Tag - europa

La mia esperienza di volontario al Rifugio Massi di Oulx. Intervista a Corrado Alberti
A marzo l’intervista a Silvia Massara aveva descritto le attività del Rifugio Massi di Oulx, vicino al confine tra Italia e Francia in supporto ai migranti che decidono di attraversarlo. Da allora per il taglio di fondi pubblici l’apertura è stata ridotta alle ore notturne, dalle 20 di sera alle 8 di mattina e la presenza dei volontari è diventata più importante per coprire le ore diurne. Ne parliamo con Corrado Alberti, che è già stato varie volte al rifugio, l’ultima ai primi di luglio. Che situazione hai trovato rispetto alle visite precedenti? Nelle mie prime visite gli operatori pagati erano nove, ma i problemi economici hanno costretto a ridurre il loro numero. Il loro compito rimane quello della pulizia delle stanze dove alloggiano i migranti, la preparazione della colazione e della cena e la presenza notturna per accogliere chi arriva tardi. I problemi logistici sono aumentati: attività che si svolgevano quando il rifugio era aperto dalle 17 alle 10 del mattino dopo si sono anticipate dalle 6 alle 8 del mattino (per esempio fare le lavatrici, stendere e ritirare il bucato, rifornire il magazzino di vestiti e scarpe). Data la stagione, ora c’è meno bisogno di abiti invernali; l’attesa dei migranti per ricevere l’abbigliamento necessario al passaggio della frontiera in montagna ora avviene nella piazzetta dietro il rifugio e non più al suo interno. La distribuzione di vestiti e scarpe si svolge come prima in una saletta adibita a questo scopo. C’è però un aspetto positivo: i due container procurati da Rainbow for Africa, arrivati da poco e posizionati nel piazzale della stazione, dove arrivano pullman e treni, sono adibiti uno a visite mediche e consulenza legale e l’altro a magazzino per tavoli e gazebo che vengono usati per il pranzo. Quando il rifugio apre alle 20 si ripetono le attività mattutine (lavatrici, ecc), svolte da volontari fino alle 22, alternandosi con quelli della mattina. Ci sono persone che vengono da Torino e dalla Val Susa tutte le settimane, in giorni fissi. Cosa fanno i migranti per tutto il giorno, visto che alle 8 di mattina devono uscire dal rifugio? Quelli che sono arrivati la sera prima, hanno dormito al rifugio e sono vestiti in modo adeguato, sono pronti a prendere il pullman per Claviere, al confine dalla parte italiana; ai minori viene spiegato che hanno il diritto di essere accolti in Francia e in effetti, dopo i controlli dei documenti, in genere riescono a passare la frontiera. Chi di loro ha un po’ di soldi una volta in Francia prende il pullman per Briançon, dove viene accolto dall’associazione Terrasses Solidaires. Gli altri a Claviere prendono il sentiero di montagna che, se non vengono fermati dai gendarmi francesi, li porterà a Briançon e all’accoglienza dei volontari con cui il rifugio Massi ha un rapporto di collaborazione. Chi arriva durante il giorno viene accolto alla stazione da due o tre volontari e riceve le indicazioni per mangiare, bere e riposarsi in un gazebo. Se ha problemi sanitari può essere visitato da medici, anche loro volontari, mentre l’assistenza legale viene fornita quattro volte alla settimana. In questo caso i migranti si fermano fino a poter parlare con l’avvocato, messo a disposizione dalla comunità valdese. E’ un momento di ascolto e accoglienza, per capire cosa vogliono fare, che esigenze hanno, qual è la loro storia, eccetera. A volte c’è qualche problema linguistico, facilitato in alcuni casi dalla presenza di interpreti. In genere questi volontari sono giovani, parlano più lingue (come minimo l’inglese) e fanno parte di associazioni come Mediterranea Saving Humans, No Name Kitchen e Rainbow for Africa, mentre i volontari più anziani, come me, si dedicano alle lavatrici e al bucato. I volontari si occupano del pranzo, che viene servito sui tavoli e sotto il gazebo. I migranti restano nel piazzale della stazione fino a quando il rifugio non apre alle 20. A volte li coinvolgiamo in giochi da tavolo (carte, puzzles ecc) e questo crea momenti di condivisione e allegria. Ci sono problemi con la popolazione? I bagni della stazione chiudono alle 17 e questo crea un problema pratico evidente, oggetto a volte di lamentele. Devo dire che il comandante della locale stazione dei carabinieri ha un buon rapporto con il rifugio e ci ha offerto di usare il loro bagno. Il Comune di Oulx, di destra, invece, non è affatto disponibile a venire incontro alle esigenze dei migranti, nemmeno quando si tratta di donne incinta e bambini piccoli. Tra i volontari però c’è anche gente di Oulx, o della zona, che coordinano per esempio la raccolta dei vestiti e i turni. Che cosa ti ha dato e ti sta dando questa esperienza? Il primo impatto è stato forte: entrare in contatto diretto con persone che raccontano il loro viaggio e le loro sofferenze mi ha messo davanti una realtà molto crudele e provocata da scelte politiche precise (respingimenti, accordi con la Libia e la Tunisia eccetera). Mi ha aiutato sentirmi parte di una comunità solidale costituita da gente della mia età e da giovani molto attivi, di diverse parti d’Italia e di altri Paesi, soprattutto europei, che mi hanno dato speranza nel futuro per il loro atteggiamento aperto e positivo nonostante il mondo vada in una direzione violenta e distruttiva. Mi sento utile e vedo subito i risultati del mio impegno e questo mi dà la carica e l’energia per continuare la mia presenza al rifugio. Sentire l’umanità che ci lega al di là delle differenze è un’esperienza arricchente, che consiglio anche come percorso educativo per mettersi nei panni di chi è meno fortunato di noi. Per maggiori informazioni visitare il sito della Fondazione Talità Kum.               Anna Polo
July 21, 2026
Pressenza
A volte dal Parlamento arriva anche qualche buona notizia
Non sono frequenti le buone notizie dal Parlamento. Eppure, in questi ultimi giorni i nostri eletti approvando la legge “Liberi di scegliere” e un emendamento alla legge elettorale ci hanno meravigliato per ben due volte. Mercoledì 15 luglio il Senato ha approvato all’unanimità il disegno di legge chiamato “Liberi di scegliere”, che garantisce assistenza e protezione a minori e madri in fuga da ambienti mafiosi. La Camera lo aveva approvato il 1° luglio scorso e, quindi, con la delibera finale, la legge estende a tutto il territorio nazionale il protocollo Liberi di scegliere, avviato nel 2012 su iniziativa del magistrato Roberto Di Bella, allora presidente del Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria, ora a Catania. Alla buona riuscita del progetto hanno contribuito anche Libera e la Conferenza episcopale italiana (Cei), che hanno favorito il trasferimento e il reinserimento delle donne e dei minori che hanno scelto di allontanarsi dai contesti mafiosi. “La legge approvata – ha sottolineato Luigi Ciotti in occasione del voto – è motivo di enorme gioia, per chi come noi da anni sperimenta i problemi di donne, bambini e ragazzi che cercano la propria libertà e dignità lontano dai contesti mafiosi di origine, a costo di affrontare minacce e rischi concreti”. Il testo prevede misure di tutela, come il trasferimento in luoghi protetti e il cambio dei documenti, forme di supporto economico, psicologico e sociale e strumenti per favorire l’inserimento lavorativo e la prosecuzione degli studi. I beneficiari del programma Liberi di scegliere sono: i figli di persone indagate, imputate o condannate per associazione mafiosa oppure finalizzata al narcotraffico, o ancora per delitti commessi con l’aggravante del metodo mafioso, ma la platea è stata allargata anche ai minori di persone coinvolte in procedimenti per associazione a delinquere semplice (un’apertura che ha fatto discutere); i minori coinvolti nella commissione di questi reati che manifestino la volontà di allontanarsi dal contesto criminale; minorenni vittime di violenza o intimidazione da parte delle organizzazioni criminali; i giovani fino ai 25 anni che erano già beneficiari da minorenni e confermano la volontà di allontanarsi dalle famiglie; i genitori, o chi esercita la responsabilità genitoriale, che scelgono di allontanarsi insieme ai figli. La legge si applica solo quando non ricorrono i presupposti per l’ammissione ai programmi già previsti per i collaboratori di giustizia o i testimoni di giustizia. Il Procuratore per i minorenni può muoversi a seguito di denunce, segnalazioni di servizi sociali o scuole, su istanza diretta della persona interessata, oppure dopo aver ricevuto informazioni emerse nel corso di indagini della procura su mafia e traffici di droga che coinvolgano minori a rischio. La nuova legge prevede che i vertici della Procura ordinaria informino i colleghi della Procura per i minorenni sui procedimenti penali che coinvolgono genitori accusati o condannati per mafia, in modo da far scattare tempestivamente le verifiche sulle condizioni di vita dei figli minori, per verificare se la loro crescita e la loro integrità sia a rischio. In attesa della pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, il testo approvato è disponibile sul sito del Senato e il dossier parlamentare è pubblicato sul sito della Camera dei deputati. Per consentire ai cittadini di vota in un Comune diverso da quello di residenza, la Camera dei deputati nei giorni scorsi ha approvato all’unanimità anche un emendamento alla discutibilissima legge elettorale da tanti ritenuta palesemente incostituzionale. L’ISTAT stima che nel nostro Paese siano circa 4.9 milioni le persone alle quali viene sistematicamente preclusa la possibilità di esercitare il diritto di voto. Si tratta soprattutto di giovani tra i 18 e i 35 anni che si spostano per motivi di studio o alla ricerca del primo impiego. Moltissimi di loro provengono dalle regioni del Sud, dalle quali sono costretti a emigrare verso il Nord Italia a causa delle scarse opportunità offerte nei loro territori. Come evidenziato nel rapporto “Fuori sede al voto: realtà in Europa, miraggio in Italia” elaborato da The Good Lobby e Comitato Iovotofuorisede, con l’eccezione di Cipro e Malta, piccole isole che non necessitano di sistemi per votare da remoto, l’Italia è l’unico Paese europeo a non permettere il voto ai fuori sede. La norma introdotta nella legge elettorale prevede la possibilità che, attraverso l’iscrizione in un apposito albo, chi per motivi di studio, lavoro o cure mediche abita lontano dal proprio Comune di residenza, eserciti il diritto di votare dove è temporaneamente domiciliato. “In questi anni di campagna – ha sottolineato l’organizzazione non profit The Good Lobby – insieme a Will Media e tutta la Rete Voto Fuorisede siamo riusciti a compattare la maggioranza su un tema inizialmente divisivo, rendendolo così trasversale che anche le opposizioni hanno votato a favore dell’emendamento. Fino all’ultimo abbiamo lavorato, in stretto dialogo con i decisori politici, per proporre riformulazioni che migliorassero il testo. Il requisito per chi si sposta per motivi di cura, per esempio, è stato ridotto a tre mesi ed è stata introdotta una seconda finestra di registrazione per chi acquisisce lo status di fuorisede fino a quarantacinque giorni prima delle elezioni. Si tratta di un risultato significativo, ma il percorso non è concluso. Per diventare legge dello Stato ed essere applicata alle prossime elezioni Politiche, alle Europee e ai Referendum, la riforma deve completare il suo percorso istituzionale. Restano ancora alcuni punti che, per le organizzazioni che da anni si battono per questo risultato, a partire dalla Rete Voto Fuorisede, sarebbero da modificare, come la soglia temporale di 9 mesi per rientrare nella categoria dei fuori sede e, quindi, avere diritto a votare nel nuovo domicilio. Un requisito da abbassare perché escluderebbe numerose categorie di persone. Per chi si trova invece lontano da casa per motivi documentati di cura, il requisito minimo è di tre mesi. Giovanni Caprio
July 21, 2026
Pressenza
Traffici di armi: venerdì 24 luglio alle 8:30 presidio davanti a Palazzo Tursi a Genova
Venerdì 24 luglio 2026 alle 8:30 Palazzo Tursi – Via Garibaldi 9, Genova Il CALP – Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali di Genova e USB Mare e Porti Genova chiamano le lavoratrici, i lavoratori e tutta la cittadinanza a partecipare al presidio convocato per venerdì 24 luglio, alle ore 8.30, davanti a Palazzo Tursi, in via Garibaldi 9, in concomitanza con la nuova seduta della Commissione consiliare dedicata all’istituzione dell’Osservatorio consiliare permanente per la trasparenza, la sostenibilità etica e la sicurezza dei lavoratori del Porto di Genova. L’Osservatorio rappresenta uno strumento necessario per garantire trasparenza sui traffici che attraversano il porto, tutelare la sicurezza di chi lavora sulle banchine e affermare il principio che il Porto di Genova non possa essere considerato un semplice ingranaggio della logistica militare e dell’economia di guerra. La seduta della scorsa settimana si è conclusa anticipatamente dopo momenti di forte tensione, mentre la discussione sull’Osservatorio veniva ancora una volta spostata su questioni procedurali e polemiche politiche, anziché concentrarsi sui contenuti e sulle responsabilità concrete delle istituzioni. In quelle circostanze, la reazione di un lavoratore portuale è stata descritta pubblicamente attraverso una narrazione che tende a isolare pochi minuti di tensione dal contesto politico, umano e lavorativo nel quale sono maturati. Non intendiamo negare la durezza del confronto. Rifiutiamo però ogni tentativo di criminalizzare la rabbia di chi, da anni, denuncia il transito di armamenti, l’assenza di informazioni sui carichi movimentati e i rischi ai quali vengono esposti quotidianamente i lavoratori portuali e l’intera città. La discussione non può essere ridotta al tono di voce di un portuale. Il problema reale è ciò che transita nel porto, chi ne è informato, quali rischi ricadono sui lavoratori e quale ruolo la città di Genova intenda assumere di fronte alla guerra e al commercio delle armi. Un lavoratore portuale non era presente in quella sede per difendere interessi personali, ma per portare la voce di lavoratori che chiedono da anni trasparenza, sicurezza e la possibilità di non essere resi complici della movimentazione di carichi destinati ad alimentare guerre e massacri. Le responsabilità politiche e istituzionali non possono essere cancellate trasformando la protesta sociale in un problema di ordine pubblico. Le eventuali divergenze sui comportamenti individuali non devono diventare il pretesto per interrompere, rallentare o svuotare il percorso di istituzione dell’Osservatorio. Per queste ragioni chiediamo alla cittadinanza di essere presente. Chiediamo che la Commissione riprenda e concluda i propri lavori, che il regolamento venga approvato senza ulteriori rinvii e che l’Osservatorio sia dotato di strumenti reali, accesso alle informazioni e capacità effettiva di controllo.Per la trasparenza sui traffici portuali. Per la sicurezza delle lavoratrici, dei lavoratori, delle cittadine e dei cittadini. Contro la logistica della guerra. Per un Porto di Genova realmente porto di pace. CALP – Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali di Genova USB Mare e Porti Genova Unione Sindacale di Base
July 21, 2026
Pressenza
La proposta di legge sul blocco navale viola il diritto internazionale
Sei esperti delle Nazioni Unite hanno avvertito l’Italia, in una lettera resa pubblica il 6 luglio, che la proposta di legge sul cosiddetto blocco navale violerebbe il diritto internazionale in materia di diritti umani e protezione dei rifugiati. Chi attraversa il Mediterraneo centrale rischia già la vita per cercare protezione. Questa proposta renderebbe i soccorsi in mare ancora più difficili. La proposta consentirebbe alle autorità di impedire ad alcune navi di soccorso di entrare nelle acque italiane fino a sei mesi, invocando in modo generico ragioni di “sicurezza nazionale” La proposta prevede inoltre che le persone soccorse in mare possano essere trasferite in Paesi terzi, allontanando l’Italia dalle proprie responsabilità in materia di asilo e protezione. Il diritto internazionale è chiaro: chi è in pericolo in mare deve essere soccorso e protetto. Questa proposta si inserisce in un più ampio e continuo processo di limitazione delle attività SAR nel Mediterraneo. Dal 2023, le navi delle ONG sono state sottoposte a fermo amministrativo 42 volte. Le conseguenze sono più vite in pericolo e maggiori sofferenze. Questa proposta non deve diventare legge. L’Italia deve mettere la tutela della vita e della dignità delle persone al centro delle proprie politiche migratorie. Medecins sans Frontieres
July 20, 2026
Pressenza
2001-2026 Genova Social Forum ReLoad: un mondo migliore è più che mai necessario
Erano le 19 di ieri sera, domenica 19 luglio, quando il corteo nazionale in ricordo dei fatti di Genova di venticinque anni fa ha raggiunto finalmente la meta in Piazza De Farraris. In un tripudio di botti e fuochi d’artificio e slogan gridati al ritmo di Sia-mo-tut-ti-Car-lo-Giu-lia-ni, Sia-mo-tut-ti-Car-lo-Giu-lia-ni, lo striscione con la scritta Nessun Rimorso a caratteri cubitali guadagnava il pieno centro-città e mentre alcuni cercavano un po’ di refrigerio intorno alla fontana, risultava più che mai evidente la copresenza di almeno tre generazioni: quella dei nonni, quella dei padri&madri, e quella dei figli&nipoti. Quelli che in quei giorni del 2001 c’erano o magati no, ma oggi erano comunque qui e ben più numerosi di loro, quelli che allora erano proprio piccoli o neppure nati. Quanti saremo stati? Dicono non più di 10 mila, meno delle aspettative. Sicuramente avrà pesato il caldo e anche i controlli a tappeto su tutti i punti di accesso alla città di Genova: stazioni ferroviarie, caselli autostradali, io stessa insieme a una mia amica arrivate a Genova Principe abbiamo dovuto esibire i documenti, attendere per tot minuti il via libera da chissà quale ‘centrale operativa’… e insomma sì, Genova ieri di nuovo blindatissima, sicuramente in modo meno invasivo e repressivo di venticinque anni fa, ma comunque blindatissima. In compenso c’erano tutte le possibili bandiere: manifestazione colorata, variegata, anche giustamente arrabbiata, organizzata da una vasta rete di movimenti, collettivi, associazioni, spazi sociali, anche grazie alla concomitanza con l’Assemblea No Kings che si è tenuta sabato. E non potevano mancare le testimonianze di Lena Zuhlke e Mark Covell, gli attivisti “internazionali” che subirono il massacro della Diaz 25 anni fa. Il povero Mark anche questa volta non potrà ripartire da Genova con un buon ricordo: causa-caldo è stato colto da un malore ed è stato subito soccorso dal servizio sanitario. I nostri migliori auguri. La manifestazione avrebbe dovuto prendere il via alle 15.30 da Piazza Alimonda, ribattezzata dai collettivi Piazza Carlo Giuliani e invece è stata parecchio ritardata dall’attesa dello “spezzone giovani”, che già dalle 14.30 si era data appuntamento davanti alla scuola Diaz per un’assemblea dal titolo Prima, durante, dopo il G8: quarant’anni di disobbedienza civile nonviolenta promossa da Extintion Rebellion. Lungi dal limitarsi al confronto assembleare, l’appuntamento ha offerto l’occasione per erigere dinnanzi alla scuola una specie di Colonna Infame “a vergogna dei viventi e a monito dei venturi, com’è usanza della città di Genova (…) perché non si possano dimenticare i fatti accaduti nella notte del 21 luglio quando 346 poliziotti in tenuta antisommossa hanno fatto qui una macelleria messicana…” E solo dopo aver completato e debitamente omaggiato l’installazione, solo dopo aver appeso alla cancellata della Diaz un lungo striscione con la scritta Don’t clean up the blood, eccolo in marcia lo “spezzone giovani”, in direzione di Piazza Alimonda: tra i rulli dei tamburi, scandendo lo slogan Noi La Guer Ra Non La Vo Glia Mo! Noi La Guer Ra Non La Vo Glia Mo! qualcuno di loro si è avvicinato al ceppo in ricordo di Carlo Giuliani al centro della Piazza e accanto ai fiori ha deposto anche un estintore. Come quello che lui aveva tra le mani quando è morto. E solo in quel momento, poco dopo le 17, la manifestazione nazionale si è messa in marcia. C’è stato qualche attimo di tensione quando è passata davanti alla sede di Casa Pound e un gruppetto ha eretto un “muro di cartone” proprio davanti all’ingresso della sede dei militanti di estrema destra, con sopra la scritta in pennarello: “Zona denazificata”. Ma non è successo niente e il fiume umano è tranquillamente proseguito per Via Odessa, e poi Via Tolemaide, Piazza delle Americhe, le zone che furono teatro degli scontri venticinque anni fa, prima che tutto precipitasse in tragedia. Non è stato solo una commemorazione, no. Questo era stato già chiaramente detto durante l’Assemblea No Kings di sabato ed è stato ancor più evidente ieri dagli slogan, dagli striscioni, dalla composizione stessa del corteo, dagli interventi durante il percorso e a corteo concluso. Chiarissima la volontà di inaugurare una nuova fase di mobilitazione sui temi dell’opposizione alla guerra, della critica al neoliberismo, del contrasto alla militarizzazione, della solidarietà con la Palestina e della più decisa opposizione al fascismo. “Hanno provato in tutti i modi a screditare e criminalizzare chi nel luglio 2001 scese nelle piazze per rivendicare un nuovo mondo necessario, diverso da quello che allora si stava delineando e che oggi ci sta portando ad una nuova guerra mondiale” leggiamo nel sito del Comitato Promotore di queste giornate.  “La finanza come strumento di coercizione e destabilizzazione. La guerra come strumento per riaffermare il comando e il controllo. (…) Per questi motivi desideriamo che questo giorno sia l’invito ad aderire ad un nuovo percorso di lotta che non ci veda più solo come antagonisti a un sistema ingiusto e sbagliato, ma come protagonisti della costruzione del futuro che vogliamo.” Oggi a partire dalle 14.30 saremo di nuovo tutti e tutte a Piazza Alimonda per l’annuale commemorazione del Comitato Piazza Carlo Giuliani: “Per non dimentiCarlo”. Tra i tanti ospiti ci saranno Maria Elena Delia della Global Sumud Flotilla, Claudia e Silvia Pinelli, l’attivista Lince di Bologna che lo scorso autunno ha perso la vista a causa della violenza delle FFOO, le “Mamme in piazza per la libertà di dissenso” di Torino e i portavoce di tante associazioni genovesi. E ci sarà anche il Sudario di Carnia per la Pace per denunciare il genocidio del popolo palestinese e la strage di bambine e bambini in tanti Paesi del mondo. E tra un intervento e l’altro ci saranno i suoni di vari gruppi musicali che come ogni anno saranno qui: Assalti Frontali, Contratto Sociale Gnu-Folk, Alessio Lega con Guido Baldoni e Rocco Marchi, Marco Rovelli con Paolo Monti, solo per citarne alcuni. La giornata si concluderà alle 20.30 nel Cortile Maggiore di Palazzo Ducale con la proiezione del film Diaz di Daniela Vicari: organizza l’Ordine dei Giornalisti della Liguria e interverrà anche Enrico Zucca, ex pubblico ministero responsabile delle sentenze sui fatti di Bolzaneto e della Diaz. E con domani, martedì, si concluderà un po’ tutto questo ricco programma di iniziative “andando verso il venticinquennale”: * di nuovo alla scuola Diaz Pertini, dalle 17, per il Reading teatrale e presentazione del romanzo Raccontami ogni cosa di Roberto Bertoni; * di nuovo a Palazzo Ducale, Salone del Maggior Consiglio, dalle 20.30 per la presentazione del podcast Il Caso Diaz di Stefano, Nazzi prodotto dalla stessa Fondazione Palazzo Ducale; * per concludere con la fiaccolata che partirà verso le 22 da Piazza Tommaseo, per raggiungere una volta di più la Scuola Diaz, in ricordo di quella notte che ancora oggi Genova non può non ricordare come una ferita aperta, così difficile da rimarginare. Foto di Andrea Mancuso, Marioluca Bariona e Roberto Borri       Daniela Bezzi
July 20, 2026
Pressenza
A 25 anni dal G8 di Genova: il movimento, la piazza, la repressione – seconda parte
Il Coordinamento Antifascista Torino ha organizzato, in occasione del venticinquesimo anniversario degli eventi legati al G8 di Genova del 2001, due eventi presso il Comala di Torino. Il primo appuntamento, giovedì 16 luglio, prevedeva un dibattito dal titolo “A 25 anni dal G8 di Genova: il movimento, la piazza, la repressione”, seguito da un buffet di solidarietà con gli attivisti colpiti da sanzioni pecuniarie a cura delle Mamme in piazza per la libertà di dissenso e dalla proiezione del film “Diaz don’t clean up this blood” di Daniele Vicari LA REPRESSIONE ED I PROCESSI[1] Nel secondo intervento Claudio Novaro, avvocato di numerosi manifestanti processati dopo il G8 di Genova, racconta quei giorni di luglio 2001 attraverso i processi. La verità processuale e la verità storica non sempre sono coincidenti però i processi hanno consentito di scovare ed enucleare frammenti di verità storica molto importanti. A Genova vengono arrestate circa 250 persone in piazza; ci sono alcune decine di processi che vanno avanti e che si concludono quasi tutti con l’assoluzione, perché i processi vengono fatti sulla base di annotazioni e verbali di arresto sostanzialmente falsi. Ci sono quattro filoni principali su cui concentrare l’attenzione. Il primo riguarda il processo relativo alla morte di Carlo Giuliani che si conclude con un’archiviazione che non consente un contraddittorio pubblico né la possibilità di riaprire il caso. Restano una serie di interrogativi, che le controinchieste hanno rilanciato nel corso degli anni. Non si sa ancora oggi esattamente quante persone stavano sul Defender dei Carabinieri, non si sa esattamente chi abbia sparato, perché Placanica dopo averlo ammesso ha cambiato versione. Non si sa neanche come sia morto esattamente Carlo, perché nelle immagini si vede che il Defender passa sul corpo di Carlo due volte, in uno dei due passaggi zampilla del sangue, il che significa che Carlo era vivo e c’era ancora una circolazione sanguigna in atto. Secondo filone importante è quello contro 25 manifestanti per il reato di devastazione e saccheggio. Metà di questi manifestanti sono stati assolti perché si sono trovati a fronteggiare una carica inconsulta della polizia, come dimostrato da numerosi video. Per gli altri le pene sono durissime, fino a 13 anni di reclusione. Novaro invita a ragionare sul livello sanzionatorio di questo processo: 13 anni di reclusione per devastazione e saccheggio contro le condanne che i massacratori della Diaz ed i torturatori di Bolzaneto non hanno sostanzialmente preso. Terzo filone importante, la caserma di Bolzaneto; nell’ipotesi iniziale dovevano transitare per Bolzaneto tutti gli arrestati che dovevano essere segnalati, identificati e poi mandati nelle carceri di Voghera, Pavia e Alessandria. E in effetti transitano per Bolzaneto 223 arrestati, di cui 26 immediatamente trasferiti negli ospedali per le lesioni subite, 55 persone vengono portate a Bolzaneto solo per le identificazioni. Bolzaneto è un vulnus straordinario; uno dei principi fondanti di qualsiasi ordinamento giuridico è l’habeas corpus ovvero che il corpo della persona arrestata deve essere tutelato perché è a disposizione dello Stato; quindi, lo Stato deve mettere in campo delle garanzie specifiche. I corpi delle ragazze e dei ragazzi trattenuti a Bolzaneto sono stati abusati come ampliamente documentate e Novaro cita diversi esempi. Come finisce il processo di Bolzaneto? 45 imputati, in primo grado, solo 15 condannati e 30 assolti per le difficoltà di attribuire soggettivamente le condotte, ovvero non si sa esattamente chi ha fatto cosa. Condannati si fa per dire, perché andrà poi tutto in prescrizione, nel senso che il processo d’appello ribalta il processo di primo grado, 44 condannati su 45, ma è passato troppo tempo e va praticamente tutto in prescrizione. Sarà poi la Corte Europea, con due pronunce gemelle del 26 ottobre 2017 a liquidare delle grosse cifre di risarcimento ai ragazzi di Bolzaneto, circa 90.000€ a persona, e soprattutto a stigmatizzare e a condannare l’Italia per l’assenza del reato di tortura nella legislazione italiana che verrà introdotto solo nel 2017. Ultimo filone quella della scuola Diaz. La storia dell’assalto alla scuola Diaz è raccontata efficacemente dal film “Diaz don’t clean up this blood” di Daniele Vicari[2] che ha però due limiti: non fa i nomi e mette dentro la scuola Diaz i black block, probabilmente per ragioni di sceneggiatura, circostanza di cui non c’è nessuna evidenza processuale e che è stata utilizzata come uno dei pretesti per l’assalto alla scuola. Per una lunga parte della vicenda processuale della Diaz gli avvocati difensori degli imputati sostenevano che i pestaggi erano da attribuire ai black block, che si erano poi allontanati da una porta laterale: questa tesi è stata successivamente abbandonata perché manifestamente falsa. Non è stato possibile occultare il processo per quella che è stata definita la “macelleria messicana” alla Diaz come è stato tentato per altri processi: troppo l’interesse da parte dell’opinione pubblica anche internazionale; le indagini dell’ottima Procura di Genova e del dottore Enrico Zucca che in quegli anni si è molto speso,  sono state un corpo a corpo investigativo durissimo contro la Polizia di Stato, che ha falsificato i ruoli, ha mandato delle foto false, ne ha fatte di tutti i colori distruggendo ad un certo punto anche il reperto più significativo, le famose bombe molotov “trovate” all’interno della scuola. Novaro racconta le vicende della Diaz a partire dal verbale di arresto che comincia raccontando l’episodio dell’aggressione nei pressi della Diaz ad una pattuglia della polizia da parte di un gruppo di Black Block molto nutrito che inizia a urlare a scagliare degli oggetti: vengono spaccati i parabrezza e gli specchietti retrovisori delle auto. La questura a partire da questo verbale deduce che la Diaz è il quartiere generale dei black block e parte l’operazione Diaz. Nel processo questo episodio viene chiarito ed è spiegato molto bene nel film: una decina di persone hanno inveito contro la pattuglia e lanciato una bottiglia di birra che non ha colpito i mezzi. La scelta strategica di assaltare la Diaz si rileva così manifestatamente pretestuosa ed eccessiva tanto è vero che le forze dell’ordine hanno dovuto costruire prove che giustificassero con maggior forza l’operazione: il ritrovamento alla Diaz di picconi e mazze prelevate da un cantiere vicino, l’utilizzo di due bombe molotov trovate altrove, una coltellata autoinferta al giubbotto antiproiettile di un poliziotto. Tutte cose che non hanno retto alla verifica processuale. Poi ci sono i casi singoli: Novaro racconta una nutrita serie di casi delle vittime della scuola Diaz con denti spaccati, ossa rotte, traumi cranici, costole incrinate, e torture varie. Risulta impossibile associare le violenze a singoli poliziotti così si considerano responsabili i nove capisquadra ed il comandante Canterini. Il paradosso di questo processo è che l’unico reato che resterà intatto, ancora in cassazione, ed eviterà la prescrizione, è il falso del verbale, cioè il falso ideologico. Tutti gli altri reati andranno in prescrizione: le calunnie, il pestaggio e quant’altro. I nove capisquadra hanno condanne da 3 anni a 6 mesi, Canterini viene condannato a 5 anni. I capisquadra usufruiranno della prescrizione e Canterini no, perché ha firmato quel verbale. Così finisce gloriosamente la vicenda processuale genovese, col fatto importante che per la prima volta in questo paese c’è stato un controllo di legalità su tutto l’operato delle forze dell’ordine. << Prima parte [1] Il testo che segue è una limitata sintesi dell’intervento di Claudio Novaro che fa nomi e cognomi dei torturatori e racconta una nutrita serie di casi delle vittime di Bolzaneto e della scuola Diaz con denti spaccati, ossa rotte, traumi cranici, costole incrinate, apologia di fascismo e torture varie (N.d.A.) [2] Proiettato nella stessa serata Giorgio Mancuso
July 19, 2026
Pressenza
A Lecco multe di migliaia di euro a chi protesta contro i neofascisti
La Rete #NOBAVAGLIO Lombardia si schiera al fianco della Rete Antifascista Lecchese per le multe comminate dalla Questura a 31 persone coinvolte nella contestazione delle commemorazioni dei sedici repubblichini di Salò fucilati il 28 aprile 1945 a Lecco. A quasi tre mesi dagli avvenimenti del 27 aprile scorso, sono cominciate a pervenire ai manifestanti della Rete Antifascista le sanzioni – che ammontano a diverse centinaia di migliaia di euro – per aver “protestato e disturbato” l’omaggio dei nostalgici neofascisti ai caduti repubblichini, in forza delle normative introdotte dal recente “Decreto Sicurezza” che ha modificato il Testo unico delle leggi di P.S. Le sanzioni, che vanno dai 3 ai 10 mila euro, potrebbero addirittura aumentare in caso di recidiva entro tre anni, in un tentativo di intimidire ogni forma di dissenso, anche se pacifico. Malgrado le sanzioni, la Rete Antifascista ha annunciato di voler continuare la propria mobilitazione e troverà la Rete #NoBavaglio al suo fianco. È un triste precedente che in Italia si possano infliggere multe così elevate per il semplice esercizio di opinioni a difesa della democrazia e in osservanza della Costituzione.   Rete #NOBAVAGLIO
July 19, 2026
Pressenza
Nuovo atto intimidatorio nei confronti di chi a Varese si espone a favore della causa palestinese
Il Comitato Varesino per la Palestina denuncia la distruzione dolosa dello striscione affisso lungo la via Sacco, a lato del palazzo comunale di Varese, recante l’immagine della bandiera palestinese e la scritta RESTIAMO UMANI. È accaduto per la seconda volta in pochi mesi, ma questa volta in pieno giorno, a opera di un giovane a viso scoperto. Le forze dell’ordine, subito avvisate, hanno effettuato un sopralluogo. Il clima di intolleranza è evidente e richiede una risposta democratica e solidale. Grazie a tutti coloro che stanno comunicando la loro partecipazione. Siamo in presidio fisso ai Giardini Estensi con la Tenda per la Palestina e contro le armi fino al 26 di luglio. Redazione Varese
July 19, 2026
Pressenza
Petizione e interrogazione parlamentare dell’onorevole Stefania Ascari sull’ispezione al Liceo Vivona di Roma
Sulla vicenda dell’ispezione che il Ministero della pubblica istruzione ha predisposto nei confronti del Liceo Vivona di Roma e in particolare di un insegnante che ha osato scrivere una lettera ai suoi alunni di quinto anno, dopo l’esame di maturità, che ricordava il genocidio di Israele nei confronti dei palestinesi avvenuto nella complicità delle istituzioni italiane e nell’indifferenza di molti. è stata lanciata la petizione “Per la libertà d’espressione, dentro e fuori le aule scolastiche”. Primi firmatari molti colleghi del professore messo sotto accusa. Sulla stessa vicenda l’onorevole Stefania Ascar ha presentato un’interrogazione parlamentare. Di seguito il testo: “Al Ministro dell’Istruzione e del Merito. Premesso che nei giorni scorsi è stata avviata un’ispezione ministeriale presso il Liceo Ginnasio Statale “Francesco Vivona” di Roma a seguito della diffusione di una lettera inviata dal professor Massimo Sabbatini ai propri studenti al termine dell’esame di Stato; secondo quanto denunciato da rappresentanti istituzionali, docenti, studenti, studentesse e genitori, l’attività ispettiva si sarebbe tradotta in colloqui e richieste di chiarimenti rivolti anche agli studenti e al personale scolastico, determinando un clima di forte preoccupazione all’interno dell’istituto; la lettera del docente, rivolta a studentesse e studenti ormai diplomati, conteneva esclusivamente una riflessione di carattere etico e civile, con richiami alla letteratura italiana e un invito a non rimanere indifferenti di fronte alla tragedia umanitaria che si consuma nella Striscia di Gaza, richiamando i valori della pace, dell’umanità e della responsabilità individuale; i genitori degli studenti e studentesse del Liceo “Francesco Vivona” hanno espresso pubblicamente la propria solidarietà al docente, definendo l’ispezione un grave attacco alla libertà di insegnamento, alla libertà di espressione e all’autonomia scolastica; tale episodio non rappresenta un caso isolato, ma si inserisce in una serie di vicende che negli ultimi mesi hanno interessato numerosi istituti scolastici italiani; si richiamano, in particolare, il caso del Liceo “Marco Polo” di Firenze, quello del Liceo Scientifico “Augusto Righi” di Roma, nonché altri episodi nei quali docenti, dirigenti scolastici e studenti sono stati oggetto di campagne mediatiche, richieste ispettive o contestazioni per avere promosso iniziative di riflessione sui diritti umani, sul diritto internazionale, sulla guerra a Gaza o, più in generale, sul valore della pace; appare particolarmente allarmante che, a fronte di tali iniziative educative, si registrino interventi amministrativi che rischiano di essere percepiti come strumenti di controllo del pensiero piuttosto che di verifica del rispetto della normativa scolastica; la scuola pubblica, per espressa previsione costituzionale, è il luogo nel quale si formano cittadini liberi e consapevoli, attraverso il confronto delle idee, il pluralismo culturale e lo sviluppo del pensiero critico; gli articoli 21, 33 e 34 della Costituzione tutelano la libertà di manifestazione del pensiero, la libertà di insegnamento e il diritto all’istruzione, principi che costituiscono il fondamento di una società democratica e che non possono essere compressi da iniziative suscettibili di generare intimidazione o autocensura; il progressivo moltiplicarsi di episodi analoghi rischia di produrre un effetto intimidatorio sull’intera comunità scolastica, inducendo docenti e dirigenti a rinunciare ad affrontare temi di rilevanza storica, civile e internazionale per timore di conseguenze disciplinari o ispettive; in uno Stato democratico il dissenso, il confronto delle opinioni e l’educazione al pensiero critico rappresentano un valore da promuovere e non un comportamento da scoraggiare. Tutto ciò premesso, si chiede di sapere: se il Ministro sia a conoscenza dei fatti esposti; quali siano le motivazioni che hanno determinato l’avvio dell’ispezione presso il Liceo “Francesco Vivona” se ritenga che tali presupposti siano compatibili con i principi costituzionali della libertà di insegnamento; se corrisponda al vero che, nell’ambito dell’attività ispettiva, siano stati ascoltati studenti, studentesse e personale scolastico con modalità tali da determinare un clima di pressione o intimidazione; se il Ministro ritenga che il susseguirsi dei casi riguardanti il Liceo “Marco Polo” di Firenze, il Liceo “Augusto Righi” di Roma, il Liceo “Francesco Vivona”, l’IIS. “E. Mattei di San Lazzaro di Savena (Bologna ), l’Istituto “Aldovrandi Rubbiani” di Bologna, l’Istituto “Cattaneo” di Castelnovo Monti ( Reggio Emilia), il Liceo “Vincenzo Monti” di Cesena, la Scuola Primaria  “Pascoli” di Modena, la Scuola Primaria “Graziosi” di Modena, la Scuola Primaria di Sant’Agnese” di Modena, la scuola Primaria “Gramsci” di Modena, la Scuola dell’infanzia “Collodi” di Modena e altri analoghi episodi rappresenti un fenomeno che rischia di compromettere l’autonomia delle istituzioni scolastiche e la libertà di insegnamento; quali iniziative urgenti intenda assumere affinché gli strumenti ispettivi non vengano utilizzati, né siano percepiti, come mezzi di censura o di pressione nei confronti di docenti, dirigenti scolastici e studenti che affrontano temi di interesse storico, civile, umanitario o internazionale nel rispetto dei principi costituzionali; se non ritenga opportuno adottare specifiche linee guida volte a garantire che le attività ispettive siano limitate all’accertamento di eventuali violazioni di legge, evitando qualsiasi interferenza con la libertà di insegnamento, l’autonomia scolastica e il pluralismo culturale; quali iniziative intenda assumere per ribadire che la scuola italiana deve rimanere un presidio di libertà, democrazia, partecipazione e formazione del pensiero critico, nel quale il confronto delle idee sia tutelato e mai oggetto di censura o intimidazione. Redazione Italia
July 19, 2026
Pressenza
Dichiarazione di Roma: appello per una nuova etica globale su intelligenza artificiale e armi nucleari
Più di 200 premi Nobel, scienziati, diplomatici, esperti di tecnologia, capi religiosi e sostenitori della pace si sono riuniti a Roma questa settimana per affrontare quello che molti di loro hanno descritto come la sfida definitiva del nostro tempo: assicurare che l’intelligenza artificiale sia uno strumento al servizio dell’umanità e non acceleri piuttosto i rischi bellici, in particolare quelli della guerra nucleare. Svoltasi dal 14 al 16 luglio, la Global Nobel Laureates Assembly on Artificial Intelligence and Nuclear War, si è conclusa con l’adozione della Dichiarazione di Roma per una pace disarmata e disarmante nell’era dell’intelligenza artificiale, delle armi nucleari e autonome, dei nuovi protocolli digitali e dei modelli emergenti di sviluppo digitale (Vatican News). Ospitata a Borgo Laudato Si’ a Castel Gandolfo prima di concludersi al Colle Capitolino di Roma, l’Assemblea è stata ispirata dall’appello di Papa Leone XIV per un sistema etico che guidi il rapido sviluppo dell’intelligenza artificiale. I partecipanti hanno sostenuto che l’IA è diventata molto più di un’innovazione tecnologica; rappresenta ora una profonda sfida politica, culturale ed etica che modellerà le relazioni internazionali per generazioni (Angelus News – Multimedia Catholic News). La Dichiarazione riconosce che l’umanità si trova davanti a una convergenza senza precedenti di tecnologie trasformative e capacità militari distruttive. Anche se l’intelligenza artificiale promette enormi benefici nei campi della medicina, dell’istruzione, delle scoperte scientifiche e della protezione ambientale, la sua integrazione nei sistemi militari — comprese le armi autonome e i sistemi di comando e controllo nucleare — potrebbe aumentare drasticamente il rischio di conflitti non intenzionali. Tra i suoi principi cardine, la Dichiarazione di Roma sostiene che le decisioni legate all’uso di forza letale, e in particolare alle armi nucleari, non devono mai essere delegate in toto alle macchine. La Dichiarazione richiede un controllo umano significativo sui sistemi IA, una rinnovata cooperazione internazionale sul disarmo nucleare, una governance più decisa delle tecnologie emergenti e un modello di sviluppo incentrato sulla dignità umana piuttosto che sulla competizione geopolitica (Vatican News). Sebbene molte dichiarazioni internazionali abbiano messo in guardia sulle armi nucleari o sull’intelligenza artificiale prese singolarmente, questo incontro ha sottolineato che le due questioni sono ormai divenute inseparabili. L’IA è sempre più in grado di processare le informazioni militari, accelerare le decisioni sul campo di battaglia e operare sistemi autonomi con una rapidità ben oltre la reazione umana. Durante una crisi nucleare, anche solo un piccolo errore, un calcolo sbagliato o una manipolazione cyber potrebbero portare a conseguenze catastrofiche. L’Assemblea ha dunque collocato la sfida non solo nella regolamentazione della nuova tecnologia, ma anche nella ridefinizione del rapporto tra umanità e tecnologia stessa. I partecipanti hanno dichiarato che il progresso scientifico deve restare subordinato alla responsabilità etica e al bene comune. La Dichiarazione di Roma giunge inoltre in un momento nel quale i governi mondiali stanno investendo pesantemente nelle applicazioni militari dell’intelligenza artificiale, mentre gli accordi internazionali sul controllo delle armi continuano a indebolirsi. Le attuali dottrine militari si erano sviluppate in un’era in cui i decisori umani disponevano di più tempo per valutare le crisi. L’intelligenza artificiale potrebbe comprimere quelle finestre temporali e prendere una decisione nel giro di pochi secondi, aumentando la pressione verso risposte automatiche che possono determinare il destino di milioni di persone. Per i sostenitori della pace, l’Assemblea rappresenta un seguito importante di una tradizione che risale alla Dichiarazione di Mainau del 1955, quando i premi Nobel avvertirono per la prima volta l’umanità dei pericoli esistenziali posti dalle armi nucleari. Più di recente, i premi Nobel hanno rinnovato quelle dichiarazioni sui rischi nucleari e sulla governance delle tecnologie emergenti. La Dichiarazione di Roma ne estende il retaggio riconoscendo che la salvaguardia della pace nel ventunesimo secolo richiede di affrontare le armi nucleari e l’intelligenza artificiale come sfide globali interconnesse. (Wikipedia) Eppure, il contributo più significativo della Dichiarazione risiede forse più in là delle sue specifiche raccomandazioni. Suggerisce che la governance dell’intelligenza artificiale non può essere ridotta alla sola regolamentazione tecnica. Dietro ogni algoritmo, ogni sistema autonomo e ogni applicazione militare, continuano a esserci delle decisioni profondamente umane legate a valori, responsabilità e al tipo di civiltà che desideriamo costruire. Se la Dichiarazione di Roma avrà un’influenza sui governi resta incerto. Ma il suo messaggio è inequivocabile: l’umanità è giunta a un punto in cui l’innovazione tecnologica priva di una direzione etica può tramutarsi in una delle maggiori minacce alla pace. Se l’intelligenza artificiale è destinata a diventare uno dei più grandi successi della storia, sostiene l’Assemblea, deve prima di tutto sottostare fermamente alla responsabilità umana ed essere guidata dai principi di cooperazione, dignità e preservazione della vita. Post Instagram Traduzione dall’inglese di Rita Puligheddu Pressenza New York
July 19, 2026
Pressenza