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L’ Ape ed il peggiore Architetto: il futuro di Napoli in queste mani
Ma ciò che fin da principio distingue il peggiore architetto dall’ape migliore è il fatto che egli ha costruito la celletta nella sua testa prima di costruirla in cera. Karl Marx – Il Capitale, Libro primo, sezione terza Le ultime settimane napoletane di agosto sono state foriere – non solo […] L'articolo L’ Ape ed il peggiore Architetto: il futuro di Napoli in queste mani su Contropiano.
September 4, 2026
Contropiano
Aerotech Academy di Pomigliano: come il militare si presenta foriero di occupazione e sviluppo del territorio
Aerotech Academy Pomigliano è il sito campano facente parte della rete dei Leonardo Labs, i laboratori di innovazione tecnologica del gruppo Leonardo (clicca qui). Come spesso avviene quando l’Università e la ricerca non ricevono le dovute attenzioni e i necessari finanziamenti, multinazionali e aziende di varie dimensioni si presentano nel ruolo di mecenati, finanziando la ricerca finalizzata alla produzione di sistemi di arma e di tecnologie duali. Aerotech, difatti, è un campus vero e proprio che si avvale della «collaborazione tra Leonardo e l’Università degli Studi di Napoli “Federico II”»[1] e che è attivo ormai da sei anni. A Bari, da due anni, è in corso una analoga iniziativa basata sul rapporto fra la nota azienda militare, il Politecnico di Bari e l’Università del Salento. La Aerotech Academy si presenta come percorso di alta formazione su tematiche ingegneristiche di frontiera ed è progettato congiuntamente da Leonardo e dall’Università al fine di fornire competenze teoriche, nonché capacità operative immediatamente spendibili in settori industriali a tecnologia avanzata. Un percorso che porta a formare ricercatori da utilizzare poi negli stabilimenti e nei laboratori di Leonardo e che si avvale di percorsi formativi multidisciplinari e materiali didattici e tecnici che un normale corso universitario, senza finanziamenti illustri, non potrebbe offrire. I corsi sono in lingua inglese e durano nove mesi, dei quali cinque sono dedicati alla ricerca e alla formazione nel settore aerospaziale mentre gli altri quattro risultano orientati ad aspetti pratici (cd. “project working”). Gli studenti selezionati sono tutti laureati.[2] Alla luce di quanto detto sorge spontanea una domanda: per quale ragione percorsi di alta formazione sulla ricerca di frontiera sono possibili negli atenei pubblici solo in presenza di Fondazioni e Accademie emanazione di multinazionali e imprese produttrici di tecnologie duali e sistemi d’arma di ultima generazione? La risposta è facilmente intuibile: scarsità di finanziamenti pubblici e un diretto interesse commerciale da parte dei soggetti privati coinvolti. Come è possibile leggere direttamente dal sito della Leonardo Academy,[3] infatti, la formazione erogata è funzionale ad accrescere e aggiornare la competitività dell’impresa. Leonardo ha dunque bisogno di queste situazioni per acquisire ulteriori conoscenze e competenze in ogni ambito di attività del gruppo. Quello dell’azienda, tra l’altro, è un interesse che si è manifestato anche nei riguardi della scuola pubblica e che il nostro Osservatorio ha già documentato.[4] La funzione della pubblica istruzione dovrebbe essere ben altra che aiutare le imprese nell’accrescimento della loro offerta produttiva, ma tant’è… In conclusione dobbiamo purtroppo constatare la palese rinuncia di quella parte del mondo accademico che si è lasciata coinvolgere nel progetto a esercitare con vigore quei principi di autonomia e indipendenza che dovrebbero contraddistinguere i cultori della materia. Nelle sei edizioni fino ad oggi svolte, dall’anno 2020, abbiamo assistito a un modello sempre più stretto di collaborazione tra università e industria, in funzione del salto di qualità tecnologico auspicato dalla Ue per costruire sinergie tra le aziende produttrici di armi e di tecnologie duali.  Si comprende poi l’interessamento di Leonardo per le materie STEM di cui il nostro Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ha già parlato come dimostra la partecipazione attiva anche di studenti liceali a laboratori legate alle professioni dell’aeronautica e dell’innovazione.  F. Giusti, E. Gentili, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- * [1] Cfr. https://www.leonardo.com/it/news-and-stories-detail/-/detail/aerotech-academy-consegnati-diplomi-sesta-edizione. * [2] Cfr. https://www.aerotechacademy.unina.it/wp-content/uploads/2026/07/Bando-ITA-26-27_last02072026.pdf. * [3] Cfr. https://www.aerotechacademy.unina.it/. * [4] Cfr. https://osservatorionomilscuola.com/2026/06/28/scuola-universita-e-ricerca-la-militarizzazione-va-avanti-spedita/. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
«L’umanità è ferma». Germinale a Napoli, mostra di arte e pace.
NELL’OPERA DI TERESA CERVO LA FRAGILITÀ DIVENTA POSSIBILITÀ DI TRASFORMAZIONE: UN PERCORSO ATTRAVERSO ARTE, CURA E NONVIOLENZA DI FRONTE ALL’ASSUEFAZIONE ALLA GUERRA E ALLA VIOLENZA. L’opera di Teresa Cervo è equilibrio costante del corpo alla ricerca di se stesso, immersione nella fragilità umana e ricerca di un’identità collettiva, mobile nel suo divenire. La sua ricerca propone la pace attraverso l’amore per la bellezza e il suo vivere lento. Alla passività e all’assuefazione alla violenza contrappone la cura, la relazione e la nonviolenza come possibilità di trasformazione. La leggerezza diventa così una strada di trasformazione dell’uomo: non una fuga dalla realtà, ma una possibilità di attraversare anche i pesi più gravi dell’esistenza. La fragilità può diventare forza, apertura all’altro e occasione di rinascita. Da queste riflessioni nasce la nostra intervista a Teresa Cervo, a partire da Germinale, progetto esposto il 25 marzo nelle stanze dell’Hotel de Bonart e che prosegue nel laboratorio dell’artista nel centro di Napoli. Da queste riflessioni nasce la nostra intervista a Teresa Cervo, a partire da Germinale, progetto esposto il 25 marzo nelle stanze dell’Hotel de Bonart e che prosegue nel laboratorio dell’artista nel centro di Napoli. INTERVISTA A TERESA CERVO Il titolo, Germinale, vive un doppio significato: segna il settimo mese nel calendario della Rivoluzione francese, periodo primaverile di fioritura, e suggerisce un significato nascosto, il germe della malattia quando avvelena corpo e mente. Oggi, in un periodo di guerre lunghe ed estenuanti, questo duplice significato ci pone davanti a un bivio e ci espone davanti alle nostre fragilità per una scelta: fiorire, processo lento di confronto e maturazione, oppure ammalarci, traghettando verso l’inezia e la passività. Germinale, la scultura che ha dato il nome alla mia ultima mostra, è un busto di donna che rappresenta l’umanità e il suo rapporto con l’esperienza della vita e della morte. La mia sensazione è che l’umanità sia ferma, indifferente all’orrore in cui è immersa, anestetizzata dalla quotidiana sovraesposizione ad un flusso continuo di immagini di violenza e di morte che ne riduce la capacità di reazione emotiva e morale. Il bianco quasi totale dell’opera rappresenta il pericolo dell’impotenza appresa, perverso meccanismo per cui l’individuo “sa” di non poter cambiare nulla e smette di reagire. Germinale, tuttavia, conserva ancora il rosso della forza vitale che può rompere questo immobilismo e, mostrandoci le escrescenze che segnano il suo corpo, ci chiede di farle diventare i germogli di una rinascita e non più i segni di un morbo letale. Solo la cura di se stessi e dell’altro, il non essere spettatori del mondo e stranieri ad esso, porterà speranza di vita e di continuità. Penso a “l’umanità è ferma” come un congelamento del legame con l’altro e con il mondo, il cui sentimento vivo, però, non è perduto per sempre ma è lì nei meandri interstiziali della specie: quell’amore caldo che sembra svanito, che nascosto nutre le relazioni umane senza doverle sciupare oppure demolirle. Pare ci sia un’area di non-umanità nell’uomo, luogo inconscio in cui ancora si può sognare ed elaborare i vissuti traumatici (comprese le guerre), uno spazio di prevenzione alla dis-umanizzazione e alla trans-umanità (due livelli differenti ma potenzialmente consequenziali): l’uomo automatico che pericolosamente ha smesso di pensare. Il non-umano come invito a cogliere e accettare la fragilità, il limite e il confine dell’uomo. Un margine che disegna il perimetro tra sé e l’altro e che permette di incontrarsi nella eterogeneità e nella diversità. Potremmo immaginare, allora, il motore del mondo vivo attraverso una comunità attiva e non-violenta e il desiderio dell’uomo come un sogno che incontra la realtà in vita e nella sua pulsione e non in morte e nell’annientamento? Mi torna in mente la speranza come movimento che non è mai di comodo sia nell’essere desiderato in sogno che nel vissuto all’interno della realtà. Diventa un’azione attiva e non-violenta, nel senso che affinché le cose prendano una piega diversa l’impegno dell’uomo è proprio legato alla vita e al suo privilegio di poterla abitare nel bene di tutti. CARTA, FERRO E LEGGEREZZA La carta (nella forma della cartapesta) e il ferro sono i materiali che usi e strumenti di studio e ricerca. Comunicano leggerezza piena e salda pur mantenendo la loro delicatezza. Cosa ne pensi della mobilità e dell’apertura come caratteristiche del femminile-nel-mondo, cioè quella parte della realtà che dà “peso” e che accoglie lo stare-in-relazione con sé e con l’altro? La parola “peso” ha un valore inestimabile per la leggerezza. La carta è legata molto alla leggerezza che a sua volta è collegata alla fragilità. Il gesto con cui si strappa un foglio di carta è semplice e sicuro, ma questo stesso gesto non può essere realizzato con la cartapesta perché è una lavorazione che cambia la natura della carta attraverso la sua stratificazione, strato dopo strato, si struttura e diventa altro. Nell’incontro tra i due materiali che utilizzo, il ferro e la carta, risalta la forza di quest’ultima: in un ambiente ostile il ferro finirà per sgretolarsi e scomparire mentre la carta ha la capacità di resistere. Questa caratteristica mi affascina, portandomi a riflettere sul rapporto tra l’uomo e il suo ambiente. Forse sono proprio le tue sculture di cartapesta e ferro che raccontano questa sfida: la possibilità di un incontro con un ambiente nuovo, diverso e fragile, plurale e molteplice. Le tue opere orientano lungo vie temporali differenti: un passato vivo, un presente incerto e una visione nuova per la società del futuro meno rigida e chiusa, più attiva e non-violenta. Credo che se una stessa scultura comunica, nel tempo, qualcosa di diverso dipende dalla persona che l’opera incontra e ciò che egli trova. Il processo artistico coinvolge il mondo interno dell’individuo, la sua possibilità di cambiamento rispetto al primo sguardo iniziale e a quanto la sua posizione come spettatore si muove dinamicamente. Nel corso degli anni si perde lo stupore della prima volta e la sensazione di incanto della prima fase d’incontro con l’opera. Il secondo sguardo, invece, si rivolge cercando altro ed è quasi un piacere se “quest’altro” è trovato come nuovo ogni volta in ciò che si è già realizzato. Se come artista scopro qualcosa di sconosciuto e non-saputo, attraverso ciò che di diverso ha visto l’altro e che stupisce anche me, ri-guardo il mio stesso lavoro in modo differente e diventa nuova la restituzione che ricevo dall’opera stessa. Si crea una circolarità che ha effetti reali sull’ambiente circostante in modo reciproco e scambievole. Una relazione mutua del dare e dell’avere che richiama, insomma, una dimensione temporale. Il secondo sguardo chiede impegno, lentezza e fatica proprio perché la relazione possa essere ancora vissuta e compresa. In psicologia psicoanalitica, parliamo del secondo tempo di un rapporto umano che cerca un momento differente in cui scoprire l’Altro in se stesso. È l’opera umana che, tesa alla costruzione di nuove intimità, trasforma lo stare insieme in un tempo di conoscenza meno minaccioso. La relazione, perciò, diventa più dinamica e non muore se lo stupore, per quanto meraviglia unica, vive una trasformazione trovando la misura di se stessi con l’altro e viceversa, insomma una conquista del limite. Il “secondo tempo” significa per me, quindi, lentezza e fatica perché alla fine della vita tutto ciò che è veramente importante e potente richiede sforzo. Questa esperienza di impegno e responsabilità non è necessariamente qualcosa di negativo oppure un’espressione punitiva e una espiazione. Purtroppo, inseguiamo un sistema sociale complesso e articolato e ancora molto verticale in cui il culto del potere non prevede il concetto della “cura”, l’unica azione che invece potrebbe garantire un mondo sano ed equilibrato in cui poter vivere. RELAZIONE, GUERRA E CURA Sulla soglia della guerra, quindi, sembra che si perpetui una fusione mortale e indifferenziata per l’uomo. Un individuo che non diventa “soggetto” capace e libero, riconosciuto e visto non conquista un pensiero adulto che dialoga e si confronta e l’unico modo per sopravvivere sarà lo scollamento folle con se stesso e con l’altro: esperienza che può portare all’etero- e all’auto-distruzione della specie. Pare assente un investimento psico-corporeo per l’uomo – l’amore caldo – come passaggio necessario per la parola e per l’esistenza umana. Il senso di un mondo-in-salute, infatti, è pensare che nessuno debba schiacciare l’altro e nemmeno farsi schiacciare dall’altro, nessuno è materia da plasmare o manipolare. C’è la storia di una mia scultura che discute di questo: “S’io mi intuassi, come tu t’inmii”. Due teste umane vicine ma che non si fondono, nessuno dei due prende il sopravvento sull’altro, nessuno dei due significa le parole dell’altro. Nella società attuale sembra, perciò, sempre più difficile digerire le separazioni e le perdite. Manca la capacità di elaborare il lutto e affrontare la solitudine. È debole la trasformazione del vuoto in uno spazio d’assenza in cui poter entrare in contatto con un mondo reale e vivo. Probabilmente, è il tempo della lentezza che ci rapporta con la morte e il suo dolore, un movimento di attesa feconda che permette la nascita di un desiderio, figlio dell’elaborazione del lutto. Han Kang scrive delle morti bianche nelle guerre che hanno barbarizzato la Corea. Parla delle persone scomparse il cui lutto appare sospeso in eterno. Cosa ne pensi…? Mi viene in mente una mia scultura il cui titolo è “Ho tre alberi sulla schiena sottili come frecce” un lavoro sull’elaborazione del lutto: tre grandi assenze, tre grandi dolori che mi hanno attraversata come frecce appuntite ma il tempo che ho impiegato a dare corpo all’opera ha fatto sì che lo strazio diventasse il fertile terreno di una rinascita. Un duro lavoro che è stato cura del mio mondo interiore. L’incontro si conclude sulla necessità di restituire a ciascuno una lingua madre. Lingua delle origini che cura, accoglie e dona e che consegna in eredità, a tutti coloro che non ce l’hanno, la capacità di vivere il mondo potendo decifrare la realtà che lo investe. Antonella Musella
August 25, 2026
Pressenza
Corsi e ricorsi sismici nell’area flegrea
Fotogalleria di Paolo Modugno È un angosciante deja-vu questa nuova, gravissima crisi bradisismica in area flegrea. Questa volta a farne le spese sono case e persone del comune di Pozzuoli, già colpite allo stesso modo nel maggio 2024, dieci mesi prima dalla terza forte scossa di questo biennio, nel marzo 2025, che invece ebbe le conseguenze più gravi sul quartiere napoletano di Bagnoli. È un deja-vu perché sembra ogni volta di tornare al punto di partenza. In primo luogo, per l’assenza di qualsiasi tipo di assistenza per i più fragili, anziani e bambini su tutti. Poi, per l’accompagnamento alle persone sfollate, a cui viene ancora una volta proposto quel “contributo autonomo di sistemazione” che ha come principale vantaggio quello di deresponsabilizzare le istituzioni, assegnando cifre del tutto insufficienti a chi ha un appartamento inagibile e ne cerca uno temporaneo, ignorando del tutto l’andamento del mercato immobiliare (e le speculazioni dei proprietari dell’intera area metropolitana, sempre pronti a capitalizzare sulle disgrazie altrui). Infine, la programmazione e l’adeguamento sismico del territorio, su cui sono stati fatti dei timidi passi in avanti in questi anni, che collidono però con l’atteggiamento di gran parte delle istituzioni nazionali, sempre pronte a colpevolizzare chi in questo territorio è nato e vuole abitarci (qui il ministro Musumeci) e persino chi manifesta per rivendicare i propri diritti (i senatori di Fratelli d’Italia, Rastrelli e Cosenza). La situazione, a oggi, è critica. Dopo una settimana di sopralluoghi i vigili del fuoco hanno effettuato circa 1200 interventi, a fronte degli oltre 1400 richiesti. Gli edifici sgomberati sono al momento 198, per un totale di 880 abitazioni e con una proiezione di persone sfollate che potrebbe raggiungere le quattromila unità. Numeri che non si possono gestire delegando alla popolazione la ricerca di una sistemazione temporanea, ma che necessitano un piano organico di individuazione e intervento pubblico sulle case sfitte, sulle strutture ricettive, e di misure che regolino gli indiscriminati aumenti degli affitti.   Non ci sono però solo quelle famiglie, in assoluta e sottostimata emergenza, che la casa l’hanno persa con la scossa di fine luglio. Ci sono persone, a Pozzuoli e Bagnoli, che hanno avuto danni in passato e potrebbero averne con la prossima crisi: in questo senso il bradisismo è un fenomeno con cui si può certamente convivere, ma a patto di farsi trovare preparati, di abitare in case adeguate a una “emergenza” che nessuno è in grado di dire se e quando potrebbe finire. Gli strumenti tecnici ci sono, servono i soldi. E infatti, per non tirarli fuori, la presentazione delle domande per accedere ai fondi governativi per la ristrutturazione è stata finora regolata da termini temporali molto stretti, e da parametri estremamente rigidi, che escludono famiglie che hanno visto la propria casa distrutta, motivando quest’esclusione non solo in ragione di abusi consistenti, ma anche di piccole irregolarità e incongruenze catastali. L’Assemblea popolare di Bagnoli, con la rete di cittadini e comitati che si sta riunendo a Pozzuoli in questi giorni, definisce giustamente il riassetto del territorio una questione di pubblica sicurezza, da sostenere con piani a lungo termine, il finanziamento di azioni lungimiranti, slegate dalle continue crisi. Partendo da qui, la popolazione flegrea è tornata ad agitarsi. Prima con l’occupazione del porto di Pozzuoli, che ha comportato la presenza di una delegazione del movimento all’incontro di mercoledì con il presidente della Regione, il prefetto Di Bari e il ministro Piantedosi; il giorno dopo, con un lungo corteo terminato al rione Artiaco, una delle zone più colpite dalla scossa, proprio lì dove da ben due anni si promette l’apertura di un hub di accoglienza; e infine venerdì, con il passaggio simbolico della manifestazione al Rione Terra, da mesi nelle mire dei team dell’America’s Cup, che vorrebbero trasformarlo in un suggestivo villaggio per gli atleti. Le manifestazioni sono state partecipate, a dispetto del caldo terribile e della comprensibile stanchezza. Le persone hanno sfilato tra le macerie, arrabbiate e non rassegnate. La composizione è stata eterogenea. Dal canto loro, gli attivisti più esperti cercano di tenere insieme le istanze e le esigenze differenti. C’è chi ha una casa agibile, ma è stato sgomberato perché il palazzo accanto al proprio è pericolante da anni, e nessuno interviene dal momento che i proprietari non riescono ad accedere al contributo per la ristrutturazione; c’è chi ha difficoltà ad accedere al Cas perché la sua casa è considerata agibile, ma non può entrarci perché le scale del palazzo non lo sono; c’è chi ha un lavoro notturno e rischia di perderlo perché non ha un mezzo proprio, e non può rientrare prima che faccia mattina all’abitazione di emergenza che sta affittando, a venti chilometri di distanza dal luogo di lavoro; e soprattutto c’è chi passa intere giornate per strada, perché ha paura o perché semplicemente non ha un posto dove andare. In questo senso, la crisi bagnolese del 2025 ha insegnato che le tattiche di logoramento e frammentazione attuate dalle istituzioni per allentare la pressione pubblica, prima o poi raccolgono risultati. L’Assemblea popolare è riuscita a tenere in piazza per tanto tempo le persone, ha organizzato incontri settimanali, mappature collettive degli edifici, ha supportato gli abitanti del quartiere con la burocrazia, ma la mobilitazione ha perso forza quando i destini di tanti hanno dovuto fare i conti con l’allontanamento forzato, le schizofreniche risposte istituzionali, la giungla burocratica per l’accesso ai fondi, nella quale è consigliabile muoversi con l’aiuto di figure tecniche (lautamente pagate) piuttosto che di generosi e determinati attivisti. Oggi, rispetto a un anno e mezzo fa, c’è però un altro problema, che potrebbe essere al contempo un’opportunità. Il mercato immobiliare flegreo è andato fuori controllo a causa della Coppa America. Esistono appartamenti di sessanta metri quadri a Bagnoli e Pozzuoli che oggi si affittano anche a duemila euro, case lasciate appositamente vuote nell’attesa di un mercato che verrà, temporaneo ma ultra-redditizio; e poi annunci di agenzie immobiliari che non propongono case in affitto, ma che cercano appartamenti vuoti da gestire “esclusivamente per personale team e visitatori Coppa America”. L’emergenza casa che si sta vivendo in zona flegrea può contribuire a mantenere alte rabbia e partecipazione, ed evidenziare come anche il bradisismo, così come la speculazione legata alla competizione velistica, non siano problemi locali ma di tutta la città. Questa rabbia può essere un propulsore per le battaglie contingenti, e a spingerle potrà essere anche la rivendicazione dei risultati che si sono ottenuti in questi due anni, a cominciare dall’aumento, su cui si è esposto pubblicamente il ministro Piantedosi, del fondo statale per l’adeguamento sismico dal cinquanta al settanta per cento. Sarà necessario però anche un rilancio della battaglia contro l’estromissione dal territorio del tessuto socio-abitativo originario, ora che gli interventi di rigenerazione urbana a Bagnoli, con i loro limiti e storture indicibili, sembrano avviati, dopo trent’anni di ruberie e continui dietrofront. Chi ha poco reddito o capacità di spesa – ora che non c’è più acciaio da fondere né tumori da sorbirsi – non è più benvenuto in questi luoghi e tutto, dal bradisismo alla Coppa America, sarà funzionale alla sua espulsione. Bisogna dirlo in ogni sede possibile, organizzarsi e resistere. Senza nel frattempo lasciare indietro nessuno. (riccardo rosa)
August 10, 2026
Napoli MONiTOR
La smania
Lo riesci a percepire quel tipo di unto che imbratta le dita e le labbra della persona che mangia davanti a te? Se… L'articolo La smania sembra essere il primo su L'INDISCRETO.
August 5, 2026
L'INDISCRETO
Difesa civile. Sì, ma quale? 2014-2026: due proposte legislative a confronto (4)
RILANCIAMO IL QUARTO DI QUATTRO (QUI IL PRIMO, QUI IL SECONDO E QUI IL TERZO) DI ERMETE FERRARO, PRESIDENTE DIMISSIONARIO DEL MOVIMENTO INTERNAZIONALE DELLA RICONCILIAZIONE (MIR), PUBBLICATI SUL BLOG ERMETESPEACEBOOK.BLOG CON IL QUALE SI ESPRIMONO ALCUNE PERPLESSITÀ IN RELAZIONE ALLA PDL UN’ALTRA DIFESA È POSSIBILE. L’OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLE SCUOLE E DELLE UNIVERSITÀ, DOPO AVER LUNGAMENTE DISCUSSO LA QUESTIONE E APPROFONDITO COLLETTIVAMENTE LA POSTA IN GIOCO, HA ESPOSTO LA PROPRIA POSIZIONE IN UN DOCUMENTO REPERIBILE A QUESTO LINK. La proposta di legge d’iniziativa popolare depositata quest’anno in Cassazione, per conto di Conferenza Nazionale Enti di Servizio Civile, Rete Italiana Pace e Disarmo e Sbilanciamoci! [i], è solo in parte la riproposizione del precedente testo del 2014, promosso allora come adesso utilizzando lo slogan “Un’altra difesa è possibile”. Quella prima mobilitazione, culminata nel 2015 col deposito di oltre 53.000 firme, portò in seguito alla presentazione alla Camera della proposta di legge n. 3484/2015, ad iniziativa dei deputati Marcon (SEL), Zanin (PD), Basilio (M5S), Sberna (DS), Civati (PD), Artini (AL) [ii]. Sebbene il titolo delle due proposte legislative, a distanza di undici anni, sia rimasto pressoché lo stesso, fra i due testi ci sono infatti alcune differenze, che credo utile sottolineare. Già nella relazione illustrativa della proposta attuale, peraltro, si dichiara che della precedente iniziativa «(si) intende preservare l’impianto e le finalità originarie, aggiornandole al mutato contesto istituzionale, normativo e internazionale».  Peccato però che tale “aggiornamento” non appaia per nulla secondario, come si evince anche dalla seguente affermazione, posta in conclusione della premessa. > «L’obiettivo perseguito non è quello di sostituire la difesa militare, bensì > di affiancarla e integrarla, offrendo allo Stato ulteriori strumenti per > affrontare minacce e rischi che, sempre più frequentemente, richiedono > risposte civili, partecipate e orientate alla protezione dei diritti > fondamentali» [iii]. Si tratta d’una dichiarazione profondamente dissonante rispetto alla natura “alternativa” della difesa civile nei confronti di quella militare, sancita invece dalla PdL del 2015, dove all’art. 1 si leggeva: «…viene riconosciuta a livello istituzionale una forma di difesa alternativa a quella militare denominata difesa civile non armata e nonviolenta, quale strumento di difesa che non comporti l’uso delle armi e alternativo a quello militare»  [iv]. Da quanto ho già avuto modo di osservare negli articoli precedenti [v] si comprende che una difesa civile, non armata e nonviolenta che sia davvero “alternativa” mal si concilia con l’ipotesi di una sua istituzione dichiarata esplicitamente come affiancata a, e integrativa di, quella militare. Che non si tratti di illazioni o sospetti, del resto, è confermato dall’art. 1 dello stesso progetto attuale: «…è riconosciuta, quale componente del sistema nazionale di difesa e di sicurezza della Repubblica, la difesa civile, non armata e nonviolenta […] complementare alle forme di difesa militare e finalizzata alla tutela delle persone, delle comunità e delle istituzioni democratiche» [vi]. Ebbene, pur volendo prevedere una necessaria fase di progressivo ‘transarmo’ [vii], una difesa civile che non si dichiari radicalmente contraria al modello armato e militare, adattandosi di fatto ad una posizione di fiancheggiamento, integrazione e complementarietà nei suoi riguardi, non ha molto a che fare con la difesa civile popolare e nonviolenta che dovrebbe contraddistinguere le prospettive del movimento per la pace. Tale obiezione di fondo, peraltro, è stata già espressa autorevolmente da Antonino Drago (primo proponente di un progetto di legge sulla DPN nel 1969) e Franco Dinelli (Direttore del centro Studi di Pax Christi) [viii] ed è stata condivisa da altri esponenti del mondo pacifista italiano, come sottolineato in un articolo dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, in cui sono sintetizzate le loro argomentazioni [ix].  Non si tratta di una disputa teorica né di sterile contrapposizione tra visioni rigidamente ideologiche e proposte realisticamente orientate. Fare chiarezza sulle caratteristiche di una vera difesa civile non è un puntiglio da ‘integralisti’ nonviolenti, ma semplicemente un atto di onestà mentale e di rispetto per le persone alle quali si chiede di sottoscrivere una proposta di legge articolata e specifica, non una generica petizione di principio per una difesa ‘altra’ rispetto a quella armata e militare. La proposta di legge del 2015 differisce anche per altri aspetti dalla legge d’iniziativa popolare su cui si stanno raccogliendo firme per la presentazione in Parlamento. Tra i compiti assegnati all’istituendo Dipartimento della DCNANV, ad esempio, nel testo precedente, all’art. 4, erano previsti i seguenti: > «a) difendere la Costituzione, affermando i diritti civili e sociali in essa > enunciati, la Repubblica nonché l’indipendenza e la libertà delle istituzioni > democratiche del Paese; > >  b) predisporre piani per la difesa civile non armata e nonviolenta, > coordinarne la loro attuazione, e curare ricerche e sperimentazioni, nonché > forme di attuazione della difesa civile non armata, comprese la necessaria > formazione e l’educazione della popolazione; > > c) svolgere attività di ricerca per la pace, per il disarmo, per la graduale > differenziazione produttiva e per la conversione ai fini civili delle > industrie nel settore della difesa e la giusta e duratura risoluzione dei > conflitti, nonché predisporre studi finalizzati alla graduale sostituzione > della difesa armata con quella civile nonviolenta, e provvedere alla > formazione del personale appartenente alle sue strutture; > > d) favorire la prevenzione dei conflitti armati, la riconciliazione, la > mediazione, la promozione dei diritti umani, la solidarietà internazionale, > l’educazione alla pace nel mondo, il dialogo inter-religioso, in particolare > nelle aree a rischio di conflitto, e in quelle in stato di conflitto nonché > nelle situazioni di post conflitto; > >  e) organizzare e dirigere le strutture della difesa civile non armata e > nonviolenta e pianificare e coordinare l’impiego dei mezzi e del personale ad > essa assegnati; > > f) contrastare le situazioni di degrado sociale, culturale ed ambientale e > difendere l’integrità della vita, dei beni, degli insediamenti e dell’ambiente > dai danni cagionati dalle calamità naturali». Nell’art. 1 comma 6 del testo del 2024, invece, leggiamo: > «a) promuovere la tutela dei diritti fondamentali e il rafforzamento delle > istituzioni democratiche attraverso strumenti civili di prevenzione e gestione > delle crisi; > > b) predisporre e aggiornare i programmi nazionali di difesa civile, non armata > e nonviolenta, curandone l’attuazione e la formazione del personale e della > popolazione; > > c) svolgere attività di studio e ricerca in materia di pace, disarmo, > riconversione a fini civili delle produzioni connesse al settore della difesa, > nonché elaborare modelli e linee guida per l’integrazione tra difesa civile e > altre politiche pubbliche; > > d) favorire iniziative di prevenzione dei conflitti, riconciliazione, > mediazione, promozione dei diritti umani, educazione alla pace e cooperazione > internazionale, con particolare riferimento alle aree di crisi; > > e) organizzare e coordinare le strutture della difesa civile, non armata e > nonviolenta e l’impiego del personale ad esse assegnato; > > f) concorrere, in coordinamento con le amministrazioni competenti, alla > protezione della popolazione e del territorio dalle calamità naturali e dagli > eventi connessi a situazioni di rischio». ALTRE DIFFERENZE TRA LA PDL DEL 2015 E LA LIP DEL 2024 Ad uno sguardo un po’ più attento, quindi, non sfuggono le differenze tra i due testi circa i compiti che prevedono di attribuire all’apposito Dipartimento, da istituire presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. * Sparisce al punto a) la difesa della Costituzione della Repubblica e della sua indipendenza, sostituite da un’anodina promozione della tutela dei diritti fondamentali e rafforzamento delle istituzioni democratiche. * Al punto b) la predisposizione ed il coordinamento dei “piani per la difesa civile non armata e nonviolenta” del testo precedente diventano, nel testo attuale, un semplice “aggiornamento” e si prefiggono l’attuazione di “programmi”, evidentemente considerati pre-esistenti. * Anche al punto c), dalla precedente più impegnativa enunciazione “svolgere attività di ricerca per la pace, per il disarmo, per la graduale differenziazione produttiva e per la conversione ai fini civili delle industrie nel settore della difesa e la giusta e duratura risoluzione dei conflitti, nonché predisporre studi finalizzati alla graduale sostituzione della difesa armata con quella civile nonviolenta, e provvedere alla formazione del personale appartenente alle sue strutture”, si è passati nel testo 2026 a “svolgere attività di studio e ricerca in materia di pace, disarmo, riconversione a fini civili delle produzioni connesse al settore della difesa, nonché elaborare modelli e linee guida per l’integrazione tra difesa civile e altre politiche pubbliche”, insistendo sul termine “integrazione” e facendo invece scomparire l’aspetto centrale della formazione. * Al punto e), inoltre, dei quattro verbi caratterizzanti il primo testo (organizzare, dirigere, pianificare e coordinare) nel secondo rimangono solo due (organizzare e coordinare), lasciando ad altri il compito di pianificare e dirigere struttura e funzionamento della DCNANV. * Nel punto f), nel quale in entrambi i testi si sottolinea il rapporto tra difesa civile e protezione civile, a fronte del più esplicito “contrast(o) alle situazioni di degrado sociale, culturale ed ambientale e dife(sa) (del)l’integrità della vita, dei beni, degli insediamenti e dell’ambiente dai danni cagionati dalle calamità naturali”, infine, si è preferito parlare più banalmente di “protezione della popolazione e del territorio dalle calamità naturali e dagli eventi connessi a situazioni di rischio”. Ricapitolando in modo più sintetico, dunque, la “difesa civile, non armata e nonviolenta” secondo la versione del 2014: * difende la Costituzione e l’indipendenza della Repubblica; * predispone e coordina i piani della DCNANV; * oltre a svolgere ricerca sulla pace, disarmo e riconversione civile, avvia studi e attività di formazioneper una sua graduale sostituzione di quella militare; * dirige e pianifica l’attuazione della DCNANV; * contrasta alle radici il degrado sociale, culturale e ambientale. Nella versione 2026, invece, la stessa DCVANV: * tutela i diritti fondamentali e le istituzioni democratiche; * aggiorna programmi di difesa civile dati per già esistenti; * svolge attività di studio e ricerca su pace, disarmo e riconversione civile, ma non si occupa della formazione relativa; * organizza e coordina le strutture della DCNANNV, di cui però non assume il ruolo di pianificazione e direzione; * si occupa di protezione dai rischi della popolazione e del territorio. ALLA RADICE DELLE DUE PROPOSTE LEGISLATIVE SULLA DIFESA CIVILE Queste due enunciazioni, a loro volta, restano comunque debitrici dell’intenso lavoro di studio svolto in Italia sull’istituzione di una prima forma di difesa popolare nonviolenta. Dobbiamo infatti risalire a oltre un trentennio fa per reperire una proposta di legge su tale argomento, presentata alla Camera nel 1993 a firma di quattro deputati del gruppo Verdi-La Rete: Crippa, Bertezzolo, Ronchi e Fava [x], di cui sintetizzo i punti principali. 1. Servizio militare e protezione civile (art. 1 e 3): gli idonei al servizio di leva non obiettori di coscienza possono, se in esubero, svolgere un “servizio di protezione civile” o, nel caso in cui svolgano i 6 mesi di servizio militare, restano comunque a disposizione per addestrarsi alle esigenze di “difesa territoriale” per altri 6 mesi. In ogni caso, è possibile per tutti l’opzione per un servizio nella protezione civile, per la durata di 12 mesi. 2. Carattere difensivo dello strumento militare e sperimentazione della difesa civile nonviolenta (art. 4): “1. Il modello di difesa, l’addestramento ed i sistemi d’arma delle Forze Armate italiane hanno un carattere esclusivamente difensivo rispondente all’ispirazione della Costituzione della Repubblica ed alla volontà di pace del popolo italiano. 2. Tutti i giovani che stiano svolgendo servizio di leva, sia nelle Forze Armate che nella Protezione Civile, vengono addestrati alla difesa civile nonviolenta. 3. Cooperazione internazionale alla pace e alla sicurezza (art. 5): “1. In applicazione della Costituzione della Repubblica, l’Italia rifiuta la guerra come mezzo di soluzione delle controversie internazionali e recepisce principi e contenuti della Carta delle Nazioni Unite […] 2. L’Italia partecipa con propri reparti ad azioni di cooperazione e interposizione di forze disarmate e ad azioni di pubblica sicurezza decretate dall’ONU”. 4. Riduzione programmata della spesa militare (art. 10): “1. L’applicazione delle presenti norme deve comportare una riduzione programmata della spesa militare in relazione alla necessità di riduzione del debito pubblico. 2. La programmazione di tale riduzione deve portare, entro i prossimi cinque anni, ad un taglio delle spese per la funzione difesa di almeno il 30%, in termini reali, delle spese previste nel Bilancio di previsione per il 1993”. Ebbene, i 33 anni di distanza dalla situazione attuale sono fin troppo evidenti e, indubbiamente, anche il quadro politico interno ed internazionale, nel frattempo, è profondamente cambiato. Ciò non impedisce di evidenziare che alcune impostazioni alternative in materia di difesa erano allora già presenti e, soprattutto, che la proposta di legge del 1993, se approvata, avrebbe potuto coinvolgere l’intera popolazione in età di leva in un servizio civile alternativo o in un servizio di protezione civile, con l’aggiunta di un servizio volontario (ma retribuito) “neiservizi volontari disarmati ed armati”, in questo caso aperto anche alle donne (art.9). Tali precisazioni e confronti servono a motivare la scelta da parte di alcuni esponenti del Movimento di manifestare legittimi dubbi sulla coerenza dell’attuale L.I.P. sulla difesa civile non armata e nonviolenta e quanto maturato, anche nel nostro Paese, in 30 anni di ricerca ed azione per la pace. Eppure basta, più banalmente, interrogare l’I.A. per avere risposte chiare sulla differenza che passa tra una difesa civile collaterale a quella militare ed un modello alternativo di difesa nonviolenta. > «La difesa civile (o protezione civile) comprende servizi organizzati dalle > autorità pubbliche e di natura non bellica — quali operazioni di soccorso, > lotta agli incendi e gestione dei rifugi — volti a proteggere la popolazione > da attacchi militari o catastrofi. Per contro, la difesa non violenta (nota > anche come difesa basata sulla popolazione civile) è un approccio strategico > che coinvolge l’intera società e si avvale di forme organizzate di non > collaborazione, disobbedienza civile e scioperi per rendere il Paese > ingovernabile agli occhi di un occupante o di un dittatore. Differenze > fondamentali – La strategia: la difesa civile gestisce le conseguenze di un > attacco fornendo protezione fisica e assistenza sanitaria; la difesa non > violenta mira a dissuadere o sconfiggere l’aggressore negandogli la > collaborazione, le risorse amministrative e la produzione economica necessarie > per mantenere il potere. I metodi: la difesa civile ricorre a rifugi, sirene > d’allarme e squadre di pronto intervento; la difesa non violenta utilizza > tattiche quali boicottaggi, dimissioni di massa, proteste pubbliche e > rallentamenti economici deliberati. Gli attori: la difesa civile si affida > principalmente ad agenzie statali specializzate e a personale di soccorso > designato; la difesa non violenta, secondo i modelli teorizzati da studiosi > come Gene Sharp, mobilita la popolazione civile come strumento principale di > resilienza nazionale»[xi]. Concludo questo mio ‘poker’ di articoli con un appello a tutte/i coloro i/le quali fanno parte di organizzazioni che, oltre a condividere l’obiettivo della pace e del disarmo, abbiano una specifica e qualificante matrice nonviolenta, religiosa o laica che sia.  Non lasciamoci prendere dalla smania di omologarci alle tendenze correnti, con pretesto della realpolitik o comunque di una volontà di coinvolgere quanti più attori è possibile in questo impervio percorso legislativo. Una difesa civile integrale e del tutto alternativa è indubbiamente molto difficile da conquistare e, soprattutto, ancora lontana dal comune sentire di una popolazione cui in questi 30 anni siamo riusciti a fornire ben pochi elementi di conoscenza e consapevolezza e che, soprattutto negli ultimi anni, è stata bombardata in aggiunta da una pressante e subdola propaganda militarista e bellicista. Ciò non significa che bisogna necessariamente semplificare e banalizzare le nostre proposte, riducendole a slogan intorno ai quali raccogliere firme o consensi politici. Far crescere– a partire dai più giovani – la coscienza dell’obiezione al militarismo e alla guerra, resta dunque il primo compito che dovremmo prefiggerci. Il secondo è quello di smascherare le falsificazioni di chi vorrebbe contrabbandare come autentica difesa civile la componente semplicemente non armata ed affidata a civili di un modello di ‘difesa totale’ che, viceversa. non contraddice le logiche imperialiste dei potenti della terra, ma ne asseconda e mimetizza i fini nel rassicurante nome della sicurezza, della dissuasione e della protezione.  Anche da mistificazioni istituzionali e da scorciatoie raffazzonate, a quanto pare, ci tocca difenderci, se per noi pace fa davvero rima con disarmo e antimilitarismo. Ermete Ferraro [i] CNESC, RIPD, Sbilanciamoci! – Proposta di Legge d’Iniziativa Popolare “Istituzione e modalità di finanziamento del Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta”.  https://www.difesacivilenonviolenta.org/wp-content/uploads/2026/03/PdL_DCNANV_2026-AltraDifesaPossibile-depositato.pdf. [ii] Camera dei Deputati, Marcon et Al, PdL n. 3484/2015: “Istituzione del dipartimento della difesa civile non armata e nonviolenta presso la presidenza del consiglio dei ministri”.  https://documenti.camera.it/apps/CommonServices/getDocumento.ashx?sezione=documenti&tipoDoc=lavori_testo_pdl_html&codice=17PDL0038280&idLegislatura=17. [iii] Cfr. ‘Relazione illustrativa’ del testo citato in (1). [iv] Cfr. PdL 3484/2015 cit., art. 1. [v] Cfr. https://ermetespeacebook.blog/2026/07/08/difesa-civile-si-ma-quale/  – https://ermetespeacebook.blog/2026/07/21/difesa-civile-si-ma-quale-2/  e  https://ermetespeacebook.blog/2026/07/25/difesa-civile-si-ma-quale-3/. [vi] Cfr. testo L.I.P. del 2026, cit. in (1), art. 1. [vii] Cfr. J. Galtung, “Transarmament: from Offensive to Defensive Defense”, Journal Of Peace Research, Volume 21, Issue 2, PRIO, 1984. https://doi.org/10.1177/002234338402100204. [viii] Cfr. articolo “Nonviolenza La legge sulla Difesa popolare non protegge l’obiezione”, Il Fatto Quotidiano (16.05.2026). https://www.pressreader.com/italy/il-fatto-quotidiano/20260516/281848650238458?srsltid=AfmBOoqgtigPMR5hHdQzEn6xsW2fI385n2OvpFARO_5FR26eY_OrNLc6. [ix] Cfr. articolo “Voci critiche sulla PdL “Un’altra difesa è possibile”: non “complementarità”, ma “alternativa” alla guerra con l’obiezione totale e collettiva”. https://osservatorionomilscuola.com/2026/07/15/pdl-lip-altra-difesa-possibile-critica-obiezione-coscienza-totale/. [x] Camera dei Deputati, X legislatura, PdL a firma di Crippa, Bertezzolo, Ronchi e Fava (1993). [xi] Risultato di una mia ricerca su internet, ponendo il quesito all’I.A. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Napoli, USB in presidio sotto la Dussmann Service: “Reintegrate Mafalda e Maria Rosaria”
Ieri mattina l’Unione Sindacale di Base ha tenuto un presidio di protesta sotto la sede napoletana della Dussmann Service per chiedere il reintegro immediato di Mafalda e Maria Rosaria, due lavoratrici licenziate dopo anni di vessazioni, offese omofobe e, secondo quanto denunciato dalle interessate e dal sindacato, perfino dopo aver […] L'articolo Napoli, USB in presidio sotto la Dussmann Service: “Reintegrate Mafalda e Maria Rosaria” su Contropiano.
July 31, 2026
Contropiano
Difesa civile. Sì, ma quale? Napoli Città di Pace. O anche no…(3)
RILANCIAMO IL TERZO DI QUATTRO ARTICOLI (QUI IL PRIMO E QUI IL SECONDO) DI ERMETE FERRARO, PRESIDENTE DIMISSIONARIO DEL MOVIMENTO INTERNAZIONALE DELLA RICONCILIAZIONE (MIR), PUBBLICATI SUL BLOG ERMETESPEACEBOOK.BLOG CON IL QUALE SI ESPRIMONO ALCUNE PERPLESSITÀ IN RELAZIONE ALLA PDL UN’ALTRA DIFESA È POSSIBILE. L’OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLE SCUOLE E DELLE UNIVERSITÀ, DOPO AVER LUNGAMENTE DISCUSSO LA QUESTIONE E APPROFONDITO COLLETTIVAMENTE LA POSTA IN GIOCO, HA ESPOSTO LA PROPRIA POSIZIONE IN UN DOCUMENTO REPERIBILE A QUESTO LINK. In occasione della ricerca per il mio precedente articolo di questa serie ho scoperto per caso che la Conferenza 2026 dei Comandanti del Multinational CIMIC Group – l’organismo della NATO per il coordinamento della difesa civile con quella militare – si era tenuta lo scorso giugno a Palazzo Salerno, nel cuore della mia Napoli, che nella sua area metropolitana non a caso ‘ospita’ il Joint Forces Command dell’Alleanza Atlantica per l’area europea sud-orientale. Sono una persona abbastanza informata e non estranea a questa tematica, ma non ne avevo notizia semplicemente perché i media (nazionali e locali) si erano ben guardati dal pubblicizzare quell’importante incontro internazionale, ad eccezione degli organi informativi della NATO e del ministero della difesa e di un paio di giornali online. Ancora una volta Napoli – per statuto ‘Città di Pace’ – è stata inconsapevole sede d’incontri di natura militare ad alto livello, senza che qualcosa trapelasse di questa intensa attività di confronto strategico e senza che si alzasse una voce per denunciare il paradosso d’un vertice sulla cooperazione civile-militare svolto nella totale ignoranza della società civile e, forse, degli stessi organi consiliari civici. Non c’è però da meravigliarsi. La sedicente “cooperazione” tra forze armate dei paesi membri del CIMIC ed istituzioni civili ha sempre avuto una natura unidirezionale, esaltando il ruolo dirigente delle prime mentre considera le seconde un mero “supporto” collaterale, utile sì, ma in posizione oggettivamente subordinata. Da più di 25 anni la NATO, in nome della sicurezza e della deterrenza, insiste subdolamente su una relazione non conflittuale né alternativa della “difesa civile” nei confronti dell’apparato militare, ma solo in vista di quella “difesa totale” che sta provocando una graduale militarizzazione della società civile. Nel precedente articolo ho citato la sintesi della Conferenza di Napoli, ma ora vorrei approfondirne il lessico, per cui provo a sottolineare alcune espressioni contenute in quel documento , dove tra le righe s’intravede tale insidiosa tendenza, smentendo così la rosea visione d’una collaborazione paritaria e di reciproco interesse. UN LESSICO UN PO’…CIMICO 1. «La cooperazione civile-militare non si limita al semplice coordinamento. Si tratta di una capacità militare che favorisce la comprensione, la pianificazione, il processo decisionale e l’efficacia operativa in contesti complessi». Anche se si parla di cooperazione, quindi, solo la “capacità militare” può assicurare l’efficienza operativa che richiede “pianificazione”, ma soprattutto attivazione d’un “processo decisionale”. Al di là del lessico burocratico, si lascia intendere che a decidere su tale materia restano sempre e comunque le forze armate, che avrebbero capacità e competenza per farlo. 2. «L’edizione di Napoli ha affrontato alcune delle sfide più rilevanti per il futuro del CIMIC, tra cui l’intelligenza artificiale, l’analisi e la valutazione dell’ambiente civile, nonché la prontezza in termini di deterrenza e difesa». Già l’utilizzo del termine challenges, cioè “sfide”, suona già piuttosto marziale, ma ciò che desta sospetto è soprattutto il collegamento tra uso militare della “intelligenza artificiale” e “analisi e valutazione dell’ambiente civile”, che apre scenari di pervasivo controllo della società. Inoltre, il termine “prontezza” (in inglese: readiness), unito a concetti quali “deterrenza” e “difesa”, evoca precari equilibri strategici, ipotetiche minacce alla sicurezza nazionale ed internazionale, e dunque preoccupanti scenari di guerra, cui ci si dovrebbe opporre riarmandosi e praticando un’ossimorica “difesa preventiva”. 3. «Uno dei principali risultati della conferenza è stato riaffermare la centralità della comprensione dell’ambiente civile. Popolazioni, istituzioni, infrastrutture critiche, vulnerabilità, dinamiche sociali ed autorità locali non sono elementi di sfondo: esse plasmano direttamente l’ambiente operativo e influenzano le modalità di pianificazione e conduzione delle attività militari. Per questo motivo, il CIMIC deve continuare a supportare i comandanti trasformando le informazioni di natura civile in una comprensione rilevante, tracciabile e contestualizzata. Nelle operazioni contemporanee, una comprensione tempestiva della dimensione civile contribuisce a una pianificazione migliore, a processi decisionali più informati e a una maggiore coerenza operativa». L’espressione apparentemente neutra “comprensione dell’ambiente civile” rivela che l’universo militare resta un corpo separato dalla società civile, le cui dinamiche ed istituzioni si sforza di capire, ma per i suoi scopi. Questa “osservazione” richiede infatti vari strumenti d’indagine, non tanto per “ambientare” democraticamente le forze armate nella società, quanto per pianificare e svolgere meglio le loro attività. Tali informazioni in ambito civile, infatti, dovrebbero portarle ad una comprensione “rilevante, tracciabile e contestualizzata”, tre aggettivi che, nel contesto militare, lasciano trasparire un controllo pervasivo della società. 4. «La CUCC 2026 ha inoltre evidenziato il ruolo dell’intelligenza artificiale e degli strumenti digitali come potenziali fattori abilitanti per l’analisi CIMIC. Gli strumenti basati sull’IA possono supportare l’organizzazione, la correlazione e l’interpretazione di grandi volumi di informazioni sull’ambiente civile, contribuendo alla consapevolezza situazionale, all’analisi della resilienza e al supporto alle decisioni. […] la capacità di interpretare la dimensione civile rimane fondamentale per la pianificazione e la cooperazione militare». Il riferimento al ruolo dell’I.A. e della digitalizzazione come “fattori abilitanti per l’analisi del CIMIC” conferma che i processi di raccolta ed elaborazione di enormi quantità d’informazioni servono alla NATO ad “interpretare” la dimensione civile non tanto per relazionarsi con essa in forma cooperativa, quanto per esercitare un controllo su di essa. 5. «La comprensione dell’ambiente civile, l’analisi basata sull’IA, il giudizio umano, il contributo dei sottufficiali e la prontezza multinazionale non sono temi separati. Fanno parte di un unico percorso: sviluppare il CIMIC come capacità militare rilevante per scenari di sicurezza complessi». In altre parole, la recente conferenza di Napoli dei comandanti del Multinational CIMIC Group non era un rituale incontro di coordinamento operativo per rafforzare la cooperazione civile-militare, ma l’occasione per riaffermare il ruolo di tale organismo nell’inglobare le istituzioni civili in una strategia militare più complessiva e totalizzante. Ebbene, se sul piano iconico, il logo verdazzurro del CIMIC raffigura due mani che si stringono solidalmente, non lasciamoci però ingannare dalla suggerita parità tra la componente civile e quella militare, che il motto sottostante “MILITES CIVISQUE ALACRITER” cerca ulteriormente di avvalorare. E non solo perché quella frase latina presenta un banale errore di grammatica (dovrebbe essere, infatti: “Milites civesque alacriter”, cioè “Militari e civili alacremente”), ma perché la prontezza operativa suggerita dall’avverbio sembra attribuita solo all’efficienza delle istituzioni militari. Insomma, nel momento in cui ben tre coordinamenti per la pace, il disarmo ed il servizio civile stanno svolgendo una campagna per portare in Parlamento una legge d’iniziativa popolare che dovrebbe istituzionalizzare la difesa civile e non armata – improvvidamente qualificata come “complementare” di quella militare – questi allarmanti segnali d’integrazione a senso unico delle istituzioni civiche nelle strategie della NATO andrebbero colti quanto meno con maggiore attenzione. Ermete Ferraro -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Napoli. La trasformazione di ABC in S.p.A. pubblica non è una scelta neutrale, ma politica
Il problema non è solo l’eventuale ingresso dei privati oggi, ma la strada che si decide di imboccare. La forma societaria della S.p.A., per sua natura, rende più semplice un domani aprire il capitale ai privati o giustificare nuovi processi di privatizzazione. C’è chi sostiene che questa trasformazione sia necessaria […] L'articolo Napoli. La trasformazione di ABC in S.p.A. pubblica non è una scelta neutrale, ma politica su Contropiano.
July 30, 2026
Contropiano
Zenita Group, la vertenza che interroga il futuro del lavoro qualificato a Napoli
Trasferimenti collettivi, smart working e tavoli istituzionali: la protesta dei lavoratori e la testimonianza di Paola Simeoni, rappresentante sindacale della sede napoletana. Quando si parla di una vertenza sindacale è facile fermarsi ai numeri: trasferimenti, sedi, organici, piani industriali. Più difficile è ricordare che dietro quei numeri ci sono persone, famiglie e comunità. È il caso di Zenita Group , azienda italiana attiva nei settori dell’Information & Communication Technology, della cybersecurity, della system Integration e dell’innovazione digitale, presente con numerosi sedi sul territorio nazionale. Nelle scorse settimane il gruppo ha annunciato un piano di riorganizzazione che prevede il trasferimento collettivo di circa 135 lavoratrici e lavoratori appartenenti a diverse sedi italiane, tra cui Napoli, Torino, Padova, Palermo, Firenze e Modena, con destinazione principalmente Roma, Milano e Salerno. Secondo l’azienda, la riorganizzazione rientra in un piano industriale orientato alla crescita e alla razionalizzazione delle attività. Le organizzazioni sindacali Fim, Fiom e Uilm contestano invece il progetto, sostenendo che non sono state valutate adeguatamente soluzioni alternative e parlando di possibili “licenziamenti mascherati”, poiché molti lavoratori potrebbero non essere nelle condizioni di accettare un trasferimento. Da qui la proclamazione dello sciopero nazionale del 29 luglio. IL CASO DI NAPOLI Tra tutte le sedi interessate, quella di Napoli rappresenta uno dei casi più delicati. La sede del Centro Direzionale occupa circa 120 lavoratori. Il piano prevede il trasferimento della maggior parte del personale verso Roma e, in misura ridotta rispetto alle ipotesi iniziali, verso Salerno, dove dovrebbe nascere un polo dedicato anche alle attività legate all’intelligenza artificiale e all’innovazione. Secondo le organizzazioni sindacali, soltanto una parte del personale rimarrebbe nella sede napoletana. Il 29 luglio lavoratrici e lavoratori hanno dato vita a un presidio davanti alla Prefettura di Napoli. Al termine della manifestazione una delegazione è stata ricevuta dal Vice Prefetto, che si è impegnato a convocare un tavolo con l’azienda, le organizzazioni sindacali e la Regione Campania. Tra i temi posti dai sindacati vi è anche la richiesta di verificare gli eventuali obblighi connessi ai finanziamenti pubblici ottenuti dall’azienda nell’ambito di progetti di ricerca e sviluppo. UNA RIFLESSIONE CHE VA OLTRE LA SINGOLA VERTENZA Al di là della vicenda aziendale, la protesta apre interrogativi più ampi sul futuro del lavoro qualificato. Come si concilia un piano industriale orientato alla crescita con il ridimensionamento di sedi storiche? Qual è oggi il ruolo della presenza fisica in attività altamente digitalizzate? È ancora indispensabile concentrare i lavoratori nello stesso luogo oppure le competenze possono continuare a essere condivise anche attraverso modalità di lavoro ormai consolidate? Sono domande che riguardano non soltanto Zenita Group, ma l’intero mondo del lavoro, chiamato a ridefinire il rapporto tra organizzazione aziendale, innovazione tecnologica e qualità della vita delle persone. Per comprendere meglio questa vicenda abbiamo raccolto la testimonianza di una lavoratrice che la sta vivendo in prima persona. LA TESTIMONIANZA DI PAOLA SIMEONI Paola Simeoni, 61 anni, lavora nel settore informatico dal 1991. Nel 2015 è entrata nell’azienda che allora si chiamava Maticmind, oggi Zenita Group, a seguito della cessione di un ramo d’azienda da HP. Oggi è rappresentante sindacale della sede di Napoli e partecipa ai tavoli di confronto con azienda e istituzioni. Paola, può raccontarci il suo percorso in Zenita Group e cosa rappresenta per lei questa azienda dopo tutti questi anni di lavoro? Ho cominciato a lavorare nel settore informatico nel lontano 1991. Nel 2015 sono stata assunta, insieme ad altri circa 150 lavoratori, nell’azienda che oggi porta il nome di Zenita Group, allora Maticmind, a seguito di una cessione da parte di HP. Non vorrei sembrare retorica, ma tutti noi abbiamo vissuto l’azienda come una famiglia, la nostra famiglia, dove ci si rimboccava le maniche per raggiungere gli obiettivi, aiutando chi era in difficoltà e cercando sempre di dare il meglio. Quando avete capito che la situazione stava diventando davvero preoccupante? A giugno hanno cominciato a circolare voci sulla chiusura della sede di Napoli e sul trasferimento dei lavoratori a Roma e Milano. Poi, il 17 giugno, durante un incontro convocato dall’azienda presso l’Unione Industriali di Roma, quelle voci hanno trovato conferma. Quali motivazioni vi ha illustrato l’azienda per giustificare questa riorganizzazione e perché, secondo voi, non sono sufficienti? Hanno parlato, e continuano a parlare, di “osmosi” delle competenze. Secondo questo criterio, stare “gomito a gomito” garantirebbe la condivisione e la diffusione delle conoscenze professionali. In un lavoro come il nostro, però, stare vicini non garantisce l’apprendimento: lo garantiscono lo studio, la pratica e anche l’aiuto del collega che, è necessario dirlo, non deve avvenire necessariamente in presenza. Per quali ragioni vi opponete a questo piano di trasferimenti? Quali sono le vostre principali richieste? La motivazione addotta, cioè che la vicinanza favorisca la condivisione delle competenze, ci sembra pretestuosa. Inoltre lavoriamo in smart working quattro giorni su cinque, e questo rende ancora meno convincente la motivazione indicata dall’azienda. Dall’inizio della mobilitazione sindacale a oggi, ritenete di aver ottenuto qualche apertura da parte dell’azienda o delle istituzioni, oppure le posizioni restano ancora molto distanti? L’azienda si è dimostrata ferma nei suoi propositi, nonostante la convocazione al tavolo della Regione Campania che, non ritenendo convincenti le motivazioni aziendali, ha richiesto al MIMIT un tavolo congiunto per discutere della questione. Che cosa significa, concretamente, per un lavoratore affrontare ogni giorno una trasferta verso Roma oppure dover trasferire la propria vita in un’altra città? Oltre alla questione economica, che pure non è trascurabile, sradicarsi dalla propria città comporterebbe, come è facile intuire, grandissime difficoltà per tutti i lavoratori. Ognuno di noi ha una famiglia, figli e spesso genitori anziani da accudire. Stravolgere l’organizzazione della propria vita sarebbe difficilissimo ed estremamente oneroso. Che cosa vi aspettate dai prossimi tavoli di confronto con l’azienda e con le istituzioni? Stamattina abbiamo avuto, come organizzazioni sindacali e RSU, un incontro con il Vice Prefetto, che si è dimostrato particolarmente attento alle problematiche esposte e si è impegnato a convocare l’azienda nei prossimi giorni. Noi lavoratori riponiamo grande fiducia nell’intervento delle istituzioni, che ci aiuta a dimostrare l’inutilità dei trasferimenti. Se potessi rivolgere un messaggio all’azienda, alle istituzioni e ai cittadini che leggeranno questa intervista, quale sarebbe? Più che un messaggio vorrei lasciare una domanda: davvero crediamo che, nel 2026, per svolgere un lavoro come quello degli informatici sia indispensabile “stare vicini”? Dopo la pandemia lo smart working è diventato una modalità di lavoro consolidata e, proprio negli ultimi anni, si è registrato anche un significativo incremento della produttività. È una riflessione che, forse, merita di essere condivisa. UNA VERGENZA ANCORA APERTA La vicenda di Zenita Group è tutt’altro che conclusa. Nei prossimi giorni saranno i tavoli convocati dalle istituzioni a chiarire se esistono margini per rivedere il piano di riorganizzazione o individuare soluzioni alternative ai trasferimenti. Nel frattempo resta una domanda che supera i confini della singola azienda: quale modello di lavoro vogliamo costruire nell’era della trasformazione digitale? La tecnologia consente oggi di collaborare a distanza come mai era stato possibile in passato. Per questo la vertenza Zenita non riguarda soltanto il destino di oltre cento lavoratrici e lavoratori, ma richiama imprese, istituzioni e società a interrogarsi sul rapporto tra innovazione, organizzazione del lavoro e qualità della vita delle persone. FONTI * Zenita Group – Chi siamo * Gruppo Zenita – Sito ufficiale * Intervista a Paola Simeoni , rappresentante sindacale Zenita Group (raccolta dall’autrice). Lucia Montanaro
July 29, 2026
Pressenza