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Ad Alessandria il primo IRCCS pubblico del Piemonte
L’Azienda Ospedaliero-Universitaria SS. Antonio e Biagio e Cesare Arrigo di Alessandria è stata riconosciuta un Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS) con il decreto firmato dal Ministro della Salute Orazio Schillaci, d’intesa con il Presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio. “Per AFeVA è una grande soddisfazione unirsi alle parole del Ministro della Salute, del Presidente e dell’Assessore alla Sanità della Regione Piemonte, del Commissario Straordinario per il riconoscimento dell’Istituto e di tutti coloro che hanno ricoperto incarichi istituzionali attinenti, quando, a seguito della firma del decreto, plaudono al riconoscimento dell’IRCCS pubblico di Alessandria”, comunica l’Associazione Familiari e Vittime dell’Amianto (AFeVA) di Casale Monferrato ricordando: > Torna in mente che già dal 2008-2009, AFeVA e il Comitato Vertenza Amianto > delle associazioni casalesi avevano iniziato a delineare indirizzi progettuali > per una struttura interaziendale tra l’ASL di Casale e l’AO di Alessandria, al > fine di unire cura e ricerca sul mesotelioma.Erano gli anni dell’offerta > unilaterale di Schmidheiny, contenente gli accantonamenti a seguito degli > indennizzi ai cittadini casalesi, da dedicare alla ricerca sul > mesotelioma. AFeVA pose dei “vincoli”, approvati in una grande assemblea > cittadina, affinché fosse coinvolta la Sanità Pubblica regionale e locale per > assicurare una ricaduta positiva sui pazienti casalesi e non solo. > > Sono occorsi parecchi anni, ma nel 2012-2013 si decise, con la Regione, di > procedere alla costituzione dell’Unità Funzionale Interaziendale Mesotelioma > AO AL – ASL AL (UFIM), utilizzando gli accantonamenti dell’offerta > unilaterale. > > Nel 2017 fu istituita, subentrando all’UFIM, la Struttura Semplice > Dipartimentale di Mesotelioma dell’AO AL in integrazione funzionale con l’ASL > AL, come concordato con la Regione in seno al Comitato Strategico Regionale > Amianto. > > In questi anni, le difficoltà e i ritardi non sono mancati. Tuttavia oggi, la > struttura, diretta dalla Dott.ssa Federica Grosso è un centro d’eccellenza > riconosciuto per la cura e la ricerca sul mesotelioma. “Si tratta di un risultato storico per il Piemonte”, è riferito nel comunicato pubblicato sul sito dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria SS. Antonio e Biagio e Cesare Arrigo di Alessandria, che spiega: > Per la prima volta la regione si dota di un IRCCS pubblico ed entra nella rete > nazionale degli Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico con una > struttura che rappresenterà un punto di riferimento per la ricerca, > l’innovazione e l’assistenza sanitaria ad alta specializzazione. > > Il riconoscimento arriva al termine di un percorso avviato ufficialmente fin > dal 2019 con i primi atti di programmazione regionale e costruito grazie al > lavoro congiunto di Ministero della Salute, Regione Piemonte, Azienda > Ospedaliero-Universitaria di Alessandria, Dipartimento Attività Integrate > Ricerca e Innovazione (DAIRI), Università del Piemonte Orientale, Asl AL, > professionisti sanitari, amministratori locali e rappresentanti del > territorio. > > Il percorso verso il riconoscimento ha raccolto infatti negli anni il sostegno > delle istituzioni locali e regionali, della Provincia di Alessandria, dei > Comuni del territorio, delle associazioni e del Consiglio regionale del > Piemonte, superando appartenenze e schieramenti politici e unendo il > territorio attorno a un obiettivo condiviso di crescita scientifica e > sanitaria. > > Le radici dell’IRCCS pubblico Alessandria-Casale affondano nella storia della > provincia di Alessandria e, in particolare, di Casale Monferrato, territorio > simbolo della lotta contro l’amianto e delle patologie asbesto-correlate. Da > quella tragedia è nato negli anni un patrimonio di conoscenze scientifiche, > competenze cliniche e capacità di ricerca che oggi riceve il massimo > riconoscimento nazionale. > > L’IRCCS pubblico Alessandria-Casale si fonda inoltre sull’esperienza del > DAIRI, il Dipartimento Attività Integrate Ricerca e Innovazione, cui la > Regione Piemonte ha attribuito il ruolo di supporto regionale per > l’organizzazione della ricerca sanitaria e biomedica nelle Aziende sanitarie > piemontesi. Un modello che ha consentito di costruire negli anni una rete di > collaborazioni che coinvolge l’intero sistema sanitario regionale e che ora > potrà essere ulteriormente rafforzata grazie al riconoscimento ministeriale. > > In particolare, il riconoscimento è stato ottenuto nell’area tematica > Cardiologia-Pneumologia, come previsto dal decreto firmato dal Ministro della > Salute Orazio Schillaci, all’interno della quale trovano spazio proprio le > attività sviluppate sul fronte delle patologie ambientali e del mesotelioma, > ambito nel quale il territorio alessandrino e Casale Monferrato rappresentano > una delle realtà più avanzate a livello nazionale e internazionale. > > Tra queste, la Banca Biologica del Mesotelioma Maligno, una delle più > importanti collezioni europee del settore, e il Centro regionale per la > ricerca, sorveglianza e prevenzione dei rischi da amianto, vero ecosistema > integrato di assistenza e ricerca clinico-epidemiologica, incardinati > all’interno del DAIRI. > > Con questo riconoscimento il Piemonte entra inoltre nel ristretto gruppo delle > Regioni che ospitano un IRCCS pubblico universitario. “AFeVA è orgogliosa di questo risultato frutto di una lunga e partecipata lotta che cominciando dalla Vertenza Amianto è proseguita negli anni con l’impegno totale dei membri dell’Associazione, con la vigile attenzione di protagoniste della comunità scientifica casalese, con il riferimento riconoscente a personalità storiche indimenticabili – conclude AFeVA – È una conquista di tutti, che ci rafforza nel proseguire la lotta per ottenere risposte di Giustizia, Ricerca, Bonifica, alla tragedia criminale dell’amianto”. Un traguardo che verrà raggiunto se, alla conclusione dell’iter giudiziario del processo Eternit bis, verrà confermata la sentenza di condanna di Schmidheiny, un verdetto di cui la difesa del magnate svizzero ha recentemente chiesto l’invalidazione presentando il ricorso in Cassazione. Redazione Piemonte Orientale
June 16, 2026
Pressenza
La relazione DEVE approvata: i diritti umani prima di tutto
“Gli aiuti allo sviluppo non sono e non devono diventare uno strumento di controllo migratorio – dichiara Marco Tarquinio – Per mesi abbiamo lavorato per ribadire questo principio e le politiche conseguenti. Ora possiamo dire che la relazione DEVE sul tema è una battaglia vinta dal gruppo S&D”. Il documento sul rafforzamento della cooperazione allo sviluppo per affrontare le migrazioni irregolari e le loro cause nei paesi partner dell’UE che è stato elaborato dall’European Parliament’s Committee on Development (DEVE) e oggi, 16 giugno, approvato con 344 voti favorevoli, 237 contrari e 66 astensioni, delinea un approccio globale che, per garantire sicurezza e solidarietà sia all’interno dell’UE sia nei paesi di origine e di transito, combina cooperazione allo sviluppo e gestione della migrazione, specifica il comunicato stampa del Parlamento Europeo: > I deputati ribadiscono il legame tra migrazione e cooperazione allo sviluppo e > sollecitano la Commissione e gli Stati membri a garantire una maggiore > coerenza delle politiche per lo sviluppo e di quelle migratorie, nel pieno > rispetto dei diritti umani e degli obiettivi di sviluppo sostenibile (OSS). > > A loro avviso, la politica di sviluppo dell’UE dovrebbe continuare a dare > priorità all’eliminazione della povertà, alla riduzione delle disuguaglianze e > allo sviluppo sostenibile, in linea con gli OSS, concentrandosi al contempo su > investimenti a lungo termine basati sulle esigenze dei paesi partner, anche > per affrontare le cause profonde della migrazione irregolare e degli > sfollamenti forzati. > > L’approccio dell’UE deve essere coerente e pragmatico, orientato ai risultati > e reciprocamente vantaggioso, volto a promuovere la stabilità e le opportunità > economiche nei paesi partner, compresi quelli di origine e di transito dei > flussi migratori. > > I deputati affermano che l’UE dovrebbe promuovere la cooperazione con i paesi > partner in materia di migrazione sulla base della solidarietà, della > responsabilità condivisa e del rispetto dei diritti umani. Tale cooperazione è > essenziale nella lotta contro la tratta di esseri umani e il traffico di > migranti e dovrebbe prevenire la strumentalizzazione della migrazione. > > Nel testo si sottolinea anche che i controlli rigorosi alle frontiere, se non > accompagnati da percorsi legali alternativi per la migrazione, finiscono per > spostare le rotte migratorie, moltiplicando le tappe del viaggio e i paesi di > transito, aumentando così la precarietà dei percorsi e l’esposizione dei > migranti alle reti di trafficanti, all’estorsione e alla violenza. > > Il Parlamento individua diversi ambiti nei quali l’UE può fornire un sostegno > mirato ai paesi partner, tra cui i contesti geopolitici fragili, l’impatto dei > cambiamenti climatici, il ruolo dell’agricoltura, l’emancipazione dei giovani, > la promozione e il sostegno allo sviluppo economico sostenibile e il > rafforzamento delle capacità nei settori dell’istruzione, della sanità e del > consolidamento democratico. > > Dopo il voto, il relatore Lukas Mandl (PPE, Austria) ha dichiarato: “L’Europa > è il principale investitore mondiale nella cooperazione allo sviluppo, > superando qualsiasi altro attore globale. Il potere di attrazione dell’Europa > non deve essere sottovalutato nella promozione di valori universali quali la > dignità umana e la libertà individuale. La cooperazione allo sviluppo svolge > inoltre un ruolo importante nell’affrontare le sfide interne dell’Europa. Il > Parlamento europeo ha ora affermato chiaramente che i partenariati > internazionali dell’UE dovrebbero contribuire a contrastare la migrazione > irregolare e aiutare ad affrontare la crisi demografica attraverso la > migrazione per motivi di lavoro“. “La condizionalità migratoria e i centri di rimpatrio nei paesi terzi non sono nel testo finale votato dall’Europarlamento – precisa Marco Tarquinio, relatore per il gruppo S&D – Ci sono invece canali legali, istruzione, diritti delle donne, clima, Stato di diritto, ruolo delle ONG e delle comunità locali”. “Non è un punto di arrivo – conclude Marco Tarquinio – Domani a Strasburgo si vota il pessimo testo del regolamento rimpatri. E nei prossimi mesi si negozierà il Global Europe, grande strumento finanziario della politica di cooperazione UE. Ci spenderemo per lo stesso principio-guida: gli aiuti allo sviluppo non servono per blindare le frontiere, ma per la vita più giusta delle persone”. Redazione Italia
June 16, 2026
Pressenza
Nuovi OGM, no alla deregulation
Ieri ha votato la Commissione ENVI. La deregulation è passata in pochi minuti. Il testo approvato elimina: * l’etichettatura obbligatoria per i consumatori * molti controlli scientifici di sicurezza * le tutele sui brevetti delle sementi, aprendo la strada alle grandi multinazionali (Bayer-Monsanto, Corteva, Syngenta, BASF) Il voto è durato appena 10 minuti perché è stata scelta una procedura che ha impedito di votare i singoli emendamenti. Oggi manifestazione davanti al Parlamento Europeo a Strasburgo. Domani, 17 giugno, il voto finale al Parlamento Europeo. Fate girare questo messaggio. Fate sentire la vostra voce! Partecipate: https://www.blacked-out-ingredients.eu/it/start/ Lapo Cianferoni, ex presidente della Società Biodinamica   Redazione Italia
June 16, 2026
Pressenza
26 scienziati africani al workshop TWAS sul rafforzamento delle competenze
Da oggi, 16 giugno, fino al 18 ad Accra, in Ghana, è in svolgimento il workshop organizzato dall’Accademia Mondiale delle Scienze per il progresso scientifico nei paesi in via di sviluppo (TWAS) che riunisce 26 giovani scienziati sostenuti dal programma Seed Grant for New African Principal Investigators (SG-NAPI). Il workshop, che costituisce una delle componenti del programma SG-NAPI ed è sostenuto dal Ministero Federale della Ricerca, Tecnologia e Spazio della Germania (BMFTR), ha l’obiettivo di rafforzare le capacità di ricerca e a promuovere la collaborazione scientifica nel continente africano. I partecipanti provengono da 13 Paesi: Benin, Botswana, Capo Verde, Etiopia, Ghana, Kenya, Malawi, Mali, Mauritania, Nigeria, Ruanda, Tanzania e Uganda. Nel corso delle tre giornate, i partecipanti prenderanno parte a sessioni condotte da esperti su scrittura scientifica, uso responsabile dell’intelligenza artificiale nella scienza, la comunicazione della scienza, l’importanza del mentoring e la ricerca transdisciplinare per lo sviluppo sostenibile in Africa. Il programma include anche attività di networking pensate per stimolare nuove collaborazioni e gettare le basi per progetti congiunti, oltre a una lectio magistralis del professor Nii Narku Quaynor. Considerato il ‘padre di Internet in Africa’, nel 1994 fondò il primo provider di servizi Internet in Ghana e nell’Africa occidentale, svolgendo un ruolo determinante nella diffusione della nuova tecnologia in tutta l’Africa subsahariana.   “Questo workshop riflette l’impegno della TWAS nel rafforzare non solo i singoli ricercatori, ma anche i sistemi più ampi che sostengono la scienza e l’istruzione in Africa – ha dichiarato la Presidente della TWAS, Quarraisha Abdool Karim – L’attuale epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo e l’assenza di strumenti diagnostici, trattamenti e vaccini efficaci sottolineano l’importanza di investire nelle competenze, nella collaborazione e nel rafforzamento delle capacità, per contribuire a creare le condizioni per un impatto duraturo” SG-NAPI è un programma della TWAS lanciato nel 2021. Sostiene giovani ricercatori che hanno conseguito il dottorato all’estero e sono recentemente rientrati in Africa, o che stanno per assumere un incarico accademico nel loro Paese d’origine. I finanziamenti, fino a 67.700 USD, sono destinati a progetti di ricerca promettenti e di alto livello in agricoltura, biologia, chimica, fisica, ingegneria, matematica, scienze mediche, scienze della Terra, e tecnologia dell’informazione, condotti in Paesi africani che la TWAS ha individuato come maggiormente bisognosi di supporto per lo sviluppo scientifico e tecnologico. I progetti finanziati hanno un potenziale trasformativo significativo e vengono realizzati in uno dei Paesi che soddisfano i requisiti. A oggi, il programma ha lanciato cinque bandi e assegnato 124 finanziamenti. Da oltre 40 anni, l’Accademia mondiale delle scienze per il progresso scientifico nei paesi in via di sviluppo (TWAS) è una forza trainante nello sviluppo delle capacità scientifiche nel Sud globale. Fondata nel 1983 a Trieste, Italia, la TWAS promuove una prosperità sostenibile attraverso ricerca, istruzione, politiche e diplomazia. In collaborazione con i suoi partner, la TWAS ha formato oltre 1.300 dottori di ricerca e assegnato più di 2.300 borse post-dottorato a scienziati dei Paesi in via di sviluppo. L’Accademia ha inoltre conferito oltre 1.200 premi, finanziato più di 2.870 progetti di ricerca, formato oltre 750 persone nella diplomazia scientifica e sostenuto più di 1.400 scambi accademici. La TWAS è un’unità di programma dell’UNESCO. Redazione Italia
June 16, 2026
Pressenza
Semyon Skrepetsky (Robert Kuzovkov), il russo che criticava la guerra e le dittature
Our House informa che ieri – 15 giugno – l’artista, vignettista ed emigrato politico russo noto per le sue opere satiriche contro l’autoritarismo, la guerra, il militarismo e la violenza politica, è stato ucciso nella città polacca di Biała Podlaska.   COMUNICATO DI OUR HOUSE : Secondo quanto riportato dai media polacchi, Semyon Skrepetsky (Robert Kuzovkov) è stato colpito da colpi d’arma da fuoco in un agguato avvenuto in pieno giorno. Era noto per la sua posizione altrettanto critica nei confronti di varie forze politiche e leader della nostra regione, e per la sua costante opposizione alla guerra e alla dittatura. Le sue vignette satiriche prendevano di mira Vladimir Putin, le autorità russe, Ramzan Kadyrov, l’islam radicale, la guerra, il militarismo, le violazioni dei diritti umani, Volodymyr Zelenskyy, alcune forze politiche e oligarchi ucraini, Alexander Lukashenko e le forze politiche bielorusse, Alexei Navalny, l’opposizione russa e altri temi politici. Fu proprio a causa di questa posizione indipendente che il vignettista suscitò irritazione e ostilità tra i rappresentanti di un’ampia gamma di schieramenti politici tradizionalmente contrapposti. Venne etichettato come provocatore sia dai media statali che da quelli non statali. Fu criticato in Russia, in Ucraina e all’interno delle comunità di emigrati. Negli ultimi anni, aveva vissuto a Biała Podlaska, dopo essere emigrato dalla Russia per timore di persecuzioni politiche. Poco prima del suo omicidio, aveva denunciato di aver ricevuto delle minacce. Le forze dell’ordine polacche stanno indagando sulle circostanze del crimine. In seguito alle sue critiche a Volodymyr Zelenskyy e a diverse forze politiche ucraine, il sito web ucraino di estrema destra Myrotvorets aveva precedentemente incluso Semyon Skrepetsky nella sua lista di “nemici” e pubblicato informazioni sul suo luogo di residenza in Polonia. Al momento, non vi sono prove pubblicamente disponibili che colleghino il sito web Myrotvorets all’omicidio stesso. Allo stesso tempo, la pubblicazione di dati personali di personaggi pubblici e di emigrati politici crea ulteriori rischi per la loro sicurezza e merita una valutazione legale separata da parte delle autorità di polizia ucraine. Tali pratiche costituiscono una seria minaccia per giornalisti, artisti, difensori dei diritti umani, rifugiati politici e personaggi pubblici, a prescindere dalle loro opinioni e convinzioni politiche. Inoltre, è appena emerso che Myrotvorets ha contrassegnato il profilo dell’artista come “liquidato” dopo la sua morte. Questo gesto appare come un’approvazione di un omicidio politico e solleva seri interrogativi sulla responsabilità morale e politica del sito. La definizione di “liquidato” solleva inevitabilmente una domanda fondamentale: chi ha ucciso l’artista? Sebbene le circostanze della sua morte restino irrisolte e richiedano un’indagine indipendente, tale formulazione alimenta i sospetti e il dibattito pubblico sul fatto che il crimine sia collegato ai servizi di sicurezza russi o ad elementi nazionalisti ucraini radicali. A prescindere da chi sia il responsabile ultimo, definire pubblicamente un artista deceduto “liquidato” equivale a normalizzare la violenza politica e mina qualsiasi pretesa di impegno per i diritti umani e lo stato di diritto. Esprimiamo le nostre più sentite condoglianze ai familiari, ai parenti, agli amici e alle persone care di Semyon Skrepetsky. L’omicidio di un artista, giornalista, attivista o di qualsiasi critico pubblico non può mai essere giustificato da divergenze politiche. La libertà di espressione e il diritto alla critica devono essere tutelati dalla legge, non diventare motivo di persecuzione, minacce o violenza. Chiediamo alle autorità polacche di condurre un’indagine rapida, indipendente ed efficace sulle circostanze dell’omicidio, di identificare tutti i responsabili del crimine e di assicurarli alla giustizia. Chiediamo inoltre alle autorità ucraine di fornire una valutazione legale della pratica di pubblicazione dei dati personali sul sito web Myrotvorets e di stabilire in che misura tali azioni creino ulteriori rischi per la sicurezza delle persone incluse in tali elenchi. Esortiamo le istituzioni europee a prestare seria attenzione alla sicurezza di giornalisti, artisti, difensori dei diritti umani e attivisti contro la guerra residenti nei paesi dell’Unione europea, e ad adottare ulteriori misure per proteggere la libertà di espressione e la libertà di coscienza. La sicurezza degli emigrati politici, dei difensori dei diritti umani, dei giornalisti, degli artisti e degli attivisti della società civile in Europa deve rimanere una priorità incondizionata per gli stati democratici. Redazione Italia
June 16, 2026
Pressenza
Dossier ISDE smonta i falsi miti sull’acqua minerale
IL DOSSIER SMONTA I FALSI MITI SULL’ACQUA MINERALE E SPIEGA PERCHÉ QUELLA DEL RUBINETTO È SPESSO PIÙ SICURA, CONTROLLATA E SOSTENIBILE. In Italia consumiamo 15 miliardi di litri di acqua minerale l’anno, ma siamo sicuri che sia davvero migliore di quella del rubinetto? Un dato impressionante, che non nasce solo dalle abitudini, ma anche da decenni di pubblicità martellanti e da una gigantesca operazione culturale che ha convinto milioni di persone che l’acqua del rubinetto sia inferiore, meno sicura o addirittura dannosa. Il dossier Acqua di rubinetto e acqua in bottiglie di plastica: fare la scelta giusta per la salute e l’ambiente pubblicato da ISDE – Medici per l’Ambiente smonta molti luoghi comuni: dalla falsa idea che l’acqua di rete provochi calcoli renali fino ai presunti vantaggi delle caraffe filtranti. Nel testo si parla anche di milioni di controlli effettuati sugli acquedotti italiani, microplastiche nelle bottiglie in PET, sostanze chimiche rilasciate dalla plastica e rischi ambientali legati al consumo di acqua confezionata. FAKE NEWS SUI CALCOLI Tra le fake news più dure a morire c’è quella secondo cui “l’acqua del rubinetto fa venire i calcoli ai reni” perché contiene troppo calcio o troppo “calcare”. Ebbene, il documento  smonta anche questa convinzione: non esiste alcuna prova scientifica che colleghi l’acqua dura ai calcoli renali. Anzi, diversi studi mostrano il contrario: il calcio presente nell’acqua può avere effetti protettivi. Uno dei capitoli più interessanti riguarda i controlli: l’acqua del rubinetto in Italia è sottoposta a verifiche rigidissime. L’Istituto Superiore di Sanità ha esaminato oltre 2,5 milioni di analisi, con conformità superiore al 99%. E qui emerge un punto centrale del libro: l’acqua di rete viene controllata molto più dell’acqua minerale. Si cercano PFAS, farmaci, BPA, microplastiche e altri contaminanti emergenti, mentre nelle acque minerali molti di questi controlli non sono previsti. 3 MILIONI DI PARTICELLE DI MICROPLASTICHE IN UN LITRO Molto forte anche la parte dedicata  alle microplastiche: gli autori citano studi che ne hanno trovato fino a 3 milioni in un litro di acqua in bottiglia di PET. Si parla poi delle sostanze chimiche cedute dalle bottiglie di plastica — ftalati, bisfenoli, formaldeide, antimonio — e del fatto che caldo, sole e stoccaggio aumentano il rilascio di queste sostanze. Molto utile anche la parte dedicata alle caraffe filtranti e ai sistemi domestici: il libro spiega chiaramente che non servono a “rendere sicura” l’acqua del rubinetto e che, se mal mantenuti, possono perfino diventare un problema igienico. Insomma, è un testo rigoroso ma leggibile, pieno di dati e spiegazioni concrete, che affronta insieme salute, ambiente, plastica e informazione scientifica. Per scaricare gratuitamente il dossier clicca qui. -------------------------------------------------------------------------------- Acqua di rubinetto e acqua in bottiglie di plastica: fare la scelta giusta per la salute e l’ambiente a cura di: Maria Grazia Petronio, Maria Teresa Maurello, Annalaura Carducci, Annamaria Moschetti, Emilia Guberti, Roberta Bosco, Laura Reali, Gea Oliveri Conti, Massimiliano Cernuschi, Marco Lombardi, Stefania Russo, Elisabetta Chellini per conto del Gruppo di lavoro ISDE sulla campagna plastica. Redazione Italia
June 16, 2026
Pressenza
Il mondiale dei respinti: per la FIFA è una festa, ma assomiglia sempre più a una frontiera armata
L’11 giugno non è iniziato solo un torneo. È iniziato il Mondiale più grande della storia. Quarantotto nazionali, tre Paesi ospitanti, miliardi di spettatori incollati agli schermi. La FIFA, dai suoi uffici specchiati di Zurigo, lo racconta così: la celebrazione universale del pallone@. Ti vendono il sogno di un prato verde dove tutti sono uguali. Ma la retorica si spegne dove finisce lo spettacolo e inizia il potere. Basta fare un passo indietro e guardare cosa succede ai controlli di frontiera. È lì, tra i passaporti respinti, i visti negati e i fili spinati invisibili della burocrazia, che la festa cambia faccia. È lì che capisci che il calcio è una cosa, ma le regole del mondo restano sempre le stesse: selettive, razziste. I giocatori dell’Uzbekistan, con il loro allenatore Cannavaro, vengono accolti a New York da metal detector, cani antidroga e perquisizioni bagaglio per bagaglio. I calciatori del Senegal sono costretti a togliersi le scarpe appena scesi dall’aereo, trattenuti per ore come sospetti qualsiasi. Ayman Hussein, stella della nazionale irachena, passa sette ore sotto interrogatorio. Tala Salah, fotografo ufficiale della squadra irachena, viene trattenuto per oltre dieci ore e poi espulso. Peggio ancora va a Omar Artan, il miglior arbitro africano del 2025. Passaporto diplomatico, convocazione ufficiale, tutte le autorizzazioni in regola. Non basta. Undici ore di interrogatorio sulla situazione politica della Somalia e sui rapporti con Al-Shabaab. Alla fine viene respinto. Fuori dal Mondiale. L’Iran si vede negare il visto a quindici membri della propria delegazione. Giornalisti africani e iraniani ricevono autorizzazioni che impediscono loro di seguire liberamente il torneo tra Stati Uniti, Canada e Messico. Tifosi bloccati, procedure arbitrarie, ostacoli burocratici costruiti apposta per scoraggiare la presenza di interi popoli. Il messaggio è chiaro: siete invitati, ma non siete benvenuti. In fondo, questo Mondiale racconta perfettamente il nostro tempo. Da una parte la retorica della globalizzazione felice. Dall’altra i confini che si chiudono. Da una parte gli slogan sull’universalità dello sport. Dall’altra i controlli selettivi che distinguono chi può passare e chi deve essere interrogato, perquisito, respinto. Il calcio dovrebbe servire a cancellare queste differenze. Invece il Mondiale del 2026 le sta esibendo tutte sotto i riflettori. La FIFA continua a chiamarla festa. Ma assomiglia sempre più a una frontiera armata. Redazione Italia
June 15, 2026
Pressenza
Il centro dati è la ciminiera del futuro
> In molti paesi si registrano proteste contro i centri dati dedicati > all’intelligenza artificiale, assetati di energia. Manca soprattutto la > trasparenza. Che si tratti della Cina, dell’India, dei Paesi dell’UE o degli Stati Uniti, non c’è quasi nessun Paese che non voglia essere all’avanguardia nel campo dell’intelligenza artificiale. Per questo motivo, in tutto il mondo si progetta e, soprattutto, si costruisce molto. L’IA richiede una grande potenza di calcolo e, di conseguenza, grandi centri di calcolo. E queste mega-server farm devono pur essere collocate da qualche parte. I più recenti impianti «hyperscale» sono così grandi che i media realizzano video con i droni per renderne evidente la dimensione. Per questo motivo vengono spesso costruiti in zone in cui il terreno è relativamente economico. I RESIDENTI PAGANO IL PREZZO DEL PROGRESSO TECNOLOGICO Già dal punto di vista estetico non è certo un piacere. A chi piace vivere accanto a un blocco di cemento spoglio, circondato da alte recinzioni e telecamere? I mega-data center rappresentano inoltre una sfida ecologica, per non dire un incubo ecologico. Hanno bisogno di tanta energia quanto intere città e di moltissima acqua, inquinano l’ambiente e distruggono terreni agricoli fertili. I residenti nutrono il legittimo timore che ciò possa causare una carenza idrica e un aumento dei prezzi dell’energia. Secondo quanto riportato dal «Sierra Club», nello Stato della Virginia i prezzi dell’energia sono aumentati del 267% negli ultimi cinque anni. In Virginia si concentrano molti di questi mega-centri, alcuni dei quali situati a breve distanza dalle zone residenziali. In Pennsylvania, secondo «Inside Climate News» (ICN), la bolletta elettrica media è aumentata del 14% in un anno. Gli esperti avvertono addirittura che in situazioni come le ondate di calore potrebbero verificarsi interruzioni di corrente, poiché il fabbisogno energetico dei centri di calcolo è così enorme – oppure un sistema di IA potrebbe dover cessare il funzionamento. Tuttavia, almeno negli Stati Uniti, i residenti vengono consultati molto raramente. Sebbene gli impianti siano così grandi, i vicini spesso ne vengono a conoscenza solo quando iniziano i lavori di costruzione. A quel punto i contratti sono già stati stipulati da tempo, compresi tutti gli accordi di riservatezza. Anche quando i piani vengono resi pubblici in anticipo, spesso opporre resistenza è inutile. Eppure i residenti pagano un prezzo elevato. A CAUSA DEI SISTEMI DI RAFFREDDAMENTO DEI SERVER, GLI STATI UNITI VOGLIONO INDEBOLIRE LA LEGGE SUI PFAS Il problema principale: il lavoro svolto dai chip produce molto calore, quindi gli impianti hanno un enorme fabbisogno di raffreddamento. Questo favorisce l’innovazione, ma ha anche un rovescio della medaglia. Il raffreddamento ad aria, fino a pochi anni fa la norma nei centri di calcolo, ha lasciato il posto a impianti di raffreddamento a liquido o a modelli misti. Gli ultimi sviluppi spingono ancora oltre questo principio, ricorrendo al cosiddetto raffreddamento a immersione, in cui il server viene immerso nel liquido refrigerante. I sistemi di raffreddamento a liquido, che in teoria funzionano in circuiti chiusi, dovrebbero comunque sostituire regolarmente l’acqua contaminata, spiega il «Sierra Club». Non è chiaro cosa ne sia delle acque reflue, almeno negli Stati Uniti. L’organizzazione mette in guardia dall’inquinamento dell’ambiente con sostanze chimiche PFAS, presenti nei sistemi di raffreddamento sotto forma di gas F o liquidi refrigeranti. Esistono alternative come il gas propano o l’ammoniaca, ma queste vengono utilizzate raramente. Inoltre, i PFAS sono presenti negli impianti antincendio di cui ogni data center ha bisogno e, naturalmente, nei materiali semiconduttori dei server. Queste esigenze sarebbero così importanti che l’amministrazione Trump vorrebbe allentare la regolamentazione sui PFAS per facilitare la costruzione di data center. UN DATA CENTER È COME UNA CALDAIA Anche alcuni altri dettagli sembrano usciti dal Far West. A Memphis è in funzione un centro dati dotato di 35 turbine a gas, secondo quanto riportato da «Politico». Gli ossidi di azoto prodotti dall’impianto inquinano l’aria e causano smog nocivo per la salute. Il proprietario xAI gestisce quindi, a rigor di termini, una centrale elettrica soggetta ad autorizzazione – ma ufficialmente solo in via temporanea, motivo per cui non è necessaria alcuna autorizzazione. Secondo uno studio riportato dalla CNN, gli «hyperscaler» costituiscono delle isole di calore che riscaldano l’ambiente circostante fino a 9 gradi Celsius in un raggio di dieci chilometri – in tutto il mondo, dal Messico alla Spagna. Un dettaglio sgradevole che finora era passato inosservato. La quantità d’acqua consumata dai computer che mantengono in funzione ChatGPT, Gemini e MidJourney è considerata un segreto aziendale. Si sa solo una cosa: è moltissima. Per questo motivo ci sono proteste in tutto il mondo, attualmente soprattutto negli Stati Uniti, dove sono in fase di progettazione e costruzione moltissimi data center. Secondo Cleanview, attualmente (al 1° giugno) negli Stati Uniti ci sono 606 data center in funzione con una capacità di quasi 20 gigawatt. Si stima che entro il 2030 questa cifra salirà a circa 80 gigawatt. Un volume di investimenti di molti miliardi di dollari. AMPIE PROTESTE DEI CITTADINI NEGLI STATI UNITI L’impatto dei grandi centri di calcolo riguarda le popolazioni in tutto il mondo, dall’India allo Stato tedesco dell’Assia. Attualmente, la questione sta preoccupando particolarmente la popolazione degli Stati Uniti. Le proteste dei cittadini contro i mega-centri di calcolo in progetto o in costruzione in diverse parti del Paese potrebbero persino influenzare le elezioni di medio termine, scrive il «New York Times», che ha realizzato un video sull’argomento. Le proteste si registrano, tra l’altro, nello Utah, nel Maine, in Virginia, nel Michigan e in Louisiana. La questione sarebbe «trasversale ai partiti quanto la birra», ha scritto il «New York Times», citando un comico che ne aveva parlato nel Wisconsin. Un agricoltore del Bayou, in Louisiana, ha espresso la sua protesta utilizzando le stesse dimensioni di un centro dati progettato dal gruppo Meta, che dovrebbe estendersi su circa 37 ettari: La nota attivista per i diritti civili Erin Brockovich si sta mobilitando dalla fine di aprile contro i giganteschi progetti di costruzione legati all’IA. Ha messo online un sito web in cui vengono localizzate le denunce dei cittadini contro i data center. Il processo manca di trasparenza, lamenta. «Se i data center sono così vantaggiosi per la collettività, perché vengono costruiti in segreto?», chiede. Il suo team ha ricevuto migliaia di segnalazioni relative a edifici esistenti o in progetto. Anche altre organizzazioni, come Cleanview o Honor The Earth, un’iniziativa delle comunità indigene, gestiscono simili strumenti di monitoraggio dei data center. Queste informazioni non sono altrimenti di dominio pubblico. LA POLITICA INIZIA A REAGIRE L’opposizione è così forte che anche le borse ne prendono atto. Si tratta di investimenti miliardari – e naturalmente di un vantaggio tecnologico. Non mancano le accuse secondo cui le proteste sarebbero state organizzate su suggerimento di «organizzazioni straniere» (o direttamente della «Cina») o con il loro finanziamento. I comuni che mettono a disposizione i propri terreni sperano a loro volta in entrate fiscali e posti di lavoro – anche se questi ultimi si creano soprattutto durante la fase di costruzione. Una volta in funzione, anche un grande centro dati richiede poco personale. I governanti vorrebbero insediare un’industria chiave. Le proteste hanno comunque suscitato una reazione da parte della politica. Secondo l’ICN, diversi Stati federali statunitensi stanno pianificando una normativa in base alla quale gli operatori di grandi centri dati dovranno produrre autonomamente l’energia necessaria. Uno svantaggio di ciò: gli operatori di grandi centri dati diventerebbero aziende energetiche – con tutte le implicazioni politiche del caso. I dettagli del programma dal nome accattivante «Bring Your Own Energy» non sono ancora del tutto chiari, riferisce il media della Pennsylvania. Un progetto di legge denominato GRID (Governor’s Responsible Infrastructure Development Standards) affronta anche le questioni relative ai requisiti di trasparenza e alla tutela dell’ambiente. In futuro, il gestore dovrà fornire quote minime prestabilite di energia non fossile, compresa l’energia nucleare: il 10 per cento entro il 2027 e il 32 per cento entro il 2035 – troppo poco, criticano le organizzazioni ambientaliste. Inoltre, il gestore dovrà farsi carico di tutti i costi necessari per l’ampliamento delle infrastrutture energetiche. La fonte energetica attuale è per lo più il gas naturale, il che in Assia ha portato alla sospensione provvisoria dei piani di costruzione. Resta da vedere se il progetto di legge otterrà le maggioranze necessarie. LA MAGGIORANZA DEGLI SVIZZERI INTERVISTATI CHIEDE PIÙ CONTROLLO Nei Paesi europei prevale uno scetticismo diffuso, anche se in questi paesi la regolamentazione è generalmente più severa. È quanto emerge da un sondaggio rappresentativo condotto da Algorithm Watch in diversi Paesi europei, tra cui la Svizzera. Molti intervistati hanno chiesto una maggiore regolamentazione e una maggiore trasparenza. Lo scetticismo è particolarmente forte in Irlanda e in Spagna, Paesi in cui si avvertono già chiaramente le ripercussioni sui prezzi dell’energia e sulla disponibilità idrica. Tra i circa 1000 intervistati in Svizzera, il 79% ritiene che i data center dovrebbero rendere pubblico il proprio fabbisogno energetico, il 72% ritiene che i nuovi data center dovrebbero essere costruiti solo se possono essere alimentati con energie rinnovabili e il 71% si dice preoccupato per il fabbisogno idrico degli impianti. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL TEDESCO DI THOMAS SCHMID. INFOsperber
June 15, 2026
Pressenza
Cronaca dell’irrilevanza. Come Dua Lipa ha sposato Palermo per tre giorni: il Gattopardo in versione Instagram
 riprendiamo dal sito Italia Libera Dua Lipa ha sposato Palermo per tre giorni. Palermo, in compenso, continua a divorziare da sé stessa da almeno trent’anni. Ma non sottilizziamo. Il matrimonio dell’anno si è celebrato tra stucchi dorati, lampadari di Murano, champagne a temperatura controllata e fotografie filtrate con la stessa cura con cui un tempo si filtrava l’acqua del Gattopardo. Palazzo Gangi, location impeccabile: se devi mettere in scena il capitalismo estetico del XXI secolo, tanto vale farlo nel salotto dove Visconti girò il ballo dei moribondi. Circolarità perfetta. Tomasi di Lampedusa aveva scritto: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. Oggi la frase si potrebbe aggiornare così: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, basta invitare qualche influencer e aprire le porte dei palazzi storici alle giuste carte di credito”. Funziona. Funziona benissimo. Il popolo dei guardoni civici La cosa più straordinaria non è il matrimonio. La cosa più straordinaria è stata la discussione che ha generato. Una parte della città reclamava i maxischermi per assistere alla cerimonia. I maxischermi. Non per seguire un dibattito sul Piano Regolatore. Non per discutere della crisi idrica in Sicilia. Non per confrontarsi sulla fuga dei giovani, sulla crisi climatica che trasforma l’entroterra in savana mediterranea, sulla desertificazione demografica di interi quartieri. Per vedere gente ricca che festeggia. L’antica Roma aveva il pane e il circo. Noi abbiamo le arancine e lo streaming dei matrimoni altrui. Un progresso indiscutibile, almeno dal punto di vista dell’efficienza dello spettacolo. D’altra parte, non capita tutti i giorni di poter contemplare gratuitamente persone che possono permettersi di affittare monumenti pubblici come sale ricevimento private. È una forma moderna di turismo sociale: non visiti il lusso, lo sbirci da dietro una transenna. Emozionati, però. Emozionati è fondamentale. L’offesa istituzionale Poi è arrivato il Telegraph. Con la consueta grazia britannica ha ricordato che Palazzo Gangi, in passato, aveva frequentazioni riconducibili a quella parte della storia siciliana di padrini e di mafia che si preferisce non stampare sulle calamite da frigorifero. Apriti cielo. Politici, assessori, amministratori e professionisti dell’indignazione a geometria variabile hanno reagito come se qualcuno avesse insultato la memoria dei propri antenati. Che sensibilità. Che prontezza di riflessi. Peccato che la stessa suscettibilità tenda a scomparire quando si parla di spopolamento, dissesto idrogeologico, coste erose dall’innalzamento del mare, infrastrutture incompiute, trasporto pubblico in modalità paleolitica o giovani che emigrano con la stessa regolarità con cui arrivano i turisti. Su queste questioni regna una serenità quasi zen. Chi governa la Sicilia da decenni riesce nell’impresa straordinaria di indignarsi per un articolo del Telegraph e non riuscire a indignarsi per i propri risultati amministrativi. Un talento raro, da conservare con cura,  magari in un palazzo storico. Il centro storico Disneyland Nel frattempo, il centro storico prosegue la sua metamorfosi silenziosa. Da città a scenografia. Da luogo vissuto a prodotto esperienziale. Da ecosistema urbano a catalogo fotografico. Gli abitanti se ne vanno. Gli studenti se ne vanno. Gli artigiani chiudono. Il tessuto connettivo di una comunità – botteghe, mercati di prossimità, spazi aggregativi – si dissolve con la stessa velocità con cui proliferano B&B, affitti brevi e locali che promettono “autentica esperienza siciliana” con la stessa autenticità di un sushi bar ad Enna. Falcone e Borsellino finiscono sulle calamite da frigorifero La memoria civile trasformata in merchandising. Il dolore collettivo monetizzato e venduto a 3 euro al pezzo. Ed è qui che il problema smette di essere estetico e diventa ecologico nel senso più profondo del termine: non soltanto ambientale, ma culturale. Una città che svuota i propri abitanti per riempirsi di visitatori perde la sua biodiversità sociale. Muore, anche se continua a sembrare viva nelle fotografie. Economia del selfie, ovvero il turismo come industria estrattiva Le navi da crociera scaricano migliaia di visitatori. Scendono. Fotografano. Consumano una granita. Ripartono. La città incassa qualche euro e si tiene il conto ambientale: emissioni di ossido di zolfo ed altro sulle banchine, congestione del centro, pressione devastante sulle risorse idriche in una regione già arida, occupazione dello specchio portuale che potrebbe ospitare ben altro. Ma i numeri fanno scena. E i numeri, si sa, sono fondamentali quando si deve preparare una conferenza stampa o rendicontare un mandato elettorale. La differenza tra sviluppo ed estrattivismo turistico è esattamente quella che esiste tra agricoltura e deforestazione: il primo nutre il territorio nel tempo, il secondo lo svuota rapidamente lasciando una superficie lucida e impoverita. Il turismo di massa lascia recensioni su Tripadvisor. L’estrattivismo turistico lascia quartieri svuotati, falde acquifere sotto pressione e una comunità che non riesce più a riconoscersi nella propria città. Palermo come sceneggiatura o del fondale che crede di essere protagonista. Ma il vero punto non è Dua Lipa Dua Lipa ha fatto esattamente ciò che fanno tutte le celebrity del capitalismo estetico contemporaneo: utilizzare un luogo straordinario come sfondo per una narrazione perfettamente confezionata, distribuita globalmente, monetizzata efficientemente. Il matrimonio non è stato un evento privato. È stato un contenuto. Una campagna di branding territoriale non commissionata e non retribuita. Una produzione fotografica globale in cui Palermo recitava – magnificamente, va detto – la parte del fondale. I miliardari del XXI secolo non comprano soltanto case, alberghi o isole private. Comprano l’esclusività dell’esperienza. Comprano la possibilità di trasformare uno spazio collettivo in una scenografia privata, temporaneamente sottratta alla città che la ospita. E la distanza sociale oggi non si misura in metri quadrati di proprietà, ma in livelli di accesso agli spazi comuni. C’è chi entra dalla porta principale. C’è chi guarda dai maxischermi. E c’è chi non si chiede come mai quella porta sia diventata privata. Il ballo 2.0, requiem per una città che guarda Alla fine, il vero protagonista di questa storia non è il matrimonio. È la città che osserva il matrimonio. È la città che discute del matrimonio. È la città che si appassiona al matrimonio. Mentre intorno si deteriorano silenziosamente le condizioni ecologiche, sociali e infrastrutturali che rendono possibile una vita urbana degna: l’acqua che scarseggia d’estate, i giovani che partono, i quartieri che si spengono, il territorio che frana, il mare che si scalda, le specie endemiche che arretrano. Il Gattopardo raccontava una classe dirigente che cambiava faccia per conservare il potere in un’isola già sull’orlo del cambiamento storico. Oggi il meccanismo è identico, ma lo spettacolo è più sofisticato. Il ballo si trasmette in streaming. Le dame hanno gli account Instagram. I nobili hanno gli uffici stampa. I cortigiani hanno i podcast. Gli esperti di comunicazione hanno le strategie di place branding. E il territorio, quello reale, quello fatto di suolo, acqua, comunità, memoria: aspetta. Tomasi di Lampedusa probabilmente avrebbe scritto un nuovo capitolo. Forse lo avrebbe intitolato: “Il Ballo continua”. Con una differenza rispetto al romanzo. Nel libro almeno qualcuno danzava. Oggi la maggior parte guarda. E il palazzo, intanto, continua a scricchiolare. Aurelio Angelini
June 15, 2026
Pressenza
Gjadër, ispezione del TAI a due giorni dal Patto UE: «Un laboratorio di violazione dei diritti, non un modello»
Nei centri in Albania regnano incertezza assoluta e opacità radicale. Il 10 giugno 2026, il Tavolo Asilo e Immigrazione 1 e l’On. Rachele Scarpa hanno effettuato un’ispezione presso il centro di Gjadër, in Albania, a due giorni dall’entrata in vigore del Patto Europeo su Migrazione e Asilo. Quello che emerge smentisce punto per punto la narrativa governativa sul cosiddetto «modello Albania». «Il tutto in un clima di sistematica opacità amministrativa, che sembra essere l’ingrediente fondamentale di ogni presunzione di “efficacia”», denunciano le organizzazioni che compongono il TAI. Nonostante la Presidente del Consiglio Meloni continui a rivendicare i risultati del progetto, dalla delegazione arriva una valutazione di estrema criticità: grande incertezza sul futuro delle strutture, forti dubbi di incompatibilità con il nuovo quadro normativo europeo e violazioni dei diritti fondamentali già certificate. Da aprile 2025 il centro ha iniziato a operare come un CPR italiano in territorio estero. «I numeri sono autoevidenti», scrivono il TAI e la parlamentare. «Attraverso numerose ispezioni abbiamo monitorato il funzionamento e i flussi all’interno dei centri: da aprile 2025 a marzo 2026 sono stati effettuati trasferimenti periodici di circa 10 persone ogni 7-10 giorni, per poter mantenere un numero medio di circa 20 persone nel centro. Solo a marzo 2026, probabilmente per esigenze legate alla campagna elettorale del referendum costituzionale, il governo ha cercato di aumentare il numero di presenze con un trasferimento più massiccio». Alla data dell’ispezione, le persone trattenute sono circa 70, incluse le 10 di cui la delegazione ha osservato direttamente l’ingresso in struttura. Dall’avvio di questa fase del progetto, circa 620 persone sono state trasferite coattivamente in Albania. Di queste, solo 90 sono state effettivamente rimpatriate: una percentuale intorno al 15%, ben al di sotto della media del 40% registrata nei CPR presenti sul territorio italiano. Un dato tanto più significativo se si considera che i rimpatri, per norma, possono essere eseguiti esclusivamente dall’Italia: le persone trattenute a Gjadër vengono prima ritrasferite sul territorio nazionale, con costi aggiuntivi a carico della collettività. «Queste evidenze dimostrano l’assenza di una reale utilità operativa dei centri albanesi anche come CPR esternalizzato – prosegue il TAI – a maggior ragione a fronte della disponibilità di posti nei CPR presenti sul territorio italiano, che risultano occupati in misura largamente inferiore alla loro capienza». Per le organizzazioni, i centri in Albania «lungi dal rappresentare un modello funzionale nella gestione e nel governo del fenomeno migratorio, sono stati in questi due anni un laboratorio di sperimentazione di procedure delocalizzate, trasferimenti illegittimi, interpretazioni arbitrarie delle norme e progressiva sottrazione delle pratiche migratorie agli ordinari meccanismi di controllo democratico». La situazione appare oggi ancora più critica alla luce dell’entrata in vigore del Patto europeo su Migrazione e Asilo. A poche ore da una scadenza che ridisegna l’architettura europea delle politiche migratorie, non esiste alcuna informazione ufficiale sul futuro del centro di Gjadër, né sul ruolo che il governo italiano intende attribuirgli nel nuovo quadro normativo. Nel frattempo, il parere reso l’11 giugno dall’Avvocato Generale della Corte di giustizia dell’Unione Europea afferma che il Protocollo Italia-Albania può verosimilmente inficiare le garanzie procedurali minime previste dal diritto UE – in particolare il diritto di difesa, il rispetto della vita privata e familiare e l’immediata liberazione al termine del trattenimento – in assenza di garanzie sufficientemente chiare e precise 2. Un parere che «conferma le profonde fragilità giuridiche che continuano a caratterizzare il progetto». «A quattordici mesi dall’avvio di questa fase del progetto, il quadro che emerge è quello di una sperimentazione permanente segnata da incertezza normativa, opacità amministrativa e compressione dei diritti, il cui impatto ricade non soltanto sulle persone direttamente coinvolte, ma sull’intero sistema delle garanzie democratiche», denuncia il TAI. Le organizzazioni firmatarie e l’on. Rachele Scarpa chiedono piena trasparenza sulle attività svolte nei centri, accesso alle informazioni, pubblicazione dei dati aggiornati e la chiusura dei centri nel rispetto delle garanzie previste dall’ordinamento italiano ed europeo. 1. ACLI, ActionAid Italia, ARCI, ASGI, Centro Astalli, CGIL, CNCA, Commissione Migrantes Missionari Comboniani Provincia italiana, EMERGENCY, Europasilo, Fondazione Migrantes, Forum per Cambiare l’Ordine delle Cose, International Rescue Committee Italia, Italiani Senza Cittadinanza, Medici Senza Frontiere, Oxfam Italia, Recosol – Rete delle Comunità Solidali, SIMM, UNIRE. ︎ 2. I centri in Albania violano i trattati dell’Unione Europea, Giansandro Merli – il manifesto, 12 giugno 2026 ︎   Melting Pot Europa
June 13, 2026
Pressenza