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Perché non basta la paura
di MARCO BASCETTA. Potrebbe essere l’inizio di una catastrofe: la falla che allargandosi farà crollare l’intera diga. Quella dei grandi partiti che hanno garantito la democrazia tedesca nel dopoguerra. Una democrazia piuttosto ingessata, condizionata dalla guerra fredda, ostile a ogni forma di conflittualità sociale, e che ha sempre coltivato al suo interno riflessi d’ordine e pulsioni autoritarie che oggi prendono la strada dell’Afd. Oppure, se quest’ultima riuscirà a conquistare il governo della Sassonia-Anhalt, ne potrebbe scaturire un laboratorio, forse un torvo modello nero come lo furono in senso diametralmente opposto le regioni rosse dell’Italia, che però non è una Repubblica federale. Ma il governo potrebbe rivelarsi anche una trappola vista l’enorme sproporzione tra le promesse della demagogia e le risorse effettivamente disponibili. Sebbene il voto per la destra radicale sembri dipendere assai più da motivazioni revansciste e identitarie che non da rivendicazioni economiche e materiali. Certo è che il carico simbolico che grava sulle elezioni di oggi è grandissimo, tale da terremotare l’intero quadro politico federale. E grande è anche la paura, in primo luogo tra i cittadini antifascisti della Sassonia-Anhalt che vedono incombere sulla loro regione un restringimento degli spazi di agibilità democratica, un diluvio di misure discriminatorie e una completa sottrazione di risorse alle iniziative della società civile non in sintonia con il catechismo dell’estrema destra. Molti dicono di aver preparato le valigie non essendo disposti a vivere sotto un governo fascista, altri non vogliono mollare, promettono battaglia ma sono ben consapevoli che sarà dura. Anche i partiti tradizionali fanno appello alla paura, alla necessità di fermare ad ogni costo l’ascesa dell’Afd. La minaccia è diffusamente e profondamente percepita e non mancherà di influire sul voto, come già una lieve ripresa di Spd e Verdi negli ultimi sondaggi sembrerebbe indicare. Tuttavia questa posizione quasi esclusivamente difensiva è segno inequivocabile di debolezza, la paura non può dar vita a nessun programma, a nessuna proposta, e col tempo la resistenza stessa è destinata a logorarsi. Il campo del “cambiamento” e della proposta viene lasciato interamente all’Afd che lo riempie di contenuti radicali di chiara discendenza fascista, ma trasmessi questa volta con un linguaggio borghese e rassicurante. Il candidato di Afd alla presidenza del Land, Ulrich Siegmund, gioca la carta della simpatia e della leggerezza, evita i ruggiti hitleriani alla Björn Höcke, il caporione dell’ala più radicale del partito, ma si circonda di neonazisti certificati ed egli stesso ha traversato in passato movimenti e associazioni xenofobe e neofasciste. Gli economisti sono concordi nel ritenere che un governo dell’Afd comporterebbe per il Land, in progressivo deficit di mano d’opera per la fuga dei giovani e degli stranieri discriminati, un sicuro stato di crisi con pesanti conseguenze che i cittadini non tarderebbero a percepire. Ma l’argomento non inquieta eccessivamente una popolazione che sembra riporre le proprie speranze più che nel Pil in seducenti mitologie di riappropriazione identitaria di un patrimonio culturale comunitario minacciato dalle “élites cosmopolite” e dalla “sostituzione etnica”. E del resto, nei Länder della ex Ddr, l’economia di mercato e la razionalizzazione produttiva non si presentarono dopo l’89 con un volto particolarmente amichevole. Vi sono poi due ulteriori fattori che giocano a favore del partito di Alice Weidel. Il primo è che la possibilità di vittoria in un Land con poco più di due milioni di abitanti si inserisce comunque in una tendenza all’ espansione delle destre radicali che interessa non solo la Germania ma tutta l’Europa. Non è affatto un’anomalia, ma una conferma e un decisivo passo avanti. Il secondo è che l’attuale governo di Berlino, malgrado la spettrale partecipazione di una socialdemocrazia agli sgoccioli, è a tutti gli effetti un governo di destra che non si potrebbe propriamente definire moderato. E non lo è solo per il bisogno di inseguire la concorrenza dell’Afd, ma per profonda convinzione. È un governo che calpesta il diritto di asilo, tratta con i talebani e rispedisce esuli afghani in quel paese notoriamente “sicuro”, è un governo che punta su un faraonico riarmo nazionale sottraendo risorse alla spesa sociale e che si sta accodando, su impulso del ministro degli interni Dobrindt, al programma americano di criminalizzazione (e annientamento) degli antifascisti nel mondo, che comprendono secondo la Casa bianca tutti gli avversari di Trump. Buona parte dei temi che ricorrono nella propaganda di Afd sono stati così sdoganati e riversati, per così dire, nel senso comune. Votare quel partito non è più una bestemmia e potervi collaborare, per la destra democristiana è solo questione di tempo e di opportunità. Ma per quanto sfavorevoli siano le condizioni, nella Rft non mancano gli anticorpi. Manifestazioni di massa, iniziative, presidi, denunce e puntuali azioni di contrasto a convegni e raduni del l’Afd lo hanno dimostrato ripetutamente nel corso degli anni. Ma è solo nella società civile e nei movimenti, non nelle forze politiche maggiori, che queste energie si danno a vedere. E continueranno a contrastare la destra neofascista e i suoi corteggiatori comunque vadano le elezioni, in Sachsen-Anhalt. questo intervento è stato pubblicato su il manifesto il 6 settembre 2026 L'articolo Perché non basta la paura proviene da EuroNomade.
September 6, 2026
EuroNomade
L’Abruzzo brucia ma Marsilio accusa gli ambientalisti
Agosto per l’Abruzzo è stato un mese di fuoco, letteralmente. Gli incendi hanno colpito duramente quella che è la Regione più verde d’Italia, con un terzo del territorio tutelato: tre Parchi nazionali, uno regionale, diverse oasi e riserve regionali. Ma oltre al fuoco è divampato anche il dibattito sulle responsabilità, che ha messo a nudo una politica di prevenzione con molte falle e le carenze strutturali della Protezione Civile abruzzese. In questo quadro tutt’altro che edificante il presidente della Regione Marco Marsilio, detto anche l’uomo della fiamma (la sua carriera politica è iniziata nel MSI), non ha trovato di meglio che prendersela con gli ambientalisti. Ecco le sue parole, rilasciate agli organi di informazione in risposta a cosa avesse fatto per prevenire questa situazione disastrosa: “Sarebbe curioso capire se con i bulldozer si buttasse giù qualche migliaia di alberi per creare strade e sentieri, non troveremmo qualche angelo custode degli alberi che si mette con i cartelli del no e si incatena al primo alberello che deve essere spallato”. Dunque, per Marsilio il problema della prevenzione degli incendi si riduce a “spallare gli alberelli”. Al presidente hanno risposto in po’ tutti, dai partiti di opposizione in Consiglio regionale agli ambientalisti e ai geologi. Ma non è mancato chi ha usato l’arma dell’ironia: “Con tre mari a disposizione possibile che è così difficile spegnere gli incendi in Abruzzo?”. Il riferimento è ad una famosa affermazione fatta pubblicamente da Marsilio: “L’Abruzzo è l’unica Regione italiana che si affaccia su tre mari: l’Adriatico, il Tirreno e lo Ionio. Non è accettabile che non abbia una autorità portuale”. Gli incendi hanno incenerito molte aree della Regione, dal teramano al chietino, dal vastese all’aquilano. La situazione più critica è quella che ha interessato la provincia dell’Aquila, con l’incendio di Lucoli-Roio e soprattutto quello di Monte Morrone, la montagna sacra di papa Celestino V, nel Parco nazionale della Maiella. La stessa montagna fu colpita nel 2017 da un altro grande incendio che portò alla perdita di 1200 ettari di bosco. Ma quella esperienza, evidentemente, non ha insegnato nulla. Quest’anno l’incendio è divampato il 9 agosto ed è stato spento il 1° settembre. Per tre volte il rogo è stato dichiarato spento e per tre volte è ripartito, spinto dalle alte temperature e dal vento. Dunque, ci sono volute quasi quattro settimane per averne ragione, nonostante l’abnegazione di squadre della Protezione Civile regionale, dei Vigili del Fuoco, dei Carabinieri Forestali, dell’Esercito e delle associazioni di volontariato che complessivamente hanno visto all’opera con i loro mezzi una ottantina di persone. Fondamentale è stato anche l’intervento dei mezzi aerei, tre Canadair, un elicottero Erickson e un elicottero Airbus350, che però hanno operato a singhiozzo, a causa sia di avarie tecniche che di indisponibilità perché impegnati in altre aree. Non sono mancati momenti particolarmente pericolosi, come quando l’incendio è arrivato vicino al paese di Roccacasale o quando una squadra rimasta tra le fiamme è stata posta in salvo dall’intervento di un elicottero. Per più giorni una cappa di fumo nero ha coperto la Valle Peligna, soggetta in particolare al fenomeno dell’inversione termica. Alla fine, sono rimasti sul terreno 700 ettari di bosco totalmente bruciati e uno strascico di polemiche e contestazioni. Tanto che anche la Procura della Repubblica di Sulmona ha deciso di aprire una indagine su quanto accaduto. L’intento è quello di capire il perché ci sia voluto un tempo così lungo per arrivare allo spegnimento dell’incendio. Quali sono state le azioni e i sistemi di prevenzione messi in atto, il perché degli errori di valutazione, dei ritardi e delle responsabilità della struttura di Protezione Civile regionale. Il 2026 sarà ricordato come uno degli anni peggiori per l’Abruzzo con quali 6.000 ettari andati in fumo, ma il bilancio è ancora provvisorio. L’anno più critico è stato il 2017, con ben 8.576 ettari persi. Sono ferite gravissime inferte al prezioso ecosistema di una Regione che dal 2012 al 2025 ha visto sparire tra le fiamme 20.295 ettari, di cui11.597 di aree boscate. Eppure, l’Abruzzo dovrebbe mettere al primo posto la prevenzione, data la sua altissima vulnerabilità agli incendi: il 49 per cento dei Comuni – 149 su 305 – è infatti classificato a rischio alto o medio-alto. Il Forum H20 ha richiamato l’attenzione sulle drammatiche conseguenze del riscaldamento globale, sempre più evidenti attraverso gli eventi meteo estremi, tra cui ondate di calore, siccità e incendi, tutti fenomeni annunciati da tempo dalla comunità scientifica internazionale. A fronte di tutto questo il governo regionale non solo non ha messo in atto nessuna politica di contrasto al cambiamento climatico ma sostiene la sconsiderata autorizzazione di nuovi impianti di fonti fossili sul territorio abruzzese come il mega gasdotto Linea Adriatica della Snam, la centrale di compressione di Sulmona al servizio del metanodotto, il potenziamento dello stoccaggio gas a Cupello e l’estrazione di gas a Bomba. Tutti investimenti – sottolinea il Forum – che finiranno per aggravare irresponsabilmente la crisi climatica. La Campagna Per il clima Fuori dal fossile, a proposito di “alberelli da spallare”, ha ricordato a Marsilio le sue gravi responsabilità nell’approvazione del metanodotto Linea Adriatica, di 425 km da Sulmona a Minerbio (BO), la cui realizzazione comporterà lo sventramento delle aree più incontaminate dell’ Appennino con conseguente distruzione degli habitat e notevole perdita di biodiversità. Il Gruppo Unitario Foreste Italiane ha calcolato che da parte della Snam saranno abbattuti due milioni di alberi, sia per l’interramento del tubo che per la realizzazione di nuove piste di accesso nelle aree boscate. L’ordine dei geologi abruzzesi ha espresso la propria preoccupazione per l’aumento del rischio idrogeologico nelle aree boschive incenerite. La pioggia troverà terreni resi impermeabili dalla cenere e fragili per la mancanza di radici, inoltre meno chiome a frenare l’impatto della pioggia con il suolo. Ci sarà meno acqua che si infiltra nel terreno e molta che ruscella, aumentando così la capacità erosiva e il trasporto di materiale verso valle. E’ già successo sul Morrone con l’incendio del 2017 – ricordano i geologici -; pertanto, chiusa l’emergenza incendi, è necessario intervenite sul dissesto idrogeologico. Le forze politiche di opposizione in Regione hanno accusato Marsilio di fare solo propaganda, perché le criticità erano già scritte nello stesso Piano Antincendio Boschivo 2026 – 2028: scarsità di fondi stanziati, prevenzione poco efficace, mezzi e personale insufficienti, formazione carente, rete radio incompleta, vasche antincendio fuori uso e da manutenere, pochi coordinatori nelle operazioni di spegnimento a terra, un’organizzazione con i Vigili del fuoco dichiarata non definitiva. Per quanto riguarda la struttura regionale di Protezione Civile – fanno rilevare dai gruppi di minoranza – mancano professionalità adeguate nei settori strategici, figure di comando individuate (sono vacanti il dirigente del servizio emergenza e quello dell’ufficio colonna mobile). Anche la sala operativa, che è il cuore del sistema di coordinamento delle attività, non è all’altezza del suo compito. Alla riapertura dei lavori in Consiglio si prevede un dibattito molto acceso. Marsilio sarà chiamato a rispondere con fatti, numeri e risorse. Se tutte queste carenze erano già note perché il governo regionale non si è intervenuto per tempo a porvi rimedio? Sotto il profilo economico il costo per l’Abruzzo è pesante. Solo per l’impiego dei mezzi aerei, nell’incendio del Morrone, si sono spesi 4,6 milioni di euro, considerato che ogni lancio da un Canadair costa minimo 6 mila euro. Marsilio ha ringraziato la Protezione Civile nazionale per il supporto dato: “Qui ci sono sempre stati due o tre Canadair al giorno, tranne quando si sono rotti”. Il punto è proprio questo, che i 18 Canadair disponibili a livello nazionale devono coprire l’intero territorio italiano e non di rado sono fermi perché in avaria. Dunque, siamo in un Paese che non ha una adeguata flotta aerea per spegnere gli incendi, ma nello stesso tempo acquista 115 cacciabombardieri F-135 dell’americana Lockheed Martin al costo di 100 milioni di euro l’uno. Ma per Marsilio, evidentemente, questo non è un problema. Comunque, sulle responsabilità il presidente della Regione già si autoassolve. Infatti, a fuoco spento, ha dichiarato alla stampa: “Io non credo che ci sia stata nessuna sottovalutazione; dall’incendio del 2017 ad oggi avremo modo di verificare come si è agito e di cosa si è lasciato in eredità dopo fatti del genere”. Come si vede, Marsilio ha già pronta la sua linea difensiva. Se ci sono responsabilità queste sono, oltre che degli ambientalisti, di chi lo ha preceduto nel governo dell’Abruzzo. Ma questa eredità è toccata a lui gestirla e, se dopo sette anni e mezzo del suo governo regionale siamo al punto di partenza, qualche domanda dovrebbe porsela. E per il futuro cosa succederà? Chissà se Marsilio ha letto il nuovo rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP), pubblicato il 2 settembre, il quale avverte che il mondo è vicino al superamento della soglia di 1,5° dell’Accordo di Parigi, dopo di che i sistemi naturali saranno soggetti a cambiamenti irreversibili, ci saranno ondate di calore più intense, più incendi e più alluvioni. Se esiste ancora un margine di tempo questo va impiegato per una svolta profonda nelle politiche per il clima, accelerando la riduzione delle emissioni di CO2, eliminando il più rapidamente possibile i combustibili fossili, incentivando la crescita delle rinnovabili e stanziando fondi adeguati per la prevenzione e il ripristino degli ecosistemi. Ma c’è speranza che questo accada fino a quando Marsilio e i suoi referenti al governo nazionale continueranno a credere che il cambiamento climatico sia una “questione ideologica”? Mario Pizzola Redazione Abruzzo
September 5, 2026
Pressenza
Peace Walk to Jerusalem: camminare fino a primavera
Ha fatto tappa a Trieste, nei giorni scorsi, la carovana per la pace Peace Walk to Jerusalem. Si tratta di un cammino, partito da Finisterre in Spagna e da altre città europee a gennaio, che attraverso 24 Paesi punta ad arrivare a Gerusalemme nella primavera del 2027. Ad accogliere i camminatori oggi in città, alcuni provenienti da Olanda e Germania e altri da svariate parti d’Italia, il Comitato per la Pace Danilo Dolci. Il Comitato ha proposto un itinerario per ricordare le vittime del nazifascismo in città. Quindi la carovana si è spostata in Piazza Libertà, detta anche Piazza del Mondo dagli attivisti dell’associazione Linea d’Ombra. Qui si sono portate la vicinanza e la solidarietà a Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi che da anni, con la loro associazione, curano e accolgono i migranti che provengono dalla rotta balcanica, con i loro piedi feriti dalla lunga marcia, le loro attese, i loro spesso dolorosi vissuti. Trieste, Italy. Volunteers dress the wounds of migrants who just crossed the border on the Western Balkan Route. Credit:MLBARIONA La Peace Walk to Jerusalem da domani proseguirà per Capodistria e in seguito attraverserà la Croazia, la Serbia e la Bosnia per cercare di arrivare a Sarajevo in ottobre, lungo quei confini in cui è stato versato tanto sangue innocente sull’altare dei diversi nazionalismi. Drammi rievocati dalla recente morte e dai funerali d’onore tributati al generale Rakto Mladic, criminale di guerra a Sebrenica e non solo. La carovana di pace, proseguirà poi per la Grecia, la Turchia, la Siria, il Libano e infine speriamo, Al Quds (Gerusalemme). Ho fatto solo un piccolo pezzetto di marcia da Venezia a Caorle con gli altri camminatori, una sessantina, che arrivavano da Vicenza, e poi proseguivano appunto, per Trieste. A ogni tappa si può aggiungere qualcuno/a e magari altri/e vanno via. Ci sono persone che hanno fatto tanti giorni, altri di meno ma ciò che conta è che la carovana nel suo insieme e nelle sue tappe prosegua il suo lungo percorso complessivo. Nelle varie località, ci sono gruppi, associazioni, istituzioni ad accogliere i camminatori, si partecipa a incontri tematici e a racconti di testimonianze. A Venezia per esempio abbiamo ascoltato in una piazza il racconto toccante di un’anziana donna di Gaza che ha visto uccisi 47 membri della sua famiglia. Abbiamo partecipato a un incontro con Emergency e con l’Anpi di Venezia vicino alla scultura in laguna della partigiana morente. A Cavallino Treporti abbiamo incontrato l’amministrazione comunale e la popolazione, tra cui 5 ragazzi di Gaza in vacanza in quel luogo e provenienti da Bologna, la città che li ha accolti per i loro studi. Questo è molto altro è la Peace Walk to Jerusalem: tanti passi, incontro tra persone, confronto tra posizioni differenti, incontro con le popolazioni locali, disponibilità di volontari del posto che cucinano, offrono informazioni e servizi; parrocchie e talvolta amministrazioni comunali che mettono a disposizione i loro saloni per fare riposare i camminanti. La marcia è fare silenzio perché alcuni tratti li si è fatti in silenzio, è parlare ai passanti con il microfono di pace, giustizia e del senso del camminare per la pace. La marcia è cantare o ascoltare chi si avvicina per portare il loro apprezzamento o la loro distanza. Una sorta di pellegrinaggio collettivo di 15 mesi circa. Si cammina mettendo in azione il proprio corpo, come forma di resistenza nonviolenta, per sensibilizzare gli altri, come presa di responsabilità personale e collettiva. Peace Walk to Jerusalem Le guerre, il riarmo, il genocidio e la pulizia etnica in atto in Palestina, le tante guerre e situazioni di oppressione attive nel pianeta: Sudan, Congo, Iran, Libano, Afghanistan… richiedono un cambiamento personale e un cambiamento collettivo affinché si ripristini il diritto internazione oggi spesso calpestato, venga rispettata la dignità umana ovunque, vengano valorizzate le voci di chi ogni giorno lavora per la riconciliazione, l’uguaglianza e il diritto dei popoli a vivere in pace. «Il futuro è pace», riprendo dal volantino di presentazione della Peace walk, sono le parole di Mooz Inon e Aziz Abu Sarah, un israeliano e un palestinese che hanno perso familiari, e si rifiutano tuttavia di diventare nemici. Noi ci mettiamo sulle loro orme. Concludo con David Le Breton che nel suo libro, Il mondo a piedi, ci ricorda che «l’esperienza della marcia decentra da sé e ripristina il mondo, inscrivendo l’uomo nei limiti che lo richiamano alla sua fragilità e alla sua forza. È attività antropologica per eccellenza, perché stimola continuamente nell’uomo il desiderio di       comprendere, di individuare il suo posto nella trama del mondo, di interrogarsi su ciò che stabilisce il legame con gli altri». E perciò, buona continuazione di cammino, alla Peace Walk to Jerusalem e a tutti noi nei diversi contesti in cui viviamo. Centro Sereno Regis
September 4, 2026
Pressenza
La Francia reintroduce il servizio militare per i giovani, per ora su base volontaria
In Francia, da settembre 2026, viene reintrodotto il servizio militare anche se per ora a carattere volontario. Si tratta di una leva su base volontaria (dunque non obbligatoria) aperta a giovani di 18 e 19 anni, sia uomini che donne, che abbiano la cittadinanza francese. La leva durerà in totale […] L'articolo La Francia reintroduce il servizio militare per i giovani, per ora su base volontaria su Contropiano.
September 4, 2026
Contropiano
35.000 morti per il caldo in Europa. Il 16 ottobre Fridays For Future torna in piazza con uno sciopero per il clima
Non ci sono più dubbi ormai: il clima intorno a noi è già cambiato radicalmente e continuerà a farlo, ma la scienza ci dice chiaramente che abbiamo ancora una possibilità per evitare che il cambiamento climatico esca dal nostro controllo e diventi irreversibile. Spetta a noi invertire la rotta adesso. Sono passati sette anni dai primi cortei del movimento Fridays For Future, ma da allora i progressi fatti sono stati largamente insufficienti e anche se mantenessimo gli impegni presi, i governi del mondo non sarebbero comunque in grado di tenere la temperatura globale sotto la soglia necessaria per evitare la catastrofe. Le emissioni hanno continuato ad aumentare e oggi abbiamo bisogno di una nuova stagione di cooperazione mondiale per evitare il peggio. La crisi climatica oggi miete vittime, lo fa in tutto il mondo e ci mette di fronte a situazioni che non siamo preparati ad affrontare, dal caldo torrido agli incendi, dalle alluvioni ai tornado inaspettati. I nostri territori non sono pronti e i soldi vengono spesi per altro, come produrre armi che non solo uccidono innocenti, ma peggiorano anche la crisi climatica. C’è anche un altro dato: se sette anni fa avevamo poco tempo per prendere decisioni cruciali, oggi ne abbiamo pochissimo e la posta in gioco è la più alta possibile. Per questo il 16 ottobre Fridays For Future torna in piazza: “Abbiamo imparato che solo una massa critica e determinata può creare un cambiamento concreto, diffuso e dal basso e al contempo costringere chi ci governa ad assumersi le sue responsabilità. Questo autunno abbiamo intenzione di portare il caldo torrido di quest’estate al centro dell’agenda politica” afferma Emanuele, attivista. L’estate del 2026 è stata la più calda di sempre secondo i climatologi e la nostra area mediterranea si scalda a un tasso quasi doppio rispetto alla media planetaria. Una combinazione letale che ci ha portato a ondate di calore devastanti per tre mesi, oggi seguite da tempeste e grandinate sulle nostre città. Sono almeno 35mila le morti in eccesso dovute al caldo di quest’estate. “Le soluzioni a tutto questo ci sono; oggi le rinnovabili possono essere parte della soluzione se legate ai bisogni dei territori. Noi torniamo in piazza perché dal 2018, quando abbiamo iniziato a manifestare, al 2021 il numero di Paesi con impegni di riduzione delle emissioni allo zero netto è quadruplicato” afferma Sara di Fridays. Sarà una manifestazione diffusa in tutte le principali città italiane che invitiamo a far propria e moltiplicare. In molti territori si programmano cortei studenteschi, ma si dialoga anche con il mondo del lavoro: già indetto per il 16 ottobre uno sciopero del comparto scuola da Sindacato Indipendente Scuola e Ambiente. Carlo, attivista, aggiunge: “Sappiamo che non esiste giustizia climatica senza giustizia sociale: le manifestazioni per la Palestina dello scorso autunno ci hanno dimostrato che in Italia siamo pronti ad alzare la voce contro le ingiustizie, unendoci tutti nella stessa battaglia”.   Fridays For Future
September 1, 2026
Pressenza
Manifestazione nazionale di sensibilizzazione sul Kashmir
Nel pomeriggio di domenica 30 agosto 2026 si è tenuta a Torino la manifestazione nazionale di sensibilizzazione sul Kashmir Il colorato corteo, composto principalmente da Kashmiri, è partito da Piazza della Repubblica e si è snodato per via Milano terminando in Piazza Castello con un breve comizio. Lo scopo del corteo era sensibilizzare l’opinione pubblica torinese e in generale quella italiana sulla situazione che si vive il Kashmir. > Nel Kashmir amministrato dal Pakistan, soprattutto a Rawalakot, la popolazione > protesta per i propri diritti fondamentali e per condizioni di vita dignitose. > > Disoccupazione giovanile altissima, infrastrutture carenti, frequenti > blackout, aumento dei prezzi dei beni di prima necessità e bollette sempre più > pesanti colpiscono una popolazione che denuncia anche una progressiva > limitazione dell’autonomia e della rappresentanza politica della regione. > > A queste rivendicazioni si è risposto con una dura repressione. Secondo le > segnalazioni riportate, circa 100 persone sarebbero state uccise, oltre 1.000 > arrestate e più di 110 sarebbero vittime di sparizione forzata. > > A rendere ancora più grave la situazione è l’isolamento della regione: il > blocco di internet ostacola le comunicazioni con le famiglie e la circolazione > delle informazioni, mentre media e giornalisti incontrano forti difficoltà > nell’accedere alle zone interessate e nel documentare liberamente ciò che sta > accadendo. Anche le limitazioni all’ingresso di viveri e beni essenziali > aggravano le condizioni della popolazione. > > Chiediamo il rispetto dei diritti umani e della libertà di informazione, la > protezione dei civili, informazioni immediate sulle persone scomparse, la > tutela dei detenuti e il libero accesso a cibo, medicinali e beni di prima > necessità. Chiediamo inoltre un’indagine internazionale indipendente, > imparziale e trasparente e che sia garantito l’accesso libero e sicuro a > giornalisti, media e osservatori indipendenti.[1] Per questa prima manifestazione nazionale in Italia è stata scelta Torino in quanto città antifascista e medaglia d’oro della Resistenza e per queste caratteristiche in qualche modo sensibilizzata a quelle che sono le rivendicazioni del Kashmir; rivendicazioni che non sono portate avanti da organizzazioni terroristiche come racconta il governo pakistano, ma dalla popolazione civile del Kashmir che vuole ottenere la propria libertà e la propria indipendenza. [1] Dal manifesto di convocazione della manifestazione Giorgio Mancuso
September 1, 2026
Pressenza
Peace Walk to Jerusalem, una testimonianza dal Veneto
Nel presidio per Gaza di Piazza Duomo, a Milano,  c’è una donna straordinaria, si chiama Grazia Fecchio: sui 440 giorni in piazza ne avrà fatti più di 400. È tra coloro che si caricano i cartelli da portare per chi non li ha, viaggia col suo carrellino e sale sul tram per tornare a casa. Non solo: ha organizzato la Global March che a suo tempo è andata da Milano a Lecco a piedi e diverse camminate in montagna con tanto di bandiere palestinesi sui sentieri lombardi. Da cinque giorni sta partecipando alla Peace Walk to Jerusalem insieme a Maria Elena e Luisa, tutte e tre del presidio di Piazza Duomo di Milano, per fare il tratto da Venezia a Trieste, passando tra l’altro da Fiumicello, il paese di Giulio Regeni. Ci hanno raccontato che la prima sera, con traduzione in diverse lingue, Grazia ha parlato del presidio di Milano con ovazione al seguito. Un dettaglio: Grazia ha 80 anni. Le chiedo di raccontarci come va il tratto di marcia che stanno facendo. A distanza di tre giorni mi manda due messaggi e decido di pubblicare integralmente le sue preziose parole. “Eccomi, Andrea, ieri giornata piena. Prima un tour per Venezia, dove il gruppo si è fermato in più punti per brevi presidi. Il taglio della marcia è “neutro” (semplicemente per la pace). Per fortuna gli eventi ci hanno portato in più occasioni a mettere in luce la “nostra Gaza”. In un presidio una signora palestinese ci ha raccontato la sua vita di 70 anni costellati dagli eventi tragici della Palestina, in arabo, tradotto poi in italiano e inglese; il gruppo è internazionale. Ieri sera a Treponti siamo stati ospitati in due strutture, belle, pulite, accoglienti. Dopo cena a Treponti incontro con la sindaca ed altri rappresentanti locali, poi uno spettacolo di musica nell’ambito del 5° Festival della canzone veneziana. Gaza è stata più volte ricordata e – occorre dirlo? – abbiamo concluso con Bella ciao. Ora partiamo per Jesolo.” Tre giorni dopo, in vista di Trieste: “Caro Andrea, non mi sono fatta sentire nei giorni scorsi perché non mi sembrava di avere cose importanti da raccontare. Anche se ciò che per me è ordinario, può essere straordinario per gli altri. La marcia continua e l’organizzazione tiene, nonostante siamo tanti e tante. La Palestina è sempre nei nostri cuori e nelle nostre parole nonostante il profilo “neutro” di cui ti parlavo. La lingua batte… Aggiungo che il percorso ci porta a osservare situazioni scandalose: queste città di mare, tutte uguali, con i loro grattacieli a pochi metri dalla riva – certamente non appartamenti popolari – kilometri di spiagge private contro centimetri di spiagge libere, scivoli e giochi di plastica per i bambini (poveri bambini), un mondo pieno (vuoto) di luci e colori e fiumi di gente che non si sa dove vada… E che ci azzecca questo con la pace? C’entra, c’entra perché non potremo mai arrivare alla pace in un sistema siffatto, con un mondo diviso in due, dove la vita comoda di alcuni ha un costo. E questo costo è ciò che togliamo agli altri. E mi chiedo se chi se ne sta seduto sulla panna arrivi a capire questi cavalieri erranti che vorrebbero “raddrizzare i torti”, difendere l’umanità dalle bombe, dalla fame, dalle ingiustizie. Chiedo scusa se non ho parlato di pace, di amore, di perdono; preferisco parlare di diritto, di diritti, di privilegi.” Tutto il presidio di Milano, ma proprio tutto, le vuole un bene dell’anima. Pare che i marciatori internazionali la vorrebbero con loro fino a Sarajevo, ma Grazia dice di voler tornare in piazza. Comunque deciderà saremo con lei.   Andrea De Lotto
August 31, 2026
Pressenza
La nave Oyvon di Medici senza Frontiere salva 18 persone
Stamattina, 18 persone sono state salvate in acque internazionali da un’imbarcazione in fiberglass alla deriva e non idonea alla navigazione. 11 dei sopravvissuti sono minori non accompagnati, tra cui una giovane donna. Sono stati tutti portati in salvo a bordo della Oyvon e stanno ricevendo cure mediche dal nostro team. I superstiti erano in mare da oltre un giorno. La maggioranza delle persone tratte in salvo proviene dall’Eritrea. Medecins sans Frontieres
August 31, 2026
Pressenza
Milano, la Marcia per i Nuovi Desaparecidos continua
Giovedì 3 settembre 2026 dalle 18:30 alle 19:30 Piazza Scala, Milano Come tutti i primi giovedì del mese, questo giovedì vi aspettiamo in Piazza Scala per la consueta Marcia per i Nuovi Desaparecidos. Non solo continuano i naufragi e quindi cresce il numero delle vittime nella totale indifferenza degli Stati, ma d’altro canto l’entrata in vigore del Nuovo Patto Immigrazione a livello europeo sta rendendo sempre più precaria e difficile la situazione delle persone migranti che sono riuscire a superare i muri e le barriere della Fortezza Europa. Per questo continuiamo a esserci in Piazza Scala ostinatamente e caparbiamente da oltre 11 anni. Rete Milano Senza Frontiere Redazione Milano
August 31, 2026
Pressenza
“Contro il riarmo, per un’Europa di pace”: il 5 settembre Jeremy Corbyn alla festa di Rifondazione Comunista Milano
Dal 2 al 6 settembre torna la tradizionale festa popolare di Rifondazione Comunista al Parco delle Cascine di Chiesa Rossa. Sabato 5 settembre, alle ore 18.30, presso il Parco delle Cascine di Chiesa  Rossa (via San Domenico Savio 3), si terrà l’incontro pubblico “Contro il riarmo, per un’Europa di pace”, all’interno della festa popolare di Rifondazione Comunista Milano. L’iniziativa riunirà esponenti del mondo politico, sindacale e della cultura per un confronto sulle politiche di riarmo in Europa, sul futuro del welfare, sul diritto internazionale e sulle prospettive di un movimento europeo per la pace. Interverranno Jeremy Corbyn, membro del Parlamento del Regno Unito; Walter Baier, presidente del Partito della Sinistra Europea; Daniela Padoan, scrittrice e presidente di Libertà e Giustizia; Vincenzo Greco, Referente nazionale di Lavoro Società – aggregazione programmatica della Sinistra Sindacale in Cgil ; Maurizio Acerbo, segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista. A coordinare il dibattito sarà Anna Camposampiero, responsabile Esteri del Partito della Rifondazione Comunista. “L’incontro si inserisce nel percorso di mobilitazione che negli ultimi mesi ha coinvolto numerose realtà europee impegnate a promuovere iniziative contro l’aumento delle spese militari e a favore di politiche orientate alla pace, alla cooperazione internazionale e alla tutela dei diritti sociali. Tra gli appuntamenti richiamati dagli organizzatori figurano la manifestazione del 14 giugno a Bruxelles, promossa insieme al Partito della Sinistra Europea e alla rete Stop Rearm Europe, il confronto tra i sindacati europei svoltosi il 18 giugno a Madrid e la conferenza “Stop the War” del 21 giugno a Londra. Il fine settimana del 21-22 novembre saremo in piazza in tutto il continente, preceduti dal movimento studentesco che si sta organizzando contro la leva militare e il rischio di andare in guerra, che si fa ogni giorno più concreto” dichiara in una nota Anna Camposampiero, responsabile nazionale esteri di Rifondazione Comunista “L’appuntamento del 5 settembre sarà l’occasione per discutere delle conseguenze economiche e sociali delle politiche di riarmo, delle prospettive del movimento pacifista europeo e delle possibili convergenze tra forze politiche, sindacali, associative e movimenti sociali impegnati nella costruzione di un’Europa fondata sulla pace, sulla giustizia sociale e sulla cooperazione tra i popoli” dichiara Nadia Rosa, segretaria provinciale di Rifondazione Comunista di Milano. Qui tutto il programma della festa https://www.rifondazionemilano.it/post/11esima-festa-popolare-di-rifondazione-comunista-milano-e-provincia Rifondazione Comunista - Sinistra Europea
August 31, 2026
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