L’industria della colonizzazione lunare
Immagine in evidenza rielaborata con intelligenza artificiale
Nella celebre Trilogia di Marte – autentico capolavoro della fantascienza
“realistica” – lo scrittore Kim Stanley Robinson immagina la colonizzazione del
pianeta rosso non come una conquista eroica, ma come un processo politico e
industriale: prima arrivano gli scienziati, poi gli ingegneri, poi le
infrastrutture, poi le corporation, poi i conflitti su chi possiede cosa, chi fa
le regole, chi controlla le risorse e chi trasforma un mondo vuoto in una nuova
società.
È una delle intuizioni più potenti dell’opera: la colonizzazione di un nuovo
spazio non comincia quando qualcuno dichiara la propria sovranità su un
territorio, ma quando quel territorio viene, per l’appunto, “territorializzato”.
Ciò che vale per Marte nella finzione di Robinson, vale per la “nuova” rincorsa
alla Luna, incarnata oggi dal programma Artemis (il programma della NASA che
prevede di riportare l’essere umano sulla Luna entro il 2028). Una rincorsa che,
mano a mano che si concretizza, somiglia più a una vecchia storia terrestre che
a una fantasia futuristica. La storia è quella delle compagnie privilegiate che
determinarono la forma del colonialismo occidentale in Asia a partire dal
Seicento, delle ferrovie imperialiste in Africa, dei porti e delle rotte
protette (o contese) dagli Stati, oggi come ieri, da Hormuz a Malacca. Anche
nello spazio, prima delle miniere arriveranno infatti i magazzini. Prima del
commercio arriverà la logistica. E, come spesso è accaduto nella storia
coloniale, chi controllerà la logistica controllerà la ricchezza della
frontiera.
È da questo assunto che bisognerebbe partire quando si parla di space economy.
Non dalle cifre vertiginose con cui si calcola il presunto valore di un corpo
celeste, moltiplicando la quantità stimata di platino, nichel o cobalto per il
prezzo corrente sulla Terra. Quella è la versione patinata, roba da prospetto
per investitori. E in quanto tale occulta un fatto banalissimo: nessuna risorsa
“naturale” è vera ricchezza finché non esiste una filiera in grado di estrarla e
trasportarla. Il petrolio sotto un fondale oceanico non vale nulla senza
piattaforme, porti e oleodotti. Parafrasando un vecchio spot di Pirelli: una
risorsa è nulla senza infrastrutture.
Lo stesso varrà per qualunque futura attività estrattiva nello spazio. L’errore
è immaginare l’estrazione come l’inizio della storia. La miniera in realtà
arriva per ultima. Prima di lei c’è la mappa (anche se non più cartacea bensì
digitale, e non più solo terrestre, ma extra-planetaria). Poi c’è il porto (o
perlomeno un luogo dove immagazzinare e ridistribuire le risorse). E infine ci
sono le norme e i rapporti di potere che regolano il possesso dei territori, la
percorribilità delle rotte, la sicurezza dei trasporti. Prima ancora di estrarre
valore, bisogna costruire, e rendere “sicuro”, il mondo che rende tale valore
estraibile (ovvero trasportabile e quindi commerciabile).
I PRIMI COMMERCI SPAZIALI
Le compagnie privilegiate dell’epoca coloniale lo avevano capito molto bene. La
Compagnia britannica delle Indie orientali (EIC), la Compagnia olandese delle
Indie orientali (VOC) e le altre grandi entità commerciali del Sei/Settecento
non erano semplici imprese, ma operatori politici-logistici-amministrativi che
agivano per conto di Stati che subappaltavano loro le operazioni necessarie allo
sfruttamento del commercio oceanico. Per questo tanto la EIC quanto la VOC
avevano facoltà di dotarsi di milizie, di esercitare poteri politici e
giuridici, di costruire flotte, porti e depositi, di amministrare e pattugliare
i mari. Il loro potere non stava tanto nelle risorse/merci che trasportavano, ma
nelle rotte che controllavano.
La possibile economia spaziale del XXI secolo potrebbe assomigliare a quel
modello più di quanto i suoi promotori siano disposti ad ammettere. Non avrà
velieri, governatori coloniali e fortini tropicali, ma vettori riutilizzabili,
lander commerciali e basi lunari. È un’economia che dipenderà, in ogni caso, da
una commistione molto profonda tra imprese private e poteri statali.
Il modello è del resto già operativo nel contesto di Artemis. Il programma
Commercial Lunar Payload Services (CPLS) della NASA, per esempio, non costruisce
direttamente tutti i mezzi per arrivare sulla Luna, ma compra “servizi” da
aziende private. I contratti CLPS hanno un valore massimo complessivo di 2,6
miliardi di dollari fino al 2028 e prevedono consegne commerciali sulla
superficie lunare, dal compattamento dei carichi alla gestione della missione.
Tra i nomi coinvolti ci sono Intuitive Machines, Astrobotic, Firefly Aerospace,
Blue Origin (quella di Jeff Bezos), Draper e altri fornitori. È una logica da
appalto di frontiera: lo Stato apre il mercato, paga i primi rischi, crea
domanda, legittima gli operatori.
La prima base lunare permanente, se e quando arriverà, non sarà quindi una città
sotto una cupola trasparente. Sarà un porto. Un nodo logistico per questi
vettori di consegne.
Le prime commesse difficilmente saranno spettacolari. Non riguarderanno
l’estrazione di metalli rari né l’apertura di miniere capaci di cambiare da sole
le dimensioni dell’economia globale. Riguarderanno invece questioni meno
appariscenti: trasportare strumenti, garantire comunicazioni, misurare il suolo
e altre variabili ambientali per capire dove una base può sopravvivere più a
lungo.
Le risorse lunari più importanti, almeno all’inizio, non saranno quelle
vendibili sulla Terra, ma quelle più utili nello spazio. L’acqua ghiacciata che
potrebbe trovarsi nei crateri permanentemente in ombra delle regioni polari non
è preziosa perché qualcuno pensa di imbottigliarla e riportarla a casa. È
preziosa perché nello spazio l’acqua è vita, ossigeno, carburante, massa da non
dover lanciare dalla Terra. Separata in idrogeno e ossigeno, può diventare
propellente. Usata localmente, può sostenere una base. Accumulata in depositi,
può trasformare la Luna in un polo logistico per progetti più ambiziosi, anche
(se non soprattutto) di tipo estrattivo.
OBIETTIVO: ELIO-3
Il premio più ambito potrebbe rivelarsi il mitologico elio-3 che, oltre agli
utilizzi nell’ambito del quantum computing, da decenni viene evocato come
elemento cardine di una futura fusione nucleare meno pericolosa e più
efficiente. Nel corso di miliardi di anni, il vento solare ne ha depositate
grandi qualità sulla regolite lunare, alimentando l’idea che il nostro satellite
possa diventare una sorta di “bacino” extraterrestre: una riserva energetica
sospesa sopra le nostre teste, pronta a ridisegnare gli equilibri energetici
della Terra.
Un nome che torna spesso in questa storia è quello di Harrison “Jack” Schmitt,
geologo, astronauta dell’Apollo 17 e ultimo uomo ad aver camminato sulla Luna
insieme a Eugene Cernan. Schmitt è da decenni uno dei più convinti sostenitori
dell’idea che l’elio-3 lunare possa alimentare una futura economia della
fusione. Più recentemente è entrato per questo nell’orbita di Interlune, una
startup americana fondata da ex pezzi grossi di Blue Origin che promette di
raccogliere elio-3 lunare e riportarlo sulla Terra.
Proprio l’elio-3 mostra tuttavia quanto la space economy sia costruita su
promesse che funzionano politicamente prima che industrialmente. Oggi non esiste
un’economia della fusione basata sull’elio-3 (lunare o meno). E tantomeno esiste
una filiera in grado di estrarlo, separarlo, immagazzinarlo, trasportarlo e
usarlo sulle scale necessarie ad avere un impatto. Per recuperarlo bisognerebbe
trattare quantità enormi di suolo lunare (più di ogni altra attività estrattiva
terrestre a noi nota), riscaldarle, separare isotopi presenti in concentrazioni
ridottissime e infine organizzare una catena di trasporto e utilizzo tutta da
inventare.
Eppure l’importanza dell’elio-3 non va liquidata. Non perché sia già il petrolio
del futuro, ma perché può svolgere la stessa funzione immaginativa che “i fiumi
d’oro”, le spezie o il petrolio hanno svolto in altre epoche. Ogni espansione ha
infatti avuto bisogno di un proprio Eldorado: una risorsa capace di giustificare
costi e rischi enormi per essere raggiunta. L’elio-3 potrebbe essere questo tipo
di risorsa: il mito che la rende possibile la colonizzazione lunare.
COLONIZZARE LA LUNA
Le frontiere, d’altra parte, non devono essere redditizie da subito. Devono
essere credibili a sufficienza da attrarre Stati, capitali e apparati
tecno-industriali. Molte infrastrutture coloniali sono state costruite prima che
i profitti fossero certi. Le ferrovie tracciate nell’Ottocento verso l’interno
del territorio americano non servivano a connettere comunità esistenti, ma a
preparare un’economia futura. Una volta costruita la ferrovia, una nuova
economia si organizzava attorno a essa. Una volta creato il porto, i flussi
venivano orientati verso di esso. Una volta fondata una base lunare…
Il diritto internazionale, almeno in teoria, dovrebbe impedire una corsa
coloniale vecchio stile (predatoria, violenta, conflittuale). Il Trattato sullo
spazio extra-atmosferico vieta agli Stati di appropriarsi della Luna o di altri
corpi celesti. Nessun Paese può dichiarare proprio un cratere lunare o un
asteroide. Ma il punto è che il controllo non coincide sempre con la sovranità
formale. Si può non possedere un territorio e controllarne comunque l’accesso
(come ha dimostrato di recente la vicenda di Hormuz).
La geografia lunare, che immaginiamo come uno spazio vuoto e uniforme, è del
resto piena di colli di bottiglia. Non tutti i luoghi hanno lo stesso valore.
Alcune zone ricevono più luce e permettono una produzione energetica più
stabile. Alcuni crateri potrebbero contenere più ghiaccio. Alcune aree sono più
adatte alle comunicazioni. Come sulla Terra, la frontiera lunare si potrebbe
rapidamente restringere attorno a pochi snodi strategici.
Ed è negli snodi che spesso risiedono tanto il potere quanto il potenziale per
il suo abuso. La distopia più probabile non è uno Stato che pianta la propria
bandiera e proclama la nascita di un impero lunare. È più banale e
contemporanea: per esempio, una singola compagnia che gestisce (quasi) tutti i
trasporti. Uno scenario in cui non è necessario possedere formalmente la Luna
per possedere di fatto la Luna.
Un esempio concreto, e recente, di questo rischio è il contratto assegnato dalla
NASA a Intuitive Machines nel 2024 per servizi di comunicazione e navigazione
lunare: fino a 4,82 miliardi di dollari per costruire capacità di trasmissione
di dati a supporto del programma Artemis. Non è una miniera né un atto di
sovranità su un territorio. È però esattamente il tipo di infrastruttura da cui,
domani, potrebbero dipendere tutti.
Anche in questo le future compagnie dello spazio potrebbero ricalcare il modus
operandi delle compagnie privilegiate dell’epoca coloniale. Non perché avranno
formalmente il diritto di governare territori, come facevano la VOC o la EIC, ma
perché riceveranno dagli Stati capitali e legittimazione in cambio dei loro
servizi e del know-how relativo. Lo spazio sarà dichiarato “pubblico” quando
bisognerà pagare il costo della frontiera e “privato” quando sarà il momento di
incassarne i profitti.
Questo intreccio è già visibile nella nuova economia spaziale: lanciatori
privati finanziati da contratti pubblici, infrastrutture satellitari essenziali
per scopi militari, aziende che diventano attori geopolitici in grado di
influenzare conflitti, dipendenze tecnologiche che condizionano intere politiche
statali. Portare tutto questo sulla Luna significa amplificarlo in un ambiente
dove non esiste società civile locale, non esiste opinione pubblica residente,
non esistono istituzioni proprie e ogni accesso passa attraverso sistemi tecnici
estremamente costosi e complessi, che rendono le eventuali dipendenze ancora più
profonde e difficili da scardinare.
La Luna, insomma, non è l’India, l’Africa o le Americhe dell’età moderna. Non ci
sono popolazioni lunari da conquistare o schiavizzare, convertire o sterminare.
Equiparare direttamente le due cose sarebbe moralmente osceno. Tuttavia alcune
strutture del colonialismo possono ripresentarsi anche senza popolazioni
indigene. La Luna è infatti vuota di abitanti ma non priva di significati. È un
archivio geologico, un ambiente scientificamente prezioso, un oggetto culturale
da sempre condiviso, potenzialmente una piattaforma astronomica per la
proiezione spaziale della specie umana. Ridurla a bacino di risorse significa
scegliere, in partenza, un modello di relazione tra un soggetto agente e un
oggetto passivo.
L’argomento ambientale, infine, rende tutto ancora più ambiguo. Una delle
promesse della space economy è che, spostando fuori dalla Terra una parte
dell’estrazione, potremmo ridurre la pressione sugli ecosistemi terrestri. Ma
questa promessa rischia di diventare l’ultima assoluzione dell’estrattivismo.
Non cambiamo modello di consumo ma ne allarghiamo il raggio. Non mettiamo in
discussione il processo di sviluppo. Al contrario: lo dotiamo di un’estensione
cosmica.
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