Tag - diritto internazionale

Intervista a Zilan Diyar: in Kurdistan un nuovo diritto internazionale esiste già
«La nostra formula per la Terza Guerra Mondiale è una: i confini statali per noi non sono importanti, ma all’interno di questi confini vogliamo difendere la nostra autonomia. È all’interno di questi confini che mettiamo in pratica i principi del nostro paradigma, come la libertà delle donne, l’amministrazione autonoma e il rafforzamento delle potenzialità locali, e diamo forza a tutte le differenze esistenti, di cultura, religione…» Zilan Diyar. Intervista a Zilan Diyar. A febbraio, a sostegno di Docenti per Gaza, l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ha lanciato una settimana di mobilitazione portando nelle classi il tema della crisi del diritto internazionale, sia come catastrofe che come opportunità. Questa intervista si inserisce in continuazione di quella linea di didattica collettiva volta a rivendicare il diritto costituzionale alla libertà d’insegnamento. Oggi, in occasione del Newroz, il capodanno curdo, proponiamo l’intervento di Zilan Diyar, giornalista e attivista curda del Movimento di liberazione delle donne del Kurdistan, di Women Weaving the Future per il confederalismo mondiale delle donne e già di Jineoloji Europa. Il titolo dell’intervento è “La crisi del diritto internazionale e la proposta del confederalismo democratico”. L’intervento di Zilan Diyar porta la prospettiva del movimento curdo sui recenti fatti nel Kurdistan siriano e iraniano, su come quella che Zilan definisce Terza Guerra Mondiale si stia manifestando in Medio Oriente oggi e su come la proposta del confederalismo democratico possa rappresentare un’alternativa allo Stato-nazione in grado di relazionarsi dialetticamente con esso. Il confederalismo democratico creerebbe così spazi e esempi concreti di convivenza pacifica tra popoli ed etnie diverse all’interno dei confini degli stati. Ci sembrava interessante e importante interrogarci sulla crisi del diritto internazionale intesa non solo come punto d’arrivo e distruzione, ma anche come opportunità e possibilità di trasformazione. Abbiamo voluto intervistare una rappresentante del Movimento di liberazione del Kurdistan per avere un punto di vista anticoloniale di genere da parte di un movimento che ormai da vent’anni sviluppa concretamente un modo alternativo di organizzare e pensare la società, rispetto allo Stato-nazione occidentale. Speriamo quindi che possa essere un contributo interessante per docenti, studentesse e studenti e per tutte e tutti coloro che credono che la scuola pubblica sia un luogo di costruzione di una cultura di pace, di una cultura dei diritti universali, ma soprattutto un luogo di sviluppo del pensiero critico e di responsabilità nei confronti del mondo che ci circonda. «ALCUNE NOSTRE PROSPETTIVE CAMBIANO, ALTRE LE MANTENIAMO: NON È CHE SOLO DISTRUGGENDO PUOI COSTRUIRE QUALCOSA DI NUOVO» ZILAN DIYAR. Il Newroz è una festa molto importante per il popolo curdo. Si celebra la rinascita della vita in occasione dell’equinozio di primavera ma, come rivela il detto: «Berxwedan jihan e», non solo. È kurmanji, una delle lingue curde rimaste illegali per decenni, e significa «La resistenza è vita». Al Newroz così si celebra anche la lotta per la liberazione dall’oppressione coloniale e patriarcale, e si ricorda il sacrificio di tutte le persone che hanno dato la vita per questo. Ringraziamo Zilan Diyar e vi auguriamo quindi un buon ascolto, ma anche una buona fine dell’inverno e un buon inizio di un nuovo anno di resistenza. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università Pubblicato anche su www.radioondadurto.org Pubblicato anche su www.pressenza.com. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
L’indipendenza della magistratura per salvare lo Stato di diritto e la pace
La vigilia del voto referendario sull’ordinamento della magistratura rischia di essere coperta dai lampi di guerra e dalle avvisaglie quotidiane di una devastante crisi economica. Mentre si cerca di nascondere sotto il tema della separazione delle carriere la soppressione dell’autonomia degli organi di autogoverno e di disciplina della magistratura, e rimarrà affidata alla maggioranza semplice dell’attuale parlamento la riforma sostanziale delle leggi che riguardano l’ordinamento giudiziario (art.8 delle disposizioni transitorie della riforma), il governo Meloni cerca di ottenere consenso su rilevanti modifiche della Costituzione in nome degli errori che sarebbero stati commessi in passato da singoli giudici, o per abbattere quello che si suole definire come “sistema delle correnti”. Un sistema che è stato denunciato e sanzionato dalla stessa giurisdizione. Si arriva quindi ad attaccare (con il sorteggio) il diritto dei magistrati di scegliersi i loro rappresentanti nel CSM, presidio democratico che i costituenti avevano voluto alla fine della dittatura fascista, e che adesso si vorrebbe frantumare in tre parti. La riforma sulla quale si voterà al referendum, in base a dichiarazioni degli esponenti di governo disseminate negli atti parlamentari, è solo una parte di un disegno più ampio che intende trasferire potere dalla giurisdizione all’esecutivo, come si vorrebbe fare con gli interventi annunciati in materia di esercizio dell’azione penale, il cui ambito andrebbe stabilito dal governo. E poi potrebbe seguire lo sganciamento della polizia giudiziaria dai poteri di impulso delle procure. Ad ogni decisione scomoda per chi governa seguiranno attacchi personali e gogne mediatiche che in un prossimo futuro potrebbero tradursi in procedimenti disciplinari. Comunque vada il voto, gli attacchi ai giudici non allineati agli indirizzi della maggioranza continueranno, in un quadro normativo ancora confuso, tanto che, se la riforma costituzionale andrà a regime, si possono attendere numerosi conflitti di attribuzione che saranno sollevati davanti alla Corte Costituzionale. Di certo non si tratta di ripristinare criteri meritocratici, come sostengono i fautori del Sì alla riforma, semmai il merito sarà stabilito in base al conformismo delle decisioni dei giudici agli orientamenti di chi governa ed incide, attraverso una maggioranza parlamentare inattaccabile, sulla nomina dei componenti del CSM e della nuova Alta Corte di Disciplina. La riforma del sistema disciplinare, al di là della separazione delle carriere, rappresenta il fulcro della riforma costituzionale, che nelle dichiarazioni di diversi esponenti di governo non ha lo scopo di restituire efficienza, o di rendere la giustizia più accessibile ai cittadini, che soffrono continue restrizioni del diritto al patrocinio gratuito e la lunghezza insopportabile dei procedimenti civili, ma mira a riprendere il controllo sugli organi giurisdizionali. Non ci si può fermare ad un testo di riforma costituzionale che prevede una delega completa al governo, attraverso la solida maggioranza parlamentare di cui dispone, per riformulare l’intero ordinamento della magistratura e le regole di funzionamento dei nuovi organi di autogoverno, che dovrebbero essere modellati sulla separazione delle carriere. Magari senza accogliere neppure un emendamento dell’opposizione, come è accaduto per la riforma della magistratura che adesso si sottopone al referendum. Chi sostiene la necessità di limitare il dibattito al testo stringato delle diverse modifiche costituzionali sottoposte a referendum, come molti esponenti dell’avvocatura associata, è in evidente contraddizione con chi, dallo stesso schieramento, sostiene che la magistratura sarebbe un “cancro” del paese, o sarebbe composta da giudici ideologizzati, che anteporrebbero al dovere di applicare la legge (art.101 Cost.) la finalità di contrastare l’azione di governo. Anche la distinzione tra “testo” e “contesto”, come se gli elettori dovessero pronunciarsi solo su un quesito tecnico, peraltro formulato in modo che risente delle contraddizioni interne al testo di riforma, è un espediente per disorientare cittadini che non hanno competenze giuridiche e che in questi ultimi giorni sono bersaglio di una devastante campagna elettorale dei fautori del Sì basata esclusivamente sulla delegittimazione della magistratura. Una modalità di propaganda politica che spaccherà il paese per un tempo molto più lungo dei tempi previsti per la riforma costituzionale. L’indipendenza della magistratura dalla politica è una condizione essenziale per garantire lo Stato di diritto. Che non si limita alle garanzie formali dell’ordinamento democratico, ma che, per effetto degli articoli 2 e 3 della Costituzione, corrisponde ad una tutela rafforzata dei diritti fondamentali, dal diritto alla vita ed alla salute, al diritto al lavoro ed alla unità familiare, dal diritto alla libertà personale alla libertà di manifestazione del pensiero e di associazione nei cd. corpi intermedi, come le organizzazioni non governative. A chi esibisce casi singoli, errori giudiziari come il caso Tortora, o alimenta demagogia su falsi moralismi, come nel caso della cd. “famiglia nel bosco”, che sarà ricevuta da La Russa in Parlamento, si possono opporre centinaia di decisioni dei giudici che, giorno dopo giorno, di fronte a persistenti abusi di Stato o illegittimità istituzionali, hanno garantito i diritti fondamentali a cittadini comuni, ad esempio in materia di tutela ambientale, di diritto alla salute, o di diritto del lavoro, ed anche a persone immigrate, come nel caso delle mancate convalide dei trattenimenti amministrativi nei centri di detenzione per i rimpatri (CPR). Una giurisdizione indipendente garantisce il rispetto del principio di uguaglianza a salvaguardia dei diritti dei soggetti più deboli di fronte agli altri poteri dello Stato. Una giurisdizione indipendente è essenziale anche a livello europeo, mentre si attendono importanti decisioni della Corte di giustizia sulla legittimità della esternalizzazione dei rimpatri, della detenzione amministrativa e delle procedure di asilo in paesi terzi ritenuti “sicuri”. Il ruolo della giurisdizione diventa ancora più importante in un momento in cui l’Unione europea sembra dividersi su tutto, per il ricatto di alcuni paesi sovranisti e nazionalisti, ma sembra trovare un accordo, su forte impulso italiano, su politiche di ulteriore sbarramento delle frontiere. Che adesso sarebbero a rischio per arrivi di massa da paesi in guerra, arrivi che probabilmente non si verificheranno, ma che sono allarmi agitati per diffondere paura e conquistare consensi elettorali in favore dei partiti sovranisti che si candidano ad essere gli unici garanti dell’ordine e della sicurezza. La tenuta dello Stato di diritto è strettamente legata al rispetto del diritto internazionale. Chiunque si schieri con chi viola il diritto internazionale, anche quando si ritenga di intervenire per garantire i traffici commerciali, come quelli attualmente bloccati attraverso lo stretto di Hormuz, rischia di cadere in una spirale senza fine di attacchi, e di guerra ibrida, senza alcun rispetto delle Convenzioni internazionali. Solo la fine del ricorso alle armi, per risolvere le controversie internazionali (art.11 Cost.), ed il superamento del fossile come risorsa energetica dominante, con il ritorno ad una politica basata sul multilateralismo e sul ricorso alle fonti energetiche alternative, possono salvare il genere umano. Perché questa guerra globale, che sta devastando intere regioni del globo non lascerà indenne nessuno. In momenti come questi ritorna cruciale il ruolo della magistratura interna, delle corti europee e della giurisdizione internazionale. Senza l’affermazione della giustizia, a tutti i livelli, non ci sono prospettive di pace. Se Trump ha potuto imporre la sua politica economica, ed adesso la guerra vera in tutto il medio-oriente, e la finta pace, attraverso il Board of Peace, affermando un potere personale immune da qualsiasi controllo giurisdizionale, si deve ad una magistratura che negli Stati Uniti, non ha saputo sanzionare l’attacco sovversivo di Capitol Hill e che oggi fatica ad affrontare i dossier sui rapporti tra Epstein e l’attuale padrone della Casa Bianca. La Corte Suprema ha legittimato numerose aberrazioni dello Stato di diritto perpetrate negli Stati Uniti da agenti istituzionali, salvo un recente ripensamento sull’agenzia ICE che, nel contrasto dell’immigrazione, ha operato allo stesso livello delle bande criminali che doveva combattere, anche a costo di uccidere a freddo civili inermi. Vanno salvaguardate, oltre al diritto internazionale, ormai soppiantato dal diritto della forza, quelle giurisdizioni come la Corte internazionale di giustizia e la Corte penale internazionale, che se non fossero state contrastate in tutti i modi, in Italia, ad esempio sul caso Almasri, dai governi di indirizzo populista e nazionalista, avrebbero potuto portare avanti fino ad una condanna i procedimenti contro i principali responsabili dello stato di guerra permanente che oggi oscura il futuro del mondo. Una condanna che, con adeguate sanzioni a livello internazionale, avrebbe potuto costituire un deterrente di fronte alle politiche basate sulle guerre di aggressione. Basti pensare a Putin e Netanyahu, ed ai loro accoliti, che sono i principali artefici, con gli Stati Uniti di Trump, della guerra in Ucraina e del conflitto in Medio-Oriente che, per effetto degli attacchi innescati da Israele, con il sostegno americano, e delle reazioni dell’Iran, sta bloccando, dopo i trasporti via mare, anche i principali impianti estrattivi, con il collasso economico dell’occidente industrializzato. Non basterà invocare l’intervento delle Nazioni Unite, da parte di chi si è schierato dalla parte dei nemici del multilateralismo, per prospettare soluzioni a guerre che sono soltanto la conseguenza delle politiche economiche imposte dalle destre, e dai potentati economici che le sostengono, a livello mondiale. Il conflitto asimmetrico nell’area del Golfo Persico non avvicina la democrazia in Iran, come non è arrivata la democrazia dopo anni di presenza americana in Afghanistan. La soluzione finale su Gaza, rispetto alla quale l’ONU è stato messo in una condizione di impotenza per effetto dei veti incrociati, rischia adesso di diventare la conferma definitiva della fine del diritto internazionale, per la mancanza di una giurisdizione che riesca a sanzionare i crimini di genocidio e di pulizia etnica. La giurisdizione, internazionale ed interna, viene delegittimata quando sarebbe più necessaria che mai. L’aumento irreversibile della disoccupazione, derivante anche dalle modalità proprietarie del ricorso all’intelligenza artificiale, la criminalizzazione di qualsiasi forma di dissenso, lo svuotamento dei diritti di associazione e di partecipazione, la negazione dei diritti sociali, segneranno una stagione di conflitti crescenti tra singoli cittadini, associazioni, corpi collettivi, comunità locali, ed autorità statali. La crisi economica devastante che si profila all’orizzonte, senza un ruolo effettivo dei controlli giurisdizionali, non deve risolversi nell’ennesima guerra tra poveri, a tutto vantaggio dei governi che ne sono i principali responsabili. Ed è adesso che deve intervenire una giurisdizione davvero indipendente dal potere politico, garanzia della certezza del diritto e del riconoscimento effettivo dei diritti fondamentali. In questa direzione, oltre al voto referendario per il No alla riforma costituzionale targata Nordio, sarà necessario l’agire quotidiano di tutte le forze che si stanno riaggregando in difesa dello Stato di diritto e della Costituzione democratica. Oggi sul referendum in materia di giustizia, domani nella prospettiva di un nuovo governo del paese, con un diverso ruolo in Europa e nel mondo. Perché il diritto della forza non prevalga sulla forza del diritto. Fulvio Vassallo Paleologo
March 20, 2026
Pressenza
Dichiarazione di IALANA sulla violazione del Diritto Internazionale
 Dichiarazione dell’Associazione Internazionale degli Avvocati contro le Armi Nucleari 1 19 marzo 2026 Il bombardamento dell’Iran da parte degli Stati Uniti e di Israele viola chiaramente le norme fondamentali del diritto internazionale. Viola la sovranità dell’Iran, in contrasto con l’articolo 2(4) della Carta delle Nazioni Unite che proibisce la minaccia o l’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato. Non vi è alcun argomento plausibile che gli Stati Uniti e Israele stiano agendo per legittima difesa contro un attacco imminente. Né il cambio di regime costituisce una giustificazione accettabile per l’uso della forza, poiché è in diretto contrasto con l’obbligo di rispettare l’indipendenza politica degli Stati. È vero che il regime iraniano si è reso colpevole di massicce violazioni dei diritti umani nel corso degli anni, compreso l’uccisione di migliaia o decine di migliaia di manifestanti nel gennaio 2026. Tuttavia, l’intervento umanitario, che può comportare l’uso della forza a danno dei civili, può essere giustificato, se mai lo fosse, solo per fermare un massacro di massa in corso o imminente2. Questa non è la situazione attuale in Iran, né gli attacchi statunitensi/israeliani sono limitati all’obiettivo di prevenire massicce violazioni dei diritti umani e non sono stati autorizzati dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite o dalla comunità internazionale su tale base. Gli attacchi non sono quindi coerenti, né nella lettera né nello spirito, con la responsabilità di proteggere i principi espressi dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nella sua risoluzione del 2005 sul World Summit Outcome3. È sorprendente che l’amministrazione Trump non abbia compiuto alcun sforzo concreto per ricorrere a meccanismi multilaterali o invocare il diritto internazionale. In particolare, né gli Stati Uniti né Israele hanno compiuto alcuno sforzo per portare la situazione all’attenzione del Consiglio di Sicurezza. Ai sensi del capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite, il Consiglio di sicurezza ha il potere di adottare misure, compreso l’uso della forza, in caso di minaccia alla pace, una violazione della pace o un atto di aggressione. Sia con le sue azioni che con il suo disprezzo per il diritto internazionale, l’amministrazione Trump sta accelerando l’erosione delle regole fondamentali relative all’uso della forza, in atto da quasi trent’anni dopo la fine della Guerra Fredda. L’erosione dell’ordinamento giuridico che limita l’uso della forza armata è stato un processo lungo, scandito nel XXI secolo da shock sempre più frequenti causati da guerre su larga scala lanciate dalle grandi potenze con sempre minore rispetto per il diritto e per le istituzioni internazionali. La prima di queste è stata l’invasione statunitense dell’Iraq nel 2003. A differenza dell’amministrazione Trump, l’amministrazione di George W. Bush ha almeno cercato di fornire una giustificazione giuridica internazionale per l’invasione dell’Iraq, ma ha fondato la sua argomentazione su menzogne. Poi ci sono state l’annessione russa della Crimea nel 2014 e la sua invasione su vasta scala dell’Ucraina nel 2022, entrambe prive di qualsiasi seria giustificazione dal punto di vista del diritto internazionale. Ci sono stati altri casi di aggressione in questo secolo, come la recente operazione militare statunitense per rapire il presidente del Venezuela. Ma le azioni degli Stati Uniti in relazione all’Iraq, quelle della Russia in Ucraina e i bombardamenti statunitensi/israeliani sull’Iran si distinguono come particolarmente gravi nell’erosione delle regole sull’uso della forza. Per quanto riguarda il programma nucleare iraniano, prima del bombardamento non era in una fase di sviluppo tale da fornire alcuna base per una rivendicazione di autodifesa. In generale, da molti anni sembra che l’Iran disponga di una capacità di arricchimento dell’uranio in parte per preservarsi la possibilità di acquisire armi nucleari in futuro, ma non aveva preso la decisione di farlo. Ed è stato proprio il governo degli Stati Uniti, durante la prima amministrazione Trump, a ritirarsi unilateralmente dal Piano d’azione congiunto globale del 2015, un accordo internazionale negoziato con grande fatica che imponeva restrizioni efficaci e verificabili sul programma nucleare iraniano. Le discussioni sul programma iraniano generalmente non affrontano il fatto che Israele possiede un robusto arsenale nucleare. A lungo termine non è pratico consentire ad alcuni Stati di possedere armi nucleari e negarle ad altri. Il modo più diretto per affrontare i problemi posti dalla proliferazione delle armi nucleari, come nel caso della Corea del Nord, o dalla loro potenziale proliferazione, come nel caso dell’Iran, è quello di procedere rapidamente verso l’abolizione globale delle armi nucleari. Ciò soddisferebbe l’obbligo universale di realizzare il disarmo nucleare per come riconosciuto dalla Corte internazionale di giustizia nel suo parere consultivo del 1996 basato sull’articolo VI del Trattato di non proliferazione nucleare e su altre norme di diritto internazionale4. Un altro modo, almeno parziale, è quello di creare nuove zone regionali libere da armi nucleari, che ora esistono in America Latina e nei Caraibi, nel Pacifico meridionale, nel Sud-Est asiatico, in Africa e in Asia centrale. Questo approccio è stato effettivamente tentato in Medio Oriente. Nel contesto del Trattato di non proliferazione nucleare e delle Nazioni Unite, sono stati compiuti seri sforzi per avviare negoziati per la zona mediorientale, con la partecipazione volontaria dell’Iran. Tuttavia, Israele e gli Stati Uniti hanno boicottato questi sforzi. Ciò compromette gravemente la legittimità della loro posizione, poiché sostengono di agire per fermare la minaccia del programma nucleare iraniano. Quale dovrebbe essere la risposta a questi sviluppi? In primo luogo, il bombardamento dell’Iran dovrebbe essere condannato come aggressione illegale e le regole fondamentali della Carta delle Nazioni Unite dovrebbero essere difese, con l’obiettivo almeno di preservarle per il futuro. In secondo luogo, si dovrebbe riconoscere che il mondo sta attraversando una grande trasformazione caratterizzata dalla rinascita del nazionalismo autoritario, con fazioni etnico-nazionaliste al potere o che costituiscono forze politiche significative in molti paesi, compresa la maggior parte, se non tutti, gli Stati dotati di armi nucleari. È necessario essere realistici riguardo alla natura della sfida, nonché adottare un nuovo modo di pensare e trovare forme innovative di advocacy e politica per un mondo più equo, democratico, pacifico e post-nazionalista. 1 Questa dichiarazione si basa su una dichiarazione rilasciata dalla Western States Legal Foundation, affiliata all’IALANA, intitolata “Il bombardamento dell’Iran da parte degli Stati Uniti e di Israele: un caso di studio sul disprezzo del diritto internazionale”, 3 marzo 2026. 2 Cfr. la dichiarazione del Comitato degli avvocati sulla politica nucleare, Ufficio delle Nazioni Unite dell’IALANA, “Attacchi militari condotti dagli Stati Uniti e da Israele contro la Repubblica islamica dell’Iran: pericolose implicazioni per il diritto internazionale”, 4 marzo 2026. 3 A/RES/60/1, paragrafi 138-139, 16 settembre 2005. 4 Legalità della minaccia o dell’uso delle armi nucleari, parere consultivo, 1996 I.C.J. 226, ¶¶ 98-103 (8 luglio). IALANA - International Association Of Lawyers Against Nuclear Arms
March 19, 2026
Pressenza
Board of Peace: Micaela Frulli, prof.ssa di diritto internazionale
Insieme a una compagna del Team Legale della Sumud Flotilla e a Micaela Frulli, professoressa dell'università di Firenze di Diritto Internazionale, parliamo del Board Of Peace. Il 17 novembre il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite approva la Risoluzione Onu 2803, nonché il piano di pace proposto da Trump sulla vita delle persone palestinesi. Gli unici due voti astenuti sono di Cina e Russia, i quali avrebbero potuto mettere il veto ma hanno preferito astenersi. Di cosa si parla in questa risoluzione? Non si parla di oltre 2 anni di genocidio, non sono messi al centro i/le palestinesi, la ricostruzione non la paga Israele bensì la banca mondiale e gli altri Stati. Di cosa tratta la risoluzione e il board of peace ne parliamo con l'aiuto della compagna e della professoressa, che ci aiutano a fare chiarezza sul contenuto ma anche di contestualizzare il processo entro cui si afferma questo nuovo organo sovranazionale. Il board of peace affianca l'Onu oppure lo scavalca?  Si tratta di uno dei due approfondimenti che verrà fatto dai microfoni di Radio Onda Rossa, il secondo avrà una sguardo più geografico e spaziale sulla ricostruzione di Gaza.  
February 26, 2026
Radio Onda Rossa