Torino, cinque minorenni sotto processo per Gaza: sei mesi di carcere e comunità prima del giudizio

Pressenza - Wednesday, July 15, 2026

Due ragazzi sono stati rinchiusi nel carcere minorile Ferrante Aporti e altri tre collocati in comunità per aver partecipato alle mobilitazioni pro Palestina del 3 ottobre 2025. Tutti hanno tra i 16 e i 18 anni e un background migratorio. Una vicenda che interroga il senso stesso della giustizia minorile e l’uso della custodia cautelare come strumento di repressione del dissenso.

C’è una storia che racconta meglio di molte altre il clima repressivo che si è abbattuto sulle mobilitazioni per la Palestina in Italia. È la storia di cinque ragazzi di Torino, tutti minorenni all’epoca dei fatti, che da sei mesi vivono sotto il peso di misure cautelari pesantissime per aver partecipato ai cortei contro il genocidio a Gaza.

Due di loro sono stati rinchiusi nel carcere minorile Ferrante Aporti, altri tre collocati in comunità e poi sottoposti a misure meno afflittive. Per mesi sono stati privati della libertà prima ancora che il processo entrasse nel merito delle accuse.

Una vicenda passata quasi sotto silenzio e che rappresenta probabilmente uno dei casi più gravi di utilizzo della custodia cautelare nei confronti di minori legati alle mobilitazioni sociali degli ultimi anni.

Il corteo del 3 ottobre

La storia inizia il 3 ottobre 2025. Sono trascorse appena quarantotto ore dal sequestro della missione umanitaria Global Sumud Flotilla da parte di Israele. In tutta Italia si moltiplicano le mobilitazioni di solidarietà con il popolo palestinese e di denuncia del genocidio in corso a Gaza.

Anche Torino diventa uno degli epicentri della protesta. Il corteo, promosso da USB, Giovani Palestinesi e dai centri sociali cittadini, attraversa la città diretto verso le Officine Grandi Riparazioni, dove si sta svolgendo l’Italian Tech Week alla presenza della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e del fondatore di Amazon Jeff Bezos.

Per i manifestanti, quel luogo rappresenta l’intreccio tra potere politico, capitalismo tecnologico e industria bellica occidentale. Poco distante sorge inoltre uno stabilimento di Leonardo, colosso dell’industria militare e simbolo del sostegno italiano al riarmo e alle politiche israeliane.

La tensione cresce nel corso del pomeriggio. La questura ha predisposto vaste zone rosse e centinaia di agenti presidiano il centro cittadino. Davanti alle OGR, nei pressi di Leonardo e poi tra Porta Susa e piazza Castello, la polizia interviene ripetutamente con cariche e lacrimogeni. Poche ore dopo, il dibattito pubblico si concentra esclusivamente sulle immagini degli scontri.

L’operazione “Riot”

All’alba del 14 gennaio 2026 scatta l’operazione “Riot”. La Digos torinese, coordinata dalla Procura ordinaria e da quella per i minorenni, esegue otto misure cautelari. Cinque riguardano ragazzi che il giorno della manifestazione erano ancora minorenni. Le accuse sono pesanti: resistenza aggravata a pubblico ufficiale, danneggiamento e travisamento.

L’ordinanza parla di «allarmante spregiudicatezza criminale» e individua nel rischio di reiterazione del reato la principale esigenza cautelare. Ma il dato che colpisce è un altro: cinque adolescenti vengono privati della libertà per mesi prima ancora che un processo possa accertare eventuali responsabilità.

La custodia cautelare diventa una pena anticipata

È proprio su questo aspetto che si concentra la critica di molti osservatori. La custodia cautelare dovrebbe essere una misura eccezionale, applicabile solo in casi di stretta necessità e per il tempo strettamente indispensabile.

Nel sistema della giustizia minorile, poi, la privazione della libertà dovrebbe rappresentare davvero l’extrema ratio. In questo caso, invece, la misura cautelare ha assunto i contorni di una vera e propria pena anticipata. Per mesi questi ragazzi hanno visto interrompersi la loro vita quotidiana.

Uno di loro ha rischiato di perdere l’anno scolastico perché per settimane non gli è stato consentito di frequentare le lezioni. Sono stati sospesi gli allenamenti, le uscite con gli amici, le relazioni affettive e familiari. Per un adolescente, tutto questo equivale già a una sanzione.

La giustizia minorile italiana era stata costruita, con la riforma del 1988, proprio per evitare che il carcere e la detenzione producessero effetti devastanti sul percorso di crescita dei giovani. Oggi quel modello sembra sempre più in crisi.

Dal Decreto Caivano alla svolta repressiva

Il caso torinese non può essere separato dalle profonde trasformazioni intervenute negli ultimi anni. Il Decreto Caivano e le successive misure adottate dal governo Meloni hanno progressivamente modificato l’approccio alla giustizia minorile, ampliando gli strumenti coercitivi e aumentando il ricorso alla detenzione. Gli istituti penali per minorenni registrano da mesi un incremento costante delle presenze.

Parallelamente, nel dibattito pubblico si è affermata una retorica sempre più aggressiva nei confronti dei giovani, soprattutto di quelli provenienti dalle periferie e con background migratorio. Non è un caso che i cinque imputati di Torino siano tutti figli di famiglie immigrate di origine araba. Il dato non può essere ignorato.

Negli ultimi mesi la solidarietà alla Palestina ha colpito in maniera particolare giovani di origine araba e musulmana, spesso oggetto di una doppia stigmatizzazione: quella riservata agli attivisti politici e quella che deriva dai pregiudizi etnici e religiosi. È lo stesso clima culturale che ha prodotto la figura del “maranza”, nuovo nemico pubblico costruito dalla propaganda securitaria.

Il processo e le domande sulla Palestina

Il 13 luglio il procedimento è finalmente entrato nel merito. Per due dei cinque ragazzi il pubblico ministero ha chiesto la messa alla prova per dodici mesi, istituto cardine del processo penale minorile fondato sul reinserimento e non sulla punizione.

Il tribunale ha accolto la richiesta. Le posizioni degli altri tre imputati saranno esaminate nei prossimi giorni. Ma a suscitare ulteriori interrogativi sono state alcune domande rivolte in aula a uno degli imputati. Secondo quanto riferito, il ragazzo si sarebbe sentito chiedere: «Con le bottiglie lanciate alla polizia quanti bambini palestinesi pensi di avere salvato?» E ancora: «Ai bambini israeliani non pensi? Che cosa ne pensi di Hamas?» Domande che, secondo le famiglie e la difesa, esulano dai fatti contestati e sembrano spostare il processo dal terreno delle responsabilità individuali a quello delle opinioni politiche.

È forse questo l’aspetto più inquietante della vicenda. Perché il rischio è che, ancora una volta, non si stiano processando soltanto alcuni comportamenti contestati durante una manifestazione, ma un’intera generazione che ha scelto di mobilitarsi contro il genocidio a Gaza e di schierarsi dalla parte del popolo palestinese.

E quando la custodia cautelare diventa una punizione anticipata e le opinioni politiche entrano nell’aula di giustizia, il confine tra tutela dell’ordine pubblico e repressione del dissenso si fa sempre più sottile.

Osservatorio Repressione