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Dossier BDS “Scuole e industria militare: forme e dispositivi della complicità con il genocidio. Il caso di Roma”
Rilanciamo con piacere il dossier, intitolato “La scuola di Leonardo” e curato da BDS Roma (clicca qui), il quale analizza criticamente il legame tra il sistema d’istruzione pubblico e l’industria militare, concentrandosi sul caso specifico di Roma e provincia e sul ruolo della multinazionale della difesa Leonardo S.p.A. Come da tempo l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università denuncia, anche il movimento BDS contesta a Leonardo il coinvolgimento commerciale e industriale con l’apparato militare israeliano, specialmente in relazione alle operazioni nella Striscia di Gaza (es. fornitura di cannoni navali OTO Melara, velivoli M-346, e rimorchi pesanti). Secondo il dossier, i programmi scientifici, didattici e le iniziative STEM proposti nelle scuole servono all’azienda per ripulire la propria immagine pubblica e normalizzare l’economia di guerra e i dispositivi di controllo sociale agli occhi delle nuove generazioni, una sorta di pernicioso Social e Peace Washing. Viene denunciato, inoltre, il passaggio della scuola pubblica a un paradigma neoliberale in cui l’istruzione è subordinata alle esigenze di mercato (“capitale umano”). L’aziendalizzazione e la militarizzazione scolastica sostituiscono lo sviluppo del pensiero critico con la formazione di competenze immediatamente spendibili nell’industria bellico-tecnologica. L’inchiesta, condotta tramite un’analisi sistematica dei siti web istituzionali (SWDA), ha mappato la capillarità di Leonardo nelle scuole di Roma ed è risultato che: * Scuole secondarie di II grado: Su 125 istituti statali analizzati a Roma, ben 19 (il 15,2%) presentano collaborazioni formali con Leonardo o con la Fondazione Leonardo. Le interazioni avvengono tramite percorsi di Formazione Scuola Lavoro (FSL / ex PCTO), orientamento e progetti STEM. * Il caso del “Liceo Digitale”: All’IIS Carlo Matteucci di Roma è stata attivata dal 2022 una sperimentazione curricolare strutturata in cui esperti di Leonardo co-progettano i programmi ed entrano direttamente in classe nel quinquennio scolastico per insegnare intelligenza artificiale, machine learning e Python. * Centri di Formazione Professionale (CFP): È emerso un accordo formale e continuativo (rinnovato dal Sindaco Metropolitano a inizio 2024) con il CMFP di Acilia per un corso triennale gratuito in Cybersecurity, integrato da stage nell’azienda. * Editoria scolastica: Viene evidenziata la partnership tra Fondazione Leonardo e la piattaforma digitale HUB Scuola (Gruppo Mondadori), che distribuisce video-lezioni di esperti Leonardo usate nella didattica ordinaria di tutta Italia. Gli autori segnalano che il quadro descritto rappresenta solo la punta dell’iceberg. Molti eventi e accordi vengono gestiti tramite canali interni e non pubblicamente rendicontati nei siti web delle scuole. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università è al fianco di BDS nel mettere in atto campagne di boicottaggio. Il dossier supporta, infatti, azioni di collettivi studenteschi e reti sindacali (come Docenti per Gaza o RUP) per spingere gli istituti e la Città Metropolitana di Roma all’interruzione di qualsiasi accordo duale e alternanza scuola-lavoro con l’industria delle armi, richiamando l’Articolo 11 della Costituzione. Scarica qui il dossier in pdf. la scuola di Leonardo – dossier_web3Download Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
#stopthegenocideingaza🇵🇸 Crociere, #Armi e Affari di Stato Le rotte complici di #MSC da Gioia Tauro al nuovo terminal di #Messina di Antonio Mazzeo #bds Un terminal croceristico a Messina, a poche centinaia di metri dal Palazzo municipale, dalla Cattedrale e dal Campanile con l’orologio astronomico più grande al mondo, per far sbarcare nel capoluogo dello Stretto fino a un milione di “turisti” all’anno. https://antoniomazzeoblog.blogspot.com/2026/07/crociere-armi-e-affari-di-stato.html
July 31, 2026
Antonio Mazzeo
Sanitaricidio, genocidio, Palestina: una serata per parlarne
Mercoledì alle 20.45 nel Teatro San Carlo di Casalborgone, siamo al confine tra la provincia di Torino e quella di Asti, si è tenuto l’incontro “Sulla rotta per Gaza: dall’attivismo alle missioni umanitarie”. Occasione motrice dell’organizzazione, la liberazione di Dina Alberizia del Conviy, il convoglio di terra della Global Sumud Flotilla, detenuta per un mese insieme ad altri dieci attivisti in Libia, rientrata con la consapevolezza di dover parlare, far conoscere questa situazione, metterla a disposizione. L’evento è stato organizzato dalla pro loco di Casalborgone in collaborazione con l’amministrazione comunale e ha visto una bella partecipazione. Oltre Dina, che avevamo già incontrato qui, hanno partecipato Maria Elena Delia portavoce italiana della Global Sumud Flotilla, Irdi Memaj di Emercency rientrato un mese fa dalla Striscia, Chiara Panzacchi di Sanitari per Gaza e il gruppo Castelnuovo per la Palestina. Ha chiuso l’evento la proiezione del documentario: GAZA: DOCTORS UNDER ATTACK, l’indagine sulla distruzione sistematica del sistema sanitario della Striscia operata colpendo parimenti strutture e operatori. Sono 74 minuti che ripercorrono ciò che è avvenuto nella Striscia di gaza dal 7 ottobre 2023 fino a inizio 2025. Poco più di un’ora che sono come tanti pugni. Non è la storia di una guerra, è la storia di un genocidio pianificato anche sul lungo termine. Demolendo le strutture ospedaliere si toglie la possibilità di curare nell’immediato, uccidendo il personale sanitario si rende difficile curare per molti più anni perché non ci sarà nessuno in grado di farlo. Il sistema di aggressione usato è stato quasi sempre lo stesso: prima viene colpita la zona intorno all’ospedale, la struttura si riempie di persone, feriti e familiari, a questo punto parte l’attacco verso la struttura stessa, con l’ingresso diretto delle forze armate all’interno degli ospedali per rintracciare i tunnel sotterranei, nascondiglio di Hamas. Questo modalità ha portato a moltissimi arresti e uccisioni e la chiusura della struttura stessa tanto che prima del 7 ottobre 2023 erano presenti 36 ospedali ridotti a 9 nel pieno della cruenza aggressiva dell’Idf. In alcuni casi i medici sono stati deliberatamente presi di mira anche al di fuori della struttura sanitaria. Le persone arrestate venivano poi condotte nei centri di detenzione israeliane dove la quotidianità è violenza e sopruso abituale. Questo è quel che sta patendo il dottor Hussam Abu Safiya. Pediatra e direttore dell’ospedale Kamal Adwan è stato arrestato il 27 dicembre 2024. Anche a lui si fa riferimento nel documentario, da allora è ancora trattenuto ma le notizie sono poche e quelle poche per nulla positive. La distruzione volontaria e sistematica del sistema sanitario e dei suoi operatori è quello che Chiara Panzacchi di Sanitari per Gaza ci dice essere stata denominata Sanitaricidio. Com’è adesso la situazione nella Striscia? La tregua è finta ma la situazione è ancora gravissima. lo racconta Irdi Memaj il dottore del Papa Giovanni di Bergamo che ha lavorato con Emergency nella striscia ed è recentemente rientrato. A Gaza Emergency è presente dall’agosto del 2024 e gestisce la clinica di salute primaria ad al-Qarara, dove ha lavorato il dottor Irdi, e attività di supporto all’Ambulatorio di al-Mawasi Il dottor Memaj ha definito quello che si vive adesso a Gaza un “conflitto a bassa intensità”, non pace. La Striscia è un fazzoletto di terra: sono 40 km di lunghezza con una larghezza che va dai 6 ai 12 km, piccola ma densamente popolata anche dopo le migliaia di morti provocati da continui attacchi e bombardamenti. Tra l’altro la popolazione avrebbe avuto diritto al 50% del territorio ma Israele sta continuamente rosicchiando questo limite e attualmente sono al 70% di occupazione. Le case sono quasi completamente distrutte, le tende ovunque, mancano bagni ed elettricità. La vita quotidiana dei gazawi è una continua lotta, contro i bombardamenti, e una continua coda, per i beni di prima necessità. Ci si mette in fila per il cibo, per l’acqua da bere e per l’acqua con cui lavarsi. L’acqua manca la quantità disponibile pro capite è ben al di sotto la soglia minima stabilita. Nonostante questo non si riescono ad avere i pezzi di ricambio per ripristinare gli impianti di desalinizzazione, molti dei quali andati distrutti. Le attività produttive sono interrotte, il lavoro così come possiamo intenderlo noi, inesistente. Il 40% dei pazienti della clinica è sotto i 14 anni. Il 10% dei bambini tra i 6 mesi e i 5 anni sono malnutriti. Oltre le ferite dovute a bombe e proiettili un grosso problema è la mancata possibilità di cura di patologie che in altri luoghi sarebbero curabili. Il dottor Memaj ha voluto ricordare il caso di una giovane di 18 anni Yasmine affetta da una grave forma di polmonite. La clinica di Emergency la sera chiude. Effettuato il trasferimento in ospedale, a breve arrivò la notizia del bombardamento della struttura. Cosa è successo a Yasmine? Il dottore non lo ha raccontato. Ha raccontato però un altro frammento di quotidianità che ha vissuto a Gaza. Cosa succede prima di un bombardamento? Viene emesso un ordine di evacuazione: tra i 15 minuti e le due ore si deve abbandonare la zona interessata, dopo il bombardamento si può tornare e vedere se la propria casa è rimasta in piedi. Alcuni colleghi gazawi non vanno più via, gli ordini di evacuazione sono talmente frequenti che, esasperati, non scappano neppure più. Cosa possiamo fare, noi europei, di fronte a tutta questa violenza? Per rispondere torniamo all’inizio dell’incontro e alla testimonianza di una persona che a questa domanda una risposta l’ha data. Dina Alberizia ha partecipato alla spedizione via terra della Global Sumud Flotilla, insieme ad attivisti provenienti da otto nazioni diverse. Dovevano attraversare la Libia ma sono stati fermati. Una piccola delegazione, dieci di loro tra cui Dina Alberizia e Domenico Centrone, si era mossa per  provare a mediare un accordo con il governo locale in quanto spedizione umanitaria, in teoria difesa dal diritto internazionale. Sono invece stati arrestati e trattenuti per un mese in una struttura dei servizi segreti. I beni di prima necessità che trasportavano sono ancora fermi là, in Libia. Dina ha raccontato che sono stati trattati da “detenuti privilegiati”, non avendo subito tortura fisica. Però la spedizione umanitaria è stata bloccata, indifferenti alla protezione prevista dal diritto internazionale. Proprio questa è una delle cose più gravi che stanno avvenendo. Sta vincendo la legge del più forte, ma se, con il nostro silenzio avvalliamo questo stato di cose, perdiamo tutto il lavoro fatto dalla conclusione della seconda Guerra Mondiale. Oggi la legge del più forte sta prevaricando un’intera popolazione in Palestina, domani potrà accadere in qualunque altra parte del mondo. Per mobilitarsi non è necessario partire e viaggiare su un convoglio via mare o terra. La partecipazione in qualcunque forma è importante, anche nelle cose più piccole, tutte valgono nello stesso modo. Possiamo farlo tutti e tutte, tutto serve. Si può partire, si possono sostenere le realtà che collaborano con chi porta aiuti in queste zone, partecipando alle iniziative di proteste e soprattutto boicottando tutto ciò che con l’economia di guerra guadagna e prospera. Un esempio è il boicottaggio dei prodotti dell’azienda farmaceutica Teva, un colosso che produce farmaci generici venduti in ogni parte del mondo. Teva sostiene apertamente i militari dell’IDF, offrendo sostegno psicologico e supporto. Tra le realtà che sostengono i palestinesi e presenti alla serata, oltre a Emergency c’era anche il gruppo Castelnuovo per la Palestina. Alcuni attivisti dell’associazione hanno presentato la loro mission: “diffondere la cultura e la storia palestinesi”. Per farlo sostengono la comunità di Sebastia, vicino Nablus in Cisgiordania. Ritrovano una somiglianza tra quel paese e il loro, numero di abitanti sui 3500, attività agricole, anche la presenza di una personalità religiosa, Don Bosco qui, a Sebastia fu sepolto Giovanni il Battista. Spesso organizzano momenti d’incontro tra le loro comunità, cercando di aiutarli a superare le difficoltà di un’aumentata aggressività dei coloni: hanno mandato piantine per le coltivazioni che la non riuscivano a reperire, hanno mandato kit di automedicazione e adesso stanno cercando di mandare materiali non infiammabili essendo il fuoco uno degli strumenti più utilizzati dai coloni per attaccarli. Per questo hanno sempre aperta una raccolta fondi organizzando anche momenti diretti di sensibilizzazione. * Per maggiori informazioni sulla Global Sumud Flotilla a livello globale qui: per la delegazione italiana qui: e per il gruppo piemontese: mail: globalsumudit_piemonte@proton.me * Per maggiori informazioni sul gruppo di Castelnuovo Don Bosco: Instagram: @castelnuovoperlapalestina Mail: castelnuovoperlapalestina@proton.me * Per maggiori informazioni sul BDS Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni per il popolo palestinese, anche in merito all’azienda Teva Gruppi locali e associazioni aderenti a BDS Italia – tabella – BDS Italia * Per informazioni relative al gruppo Sanitari per Gaza: https://www.instagram.com/sanitari.per.gaza?igsh=dTh0ZTk4NHI0N21x * Per il dottor Hussam Abu Safiya è attiva la raccolta firme di Amnesty International. Gaza: libertà per il dottor Hussam Abu Safiya – Appelli – Amnesty International Italia Sara Panarella
July 25, 2026
Pressenza
Solidarietà al Decumani Hotel de Charme” di Napoli
Esprimiamo la nostra piena solidarietà al “Decumani Hotel de Charme” di Napoli, aderente alle campagne BDS “Spazi Liberi dall’Apartheid Israeliana” (SPLAI) e  “No Room for Genocide”, finito al centro di una  serie di azioni diffamatorie dopo che alcuni media israeliani hanno dato risalto alla decisione di una turista israeliana di cancellare la propria prenotazione presso la struttura.Dopo aver ricevuto il messaggio automatico di benvenuto inviato dall’hotel, la turista ha optato volontariamente per la disdetta. Nel messaggio la struttura dichiarava la propria adesione alla campagna internazionale “No Room for Genocide“, ribadiva “il proprio impegno per la libertà e i diritti umani delle comunità vittime di razzismo, discriminazione e oppressione” ed esprimeva il proprio benvenuto “ai palestinesi, ai rifugiati e a tutte le persone che resistono pacificamente all’oppressione nel perseguimento dei diritti riconosciuti dal diritto internazionale”. Va sottolineato che la struttura non ha rifiutato una prenotazione, né discriminato in alcun modo i potenziali clienti, ma siamo di fronte a una rinuncia unilaterale da parte della cliente. È bastato questo perché il “Decumani Hotel de Charme” diventasse bersaglio di una campagna diffamatoria. La struttura ha denunciato false prenotazioni, recensioni “fake” pubblicate da persone che non hanno mai soggiornato nell’hotel e tentativi di danneggiamento all’attività. Questi attacchi confermano come l’accusa di antisemitismo venga troppo spesso utilizzata per colpire chi sostiene i diritti del popolo palestinese. Non è la prima volta che accade: in Italia e in altri Paesi, realtà che aderiscono alle campagne promosse dal BDS sono periodicamente oggetto di denigrazione e discredito con l’obiettivo di scoraggiare ogni forma di azione non-violenta e solidarietà con la causa palestinese. La campagna “No Room for Genocide”, così come la rete degli Spazi SPLAI, si fondano sui principi di uguaglianza, giustizia e rispetto del diritto internazionale. Le campagne si basano sui principi del movimento BDS che sostiene la parità di diritti per tutt* e pertanto si oppone ad ogni forma di razzismo, fascismo, sessismo, antisemitismo, islamofobia, discriminazione etnica e religiosa. Criticare le politiche di uno Stato o denunciare un genocidio non significa discriminare un popolo o una comunità religiosa. Rinnoviamo la nostra piena solidarietà al “Decumani Hotel de Charme”, al proprietario e ai dipendenti.  Lo stesso sostegno va a tutte le strutture che, come questa, hanno il coraggio di esporsi pubblicamente in difesa dei diritti del popolo palestinese e del diritto internazionale, nonostante le pressioni e le ritorsioni che questo comporta. BDS ITALIA BDSItalia
July 9, 2026
Pressenza
Sanitari per Gaza Emilia-Romagna mappa i rapporti economici tra la Regione e il gruppo Teva
Sanitari per Gaza Bologna ci racconta di un loro progetto che, insieme a BDS, nel contesto della campagna di boicottaggio TEVA, si concentra su una mappatura degli appalti pubblici vinti dall’azienda. Teva è la più grande azienda per fatturato israeliana, complice del genocidio in corso e che beneficia direttamente dell’occupazione in Cisgiordania. È una grande azienda produttrice di farmaci generici che partecipa agli appalti pubblici anche in Italia. 80% dei farmaci che propone sono generici (ovvero che non hanno più un brevetto) e che quindi potrebbero essere tranquillamente forniti da altre aziende farmaceutiche. Nella campagna di boicottaggio si sottolinea quindi come potrebbero essere inserite clausole etiche nelle gare d’appalto, che permettano di evitare che aziende come Teva vengano finanziate con soldi pubblici. Di fronte all’immobilismo della politica istituzionale, la mappatura espone le responsabilità della Regione e quantifica queste relazioni economiche. In Emilia-Romagna dal 2015 al 225 sono stati aggiudicati 115 milioni di euro a Teva Italia. Parte di questi soldi (95 milioni di euro) erano sotto completo controllo della Regione, perché spesi da aziende direttamente dipendenti dalla sua amministrazione. In questo approfondimento, Sanitari per Gaza Bologna ci spiega anche, al livello metodologico, come sono stati reperiti questi dati (accessibili a tuttx). Questo tipo di studio può essere riprodotto anche in altre zone d’Italia, per dotarci di un numero sempre maggiore di strumenti, costruire una piattaforma rivendicativa precisa e andare ad inchiodare i decisori politici di fronte alle loro responsabilità. Qui anche il fascicolo della mappatura: https://bdsitalia.org/index.php/teva-notizie/3023-mappatura-appalti-pubblici-rer
Sanitari per Gaza Emilia-Romagna mappa i rapporti economici tra la Regione e il gruppo Teva
Sanitari per Gaza Bologna ci racconta di un loro progetto che, insieme a BDS, nel contesto della campagna di boicottaggio TEVA, si concentra su una mappatura degli appalti pubblici vinti dall’azienda. Teva è la più grande azienda per fatturato israeliana, complice del genocidio in corso e che beneficia direttamente dell’occupazione in Cisgiordania. È una grande azienda produttrice di farmaci generici che partecipa agli appalti pubblici anche in Italia. 80% dei farmaci che propone sono generici (ovvero che non hanno più un brevetto) e che quindi potrebbero essere tranquillamente forniti da altre aziende farmaceutiche. Nella campagna di boicottaggio si sottolinea quindi come potrebbero essere inserite clausole etiche nelle gare d’appalto, che permettano di evitare che aziende come Teva vengano finanziate con soldi pubblici. Di fronte all’immobilismo della politica istituzionale, la mappatura espone le responsabilità della Regione e quantifica queste relazioni economiche. In Emilia-Romagna dal 2015 al 225 sono stati aggiudicati 115 milioni di euro a Teva Italia. Parte di questi soldi (95 milioni di euro) erano sotto completo controllo della Regione, perché spesi da aziende direttamente dipendenti dalla sua amministrazione. In questo approfondimento, Sanitari per Gaza Bologna ci spiega anche, al livello metodologico, come sono stati reperiti questi dati (accessibili a tuttx). Questo tipo di studio può essere riprodotto anche in altre zone d’Italia, per dotarci di un numero sempre maggiore di strumenti, costruire una piattaforma rivendicativa precisa e andare ad inchiodare i decisori politici di fronte alle loro responsabilità. Qui anche il fascicolo della mappatura: https://bdsitalia.org/index.php/teva-notizie/3023-mappatura-appalti-pubblici-rer
July 5, 2026
Radio Blackout
La finanza è complice del genocidio palestinese, boicotta le banche
 Bds Italia promuove la campagna Banche complici, un'iniziativa di pressione focalizzata su tre grandi banche, UniCredit, IntesaSanpaolo e BNL BNP Paribas - anche se gli istituti coinvolti sono molti di più - che registrano il maggior coinvolgimento in operazioni che supportano la colonizzazione, l'apartheid, lo sfollamento e il genocidio nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania. Presentiamo la campagna con un'attivista di Bds Roma
July 3, 2026
Radio Onda Rossa
Le linee guida del Movimento BDS contro la normalizzazione spiegate
A causa della crescente richiesta di una migliore comprensione delle linee guida anti-normalizzazione da parte dei non arabofoni negli ultimi anni, presentiamo qui di seguito i punti più importanti. Quando si presentano casi sospetti di normalizzazione, consigliamo ai partner internazionali del BDS di contattare il BNC o il PACBI, per darci la possibilità di esaminare questi casi e offrire la nostra consulenza sulla base delle linee guida del BDS e della nostra esperienza, sviluppata nel corso di oltre 15 anni, e in conformità con il nostro mandato da parte delle entità che rappresentano la maggioranza assoluta della società palestinese.  (1) Definizione di normalizzazione del Comitato nazionale palestinese per il BDS  Normalizzazione, tatbee' in arabo, significa trattare o presentare qualcosa che è intrinsecamente anormale, come l'oppressione e l'ingiustizia, come se fosse normale. La normalizzazione delle relazioni con Israele e dell’operato di Israele è quindi l'idea di far sembrare normali l'occupazione, l'apartheid e il colonialismo d’insediamento invece di sostenere la lotta condotta dal popolo palestinese autoctono per porre fine alle condizioni e alle strutture anormali di oppressione. Un principio chiave alla base del lavoro anti-normalizzazione è che si tratta di una tattica interamente basata su considerazioni etiche e politiche che sono in perfetta armonia con il rifiuto del movimento BDS di tutte le forme di razzismo e discriminazione razziale. Contrastare la normalizzazione è un mezzo per resistere all'oppressione, ai suoi meccanismi e alle sue strutture.  (2) Che cos'è esattamente la normalizzazione?  Nel 2007, il Comitato nazionale palestinese per il BDS (BNC), la più ampia coalizione palestinese alla guida del movimento BDS globale, ha adottato per consenso la seguente definizione di ciò che costituisce la normalizzazione e ha stabilito le linee guida per contrastarla:  La normalizzazione è la partecipazione a qualsiasi progetto, iniziativa o attività, locale o internazionale, che riunisca (sulla "stessa piattaforma" (1)) palestinesi (e/o arabi) e israeliani (individui o istituzioni) senza soddisfare le due condizioni seguenti:  1)  La parte israeliana deve riconoscere pubblicamente i diritti inalienabili del popolo palestinese affermati dalle Nazioni Unite e definiti nell'appello del BDS del 2005 (2), e  2)l'attività congiunta deve costituire una forma di co-resistenza contro il regime israeliano di occupazione, colonialismo e apartheid. 
GLOBAL ECHO: UN PRODOTTO AGRICOLO SU 5 ESPORTATO DA ISRAELE IN UNIONE EUROPEA PROVIENE DA COLONIE ILLEGALI
Un’inchiesta di Global Echo, ONG specializzata in violazione dei diritti umani in Palestina, ha dimostrato come lsraele aggiri alcune disposizioni dell’accordo di associazione siglato con l’Ue nel 2000. Secondo quanto documentato, beni e servizi prodotti negli insediamenti nei Territori occupati, inclusi quelli riconducibili a coloni oggetto di sanzioni europee, verrebbero esportati nell’Unione europea beneficiando dei regimi tariffari preferenziali riservati ai prodotti originari di Israele. Secondo il rapporto su oltre 5.900 spedizioni israeliane di agrumi, datteri, tahina e altri prodotti agricoli esportati in Europa negli ultimi 8 anni (2017-2026), 1 spedizione su 6 (17,2%) proveniva dagli insediamenti illegali israeliani. Tra le spedizioni destinate specificamente all’Ue, la percentuale sale a 1 su 5 (19,2%). Queste le conclusioni di un’inchiesta di quattro anni dell’organizzazione Global Echo che “rivela per la prima volta i meccanismi attraverso i quali prodotti agricoli provenienti dagli insediamenti israeliani, per un valore di milioni di euro, entrano illegalmente nei mercati europei”, beneficiando irregolarmente di un trattamento fiscale preferenziale, possedendo certificazioni biologiche e fitosanitarie non valide e recando l’etichetta ‘Product of Israel’. E a causa della diffusa tendenza a occultare l’origine dei prodotti, è probabile che la reale portata del fenomeno tra le esportazioni agricole sia superiore. Il commento di Sandra Cangemi di BDS Italia che si occupa di relazioni con la GDO e il commercio equo e solidale Ascolta o scarica 
June 10, 2026
Radio Onda d`Urto
Nessun porto per il genocidio: la nuova campagna “Block the boat” di BDS
L’embargo militare nei confronti di Israele è la prima e più importante sanzione che la società civile palestinese, raccolta sotto la sigla BDS, richiede da anni. Il movimento si muove intervenendo sulla logistica, individuando i carichi di morte verso Israele e bloccandoli. È quello che è successo negli scorsi mesi in due porti italiani: Gioia Tauro e Cagliari. L’allarme è partito il 13 marzo scorso quando BDS Italia a nome della campagna Block the Boat, ha allertato sul transito di container dal porto di Gioia Tauro sospettati di contenere acciaio balistico per l’industria militare israeliana. La segnalazione, arrivata dalla campagna internazionale No Harbour for Genocide, indicava che questi container erano parte di una spedizione di materiale d’armamento prodotto dall’azienda indiana RL Steels & Energy Ltd di Aurangabad e destinato all’azienda bellica IMI Systems, in Israele. Il vettore è la Mediterranean Shipping Company (MSC), leader mondiale del trasporto marittimo e delle crociere accusato di avere un ruolo chiave nel rifornire il sistema bellico israeliano. Diverse navi della MSC hanno caricato i container al porto di Nhava Sheva in India, per fare scalo nei porti di diversi Paesi e raggiungere la destinazione finale in Israele. La catena di approvvigionamento dell’industria bellica israeliana è stata però interrotta grazie alla mobilitazione del movimento BDS in tutto il Mediterraneo, dalla Spagna alla Turchia, e da gruppi e movimenti locali uniti da un messaggio forte e chiaro: «Fermiamo il transito di armi dai porti». Il primo fermo per ispezione è avvenuto il 14 marzo, quando, su segnalazione del BDS, l’agenzia delle dogane e la guardia di finanza di Gioia Tauro hanno fatto sbarcare i primi 5 container dalla MSC Lucy; a questi si sono poi aggiunti altri 3 container fatti scendere dalla MSC Siena, giunta al porto pochi giorni dopo, e già oggetto di interrogazioni parlamentari in Portogallo. Eppure, di questi fermi si è saputo solo dopo che la deputata del M5S Anna Laura Orrico si è recata di persona al porto il 18 marzo. L’ispezione ha confermato la presenza nei container di acciaio dual-use (doppio uso civile e militare) e la mancanza della dovuta richiesta di autorizzazione all’UAMA (Unità per le Autorizzazioni dei Materiali d’Armamento) che è stata oggetto dell’interrogazione parlamentare presentata dalla deputata Stefania Ascari, sempre del M5S. Stessa sorte è toccata il 26 marzo ad altri 11 container, parte della stessa spedizione internazionale, giunti nel porto di Cagliari con la nave MSC Vega dopo che a questa era stato negato il permesso di trasbordare in Pireo, Grecia. La richiesta di ispezione avanzata da BDS insieme ai movimenti attivi sul territorio e supportata dal sindaco di Cagliari, Massimo Zedda, ha portato anche in questo caso al blocco dei container. I container sono ora fermi in attesa della richiesta di autorizzazione UAMA. Questo primo importante risultato è stato possibile grazie alla pressione di BDS di concerto con le realtà solidali con la Palestina attivatesi immediatamente sul territorio, tra cui i lavoratori portuali, i comitati locali e le delegazioni territoriali di alcuni partiti e sindacati – che hanno permesso anche di bloccare nuovamente il carico del materiale bellico, alla fine del maggio scorso. Dalla risposta del Sottosegretario ai Trasporti Tullio Ferrante di Forza Italia a un’interrogazione parlamentare del deputato Antonino Iaria (M5S) presentata il primo aprile, emerge che i container sono in custodia in area portuale, in ammissione temporanea, in attesa delle determinazioni dell’UAMA. Ma secondo il governo «l’effettiva natura di tali beni e il loro utilizzatore finale potranno essere determinati soltanto quando il responsabile legale dell’operazione di transito presenterà una specifica istanza all’UAMA». BDS Italia e i legali di ELSC (European Legal Support Centre) hanno però fornito la prova che la destinazione finale di questi carichi è proprio l’industria bellica israeliana, in violazione della legge 185/90, che vieta anche il transito di materiale d’armamento verso Paesi in conflitto responsabili di gravi violazioni dei diritti umani. Come spiegato in un comunicato pubblicato il 2 aprile: «Abbiamo inoltrato all’Ufficio doganale e all’UAMA la prova documentale della destinazione finale del carico. Non c’è più bisogno di “determinare la natura di tali beni”: sappiamo dove erano diretti. La legge 185/90 è stata violata. Ora è necessario il sequestro.» La destinazione finale, riportata sui documenti di carico ottenuti, è proprio la IMI Systems, principale produttrice di munizioni israeliana di proprietà della Elbit Systems, colosso bellico di Tel Aviv, che non tratta produzioni per uso civile. L’avvocato Luca Saltalamacchia del GAP (Giuristi e Avvocati per la Palestina) ribadisce: «Una volta chiarita la vera destinazione finale, è evidente che la tipologia di acciaio rientri nel materiale di armamento ai sensi della legge 185/90». Non solo. Il movimento denuncia anche le «contraddizioni del governo»: la nave MSC Vega ha ottenuto l’autorizzazione a salpare da Cagliari il 27 marzo, nonostante la richiesta di sequestro e con le indagini ancora in corso. Inoltre, nella risposta parlamentare si ipotizza che il vettore «possa decidere di sospendere le operazioni e di rimandare le merci al Paese di origine». Secondo gli attivisti «permettere alla merce di lasciare il porto nonostante la flagrante violazione della legge sarebbe una beffa». È essenziale che vengano adottate misure in conformità alla legge 185/90 e al diritto internazionale. Gli Stati che facilitano il trasferimento di armi verso Israele agiscono in violazione dei loro obblighi ai sensi delle Convenzioni di Ginevra, del Trattato sul commercio delle armi, e della Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio. L’Italia in quanto firmataria di questi strumenti ha l’obbligo di prevenire il trasferimento di materiali che possano contribuire alla commissione di gravi violazioni del diritto internazionale. Per BDS Italia, il blocco dei 19 container è «un risultato storico della mobilitazione popolare» che ha costretto l’UAMA a intervenire dopo anni di transiti simili avvenuti in silenzio. Ma la battaglia non è finita. «Cagliari e Gioia Tauro, come Genova, Ravenna, Salerno, Venezia, Livorno – conclude il movimento – i nostri porti non siano porti di guerra. Nessun porto per il genocidio». Le richieste della campagna Block the Boat sono chiare: * Sequestro immediato dei 19 container fermati a Gioia Tauro e Cagliari. * Controlli sistematici e trasparenza sulle autorizzazioni rilasciate su tutti i carichi diretti a Israele. * Sanzioni per le compagnie coinvolte in quanto complici del genocidio in corso. * Embargo militare verso Israele: blocco definitivo di tutte le spedizioni verso Israele in applicazione della legge.   L'Indipendente
June 3, 2026
Pressenza