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Ottobre nero per Israele
Fino a qualche mese fa non potevo immaginare di scrivere questo articolo perché ero straconvinto che non potevo nemmeno pensarlo. Israele si è fondato, consolidato ed è diventato quello Stato intoccabile a livello mondiale basandosi su diversi elementi immaginari che lo stanno portando alla fine. In primis Israele è nato grazie alla complicità del mondo occidentale, che per senso di colpevolezza ha voluto farsi perdonare regalando agli ebrei la terra altrui, cioè la Palestina. Così facendo si pensava che con il passare del tempo quella popolazione palestinese si sarebbe mescolata all’interno del mondo arabo. Oppure come recita il detto popolare “non fare del bene a vecchi e bambini, i vecchi muoiono e bambini scordano”. David Ben-Gurion il primo Ministro Israeliano pronunciò una frase simile affermando nel lontano 1948 “i vecchi muoiono e i giovani dimenticano”. Dopo oltre 100 anni di lotte, di battaglie e di guerre, generazione dopo generazione nessun ha dimenticato anche se i vecchi non ci sono più, e i giovani non solo hanno conservato la causa viva, ma l’hanno trasformata in una battaglia di civiltà, di diritto, di legalità e di giustizia non solo in Medio Oriente, ma a livello mondiale. Basti pensare alle varie fasi storiche più significative dove gli stessi israeliani e i loro amici ed alleati arabi che hanno tentato di liquidare la causa palestinese: la Nakba 1947/1948, la guerra di Suez, la guerra dei 6 giorni 1967, la battaglia di al Karama 1968, “Settembre nero” 1970, la guerra del Kippur 1973, la guerra civile in Libano 1975 l’invasione del Libano 1982, il massacro di Sabra e Shatila 1982, la prima intifada 1987 , la prima guerra del golfo 1990 , e la seconda intifada 2000 e la fine di Saddam Hussein 2000 e con lui lo Stato Iracheno, i vari bombardamenti su Gaza e l’ultimo Tufan al Aqsa ottobre 2023. In tutte queste fasi molti scommettevano sulla fine della causa palestinese e in tutte queste fasi, dopo averla data per morta, risorgeva da sotto le ceneri più forte, più potente e più determinata, per cui la famosa frase di Ben Gurion era ed è una frase che non ha nessun significato sul campo. In secondo luogo, sempre il mondo occidentale, dopo avere capito che il periodo coloniale stava terminando, ha pensato di non abbandonare il Medio Oriente del tutto, sia per la posizione geografica che per l’oro nero, il petrolio, per cui Israele doveva costudire gli interessi occidentali nella zona. Questa ipotesi ha retto fino ad un certo punto e si potrebbe dire che Israele ha giocato questo ruolo in modo intelligente ed abile sia dal punto di vista politico, economico e etico. Ha funzionato al punto tale che ha convinto non solo il mondo occidentale, ma anche certe monarchie arabe, che avrebbe operato per difendere i loro interessi, fino alla realizzazione dei famosi accordi di Abramo. Diversi paesi arabi stavano trattando con Israele per stipulare accordi militari contro il regime degli Ayatollah in Iran. Dopo il 7 ottobre 2023, questo ruolo non solo è crollato, ma anche Israele non era in grado di difendere sé stessa. E ancora, dopo ottobre 2023, il mondo occidentale se n’è accorto: Israele anziché fare il poliziotto per conto dell’Occidente in Medio Oriente è diventato un peso insopportabile economicamente, militarmente e soprattutto eticamente. Solo dagli USA lo stato Israeliano ha avuto sin dalla sua nascita oltre 350 miliardi di dollari. In base agli accordi bilaterali tra Israele e gli USA del lontano 1979 gli USA garantiscono circa 4 miliardi di dollari annui soprattutto per la difesa e nel 2023 questa cifra ha raggiunto un record storco di circa 18 miliardi di dollari. L’Unione Europea formalmente non eroga direttamente aiuti ad Israele, ma lo fa in modo indiretto attraverso i progetti di ricerca scientifica e tecnologica, sono 213 progetti finanziati dalla UE per un ammontare di un miliardo di euro, in aggiunta a questo va precisato che tra la UE e Israele cè il famoso accordo di Associazione tanto discusso, ma purtroppo ancora in vigore. Sarebbe utile analizzare il flusso di denaro che arriva ad Israele sia dai singoli stati Europei che dalla stessa UE. Perché cosi i cittadini europei potranno vedere dove vanno le tasse che pagano annualmente. Basti pensare ai giovani, all’opinione pubblica europea, alle mobilitazioni oceaniche a favore della Palestina. Ogni giorno che passa mi convinco di più per quanto riguarda il continuo sostegno del mondo occidentale ad Israele, nonostante sia uno stato genocida, trova la suo forte motivazione dentro il mondo occidentale nel suo complesso perché esso stesso è coloniale per cui in Israele trova se stesso. Il mondo occidentale non permetteva la sconfitta dello Stato di Israele, ma oggi, e dopo questi lunghi anni, lo stesso Stato di Israele non rappresenta ciò che rappresentava tempo fa per il mondo occidentale: anziché essere di aiuto è diventato un peso politico, economico, morale. Oggi l’occidente, che predicava il diritto, la legalità, il multilateralismo, gli organismi internazionali, deve decidere cosa fare. Continuo ancora a credere che l’Occidente non permetta ancora oggi la sconfitta militare di Israele, ma credo che allo stesso tempo non possa continuare a nascondere la testa sotto la sabbia di fronte al genocidio del popolo palestinese per cui non farà nulla per salvarlo da sé stesso. Credo che lo stato di Israele stia arrivando alla fine della sua corsa grazie all’autolesionismo interno, perché il paese potrebbe essere alla vigilia di una guerra civile di cui nessuno può prevedere la conseguenza sul campo. Infine, la determinazione del popolo palestinese sia quella componente che si trova in Palestina che quella della diaspora, nel continuare la sua lotta generazione dopo generazione fa sì che il mondo intero venga messo in crisi non solo dal punto di vista militare, ma etico e morale. Di fronte a questo scenario, l’autolesionismo interno in Israele, la continuità della lotta palestinese per l’indipendenza e la libertà e la convenienza dell’Occidente fanno sì che il percorso verso la fine di Israele sia già iniziato e sarà inconvertibile perché la forza della ragione è più potente della ragione della forza. I tanti imperi del passato che hanno consolidato la loro esistenza basandosi sulla forza sono finiti dall’interno, i Greci, i Persiani, i Romani, i Faraoni, gli Arabi e gli Ottomani, non credo che lo stato genocida di Israele sia diverso da tutti questi imperi del passato. Ottobre nero, questo mese rappresenta per tanti israeliani un mese particolare perché nello stesso mese nel lontano 1973 la guerra del Kippur, nel 2023 l’attacco di Hamas e nel 2026 il voto. Martedì prossimo 27 ottobre è una data importante perché gli israeliani vanno ai seggi elettorali per eleggere i 120 membri del Knesset, il parlamento israeliano, la preoccupazione è che i seggi elettorali forniscano al paese un parlamento ancora più radicale. Gli analisti affermano che nel caso di sconfitta del blocco dell’attuale Primo ministro il paese potrebbe rischiare una guerra civile. Va precisato che dal 2023 ad oggi circa mezzo milioni di cittadini israeliani cosiddetti laici hanno abbandonato il paese consegnandolo agli integralisti. Per noi palestinesi al di fuori della lista del gruppo misto “i cittadini palestinesi” nessun degli altri blocchi principali hanno nei loro programmi un percorso di pacificazione e quindi di rivalorizzare e riattivare la famosa equazione due popoli per due stati. Un detto popolare palestinese recita: “i tarli del legno nascono dal legno stesso”, cioè per dire che il pericolo non viene dall’esterno, ma nasce dall’interno e Israele non sarà una eccezione. Milad Jubran Basir, Giornalista Italo Palestinese e attivista per i diritti umani Milad Jubran Basir
October 25, 2026
Pressenza
USA Elezioni Midterm: negli Stati chiave gli elettori chiedono stop alle armi per Israele
Secondo un nuovo sondaggio pubblicato mercoledì dall’Institute for Middle East Understanding (IMEU) e condotto dalla società di analisi dati YouGov, la maggioranza dei probabili elettori in ciascuno dei sei stati chiave in bilico (Georgia, Iowa, Maine, Carolina del Nord, Ohio e Texas) si dichiara favorevole alle misure per bloccare il […] L'articolo USA Elezioni Midterm: negli Stati chiave gli elettori chiedono stop alle armi per Israele su Contropiano.
October 25, 2026
Contropiano
Appello di Combatants for Peace per fermare le distruzioni e lo sfollamento forzato in Cisgiordania
Ieri, 23 ottobre, due uomini armati palestinesi hanno ucciso due soldati israeliani nei pressi di Hebron. In risposta, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato l’intenzione di distruggere l’intera area da cui provenivano gli aggressori.  «Innanzitutto, agiremo per distruggere questo luogo, per trasformarlo completamente», ha affermato. Ha poi dichiarato: «Evacueremo i residenti», descrivendo perquisizioni in ogni casa. Ha anche detto che il suo governo avrebbe valutato la possibilità di estendere questo approccio ad altre città e ha aggiunto che l’esercito era pronto a lanciare un’operazione in Cisgiordania su una scala mai vista dai tempi della Guerra dei Sei Giorni del 1967 — una guerra che ha causato lo sfollamento di centinaia di migliaia di palestinesi. Il primo ministro, responsabile dell’uccisione di decine di migliaia di civili a Gaza e dello sfollamento di quasi tutta la sua popolazione, sta ora annunciando apertamente lo sfollamento di massa dei civili palestinesi in Cisgiordania. Le operazioni militari e le demolizioni sono già iniziate a Hebron. Punire un intero quartiere per le azioni di due persone è una punizione collettiva, ma queste misure devono anche essere intese come parte di un più ampio disegno volto a effettuare una pulizia etnica dei palestinesi in vaste aree della Cisgiordania attraverso vessazioni, demolizioni di abitazioni e l’agevolazione e l’incitamento al terrorismo dei coloni. Noi, palestinesi e israeliani che da vent’anni ci battiamo insieme contro lo spargimento di sangue, chiediamo ai governi, alle istituzioni internazionali e alle persone di tutto il mondo di agire immediatamente per fermare questi crimini e proteggere chi è in pericolo. Le dichiarazioni di condanna e i gesti simbolici non sono più sufficienti. I governi devono usare la loro influenza diplomatica ed economica per fermare le distruzioni e lo sfollamento forzato. Esortiamo i nostri sostenitori in tutto il mondo a chiedere ai propri rappresentanti di agire subito. Non aspettate fino a dopo le elezioni israeliane. Qualunque sia il risultato, l’attuale governo rimarrà in carica fino a quando un nuovo governo non subentrerà. Un’elezione non sospende il suo potere di distruggere case o di cacciare le persone dalla loro terra. Quante altre famiglie perderanno le loro case prima che il mondo agisca?   Combatants for Peace
October 24, 2026
Pressenza
“Non vi ho dimenticato, non siete soli.” Testimonianza dalla Cisgiordania occupata
Quella che segue è la testimonianza di una volontaria internazionale, tornata recentemente in Cisgiordania dopo un’esperienza vissuta negli stessi territori un anno prima. Durante la sua permanenza ha condiviso momenti della vita quotidiana delle comunità palestinesi, accompagnandole e documentando le violenze dei coloni, le restrizioni imposte dall’occupazione militare israeliana e le forme di resistenza con cui queste comunità cercano di continuare a vivere sulla propria terra. Per ragioni di sicurezza e per tutelare la possibilità di proseguire questa attività, abbiamo scelto di non pubblicare il suo nome. Il suo racconto restituisce qualcosa che spesso sfugge alle cronache: non soltanto la violenza dell’occupazione, ma il significato della presenza, della solidarietà e dei legami umani che resistono anche nelle condizioni più difficili. E’ passato un anno da quando, su questa stessa seggiola, cercavo di mettere in fila i miei pensieri, i miei sentimenti, le mie emozioni. Ora come allora ho mille cose che mi frullano per la testa, ho mille emozioni che premono nel petto per uscire e oggi, come allora, non so come gestirle. Un anno e la situazione è peggiorata anche oltre quello che potevo immaginare. In quest’anno ho seguito con ansia le notizie che arrivavano, ho ascoltato con attenzione le parole dei volontari che si alternavano sul campo, eppure non ero pronta, eppure non ero preparata ad affrontare tutto questo. Non ero preparata a vedere le ferite, non solo fisiche, di quelle persone la cui vita mi era capitato di incrociare in quelle settimane. Non ero preparata a non trovare più le case in cui avevo, seppur per brevissimi periodi, mangiato, chiacchierato, passato ore con lo sguardo rivolto agli schermi delle telecamere di sicurezza, oppure lontano, ai punti da cui più spesso arrivano i coloni. I coloni, quelli che da noi appaiono come entità quasi anomale, qui hanno la faccia di un ragazzino che sputa al pastore palestinese che ha l’unica “colpa” di voler pascolare il suo gregge nelle sue terre. Hanno la faccia di quell’uomo che, con un mitra in spalla, schernisce Sheikh Said. Hanno la faccia indistinta e codarda di quel gruppo che a sassate distrugge il pulmino. Uno dei pochi, se non l’unico, rimasto per portare i bambini a scuola in una zona come quella della firing zone, in cui i villaggi sono fatti di poche case, su quel terreno arido e duro come sa esserlo una zona alle porte del deserto. Hanno la faccia di quel ragazzo che, a cavallo, entra nel giardino al calar della sera, calpestando l’orto di famiglia. Hanno la faccia di quella gang che scorrazza in ATV nelle stradine sconnesse del villaggio, ormai abitato da soli uomini. Perché a volte, se si è fortunati, scorrazzano soltanto. Ma a volte, e non sono poche, lanciano sassi, usano bastoni anche contro vecchi, donne e bambini. Così, se puoi, li allontani, cerchi di proteggere i tuoi cari. L’occupazione, quella bestia che ti toglie il respiro fino a farti sentire stordita. È nell’aria che ti sembra di non riuscire a respirare, nella terra che non riesci a calpestare perché troppo vicina a un outpost, una colonia o una farm, dove una vegetazione lussureggiante e non certo autoctona ruba quella stessa acqua che spesso manca nelle case palestinesi. È nel gate che trovi chiuso al mattino e che ti impone di fermarti, di non andare, se ti va bene di ritardare i tuoi impegni. Oppure è nel soldato che, a viso coperto e armato fino ai denti, ti chiede i documenti, a te armata solo di una macchina fotografica. Ti chiede di giustificare perché tu sia lì, magari semplicemente a bere un tè in compagnia di una famiglia palestinese, o perché sei accorsa, chiamata per documentare l’ennesima violenza. È nella paura che quell’incontro, che la fotografia al tuo passaporto e al tuo visto, siano l’anticamera della revoca del visto, se non dell’espulsione, l’anticamera dell’impossibilità di tornare a incontrare queste persone, queste famiglie, questo popolo. E di fronte a tutto questo ti chiedi: ma che senso ha la mia presenza? Come può il mio essere qui avere un senso, avere un peso e un’utilità? Allora li guardi negli occhi e vedi la loro resistenza, la loro resilienza, la loro forza. Quella di Sheikh Said, a cui è stata amputata una gamba a causa di un proiettile esplosivo. Una pallottola illegale ovunque, sparata da un colono. Picchiato e vessato in mille occasioni, di fronte al colono pastore armato di mitra che cerca, con le sue pecore, di distruggere i suoi ulivi, non si lascia intimidire e continua a dissertare con te di religioni e filosofia. È negli occhi di quella ragazza che tiene in braccio la sua bambina di pochi giorni, quella bambina che ha rischiato di non nascere a causa di un colpo ricevuto durante un pogrom dei coloni. È negli occhi di chi ci aspetta nel buio della firing zone. Sì, nel buio, perché con la luce nella firing zone non si può entrare. Zona proibita, inaccessibile anche a chi ci vive. E che ci porta subito un piatto da mangiare, perché stanotte poi c’è una veglia da fare, è tardi e devi riposare un po’ prima. È nella bambina che, orgogliosa del suo inglese, ti chiede: «Ti piacciono di più i coloni o i palestinesi?». È nelle chiacchiere degli shebab che, davanti a un narghilè, ti raccontano degli avamposti. Inutile chiamarli illegali: lo sono per definizione, per il diritto internazionale e, addirittura, per assurdo, lo sono anche per il diritto israeliano. Ma quel diritto qui non c’è, o meglio, non c’è per i palestinesi, che si vedono costantemente piazzare tende, caravan e costruzioni sull’uscio di casa. È nella conta delle vetture sequestrate perché cercavano di portare acqua e cibo in qualche villaggio isolato, perché cercavano di portare aiuto alle famiglie rimaste senza casa dopo una demolizione. È nella fuga a fari spenti, mentre cercavano di riportare a casa un amico arrestato solo perché aveva cercato, con il suo corpo, di impedire l’ennesimo furto di quelle pecore che, in queste zone, sono un mezzo di sussistenza. E allora ti tornano in mente le parole di Hafez, quando sei andata via la prima volta: “Non è tanto per quello che fai qui, ma per il fatto che sei qui.” E allora vedi il sorriso sul volto di chi ti riconosce: sei tornata, non ci hai dimenticato. E allora, in queste piccole cose, trovi il senso della tua presenza, anche fosse solo questo: non vi ho dimenticato, non siete soli, la vostra lotta per l’esistenza è la mia lotta per sentirmi ancora un essere umano.   Redazione Italia
October 24, 2026
Pressenza
Michele Giorgio dalla Cisgiordania
Michele Giorgio, inviato del Manifesto in Cisgiordania, commenta gli ultimi eventi in Cisgiordania e la situazione politica in Israele a pochi giorni dalle elezioni che si terranno il 27 ottobre.
October 24, 2026
Radio Onda Rossa
Milano, flash mob per la libertà di tutti i prigionieri politici palestinesi – VIDEO
Preparato a lungo, centinaia di nomi dei prigionieri politici palestinesi scritti su stoffe, si erano cercati tutti, ma nessuno li aveva. Prove, istruzioni, dettagli, tutti i compiti curati. Comunicazioni alla Questura, ricerca e attenzione per gli ultimi particolari. Si arriva al giorno fissato, venerdì 23 ottobre e piove. Le previsioni sono incertissime, l’appuntamento è alle 17.45 per iniziare puntualissimi alle 18, la luce naturale ci darà mezz’ora di tempo. Sappiamo che sabato, la piazza sarà inagibile e poi scatta l’ora legale. È l’ultima chance. Tutti sotto gli ombrelli ad aspettare. Alle 17.55 spiove e il cielo si apre. Subito a disporsi, ultime istruzioni per chi sa poco. Si parte. Volevamo essere in 100, siamo almeno 120. Quattro giovani svizzeri si avvicinano commossi ed emozionati, vogliono sapere, vogliono unirsi; anche loro a Berna fanno queste cose. 15 bandiere davanti, cartelli disegnati e stampati da Rita, che da mesi disegna le locandine che girano per tutta Italia; si ricordano i numeri pazzeschi (9/10mila prigionieri nelle carceri israeliane), centinaia di donne e bambini, 4.000 desaparecidos, centinaia di morti sotto le torture. Un crimine nel crimine, il punto più basso di un sadismo volto a spezzare in tutti i modi l’esistenza di un popolo, colpendolo nei corpi e nelle anime, dolori che si propagano a familiari, amici, all’intera comunità. Luoghi infernali dove nessuno può entrare, dove siamo sicuri che la realtà superi l’immaginazione, dove chi esce è più morto che vivo. Traumi che non passeranno mai. Noi, qui. Che differenza fa che questi buchi neri siano dietro l’angolo o a qualche migliaio di chilometri di distanza? Stanno avvenendo ORA, questo è il punto, avvengono ogni ora, ogni giorno, nell’impunità totale. Sfilano in un lento cerchio i nomi, portati a testa bassa da uomini e donne in nero. Francesca Albanese nel suo report “Tortura e genocidio“, lo ha ben documentato. Nessuno, tanto meno i governi, può e potrà dire che non sapeva. E così in piazza Duomo, come si fa ogni giorno da quasi 500 giorni, si sfila in cerchio mentre musiche di dolore si susseguono. Poche le parole, in italiano e in inglese, per i tanti turisti che si aggirano, osservano, riprendono, emozionati anch’essi. Anche oggi nessun giornalista, ma ci siamo abituati, ci sorprendiamo quando avviene il contrario. Qualche giorno fa si aggiravano decine di giornalisti in cerca di possibili, ulteriori scontri o per documentare quanto fosse presidiata la piazza: non uno venne a chiederci chi fossimo, mentre in decine e decine, con moltissime bandiere e i nostri cartelli, occupavamo un quarto della piazza. E ieri si finisce, ormai al buio; si sono ricordati anche i nomi dei quattro prigionieri palestinesi nelle carceri italiane, arrestati, di fatto, per ordine di Israele. Alla fine, uno struggente canto palestinese, “Yamma mwel el hawa”, cantato da Silvia Zaru. Alle 19 si raccolgono con la massima cura le decine di strisce con i nomi dei prigionieri, come fossero loro con le loro membra stanche. Da ieri il gruppo di piazza Duomo è ancora più unito, ha fatto qualcosa di importante, la cui energia spera arrivi a superare il mare e i muri spessi di quelle carceri che devono aprirsi al più presto. Ne va della nostra, dell’intera umanità. Andrea De Lotto
October 24, 2026
Pressenza
Serbia al voto, una partita ben oltre i Balcani occidentali
Le elezioni serbe del 25 ottobre si inseriscono in una fase di forte tensione sociale e politica, segnata dalle proteste contro il governo, dalla contestazione delle istituzioni e da un confronto sempre più acceso sul futuro internazionale del Paese. La competizione elettorale non riguarda soltanto gli equilibri interni, ma investe […] L'articolo Serbia al voto, una partita ben oltre i Balcani occidentali  su Contropiano.
October 23, 2026
Contropiano
Raccolta delle olive in Cisgiordania, arrestati attivisti solidali con i contadini palestinesi
Due italiani sono stati arrestati dall’esercito israeliano mentre erano in visita nella Palestina occupata durante la raccolta delle olive. Manuel Tartarotti, 35 anni, e il padre Alberto, 67, erano in Palestina per la campagna di solidarietà con i contadini sottoposti alle vessazioni dei coloni e dell’esercito di occupazione. Sono stati maltrattati, ammanettati con gli occhi bendati e caricati sulle camionette, per essere arrestati per un giorno e poi espulsi per terrorismo. I due si trovavano in Cisgiordania per consegnare il Premio Langer all’associazione Youth of Sumud, vinto per il riconoscimento della resistenza nonviolenta palestinese. Le forze di occupazione israeliane hanno arrestato 90 persone, tra cui il candidato democratico al Congresso Brad Lander, mentre accompagnavano dei contadini palestinesi nella raccolta delle olive nella città di Nahalin, a ovest di Betlemme. L’organizzazione israeliana Rabbis for Human Rights ha dichiarato che martedì scorso le autorità hanno arrestato Lander, candidato democratico al Congresso degli Stati Uniti per il 10° distretto di New York alle elezioni del mese prossimo, mentre partecipava alla raccolta delle olive nella Cisgiordania occupata. Brad Lander è un politico ebreo-statunitense che in passato ha ricoperto la carica di revisore dei conti della città e si è candidato a sindaco di New York. È noto anche per le sue critiche alla guerra israeliana nella Striscia di Gaza ed è un alleato di Zohran Mamdani. ANBAMED
October 22, 2026
Pressenza
Roma. Interrompere i rapporti tra il Comune e Israele. In Campidoglio si incatenano a Marco Aurelio
Ultim’ora. La giunta comunale ha proibito alla delegazione di “Roma sa da che parte stare” di salire al consiglio comunale. In risposta gli attivisti si sono incatenati alla statua di Marco Aurelio! “Vogliamo la discussione della delibera e la rottura di tutti i rapporti tra Roma Capitale con il sionismo!” […] L'articolo Roma. Interrompere i rapporti tra il Comune e Israele. In Campidoglio si incatenano a Marco Aurelio su Contropiano.
October 22, 2026
Contropiano
Palestina: «La bara per Marcelli è pronta»
«Perché difendere la Palestina mi sta costando minacce di morte».  di Fabio Marcelli (*) “Qui l’agenzia di pompe funebri. Volevamo avvisare il signor Marcelli che la bara è pronta”. Giovedì 8 ottobre alle ore 12.30 circa ho ricevuto questo sibillino e minaccioso messaggio. Quali gli autori? Come ho riferito alle Forze dell’Ordine, prontamente avvisate e assai cooperative e disponibili, ho
October 21, 2026
La Bottega del Barbieri