
Fuga da Big Tech
Guerre di Rete - Wednesday, May 13, 2026YouTube, Facebook, Instagram, TikTok: sono le piattaforme social più utilizzate dagli italiani. Social media, e non social network, visto che – come sottolinea Kenobit nel suo nuovo saggio “Assalto alle piattaforme” (Agenzia X) – l’obiettivo è tenerci agganciati a consumare passivamente contenuti multimediali, invece che mobilitarci per creare rete.
App come queste sono infatti caratterizzate dall’apparente gratuità e da un algoritmo esplicitamente progettato per generare dipendenza, stimolando uno scrolling destinato a non finire mai. Lo stesso Aza Raskin, il designer che nel 2006 ha ideato lo scrolling infinito (cioè il caricamento continuo e automatico di nuovi contenuti durante lo scorrimento, senza un punto di arresto naturale), a distanza di 20 anni si è dichiarato pentito della sua invenzione. Inoltre queste piattaforme intrappolano gli utenti in modo che non clicchino su link che rimandano a siti esterni, inibendo così l’uscita dalle piattaforme.
“Il gioco è sempre lo stesso”, scrive Kenobit. “Visto che il profitto delle piattaforme è direttamente proporzionale al tempo che gli dedichiamo, i loro meccanismi sono studiati scientificamente per aumentarlo il più possibile. Produciamo valore quando creiamo contenuti, ma anche quando li consumiamo”.
Per un utente che non cerca altro che intrattenimento, luoghi del genere sembrano l’Eldorado. E invece si tratta, antropologicamente parlando, di veri e propri non luoghi: spazi in cui non si creano connessioni, ma che si attraversano di passaggio per andare da un contenuto a un altro senza che resti all’utente alcun valore aggiunto.
“Se non stai pagando per il prodotto, il prodotto sei tu”, verrebbe da dire, riprendendo le parole rese celebri dal film “The social dilemma”. Ed ecco una delle frasi che Kenobit punta a decostruire nel suo saggio: su queste piattaforme persino chi paga – le aziende e le attività che versano una quota per occupare spazi pubblicitari – è a sua volta un prodotto, perché genera ulteriori dati che le piattaforme raccolgono e sfruttano per arricchirsi vendendoli.
Ma cosa – o meglio chi – sono queste piattaforme? Tra quelle citate, si possono raggruppare Facebook e Instagram (e WhatsApp), del gruppo Meta fondato da Mark Zuckerberg. C’è poi YouTube, proprietà come Google della holding Alphabet Inc., di cui i fondatori di Google, Larry Page e Sergey Brin, sono ancora i maggiori azionisti e membri del consiglio di amministrazione, detenendo di fatto il controllo dell’azienda, pur non essendo più amministratori delegati.
Meta ha registrato un fatturato di 164,5 miliardi di dollari per l’intero anno 2024, segnando una crescita del 22% rispetto al 2023. Alphabet Inc. ha registrato ricavi annuali record, superando i 400 miliardi di dollari nel 2025, grazie alla crescita della pubblicità. C’è di più: entrambi i colossi hanno espliciti legami con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, e sono nella lista BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) per il loro coinvolgimento nel genocidio in Palestina.
Ma se sono così poco etiche perché è tanto difficile abbandonare queste piattaforme? Probabilmente, perché non tutto ciò che avviene sui social è nocivo. Quante amicizie, progetti, idee, iniziative non sarebbero nate o diventate così note se non fosse stato per i social? Kenobit fa l’esempio delle mobilitazioni per la Palestina realizzate dal 7 ottobre 2023 in poi, in cui i social, nonostante le varie dinamiche di shadow ban – cioè di oscuramento della tematica, costringendo talvolta a utilizzare caratteri speciali per parlarne (per esempio scrivendo G4z4 invece di Gaza) – hanno avuto un ruolo fondamentale. Il ruolo dei social è stato centrale anche nella formazione di grandi movimenti di protesta come Fridays For Future, con la nascita di nuclei di attivisti in ogni parte del mondo, o Black Lives Matter, con la condivisione di massa del video della morte di George Floyd e la propagazione delle sue ultime parole “I can’t breathe”.
Il problema è che, sui social, in breve tempo si passa oltre: nuovi contenuti, nuovi trend, nuove cose a cui prestare attenzione, togliendo forza al desiderio e all’urgenza di convergenza e di organizzazione. Tra i limiti dell’attivismo online c’è infatti la necessità di sottostare alle logiche algoritmiche delle piattaforme, con Meta che al contempo blocca la possibilità di promuovere post dal contenuto a sfondo politico o sociale e ne limita anche la diffusione organica, tramite l’impostazione che permette di non visualizzare contenuti politici tra quelli suggeriti nel proprio feed.
Fare attivismo sui social significa inoltre rischiare di scivolare, talvolta senza rendersene nemmeno conto, in quello che viene definito slacktivism, o attivismo da poltrona, cioè un tipo di attivismo che si limita alla condivisione di contenuti sui propri canali, senza che questo gesto si concretizzi in nulla di più radicale o d’impatto.
Inoltre, perché il proprio attivismo cambi le cose, l’obiettivo dev’essere quello di costruire comunità. Appoggiarsi alle piattaforme mainstream significa invece, come scrive Kenobit, “costruire a casa d’altri”, lasciando in mano loro il destino del nostro attivismo ed esponendosi al rischio che post, profili e gruppi vengano cancellati in qualsiasi momento, quasi senza possibilità di replica. “Queste piattaforme non sono democratiche”, scrive sempre Kenobit. Chi crea contenuti rischia, tra l’altro, di diventare schiavo dei numeri, piegandosi a trattare di temi non controversi o divisivi in modo da raggiungere il maggior numero di persone possibili – talvolta finendo per capitalizzare le lotte sponsorizzando prodotti che con queste hanno qualche punto di contatto (magliette, tote bag o oggetti figli, per esempio, del greenwashing). Così facendo, l’attivismo diventa un lavoro da influencer più che da potenziali leader politici.
È possibile cambiare piattaforme?
“Abbiamo davanti una lotta impari, contro un nemico ben fortificato, con risorse economiche e tecnologiche senza precedenti nella storia dell’umanità”, prosegue Kenobit nel saggio. “Non lo prenderemo mai per sfinimento, né possiamo sperare di batterlo sul suo stesso terreno. Le piattaforme possiedono tutto, incluso il campo di battaglia, e se anche riuscissimo a metterle in difficoltà in casa loro potrebbero semplicemente cambiare le regole del gioco. Per lo stesso motivo, anche se usare alcuni dei loro strumenti può avere dei meriti strategici, non possiamo sperare di cambiarle dall’interno. Non può esserci riformismo in una dittatura. La disparità è evidente anche sul fronte della comunicazione, perché le piattaforme, controllando la dimensione digitale, proiettano un’influenza tangibile sul reale”.
Nonostante questa posizione, Kenobit è abilissimo nel fornire alternative valide a ciascuno dei problemi legati alle piattaforme, spiegando con parole comprensibili a tutti che cosa si può fare e perché dovremmo farlo. Per esempio, la proposta di passare al Fediverso come alternativa ai social media mainstream è legata all’eticità dell’utilizzo di un software open source, ovvero il cui codice è consultabile e utilizzabile praticamente da chiunque, invece che chiuso, proprietario e i cui meccanismi sono noti solo a pochi eletti.
Come si legge in “Assalto alle piattaforme” (disponibile gratuitamente anche come audiolibro):
Il software libero si basa su una filosofia completamente diversa. Come suggerisce il nome, è pensato per tutelare la nostra libertà. Nello specifico, quattro libertà:
- la libertà di eseguire il programma per qualsiasi scopo;
- la libertà di studiare come funziona il programma e di modificarlo in base alle proprie necessità;
- la libertà di ridistribuire copie del programma in modo da aiutare il prossimo;
- la libertà di migliorare il programma e di distribuirne pubblicamente i miglioramenti, in modo tale che tutta la comunità ne tragga beneficio.
Kenobit elenca molti motivi per cui preferire i social del Fediverso a quelli ancora mainstream: tra questi, l’assenza di un algoritmo che determina che cosa mostrare a chi a favore di un feed che rispetta l’ordine cronologico delle pubblicazioni, garantendo a tutti di non perdersi nulla e di dare a ogni contenuto la giusta dignità e diffusione. “L’assenza di pubblicità vanifica la necessità di un algoritmo che seleziona al posto nostro cosa mostrarci”.
Va da sé che è impossibile che il passaggio dai social mainstream al Fediverso sia rapido e collettivo. Per questo, una valida soluzione intermedia consiste nel mantenere i propri profili sui social tradizionali, ma smettendo gradualmente di postare contenuti e utilizzandoli soprattutto, come da tempo fa Kenobit, per sponsorizzare il passaggio ad altre piattaforme.
Più cooperazione e meno competizione
Il controllo che Big Tech può esercitare va però ben oltre le singole piattaforme. Durante una presentazione del libro che si è svolta a Torino, a Radio Blackout, l’11 febbraio 2026, è nato un dibattito sul possesso delle dorsali internet (backbone): infrastrutture fisiche ad altissima capacità, composte da cavi sottomarini in fibra ottica posati sui fondali oceanici. Trasportano oltre il 99% del traffico dati mondiale tra continenti, connettendo reti locali e garantendo la velocità della connessione web.
Già questo aspetto pone un importante problema, perché, anche utilizzando piattaforme alternative a quelle mainstream, ci si continuerebbe ad appoggiare a questo sistema, che resta in buona parte in mano a colossi privati. Le dorsali sono infatti gestite da un consorzio di grandi aziende di telecomunicazioni internazionali, colossi tecnologici (Google, Meta, Amazon, Microsoft) e, in parte, da governi.
In risposta a questa osservazione, Kenobit ha suggerito di cercare il sito di Antennine, che punta a costruire reti comunitarie. Citando il loro blog, “le reti comunitarie sono infrastrutture locali di telecomunicazione create da gruppi di persone (una comunità) per connettersi a Internet e fornire servizi di comunicazione digitale. Sono costruite e gestite come un bene comune, cioè una risorsa prodotta e mantenuta collettivamente, piuttosto che detenuta privatamente, come alternativa alle grandi reti commerciali o statali e ai fornitori di servizi Internet”. Sul sito di Antennine sono presenti le istruzioni per contattare gli organizzatori del progetto e unirsi alla rete. È solo un inizio, che rappresenta però un baluardo di resistenza per ricordarsi che costruire delle alternative è possibile.
Altri esempi internazionali di gestione comunitaria e democratica dell’accesso a internet sono Guifi.net, nata in Catalogna nel 2004 e che punta a costruire una rete dal basso in modo da connettere aree rurali portando la connessione internet laddove non arrivano gli operatori commerciali tradizionali, e Freifunk, nata a Berlino, che ha come obiettivo quello di fornire una rete internet libera e accessibile a tutti.
Un altro tema critico riguarda le conoscenze necessarie per poter usare – o anche solo entrare in contatto – con le piattaforme alternative. È necessaria in primis un’alfabetizzazione digitale, non scontata in un contesto in cui solo il 46% degli italiani possiede competenze di base in quest’ambito, ma anche una coscienza politica tale da problematizzare le piattaforme, oltre a contatti che tramite il passaparola permettano di accedere ad alternative come il Fediverso.
Per fare effettivamente la differenza, c’è insomma prima di tutto bisogno di fare massa critica, scegliere che direzione prendere e costruirla insieme. Come scrive Kenobit, “abbiamo un’occasione imperdibile per rivendicare una dimensione digitale fondata sulla cooperazione invece che sulla competizione”.
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