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“SILENZIO STAMPA”: VIDEO-INCHIESTA SU DUE ANNI E MEZZO DI AGGRESSIONI SIONISTE A ROMA
Una video-inchiesta sulle violenze sioniste a Roma. Il lavoro è stato realizzato dal Collettivo Restiamo Umani, che mette in fila anni di aggressioni perpetrate – almeno da ottobre 2023 in avanti – contro compagne, compagni o semplici cittadini, “colpevoli” di sostenere la causa della Palestina, magari solo portando una kefiah, una maglietta o una bandiera. “Quando il silenzio – spiega il Collettivo Restiamo Umani comincia a fare troppo rumore, nessuno può più permettersi di ignorarlo. Dopo i gravissimi fatti del 25 Aprile 2026, abbiamo deciso di documentare un clima di violenza sistematica che mira a colpire e intimidire chi si mobilita nelle strade della nostra città. Questa inchiesta nasce per squarciare il velo sulla complicità delle istituzioni e sull’impunità di cui godono certe frange del sionismo militante, troppo spesso protette da una narrazione mediatica parziale e omertosa che ha finito per legittimarne l’azione. Lo faremo attraverso la voce di chi ha subito queste violenze sulla propria pelle: testimonianze preziose di chi ha scelto di non piegarsi alla paura. In un contesto di silenzio stampa pressoché totale, questo lavoro frutto di una mobilitazione indipendente si pone un obiettivo chiaro: trasformare quel silenzio in un grido di verità che sia, finalmente, impossibile da ignorare”. La video-inchiesta, da 31 minuti, si può trovare sul canale YouTube “Restiamo Umani Media”: clicca qui.
May 29, 2026
Radio Onda d`Urto
UNICA e la filiera del genocidio: fondi europei e dati sardi per “Israele”
Il dossier recentemente compilato da numerose attiviste sarde mostra che l’Università degli studi di Cagliari è coinvolta in ben quattro progetti di ricerca europei in collaborazione con atenei israeliani: PlatinuMS con l’università di “Tel Aviv”, Better4u con il Weizmann Institute of Science, NPP-SOL e Impactive con il Technion. Le facoltà e i dipartimenti di Unica coinvolti sono tante: Facoltà di Ingegneria Biomedica, Dipartimento Scienze Biomediche e Chirurgiche, Dipartimento di Scienze Chimiche e Geologiche, Facoltà di Ingegneria chimica e dei materiali, Dipartimento di Fisica e Meccanica. Tutte le collaborazioni sono finanziate dal progetto Horizon dell’Unione Europea, il quale facilita attivamente la collaborazione con istituzioni israeliane, comprese quelle complici dell’apartheid e del genocidio. Nonostante le dichiarazioni da parte del rettore Francesco Mola e del senato accademico, UniCa e i suoi docenti compaiono ancora nei siti ufficiali dei progetti, al punto che la ricerca NPP-SOL figura perfino sul sito dell’Arborea. Nel frattempo, l’entità sionista continua a perpetrare le sue politiche genocide in Palestina e le estende al Libano. PlatinuMS, il progetto con maggior coinvolgimento di UniCa, è una collaborazione con l’Università di ‘Tel Aviv’, costruita su un villaggio palestinese raso al suolo durante la Nakba. La tecnologia AI utilizzata è dell’israeliana Evolution Inc., che annovera le Forze di Occupazione Israeliane tra i suoi clienti. Possiamo davvero escludere che i dati dei pazienti sardi finiscano in mani sporche di sangue? Il Technion, altro partner di UniCa, è l’università più collusa con il complesso militare-industriale sionista: ha prodotto l’Iron Dome (sistema missilistico usato contro i palestinesi dal 2014), il bulldozer D9 (usato per demolire le case dei palestinesi) e l’arma acustica Scream (usato per disperdere le manifestazioni pacifiche dei palestinesi). L’Università di Cagliari sostiene all’articolo 4 del proprio codice etico di ripudiare la guerra. Eppure, a quasi tre anni dal 7 ottobre 2023, questi quattro accordi sono ancora in vigore nonostante i crimini contro l’umanità che vengono perpetrati dall’entità sionista ogni giorno. Come studenti, docenti, ricercatori e lavoratori, esigiamo: l’interruzione immediata di ogni collaborazione con lo Stato israeliano; un Decreto Rettorale che renda effettiva la rescissione a effetto immediato; la modifica del regolamento per impedire la partecipazione a bandi congiunti Italia-Israele; corridoi accademici e umanitari per studenti e ricercatori palestinesi; una presa di posizione netta dell’Ateneo contro il genocidio. Cosa puoi fare? LEGGI E CONDIVIDI IL DOSSIER. https://drive.google.com/file/d/1Euq72Xojk-SBUOTAwm-pMJZChqNFl0ZJ Partecipa alla mobilitazione. PALESTINA LIBERA FUORI IL SIONISMO DALL’UNIVERSITÀ filiera genocidio -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Cuba, la piazza di Roma rompe il silenzio sulla nuova stretta di Washington
Giovedì 28 maggio diverse migliaia di persone, con una fortissima presenza di giovani, hanno attraversato il centro di Roma in un giorno feriale per raggiungere l’ambasciata degli Stati Uniti. Una mobilitazione nata in pochissimi giorni, colorata e determinata, che ha messo insieme le bandiere di Cuba e quelle della Palestina. Non si è trattato di una coincidenza coreografica o di un accostamento casuale, ma di una scelta politica netta: unire in un’unica protesta due popoli che la piazza riconosce oggi  tra le principali vittime di logiche di potere geopolitico che calpestano sistematicamente i principi del diritto internazionale. Sotto il profilo visivo, il corteo romano ha attraversato le strade della capitale portando in primo piano una simbologia carica di significato storico. Accanto ai vessilli delle formazioni politiche e sindacali promotrici, lo sventolio simultaneo delle bandiere cubane e di quelle palestinesi ha definito l’identità profonda della mobilitazione. Negli interventi che si sono succeduti lungo il percorso, Cuba e Palestina vengono identificate come i due fronti principali della medesima resistenza globale contro le sanzioni, l’occupazione e le politiche di aggressione economica e militare. La saldatura tra le due cause si fonda sulla comune condizione di comunità sottoposte a prolungati regimi di assedio – commerciale e finanziario nel caso caraibico, militare e territoriale in quello mediorientale – finalizzati a piegare la sovranità nazionale e a negare il diritto fondamentale all’autodeterminazione. Portare in piazza questa doppia simbologia ha permesso di sottrarre la crisi cubana a una dinamica puramente locale, inserendola in un quadro globale di opposizione alle ingerenze internazionali e ai tentativi di sottomissione dei popoli. L’urgenza di scendere in piazza è nata dall’ennesima escalation nei confronti dell’isola. All’embargo economico, commerciale e finanziario che soffoca il Paese da oltre sessant’anni, oggi si aggiunge una strategia ancora più stringente definita dall’amministrazione statunitense. Washington sta stringendo i nodi attorno alle forniture di idrocarburi dirette all’isola, colpendo in modo particolare gli scambi con il Venezuela. Questo blocco energetico mirato sta provocando continui blackout in tutto il territorio cubano, paralizzando i trasporti pubblici, rallentando le attività produttive e puntando deliberatamente al collasso economico totale del Paese. L’obiettivo dichiarato di queste misure è favorire la destabilizzazione politica interna e indurre un cambio di regime attraverso l’esasperazione della popolazione. Per fortuna, la reazione della società civile cubana racconta un’altra storia. Nonostante la durezza estrema delle privazioni materiali quotidiane, la popolazione non sta arretrando e ha dimostrato di non volersi piegare. Esiste una coesione di fondo che spinge i cittadini a difendere le conquiste storiche dell’isola – come la sanità pubblica universale, l’istruzione gratuita e la centralità dei bisogni delle persone rispetto alla logica del profitto – vissute come un patrimonio collettivo non negoziabile che unisce la popolazione alle scelte del proprio governo. A questa “asfissia materiale” si è unita, sul piano diplomatico, la provocazione del Dipartimento di Giustizia nordamericano, che ha aperto un provvedimento penale contro il novantaquattrenne Raúl Castro per fatti complessi risalenti al 1996. Un atto privo di reale valore giuridico internazionale, ma dall’altissimo peso politico. La piazza ha condannato questa mossa definendola un chiaro esempio di lawfare, ovvero l’uso politico della giustizia utilizzato come un’arma per colpire e delegittimare i simboli storici della rivoluzione cubana proprio nel momento di massima vulnerabilità materiale ed energetica del Paese caraibico. La tesi emersa dagli interventi diffusi dal megafono durante il corteo smonta radicalmente la retorica nordamericana sulla sicurezza: Cuba non costituisce, né ha mai costituito sotto il profilo militare o strategico una minaccia reale per gli Stati Uniti o per qualsiasi altra nazione del mondo. La reale “pericolosità” attribuita all’isola risiede interamente nel suo modello sociale ed economico, antitetico alle logiche del libero mercato senza regole. Cuba rappresenta un’idea di società differente, un paese internazionalmente noto nel Sud globale non per l’esportazione di armi o contingenti militari, ma per l’invio di brigate di medici, infermieri e insegnanti per combattere l’analfabetismo e le emergenze sanitarie, ponendosi come emblema della pace e della cooperazione tra i popoli. In tutto questo scenario, stride con forza il silenzio pesante dei governi europei e di quello italiano. Le istituzioni occidentali, che si proclamano quotidianamente paladine della democrazia, della legalità internazionale e dei diritti umani, si voltano dall’altra parte di fronte al tentativo di strangolare l’economia di un intero popolo, diventando complici di fatto delle sanzioni unilaterali e delle misure coercitive rinnovate dall’amministrazione statunitense. Il corteo di Roma, che si unisce alle tante manifestazioni in diverse città italiane e nel resto del mondo, ha svolto un fondamentale ruolo di supplenza politica da parte della cittadinanza attiva. I manifestanti hanno rotto l’isolamento informativo e la censura mediatica per ricordare che difendere la sovranità di Cuba e l’autodeterminazione della Palestina non è una questione nostalgica o di retroguardia, ma la base minima e indispensabile per sperare in un futuro di pace e nella costruzione di un ordine globale realmente multipolare e democratico. Foto di Mauro Zanella Giovanni Barbera
May 29, 2026
Pressenza
AZIONE AL PORTO DI GIOIA TAURO. 5 BARCHE BLOCCANO NAVI CONTAINER DIRETTE IN ISRAELE
“Siamo in mare con 5 barche della Thousand Madleens Coalition e Global Intifada per un’azione al porto di Gioia Tauro“. Le imbarcazioni della coalizione internazionale per la Palestina hanno bloccato nella mattinata di venerdì 29 maggio l’attracco della nave porta container MSC che doveva caricare materiale bellico destinato a Israele. Le barche della MSC hanno già condotto diversi viaggi tra il porto di Gioia Tauro e quelli israeliani per movimentare materiale bellico e dual use, ancora stoccato in almeno 16 container al porto calabrese. Ci siamo collegati con Antonio, di La Base di Cosenza, a bordo di una delle imbarcazioni. Ascolta o scarica. In concomitanza, il Coordinamento Calabria per la Palestina ha convocato per questo pomeriggio, alle ore 17, un presidio davanti al porto di Gioia Tauro e alle ore 18.30 sul lungomare di San Ferdinando la conferenza stampa in cui presenterà il programma di attività organizzate per rilanciare l’azione di lotta contro la filiera bellica e l’economia di guerra. Un’iniziativa di lotta svolta in adesione allo sciopero generale per la Palestina e contro la guerra lanciato con l’appello dei Giovani Palestinesi d’Italia e raccolto da diverse realtà sindacali di base. Il collegamento nel pomeriggio con Roberto, di La Base di Cosenza. Ascolta o scarica.
May 29, 2026
Radio Onda d`Urto
La Palestina sul tetto del mondo
Un aquilone realizzato con una bandiera palestinese e ricoperto dai messaggi scritti a mano dai bambini di Gaza, è riuscito ad arrivare sulla cima dell’Everest. A portarlo fino a 8849 metri di altezza sono stati l’alpinista giordano-palestinese Mostafa Salameh e il filmmaker italiano Leonardo Avezzano, attivisti della spedizione “Rising Dreams”. Sulla bandiera palestinese sono scritti i sogni dei […] L'articolo La Palestina sul tetto del mondo su Contropiano.
May 29, 2026
Contropiano
La banalizzazione del sionismo
Erri De Luca è a Gerusalemme. Lo ospita l’International Writers Festival di Mishkenot Sha’ananim, sostenuto dalla Jerusalem Foundation. Ha appena dichiarato al quotidiano Israel Hayom — il giornale fondato da Sheldon Adelson come strumento di supporto diretto a Netanyahu — di essere sionista, e di ritenere che definire «genocidio» ciò che accade a Gaza costituisca una «distorsione storica e verbale». Ha aggiunto che non condividerà mai un palco con chi usa quella parola. Il Nobel sudafricano J.M. Coetzee, invitato allo stesso festival, ha declinato aderendo al boicottaggio culturale. De Luca ha scelto la direzione opposta. Questo testo non si occupa della biografia di De Luca, né della sua letteratura. Si occupa delle sue tesi. Perché le tesi hanno conseguenze, e le conseguenze meritano confutazione. I. Il sionismo «minimo» come operazione retorica La prima mossa argomentativa di De Luca è una ridefinizione. Il sionismo, afferma, sarebbe «il riconoscimento più semplice e basilare del diritto degli ebrei a una patria nazionale, a una difesa esistenziale e necessaria». Su questa base, chiunque riconosca il diritto di Israele a esistere sarebbe già sionista, spesso senza saperlo. È una mossa raffinata quanto fuorviante. Svuota il termine di ogni contenuto storico per renderlo accettabile a chiunque, trasformandolo da categoria politica concreta in astrazione filosofica sull’autodeterminazione. Ma il sionismo non è nato come idea astratta. È nato come progetto politico di colonizzazione di una terra abitata, teorizzato da Herzl, realizzato attraverso la Nakba del 1948, la pulizia etnica di oltre 700.000 palestinesi dalle loro case — documentata non da propagandisti palestinesi, ma da storici israeliani come Benny Morris e Ilan Pappé. Hannah Arendt lo denunciò. Albert Einstein firmò una lettera pubblica definendo il partito di Begin — antenato diretto del Likud — fascista nei metodi e nell’ideologia. Ridefinire il sionismo come «coesistenza» nel maggio 2026 — mentre la Legge Fondamentale dello Stato-Nazione del 2018 sancisce costituzionalmente il carattere esclusivamente ebraico dello Stato, mentre i coloni occupano la Cisgiordania sotto protezione militare, mentre Gaza viene demolita sistematicamente quartiere per quartiere — non è filosofia. È propaganda con un volto letterario. E De Luca, che conosce l’ebraico antico e traduce la Bibbia, sa leggere anche questo. II. La «rabbia grammaticale» come categoria politica Il secondo nucleo argomentativo riguarda la parola «genocidio». De Luca afferma che l’uso di quel termine suscita in lui una «profonda rabbia grammaticale» e che applicarlo a Gaza costituisce una distorsione. La sua prova: se l’obiettivo dell’IDF fosse lo sterminio, avrebbe potuto colpire una popolazione immobile. Invece Israele ha ripetutamente spostato i civili da nord a sud e da sud a nord. Dunque non è genocidio. Questo ragionamento ha un nome tecnico: è una fallacia del fine dichiarato. Presuppone che un’operazione possa essere definita genocidaria solo se chi la compie lo dichiara esplicitamente come tale. Ma la Convenzione del 1948 non richiede l’ammissione degli intenti: richiede la prova dell’effetto sistematico e dell’intenzione di distruggere le condizioni di vita di un gruppo. Gli spostamenti forzati — presentati da De Luca come prova della buona fede di Israele — sono essi stessi classificati dalla Corte Penale Internazionale come crimini contro l’umanità. La Corte Internazionale di Giustizia — il massimo organo giudiziario dell’ONU, non un collettivo di attivisti — ha ritenuto plausibile la violazione della Convenzione sul Genocidio e ha emesso misure cautelari che Israele ha ignorato. Il rapporto A Cartography of Genocide di Forensic Architecture ha documentato la distruzione sistematica di obiettivi civili, culturali e sanitari. In un anno, l’aspettativa di vita a Gaza è crollata di 35 anni: il crollo più rapido mai registrato, superiore persino a quello del Rwanda nel 1994. Nei soli primi quattro mesi del conflitto, il numero di bambini uccisi ha superato quello di tutti i conflitti mondiali combinati degli ultimi quattro anni. De Luca decide di stare con la narrativa di Israel Hayom. È una scelta. Non è una verità. III. L’empatia selettiva come struttura del discorso Per comprendere come sia possibile che un intellettuale costruito sull’idea di stare dalla parte degli ultimi arrivi a negare l’evidenza più documentata del nostro tempo, occorre un quadro analitico che vada oltre la singola vicenda biografica. Roberto De Vogli, nel suo Empatia selettiva (Aliberti, 2025), offre una risposta sistemica. Per empatia selettiva intende la tendenza a provare compassione principalmente o esclusivamente per i membri del proprio «gruppo di appartenenza» — in base all’etnia, alla nazionalità, alla religione o allo status sociale — mostrando invece poca o nessuna empatia per i membri del «gruppo esterno». Non si tratta di una mancanza di empatia tout court: si tratta di una forma di risposta emotiva tribale che riserva compassione a determinate vittime e la nega ad altre. È un tratto che trascende i confini culturali, che ha radici biologiche, ma che è altrettanto plasmato dall’ideologia, dalla propaganda, dalla costruzione narrativa dei media e degli intellettuali di riferimento. De Vogli osserva che l’indifferenza dell’Occidente di fronte a Gaza non può essere spiegata con la mancanza di conoscenza. Le immagini sono disponibili, i dati sono pubblici, le sentenze internazionali sono leggibili. Ciò che manca è la compassione selettivamente negata. E questa negazione non avviene nel vuoto: viene costruita, giustificata, legittimata da figure che godono di autorevolezza culturale e che offrono razionalizzazioni intellettualmente presentabili per ciò che altrimenti sarebbe semplicemente insostenibile. De Luca svolge esattamente questa funzione. Non è il volto più brutale del sionismo: è la sua maschera progressista. Viene dalla sinistra radicale, da Lotta Continua, dall’operaismo militante. Ha difeso i No Tav in tribunale. Ha scritto pamphlet contro il potere. Ogni volta che una voce con quel profilo si dichiara sionista e nega il genocidio, la macchina della hasbara — la propaganda istituzionale israeliana — può concludere: «Vedete? Non è questione di destra e sinistra. È questione di onestà intellettuale». De Luca è prezioso per questa funzione normalizzante. La bellezza di una prosa non garantisce la lucidità di un giudizio politico. IV. Il coraggio come inversione De Luca presenta la sua posizione come atto di libertà intellettuale contro i «venti dominanti». Sostiene di essere volontariamente isolato dal mondo culturale italiano da un quarto di secolo. Afferma di non aver bisogno di critici letterari che tengano la corda quando è «appoggiato a una parete di roccia». Ma c’è un’asimmetria che questa retorica nasconde deliberatamente. Quando De Luca difendeva i No Tav si schierava contro lo Stato italiano, contro grandi interessi economici, contro la magistratura. Rischiava in proprio. Oggi, dichiarandosi sionista su un giornale israeliano di destra e partecipando a un festival finanziato dalla Jerusalem Foundation, si schiera con il governo più potente della regione, con l’apparato militare più avanzato del Medio Oriente, con i governi occidentali che finanziano e armano Israele nonostante le ordinanze internazionali. Non è coraggio. È conformismo travestito da eresia. I «venti dominanti» che De Luca dichiara di sfidare non sono quelli di Gaza: sono quelli dell’establishment culturale italiano che lo critica. Ma l’establishment culturale italiano non ha bombardato ospedali, non ha imposto blocchi alimentari, non ha ucciso giornalisti. I venti che spirano davvero, e che De Luca asseconda, vengono da un’altra direzione. V. La semantica come complicità Vi è un ulteriore aspetto che merita attenzione: il ruolo che la disputa semantica svolge nella struttura del discorso negazionista. De Luca non nega i morti. Non nega la distruzione. Contesta la parola. E in questo contesto, contestare la parola equivale a contestare la qualificazione giuridica, morale e politica di ciò che quella parola descrive. William Schabas, professore di Diritto internazionale alla Middlesex University, ha spiegato perché questo non è un dettaglio formale: la parola conta per le vittime, perché indica il riconoscimento della loro sofferenza come crimine dei crimini; conta giuridicamente, perché apre le porte alla Corte Internazionale di Giustizia attraverso la Convenzione sul Genocidio; conta politicamente, perché sancisce la responsabilità degli Stati che ne sono stati complici. Invocare la «rabbia grammaticale» davanti a oltre 70.000 morti — di cui circa il 60% donne, bambini e anziani, secondo le stime pubblicate su The Lancet — non è rigore lessicale. È la sublimazione letteraria di una scelta di campo. E ogni scelta, a questo livello di consapevolezza, porta con sé una responsabilità che nessuna metafora poetica può assolvere. VI. Il paradigma palestinese C’è infine una domanda più radicale che attraversa questa vicenda, e che riguarda non soltanto De Luca ma la struttura di un intero modo di stare nel mondo. Gaza è diventata lo spartiacque della coscienza del nostro tempo. Non perché si possa — o si debba — ignorare le altre guerre, le altre sofferenze, le altre occupazioni. Ma perché Gaza rappresenta il luogo in cui si misura più precisamente se l’empatia è universale o tribale, se i princìpi che si dichiara di difendere reggono quando diventano scomodi, se il coraggio intellettuale è una postura o una pratica. De Vogli documenta come Gaza sia diventato il luogo con il più alto numero di amputazioni infantili pro capite al mondo; come il bilancio dei bambini uccisi non abbia precedenti nella guerra contemporanea; come in un solo anno l’aspettativa di vita sia collassata di un terzo di secolo. Queste non sono astrazioni: sono misure. E quando di fronte a queste misure si risponde con una «rabbia grammaticale», si rivela qualcosa di preciso sulla propria posizione morale, che non può essere celato da decenni di militanza precedente. L’empatia selettiva — e qui sta il punto fondamentale del contributo di De Vogli — non è una condizione inevitabile. Non è soltanto biologia: è anche ideologia. E se è plasmata dall’ideologia, può essere messa in discussione, può essere cambiata. Ma solo se si è disposti a riconoscerla per quello che è. Erri De Luca non lo è. E nel non esserlo, dimostra esattamente ciò che nega. Riferimenti bibliografici e documentali De Vogli, R. (2025). Empatia selettiva. Perché l’Occidente è rimasto a lungo indifferente al genocidio di Gaza. Compagnia editoriale Aliberti. De Luca, E. (25 maggio 2026). «Sono un sionista e a Gaza non c’è nessun genocidio» (intervista a Israel Hayom, trad. G. Meotti). Il Foglio, 25 maggio 2026. Disponibile su: https://www.ilfoglio.it Morvillo, V., Laor, I., Fernández, M., Circolo GAP Roma (27 maggio 2026). «Erri De Luca si schianta sul genocidio». Contropiano. Disponibile su: https://contropiano.org Taddei, R. (25 maggio 2026). «Erri De Luca a Gerusalemme». Comune-info. Disponibile su: https://comune-info.net Forensic Architecture (2024). A Cartography of Genocide. Disponibile su: https://forensic-architecture.org Guillot, M. et al. (2025). «Life expectancy in Gaza». The Lancet. Citato in: De Vogli (2025). Jamaluddine, Z. et al. (2025). «Demographic composition of fatalities in the Gaza Strip». The Lancet. Citato in: De Vogli (2025). Bhutta, Z.A. et al. (2024). «When is enough, enough?». British Medical Journal. Citato in: De Vogli (2025). Corte Internazionale di Giustizia (gennaio 2024). South Africa v. Israel. Application of the Convention on the Prevention and Punishment of the Crime of Genocide. Misure cautelari. Schabas, W. (2024). Intervista a Der Spiegel. Citato in: De Vogli (2025). Morris, B. (2004). The Birth of the Palestinian Refugee Problem Revisited. Cambridge University Press. Pappé, I. (2006). The Ethnic Cleansing of Palestine. Oneworld Publications. Amnesty International (2022). Israel’s Apartheid against Palestinians: Cruel System of Domination and Crime against Humanity. Laor, I. (19 maggio 2006). Risposta a Erri De Luca. Il manifesto. Citato in: Morvillo et al. (2026). Francesco Russo
May 28, 2026
Pressenza
Furundulla 322 – Basta parlare di Israele…
…infatti, stiamo parlando di noi di Benigno Moi Assodato che le vignette non vanno spiegate… ma sono un sasso buttato come spunto di riflessione, per ogni vignetta almeno un link (forse) ——————————- more ———————– Le muraglie di Israele L’asticella   Niente di incredibile   Cuba, qué linda es Cuba L’origine del nome dato alla rubrica Furundulla: hastagasa La Furundulla precedente: 321