Le flottiglie per Gaza nel 2026: genesi, storia, sviluppi necessari.
PERCHÉ VANNO RIPENSATE E COME POSSONO SERVIRE PIENAMENTE LA CAUSA PALESTINESE.
In questi ultimi giorni, abbiamo assistito alle violenze che gli attivisti e le
attiviste della Global Sumud Flotilla hanno subito, dopo il loro arresto in
acque internazionali da parte delle forze militari israeliane, mentre erano
diretti a Gaza per una missione umanitaria.
Si dibatte se si sia trattato di un atto di pirateria e di un rapimento: tanti
esperti di diritto internazionale ritengono di sì, altri giuristi sostengono,
invece, che, tecnicamente, tali azioni non si possano configurare quali reati di
depredazione e violenza in mare da parte di Israele.
Perché questa dicotomia di pensiero e perché è necessario oggi determinare
definitivamente il quadro delle responsabilità dello Stato di Israele (e non
solo del governo attuale)? L’imperativo non è, chiaramente, riferito soltanto a
questo ultimo episodio, date le ultradecennali persecuzioni, gli abusi, gli
omicidi compiuti dai sionisti in Palestina, in Libano, in Iran, in Yemen. E in
considerazione del genocidio ancora in atto a Gaza.
IL BLOCCO NAVALE A GAZA: LEGALE O ILLEGALE?
Facciamo qualche passo indietro nella storia delle flottiglie. Quando Israele,
nel 2007, impone il blocco navale davanti alla Striscia di Gaza, partono
spedizioni civili via mare per rompere l’assedio, con a bordo attivisti di tanti
paesi prevalentemente europei. La più nota rete è la Freedom Flotilla Coalition.
Poi, nel 2025 è stata lanciata la campagna della Global Sumud Flotilla (GSF),
diventando progressivamente una coalizione a ombrello per le altre formazioni
(Thousand Madleen, Global Movement to Gaza, Maghreb Sumud Flotilla, Sumud
Nusantara, Cinta Gaza Malaysia (CGM), componente asiatica della flottiglia).
Anche Emergency ha aderito con la nave Life Support nel 2025.
Usando come pratica politica il trasporto di aiuti umanitari, le missioni creano
i presupposti di una pressione mediatica internazionale, attraverso forme di
disobbedienza civile non armata, per arrivare alla condanna delle violazioni dei
diritti umani in Cisgiordania e nella Striscia.
Nel 2010, salpa dalla Turchia e da altri porti del Mediterraneo la prima grande
missione (Gaza Freedom Flotilla), composta da più navi. Da subito, Israele
dichiara che queste missioni sono una violazione della propria sovranità: il
blocco navale è considerato legale. In particolare, gli organizzatori sono
accusati di essere fiancheggiatori di Hamas, a fini politici o logistici.
L’attenzione sulla Freedom si accende quando la nave Mavi Marmara viene
abbordata in acque internazionali dalle forze sioniste e, nello scontro, muoiono
10 attivisti. Si apre così una crisi diplomatica internazionale che vede in
prima linea Israele e la Turchia, ma non solo. Questa aggressione, e la tragedia
che ne è conseguita, rappresenta uno spartiacque anche per il diritto
internazionale. L’ONU viene interessata giocoforza dalla vicenda: il Segretario
Generale delle Nazioni Unite istituisce un organismo speciale (il Panel
d’inchiesta del Segretario Generale ONU sull’incidente della flottiglia del 31
maggio 2010) che produce il famoso Rapporto Palmer. L’inchiesta conclude che il
blocco navale israeliano era “misura di sicurezza legittima ma la forza usata
durante l’abbordaggio è stata eccessiva e irragionevole”.
Il Consiglio per i diritti umani (UNHRC) aveva, però, già istituito una propria
missione d’inchiesta, distinta dal Panel Palmer del Segretario Generale, i cui
risultati furono molto chiari: il blocco era illegale, pertanto l’abbordaggio
era illegale e vi furono gravi violazioni dei diritti umani.
Tornando all’atto di pirateria, quindi: la mancanza di una posizione univoca su
questa vicenda ha inevitabilmente influenzato le interpretazioni dei fatti
occorsi successivamente.
La definizione più usata, quella della Convenzione ONU sul diritto del mare
(UNCLOS), viene tirata in ballo a fasi alterne: pirateria è un atto violento o
di sequestro, compiuto da un equipaggio privato, per fini privati; contro
un’altra nave in alto mare. Essendo, però, le operazioni israeliane compiute da
forze armate statali, non avendo esse fini “privati” come rapina o profitto,
avvenendo nell’ambito dichiarato di un’operazione militare, finalizzata alla
sicurezza, la fattispecie sembra non applicabile alle flottiglie. Molti giuristi
dicono: “Può essere illegale, ma tecnicamente non è pirateria.”
Un altro orientamento che sembra raccogliere sempre più seguito afferma, invece,
che se uno Stato sequestra una nave civile in acque internazionali senza base
legale valida, l’atto assomiglia sostanzialmente alla pirateria, anche se
formalmente non rientra nella definizione UNCLOS. Pertanto, va trattato come
tale e i governi dei paesi a cui appartengono i cittadini e le cittadine
aggrediti possono intervenire, anche militarmente, per tutelare la loro
incolumità. Di più: devono intentare un ricorso alla Corte internazionale di
giustizia, aprire un contenzioso tra Stati.
MA QUAL È IL CUORE DELLA QUESTIONE?
Ora, qui non si tratta di portare avanti una disquisizione giuridica ma di
rilevare una verità storica e cioè che Israele, pur fregiandosi di essere
componente a tutto titolo degli organismi di diritto internazionale, lo viola
sistematicamente da 78 anni. Lo fa dalla data della Nakba, cioè dalla cacciata
di 750.000 palestinesi, avvenuta tra il 1947 e il 1948, e con la distruzione di
oltre 400 villaggi con metodi squadristi, attuata per fare spazio al nascente
Stato.
Si tratta, cioè, di assumere, come incontestabile in via definitiva, il fatto
che le violazioni dei diritti umani da parte di Israele sono sperimentate sul
popolo palestinese, ripetute nel Libano del Sud e nelle aree circostanti
dell’Asia occidentale ma non riguardano solo i palestinesi (e, comunque, già la
misura sarebbe colma): interessano l’assetto geopolitico mondiale. Può una
potenza militare che si rifà alle regole della civile convivenza democratica
restare impunita se le infrange in modo sistematico e reiterato? No, di certo; e
allora perché ciò accade?
UNA DOMANDA PER LE FLOTTIGLIE
L’impegno delle flottiglie deve ripartire da questa domanda, a cui le risposte
sono state date già dagli scrittori palestinesi del Novecento come Ghassan
Kanafani e continuano a essere ripetute da quelli del presente, come Adania
Shibli. Una su tutte: il sionismo è un’operazione predatoria di vite e di terre
che affonda le sue radici nella storia del colonialismo occidentale e del suo
parente stretto, il liberismo.
In parole povere: è comprensibile provare sdegno e rabbia collettiva per i
maltrattamenti e gli abusi riservati agli attivisti della flottiglia; è
necessario ricordare che questi comportamenti sono usati in modo scientifico e
chirurgico nelle carceri israeliane con i palestinesi; è fondamentale mettere
sempre insieme le due cose ricordando che la prima deve anteporsi alla seconda
nella nostra visione e nei nostri racconti, altrimenti si rischia di dare
struttura al privilegio piuttosto che giustizia agli abusi.
Però, innanzitutto, è inderogabile provare a incrinare, nelle sue proprie
fondamenta, il castelletto di complicità che permette tutto questo, aggredendo
con lungimiranza, fermezza, strategia, gli snodi economici che lo sostengono.
In un’ottica marxiana, si deve partire dalla convinzione che, quindi, il
genocidio non si combatte solo in Palestina, né per la Palestina, ma con la
Palestina e si combatte nei nostri territori a partire dalla sottrazione di aree
di profitto alle attività affaristiche complici. Gli strumenti sono il
boicottaggio, anche come azione individuale, ma soprattutto la messa a sistema
di una piattaforma di lotta per la giustizia globale, che tragga spunto,
energia, sollecitazioni da gruppi locali, in base ai loro bisogni. Una
connessione forte con i nodi territoriali del BDS (movimento di boicottaggio,
disinvestimento, sanzioni, a guida palestinese) sarebbe fondamentale.
DAL LOCALE AL GLOBALE, ANDATA E RITORNO
Le flottiglie, quindi, non devono diventare più ardimentose: già lo sono state,
poiché gli equipaggi, come si è visto dagli ultimi episodi e anche dalla vicenda
della Mavi Marmara, si mettono effettivamente a rischio di abusi e chissà
cos’altro. E non vi è dubbio che contribuiscano a tenere alta l’attenzione
mediatica sulla Palestina.
Devono, però, ripensarsi nella fase storica attuale, nella quale i signori della
guerra e i plurimiliardari governano le sorti delle persone comuni. In un’ottica
internazionalista, i bisogni della gente che vive nella società consumistica
sono simili, con gradazioni di intensità e varianti diverse a seconda del
contesto; creando dei macro cluster, tutti e tutte desideriamo avere un lavoro
dignitoso e rispettoso dei nostri tempi di vita, poter accedere alla cura e
all’istruzione, tenere un tetto sicuro sulla testa.
È allora possibile individuare alcuni elementi di intersezione tra le
rivendicazioni collettive popolari a livello locale e le istanze di giustizia
globale. Il sionismo deve essere combattuto per la sua essenza di sistema di
oppressione simbolico, dove vigono il diritto del più forte e l’impunità del più
potente e del più ricco.
La barca Ghassan Kanafani della Freedom Flotilla Italia, protagonista della
campagna “100 porti per 100 città”. Foto di Vincenzo Fullone
Un esempio di come dare forma a questa auspicabile evoluzione è la missione “100
porti per 100 città”: con la barca Ghassan Kanafani, la Freedom Flotilla Italia
sta portando Gaza in Italia anziché andare a Gaza. La spedizione, partita da
Taranto a inizio maggio, sta risalendo le coste tirreniche, incontrando i
lavoratori, gli studenti, i sindaci, i contadini, i portuali, e tutti gli
animatori delle comunità locali che lottano contro l’ingiustizia sociale.
Alla fine del mese, la barca si troverà insieme alle comunità di militanti e
abitanti di Napoli e Bagnoli, dove attraccherà. Si parlerà di diritto alla
salute e al mare e l’equipaggio, in cui sono presenti tante persone palestinesi,
sarà coinvolto in vari dibattiti sulle grandi multinazionali complici che
agiscono sul nostro territorio, come MSC e Leonardo, e sulla repressione del
dissenso contro l’occupazione sionista.
Altrimenti, pur essendo generose e preziose azioni umanitarie, le spedizioni di
mare e di terra per Gaza rischiano di perdere la tensione politica necessaria a
sfondare il blocco del potere colluso con il sionismo, che è prodromico alla
rottura del blocco navale, obiettivo per cui sono nate e contro cui rischiano di
infrangersi con grande perdita di energie collettive e pagando un altissimo
costo in termini di corpi violati.
Ci sono tutti gli elementi e le intelligenze per riprogrammarsi su questa
traccia o altre che si potranno individuare grazie al confronto con le comunità
palestinesi e i movimenti locali: è indispensabile farlo per servire pienamente
la causa palestinese in questa fase storica.
Fonti
Freedom Flotilla Coalition
Rapporto Palmer ONU
Documento del Ministero degli Esteri turco
Pressenza – Global Sumud Flotilla
Lavinia Marchetti – Piratare la Flotilla per rapire la
Post Instagram citato
Nives Monda