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Fuga da Big Tech
YouTube, Facebook, Instagram, TikTok: sono le piattaforme social più utilizzate dagli italiani. Social media, e non social network, visto che – come sottolinea Kenobit nel suo nuovo saggio “Assalto alle piattaforme” (Agenzia X) – l’obiettivo è tenerci agganciati a consumare passivamente contenuti multimediali, invece che mobilitarci per creare rete. App come queste sono infatti caratterizzate dall’apparente gratuità e da un algoritmo esplicitamente progettato per generare dipendenza, stimolando uno scrolling destinato a non finire mai. Lo stesso Aza Raskin, il designer che nel 2006 ha ideato lo scrolling infinito (cioè il caricamento continuo e automatico di nuovi contenuti durante lo scorrimento, senza un punto di arresto naturale), a distanza di 20 anni si è dichiarato pentito della sua invenzione. Inoltre queste piattaforme intrappolano gli utenti in modo che non clicchino su link che rimandano a siti esterni, inibendo così l’uscita dalle piattaforme. “Il gioco è sempre lo stesso”, scrive Kenobit. “Visto che il profitto delle piattaforme è direttamente proporzionale al tempo che gli dedichiamo, i loro meccanismi sono studiati scientificamente per aumentarlo il più possibile. Produciamo valore quando creiamo contenuti, ma anche quando li consumiamo”. Per un utente che non cerca altro che intrattenimento, luoghi del genere sembrano l’Eldorado. E invece si tratta, antropologicamente parlando, di veri e propri non luoghi: spazi in cui non si creano connessioni, ma che si attraversano di passaggio per andare da un contenuto a un altro senza che resti all’utente alcun valore aggiunto. “Se non stai pagando per il prodotto, il prodotto sei tu”, verrebbe da dire, riprendendo le parole rese celebri dal film “The social dilemma”. Ed ecco una delle frasi che Kenobit punta a decostruire nel suo saggio: su queste piattaforme persino chi paga – le aziende e le attività che versano una quota per occupare spazi pubblicitari – è a sua volta un prodotto, perché genera ulteriori dati che le piattaforme raccolgono e sfruttano per arricchirsi vendendoli. Ma cosa – o meglio chi – sono queste piattaforme? Tra quelle citate, si possono raggruppare Facebook e Instagram (e WhatsApp), del gruppo Meta fondato da Mark Zuckerberg. C’è poi YouTube, proprietà come Google della holding Alphabet Inc., di cui i fondatori di Google, Larry Page e Sergey Brin, sono ancora i maggiori azionisti e membri del consiglio di amministrazione, detenendo di fatto il controllo dell’azienda, pur non essendo più amministratori delegati. Meta ha registrato un fatturato di 164,5 miliardi di dollari per l’intero anno 2024, segnando una crescita del 22% rispetto al 2023. Alphabet Inc. ha registrato ricavi annuali record, superando i 400 miliardi di dollari nel 2025, grazie alla crescita della pubblicità. C’è di più: entrambi i colossi hanno espliciti legami con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, e sono nella lista BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) per il loro coinvolgimento nel genocidio in Palestina. Ma se sono così poco etiche perché è tanto difficile abbandonare queste piattaforme? Probabilmente, perché non tutto ciò che avviene sui social è nocivo. Quante amicizie, progetti, idee, iniziative non sarebbero nate o diventate così note se non fosse stato per i social? Kenobit fa l’esempio delle mobilitazioni per la Palestina realizzate dal 7 ottobre 2023 in poi, in cui i social, nonostante le varie dinamiche di shadow ban – cioè di oscuramento della tematica, costringendo talvolta a utilizzare caratteri speciali per parlarne (per esempio scrivendo G4z4 invece di Gaza) – hanno avuto un ruolo fondamentale. Il ruolo dei social è stato centrale anche nella formazione di grandi movimenti di protesta come Fridays For Future, con la nascita di nuclei di attivisti in ogni parte del mondo, o Black Lives Matter, con la condivisione di massa del video della morte di George Floyd e la propagazione delle sue ultime parole “I can’t breathe”. Il problema è che, sui social, in breve tempo si passa oltre: nuovi contenuti, nuovi trend, nuove cose a cui prestare attenzione, togliendo forza al desiderio e all’urgenza di convergenza e di organizzazione. Tra i limiti dell’attivismo online c’è infatti la necessità di sottostare alle logiche algoritmiche delle piattaforme, con Meta che al contempo blocca la possibilità di promuovere post dal contenuto a sfondo politico o sociale e ne limita anche la diffusione organica, tramite l’impostazione che permette di non visualizzare contenuti politici tra quelli suggeriti nel proprio feed. Fare attivismo sui social significa inoltre rischiare di scivolare, talvolta senza rendersene nemmeno conto, in quello che viene definito slacktivism, o attivismo da poltrona, cioè un tipo di attivismo che si limita alla condivisione di contenuti sui propri canali, senza che questo gesto si concretizzi in nulla di più radicale o d’impatto. Inoltre, perché il proprio attivismo cambi le cose, l’obiettivo dev’essere quello di costruire comunità. Appoggiarsi alle piattaforme mainstream significa invece, come scrive Kenobit, “costruire a casa d’altri”, lasciando in mano loro il destino del nostro attivismo ed esponendosi al rischio che post, profili e gruppi vengano cancellati in qualsiasi momento, quasi senza possibilità di replica. “Queste piattaforme non sono democratiche”, scrive sempre Kenobit. Chi crea contenuti rischia, tra l’altro, di diventare schiavo dei numeri, piegandosi a trattare di temi non controversi o divisivi in modo da raggiungere il maggior numero di persone possibili – talvolta finendo per capitalizzare le lotte sponsorizzando prodotti che con queste hanno qualche punto di contatto (magliette, tote bag o oggetti figli, per esempio, del greenwashing). Così facendo, l’attivismo diventa un lavoro da influencer più che da potenziali leader politici. È POSSIBILE CAMBIARE PIATTAFORME? “Abbiamo davanti una lotta impari, contro un nemico ben fortificato, con risorse economiche e tecnologiche senza precedenti nella storia dell’umanità”, prosegue Kenobit nel saggio. “Non lo prenderemo mai per sfinimento, né possiamo sperare di batterlo sul suo stesso terreno. Le piattaforme possiedono tutto, incluso il campo di battaglia, e se anche riuscissimo a metterle in difficoltà in casa loro potrebbero semplicemente cambiare le regole del gioco. Per lo stesso motivo, anche se usare alcuni dei loro strumenti può avere dei meriti strategici, non possiamo sperare di cambiarle dall’interno. Non può esserci riformismo in una dittatura. La disparità è evidente anche sul fronte della comunicazione, perché le piattaforme, controllando la dimensione digitale, proiettano un’influenza tangibile sul reale”. Nonostante questa posizione, Kenobit è abilissimo nel fornire alternative valide a ciascuno dei problemi legati alle piattaforme, spiegando con parole comprensibili a tutti che cosa si può fare e perché dovremmo farlo. Per esempio, la proposta di passare al Fediverso come alternativa ai social media mainstream è legata all’eticità dell’utilizzo di un software open source, ovvero il cui codice è consultabile e utilizzabile praticamente da chiunque, invece che chiuso, proprietario e i cui meccanismi sono noti solo a pochi eletti. Come si legge in “Assalto alle piattaforme” (disponibile gratuitamente anche come audiolibro): Il software libero si basa su una filosofia completamente diversa. Come suggerisce il nome, è pensato per tutelare la nostra libertà. Nello specifico, quattro libertà: * ⁠  ⁠la libertà di eseguire il programma per qualsiasi scopo; * ⁠  ⁠la libertà di studiare come funziona il programma e di modificarlo in base alle proprie necessità; * ⁠  ⁠la libertà di ridistribuire copie del programma in modo da aiutare il prossimo; * ⁠ ⁠la libertà di migliorare il programma e di distribuirne pubblicamente i miglioramenti, in modo tale che tutta la comunità ne tragga beneficio. Kenobit elenca molti motivi per cui preferire i social del Fediverso a quelli ancora mainstream: tra questi, l’assenza di un algoritmo che determina che cosa mostrare a chi a favore di un feed che rispetta l’ordine cronologico delle pubblicazioni, garantendo a tutti di non perdersi nulla e di dare a ogni contenuto la giusta dignità e diffusione. “L’assenza di pubblicità vanifica la necessità di un algoritmo che seleziona al posto nostro cosa mostrarci”. Va da sé che è impossibile che il passaggio dai social mainstream al Fediverso sia rapido e collettivo. Per questo, una valida soluzione intermedia consiste nel mantenere i propri profili sui social tradizionali, ma smettendo gradualmente di postare contenuti e utilizzandoli soprattutto, come da tempo fa Kenobit, per sponsorizzare il passaggio ad altre piattaforme. PIÙ COOPERAZIONE E MENO COMPETIZIONE Il controllo che Big Tech può esercitare va però ben oltre le singole piattaforme. Durante una presentazione del libro che si è svolta a Torino, a Radio Blackout, l’11 febbraio 2026, è nato un dibattito sul possesso delle dorsali internet (backbone): infrastrutture fisiche ad altissima capacità, composte da cavi sottomarini in fibra ottica posati sui fondali oceanici. Trasportano oltre il 99% del traffico dati mondiale tra continenti, connettendo reti locali e garantendo la velocità della connessione web. Già questo aspetto pone un importante problema, perché, anche utilizzando piattaforme alternative a quelle mainstream, ci si continuerebbe ad appoggiare a questo sistema, che resta in buona parte in mano a colossi privati. Le dorsali sono infatti gestite da un consorzio di grandi aziende di telecomunicazioni internazionali, colossi tecnologici (Google, Meta, Amazon, Microsoft) e, in parte, da governi. In risposta a questa osservazione, Kenobit ha suggerito di cercare il sito di Antennine, che punta a costruire reti comunitarie. Citando il loro blog, “le reti comunitarie sono infrastrutture locali di telecomunicazione create da gruppi di persone (una comunità) per connettersi a Internet e fornire servizi di comunicazione digitale. Sono costruite e gestite come un bene comune, cioè una risorsa prodotta e mantenuta collettivamente, piuttosto che detenuta privatamente, come alternativa alle grandi reti commerciali o statali e ai fornitori di servizi Internet”. Sul sito di Antennine sono presenti le istruzioni per contattare gli organizzatori del progetto e unirsi alla rete. È solo un inizio, che rappresenta però un baluardo di resistenza per ricordarsi che costruire delle alternative è possibile. Altri esempi internazionali di gestione comunitaria e democratica dell’accesso a internet sono Guifi.net, nata in Catalogna nel 2004 e che punta a costruire una rete dal basso in modo da connettere aree rurali portando la connessione internet laddove non arrivano gli operatori commerciali tradizionali, e Freifunk, nata a Berlino, che ha come obiettivo quello di fornire una rete internet libera e accessibile a tutti. Un altro tema critico riguarda le conoscenze necessarie per poter usare – o anche solo entrare in contatto – con le piattaforme alternative. È necessaria in primis un’alfabetizzazione digitale, non scontata in un contesto in cui solo il 46% degli italiani possiede competenze di base in quest’ambito, ma anche una coscienza politica tale da problematizzare le piattaforme, oltre a contatti che tramite il passaparola permettano di accedere ad alternative come il Fediverso. Per fare effettivamente la differenza, c’è insomma prima di tutto bisogno di fare massa critica, scegliere che direzione prendere e costruirla insieme. Come scrive Kenobit, “abbiamo un’occasione imperdibile per rivendicare una dimensione digitale fondata sulla cooperazione invece che sulla competizione”. L'articolo Fuga da Big Tech proviene da Guerre di Rete.
May 13, 2026
Guerre di Rete
Assicurare ai Minori anche il diritto alla Sicurezza Cibernetica
L’adescamento di minori online rappresenta una delle minacce più insidiose e pericolose per i bambini e gli adolescenti, un fenomeno che, come sottolinea il Centro Nazionale per il Contrasto alla Pedopornografia Online (C.N.C.P.O.), negli ultimi due anni evidenzia, pur mantenendosi su livelli elevati, un’evoluzione che richiede interventi sempre più specializzati e tempestivi. Nel 2025, il numero complessivo dei casi trattati si attesta a 434, frutto di un’intensificazione delle attività di prevenzione e educazione digitale. L’adescamento online, infatti, è un fenomeno che si sviluppa e si manifesta nelle piattaforme digitali sempre più precocemente utilizzate da bambini e ragazzi, come i social network le app di messaggistica istantanea e, più recentemente i videogiochi online. Spesso è nei luoghi virtuali del gioco che gli adescatori “avvicinano” i giovanissimi, nascondendosi dietro profili falsi di sedicenti coetanei, pronti ad usare tecniche di manipolazione affettiva per ottenere immagini sessuali, video e addirittura incontri reali con potenziali vittime. Come si legge nel report > “Tracce digitali, vittime reali: l’impegno a difesa e protezione dei più > piccoli, pubblicato in occasione della Giornata Nazionale contro la Pedofilia > e la Pedopornografia (5 Maggio), “un’analisi più approfondita dei dati mostra > come il rischio non sia distribuito in modo uniforme tra le diverse fasce > d’età. Se è vero che i bambini tra i 0 e i 9 anni rappresentano ancora una > quota relativamente minore di vittime, con 17 casi, è altrettanto vero che si > tratta di una tipologia di vittime particolarmente fragili per le quali un > approccio sessuale precoce e tecnomediato può costituirsi come trauma concreto > con potenzialità dannose piuttosto elevate. La fascia d’età 10-13 anni > registra 179 casi. In questa fase dello sviluppo i minori iniziano a esplorare > il mondo digitale in maniera più autonoma, utilizzando i social media e le > chat per stringere nuove amicizie. Gli adescatori sfruttano questa apertura > per avvicinarsi alle vittime, fingendo di condividere interessi comuni e > instaurando un rapporto basato su fiducia e manipolazione. È in questo > contesto che la Polizia Postale ha rafforzato le proprie strategie di > prevenzione, promuovendo campagne di sensibilizzazione rivolte sia ai ragazzi > che ai genitori, affinché possano riconoscere segnali di pericolo e adottare > comportamenti più sicuri online. Infine, il dato più significativo riguarda la > fascia 14-16 anni, con 238 casi. Il volume registrato in questa fascia d’età > riflette la crescente esposizione degli adolescenti a dinamiche digitali > complesse, che vanno dal sexting alla condivisione di immagini intime, > talvolta indotte con minacce o ricatti. Gli adescatori mirano a minori di > questa età consapevoli della loro naturale curiosità per la seduzione, la > sessualità e l’interazione libera, consapevoli di quanto i ragazzi si sentano > sicuri in un dominio, quello digitale, in cui credono di muoversi con maggiore > dimestichezza, minore esposizione corporea senza particolari controlli.”: https://www.commissariatodips.it/docs/giornata-nazionale-contro-la-pedofilia-report-2026.pdf. L’impegno nella tutela dei minori e le attività di prevenzione e contrasto ai fenomeni di abuso sessuale nel dominio cibernetico potrebbe essere uno dei temi da trattare in occasione del prossimo 27 maggio, 35° anniversario della ratifica italiana della Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza (https://www.unicef.it/convenzione-diritti-infanzia/). Anche quest’anno l’UNICEF Italia, con il patrocinio dell’ANCI, lancia la quinta edizione della campagna DIRITTI IN COMUNE e invita tutte le amministrazioni comunali a partecipare. I Comuni svolgono un ruolo determinante nell’assicurare ai bambini e agli adolescenti che tutti i diritti siano garantiti. Aderire a DIRITTI IN COMUNE rappresenta quindi un’opportunità per i Comuni di far conoscere la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in maniera diffusa e per ogni amministratore, di farsi portavoce dell’importanza di costruire contesti territoriali capaci di ascoltare le necessità e di rispondere ai reali bisogni delle giovani generazioni, ribadendo il ruolo fondamentale dei Comuni nella promozione del benessere dei minorenni. DIRITTI IN COMUNE è l’iniziativa dell’UNICEF Italia, promossa nell’ambito del Programma UNICEF Città amiche dei bambini e degli adolescenti (https://www.unicef.it/italia-amica-dei-bambini/citta-amiche/), rivolta a tutti i Comuni italiani per sensibilizzare gli amministratori stessi, i dipendenti delle amministrazioni comunali e i cittadini, alla promozione dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Molteplici le azioni di comunicazione che le amministrazioni locali possono realizzare utilizzando i canali social istituzionali e degli amministratori. È inoltre possibile, promuovere la campagna sulla homepage del sito del Comune e distribuire i materiali messi a disposizione dall’UNICEF Italia, in tutti gli uffici e i luoghi pubblici, nelle scuole e durante eventi organizzati per l’occasione. Le amministrazioni comunali che partecipano hanno l’opportunità di: promuovere e rafforzare la conoscenza della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza tra amministratori, funzionari, personale comunale e cittadini, contribuendo alla crescita di una cultura istituzionale attenta ai diritti dei minorenni; diffondere materiali di comunicazione, già predisposti per la stampa e per l’utilizzo sui canali digitali del Comune (sito web istituzionale, newsletter, social media) e durante gli eventi pubblici realizzati; dare visibilità alle iniziative pubbliche realizzate sul territorio in occasione della campagna di sensibilizzazione; essere inseriti nell’elenco nazionale dei Comuni che hanno aderito alla campagna di sensibilizzazione DIRITTI IN COMUNE pubblicato sull’apposita pagina del sito web di Unicef. Per aderire occorre inviare l’adesione da un indirizzo mail istituzionale del Comune (non una PEC) per segnalare la partecipazione all’indirizzo: cittamiche@unicef.it, scaricare i materiali messi a disposizione da UNICEF Italia e diffonderli tramite i canali istituzionali del Comune (social, sito, newsletter, ecc.) e condividere con amministratori, funzionari, uffici comunali e durante gli eventi pubblici. Qui tutte le informazioni per aderire: https://www.unicef.it/italia-amica-dei-bambini/citta-amiche/diritti-in-comune/. Giovanni Caprio
May 11, 2026
Pressenza
Se la tregua dovesse fallire, potrebbe esserci una “Hormuz digitale”
Tutti giustamente concentrati sui due beni naturali più importanti del Golfo Persico (petrolio e gas), in pochi si sono occupati degli altri settori che sono andati in crisi in appena sei settimane di guerra. Certo, il mercato immobiliare e il turismo hanno ricevuto un po’ di attenzione, ma forse meno […] L'articolo Se la tregua dovesse fallire, potrebbe esserci una “Hormuz digitale” su Contropiano.
April 14, 2026
Contropiano
L’impero nascosto di Google mostra le debolezze dell’antitrust
Immagine in evidenza rielaborata con AI Il 10 febbraio scorso la Commissione Europea ha approvato senza condizioni l’acquisizione di Wiz da parte di Google, conclusa poi a marzo per un valore di 32 miliardi di dollari. Wiz è un’azienda israelo-americana fondata nel 2020: opera nel settore della cybersecurity e ha sviluppato una piattaforma che consente alle aziende di monitorare e proteggere le proprie “superfici di attacco” sul cloud. Tra i suoi clienti ci sono i servizi cloud di molte grandi aziende globali. Teresa Ribera Rodriguez, commissaria europea per la concorrenza, ha dichiarato in una nota ufficiale che “Google si posiziona dietro ad Amazon e Microsoft in termini di quote di mercato nelle infrastrutture cloud e la nostra valutazione ha confermato che i clienti continueranno ad avere alternative valide e la possibilità di cambiare fornitore”. In termini di concorrenza e rischio di monopolio del mercato, quindi, nulla osta all’acquisizione da parte dell’azienda di Mountain View.  Ma è davvero così? Una recente analisi pubblicata a novembre su ArXiv.org suggerisce che in realtà gli organi di controllo antitrust non siano riusciti a intercettare la vera portata dell’influenza di Google nel settore digitale globale, permettendo all’azienda americana di costituire quello che i tre autori definiscono “l’impero nascosto di Google”.  Secondo gli autori – Aline Blankertz, Brianna Rock e Nicholas Shaxson – oggi Google “ha accumulato un impero di oltre seimila aziende che ha acquisito, supportato o in cui ha investito, nell’economia digitale e non solo”. Tutto ciò sarebbe stato possibile per una concomitanza di fattori, a cominciare dalla strategia di Google di sfruttare investimenti di minoranza nelle società che sfuggono agli organi di controllo e dalle prospettive troppo stringenti che le stesse autorità antitrust adottano nel giudicare gli investimenti e le acquisizioni. GOOGLE CONTROLLA OLTRE 6000 AZIENDE La base di dati principale usata nello studio proviene da PitchBook, un’azienda specializzata nel fornire dati sui movimenti di capitale tra aziende. A questa, i tre autori hanno aggiunto ulteriori ricerche, includendo anche altre aziende della galassia Google (DeepMind, YouTube, Google Ventures, Google for Startups e altre) e un’ulteriore analisi delle informazioni fatte circolare dall’agenzia di stampa Bloomberg. Dai dati risulta che negli ultimi 15 anni Google ha costruito la sua rete di influenza – che, come detto, coinvolge migliaia di aziende digitali – a livello globale. Questa circostanza mette Google in una posizione di netto vantaggio rispetto alle altre Big Tech digitali e, come ha commentato un’autrice dello studio, l’economista tedesca specializzata in piattaforme digitali Aline Blankertz a Guerre di Rete via email, rappresenta “un’enorme concentrazione di potere”. La differenza rispetto a situazioni simili che si sono verificate, per esempio, nel settore finanziario, “sta nel fatto che Google esercita un’influenza molto diretta sui tipi di tecnologie da sviluppare, che sono solo quelle che avvantaggiano il suo modello di business”, continua Blankertz. “Questo le consente di permeare un numero ancora maggiore di ambiti della vita [delle persone] senza dover rendere conto della propria influenza, poiché tali investimenti non sono soggetti ad alcun tipo di supervisione”. Nel suo database, PitchBook distingue, infatti, tra “acquisizione”, cioè la presa del controllo di un’azienda da parte di un’altra attraverso l’acquisto di quote di capitale, e gli “investimenti”, in cui l’acquisto di capitale dà invece diritto a una percentuale inferiore al 15% nei diritti di voto all’interno dei consigli di amministrazione. Seguendo questa distinzione, gli autori hanno analizzato il comportamento di Google tra il 2010 e il 2024. I dati raccontano un incremento della strategia di investimento e una progressiva diminuzione delle acquisizioni e delle fusioni nello stesso periodo.  Un altro fattore importante è che non tutte le aziende in cui Google investe sono nello stesso settore, pur facendo comunque parte del mondo della tecnologia digitale. Ciò consente a Google di esercitare un controllo che non è verticale, ma più simile a un “controllo ecosistemico”, restando però sotto il radar delle autorità di controllo. Delle quasi 6000 aziende in cui ha investito rimanendo sotto la soglia fatidica del 15% dei diritti di voto in CdA, molte sono state sostenute da Google non solo attraverso capitale, ma anche risorse: crediti cloud, mentoring, accesso all’ecosistema. Il risultato è una forma di “controllo senza proprietà”: Google non possiede le startup, ma ne orienta le tecnologie e i modelli di business. E mentre queste si appoggiano sempre più alla sua infrastruttura, finiscono per rafforzarne la posizione sul mercato. Poiché l’antitrust si concentra soprattutto su fusioni e acquisizioni, questa rete di investimenti sfugge in gran parte ai controlli. Così facendo, l’influenza di Google sull’economia digitale mondiale si sarebbe espansa grandemente senza incontrare ostacoli. IL CASO DI DOUBLECLICK All’interno della strategia di Google, le acquisizioni continuano comunque ad avere un peso importante, nonostante il loro numero ridotto negli anni. Non tanto per l’acquisizione diretta di fette di mercato in settori vicini, ma soprattutto per l’integrazione tecnologica. Per spiegare meglio come funzioni, gli autori dell’analisi descrivono il caso di studio dell’acquisizione di DoubleClick avvenuta nel 2007.  DoubleClick era un’azienda americana nata nel 1995 e specializzata nei servizi di pubblicità online. I regolatori americani ed europei che dovevano esprimere un parere sull’acquisizione non individuarono problemi perché ritenevano che Google non avesse abbastanza potere sul mercato e la competizione sarebbe rimasta alta.  In particolare, la Federal Trade Commission statunitense (FTC), respinse “la preoccupazione che Google potesse integrare la propria offerta di pubblicità online con il software di DoubleClick, discriminando così la concorrenza”, perché non sarebbe stata una scelta economicamente vantaggiosa. Eppure è esattamente quello che è successo. Google ha progressivamente integrato DoubleClick nel proprio ecosistema pubblicitario, diventando l’attore dominante dell’intero panorama della pubblicità digitale. Con il paradosso che negli anni successivi le autorità hanno accusato Google di favoritismo e condotta anticoncorrenziale, con pesanti sanzioni dell’antitrust. Secondo Blankertz e gli altri autori, la lezione da portare a casa da questo “peccato originale” è che gli enti regolatori sottostimano l’integrazione verticale. Concentrandosi sul lato economico delle acquisizioni, le autorità si preoccupano soprattutto delle “acquisizioni orizzontali”, cioè aziende simili che operano nello stesso settore di mercato e che, fondendosi, ne potrebbero controllare una fetta troppo grossa, penalizzando la concorrenza.  Le “acquisizioni verticali” sono invece quelle che prevedono di acquisire un fornitore, un cliente o un soggetto di un altro anello della catena di approvvigionamento. Per capire meglio la differenza, nell’articolo viene fatto un esempio relativo al settore agricolo: “L’acquisizione di un altro produttore di pesticidi da parte di un produttore di pesticidi potrebbe sollevare preoccupazioni di natura orizzontale, mentre l’acquisizione di un produttore di semi di soia e mais da parte di un produttore di pesticidi solleverebbe preoccupazioni di natura verticale”. In questo secondo tipo ricade anche l’acquisizione di DoubleClick da parte di Google, che, di fatto, ne ha acquisito la tecnologia integrandola nel proprio ecosistema. IL CASO FITBIT Acquisire una tecnologia entrando in società con un’altra azienda è il tema anche dell’altro caso di studio presentato, quello relativo all’acquisizione di FitBit nel 2020. FitBit era un’azienda che operava acquisendo dati relativi alla salute dei clienti e monitorando le loro abitudini.  Seppure con alcune riserve, sia la Commissione Europea che l’FTC hanno approvato l’operazione, a patto che Google si impegnasse a prevenire un uso improprio dei dati sulla salute dei clienti e che si impegnasse a garantire una competizione equa nel mercato. Gli enti regolatori erano preoccupati che Google potesse utilizzare i dati sensibili di FitBit relativi alla salute e al fitness per rafforzare la propria posizione dominante nella pubblicità online, limitare l’accesso dei concorrenti ai dati o al software e sfruttare il proprio ecosistema Android nel mercato dei dispositivi indossabili.  Google ha accettato senza troppi problemi le indicazioni, perché quelle preoccupazioni erano lontane dal toccare il suo vero interesse strategico. Google sembra infatti aver consentito il declino di FitBit, come dimostrano il calo degli utenti, la riduzione delle vendite e la minore rilevanza del prodotto. Nel frattempo, ha spostato l’attenzione sui propri dispositivi e partnership, come il Pixel Watch e le collaborazioni con Samsung nel settore dei dispositivi mobile. Questo risultato suggerisce che l’acquisizione potrebbe aver funzionato come una “killer acquisition”, neutralizzando un potenziale concorrente anziché rafforzarlo. Il problema, quindi, è che se i regolatori si concentrano solamente sui risvolti di economia “classica” delle acquisizioni e delle fusioni, possono completamente perdere di vista la reale strategia tecnologica che sottostà alle operazioni finanziarie. IL RUOLO DELLA POLITICA E DELLA POLICY Attraverso questo “impero nascosto”, avvertono gli autori dello studio, Google si trova in una posizione dominante per indirizzare lo sviluppo della tecnologia del prossimo futuro. Ovviamente, cercando di spingerla verso una direzione che sia il più profittevole possibile per sé stessa. Ma c’è uno spostamento importante che viene rilevato. Fino a pochi anni fa, Google provava ad assumere una posizione dominante nel mercato grazie al suo peso in termini economici. Oggi, dopo lo spostamento di strategia descritto, Google starebbe cercando di aumentare la propria rilevanza attraverso un posizionamento strategico in settori chiave, come per esempio quelli dell’AI, dell’infrastruttura della cybersecurity e del cloud. Tutti centrali anche nell’acquisizione appena confermata di Wiz. Inoltre, Google sta acquisendo ancora più centralità attraverso una relazione sempre più stretta con gli uffici governativi americani. L’attività di lobbying presso il governo americano è tale per cui, scrivono gli analisti nel paper, “Google presenta le proprie tecnologie cloud e di intelligenza artificiale come indispensabili per affermarsi a livello geopolitico. Questo crea una situazione in cui il governo potrebbe sentirsi in dovere di soprassedere su alcuni dubbi relativi all’espansione di Google e, al contrario, impiegare le proprie risorse per rafforzare l’azienda, invece che controllarla e limitarla”. In questo senso, “l’acquisizione di Wiz può essere considerata un caso di studio per questa dinamica emergente”. E che sembra rappresentare il nuovo paradigma in cui è intenzionata a operare Google. Si può intervenire in termini di policy, magari provando a limitare questo tipo di operazioni da parte di un attore del mercato? Aline Blankertz non nasconde il suo pessimismo: “Il problema è che siamo troppo in ritardo. Se vogliamo creare un mercato in cui le aziende europee possano competere nel settore digitale e in cui i governi possano contare su un’infrastruttura digitale sicura, dobbiamo prendere in considerazione interventi efficaci come lo smembramento delle imprese”. Come a dire: non essendo riusciti a prevenire questa situazione, adesso si dovrebbe rompere un sistema già consolidato. Non sarà facile. L'articolo L’impero nascosto di Google mostra le debolezze dell’antitrust proviene da Guerre di Rete.
April 1, 2026
Guerre di Rete
Amazon intorbidisce le acque
Articolo di Lavinia Ferrone Il cloud non davvero è una nuvola inafferabile, ma un’infrastruttura fatta di cemento, cavi, generatori e acqua. In una contea rurale dell’Oregon, l’espansione dei data center di Amazon si è intrecciata con un disastro già in corso nelle falde, accelerando un ciclo di contaminazione da nitrati che colpisce la popolazione.  Una crisi silenziosa, passata inosservata per anni anche se è sotto gli occhi di tutti, come fa l’acqua quando corre lungo le tubature sotterranee. Arriva nelle case della gente e il suo essere insapore, inodore e incolore è in grado di nascondere tra le molecole della sua memoria altre sostanze, atomi che ci restano impigliati a causa di interazioni deboli, elettrostatiche, eppure letali. L’inquinamento ambientale sistemico, radicato nel cuore della contea di Morrow – zona rurale e agricola dell’est dell’Oregon – è diventato negli ultimi anni simbolo dei rischi legati alla corsa globale alla digitalizzazione. Nel 2022 Jim Doherty – allevatore e commissario della contea, Repubblicano – si rende conto di avere sempre la stessa conversazione: adulti sani, persone giovani, si ammalano di patologie croniche, sviluppano tumori o perdono organi vitali. Ciò che colpiva di quelle conversazioni era il modo in cui le persone le collegavano a un problema relativo all’acqua della zona. Doherty capiva a cosa si riferivano: la falda acquifera della contea era stata contaminata dai nitrati – un sottoprodotto dei fertilizzanti chimici utilizzati dalle mega-fattorie e dagli stabilimenti di trasformazione alimentare dove lavorava la maggior parte dei suoi concittadini. La falda acquifera sotto la contea di Morrow, nota come bacino Lower Umatilla, è l’unica fonte d’acqua per ben 45.000 residenti nella contea e dintorni, la maggior parte dei quali si affida a pozzi che attingono da quel bacino. Dal 1991, i funzionari del Department of Environmental Quality (Deq) dell’Oregon raccolgono campioni da questa falda che mostrano un aumento lento ma costante di sostanze chimiche tossiche nell’acqua. Doherty, allarmato, avvia con l’ufficio sanitario locale un’indagine su 70 pozzi: 68 risultano contaminati da nitrati a livelli superiori rispetto ai limiti di sicurezza. Il nitrato (NO3–) e la sua forma ridotta, il nitrito (NO2–), è una fonte di azoto immediatamente disponibile per le piante che lo utilizzano per la sintesi della clorofilla, quel pigmento verde necessario per la fotosintesi clorofilliana. L’impiego dei nitrati come fertilizzanti agricoli è un modo efficace per aumentare rapidamente la resa dei raccolti. Negli ultimi anni, però, è emerso che un’esposizione elevata – per esempio attraverso il consumo prolungato di acqua contaminata – può comportare rischi per la salute umana; per questo l’Organizzazione mondiale della sanità ha indicato soglie massime di sicurezza. Nel nostro organismo il nitrato, trasformato in nitrito, può dare origine a composti N-nitrosi, o nitroderivati (NOCs, N-nitroso compounds): molecole instabili e altamente reattive capaci di interagire con il Dna e danneggiarlo. Se questo danno non viene riparato correttamente, può fissarsi come mutazione: un’alterazione inizialmente transitoria della sequenza può diventare permanente e venire trasmessa alle cellule figlie, aumentando nel tempo la probabilità di trasformazione tumorale. I nitroderivati sono considerati particolarmente problematici perché possono favorire stati infiammatori e, in alcune condizioni, presentare effetti avversi sullo sviluppo fetale e infantile. Studi epidemiologici hanno inoltre messo in associazione un’esposizione cronica a nitrati/nitriti e NOCs con un aumento del rischio di alcuni tumori (in particolare gastrici e del colon-retto, ma anche tiroidei e renali) e con esiti riproduttivi avversi, come nascite premature, malformazioni fetali e aborti spontanei. IL DISASTRO IN OREGON In Oregon le fonti di contaminazione non mancano: Morrow è sede di alcune delle più grandi aziende agricole (tra queste, Lamb Weston, che fornisce praticamente tutte le patate per le patatine fritte di McDonald’s) e zootecniche del Nord-Ovest americano, attratte da un terreno reso fertile artificialmente grazie a un massiccio sistema di irrigazione costruito negli anni Novanta per compensare le condizioni aride e renderlo più produttivo. Un maggiore flusso d’acqua significava che le grandi aziende agricole potevano utilizzare fertilizzanti nei campi tutto l’anno. Ogni giorno mega-fattorie, allevamenti intensivi e impianti di lavorazione alimentare della contea convogliano milioni di litri di acque reflue al Porto di Morrow, sul fiume Columbia. Qui vengono stoccate in enormi bacini coperti da teloni, dove i solidi affioranti vengono in parte degradati dai microbi producendo metano, poi bruciato attraverso piccoli camini. L’acqua restante rimane carica di residui di azoto – fertilizzanti, letame e materiali vegetali – e viene quindi ripompata sui campi senza costi per gli agricoltori: un riciclo che semplifica la gestione dei reflui per il Porto e fornisce alle aziende un flusso costante di acqua fertilizzata che, nel suolo, può trasformarsi in nitrati e raggiungere la falda. Il disastro ambientale, già in corso da anni, ha subito un’accelerazione con l’arrivo di Amazon. Dal 2011, il colosso tecnologico ha costruito sette data center nella contea, ottenendo forti agevolazioni fiscali da parte delle autorità locali (una moratoria sulle imposte della durata di 15 anni per ciascun edificio). La promessa era quella di diversificare l’economia locale, troppo dipendente dall’agricoltura. Ma mentre Amazon beneficiava di oltre 100 milioni di dollari in esenzioni, la comunità si trovava a dover affrontare nuove criticità a livello ambientale. I data center pompano ogni anno decine di milioni di galloni d’acqua dalla falda per raffreddare le apparecchiature informatiche, acqua che poi viene convogliata nel sistema di acque reflue del Porto di Morrow. Tutta l’acqua proveniente dai data center si mescola con le acque reflue già contaminate nelle lagune, aumentando ulteriormente il volume di acqua che viene infine smaltito sui campi.  Come spiega Greg Pettit, che ha lavorato per 38 anni al Deq ed è stato responsabile dello sviluppo del programma sulla qualità delle acque sotterranee dell’Oregon, «più acqua metti sui campi, più velocemente spingi l’azoto attraverso il suolo e giù nella falda». Chad Gubala, un idrologo che dal 2018 al 2022 ha gestito per il Deq dell’Oregon la supervisione sul permesso per le acque reflue del Porto di Morrow, è ugualmente critico rispetto al modo in cui, storicamente, il Porto ha gestito l’enorme volume di acque reflue, irrorando i campi nei freddi mesi invernali, anche quando non c’erano colture in campo.  «Gli agricoltori e il personale del Porto sostenevano che mantenere l’irrigazione durante la stagione non vegetativa fosse una cosa ragionevole per tenere il suolo ‘in condizioni appropriate’, dicevano, così da essere pronti per la semina primaverile e la crescita precoce. Ma, in pratica, era una montagna di stronzate, un modo per mantenere uno scarico continuo di acque reflue tutto l’anno dalle loro strutture» (in un comunicato del 30 ottobre, il Porto ha promesso di porre fine a questa pratica a partire da quest’inverno. La direttrice esecutiva del Porto, Lisa Mittelsdorf, ha dichiarato a Rolling Stone che «il Porto e il Deq hanno lavorato insieme per vietare l’applicazione a terra di acque reflue industriali durante la stagione non vegetativa»). La continua irrorazione durante i mesi invernali aiutava il Porto e Amazon a gestire lo straordinario volume di acque reflue proveniente da aziende agricole e data center, ma ha fatto scattare campanelli d’allarme tra gli analisti del Deq. La pratica dell’irrigazione invernale «rappresenta un rischio significativo per le acque sotterranee», ha scritto in un’e-mail del 2023 Larry Brown, specialista di salute ambientale del Deq, riassumendo le preoccupazioni che aveva già espresso ai dirigenti del Deq l’anno precedente. «[Deve] essere eliminata gradualmente il prima possibile». Quegli avvertimenti furono ignorati. Con l’aumento dei nitrati nella falda, persino l’acqua apparentemente pulita che il Port prelevava dai pozzi più profondi – usata per servire i grandi clienti industriali come Amazon – è diventata contaminata. Ben presto, Amazon si è ritrovata a usare acqua con fino a 13 ppm di nitrati, al di sopra dei limiti federali e statali, per raffreddare i propri data center. Quando quell’acqua contaminata attraversa i data center per assorbire il calore dei server, una parte dell’acqua evapora, ma i nitrati restano, aumentando ulteriormente la concentrazione. Ciò significa che, quando l’acqua inquinata esce dai data center e rientra nel sistema di acque reflue, è ancora più contaminata, arrivando talvolta a una media di 56 ppm, otto volte il limite di sicurezza dell’Oregon. Nel giugno 2022, Doherty propose di dichiarare lo stato di emergenza sanitaria, ma a ostacolarlo fu soprattutto il timore, da parte del mondo agricolo e industriale locale, che un intervento statale potesse limitare o bloccare le attività produttive. Il dibattito evidenziò uno squilibrio sociale: mentre il 30% dei residenti viveva in case mobili con pozzi contaminati e senza alternative sicure, la minoranza più ricca – dirigenti agricoli e industriali – abitava in quartieri forniti da acquedotti municipali che pescavano da strati idrici più profondi e meno inquinati.  Nonostante le opposizioni, la dichiarazione fu approvata da una parte del consiglio locale, consentendo di attivare fondi pubblici per la distribuzione di acqua pulita e per l’analisi dei pozzi privati. L’intervento dello stato, però, fu modesto. Secondo alcuni osservatori, la debole risposta delle autorità fu il risultato di pressioni informali da parte di lobby agricole e industriali, preoccupate di tutelare l’immagine e gli affari delle imprese locali. In questo clima di tensione, molti lavoratori – spesso immigrati e privi di documenti – temevano di esporsi. Le grandi aziende offrirono sostegno alle famiglie ma evitarono di riconoscere legami con l’inquinamento. Neppure le istituzioni locali riconobbero un proprio ruolo, nonostante violazioni ambientali documentate. Amazon sostenne iniziative sociali ma negò ogni responsabilità, affermando di non utilizzare nitrati nei propri processi.  I pozzi privati contaminati restano tuttora privi di una soluzione strutturale: molte famiglie ricevono acqua in bottiglia per cucinare e bere, ma non ci sono ancora piani pubblici per la bonifica dell’acquifero.  La crisi idrica della contea di Morrow, quindi, non è stata solo una questione ambientale e sanitaria. Ha messo in luce una rete di interessi economici, disuguaglianze sociali e conflitti di potere. Mentre le comunità più vulnerabili lottavano per accedere a un bene essenziale come l’acqua pulita, i vertici industriali e politici manovravano per proteggere investimenti e consenso. Doherty, figura solitaria e osteggiata, ha cercato di porre al centro la salute pubblica. Ma la sua battaglia si è scontrata con un sistema consolidato in cui l’emergenza ambientale è stata negata o depotenziata per preservare l’ordine economico esistente. La storia della contea si chiude (per ora) con una consapevolezza amara: quella di una comunità sacrificata in nome degli interessi aziendali, in cui il prezzo dell’innovazione è stato scaricato silenziosamente sull’ambiente e sulla salute pubblica. Ma il caso rappresenta anche un monito per il futuro, in un contesto globale in cui i data center – infrastrutture sempre più diffuse – continuano a insediarsi in territori agricoli o idricamente fragili. Raccontarla oggi significa provare a prevenire, altrove, ciò che in Oregon è ormai cronaca. AMAZON A MILANO Negli ultimi anni l’area metropolitana di Milano è stata interessata da diversi sviluppi infrastrutturali e ambientali che contribuiscono a delineare un contesto territoriale in evoluzione. Tra questi rientra il progetto di Amazon Web Services, che ha avviato la realizzazione di un nuovo campus di data center nei comuni di Rho e Pero. L’insediamento occuperà un’area di circa 100.000 m² e comprenderà due edifici principali. Come noto, i data center richiedono ingenti quantità di energia e di acqua per il raffreddamento dei server; per questo la Regione Lombardia, nel novembre 2025, ha aggiornato le linee guida per la loro localizzazione, introducendo criteri più restrittivi e favorendo tecniche di raffreddamento che non impieghino acqua potabile di acquedotto. Parallelamente, il territorio lombardo sta affrontando la sfida della scarsità idrica accentuata dai cambiamenti climatici. In risposta, si stanno sviluppando iniziative per il riuso in agricoltura delle acque reflue depurate. L’acqua trattata nei depuratori – non potabile ma bonificata – viene utilizzata per irrigare i campi, contribuendo sia al risparmio di risorse idriche sia alla riduzione dell’impatto dei fertilizzanti. Un esempio significativo è il progetto pilota di Peschiera Borromeo, dove l’acqua depurata viene destinata alle aziende agricole locali sotto rigorosi controlli di qualità. Risultati positivi stanno favorendo l’estensione di questo modello, mentre altri depuratori – come quelli di Assago, Rozzano e Basiglio – adottano già forme di riuso in ambito agricolo o civile. Queste pratiche si inseriscono nel quadro normativo europeo rafforzato dal Regolamento (Ue) 2020/741, che promuove soluzioni di economia circolare per una gestione più sostenibile delle risorse idriche. Sul piano ambientale, un altro tema rilevante nella zona riguarda l’inquinamento delle acque da nitrati, storicamente legato soprattutto all’uso di fertilizzanti e reflui zootecnici. Oltre il 60% della pianura lombarda è classificata come Zona Vulnerabile ai Nitrati secondo la normativa europea. I monitoraggi recenti evidenziano un generale miglioramento della qualità delle acque, pur con persistenti criticità nelle aree a più alta intensità agricola. L’area di Rho-Pero rientra tra le zone vulnerabili, con valori indicativi intorno ai 30 mg/L nelle analisi dell’acquedotto: livelli inferiori al limite di legge, ma rappresentativi di una situazione da mantenere sotto osservazione, come in gran parte del territorio regionale. Questi elementi, pur riguardando ambiti distinti, contribuiscono a delineare un quadro territoriale complesso, in cui diversi processi di sviluppo e tutela ambientale procedono in parallelo e che sarà importante monitorare per assicurare il rispetto dell’ambiente e della salute pubblica. *Lavinia Ferrone lavora come ricercatrice in Biochimica all’Università di Bari Aldo Moro. Si occupa di divulgazione scientifica intorno al tema del cancro. Ha tradotto il libro di Athena Aktipis Secondo natura. Come l’evoluzione ci aiuta a ripensare il cancro (effequ).  L'articolo Amazon intorbidisce le acque proviene da Jacobin Italia.
February 19, 2026
Jacobin Italia
Scarica il manualetto di sicurezza digitale
Guerre di Rete rende disponibile per tutti i suoi lettori il Manualetto di sicurezza digitale per giornalisti e attivisti Un mese fa Guerre di Rete aveva presentato una sua nuova pubblicazione, un ebook, intitolato: Manualetto di sicurezza digitale per giornalisti e attivisti. Inizialmente l’ebook era stato spedito in anteprima ai partecipanti […] L'articolo Scarica il manualetto di sicurezza digitale su Contropiano.
January 31, 2026
Contropiano
LEVANTE: ECONOMIA DIGITALE, PIATTAFORME ONLINE, INTELLIGENZA ARTIFICIALE E MONDO DEL LAVORO IN CINA.
Puntata di dicembre 2025, su Radio Onda d’Urto, di Levante, approfondimento mensile dedicato all’Asia Orientale. La puntata di venerdì 19 dicembre all’interno del ciclo “La Cassetta degli Attrezzi” (ore 18.45, in replica lunedì 22 dicembre, ore 6.30)  è dedicata alla Cina tra economia digitale, trasformazione in corso nel settore delle gigantesche piattaforme online (alcune conosciute anche in Italia come Temu, Tik Tok, Alibaba), intelligenza artificiale e conseguenti trasformazioni nel mondo del lavoro, con un focus in particolare sulle condizioni di lavoratori e lavoratrici “digitali” nella Repubblica Popolare Cinese. Per parlarne più approfonditamente, su Radio Onda d’Urto, abbiamo ospitato Dario Di Conzo, co-curatore di Levante, ricercatore alla Scuola Normale Superiore e docente a contratto di riforme economiche della Cina contemporanea all’università Orientale di Napoli e Vittoria Mazzieri, ricercatrice focalizzata sul mondo del lavoro in Cina e Asia. Autrice di China Files, Mazzieri scrive anche per altre testate e progetti editoriali italiani, come la newsletter Il Partito di Simone Pieranni, per cui ha recentemente siglato un interessante approfondimento dal titolo “La guerra delle consegne in Cina”, dedicata alla “guerra di sconti e coupon in corso tra Alibaba, Meituan e JD.com per conquistare mercato nel retail istantaneo…ma l’attenzione dei giganti del settore si concentra sull’AI”. Con Di Conzo e Mazzieri abbiamo inoltre parlato della Central Economic Work Conference di Pechino del 9 e 10 dicembre 2025, focalizzata su “concorrenza involutiva e guerra dei prezzi”, oltre che di trasformazioni del mondo del lavoro e intelligenza artificiale in Cina. La puntata di dicembre 2025 di “Levante” su Radio Onda d’Urto dedicata alla Cina tra economia digitale, piattaforme online, AI e mondo del lavoro con Dario Di Conzo e Vittoria Mazzieri. Ascolta o scarica  
December 19, 2025
Radio Onda d`Urto