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La prima Festa Provinciale dell’ANPI Cremona sarà un Porto di Pace!
Quest’anno la Provincia di Cremona può davvero essere fiera delle forze civili che la compongono. Molto presto, il 12 e 13 settembre, a Spino d’Adda, presso la Cascina Carlotta, si terrà un evento dedicato al tema della pace promosso da Anpi Provinciale e da diverse sezioni locali. All’iniziativa hanno aderito con entusiasmo moltissime altre realtà sociali impegnate sul territorio. I lavori apriranno sabato pomeriggio e dalle 19 è atteso sul palco il presidente nazionale ANPI Gianfranco Pagliarulo; a seguire una cena popolare in corte a cura dell’ANPI e il concerto dei Lato Malo. Nella giornata di domenica è previsto l’arrivo delle Flottiglie di Terra, ossia un’azione corale che porterà sette gruppi di camminatori a confluire alla stessa ora al Porto di Pace – rappresentato dalla Cascina. Sette gruppi come i sette colori della bandiera della pace, ognuno a rappresentare un valore interconnesso e inscindibile da tutti gli altri sei: Antifascismo +Diritti umani + Disarmo e nonviolenza + Cooperazione e solidarietà + Giustizia e legalità + Ecologia e sostenibilità + Libertà e democrazia.  Si può aderire alla camminata iscrivendosi qui. Tutte le info sui tavoli di pace che si terranno nel corso della giornata sono consultabili nel sito dell’evento. Incontriamo ora Marco Cicorella, uno degli organizzatori di Porto di Pace e vicepresidente dell’ANPI di Spino d’Adda. Un anno fa la Global Sumud Flotilla veleggiava gagliarda verso Gaza e da terra la seguivamo accorati. Quando fu assaltata dall’esercito israeliano il mondo civile si indignò e il popolo italiano fece qualcosa di importante: fu sciopero generale come non si vedeva da tempo e il potere tremò. “Porto di Pace” con le flottiglie di terra vuole richiamare alla memoria quel momento di coesione e forza? Sì, vogliamo andare oltre la punta dell’iceberg. Ciò che si creò allora grazie alla Global Sumud Flotilla è stato grandioso, ma, appunto, è solo una parte della battaglia, tanto sta ancora nascosto sotto la superficie. Vogliamo fare vedere quanto può fare la società civile, quanto ognuno di noi può fare. Quanto la partecipazione di massa può fare la differenza nell’influenzare le decisioni di chi detiene il potere? E che tipo di partecipazione vorresti vedere nel tuo quotidiano? A volte si ha la sensazione che le azioni compiute per dimostrare il dissenso non trovino alcun riscontro nelle istituzioni e nel vivere di tutti i giorni. Ma invece di abbatterci dobbiamo imparare dal popolo palestinese e dai nostri partigiani, che per anni si sono fatti massacrare perché noi potessimo, anni dopo, vedere i risultati delle loro azioni. Un ragazzo palestinese, durante un incontro nel Lodigiano, disse: “La mia generazione e forse nemmeno la prossima vedranno la nostra vittoria, ma sicuramente vinceremo!” Vorrei vedere più unità e determinazione anche nelle nostre realtà locali, ma in qualche modo sono fiducioso. Mi colpisce l’accento che l’iniziativa ha voluto mettere sul tema del “corpo” e sulla “forza dell’esserci”. Mi spieghi con le tue parole come siete arrivati a queste idee così forti e che cosa significano? Penso che possiamo fare nostro quello che i partigiani hanno fatto: come allora, e ispirati da loro, i nostri corpi prendono calore quando vengono schierati in difesa della giustizia a della solidarietà. Quando metti il tuo corpo in mezzo a una piazza, in una strada e semplicemente dici: “Io Ci Sono” significa che sei lì ad affermare che non sei d’accordo con ciò che ti circonda e che vuoi un altro mondo. In quell’esatto istante, smetti di essere un pensiero, un’idea. In quel momento Sei Visibile!! Mi sembra di capire che l’idea centrale di Porto di Pace sia far convergere sette temi collegati alla parola “pace”, in modo che se ne possa parlare in maniera organica e non per settore. Trovo innovativo questo modo di procedere, che fa appello a una visione ampia e reticolare. Credi che sia la risposta giusta al bisogno, che in molti percepiamo, di far fronte a una deriva di valori – e al caos che ne deriva – senza però cadere in facili soluzioni di tipo autoritario? La pace per esistere ha bisogno di pilastri che esprime nei sette colori che ne compongono la bandiera: il blu, l’azzurro, il viola, il verde, il giallo, l’arancione e il rosso – che sono gli stessi che compongono l’iride e che ammiriamo nell’arcobaleno. Non si possono dividere. La regola vale anche per noi: se vogliamo vivere in equilibrio abbiamo bisogno che questi sette pilastri siano ben ancorati all’interno della società, così da poter guardare agli eventi da più prospettive. Invece, ci stanno spingendo come agnelli spaventati verso una sola stalla. É un po’ l’atavica paura del lupo, del diverso, che ci acceca e confonde la nostra capacità di discernere. Per questo dobbiamo esserci. All’interno del sito ogni colore-pilastro viene spiegato. Anche il metodo, che definite didattico-narrativo, mi sembra originale e, se intendo giusto, vorrebbe coinvolgere maggiormente il partecipante. Mi spieghi meglio come funzionerà? Non vogliamo riempire solo di dati la testa di chi verrà. Per questo motivo soltanto la prima parte di ogni argomento trattato avrà un carattere didattico; pochi dati e numeri che chiariscano il quadro, mentre per il tempo restante ci saranno i racconti delle esperienze dirette di coloro che hanno messo il loro corpo di fronte all’annoso problema. Sei un attivista di lunga data e dunque, possiamo dire, un esperto della collaborazione e del dialogo. Noto con piacere che per la costruzione di “Porto di Pace” hanno lavorato insieme parecchie associazioni e gruppi del territorio. Com’è stato far interagire tante teste diverse per raggiungere un bene comune? Ti senti arricchito da questa esperienza? Ho avuto la fortuna di nascere in una famiglia che si è sempre spesa nel sociale. In oltre quarant’anni ho vissuto svariate esperienze sul campo e forse proprio questa con l’ANPI marca un passaggio importante nella mia vita: cercare di avvicinarmi alle istituzioni senza entrare in un partito politico, potrebbe anche incidere di più. Per me questa scelta significa provare a essere un “partigiano di questi tempi”. Che cosa ti dà la forza per continuare nel tuo impegno di attivista per la pace e i diritti umani? Non ho dubbi nel risponderti. La forza, ogni volta e da più di 40 anni, me la danno le persone che incontro, coloro che vado ad “aiutare”. Ovunque: in Bosnia durante la guerra e ancora in Bosnia, anni dopo, a sostenere i migranti sulla rotta balcanica, alla Stazione Centrale a Milano per ricevere i transitanti e sistemarli per la notte, e non per ultimo al rifugio Massi di Oulx, a vestire tutti quelli che affrontavano le montagne per andare oltre. Tutte queste persone hanno lasciato una grandissima impronta in me e non saprò mai come ringraziarle.   Marina Serina
August 28, 2026
Pressenza
Sassari, decine di denunce per il corteo per la Palestina
Nel mirino la mobilitazione del 3 ottobre 2025: contestati blocco stradale e manifestazione non autorizzata. Gli studenti: «La solidarietà internazionale non è reato» A quasi undici mesi dalle grandi mobilitazioni dell’autunno scorso per Gaza e la Global Sumud Flotilla, arriva anche a Sassari il conto giudiziario delle giornate che portarono nelle strade italiane centinaia di migliaia di persone. In questi giorni sono state notificate decine di informazioni di garanzia relative alla manifestazione del 3 ottobre 2025, durante lo sciopero generale per la Palestina. Le contestazioni riguardano il blocco stradale e la manifestazione non autorizzata. La giornata sassarese era stata parte di una mobilitazione nazionale di dimensioni eccezionali. Il 3 ottobre si svolsero più di cento manifestazioni in tutta Italia, con blocchi stradali, ferroviari e iniziative nei porti. A Sassari migliaia di persone riempirono Piazza d’Italia e, dopo il presidio della mattina, circa un migliaio di manifestanti si mosse spontaneamente in corteo, attraversando la città e dirigendosi verso la zona industriale di Predda Niedda, per poi tornare verso il centro. È significativo rileggere oggi le cronache pubblicate mentre quella manifestazione era ancora in corso. La Nuova Sardegna descriveva una piazza con una presenza particolarmente forte di giovani e parlava esplicitamente di una protesta senza tensioni o incidenti nella sua fase iniziale. Più tardi, all’Emiciclo Garibaldi, si verificarono momenti di tensione. Nella stessa giornata fece discutere il video di un uomo in borghese, indicato come appartenente alle forze dell’ordine, che scaraventava a terra un manifestante: il consigliere regionale Valdo Di Nolfo denunciò pubblicamente l’episodio chiedendo chiarimenti. Quasi undici mesi dopo, la lettura di quella giornata passa invece attraverso il diritto penale. Secondo quanto riportato dalle fonti locali, la Procura di Sassari sta notificando decine di informazioni di garanzia. L’Assemblea Studenti per la Palestina Sassari considera le contestazioni «totalmente pretestuose», richiamando il carattere spontaneo assunto dalla mobilitazione nel contesto dell’intercettazione della Flotilla e sostenendo che l’operazione abbia una funzione intimidatoria nei confronti di chi partecipò alle proteste. Anche l’associazione Libertade ha espresso solidarietà agli indagati, denunciando l’utilizzo del diritto penale contro la mobilitazione per la Palestina. Il nodo più rilevante riguarda ancora una volta il blocco stradale. Con il pacchetto sicurezza del governo Meloni una condotta che era stata ricondotta nell’ambito dell’illecito amministrativo è tornata ad assumere rilevanza penale quando viene realizzata da più persone riunite. Non si tratta di una questione marginale: bloccare temporaneamente una strada, una stazione, un accesso o un’infrastruttura appartiene storicamente al repertorio dello sciopero e della protesta sociale. La trasformazione di queste condotte in fattispecie penali permette quindi di intervenire direttamente su alcune delle pratiche attraverso le quali una mobilitazione cerca di rendersi materialmente visibile ed efficace. Il caso sassarese, soprattutto, non è isolato. In Sardegna il precedente più rilevante riguarda Cagliari, dove le indagini sulle manifestazioni del 22 settembre e del 3 e 4 ottobre 2025 hanno coinvolto decine di persone. Nel febbraio scorso erano 72 gli indagati per il nuovo reato di blocco stradale: una delle prime applicazioni nell’isola delle norme introdotte dal pacchetto sicurezza. Proprio sulla costituzionalità della nuova disciplina del blocco stradale si è aperto nel frattempo un problema che va molto oltre la Sardegna. Le contestazioni riguardano il rapporto tra la repressione penale della condotta e diritti costituzionalmente protetti come libertà di riunione, manifestazione del pensiero e sciopero. È uno dei punti più delicati dell’intera legislazione securitaria: il confine tra sanzione di comportamenti individualmente offensivi e repressione delle forme collettive attraverso cui il conflitto sociale storicamente si esprime. A Sassari questo problema emerge con particolare evidenza. Non si sta parlando di una manifestazione clandestina organizzata da poche persone, ma di una giornata nazionale di sciopero e mobilitazione, con Piazza d’Italia occupata da migliaia di persone e una partecipazione giovanile che le cronache dell’epoca descrissero come particolarmente significativa. Il corteo successivo nacque spontaneamente da quella piazza. La questione della spontaneità non comporta naturalmente, da sola, l’automatica irrilevanza giuridica delle condotte contestate. Saranno le singole posizioni e le eventuali responsabilità individuali a dover essere accertate. Ma proprio questo dovrebbe impedire di trasformare retrospettivamente un’intera mobilitazione in un problema di ordine pubblico, facendo coincidere la partecipazione a un corteo con la responsabilità per tutto ciò che durante quel corteo è accaduto. C’è poi una specificità sarda che non può essere ignorata. La mobilitazione per la Palestina nell’isola si è intrecciata negli ultimi anni con quella contro la militarizzazione del territorio, le servitù militari e l’industria bellica. Già nell’aprile 2024 l’Assemblea Studenti per la Palestina di Sassari chiedeva all’Università di interrompere i rapporti con Leonardo; nelle successive manifestazioni sono tornati insieme solidarietà alla Palestina, opposizione alla guerra e contestazione della presenza militare nell’isola. È in questo contesto che le decine di procedimenti di Sassari assumono un significato politico più generale. Nell’ultimo anno abbiamo visto moltiplicarsi in tutta Italia denunce, multe, fogli di via, misure cautelari e procedimenti contro chi aveva partecipato alle mobilitazioni per Gaza. Non serve immaginare una regia unitaria per riconoscere un fenomeno concreto: le nuove norme forniscono alle autorità strumenti più numerosi e incisivi per intervenire sulle forme di protesta, mentre il diritto penale e quello amministrativo penetrano sempre più profondamente nello spazio tradizionalmente occupato dal conflitto politico e sociale. La distanza temporale è anch’essa significativa. Una persona partecipa a una manifestazione nell’ottobre 2025 e quasi un anno dopo riceve un’informazione di garanzia. La repressione non agisce quindi soltanto nel momento della piazza, attraverso identificazioni, cariche o fermi. Continua nel tempo, attraverso indagini, notifiche e procedimenti che producono costi economici, necessità di assistenza legale e una condizione permanente di incertezza. La vicenda di Sassari mostra così uno degli effetti più concreti della legislazione securitaria: trasformare progressivamente il costo della partecipazione politica. Non vietare formalmente di manifestare, ma rendere sempre più rischioso farlo attraverso la possibilità che un corteo spontaneo, un blocco o una deviazione dalla strada prestabilita producano mesi dopo denunce e procedimenti. Il diritto alla protesta rimane scritto nella Costituzione; ciò che cambia sono le conseguenze materiali che possono ricadere su chi decide di esercitarlo.   Osservatorio Repressione
August 27, 2026
Pressenza
La Global Sumud Flotilla fa rotta sull’Albania
La Global Sumud Flotilla, dopo i ripetuti tentativi di forzare il blocco navale israeliano contro Gaza, si è data una nuova missione. Il 20 agosto tre imbarcazioni della GSF sono partite dal porto di Brindisi facendo rotta questa volta verso l’isola albanese di Sazan. L’obiettivo è quello di unirsi alla […] L'articolo La Global Sumud Flotilla fa rotta sull’Albania su Contropiano.
August 22, 2026
Contropiano
Flotilla, la Turchia emette un mandato d’arresto per Netanyahu
La Turchia ha emesso un mandato di arresto internazionale nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e di un cittadino israeliano, Afek Moskovitch, nell’ambito dell’indagine sull’intercettazione della Global Sumud Flotilla diretta a Gaza. Ankara li accusa, tra l’altro, di crimini contro l’umanità, genocidio, privazione aggravata della libertà, aggressione, tortura, distruzione di proprietà e dirottamento. Il caso riguarda l’operazione israeliana dello scorso maggio contro circa cinquanta imbarcazioni in acque internazionali: 430 attivisti furono condotti in Israele, detenuti nel carcere di Ktziot e successivamente espulsi. Fece scalpore un video diffuso dal ministro Itamar Ben-Gvir, che mostrava alcuni fermati inginocchiati e con le mani legate. L'Indipendente
August 21, 2026
Pressenza
Il leader della flotilla tunisina Wael Naouar inizia lo sciopero della fame. Quattro attivisti sono al sesto mese di detenzione
La Global Sumud Flotilla (GSF) esprime profonda indignazione e grande preoccupazione in seguito all’annuncio che Wael Naouar, membro del Comitato direttivo, ha ufficialmente iniziato lo “sciopero della fame Sumud” domenica 16 agosto. Come confermato dal Comitato nazionale per la difesa degli attivisti della Sumud Flotilla durante una conferenza stampa a Tunisi, lo sciopero della fame di Naouar segna una nuova e pericolosa fase nella sua protesta contro la detenzione preventiva in corso, nonché contro quella di altri tre organizzatori: Ghassen Henchiri, Ghassen Boughdiri e Nabil Channoufi. La decisione di Naouar di mettere a rischio la propria vita è l’espressione in continuità di una vita dedicata alla giustizia. Dai suoi primi anni alla guida del movimento studentesco tunisino e dal suo impegno all’interno del Partito dei Lavoratori, fino al ruolo centrale svolto nelle campagne internazionali di boicottaggio e nelle flottiglie della libertà, Naouar ha sempre scelto di porsi al centro dello scontro. Anche quando è stato minacciato direttamente per nome dai funzionari israeliani prima della partenza della prima Sumud Flotilla, Naouar ha rifiutato di lasciarsi intimidire, scegliendo invece di unirsi alla flottiglia che sfidava il blocco per consegnare aiuti e stare al fianco di Gaza. Giunto ormai al sesto mese di detenzione nel carcere di El Mornaguia, Naouar si trova ad affrontare un nuovo fronte nella stessa lotta. Lui e i suoi tre compagni sono stati arrestati nel marzo 2026, poco dopo che le autorità tunisine avevano bloccato la prevista partenza della Global Sumud Flotilla dal porto di Sidi Bou Said. Rimangono detenuti con accuse di natura finanziaria che la GSF denuncia come inventate e motivate politicamente, nel tentativo di criminalizzare l’azione umanitaria e la solidarietà organizzata con la Palestina in Tunisia. Mentre tre co-organizzatori sono stati rilasciati a condizioni restrittive che vietano l’attività politica, i “4 di Sumud” rimangono dietro le sbarre in condizioni di sovraffollamento e degrado, con ritardi nell’accesso alle cure mediche essenziali. Naouar è padre di due figli (Yasar e Sumud) ed è noto ai suoi compagni e alleati per la sua calma determinazione e per la sua presenza inconfondibile alle manifestazioni, dove indossa magliette raffiguranti potenti eroi degli anime che affrontano sfide impossibili. Naouar sta ora vivendo proprio quella prova nella realtà. Oggi, quella stessa determinazione viene messa alla prova in carcere, dove lo sciopero della fame è diventato il suo ultimo mezzo per protestare contro la detenzione prolungata e per chiedere giustizia. I principali sindacati, le organizzazioni per i diritti umani e altre associazioni che sostengono la causa palestinese, nonché vari parlamentari di tutto il mondo, hanno espresso la loro piena solidarietà ai detenuti di Sumud, considerando il protrarsi della loro detenzione una macchia vergognosa sulla storia del sostegno tunisino alla lotta palestinese. La Global Sumud Flotilla ritiene le autorità tunisine pienamente responsabili dell’incolumità fisica e della vita di Wael Naouar e dei suoi compagni detenuti. La GSF esige il rilascio immediato e incondizionato dei “4 di Sumud”, l’archiviazione di tutte le accuse a loro carico e la revoca di tutte le restrizioni imposte agli organizzatori rilasciati. In attesa del loro rilascio, le autorità devono garantire immediatamente cure mediche complete e condizioni di detenzione conformi ai loro diritti fondamentali. Le vessazioni da parte dello Stato non riusciranno mai a cancellare l’imperativo morale di porre fine al genocidio a Gaza, né a scoraggiare coloro che si schierano in solidarietà con il popolo palestinese. GSF rimane irremovibile al fianco di Wael Naouar, della sua famiglia e dei nostri compagni in carcere e invita la società civile di tutto il mondo a chiedere il loro immediato rilascio.     Global Sumud Flotilla
August 20, 2026
Pressenza
La Global Sumud Flotilla a sostegno della Rivoluzione dei Fenicotteri
Il 20 agosto una delegazione della Global Sumud Flotilla, composta da attiviste e attivisti, membri della comunità albanese della diaspora, divulgatori e persone appartenenti a realtà ecologiste, salperà dal porto di Brindisi, in Puglia, per raggiungere l’isola di Sazan, in Albania. All’arrivo, si uniranno alle proteste in corso sull’isola e sulla terraferma. La scelta del porto di partenza non è casuale: in occasione del trentacinquesimo anniversario dagli accadimenti della Vlora, i figli dei superstiti di questa tragedia torneranno in Albania sulle barche della Flotilla, in supporto della protesta popolare. L’iniziativa nasce dalla collaborazione della Global Sumud Flotilla con i collettivi Mesdhe, Palestine e Lire, impegnati per i diritti dei migranti, contro la detenzione amministrativa e a sostegno della causa palestinese; le imbarcazioni su cui avverrà la spedizione sono state recuperate e messe a disposizione dopo essere state danneggiate e lasciate alla deriva dall’esercito israeliano in seguito alle intercettazioni  avvenute durante l’ultima missione della Global Sumud Flotilla diretta a Gaza. La spedizione mira a supportare la Rivoluzione dei Fenicotteri, la mobilitazione del popolo albanese che dal 16 maggio si oppone alla vendita dell’isola al fondo di investimento gestito da  Jared Kushner, genero del presidente Trump, e alla irregolarità degli accordi infrastrutturali promossi dal governo di Edi Rama. L’iniziativa è parte di una mobilitazione più ampia contro l’espansione economica, finanziaria e politica dell’alleanza USA-Israele, esplicata nei progetti di controllo strategico del Mediterraneo e delle sue coste, come il tentativo di “acquisizione” dell’isola protetta di Sazan. L’avanzata coloniale in Albania: il ruolo di Kushner e la risposta della Rivoluzione dei Fenicotteri Nel gennaio 2025 è stata approvata in via preliminare la cessione dell’isola ad  Affinity Partners , la società di private equity fondata da Jared Kushner, per la realizzazione di un resort di lusso dal valore stimato di 1,4 miliardi di dollari, attraverso la controllata Atlantic Incubation Partners LLC. L’operazione è stata resa possibile dalla legge albanese 21/2024, che consente l’avvio di attività economiche e progetti edilizi di lusso in aree ecologicamente sensibili e protette. Jared Kushner non è un semplice investitore: membro del “Board of Peace”, è il  promotore della “Riviera di Gaza”, il piano presentato al World Economic Forum di Davos nel gennaio 2026 per la trasformazione della Striscia in un polo turistico e finanziario. È il referente di Trump per le relazioni con l’Asia Sud-Occidentale, nonché suo importante sostenitore e finanziatore. Ha inoltre vantato i suoi rapporti politici e personali con Benjamin Netanyahu e mantiene stretti contatti strategici con l’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC), coordinandosi su punti chiave della politica filoisraeliana già dalla prima presidenza di Trump. Considerato l’architetto della storica normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra Israele e diverse nazioni arabe, i cosiddetti  “Accordi di Abramo”, Kushner è oggi il volto di un’espansione neocoloniale che si muove su diversi fronti. Lo stesso attore economico coinvolto nel piano su Gaza risulta oggi protagonista dell’operazione immobiliare a Sazan, in una regione che riveste anche rilevanza energetica e commerciale per l’Europa e l’Occidente. La risposta della popolazione albanese è esplosa il 16 maggio 2026, dopo che l’isola è stata circondata da filo spinato e le guardie del cantiere hanno aggredito un residente durante una protesta pacifica. La protesta si è estesa a livello nazionale, con il nome di Rivoluzione dei Fenicotteri e unisce le denunce della corruzione e delle irregolarità negli appalti pubblici legati a grandi opere infrastrutturali promosse dal governo di Edi Rama con le rivendicazioni ambientaliste legate all’area protetta. Sazan, un nodo strategico del Mediterraneo tra ecologia e geopolitica Sazan, situata nel Canale di Otranto a ridosso della laguna protetta di Vjosa-Narta, è da decenni uno dei nodi strategici del Mediterraneo, oggetto di ripetute occupazioni, anche da parte dell’Italia nel 1914 e nel 1939. La posizione dell’isola sul canale si intreccia con gli interessi energetici e le strategie di controllo delle rotte commerciali, come il progetto IMEC (India-Middle East-Europe Economic Corridor), il grande piano logistico e infrastrutturale lanciato al G20 di New Delhi nel settembre 2023, che vede in Trieste il polo strategico di collegamento con il Nord Europa. Proprio per Sazan passa il  Trans Adriatic Pipeline (TAP), il gasdotto che parte dalla frontiera tra Turchia e Grecia e trasporta gas nel continente. L’isola è inoltre l’unico sito di nidificazione del fenicottero rosa in Albania e punto di passaggio per oltre 200 specie di uccelli migratori. Conserva circa 3.600 bunker risalenti all’epoca sovietica, testimonianza del suo passato di snodo strategico-militare. La sua trasformazione in un resort di lusso rappresenterebbe anche un disastro ecologico e una cancellazione della memoria storica. Casi analoghi di estrattivismo e speculazione immobiliare si verificano anche sulle coste dell’Adriatico italiano, come il già contestato resort proposto da Four Season a Ostuni, ad opera della società Omnam Investment Group, guidata dall’imprenditore israeliano David Zisser. Il progetto prevede la realizzazione di un resort da 100 milioni di dollari in un’area naturale, progetto che ha suscitato l’opposizione di comitati cittadini e associazioni ambientaliste. L’obiettivo dell’iniziativa di GSF è quindi quello di connettere le coste e le lotte, moltiplicando la forza delle proteste. L’appello della Global Sumud Flotilla Non possiamo inoltre dimenticare la storia dei rapporti tra Italia e Albania, dalle due occupazioni militari del Novecento fino al recente protocollo Italia-Albania del 2023 per la gestione extraterritoriale di migranti nei centri di Shëngjin e Gjadër, quest’ultimo convertito nel 2025 nell’ennesimo disumano Centro per il Rimpatrio (CPR). Si delinea così un continuum di sfruttamento e controllo, che dalle coste albanesi si estende a quelle italiane, passando per gli interessi energetici e la complicità istituzionale. La nostra storia è gravemente segnata da crimini ai danni del popolo albanese, come l’episodio della nave Vlora: l’8 agosto 1991, oltre 20.000 persone arrivarono in nave in cerca di asilo. Quella che avrebbe dovuto essere una richiesta di protezione umanitaria si trasformò in una delle pagine più vergognose della storia repubblicana italiana. I passeggeri – uomini, donne, bambini – furono rinchiusi nello Stadio della Vittoria di Bari in condizioni disumane, senza cibo, senza acqua, senza assistenza sanitaria. Decine di persone morirono, altre furono colpite da malori e malattie. E quando il governo italiano decise di rispondere, lo fece con la più grande operazione di rimpatrio forzato della storia repubblicana: 17.000 persone furono deportate, rispedite in un’Albania sull’orlo del collasso, abbandonando ogni pretesa di umanità e rispetto del diritto d’asilo. La Global Sumud Flotilla si mobilita ancora per denunciare l’espansione coloniale e il furto di terre a opera di Kushner e dei suoi alleati, che coniuga interessi economici, speculazione edilizia e controllo geopolitico del Mediterraneo. Siamo al fianco della Rivoluzione dei Fenicotteri e del popolo albanese e invitiamo tutte le realtà della società civile a sostenere questa battaglia.   Global Sumud Flotilla
August 13, 2026
Pressenza
La Flotilla ripartirà per Gaza. Non molliamo
Non molliamo. Sono matto? Certo, ma soprattutto sono nonviolento, in modo profondo e radicale. Un anno fa mi ero seduto per terra davanti al Senato con le compagne di Ultima Generazione. Siamo stati immediatamente circondati dalle forze dell’ordine. Le abbiamo contate. Una quarantina di persone in uniforme, alle quali si sono presto unite due persone in abiti civili, due dirigenti. Stavamo lì per protestare. Per chiedere il riconoscimento del genocidio in Palestina. A Gaza la Global Sumud Flotilla stava quasi per arrivare a rompere l’assedio criminale di Israele. Abbiamo chiesto di attivare la protezione diplomatica per gli italiani imbarcati e sequestrati in acque internazionali dai militari IDF. Io dissi al dirigente che non era giusto portarci in caserma, perché tra di noi c’erano tre donne che facevano lo sciopero della fame da giorni, ed erano già state fermate, caricate e portate via per tre volte, come se fossimo un pericolo per l’ordine pubblico. Ai carabinieri dissi anche che pesavo cento chili. Nonostante tutto dopo un’ora ci caricarono di peso sulle volanti per portarci al commissariato dentro due celle, nelle quali siamo rimasti per circa 4 ore. Il 4 ottobre 2025 scesero per strada in manifestazione preavvisata milioni di persone. Un oceano di speranza e umanità per chiedere la fine del genocidio. Mi ricordo quei momenti con gioia e con dolore. La gioia di essere dalla parte dell’umanità e della speranza viva, attiva, concreta e nonviolenta. Il dolore del genocidio che non era stato fermato. Poi con la farsa della pace sono riusciti a mettere il silenziatore alle bombe e alla fame che continuano a mietere vittime innocenti. Era il 10 ottobre 2025 il giorno in cui parlavano di pace mentre preparavano altri attacchi mostruosi, lasciando in agonia due milioni di persone che non hanno vie di fuga. La complicità delle istituzioni occidentali non si è dileguata nella vergogna, ma è scomparsa dai media. Ci stiamo preparando per un’altra ondata con la Global Sumud Flotilla. Non molliamo. Sono nonviolento e so bene che si tratta di una missione nonviolenta ad alto rischio. Non riesco a girare la testa da un’altra parte. Siamo contro tutte le guerre, ma non ci aspettiamo nulla dai governi complici e corrotti. Non c’è contraddizione, la forza della nonviolenza può ribaltare il tavolo e aprire uno spiraglio di pace per tutto il mondo. Non molliamo. Anche se a breve non sono previste missioni, abbiamo bisogno di tutto il vostro sostegno per la pianificazione della prossima ondata della Global Sumud Flotilla. Ray Man
August 13, 2026
Pressenza