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La Turchia oltre la Flotilla: una dittatura sempre più elettiva
Se in questi giorni si parla di Turchia, le immagini che si affacciano alla nostra mente sono quelle del supporto fornito ai partecipanti e alle partecipanti della recente Global Sumud Flotilla. In realtà, se oggi parliamo di Turchia, la nostra … Leggi tutto L'articolo La Turchia oltre la Flotilla: una dittatura sempre più elettiva sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Carcere degenere
Sovraffollamento cronico, rivolte nei penitenziari, suicidi, autolesionismo, droga, le carceri italiane stanno perdendo le grandi conquiste di civiltà giuridica a causa di un apparato burocratico stereotipato e politiche reazionarie. Non può esserci salute mentale in ambienti dominati dalla frustrazione, dall’umiliazione … Leggi tutto L'articolo Carcere degenere sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Anche se vi credete assolti
EL HISRI, DIRIGENTE PER DIVERSI ANNI DEL CARCERE MITIGA A TRIPOLI, PICCHIAVA PERSONALMENTE OGNI GIORNO ALMENO UNA DONNA: LA MISOGINIA ERA DICHIARATA. “CAGNE, SCHIAVE, PUTTANE” ERANO GLI APPELLATIVI PER LE MADRI VIOLENTATE DAVANTI AI FIGLI, OPPURE FATTE ABORTIRE A PUGNI IN PANCIA SE ERANO INCINTE. I BAMBINI PICCOLI CHE PIANGEVANO, NON COMMUOVEVANO IL RELIGIOSISSIMO EL HISRI. LI PRENDEVA A CALCI O LI AMMAZZAVA. AD ALCUNI È TOCCATO ESSERE STUPRATI DA LUI, PERSONALMENTE. LE TESTIMONIANZE RACCOLTE PER IL PROCESSO IN CORSO ALLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE RAGGELANO IL SANGUE. “QUI EL HISRI DOVREBBE SEDERE A FIANCO DI PASSATI E PRESENTI MINISTRI E SOTTOSEGRETARI ITALIANI, ALTI FUNZIONARI DEI SERVIZI SEGRETI, E ANCHE PRESIDENTI DEL CONSIGLIO – SCRIVE LUCA CASARINI, RICORDANDO I CONTINUI ACCORDI FIRMATI DALL’ITALIA CON LA LIBIA SULLE MIGRAZIONI – MA IN REALTÀ, CON QUESTO LIVELLO DI FORZA E POTENZA CHE PUÒ ESPRIMERE UN TRIBUNALE COME QUESTO, CHE SI ALIMENTA DI RICERCA DI GIUSTIZIA E NON DI VENDETTA, QUELLI CHE MANCANO, QUELLI CHE FUGGONO SEMPRE DAI PROCESSI USANDO LE LORO IMMUNITÀ, SONO TUTTI E TUTTE QUI. ANCHE SE VI CREDETE ASSOLTI SIETE LO STESSO COINVOLTI…” Disegno di Mauro Biani originariamente pubblicato sul manifesto (2017) -------------------------------------------------------------------------------- Il secondo giorno delle udienze dedicate alla discussione istruttoria per il rinvio a giudizio o meno del torturatore di Mitiga El-Hisri, alla Corte Penale Internazionale (qui un articolo sul primo giorno di udienze, Un mostro che contiene molti mostri, ndr), si è chiuso dopo la prima parte dell’arringa difensiva degli avvocati dell’imputato. Lui, seduto appoggiato al muro da un lato, affiancato da quattro poliziotti di origini africane, è stato immobile tutto il tempo, sguardo fisso verso l’altro lato, quello dell’accusa. A un certo punto muoveva le labbra come se stesse pregando. L’aspetto, e il ghigno feroce con il quale si presentava davanti alle sue vittime, terrorizzate solo a sentirne pronunciare il nome, non fanno pensare a uno che prega. Ma invece, ascoltando la descrizione minuziosa del modus operandi della banda di El Hisri, si scopre che proprio la persecuzione religiosa era una delle maggiori attività a Mitiga. Per assicurarsi un posto nel loro personale paradiso si sono inventati un Islam funzionale ai loro interessi e schifose pulsioni. Succede con tutte le religioni, Dio è sempre stato preso in ostaggio dai fanatici, e anche dai compari di Almasri ed El Hisri: conducevano all’inferno gli “infedeli”, e cioè ogni essere umano al quale sequestravano la vita, e lo torturavano e stupravano in nome di Dio. Vengono in mente Trump, Nethanyau, Putin e Kyrill, gli Ayatollah e le derive messianiche delle guerre contemporanee. L’Isis, i suprematisti bianchi di Quanon, il miliardario Thiel e il suo “anticristo”, i rosari sventolati ai comizi di quelli che fanno morire donne, uomini e bambini nel Mediterraneo. A pensarci bene, quei banditi di Mitiga sono in buona e autorevole compagnia. La persecuzione religiosa praticata da El Hisri, ha avuto come prime vittime cittadini e cittadine libici e musulmani, giudicati eretici da questa sorta di gran sacerdoti dell’orrore. Le testimonianze raggelano il sangue: seviziati, umiliati, spezzati nello spirito e nel corpo con strumenti di tortura forgiati appositamente per procurare più male possibile. El Hirsri, che spesso eseguiva personalmente le violenze, documentate a centinaia, era però particolarmente appassionato di donne e bambini. Il lager di Mitiga, che in realtà è una delle prigioni ufficiali del sistema libico, è organizzato a sezioni. C’è la sala delle torture, dove fiumi di sangue hanno intriso il pavimento e i tavolacci degli aguzzini, che dopo averlo fatto scorrere dai corpi martoriati, ordinavano ad altri prigionieri di pulire. A poca distanza gli edifici della sezione femminile, in mano ad El Hisri. Gli altri due sottocapi, Almasri designato dal governo libico con il titolo di “responsabile della polizia giudiziaria”, e lo zio di El Hisri, padrone della zona maschile, insieme all’unico imputato arrestato in Germania e oggi a processo, costituiscono la struttura di vertice del lager, fondato da Kara, il capo supremo della milizia Rada. El Hisri picchiava personalmente e ogni giorno almeno una donna: la misoginia era dichiarata. “Se un diavolo muore gli angeli sono contenti” è una frase dell’imputato riportata da una testimone che ha assistito all’agonia di una donna torturata e stuprata, poi morta. “Cagne, schiave, puttane” erano gli appellativi per le madri violentate davanti ai figli, oppure fatte abortire a pugni in pancia se erano incinte. I bambini piccoli che piangevano, non commuovevano il “religioso” El Hisri. Li prendeva a calci, o li ammazzava. Ad alcuni è toccato essere stuprati da lui, personalmente. I capi spiegavano ai loro soldati, molti arruolati a forza in cambio della vita o della salvezza dei loro familiari, che gli africani, ma anche i libici nelle loro mani, erano solo “schiavi”. “Schiavo”, così si rivolgevano agli internati di Mitiga, catturati o nelle strade di Tripoli, oppure in mare dalla cosiddetta “Guardia costiera libica” e poi deportati e consegnati nelle mani dei carcerieri. Persecuzione religiosa ed ideologica, misoginia, violenze sessuali anche su bambine e bambini, torture, uccisioni, gambizzazioni: ogni crudeltà che esiste è stata e purtroppo è ancora, praticata. Eppure anche El Hisri, in questa Corte, ha diritto a difendersi dalle accuse che farebbero ammutolire chiunque. C’è uno staff intero di avvocati del diritto internazionale, assicuratigli proprio dalla Corte, che cerca di smontare questo processo. A partire dalla sua legittimità: “Anche la Nato, durante i bombardamenti del 2011, ha commesso crimini in Libia. Perché quelli non sono stati giudicati?” dichiara l’avvocato egiziano che conduce il lavoro della difesa. La strategia è la stessa, probabilmente studiata anche da “consulenti” italiani, che ha portato Almasri a presentare ricorso presso la Corte stessa per “vizio di giurisdizione”, reclamando per sé il diritto di essere processato in Libia. E dunque, rimanere di fatto impunito. Questa tattica ha preso forma dal momento stesso del suo arresto in Italia, che per il governo, non doveva avvenire: in fretta e furia qualcuno da Palazzo Chigi, prima di procedere all’esfiltrazione del ricercato verso la Libia per sottrarlo alla Corte, ha suggerito alle autorità libiche di emettere un mandato di arresto per Almasri. “Vogliamo processarlo noi” scrive il capo della procura di Tripoli su un documento che arriva miracolosamente sul tavolo del Ministro della Giustizia Nordio che si trova in mano la patata bollente. Questo improvvisa quanto palesemente falsa volontà delle autorità libiche di arrestare e processare il loro capo della polizia giudiziaria, diventerà uno degli alibi di Nordio, Piantedosi, Mantovano e sottobosco vario, per evitare di essere processati a loro volta in Italia. Coprire la vergogna di aver protetto un torturatore, non riaccompagnandolo a casa con un volo di Stato, non sembra però cosa possibile. Almasri adesso, protetto in Libia da un finto arresto che lo ha semplicemente messo al sicuro dalla Corte Penale internazionale, ha presentato il suo ricorso, che verrà valutato nei prossimi mesi all’Aja, ed El Hisri ha uno staff intero di avvocati, che lo difende. Anche lui, qui in Olanda, è rinchiuso in un carcere che rispetto al lager che dirige in Libia, sembra un hotel a cinque stelle. È seduto, riposato e vestito ogni giorno con un completo diverso da centinaia di euro, e non ha catene. Non è seviziato, stuprato, torturato, come lo sono state le sue vittime. Eppure sta anche in questo paradosso la forza, la potenza che il diritto internazionale e il suo sistema di giustizia – oggi sotto attacco da Trump, da Putin, da Nethanyau e anche dai piccoli loro servitori nostrani – possiede: le garanzie di difesa anche per i peggiori criminali, sulla base del principio di presunzione di innocenza per chiunque, nonostante l’evidenza. La salvaguardia della dignità umana, garantita anche a un mostro, per ricordare a tutti che i “mostri” sono umani, non alieni. Questa postura del diritto, che trae la sua legittimità dalle garanzie per ognuno, è ciò che vorrebbe essere cancellato dai candidati al governo del mondo che stanno bombardando e massacrando con le loro guerre centinaia di migliaia di persone. Il diritto basato sulla forza brutale contro il diritto basato su una idea di giustizia e di diritti umani attribuiti anche ai carnefici. La Corte Penale Internazionale è stata davvero una recente grande conquista per un’idea di democrazia e di convivenza possibile. Per una idea di mondo governato con umanità anche quando ha a che fare con il disumano, con l’orrore, con l’inaccettabile. E gli avvocati del torturatore continueranno a tessere la loro trama concettuale per spiegare perché il loro assistito non può essere processato. E le procuratrici e procuratori dell’accusa, continueranno a dare voce alle testimonianze dei sepolti vivi di Mitiga, che rappresentano tutti i sepolti vivi in ogni “non luogo” di cui si dotano anche i paesi come l’Italia per internare quella che decidono essere “l’umanità in eccesso”. Dai Cpr ai lager libici, il principio è esattamente lo stesso. Si possono torturare le persone “con i ferri, con i vetri, con i fili, con i gas, con gli strumenti più segreti”, come recita l’antica canzone di Ricky Gianco, oppure imbottendoli di psicofarmaci e portandoli alla pazzia e al suicidio, come accade nelle nostre democratiche carceri e nei campi di internamento per migranti disseminati in tutta Italia, in tutta Europa, e che si vorrebbero in tutto il Mediterraneo. Ma il principio è sempre lo stesso: avere il potere di decidere chi deve vivere e chi deve morire, ridurre a “nuda vita” esseri umani spogliati da ogni diritto, da ogni dignità, privati “dell’anima”. Il paradosso ritorna, potente: per impedire che questo possa accadere, bisogna garantire anche ai carnefici, anche ai tiranni, anche ai peggiori colpevoli, il diritto ad avere un processo giusto, il diritto a non essere ammazzati seduta stante dopo le descrizioni delle loro orribili colpe. Quei carnefici dunque, contengono una parte di noi, non dobbiamo mai dimenticarlo. Nel caso della Libia, del sistema terrificante che è stato messo in piedi per fermare donne, uomini e bambini migranti, è vero anche dal punto di vista materiale, concreto. Qui El Hisri dovrebbe sedere a fianco di passati e presenti ministri e sottosegretari italiani, alti funzionari dei servizi segreti, e anche presidenti del Consiglio. Ma in realtà, con questo livello di forza e potenza che può esprimere un tribunale come questo, che si alimenta di ricerca di giustizia e non di vendetta, quelli che mancano, quelli che fuggono sempre dai processi usando le loro immunità, sono tutti e tutte qui. Anche se vi credete assolti siete lo stesso coinvolti. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Anche se vi credete assolti proviene da Comune-info.
May 22, 2026
Comune-info
Strage di Capaci. Il 23 maggio dell’antimafia sociale
Il 23 maggio ricorre il trentaquattresimo anniversario della strage di Capaci, in cui persero la vita Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani. A Palermo, ogni anno, si tengono varie iniziative istituzionali e scolastiche, … Leggi tutto L'articolo Strage di Capaci. Il 23 maggio dell’antimafia sociale sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Un mostro che contiene molti mostri
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Nicolas Messifet su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Il monitor interno dal quale chi assiste all’udienza del processo a El – Hisri, uno dei capi torturatori del lager di Mitiga in Libia, ogni tanto mostra la faccia dell’imputato. Non ha segni di tortura, non sembra stare male, non ha stracci addosso o catene ai polsi come le sue vittime: solo quegli occhi che guardano fisso, che non si abbassano nemmeno quando la procuratrice della Corte Penale Internazionale descrive lo stupro di una donna compiuto davanti al figlio piccolo, costretto da El Hisri a guardare. I giudici che con i loro staff di investigatori hanno lavorato quindici anni a raccogliere prove, testimonianze, foto, video, documenti ufficiali e tantissimo altro materiale, lo definiscono un processo “storico” – a “milestone” – per provare a fare giustizia contro un vero e proprio sistema di violazione permanente dei diritti umani. Il “sistema Libia” appunto, che però non potrebbe esistere se non fosse stato congegnato anche a partire da “menti” italiane ed europee. El Hisri, detto Al Bouti, è un pari grado di Almasri, quello fatto fuggire dal governo italiano e riportato con il Falcon dei servizi segreti proprio a Mitiga, dove la maggior parte dei crimini contro l’umanità e crimini di guerra sono stati compiuti. Il nome di Almasri è stato pronunciato già dalle prime battute durante la lettura dei diciassette capi di imputazione. È chiaro, da dentro questo tribunale, perché Almasri non doveva arrivarci alla sbarra. Il “sistema Libia” è fondato su una complicità evidente tra livelli istituzionali e milizie criminali che si sono spartite la Libia dopo la destituzione violenta di Gheddafi del 2011. L’inchiesta della CPI parte da quel momento, e documenta le atrocità commesse dall’imputato e dai suoi complici fino al 2020. Si passa dunque, dal 2017, anno della stipula del patto Italia-Libia, sottoscritto da Minniti e Gentiloni, con i clan di signorotti della guerra tra cui anche la milizia “Rada”, una tra le più potenti- si parla di 1.500 soldati inquadrati militarmente e forniti di armi, mezzi e soldi-quella che controlla la prigione di Mitiga, nordest di Tripoli e, cosa assai rilevante, l’aeroporto internazionale, peraltro ricostruito grazie ai lavori forzati dei migranti prigionieri. Un processo come questo non è la semplice descrizione in generale di tutto ciò che già sappiamo, atrocità comprese. No. Il primo livello è la responsabilità individuale dell’imputato, con prove, riscontri, volti, referti medici, circostanze precise. Ascoltare la descrizione di torture, stupri e violenze di ogni genere, delle quali El Hisri è personalmente responsabile, è dura. All’entrata, dopo controlli rigidi per l’accesso, distribuiscono un vademecum dove te lo scrivono che potrebbe essere troppo dura assistere, ascoltare. Che puoi uscire in qualsiasi momento. Il secondo livello, quello che stabilisce la relazione tra un crimine efferato e la categoria dei crimini contro l’umanità, è il carattere strutturale, pianificato, nel quale ogni singolo atto criminale è inserito, e la funzione che svolge nell’assicurare potere di vita e di morte sulle persone che lo subiscono. E qui il lavoro approfondito e puntuale dei giudici ci offre una prima importante verità: le prime vittime di El Hisri, di Almasri, del capo supremo della Rada, Al Kora, sono stati i cittadini libici. Sono libici quelli sequestrati e torturati per primi, oppositori politici, avvocati, giornalisti, studenti o anche persone che possedevano dei terreni, una casa, dei soldi. Si capisce la parabola dunque che porta a ciò che oggi conosciamo del sistema Libia: dopo la caduta di Gheddafi, si formano i gruppi armati che con la scusa della “rivoluzione”, cominciano ad accaparrarsi il potere e materialmente pezzi di territorio. Nel caso della “Rada” ad esempio, è un quartiere di Tripoli che gli dà i natali, e da lì la conquista di un’area strategica come quella dell’aeroporto e fin sulla costa con l’accesso al mare, trasforma quattro banditi di un clan familiare, in uomini che comandano. Che negoziano un pezzetto di quello che altri, simili a loro ma magari più scaltri, hanno già preso in cambio della fedeltà all’Occidente. In uno degli ultimi rapporti dell’Onu sulla Libia, concentrato sulle violazioni dell’embargo sulle armi, si parla del clan di Dbaibaba, attuale premier del governo di Tripoli riconosciuto dall’Unione Europea, come uno dei più criminali e potenti. Stessa cosa se si osserva la “carriera” del ministro degli Interni Trebelsi, l’amicone di Piantedosi, segnalato dalla segreteria di stato americana già durante la prima presidenza Trump come “trafficante e contrabbandiere”. La Rada ha gestito la sua prigione, il suo lager, a partire dall’eliminazione dei dissidenti libici e dell’imposizione del regno del terrore a Tripoli, offrendo sul “mercato” le sue capacità. Rada “Security Defence Force”. Rada “polizia giudiziaria”. Tutti titoli assegnati dai vari governi ufficiali. Ma d’altronde non era il prefetto Caravelli, capo dei servizi segreti esterni a dichiarare che “con la Rada ottima collaborazione”? Questo strutturazione della milizia inizialmente impegnata contro i cittadini libici, anch’essi torturati, ammazzati, anche le donne libiche stuprate, anche i bambini libici violentati e terrorizzati e chissà cos’altro, viene poi dal 2017 impiegata per i migranti. Le pratiche disumane sono rielaborate per il nuovo business, quello di fermare profughi e rifugiati che tentano di raggiungere l’Italia e l’Europa via mare. Ma chi suggerisce alla Rada di fare questo? In cambio di che cosa, di quanti soldi? Chi suggerisce la creazione di un nuovo sistema di respingimento di massa, articolato nella cattura in mare di chi prova a fuggire, e nella successiva deportazione e internamento nei lager? Chi regala mezzi, addestramenti, ruoli ai vari El Hisri per fare tutto questo? Ascoltando le accuse ci si rende conto di cosa abbiamo fatto, noi che apparteniamo ai paesi “civili”, noi che abbiamo i governi “democratici”: abbiamo alimentato gli orrori, le atrocità che prima sono state compiute contro la società civile libica per trasformarli e strutturarli in “orrori funzionali”, utili alla nostra “guerra” ai migranti. Ascoltando l’excursus dei procuratori della Corte, che puntualmente delineano lo sviluppo e il ruolo di una milizia e dei suoi capi, si capisce che El Hisri è solo quello che si è fatto prendere. Non è lui il “mostro” in mezzo a quelli “normali”. Lui è solo un mostro meno potente di tutti gli altri. Viene spontaneo, dinnanzi al primo processo di questo livello che finalmente si celebra, dopo decine di migliaia di morti in mare e nel deserto, pensare a una Norimberga. Ma Norimberga non si può fare solo con un criminale che altrimenti rischia di diventare un capro espiatorio. Qui mancano quelli potenti, quelli che non si sporcano le mani. Quelli che in Libia ci vanno con l’aereo di stato, quelli che il quartiere di El Hisri manco sanno dov’è. E dopo il primo giorno, è tutto. -------------------------------------------------------------------------------- [Dalla Corte Penale Internazionale, Luca Casarini] -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Un mostro che contiene molti mostri proviene da Comune-info.
May 20, 2026
Comune-info
Il labirinto della verifica dell’età
I governi e la società civile di tutto il mondo sembrano avere un obiettivo comune: proteggere bambini e giovani dai pericoli della navigazione sul web, dall’uso non supervisionato dei social media, da contenuti pornografici, violenti o pericolosi. La virata globale verso un Internet dove è necessario verificare la propria età ha però una serie di criticità, legate alle soluzioni che si stanno adottando e ai problemi che esse pongono in termini di privacy e sorveglianza. Alcune misure sono arrivate tramite leggi statali, come nel caso dell’Australia e del Regno Unito. Altre sono iniziative delle stesse piattaforme, come nel caso di Discord, che ha annunciato e poi ritirato una policy nota come teen by default (cioè che dà per scontato che tutti gli utenti siano minorenni). Nonostante il quadro frammentato, è chiaro che ci si stia spostando verso un modello di Internet in cui sarà sempre più spesso richiesto di identificarsi per dimostrare di essere adulti. Questo potrebbe radicalmente cambiare il modo in cui vivremo la rete in futuro. I METODI TECNICI DI VERIFICA DELL’ETÀ Esistono diversi approcci tecnologici per verificare l’età di un utente nel momento in cui entra o si iscrive a una piattaforma. Il primo è la stima dell’età sulla base di dati biometrici. Un software analizza un video o un selfie, dando un’indicazione di un’età presumibile. Un altro metodo prevede il confronto automatico tra una foto scattata live e la foto di un documento ufficiale. I siti possono inoltre richiedere una verifica dei dati bancari, o una piccola transazione da una carta di credito, per verificare che la persona intestataria sia maggiorenne. I controlli possono essere effettuati anche tramite l’operatore della rete mobile, che certifica che il numero da cui si sta effettuando una connessione sia associato a una persona adulta.  I metodi biometrici e quelli che richiedono di caricare le foto dei documenti presentano però evidenti problemi di privacy, dal momento che richiedono agli utenti di condividere informazioni estremamente sensibili con aziende private. I PROBLEMI DI DISCRIMINAZIONE Gli attivisti per i diritti digitali nutrono grande scetticismo nei confronti di queste soluzioni. Martin Sas e Jan Tobias Mühlberg, due ricercatori belga autori di un paper commissionato dai Verdi Europei, hanno scritto: “Questo requisito [di provare la propria età, ndr], oltre a costituire un’ingerenza nella privacy delle persone, può potenzialmente limitare la loro capacità di esprimersi liberamente e di interagire con gli altri, a meno che non forniscano i propri dati personali e siano in grado di completare una procedura di verifica dell’età”. Secondo l’Electronic Frontier Foundation, gli obblighi di verifica dell’età comportano una serie di possibili discriminazioni nei confronti di alcune categorie di persone già marginalizzate. Chi per esempio non dispone di documenti governativi validi e riconosciuti, come è il caso di alcune persone migranti, potrebbe trovarsi tagliato fuori da una buona fetta di servizi online. Negli Stati Uniti, riporta l’EFF, anche tanti adulti, soprattutto neri e ispanici, non hanno a disposizione documenti aggiornati con il nome o l’indirizzo corretto. La stessa cosa vale per le persone che stanno intraprendendo percorsi di affermazione o transizione di genere, che hanno meno probabilità di avere documenti aggiornati o foto ufficiali che corrispondono ai loro tratti somatici. L’analisi dell’EFF è incentrata sugli Stati Uniti, ma è indicativa di un problema più ampio:  “Il 43% degli americani transgender non dispone di documenti d’identità che riflettano correttamente il nome o genere. Per loro, la verifica dell’età pone una scelta impossibile: fornire documenti con nomi precedenti e indicatori di genere errati, rischiando così di essere costretti a un coming out, oppure perdere del tutto l’accesso alle piattaforme online”. Il metodo del riconoscimento facciale espone invece ai consueti bias algoritmici: i sistemi di intelligenza artificiale sono testati e funzionano soprattutto su persone bianche, sono però meno efficaci in caso di minoranze razziali ed etniche (ma anche, per esempio, di persone con disabilità). LE ALTERNATIVE PRIVACY FIRST Esistono però alternative più solide dal punto di vista della privacy. In Germania, per esempio, è in vigore un sistema di identità digitale che permette lo scambio di informazioni tra il server di un sito e un microprocessore contenuto nella carta d’identità elettronica nazionale. Tramite una chiave crittografica, il microprocessore dimostra di appartenere a una eID (una carta d’identità elettronica) rilasciata dal governo tramite una chiave crittografica, condivisa con altre 9.999 eID. “Ciò significa che l’unica informazione che la piattaforma ottiene è che una persona su 10mila si è registrata” hanno scritto Marten Risius e Johannes Sedlmeir su The Conversation. Successivamente, il servizio e il microprocessore si scambiano la data corrente e l’età minima richiesta, mentre il microprocessore invia la data di nascita dell’utente. A quel punto, l’autenticazione avviene esclusivamente sulla base di queste informazioni, senza che ulteriori dati siano condivisi con il sito web. Altri sistemi, come l’European Digital Identity Wallet (di cui parleremo più avanti) o il Google o Apple Wallet (che da qualche anno permettono di custodire documenti d’identità digitali sul telefono e di utilizzarli come prova dell’età), funzionano in modo leggermente diverso: non si basano su microprocessori integrati in carte fisiche, bensì su componenti hardware presenti nei telefoni cellulari. Queste soluzioni si avvalgono di un sistema crittografico che comunica alla piattaforma che una persona è in possesso di un documento digitale che attesta la sua maggiore età, senza tuttavia rivelare ulteriori dettagli. Il principio tecnico sottostante a entrambi questi esempi è la selective disclosure. Sempre Risius e Sedlmeir concludono: “Com’è evidente, i sistemi di verifica dell’età possono essere progettati ponendo al centro il principio della non tracciabilità. Ciò significa che né l’autorità né la piattaforma possono monitorare le attività di un utente, pur essendo in grado di verificare con precisione l’età”. LE LEGGI STATALI Una delle leggi più solide tra quelle in vigore è l’Online Safety Act del Regno Unito, che di fatto obbliga le piattaforme, i siti pornografici e i grandi motori di ricerca a impedire ai minori l’accesso a contenuti dannosi. Questi comprendono anche l’istigazione al suicidio, all’autolesionismo e la celebrazione dei disordini alimentari. Le regole sono in vigore dal luglio 2025. “In qualità di autorità di regolamentazione, non valuteremo i singoli contenuti né chiederemo ai servizi online di rimuovere materiale legale” si legge sul sito dell’Ofcom, l’autorità delle comunicazioni britannica (l’equivalente della nostra AGCOM) “Il nostro ruolo non è quello di impedire agli adulti di accedere a materiale pornografico legale, ma a partire dal 25 luglio saranno necessari controlli più rigorosi e, cosa fondamentale, non sarà più sufficiente spuntare una casella per dichiarare di avere più di 18 anni”. La legge, è fondamentale specificarlo, non obbliga tutte le piattaforme a verificare in modo diretto l’età di un utente, ma solo quelle che pubblicano materiale pornografico. Tutti gli altri siti devono comunque sottostare all’obbligo generale di impedire che i minori vengano in contatto con contenuti non appropriati. In Unione Europea molti paesi stanno considerando di adottare legislazioni per il controllo dell’età, che si concretizzano in particolare nel divieto per le persone al di sotto di un’età specifica di iscriversi e utilizzare piattaforme social. Nelle ultime settimane, la Grecia ha annunciato che dal 2027 proibirà l’accesso alle piattaforme social ai minori di 15 anni. In Germania il partito di governo ha dichiarato che proporrà un divieto per i minori di 14 anni. In Danimarca si è raggiunto un accordo politico per impedire l’accesso sotto i 15 anni. E poi c’è la Francia, dove all’inizio di aprile il Senato ha approvato un disegno di legge che prevede un sistema a due livelli: alcune piattaforme saranno del tutto proibite ai minori, mentre altre richiederanno l’approvazione di almeno un genitore per l’iscrizione. La legge deve ora tornare in discussione alla Camera, ma vale la pena segnalare come il presidente della Repubblica Emmanuel Macron sia un grande sostenitore del social media ban. Nel resto del mondo il dibattito segue direttrici simili. In Australia una legge considerata “storica” ha imposto alle principali piattaforme social di impedire l’accesso ai minori di 16 anni a partire da dicembre 2025, con sanzioni anche milionarie. In Brasile una legge entrata in vigore lo scorso marzo fa sì che i minorenni possano iscriversi alle piattaforme social solo se il loro account è collegato a quello di un supervisore adulto. IL QUADRO NEL DIRITTO DELL’UNIONE EUROPEA La legge di riferimento in Europa è invece il Digital Services Act (DSA). Il DSA non impone esplicitamente la verifica dell’età come requisito per operare sul territorio dell’Unione. Per le piattaforme online con più di 45 milioni di utenti mensili  (VLOP, acronimo di very large online platforms), la Commissione si aspetta però che vengano adottate misure concrete per mitigare i rischi sistemici, ovvero i rischi che gli ecosistemi online pongono al resto della società. La tutela dei minori assume quindi un ruolo di primo piano. “La questione della competenza in materia di verifica dell’età nei servizi digitali si colloca in una zona di intersezione tra il diritto dell’Unione e le prerogative nazionali, e può essere compresa correttamente solo se si abbandona una logica dicotomica per adottare una prospettiva di competenza mista, nella quale, tuttavia, il ruolo operativo degli Stati membri resta oggi decisivo”, spiega a Guerre di Rete Giovanni Ziccardi, professore di Informatica Giuridica presso l’Università di Milano. Il Digital Services Act adotta infatti un modello “risk based”, basato cioè sulla valutazione dei rischi, lasciando aperto un ventaglio di soluzioni adottabili. L’obbligo non è quello di adottare una soluzione unica, ma di dimostrare che il sistema scelto protegge effettivamente i minori dai rischi per la loro sicurezza e incolumità. “Questa impostazione, tuttavia, apre uno spazio normativo significativo per l’intervento degli Stati membri. In assenza di una armonizzazione piena a livello europeo, infatti, sono gli ordinamenti nazionali a mantenere la competenza sulle modalità concrete attraverso cui tale obiettivo deve essere perseguito. Ciò riguarda, in primo luogo, la definizione delle tecniche di verifica dell’età – che possono spaziare da sistemi documentali a soluzioni basate su intermediari certificati o su modelli di anonimizzazione – e, in secondo luogo, la determinazione dei limiti di accesso a determinati contenuti, soprattutto quando si tratta di materiali sensibili come quelli pornografici”, prosegue Ziccardi. Le autorità europee hanno recentemente fatto alcuni passi per attuare nel concreto le indicazioni del DSA. Dopo un’investigazione, terminata lo scorso marzo, è stato concluso che quattro siti pornografici (PornHub, Stripchat, XNXX e XVideos) non stanno mettendo in atto le protezioni sufficienti per evitare che i minorenni entrino in contatto con i loro contenuti (che sono, ovviamente, a sfondo sessuale). “La Commissione ha constatato, in via preliminare, che Pornhub, Stripchat, XNXX e XVideos non hanno adottato misure efficaci per impedire ai minori di accedere ai propri servizi, venendo così meno al proprio dovere di tutelare i diritti e il benessere dei minori. Sebbene nei loro Termini di servizio sia specificato che i servizi sono riservati esclusivamente agli adulti, tutte e quattro le piattaforme consentono ai minori di accedervi con un semplice clic, con cui confermano di avere più di 18 anni”, si legge nel comunicato stampa ufficiale. Un clic per confermare l’età non può più bastare. Se le conclusioni della Commissione dovessero essere confermate, le società rischiano sanzioni fino al 6% del loro fatturato annuo globale. LE SOLUZIONI TECNICHE PROPOSTE DALL’EUROPA “Accanto alla dimensione dell’enforcement si sviluppa, in parallelo, una seconda direttrice di natura tecnico-infrastrutturale, che riguarda la costruzione di standard europei comuni. L’Unione sta infatti lavorando alla definizione di soluzioni interoperabili di verifica dell’età, anche attraverso progetti pilota basati su applicazioni dedicate e, soprattutto, in prospettiva, mediante l’integrazione con il EU Digital Identity Wallet. L’obiettivo è duplice: da un lato, evitare la frammentazione derivante dalla proliferazione di modelli nazionali eterogenei; dall’altro, garantire che i sistemi adottati rispettino principi fondamentali, come la protezione dei dati personali e la minimizzazione delle informazioni trattate”, prosegue Ziccardi. Il regolamento quadro che introduce l’EU Digital Identity Wallet è entrato in vigore nel maggio del 2024 e gli stati membri saranno obbligati ad adottare la tecnologia entro la fine del 2026. “In questo contesto, assume particolare rilievo il paradigma della privacy by design, che si traduce nella ricerca di soluzioni capaci di attestare un requisito (per esempio, il superamento di una soglia di età) senza rivelare l’identità dell’utente”, prosegue Ziccardi. “Alcuni modelli già sperimentati, come quello della cosiddetta ‘doppia anonimizzazione’, prevedono la separazione tra il soggetto che verifica l’età e il servizio che eroga il contenuto, in modo da evitare la concentrazione di informazioni sensibili in un unico punto del sistema. Si tratta di un terreno nel quale diritto e tecnologia si influenzano reciprocamente: le esigenze di tutela giuridica orientano le soluzioni tecniche, mentre queste ultime ridefiniscono le possibilità concrete di regolazione”. La soluzione proposta dall’Europa si inserisce nel filone delle soluzioni privacy first e decentralizzate, che potrebbero costituire una modalità sicura e rispettosa della riservatezza per verificare l’età. Nel 2025, l’AGCOM ha imposto ai siti per adulti di controllare che gli utenti siano maggiorenni. L’applicazione della direttiva è stata frammentata e ben presto il TAR del Lazio ha messo un freno alle disposizioni. Il problema principale risiede nella natura transfrontaliera dei servizi digitali. “Una parte significativa dei siti interessati, infatti, è stabilita in altri Stati membri dell’Unione, con la conseguente applicazione del principio del paese d’origine, che costituisce uno degli assi portanti del Digital Services Act. Questo principio limita fortemente la possibilità per un’autorità nazionale di imporre direttamente obblighi a operatori stabiliti altrove, imponendo invece il ricorso a meccanismi di cooperazione tra autorità competenti” spiega Giovanni Ziccardi. Il caso italiano rappresenta bene la frizione che può crearsi in un contesto di governance a più livelli (statale e sovranazionale). I RISCHI CHE PERMANGONO E LE PROSPETTIVE FUTURE Rimane uno scarto tra le questioni tecniche e la realtà sociale del problema. Le soluzioni come l’identità digitale europea o il Google Wallet sono create per limitare la quantità di informazioni che il sito può raccogliere sull’utente. Ma non prendono in considerazione lo scenario più banale: quello di un minore che utilizza il telefono, le credenziali o il documento di un adulto. In altre parole, il sistema può anche contribuire a non esporre una quantità significativa di dati personali, ma non elimina del tutto il rischio di un raggiro. Lo scorso aprile, l’esperto di cybersicurezza Paul Moore ha affermato di essere riuscito a bypassare la crittografia del portafoglio digitale europeo in soli due minuti. Altri esperti hanno fatto eco a queste preoccupazioni: “Più dati raccolgono questi sistemi, più diventano appetibili per gli hacker”, ha dichiarato Hanna Bözakov, fondatrice del servizio di crittografia Tuta. Se si guarda infine al mercato delle VPN, si nota come siano diventate molto popolari nei contesti in cui si è introdotto l’obbligo di verifica dell’età. Le direttrici di rischio sono diverse. Oltre ai dubbi tecnici, emergono anche alcune questioni politiche e culturali sulla natura della rete. Molti sostengono, per esempio, che d’ora in poi sarà impossibile navigare sul web in modo anonimo. C’è anche chi ritiene che gli obblighi tecnici e legali di verifica siano un modo per sollevare le Big Tech dalle proprie responsabilità rispetto alla moderazione dei contenuti. Tra quest’ultimi c’è Eva Simon, direttrice del programma  su Tecnologia e Diritti della Civil Liberties Union in Europa: “Ci stiamo concentrando sull’accesso, ma il vero problema è il modo in cui le piattaforme catturano l’attenzione e promuovono i contenuti. È da lì che derivano i danni”.  Ma la verifica dell’età è ormai un orizzonte concreto, in Europa e nel mondo. “In questa cornice, la chiave interpretativa più convincente è forse quella che coglie una tensione tra forma e sostanza”, conclude Ziccardi. “L’obbligo di verifica dell’età non è ancora formalizzato in modo uniforme a livello europeo, ma si sta progressivamente imponendo come necessità sistemica. Il DSA richiede una protezione effettiva dei minori e, allo stato delle tecnologie e dei modelli organizzativi disponibili, la verifica dell’età rappresenta lo strumento più credibile per realizzarla. La questione centrale non riguarda più, dunque, la presenza o meno dell’obbligo, ma il modo in cui lo si impone: chi è legittimato a imporlo, attraverso quali strumenti tecnici deve essere attuato e, soprattutto, con quali garanzie in termini di tutela dei diritti fondamentali e della riservatezza degli utenti”. L'articolo Il labirinto della verifica dell’età proviene da Guerre di Rete.
May 20, 2026
Guerre di Rete
Sumud Flottilla, rapiti Salvetti e Bundu. Stasera, 20 maggio, presidio a Firenze
Intercettata la barca della Global Sumud Flotilla su cui viaggiavano i due esponenti del Collettivo di Fabbrica e della Soms Insorgiamo, Dario Salvetti e Antonella Bundu. La partecipazione del Collettivo e della Soms alla missione internazionale di mutualismo conflittuale risponde … Leggi tutto L'articolo Sumud Flottilla, rapiti Salvetti e Bundu. Stasera, 20 maggio, presidio a Firenze sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
La scuola è un’impresa – di Cristina Morini
Che i ragazzi odiano la scuola e amano il gioco lo dite voi. Noi contadini non ci avete interrogati […] Tutta la vostra cultura è costruita così. Come se il mondo foste voi.   Scuola di Barbiana, Don Lorenzo Milani, Lettera a una professoressa, Libera Editrice Fiorentina, 1967, p. 13. Forse il problema potrebbe [...]
May 18, 2026
Effimera
Sulle Linee guida del diritto di asilo 2026
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Nathanaël Desmeules su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Il presente documento costituisce una scheda critica di analisi giuridica realizzata dall’APS Spazi Circolari e dallo Studio Legale Antartide delle Linee guida emanate dalla Commissione nazionale per il diritto di asilo nel marzo 2026 1. Le Linee guida in esame, pur inserendosi in un quadro normativo in profonda evoluzione – segnato dall’entrata in vigore del regolamento (UE) 2024/1348 e dal consolidamento della direttiva 2013/32/UE – presentano una serie di indicazioni operative che sollevano significativi profili di illegittimità. L’analisi individua sei aree critiche in cui le scelte interpretative della Commissione nazionale si pongono in tensione, o in aperto contrasto, con la giurisprudenza di legittimità italiana, con il diritto dell’Unione europea e con i principi fondamentali che governano le procedure di protezione internazionale. Per ciascuna area tematica, il documento ricostruisce il fondamento normativo della critica, richiama i precedenti giurisprudenziali rilevanti e ne evidenzia le ricadute concrete sui procedimenti in corso. Le questioni esaminate spaziano dal trattamento delle domande reiterate, con particolare attenzione al principio di prossimità nella determinazione della competenza territoriale e alla (mancata) considerazione di nuovi elementi relativi alla protezione speciale, all’analisi dei profili di illegittimità relativi alle ipotesi di domande reiterate previste dall’art. 29-bis del D.Lgs. 25/2008. Vengono inoltre analizzati i profili problematici relativi alla determinazione della procedura applicabile, ai termini per la procedura ordinaria, all’esame prioritario e alle declaratorie di manifesta infondatezza. La scheda si avvale di un approccio metodologico integrato: al commento congiunto CNA/UNHCR si affiancano contributi tratti dalla dottrina più recente, dall’analisi della giurisprudenza nazionale ed europea e dall’osservazione delle prassi applicative sviluppatesi nelle sedi competenti. L’obiettivo è offrire agli operatori del diritto – avvocati, giudici, funzionari e organizzazioni della società civile – uno strumento di orientamento critico, utile tanto nella fase amministrativa quanto in quella contenziosa, in un settore in cui la coerenza tra indirizzo istituzionale e vincoli normativi assume un rilievo diretto sulla tutela di diritti fondamentali. INDICE 1. Domande reiterate * 1.1. Mancanza di riferimenti in merito alla possibilità di nuovi elementi attinenti la protezione speciale * 1.2. Competenza territoriale per l’esame della domanda reiterata: il principio di prossimità ignorato 2. Determinazione della procedura applicabile 3. Termini per la procedura ordinaria 4. Esame prioritario 5. Le procedure accelerate in 3 giorni e le ipotesi di ulteriore accelerazione: la domanda reiterata in fase di esecuzione di un provvedimento di allontanamento di cui all’art. 29-bis del D.Lgs. 25/2008 * 5.1. Imminenza dell’allontanamento * 5.2. Competenza del questore prevista al comma 1-bis: un vizio strutturale * 5.3. Assenza di decisione collegiale per le ipotesi di cui all’art. 29-bis * 5.4. Diritto di restare sul territorio fino ai termini per l’impugnazione nei casi di inammissibilità 29-bis * 5.4.1. Nella fase amministrativa * 5.4.2. Nella fase giudiziaria 6. Manifesta infondatezza Scarica la scheda di analisi critica -------------------------------------------------------------------------------- Fonte: Meltingpot.org -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sulle Linee guida del diritto di asilo 2026 proviene da Comune-info.
May 17, 2026
Comune-info
BOLZANO: IL SETTIMO PRESIDIO IN SETTE SETTIMANE CHIEDE DI “RIAPRIRE I CENTRI DI ACCOGLIENZA E LAVORARE SU UN PIANO CASA”
“Riaprire tutti i centri di accoglienza che sono stati chiusi nella provincia di Bolzano” e i servizi ex Sprar, è la richiesta del settimo presidio che si è svolto martedì pomeriggio in piazza Municipio. Oltre ai lavoratori migranti rimasti fuori dai dormitori per i quali da settimane si chiede urgentemente un tetto, il tema si allarga al diritto all’abitare, data la gravissima crisi in atto in tutto il Sudtirolo. È necessario lavorare subito su un “piano casa, non tanto per comprarla” perché è diventato impossibile, ma “per l’affitto, dato che attualmente il 60-70 percento dello stipendio” viene speso per l’alloggio. “Case che sono sempre più piccole e sempre più destinate al turismo”: sono infatti 40 milioni i pernottamenti annuali in Alto Adige. Nonostante i presidi in corso da sette settimane, le soluzioni finora proposte dalle istituzioni locali sono superficiali e insufficienti, infatti con la chiusura dei dormitori invernali centinaia di lavoratori migranti si sono riversati sul capoluogo altoatesino, che è l’unico centro a disporre di servizi di bassa soglia. La prossima assemblea pubblica per il diritto all’abitare, insieme ai compagni e alle compagne di Abitare Bozen, si terrà mercoledì 20 maggio alle ore 20 presso lo Spazio 77 di via Dalmazia, 77 f. Gli aggiornamenti con Matteo, compagno di Bozen solidale. Ascolta o scarica
May 13, 2026
Radio Onda d`Urto