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Aggiornamento importante sul Peace Summit
Questo non è un semplice comunicato: è un aggiornamento importante sul Peace Summit che intendiamo organizzare e che vi preghiamo di leggere fino alla fine. I preparativi per il People’s Peace Summit 2026 sono iniziati subito dopo il “cessate il fuoco” a Gaza. La guerra si era interrotta. Niente più ostaggi a Gaza, niente più decine di morti ogni giorno. Gli aiuti umanitari ricominciavano ad arrivare e anche le sirene all’interno di Israele si sono spente. Era chiaro che la situazione era ancora molto fragile, che eravamo lontani da una soluzione sostenibile, ma era di nuovo possibile respirare. E non c’era tempo da perdere in vista della quantità di cose da riparare, ricostruire, ripristinare, Abbiamo fissato la data del nostro Summit per il 30 aprile. Poi, il 28 febbraio, Israele e gli Stati Uniti sono entrati in un’altra guerra – una guerra nella guerra nella guerra. Questa volta con l’Iran, e poi anche con il Libano. Ancora una volta stiamo correndo nei rifugi. Ancora una volta distruzione e perdita. Ancora una volta massiccia mobilitazione dei riservisti.  E sotto la copertura della guerra, il terrore ebraico in Cisgiordania sta aumentando, portando avanti lo sfollamento e l’annessione, mentre Gaza scompare dai titoli dei giornali. Ancora una volta, è difficile respirare. Ci siamo fermati a chiederci: dovremmo rinviare il summit? Tra una sirena e l’altra, abbiamo tenuto riunioni, chiamate su Zoom, ripensamenti continui. E abbiamo deciso di andare avanti come previsto, perché questo momento ne rende la necessità ancora più urgente. Non sappiamo se il 30 aprile ci sarà ancora una guerra con l’Iran, o se il Libano sarà in fiamme. Non sappiamo quanto altro sangue sarà versato da qui ad allora. Ma una cosa è chiara: non possiamo andare avanti così. Non possiamo normalizzare la vita sotto una guerra senza fine e credere che un’altra guerra porterà sicurezza. Vivere non dovrebbe essere un lusso — e nemmeno dormire tutta la notte, mandare i bambini a scuola o fare progetti sperando che si realizzino davvero. Respirare. Per quanto è in nostro potere, il 30 aprile ci riuniremo al People’s Peace Summit. Per ribadire la richiesta di una realtà diversa. Una politica diversa. Un futuro diverso. Accordi politici in grado di garantire una stabilità regionale. Per affermare una volta di più la speranza, anche e soprattutto quando sembra così difficile. Unitevi a noi. Per chi potrà essere a Tel Aviv in quel giorno ecco il link per assistere in presenza: https://bit.ly/PPStickets2026 Se non potrete unirvi a noi di persona, potete comunque partecipare sostenendo con donazioni anche piccole questo nostro importante sforzo, ecco qui il link: https://bit.ly/4iikXkP Deve succedere. Può succedere. Sarà. Pace. L’evento si terrà in conformità con le linee guida del Comando di Pubblica Sicurezza Israeliano. Per restare aggiornati sulla coalizione “It’s Time”: https://bit.ly/42zfQrB Pressenza IPA
March 23, 2026
Pressenza
Il prossimo passo nella guerra potrebbe essere il blocco del Mar Rosso. Houthi in campo
Il gruppo yemenita Ansar Allah (più noto al pubblico come gli Houthi, ndr) ha annunciato che non resterà “a guardare” di fronte all’escalation in corso nella regione, avvertendo che qualsiasi tentativo di ampliare il cerchio del conflitto avrà ripercussioni dirette sulle catene di approvvigionamento globali, sui prezzi dell’energia e sull’economia […] L'articolo Il prossimo passo nella guerra potrebbe essere il blocco del Mar Rosso. Houthi in campo su Contropiano.
March 23, 2026
Contropiano
Hormuz: il servilismo nei confronti degli USA e la trappola di una guerra non voluta
C’è un limite a tutto, anche alla presa in giro degli italiani. Le ultime parole del Ministro Guido Crosetto e del Ministro Antonio Tajani sullo Stretto di Hormuz ne sono la conferma: ci viene detto che l’Italia non invierà navi senza una “tregua” e si evoca con disinvoltura un presunto “mandato Onu”. Ma di quale tregua e di quale mandato parliamo? Bisogna guardare in faccia la realtà che i palazzi del potere provano a edulcorare: lo Stretto di Hormuz è già chiuso. Non è una previsione, è il dato di fatto di oggi. La navigazione è bloccata e la tensione ha superato il punto di non ritorno a causa dell’aggressione scatenata dal blocco Usa-Israele. Definire “tregua” il momento in cui gli aggressori ricaricano le armi per mandarci le nostre fregate è un insulto all’intelligenza dei cittadini. La vera messinscena di questi “apprendisti stregoni” sta nel presentare la firma del documento di Londra come una semplice “dichiarazione politica” per difendere la libertà di navigazione e stabilizzare i mercati. Citano nelle loro dichiarazioni l’Onu come scenario futuro per dare una veste di legalità a un’iniziativa che, nel testo sottoscritto, non ha alcun legame operativo con le Nazioni Unite. Non esiste alcuna risoluzione del Consiglio di Sicurezza. Il riferimento all’Onu sbandierato dal governo è un guscio vuoto, un paravento retorico utilizzato per tranquillizzare l’opinione pubblica e nascondere che, nei fatti, ci si sta allineando a una catena di comando che risponde esclusivamente a Washington e Londra. È un gioco pericolosissimo: si firmano protocolli che preparano la guerra mentre si racconta al Paese la favola della stabilizzazione diplomatica. I governi che hanno aderito al documento di Londra stanno recitando una parte ambigua: partecipano alla coalizione dei 22 con un atto formale solo per non scontentare Washington, sperando nel contempo di non dover mai passare dalla carta ai fatti. È un attivismo di facciata, dettato dal timore di ritorsioni politiche da parte di Donald Trump, che ha tacciato gli alleati di codardia. Ma questa finzione è una trappola mortale: una volta accettata la logica della coalizione in un quadrante già incendiato, la “dichiarazione politica” diventa il presupposto legale per un coinvolgimento reale. Basta un solo incidente perché questa disponibilità teorica si trasformi in una partecipazione tragica a una guerra d’aggressione fuori controllo. Giocare con il fuoco della geopolitica pensando di poter gestire le fiamme con le parole è da irresponsabili. Tutto è partito da un nucleo di sei Paesi – Regno Unito, Italia, Francia, Germania, Olanda e Giappone – che hanno fornito la copertura politica per trasformare un’iniziativa unilaterale americana in una missione apparentemente “internazionale”. Siamo davanti a una classe dirigente che manifesta una drammatica carenza di visione e autonomia, ridotta a rincorrere il consenso della Casa Bianca per non sembrare “vigliacca”, accettando passivamente una logica bellicista che mette a rischio la sicurezza collettiva. Servilismo e codardia percepita sono due facce della stessa medaglia: la subordinazione totale agli interessi USA a scapito della dignità nazionale. Se l’obiettivo fosse davvero la sicurezza delle rotte e la stabilità dei mercati, la via sarebbe la diplomazia: parlare con l’Iran, fermare le sanzioni unilaterali e l’escalation israeliana. Invece si scelgono i muscoli, mentre le bollette delle famiglie tornano a schizzare alle stelle proprio a causa di queste scelte scellerate. Partecipare a una missione militare nello stretto di Hormuz significherebbe spendere anche immense risorse finanziarie sottratte alla sanità pubblica, alle scuole e ai salari dei lavoratori. Usare le tasse dei cittadini per proteggere i profitti delle multinazionali dell’energia, mentre la società civile collassa, sarebbe una colpa politica imperdonabile che Italia ed Europa rischiano di avallare in silenzio, mentendo persino sulla natura dell’impegno assunto. Mentre Crosetto e Tajani giocano con le parole, l’Articolo 11 della Costituzione viene calpestato. L’Italia è già dentro questa escalation: le basi Nato sul nostro territorio e i nostri sistemi di sorveglianza sono parte integrante del dispositivo bellico. Partecipare a questa coalizione significa accettare la logica della forza bruta anziché il diritto internazionale. È un tradimento della sovranità mascherato da responsabilità. L’Italia, l’Europa e gli altri alleati degli USA fingono di attivarsi per compiacere il padrone, ma il prezzo di questa finzione rischia di essere un coinvolgimento bellico totale, anche se non voluto. Nonostante il fragore delle cannoniere, in Italia c’è chi non si arrende alla violenza e continua a credere nella forza della ragione. Sabato 28 marzo, a Roma, la rete “No Kings” scenderà in piazza in una manifestazione nazionale che riunisce gruppi civili, associazioni pacifiste, sindacati, partiti e reti studentesche, uniti contro la guerra, il riarmo e le politiche autoritarie. Il corteo, in concomitanza con altre mobilitazioni a Londra e negli Stati Uniti, sarà un momento per denunciare la politica bellicista del nostro governo e degli altri Paesi occidentali, le restrizioni delle libertà civili e l’adesione servile agli interessi stranieri del nostro Paese, riaffermando la necessità di una politica fondata sul dialogo e sulla diplomazia, non sulla forza, prima che il fragore delle armi trascini tutte e tutti nel baratro.   Giovanni Barbera
March 22, 2026
Pressenza
Dimona e Diego Garcia, due shock per Israele e Usa
Alla quarta settimana di guerra ci sono appena due novità, entrambe rilevanti ma per nulla rassicuranti circa la rapida conclusione del conflitto. La prima riguarda il tentativo, fatto da Tehran, di raggiungere la base anglo-statunitense di Diego Garcia, nell’Oceano Indiano, con due missili. Si dice che uno sia finito in […] L'articolo Dimona e Diego Garcia, due shock per Israele e Usa su Contropiano.
March 22, 2026
Contropiano
La costruzione dell’università critica come nemico interno – di Gennaro Avallone
L'università come spazio critico (nonostante tutto) Nel 2024 e nel periodo settembre-ottobre 2025 l’università è tornata a essere uno spazio centrale nella società e politica italiana, in particolare nel movimento in solidarietà con la resistenza palestinese. Nonostante il lungo processo di ristrutturazione neoliberista attivo a livello globale dagli anni '80, accelerato in Italia dai [...]
March 21, 2026
Effimera
La Spring Mission 2026 della Global Sumud Flotilla riparte dai porti italiani
Da Livorno a Civitavecchia e Napoli, da Trieste ad Ancona e Bari, fino alla Sicilia e poi a Gaza, le barche della flotilla porteranno aiuti umanitari, medici e personale per la ricostruzione nella Striscia. La Global Sumud Flotilla salperà da innumerevoli porti italiani nel corso del prossimo mese, con una portata mai vista prima: almeno cento barche con migliaia di partecipanti da 50 Paesi. L’obiettivo non è più limitato a portare aiuti umanitari e rompere il blocco navale che da quasi 20 anni tiene sotto assedio le acque di Gaza – un assedio illegittimo secondo il diritto internazionale, che viene ignorato e normalizzato da tantissimi governi occidentali, tra cui quello italiano. Su richiesta della popolazione palestinese, infatti, alla flotilla parteciperanno medici, costruttori, educatori e altri figure fondamentali alla ricostruzione della Striscia.  È uno sforzo guidato da chi la Palestina la vive, a differenza del piano “Riviera di Gaza” propinato dal cosiddetto Board of Peace di Trump e Kushner: un nodo turistico e finanziario che ignora totalmente la volontà di una popolazione che da anni sopravvive a occupazione e genocidio.  In un mondo in cui le guerre imperversano sulla pelle dei civili, la resistenza e resilienza dei palestinesi – in arabo, appunto, sumud ( صمود ) – sono il faro del viaggio di solidarietà e speranza che guida la Global Sumud Flotilla. Questo viaggio parte proprio dall’Italia, che ancora è complice della  produzione di armamenti venduti a Israele, in particolare tramite Leonardo S.p.A, partecipata statale che collabora producendo droni armati, radar, cyber-sicurezza, sistemi missilistici e infrastrutture digitali di sorveglianza, come rivelato dal dossier di Rossana De Simone per BDS. E mentre il Consiglio dei Ministri riferisce “grande preoccupazione per i gravi effetti destabilizzanti” della guerra iniziata da Israele e Stati Uniti in Iran e in tutto il Medio Oriente, l’Italia continua a fornire armi e a ospitare basi militari statunitensi senza battere ciglio. La flotilla è l’alternativa solidale e pragmatica all’inazione e alla complicità del governo Meloni. Lo dimostrerà con una serie coordinata di partenze da diversi porti italiani, per raggiungere la Sicilia e salpare insieme per Gaza. La partenza delle barche sarà accompagnata da talk, concerti ed eventi partecipati da civili e personalità pubbliche solidali alla causa. Livorno 22 marzo Ancona 22 marzo Civitavecchia 29 marzo Napoli 29 marzo Bari 4-7 aprile Appuntamenti in altri porti italiani sono in via di definizione e saranno comunicati nei prossimi aggiornamenti. Comunicare in anticipo la presenza presso uno degli eventi al form seguente che riporta gli orari:  https://rsvp/prelanci/GSF In un momento in cui l’attenzione sulla Palestina si affievolisce, fagocitata dalle mire imperialiste di Stati Uniti e Israele, la Global Sumud Flotilla torna a salpare in direzione della popolazione palestinese e di tutti i popoli oppressi. Global Movement to Gaza
March 20, 2026
Pressenza
Dichiarazione di IALANA sulla violazione del Diritto Internazionale
 Dichiarazione dell’Associazione Internazionale degli Avvocati contro le Armi Nucleari 1 19 marzo 2026 Il bombardamento dell’Iran da parte degli Stati Uniti e di Israele viola chiaramente le norme fondamentali del diritto internazionale. Viola la sovranità dell’Iran, in contrasto con l’articolo 2(4) della Carta delle Nazioni Unite che proibisce la minaccia o l’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato. Non vi è alcun argomento plausibile che gli Stati Uniti e Israele stiano agendo per legittima difesa contro un attacco imminente. Né il cambio di regime costituisce una giustificazione accettabile per l’uso della forza, poiché è in diretto contrasto con l’obbligo di rispettare l’indipendenza politica degli Stati. È vero che il regime iraniano si è reso colpevole di massicce violazioni dei diritti umani nel corso degli anni, compreso l’uccisione di migliaia o decine di migliaia di manifestanti nel gennaio 2026. Tuttavia, l’intervento umanitario, che può comportare l’uso della forza a danno dei civili, può essere giustificato, se mai lo fosse, solo per fermare un massacro di massa in corso o imminente2. Questa non è la situazione attuale in Iran, né gli attacchi statunitensi/israeliani sono limitati all’obiettivo di prevenire massicce violazioni dei diritti umani e non sono stati autorizzati dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite o dalla comunità internazionale su tale base. Gli attacchi non sono quindi coerenti, né nella lettera né nello spirito, con la responsabilità di proteggere i principi espressi dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nella sua risoluzione del 2005 sul World Summit Outcome3. È sorprendente che l’amministrazione Trump non abbia compiuto alcun sforzo concreto per ricorrere a meccanismi multilaterali o invocare il diritto internazionale. In particolare, né gli Stati Uniti né Israele hanno compiuto alcuno sforzo per portare la situazione all’attenzione del Consiglio di Sicurezza. Ai sensi del capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite, il Consiglio di sicurezza ha il potere di adottare misure, compreso l’uso della forza, in caso di minaccia alla pace, una violazione della pace o un atto di aggressione. Sia con le sue azioni che con il suo disprezzo per il diritto internazionale, l’amministrazione Trump sta accelerando l’erosione delle regole fondamentali relative all’uso della forza, in atto da quasi trent’anni dopo la fine della Guerra Fredda. L’erosione dell’ordinamento giuridico che limita l’uso della forza armata è stato un processo lungo, scandito nel XXI secolo da shock sempre più frequenti causati da guerre su larga scala lanciate dalle grandi potenze con sempre minore rispetto per il diritto e per le istituzioni internazionali. La prima di queste è stata l’invasione statunitense dell’Iraq nel 2003. A differenza dell’amministrazione Trump, l’amministrazione di George W. Bush ha almeno cercato di fornire una giustificazione giuridica internazionale per l’invasione dell’Iraq, ma ha fondato la sua argomentazione su menzogne. Poi ci sono state l’annessione russa della Crimea nel 2014 e la sua invasione su vasta scala dell’Ucraina nel 2022, entrambe prive di qualsiasi seria giustificazione dal punto di vista del diritto internazionale. Ci sono stati altri casi di aggressione in questo secolo, come la recente operazione militare statunitense per rapire il presidente del Venezuela. Ma le azioni degli Stati Uniti in relazione all’Iraq, quelle della Russia in Ucraina e i bombardamenti statunitensi/israeliani sull’Iran si distinguono come particolarmente gravi nell’erosione delle regole sull’uso della forza. Per quanto riguarda il programma nucleare iraniano, prima del bombardamento non era in una fase di sviluppo tale da fornire alcuna base per una rivendicazione di autodifesa. In generale, da molti anni sembra che l’Iran disponga di una capacità di arricchimento dell’uranio in parte per preservarsi la possibilità di acquisire armi nucleari in futuro, ma non aveva preso la decisione di farlo. Ed è stato proprio il governo degli Stati Uniti, durante la prima amministrazione Trump, a ritirarsi unilateralmente dal Piano d’azione congiunto globale del 2015, un accordo internazionale negoziato con grande fatica che imponeva restrizioni efficaci e verificabili sul programma nucleare iraniano. Le discussioni sul programma iraniano generalmente non affrontano il fatto che Israele possiede un robusto arsenale nucleare. A lungo termine non è pratico consentire ad alcuni Stati di possedere armi nucleari e negarle ad altri. Il modo più diretto per affrontare i problemi posti dalla proliferazione delle armi nucleari, come nel caso della Corea del Nord, o dalla loro potenziale proliferazione, come nel caso dell’Iran, è quello di procedere rapidamente verso l’abolizione globale delle armi nucleari. Ciò soddisferebbe l’obbligo universale di realizzare il disarmo nucleare per come riconosciuto dalla Corte internazionale di giustizia nel suo parere consultivo del 1996 basato sull’articolo VI del Trattato di non proliferazione nucleare e su altre norme di diritto internazionale4. Un altro modo, almeno parziale, è quello di creare nuove zone regionali libere da armi nucleari, che ora esistono in America Latina e nei Caraibi, nel Pacifico meridionale, nel Sud-Est asiatico, in Africa e in Asia centrale. Questo approccio è stato effettivamente tentato in Medio Oriente. Nel contesto del Trattato di non proliferazione nucleare e delle Nazioni Unite, sono stati compiuti seri sforzi per avviare negoziati per la zona mediorientale, con la partecipazione volontaria dell’Iran. Tuttavia, Israele e gli Stati Uniti hanno boicottato questi sforzi. Ciò compromette gravemente la legittimità della loro posizione, poiché sostengono di agire per fermare la minaccia del programma nucleare iraniano. Quale dovrebbe essere la risposta a questi sviluppi? In primo luogo, il bombardamento dell’Iran dovrebbe essere condannato come aggressione illegale e le regole fondamentali della Carta delle Nazioni Unite dovrebbero essere difese, con l’obiettivo almeno di preservarle per il futuro. In secondo luogo, si dovrebbe riconoscere che il mondo sta attraversando una grande trasformazione caratterizzata dalla rinascita del nazionalismo autoritario, con fazioni etnico-nazionaliste al potere o che costituiscono forze politiche significative in molti paesi, compresa la maggior parte, se non tutti, gli Stati dotati di armi nucleari. È necessario essere realistici riguardo alla natura della sfida, nonché adottare un nuovo modo di pensare e trovare forme innovative di advocacy e politica per un mondo più equo, democratico, pacifico e post-nazionalista. 1 Questa dichiarazione si basa su una dichiarazione rilasciata dalla Western States Legal Foundation, affiliata all’IALANA, intitolata “Il bombardamento dell’Iran da parte degli Stati Uniti e di Israele: un caso di studio sul disprezzo del diritto internazionale”, 3 marzo 2026. 2 Cfr. la dichiarazione del Comitato degli avvocati sulla politica nucleare, Ufficio delle Nazioni Unite dell’IALANA, “Attacchi militari condotti dagli Stati Uniti e da Israele contro la Repubblica islamica dell’Iran: pericolose implicazioni per il diritto internazionale”, 4 marzo 2026. 3 A/RES/60/1, paragrafi 138-139, 16 settembre 2005. 4 Legalità della minaccia o dell’uso delle armi nucleari, parere consultivo, 1996 I.C.J. 226, ¶¶ 98-103 (8 luglio). IALANA - International Association Of Lawyers Against Nuclear Arms
March 19, 2026
Pressenza
Agorà degli Abitanti della Terra chiama alla mobilitazione contro la guerra
Noi, membri dell’Agorà degli Abitanti della Terra, dichiariamo fuori legge ogni forma di violenza fisica inflitta al prossimo, così come ogni forma di aggressione armata e di atto terroristico, pertanto condanniamo con forza il conflitto Israelo-statunitense in atto, ordito  dal presidente degli Stati Uniti d’America, senza l’accordo degli organi democratici del suo paese.  Inoltre, qualunque sia la loro origine accertata, poiché gli stati che si scontrano nel conflitto si incolpano a vicenda d’averli commessi, qualifichiamo « atti terroristici di Stato » vietati dal diritto internazionale, i recenti e sistematici bombardamenti che distruggono le strutture di potabilizzazione della risorsa idrica, bene comune e vitale per l’umanità. Ecco cosa scrive Lorenzo Tecleme, sulle pagine del Manifesto : « Le diplomazie dell’Asia occidentale si rimbalzano tra loro da giorni la responsabilità di un raid aereo. È quello che ha colpito l’impianto di desalinizzazione dell’isola iraniana di Qeshm, nello stretto di Hormuz, uno dei molti che trasformano l’acqua di mare in acqua potabile. L’Iran ha accusato gli Stati Uniti di esserne autori, mentre la stampa israeliana lo ha attribuito all’esercito emiratino – ma sia Washington sia Abu Dhabi negano. Nel frattempo un altro dei molti Paesi coinvolti dalla guerra, il Bahrain, ha denunciato a sua volta un attacco ad un impianto simile nel suo territorio, indicando l’Iran come autore. »  « Ecco – dice Riccardo Petrella- che l’acqua fa parte cruciale della guerra degli USA e di Israele contro l’Iran: ora i dissalatori dell’acqua del mare su cui da alcuni anni ormai si fonda l’approvvigionamento idrico di acqua dolce, potabile, della maggioranza degli Stati del Medio Oriente sono distrutti militarmente; cio’ che in teoria è vietato dal diritto internazionale della guerra. » Ma precisa, Lorenzo Tecleme : « In teoria gli attacchi ad infrastrutture civili critiche come i desalinizzatori sono vietati dal diritto internazionale, ma nessuno crede più molto che questo basti a proteggerle. Paradossalmente, è proprio il fatto che tutti i paesi dell’area ne siano dipendenti ad aver fatto sperare agli analisti che, anche in caso di guerra, le infrastrutture idriche verranno risparmiate. La buona notizia è che l’acqua è così strategica che qualsiasi attacco diretto iraniano contro di loro sarebbe considerato una massiccia escalation, quindi forse è un passo troppo in là per Teheran, scriveva ancora Bloomberg pochi giorni fa. I raid di questi giorni dimostrano che si trattava di una previsione ottimistica – e che non è detto sia l’Iran il primo a rompere il tabù. »  Per noi, membri dell’Agorà degli Abitanti della Terra, tali atti sono un ennesimo « inammissibile » da aggiungere a quelli che denunceranno gli artisti dell’Agorà, nel loro spettacolo Dove va il blu ? Farsa epica e indignata, il prossimo 22 marzo a Bruxelles, durante la manifestazione organizzata con « Rise for Climate-Belgium » e tante altre associazioni che, come loro vogliono «fare la pace grazie all’acqua » poiché oggi il mondo consuma più acqua dolce di quella che è capace di rinnovare!! E spiega Giulia Giordano, analista del think-tank, sulle stesse colonne del Manifesto : « Se i paesi del Golfo iniziano a colpire sistematicamente i rispettivi impianti di desalinizzazione, la prospettiva diventa critica. Tutto il Medio oriente è una delle regioni del pianeta con maggiore scarsità idrica sia per ragioni storiche sia per via del riscaldamento globale» Ecco. « La sicurezza idrica è uno dei pilastri della stabilità della regione». E ora ? A quale altro scempio umano dovremo assistere, ammutoliti e impotenti europei e cittadini del mondo, incapaci di imporre leggi di pace e di rispetto, e addirittura poco capaci ad esprimere vergogna e cordoglio per le vittime di ignobili massacri quotidiani ? Noi che non riusciamo a trarre il minimo insegnamento dalla lezione storica che Pedro Sanchez, premier spagnolo, quasi solo, coraggiosamente, sta dando all’umanità che non siamo più e che un tempo era degna di questo nome ?  Sembra che non servano più né parole, né analisi, né discorsi, e ancor meno dialoghi diplomatici… Inutili le assemblee, gli emicicli, i grandi convegni multi-statali con tanto di foto di maxi-gruppo più o meno sorridente, per denunciare l’inaccettabile. Accettiamo invece unanimi di lasciar parlare le armi…  che seminano morte, orrore e dilaniano i corpi. Accettiamo l’assassinio di massa prima ancora d’aver tentato tutte le vie dell’intelligenza collettiva che distingueva la nostra specie da quella del Leviatano… e così confermiamo che la nostra storia non riesce, da millenni, a construirsi altrimenti se non nel sangue, attravero stragi e stermini ripetuti senza fine…!  A meno che… A meno che coloro tra i cittadini statunitensi e israeliani che condividono con noi i valori umani vigenti sulla salvaguardia della nostra specie, e che ci uniscono senza alcuna distinzione di nessun tipo, cioè la fraternità, la solidarietà e il rispetto per la vita, accettino di mettere in pratica la nostra seguente proposta :   Noi, membri dell’Agorà degli Abitanti della Terra, proponiamo ai nostri fratelli statunitensi e israeliani di mobilitarsi massivamente per imporre pacificamente ai loro governi di deporre le armi e di dichiarare una tregua immediata e durevole dei conflitti in corso, così come l’espressa e totale rinuncia ad ogni tipo di aggressione contro altri Stati, promuovendo e mettendo in pratica una risoluzione pacifica, ottenuta per le legali e auspicabili vie della diplomazia, di tutte le tensioni  geopolitiche presenti e future, nel rispetto dei Diritti Umani Universali e della Sovranità dei popoli.        Bruxelles, 19 marzo 2026 Agorà degli Abitanti della Terra
March 19, 2026
Pressenza
Conferenza stampa sull’ispezione di container sospetti al porto di Gioia Tauro
Venerdì 20 marzo 2026 alle 11 Casa del Popolo “G. Valarioti”, Via Elvethia, 8, Rosarno (Reggio Calabria) A seguito dell’ispezione, senza precedenti in Italia, condotta dalla Guardia di Finanza e dall’Agenzia delle Dogane nel porto di Gioia Tauro su un carico di container sospetti diretti in Israele, BDS Italia indice una conferenza stampa per illustrare i dettagli della vicenda e le istanze urgenti rivolte alle istituzioni. L’operazione, che ha portato al controllo e al blocco di otto container contenenti barre d’acciaio (presumibilmente acciaio balistico destinato all’industria bellica), solleva interrogativi cruciali sul ruolo dello scalo calabrese e di altri porti italiani nelle rotte dei materiali d’armamento dirette in Israele e sul rispetto della Legge 185/90, che vieta il transito di armi verso Paesi in conflitto e che violano i diritti umani. Questo controllo rappresenta un precedente importante, ma non basta. Durante l’incontro verranno approfonditi i seguenti punti: * Esito delle prime verifiche e prossimi passi: i dettagli sui carichi intercettati e sulla natura dei materiali. La richiesta di procedere con il sequestro immediato dei container. * Appello al governo e alle istituzioni: la richiesta di massima trasparenza sulle certificazioni e l’istituzione di controlli sistematici e continuativi su tutti i traffici sospetti. * Iniziative future: La proposta di creare un osservatorio permanente sui traffici di armi nei porti italiani e le prossime mobilitazioni previste sul territorio. Interverranno attivisti dell’Associazione “Per non dimenticare”, BDS Italia, Global Movement to Gaza, realtà pro Palestina e sindacati locali in collegamento da Gioia Tauro per portare la loro testimonianza diretta. La stampa è invitata a partecipare. Per poter seguire da remoto scrivere a  bdsitalia.embargomilitare@gmail.com   BDSItalia
March 19, 2026
Pressenza
Palestina: donne che resistono, portatrici di umanità
Questo il titolo dell’incontro di ieri 18 marzo alla Casa delle Donne di Viareggio con Maria Di Pietro di Assopace Palestina: è quanto mai necessario tenere viva l’attenzione ora che di Palestina non si parla quasi più e farlo in chiave femminista. Perché sono le donne l’ossatura che tiene in piedi la vita di ogni giorno. Maria ci parla in modo intenso e appassionato delle sue esperienze mostrando video di alta poesia e dolore, la testimonianza di una giovanissima obiettrice di coscienza israeliana, (anche nel male di Israele ci sono tanti semi di bene), la quotidianità delle maestre gazawi che persistono nel loro compito in mezzo alla distruzione. Come possiamo aiutare? Le donne palestinesi dicono: racconta quello che hai visto. In uno scenario di morte loro hanno la caparbietà di continuare a dare vita, anche se i soldati si accaniscono particolarmente sulle donne incinte. Più che di resistenza si parla di resilienza: una flessibilità dinamica, l’ostinazione a organizzare la vita come cura nella comunità dove la solidarietà è spontanea e continua ed è di esempio concreto ai bambini. Abbiamo tanto da imparare da queste sorelle, per riprodurre in noi queste stesse dinamiche, nella cura delle relazioni e anche delle nostre emozioni, perché solo così possiamo “tessere il futuro” insieme. La speranza, in certe condizioni, appare utopistica, ma – così ci saluta Luisa Morgantini in un videomessaggio – è semplicemente un obbligo.   Redazione Toscana
March 19, 2026
Pressenza