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Torino, cinque minorenni sotto processo per Gaza: sei mesi di carcere e comunità prima del giudizio
Due ragazzi sono stati rinchiusi nel carcere minorile Ferrante Aporti e altri tre collocati in comunità per aver partecipato alle mobilitazioni pro Palestina del 3 ottobre 2025. Tutti hanno tra i 16 e i 18 anni e un background migratorio. Una vicenda che interroga il senso stesso della giustizia minorile e l’uso della custodia cautelare come strumento di repressione del dissenso. C’è una storia che racconta meglio di molte altre il clima repressivo che si è abbattuto sulle mobilitazioni per la Palestina in Italia. È la storia di cinque ragazzi di Torino, tutti minorenni all’epoca dei fatti, che da sei mesi vivono sotto il peso di misure cautelari pesantissime per aver partecipato ai cortei contro il genocidio a Gaza. Due di loro sono stati rinchiusi nel carcere minorile Ferrante Aporti, altri tre collocati in comunità e poi sottoposti a misure meno afflittive. Per mesi sono stati privati della libertà prima ancora che il processo entrasse nel merito delle accuse. Una vicenda passata quasi sotto silenzio e che rappresenta probabilmente uno dei casi più gravi di utilizzo della custodia cautelare nei confronti di minori legati alle mobilitazioni sociali degli ultimi anni. IL CORTEO DEL 3 OTTOBRE La storia inizia il 3 ottobre 2025. Sono trascorse appena quarantotto ore dal sequestro della missione umanitaria Global Sumud Flotilla da parte di Israele. In tutta Italia si moltiplicano le mobilitazioni di solidarietà con il popolo palestinese e di denuncia del genocidio in corso a Gaza. Anche Torino diventa uno degli epicentri della protesta. Il corteo, promosso da USB, Giovani Palestinesi e dai centri sociali cittadini, attraversa la città diretto verso le Officine Grandi Riparazioni, dove si sta svolgendo l’Italian Tech Week alla presenza della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e del fondatore di Amazon Jeff Bezos. Per i manifestanti, quel luogo rappresenta l’intreccio tra potere politico, capitalismo tecnologico e industria bellica occidentale. Poco distante sorge inoltre uno stabilimento di Leonardo, colosso dell’industria militare e simbolo del sostegno italiano al riarmo e alle politiche israeliane. La tensione cresce nel corso del pomeriggio. La questura ha predisposto vaste zone rosse e centinaia di agenti presidiano il centro cittadino. Davanti alle OGR, nei pressi di Leonardo e poi tra Porta Susa e piazza Castello, la polizia interviene ripetutamente con cariche e lacrimogeni. Poche ore dopo, il dibattito pubblico si concentra esclusivamente sulle immagini degli scontri. L’OPERAZIONE “RIOT” All’alba del 14 gennaio 2026 scatta l’operazione “Riot”. La Digos torinese, coordinata dalla Procura ordinaria e da quella per i minorenni, esegue otto misure cautelari. Cinque riguardano ragazzi che il giorno della manifestazione erano ancora minorenni. Le accuse sono pesanti: resistenza aggravata a pubblico ufficiale, danneggiamento e travisamento. L’ordinanza parla di «allarmante spregiudicatezza criminale» e individua nel rischio di reiterazione del reato la principale esigenza cautelare. Ma il dato che colpisce è un altro: cinque adolescenti vengono privati della libertà per mesi prima ancora che un processo possa accertare eventuali responsabilità. LA CUSTODIA CAUTELARE DIVENTA UNA PENA ANTICIPATA È proprio su questo aspetto che si concentra la critica di molti osservatori. La custodia cautelare dovrebbe essere una misura eccezionale, applicabile solo in casi di stretta necessità e per il tempo strettamente indispensabile. Nel sistema della giustizia minorile, poi, la privazione della libertà dovrebbe rappresentare davvero l’extrema ratio. In questo caso, invece, la misura cautelare ha assunto i contorni di una vera e propria pena anticipata. Per mesi questi ragazzi hanno visto interrompersi la loro vita quotidiana. Uno di loro ha rischiato di perdere l’anno scolastico perché per settimane non gli è stato consentito di frequentare le lezioni. Sono stati sospesi gli allenamenti, le uscite con gli amici, le relazioni affettive e familiari. Per un adolescente, tutto questo equivale già a una sanzione. La giustizia minorile italiana era stata costruita, con la riforma del 1988, proprio per evitare che il carcere e la detenzione producessero effetti devastanti sul percorso di crescita dei giovani. Oggi quel modello sembra sempre più in crisi. DAL DECRETO CAIVANO ALLA SVOLTA REPRESSIVA Il caso torinese non può essere separato dalle profonde trasformazioni intervenute negli ultimi anni. Il Decreto Caivano e le successive misure adottate dal governo Meloni hanno progressivamente modificato l’approccio alla giustizia minorile, ampliando gli strumenti coercitivi e aumentando il ricorso alla detenzione. Gli istituti penali per minorenni registrano da mesi un incremento costante delle presenze. Parallelamente, nel dibattito pubblico si è affermata una retorica sempre più aggressiva nei confronti dei giovani, soprattutto di quelli provenienti dalle periferie e con background migratorio. Non è un caso che i cinque imputati di Torino siano tutti figli di famiglie immigrate di origine araba. Il dato non può essere ignorato. Negli ultimi mesi la solidarietà alla Palestina ha colpito in maniera particolare giovani di origine araba e musulmana, spesso oggetto di una doppia stigmatizzazione: quella riservata agli attivisti politici e quella che deriva dai pregiudizi etnici e religiosi. È lo stesso clima culturale che ha prodotto la figura del “maranza”, nuovo nemico pubblico costruito dalla propaganda securitaria. IL PROCESSO E LE DOMANDE SULLA PALESTINA Il 13 luglio il procedimento è finalmente entrato nel merito. Per due dei cinque ragazzi il pubblico ministero ha chiesto la messa alla prova per dodici mesi, istituto cardine del processo penale minorile fondato sul reinserimento e non sulla punizione. Il tribunale ha accolto la richiesta. Le posizioni degli altri tre imputati saranno esaminate nei prossimi giorni. Ma a suscitare ulteriori interrogativi sono state alcune domande rivolte in aula a uno degli imputati. Secondo quanto riferito, il ragazzo si sarebbe sentito chiedere: «Con le bottiglie lanciate alla polizia quanti bambini palestinesi pensi di avere salvato?» E ancora: «Ai bambini israeliani non pensi? Che cosa ne pensi di Hamas?» Domande che, secondo le famiglie e la difesa, esulano dai fatti contestati e sembrano spostare il processo dal terreno delle responsabilità individuali a quello delle opinioni politiche. È forse questo l’aspetto più inquietante della vicenda. Perché il rischio è che, ancora una volta, non si stiano processando soltanto alcuni comportamenti contestati durante una manifestazione, ma un’intera generazione che ha scelto di mobilitarsi contro il genocidio a Gaza e di schierarsi dalla parte del popolo palestinese. E quando la custodia cautelare diventa una punizione anticipata e le opinioni politiche entrano nell’aula di giustizia, il confine tra tutela dell’ordine pubblico e repressione del dissenso si fa sempre più sottile. Osservatorio Repressione
July 15, 2026
Pressenza
Greenwashing e sostegno al genocidio a Gaza: il curriculum perfetto di un alto dirigente della Vitol
Non è così impossibile individuare, anche all’interno di un quadro complicato di assetti societari opachi, le singole persone, con responsabilità dirigenziali o poteri di firma, implicate nelle triangolazioni dei traffici d’armi, di idrocarburi o peggio, come in questo caso, nel fiancheggiamento di fatto degli autori del genocidio a Gaza e della pulizia etnica in Cisgiordania. Abbiamo già avuto modo di conoscere le trame occulte e il cinismo imprenditoriale della multinazionale degli idrocarburi Vitol, impresa dall’assetto societario furbesco basato su quattrocento soci sparsi per il mondo e con varie sedi legali in Paesi fiscalmente “generosi”: insomma  un capolavoro di scatole cinesi finanziarie in cui è sempre molto difficile, ma appunto non impossibile, individuare il responsabile delle malefatte. Nell’articolo di Pressenza e soprattutto nel report a cui fa riferimento emerge la totale assenza di etica degli affari – sempre che questa possa mai esistere –  considerato che i profitti della Vitol, tramite triangolazioni che coinvolgono anche la Sardegna attraverso uno dei suoi petrolchimici più importanti, la Saras di Sarroch, in provincia di Cagliari, si accumulano alle spalle dei palestinesi,  legittimi proprietari dei giacimenti di gas di fronte alla striscia di Gaza. In pieno genocidio anche l’italianissima ENI fino a qualche mese fa era implicata in questo affare losco, ma molto strategico dopo il taglio del tubo del gas proveniente dalla Russia. Ciò che lascia ancora più sbalorditi, però, è la relazione pericolosa, in perfetto stile greenwashing, tra uno dei suoi più attivi e importanti dirigenti, il tunisino Mehdi Chennoufi e l’associazione no-profit Anonima Riforestazioni, con sede a Roma, che si occupa appunto di riforestazioni un po’ in tutto il mondo, compresa Stromboli, recentemente bruciata a causa di un incidente tanto inaspettato quanto paradossale, durante l’allestimento di un set cinematografico. L’impegno, sempre all’insegna del greenwashing, non finisce qui, perché durante i ritagli di tempo tra le sue numerose attività, di recente passate da Singapore alla ben più strategica Dubai, in veste di responsabile per il Medio Oriente della Vitol, Mehdi Chennoufi gestisce, sempre insieme ai vertici dell’associazione no-profit per le riforestazioni, anche un’iniziativa, questa volta 100% “profit”, con la Wanakaset SrL, impresa turistica specializzata in “glamping” (glamour camping) in aree naturalistiche incontaminate. Si tratta di un turismo ecocompatibile, un ossimoro, ma che piace molto a quei ricchi desiderosi di passare qualche giorno in un bungalow superluxe ma nel bel mezzo di una foresta tropicale incontaminata, con la convinzione di fare del bene alla natura circostante! Come spesso si riscontra tra i mega-dirigenti aziendali, una delle tipiche passioni status-symbol e quindi anche per il nostro manager della Vitol, è quella della vela, che ci offre l’opportunità di concludere questo articolo con il “botto finale”: la sua barca a vela, infatti, ormeggiata da anni a Tunisi, in un primo momento sembrava ufficialmente dovesse far parte della Global Sumud Flotilla che nel 2025, tra agosto e settembre, era in partenza da Augusta diretta a Gaza. La barca a vela in questione, però, invece di essere revisionata e riparata sul posto date le sue pessime condizioni, si è scoperto successivamente aver  lasciato il porto di Tunisi in tutta fretta, tanto che si dovette urgentemente fermare dopo poche miglia all’isola di Pantelleria, dove si trova ancora nel cantiere antistante il porto, dopo aver rischiato l’affondamento. La barca, in realtà – secondo alcune indiscrezioni – doveva assolutamente partire per non rischiare di coinvolgerlo in polemiche e accuse perché messa sotto sequestro dalle autorità tunisine, che già nel 2025 avevano messo sotto pressione l’organizzazione locale della Global Sumud Flotilla. Fin qui nulla di “anormale”, se non che la barca in questione è di proprietà, appunto, del nostro manager della Vitol, che però è anche fratello di Nabil Chennoufi, un esponente di spicco a livello locale dello steering committee della Global Sumud Flotilla, finito in carcere per sospetti di collegamenti occulti con le milizie di Hamas e dei suoi finanziatori, spesso palesemente pretestuosi. Un collegamento diretto che il manager della Vitol si guardò bene dal rendere palese.  La barca, quindi, si sarebbe dovuta mescolare all’interno della flottiglia e con ogni probabilità sarebbe finita sotto sequestro o affondata dalle truppe d’assalto dell’IDF. Abortita sul nascere l’avventura con la Global Sumud Flotilla ci fu, poco tempo dopo, anche un potenziale acquirente dell’imbarcazione, allettato dal suo prezzo apparentemente “stracciato” di 10.000 euro, lo stesso che fu proposto poco tempo prima ai responsabili della selezione e dell’acquisto delle imbarcazioni per la GSF. Anche in quel caso era in ballo un progetto sociale e no-profit, ma contemporaneamente anche sul fronte ecologico. Il progetto, come fu presentato all’armatore, era volto a sensibilizzare la popolazione intorno al problema del gas liquefatto trasportato nelle gasiere e poi rigassificato, secondo una trafila che nei vari passaggi rilascia tonnellate di metano nell’aria causando un effetto serra dieci volte più potente dell’anidride carbonica. “Meglio non parlare di questo obiettivo all’armatore – pare abbia detto l’intermediario alla vendita al potenziale compratore – lui col gas ci campa! Più che altro lui è contrario al carbone e ci sostiene nelle riforestazioni”. Quindi, ricapitolando, greenwashing a go go, con un approccio “profit” ma anche benefico, (sebbene non dichiarato ufficialmente) e complicità nel genocidio: insomma il curriculum perfetto dell’alto dirigente della Vitol, attualmente di stanza negli Emirati Arabi Uniti. Stefano Bertoldi
July 8, 2026
Pressenza
Dina Alberizia: noi siamo tornati, pensiamo ai detenuti palestinesi, pensiamo ad Abu Safiya
Ho avuto il piacere di conoscere Dina Alberizia la domenica mattina appena trascorsa. Ci siamo incontrate nella quiete e nell’ombra dell’Abbazia di Vezzolano, uno dei gioielli del romanico astigiano. Le avevo proposto un’intervista ma alla fine ne è risultato un incontro meno strutturato della classica intervista e come un racconto lo riporterò. Dina ha esplicitato subito il centro della sua attenzione, ciò che le sta a cuore. La sua preoccupazione non era e non è il racconto della sua detenzione ma tenere alta l’attenzione su ciò che accade ai prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, alla popolazione di Gaza che continua a vivere in condizioni indicibili, alla pace che pace non è. Una chiarezza che iniziò ai tempi dell’organizzazione della Global March to Gaza. Il Manifesto Etico scritto per quell’occasione mise in parole quello che Dina pensava e che divenne priorità, un’esigenza quasi fisica, imprescindibile. La Global March to Gaza partì il 12 giugno 2025 destinazione valico di Rafah, chiuso dall’esercito israeliano. Si voleva tentare di forzare il blocco, gli aiuti umanitari erano tanti, erano disponibili ma alla popolazione affamata non potevano arrivare. Purtroppo accade ancora adesso. Ad agosto partì la prima spedizione della Flotilla, Dina partecipava come equipaggio di terra, un compito organizzativo che ha poi preso la forma di responsabile di coordinamento per il Piemonte della Global Sumud Italia, delegazione italiana di Global Sumud Flotilla. Dina Alberizia al rientro a Fiumicino La domanda sui giorni di detenzione è stata inevitabile e Dina ha raccontato di Sirte, del trasferimento a Bengasi, gli interrogatori, l’isolamento. Pochi e sporadici i contatti con l’esterno, la prima telefonata in Italia è stata concessa 12 giorni dopo l’arresto, modalità in cui il rispetto per i diritti umani è concetto flebile e variamente labile. Nonostante questo è lei stessa a sottolineare quanto gli attivisti della Flotilla di terra siano comunque stati detenuti “privilegiati”. Proprio nella mattina del nostro incontro era arrivata la notizia relativa allo stato di salute del dottor Abu Safiya dopo la visita del suo avvocato avvenuta il 2 luglio secondo il quale le condizioni del suo assistito hanno subito un “deterioramento catastrofico” dopo il trasferimento nel centro d’interrogatorio sotterraneo Rakefet all’interno della prigione di Nitzan. “Mi hanno portato qui per uccidermi. Non credo che sopravvivrò. Questa è la fine” sono le parole che Abu Safiya avrebbe detto con non poche difficoltà: ha difficoltà a parlare e respirare e perde ripetutamente conoscenza. Le segnalazioni sono arrivate dall’organizzazione Physician for Human Rights Israel e convalidate appunto dalle dichiarazione del legale del pediatra. Com’è possibile che un uomo venga torturato in questo modo? Non sarebbe accettabile neppure se quell’uomo si fosse macchiato di crimini indicibili, in questo caso ci troviamo di fronte ad un medico che lavorava nel suo ospedale e che cercava di portare soccorso nonostante la mancanza di medicinali e attrezzature. Com’è possibile rimanere indifferenti di fronte a tanta ingiustizia? Semplice. Non si può. Un orrore come questo chiede voce, chiede urla forti e più persone urlano più la voce si sente. La Marcia, le spedizioni della Flotilla sono stati tutti modi di urlare, di parlare a più persone possibili, tutte e tutti possiamo prendere parte a quest’urlo e questa necessità, questo doveroso schierarsi risulta evidentissimo nel parlare con Dina. Dal Manifesto della coscienza globale di Hüseyin Durmaz scritto per la preparazione della Marcia Globale per Gaza Gaza non è solo un luogo, è uno specchio Ciò che sta accadendo oggi a Gaza non è solo un attacco a un popolo, ma un assalto all’essenza stessa dell’umanità. Se un popolo può essere affamato, ridotto al silenzio e lasciato senza medicine o pietà, e il mondo rimane impassibile, cosa significa essere umani? Questo silenzio non ferisce solo le vittime. Ferisce l’anima di ogni testimone. Perché in un mondo senza giustizia, nessuno di noi è veramente al sicuro. Sara Panarella
July 8, 2026
Pressenza
In Veneto continuano le mobilitazioni per la Palestina
Si è svolto domenica 28 giugno 2026 presso la Società Operaia di Mutuo Soccorso di Lentiai (BL) il secondo convegno della Rete Veneta dei Comitati per la Palestina libera, contro la guerra, i genocidi e gli ecocidi, che ha visto la partecipazione, in parte in presenza, in parte online, di 26 gruppi e comitati di un ampio territorio che va da Verona a Pordenone ed oltre, che si può descrivere come la nostra città diffusa. Nel corso degli ultimi tre anni di intensificazione esponenziale delle dinamiche genocidiarie contro il popolo palestinese, la provincia veneta ha visto nascere moltissimi percorsi di mobilitazione civile che hanno avuto varie forme, dal presidio settimanale, al corteo, alle mostre, ai dibattiti, alle raccolte di fondi, ai digiuni, al minuto di silenzio nelle scuole, quasi sempre grazie a una configurazione particolare, quella dei comitati. Cittadini e cittadine si sono organizzati, spesso paese per paese, nello scambio e nella collaborazione tra territori limitrofi, così come nella partecipazione alle mobilitazioni unitarie  (il blocco di porto Marghera dello scorso anno o la manifestazione contro la guerra ad Aviano del passato 6 giugno), nella creazione di centinaia di chat dedicate, in un crescere e un diffondersi inesorabile della consapevolezza rispetto alla questione palestinese. Si è ormai compreso che per fermare lo sterminio è necessario mettere in discussione il sistema economico che lo sostiene, come un tempo è stato per il Sudafrica. Per articolare questo percorso possiamo contare sulla collaborazione con BDS italia, con i suoi referenti nel territorio, anche se, di fatto, il boicottaggio  è da tempo iniziato in forma spontanea tra le centinaia di attivisti veneti. Questo è il passaggio che pensiamo necessario per riappropriarci della nostra stessa dignità, dei principi della Carta dei diritti dell’uomo e della Costituzione antifascista, per scrivere nuovi principi, se necessario, per noi stessi e per tutti gli esseri umani. Per la sanità in Italia, in Palestina e anche a Cuba, per il welfare, per una scuola libera, per il lavoro e per un’equa distribuzione delle risorse, per l’ecosistema che sempre di più, anche a causa delle guerre e del saccheggio delle risorse naturali, mostra i segni del collasso progressivo che oggi, più di noi, vivono le popolazioni del sud del mondo. Negli ultimi due mesi e mezzo questa Rete, nella sua geometria variabile e sempre aperta, si è messa al servizio della Global Sumud Flotilla accompagnandone la partenza da ciascun presidio fino al mare, e fino a che ogni partecipante è tornato in libertà; è stata uno dei motori fondamentali della manifestazione contro la guerra e la presenza di armi nucleari di Aviano il 6 giugno scorso; ha condiviso la campagna We Rise per chiedere la sospensione degli accordi economici dell’UE con Israele; ha diffuso il messaggio e ha moltiplicato le piazze con l’iniziativa Palestina Anima Mundi che il 3 luglio avrà il suo seguito. Auspichiamo anche la condivisione di una proposta di legge per l’obiezione di coscienza, in modo che i lavoratori e le lavoratrici che non vogliono produrre o movimentare armamenti non siano oggetto, come sono ora, di ritorsioni sistematiche da parte delle aziende. Cerchiamo di dare dei punti di riferimento per le campagne in corso, in particolare per la liberazione di Marwan Bargouthi e dei 10.000 prigionieri palestinesi per i quali Assopace Palestina  sollecita la creazione di comitati locali. Il convegno del 28 giugno, al quale hanno partecipato tra le altre anche Wilpf Italia, protagonista della denuncia contro le armi nucleari sul suolo italiano e alcune sezioni dell’Anpi, ha affrontato tra gli altri il tema della repressione a cui gli attivisti e le attiviste sono soggette, della necessità di essere solidali e di schierarsi a difesa di quanti e quante sono raggiunte dai provvedimenti restrittivi dei cosiddetti “decreti sicurezza” che si susseguono nel tentativo di reprimere il dissenso, con accuse che arrivano fino al terrorismo nazionale e internazionale. Accuse che, nel contesto inglese, hanno già portato in carcere diversi attivisti. In Italia le accuse di terrorismo vengono portate avanti, spesso su mandato diretto di Israele, soprattutto nei confronti delle persone palestinesi che sostengono la causa del loro popolo, come nel caso di Yaeesh e Hannoun. Nessuno e nessuna deve essere lasciata sola. Il grande obiettivo di incidere sulle scelte di tutti i governi passa per la nostra capacità di rendere la mobilitazione non solo generale e unitaria, ma anche concreta e capillare. Gli obiettivi concordati a breve e a medio termine sono: 1) Iniziare un percorso per la creazione di un database consultabile delle iniziative di tutti i territori 2) Iniziare il ragionamento per articolare una campagna di boicottaggio mirato ed efficace verso i complici, in qualche caso i mandanti, del genocidio in atto, presenti sul nostro territorio, con particolare attenzione alle armi e ai soldi. L’auspicio per tutto il movimento italiano, europeo e mondiale, è che l’unità e la convergenza che le realtà territoriali riescono a interpretare pur tra le diverse sensibilità che le attraversano, ricercando e praticando obiettivi comuni, sia suggerimento e invito a tutte e a tutti a convergere e a essere insieme motore delle molteplici, vecchie e nuove, forme della disobbedienza generalizzata. Le date di mobilitazione che sono state annunciate a livello regionale e che attraverseremo sono: 3 luglio, Palestina Anima Mundi (che già ha portato il 19 giugno 170 realtà in Italia a unirsi virtualmente in un’unica mobilitazione), ovunque in Italia. 17 luglio a Venezia, quando l’ambasciatore americano, in crociera nel Mediterraneo, attraccherà in laguna per assistere alla Festa del Redentore, ultima e più popolare delle feste veneziane, con il suo maxi yacht da 117 metri. La sua presenza, simbolo di un’ancora peggiore sottomissione della nostra classe dirigente ai voleri imperiali, sarà contestata nei tempi e nei luoghi che il movimento veneziano saprà indicarci. Da ultimo, dal Friuli si richiede un’attenzione speciale alla mobilitazione contro la partecipazione della nazionale israeliana di baseball under 18 al campionato europeo che si svolgerà a Ronchi dei Legionari tra il 14 e il 16 luglio. Rete Veneta dei Comitati per la Palestina Libera Per info: retevenetadeicomitati@protonmail.com         Redazione Italia
July 2, 2026
Pressenza
Sono a casa le persone fermate in Libia
In una corrispondenza con Tony , diamo innanzitutto un aggiornamento sulla situazione degli attivisti e delle attiviste che sono stati liberati ieri dalle carceri libiche: tutti e tutte sono arrivati a Tunisi nella prima serata di ieri sera, mentre stamani Matias, Dina e Domenico sono atterrati a Fiumicino, esattamente un mese dopo il sequestro avvenuto al confine di Sirte. Domenico e Dina hanno raccontato quanto è accaduto durante il periodo di detenzione, vissuto senza alcun contatto con l'esterno. Grande pressione diplomatica, per la loro liberazione, è stata esercitata soprattutto da parte della Turchia, nonostante non ci fossero persone turche sotto sequestro;  nessuna forma di condanna, invece, è stata espressa da parte del governo italiano, anche a causa della forte influenza esercitata nel nostro paese dall'entità sionista. Passiamo quindi a tracciare un bilancio delle ultime due missioni della Sumud che, a causa delle politiche repressive e della violentissima propaganda, non hanno conosciuto gli stessi livelli di sostegno e di indignazione di massa dell'autunno scorso. D'altra parte, l'unica maniera di fare argine quando le istituzioni falliscono è la mobilitazione dal basso, che deve continuare con forza per contrastare tutte le violazioni del diritto internazionale e umanitario, soprattutto In Italia, dove, in generale, il livello di mobilitazione e di consapevolezza su quanto accade in Palestina è potenzialmente abbastanza elevato.
June 24, 2026
Radio Onda Rossa
La resistibile ascesa delle destre – 2
di Enrico Semprini Questo elaborato è il secondo di una serie che continuerà nelle prossime settimane. Gli argomenti che saranno approfonditi sono i seguenti: La remigrazione – (il primo è stato pubblicato il sei giugno) la psicologia di massa del fascismo; il ruolo dell’irrazionalità e delle religioni. Il piano del lavoro è in corso di sviluppo e ad oggi non
22 settembre: domiciliari per chi ha cognome straniero. Chiesto il riesame
L’operazione repressiva legata allo sciopero generale del 22 settembre 2025 al fianco del popolo palestinese e della Global Sumud Flotilla continua a dispiegarsi[mim]   Dopo la prima tornata di marzo — 17 indagat*, quasi tutt* con misure cautelari immediate (poi perlopiù rimosse) — e la seconda di maggio — altre 24 persone colpite, 10 misure cautelari di cui 7 arresti domiciliari — emergono preoccupanti novità. A seguito degli interrogatori di garanzia, divenuti obbligatori con la riforma Cartabia del 2022, la GIP ha disposto la conferma degli arresti domiciliari per le persone con cognome non italiano, mentre per le altre, imputate per condotte analoghe, si trovano adesso invece in una condizione giuridica meno restrittiva. Due degli avvocati, che difendono complessivamente più di quindici imputat*, hanno presentato istanza di riesame per due loro assistiti, con l’obiettivo di allineare la loro posizione a quella delle altre persone imputate per gli stessi reati. Va sottolineata, però, una tendenza che attraverserebbe tutto il procedimento. Il piano giuridico di questa seconda tornata sembra anche più complesso: oltre a resistenza a pubblico ufficiale, lesioni gravi e interruzione di pubblico servizio (reati “condivisi” tra le due tornate), nonché imputazioni legate al lancio di oggetti, tra i capi contestati figura il danneggiamento di bene culturale — le vetrate dei portoni storici della Stazione Centrale. Una qualifica che preclude l’eventuale accesso alla messa alla prova, ovvero l’esito più auspicabile in indagini di questo tipo. Dal momento che la disposizione delle zone rosse e l’applicazione del primo Decreto Sicurezza, nonché una generale tendenza in Italia a colpire chi protesta, rendono estremamente difficile, se non impossibile, ogni altro esito positivo.   LA RAZZIALIZZAZIONE DEL DISSENSO Il risultato, in altre parole, è che persone con posizioni processuali analoghe si trovano davanti a percorsi giudiziari molto diversi, con le persone razzializzate più penalizzate. Senza dimenticare che, per come è conformata la legge in Italia, la condizione giuridica delle persone con background migratorio è di per sé precaria: molti indagati rischiano, infatti, reclusione in CPR ed espulsione coatta dal paese. Il fatto che il 12 giugno entrerà in vigore il nuovo Patto UE Migrazione e Asilo complica sensibilmente l’orizzonte politico. Come abbiamo segnalato anche nell’articolo Milano, 22 settembre: la seconda tornata di un’operazione repressiva, è particolarmente preoccupante anche l’uso di SARI (Sistema Automatico di Riconoscimento delle Immagini), che potrebbe essere esteso nel prossimo futuro, dal momento che l’AI Act e lo stesso Regolamento sulla scansione biometrica alle frontiere del Patto UE Migrazione e Asilo, di fatto, liberalizzano il riconoscimento biometrico per casi di “sicurezza nazionale” e “difesa”. La profilazione razziale da parte delle istituzioni non è un’anomalia in Italia, è strutturale. Le Forze di Polizia a Milano ne danno continuamente ampia dimostrazione: pensiamo al caso dell’orafo Diala Kanté, arrestato durante un controllo con violenza dalle Forze di Polizia, senza alcuna ragione. Pensiamo, anche se i casi sono molto diversi, ad Abderrahim Mansouri, Mohamed Mahmood, Ramy Elgaml e Fares Bouzidi. Senza poter riportare tutti i casi non emersi in superficie. In questo quadro, vanno citati gli arresti di attivisti palestinesi — i più noti Mohamed Hannoun e Mohamed Shahin — a seguito di indagini estremamente viziate: sia da pregiudizi razziali, sia da pressioni internazionali (l’esempio sono le “fonti”, in seguito ritenute inammissibili, “offerte” da Israele nel caso di API). Nonché va evidenziato il ruolo che il giornalismo mainstream ha assunto nella creazione del “nemico pubblico”, dunque nel più ampio processo di criminalizzazione del dissenso e del movimento per la Palestina, in supporto della maggioranza di governo (lo abbiamo approfondito nel primo articolo su questa operazione repressiva).   LA CITTÀ DI MILANO SI È GIÀ MOBILITATA Con l’obiettivo di offrire supporto immediato, attorno alla campagna di solidarietà “Io c’ero” si organizza una rete informale di segreterie legali, che ha preso e prenderà in carico le persone che, non facendo parte di organizzazioni, sono isolate: in gran parte cittadin* razzializzat*. La richiesta è, ovviamente, l’immediata revoca delle misure, nonché una più generale tutela delle persone marginalizzate in questo procedimento. Il concerto “Io c’ero” di questo giovedì 11 giugno in piazza Leonardo da Vinci è un primo momento di tematizzazione: inserito nella campagna di raccolta fondi omonima per la copertura delle spese legali di oltre venti imputat* del processo per gli scontri del 22 settembre, vedrà present* l* artist* PopX, Missinred, Alchemy FM, Bunna, Resistenza Sonora, nonché ospiterà gli interventi dal palco di Dario Salvetti (Collettivo di Fabbrica ex GKN), di Nicola Datena (ASGI e Le Carbet), del collettivo Deriva, di Global Sumud Italia, di Immigrital e di Gaza Freestyle. Appuntamento dalle 16, fino a mezzanotte, con anche diversi banchetti di realtà attive nel boicottaggio (come BDS), nel sociale (ARCI), e nella lotta per i diritti umani (Amnesty). Una momento in continuità con le grandi mobilitazioni del 18 aprile contro l’evento dei Patrioti d’Europa (eurogruppo di estrema destra) Senza Paura. In Europa Padroni a casa nostra, che ha visto oltre trentamila persone in due cortei, per una città migrante e non escludente. Verso un anno di lotta contro il razzismo, strutturale e culturale, che sta sempre più intensificandosi, assieme alla torsione a destra dei governi globali.   Redazione Italia
June 12, 2026
Pressenza