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Ottobre nero per Israele
Fino a qualche mese fa non potevo immaginare di scrivere questo articolo perché ero straconvinto che non potevo nemmeno pensarlo. Israele si è fondato, consolidato ed è diventato quello Stato intoccabile a livello mondiale basandosi su diversi elementi immaginari che lo stanno portando alla fine. In primis Israele è nato grazie alla complicità del mondo occidentale, che per senso di colpevolezza ha voluto farsi perdonare regalando agli ebrei la terra altrui, cioè la Palestina. Così facendo si pensava che con il passare del tempo quella popolazione palestinese si sarebbe mescolata all’interno del mondo arabo. Oppure come recita il detto popolare “non fare del bene a vecchi e bambini, i vecchi muoiono e bambini scordano”. David Ben-Gurion il primo Ministro Israeliano pronunciò una frase simile affermando nel lontano 1948 “i vecchi muoiono e i giovani dimenticano”. Dopo oltre 100 anni di lotte, di battaglie e di guerre, generazione dopo generazione nessun ha dimenticato anche se i vecchi non ci sono più, e i giovani non solo hanno conservato la causa viva, ma l’hanno trasformata in una battaglia di civiltà, di diritto, di legalità e di giustizia non solo in Medio Oriente, ma a livello mondiale. Basti pensare alle varie fasi storiche più significative dove gli stessi israeliani e i loro amici ed alleati arabi che hanno tentato di liquidare la causa palestinese: la Nakba 1947/1948, la guerra di Suez, la guerra dei 6 giorni 1967, la battaglia di al Karama 1968, “Settembre nero” 1970, la guerra del Kippur 1973, la guerra civile in Libano 1975 l’invasione del Libano 1982, il massacro di Sabra e Shatila 1982, la prima intifada 1987 , la prima guerra del golfo 1990 , e la seconda intifada 2000 e la fine di Saddam Hussein 2000 e con lui lo Stato Iracheno, i vari bombardamenti su Gaza e l’ultimo Tufan al Aqsa ottobre 2023. In tutte queste fasi molti scommettevano sulla fine della causa palestinese e in tutte queste fasi, dopo averla data per morta, risorgeva da sotto le ceneri più forte, più potente e più determinata, per cui la famosa frase di Ben Gurion era ed è una frase che non ha nessun significato sul campo. In secondo luogo, sempre il mondo occidentale, dopo avere capito che il periodo coloniale stava terminando, ha pensato di non abbandonare il Medio Oriente del tutto, sia per la posizione geografica che per l’oro nero, il petrolio, per cui Israele doveva costudire gli interessi occidentali nella zona. Questa ipotesi ha retto fino ad un certo punto e si potrebbe dire che Israele ha giocato questo ruolo in modo intelligente ed abile sia dal punto di vista politico, economico e etico. Ha funzionato al punto tale che ha convinto non solo il mondo occidentale, ma anche certe monarchie arabe, che avrebbe operato per difendere i loro interessi, fino alla realizzazione dei famosi accordi di Abramo. Diversi paesi arabi stavano trattando con Israele per stipulare accordi militari contro il regime degli Ayatollah in Iran. Dopo il 7 ottobre 2023, questo ruolo non solo è crollato, ma anche Israele non era in grado di difendere sé stessa. E ancora, dopo ottobre 2023, il mondo occidentale se n’è accorto: Israele anziché fare il poliziotto per conto dell’Occidente in Medio Oriente è diventato un peso insopportabile economicamente, militarmente e soprattutto eticamente. Solo dagli USA lo stato Israeliano ha avuto sin dalla sua nascita oltre 350 miliardi di dollari. In base agli accordi bilaterali tra Israele e gli USA del lontano 1979 gli USA garantiscono circa 4 miliardi di dollari annui soprattutto per la difesa e nel 2023 questa cifra ha raggiunto un record storco di circa 18 miliardi di dollari. L’Unione Europea formalmente non eroga direttamente aiuti ad Israele, ma lo fa in modo indiretto attraverso i progetti di ricerca scientifica e tecnologica, sono 213 progetti finanziati dalla UE per un ammontare di un miliardo di euro, in aggiunta a questo va precisato che tra la UE e Israele cè il famoso accordo di Associazione tanto discusso, ma purtroppo ancora in vigore. Sarebbe utile analizzare il flusso di denaro che arriva ad Israele sia dai singoli stati Europei che dalla stessa UE. Perché cosi i cittadini europei potranno vedere dove vanno le tasse che pagano annualmente. Basti pensare ai giovani, all’opinione pubblica europea, alle mobilitazioni oceaniche a favore della Palestina. Ogni giorno che passa mi convinco di più per quanto riguarda il continuo sostegno del mondo occidentale ad Israele, nonostante sia uno stato genocida, trova la suo forte motivazione dentro il mondo occidentale nel suo complesso perché esso stesso è coloniale per cui in Israele trova se stesso. Il mondo occidentale non permetteva la sconfitta dello Stato di Israele, ma oggi, e dopo questi lunghi anni, lo stesso Stato di Israele non rappresenta ciò che rappresentava tempo fa per il mondo occidentale: anziché essere di aiuto è diventato un peso politico, economico, morale. Oggi l’occidente, che predicava il diritto, la legalità, il multilateralismo, gli organismi internazionali, deve decidere cosa fare. Continuo ancora a credere che l’Occidente non permetta ancora oggi la sconfitta militare di Israele, ma credo che allo stesso tempo non possa continuare a nascondere la testa sotto la sabbia di fronte al genocidio del popolo palestinese per cui non farà nulla per salvarlo da sé stesso. Credo che lo stato di Israele stia arrivando alla fine della sua corsa grazie all’autolesionismo interno, perché il paese potrebbe essere alla vigilia di una guerra civile di cui nessuno può prevedere la conseguenza sul campo. Infine, la determinazione del popolo palestinese sia quella componente che si trova in Palestina che quella della diaspora, nel continuare la sua lotta generazione dopo generazione fa sì che il mondo intero venga messo in crisi non solo dal punto di vista militare, ma etico e morale. Di fronte a questo scenario, l’autolesionismo interno in Israele, la continuità della lotta palestinese per l’indipendenza e la libertà e la convenienza dell’Occidente fanno sì che il percorso verso la fine di Israele sia già iniziato e sarà inconvertibile perché la forza della ragione è più potente della ragione della forza. I tanti imperi del passato che hanno consolidato la loro esistenza basandosi sulla forza sono finiti dall’interno, i Greci, i Persiani, i Romani, i Faraoni, gli Arabi e gli Ottomani, non credo che lo stato genocida di Israele sia diverso da tutti questi imperi del passato. Ottobre nero, questo mese rappresenta per tanti israeliani un mese particolare perché nello stesso mese nel lontano 1973 la guerra del Kippur, nel 2023 l’attacco di Hamas e nel 2026 il voto. Martedì prossimo 27 ottobre è una data importante perché gli israeliani vanno ai seggi elettorali per eleggere i 120 membri del Knesset, il parlamento israeliano, la preoccupazione è che i seggi elettorali forniscano al paese un parlamento ancora più radicale. Gli analisti affermano che nel caso di sconfitta del blocco dell’attuale Primo ministro il paese potrebbe rischiare una guerra civile. Va precisato che dal 2023 ad oggi circa mezzo milioni di cittadini israeliani cosiddetti laici hanno abbandonato il paese consegnandolo agli integralisti. Per noi palestinesi al di fuori della lista del gruppo misto “i cittadini palestinesi” nessun degli altri blocchi principali hanno nei loro programmi un percorso di pacificazione e quindi di rivalorizzare e riattivare la famosa equazione due popoli per due stati. Un detto popolare palestinese recita: “i tarli del legno nascono dal legno stesso”, cioè per dire che il pericolo non viene dall’esterno, ma nasce dall’interno e Israele non sarà una eccezione. Milad Jubran Basir, Giornalista Italo Palestinese e attivista per i diritti umani Milad Jubran Basir
October 25, 2026
Pressenza
Appello di Combatants for Peace per fermare le distruzioni e lo sfollamento forzato in Cisgiordania
Ieri, 23 ottobre, due uomini armati palestinesi hanno ucciso due soldati israeliani nei pressi di Hebron. In risposta, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato l’intenzione di distruggere l’intera area da cui provenivano gli aggressori.  «Innanzitutto, agiremo per distruggere questo luogo, per trasformarlo completamente», ha affermato. Ha poi dichiarato: «Evacueremo i residenti», descrivendo perquisizioni in ogni casa. Ha anche detto che il suo governo avrebbe valutato la possibilità di estendere questo approccio ad altre città e ha aggiunto che l’esercito era pronto a lanciare un’operazione in Cisgiordania su una scala mai vista dai tempi della Guerra dei Sei Giorni del 1967 — una guerra che ha causato lo sfollamento di centinaia di migliaia di palestinesi. Il primo ministro, responsabile dell’uccisione di decine di migliaia di civili a Gaza e dello sfollamento di quasi tutta la sua popolazione, sta ora annunciando apertamente lo sfollamento di massa dei civili palestinesi in Cisgiordania. Le operazioni militari e le demolizioni sono già iniziate a Hebron. Punire un intero quartiere per le azioni di due persone è una punizione collettiva, ma queste misure devono anche essere intese come parte di un più ampio disegno volto a effettuare una pulizia etnica dei palestinesi in vaste aree della Cisgiordania attraverso vessazioni, demolizioni di abitazioni e l’agevolazione e l’incitamento al terrorismo dei coloni. Noi, palestinesi e israeliani che da vent’anni ci battiamo insieme contro lo spargimento di sangue, chiediamo ai governi, alle istituzioni internazionali e alle persone di tutto il mondo di agire immediatamente per fermare questi crimini e proteggere chi è in pericolo. Le dichiarazioni di condanna e i gesti simbolici non sono più sufficienti. I governi devono usare la loro influenza diplomatica ed economica per fermare le distruzioni e lo sfollamento forzato. Esortiamo i nostri sostenitori in tutto il mondo a chiedere ai propri rappresentanti di agire subito. Non aspettate fino a dopo le elezioni israeliane. Qualunque sia il risultato, l’attuale governo rimarrà in carica fino a quando un nuovo governo non subentrerà. Un’elezione non sospende il suo potere di distruggere case o di cacciare le persone dalla loro terra. Quante altre famiglie perderanno le loro case prima che il mondo agisca?   Combatants for Peace
October 24, 2026
Pressenza
“Non vi ho dimenticato, non siete soli.” Testimonianza dalla Cisgiordania occupata
Quella che segue è la testimonianza di una volontaria internazionale, tornata recentemente in Cisgiordania dopo un’esperienza vissuta negli stessi territori un anno prima. Durante la sua permanenza ha condiviso momenti della vita quotidiana delle comunità palestinesi, accompagnandole e documentando le violenze dei coloni, le restrizioni imposte dall’occupazione militare israeliana e le forme di resistenza con cui queste comunità cercano di continuare a vivere sulla propria terra. Per ragioni di sicurezza e per tutelare la possibilità di proseguire questa attività, abbiamo scelto di non pubblicare il suo nome. Il suo racconto restituisce qualcosa che spesso sfugge alle cronache: non soltanto la violenza dell’occupazione, ma il significato della presenza, della solidarietà e dei legami umani che resistono anche nelle condizioni più difficili. E’ passato un anno da quando, su questa stessa seggiola, cercavo di mettere in fila i miei pensieri, i miei sentimenti, le mie emozioni. Ora come allora ho mille cose che mi frullano per la testa, ho mille emozioni che premono nel petto per uscire e oggi, come allora, non so come gestirle. Un anno e la situazione è peggiorata anche oltre quello che potevo immaginare. In quest’anno ho seguito con ansia le notizie che arrivavano, ho ascoltato con attenzione le parole dei volontari che si alternavano sul campo, eppure non ero pronta, eppure non ero preparata ad affrontare tutto questo. Non ero preparata a vedere le ferite, non solo fisiche, di quelle persone la cui vita mi era capitato di incrociare in quelle settimane. Non ero preparata a non trovare più le case in cui avevo, seppur per brevissimi periodi, mangiato, chiacchierato, passato ore con lo sguardo rivolto agli schermi delle telecamere di sicurezza, oppure lontano, ai punti da cui più spesso arrivano i coloni. I coloni, quelli che da noi appaiono come entità quasi anomale, qui hanno la faccia di un ragazzino che sputa al pastore palestinese che ha l’unica “colpa” di voler pascolare il suo gregge nelle sue terre. Hanno la faccia di quell’uomo che, con un mitra in spalla, schernisce Sheikh Said. Hanno la faccia indistinta e codarda di quel gruppo che a sassate distrugge il pulmino. Uno dei pochi, se non l’unico, rimasto per portare i bambini a scuola in una zona come quella della firing zone, in cui i villaggi sono fatti di poche case, su quel terreno arido e duro come sa esserlo una zona alle porte del deserto. Hanno la faccia di quel ragazzo che, a cavallo, entra nel giardino al calar della sera, calpestando l’orto di famiglia. Hanno la faccia di quella gang che scorrazza in ATV nelle stradine sconnesse del villaggio, ormai abitato da soli uomini. Perché a volte, se si è fortunati, scorrazzano soltanto. Ma a volte, e non sono poche, lanciano sassi, usano bastoni anche contro vecchi, donne e bambini. Così, se puoi, li allontani, cerchi di proteggere i tuoi cari. L’occupazione, quella bestia che ti toglie il respiro fino a farti sentire stordita. È nell’aria che ti sembra di non riuscire a respirare, nella terra che non riesci a calpestare perché troppo vicina a un outpost, una colonia o una farm, dove una vegetazione lussureggiante e non certo autoctona ruba quella stessa acqua che spesso manca nelle case palestinesi. È nel gate che trovi chiuso al mattino e che ti impone di fermarti, di non andare, se ti va bene di ritardare i tuoi impegni. Oppure è nel soldato che, a viso coperto e armato fino ai denti, ti chiede i documenti, a te armata solo di una macchina fotografica. Ti chiede di giustificare perché tu sia lì, magari semplicemente a bere un tè in compagnia di una famiglia palestinese, o perché sei accorsa, chiamata per documentare l’ennesima violenza. È nella paura che quell’incontro, che la fotografia al tuo passaporto e al tuo visto, siano l’anticamera della revoca del visto, se non dell’espulsione, l’anticamera dell’impossibilità di tornare a incontrare queste persone, queste famiglie, questo popolo. E di fronte a tutto questo ti chiedi: ma che senso ha la mia presenza? Come può il mio essere qui avere un senso, avere un peso e un’utilità? Allora li guardi negli occhi e vedi la loro resistenza, la loro resilienza, la loro forza. Quella di Sheikh Said, a cui è stata amputata una gamba a causa di un proiettile esplosivo. Una pallottola illegale ovunque, sparata da un colono. Picchiato e vessato in mille occasioni, di fronte al colono pastore armato di mitra che cerca, con le sue pecore, di distruggere i suoi ulivi, non si lascia intimidire e continua a dissertare con te di religioni e filosofia. È negli occhi di quella ragazza che tiene in braccio la sua bambina di pochi giorni, quella bambina che ha rischiato di non nascere a causa di un colpo ricevuto durante un pogrom dei coloni. È negli occhi di chi ci aspetta nel buio della firing zone. Sì, nel buio, perché con la luce nella firing zone non si può entrare. Zona proibita, inaccessibile anche a chi ci vive. E che ci porta subito un piatto da mangiare, perché stanotte poi c’è una veglia da fare, è tardi e devi riposare un po’ prima. È nella bambina che, orgogliosa del suo inglese, ti chiede: «Ti piacciono di più i coloni o i palestinesi?». È nelle chiacchiere degli shebab che, davanti a un narghilè, ti raccontano degli avamposti. Inutile chiamarli illegali: lo sono per definizione, per il diritto internazionale e, addirittura, per assurdo, lo sono anche per il diritto israeliano. Ma quel diritto qui non c’è, o meglio, non c’è per i palestinesi, che si vedono costantemente piazzare tende, caravan e costruzioni sull’uscio di casa. È nella conta delle vetture sequestrate perché cercavano di portare acqua e cibo in qualche villaggio isolato, perché cercavano di portare aiuto alle famiglie rimaste senza casa dopo una demolizione. È nella fuga a fari spenti, mentre cercavano di riportare a casa un amico arrestato solo perché aveva cercato, con il suo corpo, di impedire l’ennesimo furto di quelle pecore che, in queste zone, sono un mezzo di sussistenza. E allora ti tornano in mente le parole di Hafez, quando sei andata via la prima volta: “Non è tanto per quello che fai qui, ma per il fatto che sei qui.” E allora vedi il sorriso sul volto di chi ti riconosce: sei tornata, non ci hai dimenticato. E allora, in queste piccole cose, trovi il senso della tua presenza, anche fosse solo questo: non vi ho dimenticato, non siete soli, la vostra lotta per l’esistenza è la mia lotta per sentirmi ancora un essere umano.   Redazione Italia
October 24, 2026
Pressenza
A Roma protesta contro l’ENI: bloccato l’ingresso all’Auditorium
L’AZIONE DI ULTIMA GENERAZIONE IN UNA GIORNATA IN CUI CRESCE L’ONDA DELLA RABBIA SOCIALE E IL GOVERNO SCHIERA I DRONI ED ESERCITO CONTRO IL DIRITTO MANIFESTARE Il giorno dopo la trimestrale record di Eni, sponsor dell’Accademia di Santa Cecilia, 8 persone di Ultima Generazione si sono stese oggi sulla scalinata dell’ingresso dell’Auditorium della Pace. Erano le 14.30, poco prima della replica del Siegfried di Wagner con cui l’Accademia ha aperto la stagione sinfonica. Coperte da sudari in segno di lutto e da sacchi neri a simboleggiare il petrolio, hanno denunciato la sponsorizzazione di Eni, che ieri ha annunciato 2,8 miliardi di utile nel terzo trimestre, e la partnership con Cassa Depositi e Prestiti. Dopo 15 minuti sono arrivate le forze dell’ordine che hanno spostato le persone dalla scalinata di accesso portandole in questura. L’Accademia di Santa Cecilia è sponsorizzata da Eni e ha come partner Cassa Depositi e Prestiti che oltre alla cultura sponsorizzano gas e petrolio e si arricchiscono con la crisi del carburante. Anna, 21 anni, universitaria, ha dichiarato: “Sono una studentessa, il mio futuro lo stanno ammazzando! Mi stanno levando la voce, mi stanno facendo annegare. Io dovrei studiare, dovrei vivere, e voi dovreste sentirvi la responsabilità dei vostri figli. Questo governo, ENI e CDP dovrebbero sentirsi questa responsabilità. Un giorno io potrei avere dei figli come tutti voi, ma non me lo state dando questo futuro. I vostri soldi vengono usati per ammazzarci. Non è giusto, io combatto per il mio futuro e questo è quello che ci danno! Stiamo morendo, d’estate svengo dal caldo, vi sembra giusto tutto questo?” Bruno, 32 anni, pugliese, ha dichiarato: “Questi sudari simboleggiano il lutto degli autotrasportatori e degli agricoltori del sud che bloccano le strade perché il loro lavoro viene divorato dal caro carburante, il lutto – e la rabbia – delle studentesse e degli studenti e dei giovani delle periferie, lasciati abbandonati in presenza di disagio dinanzi ad un futuro ancora peggiore”. IL GREENWASHING MUSICALE DI ENI E DI CASSA DEPOSITI E PRESTITI Eni e Cassa Depositi e Prestiti si fanno belli sponsorizzando eventi come questo; usano la cultura per farsi pubblicità. Non sappiamo quanto gli costano queste pubblicità. Sappiamo però che CDP ha finanziato con 650 milioni il gasdotto Mozambique LNG della Total , una di quelle opere che non dovremmo costruire se non vogliamo aggravare la crisi climatica. Sappiamo però quanto ha guadagnato Eni nell’ultimo trimestre: 2,3 miliardi, un miliardo in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Queste mentre gli autotrasportatori fanno la fame perché non riescono a pagare il carburante. La stessa crisi che affama gli uni fa ricchi gli azionisti e i manager del cane a sei zampe; la stessa dipendenza, quella dal gas e dal petrolio, che distrugge il clima e ci porta al collasso sociale, permette a Descalzi e ai suoi colleghi di farsi belli con i rendiconti trimestrali e di distribuire utili agli azionisti. Non è giusto, non è tollerabile. L’azione nonviolenta arriva in giorni di mobilitazione contro il riarmo e il caro prezzi . Il 16 ottobre gli studenti sono scesi in piazza in tutta Italia, 400 mila secondo gli organizzatori, al grido di “soldi alla scuola, non alla guerra”. Il 30 ottobre i portuali di oltre 40 porti europei e del Mediterraneo sciopereranno contro il traffico di armi, e anche gli studenti hanno annunciato la loro adesione. Il 20 novembre è previsto lo sciopero studentesco europeo contro la guerra. Ultima Generazione ci sarà. A SETTEMBRE E’ PARTITA LA NUOVA CAMPAGNA DI ULTIMA GENERAZIONE “Non con i nostri soldi” è la nostra campagna che invita a togliere conti e risparmi dalle banche che finanziano guerre, genocidio e fossili. Sono oltre 9.000 le persone che in pochi giorni hanno aderito a questa chiamata tramite appello. Cartella stampa su tutte le azioni organizzate da dicembre 2021 qui PROSSIMI APPUNTAMENTI: * Online – Oct 25, 2026, 9:00 pm – 10:30 pm Attivati contro la finanza tossica! * Online- Oct 27, 2026, 7:00 pm – 8:30 pm Disinvestiamo dalla finanza tossica! * Cagliari – Oct 29, 2026, 6:00 pm – 7:30 pm Disinvestiamo dalle banche tossiche! * Roma – Nov 13, 2026, 7:00 pm – 9:00 pm Docu-film Come se non ci fosse un domani * Online – Nov 15, 2026, 9:00 pm – 10:30 pm Presentazione online – Non con i nostri soldi! Ultima Generazione
October 24, 2026
Pressenza
Cisgiordania: visti revocati e arresti illegittimi
E’ questo il trattamento riservato agli italiani dalla cosiddetta “unica democrazia del Medio Oriente”. L’Italia e l’Europa – proxy informali di Israele – intensificano sorveglianza, repressione e militarizzazione “C’è ancora qualcuno che crede che lo Stato sionista sia una democrazia – e addirittura la sola in “medioriente”? Il Governo italiano risponde con il nuovo Decreto Sicurezze già in azione contro gli scioperi dei trasportatori al Sud. Mentre le forze di occupazione sioniste danno seguito alle operazioni di distruzione sistematica dei villaggi palestinesi in Cisgiordania, servendosi dei coloni, dodici persone, di cui cinque italiane, sono state sequestrate dall’IOF nel villaggio di al-Bweib , vicino a Hebron (nome originario arabo Al-Khalil ), nel sud della Cisgiordania. Partecipavano alle attività di raccolta delle olive e di protezione degli agricoltori palestinesi. La polizia israeliana ha dichiarato che gli attivisti stavano partecipando alla raccolta delle olive in una zona militare riservata senza coordinarsi con le autorità israeliane (un’accusa usata in passato anche in modo pretestuoso per ostacolare palestinesi e attivisti). Questa settimana nella zona erano già stati fermati e poi espulsi altri due attivisti italiani, Alberto e Manuel Tartarotti, padre e figlio di Bolzano, con l’accusa di terrorismo. Inutile dire che le accuse sono del tutto infondate: gli attivisti facevano parte della carovana umanitaria “Youth of Sumud” impegnata nel sostegno alla comunità palestinese durante il periodo della raccolta delle olive. Uno dei due, Manuel, ha raccontato alla stampa di essere stato bendato e rinchiuso nel retro di un blindato, picchiato e trattenuto illegalmente – o per meglio dire, rapito – per due giorni, al termine dei quali è stato rilasciato ed espulso con divieto di ingresso per i prossimi 10 anni. Contestualmente, è stato revocato il visto a Stefania Ascari, deputata del Movimento 5 Stelle, la cui “colpa” è quella di aver denuncia il genocidio in corso a Gaza e l’illegittimità dell’occupazione dei territori palestinesi. La motivazione fornita dalle autorità sioniste – “le circostanze relative al suo caso sono cambiate” – non nasconde la realtà: le viene vietato l’ingresso per aver fatto il proprio dovere di parlamentare – e di essere umano. Una domanda a questo punto diventa indifferibile: c’è ancora qualcuno che crede che lo Stato sionista sia una democrazia? – e addirittura la sola in Medio Oriente? Uno Stato che dalla sua fondazione occupa e devasta le terre altrui, che vieta l’ingresso ai dissidenti, che pratica la pulizia etnica e la segregazione come elementi fondanti del suo sistema sociale, che arresta ed espelle senza legittimità attivisti disarmati impegnati nella solidarietà con il popolo palestinese, può definirsi una “democrazia”? La risposta è nei fatti, e i fatti parlano di un regime che commette crimini e viola il diritto internazionale, in ogni sua forma. L’ALLINEAMENTO EUROPEO: SORVEGLIANZA, REPRESSIONE, MILITARIZZAZIONE Quanto accaduto a Manuel, Alberto e Stefania è parte di un sistema repressivo coordinato che permette ai governi europei di agire come proxy di Israele, criminalizzando la solidarietà con la Palestina e colpendo chiunque osi denunciare il genocidio. Le misure adottate in tutta Europa compongono un quadro coerente, fondato su sorveglianza, repressione e militarizzazione. In Germania si moltiplicano le banche dati di polizia dedicate ai movimenti pro-Palestina; in Francia le misure amministrative di controllo giudiziario e le interdizioni dal territorio vengono utilizzate per monitorare e neutralizzare preventivamente i dissidenti; in Italia le relazioni dei servizi e i dossier trasmessi alle procure disegnano una mappa del dissenso che precede e orienta l’azione repressiva. Non si tratta di prevenzione del reato, ma di sorveglianza politica di opinioni e appartenenze. L’Europa ha compiuto una scelta di campo strutturale. L’aumento delle spese militari è diventato il vincolo principale delle politiche di bilancio; i programmi di riarmo non sono più oggetto del dibattito democratico; la ricerca è sempre più orientata verso il dual-use. Si prepara una generazione alla cultura della guerra attraverso la militarizzazione della scuola, le forze armate e le aziende della difesa entrano negli istituti scolastici attraverso progetti didattici e percorsi di orientamento, mentre il welfare viene smantellato per finanziare gli armamenti. Sul piano della repressione, in Germania, cinque attivisti pro-Palestina – cittadini britannici, spagnoli, irlandesi e tedeschi – sono detenuti da mesi in cinque carceri diverse, accusati di “associazione a delinquere” per aver protestato contro Elbit Systems, il maggiore produttore di armi israeliano, e rischiano pene fino a 20 anni. Il loro processo è stato definito dalle stesse difese un “ show trial ” politico, con detenzioni che superano i limiti di legge. A Praga , Youssef Moursi, studente egiziano di 25 anni, è in carcere preventivo da sei mesi con l’accusa di “terrorismo” per un incendio mai provato; i primi tre mesi li ha trascorsi in isolamento – una tortura psicologica, come ha denunciato lui stesso, per “spezzare” gli attivisti. Nel Regno Unito, attivisti di Palestine Action sono stati condannati con l’accusa di “reato terroristico” per aver danneggiato una fabbrica di armi destinata a israele. Il denominatore comune: ” Chi tocca gli interessi dell’industria bellica e quindi dello stato sionista viene trattato come un terrorista “. E l’Europa, invece di difendere i diritti dei propri cittadini, si allinea supinamente a questa narrazione, trasformando le proprie procure e le proprie polizie in strumenti di una repressione che serve gli interessi di Tel Aviv. IL NUOVO DDL SICUREZZA: IL “MODELLO ISRAELE” ATTECCHISCE I governi occidentali sono ottimi allievi dell'”unica democrazia del Medio Oriente”, l’Italia al primo banco. La deriva repressiva arriva anche da noi, con il nuovo, ennesimo, DDL Sicurezza , approvato dal Consiglio dei ministri il 20 ottobre 2026. Il provvedimento – che si somma al decreto-legge 24 febbraio 2026, n. 23, convertito nella legge n. 54 del 24 aprile 2026– introduce misure “ di dubbia costituzionalità ” e “ destinate a restringere ulteriormente gli spazi di libertà e di manifestazione ”. Il nuovo testo estende il fermo preventivo a 24 ore e applicabile anche ai minorenni (con presunzione di imputabilità dai 14 anni), introduce il reato di “violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche” che punisce con pene fino a 12 anni chi organizza o promuove gruppi di protesta, prevede sanzioni amministrative ai genitori dei minori coinvolti, il divieto di raduno per i minorenni e l’arresto in flagranza differita basato su immagini e video. A tal proposito, è importante ricordare che il 30 settembre è entrato in vigore il Decreto Legislativo n. 160/2026, che consente alle forze dell’ordine di utilizzare l’intelligenza artificiale per l’identificazione degli individui, senza la necessità di beneplacito di un giudice. A tutto questo si aggiunge l’invio di 500 militari a Milano per il controllo del territorio. Il decreto si inserisce in un momento storico di particolare consapevolezza: nell’anno appena trascorso abbiamo assistito ad arresti di massa, processi alle intenzioni, profilazione dei manifestanti e narrazioni mediatiche a dir poco inverosimili, elementi che contribuiscono alla percezione della norma come strumento di punizione, che potrebbe colpire chiunque, anche chi manifesta in modo pacifico. Il decreto intende rispondere alle questioni sociali, economiche e democratiche che affliggono il paese trasformandole in problemi di ordine pubblico, con la restrizione degli spazi del dissenso e colpendo l’agibilità dell’azione sindacale, sociale e democratica. Lo stato sociale è definitivamente sostituito con lo stato di Polizia, ne è una prova la repressione in corso contro gli scioperi dei trasportatori. Global Sumud Italia Mail : it-media@gmtgaza.org – gsf.italia.stampa@proton.me Global Sumud Flotilla
October 24, 2026
Pressenza
24 ottobre: ‘United Nations day’ e anche ‘World Development Information Day’
OGGI LE RICORRENZE ‘A CALENDARIO’ NELL’AGENDA ANNUALE DELLE NAZIONI UNITE SONO DUE: L’ANNIVERSARIO – NEL 2026 L’81° – DELL’ENTRATA IN VIGORE DELLA CARTA, CIOÈ STATUTO, DELL’ONU, E LA ‘GIORNATA’ DEDICATA ALLA ‘MOBILITAZIONE DELL’OPINIONE PUBBLICA’ SUI PROGRESSI CULTURALI ED ECONOMICI E SUI FATTORI CHE INCENTIVANO LO SVILUPPO DELLE SOCIETÀ. Sui social media oggi l’ONU ha divulgato questi messaggi rivolti a tutti, ma soprattutto ai governanti, decisori che possono determinare il corso degli eventi e della storia, e in particolare ai cronisti e agli opinionisti che – avendo ruoli decisionali ed esecutivi nei molteplici settori e ambiti dei media – influenzano la diffusione di notizie e informazioni su cui si basano idee e convinzioni dell’opinione pubblica. > Il futuro dell’umanità dipende dalla nostra capacità di collaborare per > promuovere la pace, lo sviluppo e i diritti umani. > > Quest’anno celebriamo 81 anni di impegno instancabile delle Nazioni Unite in > tutto il mondo per: > > * risolvere le controversie con la diplomazia e le leggi, non con le armi; > * sradicare la povertà e la fame; > * promuovere i diritti umani; > * fornire aiuti salvavita alle persone bisognose; > * salvaguardare il pianeta; > * sostenere la parità di genere; > * garantire a tutti i paesi pari voce sulla scena globale. > > Il nostro mondo oggi è dilaniato da conflitti, sconvolto dalla crisi > climatica, segnato da crescenti disuguaglianze e costretto ad adattarsi alle > trasformazioni portate dalle nuove tecnologie. È giunto il momento di > riaffermare i valori che hanno dato origine alle Nazioni Unite: dialogo, non > antagonismo; cooperazione, non conflittualità; solidarietà, non paura. La > Giornata delle Nazioni Unite è un’opportunità per tutti gli stati di rinnovare > il proprio impegno verso i valori condivisi e gli obblighi che li sostengono. > Ora più che mai, dobbiamo rimanere fermi nella nostra determinazione a > difendere la Carta delle Nazioni Unite e il diritto internazionale. Dobbiamo > tutti contribuire a rafforzare l’ONU affinché possa soccorrere le persone e > affrontare le sfide del nostro tempo. > Nel 1972 l’Assemblea Generale ha istituito la Giornata Mondiale di > Informazione sullo Sviluppo per richiamare l’attenzione sui problemi dello > sviluppo delle società e sulla necessità di risolverli rafforzando la > cooperazione internazionale (Risoluzione 3038 XXVII). Inoltre ha stabilito che > la sua data coincidesse con la Giornata delle Nazioni Unite, il 24 ottobre, > perché anche la ricorrenza dell’adozione, nel 1970, della Strategia > Internazionale per lo Sviluppo. > > > > Le tecnologie dell’informazione e della comunicazione hanno un enorme > potenziale: possono fornire nuove soluzioni alle sfide dello sviluppo, in > particolare nel contesto della globalizzazione, e promuovere la crescita > economica, aprire l’accesso all’informazione e alla conoscenza, incentivare > l’inclusione sociale e l’eliminazione della povertà... Ed è un dato di fatto > assodato che le tecnologie dell’informazione e della comunicazione oggi > offrano tante nuove opportunità e pongano molte sfide.   * UN / 23 ottobre 2026: Why the UN’s work matters more than ever  Maddalena Brunasti
October 24, 2026
Pressenza
Sofia Liguori: una per tutti i, tanti, ‘geni’ dell’IA che vogliono “restare umani”
La giovane nerd laureata 110/110 cum laude alla ‘Bicocca’ di Milano nel 2018 che, dopo le esperienze come sviluppatrice di pioneristici sistemi di machine learning e applicazioni di intelligenza artificiale, nel maggio 2023 è stata assunta a Google DeepMind, il 20 ottobre si è licenziata dal centro R&D con sede a Londra per cui lavorava a tempo pieno in modalità ‘ibrida’. I motivi della sua irrevocabile decisione sono molti, principalmente uno: voler vivere dignitosamente, onestamente e senza ‘in cuor proprio’ sapere di essere ipocrita, perciò rifiutando di adeguarsi e, per “continuare a guardarci allo specchio”, fingere che sia normale “accettare questa situazione come se nulla fosse (nel SILENZIO COME AL SOLITO)”. Subito la clamorosa notizia è ‘rimbalzata’ sui media italiani. Da Il Fatto Quotidiano, in cui Stefania Maurizi ieri ha riferito che Sofia Liguori ha lasciato Google citando una sua frase, “Mi disgusta l’IA in guerra”, a Collettiva, che nello stesso giorno ha pubblicato l’articolo intitolato Google, la protesta di Sofia Liguori: “Mi vergogno di lavorare per questa azienda”,… Prima, il 21 ottobre, a sua volta attingendo le informazioni dall’intervista a Stefania Liguori e un suo collega, Andreas Kirsch, che la BBC News aveva divulgato nella stessa data, Il Sole 24 Ore evidenziava: la tech worker italiana “che si è dimessa dal suo ruolo di ingegnere ricercatore” non è la unica, e sola, bensì una dei numerosi “Dipendenti Google [che] lasciano DeepMind per protesta contro l’uso militare dell’IA“. Intanto nello stesso giorno, Sofia Liguori spiegava le proprie ragioni in un post pubblicato su LinkedIn: > Ieri mi sono ufficialmente licenziata da Google DeepMind. Ero in congedo da > quando è stato firmato il contratto con il Dipartimento della Guerra [degli > USA – NdR]. > > Ecco la mia lettera di dimissioni completa: > https://stay-human.sofialiguori.com/ > Intervista della BBC: https://www.bbc.com/news/articles/cmreyvepnv0po > > — Alcune parti della mia lettera: > > Il modus operandi testato a Gaza con Nimbus è stato legittimizzato come > standard con l’accordo classificato DoW di aprile: contratti che consentono > l’integrazione dell’IA nei sistemi militari e di sorveglianza senza imporre > restrizioni sugli usi consentiti e senza lasciare all’azienda alcun potere di > monitoraggio. > (…) > Non credo più che la nostra tecnologia avrà un impatto netto positivo sulla > società. > (…) > La tecnologia NON è uno strumento neutrale. Questa valutazione presuppone che > possiamo separare la tecnologia dal contesto in cui viene implementata, ma non > dovremmo: abbiamo la responsabilità di valutare lo strumento nel contesto in > cui verrà utilizzato. Presuppone anche che possiamo separare la tecnologia da > chi la possiede, la costruisce, la controlla e ne trae beneficio. > (…) > È proprio questo atteggiamento passivo e timoroso che permette al male di > diffondersi su larga scala. > Questo sta accadendo anche sul nostro posto di lavoro. Questo è il nostro > mestiere. Rientra nel mio ambito di azione. È dentro di te. > Per me, quest’anno avremmo dovuto smettere di lavorare. Magari senza far > scioperare il cervello, forse proprio come ho fatto a febbraio, prendendomi > dei giorni liberi e dimostrando davanti all’ufficio, e forse in qualche altro > modo dobbiamo ancora capire insieme come trovare una soluzione. Ma avremmo > dovuto dire un NO molto più forte all’uso della nostra tecnologia nella kill > chain, un NO molto più forte alla normalizzazione di ciò che è stato testato a > Gaza. > (…) > La compartimentazione, oltre un certo punto, è frammentazione e, in quanto > tale, si oppone all’integrità. Una certa separazione dei contesti è salutare, > ma quando diventa un modo per evitare di vedere contraddizioni, inizia a > somigliare al doppio pensiero di Orwell. L’ambito in cui i nostri valori, la > nostra empatia e persino il nostro pensiero razionale (che riusciamo ad > applicare così magistralmente alle questioni scientifiche) possono operare > inizia a restringersi. Smettiamo di criticare; non ci indigniamo per le bugie > e l’incoerenza. La parte migliore di noi ha sempre meno spazio per esistere. > Dobbiamo anche respingere fermamente questa cultura aziendale di censura e > intimidazione. > (…) > Finiamo per evitare di affrontare alcuni argomenti preventivamente, Dio non > voglia che farlo possa compromettere le nostre carriere. In effetti [i > dirigenti aziendali – NdR] fanno affidamento su questa autocensura indotta; > ecco perché le loro intimidazioni sono così subdole. > Se si mette in discussione qualche ‘cosa’, c’è più libertà di quanto ti > aspetteresti. Questa però è una minaccia per chi vuole che lavoriamo > accettando le ‘regole’. > (…) > Ci ho messo un po’ a capire quale fosse il condizionamento che subivo > lavorando a queste ‘regole’: venivo indotta a negare chi sono, o a > compartimentarlo nella mia sfera privata. Se questo è il prezzo per restare, > non voglio questo lavoro. > Nessun lavoro vale quel prezzo. > “Resta umano”, disse Vittorio Arrigoni. Ripeto oggi il suo appello ai > lavoratori tecnologici, mentre la tecnologia che costruiamo alimenta guerre > brutali. Nella notizia con l’intervista a Sofia Liguori, pubblicata il 21 ottobre nella rubrica “Inchieste di BBC Eye“, Christopher Giles riferisce che, replicando alla richiesta del reporter di commentare la ‘diserzione’ della research engineer e altri geni dell’IA da DeepMind, un portavoce di Google ha affermato: > Collaboriamo con organizzazioni del settore pubblico in tutto il mondo e > seguiamo una procedura coerente per la revisione e la stipula di questi > contratti, che include il rispetto delle nostre politiche di utilizzo > accettabile e dei principi sull’intelligenza artificiale. > > Abbiamo inoltre canali dedicati che consentono ai dipendenti di segnalare in > tutta sicurezza qualsiasi problema, dall’etica aziendale alle condotte > scorrette, e abbiamo implementato rigide politiche aziendali per prevenire > qualsiasi tipo di ritorsione. Eppure, precisa e conclude il giornalista della BBC News, > Google è una delle numerose aziende tecnologiche che all’inizio di quest’anno > hanno firmato contratti con l’esercito statunitense per implementare > l’intelligenza artificiale in ambienti militari classificati. > > Il Segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth ha fatto dell’integrazione > dell’IA nelle forze armate una priorità fondamentale, affermando che > l’amministrazione Trump diventerà una “forza combattente incentrata sull’IA”. > > Secondo i Principi sull’IA di Google, questi valori includono > l’implementazione dell’IA con “supervisione umana” e l’allineamento della > tecnologia al “diritto internazionale e ai diritti umani”. > > Tuttavia ex e attuali dipendenti dell’azienda, nonché esperti interpellati > dalla BBC, si sono detti preoccupati per il livello di supervisione umana nei > momenti critici. https://stay-human.sofialiguori.com/ Maddalena Brunasti
October 24, 2026
Pressenza
India: in migliaia in corteo ieri a Delhi, la protesta non si arresta
La dura repressione delle scorse settimane non è riuscita a intimidire il movimento di protesta che dai primi di ottobre sta infiammando le principali città dell’India, per denunciare l’inaccettabilità di quelle misure che, per decreto del Presidente della Commissione elettore centrale Gyanesh Kumar, priverebbero del diritto di voto oltre 130 milioni di indiani, per lo più appartenenti alla minoranza musulmana.  Inaugurata il 2 ottobre scorso, questa mobilitazione aveva subito un’immediata e durissima repressione con la manifestazione immediatamente convocata per il sabato successivo (10 ottobre): decine di treni cancellati, stazioni presidiate, servizio internet sospeso per ore, controlli lungo tutte le maggiori arterie di accesso alla capitale per impedire la partecipazione dei manifestanti da altre zone dell’India e parecchi arresti preventivi, persino tra giornalisti e operatori media piuttosto in vista. Per esempio nel caso del popolarissimo Dhruv Rathee (You Tuber che conta oltre 42 milioni di utenti!) che è stato prelevato dal suo domicilio – e poi quasi subito rilasciato data la popolarità del personaggio.  Non così immediata purtroppo la liberazione di alcuni studenti, considerati leader della mobilitazione. Abhijeet Dipke, Saurav Das, Ashutosh Ranka, la formidabile Neha Bora: per loro la detenzione è durata qualche giorno e non è stata una passeggiata. Per spiegare quindi le ragioni che hanno portato di nuovo in piazza ieri questo movimento, va sottolineata la particolare gravità, anche sul piano sociale, di quel provvedimento che vorrebbe escludere 130 milioni di nominativi dalle liste elettorali: in India il diritto di voto non è solo una prerogativa di democrazia, ma è legato a minime garanzie di welfare, che risulterebbero inaccessibili per una ancor più immensa popolazione di “esclusi”, nella (cosiddetta) “democrazia più grande del pianeta”. E così ieri, venerdì 23 ottobre, al movimento degli “scarafaggi” (come ironicamente si era autodefinita quella straordinaria mobilitazione studentesca, che per tutta l’estate aveva presidiato pacificamente il centro di Delhi), ecco aggiungersi tante altre sigle di organizzazioni e coalizioni, convergenti nella fondamentale rivendicazione di giustizia, con parità di tutele sul fronte elettorale come dell’uguaglianza sociale.  SFI (Federazione degli Studenti Indiani), AIDWA (Associazione delle Donne Democratiche), AIDSO (Associazione degli studenti democratici), KYS (Fronte giovanile rivoluzionario), AISA (Associazione Studentesca Panindiana), DYFI (Federazione Giovanile Democratica dell’India), l’anziana e sempre molto presente Brinda Karat in rappresentanza del CPI (il “Partito Comunista Indiano” tutt’altro che scomparso), e soprattutto SKM, il “Samyukt Kisan Morcha”, importante coalizione dei movimenti contadini, che ha già annunciato altre iniziative per i prossimi giorni. foto dalla pagina social di Samyukt Kisan Morcha, rete di associazioni contadine Davvero notevole, superiore a ogni aspettativa, la molteplicità di striscioni e cartelli visibili nel colorato serpentone di ieri, che invano ha tentato di raggiungere il centro di Delhi in località Jantar Mantar, tradizionale teatro in India di ogni genere di protesta, resa però inaccessibile anche questa volta dalla massiccia presenza delle Forze dell’Ordine.  Diversi leader giovanili hanno affermato che l’obiettivo alla base del movimento contro i brogli elettorali è quello di proteggere la democrazia e i diritti fondamentali del popolo. E hanno ribadito che non si fermeranno finché Gyanesh Kumar (Presidente della Commissione Elettorale) non verrà destituito e tutte le irregolarità nel processo elettorale non saranno corrette.  Hanno inoltre denunciato l’impunità concessa alle forze di sicurezza per attaccare studenti, giovani e leader dei partiti di opposizione che cercano di far sentire la propria voce: misure repressive decisamente sproporzionate quelle adottate dal governo Modi il 10 ottobre scorso, e lesive del fondamentale “diritto di protesta” sancito dalla Costituzione indiana.  Ma anche ieri, come già il 10 ottobre scorso, si sono verificati nuovi arresti: un centinaio secondo le ultime stime. Che non mancheranno di infiammare il dibattito nei prossimi giorni, e sicuramente coinvolgere nella mobilitazione anche altre città dell’India oltre a Delhi. volantino di convocazione della manifestazione   Redazione Italia
October 24, 2026
Pressenza
Milano, flash mob per la libertà di tutti i prigionieri politici palestinesi – VIDEO
Preparato a lungo, centinaia di nomi dei prigionieri politici palestinesi scritti su stoffe, si erano cercati tutti, ma nessuno li aveva. Prove, istruzioni, dettagli, tutti i compiti curati. Comunicazioni alla Questura, ricerca e attenzione per gli ultimi particolari. Si arriva al giorno fissato, venerdì 23 ottobre e piove. Le previsioni sono incertissime, l’appuntamento è alle 17.45 per iniziare puntualissimi alle 18, la luce naturale ci darà mezz’ora di tempo. Sappiamo che sabato, la piazza sarà inagibile e poi scatta l’ora legale. È l’ultima chance. Tutti sotto gli ombrelli ad aspettare. Alle 17.55 spiove e il cielo si apre. Subito a disporsi, ultime istruzioni per chi sa poco. Si parte. Volevamo essere in 100, siamo almeno 120. Quattro giovani svizzeri si avvicinano commossi ed emozionati, vogliono sapere, vogliono unirsi; anche loro a Berna fanno queste cose. 15 bandiere davanti, cartelli disegnati e stampati da Rita, che da mesi disegna le locandine che girano per tutta Italia; si ricordano i numeri pazzeschi (9/10mila prigionieri nelle carceri israeliane), centinaia di donne e bambini, 4.000 desaparecidos, centinaia di morti sotto le torture. Un crimine nel crimine, il punto più basso di un sadismo volto a spezzare in tutti i modi l’esistenza di un popolo, colpendolo nei corpi e nelle anime, dolori che si propagano a familiari, amici, all’intera comunità. Luoghi infernali dove nessuno può entrare, dove siamo sicuri che la realtà superi l’immaginazione, dove chi esce è più morto che vivo. Traumi che non passeranno mai. Noi, qui. Che differenza fa che questi buchi neri siano dietro l’angolo o a qualche migliaio di chilometri di distanza? Stanno avvenendo ORA, questo è il punto, avvengono ogni ora, ogni giorno, nell’impunità totale. Sfilano in un lento cerchio i nomi, portati a testa bassa da uomini e donne in nero. Francesca Albanese nel suo report “Tortura e genocidio“, lo ha ben documentato. Nessuno, tanto meno i governi, può e potrà dire che non sapeva. E così in piazza Duomo, come si fa ogni giorno da quasi 500 giorni, si sfila in cerchio mentre musiche di dolore si susseguono. Poche le parole, in italiano e in inglese, per i tanti turisti che si aggirano, osservano, riprendono, emozionati anch’essi. Anche oggi nessun giornalista, ma ci siamo abituati, ci sorprendiamo quando avviene il contrario. Qualche giorno fa si aggiravano decine di giornalisti in cerca di possibili, ulteriori scontri o per documentare quanto fosse presidiata la piazza: non uno venne a chiederci chi fossimo, mentre in decine e decine, con moltissime bandiere e i nostri cartelli, occupavamo un quarto della piazza. E ieri si finisce, ormai al buio; si sono ricordati anche i nomi dei quattro prigionieri palestinesi nelle carceri italiane, arrestati, di fatto, per ordine di Israele. Alla fine, uno struggente canto palestinese, “Yamma mwel el hawa”, cantato da Silvia Zaru. Alle 19 si raccolgono con la massima cura le decine di strisce con i nomi dei prigionieri, come fossero loro con le loro membra stanche. Da ieri il gruppo di piazza Duomo è ancora più unito, ha fatto qualcosa di importante, la cui energia spera arrivi a superare il mare e i muri spessi di quelle carceri che devono aprirsi al più presto. Ne va della nostra, dell’intera umanità. Andrea De Lotto
October 24, 2026
Pressenza
HubForDefenders: team legale per assistere i manifestanti
Dopo i fatti di Milano, HubForDefenders ha ricevuto decine di segnalazioni e richieste di assistenza, prevalentemente da genitori di persone minorenni fermate durante le manifestazioni. Per questo l’Hub ha attivato un team legale per offrire supporto, seguire le situazioni segnalate e verificare il rispetto dei diritti e delle garanzie previste dalla legge. LE PROTESTE A MILANO E LE SEGNALAZIONI RICEVUTE Solo in queste ore sono 23 le segnalazioni ricevute, riguardanti in molti casi persone minorenni e razzializzate, che, secondo quanto riferito, sarebbero state trattenute fino a 12 ore in questura senza che i genitori fossero informati. Tra le denunce giunte al centralino figurano anche la privazione di cibo e acqua, l’impossibilità di effettuare una telefonata e il trattenimento senza che ne fossero comunicate le motivazioni. HubForDefenders è uno strumento nazionale di protezione dello spazio civico e delle libertà fondamentali, promosso da una rete di associazioni della società civile tra cui ARCI, A SUD, Un Ponte Per, Amnesty International Italia, Giuristi Democratici, Legal Team Italia. Attraverso il coinvolgimento di professionisti offre assistenza legale, monitora possibili violazioni e mette a disposizione strumenti di protezione per persone, attivisti e organizzazioni, in situazioni di particolare esposizione e vulnerabilità. L’ATTIVAZIONE DI UN TEAM LEGALE A MILANO L’attivazione a Milano di un team legale è una risposta concreta a un bisogno di tutela emerso in queste ore: le decine di segnalazioni e le richieste di assistenza per le persone minorenni fermate durante le manifestazioni. Quando sono coinvolte persone minorenni è richiesta una particolare attenzione. Devono essere pienamente rispettate le specifiche garanzie previste dall’ordinamento, anche rispetto alle procedure, all’assistenza legale e al coinvolgimento dei familiari. L’Hub sta raccogliendo informazioni e verificando eventuali criticità. Il monitoraggio delle possibili violazioni dei diritti fondamentali è parte integrante del lavoro di HubForDefenders. L’Hub non interviene nel merito politico delle manifestazioni né esprime giudizi sulle responsabilità individuali, il cui accertamento spetta alla magistratura. Questo non significa essere neutrali rispetto alla tutela dello spazio civico. L’Hub ha infatti una posizione precisa: il diritto di manifestare, di esprimere dissenso e di partecipare alla vita democratica deve essere protetto. Le garanzie dello Stato di diritto devono essere rispettate sempre, anche nelle situazioni più conflittuali.   CONTATTI DI HUBFORDEFENDERS: telefono: +39 353 495 3606 mail: hub4defenders@proton.me Amnesty International
October 24, 2026
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