Tag - diritti umani

Migranti: SCUola di DIritti umani
il contenzioso strategico per la tutela dei diritti dei migranti È online «Diritti all’ascolto – il podcast del progetto europeo SCUDI». A seguire i link e una nota della “bottega”.   Sul sito del CILD (Coalizione Italiana Libertà e Diritti civili) cild.eu chi-siamo  e su quello di Cittadinanza Attiva cittadinanzattiva.it chi-siamo sono stati messi on line le puntate del podcast Diritti all’ascolto,
Nel CPIA con le speranze e il dolore degli studenti iraniani
Insegno in un CPIA in una scuola serale per studenti stranieri e in classe ho molti studenti iraniani che studiano l’italiano per poter frequentare le università italiane. Studiano informatica, ingegneria e medicina nelle Università di Torino. Si chiamano Masha Arvis… Manfredo Pavoni Gay
Tirannia
Se gli Stati Uniti vedessero quello che gli Stati Uniti stanno facendo negli Stati Uniti, invaderebbero gli Stati Uniti per liberare gli Stati Uniti dalla tirannia degli Stati Uniti. Non è satira politica. Per decenni la Casa Bianca ha esportato guerra e sanzioni con il lessico dei diritti, dei valori, […] L'articolo Tirannia su Contropiano.
Da Bagnoli a Gaza: una visione internazionalista sull’America’s Cup a Napoli
A Villa Medusa, i comitati civici e le reti antimilitariste organizzano un dibattito sul furto di territori e diritti. Il 5 gennaio, a Villa Medusa a Bagnoli, si è tenuto un incontro molto denso e interessante dal titolo “Da Bagnoli a Gaza – stop genocidio, no America’s Cup, difendiamo i nostri territori”, in cui le realtà di base antimilitariste e ambientaliste napoletane e campane hanno ragionato dell’impatto dei grandi progetti, come l’America’s Cup, sulla vita dei bagnolesi e sull’intera città. La cornice dell’iniziativa era però molto più ampia e trasversale, al punto da indagare quali connessioni vi siano tra il livello locale, il genocidio che sta avvenendo nella Striscia di Gaza e l’attuale configurazione geopolitica mondiale. In particolare, le realtà che hanno ispirato e attraversato l’iniziativa – Comitato No Coppa America, Mare Libero, Assemblea antimilitarista, Comitato pace e disarmo, BDS Napoli e Salerno, Sanabel per Gaza e altre – hanno evidenziato che, spesso, ciò che ci viene presentato come un’opportunità di sviluppo per i nostri territori non lo è: se questo sviluppo è basato su logiche di profitto, e non sui bisogni delle persone, non serve alla giustizia sociale e ambientale. Anzi, tale paradigma macroeconomico rappresenta il terreno su cui possono avvenire le più aberranti speculazioni e generare insanabili sperequazioni. Quella che, leggendo il titolo, poteva sembrare una forzatura è stata invece immediatamente presentata per ciò che è: una connessione necessaria. Tra le progettazioni calate dall’alto sulla nostra costa, come l’America’s Cup, con una logica – denunciano i comitati – da “mani sulla città”, e ciò che sta avvenendo nel mondo, c’è un filo rosso nemmeno così sottile: il modello economico a cui si rifanno i poteri forti per realizzare i propri interessi, a discapito del bene comune. Per usare il termine giusto: il neoliberismo. Dagli anni ’70 in poi, come sappiamo, nel condannare gli inconvenienti pratici dell’intervento dello Stato, ritenuto spesso inefficace e incline a degenerare in limitazioni alla libertà d’impresa, alcuni economisti hanno teorizzato questa corrente filosofica e tanti sono i governi, per lo più occidentali, che l’hanno seguita. Celebre la frase di Margaret Thatcher secondo cui la società non esiste, ma esistono solo gli individui. In questo sistema, i mercati finanziari e i monopoli di capitale la fanno da padroni: anche se i teorici del neoliberismo, in una prima fase, avevano condannato le grandi imprese per violazioni della libera concorrenza, è proprio alla concentrazione di enormi ricchezze nelle mani di pochi che, alla vigilia della terza decade del terzo millennio, siamo arrivati. Il legame fra le speculazioni che avvengono sul piano territoriale e quello globale appare nettamente evidente quando si analizzano i comportamenti delle multinazionali nel settore della logistica e della produzione di armamenti. Si è parlato, ad esempio, del caso MSC, nota per la sua importanza nel settore crocieristico ma che, invece, come si legge dal sito di BDS Italia, “Mediterranean Shipping Company S.A., meglio nota con la sigla MSC, oggi è la prima compagnia di gestione di linee cargo a livello mondiale. Movimenta annualmente 27 milioni di TEU (stima), ha più di 200.000 dipendenti, 675 uffici nel mondo, e trasporta merci su 300 rotte con 520 porti di scalo in 155 Paesi; con una flotta dalla capacità di 6.716.575 TEU, gestisce il 20,6% del mercato mondiale, seguita dalla Maersk con il 14,1%. MSC Italia è presente in 13 porti italiani, ha 16 uffici e circa 600 dipendenti”. Purtroppo, dietro tutto questo, sembrano esserci accuse avanzate dai media e dalle organizzazioni internazionali di complicità della MSC con il genocidio a Gaza. Fondata a Napoli nel 1970, per stessa ammissione di giornali israeliani, MSC sembra avere un coinvolgimento nella logistica di guerra negli ultimi anni: “Il gigante delle spedizioni MSC Cargo continua a consegnare in Israele nonostante la guerra. La società annuncia che non imporrà sovrapprezzi di guerra o spese di sosta”, notizia comparsa il 1 novembre 2023 sul quotidiano israeliano “The Jerusalem Post”, media notoriamente vicino al partito di governo Likud, il cui presidente è Benjamin Netanyahu. Altre fonti giornalistiche hanno inoltre reso noto che l’azienda sarebbe stata protagonista di una scalata al settore del trasporto marittimo israeliano, tentando di acquisire direttamente il controllo della compagnia di navigazione Zim. Notizia poi smentita, ma comunque conferma del fatto che, nello scenario della riorganizzazione del settore shipping mondiale, MSC non è per nulla distante da ciò che accade in Israele. A fronte di queste informazioni, MSC è stata inserita nella blacklist del movimento BDS, in cui figurano altri nomi, ad esempio ENI, l’azienda globale dell’energia, su cui Francesca Albanese ha condotto le sue indagini come relatrice speciale ONU per i Territori Palestinesi occupati. Il caso di specie che gli attivisti e le attiviste hanno portato all’attenzione della platea lunedì pomeriggio a Bagnoli è stato trattato come esempio di terreno su cui si possono compattare le lotte ambientali e sociali con la battaglia contro le violazioni dei diritti umani nel mondo. Una visione che potremmo chiamare internazionalista, poiché promuove l’intersezione fra le lotte per i diritti umani, in un’ottica di cooperazione tra gli abitanti del mondo, a partire dall’analisi delle esigenze concrete dei luoghi e delle persone che li abitano. Un’impostazione che, considerata la fase attuale in cui le necessità della gente comune sono sempre meno presenti nelle agende politiche dei governi, ci sentiamo ampiamente di condividere. In chiusura, si è parlato della bella iniziativa Sanabel per Gaza, progetto di sostegno alle persone con disabilità fisiche, sensoriali e intellettive e alle bambine e ai bambini con autismo e altre neurodivergenze nella Striscia di Gaza, a cui sarà il caso di dedicare un altro approfondimento. APPROFONDIMENTI E FONTI America’s Cup e Bagnoli America’s Cup a Napoli fino al 2029, affare da oltre un miliardo (la Repubblica): https://www.repubblica.it/sport/rubriche/spycalcio/2025/12/25/news/america_s_cup_a_napoli_fino_al_2029_un_affare_da_oltre_un_miliardo-425060199/ Comune di Napoli – documentazione ufficiale: https://www.comune.napoli.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/54365 America’s Cup e polemiche su Bagnoli (NSS Sports): https://www.nss-sports.com/it/lifestyle/43702/americas-cup-2027-napoli-polemiche-bagnoli Tutti i dubbi di Bagnoli sull’America’s Cup (il manifesto): https://ilmanifesto.it/tutti-i-dubbi-di-bagnoli-sullamericas-cup Rassegna critica su America’s Cup: https://www.google.com/search?q=america%27s+cup+critiche&ie=UTF-8&oe=UTF-8&hl=it-it&client=safari Neoliberismo Il neoliberismo – Storia contemporanea: https://it.wikipedia.org/wiki/Neoliberismo La società oltre il neoliberismo. Intervista a Giorgia Serughetti – Pandora Rivista: https://www.pandorarivista.it/articoli/la-societa-oltre-il-neoliberismo-intervista-a-giorgia-serughetti/ MSC, Israele e logistica di guerra https://www.jpost.com/israel-news/article-771157 MSC – sede Israele: https://www.msc.com/en/local-information/middle-east/israel ICE – settore shipping Israele: https://www.ice.it/it/news/notizie-dal-mondo/280342 MSC sfida Hapag-Lloyd e presenta un’offerta per acquisire Zim (ShipMag): https://www.shipmag.it/msc-sfida-hapag-lloyd-e-presenta-unofferta-per-acquisire-zim/ Sanabel per Gaza https://www.associazionesanabel.org/ Nives Monda
Guerra dei Diritti, Guerra al Diritto
A PALAZZO SERRA DI CASSANO UN INCONTRO CRUCIALE SULL’ATTUALE SCENARIO DEI DIRITTI UMANI Un evento di straordinaria rilevanza e partecipazione si è svolto domenica 4 dicembre presso l’Osservatorio dei Diritti Umani all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli. “Guerra dei Diritti, Guerra al Diritto. Dal genocidio in Palestina all’assalto contro le istituzioni internazionali” è stato il tema del seminario. Gremita la bellissima Sala Conferenze di Palazzo Serra di Cassano, dove si respira cultura e memoria di antica resistenza dei rivoluzionari partenopei che credettero nel sogno della Repubblica. Il luogo ha una suggestione simbolica straordinaria per un evento che ha come obiettivo finale l’affermazione della forza della speranza, della resistenza e della resilienza collettiva, per credere che un mondo migliore sia ancora possibile costruire. Un messaggio forte e chiaro. E le centinaia di persone che hanno partecipato lo hanno testimoniato. La sala era così gremita che non è riuscita a contenerle tutte: è stato necessario allestire altre tre sale contigue munite di monitor. “Francesca verrà e ci sarà il sole. Noi che abbiamo un mondo da cambiare.” Così è stata accolta, sui social e con un lungo, fragoroso applauso al suo ingresso, Francesca Albanese, esperta di diritto internazionale, Relatrice Speciale dell’ONU per i Territori Palestinesi Occupati, attivista che ogni giorno affronta temi cruciali sulla Palestina e sull’erosione delle istituzioni che tutelano i diritti umani a livello globale. L’evento, coordinato da Antonio Musella di Fanpage.it, è stato introdotto dal saluto di Salvatore Minolfi dell’Osservatorio Internazionale dei Diritti Umani, che ha sottolineato come l’incontro miri a squarciare il velo dell’indifferenza, far conoscere la verità sulla Palestina e riaffermare la centralità del Diritto. Sono intervenuti, tra gli altri: Souzan Fatayer, della Comunità Palestinese in Campania; Giulia Al-Omleh, del Centro Culturale Handala Ali; Antonio Del Castillo, docente di Letteratura italiana all’Università Federico II; Sara Borrillo, docente di Storia dei Paesi Islamici presso l’Università Orientale di Napoli; Laura Mamorale, di Mediterranea Saving Humans. Tutti gli interventi hanno contribuito a creare un’importante occasione di riflessione e dibattito, con un forte richiamo alla necessità di difendere i diritti umani non solo come valore universale, ma come obiettivo concreto e urgente. In un momento in cui il diritto barcolla, legalità e giustizia appaiono sempre più lontane; un tempo in cui le politiche internazionali e la strage in Palestina mettono a dura prova il sistema globale di protezione dei diritti umani; quando il crimine assume sempre più le sembianze della legge e dell’ordine costituito — allora la resistenza non è solo un diritto, ma diventa un dovere. La “guerra dei diritti” a cui stiamo assistendo è l’uso strumentale del diritto da parte di attori internazionali che ci obbligano a interrogarci sulle contraddizioni e le ambiguità del diritto internazionale, applicato in maniera disomogenea e selettiva secondo logiche geopolitiche e interessi delle nazioni più forti. “La costante e silente violazione del diritto internazionale, calpestato e umiliato, è diventata la normalità”, ha sottolineato Souzan Fatayer. Tutti i relatori hanno posto al centro del dibattito la resistenza del popolo palestinese che, come ha detto Giulia Al-Omleh, “continua con coraggio e resilienza nonostante tutto. Continuano a fare il loro lavoro i medici che lottano contro la morte, pur essendo essi stessi bersagli. Continuano le giovani giornaliste e i giornalisti che sfidano le atrocità per raccontare la verità. Resistono le famiglie che assistono alla morte di padri, madri, sorelle e figli; resistono i 9.800 prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane.” Nel lungo intervento di Francesca Albanese è emerso un messaggio forte di speranza, un pensiero resiliente e positivo che crede nella forza della resistenza, nella potenza delle azioni collettive, nel vigore delle voci che si alzano nelle strade del mondo per riaffermare che un mondo più giusto è ancora possibile. Il genocidio in Palestina non è solo una tragica realtà, ma la prova di come le istituzioni internazionali, create per prevenire atrocità e proteggere i diritti fondamentali, siano oggi strumentalizzate dalla politica. “La violazione continua non viene adeguatamente contrastata dalla comunità internazionale. Esiste ancora un pensiero eurocentrico, occidentecentrico, riflesso di una mentalità colonialistica: noi Paesi ‘civili’ e gli altri, infantilizzati, che devono essere guidati. Ma oggi quel mondo si è liberato dalle catene.” E ancora: “È troppo chiedere il rispetto del Diritto e della Costituzione? I diritti umani vanno invocati e difesi sempre, non con doppi standard, non solo quando conviene e ignorandoli quando i contesti non sono favorevoli agli interessi delle potenze dominanti.” “La giustizia per la Palestina comincia da ognuno di noi, dallo sradicamento dell’idea dell’Apartheid, concetto pericoloso anche per gli stessi ebrei. Chiedere che la Palestina sia libera dal fiume al mare non significa cancellare Israele, ma riconoscere l’uguale diritto alla libertà di entrambi i popoli. Significa superare l’idea che gli israeliani non possano vivere in quella terra se non da colonizzatori.” Francesca Albanese ha poi toccato il tema del razzismo: “È un’oscenità il razzismo contro il popolo palestinese, questo diffuso non riconoscerli come esseri umani. La morte avvolge continuamente la loro immagine: scene atroci che tutti vediamo. È più facile trovare la morte che un bicchiere d’acqua. Uccidere bambini è un’atrocità disumana.” Ha ricordato come già in passato – dal Ruanda alla Serbia – si sia negato l’evidente genocidio, e come oggi ancora si neghi il genocidio nei Balcani. “La vera unicità del razzismo contro i palestinesi è la sua transnazionalità, che va oltre Israele. Migliaia di cittadini arabi vengono incarcerati per aver manifestato solidarietà con la causa palestinese. Sta accadendo oggi ciò che accadde nel passato con gli ebrei: si negava la deportazione, ma tutti sapevano. Il vero vulnus è girarsi dall’altra parte.” Ha poi affrontato il tema delle risoluzioni delle Nazioni Unite, spesso bloccate da interessi contrapposti, che hanno portato a un crescente isolamento e a una perdita di credibilità delle organizzazioni internazionali. La Corte Penale Internazionale, ha affermato, mostra come alcune potenze si siano ridotte a politiche di rifiuto della giurisdizione internazionale per difendere i propri interessi. Sul tema delle sanzioni mancate a Israele, ha aggiunto: “Chi si mette di traverso agli Stati Uniti? Nessuno. Eppure, con un po’ di coerenza, si sarebbero potute isolare le forze che stanno portando allo sfaldamento della comunità internazionale. È questione di matematica di base: l’ONU conta 191 membri, che se usassero la coerenza dei principi fondanti potrebbero rigettare questo approccio utilitaristico ai diritti.” Il suo appello, rivolto in particolare alle nuove generazioni ma anche a tutti noi, è stato chiaro: “Lavoriamo — tutti insieme — per creare un sistema che metta al centro il rispetto dell’Umanità e della Legge. ‘Al lavoro!’ ha esortato la giurista. Bisogna credere nell’Utopia: dal greco u-topos, ‘in qualche luogo’, da qualche parte. L’utopia resta lontana solo se resta chiusa dentro di noi. Se la condividiamo, se troviamo un denominatore comune, noi ce la possiamo fare. Proviamo a fondare una nuova civiltà etica. Me lo auguro, e ve lo auguro.” Ha concluso così Francesca Albanese. Al termine dell’incontro, numerose domande dal pubblico hanno animato un dibattito intenso e appassionato. Ha concluso Marotta, fedele custode della memoria dell’Istituto fondato da Gerardo Marotta, lanciando un appello accorato: “Ci troviamo su un piano inclinato. L’umanità sta avanzando sull’orlo di un baratro spaventoso. Non diamoci per scontati. È necessario esserci, tutti.” Gina Esposito
“Disunited Nations” a Napoli con Francesca Albanese. Gaza, le bombe, l’inverno
È inverno a Gaza. Fa freddo. Le bombe continuano a cadere, la popolazione civile vive senza riparo, senza acqua, senza cure, mentre l’assedio si stringe e ogni spazio di soccorso viene progressivamente chiuso. Le immagini di distruzione non appartengono al passato, ma al presente. Eppure, lontano da Gaza, nelle società che si definiscono civili, si continua a discutere delle parole. Si polemizza su cosa sia lecito dire, su quali termini siano accettabili, su come nominare ciò che sta accadendo. Genocidio, antisemitismo. Mentre lì si muore, qui si dibatte sul vocabolario. È in questo vuoto tra ciò che accade e ciò che viene detto che nasce l’urgenza di tornare a guardare i fatti. Di mostrare immagini reali. Di ascoltare chi prova a raccontare ciò che accade senza filtri. In questo spazio necessario si colloca il documentario Disunited Nations, presentato a Napoli al Cinema America Hall nell’ambito del Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli. La serata napoletana del 4 gennaio non è stata un episodio isolato, ma parte di un breve e intenso percorso italiano che ha accompagnato l’uscita del film. Napoli ha rappresentato una tappa centrale di questo attraversamento, articolato in più momenti nella stessa giornata. Al mattino Francesca Albanese è stata ospite dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, nel pomeriggio a Scampia, al Gridas, in un incontro con le comunità territoriali, e in serata al cinema, per la proiezione e il dibattito pubblico. Un passaggio tra luoghi diversi, istituzionali e popolari, che restituisce il senso di un impegno che non resta confinato in spazi protetti. Il film, diretto da Christophe Cotteret, segue il lavoro di Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite per i Territori Palestinesi Occupati. Attraverso la sua voce, il documentario racconta ciò che accade in Palestina e a Gaza, ma anche le tensioni che attraversano le Nazioni Unite e il progressivo svuotamento del diritto internazionale di fronte ai rapporti di forza. Alla proiezione delle ore 21 è seguito un lungo incontro pubblico moderato da Maurizio Del Bufalo, coordinatore del Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli, da anni impegnato nella costruzione di un circuito culturale che utilizza il cinema come strumento di denuncia e controinformazione. Nel dialogo con il regista e con Albanese è emerso il senso profondo del titolo, volutamente provocatorio. Le Nazioni Unite sono nate per garantire la pace, ma oggi appaiono incapaci di fermare il massacro di una popolazione civile. Non si tratta solo della Palestina, ma di un fallimento più ampio dell’ordine internazionale e della sua capacità di tutelare i diritti fondamentali. Cotteret ha spiegato quanto fosse difficile racchiudere tutto questo in un film. La scelta di seguire Francesca Albanese nasce dal fatto che lei occupa una posizione unica, interna ed esterna alle Nazioni Unite allo stesso tempo. Attraverso la sua figura è stato possibile parlare di Gaza, ma anche di ciò che le Nazioni Unite possono e non riescono più a fare. Al centro del film c’è la parola genocidio, affiancata a immagini e volti reali, per sottrarre questa realtà a un linguaggio astratto e restituirla alla sua dimensione umana. Nel suo intervento, Albanese ha chiarito il senso del proprio ruolo. Non si tratta di protagonismo personale. Il film è un progetto del regista. La sua voce è diventata centrale perché, negli ultimi due anni, è stata chiamata a documentare e analizzare giuridicamente ciò che accade nei Territori Palestinesi Occupati. Un lavoro che l’ha costretta a raccogliere una mole enorme di prove, documenti e testimonianze. Ha raccontato quanto sia stato difficile ascoltare le storie di donne che hanno perso figli, talvolta intere famiglie, e quanto questo abbia inciso profondamente sulla sua vita personale. Durante il dibattito è tornata più volte una riflessione centrale. Questo non è il primo genocidio della storia recente, ma è forse il primo genocidio vissuto in tempo reale, attraverso i telefoni cellulari e le immagini che scorrono sui nostri schermi. Altri genocidi del Novecento appartengono oggi alla memoria storica e alla ricostruzione successiva dei fatti. Gaza, invece, si consuma sotto gli occhi del mondo. In questo contesto si inserisce anche la campagna di delegittimazione che ha colpito Francesca Albanese. È emersa con chiarezza la distanza tra la gravità delle accuse che le vengono rivolte e l’assenza di prove concrete a loro sostegno. L’accusa di antisemitismo viene evocata per spostare il dibattito dal merito dei fatti alla persona, confondendo deliberatamente la critica a uno Stato o a una politica con l’odio verso un popolo. Albanese ha ribadito che l’antisemitismo è una forma di razzismo da combattere senza ambiguità, ma non può essere usato per silenziare chi chiede il rispetto del diritto internazionale. Anche Amnesty International e altri organismi indipendenti hanno parlato di atti compatibili con la definizione di genocidio o di rischio concreto di genocidio. Durante la serata è emersa anche una dimensione più intima. Francesca Albanese non appare come una figura distante. È una donna disponibile, sorridente, capace di ascolto. Una di noi. Proprio questa prossimità rende ancora più violenti gli attacchi che la colpiscono. Il prezzo che paga non è solo politico, ma anche di genere. In un contesto segnato da un maschilismo ancora radicato, una donna autorevole, che non arretra e che nomina le cose per quello che sono, viene più facilmente esposta e delegittimata. Non si colpiscono solo le sue parole, ma la sua credibilità come donna. Ed è proprio questa combinazione di fermezza e umanità a renderla scomoda. Albanese non esercita il potere, lo interroga. Non grida, ma documenta. Una verità pronunciata con calma, sostenuta da prove, è più difficile da neutralizzare di qualsiasi slogan. Nel finale dell’incontro, Albanese ha insistito su un punto essenziale. Questo non è il momento di scoraggiarsi, ma di indignarsi. Le proteste servono. Servono ai palestinesi per non sentirsi soli, ma servono anche a chi protesta, perché restituiscono un senso di responsabilità collettiva. La responsabilità non può essere delegata solo agli Stati. Passa dalle scelte quotidiane, dall’informazione, dalla partecipazione civile. In questo senso, il cinema dei diritti umani continua a svolgere una funzione fondamentale. Non offre soluzioni semplici, ma apre spazi di consapevolezza. Non consola, ma interroga. Serate come quella di Napoli non fermano le bombe, ma contrastano l’assuefazione, rompono il silenzio, impediscono che la distanza diventi indifferenza. Continuare a sentire, a immaginare, a partecipare non è retorica. È l’unica possibilità che resta. Le fotografie che accompagnano l’articolo sono di Ludovico Brancaccio. Lucia Montanaro
Esperti ONU esortano alla tutela dei prigionieri di Palestine Action in sciopero della fame
Riportiamo la traduzione del comunicato stampa rilasciato lo scorso 26 dicembre dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani. In esso vengono riportate le dichiarazioni di un gruppo di esperti ONU al riguardo degli fatti che si stanno consumando nel Regno Unito in relazione alla repressione del movimento di […] L'articolo Esperti ONU esortano alla tutela dei prigionieri di Palestine Action in sciopero della fame su Contropiano.