Nazionalizzare l’IA non basta
L’attuale questione sull’intelligenza artificiale rischia di essere l’estrema
propaggine decadente di una questione – la questione tecnologica – che ha
trasformato la dialettica tra lavoro e capitale.
In questa prospettiva è possibile immaginare la riflessione sui modelli
linguistici e sulla conseguente automazione come una nuova questione delle
macchine dopo quella seguita alla rivoluzione industriale, seppur con una
rimodulazione importante: l‘originaria questione delle macchine non usciva da un
paradigma meccanicista. La macchina rappresentava un potenziamento delle
capacità umane e le economie di scala conseguenti alla sua introduzione
rimanevano nell’ambito di banali considerazioni incrementali: la macchina era
ancora una estroflessione complessa delle capacità umane. Con la sedicente
rivoluzione digitale vi è un salto e un’inversione conseguente: non sono più le
macchine a somigliare agli esseri umani ma gli esseri umani a mimare movimenti
macchinici. Esattamente come la vita nelle città ha subito una trasformazione
essenziale con l’introduzione del motore a scoppio e delle autovetture
ridisegnando funzionalmente il paesaggio urbano, così la vita degli esseri umani
è modificata dalla tecnologia, la quale, lungi dall’essere una semplice
implementazione tecnica, ne rappresenta un profondo sviluppo. La tecnologia è
parte delle relazioni vitali e linguistiche della specie umana.
L’idea che le emozioni o il linguaggio naturale possano essere immediatamente
oggetto di produzione di valore ricalca infatti questo paradigma e l’idea di
fabbrica sociale teorizzata già negli anni Sessanta da Mario Tronti. Non è qui
il luogo per comprendere quanto questi concetti colgano l’effettivo sviluppo del
capitalismo contemporaneo. Ciò che qui, più modestamente, provo a proporre è una
brevissima e manchevolissima genealogia della rivoluzione linguistica e
statistica che i modelli linguistici di intelligenza artificiale sembrerebbero
aver introdotto. In altri termini, considerare le macchine come un prodotto
improvviso e circoscritto della rivoluzione industriale significa ridurre un
processo storico complesso a un semplice evento databile.
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IL CAPITALE NEL CERVELLO
Redazione Jacobin Italia
È un errore interpretativo almeno per due ragioni. In primo luogo, perché una
storia concepita come successione di punti isolati finisce per trasformarsi in
antistoria: non più comprensione dei processi, delle contraddizioni e delle
mediazioni che li attraversano, ma loro cancellazione retrospettiva.
L’antistoria, in questo senso, è la narrazione che sottrae alla storia il suo
movimento dialettico, cioè l’intreccio tra economia, natura, scienza e umanità
che produce una tendenza di lungo periodo. Qui si potrebbe richiamare, almeno
sullo sfondo, la lezione di Hegel, ripresa da Marx: la tecnica non appare come
un accidente esterno alla società, ma come una figura storica in cui si
condensano i rapporti sociali materiali. In secondo luogo, quel «punto» che
chiamiamo rivoluzione industriale non è soltanto un’origine, ma anche una
soglia: una frattura visibile all’interno di una trasformazione già in corso,
una breccia nelle mura, ormai compromesse, della ragione moderna.
Non riconoscere questa continuità significa proporre una genealogia troppo
selettiva del conflitto tra lavoro e capitale, come se esso nascesse
all’improvviso con la fabbrica meccanizzata, e non fosse invece il risultato di
una più lunga riorganizzazione della vita, del sapere e della produzione.
Come ricorda Matteo Pasquinelli Nell’occhio dell’algoritmo, la questione delle
macchine in quanto tale è sempre stata un problema dell’intelligenza legata alla
macchina, al suo uso e alla sua progettazione. Intelligenza è la scienza
impiegata per produrre le macchine e intelligente è la conoscenza che ne
consegue dall’uso. L’esperienza di fabbrica è perciò stesso già da sempre una
questione di intelligenza appresa e trasmessa. La conoscenza operaia è già
sempre implicita nella questione delle macchine in quanto intelligenza della
macchina in ogni senso. L’opposizione alla macchina da parte operaia è
l’opposizione di una forma di conoscenza esperenziale a un’altra forma di
conoscenza, astratta e direttiva. La macchina sussume l’uso nella regola
generale, sussumendo l’esperienza umana.
In questo senso la lotta di classe è, in modo molto più forte di quanto non
appaia a prima vista, anche una lotta tra intelligenze tecnologiche. Tanto più
che la questione delle macchine, cristallizzata da Ricardo nei suoi Principi, è
apparsa sin da subito come la questione centrale del rapporto tra salari e
produttività, ma è stata proprio questa prospettiva a oscurare quella profonda
della tecnologia della divisione del lavoro come conoscenza operaia, ovvero come
conoscenza sociale.
La scienza nello sforzo sociale tecnico è il legaccio che tiene insieme le
conoscenze più che un fondo a cui attingere. La scienza in altre parole è la
fibra che tiene insieme i fili del processo sociale lasciandolo apparire come
tendenza. Il ruscello orientato a monte che costituisce a valle il grande fiume
inarrestabile dello sviluppo tecnologico non è insomma quel luogo sacro della
conoscenza consacrato ai creativi e ai talentuosi dell’umanità.
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NAZIONALIZZARE L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE
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È per questa ragione che la recente dichiarazione di Bernie Sanders riguardo
all’uso pubblico della cosiddetta intelligenza artificiale non mi convince. Come
riportato prontamente da Fortune, la proposta di Sanders è stata salutata con
simpatia dal presidente Trump e da Sam Altman, Ceo di OpenAI, in un’inaspettata
convergenza che prevede la partecipazione pubblica alla grande impresa
dell’umanità chiamata intelligenza artificiale. Secondo Sanders, intervenuto sul
NY Times il 1 giugno, l’intelligenza artificiale non è un semplice aggiornamento
tecnologico, bensì lo spartiacque definitivo della nostra epoca. Non ci sarà
alcun aspetto della nostra esistenza – dal modo in cui lavoriamo e votiamo, fino
all’educazione dei nostri figli e al nostro stesso equilibrio emotivo – che non
ne uscirà radicalmente trasformato. E mentre all’orizzonte si profila il
rischio, tutt’altro che fantascientifico, di macchine iper-intelligenti capaci
di sfuggire al nostro controllo, la vera battaglia di oggi si giocherebbe tutta
tra privati per l’estrazione di profitti conseguenti a questa svolta epocale.
Ora, afferma Sanders, il paradosso dell’IA è che non nasce dal nulla, ma le sue
origini intercettano l’intera eredità culturale, scientifica e creativa della
nostra specie. L’algoritmo ha imparato a «pensare» nutrendosi del nostro sudore
intellettuale, dei nostri dati e della nostra storia e, proprio per questo
motivo, la ricchezza incalcolabile che questa tecnologia sta per sprigionare non
può essere privatizzata. Non può trasformarsi nel feudo esclusivo di una
manciata di tecnocrati della Silicon Valley – i vari Musk, Altman o Amodei – né
nell’ennesima slot machine per i fondi di Wall Street.
Il ragionamento è chiaro e sembrerebbe condivisibile, anzi lo è sicuramente in
modo astratto: se l’intelligenza artificiale è il prodotto del sapere di tutti,
i suoi frutti devono nutrire l’umanità intera, non i portafogli di pochi.
Tuttavia, ci sono almeno un paio di problemi con una proposta così formulata.
Dunque occorre fare chiarezza in almeno due direzioni: una economica e una
politico-filosofica, per così dire.
Dal punto di vista economico nazionalizzare la tecnologia dei modelli
linguistici significa socializzare 500 miliardi di debiti e zero potenza di
impiego. L’errore comune è infatti considerare la ricerca sull’intelligenza
artificiale come una ricerca scientifica in mare aperto, come ricerca di base
dalla quale non è possibile e non si deve estrarre immediatamente profitto. Ma
la cosiddetta intelligenza artificiale non presenta nessuno dei caratteri della
ricerca scientifica di base, si regge infatti su invenzioni concettuali
piuttosto datate, su modelli statistici consolidati, sfrutta l’avanzamento
tecnologico digitale per coniugare attraverso la forza bruta del calcolo questi
due pilastri. Il nome stesso di intelligenza artificiale venne coniato a partire
da suggestioni della psicologia Gestalt degli anni Quaranta del secolo scorso:
non so se esiste una migliore definizione di ingegneria, quello che so è che non
si tratta di ricerca scientifica di base. E se non si tratta di ricerca
scientifica di base occorre inventarsi un impiego per questa trovata
ingegneristica.
Al momento il miglior impiego trovato per la cosiddetta intelligenza artificiale
è la speculazione finanziaria divenuta particolarmente efficiente attraverso
l’uso dei social media. Più o meno lo schema è questo: annuncio di uno sviluppo
importante ma segreto, perché troppo potente per essere diffuso; raccolta del
capitale; rilascio del codice segreto; disillusione generale; rilancio sulla
pericolosità etica dell’intelligenza artificiale; investimento pubblico invece
del crollo.
Ormai anche chi non sa o non vuole fare altro che accendere uno smartphone e
soffiarci dentro alcune parole sa che le grandi aziende del campo tecnologico
investono somme enormi l’una nell’altra, rifornendo da un grande monopolista
hardware globale che a sua volta investe milioni nelle aziende che acquistano i
suoi prodotti. Ecco, nonostante la partita di giro, l’unica azienda che produce
qualcosa in questo gioco delle tre carte, ossia Nvidia, è anche l’unica in
attivo. Dovremmo socializzare le perdite del capitale di ventura più
spregiudicato degli ultimi 20 anni?
Sarebbe allora forse meglio socializzare invece le risorse sperperate dai grandi
data center, disincentivando il monopolio di gran parte delle risorse cognitive
ed energetiche prodotte dall’umanità. Forse cancellare l’idea stessa di data
center al momento non è percorribile, ma almeno lo è quella della
risocializzazione della ricchezza trattenuta nei grandi cloud delle
multinazionali statunitensi, utilizzando la potenza di calcolo imprigionata nei
grandi compound del feudalesimo digitale.
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L’ERA DELL’IA A BASSO COSTO È GIÀ FINITA
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Vi è poi l’altra questione, meno marchiana, ma non meno decisiva: quella che
investe il ruolo della conoscenza nelle società a capitalismo avanzato. L’idea
che la tecnologia, ovvero l’implementazione tecnologica di alcune procedure
matematiche, possa guidare i processi di governance rendendo di fatto inutili la
politica da una parte e il valore della scienza dall’altra, è una panzana dura a
morire, ma che comincia a mostrare la corda. Tanto più ora che la sezione
italiana del luogo in cui tali panzane sono diventate mainstream, Wired, ha
cessato le pubblicazioni, per mano della proprietà statunitense, non
dell’algoritmo. Anche nel caso di Wired il lavoro non è stato sostituito
dall’automazione, ma è stato cancellato, declassato e probabilmente riallocato
in maniera più profittevole per il capitale. A guardare gli ultimi trent’anni si
direbbe che l’automazione più che il lavoro abbia cancellato il controllo umano
del lavoro, e la tecnologia attuale più che simulare l’intelligenza umana ne
rimpiazza le capacità sistematiche di controllo e coordinamento.
Non siamo più nell’era della classica «fabbrica sociale» — quella teorizzata
dall’operaismo, in cui i ritmi della catena di montaggio esondavano dai cancelli
della fabbrica per alluvionare l’intera società. Oggi siamo passati alla
fabbrica del sociale: un sistema che non si limita a sfruttare la società
esistente, ma la forgia e la codifica da cima a fondo.
Si genera così un circuito chiuso: quando l’analisi dei Big Data esamina i
comportamenti delle persone, non sta misurando alcuna qualità sociale, ma
soltanto l’efficacia degli input che l’algoritmo stesso ha instillato. Pensiamo
alle piattaforme di delivery come Deliveroo o ai feed di TikTok: l’algoritmo
suggerisce un percorso, un tempo di consegna o un contenuto da guardare, e poi
misura se la reazione dell’utente o del lavoratore corrisponde alle sue
metriche. La cosiddetta sociometria digitale si riduce a questo: un controllo di
conformità tra la creatività umana — forzosamente incanalata in binari
predefiniti perché sono quelli previsti dal sistema di misura — e i risultati
attesi dal sistema. Ovvero, la quantità di dati spacciata per qualità.
Non deve quindi stupire che l’intelligenza artificiale sia, prima di tutto, una
tecnologia di controllo e disciplinamento del lavoro. Gli anni della pandemia di
Covid-19 hanno fatto da acceleratore e banco di prova: le app di tracciamento,
il monitoraggio della mobilità e la gestione algoritmica delle risorse hanno
mostrato come la tutela della salute pubblica e il controllo sociale dei corpi
possano fondersi in una sola architettura tecnica.
Tuttavia, è proprio qui che si apre il paradosso dialettico dell’intelligenza
artificiale. Proprio quando i modelli di IA (come i grandi modelli linguistici o
le reti neurali generative) mostrano i propri limiti nel replicare la mente
umana individuale, rivelano la loro natura più autentica. L’IA non è una mente
isolata che «pensa», ma una macchina che estrae, mappa e ricombina la
cooperazione, il linguaggio e il sapere accumulato da milioni di individui. Nel
momento stesso in cui fallisce come «individuo sintetico», l’intelligenza
artificiale dimostra esattamente ciò che la razionalità tecnologica vorrebbe
celare: che l’intelligenza umana non è mai stata una facoltà privata, ma un
prodotto irriducibilmente collettivo, sociale e relazionale.
È la divisione del lavoro a comandare il processo e non il contrario come hanno
ben capito i tecno miliardari alla Thiel che lungi dal governare le loro
aziende, e anche solo dal possederle c’è da dire, si limitano a controllarle, in
un neo-incanto del mondo contemporaneo nel quale una nuova classe eletta vive di
rendita per grazia tecnologica.
È dal 1867, anno di pubblicazione del Capitale, che sappiamo che «i mezzi di
lavoro sono non soltanto i gradimetri dello sviluppo della forza lavoro umana,
ma gli indici dei rapporti sociali nel cui ambito l’uomo lavora». Non c’è
nessuna secessione delle élite per dirla con Lasch, ma una successione delle
élite al comando della divisione internazionale del lavoro.
*Luca Gori è dottore di ricerca in filosofia e insegnante. Attualmente svolge
attività di ricerca presso l’Università di Tor Vergata di Roma.
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