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L’Unione Cuba-Petrolio sanzionata dagli Stati Uniti
Le pressioni contro il governo cubano da parte degli Stati Uniti non si fermano. Oggi la Casa Bianca ha annunciato una nuova misura coercitiva contro l’isola caraibica, inserendo nell’elenco delle imprese sanzionate l’Unione Cuba-Petrolio (CUPET). Ciò avviene nell’ambito della politica di soffocamento economico contro Cuba esasperata negli ultimi mesi dall’amministrazione Trump. La società cubana è stata inclusa oggi nella lista unilaterale dell’OFAC (Ufficio per il controllo degli asset esteri degli Stati Uniti) del Dipartimento del Tesoro, ai sensi dell’Ordine Esecutivo 14404 del Presidente Donald Trump. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato che “le élite comuniste cubane hanno usato l’energia come strumento di controllo sociale e profitto cleptocratico.” Ha affermato, come sempre senza presentare prove, che “per decenni, il governo ha rubato e monopolizzato il carburante disponibile, utilizzandolo per l’aereo privato dei Castro, le forze di sicurezza impiegate per reprimere il popolo cubano, per mantenere gli hotel turistici vuoti illuminati e per trasportare persone in autobus per false proteste e manovre politiche; tutto questo mentre il popolo cubano subiva blackout e aspettava settimane per riempire il serbatoio delle loro auto.” Il blocco economico, commerciale e finanziario imposto a Cuba da oltre sessanta anni ovviamente non c’entra nulla con i problemi energetici che soffrono i cubani, come non c’entra nulla l’ordine esecutivo del 29 gennaio, con il quale sono stati introdotte dazi aggiuntivi contro tutti i Paesi che commerciano petrolio e derivati con Cuba. “Il presidente Trump vuole un nuovo futuro per il popolo cubano con maggiore libertà e opportunità economiche e politiche. Fino ad allora, continueremo ad attaccare la capacità del governo di utilizzare il suo commercio di energia per promuovere la sua agenda corrotta e reprimere violentemente il popolo cubano,” ha aggiunto il salvatore dei Caraibi. Se davvero la loro preoccupazione fosse il miglioramento della  vita dei cubani basterebbe eliminare le centinaia di misure che compongono il sessantennale blocco, ma questo non lo faranno mai, altrimenti si scoprirebbe che tutti problemi che affliggono la popolazione dell’isola non dipendono dalla incapacità dei governanti dell’Avana, ma dalle misure sanzionatorie che strangolano l’economia e la vita dei cubani. Le sanzioni contro la CUPET hanno ovviamente un effetto diretto sulla vita quotidiana dei cubani. La mancanza di carburante colpisce i trasporti pubblici, la produzione di elettricità e di cibo e la distribuzione di beni essenziali. Ogni nuova sanzione è un ulteriore colpo allo sforzo del Paese per riprendersi dalla crisi economica aggravata dal blocco stesso. Ma alla Casa Bianca spiegano con grande maestria, appoggiati dai sempre servili mezzi di informazione da loro finanziati, che stanno operando per il bene del popolo cubano. Pensano davvero che tutti siano scemi … www.occhisulmondo.info Andrea Puccio
June 12, 2026
Pressenza
Alla scoperta dell’Anima Mundi: un viaggio tra le terre sacre della Mongolia
Nella suggestiva cornice della Colonia Elioterapica di Germignaga, abbiamo partecipato ad una serata dedicata alla scoperta e alla condivisione con  la conferenza di presentazione di Anima Mundi, un progetto di viaggio documentaristico che ci invita a esplorare i territori affascinanti, luoghi del pianeta ancora vergini e ancestrali attraverso uno sguardo profondo, intimo e autentico. Durante la serata Luca Bordoli e Simona Picchi, promotori del progetto, ci hanno condotto nel loro viaggio nelle terre sconfinate della Mongolia. In appena due ore, i partecipanti sono stati trasportati in un viaggio straordinario che unisce immagini, storie e spirito, offrendo uno sguardo senza precedenti su una terra ricca di mistero e spiritualità. Il primo documentario: una finestra sulla Mongolia Ancestrale Il centro dell’evento è stata la presentazione in anteprima del promo del documentario sul Viaggio in Mongolia, un lavoro visivo che racconta la Mongolia non solo come luogo geografico, ma come crocevia di anime, storie e culture millenarie. Il documentario oltre a catturare paesaggi mozzafiato – steppe infinite, montagne maestose, deserti silenziosi –  ci conduce in un percorso narrativo che unisce la visione spirituale di questi luoghi alle più moderne scienze che indagano e si interrogano su questi fenomeni Nell’ambito delle neuro scienze, dell’antropologia e della sociologi, il documentario dà una visione nuova e unificata della realtà fenomenica e ricerca quell’unità che è insita nel concetto filosofico di Anima MUNDI . Durante la serata la presentazione delle foto dei paesaggi e dei volti ha fatto da cornice con la loro forza e bellezza, con ritratti intensi e sinceri che rivelano l’anima profonda degli abitanti di queste terre. Nomadi che custodiscono tradizioni antichissime, sciamani custodi di saperi ancestrali, lama tibetani e comunità che vivono in armonia con i ritmi della natura e con i luoghi energetici che considerano sacri. Racconti di viaggio e incontri con l’anima del mondo Durante la conferenza sono stati condivisi racconti di viaggio che vanno oltre il semplice turismo, invitando a una vera e propria esperienza di immersione spirituale. La narrazione ha saputo trasmettere l’essenza di un cammino alla scoperta dell’Anima Mundi – l’anima del mondo – che pulsa in ogni angolo di questa terra, nei silenzi, nei riti, nelle storie tramandate di generazione in generazione. Ogni incontro con nomadi, sciamani e lama è stato raccontato come un momento di scambio e crescita, un’opportunità per comprendere la profondità di culture che vedono nella natura non solo una risorsa, ma un’entità viva e sacra. I luoghi energetici visitati, carichi di significati spirituali e di antiche leggende, sono stati descritti come veri e propri punti di connessione tra l’umano e il divino. Diventare parte attiva del progetto: la campagna di crowdfunding A conclusione della presentazione, è stata illustrata la campagna di crowdfunding lanciata per sostenere Anima Mundi e permettere a chiunque di diventare parte attiva di questo viaggio straordinario. La campagna non è soltanto un invito a contribuire economicamente, ma una chiamata a partecipare, a condividere una visione e a supportare un progetto che valorizza la conoscenza, il rispetto e la relazione con culture e ambienti spesso poco conosciuti. Attraverso il crowdfunding, gli organizzatori offrono la possibilità di entrare a far parte di una comunità di viaggiatori consapevoli, di sostenitori del patrimonio spirituale e naturalistico della Mongolia e dei nuovi e successivi Paesi che saranno visitati e documentati  e di collaborare alla realizzazione di questi futuri documentari, eventi e iniziative culturali. Ogni contributo è un passo verso la realizzazione di un racconto corale che unisce arte, natura e spiritualità e visione scientifica . Un invito al viaggio interiore ed esteriore Anima Mundi si configura quindi non solo come un progetto audiovisivo, ma come un vero e proprio percorso di conoscenza e di trasformazione. In questo primo viaggio documentaristico la Mongolia, con i suoi spazi infiniti e le sue tradizioni millenarie, diventa così la porta d’accesso a un viaggio che conduce all’interno di noi stessi, al contatto con ciò che è autentico e profondo. La conferenza di presentazione ha saputo trasmettere questa energia, invitando il pubblico a farsi parte attiva di un’esperienza collettiva che va oltre il semplice racconto per avvicinarsi a un sentire condiviso, a un’unione di animi che si riconoscono nella bellezza e nel mistero del mondo. Conclusioni Il progetto Anima Mundi ci ricorda quanto sia importante conservare e valorizzare le culture e i luoghi che custodiscono la memoria e l’anima della Terra, ossia l’Anima MUNDI. Come diventare parte attiva del progetto Il progetto Anima MUNDI è attivo sulle piattaforme social da giugno 2026;  da qui si può seguire i viaggi, entrare in contatto con Luca e Simona, interagire con loro e diventare parte attiva sostenendo il progetto tramite la piattaforma di crowdfunding. Di seguito i link di riferimento https://www.gofundme.com/f/anima-mundi-world-viaggio-documentaristico?attribution_id=sl%3A6a82acfb-20c2-483c-b2d3-e3edeea77d63&lang=it_IT&ts=1780922685&utm_campaign=fp_sharesheet&utm_content=amp20_t1&utm_medium=customer&utm_source=copy_link   Simona Picchi Redazione Varese
June 11, 2026
Pressenza
Milano, Villaggio delle Rose: una resistenza urbana tra burocrazia e identità
La vicenda del Villaggio delle Rose, campo rom attrezzato, al civico 351 di via Chiesa Rossa a Milano, rappresenta un nodo intricato e simbolico della gestione dell’abitare marginale nella metropoli contemporanea. Non ci troviamo di fronte a un’occupazione recente, né a un insediamento spontaneo. Via Chiesa Rossa è un pezzo di città consolidato da oltre 25 anni, nato da una scelta amministrativa che oggi, paradossalmente, la stessa amministrazione fatica a riconoscere nella sua mutata natura sociale e strutturale. Quello che sulla carta viene ancora catalogato come “campo rom” è diventato un quartiere di fatto: un esperimento di edilizia autoprodotta e di coesione comunitaria che oggi si scontra con la macchina burocratica del cosiddetto “superamento dei campi “. Per comprendere la tensione che si respira tra i vialetti dell’insediamento, è necessario ripercorrerne la genesi. Alla fine degli anni 90 il Comune assegnò alla comunità di rom harvati questa area dotata di piazzole con una concessione che, da regolamento, non prevedeva una scadenza. L’amministrazione forniva il suolo e le infrastrutture primarie, le famiglie avevano l’autorizzazione a installare strutture abitative mobili. Con il tempo la natura di queste strutture è mutata: investendo i risparmi di una vita, i residenti hanno sostituito roulotte e vecchi moduli con prefabbricati di qualità, strutture in legno coibentate e abitazioni stabili, dotate di impianti e finiture civili. Questo investimento privato ha trasformato radicalmente il valore dell’area: il Villaggio non è più una somma di abitazioni provvisorie, ma un patrimonio immobiliare interamente finanziato dai cittadini che lo abitano. Oggi la politica del “superamento dei campi” si abbatte su questa realtà con la forza di una procedura standardizzata che sembra non ammettere deroghe. La strategia del Comune si articola in tre fasi: chiusura amministrativa dell’area, trasferimento delle famiglie in Soluzioni Abitative Temporanee e il successivo inserimento nelle graduatorie per l’Edilizia Residenziale Pubblica. Questo percorso potrebbe apparire come un’operazione di welfare virtuosa, un passaggio verso la legalità abitativa. Per chi vive nel Villaggio, invece, rappresenta lo smantellamento di una vita intera, un processo che ignora la realtà materiale e relazionale costruita in un quarto di secolo. Il conflitto tocca corde politiche e antropologiche. La comunità del Villaggio delle Rose è organizzata secondo logiche di prossimità e mutuo soccorso che la vita atomizzata di un condominio popolare distrugge. La cura degli anziani, la gestione dei minori, la sicurezza e la pulizia del quartiere sono garantite da una struttura sociale di “famiglia allargata” che ha dimostrato una tenuta straordinaria nel tempo. La dispersione forzata di questi nuclei in diversi quartieri della città è una minaccia esistenziale fatta di isolamento sociale, ostilità dei vicini, perdita di riferimenti culturali e una percezione di nuova marginalità, invisibile e solitaria. Per evitare questa fine gli abitanti hanno elaborato una proposta innovativa per una comunità rom: lasciate le case popolari a chi ne ha bisogno, noi costituiamo in Chiesa Rossa una cooperativa a proprietà indivisa. Un tentativo audace di “superare il campo” attraverso l’autonormazione e la responsabilità civile. La cooperativa prende in gestione l’intera area, regolarizza la posizione giuridica dei residenti e si assume l’onere della manutenzione e dell’adeguamento degli impianti. È un modello che ribalta il paradigma dell’assistenzialismo: l’utente del campo smette di essere un soggetto passivo in attesa di una casa popolare e diventa un socio attivo, custode del proprio spazio vitale. La proposta è capace di rispettare il modo tradizionale di abitare della comunità rom, incentrato sulla famiglia allargata e sulla vita comunitaria ed è in grado di dare dignità ad un’esperienza di convivenza urbana tra comunità rom e popolazione locale che spesso risulta difficile. Vivere in famiglie allargate è un tratto socio-culturale ed economico, un modo di essere e di abitare che attraversa la storia della minoranza rom e sinta, costituendone l’ossatura. Questo ha consentito di mantenere viva, in secoli di persecuzione e segregazione, un’identità culturale fondata su una visione del mondo, su valori identitari come la lingua e la memoria. Nel Villaggio delle Rose ne sono testimonianza i bambini, che parlano la lingua madre, il romanès, e l’italiano, la lingua dell’incontro con la società che li accoglie e il primo monumento in Italia dedicato al Porrajmos, il genocidio di rom e sinti, costruito dalla stessa comunità e che ogni anno è il luogo della commemorazione di chi ha combattuto da partigiano, è stato vittima di persecuzioni, è stato deportato nei campi di concentramento. La famiglia allargata è il luogo della trasmissione di questi valori e della solidarietà, della reciprocità, del confronto e dell’incontro con la società maggioritaria. Una cooperativa di abitanti (la prima in Italia e forse in Europa), costituita da famiglie rom e sinti opportunamente affiancate, rappresenta un passaggio culturale sfidante per la nostra città e per l’intero Paese. Supera il concetto di “campo” inteso come luogo precario, della segregazione, dell’assistenza pubblica e della deresponsabilizzazione. Valorizza gli investimenti economici e sociali che le famiglie hanno effettuato e con la raccolta di nuove risorse sistema e riorganizza le nuove unità abitative all’interno di un nuova configurazione con l’obiettivo di dare vita a un ambiente accogliente e dignitoso. Una volta avviata la realizzazione l’amministrazione non sarà più tenuta a farsi carico dei costi attuali o comunque di altre tipologie di risposta abitativa, che comporterebbero ulteriori costi in carico al bilancio comunale. Mentre  si risolve un serio limite delle possibilità economiche delle famiglie in un situazione drammatica dei costi delle abitazioni, che ha provocato l’esodo dalla città di 400.000 persone in pochi anni. La proposta ha portato all’apertura di un tavolo tecnico con tre assessori, ma il comportamento del Comune appare schizofrenico: da un lato loda l’innovazione della proposta, dall’altro non arresta la macchina burocratica degli sgomberi, lasciando le famiglie in un limbo logorante che impedisce ogni pianificazione futura. A complicare il quadro poi c’è il nodo dell’inquinamento. Recenti analisi del suolo hanno evidenziato la presenza di idrocarburi e materiali di riporto a circa 2 metri di profondità. Questo rischia di diventare la pietra tombale sul progetto se usato dal Comune come un vincolo. Le origini della contaminazione sono chiare: quando l’area fu urbanizzata il terreno paludoso venne livellato con macerie edilizie e scarti industriali. L’inquinamento è l’eredità di una gestione pubblica del passato. Gli abitanti denunciano il rischio che questa emergenza venga ora utilizzata come alibi per sradicare la comunità. Chiedono, invece, che la necessaria bonifica venga integrata in un piano di riqualificazione che preveda la permanenza dei residenti, magari attraverso lotti alternati, evitando che la salute del terreno diventi la scusa per l’espulsione delle persone. In definitiva, la battaglia di Chiesa Rossa pone interrogativi che riguardano l’intera città. È ancora possibile un modello di inclusione che non preveda la distruzione delle identità comunitarie? O la città “inclusiva” è destinata a essere un luogo dove la regolarità formale conta più della dignità umana e della storia vissuta? Il Villaggio delle Rose vuole smettere di essere un’eccezione urbanistica per diventare un esperimento di cittadinanza attiva. Se l’unica risposta delle istituzioni sarà il decreto di sgombero, Milano non avrà risolto un problema di degrado, che peraltro non c’è, avrà semplicemente cancellato una risposta coraggiosa per sostituirla con una nuova forma di disperazione urbana. Redazione Milano
June 11, 2026
Pressenza
Il Segretario della Guerra Pete Hegseth in visita alla base di Guantanamo
Il 10 giugno il Segretario della Guerra statunitense Pete Hegseth è arrivato alla base navale di Guantanamo a Cuba, illegalmente occupata dagli Stati Uniti. L’agenda di Hegseth, come precedentemente annunciato dal Pentagono, include incontri con le truppe di stanza nella base e una revisione delle operazioni locali. La visita avviene in mezzo a un aumento delle tensioni tra Washington e L’Avana, mentre il Paese caraibico denunciato da mesi l’aumento della pressione da parte degli Stati Uniti e la promozione di una narrazione per giustificare il blocco dell’isola e un’aggressione militare. (RT) www.occhisulmondo.info Andrea Puccio
June 11, 2026
Pressenza
Humussiamo insieme, da Ossuccio alla Palestina
Numerosa partecipazione alla tredicesima edizione della rassegna “Humussiamo insieme”, tenutasi sabato 6 giugno, sulle sponde del Lago di Como a Tremezzina, nel Parco Comunale di Ossuccio. Più di 250 persone hanno potuto degustare una cena tipica palestinese organizzata dal “Gruppo Humussiamo insieme”, e sostenuta da varie associazioni con il patrocinio del Comune, allo scopo di sensibilizzare e raccogliere fondi da destinare alla Palestina. Il programma è stato ricco di incontri, approfondimenti, ma anche musica, danza e teatro di strada portati dal gruppo della Murga Glamourga di Milano. In apertura è stato presentato il libro Immaginando Gaza edito da Delos Digital, da parte di Stefano Floccari, insieme ad altri autori che hanno collaborato all’antologia di racconti. Questo progetto è nato dall’impulso della Global Sumud Flotilla: 39 autori e illustratori, coordinati dall’editor Anna Pullia e dallo scrittore e giornalista Giampietro Stocco, hanno messo la loro creatività al servizio di un messaggio di pace per poter destinare il ricavato delle vendite a Medici Senza Frontiere a supporto della popolazione palestinese. Alla giornata hanno partecipato anche Mohammed Timraz il fondatore del progetto heARTofGaza, la mostra di disegni realizzati dai bambini della Striscia di Gaza che sta facendo il giro d’Italia e dell’Europa. Oltre alla sua presenza, anche un’attivista di Operazione Colomba, e Serena Baldini della ETS Vento di Terra hanno raccontato le loro esperienze dirette in Palestina. In serata è stato proiettato un videomessaggio di saluto di Francesca Albanese, che aveva partecipato personalmente a un’edizione precedente. Ricordiamo che la Albanese sarà presente in più di cento piazze e presidi con l’evento che si sta organizzando per il 19 giugno, in diretta streaming da Cagliari Palestina Anima Mundi, intervistata da Matteo Meloni. Chiunque voglia partecipare, proiettando la diretta, può scrivere a presidiopalestinaca@gmail.com per avere dettagli e informazioni organizzative. È stato bello realizzare che anche a Ossuccio, ai confini con la Svizzera, l’accoglienza per il popolo palestinese, sta diventando sempre più sentita. Monica Perri
June 10, 2026
Pressenza
Il precariato come arma di censura: il caso Nunziati e la libertà di stampa sotto attacco
“Il precariato è una spada di Damocle: ti toglie libertà, tutele, qualità del lavoro. La libertà di stampa non è minacciata solo dalle intimidazioni dirette, ma dall’agonia economica.” Con queste parole Gabriele Nunziati ha aperto la giornata davanti al Tribunale del Lavoro di Roma, dove si è svolto il presidio in sua solidarietà. Una frase che non descrive solo la sua vicenda, ma l’intero sistema che oggi governa il lavoro giornalistico in Italia. Una sola domanda rivolta alla Commissione Europea sulle responsabilità di Israele nella ricostruzione della Striscia di Gaza è bastata per farlo licenziare da Agenzia Nova, che ha interrotto un rapporto di collaborazione già precario. Un gesto che rivela la natura disciplinare del precariato: se puoi essere allontanato in un attimo, senza tutele, la libertà di stampa diventa un’astrazione. Dopo l’udienza, rinviata al 23 giugno, Nunziati ha ricordato che senza il sostegno di Stampa Romana non avrebbe potuto permettersi un’azione legale, denunciando la natura classista dell’accesso alla giustizia: chi ha risorse si difende, chi non le ha viene schiacciato. Il suo caso è diventato un simbolo internazionale, con messaggi di solidarietà arrivati da tutta Europa, dal Messico, dal Cile, a dimostrazione che questa vicenda ha toccato un nervo scoperto della professione. Per la Rete #NOBAVAGLIO, tra i promotori della mobilitazione, il caso Nunziati “è la fotografia di un sistema che punisce chi fa domande”, ricordando che “il precariato è oggi la forma più diffusa e più efficace di censura indiretta”. Non servono minacce, non servono querele temerarie: “Basta la paura di perdere il lavoro. Quando il lavoro è instabile, la domanda scomoda diventa un rischio personale. E quando la domanda scomoda scompare, scompare anche il giornalismo”. In piazza presenti oltre alla Rete #NOBAVAGLIO Amnesty International Italia, Stampa Romana, Articolo 21, Fnsi, Usigrai, il Centro di Giornalismo Permanente, l’Ordine dei Giornalisti, attivisti e decine di colleghi e colleghe. Tra loro anche giornalisti come Nico Piro, Nello Trocchia e Daniele Piervincenzi. Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, ha dichiarato: “In gioco c’è la libertà di stampa in Italia, la possibilità di fare domande, anche scomode. La domanda di Nunziati era legittima: chiamava in causa i doppi standard dell’Ue. Fare domande è parte della professione giornalistica, non solo prendere appunti”. Carlo Bartoli, presidente dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti, ha definito il licenziamento “paradossale e ingiusto”: “Porre domande è il fondamento della professione giornalistica. Porre domande scomode lo è ancora di più. A Nunziati ribadiamo piena solidarietà.” Stefano Ferrante, segretario di Stampa Romana, ha ribadito: “Stampa Romana è moralmente e materialmente con Nunziati. Questa è una battaglia per l’autonomia dei giornalisti, per la libertà di informazione, per la tutela dei freelance. Difendere diritti e retribuzioni dignitose significa difendere la democrazia”. Il caso Nunziati non è un incidente isolato: è la punta dell’iceberg di un sistema che usa la precarietà come strumento disciplinare. Il messaggio è chiaro: se fai domande scomode, puoi essere allontanato. Questa battaglia non è solo legale: è politica, sindacale, culturale. È la battaglia per affermare che la libertà di stampa si difende nelle piazze, nei tribunali, nei luoghi di lavoro, e che non può esistere libertà di informazione senza dignità del lavoro giornalistico. L’udienza è stata rinviata al 23 giugno, ma la mobilitazione continua: la Rete #NOBAVAGLIO resterà al fianco di Nunziati e di tutti i giornalisti colpiti da forme di censura diretta o indiretta, perché la libertà di stampa non è un ornamento democratico, ma un terreno di lotta quotidiana. Per questo la mobilitazione continua.   Rete #NOBAVAGLIO
June 10, 2026
Pressenza
Ebola e il neocolonialismo sanitario degli Usa
Washington ha ottenuto da Nairobi la disponibilità a ospitare una struttura di quarantena destinata a cittadini Usa che provengono dalla Repubblica Democratica del Congo e che potenzialmente sarebbero esposti al virus di Ebola. Una scelta che ha provocato proteste popolari, ricorsi alla magistratura e accuse di neocolonialismo sanitario. Il diritto alla salute, infatti, è un bene universale, non una merce da negoziare secondo il peso economico o geopolitico. Se la tutela della salute è un diritto umano, non può trasformarsi in una sorta di esportazione del pericolo verso chi dispone di minori strumenti per far sentire la propria voce. Per questo le proteste dei cittadini kenyani non riguardano soltanto la paura del contagio. Esprimono il rifiuto di una logica antica e mai del tutto scomparsa: quella per cui i Paesi ricchi decidono e quelli poveri subiscono. Una logica che ricorda, in forme nuove, rapporti di dominio che il mondo dovrebbe avere archiviato da tempo. La lotta contro Ebola richiede piuttosto cooperazione internazionale, condivisione delle responsabilità e solidarietà. Non può basarsi sull’idea che alcuni popoli siano chiamati a sopportare rischi che altri non intendono assumere. La dignità umana non conosce confini e la vita di un kenyano vale quanto quella di un americano. Tonio Dell’Olio Redazione Italia
June 9, 2026
Pressenza
Spese militari nucleari: nel 2025 +19%, record a 118,8 miliardi di dollari e arsenali che crescono
I NUOVI DATI ICAN E SIPRI SULLE SCELTE DEGLI STATI DOTATI DI ARSENALI ATOMICI CONFERMANO LA PIÙ GRAVE CORSA AGLI ARMAMENTI NUCLEARI DALLA FINE DELLA GUERRA FREDDA Il mondo ha speso 118,8 miliardi di dollari in armi nucleari nel 2025, raggiungendo il livello più alto mai registrato e con un aumento del 19% rispetto all’anno precedente (pari a 16,8 miliardi di dollari in più). Il rapporto “Premeditated: Nuclear Weapons Spending in 2025” diffuso oggi dalla International Campaign to Abolish Nuclear Weapons (ICAN – Premio Nobel per la Pace 2017) ricostruisce come le nove potenze nucleari (Stati Uniti, Cina, Russia, Regno Unito, Francia, India, Pakistan, Israele e Corea del Nord) hanno deciso di investire nelle armi più distruttive della storia ben 3.768 dollari al secondo (cioè 226.069 dollari al minuto) senza interruzioni per tutti i 365 giorni dell’anno scorso. Va poi notato come nel solo 2025 la spesa sia aumentata di quasi un quinto rispetto all’anno precedente. In parallelo a queste valutazioni sugli “investimenti nucleari”, i nuovi dati del SIPRI fotografano arsenali nucleari in espansione in tutti Paesi che li possiedono. La Rete Italiana Pace e Disarmo, parte della Campagna ICAN, diffonde queste informazioni con profonda preoccupazione, chiedendo all’Italia e alla comunità internazionale di invertire urgentemente una rotta che potrebbe portare l’Umanità verso un disastro esistenziale. Nell’arco degli ultimi cinque anni, cioè dal 2020 al 2025, le nove potenze nucleari hanno complessivamente investito 471 miliardi di dollari nei loro arsenali. In conseguenza di questa spesa pubblica sempre crescente, il settore privato ha incassato almeno 38 miliardi di dollari in contratti legati alle armi nucleari nel solo 2025, con aziende come Honeywell (5,27 mld), Lockheed Martin (4,51 mld), Fluor (3,84 mld) e Northrop Grumman (3,17 mld) tra le principali beneficiarie. Gli Stati Uniti da soli spendono più di tutti gli altri otto paesi messi insieme: con 69,2 miliardi di dollari e un aumento annuo di 12,4 miliardi (+22%), Washington copre il 58% della spesa nucleare mondiale e ha Washington ha registrato anche il maggiore aumento annuale (+ 12,4 miliardi). La cifra stanziata dagli USA per il nucleare militare nel 2025 sarebbe bastata a coprire 19 volte l’intero bilancio annuale delle Nazioni Unite. La Cina è il secondo Stato per spesa con 13,5 miliardi di dollari, mentre il Regno Unito ha superato la Russia diventando il terzo maggiore spenditore con 12,6 miliardi di dollari, contro i 9,5 miliardi stanziati da Mosca. “In un’epoca in cui il costo della vita sale vertiginosamente e cibo e carburante sono inaccessibili per milioni di persone, è impensabile che questi nove Stati spendano miliardi per una falsa promessa di sicurezza. Le armi nucleari non possono essere usate senza causare una catastrofe, e la falsa logica della deterrenza nucleare ci chiede di affidarci ai nostri nemici per la nostra stessa sopravvivenza”, evidenzia Susi Snyder, Direttrice dei Programmi di ICAN. Per mettere in prospettiva queste cifre, la campagna ICAN ricorda che le stesse risorse potrebbero essere utilizzate per rispondere a bisogni umani urgenti, tra cui: * Un minuto di spesa nucleare globale potrebbe garantire accesso ad acqua potabile e servizi igienici a 3.478 persone * Un giorno di spesa militare nucleare potrebbe sottrarre alla fame 2 milioni di persone * Una settimana di spesa per gli arsenali nucldari potrebbe proteggere oltre 12 miliardi di persone da morbillo, parotite e rosolia * Un anno di spesa militare nucleare potrebbe dotare di energia solare più di 6 milioni di abitazioni Mentre gli Stati nucleari aumentano questo tipo di spese militari, l’ONU e l’intero settore umanitario e dello sviluppo hanno subito tagli drastici ai finanziamenti proprio da parte di quei Paesi che si stanno pesantemente riarmando: una scelta politica che rivela le pericolose priorità reali di chi governa questi arsenali. Alicia Sanders-Zakre, co-autrice del rapporto e responsabile delle politiche di ICAN aggiunge: “La nostra analisi sui costi è annuale, ma la spesa per le armi nucleari non lo è. Questi nove Stati hanno in programma di mantenere e modernizzare le proprie forze nucleari per i decenni a venire, distogliendo miliardi e miliardi di dollari da reali bisogni di sicurezza umana”. Questa spesa sta inoltre alimentando il pericoloso panorama geopolitico odierno: l’espansione e la modernizzazione degli arsenali nucleari intensificano tensioni in un momento in cui il rischio che le armi nucleari vengano utilizzate in un conflitto è già ampiamente riconosciuto come il più alto dalla Guerra Fredda. Sono in corso guerre che vedono l’aggressione di Stati dotati di armi nucleari contro l’Ucraina e l’Iran, persiste una tensione costante tra India e Pakistan (entrambi potenze nucleari) e rimane sempre presente la minaccia di una guerra nucleare nella penisola coreana. E ovviamente l’aumento di spesa per gli arsenali si riflette nel numero delle testate: secondo i nuovi dati del SIPRI Yearbook 2026 a gennaio 2026 si contavano 12.187 testate nucleari totali nel mondo, di cui circa 9.745 nelle scorte militari operative (+130 rispetto all’anno precedente). Di queste, 4.012 sono già schierate su missili e aerei pronti all’uso, e tra le 2.100 e 2.200 sono mantenute in stato di massima allerta operativa, pronte al lancio in pochi minuti. Il dato paradossale è che il totale globale risulta ancora in lieve calo solo perché USA e Russia continuano a smantellare vecchie testate ritirate dal servizio. Ma questa tendenza si invertirà presto: il ritmo degli smantellamenti rallenta, mentre quello dei nuovi dispiegamenti accelera. Tutte e nove le potenze nucleari hanno modernizzato i propri arsenali nel 2025, dispiegando nuovi sistemi d’arma. Anche l’Italia è direttamente coinvolta in questo scenario. Le basi di Aviano (Pordenone) e Ghedi (Brescia) ospitano bombe nucleari statunitensi B61-12 nell’ambito del programma di “nuclear sharing” della NATO. Secondo le stime SIPRI, tra 100 e 120 bombe B61-12 sono attualmente dislocate in sei o sette basi aeree di sei Paesi europei dell’Alleanza Atlantica tra cui l’Italia. A questa situazione di presenza di testate sul nostro territorio si devono poi aggiungere le risorse destinate dal nostro Paese al programma di acquisto dei caccia F-35A, certificati per il trasporto delle bombe nucleari sopra citate. L’Italia contribuisce dunque, con risorse pubbliche, alla catena della deterrenza nucleare della NATO, in un momento in cui questa catena si sta allungando e si stanno discutendo nuove forme di condivisione nucleare europea. La Rete Italiana Pace e Disarmo ritiene che i dati pubblicati oggi da ICAN e SIPRI non lascino spazio a equivoci: il mondo sta percorrendo la strada sbagliata. La corsa agli armamenti nucleari non rende nessuno più sicuro ma al contrario aumenta il rischio di una catastrofe nucleare per errore di calcolo, per incidente tecnico o per escalation di conflitti convenzionali. Per questo la nostra Rete chiede con urgenza, tra le altre cose, che l’Italia ratifichi il Trattato ONU sulla Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW), già firmato da 94 paesi e in vigore dal 2021, unendosi ai 73 stati che lo hanno già ratificato; che il governo italiano avvii una discussione parlamentare trasparente e pubblica sulla presenza di armi nucleari sul territorio nazionale e sui costi (economici, politici e di sicurezza) della partecipazione italiana al “nuclear sharing” della NATO e che il nostro Paese sostenga in tutte le sedi internazionali (ONU, NATO, G7, Unione Europea) una politica attiva di de-escalation nucleare, rifiutando la logica del potenziamento degli arsenali come strumento di falsa sicurezza. Rete Italiana Pace e Disarmo
June 9, 2026
Pressenza
Global Sumud Land Convoy: sciopero della fame e proteste
Una crisi internazionale si sta rapidamente acutizzando poiché 10 volontari umanitari entrano nella terza settimana di prigionia illegale in Libia. In un estremo tentativo di ottenere la libertà, 10 dei volontari del convoglio rapiti e detenuti a Bengasi hanno intrapreso un duro sciopero della fame e della sete dal 1° giugno, esponendosi al rischio di insufficienza organica e morte. In un atto di solidarietà e per richiamare l’attenzione sulla criticità della loro situazione, è stato rapidamente organizzato uno sciopero della fame di solidarietà globale in cinque continenti. Decine di attivisti di 13 paesi, tra cui: Canada, Spagna, Italia, Stati Uniti e Sudafrica, sono ora in sciopero della fame per chiedere che i governi intervengano e garantiscano l’immediato rilascio di questi difensori dei diritti umani. Oltre agli scioperi della fame individuali, in tutto il mondo si stanno svolgendo proteste presso le ambasciate libiche e i Ministeri degli affari esteri per chiedere un’azione e un intervento immediati da parte dei governi presso le autorità libiche affinché rilascino immediatamente i 10 volontari internazionali rapiti. La crisi si protrae da oltre tre settimane e tutti i 10 volontari sono attualmente detenuti in centri di detenzione segreti libici, prigioni illegali e reti di detenzione nascoste, con accesso minimo o nullo all’assistenza legale, diplomatica o familiare. Cronologia della crisi: 24 maggio – dieci volontari (i “10 di Sirte”), in qualità di negoziatori ufficiali del Global Sumud Land Convoy, vengono rapiti nei pressi di Sirte e trasferiti con la forza in un centro di detenzione a Bengasi. 1 giugno – i 10 di Sirte iniziano uno sciopero della fame e della sete per protestare contro il loro rapimento, i maltrattamenti e la totale negazione dell’assistenza legale. 7 giugno – lo sciopero della fame e della sete dei 10 volontari rapiti entra nel suo settimo giorno, lasciando un margine sempre più ristretto per un intervento diplomatico. I 10 rapiti – Achraf Khoja, Lucas Ezequiel Aguilera, Maria Paula Giménez, Ana Margarida França Santana Baptista, Domenico Centrone, Leonarda “Dina” Alberizia, Jenelle Jones, Matías Álvarez, Laura Kwoczała-Alsubaih, Alicia Armesto – sono medici, educatori, giornalisti e difensori dei diritti umani. Sono genitori, figli, figlie, fratelli, sorelle, partner, amici e membri stimati delle loro comunità che si sono recati in Nord Africa per portare aiuti pacifici e solidarietà alla popolazione assediata di Gaza. Richieste internazionali e inazione dei governi La Global Sumud Coalition e le famiglie delle vittime rapite sollecitano i governi dei paesi coinvolti — tra cui Tunisia, Argentina, Portogallo, Italia, Stati Uniti, Uruguay, Polonia, Spagna e Canada — a intensificare immediatamente gli sforzi diplomatici per garantire il loro rilascio incondizionato senza ulteriori differimenti. La petizione chiede: 1. Il rilascio immediato e incondizionato di tutti i 10 volontari umanitari. 2. L’accesso consolare immediato e senza restrizioni, e valutazioni mediche indipendenti. 3. Canali di comunicazione aperti tra i detenuti, le loro famiglie e i loro legali. Questo rapimento illegale fa purtroppo parte di un più ampio schema di criminalizzazione degli sforzi di solidarietà con i palestinesi a livello globale, nel tentativo di mettere a tacere l’attivismo e le richieste di liberazione e libertà per i palestinesi. Global Sumud Flotilla
June 9, 2026
Pressenza
A Gaza la “impasse diplomatica” è in realtà guerra contro i bambini
Il Guardian la definisce “impasse diplomatica” e parla di mancanza di progressi sul campo a Gaza: lo stallo renderebbe i Paesi aderenti al Board of Peace “reluctant to pay”, riluttanti a pagare: “Così, mentre la diplomazia latita e i leader mondiali disertano il tavolo negoziale di Gaza, l’esercito israeliano si accanisce con maggior virulenza contro i bambini“. Nelle ultime 48 ore ne ha uccisi con chirurgica precisione almeno tre su una decina di civili: lunedì un bambino di otto anni, Jad Suleiman è stato ammazzato (assieme ad altre tre persone), mentre tornava da scuola verso il campo per sfollati di Jabalia, ed è morto allo Shifa Hospital. > Nei video strazianti è il padre che gli dà l’ultimo addio gridando e dicendo > che stava solo tornando a casa dopo le lezioni. Altre immagini mostrano invece bambini mutilati e sofferenti in ospedale: non ancora uccisi ma destinati all’agonia. Secondo i negoziatori del trumpiano Board of Peace sarebbe il rifiuto di Hamas di cedere le armi ad ostacolare il processo di pace, mentre di fatto, sul campo, è l’aviazione Israeliana che sgancia bombe e droni a distruggere la vita dei palestinesi superstiti. E non solo a Gaza: la Cisgiordania, soprattutto l’area di Hebron è diventata intoccabile. Le persone a Gaza muoiono nei loro stessi accampamenti di fortuna, senza protezione e senza ragione. > Nei villaggi della West Bank vengono invece colpiti “per errore”, così dice > l’esercito. Che si è giustificato nel caso di Sam, un bambino sette mesi ammazzato mentre era in auto con la madre e il padre. Impossibile oramai negarlo: i bambini sono stati in questi tre anni (e continuano ad esserlo) un target privilegiato per Israele. Il reportage del de Volkskrant What the wounds are telling us, Cosa ci dicono le ferite, premiato all’European Press Prize 2026, documenta il targeting deliberato di bambini a Gaza. Dall’inchiesta emerge che le ferite parlano: di colpi mirasti alla testa, di volontà precisa di mirare ai più piccoli, non solo per uccidere ma per mutilare. Il reportage combina raccolta di dati e ritratti di medici: quindici su diciassette hanno dichiarato di aver trattato bambini di quindici anni o meno con singole ferite da arma da fuoco alla testa o al petto, con il resto del corpo intatto. Si tratta di almeno 114 bambini, la maggior parte dei quali non è sopravvissuta. «Una singola pallottola alla testa o al petto di un bambino è, sul piano della medicina legale, un indicatore forte di targeting deliberato: un colpo mirato, sparato da un cecchino o da un drone armato, da lunga distanza», spiega Francesco Russo. E’ con questi crimini non denunciati e non sanzionati che avremo a che fare in futuro, come Paesi europei sovrani: a scendere in piazza al momento sono sparuti gruppi di attivisti e di società civile che sa e non tace. > Gli altri si lamentano in silenzio o guardano altrove. Ma il rimosso e la negazione torneranno presto a galla condannandoci alla colpa perpetua. Questo è il momento di dissociarsi: “non in mio nome”, in ogni piazza e in ogni luogo, pena la complicità totale consegnata alla Storia. Redazione Italia
June 9, 2026
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