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Terlizzi, 27-28 maggio: due appuntamenti…
… al «Festival per la legalità» con «Micromega». L’associazione «È Fatto Giorno» e «MicroMega» celebrano 40 anni di impegno civile della storica rivista italiana e 15 anni di presidio culturale sul territorio dell’associazione. A Terlizzi, presso il suggestivo Chiostro delle Clarisse, la rassegna propone un ciclo di incontri interdisciplinari volti a rafforzare il pensiero critico e la responsabilità democratica attraverso
Le flottiglie per Gaza nel 2026: genesi, storia, sviluppi necessari.
PERCHÉ VANNO RIPENSATE E COME POSSONO SERVIRE PIENAMENTE LA CAUSA PALESTINESE. In questi ultimi giorni, abbiamo assistito alle violenze che gli attivisti e le attiviste della Global Sumud Flotilla hanno subito, dopo il loro arresto in acque internazionali da parte delle forze militari israeliane, mentre erano diretti a Gaza per una missione umanitaria. Si dibatte se si sia trattato di un atto di pirateria e di un rapimento: tanti esperti di diritto internazionale ritengono di sì, altri giuristi sostengono, invece, che, tecnicamente, tali azioni non si possano configurare quali reati di depredazione e violenza in mare da parte di Israele. Perché questa dicotomia di pensiero e perché è necessario oggi determinare definitivamente il quadro delle responsabilità dello Stato di Israele (e non solo del governo attuale)? L’imperativo non è, chiaramente, riferito soltanto a questo ultimo episodio, date le ultradecennali persecuzioni, gli abusi, gli omicidi compiuti dai sionisti in Palestina, in Libano, in Iran, in Yemen. E in considerazione del genocidio ancora in atto a Gaza. IL BLOCCO NAVALE A GAZA: LEGALE O ILLEGALE? Facciamo qualche passo indietro nella storia delle flottiglie. Quando Israele, nel 2007, impone il blocco navale davanti alla Striscia di Gaza, partono spedizioni civili via mare per rompere l’assedio, con a bordo attivisti di tanti paesi prevalentemente europei. La più nota rete è la Freedom Flotilla Coalition. Poi, nel 2025 è stata lanciata la campagna della Global Sumud Flotilla (GSF), diventando progressivamente una coalizione a ombrello per le altre formazioni (Thousand Madleen, Global Movement to Gaza, Maghreb Sumud Flotilla, Sumud Nusantara, Cinta Gaza Malaysia (CGM), componente asiatica della flottiglia). Anche Emergency ha aderito con la nave Life Support nel 2025. Usando come pratica politica il trasporto di aiuti umanitari, le missioni creano i presupposti di una pressione mediatica internazionale, attraverso forme di disobbedienza civile non armata, per arrivare alla condanna delle violazioni dei diritti umani in Cisgiordania e nella Striscia. Nel 2010, salpa dalla Turchia e da altri porti del Mediterraneo la prima grande missione (Gaza Freedom Flotilla), composta da più navi. Da subito, Israele dichiara che queste missioni sono una violazione della propria sovranità: il blocco navale è considerato legale. In particolare, gli organizzatori sono accusati di essere fiancheggiatori di Hamas, a fini politici o logistici. L’attenzione sulla Freedom si accende quando la nave Mavi Marmara viene abbordata in acque internazionali dalle forze sioniste e, nello scontro, muoiono 10 attivisti. Si apre così una crisi diplomatica internazionale che vede in prima linea Israele e la Turchia, ma non solo. Questa aggressione, e la tragedia che ne è conseguita, rappresenta uno spartiacque anche per il diritto internazionale. L’ONU viene interessata giocoforza dalla vicenda: il Segretario Generale delle Nazioni Unite istituisce un organismo speciale (il Panel d’inchiesta del Segretario Generale ONU sull’incidente della flottiglia del 31 maggio 2010) che produce il famoso Rapporto Palmer. L’inchiesta conclude che il blocco navale israeliano era “misura di sicurezza legittima ma la forza usata durante l’abbordaggio è stata eccessiva e irragionevole”. Il Consiglio per i diritti umani (UNHRC) aveva, però, già istituito una propria missione d’inchiesta, distinta dal Panel Palmer del Segretario Generale, i cui risultati furono molto chiari: il blocco era illegale, pertanto l’abbordaggio era illegale e vi furono gravi violazioni dei diritti umani. Tornando all’atto di pirateria, quindi: la mancanza di una posizione univoca su questa vicenda ha inevitabilmente influenzato le interpretazioni dei fatti occorsi successivamente. La definizione più usata, quella della Convenzione ONU sul diritto del mare (UNCLOS), viene tirata in ballo a fasi alterne: pirateria è un atto violento o di sequestro, compiuto da un equipaggio privato, per fini privati; contro un’altra nave in alto mare. Essendo, però, le operazioni israeliane compiute da forze armate statali, non avendo esse fini “privati” come rapina o profitto, avvenendo nell’ambito dichiarato di un’operazione militare, finalizzata alla sicurezza, la fattispecie sembra non applicabile alle flottiglie. Molti giuristi dicono: “Può essere illegale, ma tecnicamente non è pirateria.” Un altro orientamento che sembra raccogliere sempre più seguito afferma, invece, che se uno Stato sequestra una nave civile in acque internazionali senza base legale valida, l’atto assomiglia sostanzialmente alla pirateria, anche se formalmente non rientra nella definizione UNCLOS. Pertanto, va trattato come tale e i governi dei paesi a cui appartengono i cittadini e le cittadine aggrediti possono intervenire, anche militarmente, per tutelare la loro incolumità. Di più: devono intentare un ricorso alla Corte internazionale di giustizia, aprire un contenzioso tra Stati. MA QUAL È IL CUORE DELLA QUESTIONE? Ora, qui non si tratta di portare avanti una disquisizione giuridica ma di rilevare una verità storica e cioè che Israele, pur fregiandosi di essere componente a tutto titolo degli organismi di diritto internazionale, lo viola sistematicamente da 78 anni. Lo fa dalla data della Nakba, cioè dalla cacciata di 750.000 palestinesi, avvenuta tra il 1947 e il 1948, e con la distruzione di oltre 400 villaggi con metodi squadristi, attuata per fare spazio al nascente Stato. Si tratta, cioè, di assumere, come incontestabile in via definitiva, il fatto che le violazioni dei diritti umani da parte di Israele sono sperimentate sul popolo palestinese, ripetute nel Libano del Sud e nelle aree circostanti dell’Asia occidentale ma non riguardano solo i palestinesi (e, comunque, già la misura sarebbe colma): interessano l’assetto geopolitico mondiale. Può una potenza militare che si rifà alle regole della civile convivenza democratica restare impunita se le infrange in modo sistematico e reiterato? No, di certo; e allora perché ciò accade? UNA DOMANDA PER LE FLOTTIGLIE L’impegno delle flottiglie deve ripartire da questa domanda, a cui le risposte sono state date già dagli scrittori palestinesi del Novecento come Ghassan Kanafani e continuano a essere ripetute da quelli del presente, come Adania Shibli. Una su tutte: il sionismo è un’operazione predatoria di vite e di terre che affonda le sue radici nella storia del colonialismo occidentale e del suo parente stretto, il liberismo. In parole povere: è comprensibile provare sdegno e rabbia collettiva per i maltrattamenti e gli abusi riservati agli attivisti della flottiglia; è necessario ricordare che questi comportamenti sono usati in modo scientifico e chirurgico nelle carceri israeliane con i palestinesi; è fondamentale mettere sempre insieme le due cose ricordando che la prima deve anteporsi alla seconda nella nostra visione e nei nostri racconti, altrimenti si rischia di dare struttura al privilegio piuttosto che giustizia agli abusi. Però, innanzitutto, è inderogabile provare a incrinare, nelle sue proprie fondamenta, il castelletto di complicità che permette tutto questo, aggredendo con lungimiranza, fermezza, strategia, gli snodi economici che lo sostengono. In un’ottica marxiana, si deve partire dalla convinzione che, quindi, il genocidio non si combatte solo in Palestina, né per la Palestina, ma con la Palestina e si combatte nei nostri territori a partire dalla sottrazione di aree di profitto alle attività affaristiche complici. Gli strumenti sono il boicottaggio, anche come azione individuale, ma soprattutto la messa a sistema di una piattaforma di lotta per la giustizia globale, che tragga spunto, energia, sollecitazioni da gruppi locali, in base ai loro bisogni. Una connessione forte con i nodi territoriali del BDS (movimento di boicottaggio, disinvestimento, sanzioni, a guida palestinese) sarebbe fondamentale. DAL LOCALE AL GLOBALE, ANDATA E RITORNO Le flottiglie, quindi, non devono diventare più ardimentose: già lo sono state, poiché gli equipaggi, come si è visto dagli ultimi episodi e anche dalla vicenda della Mavi Marmara, si mettono effettivamente a rischio di abusi e chissà cos’altro. E non vi è dubbio che contribuiscano a tenere alta l’attenzione mediatica sulla Palestina. Devono, però, ripensarsi nella fase storica attuale, nella quale i signori della guerra e i plurimiliardari governano le sorti delle persone comuni. In un’ottica internazionalista, i bisogni della gente che vive nella società consumistica sono simili, con gradazioni di intensità e varianti diverse a seconda del contesto; creando dei macro cluster, tutti e tutte desideriamo avere un lavoro dignitoso e rispettoso dei nostri tempi di vita, poter accedere alla cura e all’istruzione, tenere un tetto sicuro sulla testa. È allora possibile individuare alcuni elementi di intersezione tra le rivendicazioni collettive popolari a livello locale e le istanze di giustizia globale. Il sionismo deve essere combattuto per la sua essenza di sistema di oppressione simbolico, dove vigono il diritto del più forte e l’impunità del più potente e del più ricco. La barca Ghassan Kanafani della Freedom Flotilla Italia, protagonista della campagna “100 porti per 100 città”. Foto di Vincenzo Fullone Un esempio di come dare forma a questa auspicabile evoluzione è la missione “100 porti per 100 città”: con la barca Ghassan Kanafani, la Freedom Flotilla Italia sta portando Gaza in Italia anziché andare a Gaza. La spedizione, partita da Taranto a inizio maggio, sta risalendo le coste tirreniche, incontrando i lavoratori, gli studenti, i sindaci, i contadini, i portuali, e tutti gli animatori delle comunità locali che lottano contro l’ingiustizia sociale. Alla fine del mese, la barca si troverà insieme alle comunità di militanti e abitanti di Napoli e Bagnoli, dove attraccherà. Si parlerà di diritto alla salute e al mare e l’equipaggio, in cui sono presenti tante persone palestinesi, sarà coinvolto in vari dibattiti sulle grandi multinazionali complici che agiscono sul nostro territorio, come MSC e Leonardo, e sulla repressione del dissenso contro l’occupazione sionista. Altrimenti, pur essendo generose e preziose azioni umanitarie, le spedizioni di mare e di terra per Gaza rischiano di perdere la tensione politica necessaria a sfondare il blocco del potere colluso con il sionismo, che è prodromico alla rottura del blocco navale, obiettivo per cui sono nate e contro cui rischiano di infrangersi con grande perdita di energie collettive e pagando un altissimo costo in termini di corpi violati. Ci sono tutti gli elementi e le intelligenze per riprogrammarsi su questa traccia o altre che si potranno individuare grazie al confronto con le comunità palestinesi e i movimenti locali: è indispensabile farlo per servire pienamente la causa palestinese in questa fase storica. Fonti Freedom Flotilla Coalition Rapporto Palmer ONU Documento del Ministero degli Esteri turco Pressenza – Global Sumud Flotilla Lavinia Marchetti – Piratare la Flotilla per rapire la Post Instagram citato Nives Monda
May 24, 2026
Pressenza
La falsa morale dei complici
Il governo Meloni e la “sinistra per Israele” si indignano per Ben-Gvir solo quando l’umiliazione colpisce gli europei, ma hanno taciuto davanti al genocidio palestinese, alle torture, alla fame e …
Israele Stato terrorista
Attivisti della Global Sumud Flotilla sequestrati, legati e umiliati ad Ashdod: il governo israeliano mostra il volto feroce dell’impunità. L’Italia deve rompere ogni complicità Israele ha mostrato ancora una volta …
La diffida esorta le autorità italiane a tutelare i propri cittadini sequestrati dall’esercito israeliano
I legali dei partecipanti italiani alla missione umanitaria della Global Sumud Flotilla hanno formalmente diffidato le Autorità italiane competenti affinché adottino con urgenza tutte le iniziative diplomatiche, consolari e istituzionali necessarie a tutela dei cittadini italiani coinvolti nei recenti eventi verificatisi nel Mediterraneo orientale. La diffida è stata trasmessa, tra gli altri, al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, alle competenti Ambasciate e Rappresentanze diplomatiche, nonché alle ulteriori Autorità nazionali ed internazionali interessate. L’iniziativa si è resa necessaria alla luce della perdurante privazione della libertà personale di alcuni attivisti coinvolti nella missione civile e umanitaria diretta verso Gaza, nonché delle gravi criticità emerse in relazione all’abbordaggio delle imbarcazioni avvenuto in acque internazionali. Nella diffida si evidenzia come la situazione presenti profili di estrema urgenza sotto il profilo della tutela dei diritti fondamentali della persona, con particolare riferimento agli artt. 2, 3 e 5 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, nonché ai principi di diritto internazionale relativi alla libertà di navigazione e alla protezione dei civili impegnati in missioni umanitarie. I legali hanno richiesto alle Autorità italiane di: * attivarsi immediatamente per ottenere informazioni ufficiali sulle condizioni e sul luogo di trattenimento degli attivisti; * garantire pieno accesso all’assistenza consolare e legale; * adottare ogni iniziativa diplomatica utile a ottenere la cessazione della detenzione e il rientro in sicurezza dei cittadini coinvolti; * verificare la legittimità delle operazioni compiute nei confronti delle imbarcazioni battenti bandiera italiana o comunque riconducibili a cittadini italiani. L’urgenza dell’intervento è ulteriormente confermata dalle recenti modifiche legislative adottate in Israele in materia di trattenimento dei soggetti accusati di aver tentato di violare il blocco navale imposto su Gaza, circostanza che impone un’immediata verifica della legittimità della detenzione tuttora in corso. “La tutela dei diritti fondamentali delle persone coinvolte non può subire ritardi né zone d’ombra. Le Autorità italiane hanno il dovere di attivarsi con la massima tempestività per assicurare protezione ai propri cittadini e verificare il rispetto del diritto internazionale”, dichiarano i legali della missione. Global Sumud Flotilla
May 19, 2026
Pressenza
Attacco alla Global Sumud Flotilla, l’Europa non può restare in silenzio
La Global Sumud Flotilla è stata presa d’assalto stamattina dai militari israeliani con un rischio estremamente elevato per gli equipaggi. Ci sono 52 imbarcazioni sotto attacco dei militari sionisti con centinaia di civili provenienti da oltre 45 Paesi che stanno portando avanti una missione umanitaria pacifica diretta a Gaza. In questo contesto, l’allarme è chiaro: è in corso una intercettazione violenta e illegale in acque internazionali, accompagnata da possibili abusi, detenzioni arbitrarie e violazioni dei diritti fondamentali delle persone a bordo. L’elemento più grave non è soltanto la minaccia concreta contro la flottiglia, ma anche il clima politico e mediatico che la precede. L’appello della Flotilla denuncia infatti un’accelerazione della retorica israeliana volta a costruire consenso attorno a un’azione che rappresenta una grave violazione del diritto internazionale. Viene inoltre richiamato il precedente del 29 aprile, con l’intercettazione in acque internazionali in un’area di ricerca e soccorso greca (SAR), con il fermo di 180 civili e segnalazioni di abusi sessuali e torture. Siamo di fronte a un quadro di estrema gravità, che impone una risposta immediata da parte delle istituzioni europee e dei governi nazionali. Un dovere giuridico, non solo morale La richiesta rivolta ai governi non si limita a un generico appello alla solidarietà. Essa richiama infatti una serie di norme e principi giuridici che impongono la protezione del passaggio sicuro delle imbarcazioni civili impegnate in una missione umanitaria. Tra questi vengono citati: * La Convenzione europea dei diritti dell’uomo, in particolare gli articoli 2, 3, 5 e 6; * Il Patto internazionale sui diritti civili e politici, articoli 6, 7 e 9; * La UNCLOS (United Nations Convention on the Law of the Sea), l’articolo 98 e il diritto internazionale consuetudinario, che impongono agli Stati il dovere di prestare assistenza alle persone in pericolo in mare; * Le convenzioni SOLAS e SAR, che rafforzano gli obblighi di soccorso e sicurezza marittima; * L’articolo 21 del Trattato sull’Unione Europea, che vincola l’azione esterna dell’UE ai principi di democrazia, Stato di diritto, diritti umani, dignità umana, uguaglianza, solidarietà e rispetto del diritto internazionale; * L’articolo 8(2)(b)(xxv) dello Statuto di Roma, che vieta di ostacolare gli aiuti umanitari nelle zone di conflitto (Convenzioni di Ginevra). Il punto centrale è semplice e politicamente scomodo: se la flottiglia viene attaccata, fermata o sequestrata senza base legale, non si tratta di un incidente isolato, ma di una possibile violazione multipla del diritto internazionale. Per questo l’appello chiede ai governi europei di assumere una posizione pubblica chiara, prima che sia troppo tardi. Gaza, la crisi umanitaria e la responsabilità europea L’iniziativa della flottiglia si colloca dentro una tragedia umanitaria che continua ad aggravarsi. L’appello della Global Sumud Flotilla parla apertamente di catastrofe in corso e genocidio, sottolineando che la situazione a Gaza non può essere trattata come una questione diplomatica ordinaria. Quando persone civili di tanti Paesi si espongono per portare aiuti, la loro protezione sarebbe una prova concreta della credibilità delle istituzioni internazionali. L’Europa, in particolare, non può limitarsi a dichiarazioni di principio. Se rivendica il rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale, deve dimostrarlo nei fatti. Questo significa intervenire politicamente, esercitare pressione diplomatica e chiedere pubblicamente che la flottiglia possa raggiungere Gaza in sicurezza e senza interferenze illegali. Il silenzio, in questo caso, non sarebbe neutralità, ma complicità passiva davanti a un  abuso. La richiesta: protezione immediata e passaggio sicuro L’appello rivolto ai governi e alle istituzioni europee è netto: emettere una dichiarazione pubblica di sostegno alla flottiglia e chiedere la sua protezione. Non si tratta di una presa di posizione simbolica, ma di un atto necessario per prevenire un’azione di intercettazione illegale, sequestro, detenzione, maltrattamenti e persino morte. La posta in gioco è altissima. Da un lato ci sono civili impegnati in una missione umanitaria; dall’altro il rischio che il diritto internazionale venga ignorato ancora una volta. Per questo la richiesta è urgente e non rinviabile: garantire il passaggio sicuro della Global Sumud Flotilla è un obbligo politico, morale e giuridico. La vicenda della Global Sumud Flotilla non riguarda soltanto una nave o un gruppo di attivisti. Riguarda il modo in cui l’Europa e la comunità internazionale intendono difendere i principi fondamentali quando questi vengono messi alla prova. Si tratta di un’intercettazione violenta in acque internazionali, quindi il tempo delle ambiguità è finito. Serve una presa di posizione immediata, pubblica e inequivocabile. Proteggere la flottiglia significa proteggere il diritto internazionale, la dignità umana e il principio che gli aiuti umanitari non possono essere criminalizzati. Ray Man
May 18, 2026
Pressenza