è una parte determinante della lotta. Vivevamo e organizzavamo la nostra vita quotidiana insieme. Ci furono occupazioni di case e la lotta contro la pista Ovest, contro il disboscamento della foresta e contro l’ampliamento della capacità dell’aeroporto di Francoforte e quindi della base aerea statunitense. Andavamo lì per le passeggiate domenicali, in parte pacifiche, in parte militanti, verso il muro della pista, facevamo teatro politico, molti incontri di resistenza ed eventi che si opponevano alla politica imperialista degli USA e della NATO. Eravamo insieme a manifestazioni di solidarietà con i movimenti di liberazione in Nicaragua ed El Salvador, contro le visite di Stato di Reagan, allora presidente USA, e Haig, allora comandante supremo US-NATO, e in solidarietà con i prigionieri politici. Gli attacchi della RAF contro Haig e Kroesen, così come contro l’aeroporto militare statunitense di Ramstein come base per le loro guerre in tutto il mondo e il tentativo a Oberammergau, li consideravamo all’epoca delle grandi mobilitazioni contro lo stazionamento di missili a raggio intermedio statunitensi e le guerre di contro-insurrezione statunitensi contro i movimenti di liberazione come un rafforzamento della nostra resistenza e viceversa. In questo periodo arrivò anche la proposta della RAF e di Action Directe di formare un fronte di resistenza comune nella lotta contro la formazione dell’Europa occidentale come blocco imperialista e in solidarietà con i movimenti di liberazione. La polizia di Stato colpì duramente con una repressione rafforzata. Diverse compagne e compagni antimperialisti noti alla polizia di Stato furono arrestati. La Procura Generale Federale si dotò, con la costruzione di una presunta “RAF legale“, dello strumento che rese possibile portare in prigione i compagni per molti anni con condanne senza prove della loro presunta partecipazione ad azioni militanti. Fin dalle visite ai prigionieri politici, noi – e questo “noi” lo riferisco a molte compagne e compagni – eravamo sorvegliati quasi ad ogni passo. Ci terrorizzavano con pedinamenti palesi, con controlli anche più volte al giorno, in cui venivamo chiamati per nome e dovevamo esibire i documenti. Nella strada in cui vivevamo, allestivano spesso posti di blocco, in modo che nessun visitatore potesse arrivare da noi senza essere registrato. L’altra variante erano i pedinamenti nascosti, che non dovevamo notare. Queste pratiche di sorveglianza erano come malattie contagiose che si trasmettevano da persona a persona. In ogni caso dovevamo sempre presumere che i “signori del crepuscolo mattutino” fossero in agguato da qualche parte. Ci voleva un grande sforzo per potersi sottrarre a questa sorveglianza almeno per qualche ora, fosse per poter parlare senza la paura di essere ascoltati, fosse per scrivere qualche slogan o attaccare manifesti. È evidente che la resistenza non avrebbe mai potuto lasciarsi mettere in catene come queste, che significano far controllare ogni attività dalla polizia di Stato. E naturalmente non volevamo nemmeno spiattellare la nostra vita sentimentale davanti alle guardie. Già negli anni ’70 e ’80, c’erano sempre compagn* che notavano come la rete intorno a loro si stringesse sempre di più, e che sparivano per paura e per arresto, scomparivano dalla scena e – alcuni, anche per anni – vivevano all’estero. Alla fine degli anni ’80, all’inizio degli anni ’90, era evidente che doveva esserci una ridefinizione e una riflessione fondamentale della politica rivoluzionaria. Perché da un lato le condizioni quadro internazionali erano profondamente cambiate, dall’altro si trattava di elaborare le esperienze passate. Allora ero una dei tanti a cui non venne in mente di ritirarsi di fronte alla svolta epocale. Non volevamo accettare il crollo dell’Unione Sovietica come una vittoria definitiva del capitalismo. Era chiaro che questo indebolimento del movimento socialista mondiale avrebbe avuto conseguenze catastrofiche. Nella RFT portò al ritorno della Bundeswehr come esercito apertamente belligerante e subito nella guerra contro la Jugoslavia, contraria al diritto internazionale. Portò all’annessione della DDR da parte della RFT, imposta anche contro la volontà di coloro che avevano iniziato la loro ascesa nella DDR con l’obiettivo di un cambiamento positivo lì e al di là del sistema capitalistico e della realtà della Germania Ovest, e portò con sé l’attacco neoliberale alle conquiste sociali faticosamente ottenute. E una mobilitazione razzista alimentata dalla CDU come deviazione della rabbia eventualmente scatenata e della resistenza nascente. Allo stesso tempo, veniva celebrata un’ebbrezza giubilante nazionalista. Questo fu prontamente raccolto dalla destra e portò, nella Germania unita, a ovest e a est, a mortali attentati incendiari come a Solingen e Mölln e ad attacchi contro migranti, rifugiati e persone di sinistra e le loro strutture. Ricordo solo Rostock-Lichtenhagen e Hoyerswerda e le notizie di antifascisti che si trovano attualmente davanti ai tribunali e che da giovani sono stati esposti a quest’atmosfera nella Germania dell’Est. Naturalmente ci rendemmo conto di questa dolorosa debolezza della sinistra in tutto il mondo, e anche per questo eravamo in giro con la sensazione di voler fare tutti gli sforzi possibili per trovare risposte alle domande che ci attendevano e per continuare ad esistere come forza radicale di sinistra. Le discussioni su questo avvenivano insieme a persone in clandestinità. A lungo andare era troppo pericoloso sottrarsi più e più volte alla sorveglianza per poi tornare. Decisi di non continuare a guardare questa situazione e quindi rimasi via. Fu la decisione di fare della resistenza il centro della mia vita, e i contatti e le discussioni con altre compagne e compagni che si facevano le stesse domande su “Come continuare?” e sulla ridefinizione della politica rivoluzionaria erano diventati per me una priorità. La RAF non esiste più da 28 anni. Che la RAF abbia avuto un ruolo importante nella mia vita deriva da ciò che ho scritto qui. Queste compagne e compagni rappresentavano per me la possibilità di rompere con questo sistema e lottare nella resistenza fondamentale per la liberazione. Attraverso la discussione sulle prime azioni della RAF durante la guerra del Vietnam, capimmo di più sul ruolo della RFT e sugli equilibri di potere mondiali e su come le lotte possano sostenersi a livello internazionale. Anche dalle carceri, la lotta dei prigionieri contro la tortura dell’isolamento e per la collettività, per poter stare insieme e agire, con coloro che lo volevano per sé, ha trasmesso un’idea di ciò che realmente conta nella lotta per la liberazione. Vale a dire una società in cui il “per tutti” è al centro e non il profitto, il denaro, il potere – non l’avere, ma l’essere, e insieme. Questo è rimasto a lungo così per me, indipendentemente dalle critiche che avevo già allora su alcune azioni e sulle determinazioni alla base. Anche indipendentemente dalla consapevolezza della necessità di confrontarsi con gli errori della storia della sinistra radicale e militante, quindi anche nella RAF. Nacque l’idea che la lotta armata dovesse essere politicamente vincolante e integrata in un contropotere dal basso. Ma l’intera situazione politica non lo permetteva. Trovai completamente giusto lo scioglimento della RAF e le sue motivazioni. Noi come sinistra radicale o militante abbiamo sicuramente commesso molti errori, ma sicuramente non quello di accettare con indifferenza la miseria del nostro tempo. Naturalmente mi piacerebbe partecipare a una discussione e, soprattutto, a colloqui su quest’epoca della resistenza. Burkhard Garweg aveva assolutamente ragione quando scrisse questo alla fine della sua lettera a Caroline Braunmühl. Una discussione con coloro che a un certo punto hanno fatto parte di questa storia di resistenza e con tutti coloro che vogliono appropriarsi delle esperienze per il futuro della resistenza. Non trovo che l’aula di tribunale sia il luogo giusto per un contributo approfondito alla discussione. Così, per me, una discussione è già ostacolata in partenza. Le visite di ex prigionieri della RAF e del Movimento 2 Giugno sono state respinte con le motivazioni più strampalate. Inoltre, durante le visite, ogni frase viene registrata per la polizia di Stato, ancor prima che io possa scambiare un pensiero con i visitatori. La Procura Generale Federale fa sequestrare ogni mia affermazione, anche la più generale, sulla storia della resistenza come “prove” di partecipazione alla RAF, e queste a loro volta le valutano come prova della mia partecipazione alle azioni che mi attribuiscono. Vedo in questo, così come nelle citazioni a comparire esagerate con cui sempre più compagne e compagni degli anni ’70 e ’80 vengono molestati, una minaccia non solo per me. Naturalmente, all’epoca i gruppi armati della sinistra non si muovevano nel vuoto. Come me, hanno toccato, influenzato e sfidato la solidarietà, il sostegno politico e/o pratico e le critiche di molte compagne e compagni che avevano le loro pratiche di resistenza. Ma ora, dopo 40/50 anni, colpire le persone con multe elevate e minacciarle con la carcerazione preventiva se non sono disposte a raccontare la propria vita all’Ufficio Criminale Federale e alla Procura Generale Federale e a fare altri nomi che poi verranno anch’essi citati a comparire, ignorando completamente lo stato di salute delle singole compagne e compagni durante le citazioni, mostra l’intenzione di punire ancora oggi i compagni, come capri espiatori per la storia della resistenza, a scopo deterrente. All’inizio degli anni ’90, il 10 aprile 1992, la RAF dichiarò che avrebbe cessato gli attacchi letali contro rappresentanti dello Stato e dell’economia per il necessario processo di discussione e che avrebbe ritirato l’escalation da parte sua. Allo stesso tempo, crebbe la solidarietà con la lotta dei prigionieri politici e il desiderio di averli con sé nelle discussioni della sinistra radicale. Sembrava che lo Stato si stesse muovendo in una direzione positiva per quanto riguarda le richieste di miglioramento delle condizioni di detenzione e di rilascio dei prigionieri malati. Ma non appena la polizia di Stato ai massimi livelli venne a sapere che l’Ufficio per la Protezione della Costituzione aveva con Klaus Steinmetz una spia in contatto con persone in clandestinità, riprese subito l’escalation. Rispetto alle richieste dei prigionieri, si tornò a chiudersi. Nel marzo 1993, la RAF fece saltare il nuovo edificio carcerario in costruzione a Weiterstadt. Lo Stato preparava contemporaneamente una grande ondata di arresti. Poi colpirono a Bad Kleinen. Wolfgang Grams fu ucciso e Birgit Hogefeld arrestata. I prigionieri della RAF e della resistenza furono sommersi da nuovi processi e lunghe pene detentive. Nel 1998, la RAF si sciolse di propria iniziativa. Sia la polizia di Stato che i suoi tanto citati esperti come Butz Peters o Alexander Strassner parlarono di un massimo di 30 persone che potevano costituire la RAF negli ultimi anni della sua esistenza. Dissero più volte molto apertamente che in fondo non ne avevano idea. E così deve rimanere. In un serio esame e confronto sociale sulla storia, non si tratta di singole persone, ma del contenuto politico della discussione. Dopo il 1998, solo Burkhard Garweg, Volker Staub e io venimmo ricercati pubblicamente. Per nessuno, che fosse o meno cacciato con liste di ricercati, era possibile costituirsi. Dallo Stato erano stati posti fatti chiari su ciò che ci avrebbe aspettato se avessero messo le mani su uno di noi. Avrebbero voluto celebrare su di noi la loro marcia trionfale contro la RAF e con essa una parte importante della resistenza fondamentale nella storia della RFT. Questo si è mostrato ancora quasi 30 anni dopo, dopo il mio arresto, sia nel mio trattamento, nella mia presentazione, sia nell’accompagnamento mediatico dell’intera vicenda. Non volevamo esporci a questo. Quindi era quasi ovvio non farsi prendere in nessun caso. Non volevamo esporci a rituali di condanna che erano già in pratica da anni. Né subire lunghe pene detentive per tutte le possibili azioni della RAF e della resistenza non ancora condannate. Né correre il rischio di essere uccisi durante un arresto. Nella clandestinità avevamo la possibilità, come sinistra radicale, seppur entro limiti e ritirati, di continuare a vivere in libertà. Qui potevamo vivere in relazioni autonome e solidali con compagne e compagni, amiche e amici e decidere della nostra strada futura. Questo Stato non è amico delle soluzioni politiche, ma amico del capitale. Tutti devono sottomettersi ad esso. Una vita così lunga nella clandestinità è nata da questa storia. Non da spirito d’avventura e tanto meno per arricchirsi. Negli ultimi decenni ed oggi è una posizione difensiva della resistenza. Anche se la vita a cui sono stata strappata significava molto per me, non c’era alcun piano di tentare di liberarsi dalla situazione con violenza e sparando. Ecco perché nulla di simile è accaduto. Quando ho ascoltato la requisitoria della Procura, ho pensato a quante piroette abbia dovuto fare per mentire su tutto questo. Nel processo, infatti, si continua a sostenere una presunta volontà di uccidere per colpirmi con un martello. Qui vengono eseguite intenzioni in parte vendicative, ma soprattutto tecniche di dominio. Questa contraddizione mostra di che si tratta: di una demonizzazione che dovrebbe continuare a legittimare la caccia a presunti criminali pericolosi per la collettività e creare un esempio. A questo contrappongo la richiesta: basta con la caccia a Burkhard Garweg e Volker Staub! Per quanto riguarda le conseguenze psicologiche per alcune delle persone colpite dalle rapine, discusse qui nel processo, mi associo completamente alla dichiarazione di Burkhard Garweg nei suoi saluti dalla clandestinità dell’ottobre 2024: “Le traumatizzazioni di cassiere e addetti al trasporto di denaro sono da deplorare“. Dopo aver saputo nel processo quanto ancora stiano male alcune persone colpite, ad esempio l’autista Mirko Kramer di Wolfsburg o la signora Ulmer di Bochum, un’impiegata di cassa, devo dire che mi dispiace molto per loro a causa di tali gravi ferite psicologiche menzionate nel processo. Prima di aver letto gli atti del processo, avrei potuto immaginare traumatizzazioni a seguito di rapine più facilmente per il personale di cassa che per un addetto al trasporto di denaro armato. È sorprendente che gli addetti al trasporto di denaro non ricevano una formazione che li abiliti ad agire in modo calcolatore e freddo in una situazione del genere, invece di rimanere totalmente scioccati. Soprattutto perché il lavoro esiste proprio a causa del reale pericolo di rapine. Ed è notevole che in caso di rapina debbano prima restare in attesa per ore da soli o in due in auto. Sempre per proteggere il denaro, anche se è già tutto pieno di polizia, invece di ricevere un primo soccorso psicologico. Solo in relazione a questo processo sono stata messa a confronto per la prima volta con il fatto che gli autisti di furgoni portavalori e gli addetti al trasporto di denaro parlano di “traumatizzazioni”. Quando insieme ai miei avvocati ho deciso di non mettere in discussione le conseguenze psicologiche per i testimoni nel processo, c’erano due ragioni. La ragione principale era che non si doveva fare nulla che potesse contribuire a una ritraumatizzazione o a un peggioramento. Si tratta anche di questioni molto personali, soprattutto per quanto riguarda i carichi pregressi della storia di vita dei singoli colpiti. Non abbiamo ritenuto corretto indagare pubblicamente su questo. La seconda ragione era che ritengo possibile e generalmente giustificato che le persone colpite, dopo una tale rapina o tentativo di rapina, si siano prese il diritto a una vacanza pagata più lunga in questo modo. Che ciò accada è stato dimostrato dalla dichiarazione dell’autista Whitley, il cui capo intervenne immediatamente dopo la rapina a Duisburg per impedire una cosa del genere. Non lo menziono qui per insinuarlo a qualcuna delle persone qui colpite. Voglio solo chiarire un rapporto: sia il personale di cassa che gli addetti al trasporto di denaro e valori sono proletari, non nemici. È noto che le condizioni di lavoro nel settore del trasporto di denaro e valori sono scarse e il lavoro non è ben pagato. A questo si adatta la dichiarazione dell’autista Immes, che la direzione aziendale dopo la rapina a Stuhr si informò prima subito dello stato dell’auto, ma non dello stato delle persone. È sorprendente che alcuni equipaggi di trasporto di denaro e valori rischino comunque così tanto per “la loro” azienda. Tanto più che c’è la direttiva di non dover rischiare la propria vita per il denaro. L’ex soldato e autista Whitley dichiarò che forse avrebbe persino iniziato una sparatoria se avesse avuto la sua arma con sé. Che esista la direttiva di servizio di lasciare il corriere con i rapinatori se l’autista può andarsene, l’avevo già letto in un articolo dopo il fatto di Wolfsburg. Tuttavia, non l’avevo preso sul serio, ma solo come un’affermazione del capo dell’azienda per proteggere pubblicamente il suo autista, che dopo tutto aveva salvato un mucchio di soldi per l’azienda. Il fatto che avesse abbandonato il suo collega fu inizialmente messo in dubbio moralmente dalla stampa locale. Solo quando fu espresso il sospetto che la tentata rapina fosse stata commessa dalla ex RAF tanto evocata, la stampa aumentò i toni e scrisse di rapinatori spietati e brutali. Quando lessi negli atti del disturbo da stress post-traumatico dell’autista Immes di Stuhr, mi sembrò plausibile fin dall’inizio. Sebbene i miei avvocati abbiano chiarito più volte che non si mirava a lui e che faceva persino parte della sua terapia realizzare che nessuno voleva ucciderlo, rimane il fatto che lui lo ha percepito così ed è stato gravemente scioccato, tanto più che si trovava in una situazione che, per qualcuno che aveva problemi in spazi piccoli e chiusi, doveva essere un orrore già solo per il fatto di essere rinchiuso. Di Mirko Kramer, l’autista di Wolfsburg, inizialmente, leggendo gli atti, non ho creduto a una parola. Era stato direttamente coinvolto nella situazione della rapina solo per secondi. Aveva persino messo in difficoltà i rapinatori e si era rapidamente allontanato dalla zona di pericolo concreta. Solo poco prima della sua testimonianza in tribunale ho capito che qualcosa lo aveva effettivamente sconvolto completamente. Il fattore scatenante è stata la rapina, perché solo così si è trovato in questa situazione, a dover prendere una decisione. Per mettere al sicuro i soldi dei capi, ha scelto di seguire la direttiva aziendale, abbandonando il suo collega con i rapinatori. Quest’ultimo ha dichiarato che il signor Kramer aveva agito correttamente secondo la direttiva, ma ha anche detto, in sostanza, che questa direttiva non è umanamente corretta. È esattamente ciò che penso anch’io. È puro capitalismo. Lui stesso ha dichiarato al riguardo: “Ho dovuto sentirmi dire che il denaro è più importante della persona”. Questo coglie nel segno. Dalle dichiarazioni dell’autista di Cremlingen, Michael Sohn, ho dedotto che nell’ambiente dei colleghi dopo la rapina non ci si è avvicinati a Kramer. Persino sulla stampa il suo comportamento è stato messo in dubbio. Penso che lui stesso ne avesse dubbi. Dopo aver visto allontanarsi l’auto dei rapinatori, è tornato indietro per cercare il suo collega. È facile immaginare quanto deve essere stato preso dal panico quando inizialmente non riusciva a trovarlo da nessuna parte. Come ho già detto prima, mi è dispiaciuto molto quando ho visto e sentito quanto stesse male da allora. Spero che presto si sentirà meglio. Anche per l’autista Immes di Stuhr mi è dispiaciuto molto. Perché ha percepito la sua vita come minacciata e ha sofferto a lungo sotto questo shock. Nel capitalismo, la proprietà e il denaro dei ricchi sono protetti dalla popolazione con grande sforzo. Viceversa, nei casi di “criminalità dei colletti bianchi“, come ad esempio nell’affare Cum-Ex, in cui è stato fatto un bottino di 30 miliardi di euro per arricchire ulteriormente i ricchi, lo Stato e la struttura giudiziaria proteggono i criminali ostacolando le indagini effettive. Certamente ci saranno sempre situazioni in cui le persone, a causa della persecuzione o della mancanza di altre possibilità di sopravvivenza, saranno costrette, in quanto non possidenti, a dover rubare denaro. Nella storia della sinistra c’è stata spesso questa necessità. Non ha nulla a che fare con la leggerezza o l’avventura. In ogni caso, sono da preferire tutte le possibilità di procurarsi il denaro in cui il pericolo per le persone può essere mantenuto il più basso possibile. In definitiva, però, si tratta di creare condizioni in cui per le persone non ci sia più bisogno di dover procurarsi il denaro in qualche modo per sopravvivere. Sia facendosi sfruttare nel lavoro salariato, attraverso lavoro illegale, auto-sfruttamento o attraverso rapine e furti. Piuttosto che occuparci di garantire la sopravvivenza come non possidenti, avremmo in ogni momento preferito investire le nostre energie in cose più significative, in cose costruttive, in confronti politici, nell’imparare cose utili insieme nelle amicizie. Abbiamo tutti molti interessi e capacità che possono avere a che fare, tra l’altro, con la ricerca di risposte alle domande del nostro tempo, su come fermare la furia della distruzione e delle guerre e costruire una realtà diversa. Qualche tempo dopo che questa rapina a Stuhr era avvenuta, Volker, Burkhard ed io fummo perseguiti pubblicamente per tentato omicidio. Per diversi anni, la procura e l’Ufficio Criminale della Bassa Sassonia non trovarono apparentemente tracce utilizzabili, motivo per cui, accanitamente, dopo il 2023 tornarono alla carica con forza. Con interrogatori di chissà quante vecchie amiche, amici e conoscenti, perquisizioni dai genitori e altri parenti, appelli in “Aktenzeichen XY” e altri servizi, e mandando le loro squadre dietro a ogni indizio. Purtroppo, così si sono imbattuti in me. Da allora, la Procura ha portato il terrore nella vita di amiche e amici e ancora sorelle, fratelli, genitori, nei vicinati, al piazzale delle roulotte con vere e proprie marce, senza alcun riguardo per la causazione di traumi. Ma queste sono rapine legali, volute dalla giustizia di classe e che ovviamente non vengono perseguite. Con questo gli accusatori non hanno problemi morali. La Procura ha chiarito nel corso del processo che non le interessa affatto il benessere dei testimoni o delle persone colpite dalle rapine. Per quale altro motivo avrebbe insistito così tanto durante gli interrogatori quando i testimoni dichiaravano che dopo le rispettive rapine non stavano così male? Che le avevano superate abbastanza in fretta, e a volte diventava anche brusca quando qualcuno diceva: “era chiaro, non era contro di me”. La Procura avrebbe voluto sentire qualcosa di diverso in ogni caso. Quanto grande deve essere stata la delusione che il posto riservato a molti querelanti accessori non fosse tutto occupato? Perché per loro le persone colpite sono solo un mezzo per raggiungere un fine, per ottenere una condanna il più alta possibile contro di me e per continuare a spingere la caccia a Burkhard e Volker. Per questo, a quanto pare, avrebbero preferito di gran lunga diversi colpiti ritraumatizzati e gravemente danneggiati. A questo si adatta anche il fatto che in questo processo, da parte dell’accusa, si faccia finta che sia completamente irrilevante come si comportano i rapinatori. Sembra anche infastidirli quando si dice che il loro comportamento nei confronti delle persone colpite era educato e rassicurante. Trovo che sia abissale, perché naturalmente non è così, né per i rapinatori né per i rapinati, il modo in cui ci si comporta. Sulla scia dell’accusa, il tribunale si è inserito poche settimane fa respingendo una richiesta della mia difesa, sostenendo che chi fa rapine include nella sua valutazione una grave ritraumatizzazione, perché è noto che si incontrano persone traumatizzate ovunque, dagli addetti al trasporto di denaro, ai furgoni portavalori, alle cassiere, fino alle squadre speciali e a tutti i presenti casuali comunque. Anche tra soldati e poliziotti è noto che si sono verificate traumatizzazioni. Quest’ultima cosa mi era effettivamente già nota, e cioè quando si erano trovati in situazioni in cui persone, anche colleghi, erano morte in missione, quando erano stati coinvolti in massacri o ne erano stati testimoni. Tali persone traumatizzate non me le aspetterei né in servizio di polizia né come addette al trasporto di denaro armate, bensì in trattamento psicologico o in posizioni adatte alla guarigione. Ma cosa si vuole dire con questo? Anche qui riecheggia questa fatale affermazione che sia irrilevante se le persone in tali rapine si presentino in modo brutalmente violento e aggressivo o meno, perché se incontrano persone traumatizzate, è comunque lo stesso? Quanto sono irresponsabili e false tali affermazioni! Ma inoltre: cosa dice questo sullo stato di questa società, se oggi incontriamo persone traumatizzate e psicologicamente ferite ad ogni passo, quindi non come rara eccezione, ma come regola sempre più frequente? È vero che con la continua propaganda per il riarmo e la militarizzazione, con il sostegno al diritto del più forte militarmente nei conflitti internazionali per il potere e l’accesso a risorse e terra, si accompagna il rafforzamento della destra e la diffusione del pensiero fascistoide. Le concezioni violente e patriarcali vengono rafforzate. Dalla “svolta epocale” (Zeitenwende), i femminicidi, gli stupri, la violenza sessualizzata – anche negli interventi di polizia – sono onnipresenti. Nell’isolamento durante il periodo del COVID, gli scoppi di violenza patriarcale nelle famiglie sono aumentati. Queste sono fonti ovvie di traumatizzazioni. Per il resto, accadono così tante cose che riempiono sempre più persone di una grande insicurezza e di una crescente paura per il futuro. Ogni giorno, attraverso i media borghesi e sicuramente anche massicciamente su internet, viene diffuso che i soldi che sarebbero effettivamente necessari per il sociale e l’ecologico, per la salute, l’istruzione e la cultura, vengono ora investiti nel riarmo. La fredda scrematura diventa sempre più dominante nelle discussioni dei media mainstream – il diritto all’aiuto e all’assistenza non dovrebbe più esistere per parti sempre più grandi della società. Coloro che non hanno soldi per assicurazioni private sono minacciati di ricevere cure mediche sempre più ridotte, e una terapia costosa per il nonno, non vale più la pena! I rifugiati dovrebbero essere deportati altrove o tenuti fuori anche con violenza, ma vengono comunque utilizzati da qualche parte nell’economia. Nella crisi, gli Stati capitalisti occidentali puntano all’esterno sull’aggressione e all’interno sulla manipolazione delle società, su una crescente brutalizzazione sociale. A tal fine, viene propagato il disprezzo per una parte crescente della popolazione, diffamata come inutile. Le richieste sociali, un modo di agire sociale, l’inclusione e la cura sono attaccati come pericolosi per l’economia, e questo significa in realtà pericolosi per la crescita dei profitti. La parola “riforma” oggi sta per passi statali verso l’abolizione dello stato sociale. Oggi lo Stato opprime attraverso la divisione, la repressione, la paura. Questo funziona in un’epoca in cui migliaia di persone sono minacciate dalla perdita del loro relativo benessere, quindi devono temere di ritrovarsi presto anch’esse dalla parte di coloro che vengono insultati come “parassiti” e di dover dipendere da un sostegno che è già stato ridotto. La domanda è se per molti questo porti a farsi ricattare o adescare per produrre ogni schifezza per la macchina bellica, o se nelle discussioni al riguardo vengano finalmente riconosciuti coloro che hanno già da tempo elaborato proposte per un’altra produzione civile ed ecologica, e se su questa base si possa organizzare e imporre insieme. I giovani dovrebbero accettare una prospettiva futura come carne da cannone. Sebbene i ricercatori per la pace abbiano già più volte confutato l’intenzione bellica o la capacità della Russia nei confronti della NATO, queste continuano a essere usate come giustificazione per la concentrazione sulla militarizzazione e sulle spese enormemente aumentate per l’esercito e l’industria bellica e per il continuo alimento della guerra in Ucraina attraverso le immense forniture di armi della NATO. La sensazione di non avere possibilità di scelta si diffonde. Quando l’unica prospettiva è il sì alla guerra e all’impoverimento, a un “continuare così” con la distruzione della natura e la catastrofe climatica, questo genera disperazione. Da due anni e mezzo viene dimostrato in tutta la sua brutalità a livello mondiale come i rappresentanti dei governi occidentali, che fino a poco tempo fa si definivano ancora “comunità di valori“, trattano le persone che si frappongono agli interessi imperialisti e capitalisti – vale a dire nel genocidio permanentemente portato avanti contro la popolazione palestinese a Gaza – nonché la pulizia etnica attraverso il terrore puro in Cisgiordania e ora anche in Libano e Iran con la distruzione più brutale da parte della guerra di Israele e degli USA. È il governo tedesco che, come noto, sostiene tutto ciò attraverso forniture di armi, relazioni commerciali e inchini politici, e perseguita coloro che si oppongono a ciò. Con un cancelliere che, riguardo alla condotta aggressiva della guerra da parte di Israele, già prima della nuova espansione della guerra contraria al diritto internazionale, osservò che si tratta di “un lavoro sporco che Israele fa per noi“. Quindi è vero quando il tribunale constata che le strade sono piene di traumatizzati, lo sono a causa della povertà, del razzismo, del patriarcato, della violenza poliziesca e delle guerre imperialiste. Attribuirlo a me strumentalizza la miseria e dovrebbe giustificare una lunga pena detentiva. Il superamento dei traumi di massa richiede cambiamenti immediati, ma anche profondi, e a livello internazionale. Perché è evidente che l’entità dei traumi nei Paesi che sono già da anni investiti dalla guerra, come Sudan, Palestina, Siria, Libano, Iran, Ucraina o che sono sottoposti a soffocamento tramite sanzioni come Cuba, deve essere inimmaginabilmente più drastica. Tutti possono davvero vederlo e capirlo! In fondo, la maggior parte lo sa. Ma purtroppo molti hanno più paura dei passi verso un’altra organizzazione sociale, che sarebbe sconosciuta, che della chiara e imminente distruzione totale delle condizioni di vita con un “continuare così!” C’è urgente bisogno di un “cambiamento di sistema” (System Change), perché il capitalismo racchiude, oltre alla concorrenza, allo sfruttamento e all’oppressione, anche il fascismo, il razzismo, la guerra, il comportamento violento di potere nel sistema politico e tra le persone, la violenza patriarcale contro donne e queer, contro le persone con disabilità e la distruzione della natura. Tutto ciò, a seconda dello stato della crisi capitalista, passa più in secondo piano o più in primo piano. Per questo lasceremo questa storia di sofferenza alle nostre spalle solo quando avremo superato questo sistema. In questo momento ci troviamo in un punto estremamente distruttivo di questa crisi. Il vecchio e sbagliato ordine mondiale sta perdendo la sua egemonia, finalmente, perché è assolutamente ingiusto verso la grande maggioranza dell’umanità. Ma proprio per questo si agita selvaggiamente. Per noi, molto immediatamente, deve trattarsi di invertire la rotta, lontano dal riarmo e dalla militarizzazione, lontano dall’aggressione verso l’esterno e dalla repressione e dalle umiliazioni all’interno, dal freddo sociale, dalla complicità nei crimini capitalisti e imperialisti mondiali. Fermate le guerre contrarie al diritto internazionale e la violenza imperiale! Fermate le sanzioni oppressive che hanno come risultato fame, devastazione e milioni di morti! Invece, si deve concentrarsi su una produzione ecologicamente sensata, che non è orientata al profitto per pochi, ma al benessere di tutti e alla trasformazione della società in un modo tale che le persone possano vivere socialmente protette e in sicurezza a livello internazionale. “L’alternativa è mondiale ed è un socialismo che potrebbe essere ricco di esperienze storiche e anche attraverso il superamento dei grandi e dei piccoli errori della storia dei grandi e dei piccoli tentativi rivoluzionari, delle guerriglie urbane, degli anarchici, dei comunisti, dei socialrivoluzionari e delle lotte e movimenti antipatriarcali e anticoloniali. Raggiungere questo obiettivo decide in ultima analisi se la vita su questo pianeta sarà ulteriormente possibile e a quali condizioni. Ci troviamo a livello globale in un punto critico. La domanda a tutti noi in tutto il mondo sull’alternativa al capitalismo e sui processi sistemici e anche sui nostri processi per arrivarci è esistenziale e non rinviabile.” Burkhard Garweg nel messaggio di saluto alla Conferenza Rosa Luxemburg del gennaio 2026. La traccia di ciò vive in tutte le diverse attività di resistenza di coloro che: • sanno che i giovani, i non ricchi e i non potenti nella popolazione sono coloro che nella guerra per il potere e le risorse devono servire come carne da cannone e quindi si oppongono alla militarizzazione, alla leva obbligatoria e al riarmo, quindi alla guerra, • rifiutano di dare la propria vita o di prendere quella altrui per gli interessi del capitale e non accettano che le risorse, invece che per la popolazione, servano per armi, esercito, polizia e profitto delle multinazionali, • non accettano la militarizzazione perché sono consapevoli che in una società militarizzata la violenza contro donne, queer, transgender e persone con disabilità aumenterà inevitabilmente ulteriormente, • come studenti e studentesse si oppongono direttamente con scioperi scolastici a un futuro come carne da cannone, • contrappongono la loro solidarietà e il loro internazionalismo alla politica e ai crimini imperiali e non accettano la violenza statale di cui la lotta per il potere e le risorse nel capitalismo ha bisogno e che viene rappresentata sempre più apertamente e usata senza scrupoli dai potenti, • non si piegano, sebbene come ebrei ed ebree siano i primi ad essere massicciamente attaccati dallo Stato tedesco e dai media come presunti antisemiti, perché in tempi di resistenza internazionale contro la violenza estrema contro i palestinesi e le palestinesi, dovrebbe essere loro tolto il diritto di rifiutare o anche solo mettere in discussione il colonialismo israeliano di insediamento e la politica di apartheid contro la popolazione palestinese, il sionismo, nonché di nominare la complicità della Germania nei crimini di guerra e nel genocidio, • come attiviste/attivisti, manifestanti, giornaliste/giornalisti, artiste/artisti e scienziate/scienziati insistono sulla loro opposizione a ciò, sebbene come ragion di Stato tedesca sia stata stabilita la solidarietà incondizionata con qualsiasi politica, per quanto terroristica, di Israele, e a tutti coloro che si oppongono a ciò minacciano emarginazione e criminalizzazione, • combattono l’antisemitismo e naturalmente presumono che ciò sia in generale collegato alla lotta contro il razzismo, • mettono in discussione il sistema capitalistico di fronte all’aggravarsi di disuguaglianza, povertà, sfruttamento, affitti sempre più inaccessibili, senzatetto di massa e disoccupazione, e chiedono immediatamente l’abolizione del sistema dell’economia di profitto con la proprietà abitativa, • contrappongono alla politica del continuo razzismo spinto, nazionalismo ed esclusione delle persone già tagliate fuori dalla sicurezza sociale una politica di solidarietà e la lotta contro il taglio del sociale; perché l’unica possibilità per impedire che parti sempre più grandi della popolazione si spostino a destra e per fermare la fascistizzazione dei vecchi Stati coloniali in declino e degli USA è contrapporre all’istigazione razzista e a una politica che si basa generalmente sulla divisione e sull’invito a salvarsi da soli prendendo a calci quelli che stanno più in basso nella scala sociale, invece di ribellarsi verso l’alto contro il potere, una prospettiva radicale di sinistra che porti cambiamenti positivi concreti nella vita dei molti, • si organizzano per fermare la graduale distruzione e militarizzazione dell’assistenza sanitaria, • si oppongono direttamente ai nazisti e organizzano protezione e allo stesso tempo dicono che non basta, perché il fascismo è radicato nel capitalismo, • si oppongono alla distruzione ecologica del mondo inevitabilmente causata dal capitalismo e si impegnano per un’organizzazione dell’umanità che voglia permettere una produzione ecologica sostenibile e quindi la sopravvivenza dell’umanità e della natura, • di fronte a sistemi di repressione e prigioni stanno dalla nostra parte, dalla parte dei prigionieri, e chiedono con noi una prospettiva di libertà e infine l’abolizione delle prigioni, • non si arrendono dopo decenni di lotta per proteggere la vita di Mumia Abu-Jamal, che è prigioniero politico negli USA da 48 anni, e con piena solidarietà fanno di tutto per conquistare la sua libertà. Queste non sono affatto tutte le diverse attività di resistenza che si sono sviluppate oggi e negli ultimi anni su così tante contraddizioni o che esistono in parte da molto tempo, come l’organizzazione femminista e oggi queerfemminista contro la violenza patriarcale, le molte iniziative contro il sistema repressivo di isolamento sempre più perfetto alle frontiere per respingere i rifugiati che hanno urgentemente bisogno di aiuto, le flottiglie per Gaza e Cuba per rompere l’affamamento e l’isolamento, i blocchi portuali contro le forniture di armi a Gaza e contro la militarizzazione e gli scioperi di solidarietà dei lavoratori e delle lavoratrici italiani e greci con la popolazione palestinese e la loro lotta contro l’occupazione e lo sfollamento, le proteste contro il crescente numero di sparatorie mortali della polizia contro persone nere, persone che sembrano non tedesche o non conformi. Anche se, per fortuna, non posso elencare tutto ciò che viene fatto, ho voluto nominare almeno una parte, perché è così importante ricordarlo, rimanere fedeli agli obiettivi e ai pensieri di liberazione e non lasciarsi abbattere dalla brutalità apertamente ostentata dei dominanti riducendoli all’impotenza verbale. Così come in tutte le diverse iniziative si tratta dell’effetto concreto contro i rispettivi crimini e della difesa di “oasi di cooperazione umana” e allo stesso tempo della loro espansione e sviluppo anche all’interno delle proprie iniziative, così è molto importante come tutti insieme diventeranno una forza comune che possa fermare lo sviluppo verso la terza guerra mondiale e ciò che essa comporta già nella fase preliminare. Perché questa guerra minaccia essenzialmente a livello internazionale tutti gli approcci e le idee positive. Anche se questa forza non esiste ancora, sono tutte queste lotte che almeno ne permettono lo sviluppo e che mi danno speranza. Questa è una speranza per la mia e la nostra libertà e infine anche la libertà di tutti e per un mondo che si lascia alle spalle ogni forma di oppressione. Un mondo in cui non esistano più prigioni, né nella forma di molteplici e intrecciate relazioni di violenza, né nella forma di cemento, pietra e acciaio, in cui le persone vengono semplicemente rinchiuse dietro muri e filo spinato. Un mondo in cui le persone possano vivere rivolte le une verso le altre e in armonia con tutti gli altri esseri viventi della natura. Potremo essere veramente liberi solo quando tutti saranno liberi.
May 29, 2026
il Rovescio
Tecnoguerra (o la guerra mondializzata)
Pubblichiamo questo prezioso contributo del Gruppo Grothendieck di Grenoble. Parte di un’ampia disamina sulle varie forme storiche di guerra (Bienvenue dans la technoguerre. Quelques analyses sur la guerre de « haute intensité » à notre époque technocapitaliste), abbiamo tradotto solo l’ultimo capitolo, relativo alle guerre contemporanee. Allo stesso collettivo si deve un eccellente approfondimento in cinque episodi sulle biotecnologie e sulla guerra generalizzata al vivente (https://ggrothendieck.wordpress.com/guerre-generalisee-au-vivant-et-biotechnologies/). Due ci paiono gli aspetti più interessanti del testo che pubblichiamo: la distinzione tra guerra mondializzata e guerra mondiale; e il fatto di vedere la guerra già presente nei massicci finanziamenti alle tecnologie “duali” (cioè quelle militarizzate e quelle militarizzabili). «Eccoci qui, umani e macchine, al servizio della barbarie in questa “fase preparatoria” che assomiglia al 1910 e al 1930, ma con una potenza di fuoco e di calcolo moltiplicata per mille (senza contare la bomba atomica) e dei giochi di alleanze commerciali più complessi. Tuttavia, davanti a questo stato di fatto dobbiamo restare calmi e produrre delle analisi accurate della situazione per sapere cosa contestare, trovare obiettivi precisi e inscrivere questo militarismo nel rapporto sociale capitalistico». Qui in pdf: Tecnoguerra(1)   Tecnoguerra (o la guerra mondializzata) da: ggrothendieck.wordpress.com Oggi le guerre sono molteplici e variegate. Ciò che qui ci interessa, sono le guerre «convenzionali», vale a dire le guerre ufficiali dei paesi bellicisti, non le operazioni segrete e le «scaramucce» tra bande armate. Esse sono di due tipi: le «operazioni speciali» o OPEX e la guerra industriale totale. Le OPEX s’inscrivono nel «continuum sicurezza-difesa» [1], in cui l’obiettivo è l’egemonia di uno Stato-nazione o il suo mantenimento in una regione del mondo spesso per molteplici fattori (politici, ideologici, legati alle risorse ecc.). L’operazione Barkhane della Francia nel Sahel è una OPEX, che mira a dominare una regione e mantenere un equilibrio capitalista politico-economico contrastando l’influenza jihadista. La guerra Ucraina-Russia o Iran-Israele-USA sono delle guerre industriali totali (gli Stati Maggiori degli eserciti parlano eufemisticamente di «guerre ad alta intensità»). Queste guerre tendono allora a diventare mondiali quando non sono già mondializzate, in quanto mobilitano umani, risorse, infrastrutture civili e militari nonché diplomazie di numerosi Paesi interconnessi. Questo «mondialismo» della guerra è dovuto al fatto che questa si dispiega su campi d’azione (aria, terra, mare, spazio, cyber, propaganda ecc.) che un singolo esercito non padroneggia totalmente. La tecnoguerra fa appello a molteplici risorse esterne in un opportunismo internazionale legato alla facilità delle logistiche e delle comunicazioni. Il ricorso all’aiuto esterno, come il fatto che la Francia, grazie ai propri satelliti militari, fornisca i due terzi delle informazioni all’Ucraina [2], è quasi-obbligatorio nelle tecnoguerre moderne pena una rapida sconfitta. Inoltre, questo «mondialismo» è una riconfigurazione permanente di fronte agli embarghi della controparte: i Russi riorientano la vendita del loro petrolio alla Cina dopo l’embargo europeo del 2022 e ricevono i componenti elettronici dall’Europa per il tramite di Paesi terzi come Singapore, Hong-Kong o Kazakistan. Questo ridispiegamento è permanente e dipende dai «ponti di trasmissione», spesso paradisi fiscali e regimi autocratici le cui politiche sono indifferenti o addirittura inclini a servire da intermediari per le zone di guerra. Oltre all’Estremo Oriente (Singapore, Taiwan, Hong-Kong o Cina), la penisola arabica (Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Barhein) e alcuni Paesi che giocano sui due fronti (specialmente India e Turchia) servono da intermediari per fornire armamenti, petrolio e riciclare capitali di guerra. Con buona pace del «commercio tranquillo», il quale, qualunque cosa accada, non sarà mai colpito da embargo. Citiamo come esempio il settore nucleare russo, indispensabile a tutti i regimi nucleari e in particolari alla Francia, la quale continua ad importare un terzo del proprio uranio dalla Russia e stringe accordi con Rosatom e lo Stato russo (nello specifico ITER e la stazione spaziale internazionale) [3]. Questo tipo di guerra mobilita una economia di guerra, dal momento che una gran parte dell’industria e dei capitali è messa al servizio della guerra [4]. Grazie al loro complesso scientifico-militar-industriale, le grandi potenze (in concreto quelle che possiedono la bomba atomica: Stati Uniti, Cina, Russia, Gran Bretagna, Francia, Israele, India e qualche altra) hanno un’economia in cui lo Stato, attraverso leggi e sovvenzioni, promuove un riorientamento dei piani: le imprese d’armi producono di più e realizzano degli stock, quelle duali (civili e militari) aumentano la loro partecipazione all’armamento e i laboratori di ricerca ridisegnano i loro obiettivi verso il militare. Oltre a predisporre degli stock (per esempio Macron nel 2024 chiedeva al produttore di missili MBDA di fare importanti scorte [5]), l’industria bellica esporta massicciamente verso zone di guerra. Per esempio, l’economia di guerra a livello di vertice del capitalismo si traduce nel fatto che l’Europa è diventata nel 2024 il principale continente d’importazione di materiale militare al mondo, e allo stesso tempo nel fatto ch’essa è diventata il continente in cui le spese militari hanno avuto l’aumento più netto dal 2015 al 2024 (+ 83%) e dove nel 2024 si sono contate più vittime militari [6]. Questo dimostra che l’Europa ridiventa dopo decenni di pausa il continente in cui la guerra assoluta è in corso. La guerra mondializzata non tende per forza alla guerra mondiale, poiché le interdipendenze economiche (per esempio con la Cina per i metalli rari e con la Russia per le competenze nucleari) impediscono nella maggior parte dei casi di assumere alleanze esplicite in un conflitto ad alta intensità. Per esempio, benché aiuti in modo massiccio l’Ucraina fornendo artiglieria e competenze militari, ufficialmente la Francia non è in guerra con la Russia e non partecipa direttamente alle battaglie. Il mondo è cambiato dal 1945. Non ci sono più due poli tecnocapitalisti, bensì 5 o 6 (polo statunitense, polo russo-cinese, polo indiano, polo turco, polo sud-coreano ecc.) in cui si concentrano i flussi di capitale, le conoscenze tecnologiche e le materie prime e le cui alleanze sono multipolari. Per esempio, esistono la NATO e il suo avversario, l’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva OTSC (Russia, Bielorussia, Armenia, Kazakistan, Kirghizistan, Tajikistan), i Brics+ [7], al cui interno certe nazioni possono seguire politiche contraddittorie. Per esempio, la Turchia fa parte della NATO, ha basi militari americane sul suo territorio, vende petrolio a Israele, ma è anche alleata dell’Iran, acquista il suo gas, fa parte della Via della Seta cinese ed è un partner privilegiato della Russia pur considerando Israele il «Grande Satana» [8]. Tutto è faccenda di opportunismo e di propaganda per allargare la propria sfera d’influenza. Altro esempio: l’Armenia, benché membro dell’OTSC, sviluppa partenariati militari avanzati con la Francia che è membro della NATO. Bisogna riconoscerlo: queste multiple alleanze economiche, militari e strategiche non hanno impedito le guerre «ad alta intensità». Con la guerra russo-ucraina, la guerra Iran-USA-Israele, ma anche Israele-Palestina-Libano, ne abbiamo tre contemporaneamente! Su molteplici fronti con molteplici attori. Per esempio, la Francia aiuta l’Arabia Saudita, il Kuwait, il Qatar e gli Emirati a difendere i loro territori dagli attacchi iraniani e allo stesso tempo dovrebbe essere partner del Libano nel quadro degli accordi CEDRE [9]. Prendiamo la morte dei Caschi Blu indonesiani di UNIFIL (ONU) in Libano sotto i colpi israeliani nonché gli attacchi israeliani contro dei Caschi Blu francesi e la non-risposta della Francia: tutto questo è dovuto al fatto che la Francia, come altre grandi potenze militari, a livello geopolitico è firmataria di molteplici accordi di cooperazione contraddittori. Tanto più che non bisogna indispettire i cugini americani e israeliani i quali cominciano già a rivedere la loro politica di importazione nei nostri confronti, specialmente per il materiale bellico [10]. Alla fine, è chiaro che ogni Paese non entrerà in guerra a meno che i propri interessi non vengano gravemente minacciati (per esempio, nel caso francese, un massiccio attacco iraniano contro le sue basi militari distribuite un po’ ovunque sul globo) e a condizione che i propri arsenali siano ben riempiti (il che non è ancora il caso della Francia, il cui Stato Maggiore annuncia la data del 2030 per un dispositivo completo d’ingaggio ad alta intensità [11]). Tutto ciò fa sì che le tre zone di guerra totale formino una continuità nella guerra mondializzata con numerosi fronti, numerose coalizioni e misure contraddittorie, ma con una logica simile in cui l’impegno dei più forti (Stati Uniti, Russia) spinge tutti gli altri a muoversi, per il momento nelle retrovie, in attesa di poter essi stessi «ingaggiare» una guerra… Possiamo formulare qualche ipotesi per il seguito degli eventi: 1° La guerra mondializzata si amplifica (scenario più probabile): con l’implicazione degli alleati europei a sostegno delle guerre condotte dagli USA e da altri attraverso dei colpi di mano sotterranei da parte di alleati dell’Iran o della Russia (per esempio la Cina) e magari l’apertura di una quarta guerra ad alta intensità che coinvolga Stati Uniti e Europa (Cuba, Turchia, Taiwan ecc.) 2° La guerra diventa mondiale con due blocchi che si scontrano per esempio sul continente europeo: le cifre delle massicce importazioni di materiale di guerra in Europa, le esercitazioni su grande scala sempre più frequenti sul Vecchio Continente possono farci pensare a una futura guerra mondiale. Questo può concludersi con quell’Apocalisse nucleare su cui ironizzava Einstein: «Non so come sarà combattuta la Terza Guerra mondiale. Ma so come sarà combattuta la Quarta: con i bastoni e con le pietre». Tale scenario non è probabile nell’immediato, poiché i giochi di alleanze, le dipendenze reciproche delle grandi potenze in materia di petrolio, gas e risorse primarie, nonché gli intrecci finanziari, fanno sì che la guerra mondiale sia l’ultima iniziativa prima di una grande crisi capitalistica (ma anche antropologica). Tuttavia la guerra non è solo una faccenda di economia: elementi imponderabili, incidenti, cause ideologiche potrebbero innescarla e la spirale tecnologica potrebbe «schiacciare» la logica capitalista. 3° Il decremento della mondializzazione della guerra e la fine delle tre guerre ad alta intensità: questo scenario appare attualmente poco probabile viste la velleità di tutti Paesi del vertice capitalista, l’aumento spettacolare di tutti i budget militari, i piani di arruolamento e gli stock di armi che costano caro. Prima della de-escalation, bisogna fare la guerra per liquidare gli stock e confermare determinate egemonie. Ci troviamo dentro una spirale in cui la guerra chiama la guerra, dal momento che troppe grandi potenze acquistano una certa fiducia nella propria capacità bellica. Lo spazio dei generali e degli esperti militari si fa preponderante, il tabù della guerra in Europa è saltato, gli antimilitaristi e i pacifisti non sono una forza politica. No, tale scenario non sembra concepibile a breve e a medio termine. La tecnoguerra: sangue e droni «I campi di battaglia d’Ucraina, di Siria e dello Yemen, ma anche le regioni di scontri geopolitici come il Golfo Persico o il mare della Cina, sono sempre più intasati di droni dalle dimensioni e dalle caratteristiche differenti. Che siano impiegati per la raccolta delle informazioni, i bombardamenti aerei, il puntamento dell’artiglieria o la guerra elettronica, i droni sono un fattore centrale nell’evoluzione della guerra moderna» [12]. Conviene ora guardare più da vicino le guerre ad alta intensità in corso, per osservare le evoluzioni già all’opera e comprendere verso che tipo di guerra ci si dirige. Diciamo innanzitutto e in modo chiaro che la dottrina statunitense del zero kill con le sue «operazioni chirurgiche», sorta durante prima la prima guerra d’Iraq, è molto semplicemente un fantasma o una trovata pubblicitaria degli Stati Maggiori. Può dichiararsi «high-tech» quanto vuole, ma la guerra provoca un numero enorme di morti tra i militari e soprattutto tra i civili [13]. L’aspetto più rilevante da osservare in queste tecnoguerre, è il fatto che il fronte si trova ora ovunque in un Paese in guerra e che non esiste più un luogo dove nascondersi. L’enorme sviluppo delle tecnologie dei sensori, in particolari a infrarossi, permette a un drone (chiamato anche UAV [14]) che vola a diverse centinaia di chilometri d’altezza di vedere più o meno ovunque, di giorno come di notte [15]. Se all’utilizzo dei droni armati che possono intervenire in tutto lo spettro dello spazio aereo (fin dentro gli edifici) si aggiunge il controllo delle comunicazioni, la discrezione ne risulta fortemente compromessa e i jammer sono diventati uno strumento essenziale per non perdere gli uomini in massa. La grande lezione della guerra Ucraina-Russia è proprio l’impiego massiccio dei droni, in tutti i campi operativi e a tutte le altitudini. Questo non sostituisce né i cacciabombardieri né le truppe sul terreno, ma funge da complemento, soprattutto in un Paese come l’Ucraina dove il numero di umani da mobilitare non è infinito [16]. Potendo sia eseguire bombardamenti a diverse centinaia di chilometri dal fronte e diffondere così il terrore nelle città (e distruggerne le infrastrutture importanti), sia colpire obiettivi a breve distanza, l’utilizzo dei droni è a buon mercato se paragonato ai missili trasportati da aerei o da sistemi di terra estremamente costosi [17]. L’Ucraina è diventata il primo produttore di droni al mondo con circa 2 milioni di unità all’anno e 500 imprese coinvolte, al punto che lo Stato si vanta di essere la «Silicon Valley delle tecnologie di difesa» [18]. I Paesi attaccati dall’Iran come l’Arabia Saudita, il Qatar e gli Emirati chiamano in aiuto degli esperti ucraini di droni [19]. Intreccio di guerra high tech e di esperimenti sul terreno, la guerra d’Ucraina utilizza tutte le possibilità offerte: la filiera corta delle start-up e delle competenze do it yourself dei geek e dei laboratori informali [20], come le tecnologie pesanti provenienti dalle industrie belliche e che necessitano lunghi addestramenti in Europa occidentale (per esempio i sistemi anti-missile Patriot o i caccia F-35 [21]). Questa mescolanza di soldato low tech e high tech fa sì che malgrado abbia un esercito decisamente più ridotto l’Ucraina regga il fronte e «sprechi» molti meno uomini della Russia. Tutti gli Stati Maggiori studiano senza sosta questa guerra, poiché essa mette alla prova un certo numero di ipotesi sulla «resilienza delle forze» o sulla «asimmetria» e mostra all’opera una vera e propria ibridazione (soprattutto dal lato ucraino) tra civili e militari [22], al punto che la Ministra francese delle Forze armate parla anch’ella di «esercito ibrido» per la Francia [23]. In questa mondializzazione dei flussi di guerra, molte industrie di armi europee hanno compreso quanto l’Ucraina fosse diventata l’Eldorado e vi impiantano ora le loro fabbriche [24]. Come Renault, che, con la start-up di droni EOS di Grenoble, prevede di costruire uno stabilimento a Kiev [25]. Oltre che hotspot di produzione, queste tecnoguerre sono anche dei laboratori di sperimentazione di materiali e di nuove competenze: drone cablato, robot killer, robot umanoide [26], guerra dei satelliti, intelligenza artificiale [27], il campo di battaglia permette di testare in campo aperto tutta una nuova chincaglieria e altri prototipi non ancora perfezionati, nonostante le dichiarazioni mirabolanti di Zelensky o di Putin sull’efficacia dei robot killer [28]. Ciò detto, si tratta quanto meno di una vera e propria opportunità per gli industriali dell’armamento che ne ricavano il loro RETEX o «ritorno d’esperienza» al fine di migliorare i loro prodotti a basso costo e in condizioni reali. In ultimo, le tecnoguerre sono anche delle vetrine per il commercio di morte. Per esempio hanno permesso all’impresa francese Nexter di mostrare l’efficacia del suo cannone mobile CEASAR e così di venderne a profusione a una pletora di eserciti (Croazia, Estonia, Armenia, Bulgaria i nuovi acquirenti post-guerra), essendo l’Ucraina il primo parco per cannoni CEASAR al mondo. È stata lanciata persino una canzoncina per ringraziare la Francia sulle arie di Je t’aime… moi non plus di Gainsbourg et Birkin [29]. Le tecnoguerre, le attuali guerre totali, malgrado la loro facciata zero kill, «senza fanteria senza perdite» (Zelensky in riferimento al suo battaglione di robot killer), restano e resteranno prima di tutto degli anonimi mattatoi di milioni di morti, di feriti e di traumatizzati (circa 2 milioni di morti e feriti per la guerra russo-ucraina), in cui sono le popolazioni civili a pagare il prezzo più alto. Esse sono in continuità con le guerre mondiali in cui la ricerca scientifica è messa altamente al servizio per uccidere nel modo più massiccio e più intenso. Esse sono guerre di annientamento nel loro dispiegarsi attraverso l’uso potenziale di armi e di strategie di combattimento in cui il controllo del campo di battaglia è gestito e generato dal computer e dai suoi algoritmi, anche quando questo non sempre avviene sul terreno effettivo. L’ultima tappa di questo tipo di guerra è raggiunta attraverso l’impiego totale della potenza di fuoco e di annichilimento in una parte del globo o nella sua interezza. «L’ipotesi Terminator», dall’omonimo film di fantascienza in cui l’annientamento atomico è scatenato da un’IA, è la risultante di questo tipo di guerre se ne svolgiamo fino in fondo le conclusioni. Senza giocare ai pessimisti, non dobbiamo bendarci gli occhi, bensì avere realmente, visceralmente paura di questo genere di guerre il cui ampliamento sarà, al di là dei campi e dei cappelli politici, 100% kill. Conclusione «L’innovazione e lo sviluppo delle tecnologie dirompenti strategiche potrà realizzarsi solo alla condizione di investire a sufficienza e di coordinare le nostre azioni per trovare il giusto equilibrio tra innovazione e regolamentazione. Gli Europei, per conservare il proprio rango nel mondo e promuovere il proprio modello, devono unirsi anche in questo e lanciare insieme un vero e proprio shock competitivo» (Tesi 15 della Revue nationale stratégique des armées 2025, diretta da Macron). Con questo testo abbiamo cercato di uscire dai fantasmi sulla guerra per studiare concretamente le forme che potrebbero condurci in Europa a dei sacrifici mortiferi se un vasto movimento di resistenza non vi si oppone [30]. Carni martoriate e droni, amputazioni e IA, stupri e missili ipersonici, ecco cos’è la tecnoguerra! «Furia Epica», «Leone ruggente», «Piombo fuso», «Giorni di penitenza» sono i suoi nuovi nomi, barbari appelli a uccidere, a uccidere ancora, a uccidere sempre e schiacciare chiunque. Il dominio degli Stati e il rafforzamento dei loro fronti e delle loro frontiere passano oggi attraverso questo «Tempo di guerre» in cui saremo nostro malgrado costretti a scegliere un campo. Possiamo affermare che ciò che accade oggi in Europa è già l’inizio della guerra totale chiamata «ad alta intensità»: programma di 800 miliardi per ReArm Europe, forte aumento delle spese militari (come negli auspici del primo ministro Lecornu di aggiungere altri 36 miliardi alla Legge di Programmazione Militare che ne prevede già 413) [31], incremento degli stock di armi e non solo per l’Ucraina, progetti dello Stato Maggiore francese di collocare missili atomici nelle basi in Germania, Olanda, Polonia, Grecia, Belgio, Svizzera, Danimarca, o ancora iniziative militari europee come la forza d’intervento rapido EUNAM o il programma di missile balistico europeo ELSA [32]. Tutti i Paesi europei si preparano alla «guerra ad alta intensità» da qui al 2030, e segnatamente la Francia secondo la Revue nationale stratégique 2025 [33], la quale è il giornale di bordo dell’esercito francese. La tecnoguerra non comincia con le cannonate, ma attraverso l’accaparramento militare della ricerca scientifica e lo sviluppo delle tecnologie «duali» verso la loro militarizzazione (microelettronica, informatica, robotica, aerospazio). È quello che vediamo attualmente: oltre alle speranze di una riserva ben nutrita di umani per fare la guerra (ciò che lo Stato francese si accinge a creare), a dominare questo periodo sono i finanziamenti massicci verso i settori tecnoscientifici militarizzabili e il finanziamento a oltranza di ricerche civili e start-up. L’ultimo e istruttivo esempio in ordine di tempo è quello della start-up Harmattan IA. In seguito a un bando di base della DGA, la start-up civile, in meno di un anno ha realizzato il prototipo di un drone militare a basso costo, lo ha messo in produzione, ne ha venduto 300 esemplari all’esercito francese e 1000 a quello britannico [34]. Nel gennaio del 2026, Dassault Aviation ha sottoscritto con la start-up un partenariato di sviluppo per il proprio Rafale F5 (atteso per il 2030) e il drone da combattimento associato, UCAS. Eccoci qui, umani e macchine, al servizio della barbarie in questa «fase preparatoria» che assomiglia al 1910 e al 1930, ma con una potenza di fuoco e di calcolo moltiplicata per mille (senza contare la bomba atomica) e dei giochi di alleanze commerciali più complessi. Tuttavia, davanti a questo stato di fatto dobbiamo restare calmi e produrre delle analisi accurate della situazione per sapere cosa contestare, trovare obiettivi precisi e inscrivere questo militarismo nel rapporto sociale capitalistico. Contro la ben nota essenzializzazione «le guerre sono sempre esistite», diciamo che ciò che oggi si chiama «guerra» e in particolare «guerra ad alta intensità» è una forma apparsa dopo la Prima Guerra mondiale e non prima. Essa non ha nulla da spartire con le battaglie del Medio Evo o dell’Antichità. Queste guerre moderne sono altamente tecnologizzate e sono diventate più mortifere per i civili [35]. Sono guerre industriali inscritte nella logica tecnocapitalista della guerra generalizzata al vivente [36]. Queste guerre hanno la tendenza a mondializzarsi anche in assenza di blocchi strategici offensivi. Non sappiamo se la guerra mondializzata si trasformerà in guerra mondiale, ma la questione stessa è mal posta, dal momento che è proprio adesso che tale bellicismo e tale militarismo si stanno tremendamente ampliando con milioni di morti in Palestina, in Ucraina, in Russia, in Libano, in Iraq. E più l’Europa si prepara sul proprio suolo, più questo velo d’obbedienza copre le nostre possibilità di azione storica. Spetta a noi, «la gente che sta in basso», lottare nei Paesi in cui la guerra già presente non è ancora effettiva. Il tempo stringe. Dopo… dopo sarà un’altra storia. Groupe Grothendieck, Grenoble, aprile 2026. groupe-grothendieck@riseup.net ggrothendieck.wordpress.com     [1] « Protéger le territoire. Le continuum sécurité défense », Institut national des hautes études de la sécurité et de la justice, Giugno 2019. https://www.ihemi.fr/publications/cahiers-de-la-securite-et-de-la-justice/proteger-le-territoire-le-continuum-securite-defense [2] https://www.france24.com/fr/info-en-continu/20260115-budget-groenland-ukraine-macron-a-rendez-vous-avec-les-arm%C3%A9es-%C3%A0-istres [3] « Le commerce d’uranium entre la France et la Russie se poursuit, près de quatre ans après l’invasion de l’Ukraine », Le Monde, 28 gennaio 2026. [4] Nel suo discorso alle Forze armate di gennaio 2026 presso la base d’Istres, Macron mette pressione agli industriali affermando che non siamo ancora in «economia di guerra»: «Siamo onesti con noi stessi, se la domanda è se siamo in economia di guerra in senso stretto, la risposta è no. Perché se fossimo in guerra, oso sperare che non produrremmo in questo modo. Guardo cosa hanno saputo fare gli Ucraini, il che è ben diverso». Ora, il budget militare francese è aumentato di 100 miliardi rispetto a quello precedente, con ancora delle aggiunte previste. Siamo evidentemente in «economia di guerra» e questa si realizza lentamente. Macron vorrebbe certo accelerare i ritmi, da buon capo impresa della Francia. Cfr: https://www.huffingtonpost.fr/politique/article/le-double-coup-de-pression-de-macron-dans-son-discours-martial-devant-les-armees_259250.html [5] Il più grande produttore europeo di missili, MBDA, ha un giro di affari letteralmente esploso negli ultimi anni con la maggior parte delle vendite in Europa (Uraina compresa), dove le commesse raggiungono i 44 miliardi di euro nel 2026; vendite definite «bisogni operativi urgenti» (UOR) per l’Ucraina e per i Rafale francesi in Arabia Saudita nel contrasto ai droni iraniani. https://www.forcesoperations.com/2026-lannee-du-changement-de-dimension-pour-mbda/ [6] SIPRI Yearbook 2025. Per dati affidabili e internazionali sulle guerre in corso e sugli armamenti, si possono leggere i Rapporti dell’Istituto internazionale di ricerca per la pace di Stoccolma (SIPRI). [7] Paesi membri: Brasile, Russia, India, Cina, Iran, Egitto, Etiopia, Emirati Arabi Uniti ecc. Messico, Corea del Sud e Turchia valutano di entrarvi. [8] « La position délicate de la Turquie par rapport à l’Iran », The Conversation, https://theconversation.com/la-position-delicate-de-la-turquie-face-a-la-guerre-en-iran-278226 [9] «Nelle corte dell’Eliseo è stata affrontata anche la questione delle tensioni tra Hezbollah e Israele. Su questo dossier, Macron ha sottolineato che il Libano, “che attraversa un momento delicato, può contare sul sostegno della Francia”. Egli ha invitato a “evitare ogni escalation con Israele”, esortando le diverse parti implicate a “dare prova della più grande moderazione”». Articolo de L’Orient le jour del 20 settembre 2019 : https://www.lorientlejour.com/article/1187502/depuis-paris-hariri-sengage-a-appliquer-les-reformes-prevues-par-la-cedre.html [10] Il governo israeliano ha annunciato recentemente di bloccare tutte le principali importazioni di armi francesi. [11] Cfr. l’ultimo numero del giornale del Ministero delle Forze armate e degli ex combattenti, Esprit de Défense, n. 18, Inverno 2026, dossier « le défi de la mobilité en haute intensité ». [12] https://dronecenter.bard.edu/files/2019/10/CSD-Drone-Databook-Web.pdf [13] Senza parlare del genocidio a Gaza, la guerra Ucraina-Russia ha provocato nei primi anni circa 10 mila morti all’anno. Si calcola in più di 1 milione e mezzo il numero totale dei morti in questa guerra. [14] Unmanned Aerial Vehicule. [15] Per vedere e comprendere le tecnoguerre, è utile il documentario Il n’y aura plus de nuit (2020). La regista, Éléonore Weber, ha recuperato delle immagini a infrarossi delle guerre d’Iraq e d’Afghanistan e si interroga con l’aiuto di esperti militari sulla natura di queste guerre in cui nessuno è al riparo. [16] Sull’impiego dei droni in Ucraina-Russia e su come la guerra sia cambiata, rinviamo all’ottimo rapporto: « Ukraine–Russie : quand la guerre des drones redéfinit le champ de bataille », Institut des hautes études de défense nationale (IHEDN), Febbraio 2026. [17] Per esempio, un solo missile francese Mica (terra-aria) costa 700 mila euro, mentre un drone Shahed iraniano costa circa 30 mila euro. [18] https://ts2.tech/fr/drones-en-ukraine-2022-2025-un-rapport-complet/ [19] « Zelensky en vedette aux USA et dans le Golfe », Canard enchaîné, 1° aprile 2026. [20] Esempio: i sei Mirage 2000 offerti dalla Francia all’Ucraina sono stati trasformati in lanciatori di terra in grado di scagliare missili da crociera Scalp (400 chilometri di portata). [21] https://www.lecoupdapres.fr/realisations/le-soldat-low-tech [22] Tant’è che la nuova ministra delle Forze armate, Catherine Vautrin, nell’ultimo Esprit de Défense (n. 186) parla anche di «esercito ibrido» per quello francese. [23] «Dobbiamo confermare in modo molto chiaro l’evoluzione delle nostre forze armate verso un modello ibrido», afferma Catherine Vautrin intervistata da Esprit de défense, n. 18, Inverno 2026. [24] La Francia ha firmato una quarantina di contratti industriali con l’Ucraina. Cfr. « Depuis 2022, la France aux côtés de l’Ukraine », Esprit de Défense, n. 18, Inverno 2026. [25] https://www.drone-actu.fr/drone-militaire/drones-defense-renault-ukraine-produire [26] https://www.ladepeche.fr/2026/03/18/guerre-en-ukraine-il-sappelle-le-phantom-mk-1-et-ce-robot-humanoide-pourrait-bientot-aller-combattre-sur-le-front-13277154.php [27] https://www.radiofrance.fr/franceculture/podcasts/affaires-etrangeres/l-intelligence-artificielle-et-la-guerre-lecons-d-ukraine-et-du-moyen-orient-9458640 [28] https://www.radiofrance.fr/franceinfo/podcasts/les-documents-franceinfo/sans-infanterie-et-sans-perte-l-ukraine-envoie-des-drones-et-des-robots-pour-prendre-une-position-aux-russes-5028667 [29] « Merci la France » https://www.dailymotion.com/video/x8ee8hn [30] Per un po’ di balsamo sul cuore e vedere alcune resistenze in atto, possiamo citare l’infaticabile journal de l’Union pacifiste de France che ancora nel suo ultimo numero (634) torna sulle importanti mobilitazioni contro la guerra in Germania. [31] « Des milliards pour l’armée débattus à la hussarde », Le Canard Enchaîné, 15 aprile 2026. [32] European Long Strike Approach, cfr. il rapporto parlamentare in conclusione dei lavori di una missione informativa sul tema «l’artiglieria alla luce di un nuovo contesto strategico» (30 aprile 2025), consultabile qui: https://www.assemblee-nationale.fr/dyn/17/rapports/cion_def/l17b1356_rapport-information#_Toc256000048 [33] Revue nationale stratégique 2025, Secrétariat général de la défense et de la sécurité nationale (SGDSN), https://www.sgdsn.gouv.fr/files/2025-08/20250713_NP_SGDSN_Actualisation_2025_RNS_FR.pdf [34] https://opexnews.fr/drones-combattant-dga-harmattan-ai/ [35] A cavallo del XX secolo, i morti civili delle guerre erano circa il 5%, ma di lì in avanti sono diventati il 90%. Cfr. « La dissuasion est un prétexte », Mensuel de l’Union Pacifiste, n. 634, Aprile 2026. [36] Groupe Grothendieck, guerre généralisée au vivant et biotechnologie, https://ggrothendieck.wordpress.com/guerre-generalisee-au-vivant-et-biotechnologies/  
May 29, 2026
il Rovescio
Terminata la censura sulla posta di Stecco
Dopo sei mesi, dal 18 maggio la censura sulla corrispondenza per il nostro compagno Stecco (notificatagli dopo la stesura di un testo sulle condizione nel carcere di Sanremo e sui pestaggi subiti da alcuni detenuti) è finita. Per continuare a scrivergli: Luca Dolce Via Armea, 144 18038 Sanremo (IM)
May 29, 2026
il Rovescio
“Non cadiamo nella trappola umanitaria: organizziamoci e lottiamo!” Comunicato dei Giovani Palestinesi
Pubblichiamo questo chiaro e semplice comunicato dei Giovani Palestinesi d’Italia. Parole inaggirabili. Non cadiamo nella trappola umanitaria. Organizziamoci e lottiamo. Sul movimento per la Palestina e la questione del fronte interno La solidarietà con il popolo palestinese si misura su una sola domanda: la nostra azione cambia qualcosa per chi resiste sotto le bombe? Cambia qualcosa nei rapporti di forza reali tra chi sostiene il genocidio e chi lo subisce? È con questo metro che dobbiamo valutare ogni forma di lotta — e possiamo dirlo con convinzione — a partire da quelle che portiamo avanti in Italia. Dobbiamo essere onesti con noi stessi: finché la nostra energia collettiva non si traduce in costi reali per i complici del genocidio sul territorio italiano, stiamo facendo politica simbolica. Dignitosa, necessaria forse, ma pur sempre simbolica. Ormai è chiaro agli occhi di tutti che l’Italia non è uno spettatore del genocidio, ma ne è un ingranaggio centrale. Decine di ricerche e inchieste hanno mostrato come la Leonardo SpA produce componenti che finiscono sugli F-35 dell’aviazione “israeliana”. Come le banche italiane finanziano imprese legate all’occupazione delle nostre terre. Come i porti italiani movimentano merci e carburante verso “Israele”. E come il governo Meloni ha mantenuto i flussi militari con l’entità sionista mentre Gaza veniva rasa al suolo e il Libano bombardato. Questa è la nostra realtà materiale, e questa realtà è il nostro campo di battaglia. Come organizzazione palestinese radicata in questo paese, lo diciamo senza ambiguità: aprire una breccia nel tessuto della complicità imperialista italiana è la forma più concreta di supporto alla resistenza del nostro popolo. Non la più comoda, ma assolutamente la più efficace. Il nostro obiettivo non può essere presentare petizioni alla Meloni o affidarci alla buona volontà di chi ci governa. Il nostro obiettivo deve essere quello di ribaltare i rapporti di forza fino al punto in cui sostenere il sionismo diventa politicamente, economicamente e socialmente insostenibile per chi lo fa. Scioperi nell’industria militare e nella logistica, blocchi nei porti, campagne che rompano contratti, che fermino finanziamenti, che facciano costare cara ogni forma di complicità con il progetto coloniale, ovunque essa si manifesti sul territorio italiano. C’è però un punto che non possiamo eludere, e lo diciamo chiaramente. Esiste una parte del cosiddetto campo progressista italiano che vorrebbe abbracciare la causa palestinese svuotandola del suo contenuto antimperialista, che vuole la bandiera senza l’analisi materiale, la commozione senza la responsabilità, la solidarietà senza il conflitto reale con i poteri che sostengono il genocidio. Una solidarietà che non disturba nessuno e che quindi non cambia niente, perfettamente compatibile con lo stesso sistema che quel genocidio lo permette, lo finanzia e lo arma. Questo svuotamento del contenuto politico va di pari passo con il tentativo di isolare la causa palestinese dalla lotta globale per la liberazione dei popoli dal sistema capitalistico. Si genera così un paradosso stridente: mentre i palestinesi e le organizzazioni della diaspora chiedono al mondo di connettere la loro lotta con ogni battaglia per cambiare lo stato di cose presente — perché il miglior supporto alla Palestina è lottare per sé stessi e ovunque, per il salario, per la dignità, contro ogni forma di sfruttamento e oppressione — il campo cosiddetto “progressista” tenta sistematicamente di ridurre la lotta per il popolo palestinese a una lotta “solo” per il popolo palestinese, anche quando a parole è costretto ad affermare il contrario. Nulla ha reso questo più evidente dell’incapacità di affrontare l’allargamento regionale della guerra sionista, in particolare rispetto al Libano e all’Iran. Noi non glielo permetteremo, non perché vogliamo escludere nessuno dalla lotta, ma perché il popolo palestinese non ha bisogno di testimoni commossi né di salvatori che vogliono sentirsi bene con la propria coscienza. Ha bisogno di un movimento che sappia dove colpire, che agisca dove può agire davvero e che non si lasci ridurre a gesto estetico da chi ha tutto l’interesse a tenerci innocui. I dati che provano la complicità italiana sono documentati e inconfutabili: il sionismo si regge su una rete globale di supporto materiale che passa anche per l’Italia, le sue aziende militari, i suoi porti, le sue banche, le sue istituzioni, i suoi media di regime. Non è un caso: è la strategia del Nemico. Il sistema imperialista, di cui lo Stato in cui viviamo è parte integrante, ha nell’entità sionista la sua testa di ponte. Solo combattendo questo sistema dall’interno potremo sostenere concretamente la resistenza del nostro popolo. È il momento di tradurre questa consapevolezza in azione. Giovani Palestinesi d’Italia  
May 28, 2026
il Rovescio
“Né con Washington, né con la Repubblica islamica, né con la corona!” Comunicato del Fronte Anarchico in Iran e Afghanistan
Ringraziando chi l’ha fatta e inviata, diffondiamo la traduzione di un comunicato cristallino di compagni iraniani e afghani. Al di là di quello che “ci auguriamo” sulle sorti della guerra (la completa disfatta di Washington e Tel Aviv), non abbiamo dubbi su dove “posizionarci”: dalla parte degli sfruttati e oppressi che vogliono semplicemente vivere le proprie vite, contro tutte le trame, gli interessi, le guerre dei potenti. Proprio come fanno questi compagni. Per saperne di più sul Fronte Anarchico: https://anarchistfront.noblogs.org/   Comunicato dal fronte anarchico in Iran e Afganistan Contro tutti gli Stati, contro tutte le guerre Da più di un mese, le bombe statunitensi e israeliane stanno cadendo sopra l’Iran. I civili muoiono, centinaia di loro erano bambine/i. Più di un milione di persone sono state sfollate. Internet è bloccato dal 28 febbraio. La guerra ormai si è estesa in tutta la regione. Vogliamo dire qualcosa che i mezzi di comunicazione silenziano. Non siamo in lutto per la repubblica islamica. Abbiamo lottato contro di essa da tutta la vita. Ha torturato i nostri compagni e compagne. Ha imprigionato le nostre sorelle. Ha massacrato la nostra gente per quarantasette anni. Ma le bombe imperialiste non sono la nostra liberazione. Lo stesso Trump l’ha detto. Non sta lottando per la democrazia. Non sta lottando per le donne iraniane. Lotta per gli interessi strategici statunitensi, per distruggere lo schieramento militare e controllare la regione. Washington non bombarda per la libertà. Basterebbe chiederlo alla gente in Iraq. O la gente in Afghanistan. Mentre le bombe fuori cadono, la repubblica islamica crea una guerra interna. Chi manifesta viene giustiziato. I prigionieri politici son detenuti senza accesso al cibo. I nostri compagni e compagne vengono fatte sparire. La gente in Iran si trova intrappolata tra due forme di violenza. Una porta il turbante. L’altra, giacca e cravatta. A coloro che durante la diaspora sventolano la bandiera dello Shah, vogliamo dire con tutta chiarezza: non siamo sopravvissuti durante questi 47 anni di dittatura per consegnare la nostra terra al figlio dell’altro dittatore. La corona e il turbante sono due facce della stessa medaglia. E rifiutiamo questa medaglia. Quello che vogliamo è semplice. Vogliamo una società dal basso. Senza re. Senza mullah, senza scià. Vogliamo l’organizzazione del lavoro nelle mani di chi davvero ci lavora. Comunità autorganizzate e autogestite. Tutte le persone libere di decidere del proprio futuro. Spalla a spalla con la gente in Iran. Non con Washington, non con la repubblica islamica. Non con la corona. Con i popoli. Con la gente. Contro la guerra imperialista! No ai mullah! No allo scià!  
May 28, 2026
il Rovescio
[en] Let’s continue talking about Sara and Sandro
Riceviamo e diffondiamo la traduzione in inglese di https://ilrovescio.info/2026/05/14/continuiamo-a-parlare-di-sara-e-sandro-discussione-a-foligno-domenica-5-luglio/ PDF: [EN] Incontro 5 luglio_Let s continue talking about Sara and Sandro Let’s continue talking about Sara and Sandro The deaths of Sara Ardizzone and Alessandro Mercogliano on the night of 19–20 March in Rome, following the explosion and collapse of an abandoned cottage in the Parco degli Acquedotti area, have created an open wound that is not intended to heal. For the most part, the spontaneous reaction of the anarchist movement in Italy and around the world has been dignified and coherent with the life paths of two revolutionaries who died fighting. However, a genuine moment of reflection has been lacking so far. We do not regret this, but rather believe that the extended timeframe is necessary given the nature of this event. These are inevitably long, grief-filled days, but they are also days spent coming to a concrete understanding of the facts. We do not believe that we should take a stance of specific struggle towards this tragedy, with all the urgency, contingencies and anxiety that such a struggle imposes, in order to do something “practical”. Of course, this kind of event has also been accompanied by moments of struggle: attempts to sabotage participation in funerals using every petty stratagem; the preventive custody of 91 anarchists who were trying to lay flowers near the accident site on the morning of 29 March, the media smear campaign against the Easter Monday gathering in Valnerina to commemorate Sara. These all became moments of struggle precisely because of the attitude of the state and its servants stationed at various battlefronts (in police headquarters and newsrooms, in ministries and courts), an attitude aimed at casting a blanket of silence and moral ostracism over our comrades. Above all, consider the political justification by Prime Minister Giorgia Meloni for the preventive custody of the 91 anarchists, the first ever application of this measure introduced from the government in the latest “Pacchetto Sicurezza” (Security Act). Beyond these episodes of struggle, which were all the more necessary given the paramount importance of rejecting the state’s monition aimed at socially and morally isolating our two fallen comrades, we do not view the question of Sara and Sandro’s memory as subordinate to the urgent demands of a specific claim. Rather, we view it as a legacy and heritage to be preserved over the years and decades by carrying it into every specific struggle. We believe that, a few months after this event, an initial global discussion about the facts could be organised. A discussion that would allow time for reflection on at least three major topics. First, the technical aspect. A deadline for submitting autopsy results should be set within two months, and reports from cops and prosecutors on how they believe the events unfolded should start being filed. Saying that we have no confidence in the work of the repression professionals would be an understatement, as our attitude towards them is one of open hostility. Nevertheless, given the current circumstances, with the state holding a monopoly on science, research and physical access to the bodies and the explosion site, the findings of these unwelcome investigations assume the status of “objective” material. It will therefore be important to deconstruct this material, seeking to understand if there is something that doesn’t add up, something to denounce, something on which to base counter-information and a counter-investigation. Secondly, we would like to initiate an ethico-political discussion about this case. A discussion that, truth be told, began immediately after the events, thanks to the many statements proudly claiming brotherhood and solidarity with Sara and Sandro, which were made in improvised assemblies just hours after news of their deaths spread and continued at demonstrations, in interventions near cemeteries and inside holding cells at Rome police headquarters. However, whether due to being overshadowed by the virtual sphere, scattered across various initiatives or, above all, the entirely natural lack of mental clarity following a tragedy that had shaken our thoughts for weeks, there was a lack of horizontal, global discussion convened with sufficient advance notice for comrades to organise their attendance and bring matured arguments. Lastly, we would like to discuss the practical and organisational matters that need to be addressed to ensure that Sara and Sandro’s memory is kept alive in our path forward. From public demonstrations to publishing initiatives, from dedicating spaces in their names to our stance in legal proceedings where these comrades were and are our co-defendants, and any other issues that might come up during the discussion. TO CONTINUE TALKING ABOUT SARA AND SANDRO. SO THAT NOTHING WILL HAVE BEEN IN VAIN. BECAUSE THAT TORCH IS STILL BURNING. LET’S MEET ON SUNDAY 5 JULY AT 10.30AM AT CIRCOLO ANARCHICO “LA FAGLIA”, LOCATED AT 23 VIA MONTE BIANCO IN FOLIGNO. IN CASE OF EXTREME HEAT OR IF THERE IS NOT ENOUGH SPACE, WE WILL MOVE TO THE NEARBY PUBLIC GARDENS.  
May 24, 2026
il Rovescio
Cesena, 2 giugno: Festival antifascista e antirazzista
Riceviamo e diffondiamo: LOTTA SPAZI E CULTURA / FESTIVAL ANTIFASCISTA E ANTIRAZZISTA / CESENA, MARTEDÌ 2 GIUGNO 2026 ☆ 👉🏿 Dalle ore 11 e per tutta la giornata al Jurassic Skate Park, via Fausto Coppi, Cesena. [in caso di pioggia l’evento sarà spostato al Magazzino Parallelo – Via Genova 70, Cesena] ■ Programma: * Ore 11 Presentazione del libro “PARTIGIANE” (People edizioni, 2023) e laboratorio di stampa ribelle. Con Manuela Mapelli. * Ore 12 Presentazione progetto “LA GIOSTRA, SERIGRAFANDO BENEFIT” e laboratorio di stampa casalinga. Porta i tuoi indumenti da serigrafare! * Ore 13 Momento conviviale. * Ore 14 Presentazione della sezione Romagna di “DOCENTI PER GAZA” in dialogo con le studentesse e gli studenti. * Ore 15.30 ARCADIO in concerto; Stefano Bertozzi sposa le sonorità moderne con una prosa classica, delineando personaggi che ci raccontano la società attraverso le loro vicissitudini. Insieme alla community Mica Macho ha dato vita al Progetto Teresa volto a sensibilizzare gli uomini sulla violenza di genere. “Canzoni Semplici” è il suo primo disco in uscita di cui avremo un dolce anticipo. * Ore 16.30 Approfondimento sui gruppi neofascisti presenti in Romagna e riflessione/dibattito sulla criminalizzazione dei movimenti antifascisti. Ne parleremo con MATTIA TOMBOLINI, curatore del libro “ANTIFASCISMO ILLEGALE” (Momo edizioni, 2026). * Ore 19 MANUEL LORENZETTI in concerto; nasce a Urbino, è Scorpione come Rino Gaetano, il suo cantautore preferito. Le sue canzoni hanno l’ironia del disincanto e la profondità “Deep” dei sentimenti e delle illusioni. * Ore 20 Momento conviviale e presentazione dell’edizione aggiornata di “SANZVÈS E MANGANEL”, dossier sulla realtà di Predappio come “mecca delle camicie nere” e come provare a cambiare questo pericoloso stato di cose. Perché non è soltanto orrido folklore ma una realtà ben radicata di fascismo contemporaneo. * Ore 21 PILLO E I PUNKINARI, ska punk da Bologna, Creste Ribelli Tour. * Ore 22 Un Dj set ibrido nato dall’unione tra i mixaggi di VLKBIRBONA e i sintetizzatori analogici di ZIMA NOIR. Un viaggio musicale pensato per connettere i corpi e far ballare le anime. ■ Per tutta la giornata esposizione delle mostre: – “Compagno non lasciare quel fucile. Mostra fotografica sulla resistenza romagnola”, a cura di Romagna Ribelle. – “1936-2026. 90 anni dalla rivoluzione spagnola”, a cura di Spazio Libertario Sole e Baleno. – “Colora le piazze”. 12 manifesti per urlare con colori accesi il proprio dissenso – Estemporanea di vignette antifasciste realizzate sul posto. ■ Per quanto riguarda le realtà saranno presenti i banchetti e le distro con libri e autoproduzioni di: – Equal Rights Forlì – Spazio Libertario Sole e Baleno – Spazio Caracol Cesena – Boxe Popolare Cesena – Collettivo Samara – Libreria Sociale Libellula, del Circolo Ugo Winkler di Brentonico (TN) – La Giostra. Serigrafando benefit – “Narrativa antifascista ed i suoi gadget” della casa editrice People – Rumagna Sgroza – Pantera Nera – Elfo – Lo Sbrillificio – Grage art + altri! 🔴 La giornata, tolte le spese, è benefit per la campagna Free All Antifas! Partecipa e diffondi!
May 22, 2026
il Rovescio