Tag - diritti

“VERITA E GIUSTIZIA PER FAKIR”: MANIFESTAZIONI IN TUTTA ITALIA
Dopo la manifestazione di migliaia di persone, lunedì, a Bologna, e gli scontri con la polizia, ieri sera anche a Milano in migliaia si sono radunati davanti alla Prefettura e sono poi partiti in corteo al grido di “verità e giustizia per Abderrahim Fakir“, lavoratore 42enne di origine marocchina ucciso domenica da due agenti di polizia nel quartiere Pilastro del capoluogo emiliano. Il racconto della manifestazione nel capoluogo lombardo con Selam del centro sociale Cantiere. Ascolta o scarica Anche a Brescia, come in molte altre città italiane, ieri sera un corteo di diverse centinaia di persone è partito da Piazza Rovetta, ha percorso alcune vie del centro storico, transitando davanti alla Prefettura per poi concludersi nel quartiere Carmine. L’intervento di Umberto Gobbi dell’Associazione Diritti per tutti. Ascolta o scarica L’intervento di Driss Ennya, della Federazione delle associazioni bresciane dei migranti. Ascolta o scarica L’intervento di Gitanjali del Collettivo Onda Studentesca. Ascolta o scarica L’intervento di Arona del CASEB, Coordinamento Associazioni Senegalesi. Ascolta o scarica L’intervento di Giorgio Cremaschi di Potere al Popolo. Ascolta o scarica Nel frattempo, per i due agenti che hanno soffocato Abderrahim Fakir, e per quattro operatori del 118 che sono rimasti a guardare, è scattato lo scudo penale introdotto dai pacchetti sicurezza del governo Meloni. La Procura di Bologna sta accertando le loro posizioni attraverso la visione di diversi video che riprendono l’interminabile agonia dell’uomo immobilizzato a terra dagli agenti. Nel capoluogo emiliano è stata intanto convocata un’assemblea pubblica per continuare la mobilitazione. L’appuntamento è fissato per questa sera alle 19 in Piazza Lucio Dalla, alla Bolognina. Gli aggiornamenti da Bologna con Federico, della nostra redazione emilianoromagnola. Ascolta o scarica Anche a Verona presidio ieri sera per Abderrahim Fakir, duecento persone e due ore di interventi in piazza dei Signori, davanti alla Prefettura. Sono state denunciate le analogie con il caso Moussa Diarra e sono state anche ricordate le violenze alla questura scaligera del 2023. L’intervento di Jacopo Rui dell’associazione One Bridge To, tra le promotrici dell’iniziativa. Ascolta o scarica L’intervento di Eleonora Puglisi del Comitato Verità e Giustizia per Moussa Diarra. Ascolta o scarica L’intervento di Lahsen Lessen Ouftallah del Laboratorio Autogestito Paratod@s. Ascolta o scarica L’intervento di Alessandro di Radio Eustachio. Ascolta o scarica
July 22, 2026
Radio Onda d`Urto
Rider, subordinazione e rappresentanza: quale futuro per il lavoro tramite piattaforma?
 Lunedi 20 Luglio ore 14 convegno al Cnel, Viale Lubin 2, Roma L’ultimo Decreto Lavoro del Governo Meloni è intervenuto anche sul settore del lavoro tramite piattaforme digitali e, in particolare, sul lavoro dei rider. Un intervento che arriva in una fase cruciale per il settore del food-delivery: mentre la […] L'articolo Rider, subordinazione e rappresentanza: quale futuro per il lavoro tramite piattaforma? su Contropiano.
July 14, 2026
Contropiano
La malattia mentale – di Marco Ciambellini
La malattia mentale costituisce il nucleo critico dei saperi psy, ed è al centro di dispute riguardanti i criteri di demarcazione della psicopatologia. La malattia mentale pone problemi sulla relazione tra cultura e biologia, tra cervello e fenomenologia, tra coscienza e sociale, tra esistenziale e linguaggi possibili. Finora, nonostante la grande quantità di letteratura [...]
July 11, 2026
Effimera
Dispositivi della frontiera diffusa
I NUOVI CENTRI PER EFFETTUARE LE PROCEDURE DI FRONTIERA DELLE RICHIESTE D’ASILO SARANNO LA BASE LOGISTICA DEL MODELLO DI SFRUTTAMENTO SPERIMENTATO A PARTIRE DAGLI ANNI NOVANTA NEL SUD ITALIA PER L’AGRICOLTURA -------------------------------------------------------------------------------- Trieste, migranti della Rotta Balcanica. Foto di Lorena Fornasir -------------------------------------------------------------------------------- In maggio il Dipartimento Libertà civili e immigrazione del ministero dell’Interno ha pubblicato una circolare che illustra in maniera estremamente chiara gli orientamenti politici del Governo Meloni in merito alla gestione delle frontiere, a seguito dell’applicazione del Patto Europeo su migrazione e asilo. Questo documento, passato in sordina rispetto al dibattito pubblico sul tema, ridefinisce in maniera radicale il ruolo delle frontiere, stravolgendo le prassi e le garanzie democratiche effettive per l’esercizio del diritto d’asilo. In realtà, la circolare non è altro che l’esposizione degli orientamenti decisi dal Governo per recepire il nuovo regolamento procedure n° 1348 del 2024[1], in particolare l’art. 54, che definisce i criteri generali dei luoghi per l’espletamento delle procedure di frontiera per le richieste d’asilo. Dunque, il radicamento normativo espresso dalla circolare è il nuovo regolamento procedure, che consente di creare questi nuovi criteri che portano a un modello di frontiera diffusa. Tuttavia, è il Governo a decidere quali luoghi utilizzare per le procedure di frontiera, il profilo che devono assumere e la loro ubicazione. Proviamo a formulare delle ipotesi di lettura e interpretazione politica di questi documenti: in ragione di una presunta e non meglio specificata “particolare connotazione geografica nazionale”, non si esclude alcun sito in cui effettuare le procedure di frontiera e si introduce la possibilità di utilizzare unità operative itineranti; tutti i luoghi classificati come “frontiera” fanno parte di una “rete nazionale a supporto della frontiera esterna dell’Unione”. Questa definizione chiarisce l’obiettivo politico, ma non spiega le procedure da applicare per evitare il rischio di una compressione o addirittura di una sospensione del diritto d’asilo e della mancata applicazione della Convenzione di Ginevra. In pratica, si assiste a uno spostamento verso l’interno del concetto di frontiera, trasformando ogni luogo in un valico di frontiera. Per rendere concreta questa bizzarra interpretazione del concetto di frontiera, imposta dal Regolamento procedure, il Dipartimento Libertà Civili e Immigrazione ha redatto un elenco dei valichi di frontiera, suddividendoli in 52 zone aeree e 111 zone marittime, e ha assegnato a ciascuna di queste zone un’area di competenza. Naturalmente, le frontiere terrestri non sono contemplate nell’elenco, in quanto l’Italia non ha frontiere terrestri con paesi esterni all’Unione Europea e le procedure di frontiera si applicano alle frontiere esterne, ovvero quelle che dividono un paese membro dell’UE da un paese non membro. Fa eccezione solo la Svizzera, che non è membro dell’UE, ma applica le norme del Patto di Schengen, tra cui l’applicazione del nuovo regolamento RAM che sostituisce il regolamento di Dublino. Le zone di terra di pertinenza della Rotta Balcanica, uno dei canali di ingresso più importanti del Paese, ad esempio, non dovrebbero avere luoghi dedicati alla gestione delle procedure di frontiera terrestri. I posti individuati per la zona di frontiera orientale, il Friuli Venezia Giulia, dovrebbero infatti essere dedicati esclusivamente  agli ingressi nella zona del porto di Trieste e dell’aeroporto di Ronchi dei Legionari, dove potrebbero avvenire gli arrivi  dalla frontiera esterna. Sappiamo già che le fantasie del governo non vanno in questa direzione. Quando queste ridicole procedure verranno applicate, sarà necessario monitorare molto bene cosa accadrà in quell’area del Paese, già tristemente nota per i respingimenti illegali avvenuti durante il periodo della pandemia[2]. La circolare, pur affermando in modo assertivo che sono già stati individuati i luoghi in cui in via prioritaria verranno svolte le procedure di frontiera,  quelli attivati dalla cosiddetta Legge Puglia (563/95) prodotta dal Governo Dini e mai più smantellati per un totale di 3132 posti, ci fa sapere anche che verrà recuperato l’utilizzo degli hotspot attivi e non[3], per un totale di 3519 posti, che attiverà 3804 nuovi posti[4] e che in caso di necessità si potranno utilizzare anche i posti disponibili nel sistema dei CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria), che in questi anni hanno sopperito all’inadeguato allargamento del Sistema SAI, dunque una funzione completamente diversa rispetto a quella che si vuole attribuire con l’indirizzo ministeriale introdotto dalla circolare. Inoltre sono stati individuati 489 posti dedicati al trattenimento per le procedure di frontiera[5]. Tutti questi posti sono attivati per concorrere a raggiungere la “capacità adeguata” stabilita dagli accordi europei e tuttavia si precisa che nonostante l’avvio dei posti è contemplata l’ipotesi di non vincolare le procedure di frontiera a luoghi deputati solo a questa mansione. Questo comporta che i luoghi attivi potranno essere utilizzati in modo flessibile in base alle esigenze procedurali. È del tutto evidente che tale promiscuità produrrà una riduzione e una compressione delle attività dedicate alla tutela dei richiedenti, come già avviene nei luoghi promiscui allestiti negli anni, vedi i casi di Brindisi Restinco e Gradisca D’Isonzo (Gorizia) dove nella stessa area sono attivi spazi dedicati ai richiedenti asilo e spazi dedicati alle persone trattenute nel CPR e dove l’accesso ad enti di tutela è ridotto e ampiamente osteggiato. Questi stessi centri dedicati ai richiedenti asilo oggi diventano anche luoghi dove possono essere svolte le procedure di frontiera. Insomma, la chiarezza di questa circolare è data dalla esplicitazione politica della volontà di rendere flessibile e discrezionali i diritti e creare sovrapposizione procedurale allo scopo di tenere in un limbo giuridico ed esistenziale le persone che arrivano per chiedere protezione internazionale. All’interno delle modifiche legislative realizzate dall’introduzione del Patto migrazione e asilo UE, tra le quali la finta revisione del vituperato Regolamento Dublino, che prende il nome di RAM e lascia inalterato il principio che a valutare la procedura d’asilo sia il primo paese Ue nel quale avviene l’ingresso del richiedente asilo, l’Italia sta riproponendo la funzione che ha tenuto negli ultimi trenta anni: precarizza  gli ingressi, costruisce o allestisce grandi strutture per contenere le persone in procedura di asilo, non agevola percorsi di accoglienza e integrazione tali da consentire una vita degna e incanala i richiedenti dentro i circuiti del lavoro, creando un filo diretto fra il regime di frontiera e i canali dello sfruttamento[6]. Abbiamo verificato negli anni che le procedure di frontiera accelerate, quelle che il regolamento procedure sistematizza, comprimono i diritti delle persone perché rispondono ad esigenze di propaganda di emergenza e non alla effettiva verifica delle condizioni delle persone. Inoltre i tempi annunciati dalle norme quasi mai vengono realmente mantenuti. Le procedure di frontiera, sistematizzate dal regolamento procedure già citato, prevedono anche una estensione da 60 a 90 giorni per accedere al mercato del lavoro. Come illustrato altrove, questa modifica, questa modifica legislativa non incide sui processi reali, anzi contribuisce a precarizzare e a modellare il mercato del lavoro dove sorgeranno i centri. Questa scelta politica si rende palese oggi, perché rompe una prassi consolidata negli anni di allestire grandi centri nelle aree del Sud e della Sicilia con alta capacità di assorbimento lavorativo, di manodopera poco qualificata, per ampliare anche al nord le zone di utilizzo dei grandi centri  così da coprire la domanda di manodopera inevasa derivante dalla caotica e volutamente inefficiente procedura del decreto flussi. A questo proposito, è sufficiente comparare i dati relativi al numero di richieste pervenute nel decreto flussi dalle varie regioni italiane e ai tassi di successo delle procedure di rilascio dei permessi di soggiorno per comprendere che il mondo produttivo spinge a richiedere manodopera a basso costo anche per effetto della crisi del manifatturiero del nord, in particolare quello che dipende dalle relazioni economiche con la Germania. I dati prodotti dalla campagna “Ero straniero”[7]  ci offrono un’opportunità per approfondire questa analisi. Si evidenzia che le domande pervenute presso le prefetture sono 720.467, su una disponibilità di quote di 119.836. Solo 24.858, il 20,7%, sono le pratiche concluse con successo. In termini numerici assoluti, la classifica delle cinque regioni con il maggior numero di domande presentate è la seguente: Campania (40.116), Lombardia (36.222), Lazio (24.120), Veneto (23.596), Emilia-Romagna (15.489). Analizzando i dati, emerge una corrispondenza geografica tra l’apertura dei nuovi centri governativi per le procedure di frontiera menzionati e le richieste di nulla osta lavorativo del decreto flussi. I numeri attribuiti ai singoli centri non sono essenziali, sebbene non siano metodologicamente privi di connessione. Come dimostrato dalla nostra analisi nel tempo, i grandi centri si rivelano strumenti logistici ad alta rotazione, fungendo da collettore per la creazione di zone franche destinate a fungere da bacini di manodopera just in time. Dunque, ciò che intravediamo sul piano politico è che il Patto Ue su migrazione e asilo si sta assestando come un grande strumento di propaganda liberista e sta attuando un cedimento dall’interno di un complesso quadro normativo che ha come scopo la garanzia di diritti soggettivi inalienabili. Il composito pacchetto legislativo e culturale sul quale il Patto Ue  sta agendo avrà effetti sul quadro generale delle politiche continentali in termini di divisione internazionale del lavoro sia rispetto al bacino del mediterraneo sia rispetto ai singoli stati nella articolata gerarchia interna alla UE. La linea del Governo Meloni  ancora l’Italia a un settore manifatturiero che tiene i suoi equilibri sulla manodopera non qualificata e su settori produttivi a basso contenuto tecnologico. In ragione di ciò lo sfruttamento della manodopera straniera è in linea con il modello produttivo ricercato dal Governo e le scelte logistiche in tema di procedura di frontiera si legano in maniera stretta con le esigenze del mercato del lavoro che abbiamo adottato. Queste procedure, in sintesi, operano simultaneamente a decostruire il diritto d’asilo e cercano di superare anche i pochi e irrealistici vincoli imposti dallo strumento giuridico del Decreto Flussi. Un tentativo maldestro. -------------------------------------------------------------------------------- [Gianluca Nigro, Associazione Finis Terrae] -------------------------------------------------------------------------------- [1] https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=OJ:L_202401348 [2] https://altreconomia.it/la-feroce-normalita-dei-respingimenti-illegali-ai-confini-dellunione-europea/ https://altreconomia.it/i-respingimenti-italiani-in-slovenia-sono-illegittimi-condannato-il-ministero-dellinterno/; [3] Isola Capo Rizzuto, Roccella Jonica, Reggio Calabria, Vibo Valentia, Taranto, Lampedusa, Porto Empedocle, Catania, Messina, Pozzallo, Augusta, Pantelleria [4] In Campania, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Lombardia, Piemonte Sardegna, Sicilia, Toscana, Veneto [5] Modica (Ragusa), Porto Empedocle (Agrigento) Gjader (Albania) [6] https://www.osservatoriorepressione.info/patto-per-chi-il-regime-di-frontiera-e-lo-sfruttamento/ [7]https://erostraniero.it/territori/ -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche su Osservatorio repressione -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Dispositivi della frontiera diffusa proviene da Comune-info.
July 10, 2026
Comune-info
Che cos’è, oggi, la cittadinanza?
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Può sembrare una domanda astratta, ma non lo è affatto: cos’è, oggi, la cittadinanza? È una domanda che riguarda il futuro della nostra democrazia. L’8 luglio la Camera ha approvato, con 148 voti favorevoli e 99 contrari, l’iter d’urgenza per una proposta di legge che introduce nuove ipotesi di revoca della cittadinanza e nuovi ostacoli per chi la sta acquisendo. Non si tratta di un episodio isolato. Negli ultimi mesi si sono susseguiti interventi che rendono più restrittivi i requisiti per ottenere la cittadinanza, ampliano i casi in cui può essere revocata e, più in generale, ridefiniscono il rapporto tra appartenenza, identità nazionale e sicurezza. Temi diversi, che sembrano però muoversi nella stessa direzione. Non è soltanto una questione di immigrazione. È il modo stesso di concepire la cittadinanza che sembra cambiare. Nella nostra Costituzione e nella tradizione delle democrazie costituzionali, la cittadinanza non è un privilegio né una ricompensa. È il fondamento dell’uguaglianza giuridica. Una volta cittadini, tutti sono uguali davanti alla legge. Lo Stato giudica le azioni delle persone, non la loro origine, la religione che professano o la storia della loro famiglia. Oggi, invece, sembra affermarsi un’altra idea. Un ragazzo nato e cresciuto in Italia da genitori stranieri, che oggi può diventare cittadino dichiarando la propria volontà entro un anno dal compimento della maggiore età, con la nuova legge dovrebbe superare anche un esame di integrazione. Una richiesta che nessun suo coetaneo nato da genitori italiani dovrà mai affrontare. La cittadinanza non appare più come il luogo dell’uguaglianza, ma come un confine da presidiare: un bene da concedere con maggiore cautela, da limitare o rendere più fragile per alcuni. Matteo Salvini lo ha espresso con un’immagine molto esplicita: la cittadinanza dovrebbe funzionare come una “patente a punti”, e chi delinque dopo aver ricevuto le chiavi di casa dovrebbe vedersi ritirare quelle chiavi. È una metafora che dice molto più di quanto sembri. La cittadinanza non viene più pensata come uno status che garantisce uguali diritti e uguali doveri, ma come una licenza sempre revocabile, un’appartenenza che deve essere continuamente dimostrata. Non è tanto il singolo provvedimento a colpire. È il quadro complessivo che emerge. La domanda sembra non essere più: quali diritti spettano a ogni cittadino? Ma piuttosto: chi appartiene davvero alla comunità nazionale? Questa trasformazione riflette anche un’idea di identità nazionale come qualcosa di fisso, omogeneo, da preservare nella sua presunta purezza. Un’identità che guarda al passato con nostalgia e considera ogni cambiamento come una minaccia. Eppure le società non sono mai rimaste immobili. L’Italia, come tutta l’Europa, sta diventando una realtà sempre più plurale. Le migrazioni, i cambiamenti demografici, la mobilità delle persone, le guerre e la crisi climatica stanno trasformando il volto delle nostre comunità. È un processo complesso, che pone problemi reali e richiede politiche serie. Ma è difficile immaginare che possa essere fermato. La storia non procede all’indietro. La vera sfida, allora, non è impedire il cambiamento, ma governarlo senza rinunciare ai principi che rendono democratica una società. Significa passare da un “noi” costruito sull’esclusione a un “noi” fondato sulla condivisione dei diritti e delle responsabilità; da un’identità che si difende alzando confini a una comunità che si riconosce nella forza delle proprie istituzioni e dei propri valori costituzionali. Perché una società diventa davvero più sicura restringendo continuamente il significato della cittadinanza? Oppure rischia di ottenere il risultato opposto? Quando una parte della popolazione viene rappresentata come un problema permanente, quando ragazze e ragazzi nati o cresciuti nel nostro Paese continuano a sentirsi cittadini “con riserva”, il rischio è quello di alimentare proprio quella frattura che si dice di voler combattere. La sicurezza è un bene fondamentale. Ma non nasce soltanto dal controllo e dalla punizione. Nasce anche dalla fiducia reciproca, dal riconoscimento, dalla possibilità di sentirsi parte della stessa comunità politica. Ogni Stato ha il diritto di stabilire le regole per l’acquisizione della cittadinanza e di pretendere il rispetto delle proprie leggi. Ma un conto è definire criteri di accesso; un altro è trasformare la cittadinanza in uno strumento che distingue continuamente tra chi appartiene pienamente alla comunità e chi deve dimostrare, ogni volta, di meritarne l’appartenenza. Forse è proprio questa la domanda che dovremmo porci. Perché il futuro delle nostre società sarà inevitabilmente plurale. Possiamo scegliere se affrontare questa trasformazione alimentando paure e contrapposizioni oppure costruendo una convivenza fondata sul diritto, sulla responsabilità e sull’uguaglianza. La cittadinanza, in fondo, non serve a tracciare nuovi confini tra le persone. Serve a garantire che, una volta riconosciuti come membri della stessa comunità politica, nessuno sia meno cittadino di un altro. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Che cos’è, oggi, la cittadinanza? proviene da Comune-info.
July 10, 2026
Comune-info
Sotto il cielo di Cerignola
NELLE CAMPAGNE DI CERIGNOLA, NELLA CAPITANATA, IL PIÙ GRANDE BACINO DI PRODUZIONE DI POMODORO DA INDUSTRIA IN EUROPA, VIVE ALÌ: È DA DODICI ANNI IN ITALIA MA ORA NON PUÒ PIÙ ANDARE AL LAVORO PERCHÉ I SUOI OCCHI SONO STATI ACCECATI DAL SOLE, DA ANNI DI SCHIAVITÙ. NELLE CAMPAGNE DI CERIGNOLA MIGLIAIA DI NESSUNO DI ORIGINE AFRICANA SOPRAVVIVONO IN TUGURI SENZA BAGNI E SERVIZI, MOLTE SONO FATISCENTI CASE RIFUGIO DELL’ENTE RIFORMA COSTRUITE NEGLI ANNI CINQUANTA. A CERIGNOLA C’È ANCHE UN PEZZO DI CIMITERO DEI SENZA NOME, SONO PER LO PIÙ QUELLI CHE IL SISTEMA CHIAMA BRACCIANTI. SCRIVE ANTONIO DE LELLIS IN UN REPORTAGE DEDICATO A QUESTO PEZZO DI TERRA DEL TAVOLIERE DELLE PUGLIE: “LE PERSONE INCONTRATE IN QUESTO LAGER A CIELO APERTO SONO VITTIME DEL CAPORALATO? CERTO, MA ANCHE DI UN SISTEMA CHE NON USA SOLO ARMI DA FUOCO, MA QUELLE DELLO SFRUTTAMENTO, DELLA SCHIAVITÙ, DELLA NORMALIZZAZIONE DELLA VIOLENZA ECONOMICA E SOCIALE…”. UNA DOMANDA: MA I LIBRI DI STORIA E I GRANDI MEDIA NON DICONO CHE LA FINE DELLA SCHIAVITÙ È AVVENUTA NEL CORSO DEL XIX SECOLO? -------------------------------------------------------------------------------- Quello che abbiamo visto sotto il sole di luglio, a Tre Titoli e a Pozzo Terraneo nel comune di Cerignola (Foggia), insieme agli operatori della cooperativa Oasi 2 di Trani, è qualcosa di drammaticamente incredibile, che forse non si può raccontare appieno, tanto è profonda la ferita e il dolore per l’indignazione che lasciano nell’anima. Dinanzi a noi migliaia di persone segregate in una campagna estesa senza orizzonte e senza riferimenti, vivono in ripari disperati, in tuguri, senza bagni e servizi, con grandi cisterne di acqua, offerte dal comune, in parte bucate, o in tende peggiori dei Pollai. Le case “rifugio” sono quelle dell’Ente Riforma, costruite a metà degli anni cinquanta del secolo scorso. Sono case ormai abbandonate dagli italiani fin dagli anni Settanta, fatiscenti, pericolose. Alcune con tetti crollati, altre bruciate. Sono circondate da rifiuti di plastica, ma anche da bidoni metallici che fanno gola a raccoglitori di ferro locali che con i loro furgoni lucrano sugli schiavi neri senza chiedersi il perché di una simile condizione. Le persone schiave, per lo più africane, del Ghana, del Burkina Faso e della Nigeria, tornano dal lavoro verso le ore 12, altri continuano a lavorare sotto il sole implacabile. Hanno attraversato la Libia e si considerano fortunati per essere sfuggiti alle angherie, sevizie, torture, e poi il mare, padre e patrigno, che li separava dal nostro mondo. Sono arrivati in Italia, sperando in una vita che sapevano dura, ma non così. E oggi vivono in un carcere a cielo aperto, obbligati a spaccarsi la schiena sotto il cielo, per coltivare la terra e raccogliere i frutti che arrivano sulle nostre tavole. Alì, da dodici anni in Italia, non può più andare al lavoro perché i suoi occhi sono accecati dal sole, da anni di schiavitù. Ma Alì ride ascoltando il nostro inatteso slang nigeriano e ci racconta la sua vita in quel dolore. Ci fa vedere come vivono in una casa di muratura annerita da abbandono, incuria e umidità. Ci dice di quante persone ci vivono e proprio in quel momento i suoi amici tornano dal lavoro, cotti dal caldo, sporchi e sudati e tristemente sorridenti, mentre il sole si fa nemico. Abbiamo vissuto ore di accoglienza, ascoltato storie drammatiche, di persone accecate dal sole, dalle ore di duro lavoro in aperta campagna, senza alcuna protezione. Ma vi sono storie che non avremmo mai voluto raccontare, come quella di ragazze minorenni, in compagnia di una giovane donna che si dichiarava la loro madre. Le ragazze non vanno a scuola e una di loro è molto truccata. Vivono in una casa adibita solitamente a persone bulgare e anche loro dichiarano di esserlo. Perché quell’immagine ci resta nel cuore e ci apre ad abissi inconfessabili? Nei racconti degli operatori storie coraggiose di denuncia di schiavi che però sono stati prontamente rimpiazzati da altri, di morti nei campi o sul ciglio della strada impraticabile e sconnessa come la realtà. La storia di un cimitero dei senza nomi a Cerignola, ci lascia come un sinistro e amaro presagio dell’esito probabile di molti di loro. Abbiamo visto come sia drammaticamente vero che il sistema economico sfrutta questi lavoratori al di fuori di ogni diritto e senza alcun rispetto per la dignità umana. Le persone incontrate sono oppresse dalla nostra economia di guerra, perché di questo si tratta, di una vera economia di guerra. La loro condizione disumana ci interroga e ci pone dinanzi a un bivio. Come scrive Francesca Albanese nel suo libro intitolato La luce del risveglio, riprendendo Jason Hickel, “il capitalismo ha bisogno di un assetto imperiale per esistere: lavoro a basso costo e risorse naturali a buon mercato, che si possono ottenere in casa fino a un certo punto, prima che le contraddizioni esplodano. Per questo il capitale ha sempre avuto bisogno di cercare anche una parte esterna da sfruttare, ed è qui che entra in gioco il colonialismo. Ogni Paese del Sud globale che prova a organizzare le sue risorse attorno ai bisogni della propria popolazione viene attaccato, perché la sua sovranità è un ostacolo per i profitti dei potenti del mondo. Lo si bombarda, se ne distrugge l’infrastruttura, lo si rende di nuovo a buon mercato”. Si generano così esodi epocali forzati che sostengono le stesse economie capitaliste/criminali/mafiose. Sì, perché dietro questo sistema c’è la mafia locale parassitaria, pronta a lucrare sul mercato della schiavitù. Questo è il contesto nel quale maturano le migrazioni illegali e programmate che alimentano la fabbrica del consenso della re-migrazione. Come si può parlare di sicurezza se non ci sono le sicurezze? Come si può parlare di sicurezza se non ci sono le sicurezze di un lavoro dignitoso, se non ci sono sicurezze sui luoghi di lavoro, se non ci sono le sicurezze dell’istruzione, della sanità? Siamo andati lì pensando di affrontare in modo diverso il tema della pace e per capire se legata ai temi del lavoro e delle sicurezze e non della sicurezza propaganda e rassicurante, falsa e omicida su cui alcuni lucrano politicamente con il rischio di una egemonia culturale del rifiuto del diverso. E abbiamo notato come i tre temi siano intimamente legati. Come si può parlare di pace se queste sono le condizioni di lavoro e di vita? Le sicurezze, invece non sono mai “contro”, ma “per”, sono quelle fondamentali, quelle che ci aiutano a vivere una vita dignitosa. Ma ritornando ad una apparente realtà, ci chiediamo: le persone incontrate in quel lager a cielo aperto sono vittime del caporalato? Certo, ma anche di un sistema che non usa solo armi da fuoco, ma quelle dello sfruttamento, della schiavitù, della normalizzazione della violenza economica e sociale. Leone XIV, durante la sua visita a Lampedusa, ha sottolineato l’importanza di non “passare oltre” e di prendere decisioni per aiutare i migranti. Ha detto che “i morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese, sia di decisioni mancate”. Ha anche chiesto all’Europa di affrontare la crisi migratoria con politiche condivise e organiche, evitando la logica della forza e promuovendo la pace e la compassione. L’avere introdotto leggi ancora più restrittive e oppressive peggiora e perpetua questa schiavitù senza un’apparente uscita, che non sia quella di abolire di nuovo questo insopportabile sistema della schiavitù che ancora oggi esiste e persiste. La schiavitù è una guerra all’umanità, ed è qui sotto i nostri occhi, e sotto il cielo non solo di Cerignola. Mentre scriviamo queste drammatiche righe, e guardiano il mare bello sotto il sole amico, ci tornano alla mente quei racconti in cui il mare e il sole diventano nemici. Non vogliamo dimenticare quello che abbiamo visto e desideriamo che ne abbiate memoria perché anche voi proviate il pianto in gola e il coraggio di lottare nella speranza che sia abolita la schiavitù oggi in Italia. -------------------------------------------------------------------------------- Antonio De Lellis (Pax Christi e Attac) (con il contributo di idee di Fabrizio Aroldi, Luigi Muzio e Rosetta Placido, Pigi, Alessandra e Luisa) -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Basta ghetti: occupata la basilica di San Nicola di Bari -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sotto il cielo di Cerignola proviene da Comune-info.
July 10, 2026
Comune-info
Sui costi nascosti dei centri in Albania
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Jarrod Erbe su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Il Tavolo Asilo e Immigrazione (TAI) lancia la campagna “RENDITI CONTO – Centri in Albania. Il costo non è solo economico”, focalizzata sui costi umani e democratici dei centri per persone migranti costruiti dal governo Meloni in Albania. La campagna prende forma sui canali digitali simulando l’alert di un inatteso addebito di ben 74 milioni di euro per la costruzione dei centri in Albania – la sola spesa pienamente documentabile del Protocollo Italia-Albania – e mette in luce alcuni aspetti del cosiddetto “modello Albania” rimasti sempre in ombra. Al di là del costo economico esorbitante di questo progetto che ha sottratto fondi alla collettività, “Renditi conto” punta un faro su ciò che troppo spesso resta invisibile: i costi umani, sociali e democratici del modello Albania. Il costo più alto di questi centri lo pagano proprio le persone trattenute: isolate, private della libertà personale, spostate senza informazioni su destinazione e ragioni del trasferimento; persone che vedono i propri diritti alla salute e alla cura ostacolati, con accesso limitato alla tutela legale e per le quali anche la comunicazione con i familiari risulta estremamente difficile. Molte delle persone trattenute sperimentano una situazione di grave sofferenza psicologica, che porta a un’ampia somministrazione di psicofarmaci così come a ripetuti atti di autolesionismo, tentativi di suicidio compresi. “Sono sempre solo, ho paura” oppure “Appena qualcuno mi dice qualcosa, io piango” o ancora “Volevo il contratto, ma nessuno me lo ha fatto”: sono alcune delle eloquenti testimonianze delle persone trattenute raccolte durante le visite ai centri effettuate dal TAI.  Accanto al costo umano c’è un costo democratico: l’accesso alle informazioni è limitato anche per i parlamentari, una mancanza di trasparenza che diventa opacità diffusa per i cittadini e sottrazione al controllo dell’opinione pubblica. Organizzazioni della società civile, operatori e operatrici dell’informazione e persino delegazioni parlamentari in visita ai centri hanno incontrato diverse difficoltà nell’ottenere dati essenziali sul numero delle persone trattenute, sulle procedure applicate e sulle condizioni di permanenza nei centri. Come se i centri italiani in Albania fossero luoghi in cui non vige lo stato di diritto.  Infine, esiste un costo economico che ricade sull’intera collettività: oltre 670 milioni di euro fino al 2028 stando a quanto preventivato dal governo. Risorse sottratte a servizi davvero essenziali  che andrebbero a beneficio di tutta la società: asili nido, scuole, ospedali, posti in terapia intensiva, borse di specializzazione per il personale sanitario, potenziamento dei servizi socio-sanitari, assistenziali e di welfare.    Nati per trattenere persone migranti soccorse in mare e gestirne le procedure accelerate di asilo lontano dal nostro territorio e poi trasformati in luoghi di detenzione amministrativa per persone già trattenute nei CPR italiani, i centri italiani di Shëngjin e Gjadër sono apparsi da subito problematici e resta irrisolta la questione della compatibilità di questo modello con il diritto europeo. Grazie alla collaborazione con alcuni parlamentari italiani ed europei il TAI ha avuto accesso ai centri e condotto un monitoraggio indipendente, con cui ha denunciato gravi criticità sul piano dei diritti, della trasparenza e delle garanzie sia nella fase iniziale del progetto, sia nella sua successiva estensione al trattenimento delle persone provenienti dai CPR italiani. Quanto accade in Albania non riguarda soltanto le persone trattenute, ma l’intera società italiana: a Shëngjin e Gjadër vengono attuate pratiche che ledono la tutela dei diritti e la qualità della democrazia, in Italia e in Europa. Per questo il TAI da tempo chiede la chiusura dei centri in Albania, in quanto luoghi di sofferenza non riformabili. Lungi dall’essere una risposta efficace a esigenze reali, con i centri oltre Adriatico il governo italiano sta sperimentando una forma inedita di delocalizzazione, che sposta la frontiera oltre i confini nazionali e normalizza l’idea che sia possibile comprimere diritti e garanzie in spazi sempre più distanti dagli occhi dei cittadini e dal controllo pubblico. Un preoccupate salto di qualità nelle politiche di esternalizzazione, in atto da diversi anni anche a livello europeo, che non può essere corretto, ma che deve solo essere eliminato. Per tutti questi motivi il TAI torna a chiedere con forza la chiusura dei centri e l’abbandono definitivo del modello Albania. -------------------------------------------------------------------------------- Fanno parte del Tavolo Asilo e Immigrazione: A Buon Diritto, ACLI, ActionAid, Agenzia Scalabriniana per la Cooperazione allo Sviluppo, Amnesty International Italia, ARCI, ASGI, Avvocato di strada ONLUS, Caritas Italiana, Casa dei diritti, sociali, Centro Astalli, CGIL, CIES, CIR, CNCA, Commissione migranti e GPIC Missionari Comboniani Italia, Comunità di Sant’Egidio, Comunità Papa Giovanni XXIII, CONNGI, Emergency, Ero Straniero, Europasilo, FCEI, Fondazione Migrantes, Forum per cambiare l’ordine delle cose, International Rescue Committee Italia, Intersos,  Legambiente, Medici del Mondo Italia, Medici per i Diritti Umani, Movimento italiani senza cittadinanza, Medici Senza Frontiere Italia, Oxfam Italia, Re.Co.Sol, Red Nova, Refugees Welcome Italia, Salesiani per il sociale, Save the Children, Senza confine, SIMM (Società Italiana di Medicina delle Migrazioni), UIL, UNIRE -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche su comunitasolidali.org -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sui costi nascosti dei centri in Albania proviene da Comune-info.
July 10, 2026
Comune-info
Ricongiungimenti da Gaza: la Farnesina blocca i visti per uscire.
“Da aprile 2025 sto cercando di far uscire la mia famiglia da Gaza. Era tutto pronto ma dal 12 di gennaio non ho ricevuto più nessuna comunicazione”, è il racconto di Mohammad Hassona che sta portando avanti con la sua … Leggi tutto L'articolo Ricongiungimenti da Gaza: la Farnesina blocca i visti per uscire. sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Contratto per i rider. Morire di caldo o morire di fame
Il governo recepisca la direttiva europea e riconosca il lavoro subordinato dei rider: Martedi 7 luglio giornata di agitazione Dietro l’alternativa “morire di caldo o morire di fame” c’è la condizione reale dei rider: un lavoro ancora classificato come autonomo, ma organizzato nei fatti come subordinato, dentro un modello basato […] L'articolo Contratto per i rider. Morire di caldo o morire di fame su Contropiano.
July 7, 2026
Contropiano