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La Palestina sul tetto del mondo
Un aquilone realizzato con una bandiera palestinese e ricoperto dai messaggi scritti a mano dai bambini di Gaza, è riuscito ad arrivare sulla cima dell’Everest. A portarlo fino a 8849 metri di altezza sono stati l’alpinista giordano-palestinese Mostafa Salameh e il filmmaker italiano Leonardo Avezzano, attivisti della spedizione “Rising Dreams”. Sulla bandiera palestinese sono scritti i sogni dei […] L'articolo La Palestina sul tetto del mondo su Contropiano.
May 29, 2026
Contropiano
La banalizzazione del sionismo
Erri De Luca è a Gerusalemme. Lo ospita l’International Writers Festival di Mishkenot Sha’ananim, sostenuto dalla Jerusalem Foundation. Ha appena dichiarato al quotidiano Israel Hayom — il giornale fondato da Sheldon Adelson come strumento di supporto diretto a Netanyahu — di essere sionista, e di ritenere che definire «genocidio» ciò che accade a Gaza costituisca una «distorsione storica e verbale». Ha aggiunto che non condividerà mai un palco con chi usa quella parola. Il Nobel sudafricano J.M. Coetzee, invitato allo stesso festival, ha declinato aderendo al boicottaggio culturale. De Luca ha scelto la direzione opposta. Questo testo non si occupa della biografia di De Luca, né della sua letteratura. Si occupa delle sue tesi. Perché le tesi hanno conseguenze, e le conseguenze meritano confutazione. I. Il sionismo «minimo» come operazione retorica La prima mossa argomentativa di De Luca è una ridefinizione. Il sionismo, afferma, sarebbe «il riconoscimento più semplice e basilare del diritto degli ebrei a una patria nazionale, a una difesa esistenziale e necessaria». Su questa base, chiunque riconosca il diritto di Israele a esistere sarebbe già sionista, spesso senza saperlo. È una mossa raffinata quanto fuorviante. Svuota il termine di ogni contenuto storico per renderlo accettabile a chiunque, trasformandolo da categoria politica concreta in astrazione filosofica sull’autodeterminazione. Ma il sionismo non è nato come idea astratta. È nato come progetto politico di colonizzazione di una terra abitata, teorizzato da Herzl, realizzato attraverso la Nakba del 1948, la pulizia etnica di oltre 700.000 palestinesi dalle loro case — documentata non da propagandisti palestinesi, ma da storici israeliani come Benny Morris e Ilan Pappé. Hannah Arendt lo denunciò. Albert Einstein firmò una lettera pubblica definendo il partito di Begin — antenato diretto del Likud — fascista nei metodi e nell’ideologia. Ridefinire il sionismo come «coesistenza» nel maggio 2026 — mentre la Legge Fondamentale dello Stato-Nazione del 2018 sancisce costituzionalmente il carattere esclusivamente ebraico dello Stato, mentre i coloni occupano la Cisgiordania sotto protezione militare, mentre Gaza viene demolita sistematicamente quartiere per quartiere — non è filosofia. È propaganda con un volto letterario. E De Luca, che conosce l’ebraico antico e traduce la Bibbia, sa leggere anche questo. II. La «rabbia grammaticale» come categoria politica Il secondo nucleo argomentativo riguarda la parola «genocidio». De Luca afferma che l’uso di quel termine suscita in lui una «profonda rabbia grammaticale» e che applicarlo a Gaza costituisce una distorsione. La sua prova: se l’obiettivo dell’IDF fosse lo sterminio, avrebbe potuto colpire una popolazione immobile. Invece Israele ha ripetutamente spostato i civili da nord a sud e da sud a nord. Dunque non è genocidio. Questo ragionamento ha un nome tecnico: è una fallacia del fine dichiarato. Presuppone che un’operazione possa essere definita genocidaria solo se chi la compie lo dichiara esplicitamente come tale. Ma la Convenzione del 1948 non richiede l’ammissione degli intenti: richiede la prova dell’effetto sistematico e dell’intenzione di distruggere le condizioni di vita di un gruppo. Gli spostamenti forzati — presentati da De Luca come prova della buona fede di Israele — sono essi stessi classificati dalla Corte Penale Internazionale come crimini contro l’umanità. La Corte Internazionale di Giustizia — il massimo organo giudiziario dell’ONU, non un collettivo di attivisti — ha ritenuto plausibile la violazione della Convenzione sul Genocidio e ha emesso misure cautelari che Israele ha ignorato. Il rapporto A Cartography of Genocide di Forensic Architecture ha documentato la distruzione sistematica di obiettivi civili, culturali e sanitari. In un anno, l’aspettativa di vita a Gaza è crollata di 35 anni: il crollo più rapido mai registrato, superiore persino a quello del Rwanda nel 1994. Nei soli primi quattro mesi del conflitto, il numero di bambini uccisi ha superato quello di tutti i conflitti mondiali combinati degli ultimi quattro anni. De Luca decide di stare con la narrativa di Israel Hayom. È una scelta. Non è una verità. III. L’empatia selettiva come struttura del discorso Per comprendere come sia possibile che un intellettuale costruito sull’idea di stare dalla parte degli ultimi arrivi a negare l’evidenza più documentata del nostro tempo, occorre un quadro analitico che vada oltre la singola vicenda biografica. Roberto De Vogli, nel suo Empatia selettiva (Aliberti, 2025), offre una risposta sistemica. Per empatia selettiva intende la tendenza a provare compassione principalmente o esclusivamente per i membri del proprio «gruppo di appartenenza» — in base all’etnia, alla nazionalità, alla religione o allo status sociale — mostrando invece poca o nessuna empatia per i membri del «gruppo esterno». Non si tratta di una mancanza di empatia tout court: si tratta di una forma di risposta emotiva tribale che riserva compassione a determinate vittime e la nega ad altre. È un tratto che trascende i confini culturali, che ha radici biologiche, ma che è altrettanto plasmato dall’ideologia, dalla propaganda, dalla costruzione narrativa dei media e degli intellettuali di riferimento. De Vogli osserva che l’indifferenza dell’Occidente di fronte a Gaza non può essere spiegata con la mancanza di conoscenza. Le immagini sono disponibili, i dati sono pubblici, le sentenze internazionali sono leggibili. Ciò che manca è la compassione selettivamente negata. E questa negazione non avviene nel vuoto: viene costruita, giustificata, legittimata da figure che godono di autorevolezza culturale e che offrono razionalizzazioni intellettualmente presentabili per ciò che altrimenti sarebbe semplicemente insostenibile. De Luca svolge esattamente questa funzione. Non è il volto più brutale del sionismo: è la sua maschera progressista. Viene dalla sinistra radicale, da Lotta Continua, dall’operaismo militante. Ha difeso i No Tav in tribunale. Ha scritto pamphlet contro il potere. Ogni volta che una voce con quel profilo si dichiara sionista e nega il genocidio, la macchina della hasbara — la propaganda istituzionale israeliana — può concludere: «Vedete? Non è questione di destra e sinistra. È questione di onestà intellettuale». De Luca è prezioso per questa funzione normalizzante. La bellezza di una prosa non garantisce la lucidità di un giudizio politico. IV. Il coraggio come inversione De Luca presenta la sua posizione come atto di libertà intellettuale contro i «venti dominanti». Sostiene di essere volontariamente isolato dal mondo culturale italiano da un quarto di secolo. Afferma di non aver bisogno di critici letterari che tengano la corda quando è «appoggiato a una parete di roccia». Ma c’è un’asimmetria che questa retorica nasconde deliberatamente. Quando De Luca difendeva i No Tav si schierava contro lo Stato italiano, contro grandi interessi economici, contro la magistratura. Rischiava in proprio. Oggi, dichiarandosi sionista su un giornale israeliano di destra e partecipando a un festival finanziato dalla Jerusalem Foundation, si schiera con il governo più potente della regione, con l’apparato militare più avanzato del Medio Oriente, con i governi occidentali che finanziano e armano Israele nonostante le ordinanze internazionali. Non è coraggio. È conformismo travestito da eresia. I «venti dominanti» che De Luca dichiara di sfidare non sono quelli di Gaza: sono quelli dell’establishment culturale italiano che lo critica. Ma l’establishment culturale italiano non ha bombardato ospedali, non ha imposto blocchi alimentari, non ha ucciso giornalisti. I venti che spirano davvero, e che De Luca asseconda, vengono da un’altra direzione. V. La semantica come complicità Vi è un ulteriore aspetto che merita attenzione: il ruolo che la disputa semantica svolge nella struttura del discorso negazionista. De Luca non nega i morti. Non nega la distruzione. Contesta la parola. E in questo contesto, contestare la parola equivale a contestare la qualificazione giuridica, morale e politica di ciò che quella parola descrive. William Schabas, professore di Diritto internazionale alla Middlesex University, ha spiegato perché questo non è un dettaglio formale: la parola conta per le vittime, perché indica il riconoscimento della loro sofferenza come crimine dei crimini; conta giuridicamente, perché apre le porte alla Corte Internazionale di Giustizia attraverso la Convenzione sul Genocidio; conta politicamente, perché sancisce la responsabilità degli Stati che ne sono stati complici. Invocare la «rabbia grammaticale» davanti a oltre 70.000 morti — di cui circa il 60% donne, bambini e anziani, secondo le stime pubblicate su The Lancet — non è rigore lessicale. È la sublimazione letteraria di una scelta di campo. E ogni scelta, a questo livello di consapevolezza, porta con sé una responsabilità che nessuna metafora poetica può assolvere. VI. Il paradigma palestinese C’è infine una domanda più radicale che attraversa questa vicenda, e che riguarda non soltanto De Luca ma la struttura di un intero modo di stare nel mondo. Gaza è diventata lo spartiacque della coscienza del nostro tempo. Non perché si possa — o si debba — ignorare le altre guerre, le altre sofferenze, le altre occupazioni. Ma perché Gaza rappresenta il luogo in cui si misura più precisamente se l’empatia è universale o tribale, se i princìpi che si dichiara di difendere reggono quando diventano scomodi, se il coraggio intellettuale è una postura o una pratica. De Vogli documenta come Gaza sia diventato il luogo con il più alto numero di amputazioni infantili pro capite al mondo; come il bilancio dei bambini uccisi non abbia precedenti nella guerra contemporanea; come in un solo anno l’aspettativa di vita sia collassata di un terzo di secolo. Queste non sono astrazioni: sono misure. E quando di fronte a queste misure si risponde con una «rabbia grammaticale», si rivela qualcosa di preciso sulla propria posizione morale, che non può essere celato da decenni di militanza precedente. L’empatia selettiva — e qui sta il punto fondamentale del contributo di De Vogli — non è una condizione inevitabile. Non è soltanto biologia: è anche ideologia. E se è plasmata dall’ideologia, può essere messa in discussione, può essere cambiata. Ma solo se si è disposti a riconoscerla per quello che è. Erri De Luca non lo è. E nel non esserlo, dimostra esattamente ciò che nega. Riferimenti bibliografici e documentali De Vogli, R. (2025). Empatia selettiva. Perché l’Occidente è rimasto a lungo indifferente al genocidio di Gaza. Compagnia editoriale Aliberti. De Luca, E. (25 maggio 2026). «Sono un sionista e a Gaza non c’è nessun genocidio» (intervista a Israel Hayom, trad. G. Meotti). Il Foglio, 25 maggio 2026. Disponibile su: https://www.ilfoglio.it Morvillo, V., Laor, I., Fernández, M., Circolo GAP Roma (27 maggio 2026). «Erri De Luca si schianta sul genocidio». Contropiano. Disponibile su: https://contropiano.org Taddei, R. (25 maggio 2026). «Erri De Luca a Gerusalemme». Comune-info. Disponibile su: https://comune-info.net Forensic Architecture (2024). A Cartography of Genocide. Disponibile su: https://forensic-architecture.org Guillot, M. et al. (2025). «Life expectancy in Gaza». The Lancet. Citato in: De Vogli (2025). Jamaluddine, Z. et al. (2025). «Demographic composition of fatalities in the Gaza Strip». The Lancet. Citato in: De Vogli (2025). Bhutta, Z.A. et al. (2024). «When is enough, enough?». British Medical Journal. Citato in: De Vogli (2025). Corte Internazionale di Giustizia (gennaio 2024). South Africa v. Israel. Application of the Convention on the Prevention and Punishment of the Crime of Genocide. Misure cautelari. Schabas, W. (2024). Intervista a Der Spiegel. Citato in: De Vogli (2025). Morris, B. (2004). The Birth of the Palestinian Refugee Problem Revisited. Cambridge University Press. Pappé, I. (2006). The Ethnic Cleansing of Palestine. Oneworld Publications. Amnesty International (2022). Israel’s Apartheid against Palestinians: Cruel System of Domination and Crime against Humanity. Laor, I. (19 maggio 2006). Risposta a Erri De Luca. Il manifesto. Citato in: Morvillo et al. (2026). Francesco Russo
May 28, 2026
Pressenza
Furundulla 322 – Basta parlare di Israele…
…infatti, stiamo parlando di noi di Benigno Moi Assodato che le vignette non vanno spiegate… ma sono un sasso buttato come spunto di riflessione, per ogni vignetta almeno un link (forse) ——————————- more ———————– Le muraglie di Israele L’asticella   Niente di incredibile   Cuba, qué linda es Cuba L’origine del nome dato alla rubrica Furundulla: hastagasa La Furundulla precedente: 321
MEDIO ORIENTE: NETANYAHU VERSO LE ELEZIONI SPINGE PER IL CAOS IN LIBANO, BOMBARDATI I SOBBORGHI DI BEIRUT, GAZA OCCUPATA AL 62%
In vista delle elezioni per il rinnovo della Knesset previste per l’autunno e sotto una tempesta di attacchi interni, Benjamin Netanyahu spinge verso il caos nella regione, specialmente nella Striscia di Gaza e in Libano. Anche il ministro Katz alza i toni e torna a minacciare la deportazione totale dei gazawi, la cosiddetta “emigrazione volontaria” dalla Striscia che “sarà attuato, nei tempi e nei modi appropriati”. Una Striscia cui territorio risulta occupato per il “60-62%”. Contro la guerra santa di Israele mossa al Libano, resiste Hezbollah. Una soldatessa ventenne dell’Idf è rimasta uccisa e due riservisti sono rimasti feriti ieri in un attacco con un drone di Hezbollah nel nord di Israele, vicino al confine con il Libano.  Secondo una prima ricostruzione, i due droni lanciati dal movimento sciita sono esplosi in una zona militare al confine. L’esercito israeliano ha ordinato oggi l’evacuazione di diversi edifici della città di Tiro, la maggiore città a sud del Libano che conta 200mila abitanti, e delle zone circostanti nel sud del Libano, in vista di rappresaglie. Oggi Tel Aviv ha bombardato i sobborghi di Beirut, il primo raid sulla capitale libanese da tre settimane. Il raid ha centrato un condominio nei sobborghi meridionali della città e ci sarebbero ‘vittime’, ma non si sa ancora quante. Sempre Tel Aviv colpisce a tappeto, dal cielo e via terra, sia l’est che il sud, dove è stata emanata una minaccia di evacuazione totale dell’antichissima città di Tiro, ancora oggi abitata da almeno 125mila persone. 12 i morti nel sud, tra la stessa Tiro e la vicina Sidone; dal 2 marzo, 3.200 le vittime, 10mila i feriti libanesi per mano israeliana. Dal Libano Ivan Grozny Compasso, giornalista indipendente. Ascolta o scarica  A Gaza invece negli ultimi due giorni i raid israeliani hanno ucciso 11 palestinesi, tra i quali anche Muhammad Odeh, ennesimo capo dell’ala militare di Hamas. La situazione umanitaria resta estremamente preoccupante e la popolazione è sempre più ammassata nelle tendopoli a causa della crescente occupazione della Striscia da parte dell’Idf, che è arrivata al 60-62%. Infine il Board of Peace che è senza fondi: non è stato versato nemmeno un dollaro per il progetto colonial-immobiliarista di Trump nella Striscia di Gaza, nemmeno dagli Stati Uniti stessi. Gli aggiornamenti da Gerusalemme con Michele Giorgio, direttore di Pagine Esteri, corrispondente da Gerusalemme per Il Manifesto e nostro collaboratore. Ascolta o scarica
May 28, 2026
Radio Onda d`Urto
Il successo della Flotilla
A quanto pare Israele ha accusato il colpo. Il presidente Herzog e i vertici dell’IDF hanno preso le distanze da Ben Gvir per le torture riservate ai membri della Flottiglia. Sarebbe curioso sapere perché non hanno anche condannato il sequestro in acque internazionali delle imbarcazioni e dell’equipaggio. Anche questo è […] L'articolo Il successo della Flotilla su Contropiano.
May 28, 2026
Contropiano
Carovana di terra per Gaza: 10 persone fermate in Libia
Con un'attivista della Global Sumud appena rientrata dalla Libia, diamo un aggiornamento sull'esperienza della Carovana di terra per Gaza, il convoglio umanitario organizzato dalla Global Sumud, partito da Tripoli e bloccato a Sirte. Il convoglio, costituito da delegazioni di 25 paesi, con camion, mezzi sanitari ed auto, è rimasto bloccato nel deserto per nove giorni, a 10 km dal confine. Sono quattro giorni che si è perso qualsiasi tipo di contatto, anche a livello diplomatico, con 10 attivisti staccatisi dal gruppo per portare avanti delle trattative e posti in stato di fermo nella Libia Est senza alcun tipo di base legale. L'ultimo contatto diretto con loro risale al primo pomeriggio di domenica 24 maggio. La situazione, ad oggi, è in divenire ma è molto importante mobilitarci tutte e tutti e tenere alta l'attenzione   
May 27, 2026
Radio Onda Rossa
Rientrati dalla Libia in Italia gli attivisti del Convoy per Gaza. Dieci ancora nelle mani dei libici
Sono atterrati all’aeroporto di Fiumicino, sei attivisti italiani del Convoy di terra della Global Sumud Flotilla violentemente sgomberati lunedi scorso mentre erano accampati nei pressi della città libica di Sirte. Erano in attesa di avere notizie di altri 10 attivisti – tra cui due italiani – che stavano negoziando il […] L'articolo Rientrati dalla Libia in Italia gli attivisti del Convoy per Gaza. Dieci ancora nelle mani dei libici su Contropiano.
May 27, 2026
Contropiano
PALESTINA: RAID DELL’ESERCITO DI OCCUPAZIONE ISRAELIANO SU GAZA E VIOLENZE DEI COLONI IN CISGIORDANIA OCCUPATA. NON SI FERMA IL GENOCIDIO
Israele continua a colpire duramente la Palestina. Nella Striscia di Gaza non si fermano i bombardamenti e gli sfollamenti forzati: ieri, martedì 26 maggio, i raid ucciso 7 palestinesi, mentre questa notte si sono registrate altre 4 vittime. Tra loro Muhammad Odeh, comandante dell’ala militare di Hamas. Odeh è il quindicesimo alto ufficiale dell’ala militare dell’organizzazione ucciso dall’ottobre 2023. Ad annunciarlo è stato il ministro Katz, che è tornato anche a minacciare la deportazione totale dei palestinesi di Gaza, la cosiddetta e farlocca “emigrazione volontaria” da Gaza che “sarà attuato, nei tempi e nei modi appropriati”. “La situazione è difficile e la tregua è finta. Dal cessate il fuoco sono state uccise circa 900 persone” racconta da Gaza Sami Abu Omar, cooperante di diverse realtà italiane attive nella Striscia di Gaza, denunciando anche la drammatica situazione umanitaria: “Non esiste più elettricità, si vive con i generatori e il carburante ha un costo impossibile”. Con l’arrivo del caldo si moltiplicano anche malattie e infezioni nei campi tenda, dove mancano acqua, igiene e raccolta dei rifiuti. Intanto migliaia di bambini palestinesi restano senza scuola, distrutte dai bombardamenti dell’esercito di occupazione: “Ci sono bambini che da tre anni non riescono ad andare a scuola”, spiega Abu Omar, “intere generazioni rischiano l’analfabetismo”. La corrispondenza da Gaza con Sami Abu Omar, cooperante di diverse realtà italiane attive nella Striscia di Gaza e storico collaboratore di Radio Onda d’Urto. Ascolta o scarica. In Cisgiordania Occupata Mediterranea Saving Humans denuncia un “sistema strutturale di pulizia etnica” nell’area di Masafer Yatta, nel sud della Cisgiordania. Nel rapporto “Masafer Yatta, un laboratorio di pulizia etnica”, l’organizzazione documenta quasi tremila violazioni nel solo 2025. Tra queste figurano 150 aggressioni fisiche, in cui i coloni, quasi sempre armati di bastoni e spranghe, hanno assaltato i villaggi palestinesi, per una media di un assalto ogni due giorni, spesso con il sostegno diretto dell’esercito israeliano. “I coloni hanno il compito di rendere impossibile la vita ai palestinesi finché non se ne vadano”, afferma ai microfoni di Radio Onda d’Urto Damiano Censi, coordinatore del progetto di Mediterranea in Palestina, parlando di un legame “sistematico e diretto” tra coloni armati, esercito e esecutivo di Netanyahu. Secondo il dossier, molti coloni coinvolti nelle violenze sarebbero oggi integrati formalmente nelle forze armate israeliane, mentre reti internazionali di finanziamento continuerebbero a sostenere economicamente le colonie illegali. Nella giornata di oggi, mercoledì 27 maggio, nella West Bank i coloni israeliani hanno incendiato veicoli e un’intera casa a Khirbet Masoud, sud di Jenin, vergando slogan razzisti, mentre vicino Hebron un 13enne è stato ferito da un raid dell’esercito occupante, nell’ambito dell’ennesimo rastrellamento: una dozzina i rapiti, tra loro anche un paio di giornalisti. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto è intervenuto anche Damiano Censi, coordinatore del progetto di Mediterranea in Palestina. Ascolta o scarica.
May 27, 2026
Radio Onda d`Urto
#stopthegenocideingaza🇵🇸 #Ragusa Ibla, domenica 31 maggio, ore 10.30- Antonio Mazzeo in "La fiaba che avrei voluto raccontare ai bimbi di #Gaza". A cura dei Comitati Iblei per la #Palestina
May 27, 2026
Antonio Mazzeo