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Carovana di terra per Gaza: 10 persone fermate in Libia
Con un'attivista della Global Sumud appena rientrata dalla Libia, diamo un aggiornamento sull'esperienza della Carovana di terra per Gaza, il convoglio umanitario organizzato dalla Global Sumud, partito da Tripoli e bloccato a Sirte. Il convoglio, costituito da delegazioni di 25 paesi, con camion, mezzi sanitari ed auto, è rimasto bloccato nel deserto per nove giorni, a 10 km dal confine. Sono quattro giorni che si è perso qualsiasi tipo di contatto, anche a livello diplomatico, con 10 attivisti staccatisi dal gruppo per portare avanti delle trattative e posti in stato di fermo nella Libia Est senza alcun tipo di base legale. L'ultimo contatto diretto con loro risale al primo pomeriggio di domenica 24 maggio. La situazione, ad oggi, è in divenire ma è molto importante mobilitarci tutte e tutti e tenere alta l'attenzione   
May 27, 2026
Radio Onda Rossa
“Fuori la guerra dai nostri porti”: a Gioia Tauro il 29 maggio
Il Coordinamento Calabria per la Palestina convoca, per venerdì prossimo alle ore 17, un presidio davanti al porto di Gioia Tauro e alle ore 18.30 sul lungomare di San Ferdinando la conferenza stampa in cui presenterà il programma di attività organizzate per rilanciare l’azione di lotta contro la filiera bellica e l’economia di guerra. Svolta in adesione allo sciopero generale per la Palestina e contro la guerra lanciato con l’appello dei Giovani Palestinesi d’Italia e raccolto da realtà sindacali, sociali e politiche in tutto il Paese, l’iniziativa viene così presentata: > Facciamo nostro il senso profondo della dichiarazione dei GPI: oggi la > Palestina, da Gaza a Gerusalemme, chiama alla mobilitazione generale contro il > genocidio, contro la pena di morte dei prigionieri palestinesi, contro > l’economia di guerra e contro la complicità degli Stati che permettono, > finanziano, armano e proteggono l’occupazione coloniale israeliana. > > Il genocidio non si compie solo con i bombardamenti. Si compie anche con la > firma su un contratto > militare, con un veto al Consiglio di Sicurezza ONU, con il silenzio scelto > davanti a decenni di > prigionieri palestinesi brutalizzati dalle forze criminali dell’esercito > israeliano. ridotti a oggetti di > scherno. > > Noi non aspettiamo che le vittime abbiano i passaporti giusti per indignarci. > Per questo diciamo con chiarezza: i porti non possono essere retrovie della > guerra. Gioia Tauro non può essere trattata come una semplice infrastruttura > neutrale dentro un’economia globale che trasporta armi, profitti, sfruttamento > e morte. Ogni porto attraversato dalla filiera bellica è parte di un sistema > che rende possibile il genocidio: dalla produzione militare alla logistica, > dai contratti commerciali alle coperture diplomatiche, dalle basi militari > alle rotte del commercio internazionale. > > Non lavorare per la guerra significa interrompere la catena logistica che > rifornisce l’esercito > israeliano. Significa rifiutare che il lavoro venga arruolato nella macchina > bellica. Significa rompere la normalità della complicità. Significa dire che > nessuna banchina, nessun container, nessuna infrastruttura del nostro > territorio deve servire al massacro del popolo palestinese. > > La nostra azione dal basso ha già dimostrato che fermare le armi nei porti è > possibile. > > La Calabria sa bene cosa significhi essere trattata come una periferia > sacrificabile, da sfruttare e > militarizzare. La logica coloniale, razzista ed estrattiva che devasta la > Palestina è la stessa che trasforma il Mediterraneo in una frontiera armata, i > nostri porti in snodi bellici e il lavoro in un > ingranaggio di morte. > > Per questo lo sciopero del 29 maggio non riguarda solo la Palestina. Riguarda > tutte e tutti noi. Riguarda il diritto di sciopero, attaccato e represso > proprio quando prova a colpire i nodi reali del potere economico. Riguarda le > lavoratrici e i lavoratori della logistica, dei porti, dei trasporti, dei > servizi, chiamati a scegliere se continuare a essere usati dentro l’economia > di guerra o diventare forza capace di interromperla. Come ricordano i Giovani > Palestinesi d’Italia, la repressione contro chi ha scioperato e manifestato > non è un fatto isolato: si inserisce nella politica di guerra dello Stato > italiano, che restringe gli spazi di dissenso mentre aumenta le spese > militari, sostiene Israele, criminalizza la solidarietà e tenta di colpire lo > sciopero come strumento politico decisivo. > > È il momento di allargare la mobilitazione e bloccare la filiera bellica. > > Invitiamo tutte le realtà solidali, sociali, sindacali, politiche, > studentesche, ecologiste, femministe e antirazziste della Calabria a unirsi al > presidio. > > Venerdì 29 maggio, ore 17:00 > Presidio davanti al Porto di Gioia Tauro > Conferenza stampa ore 18.30 – lungomare di San Ferdinando > > Con lo sciopero generale per la Palestina e contro la guerra > Blocchiamo la filiera bellica. > Fuori la guerra dai nostri porti. > Non lavoriamo per il genocidio. > Palestina libera. > > Firmato (in ordine alfabetico) > > * BDS Calabria e gruppo embargo militare > * Coordinamento Calabria per la Palestina > * Global Sumud Calabria > * global-intifada.org > * Thousand Madleens to Gaza Redazione Italia
May 26, 2026
Pressenza
Fermata la spedizione di terra della Flotilla in Libia
10 attivistx del Global Sumud Land Convoy sono attualmente detenutx in Libia. L’allerta è stata lanciata poche ore fa della Global Sumud Flotilla. Viene chiesto il rilascio immediato di tutte le persone arrestate, nonché il passaggio del convoglio verso Gaza. Tra loro c’è anche Leonarda Alberizia, Dina, di Albugnano, partita da Torino il 5 maggio e che in questi giorni si era separata dal convoglio per negoziare al checkpoint di Sirte il passaggio degli aiuti. Venerdì Dina aveva condiviso con noi un breve aggiornamento, così come in altre occasioni aveva raccontato sulle frequenze di blackout della Flotilla. Riportiamo gli ultimi aggiornamenti ricevuti, in cui ci descrive il Land Convoy partito verso Gaza il 15 maggio. Circa 300 persone, tra cui personale specializzato, con vari automezzi, ambulanze e materiale umanitario. Venerdì il gruppo era accampato tra la Libia Ovest e quella Est, a circa 9 km dal valico di Sirte. Ci parla dei loro contatti con Gaza e il bisogno di mobilitarsi come equipaggi di terra, in tutto il mondo, per Gaza e la Palestina tutta. Come sempre, tuttx liberx! Dina libera!
Fermata la spedizione di terra della Flotilla in Libia
10 attivistx del Global Sumud Land Convoy sono attualmente detenutx in Libia. L’allerta è stata lanciata poche ore fa della Global Sumud Flotilla. Viene chiesto il rilascio immediato di tutte le persone arrestate, nonché il passaggio del convoglio verso Gaza. Tra loro c’è anche Leonarda Alberizia, Dina, di Albugnano, partita da Torino il 5 maggio e che in questi giorni si era separata dal convoglio per negoziare al checkpoint di Sirte il passaggio degli aiuti. Venerdì Dina aveva condiviso con noi un breve aggiornamento, così come in altre occasioni aveva raccontato sulle frequenze di blackout della Flotilla. Riportiamo gli ultimi aggiornamenti ricevuti, in cui ci descrive il Land Convoy partito verso Gaza il 15 maggio. Circa 300 persone, tra cui personale specializzato, con vari automezzi, ambulanze e materiale umanitario. Venerdì il gruppo era accampato tra la Libia Ovest e quella Est, a circa 9 km dal valico di Sirte. Ci parla dei loro contatti con Gaza e il bisogno di mobilitarsi come equipaggi di terra, in tutto il mondo, per Gaza e la Palestina tutta. Come sempre, tuttx liberx! Dina libera!
May 25, 2026
Radio Blackout
Le flottiglie per Gaza nel 2026: genesi, storia, sviluppi necessari.
PERCHÉ VANNO RIPENSATE E COME POSSONO SERVIRE PIENAMENTE LA CAUSA PALESTINESE. In questi ultimi giorni, abbiamo assistito alle violenze che gli attivisti e le attiviste della Global Sumud Flotilla hanno subito, dopo il loro arresto in acque internazionali da parte delle forze militari israeliane, mentre erano diretti a Gaza per una missione umanitaria. Si dibatte se si sia trattato di un atto di pirateria e di un rapimento: tanti esperti di diritto internazionale ritengono di sì, altri giuristi sostengono, invece, che, tecnicamente, tali azioni non si possano configurare quali reati di depredazione e violenza in mare da parte di Israele. Perché questa dicotomia di pensiero e perché è necessario oggi determinare definitivamente il quadro delle responsabilità dello Stato di Israele (e non solo del governo attuale)? L’imperativo non è, chiaramente, riferito soltanto a questo ultimo episodio, date le ultradecennali persecuzioni, gli abusi, gli omicidi compiuti dai sionisti in Palestina, in Libano, in Iran, in Yemen. E in considerazione del genocidio ancora in atto a Gaza. IL BLOCCO NAVALE A GAZA: LEGALE O ILLEGALE? Facciamo qualche passo indietro nella storia delle flottiglie. Quando Israele, nel 2007, impone il blocco navale davanti alla Striscia di Gaza, partono spedizioni civili via mare per rompere l’assedio, con a bordo attivisti di tanti paesi prevalentemente europei. La più nota rete è la Freedom Flotilla Coalition. Poi, nel 2025 è stata lanciata la campagna della Global Sumud Flotilla (GSF), diventando progressivamente una coalizione a ombrello per le altre formazioni (Thousand Madleen, Global Movement to Gaza, Maghreb Sumud Flotilla, Sumud Nusantara, Cinta Gaza Malaysia (CGM), componente asiatica della flottiglia). Anche Emergency ha aderito con la nave Life Support nel 2025. Usando come pratica politica il trasporto di aiuti umanitari, le missioni creano i presupposti di una pressione mediatica internazionale, attraverso forme di disobbedienza civile non armata, per arrivare alla condanna delle violazioni dei diritti umani in Cisgiordania e nella Striscia. Nel 2010, salpa dalla Turchia e da altri porti del Mediterraneo la prima grande missione (Gaza Freedom Flotilla), composta da più navi. Da subito, Israele dichiara che queste missioni sono una violazione della propria sovranità: il blocco navale è considerato legale. In particolare, gli organizzatori sono accusati di essere fiancheggiatori di Hamas, a fini politici o logistici. L’attenzione sulla Freedom si accende quando la nave Mavi Marmara viene abbordata in acque internazionali dalle forze sioniste e, nello scontro, muoiono 10 attivisti. Si apre così una crisi diplomatica internazionale che vede in prima linea Israele e la Turchia, ma non solo. Questa aggressione, e la tragedia che ne è conseguita, rappresenta uno spartiacque anche per il diritto internazionale. L’ONU viene interessata giocoforza dalla vicenda: il Segretario Generale delle Nazioni Unite istituisce un organismo speciale (il Panel d’inchiesta del Segretario Generale ONU sull’incidente della flottiglia del 31 maggio 2010) che produce il famoso Rapporto Palmer. L’inchiesta conclude che il blocco navale israeliano era “misura di sicurezza legittima ma la forza usata durante l’abbordaggio è stata eccessiva e irragionevole”. Il Consiglio per i diritti umani (UNHRC) aveva, però, già istituito una propria missione d’inchiesta, distinta dal Panel Palmer del Segretario Generale, i cui risultati furono molto chiari: il blocco era illegale, pertanto l’abbordaggio era illegale e vi furono gravi violazioni dei diritti umani. Tornando all’atto di pirateria, quindi: la mancanza di una posizione univoca su questa vicenda ha inevitabilmente influenzato le interpretazioni dei fatti occorsi successivamente. La definizione più usata, quella della Convenzione ONU sul diritto del mare (UNCLOS), viene tirata in ballo a fasi alterne: pirateria è un atto violento o di sequestro, compiuto da un equipaggio privato, per fini privati; contro un’altra nave in alto mare. Essendo, però, le operazioni israeliane compiute da forze armate statali, non avendo esse fini “privati” come rapina o profitto, avvenendo nell’ambito dichiarato di un’operazione militare, finalizzata alla sicurezza, la fattispecie sembra non applicabile alle flottiglie. Molti giuristi dicono: “Può essere illegale, ma tecnicamente non è pirateria.” Un altro orientamento che sembra raccogliere sempre più seguito afferma, invece, che se uno Stato sequestra una nave civile in acque internazionali senza base legale valida, l’atto assomiglia sostanzialmente alla pirateria, anche se formalmente non rientra nella definizione UNCLOS. Pertanto, va trattato come tale e i governi dei paesi a cui appartengono i cittadini e le cittadine aggrediti possono intervenire, anche militarmente, per tutelare la loro incolumità. Di più: devono intentare un ricorso alla Corte internazionale di giustizia, aprire un contenzioso tra Stati. MA QUAL È IL CUORE DELLA QUESTIONE? Ora, qui non si tratta di portare avanti una disquisizione giuridica ma di rilevare una verità storica e cioè che Israele, pur fregiandosi di essere componente a tutto titolo degli organismi di diritto internazionale, lo viola sistematicamente da 78 anni. Lo fa dalla data della Nakba, cioè dalla cacciata di 750.000 palestinesi, avvenuta tra il 1947 e il 1948, e con la distruzione di oltre 400 villaggi con metodi squadristi, attuata per fare spazio al nascente Stato. Si tratta, cioè, di assumere, come incontestabile in via definitiva, il fatto che le violazioni dei diritti umani da parte di Israele sono sperimentate sul popolo palestinese, ripetute nel Libano del Sud e nelle aree circostanti dell’Asia occidentale ma non riguardano solo i palestinesi (e, comunque, già la misura sarebbe colma): interessano l’assetto geopolitico mondiale. Può una potenza militare che si rifà alle regole della civile convivenza democratica restare impunita se le infrange in modo sistematico e reiterato? No, di certo; e allora perché ciò accade? UNA DOMANDA PER LE FLOTTIGLIE L’impegno delle flottiglie deve ripartire da questa domanda, a cui le risposte sono state date già dagli scrittori palestinesi del Novecento come Ghassan Kanafani e continuano a essere ripetute da quelli del presente, come Adania Shibli. Una su tutte: il sionismo è un’operazione predatoria di vite e di terre che affonda le sue radici nella storia del colonialismo occidentale e del suo parente stretto, il liberismo. In parole povere: è comprensibile provare sdegno e rabbia collettiva per i maltrattamenti e gli abusi riservati agli attivisti della flottiglia; è necessario ricordare che questi comportamenti sono usati in modo scientifico e chirurgico nelle carceri israeliane con i palestinesi; è fondamentale mettere sempre insieme le due cose ricordando che la prima deve anteporsi alla seconda nella nostra visione e nei nostri racconti, altrimenti si rischia di dare struttura al privilegio piuttosto che giustizia agli abusi. Però, innanzitutto, è inderogabile provare a incrinare, nelle sue proprie fondamenta, il castelletto di complicità che permette tutto questo, aggredendo con lungimiranza, fermezza, strategia, gli snodi economici che lo sostengono. In un’ottica marxiana, si deve partire dalla convinzione che, quindi, il genocidio non si combatte solo in Palestina, né per la Palestina, ma con la Palestina e si combatte nei nostri territori a partire dalla sottrazione di aree di profitto alle attività affaristiche complici. Gli strumenti sono il boicottaggio, anche come azione individuale, ma soprattutto la messa a sistema di una piattaforma di lotta per la giustizia globale, che tragga spunto, energia, sollecitazioni da gruppi locali, in base ai loro bisogni. Una connessione forte con i nodi territoriali del BDS (movimento di boicottaggio, disinvestimento, sanzioni, a guida palestinese) sarebbe fondamentale. DAL LOCALE AL GLOBALE, ANDATA E RITORNO Le flottiglie, quindi, non devono diventare più ardimentose: già lo sono state, poiché gli equipaggi, come si è visto dagli ultimi episodi e anche dalla vicenda della Mavi Marmara, si mettono effettivamente a rischio di abusi e chissà cos’altro. E non vi è dubbio che contribuiscano a tenere alta l’attenzione mediatica sulla Palestina. Devono, però, ripensarsi nella fase storica attuale, nella quale i signori della guerra e i plurimiliardari governano le sorti delle persone comuni. In un’ottica internazionalista, i bisogni della gente che vive nella società consumistica sono simili, con gradazioni di intensità e varianti diverse a seconda del contesto; creando dei macro cluster, tutti e tutte desideriamo avere un lavoro dignitoso e rispettoso dei nostri tempi di vita, poter accedere alla cura e all’istruzione, tenere un tetto sicuro sulla testa. È allora possibile individuare alcuni elementi di intersezione tra le rivendicazioni collettive popolari a livello locale e le istanze di giustizia globale. Il sionismo deve essere combattuto per la sua essenza di sistema di oppressione simbolico, dove vigono il diritto del più forte e l’impunità del più potente e del più ricco. La barca Ghassan Kanafani della Freedom Flotilla Italia, protagonista della campagna “100 porti per 100 città”. Foto di Vincenzo Fullone Un esempio di come dare forma a questa auspicabile evoluzione è la missione “100 porti per 100 città”: con la barca Ghassan Kanafani, la Freedom Flotilla Italia sta portando Gaza in Italia anziché andare a Gaza. La spedizione, partita da Taranto a inizio maggio, sta risalendo le coste tirreniche, incontrando i lavoratori, gli studenti, i sindaci, i contadini, i portuali, e tutti gli animatori delle comunità locali che lottano contro l’ingiustizia sociale. Alla fine del mese, la barca si troverà insieme alle comunità di militanti e abitanti di Napoli e Bagnoli, dove attraccherà. Si parlerà di diritto alla salute e al mare e l’equipaggio, in cui sono presenti tante persone palestinesi, sarà coinvolto in vari dibattiti sulle grandi multinazionali complici che agiscono sul nostro territorio, come MSC e Leonardo, e sulla repressione del dissenso contro l’occupazione sionista. Altrimenti, pur essendo generose e preziose azioni umanitarie, le spedizioni di mare e di terra per Gaza rischiano di perdere la tensione politica necessaria a sfondare il blocco del potere colluso con il sionismo, che è prodromico alla rottura del blocco navale, obiettivo per cui sono nate e contro cui rischiano di infrangersi con grande perdita di energie collettive e pagando un altissimo costo in termini di corpi violati. Ci sono tutti gli elementi e le intelligenze per riprogrammarsi su questa traccia o altre che si potranno individuare grazie al confronto con le comunità palestinesi e i movimenti locali: è indispensabile farlo per servire pienamente la causa palestinese in questa fase storica. Fonti Freedom Flotilla Coalition Rapporto Palmer ONU Documento del Ministero degli Esteri turco Pressenza – Global Sumud Flotilla Lavinia Marchetti – Piratare la Flotilla per rapire la Post Instagram citato Nives Monda
May 24, 2026
Pressenza
“Perché non li considerano esseri umani”
Libano Mentre proseguono le violenze nella striscia di Gaza, l’aggressione israeliana contro il Libano non ha limiti. La mediazione Usa è una finzione. La “dottrina delle macerie” e “la politica della tenaglia” vengono applicate dall’esercito di invasione per uccidere libanesi, far pressione sul governo per cedere sulla linea politica e soprattutto per svuotare il sud del paese dalla sua gente e colonizzarlo con bande di coloni ebrei arrivati da ogni dove. Uccisioni e distruzioni vanno di pari passo. Il Ministero della Salute libanese ha pubblicato la statistica quotidiana delle atrocità sioniste: 3.111 martiri e 9.432 feriti a seguito dell’aggressione israeliana in corso contro il Libano dal 2 marzo. Cisgiordania Venerdì sera, l’esercito di occupazione israeliano ha arrestato un giovane palestinese nel giorno del suo matrimonio, in una sala ricevimenti nel governatorato di Jenin, nella parte settentrionale della Cisgiordania occupata. I coloni ebrei israeliani hanno inoltre attaccato il villaggio di Masoud, a sud di Jenin, aprendo il fuoco e seminando paura e panico tra i cittadini palestinesi. La Cisgiordania sta assistendo a un’escalation di aggressioni da parte dei coloni, sotto la protezione dell’esercito israeliano, in particolare nelle aree rurali adiacenti agli insediamenti e agli avamposti, che spesso diventano punti di partenza per attacchi violenti contro i palestinesi e le loro proprietà. Secondo la Commissione dell’Autorità Palestinese contro il Muro e gli Insediamenti, nel mese di aprile sono stati registrati 1.637 attacchi, con una media giornaliera di 55 aggressioni. Global Sumud Flotilla Il silenzio stampa in Italia sulle atrocità compiute dagli israeliani contro gli attivisti della flottiglia è un’onta indelebile. Testimonianze e foto sono state censurate. La documentazione si trova sulle agenzie di informazione, ma non passano. Le atrocità compiute dagli israeliani agli attivisti presi in ostaggio nelle acque internazionali sono indescrivibili. Un giovane statunitense, l’attivista Gregory Terry, ha dichiarato al suo arrivo in Turchia, doppo l’evacuazione da Israele: “I soldati dell’occupazione erano le persone peggiori che abbia mai incontrato. Erano le persone più odiose e crudeli che abbia mai conosciuto. Non riesco a immaginare come Israele tratti i palestinesi. I soldati dell’occupazione torturano e violentano i palestinesi perché non li considerano esseri umani. Gli Stati Uniti finanziano questo genocidio e ne sono complici attivi. Tutto ciò avviene con i soldi dei contribuenti statunitensi”. Ipocrisie diplomatiche Italia, Gran Bretagna, Francia e Germania hanno pubblicato un comunicato congiunto, nel quale “chiedono” la cessazione dell’espansione degli insediamenti in Cisgiordania e che i responsabili delle violenze perpetrate dai coloni siano chiamati a risponderne. “Le politiche del governo israeliano in Cisgiordania minano la stabilità e le prospettive di una soluzione a due Stati.” Poi aggiungono fotografando la situazione denunciata da palestinesi e ONU da anni: “Il progetto di insediamento E1 dividerà in due la Cisgiordania e costituisce una violazione del diritto internazionale”. Dopo aver fotografato la realtà, non hanno mosso un dito per imporre sanzioni ai trasgressori. Che non sia mai, per non urtare la sensibilità degli amici e alleati sionisti. Bloccare le esportazioni di armi che hanno permesso quella politica arrogante e suprematista dei coloni ebrei israeliani contro la popolazione disamata palestinese? Figuriamoci! Ipocriti. ANBAMED
May 23, 2026
Pressenza