Un autunno costituentedi NA HABY STELLA FAYE.
Riprendiamo da Global Project questa intervista doppia ad Anna Guerini e
Rossella Puca pubblicata il 23 dicembre 2025.
Il movimento contro il genocidio in Palestina ha dato uno scossone a questo
paese. Un movimento che per partecipazione, maturità del discorso e radicalità
nelle pratiche, farà senz’altro la storia. Sono passati più di due mesi dal
“weekend lungo” del 3-4 ottobre, due giornate che hanno visto 3 milioni di
persone scendere in piazza.
Questa intervista doppia ha l’ambizione di mettere a sistema o, quantomeno, in
dialogo tra loro, le diverse prospettive e riflessioni emerse durante questi
mesi. Milioni di persone sono scese in piazza contro il genocidio in Palestina;
indubbiamente, tuttavia, il discorso di questo movimento è andato oltre il caso
singolo, e ha messo al centro il rifiuto della normalizzazione della guerra,
dello sterminio di massa e del dominio coloniale come elementi costitutivi di un
nuovo ordine globale.
La Palestina Globale di cui parla Ilan Pappé infatti definisce da una parte
l’Israele globale, ovvero la generalizzazione a livello sistemico dei principi e
degli strumenti del fascismo coloniale rappresentato dal regime israeliano, dove
il concetto stesso di diritto si restringe sempre di più. Dall’altra, invece, la
Palestina globale dei movimenti, dei popoli che intessono alleanze radicali
contro la violenza del regime di guerra e genocidio.
Quali sono i nodi fondamentali a cui guardare per comprendere i processi di
questo movimento?
Anna Guerini – Intanto vi ringrazio per avermi proposto questa intervista doppia
con Rossella. Secondo me possiamo iniziare — non ancora in un’ottica
propriamente storica, perché per quella servirà molto più tempo — quantomeno a
cogliere ciò che questo movimento ha innescato. E possiamo riconoscere le
difficoltà che stiamo incontrando nel mantenerlo vivo, e ragionare sugli snodi e
sui momenti di difficoltà e di impasse.
Prima di passare a questo, parto con un aneddoto. Sono reduce dal Convegno
Internazionale Marxista-femminista a Porto e tra le varie compagne con cui mi è
capitato di parlare, molte condividevano con me e le altre italiane lo stupore
e l’ammirazione per le piazze del lungo weekend del 2-3-4 ottobre, che a ben
vedere inizia il 22 settembre. Insomma mi restituivano una gioia immensa nel
vedere le piazze italiane.
Evidentemente la mobilitazione italiana ha avuto una diffusione, dal punto di
vista dell’immagine della potenza, che va ben oltre i confini italiani ed
europei. Non ci siamo neanche noi resi conto del tutto della specificità di
quello che è successo, perché non è stato dappertutto così. Questo ci porta a
chiedere che cosa abbia funzionato particolarmente bene dal punto di vista
dell’attivazione di quella mobilitazione, che cosa è scattato e che cosa ci
consente di tenere vivo il processo che in quelle settimane si è innescato.
Credo che il punto di partenza fondamentale sia stata una sorta di indignazione
generalizzata che ha coinciso con il momento apicale del genocidio e la
mobilitazione della Flottiglia che, per il suo carattere “civile” e “umanitario”
diciamo così, ovviamente rendeva la brutalità del genocidio e più
complessivamente l’impunità di Israele ancora più evidente.
> Credo che si sia progressivamente delineata nella testa di tante/i l’idea
> dell’Israele globale, e quindi il legittimo terrore che quel margine di
> impunità concesso ad Israele negli ultimi settant’anni rischi di diventare il
> criterio con cui le democrazie – visto che consideriamo Israele l’unica grande
> democrazia del Medioriente – complessivamente possano riorganizzare il loro
> intervento politico e sociale in una fase di evidente crisi.
Qua ci sarebbe da discutere se si tratta di una crisi o del definitivo
esaurimento di una fase politica ed economica specifica, che abbiamo definito
fase neoliberale negli ultimi quarant’anni. Forse la crisi è finita e questi
cambi di intervento e queste accelerazioni lo indicano. Però appunto credo che
sia balenata nella testa di molti la paura che questo grado di impunità potesse
rovesciarsi anche all’interno dei Paesi occidentali.
Questo da un lato è positivo, ha finalmente costretto molte persone a fare i
conti e guardare in faccia la violenza genocida di Israele. Aggiungo però che è
sintomatico che tutta questa mobilitazione incredibile sia esplosa nel momento
in cui c’erano degli attivisti in larga parte occidentali ad attraversare il Mar
Mediterraneo verso le coste di Gaza con la Global Sumud Flotilla. Il tema è che
quella è stata riconosciuta come una mobilitazione non violenta e umanitaria, ma
in primo luogo fondamentalmente politica, unita all’invocazione molto chiara dei
portuali di Genova “Se toccano la Global Sumud Flotilla, noi blocchiamo tutto”.
Questo ha segnato un punto di rottura.
La domanda fondamentale da porsi è: che cosa ha innescato quel quid in più che
ha dato vita a quella reazione? Io credo che sia stato il rispecchiamento con
chi stava sulla Flotilla, che pur nella sua azione pacifica è stato aggredito,
attaccato, oggetto di veri e propri atti di terrorismo da parte del Governo
israeliano e di attacchi frontali da parte dei governi occidentali. Un
rispecchiamento che ci fa temere per la repressione che possiamo subire,
indipendentemente dalla forma di protesta che mettiamo in campo. E questo ha
segnato uno stacco, perché la retorica degli antagonisti dei centri sociali non
regge più.
Questo ha costretto tutti a fare i conti con quello che stava succedendo da due
anni, ma più complessivamente da settant’anni, e ha avuto una ricaduta dal punto
di vista dell’attivazione. Nel frattempo, il fatto che Trump sia intervenuto in
modo molto netto sulla situazione e che si stia cominciando a discutere
seriamente, e non più soltanto in termini astratti, di piani di riarmo
dell’Europa, ha cambiato la configurazione; credo poi che uno degli altri
stimoli principali sia stato il timore per i nostri salari e per la nostra
capacità di sopravvivere da qui ai prossimi anni dentro un regime di guerra, che
evidentemente sta imponendo delle trasformazioni che riguardano tutti.
Un’altra questione è che questo movimento ha potuto contare su una serie di
processi accumulati almeno negli ultimi dieci anni, processi sociali di
mobilitazione molto ampi – penso in particolare allo sciopero femminista, visto
che ieri era il 25 di novembre, e al movimento per il clima, che hanno
riattivato lo strumento dello sciopero, restituendogli una dimensione sociale,
che in questi lunghi weekend è tornato ad essere fondamentale anche all’interno
del fronte sindacale.
In entrambi i casi erano scese in piazza delle composizioni sociali molto ampie.
Quel tipo di attivazione, sommata ai processi di attivazione e agli spazi
politici che le strutture di movimento da anni tengono vivi, ha consentito di
estendere la mobilitazione in modo inimmaginabile.
Rossella Puca – Io partirei da un punto che di solito crea imbarazzo negli
ambienti istituzionali: il crollo di credibilità del diritto internazionale
davanti al genocidio in Palestina. Non è un dettaglio esterno al movimento,
anzi.
Perché ciò che è successo nell’ultimo anno – e che milioni di persone hanno
percepito con una chiarezza sorprendente – è che le norme poste a tutela
dell’umanità si sono rivelate incapaci di vincolare il potere quando il potere è
alleato dei Paesi centrali dell’ordine mondiale. Immagine iconica su tutte le
altre: La Corte Penale Internazionale emette un mandato di arresto contro
Netanyahu; ma il suo aereo con lui dentro, sorvola senza ostacoli gli spazi
aerei europei. Ora, se il diritto penale internazionale è valido solo per gli
Stati “periferici”, ciò che viene meno non è una procedura, ma la sua natura di
diritto: perché un diritto che si applica a geometria variabile diventa
immediatamente un atto politico travestito da norma.
Allo stesso modo, venendo ora al ruolo dell’ONU questo si è ridotto
all’impotenza strutturale: risoluzioni ignorate, veti permanenti, appelli
umanitari continuamente disattesi. L’ONU ha mostrato di essere un luogo dove il
linguaggio del diritto sopravvive come forma, ma sembra quasi non possedere più
alcun potere conformativo.
Poi c’è il tema dei notissimi doppi standard. Nel caso della guerra
Russa-Ucraina abbiamo assistito a un ricorso quasi immediato all’apparato
sanzionatorio, al linguaggio della responsabilità internazionale dello Stato
aggressore, alla mobilitazione retorica di “valori comuni” da difendere. Nel
caso palestinese, dinanzi ad un genocidio quello stesso apparato è stato
silenziato o usato in modo simbolico.
> Questo non è solo ipocrisia: è la dimostrazione che l’ordine giuridico
> internazionale non è un sistema, ma un campo di forza in cui prevale
> l’interesse geopolitico.
Il movimento ha colto tutto questo con lucidità: la percezione condivisa è che,
quando i crimini vengono commessi da chi detiene un ruolo centrale nell’economia
globale della guerra, il diritto non interviene. E non interviene perché sembra
non sia stato costruito per farlo. Il diritto, qui, ha smesso di essere
strumento di limite: è diventato strumento di legittimazione dell’impunità.
Parallelamente, abbiamo assistito all’azione degli Stati che, invece di
perseguire la violazione del diritto, hanno perseguito chi la denuncia. Si sono
viste misure disciplinari nelle scuole, tentativi di censura dell’autonomia
scolastica ed universitaria, denunce contro i manifestanti o anche solo
identificazioni per aver sventolato bandiere della Palestina o per aver
pronunciato parole considerate indesiderabili. È un rovesciamento radicale: non
si reprimeva quella violenza – quel genocidio, ma chi provava a renderli
visibili.
Ecco perché, secondo me, il nodo fondamentale per comprendere questo movimento è
che le persone hanno percepito un fatto essenziale: quando il diritto è incapace
di proteggere le vite che dovrebbe proteggere, allora l’unico luogo in cui può
essere difesa la giustizia è lo spazio pubblico. Il movimento è stato questo: la
rivendicazione collettiva di un’etica della responsabilità che il diritto
internazionale ha abbandonato.
Durante questa ondata di mobilitazioni, è stato posto l’interrogativo centrale
dell’organizzazione, ed in particolare della sfida per le strutture di mettere a
disposizione i propri strumenti, favorendo l’attivazione e la mobilitazione
senza soffocarla con gli identitarismi. Che ruolo hanno avuto strutture e
organizzazioni in questa fase? Che ruolo hanno invece avuto i percorsi nazionali
che nell’anno passato hanno visto l’attivazione di migliaia di persone contro
l’autoritarismo e la repressione del dissenso, come, ad esempio, quello contro
il DdL – poi Decreto – Sicurezza?
Anna Guerini – Rispetto al ruolo delle strutture, questo movimento ha posto un
tema rispetto all’organizzazione. Dobbiamo fare una riflessione su diversi
piani: ciascuno di noi ha conosciuto prevalentemente i contesti in cui si è
mobilitata, per cui bisognerebbe capire se le mobilitazioni sul piano locale
sono state uguali, se i processi si assomigliano tutti – cosa che non credo.
Credo che alcuni processi innescati nel mio territorio siano stati
particolarmente efficaci. Le strutture di movimento, ad esempio, hanno mostrato
disponibilità a tenere aperto lo spazio politico, uno spazio di confronto, di
dialogo e di messa a disposizione non passiva, ma organizzativa, di strumenti,
conoscenze e pratiche di piazza. Ciò ha consentito di organizzare delle
mobilitazioni che hanno rivendicato un certo grado di “illegalità”. La pratica
del blocco non era scontata fino a qualche tempo fa, e forse il fatto che
qualunque tipo di mobilitazione, anche la più pacifica e umanitaria, venga
attaccata con le bombe a ultrasuoni, ha fatto capire che si può provare a
spingere in questo senso.
Altrettanto importante è stato lo sforzo per mettere in comunicazione una serie
di realtà e di singoli che altrimenti sarebbero stati dispersi, dando un
contributo in termini di organizzazione ecosistemica, se vogliamo usare i
termini di di Rodrigo Nunes. Le assemblee cittadine a Padova sono state uno
strumento formidabile in questo senso. Ovviamente facendo tesoro di una serie di
mobilitazioni degli ultimi anni.
Anche le università sono state centrali. Erano due anni che le e gli studenti,
riunite in collettivi, occupavano le università contro il genocidio in
Palestina, costruendo un discorso politico che alla fine, faticosamente, si è
affermato perché si è rivelato corretto dal punto di vista dell’analisi. E
quindi l’organizzazione ha messo a disposizione l’aspetto dell’intelligenza e
della costruzione di un ragionamento collettivo, senza il quale probabilmente
non ci sarebbe stato quello spostamento dal punto di vista della potenza della
mobilitazione.
> Cosa rimane da fare adesso? Credo che il problema sia cercare di individuare
> gli elementi di scarto rispetto ai due anni precedenti.
Il tema che poneva Rossella sul diritto internazionale secondo me è
fondamentale. Il campo giuridico si sta rivelando un campo di contesa sempre più
esposto alla trasformazione. Da un lato, il diritto internazionale si è rivelato
per quello che è storicamente – uno strumento con un forte impianto ed eredità
coloniale. Questa volta, però, proprio i Paesi del cosiddetto “Sud Globale”
hanno avviato i processi contro Netanyahu per genocidio, rilanciando l’attività
e la funzione politica del diritto internazionale, provando a rovesciarne il
segno. Nel momento in cui il diritto internazionale si è rivelato per quello che
è, la mobilitazione ha fatto sua la grammatica e l’ha usata come strumento
politico dal basso.
È un campo di contesa che ci potrebbe consentire di fare un passo in avanti, per
non limitarci a rivendicare e rimpiangere la sovranità liberale o il sistema del
diritto internazionale.
> Credo che dalle piazze venga l’indicazione di tenere aperti processi ampi e
> spazi di confronto, facendo passare il messaggio che non è il momento di
> muoversi da soli con iniziative scollegate che rischiano di mettere in
> discussione quegli stessi processi e depotenziarli, compromettendo mesi di
> lavoro politico.
Un’ultima cosa: il problema che stiamo identificando sempre più precisamente è
quello del regime di guerra, e dei modi in cui sta implodendo nei nostri Paesi,
dalla manovra finanziaria, agli annunci sulla leva, ad una serie di
trasformazioni che riguardano l’università. Il problema è identificare i punti
di attacco a quello che abbiamo chiamato Israele globale e capire come
mobilitarci efficacemente in questo senso.
Rossella Puca – La questione dell’organizzazione, in questa fase, è stata
decisiva. Ma non nel senso classico dell’organizzazione come struttura
compatta-gerarchica, dotata di una linea congressuale e di un piano. È emersa
invece una forma di organizzazione non identitaria, che ha funzionato proprio
perché non ha cercato di capitalizzare politicamente la mobilitazione. Le
strutture – quelle che già esistevano, in Italia dai centri sociali alle reti
antirazziste, fino alle realtà sindacali di base – hanno avuto un ruolo che
definirei “di servizio”, nel senso più alto e politico del termine: mettere a
disposizione strumenti, spazi, competenze, reti di cura e di difesa legale,
senza pretendere di dirigere la dinamica.
> Le organizzazioni che hanno saputo leggere questa fase hanno capito una cosa
> molto semplice: l’energia sociale non si governa, si accompagna. E
> accompagnarla significa rinunciare a trasformarla in identità.
Questo movimento non voleva un soggetto che parlasse al posto suo. Voleva,
semmai, una cornice in cui agire, un’infrastruttura che rendesse possibile
l’emersione spontanea di una politica che è stata al tempo stesso radicale e
popolare.
E qui entra in gioco anche l’altra parte della domanda: il ruolo dei percorsi
contro l’autoritarismo e la repressione dell’ultimo anno. Io credo che quei
percorsi siano stati una sorta di precondizione politica. Le mobilitazioni
contro il DdL Sicurezza, contro l’inasprimento delle pene, contro la
criminalizzazione del dissenso, hanno prodotto due cose fondamentali:
– una grammatica condivisa sulla repressione, cioè un lessico comune per
riconoscere le forme del potere – tramite i convegni studi che non avevano nulla
di accademico…
– una rete fondamentale di soggetti – giuristi, attivisti, collettivi,
insegnanti, studenti – capaci di attivarsi rapidamente.
Quando la piazza palestinese è esplosa, queste reti erano già col motore acceso.
E si è visto nelle pratiche: dalla gestione dei fermi alla lettura politica
delle denunce, dalla protezione delle scuole autorganizzate alla capacità di
disinnescare l’uso strumentale delle retoriche dell’antiterrorismo, all’essere
presenti compatti in vari territori: dal porto di Venezia sino alla piazza di
Bologna, passando per la manifestazione di Udine contro la partita
Italia-Israele.
Senza quel lavoro precedente, il tentativo di soffocare la mobilitazione avrebbe
avuto un peso molto maggiore. In questo senso, direi che strutture ed il
percorso anti deriva autoritaria hanno permesso al movimento di non essere solo
emotivo, ma di essere politicamente solido e ben radicato.
Come abbiamo visto in questi mesi, la controparte si sta riorganizzando. Dal DdL
Gasparri al piano casa, fino a una manovra finanziaria che mette al centro il
riarmo, a discapito dei servizi e del welfare, senza prevedere investimenti
strutturali per contrastare povertà e disuguaglianze. Di fronte a questo
scenario, quali saranno le sfide per i movimenti?
Rossella Puca – Le misure che stanno avanzando – dal DdL Gasparri al piano casa,
fino a una manovra centrata sul riarmo e priva di investimenti strutturali
contro povertà e disuguaglianze – non sono episodi isolati. Indicano una
tendenza precisa: lo Stato sta riorganizzando il proprio impianto
politico-giuridico in chiave di governo della crisi, e il costo di questa
riorganizzazione ricade quasi interamente sui diritti sociali e sulle forme di
conflitto (l’intervista è stata fatta prima dello sgombero del centro sociale
Askatasuna, le cui modalità ricadono pienamente in questa strategia ndr).
Accanto a questo livello più visibile c’è un versante meno appariscente ma non
meno rilevante: quello della riforma della giustizia presentata come
aggiornamento tecnico ed efficientista. La promessa è quella di una giustizia
più rapida e accessibile. La realtà è un processo di razionalizzazione
autoritativa, in cui la velocità diventa il pretesto per ridurre garanzie sino
ad arrivare chissà ad ampliare gli strumenti discrezionali della magistratura
requirente del pm. È una trasformazione culturale prima che normativa: la
giustizia smette di bilanciare poteri e tende a diventare un dispositivo
amministrativo di ordine pubblico.
Su questo sfondo si colloca anche il dibattito referendario costituzionale che
ci attende. Non è un dettaglio tecnico né uno scontro tra addetti ai lavori: è
il tentativo di fissare in Costituzione un rapporto più verticale tra società e
istituzioni, dentro un contesto in cui la spesa sociale arretra mentre il
settore militare avanza.
> Ridurre i contrappesi mentre si espandono sicurezza, repressione e riarmo
> significa ridefinire il patto democratico in senso difensivo: lo Stato si
> protegge, non protegge.
Le elezioni regionali confermano una tendenza chiara ma non monolitica. La
destra è strutturalmente forte, soprattutto dove riesce a intercettare paure
materiali e una domanda diffusa di stabilità. Ma non vince ovunque, e questo è
significativo: soprattutto nel Mezzogiorno emergono spazi politici che non si
allineano automaticamente al blocco di governo, territori in cui gli effetti
concreti delle politiche nazionali – tagli al welfare, alla sanità – sono
percepiti in modo più immediato. La frattura Nord/Sud non esprime solo
differenze economiche: evidenzia modelli diversi di relazione con lo Stato,
diverse forme di aspettativa sociale.
Per i movimenti, questo significa che il campo non è chiuso. È discontinuo
quindi in un certo senso attraversabile.
Le sfide, allora, si giocano su due piani intrecciati. Sul terreno giuridico,
comprendere come il diritto stia cambiando funzione: non più limite al potere,
ma strumento per stabilizzare un modello di governo fondato su sicurezza,
austerità e militarizzazione. Ma le nostre battaglie non devono essere solo
difensive: saranno battaglie per produrre diritto, per imporre principi e
pretese che oggi non trovano spazio nella cornice istituzionale.
Sul piano sociale-territoriale, ricostruire solidarietà reali dove il welfare
arretra. Non in termini assistenzialistici-cattolici, ma in termini politici:
reti che sappiano fare ciò che lo Stato non fa più, e che allo stesso tempo
denuncino in senso critico il perché non lo fa.
Per quanto riguarda lo sguardo generazionale, una parte consistente della
generazione politica attiva, oggi non si sente minimamente rappresentata dal
discorso istituzionale dominante, ma non vive però il conflitto come
un’eccezione: anzi, lo vive come il modo normale di stare nel presente.
Questa è la vera forza del momento: la capacità di non lasciarsi definire dal
quadro dato, ma di produrre nuovi linguaggi che il quadro non riesce a
contenere. È da qui che passa la sfida dei movimenti, non solo opporsi, ma
spostare il campo. E farlo con l’ambizione – sempre più concreta – di
ridisegnare ciò che oggi viene raccontato come inevitabile.
Anna Guerini – Parto dall’ultima cosa che ha detto Rossella. Questa ambiguità
del diritto ha prodotto uno scarto nella posizione degli Stati, tanto che
abbiamo l’occasione per provare ad andare oltre ai quadri giuridici, politici e
sociali di cui può venire nostalgia in un momento come questo. L’obiettivo può
essere, in questo caso, superare e forzare quegli stessi quadri.
La riforma della giustizia è un’altra questione fondamentale.
Io ovviamente non ci torno, viste le competenze che ha Rossella, però mi sembra
che sia assolutamente interna alla trasformazione complessiva a cui stiamo
assistendo, e che sta avvenendo molto rapidamente. Essa riguarda da un lato la
cancellazione dei limiti: la crisi viene stabilizzata come tale, senza che si
abbia la necessità di risolverla. Dall’altro, assistiamo all’accentramento
sempre maggiore dei poteri esecutivi. L’abbiamo visto con il DDL sicurezza, con
il suo impianto repressivo del tutto specifico, che aveva come obiettivo proprio
quelle forme di solidarietà diffusa che si sono attivate nei mesi scorsi.
La proposta di riforma della governance universitaria è altrettanto emblematica.
Se uniamo la riforma della giustizia, la proposta del premierato – l’altro
grande obiettivo del Governo Meloni – il decreto sicurezza, i vari DDL
Gasparri/Del Rio, e questo testo sull’università, l’obiettivo sembra essere la
riorganizzazione dei poteri dello Stato, al fine di riorientare complessivamente
i flussi economici e finanziari dentro l’economia di guerra. Per questo
silenziare l’opposizione sociale alla guerra è tanto importante.
Mi soffermo su questa ennesima riforma dell’università del Governo Meloni, che
si aggiunge a quella sul reclutamento e sull’ASN. La riforma della governance
degli atenei, che ha l’obiettivo di consolidare i rettori, raddoppia la durata
del rettorato e introduce la conferma quasi per acclamazione, e nel frattempo
depotenzia pesantemente i Senati accademici e punta a inserire un membro del
Governo dentro il CdA di Ateneo – attacca quindi le già deboli e problematiche
“istituzioni intermedie”, che in un modo o nell’altro, fungevano appunto, da
limiti, da argini. Sembra che persino le attribuzioni dei fondi premiali agli
atenei saranno strettamente vincolate alle valutazioni ministeriali.
> È un attacco frontale all’autonomia universitaria, che acquisisce uno
> specifico peso in questo momento, visto che l’università è stata e continua ad
> essere una fucina di elaborazione di pensiero critico, di opposizione al
> genocidio, al regime di guerra, al governo.
Ora: questa riforma fa venire nostalgia meccanismi e organismi che abbiamo
giustamente avversato per 15 anni. Penso ad esempio all’ANVUR o all’ASN. Il
problema non è rivendicare il ritorno alla riforma Gelmini, che era un disastro
e ha distrutto l’università. Il problema è cogliere l’occasione per fare un
passo in avanti e ripensare complessivamente le istituzioni sociali, perché
questo è un momento in cui, forse, lo possiamo fare.
Serve un grande sforzo di elaborazione, di immaginazione e ragionamento politico
collettivo. Una riflessione analoga vale per la manovra finanziaria,
attraversata, ad esempio, da una linea marcatamente patriarcale: le donne
figurano solo come madri,, hanno diritto ad essere “ricompensate” solo perché
tali e l’obiettivo sembra essere ricacciarle nel part time. Anche questo è un
segno molto chiaro di che cos’è l’economia di guerra e di come va organizzandosi
la società a partire dalla sua riproduzione. Abbiamo veramente davanti dei campi
molto ampi di lavoro politico. Dobbiamo evitare la trappola della nostalgia per
il vecchio e dedicarci a immaginare il nuovo.
L'articolo Un autunno costituente proviene da EuroNomade.