Nazionalizzare l’Intelligenza artificiale
La Silicon Valley continua a cavalcare l’onda di un entusiasmo apparentemente
inesauribile da parte di Wall Street. Gli investimenti nell’intelligenza
artificiale continuano a superare ogni aspettativa, con Bloomberg che riporta
come gli investitori prevedano solo quest’anno di investire circa 700 miliardi
di dollari nel settore. Le azioni delle società di IA rappresentano ormai circa
un terzo dell’intero mercato azionario e il 45% della capitalizzazione di
mercato totale dell’indice S&P 500.
Com’è ovvio, gli straordinari investimenti nell’IA sono alimentati dalla
promessa di questa tecnologia di rendere superflue ampie fasce di lavoratori. I
leader del settore tecnologico non esitano ad ammetterlo. «Non è chiaro dove
andranno queste persone o cosa faranno – afferma Dario Amodei, Ceo di Anthropic
– Temo che possano formare una ‘sottoclasse’ di disoccupati o con salari
bassissimi».
Come se non bastasse, la crescita esplosiva degli investimenti nell’IA
suggerisce la presenza di una bolla speculativa, forse la più grande di sempre.
Se dovesse scoppiare – una possibilità molto concreta – travolgerebbe l’intera
economia globale. In qualsiasi modo la si guardi, il boom e la bolla dell’IA
rappresentano un’enorme responsabilità sociale ed economica, con la quale il
governo dovrà prima o poi fare i conti. Ma come?
Negli Usa, la risposta politica più comune a qualsiasi crisi economica è quella
di salvare le aziende in fallimento, lasciando i lavoratori a cavarsela da soli.
La politica del presidente Barack Obama nei confronti dell’industria
automobilistica ne è un esempio paradigmatico. In un certo senso, il
ragionamento era valido, sebbene del tutto incompleto. Lasciare fallire Detroit
avrebbe significato la miseria per centinaia di migliaia di operai del settore
automobilistico e milioni di altri lavoratori che dipendono da quell’industria.
Tuttavia, dopo che gli assegni sono stati incassati e la situazione si è
stabilizzata, il governo e i cittadini non hanno ottenuto un grande ritorno
sull’investimento pubblico, nonostante un tempo possedessero il 61% di General
Motors. Nessun dividendo o partecipazione agli utili. Qualche anno dopo, General
Motors ha lanciato un massiccio programma di riacquisto di azioni proprie per un
valore di 10 miliardi di dollari nel 2023, e poi di 6 miliardi nel 2024. Gli
aiuti sono andati tutti ai vertici, mentre ai lavoratori è stato chiesto di fare
«sacrifici condivisi» in fabbrica.
Non funzionerà con l’intelligenza artificiale. I salvataggi saranno
economicamente insufficienti a salvare aziende sovracapitalizzate e non esiste
alcuna giustificazione politica e morale per salvarle. Anzi, non è chiaro se il
successo o il fallimento dell’IA porterebbe alla perdita di un numero maggiore
di posti di lavoro.
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IL CAPITALE NEL CERVELLO
Redazione Jacobin Italia
Affrontare il problema dell’IA, quindi, deve partire da una premessa diversa e
più audace. C’è chi vorrebbe semplicemente arrestare il progresso dell’IA. Da
persona che attribuisce agli smartphone gran parte delle nostre patologie
sociali, questi neoluddisti hanno tutta la mia comprensione. Tuttavia, per
quanto possa essere appagante gridare «No!», non servirà a molto. Per ogni
piccola città che si oppone alla costruzione di un data center, ce ne saranno
una dozzina, affamate di investimenti, che imploreranno l’inaugurazione. E anche
se riuscissimo in qualche modo a incarcerare i vertici di Anthropic, OpenAI e
Gemini, e a rendere illegale lo sviluppo dell’IA negli Stati uniti, nuove
aziende prenderebbero presto il loro posto all’estero: gli incentivi economici
sono semplicemente troppo irresistibili. Il vaso di Pandora ormai è
scoperchiato.
Agli antipodi dei neoluddisti si contrappongono i riformisti progressisti
favorevoli alla tecnologia, che adottano la logica del meteorologo. Insistono
sul fatto che non possiamo fermare o modificare il corso dell’IA, così come non
possiamo fermare o modificare la traiettoria di un uragano. La nostra unica
risorsa è quella di costruire leve metaforiche per rallentare la crescente
ondata di richieste di sussidi di disoccupazione; mitigare gli effetti
distruttivi della disoccupazione di massa attraverso trasferimenti monetari; e
in seguito rimediare al disastro. Certo, non c’è niente di male nel cercare di
aiutare chi è stato colpito dall’automazione indotta dall’IA, proprio come
faremmo con chi è stato colpito da un uragano. Ma la proposta di riforme in
questa direzione ammette una grande e distruttiva menzogna: che il progresso
tecnologico e i suoi effetti siano inevitabili e incontrollabili, una forza
della natura. Eppure, il motivo per cui non possiamo fermare, ad esempio, un
uragano è perché non siamo noi a crearli. Gli ingegneri non li progettano. La
gente non possiedono aziende che si occupano di uragani.
Lo sviluppo dell’IA non è come un uragano: non è un fenomeno naturale. Gli
effetti collaterali del progresso tecnologico sono il risultato di decisioni,
ovvero le decisioni della classe proprietaria dell’IA. Questi uomini, in una
competizione selvaggiamente distruttiva tra loro per una quantità inimmaginabile
di ricchezze, controllano il percorso di questa tecnologia e, con essa, il
nostro destino economico collettivo. Sostenere riforme reattive ex post facto,
come il reddito di base universale o la riqualificazione professionale, rende
invisibile questo dato di fatto fondamentale. E ciò avvalora il mito della
Silicon Valley secondo cui, qualunque sia l’effetto distruttivo di una
determinata tecnologia, questo è il prezzo, purtroppo necessario, da pagare per
il progresso. Peggio ancora, questo atteggiamento essenzialmente difensivo
servirà ben poco a placare la tempesta economica in arrivo.
Non significa che non possiamo fare nulla. Se comprendiamo che il progresso
tecnologico non può essere completamente soppresso e che tale progresso non
segue un percorso prestabilito, allora possiamo iniziare a pensare oltre le
moratorie e le misure di mitigazione. Dovremmo invece cercare di indirizzare
questo strumento verso fini sociali. Qual è, quindi, una base migliore su cui
costruire una politica più intraprendente? La proprietà pubblica.
Può sembrare un’idea radicale, ma in fondo non è così impensabile. Pensiamo a
cosa accadrebbe se la bolla dell’IA scoppiasse, o se la perdita di posti di
lavoro provocasse una diffusa depressione salariale tale da far crollare
l’economia: la richiesta pubblica di una qualche forma di risarcimento sociale
si farebbe più forte e le grandi idee diventerebbero più attraenti.
Ancora più importante, abbiamo un diritto etico alla proprietà: noi, come
società, abbiamo contribuito a rendere possibile l’IA. Non si tratta solo del
fatto che gli investimenti pubblici abbiano contribuito ad avviare e sostenere
il settore tecnologico; il successo dell’IA si fonda in modo unico sulla
condivisione delle nostre opere collettive. Quest’anno Anthropic ha strappato i
dorsi, scansionato e poi scartato milioni di libri cartacei, inclusi alcuni
fuori catalogo da tempo, per «addestrare» i suoi modelli linguistici. È uno
scandalo. E non solo per i bibliofili. Gli strumenti di apprendimento automatico
hanno ormai «ascoltato» milioni di ore di musica prodotta dall’uomo per creare
nuovi cloni di intelligenza artificiale completamente artificiali. Lo stesso
vale per i video generativi che, dopo aver inghiottito l’intero corpus di video
digitalizzati, sono ora in grado di imitare lo stile di qualsiasi regista o di
riprodurre le sembianze di qualsiasi attore. Il prodotto collettivo di
innumerevoli autori, pensatori, inventori, artisti, fotografi, registi,
artigiani, agricoltori, giardinieri, designer, architetti e così via è stato
caricato nel suo «cervello». Questi milioni di «insegnanti» umani rimarranno per
sempre senza riconoscimento e certamente senza essere pagati per il loro
servizio. Mentre i loro contributi, per quanto modesti, generano profitti
vertiginosi per Dario Amodei, Sam Altman, Elon Musk, Mark Zuckerberg e altri.
Non solo abbiamo una giustificazione etica per la proprietà pubblica, dovuta al
nostro contributo collettivo alla sua realizzazione, ma abbiamo anche una
motivazione decisamente patriottica. Ovvero, la proprietà pubblica
dell’intelligenza artificiale è nel nostro interesse nazionale. Sulla stampa, la
cosiddetta corsa all’IA viene dipinta come una competizione geopolitica in cui
Stati uniti e Cina si contendono chi investe di più, impara più velocemente e
costruisce i modelli migliori. Ma anche questo è un mito. Con la parziale
eccezione della Cina, la corsa all’IA è una competizione tra aziende private,
non tra stati nazionali. Pertanto, i profitti non vanno ai cittadini, né alle
classi popolari, ma solo all’oligarchia. Ciò è particolarmente vero negli Stati
uniti, dove lo Stato ha investito direttamente nella tecnologia e ha garantito
un clima imprenditoriale favorevole all’espansione dell’IA attraverso un quadro
normativo di parte e enormi incentivi fiscali. Nel frattempo, l’unico vantaggio
per le classi popolari sembra essere il privilegio di cui godiamo ora di pagare
una piccola somma per farci cuocere lentamente il cervello con una schifezza
video verticale.
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OPERAI E ALGORITMI
Matteo Pasquinelli
Qui risiede una grande contraddizione tra, da un lato, i diritti e gli interessi
delle classi popolari, espressi attraverso lo Stato-nazione democratico, e,
dall’altro, i diritti di proprietà liberali su cui tale Stato si fonda.
Nonostante i nostri investimenti diretti, finanziati dalle tasse, nelle
infrastrutture che hanno reso possibili questi sviluppi tecnologici, e
nonostante l’espropriazione del nostro lavoro intellettuale collettivo da parte
dell’apprendimento automatico, noi – come cittadini – non riceviamo alcuna
ricompensa. Allo stesso tempo, l’oligarchia tecnologica, che siede in alto sopra
di noi, non mostra alcuna lealtà duratura nei confronti dello Stato democratico
a cui deve il suo successo. La prova di questi interessi divergenti trascende
persino le divisioni partitiche, dato che sia Donald Trump che Bernie Sanders
hanno ora chiesto la nazionalizzazione delle aziende di IA. D’altro canto, il
fatto stesso che Amodei non si senta obbligato ad assecondare la richiesta di
Trump di accedere al backend di Anthropic conferma il potere dell’élite
tecnologica, che prevale sullo Stato.
Il modo più semplice ed equo per risolvere questo dilemma è armonizzare questi
interessi contrastanti, definendo la direzione che le aziende di intelligenza
artificiale devono intraprendere, secondo il consenso popolare. Non sorprende
che lo stesso Sanders abbia presentato un disegno di legge che obbligherebbe le
maggiori aziende di IA a trasferire il 50% delle proprie azioni in un fondo
pubblico. Il Fondo sovrano americano per l’IA funzionerebbe in modo molto simile
a quelli istituiti da Norvegia e Alaska per le loro riserve di petrolio e gas.
Poiché le risorse naturali come il petrolio e il gas non devono il loro valore
all’ingegno di una singola azienda o individuo, il loro valore in quanto tali è
giustamente considerato un bene comune. Lo stesso vale per l’IA, con la
differenza che il valore di questa tecnologia deriva dal nostro lavoro
collettivo come esseri umani. Non dovrebbe essere gestita collettivamente e i
suoi benefici distribuiti di conseguenza?
Nonostante quanto dicano i critici, questa non è una proposta di elargizione di
denaro pubblico, tutt’altro. Invece di essere un atto di beneficenza, la
proprietà pubblica dell’intelligenza artificiale rappresenta un tentativo di
recuperare, per fini sociali, una ricchezza creata socialmente. In questo modo,
potremmo anche porre rimedio ai danni economici derivanti dalla cattiva gestione
dell’economia della conoscenza su vasta scala. Si è creato un divario salariale
sempre più ampio tra la classe lavoratrice senza istruzione universitaria e
quella dei lavoratori laureati, che hanno ampiamente beneficiato della
tecnologizzazione della nostra economia. Ora che gli sviluppi dell’IA minacciano
il premio salariale dei lavoratori laureati, in modo analogo a come il libero
scambio e lo shock cinese hanno eroso i salari dei lavoratori industriali, ci
troviamo di fronte a una nuova crisi. In questo senso, l’IA – l’apoteosi
dell’economia della conoscenza – potrebbe offrire una via d’uscita dal dominio
totale della nostra politica interna da parte dell’alta finanza e delle Big
Tech.
Mentre l’esplosione del debito pubblico mette a repentaglio le politiche sociali
interne, i leader democratici devono ricominciare a pensare a percorsi di
rinnovamento sociale che forniscano allo Stato e ai suoi cittadini gli strumenti
indipendenti per raggiungere gli obiettivi sociali. Se questa volta la bolla
dovesse scoppiare, la risposta dovrà mirare a correggere, piuttosto che ad
aggravare, gli squilibri di potere tra capitale e lavoro. La ricchezza generata
dagli sviluppi legati all’IA potrà quindi essere reinvestita in programmi di
rigenerazione sociale: infrastrutture per rinnovare l’ambiente costruito,
finanziamenti per l’istruzione primaria e secondaria, investimenti nella
produzione di nuove energie, nella manifattura avanzata, nei servizi sociali e
altro ancora.
La proprietà pubblica dell’IA, quindi, non è solo una soluzione etica per
affrontare l’imminente crisi occupazionale e sociale, ma potrebbe rappresentare
un tentativo trasformativo di riorganizzare l’economia nell’interesse pubblico.
Da questo punto di vista, gli oligarchi hanno ragione ad avere paura.
*Dustin Guastella è dirigente sindacale del Local 623 dei Teamsters di
Philadelphia e ricercatore associato al Center for Working-Class Politics.
Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.
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