
Le flottiglie per Gaza nel 2026: genesi, storia, sviluppi necessari.
Pressenza - Sunday, May 24, 2026Perché vanno ripensate e come possono servire pienamente la causa palestinese.
In questi ultimi giorni, abbiamo assistito alle violenze che gli attivisti e le attiviste della Global Sumud Flotilla hanno subito, dopo il loro arresto in acque internazionali da parte delle forze militari israeliane, mentre erano diretti a Gaza per una missione umanitaria.
Si dibatte se si sia trattato di un atto di pirateria e di un rapimento: tanti esperti di diritto internazionale ritengono di sì, altri giuristi sostengono, invece, che, tecnicamente, tali azioni non si possano configurare quali reati di depredazione e violenza in mare da parte di Israele.
Perché questa dicotomia di pensiero e perché è necessario oggi determinare definitivamente il quadro delle responsabilità dello Stato di Israele (e non solo del governo attuale)? L’imperativo non è, chiaramente, riferito soltanto a questo ultimo episodio, date le ultradecennali persecuzioni, gli abusi, gli omicidi compiuti dai sionisti in Palestina, in Libano, in Iran, in Yemen. E in considerazione del genocidio ancora in atto a Gaza.
Il blocco navale a Gaza: legale o illegale?
Facciamo qualche passo indietro nella storia delle flottiglie. Quando Israele, nel 2007, impone il blocco navale davanti alla Striscia di Gaza, partono spedizioni civili via mare per rompere l’assedio, con a bordo attivisti di tanti paesi prevalentemente europei. La più nota rete è la Freedom Flotilla Coalition. Poi, nel 2025 è stata lanciata la campagna della Global Sumud Flotilla (GSF), diventando progressivamente una coalizione a ombrello per le altre formazioni (Thousand Madleen, Global Movement to Gaza, Maghreb Sumud Flotilla, Sumud Nusantara, Cinta Gaza Malaysia (CGM), componente asiatica della flottiglia). Anche Emergency ha aderito con la nave Life Support nel 2025.
Usando come pratica politica il trasporto di aiuti umanitari, le missioni creano i presupposti di una pressione mediatica internazionale, attraverso forme di disobbedienza civile non armata, per arrivare alla condanna delle violazioni dei diritti umani in Cisgiordania e nella Striscia.
Nel 2010, salpa dalla Turchia e da altri porti del Mediterraneo la prima grande missione (Gaza Freedom Flotilla), composta da più navi. Da subito, Israele dichiara che queste missioni sono una violazione della propria sovranità: il blocco navale è considerato legale. In particolare, gli organizzatori sono accusati di essere fiancheggiatori di Hamas, a fini politici o logistici.
L’attenzione sulla Freedom si accende quando la nave Mavi Marmara viene abbordata in acque internazionali dalle forze sioniste e, nello scontro, muoiono 10 attivisti. Si apre così una crisi diplomatica internazionale che vede in prima linea Israele e la Turchia, ma non solo. Questa aggressione, e la tragedia che ne è conseguita, rappresenta uno spartiacque anche per il diritto internazionale. L’ONU viene interessata giocoforza dalla vicenda: il Segretario Generale delle Nazioni Unite istituisce un organismo speciale (il Panel d’inchiesta del Segretario Generale ONU sull’incidente della flottiglia del 31 maggio 2010) che produce il famoso Rapporto Palmer. L’inchiesta conclude che il blocco navale israeliano era “misura di sicurezza legittima ma la forza usata durante l’abbordaggio è stata eccessiva e irragionevole”.
Il Consiglio per i diritti umani (UNHRC) aveva, però, già istituito una propria missione d’inchiesta, distinta dal Panel Palmer del Segretario Generale, i cui risultati furono molto chiari: il blocco era illegale, pertanto l’abbordaggio era illegale e vi furono gravi violazioni dei diritti umani.
Tornando all’atto di pirateria, quindi: la mancanza di una posizione univoca su questa vicenda ha inevitabilmente influenzato le interpretazioni dei fatti occorsi successivamente.
La definizione più usata, quella della Convenzione ONU sul diritto del mare (UNCLOS), viene tirata in ballo a fasi alterne: pirateria è un atto violento o di sequestro, compiuto da un equipaggio privato, per fini privati; contro un’altra nave in alto mare. Essendo, però, le operazioni israeliane compiute da forze armate statali, non avendo esse fini “privati” come rapina o profitto, avvenendo nell’ambito dichiarato di un’operazione militare, finalizzata alla sicurezza, la fattispecie sembra non applicabile alle flottiglie. Molti giuristi dicono: “Può essere illegale, ma tecnicamente non è pirateria.”
Un altro orientamento che sembra raccogliere sempre più seguito afferma, invece, che se uno Stato sequestra una nave civile in acque internazionali senza base legale valida, l’atto assomiglia sostanzialmente alla pirateria, anche se formalmente non rientra nella definizione UNCLOS. Pertanto, va trattato come tale e i governi dei paesi a cui appartengono i cittadini e le cittadine aggrediti possono intervenire, anche militarmente, per tutelare la loro incolumità. Di più: devono intentare un ricorso alla Corte internazionale di giustizia, aprire un contenzioso tra Stati.
Ma qual è il cuore della questione?
Ora, qui non si tratta di portare avanti una disquisizione giuridica ma di rilevare una verità storica e cioè che Israele, pur fregiandosi di essere componente a tutto titolo degli organismi di diritto internazionale, lo viola sistematicamente da 78 anni. Lo fa dalla data della Nakba, cioè dalla cacciata di 750.000 palestinesi, avvenuta tra il 1947 e il 1948, e con la distruzione di oltre 400 villaggi con metodi squadristi, attuata per fare spazio al nascente Stato.
Si tratta, cioè, di assumere, come incontestabile in via definitiva, il fatto che le violazioni dei diritti umani da parte di Israele sono sperimentate sul popolo palestinese, ripetute nel Libano del Sud e nelle aree circostanti dell’Asia occidentale ma non riguardano solo i palestinesi (e, comunque, già la misura sarebbe colma): interessano l’assetto geopolitico mondiale. Può una potenza militare che si rifà alle regole della civile convivenza democratica restare impunita se le infrange in modo sistematico e reiterato? No, di certo; e allora perché ciò accade?
Una domanda per le flottiglie
L’impegno delle flottiglie deve ripartire da questa domanda, a cui le risposte sono state date già dagli scrittori palestinesi del Novecento come Ghassan Kanafani e continuano a essere ripetute da quelli del presente, come Adania Shibli. Una su tutte: il sionismo è un’operazione predatoria di vite e di terre che affonda le sue radici nella storia del colonialismo occidentale e del suo parente stretto, il liberismo.
In parole povere: è comprensibile provare sdegno e rabbia collettiva per i maltrattamenti e gli abusi riservati agli attivisti della flottiglia; è necessario ricordare che questi comportamenti sono usati in modo scientifico e chirurgico nelle carceri israeliane con i palestinesi; è fondamentale mettere sempre insieme le due cose ricordando che la prima deve anteporsi alla seconda nella nostra visione e nei nostri racconti, altrimenti si rischia di dare struttura al privilegio piuttosto che giustizia agli abusi.
Però, innanzitutto, è inderogabile provare a incrinare, nelle sue proprie fondamenta, il castelletto di complicità che permette tutto questo, aggredendo con lungimiranza, fermezza, strategia, gli snodi economici che lo sostengono.
In un’ottica marxiana, si deve partire dalla convinzione che, quindi, il genocidio non si combatte solo in Palestina, né per la Palestina, ma con la Palestina e si combatte nei nostri territori a partire dalla sottrazione di aree di profitto alle attività affaristiche complici. Gli strumenti sono il boicottaggio, anche come azione individuale, ma soprattutto la messa a sistema di una piattaforma di lotta per la giustizia globale, che tragga spunto, energia, sollecitazioni da gruppi locali, in base ai loro bisogni. Una connessione forte con i nodi territoriali del BDS (movimento di boicottaggio, disinvestimento, sanzioni, a guida palestinese) sarebbe fondamentale.
Dal locale al globale, andata e ritorno
Le flottiglie, quindi, non devono diventare più ardimentose: già lo sono state, poiché gli equipaggi, come si è visto dagli ultimi episodi e anche dalla vicenda della Mavi Marmara, si mettono effettivamente a rischio di abusi e chissà cos’altro. E non vi è dubbio che contribuiscano a tenere alta l’attenzione mediatica sulla Palestina.
Devono, però, ripensarsi nella fase storica attuale, nella quale i signori della guerra e i plurimiliardari governano le sorti delle persone comuni. In un’ottica internazionalista, i bisogni della gente che vive nella società consumistica sono simili, con gradazioni di intensità e varianti diverse a seconda del contesto; creando dei macro cluster, tutti e tutte desideriamo avere un lavoro dignitoso e rispettoso dei nostri tempi di vita, poter accedere alla cura e all’istruzione, tenere un tetto sicuro sulla testa.
È allora possibile individuare alcuni elementi di intersezione tra le rivendicazioni collettive popolari a livello locale e le istanze di giustizia globale. Il sionismo deve essere combattuto per la sua essenza di sistema di oppressione simbolico, dove vigono il diritto del più forte e l’impunità del più potente e del più ricco.

La barca Ghassan Kanafani della Freedom Flotilla Italia, protagonista della campagna “100 porti per 100 città”. Foto di Vincenzo Fullone
Un esempio di come dare forma a questa auspicabile evoluzione è la missione “100 porti per 100 città”: con la barca Ghassan Kanafani, la Freedom Flotilla Italia sta portando Gaza in Italia anziché andare a Gaza. La spedizione, partita da Taranto a inizio maggio, sta risalendo le coste tirreniche, incontrando i lavoratori, gli studenti, i sindaci, i contadini, i portuali, e tutti gli animatori delle comunità locali che lottano contro l’ingiustizia sociale.
Alla fine del mese, la barca si troverà insieme alle comunità di militanti e abitanti di Napoli e Bagnoli, dove attraccherà. Si parlerà di diritto alla salute e al mare e l’equipaggio, in cui sono presenti tante persone palestinesi, sarà coinvolto in vari dibattiti sulle grandi multinazionali complici che agiscono sul nostro territorio, come MSC e Leonardo, e sulla repressione del dissenso contro l’occupazione sionista.
Altrimenti, pur essendo generose e preziose azioni umanitarie, le spedizioni di mare e di terra per Gaza rischiano di perdere la tensione politica necessaria a sfondare il blocco del potere colluso con il sionismo, che è prodromico alla rottura del blocco navale, obiettivo per cui sono nate e contro cui rischiano di infrangersi con grande perdita di energie collettive e pagando un altissimo costo in termini di corpi violati.
Ci sono tutti gli elementi e le intelligenze per riprogrammarsi su questa traccia o altre che si potranno individuare grazie al confronto con le comunità palestinesi e i movimenti locali: è indispensabile farlo per servire pienamente la causa palestinese in questa fase storica.
Fonti
Documento del Ministero degli Esteri turco
Pressenza – Global Sumud Flotilla