Torino, cinque minorenni sotto processo per Gaza: sei mesi di carcere e comunità prima del giudizio
Due ragazzi sono stati rinchiusi nel carcere minorile Ferrante Aporti e altri
tre collocati in comunità per aver partecipato alle mobilitazioni pro Palestina
del 3 ottobre 2025. Tutti hanno tra i 16 e i 18 anni e un background migratorio.
Una vicenda che interroga il senso stesso della giustizia minorile e l’uso della
custodia cautelare come strumento di repressione del dissenso.
C’è una storia che racconta meglio di molte altre il clima repressivo che si è
abbattuto sulle mobilitazioni per la Palestina in Italia. È la storia di cinque
ragazzi di Torino, tutti minorenni all’epoca dei fatti, che da sei mesi vivono
sotto il peso di misure cautelari pesantissime per aver partecipato ai cortei
contro il genocidio a Gaza.
Due di loro sono stati rinchiusi nel carcere minorile Ferrante Aporti, altri tre
collocati in comunità e poi sottoposti a misure meno afflittive. Per mesi sono
stati privati della libertà prima ancora che il processo entrasse nel merito
delle accuse.
Una vicenda passata quasi sotto silenzio e che rappresenta probabilmente uno dei
casi più gravi di utilizzo della custodia cautelare nei confronti di minori
legati alle mobilitazioni sociali degli ultimi anni.
IL CORTEO DEL 3 OTTOBRE
La storia inizia il 3 ottobre 2025. Sono trascorse appena quarantotto ore dal
sequestro della missione umanitaria Global Sumud Flotilla da parte di Israele.
In tutta Italia si moltiplicano le mobilitazioni di solidarietà con il popolo
palestinese e di denuncia del genocidio in corso a Gaza.
Anche Torino diventa uno degli epicentri della protesta. Il corteo, promosso da
USB, Giovani Palestinesi e dai centri sociali cittadini, attraversa la città
diretto verso le Officine Grandi Riparazioni, dove si sta svolgendo l’Italian
Tech Week alla presenza della presidente della Commissione europea Ursula von
der Leyen e del fondatore di Amazon Jeff Bezos.
Per i manifestanti, quel luogo rappresenta l’intreccio tra potere politico,
capitalismo tecnologico e industria bellica occidentale. Poco distante sorge
inoltre uno stabilimento di Leonardo, colosso dell’industria militare e simbolo
del sostegno italiano al riarmo e alle politiche israeliane.
La tensione cresce nel corso del pomeriggio. La questura ha predisposto vaste
zone rosse e centinaia di agenti presidiano il centro cittadino. Davanti alle
OGR, nei pressi di Leonardo e poi tra Porta Susa e piazza Castello, la polizia
interviene ripetutamente con cariche e lacrimogeni. Poche ore dopo, il dibattito
pubblico si concentra esclusivamente sulle immagini degli scontri.
L’OPERAZIONE “RIOT”
All’alba del 14 gennaio 2026 scatta l’operazione “Riot”. La Digos torinese,
coordinata dalla Procura ordinaria e da quella per i minorenni, esegue otto
misure cautelari. Cinque riguardano ragazzi che il giorno della manifestazione
erano ancora minorenni. Le accuse sono pesanti: resistenza aggravata a pubblico
ufficiale, danneggiamento e travisamento.
L’ordinanza parla di «allarmante spregiudicatezza criminale» e individua nel
rischio di reiterazione del reato la principale esigenza cautelare. Ma il dato
che colpisce è un altro: cinque adolescenti vengono privati della libertà per
mesi prima ancora che un processo possa accertare eventuali responsabilità.
LA CUSTODIA CAUTELARE DIVENTA UNA PENA ANTICIPATA
È proprio su questo aspetto che si concentra la critica di molti osservatori. La
custodia cautelare dovrebbe essere una misura eccezionale, applicabile solo in
casi di stretta necessità e per il tempo strettamente indispensabile.
Nel sistema della giustizia minorile, poi, la privazione della libertà dovrebbe
rappresentare davvero l’extrema ratio. In questo caso, invece, la misura
cautelare ha assunto i contorni di una vera e propria pena anticipata. Per mesi
questi ragazzi hanno visto interrompersi la loro vita quotidiana.
Uno di loro ha rischiato di perdere l’anno scolastico perché per settimane non
gli è stato consentito di frequentare le lezioni. Sono stati sospesi gli
allenamenti, le uscite con gli amici, le relazioni affettive e familiari. Per un
adolescente, tutto questo equivale già a una sanzione.
La giustizia minorile italiana era stata costruita, con la riforma del 1988,
proprio per evitare che il carcere e la detenzione producessero effetti
devastanti sul percorso di crescita dei giovani. Oggi quel modello sembra sempre
più in crisi.
DAL DECRETO CAIVANO ALLA SVOLTA REPRESSIVA
Il caso torinese non può essere separato dalle profonde trasformazioni
intervenute negli ultimi anni. Il Decreto Caivano e le successive misure
adottate dal governo Meloni hanno progressivamente modificato l’approccio alla
giustizia minorile, ampliando gli strumenti coercitivi e aumentando il ricorso
alla detenzione. Gli istituti penali per minorenni registrano da mesi un
incremento costante delle presenze.
Parallelamente, nel dibattito pubblico si è affermata una retorica sempre più
aggressiva nei confronti dei giovani, soprattutto di quelli provenienti dalle
periferie e con background migratorio. Non è un caso che i cinque imputati di
Torino siano tutti figli di famiglie immigrate di origine araba. Il dato non può
essere ignorato.
Negli ultimi mesi la solidarietà alla Palestina ha colpito in maniera
particolare giovani di origine araba e musulmana, spesso oggetto di una doppia
stigmatizzazione: quella riservata agli attivisti politici e quella che deriva
dai pregiudizi etnici e religiosi. È lo stesso clima culturale che ha prodotto
la figura del “maranza”, nuovo nemico pubblico costruito dalla propaganda
securitaria.
IL PROCESSO E LE DOMANDE SULLA PALESTINA
Il 13 luglio il procedimento è finalmente entrato nel merito. Per due dei cinque
ragazzi il pubblico ministero ha chiesto la messa alla prova per dodici mesi,
istituto cardine del processo penale minorile fondato sul reinserimento e non
sulla punizione.
Il tribunale ha accolto la richiesta. Le posizioni degli altri tre imputati
saranno esaminate nei prossimi giorni. Ma a suscitare ulteriori interrogativi
sono state alcune domande rivolte in aula a uno degli imputati. Secondo quanto
riferito, il ragazzo si sarebbe sentito chiedere: «Con le bottiglie lanciate
alla polizia quanti bambini palestinesi pensi di avere salvato?» E ancora: «Ai
bambini israeliani non pensi? Che cosa ne pensi di Hamas?» Domande che, secondo
le famiglie e la difesa, esulano dai fatti contestati e sembrano spostare il
processo dal terreno delle responsabilità individuali a quello delle opinioni
politiche.
È forse questo l’aspetto più inquietante della vicenda. Perché il rischio è che,
ancora una volta, non si stiano processando soltanto alcuni comportamenti
contestati durante una manifestazione, ma un’intera generazione che ha scelto di
mobilitarsi contro il genocidio a Gaza e di schierarsi dalla parte del popolo
palestinese.
E quando la custodia cautelare diventa una punizione anticipata e le opinioni
politiche entrano nell’aula di giustizia, il confine tra tutela dell’ordine
pubblico e repressione del dissenso si fa sempre più sottile.
Osservatorio Repressione