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L’ONU corregge la proiezione del mappamondo in uso con una più rispettosa di tutti i continenti
L’Assemblea Generale ha compiuto ieri, 4 Settembre,  un passo importante verso la correzione delle distorsioni presenti nelle mappe del mondo di uso comune, in particolare nella proiezione di Mercatore, che si ritiene rappresentino in modo errato le dimensioni relative dei continenti e contribuiscano a una percezione riduttiva dell’Africa e di altre regioni equatoriali. La risoluzione si intitola “Correggere la mappa: riequilibrare la rappresentazione cartografica globale e promuovere un’equa rappresentazione delle regioni del mondo, in particolare dell’Africa” (documento  A/80/L.104 ),  ed è stata adottata con 164 voti favorevoli, 1 contrario (Stati Uniti) e 6 astensioni (Estonia, Georgia, Lituania, Repubblica di Moldova, Serbia, Ucraina). Il documento auspica un uso più ampio delle proiezioni cartografiche a pari area, in particolare della proiezione Equal Earth, nei contesti in cui le dimensioni comparative dei continenti sono rilevanti, inquadrando la questione come qualcosa di più di un semplice problema cartografico tecnico. L’obiezione degli Stati Uniti secondo cui la risoluzione aveva un carattere “fortemente ideologico” è stata considerata ridicola da parte degli studiosi e degli stati membri. La questione della proiezione europocentrica che Mercatore fece nel 1600 (proiezione assolutamente rivoluzionaria per l’epoca dato che per la prima volta si tentava di raffigurare in modo scientifico tutto il pianeta in una sola cartina) fu messa in discussione da James Gall già nel 1855 ma fu grazie al lavoro di Arno Peters che la proiezione di Gall fu pubblicata nel 1974 e divenne la prima proiezione in cui a centimetri quadrati di cartina corrispondono una proporzione esatta di kilometri quadrati di territorio.   Fonte: https://press.un.org/en/2026/ga12779.doc.htm   Pressenza IPA
September 5, 2026
Pressenza
Peace Walk to Jerusalem: camminare fino a primavera
Ha fatto tappa a Trieste, nei giorni scorsi, la carovana per la pace Peace Walk to Jerusalem. Si tratta di un cammino, partito da Finisterre in Spagna e da altre città europee a gennaio, che attraverso 24 Paesi punta ad arrivare a Gerusalemme nella primavera del 2027. Ad accogliere i camminatori oggi in città, alcuni provenienti da Olanda e Germania e altri da svariate parti d’Italia, il Comitato per la Pace Danilo Dolci. Il Comitato ha proposto un itinerario per ricordare le vittime del nazifascismo in città. Quindi la carovana si è spostata in Piazza Libertà, detta anche Piazza del Mondo dagli attivisti dell’associazione Linea d’Ombra. Qui si sono portate la vicinanza e la solidarietà a Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi che da anni, con la loro associazione, curano e accolgono i migranti che provengono dalla rotta balcanica, con i loro piedi feriti dalla lunga marcia, le loro attese, i loro spesso dolorosi vissuti. Trieste, Italy. Volunteers dress the wounds of migrants who just crossed the border on the Western Balkan Route. Credit:MLBARIONA La Peace Walk to Jerusalem da domani proseguirà per Capodistria e in seguito attraverserà la Croazia, la Serbia e la Bosnia per cercare di arrivare a Sarajevo in ottobre, lungo quei confini in cui è stato versato tanto sangue innocente sull’altare dei diversi nazionalismi. Drammi rievocati dalla recente morte e dai funerali d’onore tributati al generale Rakto Mladic, criminale di guerra a Sebrenica e non solo. La carovana di pace, proseguirà poi per la Grecia, la Turchia, la Siria, il Libano e infine speriamo, Al Quds (Gerusalemme). Ho fatto solo un piccolo pezzetto di marcia da Venezia a Caorle con gli altri camminatori, una sessantina, che arrivavano da Vicenza, e poi proseguivano appunto, per Trieste. A ogni tappa si può aggiungere qualcuno/a e magari altri/e vanno via. Ci sono persone che hanno fatto tanti giorni, altri di meno ma ciò che conta è che la carovana nel suo insieme e nelle sue tappe prosegua il suo lungo percorso complessivo. Nelle varie località, ci sono gruppi, associazioni, istituzioni ad accogliere i camminatori, si partecipa a incontri tematici e a racconti di testimonianze. A Venezia per esempio abbiamo ascoltato in una piazza il racconto toccante di un’anziana donna di Gaza che ha visto uccisi 47 membri della sua famiglia. Abbiamo partecipato a un incontro con Emergency e con l’Anpi di Venezia vicino alla scultura in laguna della partigiana morente. A Cavallino Treporti abbiamo incontrato l’amministrazione comunale e la popolazione, tra cui 5 ragazzi di Gaza in vacanza in quel luogo e provenienti da Bologna, la città che li ha accolti per i loro studi. Questo è molto altro è la Peace Walk to Jerusalem: tanti passi, incontro tra persone, confronto tra posizioni differenti, incontro con le popolazioni locali, disponibilità di volontari del posto che cucinano, offrono informazioni e servizi; parrocchie e talvolta amministrazioni comunali che mettono a disposizione i loro saloni per fare riposare i camminanti. La marcia è fare silenzio perché alcuni tratti li si è fatti in silenzio, è parlare ai passanti con il microfono di pace, giustizia e del senso del camminare per la pace. La marcia è cantare o ascoltare chi si avvicina per portare il loro apprezzamento o la loro distanza. Una sorta di pellegrinaggio collettivo di 15 mesi circa. Si cammina mettendo in azione il proprio corpo, come forma di resistenza nonviolenta, per sensibilizzare gli altri, come presa di responsabilità personale e collettiva. Peace Walk to Jerusalem Le guerre, il riarmo, il genocidio e la pulizia etnica in atto in Palestina, le tante guerre e situazioni di oppressione attive nel pianeta: Sudan, Congo, Iran, Libano, Afghanistan… richiedono un cambiamento personale e un cambiamento collettivo affinché si ripristini il diritto internazione oggi spesso calpestato, venga rispettata la dignità umana ovunque, vengano valorizzate le voci di chi ogni giorno lavora per la riconciliazione, l’uguaglianza e il diritto dei popoli a vivere in pace. «Il futuro è pace», riprendo dal volantino di presentazione della Peace walk, sono le parole di Mooz Inon e Aziz Abu Sarah, un israeliano e un palestinese che hanno perso familiari, e si rifiutano tuttavia di diventare nemici. Noi ci mettiamo sulle loro orme. Concludo con David Le Breton che nel suo libro, Il mondo a piedi, ci ricorda che «l’esperienza della marcia decentra da sé e ripristina il mondo, inscrivendo l’uomo nei limiti che lo richiamano alla sua fragilità e alla sua forza. È attività antropologica per eccellenza, perché stimola continuamente nell’uomo il desiderio di       comprendere, di individuare il suo posto nella trama del mondo, di interrogarsi su ciò che stabilisce il legame con gli altri». E perciò, buona continuazione di cammino, alla Peace Walk to Jerusalem e a tutti noi nei diversi contesti in cui viviamo. Centro Sereno Regis
September 4, 2026
Pressenza
Toledo: 4ª Università estiva dell’ Umanesimo Universalista: “Rivoluzione nonviolenta, direzione umanizzante”
QUEST’ANNO, LA SUMMER UNIVERSITY OF UNIVERSALIST HUMANISM CELEBRA LA SUA QUARTA EDIZIONE CON IL MOTTO ” RIVOLUZIONE NONVIOLENTA. UNA DIREZIONE UMANIZZANTE “. Come nelle edizioni precedenti, si svolgerà nell’arco di tre giorni, dall’11 al 13 settembre , presso il Parco di Studi e Riflessione di Toledo . Perché è stato scelto questo tema generale per le attività che si svolgeranno questa volta? Indubbiamente, perché gli episodi di violenza si stanno intensificando e occorre una risposta urgente. ” Stiamo assistendo al crollo delle istituzioni e all’ascesa dell’individualismo, che porta a confusione e alla disgregazione di valori e credenze”, hanno affermato gli organizzatori . “E mentre una parte della popolazione è paralizzata, un’altra parte di noi si ribella per cambiare la situazione. Continuare con il sistema attuale non fa altro che prolungare il dolore e la sofferenza che stiamo vivendo”.  Per noi, l’unica soluzione valida è una rivoluzione nonviolenta in senso umanizzante, che rifiuti la violenza e metta il potere nelle mani del popolo. Nel corso dei tre giorni, si terranno conferenze, workshop, tavole rotonde e attività ricreative in cui i partecipanti esploreranno, si scambieranno idee e lavoreranno su diversi elementi essenziali per rendere possibile questa trasformazione. Il programma completo è consultabile qui . Parleremo di trasformazione personale e sociale, risveglio della coscienza, processi di pace, disarmo, movimenti internazionalisti o studenteschi, femminismo, riconciliazione, intelligenza artificiale e istruzione, salute, ambiente, casa, arte, spiritualità, come acquisire la fede interiore che questa rivoluzione sia possibile… e tutto questo per immaginare insieme e avvicinarci a quel futuro che stiamo già costruendo. Ovviamente, generazioni diverse si mescoleranno e il divertimento non mancherà, come in ogni edizione. La partecipazione è gratuita, ma è importante registrarsi per facilitare l’organizzazione. La sessione di apertura e la tavola rotonda saranno trasmesse in streaming online  e saranno disponibili collegamenti online per sessioni come quelle sul reddito di base e sull’assistenza sociale. Tuttavia, si incoraggia la partecipazione di persona. Per ISCRIVERSI, clicca qui: https://uvpt.org/inscripcion-2026/ “Un mondo sta crollando… Nel frattempo, noi stiamo costruendo quello che ci meritiamo: un mondo di pace e nonviolenza.”   Redacción España
September 4, 2026
Pressenza
Comunicare i dati delle esportazioni di armi dai porti italiani. Il parere della Regione Emilia-Romagna
Da tempo su Pressenza stiamo dando notizia (a differenza di altri media) delle esportazioni di armi dai porti italiani, sia per i sequestri che in alcuni casi sono stati effettuati dalla Finanza, sia per la specifica richiesta di accesso ai dati avanzati da una giornalista di inchiesta alla Agenzie delle Dogane di Ravenna. Per un’inquadramento dei problemi rinviamo al recentissimo articolo di Gianni Alioti di Weapon Watch https://www.pressenza.com/it/2026/09/sorpresa-secondo-lavvocatura-dello-stato-siamo-in-una-guerra-mondiale-a-pezzi/ Nei giorni scorsi la Regione e il Sindaco di Ravenna hanno preso una importante posizione sulla questione, richiedendo di avere una risposta e un accesso ai dati dell’export armiero nel merito non solo locale ma di livello nazionale, cioè per tutti i porti. Si tratta di una proposta di grande rilievo nel chiedere accesso ai dati e trasparenza. Ecco i comunicato stampa integrale della Regione e del Comune. Porto di Ravenna. Armi, de Pascale e Barattoni scrivono al direttore dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli: “Garantire uniformità di comportamento e fornire i dati sui transiti di tutti gli scali italiani” Il presidente della Regione Emilia-Romagna e il sindaco di Ravenna in merito alla richiesta di accesso agli atti sul transito di armamenti dallo scalo ravennate Bologna – “Siamo consapevoli della complessità della materia e della difficoltà di conciliare le esigenze di trasparenza della Pubblica amministrazione con quelle di sicurezza pubblica. In tal senso, ci era apparso che la pronuncia della giustizia amministrativa, che chiede di rendere pubblici i quantitativi, tutelando invece le informazioni relative a provenienze e destinazioni, avesse tenuto ampiamente conto della necessità di garantire questo equilibrio”. Così il presidente della Regione Emilia-Romagna, Michele de Pascale, e il sindaco di Ravenna, Alessandro Barattoni, in una lettera inviata al direttore dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, Roberto Alesse, intervengono sulla vicenda giudiziaria relativa a un’istanza di accesso agli atti presentata all’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli di Ravenna, riguardante la trasparenza dei traffici di materiale bellico e componenti di armamenti attraverso il porto della città. All’istanza, l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli di Ravenna si è opposta e il Tar di Bologna ha censurato, seppur parzialmente, tale decisione, ora sottoposta al giudizio del Consiglio di Stato. Parallelamente, un’altra articolazione territoriale dell’Agenzia, quella di Livorno, a fronte di un’analoga richiesta ha fornito una risposta di diverso tenore, comunicando i quantitativi annui di transito. “Posto che conosciamo la professionalità e la competenza delle donne e degli uomini dell’Agenzia delle Dogane e il loro preziosissimo contributo a tutela del traffico portuale, e che riteniamo sbagliato che in questo momento si trovino, loro malgrado, al centro di una polemica nazionale di cui non hanno alcuna responsabilità diretta- sottolineano de Pascale e Barattoni- siamo consapevoli della complessità della materia e della difficoltà di conciliare le esigenze di trasparenza della Pubblica amministrazione con quelle di sicurezza pubblica. In tal senso, ci era apparso che il pronunciamento della giustizia amministrativa, che chiede di rendere pubblici i quantitativi proteggendo invece provenienze e destinazioni, avesse tenuto in ampio conto tale equilibrio”. Da qui la richiesta di garantire uniformità di comportamento dell’Agenzia su base nazionale, “anche al fine di evitare il moltiplicarsi delle richieste e la diffusione di dati parziali che, in assenza di elementi di confronto, rischiano di distorcere la percezione del singolo scalo rispetto alle sue vocazioni distintive. Chiediamo pertanto alla sede centrale di fornire direttamente i dati quantitativi complessivi dei transiti di armamenti in ogni singolo scalo italiano, in coerenza con quanto già diffuso per il porto di Livorno- concludono de Pascale e Barattoni-. Riteniamo che tali dati possano contribuire ad accrescere la conoscenza di cittadine e cittadini per un dibattito pubblico improntato alla serietà e alla correttezza, senza pregiudizio per la sicurezza nazionale”. Redazione Italia
September 3, 2026
Pressenza
Non ce la facciamo da soli
Quelle parole, “Non ce la facciamo da soli”, dopo la tragedia terribile di Pietralata continuano a rimbalzare ovunque. Eppure, a partire dagli anni Settanta, genitori, insegnanti, educatori, operatori sociali e associazioni si sono messi insieme e hanno combattuto. Hanno aperto le porte degli istituti. Hanno messo in discussione le classi differenziali. Hanno preteso che ogni persona potesse vivere nei quartieri, nei giardini, nelle piazze, nella comunità. Non possiamo pensare che quelle conquiste siano al sicuro per sempre. Quelle conquiste si possono cancellare con una legge, ma possono anche svuotarsi molto prima, quando la cultura dell’inclusione viene vista come un eccesso. Sarebbe facile pensare che il problema siano soltanto le destre in ascesa (come in questi giorni in Sassonia). “Il cambiamento parte da come viviamo noi… – scrive Emilia De Rienzo – Quando non portiamo via nostro figlio perché davanti a lui c’è un bambino diverso. Quando smettiamo di misurare i figli degli altri su una scala di prestazioni. Quando insegniamo che la fragilità non è una colpa. Quando scegliamo di non lasciare sola una famiglia. Quando difendiamo un servizio, una scuola inclusiva, un insegnante di sostegno, un’associazione, un luogo della memoria…”[Comune-info] «Non ce la facciamo da soli». È una frase rimasta sospesa nell’aria dopo la tragedia terribile di Pietralata. Ma al di là di quel singolo fatto, quelle parole raccontano una condizione quotidiana che riguarda da vicino moltissime famiglie che vivono la disabilità: la fatica, la solitudine, la paura del futuro. E proprio per questo vale la pena ricordare qualcosa che oggi rischiamo di dimenticare. Non è stato sempre così. A partire dagli anni Settanta, genitori, insegnanti, educatori, operatori sociali e associazioni si sono messi insieme e hanno combattuto. Hanno aperto le porte degli istituti. Hanno messo in discussione le classi differenziali. Hanno portato i bambini con disabilità nella scuola di tutti. Hanno preteso che ogni persona potesse vivere nei quartieri, nei giardini, nelle piazze, nella comunità. Non chiedevano soltanto servizi. Chiedevano che quelle persone venissero riconosciute come tali. Chiedevano dignità. Sono state conquiste enormi. E proprio perché oggi ci sembrano scontate, rischiamo di dimenticare quanto siano costate. Una mamma mi raccontò una volta che, quando portava il figlio ai giardini, alcune mamme o nonne, vedendoli arrivare, si alzavano dalla panchina e portavano via i propri bambini. Un’altra mi raccontò che ascoltava continuamente parlare dei figli degli altri: il più bravo, il più bello, quello che aveva imparato prima, quello che faceva meglio. Alla fine era lei ad andarsene. Non erano leggi discriminatorie. Erano piccoli gesti. Ma anche l’umiliazione può essere fatta di piccoli gesti. Una sedia che si allontana. Un bambino tirato via. Un invito che non arriva. Uno sguardo che evita. L’inclusione, dunque, non è soltanto una questione di assistenza e di risorse, per quanto fondamentali. È una questione culturale. È il modo in cui guardiamo chi non corrisponde alla nostra idea di normalità. Ed è quando questa cultura dello scarto comincia a trovare cittadinanza nella società che le istituzioni rischiano di cedere. Ciò che sta accadendo oggi in Europa dovrebbe preoccuparci molto più di quanto non faccia. Guardiamo a cosa succede in Germania, in Sassonia-Anhalt. Secondo La Stampa del 2 settembre 2026, le proiezioni danno l’AfD attorno al 42 per cento: potrebbe diventare il primo partito e persino raggiungere la maggioranza assoluta. Sarebbe la prima volta dal dopoguerra che una forza di estrema destra si trova a governare da sola un Land tedesco. Non è un pericolo teorico o lontano. E non stiamo parlando soltanto di immigrazione o di politica economica. È in gioco una precisa idea di cultura, di scuola, di memoria e di comunità. L’AfD propone una politica culturale «patriottica». I suoi esponenti hanno attaccato il Bauhaus, uno dei simboli della modernità e dell’apertura tedesca, chiedendo di ridisegnare l’indirizzo culturale della regione, di ridimensionare lo spazio dedicato al periodo nazista e di intervenire sui programmi scolastici. E poi c’è Bernburg. Un luogo che dovrebbe essere impossibile da dimenticare. Lì esiste ancora la camera a gas di una delle «cliniche della morte» del regime nazista. Migliaia di persone furono uccise perché considerate indegne di vivere: persone con disabilità, malati psichiatrici, persone giudicate incapaci di lavorare. Venivano chiamate “Ballast”: zavorra. Oggi, nella stessa regione, una forza politica che potrebbe andare al governo mette in discussione i luoghi della memoria e utilizza parole che riportano al centro l’idea della persona come «peso». Non si tratta di fare facili paragoni con il nazismo. Sono esponenti di questa destra a chiedere un cambio di passo nel rapporto della Germania con la propria storia: basta con il «culto della colpa», meno spazio alla memoria della Shoah, più orgoglio identitario. E qui dovremmo fermarci a riflettere. Perché il problema non è soltanto ciò che questa destra potrebbe fare se andasse al governo. È ciò che sta già riuscendo a cambiare oggi: il linguaggio, le priorità, la percezione della memoria e della diversità. E quando cambia il linguaggio, cambia anche ciò che una società considera accettabile o normale. Per questo la storia delle persone con disabilità torna a essere terribilmente attuale. Per decenni abbiamo combattuto perché nessun bambino fosse considerato uno scarto. Perché nessuno venisse separato dagli altri soltanto perché diverso. Perché una persona non fosse valutata sulla base di quanto produce, di quanto è autonoma, di quanto costa. Non possiamo pensare che quelle conquiste siano al sicuro per sempre. Le conquiste si possono cancellare con una legge. Ma possono anche svuotarsi molto prima: quando la cultura dell’inclusione viene vista come un lusso o un eccesso, quando i diritti diventano un fastidio, quando la memoria viene definita un peso, quando la diversità torna a essere percepita come una minaccia invece che come una ricchezza. Ed è qui che dobbiamo guardare a noi stessi. Perché sarebbe facile pensare che il problema siano soltanto loro: l’estrema destra, i nazionalisti, quelli che vogliono riscrivere la storia. Ma il cambiamento parte da come viviamo noi. Siamo noi quando decidiamo di non alzarci da quella panchina. Quando non portiamo via nostro figlio perché davanti a lui c’è un bambino diverso. Quando smettiamo di misurare i figli degli altri su una scala di prestazioni. Quando insegniamo che la fragilità non è una colpa. Quando scegliamo di non lasciare sola una famiglia. Quando difendiamo un servizio, una scuola inclusiva, un insegnante di sostegno, un’associazione, un luogo della memoria. La democrazia non si perde soltanto nei palazzi del potere. Si indebolisce nei piccoli gesti di ogni giorno, nelle parole che lasciamo passare, nelle discriminazioni che smettiamo di notare perché ci siamo abituati. Ecco perché Bernburg ci riguarda. Non perché la storia debba ripetersi in modo identico. Ma perché ci mostra quanto può diventare pericoloso il momento in cui una società ricomincia a classificare gli esseri umani, a stabilire chi è utile, chi è normale e chi è soltanto un peso. Il pericolo non è altrove. È in Europa. È dentro il dibattito pubblico. E rischia di fare passi avanti da gigante. Forse la cosa più grave è che continuiamo a guardare da un’altra parte, come se la tutela dei diritti fosse qualcosa di ormai acquisito per sempre. Non lo è. E allora dobbiamo ricordare. Ma soprattutto dobbiamo scegliere. Perché la tenuta di una società non si decide soltanto nelle urne. Comincia da noi. Dalla scuola. Dalla famiglia. Dalla strada. Da una panchina. Da quel gesto semplice che dice a una persona: tu qui hai il diritto di stare. EMILIA DE RIENZO, INSEGNANTE E FORMATRICE Comune-info
September 3, 2026
Pressenza
C’era una volta…l’albero
Chi ha amici o amiche a quattro zampe sa bene che cosa vuol dire compiere gli stessi tragitti quotidiani, più volte al giorno, in loro compagnia. Le variazioni dei percorsi, che pur avvengono, sono sempre possibili, anche se “il solito giro” è generalmente molto apprezzato. Perlomeno da Elvis. Alla fin fine i giretti consolidati diventano quasi un prolungamento di casa: si esce e si torna presto. Nulla a che vedere con i grandi giri di fasce orarie differenti. Non più di un paio di mesi fa la variazione di percorso è stata per noi quasi una costrizione, tanto è stato profondo il dispiacere. E la rabbia. Alla fine della via dove abitiamo, qui a Monterotondo, era avvenuto un cambiamento drastico. Irreversibile. E per noi insopportabile. Con le nostre mini-passeggiate pomeridiane monitoravamo da tempo la situazione ma lasciavamo sempre, sbagliando, molto spazio alla speranza. Eppure un certo ‘sesto senso’ ci suggeriva che eravamo in errore. Da anni la parte finale di via Goffredo Spinedi (una via senza uscita, a senso unico) si trovava in una situazione di stallo: sul lato destro l’area era occupata da una grande villa moderna di proprietà privata, chiusa e abbandonata; al centro un rettangolo di prato sul quale al piano terra insiste l’uscita del garage appartenente all’altra villa privata, abitata e imponente, sul lato sinistro. Due belle ville che ci sono sempre apparse come due raffinate sentinelle, data la loro posizione elevata rispetto al livello stradale. Ma le sentinelle più belle, le più alte di tutte, l’immagine felice della Natura, erano due splendidi alberi d’alto fusto: un leccio e, soprattutto, un meraviglioso pino marittimo dalla splendida chioma che “guardava” verso sud e verso ovest. Alto, slanciato, sano. Un faro al di sopra di tutte le violenze umane. La sua posizione, pur interna all’area privata della villa a destra, era talmente favorevole al suo slancio signorile da poterlo davvero definire una meraviglia del nostro piccolo mondo quotidiano. La sua ampia chioma produceva un’ombra gentile e frescura su tutta la strada sottostante e, di notte, la sua sagoma si slanciava nel buio del cielo senza confondersi. Apprezzavamo immensamente il fresco che si respirava alla fine della via sotto quella chioma generosa, talmente generosa da sporgere ben al di fuori del perimetro privato. Poi, la scomparsa. Siamo certe di aver visto il magnifico pino e il leccio il giorno prima e il mattino seguente non erano più al loro posto. Oggi la villa a destra non esiste più: al suo posto c’è una voragine di dimensioni enormi dove ruspe e scavatori lavorano alacremente da tempo. Le stesse immagini che ormai cominciano a far visita sotto forma di incubi nei sogni sia dei residenti sia dei commercianti di Piazza della Libertà. Il dispiacere è stato così profondo che non percorriamo più quel tragitto pomeridiano, non soltanto per il caldo soffocante che adesso si sprigiona da quell’area, ma per l’impatto visivo di quell’angolo di strada. C’è solo vuoto, e in questa stagione è soltanto un vuoto mescolato alla nebbiolina dell’afa. Perfino dalla finestra di casa, all’ultimo piano, da dove il pino marittimo svettava sui pur belli cipressi, abeti e magnolie superstiti, il panorama è triste: non resta che immaginare ciò che non c’è più. Di recente ci è capitato di scorrere il sito del Comune di Monterotondo. Alla voce ‘Dipartimento Governo del Territorio’ (Pianificazione Urbanistica e Ambiente) l’occhio è caduto su uno dei tanti Documenti di programmazione e rendicontazione per la Tutela Ambientale. Vi si legge: «Il Comune si è dotato di regolamenti di Tutela Ambientale che garantiscano il diritto alla salute dei residenti, la tutela del paesaggio, la salvaguardia e la corretta gestione del verde e i valori di decoro architettonico della realtà urbana.» Leggendolo oggi, verrebbe voglia di incorniciarlo per ironia. Perché è proprio da quel Dipartimento che partono le autorizzazioni a costruire e nel nostro caso per un edificio di tre piani ed è sempre da lì che è passato il destino dei due alberi. Come sia potuto succedere lo abbiamo capito soltanto alla fine di agosto, quando l’Associazione Centro Storico in Movimento (parte di Italia Nostra – Sezione Aniene) ha finalmente ottenuto i documenti richiesti con l’accesso agli atti. Carte che raccontano una storia fin troppo ordinata. La documentazione Il 23 febbraio 2026 il Comune rilascia il permesso di costruire per la demolizione e ricostruzione dell’edificio. Nel titolo edilizio, degli alberi non c’è alcuna traccia. Il 21 aprile 2026, due mesi dopo il permesso, un tecnico incaricato dalla proprietà  esamina finalmente i due esemplari. Li colloca in “classe C” di propensione al cedimento: una classe che, per prassi e da manuale, comporta controlli periodici e non certo l’abbattimento (riservato alla classe D). Tuttavia, la relazione conclude che gli alberi non possono restare. Il motivo non è la loro salute, ma il cantiere stesso: le lavorazioni scaveranno a meno di mezzo metro dal tronco del leccio asportandone oltre metà delle radici, mentre accanto al pino è previsto un salto di quota di quasi sette metri per la realizzazione dei garage. In sostanza, non ci si è chiesti se il progetto potesse adattarsi agli alberi, ma se gli alberi potessero sopravvivere al progetto. Un ribaltamento logico e normativo, dato che l’articolo 9 del Regolamento comunale del verde impone il rilievo di tutte le alberature prima della progettazione e l’obbligo di tutelare l’alto fusto. Il 18 giugno 2026 l’impresa chiede al Comune l’autorizzazione all’abbattimento. Sul modulo prestampato, tra le motivazioni possibili (albero pericolante, patologie, danni a strutture), non ne viene barrata nessuna di quelle sanitarie. Viene barrata la voce “altro”, aggiungendo a mano: “edificazione di cui al permesso”. Nello stesso foglio, paradossalmente, il richiedente dichiara poche righe sotto che l’abbattimento non è propedeutico all’intervento edilizio. Appena cinque giorni dopo, il 23 giugno 2026, il Comune autorizza il taglio motivandolo esattamente così: “edificazione di cui al permesso”. Nessuna menzione allo stato di salute delle piante, unica causa ammessa dal Regolamento del 2009. Il 29 giugno 2026, quando l’agronomo incaricato dall’Associazione effettua un sopralluogo, trova gli alberi ancora in piedi: sani, vitali, con un’aspettativa di vita superiore ai 25 anni e un rischio di cedimento inferiore a uno su un milione. Un patrimonio dal valore economico e ambientale stimato in oltre 110.000 euro e con più di 16 tonnellate di CO2 immagazzinate. Viene redatta una perizia completa con foto, misure e coordinate GPS. Tutto inutile. A inizio luglio le motoseghe entrano in azione: prima il leccio, poi il pino. L’8 luglio 2026 l’Associazione deposita una diffida formale al Comune allegando la perizia. La risposta degli uffici arriva il 17 luglio: il Comune scrive che la valutazione sull’assentibilità va fatta “caso per caso” e invita la ditta a inviare una planimetria con la posizione delle alberature. Nessun accenno all’autorizzazione al taglio già firmata tre settimane prima. Gli alberi, a quel punto, erano già legna da ardere da più di otto giorni. Questa non è la storia di due alberi malati che andavano rimossi per sicurezza. È la storia di due giganti sani sacrificati in nome di un cubo di cemento, con autorizzazioni ufficiali che lo confermano nero su bianco. L’Associazione Centro Storico in Movimento ha chiesto il riesame dell’atto, l’applicazione delle sanzioni, la verifica sulle piantumazioni compensative previste per legge e ha inoltrato un esposto ai Carabinieri Forestali per chiedere un intervento urgente. A noi, passeggiando con Elvis, non resta che guardare quella voragine di polvere e chiedere conto di come la “Tutela Ambientale” possa ridursi a un timbro su un foglio di carta. Tiziana Pozzessere con l’Associazione Centro Storico in Movimento Redazione Italia
September 2, 2026
Pressenza
Ancora violenze dei coloni in Cisgiordania
A Nablus, un gruppo di coloni hanno tentato di incendiare nella notte una moschea nella città di Beita. Secondo fonti locali, sentite da Anbamed, i coloni hanno appiccato il fuoco a una stanza vicino alla moschea Nur al-Din Zanki dopo aver fallito nel tentativo di sfondare le porte della moschea, e hanno anche imbrattato il luogo con scritte razziste contro i palestinesi e gli arabi. Le truppe dell’esercito di occupazione hanno compiuto ieri 36 attacchi e rastrellamenti in tutte le province della Cisgiordania, con l’arresto di 39 attivisti. Gli ulivi palestinesi minacciano la sicurezza di Israele. E l’esercito li sradica. Ieri, le truppe di occupazione si sono accanite con bulldozer sugli ulivi nella strada che collega Arraba e Yaabud, ad ovest di Jenin. Qusra 25esimo giorno di assedio delle tre famiglie palestinesi da parte di coloni e esercito. L’occupazione militare israeliana sta utilizzando l’assedio per sfollare le tre famiglie, limitando il loro accesso ad acqua, elettricità, cibo e altri beni di prima necessità. La storia dell’assedio risale al 21 gennaio 2026, quando i coloni ebrei israeliani hanno stabilito un avamposto a 500 metri dalle tre case. Poi i coloni hanno eretto una tenda a 20 metri dall’abitazione della famiglia Hassan. La tenda, fin dal momento in cui fu montata, divenne un punto di accesso per le visite dei coloni e un punto di partenza per molestie e attacchi alle case dei palestinesi. La signora Hassan ha dichiarato in un’intervista: “Le nostre case si trovano a Jabal Ras al-Ain e sono isolate dal resto della città, a circa un chilometro di distanza. Ora, l’esercito israeliano ha trasformato le nostre case in una zona militare chiusa, impedendoci di uscire o entrare, di andare al lavoro, di visitare i familiari o di andare in ospedale senza previa autorizzazione. Spesso, i coloni ignorano questa autorizzazione e ci attaccano anche dopo averla ottenuta”. Ha aggiunto: “L’assedio ha avuto un impatto devastante sulle nostre vite. Non possiamo uscire per comprare da mangiare e i coloni ci attaccano quotidianamente. Hanno interrotto la fornitura di elettricità e acqua, e siamo riusciti a ripristinarle solo pochi giorni fa. Quando mia figlia si è sentita male, sono riuscita a portarla fuori grazie a un po’ di coordinamento e ho chiamato un’ambulanza. Tuttavia, il primo tentativo è fallito perché i coloni si sono opposti all’ambulanza. Il giorno dopo, hanno cercato di rovesciare l’ambulanza e ci hanno aggredito mentre stavamo andando via, mettendo a rischio le nostre vite”. Hassan aveva lasciato temporaneamente la sua casa per far curare la figlia di due anni e mezzo. Al suo ritorno, ha scoperto che l’esercito di occupazione aveva trasformato la sua casa in una caserma. Lei, suo marito e le loro due figlie hanno trascorso un’intera settimana dai vicini. Ha proseguito, con la voce piena di angoscia: “L’esercito di occupazione ha lasciato la nostra casa e, al mio ritorno, ho trovato tutto devastato. Viviamo sotto assedio, sia da parte dell’esercito che dei coloni, che ci lanciano pietre contro”. ANBAMED
September 2, 2026
Pressenza
Biella: un altro suicidio in carcere
Un migrante egiziano, di cui ancora non sappiamo il nome, si è impiccato in carcere con la garza che gli copriva la ferita ad una gamba. In quel carcere di Biella, feudo dell’onorevole Delmastro, apparentemente decaduto. In quelle carceri che non favoriscono il reinserimento, che non aiutano a capire e a cambiare, che puniscono i fragili, i deboli e forniscono un ruolo ai criminali “potenti”. Con la complicità di un sistema giudiziario ineguale, irrispettoso delle diversità e delle povertà, incapace di fornire eguali strumenti difensivi ai poveri ed agli stranieri, a quelli che non hanno voce. Aveva 23 anni, era fragile nel corpo e nell’anima: era seguito dai Servizi, come molti dei detenuti immigrati. Persone distrutte nel corpo per la violenza del viaggio: migliaia di chilometri di fatica, di dolore, di prigioni e torture, …e poi nella psiche per la violenza delle discriminazioni e delle umiliazioni subite altrove e qui in Italia, nell’Occidente educato ed ipocrita che teorizza l’emancipazione del merito, ma solo per i bianchi, meglio se italiani, possibilmente benestanti. Era seguito dai Servizi con impegno ma in un ambito culturale che ignora le diversità culturali e psichiche, che non accetta di mettere in discussione i saperi acquisiti, che crede che ci sia una sola civiltà, che non sa formarsi per le nuove esigenze, che pensa la psiche prevalentemente come rottura neurologica o portato genetico. Dobbiamo smetterla. Dobbiamo uscire dallo stato d’ignoranza e cercare le diversità interpretative del disagio e degli strumenti per intervenire. I migranti appartengono a culture che non conosciamo, sono portatori di diverse visioni del mondo e diverse manifestazioni delle proprie contraddizioni interiori. Possiamo incarcerare un “negro” perché è povero e la sua difesa è insufficiente, possiamo rinchiuderlo perché abbiamo fatto le leggi contro di lui. Possiamo continuare a pensare (erroneamente) che la nostra sia la migliore civiltà possibile, ma non possiamo negare che di quelli come lui non sappiamo nulla, che non comprendiamo nulla e per questo li respingiamo, li induciamo all’autolesionismo e li portiamo al suicidio. Dentro ad un sistema carcerario che agisce fuori dai dettami della Costituzione, abitato da persone private della libertà ma con il diritto alla vita e alla cura. Noi volontari della Ciclofficina Thomas Sankara ci stringiamo con un abbraccio intorno alla sua tragica morte e alla legittima protesta dei detenuti del carcere di Biella Biella, 2 settembre 2026   Arci Solidarietà Ciclofficina Thomas Sankara Redazione Piemonte Orientale
September 2, 2026
Pressenza
UNICEF: in Nepal 22˙100 bambini vittime delle alluvioni
Si stima che nei distretti di Rasuwa, Nuwakot, Dhading, Gorkha e Tanahun siano state colpite circa 65˙000 persone, di cui circa 22˙100 bambini, dei quali circa 2˙600 di età inferiore ai cinque anni e che necessitino di cure per malnutrizione grave, circa 10˙500 donne in gravidanza e in allattamento che necessitano di sostegno nutrizionale, e 28˙317 adolescenti che necessitano di integratori di ferro e acido folico. Le infrastrutture essenziali sono state gravemente colpite, compresi 6 centri sanitari e almeno 19 scuole sono state distrutte o danneggiate, compromettendo l’accesso dei bambini a assistenza sanitaria, acqua sicura, istruzione e servizi di protezione. Molte famiglie sono sfollate, la maggior parte sono ospitate da altre famiglie, mentre altre ancora hanno trovato rifugio in centri di accoglienza gestiti dal governo. L’UNICEF sta fornendo sostegno nei settori dell’acqua, dei servizi igienico-sanitari e dell’igiene (WASH), della salute, della nutrizione, della protezione dell’infanzia, della protezione sociale, dell’istruzione e della comunicazione dei rischi, rafforzando al contempo i sistemi e le capacità locali e nazionali per garantire la continuità dei servizi, sostenere la ripresa e rafforzare la resilienza di fronte a future emergenze. In particolare, ha consegnato aiuti essenziali – tra cui kit igienici, secchi, sapone, disinfettante, taniche pieghevoli, prodotti per la depurazione dell’acqua e materiale per la comunicazione dei rischi – a circa 19˙000 persone nei distretti di Rasuwa e Nuwakot. L’UNICEF necessita urgentemente di 17,2 milioni di dollari USA per sostenere la risposta umanitaria immediata a favore dei bambini e delle famiglie colpite. Sono state mobilitate risorse interne per avviare la risposta, ma sono urgentemente necessari ulteriori finanziamenti. UNICEF
September 1, 2026
Pressenza