Perché non basta la paura
di MARCO BASCETTA.
Potrebbe essere l’inizio di una catastrofe: la falla che allargandosi farà
crollare l’intera diga. Quella dei grandi partiti che hanno garantito la
democrazia tedesca nel dopoguerra. Una democrazia piuttosto ingessata,
condizionata dalla guerra fredda, ostile a ogni forma di conflittualità sociale,
e che ha sempre coltivato al suo interno riflessi d’ordine e pulsioni
autoritarie che oggi prendono la strada dell’Afd.
Oppure, se quest’ultima riuscirà a conquistare il governo della Sassonia-Anhalt,
ne potrebbe scaturire un laboratorio, forse un torvo modello nero come lo furono
in senso diametralmente opposto le regioni rosse dell’Italia, che però non è una
Repubblica federale. Ma il governo potrebbe rivelarsi anche una trappola vista
l’enorme sproporzione tra le promesse della demagogia e le risorse
effettivamente disponibili. Sebbene il voto per la destra radicale sembri
dipendere assai più da motivazioni revansciste e identitarie che non da
rivendicazioni economiche e materiali.
Certo è che il carico simbolico che grava sulle elezioni di oggi è grandissimo,
tale da terremotare l’intero quadro politico federale. E grande è anche la
paura, in primo luogo tra i cittadini antifascisti della Sassonia-Anhalt che
vedono incombere sulla loro regione un restringimento degli spazi di agibilità
democratica, un diluvio di misure discriminatorie e una completa sottrazione di
risorse alle iniziative della società civile non in sintonia con il catechismo
dell’estrema destra. Molti dicono di aver preparato le valigie non essendo
disposti a vivere sotto un governo fascista, altri non vogliono mollare,
promettono battaglia ma sono ben consapevoli che sarà dura. Anche i partiti
tradizionali fanno appello alla paura, alla necessità di fermare ad ogni costo
l’ascesa dell’Afd. La minaccia è diffusamente e profondamente percepita e non
mancherà di influire sul voto, come già una lieve ripresa di Spd e Verdi negli
ultimi sondaggi sembrerebbe indicare.
Tuttavia questa posizione quasi esclusivamente difensiva è segno inequivocabile
di debolezza, la paura non può dar vita a nessun programma, a nessuna proposta,
e col tempo la resistenza stessa è destinata a logorarsi. Il campo del
“cambiamento” e della proposta viene lasciato interamente all’Afd che lo riempie
di contenuti radicali di chiara discendenza fascista, ma trasmessi questa volta
con un linguaggio borghese e rassicurante. Il candidato di Afd alla presidenza
del Land, Ulrich Siegmund, gioca la carta della simpatia e della leggerezza,
evita i ruggiti hitleriani alla Björn Höcke, il caporione dell’ala più radicale
del partito, ma si circonda di neonazisti certificati ed egli stesso ha
traversato in passato movimenti e associazioni xenofobe e neofasciste.
Gli economisti sono concordi nel ritenere che un governo dell’Afd comporterebbe
per il Land, in progressivo deficit di mano d’opera per la fuga dei giovani e
degli stranieri discriminati, un sicuro stato di crisi con pesanti conseguenze
che i cittadini non tarderebbero a percepire. Ma l’argomento non inquieta
eccessivamente una popolazione che sembra riporre le proprie speranze più che
nel Pil in seducenti mitologie di riappropriazione identitaria di un patrimonio
culturale comunitario minacciato dalle “élites cosmopolite” e dalla
“sostituzione etnica”. E del resto, nei Länder della ex Ddr, l’economia di
mercato e la razionalizzazione produttiva non si presentarono dopo l’89 con un
volto particolarmente amichevole.
Vi sono poi due ulteriori fattori che giocano a favore del partito di Alice
Weidel. Il primo è che la possibilità di vittoria in un Land con poco più di due
milioni di abitanti si inserisce comunque in una tendenza all’ espansione delle
destre radicali che interessa non solo la Germania ma tutta l’Europa. Non è
affatto un’anomalia, ma una conferma e un decisivo passo avanti. Il secondo è
che l’attuale governo di Berlino, malgrado la spettrale partecipazione di una
socialdemocrazia agli sgoccioli, è a tutti gli effetti un governo di destra che
non si potrebbe propriamente definire moderato.
E non lo è solo per il bisogno di inseguire la concorrenza dell’Afd, ma per
profonda convinzione. È un governo che calpesta il diritto di asilo, tratta con
i talebani e rispedisce esuli afghani in quel paese notoriamente “sicuro”, è un
governo che punta su un faraonico riarmo nazionale sottraendo risorse alla spesa
sociale e che si sta accodando, su impulso del ministro degli interni Dobrindt,
al programma americano di criminalizzazione (e annientamento) degli antifascisti
nel mondo, che comprendono secondo la Casa bianca tutti gli avversari di Trump.
Buona parte dei temi che ricorrono nella propaganda di Afd sono stati così
sdoganati e riversati, per così dire, nel senso comune. Votare quel partito non
è più una bestemmia e potervi collaborare, per la destra democristiana è solo
questione di tempo e di opportunità. Ma per quanto sfavorevoli siano le
condizioni, nella Rft non mancano gli anticorpi. Manifestazioni di massa,
iniziative, presidi, denunce e puntuali azioni di contrasto a convegni e raduni
del l’Afd lo hanno dimostrato ripetutamente nel corso degli anni. Ma è solo
nella società civile e nei movimenti, non nelle forze politiche maggiori, che
queste energie si danno a vedere. E continueranno a contrastare la destra
neofascista e i suoi corteggiatori comunque vadano le elezioni, in
Sachsen-Anhalt.
questo intervento è stato pubblicato su il manifesto il 6 settembre 2026
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