Tag - europa

Torino: manifestare ai tempi dei decreti sicurezza
La manifestazione “Noi la guerra non la vogliamo” è stata la risposta torinese alla chiamata alle piazze indetta a livello nazionale questo sabato. La manifestazione era già stata convocata dal collettivo Torino Partigiana ed ha via via acquistato più importanza dopo i fatti della scorsa settimana: anche le pagine social del Movimento 17 ottobre invitavano a confluire su quella piazza. In piazza Castello a partire dalle 15 si sono radunate qualche migliaio di persone; in situazioni simili la Questura ha sempre fatto partire il corteo anche se non c’era l’autorizzazione preliminare, in quanto l’attuazione dell’articolo 17 della Costituzione[1] veniva considerata prioritaria ed anche per diminuire la pressione della piazza. Questa volta la piazza è stata gestita in maniera differente: migliaia di persone si sono trovate stipate senza nessuna via di fuga e con tutti gli accessi chiusi da cordoni di polizia. I manifestanti cercano quindi il modo di uscire dalla piazza tentando di forzare i blocchi dal lato di via Po; la polizia risponde con una carica di alleggerimento, da lì non si passa. La cosa appare talmente eccessiva che persino alcuni passanti esortano la polizia a togliere il blocco per fare passare il corteo in nome della Costituzione, incitandoli a disobbedire agli ordini. Torino, 24 ott 2026. Corteo «Noi la guerra non la paghiamo» – Passante esorta la polizia a far passare i manifestanti Foto: M.BARIONA Il corteo si posta quindi verso via Cernaia, chiuso anche lì. Si tenta di utilizzare il passaggio su via XX Settembre, la risposta è una nuova carica. Il balletto dura un paio d’ore in cui la gente resta chiusa in piazza. Ad un certo punto un’auto passa a velocità sostenuta in mezzo alla gente; per puro caso nessuno rimane ferito e l’auto ed il relativo autista vengono protetti dal cordone di polizia di via Cernaia. Foto e video dell’episodio ce ne sono, confido nel solerte lavoro dell’autorità giudiziaria per scoprire l’identità dell’autista dell’auto. A questo punto si apre una via di fuga su viale Partigiani ed il corteo può partire per il suo lungo percorso, solertemente guidato tramite cariche di alleggerimento e lacrimogeni, anche perché ormai è giunto ad Aurora e Barriera, quartieri meno centrali e con minore copertura mediatica. Il corteo dovrebbe chiudersi in piazza Baldissera nel pieno di quella periferia di Torino abbandonata a sé stessa ed alla speculazione immobiliare, dove comincia a diventare difficile trovare case in affitto e la tensione sociale appare più densa[2]: lì intorno non si sono vetrine luccicanti da difendere od obiettivi sensibili. Il corteo è praticamente finito, si è fatto buio ed è quasi ora di cena. I manifestanti che hanno marciato per chilometri e subìto diverse salve di lacrimogeni tornerebbero anche a casa; le forze dell’ordine caricano anche lì utilizzando tutto l’armamentario a loro disposizione: manganelli, gas lacrimogeni, persino gli idranti. Poi organizzano un rastrellamento fermando alcuni manifestanti: i vari decreti sicurezza consentono il fermo di chiunque, maggiorenne o minorenne, fino a dodici ore per l’identificazione. In questura vengono portate quattro persone (mentre almeno tre sono in stato di fermo da prima della manifestazione). Due di loro verranno rilasciare subito per essere accompagnate in ospedale dove necessitano di ricovero in seguito alle contusioni, quattro vengono rilasciate nella notte dopo le identificazioni. -------------------------------------------------------------------------------- Appare chiaro che risulta possibile, in momenti con un forte impatto emotivo, utilizzare i social per convocare manifestazioni molto partecipate senza che ci sia un referente preciso; la piazza di Torino di oggi e probabilmente quelle del resto d’Italia ne sono una dimostrazione. Ciò non toglie che ammassare migliaia di persone disorientate e senza riferimenti precisi crea una confusione difficilmente gestibile che lascia troppo spazio all’improvvisazione. L’atmosfera che si respirava oggi in piazza mi ha ricordato quella di Genova 2001: la sostanziale differenza è che 25 anni fa l’ordine pubblico è stato gestito in deroga alle norme vigenti e questo ha generato una serie interminabile di processi[3], ora tutto è perfettamente conforme alla legge. Poi ci sono loro, le ragazze ed i ragazzi che sentono la necessità impellente di farsi sentire e di lottare per una qualche idea di futuro: questa lotta, motore della storia, è stata classificata come un problema di ordine pubblico da uno dei governi più autoritari della storia repubblicana che, per giustificare questa fallimentare strategia di fronte all’opinione pubblica, non esista a degradare i diritti civili, indicare colpevoli a casaccio e manipolare la realtà a questi fini. Torino, 24 ott 2026. Corteo «Noi la guerra non la paghiamo» contro la conversione dei territori, delle industrie, delle scuole e della ricerca in chiave bellica. Foto: M.BARIONA Torino, 24 ott 2026. Corteo «Noi la guerra non la paghiamo» contro la conversione dei territori, delle industrie, delle scuole e della ricerca in chiave bellica. Foto: M.BARIONA Torino, 24 ott 2026. Corteo «Noi la guerra non la paghiamo» contro la conversione dei territori, delle industrie, delle scuole e della ricerca in chiave bellica. Foto: M.BARIONA Torino, 24 ott 2026. Corteo «Noi la guerra non la paghiamo» contro la conversione dei territori, delle industrie, delle scuole e della ricerca in chiave bellica. Foto: M.BARIONA Torino, 24 ott 2026. Corteo «Noi la guerra non la paghiamo» contro la conversione dei territori, delle industrie, delle scuole e della ricerca in chiave bellica. Foto: M.BARIONA Torino, 24 ott 2026. Corteo «Noi la guerra non la paghiamo» contro la conversione dei territori, delle industrie, delle scuole e della ricerca in chiave bellica. Foto: M.BARIONA [1] I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi. Per le riunioni, anche in luogo aperto al pubblico, non è richiesto preavviso. Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità, che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica. [2] Per approfondimenti sulla situazione sociale dei quartieri Aurora e Barriera di Milano a Torino cfr. https://www.pressenza.com/it/tag/alimonda-summer-festival/ [3] Per approfondimenti sui percorsi giudiziari dopo Genova 2001 https://www.pressenza.com/it/2026/07/a-25-anni-dal-g8-di-genova-il-movimento-la-piazza-la-repressione-seconda-parte/   Giorgio Mancuso
October 25, 2026
Pressenza
Se l’Europa finisce nella lista nera degli Stati uniti
Immaginiamo che un funesto mattino l’Europa si svegli nella lista nera dell’America. Risultato: Instagram e WhatsApp muti, Google irraggiungibile, ChatGPT spento. I servizi digitali di marca americana, che governano merci, prenotazioni e logistica, inceppati. Le carte Visa e Mastercard che non passano. Molti conti bancari bloccati. E i dollari digitali […] L'articolo Se l’Europa finisce nella lista nera degli Stati uniti su Contropiano.
October 25, 2026
Contropiano
Isabel Allende, un premio e critiche all’estrema destra
> I premi hanno il pregio di dare maggiore visibilità a chi li vince e sebbene > Isabel Allende non ne abbia bisogno, le sue critiche all’estrema destra > internazionale acquisiscono così maggiore importanza. Sarebbe ad oggi la sintesi migliore del Premio Planeta, pari a un milione di euro, per il quale la scrittrice cilena di 84 anni è salita sul palco accanto ai sovrani spagnoli Felipe VI e Letizia. «Quando vedo tante democrazie minacciate dal nazionalismo estremo, compreso il fascismo, sento di nuovo quella paura che mi costrinse a scappare dal mio Paese nel 1973», ha affermato con una certa emozione Isabel Allende, dopo aver ricevuto un lungo e unanime applauso alla Fira Montjuic di Barcellona. Nei 75 anni di attività della casa editrice Planeta, diversi nomi illustri hanno ricevuto questo privilegio, tra i quali Mario Vargas Llosa, Camilo José Cela, Manuel Vázquez Montalbán, Antonio Skarmeta, Alfredo Bryce Echenique, Jorge Zepeda ed Eduardo Mendoza. Isabel Allende ha conquistato la giuria con La hora antes del alba (“L’ora prima dell’alba”), la potenziale seconda parte del suo acclamato romanzo La casa degli spiriti. «Da 45 anni ricevo innumerevoli messaggi da parte di lettori che mi chiedono cos’è successo ad Alba, la nipote della famiglia, e sentivo che era arrivato il momento di concludere questa storia», ha spiegato. Si tratta, ha aggiunto, della «chiusura di un universo complesso, la storia di Alba, con un amore tra due uomini e la convivenza con gli spiriti del passato; così come io nella mia casa convivo con i miei, che mi accompagneranno fino alla morte». La 75a edizione del Premio Planeta ha visto inoltre la presenza dei Ministri della Cultura, Ernest Urtasun, e del Turismo, Jordi Hereu, nonché del Presidente della Generalitat de Catalunya, Salvador Illa. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DALLO SPAGNOLO DI RITA PULIGHEDDU Prensa Latina
October 24, 2026
Pressenza
Elezioni in Serbia: la Lista degli Studenti sfida Aleksandar Vučić
L’anno scorso abbiamo dato spazio al movimento di protesta degli studenti serbi contro una classe politica corrotta e il presidente Vučić, che ha coinvolto non solo i giovani, ma ha goduto di un ampio sostegno nella popolazione. Tutto è iniziato due anni fa a Novi Sad, quando la pensilina della stazione ferroviaria appena costruita è crollata, uccidendo sedici passanti. Da allora le proteste sono continuate, con una novità che potrebbe cambiare radicalmente la situazione: la Lista degli Studenti sfida alle elezioni anticipate di domenica 25 ottobre il Partito progressista serbo di Vučić e secondo gli ultimi sondaggi potrebbe vincere. Parliamo della situazione con Miloje Savić, serbo che vive a Bruxelles e che si trova ora a Belgrado per votare e fare da osservatore. Che relazione c’è tra il movimento di protesta e la Lista degli Studenti? La Lista degli Studenti è nata dal movimento di protesta. Quasi due anni fa, il movimento era incentrato principalmente sulla richiesta di assunzione di responsabilità per il crollo della pensilina alla stazione ferroviaria di Novi Sad, avvenuto il 1° novembre 2024 e che ha causato la morte di 16 persone. Ad oggi, nessuna persona è stata assicurata alla giustizia. Ciò che è ancora più inquietante è che l’ex presidente della Repubblica, Aleksandar Vučić, abbia concesso la grazia a 49 persone nel suo ultimo giorno in carica (si è dimesso il 27 settembre dopo aver indetto elezioni anticipate il 9 settembre). Ad oggi non sappiamo chi siano queste persone, ma sospettiamo che alcune di loro siano quei funzionari di alto rango del governo che erano implicati nel caso e nei confronti dei quali la Procura Generale stava conducendo delle indagini. Dato il silenzio istituzionale, era evidente che il governo non avesse alcuna intenzione di rispondere alle richieste degli studenti in materia di responsabilità, Stato di diritto e operato indipendente delle istituzioni; pertanto, il movimento è passato alla fase successiva della lotta per la giustizia. Verso la fine della primavera o l’inizio dell’estate dello scorso anno gli studenti si sono trasformati in una forza politica diretta, chiedendo formalmente elezioni anticipate, il che alla fine ha aperto la strada alla creazione di quella che oggi chiamiamo Lista degli Studenti. Raduno del 22 ottobre a Belgrado Quali sono i punti principali del suo programma elettorale? La Lista degli Studenti ha delineato un piano che comprende 11 punti raggruppati attorno a 4 temi principali: 1) lotta alla corruzione e responsabilità istituzionale, 2) riforma sociale ed economica, 3) libertà dei media e rispetto della Costituzione, 4) sovranità nazionale e politica di non allineamento. In parole semplici, la Lista degli Studenti si batte per i valori democratici fondamentali che l’ex presidente Aleksandar Vučić e la sua cricca di fedelissimi hanno smantellato e ridicolizzato nei 14 anni in cui sono stati al potere. Eravamo uno Stato in procinto di aderire all’UE, ma il governo ha fatto di tutto per impedirlo, minando ogni suo singolo valore. Il movimento studentesco in Serbia ha preceduto le proteste giovanili che ora stanno dilagando in Francia, Spagna, Albania e Italia. Secondo te, ci sono delle somiglianze tra le loro rivendicazioni? Sì, penso che si possano individuare alcuni punti in comune tra questi movimenti in tutto il continente. Innanzitutto, e in modo molto evidente, c’è la questione generazionale: si tratta di giovani nati nel XXI secolo. In secondo luogo, sono molto esperti di tecnologia; a volte penso che vivano davvero nella realtà online. In terzo luogo, li abbiamo sottovalutati; abbiamo sottovalutato quanto abbiano a cuore il loro ambiente, il loro Paese e la loro società. Poiché la loro realtà si svolge nello spazio virtuale, era facile pensare che questa generazione non fosse interessata alle questioni quotidiane, ma ci hanno dimostrato che ci sbagliavamo: sono molto sensibili all’ingiustizia, alla disuguaglianza e alla disparità di opportunità. Anche se la scintilla scatenante può essere diversa – il crollo di una pensilina a Novi Sad in Serbia, affari loschi relativi ai parchi nazionali protetti in Albania, disuguaglianze educative ed economiche in Francia e in Italia – questa generazione, in definitiva, sta lottando per gli stessi valori. A mio avviso, questi si concentrano sulla responsabilità degli individui e delle istituzioni, sull’eguaglianza generazionale, sulla democrazia digitalizzata (hanno spostato l’arena del dibattito dagli studi televisivi e dalla stampa a Instagram e TikTok), sulla giustizia ambientale e climatica. Dobbiamo confrontarci con la realtà del pianeta devastato che gli stiamo lasciando loro come eredità. Festa di benvenuto per gli studenti che hanno percorso più di 200 kilometri per arrivare a Belgrado. Che prospettive vedi dopo le elezioni? Una schiacciante vittoria elettorale è ciò che tutti desideriamo: porre fine al regime del Partito progressista serbo e far ripartire le istituzioni e lo Stato. Dico “ripartire” perché abbiamo vissuto una situazione simile nel 2000 e per un certo periodo abbiamo vissuto in un Paese democratico (o per quanto potesse esserlo dopo un decennio di guerre civili nell’ex Jugoslavia); da allora in poi è stato tutto un declino. Tuttavia, temo che il passaggio di potere non avvenga senza intoppi. La manipolazione del voto è già in pieno svolgimento. La diaspora è stata sottoposta a condizioni elettorali inique: o i seggi non erano aperti, lasciando centinaia di cittadini senza la possibilità di votare, come a Vancouver, in Canada, oppure dovranno percorrere centinaia o migliaia di chilometri per raggiungere il seggio più vicino, come da Miami a Washington (le distanze in Canada sono ancora maggiori), oppure semplicemente i seggi non erano nemmeno aperti, come ad Abu Dhabi, a Doha, in Slovacchia o in Romania. E tutte queste località disponevano di seggi elettorali durante le ultime elezioni del 2023. Per non parlare dell’ultimo ostacolo: in tutto il mondo i cittadini dovranno votare secondo l’ora di Belgrado; immaginate quindi qualcuno a Pechino, New York o Los Angeles costretto a recarsi al seggio dopo mezzanotte secondo l’ora locale. Ma la diaspora è molto ingegnosa: alcuni organizzeranno un pigiama party per andare a votare Questo tentativo di negarci i diritti costituzionali ha ottenuto il risultato di unire ancora di più la diaspora. Inoltre, è stato riferito che sono state rilasciate più di 200.000 nuove carte d’identità, ma nessuno sa chi siano questi nuovi cittadini. A quanto pare, il registro elettorale unificato in Serbia conta più elettori registrati rispetto al numero ufficiale di cittadini aventi diritto di voto. Un’altra tecnica di manipolazione comune è quella degli “elettori fantasma” (i defunti vengono regolarmente utilizzati in modo improprio per votare). Stanno già arrivando segnalazioni da piccole città in tutta la Serbia secondo cui le schede elettorali e le urne vengono sostituite, con manomissioni criminali del materiale elettorale attualmente in corso in vista del giorno delle elezioni. In uno scenario più realistico, è possibile che entrambe le liste, quella degli Studenti e quella del Partito progressista serbo, rivendichino la vittoria il 25 ottobre, dopodiché ci troveremo di fronte a una lunga situazione di stallo, con la possibilità di un riconteggio di ogni singolo voto. Prolungando e ribaltando il risultato elettorale, il regime ricorrerà probabilmente a tattiche di logoramento, poiché dispone di risorse enormi e ha preso il controllo di tutte le istituzioni. Temo che quando ci riuniremo la notte del 25 davanti alla sede della Commissione Elettorale della Repubblica (RIK in serbo), a Belgrado, che annuncerà i risultati elettorali, ci saranno disordini e provocazioni da parte loro, poiché la RIK si trova nell’edificio dell’Assemblea Nazionale della Repubblica di Serbia (il vecchio Parlamento) in via Kralja Milana, proprio di fronte al Parco Pionirski, dove da oltre un anno è situato un insalubre accampamento paramilitare-mafioso chiamato “Ćaciland“. Affermando che forze esterne e interne fomenteranno disordini, l’ex presidente sta semplicemente gettando le basi per sconfessare proprio quelle azioni che continua a ispirare. Foto di Miloje Savić     Anna Polo
October 24, 2026
Pressenza
Milano, flash mob per la libertà di tutti i prigionieri politici palestinesi – VIDEO
Preparato a lungo, centinaia di nomi dei prigionieri politici palestinesi scritti su stoffe, si erano cercati tutti, ma nessuno li aveva. Prove, istruzioni, dettagli, tutti i compiti curati. Comunicazioni alla Questura, ricerca e attenzione per gli ultimi particolari. Si arriva al giorno fissato, venerdì 23 ottobre e piove. Le previsioni sono incertissime, l’appuntamento è alle 17.45 per iniziare puntualissimi alle 18, la luce naturale ci darà mezz’ora di tempo. Sappiamo che sabato, la piazza sarà inagibile e poi scatta l’ora legale. È l’ultima chance. Tutti sotto gli ombrelli ad aspettare. Alle 17.55 spiove e il cielo si apre. Subito a disporsi, ultime istruzioni per chi sa poco. Si parte. Volevamo essere in 100, siamo almeno 120. Quattro giovani svizzeri si avvicinano commossi ed emozionati, vogliono sapere, vogliono unirsi; anche loro a Berna fanno queste cose. 15 bandiere davanti, cartelli disegnati e stampati da Rita, che da mesi disegna le locandine che girano per tutta Italia; si ricordano i numeri pazzeschi (9/10mila prigionieri nelle carceri israeliane), centinaia di donne e bambini, 4.000 desaparecidos, centinaia di morti sotto le torture. Un crimine nel crimine, il punto più basso di un sadismo volto a spezzare in tutti i modi l’esistenza di un popolo, colpendolo nei corpi e nelle anime, dolori che si propagano a familiari, amici, all’intera comunità. Luoghi infernali dove nessuno può entrare, dove siamo sicuri che la realtà superi l’immaginazione, dove chi esce è più morto che vivo. Traumi che non passeranno mai. Noi, qui. Che differenza fa che questi buchi neri siano dietro l’angolo o a qualche migliaio di chilometri di distanza? Stanno avvenendo ORA, questo è il punto, avvengono ogni ora, ogni giorno, nell’impunità totale. Sfilano in un lento cerchio i nomi, portati a testa bassa da uomini e donne in nero. Francesca Albanese nel suo report “Tortura e genocidio“, lo ha ben documentato. Nessuno, tanto meno i governi, può e potrà dire che non sapeva. E così in piazza Duomo, come si fa ogni giorno da quasi 500 giorni, si sfila in cerchio mentre musiche di dolore si susseguono. Poche le parole, in italiano e in inglese, per i tanti turisti che si aggirano, osservano, riprendono, emozionati anch’essi. Anche oggi nessun giornalista, ma ci siamo abituati, ci sorprendiamo quando avviene il contrario. Qualche giorno fa si aggiravano decine di giornalisti in cerca di possibili, ulteriori scontri o per documentare quanto fosse presidiata la piazza: non uno venne a chiederci chi fossimo, mentre in decine e decine, con moltissime bandiere e i nostri cartelli, occupavamo un quarto della piazza. E ieri si finisce, ormai al buio; si sono ricordati anche i nomi dei quattro prigionieri palestinesi nelle carceri italiane, arrestati, di fatto, per ordine di Israele. Alla fine, uno struggente canto palestinese, “Yamma mwel el hawa”, cantato da Silvia Zaru. Alle 19 si raccolgono con la massima cura le decine di strisce con i nomi dei prigionieri, come fossero loro con le loro membra stanche. Da ieri il gruppo di piazza Duomo è ancora più unito, ha fatto qualcosa di importante, la cui energia spera arrivi a superare il mare e i muri spessi di quelle carceri che devono aprirsi al più presto. Ne va della nostra, dell’intera umanità. Andrea De Lotto
October 24, 2026
Pressenza
Il cemento in Piazza della Libertà a Monterotondo e la beffa di monopattini e bici elettrici
Leggere la delibera che introduce 200 biciclette e monopattini elettrici in sharing mi ha riportato alla memoria un ricordo di molti anni fa e, in apparenza, completamente scollegato dal testo che leggevo. Abito a Monterotondo da anni, ma non sono di qui. Così come accade a tutte le persone “immigrate”, possiamo cogliere meglio aspetti, convenzioni, abitudini e costumi che non conosciamo perché appartengono, di rito, al luogo “originario”. Motivo per cui spesso “noi stranier*” siamo più attent* a dettagli da decodificare. Il ricordo era il seguente: nel palazzo dove eravamo andati ad abitare all’inizio, nel cuore del centro storico, dovevamo decidere a quali lavori condominiali dare la precedenza – il portone su strada o una sistemazione più accurata delle scale anche per maggiore sicurezza. Non era un problema economico, ma sulle scale si sorvolò e sul portone no e così si dovettero accettare anche le lucide targhette in ottone con nomi incisi in nero e con grafia rigorosamente riccioluta. Queste decisioni mi disorientarono, perché mi sembrava assurdo il “maquillage” del portone al posto della sicurezza e rinascita delle scale. Mentre leggevo questa ordinanza ho ritrovato gli stessi, identici condizionamenti: la facciata prima di tutto, ma a oltre ciò si coglie una sorta di contraddizione concettuale e decisionale. Anche le osservazioni e critiche più tecniche dell’Associazione Centro Storico in Movimento, che qui riportiamo, colgono lo stesso sdoppiamento. Voluto o non compreso? C’è un cortocircuito politico e concettuale insanabile che lega le ultime decisioni dell’Amministrazione Comunale di Monterotondo in materia di ambiente, mobilità e tutela del territorio, caratterizzato da una difesa cieca e sorda dalle istanze della cittadinanza. Da un lato la blindatura ad ogni costo del project financing su Piazza della Libertà, con il rischio di abbattimento dei 24 alberi ad alto fusto e la chiusura a riccio verso la cittadinanza, i comitati e le associazioni di tutela come Italia Nostra; dall’altro la Delibera di Giunta n. 318 del 6 ottobre 2026 che approva l’arrivo di 200 veicoli in sharing (100 monopattini ed e-bike) gestiti da Lime, sbandierandoli come un traguardo in coerenza con il PAESC (Piano d’Azione per l’Energia Sostenibile e il Clima). Mettere a confronto questi atti fa emergere la profonda contraddizione di una politica che usa la sostenibilità solo come slogan, smentendo nei fatti le sue stesse scelte passate e ignorando il forte dissenso della città. La contraddizione del CO2: attrarre auto in centro e spacciare la micro-mobilità come soluzione Il cortocircuito più vistoso riguarda proprio il bilancio delle emissioni di anidride carbonica. L’Amministrazione sostiene di voler ridurre le emissioni introducendo la mobilità elettrica in sharing, ma la realtà scientifica smentisce clamorosamente questa narrazione su entrambi i fronti: Il parcheggio in centro induce CO2 e cementifica il verde. Costruire un parcheggio interrato per 160 posti a pagamento ed erigere al centro di una storica piazza un centro commerciale alto oltre 16 mt. funziona come un magnete per il traffico veicolare. Invece di scoraggiare l’uso dell’auto, si attirano centinaia di veicoli al giorno direttamente nel centro cittadino, moltiplicando le emissioni di CO2 da tubo di scappamento. A questo si aggiunge un danno irreparabile: l’abbattimento di 24 alberi storici adulti ad alto fusto di cui due monumentali – e la creazione di un’isola di calore – che oggi costituiscono la sola ed effettiva “spugna naturale” in grado di assorbire tonnellate di CO2 e mitigare l’effetto isola di calore. I monopattini in sharing generano CO2 invece di toglierla: numerose analisi del ciclo di vita (LCA) pubblicate dalla letteratura scientifica internazionale dimostrano che i monopattini elettrici in sharing non sono affatto a impatto zero. La loro produzione, il recupero notturno con furgoni termici per la ricarica, la manutenzione e la breve durata delle batterie generano ingenti emissioni di carbonio. Inoltre, i dati mostrano che i monopattini non sostituiscono i viaggi in automobile, ma sottraggono utenti agli spostamenti a piedi, o al trasporto pubblico. Il paradosso è servito: da un lato si promuove un’opera che genera traffico, in contrasto col paesaggio storico e urbanistico e cancella chi l’anidride carbonica la assorbe davvero (gli alberi); dall’altro si introducono mezzi che producono ulteriore CO2 nella filiera di gestione, spacciandoli per la soluzione ecologica. Mentre la Giunta di Monterotondo presenta questa operazione come “innovativa”, il panorama internazionale sta drasticamente voltando pagina. Il caso Parigi e le grandi metropoli Città come Parigi hanno completamente vietato i monopattini elettrici in noleggio libero a seguito di referendum popolari, mentre Roma e Milano hanno dovuto applicare tagli drastici alle flotte, imponendo stalli fisici rigidi per arginare il degrado urbano, gli sprechi e la sosta selvaggia sui marciapiedi. L’illusione dei parcheggi virtuali Affidarsi a “parcheggi virtuali” e semplici foto via app non risolve il problema. Senza infrastrutture dedicate e rastrelliere meccaniche, i mezzi continuano a essere abbandonati in posizioni che creano barriere architettoniche per disabili, anziani e passeggini, scaricando sui cittadini i disagi e sulle forze dell’ordine comunali i costi di controllo e rimozione. Inoltre, introdurre 200 veicoli in sharing senza una preventiva e adeguata pianificazione infrastrutturale espone la cittadinanza a concreti rischi per la salute e la sicurezza stradale. Zero piste ciclabili protette e fondo stradale sconnesso Monterotondo presenta una rete viaria caratterizzata da strade strette, pavimentazioni sconnesse, buche e una totale assenza di una maglia capillare e protetta di piste ciclabili. Inserire monopattini ed e-bike in mezzo al traffico veicolare ordinario significa esporre gli utenti a un elevatissimo rischio di incidenti stradali. I dati clinici ed epidemiologici sui traumi Studi pubblicati su riviste scientifiche internazionali come Nature e dati dei pronto soccorso evidenziano che la guida dei monopattini elettrici registra tassi di traumi cranici, maxillo-facciali e toracico-addominali notevolmente superiori rispetto alle biciclette tradizionali, a causa del baricentro alto, delle ruote piccole e della ridotta stabilità. Peraltro, dallo studio della delibera emerge che il Corpo di Polizia Locale abbia espresso sulla delibera un parere favorevole esclusivamente con prescrizioni, consapevole delle enormi difficoltà di gestione dei controlli, delle sanzioni e della sicurezza stradale in un contesto urbano non predisposto. La strategia del “doppio binario”: due progetti per nascondere la stessa visione sbagliata L’Amministrazione Comunale gioca volutamente la carta dei “due interventi distinti”: da una parte il project financing su Piazza della Libertà, dall’altra l’attivazione del noleggio dei monopattini in sharing. Presentarli come due capitoli separati serve a far credere che si stia lavorando su fronti diversi della modernizzazione cittadina. La realtà, però, è un’altra: è un unico disegno amministrativo incoerente e privo di pianificazione organica – ossimoro per una Giunta comunale targata PD – in cui siede con la carica di Vicesindaco un esponente dei Verdi (AVS) che cumula l’incarico di Assessore al Verde e all’Urbanistica. Non si possono separare le scelte quando l’impatto sul territorio è il medesimo: si cementifica il verde pubblico consolidato e si consegnano gli stalli ai privati per 21 anni tramite project financing su un versante, mentre sull’altro si introducono sul territorio monopattini come “scelta Green”. Un disegno sordo alle istanze della comunità, come dimostrano le oltre 8.500 firme raccolte in queste ore da cittadine e cittadini nettamente contrari a questo progetto, un dissenso enorme che l’amministrazione continua ostinatamente a ignorare, nonostante le sia stato ribadito in tutte le salse. Parlare di due interventi autonomi è solo una tattica per sviare l’attenzione dal cortocircuito principale: distruggere la natura vera per sostituirla con la finta sostenibilità a uso e consumo dei privati in totale contrapposizione agli obiettivi del PAESC.     Tiziana Pozzessere
October 23, 2026
Pressenza
Milano, presidi per la Palestina anche a Dergano e Bovisa
In Piazza Duomo da ormai quasi 500 giorni ci sono cittadine e cittadini che non vogliono arrendersi alla normalizzazione del genocidio e della disumanità. È una presenza silenziosa, che però fa urlare i cartelli portati al collo dalle persone che ogni giorno scelgono di esserci. Da qualche settimana, ispirandosi proprio all’esperienza di Piazza Duomo, anche diversi quartieri di Milano hanno organizzato un’ora di presidio, adottando le stesse modalità: bandiere, cartelli al collo e presenza silenziosa. Quindici giorni fa, in Piazza Dergano, si sono ritrovate un centinaio di persone. Ieri sera, in Bovisa, precisamente in Piazza Bausan, erano una sessantina, tutte lì a ribadire che no, non si può rimanere indifferenti. «Restiamo umani» «Stop genocidio» «Palestina libera» Tanti i cartelli esposti nella piazza, tante le voci che, pur senza alzarsi, hanno scelto di non tacere. Speriamo che quest’onda continui ad allargarsi e che i presidi si moltiplichino in tutti i quartieri della città. Perché non abituarsi all’orrore è una scelta. E continuare a esserci è un modo per dimostrarlo. Redazione Milano
October 23, 2026
Pressenza
Scritte razziste e simboli nazisti al liceo Cavour di Roma. Rete Studenti Medi Lazio: “La scuola non può essere uno spazio di odio”
Questa mattina nei bagni maschili del Liceo Scientifico Cavour di Roma sono comparse scritte a sfondo razzista accompagnate da croci celtiche, suscitando indignazione all’interno della scuola. La comunità studentesca ritiene inaccettabile che le scuole siano teatro di messaggi di odio e simbologie fasciste. Questo episodio si inserisce in un clima sempre più preoccupante di intolleranza verso le persone con background migratorio, alimentato anche da politiche istituzionali che rischiano di legittimare discriminazione ed esclusione, come il tetto del 30% agli studenti stranieri nelle classi. “Queste sono le conseguenze del clima d’odio che il Governo Meloni sta alimentando da giorni” dichiara Simone Montori, coordinatore regionale della Rete degli Studenti Medi del Lazio. “Invece di affrontare i problemi che l’Italia sta vivendo, si cerca di trovare di volta in volta un colpevole, che porta alla nascita di eventi come questi.” Non possiamo permettere che le nuove generazioni si abituino alla presenza di simboli fascisti e messaggi razzisti nella quotidianità scolastica. La scuola deve essere uno spazio di inclusione, democrazia e antifascismo, in cui ogni studentessa e ogni studente possa sentirsi accolto e rispettato. Di fronte al razzismo e al fascismo non possiamo restare in silenzio: le nostre scuole devono essere presìdi di libertà, uguaglianza e solidarietà. Anche per questo, il sindacato studentesco rilancia la mobilitazione dello sciopero generale del 20 novembre a Roma. Redazione Roma
October 23, 2026
Pressenza
Livorno, nave con droni diretti a Sigonella ancora ferma. I portuali si rifiutano di caricarla
Nella tarda serata di ieri gli attivisti e le attiviste della Global Sumud Flotilla sono stati rilasciati, dopo un fermo di alcune ore. Le barche che hanno partecipato all’azione coordinata sono ancora sotto sequestro. Dopo sei ore di blocco in mare e presidio davanti al varco, la nave è entrata nel terminal Darsena Toscana. Immediata la proclamazione di sciopero. Il turno di notte si è rifiutato di lavorare. Anche il secondo turno della mattina ha deciso di aderire allo sciopero. La nave è ferma. Stiamo parlando della Sunaid X, una porta container che viene utilizzata per rifornire la base americana di Sigonella. Attualmente sarebbero 4 i contenitori “sospetti” al cui interno vi sono batterie per droni, equipaggiamenti militari, gas e propellenti. La base di Sigonella è stata utilizzata per sostenere le recenti azioni militari americane in Medio Oriente. Con questa iniziativa vogliano lanciare anche un messaggio allo stato sionista e genocida di Israele, che ha utilizzato proprio quella base per coordinare gli attacchi contro la Global Sumud Flottilla diretta a Gaza. È gravissimo che un porto civile venga utilizzato per movimentare materiale militare ponendo il nostro Paese in complicità con guerre che sarebbe esplicitamente vietata dalla nostra Costituzione e che producono carovita crescente, con aumenti del costo della benzina, dei beni alimentari e delle bollette. I lavoratori non saranno complici! Verso lo sciopero generale e internazionale del 30 ottobre. L’iniziativa di Livorno è stata possibile grazie all’impegno coordinato di: No Harbor for Genocide Global Sumud Flotilla Italia Gruppo Autonomo Portuali Livorno Unione Sindacale di Base Livorno Unione Sindacale di Base
October 23, 2026
Pressenza
L’economia sommersa e illegale ha superato i 218 miliardi e i lavoratori irregolari sono 3,27 milioni
Nel 2024 il valore dell’economia non osservata (costituita dalle attività produttive di mercato che sfuggono all’osservazione diretta e comprende, essenzialmente, l’economia sommersa e quella illegale) è stata pari a 218,2 miliardi, in aumento dello 0,3% rispetto al 2023, l’economia sommersa (ovvero al netto delle attività illegali) si è attestata a 198,4 miliardi (+ 0,8 miliardi rispetto all’anno precedente), il valore delle attività illegali è sceso  a 19,8 miliardi e le unità di lavoro irregolari, infine, sono state circa 3 milioni 277mila, con un incremento di oltre 145mila unità rispetto al 2023. E’ quanto certifica l’ISTAT con un recente report. Stiamo parlando di cifre da capogiro che non possono non contribuire a far incazzare quella parte di Paese sulle cui spalle si regge il sistema sempre più traballante del welfare e coloro – sempre più numerosi –  che non riescono a mettere insieme il pranzo con la cena. Le principali componenti dell’economia sommersa sono rappresentate dal valore aggiunto occultato tramite comunicazioni intenzionalmente errate del fatturato e/o dei costi (sotto-dichiarazione) o generato dall’impiego di lavoro irregolare. A queste si aggiungono il valore dei fitti non dichiarati, delle mance e un’ulteriore integrazione che emerge dalla riconciliazione fra le stime degli aggregati dell’offerta e della domanda. Quest’ultima contiene, in proporzione non identificabile, effetti riconducibili a fenomeni di natura puramente statistica ed elementi ascrivibili a componenti del sommerso non completamente intercettate dalle consuete procedure di stima. L’economia illegale include sia le attività di produzione di beni e servizi la cui vendita, distribuzione o possesso sono vietati dalla legge, sia le attività che, pur essendo legali, sono svolte da operatori non autorizzati. In conformità con i regolamenti comunitari, le attività illegali incluse nel Pil dei Paesi Ue riguardano la produzione e il commercio di stupefacenti, i servizi di prostituzione e il contrabbando di tabacco. Nel 2024 il valore complessivo dell’economia sommersa si è attestata a 198,4 miliardi di euro, in aumento dello 0,4% (+0,8 miliardi) rispetto all’anno precedente. La sua incidenza sul Pil, pari al 9%, torna sui livelli del 2021, interrompendo la tendenza mostrata nel biennio precedente (9,2% nel 2023 e 9,1% nel 2022). “Il peso del sommerso economico sul valore aggiunto, si legge nel report, raggiunge il 30,7%, nel Commercio, trasporti, alloggio e ristorazione (18,5%) e nelle Costruzioni (17,7%). Si osserva invece un’incidenza più contenuta negli Altri servizi alle imprese (5%), nella Produzione di beni d’investimento (4%) e nella Produzione di beni intermedi (1,4%). La lieve riduzione dell’incidenza complessiva del sommerso economico sul valore aggiunto, che passa dal 10,3% del 2023 al 10% nel 2024, è il risultato di dinamiche settoriali eterogenee. Si osserva una contrazione del sommerso in molti settori, e in particolare negli Altri servizi alle persone (-0,9 punti percentuali rispetto al 2023). Aumenti si registrano, invece, nelle Costruzioni (+1,2 punti, dopo un triennio di sensibili riduzioni), nei Servizi professionali (+0,4 punti) e in Agricoltura (+0,2 punti). La componente riconducibile alla sotto-dichiarazione ha un peso significativo negli Altri servizi alle persone e nelle Costruzioni, dove rappresenta in entrambi i casi il 10,8% sul valore aggiunto del settore, nel Commercio, trasporti, alloggio e ristorazione (10,7%) e nei Servizi professionali (10,3%). Il fenomeno risulta invece più contenuto nell’Istruzione, sanità e assistenza sociale (3%), nella Produzione di beni di investimento (2,7%), negli Altri servizi alle imprese (2,5%) e nella Produzione di beni intermedi, energia e rifiuti (0,5%)”. Come si diceva, ad aumentare ancora è anche il lavoro irregolare (ovvero quelle posizioni lavorative per le quali non viene rispettata la normativa vigente in materia fiscale e contributiva, nonché quelle relative ad attività illegali e, quindi, non osservabili direttamente presso le imprese, le istituzioni e attraverso le fonti amministrative). Nel 2024 le unità di lavoro a tempo pieno (Ula) in condizione di non regolarità sono state ben 3 milioni e 277mila, di cui 2 milioni e 396mila unità sono occupate come dipendenti. Rispetto al 2023, il lavoro irregolare è aumentato del 4,6%, pari a poco più di 145mila Ula. La crescita è stata più sostenuta per la componente dipendente, che è aumentata del 5,4% (+121,8mila Ula dipendenti), ad un ritmo circa doppio rispetto a quella indipendente, in aumento del 2,7% (+23,4mila Ula indipendenti). “L’incremento del tasso di irregolarità, sottolinea l’ISTAT,  è dovuto alla forte crescita del lavoro non regolare, la cui dinamica (+4,6%) è circa tre volte superiore a quella della componente regolare. Quest’ultima mostra nel 2024 un aumento dell’1,6% (circa +339mila Ula), esclusivamente per la componente dipendente, che cresce del 2,9% (+437,5mila Ula regolari dipendenti). Le Ula indipendenti regolari registrano invece una diminuzione dell’1,6% (-98,5mila Ula regolari indipendenti). Il tasso di irregolarità si conferma più elevato tra i dipendenti (13,2%) rispetto agli indipendenti (12,7%). Prosegue, tuttavia, la tendenza alla riduzione del divario tra le due componenti, in atto dal 2018. Nell’ultimo anno si riscontra un aumento di 0,3 punti percentuali del tasso di irregolarità per le unità di lavoro dipendenti e di 0,5 punti percentuali per quelle indipendenti”. I comparti nei quali si osserva l’aumento più consistente del tasso di irregolarità sono gli Altri servizi alle persone (+0,9 punti percentuali), l’Agricoltura, Silvicoltura e Pesca e le Costruzioni (+0,8 punti in entrambi). Crescite più contenute si rilevano nel Commercio, trasporti, alloggio e ristorazione e nella Produzione di beni di investimento (+0,5 punti percentuali per entrambi), nella Produzione di beni intermedi, energia e rifiuti (+0,3 punti), nella Produzione dei beni alimentari e di consumo (+0,2 punti) e nei Servizi professionali (+0,1 punti). Qui il report dell’ISTAT: https://www.istat.it/wp-content/uploads/2026/10/Econonomia-non-osservata-2024.pdf.     Giovanni Caprio
October 23, 2026
Pressenza