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BRESCIA: NUOVO ANNO DI MOBILITAZIONE PER LA PALESTINA, ASSEMBLEA PUBBLICA MARTEDÌ 8 SETTEMBRE
“Contro il genocidio per mano israeliana. Contro l’occupazione. Contro i rapporti commerciali e militari con l’entità sionista. Per il diritto al ritorno”. Il Coordinamento per la Palestina di Brescia rilancia un nuovo anno di mobilitazione per il “diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese”. L’appuntamento con l’assemblea pubblica è per martedì 8 settembre, alle ore 20.00 al Csa Magazzino 47 (Via Industriale, 10 Brescia).
September 6, 2026
Radio Onda d`Urto
Gerusalemme Est: l’istruzione palestinese tra imposizione del curriculum israeliano e crisi dei permessi
LE DUE NOTIZIE 1. Il curriculum israeliano diventa obbligatorio per un terzo degli studenti Con l’apertura dell’anno scolastico 2026-2027, martedì 1° settembre, tutte le nuove classi di prima elementare e prima media aperte nelle 105 scuole municipali israeliane di Gerusalemme Est utilizzano il curriculum israeliano al posto di quello palestinese. È la prima volta dall’annessione della città nel 1967 che questo avviene in modo sistematico su tutte le nuove classi statali. Il portavoce del Governatorato di Gerusalemme, Maarouf al-Rifai, ha parlato di «crimine culturale ed educativo» e di «escalation pericolosa e senza precedenti dal 1967», sostenendo che l’aderenza al programma palestinese sia una difesa di memoria, identità, storia e del diritto a costruire la narrazione nazionale. Secondo le fonti raccolte (Haaretz, Il Manifesto, Avvenire), oltre 45.000 studenti palestinesi (tra il 36% e il 38% degli alunni palestinesi della città, secondo le diverse fonti) seguiranno ora il programma israeliano, contro circa 13.000 nel 2020 e poche centinaia 15 anni fa. La misura riguarda solo le nuove classi e non chi ha già iniziato il ciclo con il programma palestinese. Un fattore esplicativo poco discusso finora è quello economico: la crescita dell’adesione al curriculum israeliano è legata anche a scelte delle stesse scuole, sotto la pressione delle necessità occupazionali — divenute stringenti con la costruzione del Muro nei primi anni 2000, e ancora più forzose dopo il 7 ottobre 2023, quando il flusso di lavoratori tra Gerusalemme Est, Cisgiordania e mercato del lavoro israeliano si è quasi azzerato: circa 150.000 contratti di lavoro di palestinesi impiegati in Israele risultano cancellati da allora. Su questo aspetto il giornalista di Haaretz Nir Hasson ha osservato, criticamente, che seguire il programma israeliano non trasformerà i palestinesi di Gerusalemme in sionisti né cancellerà la loro identità nazionale — una posizione che relativizza l’efficacia della misura anche da un punto di vista israeliano interno. 2. Le scuole cristiane sospendono le lezioni per il blocco dei permessi ai docenti Lo stesso giorno, il Segretariato generale delle istituzioni educative cristiane di Gerusalemme ha annunciato la sospensione delle lezioni in tutte le scuole cristiane della città, dopo il mancato rinnovo, senza preavviso, dei permessi d’ingresso a oltre 70 tra insegnanti e personale amministrativo, sanitario e tecnico residenti in Cisgiordania. La misura coinvolge oltre 8.500 studenti. Il Segretariato ha precisato che la sospensione, decisa in coordinamento con le autorità competenti e i rappresentanti dei genitori, proseguirà fino al rinnovo dei permessi necessari. Non è un episodio isolato: per il secondo anno consecutivo le scuole cristiane sono costrette allo sciopero all’apertura dell’anno. A gennaio 2026 dodici istituti erano già entrati in sciopero per cinque giorni dopo l’annullamento di 171 permessi, coinvolgendo circa 10.000 studenti. Il 10 marzo 2026 il ministero israeliano dell’Istruzione aveva inviato una lettera a tutte le scuole cristiane della città, comunicando che dall’anno 2026-27 l’insegnamento sarebbe stato permesso solo a docenti con certificazione israeliana e residenza a Gerusalemme — escludendo di fatto i docenti di Cisgiordania. Due mesi prima, a gennaio 2026, la Knesset aveva approvato una legge che vieta l’impiego come insegnanti, presidi o supervisori, nel sistema israeliano e in quello di Gerusalemme Est, a chi possiede un titolo conseguito in istituzioni di istruzione superiore dell’ANP. Sulla vicenda dei permessi esiste una versione ufficiale israeliana finora poco ripresa: il Cogat, l’organo che amministra i Territori, sostiene di aver concesso l’autorizzazione a chi ha ricevuto idoneità dagli apparati di sicurezza — lasciando intendere un filtro di sicurezza piuttosto che un rifiuto indiscriminato. Il Segretariato cristiano, dal canto suo, insiste che la misura si è presentata «senza preavviso». Ibrahim Faltas, esponente della Custodia francescana di Terra Santa, ha ricordato che circa 170 insegnanti provengono da Betlemme e altre città della Cisgiordania, e che per molte famiglie quel lavoro è l’unica fonte di reddito. IL CONTESTO STORICO Le scuole di Gerusalemme Est hanno seguito per decenni il curriculum giordano, retaggio dell’amministrazione di Giordania su Cisgiordania e Gerusalemme Est tra il 1950 e il 1967. Subito dopo l’occupazione del 1967, Israele tentò di imporre il proprio curriculum, ma l’iniziativa incontrò una forte opposizione — scioperi e proteste di insegnanti, genitori e studenti — che costrinse Israele a lasciare in vigore il programma giordano. Negli anni Novanta, con la nascita dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), fu introdotto gradualmente il curriculum palestinese, che porta all’esame di maturità Tawjihi. Dal 2018 il Ministero israeliano dell’Istruzione ha iniziato a incentivare, con finanziamenti aggiuntivi, l’adozione del curriculum israeliano (che porta al bagrout, la maturità israeliana) nelle scuole palestinesi — politica formalizzata in due piani quinquennali (2018-2023 e 2023-2028) per un totale di 1,2 miliardi di shekel. Il Tawjihi non è riconosciuto dalle università israeliane; il bagrout apre invece l’accesso a università e mercato del lavoro israeliani. Le famiglie palestinesi si trovano quindi di fronte a un compromesso tra la tutela dell’identità culturale e nazionale e l’integrazione pratica nel sistema israeliano. A gennaio 2026 il parlamento israeliano ha vietato, all’interno del sistema scolastico israeliano, l’impiego di insegnanti con titoli accademici ottenuti in istituzioni affiliate all’ANP — misura che riguarda circa il 60% dei circa 6.700 docenti arabi di Gerusalemme Est. Israele ha inoltre chiuso diverse scuole dell’UNRWA (l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi) e ha requisito complessi educativi a Shuafat e Kafr Aqab. DIFFERENZE TRA I DUE CURRICULA Le differenze non sono solo linguistiche o amministrative: Narrazione storica: il curriculum palestinese costruisce e preserva la memoria collettiva nazionale; Israele sostiene che contenga incitamento all’odio e neghi il proprio diritto a esistere. Nei manuali palestinesi usati a Gerusalemme Est, le autorità israeliane hanno imposto tagli e pagine censurate su temi storici, geografici e letterari — pratica documentata dalla ricercatrice Samira Alayan (Hebrew University) nel suo studio “White Pages” (2017) e confermata, con maggiore dettaglio istituzionale, dal Report on Palestinian Textbooks 2017-2019 del Georg Eckert Institute (commissionato e finanziato dalla Commissione europea). Il rapporto, nel capitolo dedicato ai manuali modificati dalle autorità israeliane, rileva che le modifiche non recano alcuna indicazione di essere state alterate né di chi le abbia effettuate. I cambiamenti agiscono su due livelli: la rimozione delle raffigurazioni di violenza (sia palestinese sia israeliana), la cancellazione di Israele dalle mappe e delle mappe simboliche della “Palestina storica”; e un’idealizzazione della coesistenza israelo-palestinese nei passaggi modificati, senza menzione delle tensioni esistenti. Vengono inoltre rimossi riferimenti all’identità nazionale palestinese, simboli nazionali e passaggi su commemorazioni culturali: la rimozione di interi capitoli di storia regionale e palestinese, conclude il rapporto, cambia in modo sostanziale la narrazione nazionale trasmessa agli studenti. Manuali israeliani: secondo l’analisi di Nurit Peled-Elhanan (Hebrew University, Premio Sacharov 2001), condotta su 17 testi di storia, geografia ed educazione civica, i manuali israeliani enfatizzerebbero il diritto storico ebraico sulla terra, marginalizzando la popolazione araba nelle cartine e nel linguaggio utilizzato. Le sue tesi sono contestate da organizzazioni filo-israeliane come MIFF, che ne accusano l’interpretazione dei testi. Esame finale e riconoscimento: il Tawjihi non è equivalente al bagrout — un diploma palestinese non consente, ad esempio, l’accesso all’Università Ebraica di Gerusalemme, mentre il bagrout apre a università e lavoro in Israele. LE SCUOLE CRISTIANE: STATUTO E UTENZA Le scuole cristiane sono classificate dal ministero israeliano e dal Comune di Gerusalemme come “istituti riconosciuti ma non ufficiali” — categoria intermedia tra pubblico e privato, esente dall’obbligo del curriculum israeliano ma soggetta a pressioni indirette (permessi, finanziamenti condizionati). L’utenza è a maggioranza palestinese araba, cristiana e musulmana insieme: nelle scuole cattoliche di Gerusalemme, su 2.125 alunni, solo il 27% è cristiano (73% musulmano); alla scuola delle Suore del Rosario, la più grande, solo il 12% degli alunni è cristiano. Dispensano il curriculum palestinese (Tawjihi) con manuali modificati dalle autorità israeliane, spesso affiancato da programmi internazionali (francese, ecc.). Dal 2018 sono sotto pressione per aprire sezioni bagrout in cambio di sovvenzioni: ad oggi solo 2 delle 12 scuole cristiane di Gerusalemme Est lo fanno. IL NODO DEI FINANZIAMENTI EUROPEI Va distinto un ulteriore livello, quello dei finanziamenti UE all’ANP: dal 2020 il Parlamento europeo vota annualmente risoluzioni non vincolanti che condizionano il trasferimento di fondi a una revisione dei manuali palestinesi, accusati di contenere incitamento alla violenza e antisemitismo secondo studi di IMPACT-se (ONG israeliana). La votazione di maggio 2025 (443 voti favorevoli, 202 contrari, 21 astenuti) è stata la sesta di questo tipo e la prima accompagnata da una sospensione effettiva dei fondi, con una scadenza fissata a settembre 2025 per la correzione dei contenuti. Il 4 maggio 2026 il Parlamento ha approvato la settima risoluzione consecutiva (418 voti favorevoli, 207 contrari, 14 astensioni), che lega i futuri trasferimenti di fondi comunitari all’ANP in Cisgiordania a una revisione radicale dei programmi scolastici, sulla base di un nuovo rapporto IMPACT-se (novembre 2025, quasi 300 manuali e 71 guide per insegnanti esaminati) secondo cui l’ANP continuerebbe a cancellare Israele da mappe e testi, incorporare motivi antisemiti e glorificare violenza e martirio. Va precisato, sulla base del testo ufficiale, che questa non è una risoluzione autonoma dedicata ai manuali: il documento (P10_TA(2026)0130, approvato in realtà il 29 aprile 2026) è la risoluzione del Parlamento nell’ambito della procedura di discarico del bilancio generale UE per l’esercizio 2024 (Sezione X — Servizio Europeo per l’Azione Esterna); il passaggio sui manuali palestinesi ne è un paragrafo, non l’oggetto esclusivo del voto. Il testo integrale è disponibile qui. Il paragrafo pertinente nota che l’UE non finanzia direttamente i manuali palestinesi, né questi rientrano nelle responsabilità dell’UNRWA (che comunque li revisiona per problemi di contenuto); ribadisce la necessità che l’ANP rimuova ogni materiale non conforme agli standard UNESCO, in particolare quello che incoraggia antisemitismo e incita alla violenza; e sottolinea che il sostegno finanziario UE all’ANP in ambito educativo dovrebbe essere condizionato all’allineamento agli standard UNESCO, in linea con i risultati del rapporto Georg Eckert Institute. Questo chiarisce che la condizionalità riguarda il sostegno generale all’ANP (inclusi gli stipendi tramite PEGASE), non un finanziamento diretto e specifico dei testi scolastici. Nel 2021 vi fu inoltre un congelamento effettivo di 15 milioni di euro per 13 mesi. Dal 2008 l’UE ha trasferito all’ANP circa 3,8 miliardi di euro tramite il fondo PEGASE, che copre in parte gli stipendi degli insegnanti. La condizionalità ha diviso le istituzioni UE: nel 2022 quindici ministri degli Esteri firmarono una lettera al commissario Várhelyi per chiedere lo sblocco immediato dei fondi, definendo il rischio di “minare o invertire” i progressi di riforma dell’ANP; alcuni ambasciatori UE avrebbero parlato di “ricatti” e “sporchi giochi politici” (Le Monde, ripreso da Europa Today). L’Alta Rappresentante UE Josep Borrell e i capigruppo di Socialisti&Democratici, Verdi e Sinistra hanno più volte criticato la condizionalità, avvertendo che privare l’ANP dei fondi per gli stipendi danneggerebbe il diritto all’istruzione e potrebbe favorire gruppi estremisti. Non risultano, allo stato attuale delle fonti raccolte, dati quantificati sull’impatto già prodotto sul funzionamento delle scuole. Il Report on Palestinian Textbooks 2017-2019 del Georg Eckert Institute — il principale studio commissionato e finanziato dalla Commissione europea sul tema, basato sull’analisi di 172 manuali e guide per insegnanti — descrive un quadro definito esso stesso “complesso”: da un lato i manuali dell’ANP rispettano ampiamente gli standard UNESCO su diritti umani ed educazione alla cittadinanza globale; dall’altro esprimono una “narrazione di resistenza” nel contesto del conflitto israelo-palestinese e mostrano “antagonismo” verso Israele — il termine “occupazione (sionista)” ricorre assai più spesso di “Israele”, e le mappe della “Palestina storica” generalmente non includono lo Stato israeliano. Sul piano metodologico, il rapporto GEI critica esplicitamente gli studi di IMPACT-se e del Begin-Sadat Center (BESA) come caratterizzati da “conclusioni generalizzanti ed esagerate basate su carenze metodologiche”; IMPACT-se ha risposto accusando a sua volta il rapporto GEI di conclusioni di sintesi “incongruenti” rispetto ai dati che il rapporto stesso presenta nel corpo del testo. Il contenuto specifico delle revisioni in corso: un’inchiesta de L’Espresso (25 marzo 2026), basata su documenti trapelati e ottenuti dal giornale palestinese Quds Network, descrive nel dettaglio le modifiche richieste all’ANP in cambio dei fondi europei. Una lettera del 19 gennaio 2026, inviata dal ministro dell’Istruzione palestinese Amjad Barham al ministro delle Finanze Istifan Salameh, elenca circa 300 richieste di modifica sui manuali dalla prima alla decima classe (arabo, storia, geografia, matematica, educazione civica): l’eliminazione dei termini “Nakba”, “rifugiato” e “sionismo”; la rimozione dell’inno nazionale, della bandiera e dell’emblema dell’aquila dai testi di prima elementare; la cancellazione di poesie patriottiche come “Ala Dal’ouna” e di lezioni su Giaffa come città palestinese; la riformulazione della frase “Gerusalemme è la capitale della Palestina” verso una definizione che enfatizza il carattere religioso condiviso della città; la rimozione di riferimenti ai prigionieri nelle carceri israeliane e agli scioperi della fame, sostituiti da contenuti generici su pace e convivenza. Secondo L’Espresso, alcuni manuali subirebbero revisioni superiori al 30% del contenuto originario. L’ANP ha firmato nel 2024 una “Lettera di Intenti” che accetta queste condizioni. Va segnalata una discrepanza tra le fonti sulle cifre dei congelamenti: L’Espresso riporta un blocco del 2021 di oltre 220 milioni di euro (contro i 15 milioni citati da altre fonti raccolte in precedenza — probabilmente riferiti a una tranche specifica anziché al totale) e una data del 7 maggio 2025 per la risoluzione che altre fonti collocano al 13 maggio 2025; riporta inoltre oltre 4 miliardi di euro di introiti fiscali trattenuti da Israele (contro gli 1,2 miliardi di dollari citati da Avvenire, probabilmente riferiti a un periodo diverso). Non è stato possibile, con le fonti disponibili, riconciliare in modo definitivo questi numeri — potrebbero riferirsi a periodi, tranche o voci di bilancio differenti — ma la direzione del fenomeno, un sottofinanziamento cronico del sistema scolastico palestinese, è confermata da più fonti indipendenti. Conseguenze sul funzionamento delle scuole: a causa della crisi finanziaria, gli stipendi degli insegnanti risulterebbero tagliati di almeno un terzo da anni, con scioperi ricorrenti; in diverse aree gli studenti frequenterebbero la scuola solo tre giorni a settimana per carenza di personale. L’Espresso riporta inoltre il rifiuto di una quindicina di insegnanti e dirigenti scolastici in Cisgiordania (zona di Hebron) di rilasciare interviste sul tema, per timore di ritorsioni da parte dell’ANP, incluso il rischio di detenzione amministrativa — un elemento che introduce, accanto alla pressione israeliana ed europea, anche quella esercitata dall’ANP sul proprio personale docente per garantire l’attuazione delle revisioni concordate. Reazioni: a metà gennaio 2026 gli studenti palestinesi nei campi profughi in Libano hanno protestato dopo aver scoperto che un libro di geografia dell’UNRWA era stato modificato sostituendo il termine “Palestina” con “Gaza” e “Cisgiordania”; in diverse scuole gli studenti hanno bruciato i testi in segno di rifiuto. IL COLLASSO FINANZIARIO DI UNRWA E ANP: UN TERZO CANALE DI PRESSIONE Accanto a curriculum e permessi, un terzo canale colpisce l’istruzione palestinese attraverso il prosciugamento delle risorse degli enti che la finanziano. UNRWA: l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi, nata nel 1948, garantisce oggi sostegno sanitario, educativo e finanziario a oltre 900.000 persone. Ha perso i finanziamenti USA (300 milioni di dollari), solo parzialmente riattivati durante la presidenza Biden. Una legge israeliana del 2024, che accusa l’agenzia di collusione con milizie a Gaza, ne ha reso illegali le attività sul territorio israeliano, spingendola fuori da Gerusalemme. Il personale ha subito tagli di salario e giorni lavorativi. Le incursioni al centro professionale di Qalandia: la struttura, storica sede UNRWA a pochi chilometri da Ramallah nell’omonimo campo profughi, forma ogni anno 340 studenti in 15 attività professionali, con un tasso di collocamento lavorativo del 90%. È stata oggetto di ripetute incursioni di esercito e polizia israeliani (l’ottava in un anno, secondo Avvenire, con due raid in 24 ore in un solo caso), nonostante Qalandia rientri nella Zona C degli Accordi di Oslo — pur essendo rivendicata da Israele come parte della municipalità di Gerusalemme. Un dirigente UNRWA ha definito le incursioni un attacco diretto “all’educazione e al lavoro dei giovani”, mettendo a rischio l’apertura dell’anno scolastico prevista per il 7 settembre. Autorità Nazionale Palestinese: il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich trattiene almeno 1,2 miliardi di dollari di introiti fiscali dovuti all’ANP in base agli Accordi di Parigi del 1994, aggravando il deficit dell’Autorità e, indirettamente, la sua capacità di sostenere il sistema scolastico palestinese (curriculum, stipendi) anche a Gerusalemme Est. UN QUARTO CANALE: LA DIPLOMAZIA POST-CEASEFIRE E LA CANCELLAZIONE DEL NOME “PALESTINA” Middle East Eye ha pubblicato il 3 settembre 2026 un’intervista a Jeremy Greenstock, ambasciatore britannico all’ONU tra il 1998 e il 2003, nella quale sostiene — sulla base di una fonte a livello ministeriale, non di testimonianza diretta — che Tony Blair, inviato dal Board of Peace istituito dal presidente statunitense Donald Trump per la gestione postbellica di Gaza, si sarebbe recato a Ramallah per chiedere all’Autorità Palestinese di rimuovere la parola “Palestina” dai libri scolastici, sostituendola con la designazione ebraica “Samaria” — come condizione perché il Board considerasse l’ANP capace di raggiungere un accordo con Israele. Secondo Greenstock, il presidente Mahmoud Abbas avrebbe rifiutato categoricamente. Un portavoce di Blair ha smentito recisamente l’episodio, definendolo “una completa fabbricazione”. Si tratta pertanto di un’accusa contestata e non verificata in modo indipendente, non di un fatto accertato. Al di là dell’accusa specifica, l’articolo documenta altri episodi verificabili che si inseriscono nello stesso schema di cancellazione del nome “Palestina”: – UNRWA Libano, sotto una campagna di pressione, ha sostituito il termine “Palestina” con “Cisgiordania” e “Striscia di Gaza” in mappe di geografia regionale per la sesta elementare, scatenando scioperi e proteste (episodio già discusso in precedenza in questo contributo). Un Independent Review Group guidato dall’ex ministra degli Esteri francese Catherine Colonna non ha trovato prove a sostegno delle accuse israeliane di collusione del personale UNRWA con organizzazioni terroristiche, pur formulando 50 raccomandazioni per rafforzare la neutralità dell’agenzia. – Nel Regno Unito, un gruppo trasversale di parlamentari ha chiesto un’indagine sulla rimozione delle parole “Palestina”, “palestinese” e “occupazione israelita” dalle esposizioni del British Museum. – Secondo quanto appreso da MEE (non verificato indipendentemente in questo articolo), un curriculum palestinese rivisto sarebbe “in circolazione privata per consultazione” nei territori occupati. Se anche solo parzialmente fondato, questo insieme di episodi indicherebbe un quarto canale di pressione sulla terminologia e la memoria palestinesi, distinto da Israele, UE e ANP: quello della diplomazia internazionale del dopo-cessate il fuoco (Board of Peace), rivolto non alla censura di singoli contenuti ma alla cancellazione del nome stesso “Palestina” a favore di una terminologia associata alla destra israeliana e al movimento dei coloni. CONCLUSIONE I fatti documentati in questo articolo— imposizione progressiva del curriculum israeliano, censura dei manuali palestinesi, esclusione dei docenti formati in istituzioni dell’ANP, blocco dei permessi al personale scolastico, requisizione di edifici UNRWA, prosciugamento dei fondi che sostengono il sistema educativo palestinese — convergono su un unico terreno: il controllo di ciò che le nuove generazioni palestinesi di Gerusalemme Est imparano su se stesse, sulla propria storia e sulla propria appartenenza nazionale. Una parte della lettura data a questi eventi, sostenuta dal Governatorato di Gerusalemme e da diversi osservatori palestinesi, li inquadra come un tentativo deliberato di cancellazione dell’identità nazionale — una forma di violenza che colpisce la memoria collettiva e la dignità storica di un popolo tanto quanto le misure più visibili sui territori e sulla popolazione. In questa lettura, sostituire una narrazione con un’altra diventa uno strumento con cui si consolida un’annessione mai riconosciuta a livello internazionale, incidendo su un terreno — quello simbolico e identitario — che si aggiunge alle dimensioni più direttamente distruttive della guerra a Gaza. Va detto, per completezza, che l’applicazione del concetto di genocidio a queste dinamiche non è né priva di fondamento giuridico né di una linea giurisprudenziale consolidata: si tratta di un dibattito aperto. La Convenzione ONU del 1948 definisce il genocidio come atti compiuti con l’intento di distruggere fisicamente, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso — e le accuse di genocidio mosse dal Sudafrica contro Israele davanti alla Corte Internazionale di Giustizia si concentrano prevalentemente su questa dimensione fisica e biologica, riferita soprattutto a Gaza. Su questa base ristretta, non risultano, allo stato delle fonti raccolte, pronunce di organismi giurisdizionali internazionali che abbiano specificamente qualificato come genocidio le due vicende scolastiche di Gerusalemme Est qui descritte (curriculum, permessi). Esiste però, in sede accademica e nel dibattito giuridico, un filone distinto dedicato al genocidio culturale, che alcuni studiosi (ad esempio nel volume collettaneo Genocide in the Age of the Nation State, Taylor & Francis) applicano esplicitamente al caso palestinese, includendovi la distruzione di scuole, archivi e biblioteche accanto alla cancellazione della toponomastica e della memoria della Nakba. Un’analisi giuridica pubblicata dall’Istituto IARI nel marzo 2026 nota che, sebbene le accuse davanti alla CIG restino centrate sulla distruzione fisica, la dimensione culturale del genocidio è emersa come “rilevante considerazione” nel dibattito più ampio, pur restando terreno di “zone d’ombra” nel diritto internazionale vigente. Diversi osservatori usano inoltre il termine “scholasticide” (genocidio del sapere) per l’impatto della guerra sulle infrastrutture educative, riferendosi però soprattutto alla distruzione fisica delle scuole a Gaza, un contesto diverso da quello amministrativo di Gerusalemme Est. Il governo israeliano respinge fermamente ogni caratterizzazione delle proprie politiche educative come genocidarie, definendole invece necessità di sicurezza, di standard professionali o di integrazione economica. Le tre giustificazioni, però, presentano tensioni interne se confrontate con i fatti documentati sopra. La sicurezza giustifica formalmente il regime dei permessi (è la stessa base invocata dal Cogat per il filtro sugli insegnanti di Cisgiordania), ma si applica indistintamente a decine e centinaia di docenti alla volta, senza criteri resi pubblici caso per caso, colpendo interi istituti anziché individui — un meccanismo che, nei fatti riportati, ha finora sempre coinciso con l’esclusione collettiva di chi proviene dal sistema educativo palestinese, non con casi individuali di rischio dichiarato. Gli standard professionali sono invocati dalla legge che esclude i docenti con titoli ottenuti in istituzioni dell’ANP — ma l’esclusione riguarda l’origine istituzionale del titolo, non una valutazione delle competenze effettive di chi lo possiede: circa il 60% dei circa 6.700 insegnanti di Gerusalemme Est ha percorsi di questo tipo, e la misura ne taglia fuori la maggioranza dal mercato del lavoro anziché prevedere percorsi di riconoscimento, equipollenza o riqualificazione. L’integrazione economica è l’argomento più difficile da conciliare con il quadro descritto: lo stesso periodo in cui si registra la crescita dell’adesione al curriculum israeliano (motivata anche dalle famiglie con l’accesso al mercato del lavoro israeliano) coincide con la cancellazione di circa 150.000 contratti di lavoro di palestinesi impiegati in Israele dopo il 7 ottobre 2023 e con la progressiva chiusura dei canali di mobilità verso la Cisgiordania. L’integrazione economica promessa dal bagrout si scontra quindi con un mercato del lavoro che, nello stesso arco di tempo, si è reso strutturalmente meno accessibile ai palestinesi. A queste due pressioni dirette (curriculum israeliano, permessi) se ne affiancano altre due, più indirette ma dello stesso segno. La condizionalità dei fondi europei ha spinto l’ANP a riscrivere autonomamente i propri manuali, rimuovendo termini come “Nakba”, “rifugiato” e “sionismo” — cioè proprio quel lessico che, secondo la lettura del Governatorato di Gerusalemme citata sopra, costituisce l’ossatura della memoria nazionale palestinese. In questo caso non è Israele a imporre direttamente la cancellazione, ma è un attore terzo (l’UE) a renderla condizione per l’erogazione di fondi essenziali, con l’ANP che la traduce in pratica sul proprio stesso curriculum — al punto da generare, secondo le fonti raccolte, un clima di reticenza tra insegnanti e dirigenti scolastici timorosi di ritorsioni interne. A questo si aggiunge, secondo l’accusa (contestata da Blair) riferita da Greenstock, un possibile quarto canale: la diplomazia post-ceasefire del Board of Peace, che spingerebbe non solo verso l’attenuazione di singoli contenuti ma verso la sostituzione del nome stesso “Palestina”. Il risultato netto, indipendentemente dall’attore che lo determina in ciascun caso e dal grado di certezza con cui ciascun episodio è documentato, è una convergenza di pressioni israeliana, europea, amministrativa palestinese e diplomatica internazionale verso la riduzione dello stesso repertorio simbolico e lessicale. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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La luce del risveglio
Ci illuminano una realtà e un rischio inaccettabili. Oggi in Italia il potere legislativo, quello giudiziario e i fascio-sionisti (Ben Gvir, Smotrich, …) sono di fatto alleati per accerchiarci e ridurci al silenzio. È da molto tempo in atto un ribaltamento della realtà e della storia che sfrutta l’ orribile sterminio razzista degli ebrei – compiuto al tempo dei nostri nonni e poi scaricato dall’ europa sul mondo arabo – per invaderlo, controllarlo e depredarlo tramite il genocidio dei suoi abitanti. Ora questa operazione di dominio coloniale viene allargata verso oriente a suon di bombe, ma per farlo devono azzittire in tutti i modi l’ opposizione interna all’ occidente: noi. Il loro principale strumento sta per diventare legge, con il cosiddetto “DDL antisemitismo”, già approvato in Senato ed ora in esame alla Camera, con larga maggioranza a favore: dopo, cioè molto presto, criticare Israele sarà reato e chi parla, chi boicotta, chi porta kefie o bandiere verrà condannato, o sanzionato con megamulte. Usano un vecchio trucco israeliano: far passare chi si oppone al sionismo, il centenario progetto di eliminazione dei palestinesi, per antisemita, cioè “odiatore di tutti gli ebrei, in quanto ebrei”. Per accusarci falsamente di questa colpa pretendono di usare una definizione di antisemitismo (si chiama def. IHRA -Alleanza internazionale per la memoria dell’ olocausto-) di cui lo stesso ideatore, il sionista Kenneth Stern, contesta l’ uso improprio. Già sono incriminati come terroristi quegli italiani che sono solidali coi prigionieri palestinesi (operazione Domino, e diversi altri procedimenti giudiziari). Già rischiano condanne e sanzioni quelli che manifestano contro il fascismo di oggi, che pretende in mille maniere di infiltrare e snaturare la nostra società, antifascista per Costituzione, fino a osare far sfilare bandiere israeliane e foto di Netanyahu nel corteo nazionale del 25 aprile, durante i tre anni di genocidio. Per provare a sventare subito, fin che siamo in tempo, questa catastrofe democratica che parte dall’ azzeramento della nostra voce occorre agire con coraggio, esponendoci di persona. Ora, già in ritardo rispetto alla corsa degli eventi, PROPONIAMO DI AUTODENUNCIARCI (simbolicamente e politicamente; non in sede giudiziaria!) dei tre “reati” che cercano di appiopparci: – reato di antisionismo (prossima legge!) – reato di solidarietà coi palestinesi, spacciato per terrorismo (!) – reato di antifascismo, a difesa del carattere antifascista dell’ Italia, nella sua manifestazione nazionale (25 aprile!) A breve noi promotori diffonderemo l’ appello e il link per mandare la tua adesione a queste tre autodenunce, combinate per rinforzarsi a vicenda, come questo terribile momento ci chiama a fare immediatamente. Solo se ad avere questo coraggio saremo in moltissimi possiamo sperare di bloccare questa operazione a tenaglia, e di continuare a dire la nostra e contare qualcosa. La Palestina ci ha risvegliato: libera Palestina, liberi tutti NOTA: di fronte alla minaccia incombente e ineludibile di questa grave deriva antidemocratica, con questo appello noi proponenti vogliamo contribuire a stimolare “dal basso” un dibattito che sia preliminare ad un’ azione di protesta collettiva (in fase di preparazione). Filippo Bianchetti Ugo Giannangeli Giuseppe Natale Nada Urso Per chiarimenti o contatti mandare esclusivamente un messaggio WhatsApp al 3397354336 Redazione Italia
September 5, 2026
Pressenza
Questo popolo ha sette anime
Dodicesima puntata: I bambini di Gaza si riprendono nuotando durante la settimana “Nuota con Gaza” Mentre le famiglie di tutto il mondo si riversano su spiagge e parchi per sfuggire alla calura estiva, i bambini di Gaza non hanno altro che la loro spiaggia dove cercare qualche momento di gioia. Lì, sulla sabbia della Striscia di Gaza assediata, i bambini cercano di rubare momenti di felicità e di nuoto, in scene in cui l’innocenza dell’infanzia si intreccia con la costante paura che la loro spiaggia possa diventare bersaglio di bombardamenti israeliani da un momento all’altro. L’Accademia di Nuoto Tantish (QUI) ha organizzato un grande evento nell’ambito della “Settimana del Nuoto con Gaza” per insegnare ai bambini di Gaza a nuotare, in preparazione alla loro partecipazione al Carnevale di Nuoto di Gaza del prossimo fine settimana. Uno degli organizzatori ha confermato che oltre 2.500 bambini hanno imparato a nuotare durante il primo mese dell’iniziativa, che si estende in decine di località in tutto il mondo, in segno di solidarietà con i bambini di Gaza. Si prevede che 3.000 bambini che hanno imparato a nuotare quest’estate parteciperanno all’evento. Il significato di questi numeri va oltre l’aspetto sportivo; rappresentano un potente messaggio di resilienza, a dimostrazione che i bambini di Gaza si aggrappano alla vita e alla passione nonostante le circostanze difficili. In una testimonianza che riflette la profondità di questa esperienza umanitaria, una delle ragazze partecipanti racconta la sua storia con l’iniziativa, dicendo che quando si è unita al gruppo, ha provato un’intensa paura e disagio a causa delle difficili condizioni e della pressione psicologica che tutti stavano vivendo, senza tregua in mezzo alla devastante aggressione genocidaria israeliana. Tuttavia, il supporto degli istruttori e l’ambiente positivo e interattivo hanno portato a una straordinaria trasformazione del suo stato psicologico. Si è integrata rapidamente con i compagni e gli allenatori, sentendosi come se fossero diventati una famiglia, e ha riscoperto la sua passione per il gioco e l’apprendimento dei fondamentali del nuoto. Questa iniziativa, organizzata dall’Accademia (Tantish), è un evento eccezionale, poiché è stata rilanciata e riattivata in seguito alla diffusa distruzione che ha colpito la Striscia a causa dell’invasione israeliana. Nonostante le difficili circostanze, le attività sono state avviate non solo per insegnare ai bambini a nuotare e le norme di sicurezza, ma anche con l’obiettivo di tentare di stabilire un record mondiale per il maggior numero di bambini che ricevono una lezione di nuoto collettiva contemporaneamente e nello stesso luogo. 13esima puntata: La scuola dei sogni e della speranza Dopo che la guerra ha privato gli studenti di Gaza del sogno di completare gli studi, la preside Ahlam Abdel-Aati è intervenuta e ha restituito loro la possibilità di studiare, in assenza di aule e in mezzo alle distruzioni, in una scena che riflette una determinazione eccezionale e incarna un simbolo di resilienza, sfidando le dure condizioni imposte dalla guerra. La speranza di un futuro migliore è stata la motivazione che ha spinto lei, gli insegnanti volontari, i genitori e gli studenti ad andare avanti. La “Scuola dei Sogni/Ahlam” (Ahlam in arabo significa “sogni”), composta da 8 tende, porta un messaggio al mondo: il popolo palestinese, nonostante le difficoltà, è capace di ricostruire il futuro e costruire percorsi di speranza. La preside della scuola, Ahlam Abdel-Aati, ci ha parlato del loro progetto educativo, che è stato avviato nonostante le distruzioni, le uccisioni e la fame. Ahlam ha dichiarato: “Abbiamo fondato un centro e un istituto privato chiamato ‘Ahlam Gaza’, che si propone di servire le persone sia dal punto di vista umano che educativo, cercando di aiutarle il più possibile e di offrire loro una mano per alleviare le sofferenze causate dalla guerra”. Ha aggiunto: “Abbiamo anche allestito un campo chiamato ‘Campo umanitario Ahlam Gaza’, composto da 95 tende che ospitano 108 famiglie sfollate che non hanno altro luogo o rifugio sicuro se non le loro tende logore”. All’interno del campo, hanno creato un asilo nido e una scuola per l’istruzione primaria, preparatoria e secondaria, chiamata “Asilo nido e scuola modello Ahlam Gaza”, accreditata dal Ministero dell’Istruzione e dell’Istruzione Superiore. La scuola accoglie un gran numero di studenti, oltre mille, e impiega 50 membri del personale, tutti volontari e non retribuiti. Il loro obiettivo primario e più importante è quello di servire gli studenti e formare una generazione istruita. “E ne siamo consapevoli, nonostante i pericoli che questa guerra comporta per noi”. Ahlam ha sottolineato che “la scuola è un’iniziativa educativa di volontari ed ha retto alle difficoltà dell’aggressione e del blocco degli aiuti umanitari. L’iniziativa è tuttora in corso; offriamo corsi dalla scuola materna fino alle superiori e gli studenti sono suddivisi per età. All’inizio, avevamo circa 1.500 studenti, ma con l’intensificarsi dei bombardamenti nella zona a sud della Striscia, il numero si è ridotto a 700. Continuano a frequentare la scuola soltanto i bambini e i ragazzi che vivono nelle vicinanze”. La scuola è riconosciuta dal ministero dell’Istruzione palestinese ed i suoi certificati sono validi per la carriera scolastica. “Trattiamo gli studenti dalla scuola dell’infanzia alla sesta elementare come se appartenessero a un’unica fascia d’età. Partiamo dalle basi, preparando e formando gli studenti affinché possano migliorare le proprie capacità di lettura e scrittura. Per le fasce d’età più avanzate, adottiamo un approccio più strutturato, basato sulle fondamenta piuttosto che su una metodologia specifica, integrando l’insegnamento con il programma scolastico del ministero, con l’obiettivo di formare una generazione consapevole e istruita. Il terreno era un giardino pubblico alle spalle dell’ospedale Nasser di Khan Younis, che a causa dei bombardamenti israeliani era diventato una discarica per i rifiuti ospedalieri. Con l’aiuto di associazioni ambientaliste gazzawi abbiamo bonificato il terreno e costruito il campo sfollati umanitario e la scuola recintata e costituita da 8 tendoni. Per poter far fronte all’affluenza degli studenti iscritti abbiamo istituito dei turni”. “Tra il personale docente ci sono insegnanti specializzati in educazione fisica e supporto psicologico, e un logopedista che si occupano del benessere psicologico, fisico e scolastico degli studenti. Abbiamo istituito il giovedì come giornata ricreativa speciale, un momento di ritrovo, gioco e svago per alleviare lo stress. Collaboriamo inoltre con il ‘Centro Mente e Corpo’, per fornire supporto agli studenti, alle loro famiglie e al personale docente, al fine di prepararli psicologicamente e fisicamente ad affrontare gli studi e a superare le difficoltà e gli ostacoli della guerra e della vita”. Il lavoro volontario collettivo fa miracoli. La direttrice Ahlam Abdel aati   ANBAMED
September 5, 2026
Pressenza
La Terra trema
Tutti sanno che la Terra trema e i fratelli d’armi sanno come fare per marciare e stabilizzare i buchi neri, nel pensiero unico del vecchio e del nuovo fascismo, dove tutto va bene e la Valchiria im-peritura partorisce galline d’oro e si cinge la testa, contrabbandiera d’Italia alta e sicura. Tutti sanno che la Terra trema e c’è chi attende la calata del secondo profeta con la giustizia del dio biblico e i neo-regnanti, mira-colati di fango messianico, dis-perdono la pace e la giustizia dai mille volti sulle barriere spinose di una Palestina costretta a piantare semi patriarcali pubblici e privati. Tutti sanno che la Terra trema e gli stessi israeliani sotto-messi… in fondo a destra vedono, parlano e sentono l’agonia dei popoli occupati e corrosi dall’odio che scorre nell’inferno e ritorno… dall’Iran a Gaza, e ognuno di loro canta vittoria sulla Carta dei Diritti s-fregiata da belve con licenza di caccia… umana. Tutti sanno che la Terra trema e le macerie crescono a dis-misura di tutte le cose, suonate da milioni e milioni di calan-droni che volano a quota bassa per dif-fondere insieme la vita e la morte degli amici e dei nemici, messi all’Indice da im-ponenti Stati di natura, dove ri-splende ancora la guerra di tutti contro tutti. Pino Dicevi
September 5, 2026
Pressenza
Comune-info.net: Verso l’israelizzazione dell’occidente?
DI FRANCESCO FANTUZZI SU COMUNE-INFO DEL 25 OTTOBRE 2025 Ospitiamo con piacere sul nostro sito l’interessante contributo scritto da Francesco Fantuzzi, pubblicato su Comune-info il 25 ottobre 2025 in cui viene ribadito quanto l’Osservatorio denuncia da due anni a questa parte, vale a dire un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo, in particolare in relazione al concetto di israelizzazione della società. «In questi due terribili anni, soprattutto negli ultimi mesi, si è letto in più occasioni l’accorato slogan “Noi siamo la Palestina” e non vi è alcun dubbio che, seppur tardiva e in alcuni casi soprattutto finalizzata a recare nocumento all’improponibile e complice governo Meloni, la mobilitazione di centinaia di migliaia, se non milioni, di persone e della Flotilla contro il genocidio in atto a Gaza abbia rappresentato un sussulto di dignità di una coscienza civile in gran parte anestetizzata da anni di neoliberismo, emergenza, incipiente cinismo e isolamento sociale, partendo proprio da quei giovani che si vogliono disinteressati a ciò che accade e al proprio futuro. Tuttavia è sempre più legittimo e doveroso domandarsi, come ha fatto meritoriamente l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università di Torino se in realtà l’Occidente, i cui contorni paiono sempre più aderire al perimetro della NATO, non proceda al contrario verso una progressiva e inesorabile israelizzazione, intesa come recepimento di un modello politico, militare, culturale, digitale, etnico, ideologico, che riplasma la postdemocrazia definita da Colin Crouch in uno scenario bellico e tecnologico perpetuo. Un emblematico dual use.…continua a leggere su www.comune-info.net. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Peace Walk to Jerusalem: camminare fino a primavera
Ha fatto tappa a Trieste, nei giorni scorsi, la carovana per la pace Peace Walk to Jerusalem. Si tratta di un cammino, partito da Finisterre in Spagna e da altre città europee a gennaio, che attraverso 24 Paesi punta ad arrivare a Gerusalemme nella primavera del 2027. Ad accogliere i camminatori oggi in città, alcuni provenienti da Olanda e Germania e altri da svariate parti d’Italia, il Comitato per la Pace Danilo Dolci. Il Comitato ha proposto un itinerario per ricordare le vittime del nazifascismo in città. Quindi la carovana si è spostata in Piazza Libertà, detta anche Piazza del Mondo dagli attivisti dell’associazione Linea d’Ombra. Qui si sono portate la vicinanza e la solidarietà a Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi che da anni, con la loro associazione, curano e accolgono i migranti che provengono dalla rotta balcanica, con i loro piedi feriti dalla lunga marcia, le loro attese, i loro spesso dolorosi vissuti. Trieste, Italy. Volunteers dress the wounds of migrants who just crossed the border on the Western Balkan Route. Credit:MLBARIONA La Peace Walk to Jerusalem da domani proseguirà per Capodistria e in seguito attraverserà la Croazia, la Serbia e la Bosnia per cercare di arrivare a Sarajevo in ottobre, lungo quei confini in cui è stato versato tanto sangue innocente sull’altare dei diversi nazionalismi. Drammi rievocati dalla recente morte e dai funerali d’onore tributati al generale Rakto Mladic, criminale di guerra a Sebrenica e non solo. La carovana di pace, proseguirà poi per la Grecia, la Turchia, la Siria, il Libano e infine speriamo, Al Quds (Gerusalemme). Ho fatto solo un piccolo pezzetto di marcia da Venezia a Caorle con gli altri camminatori, una sessantina, che arrivavano da Vicenza, e poi proseguivano appunto, per Trieste. A ogni tappa si può aggiungere qualcuno/a e magari altri/e vanno via. Ci sono persone che hanno fatto tanti giorni, altri di meno ma ciò che conta è che la carovana nel suo insieme e nelle sue tappe prosegua il suo lungo percorso complessivo. Nelle varie località, ci sono gruppi, associazioni, istituzioni ad accogliere i camminatori, si partecipa a incontri tematici e a racconti di testimonianze. A Venezia per esempio abbiamo ascoltato in una piazza il racconto toccante di un’anziana donna di Gaza che ha visto uccisi 47 membri della sua famiglia. Abbiamo partecipato a un incontro con Emergency e con l’Anpi di Venezia vicino alla scultura in laguna della partigiana morente. A Cavallino Treporti abbiamo incontrato l’amministrazione comunale e la popolazione, tra cui 5 ragazzi di Gaza in vacanza in quel luogo e provenienti da Bologna, la città che li ha accolti per i loro studi. Questo è molto altro è la Peace Walk to Jerusalem: tanti passi, incontro tra persone, confronto tra posizioni differenti, incontro con le popolazioni locali, disponibilità di volontari del posto che cucinano, offrono informazioni e servizi; parrocchie e talvolta amministrazioni comunali che mettono a disposizione i loro saloni per fare riposare i camminanti. La marcia è fare silenzio perché alcuni tratti li si è fatti in silenzio, è parlare ai passanti con il microfono di pace, giustizia e del senso del camminare per la pace. La marcia è cantare o ascoltare chi si avvicina per portare il loro apprezzamento o la loro distanza. Una sorta di pellegrinaggio collettivo di 15 mesi circa. Si cammina mettendo in azione il proprio corpo, come forma di resistenza nonviolenta, per sensibilizzare gli altri, come presa di responsabilità personale e collettiva. Peace Walk to Jerusalem Le guerre, il riarmo, il genocidio e la pulizia etnica in atto in Palestina, le tante guerre e situazioni di oppressione attive nel pianeta: Sudan, Congo, Iran, Libano, Afghanistan… richiedono un cambiamento personale e un cambiamento collettivo affinché si ripristini il diritto internazione oggi spesso calpestato, venga rispettata la dignità umana ovunque, vengano valorizzate le voci di chi ogni giorno lavora per la riconciliazione, l’uguaglianza e il diritto dei popoli a vivere in pace. «Il futuro è pace», riprendo dal volantino di presentazione della Peace walk, sono le parole di Mooz Inon e Aziz Abu Sarah, un israeliano e un palestinese che hanno perso familiari, e si rifiutano tuttavia di diventare nemici. Noi ci mettiamo sulle loro orme. Concludo con David Le Breton che nel suo libro, Il mondo a piedi, ci ricorda che «l’esperienza della marcia decentra da sé e ripristina il mondo, inscrivendo l’uomo nei limiti che lo richiamano alla sua fragilità e alla sua forza. È attività antropologica per eccellenza, perché stimola continuamente nell’uomo il desiderio di       comprendere, di individuare il suo posto nella trama del mondo, di interrogarsi su ciò che stabilisce il legame con gli altri». E perciò, buona continuazione di cammino, alla Peace Walk to Jerusalem e a tutti noi nei diversi contesti in cui viviamo. Centro Sereno Regis
September 4, 2026
Pressenza
Palestina, Tony Blair e il sionismo revisionista
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Milano InMovimento -------------------------------------------------------------------------------- C’è una notizia di cui si parla troppo poco. Tony Blair avrebbe chiesto ad Abu Mazen di cancellare la parola “Palestina” dai libri di scuola dell’Autorità Palestinese e sostituirla con “Samaria”. A rivelarlo è Jeremy Greenstock, ex ambasciatore britannico all’ONU, che dice di aver ricevuto l’informazione da una fonte ministeriale: la richiesta sarebbe arrivata dal Board of Peace, l’organismo che dovrebbe gestire il “day after” a Gaza, come condizione per considerare l’Autorità Palestinese affidabile. L’offerta sarebbe stata respinta. Il Blair Institute smentisce in blocco. Che sia vera o no nei dettagli, la richiesta è coerente con tutto ciò che Blair rappresenta da vent’anni. Inviato del Quartetto per il Medio Oriente dal 2007 al 2015, ha lasciato quell’incarico senza un solo risultato verificabile sul processo di pace, mentre la colonizzazione della Cisgiordania proseguiva indisturbata sotto il suo mandato. Prima ancora, ha portato il Regno Unito in una guerra d’aggressione contro l’Iraq motivata da prove false sulle armi di distruzione di massa, un atto per cui la Chilcot Inquiry lo ha giudicato responsabile di aver esagerato la minaccia. È l’uomo che una parte della sinistra europea (da noi quel soggettino di Renzi che lo giudica un modello) continua a citare come statista illuminato, dimenticando che il suo blairismo ha svuotato la socialdemocrazia inglese della sua sostanza redistributiva per allinearla al mercato. Che oggi sia lui, tramite un board co-diretto da Jared Kushner e legato agli interessi israeliani e statunitensi nella ricostruzione di Gaza, a dettare condizioni sull’identità nazionale palestinese, è la sintesi perfetta di chi è stato e di cosa continua a fare. Sostituire “Palestina” con “Samaria” non è un dettaglio lessicale. Samaria è il nome biblico con cui il sionismo revisionista, da Begin in poi, designa la Cisgiordania per negarne la natura di territorio conteso e affermarne l’appartenenza storica a Israele. Imporlo nei libri scolastici significherebbe imporre alla popolazione palestinese la cancellazione toponomastica della propria terra, esattamente mentre 158 Stati membri dell’ONU riconoscono lo Stato di Palestina e la Corte Internazionale di Giustizia, nel parere del luglio 2024, ha dichiarato illegale l’occupazione israeliana dei territori palestinesi. Chiedere a un popolo di rinunciare al nome della propria terra come prezzo per essere giudicato “capace di pace” non è diplomazia: è la richiesta di un atto di sottomissione formale, un altro passo verso la pulizia etnica ed il genocidio, ed è notevole che a formularla sia proprio chi si presenta come garante neutrale del dopoguerra. Il colonialismo ha tante facce… quella di Blair è una delle peggiori. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Palestina, Tony Blair e il sionismo revisionista proviene da Comune-info.
September 3, 2026
Comune-info
Aggiornamenti sulla Palestina con Michele Giorgio
In collegamento con il giornalista Michele Giorgio ascoltiamo aggiornamenti sulla situazione in Palestina. In particolare sulle azioni delle milizie collaborazioniste interne a Gaza coperte e finanziate da Israele e sull'inizio dell'anno scolastico a Gerusalemme Est dove uno sciopero ha bloccato l'inizio delle lezione che avrebbero dovuto riprendere il 1 settembre, ma dove non sono stati dati i permessi a circa 70 docenti provenienti dalla Cisgiordania occupata.
September 3, 2026
Radio Onda Rossa