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PALESTINA: LETTERA APERTA DI SAMI ABUOMAR, DA GAZA, A MELONI, TAJANI E CROSETTO. “COME VOLETE CHE LA STORIA VI RICORDI?”
Palestina: il genocidio per mano israeliana non conosce sosta alcuna. Dall'11 ottobre 2025, teorico "cessate il fuoco", poco meno di 2mila palestinesi sono stati uccisi (500) o feriti a seguito di 1.300 violazioni commesse dall'occupazione. Questo porta il numero totale di palestinesi uccisi dal genocidio in 2 anni e mezzo a 71.551, con 171.372 feriti e migliaia e migliaia di dispersi sotto le macerie. Il resto della popolazione continua a combattere, ora per ora, per la vita, al gelo, tra vento e pioggia, e senza uno straccio di aiuto. Dalla Striscia di Gaza arriva su questo la lettera aperta di Sami Abuomar, cooperante palestinese e collaboratore di tante realtà solidali italiane, rivolta Meloni, Tajani e Crosetto, chiedendo loro: "Come volete che la storia vi ricordi? Il mondo vi guarda". La corrispondenza su Radio Onda d'Urto con Sami Abuomar, mercoledì 21 gennaio. La corrispondenza dalla Striscia di Gaza con Sami Abuomar, su Radio Onda d'Urto, di mercoledì 21 gennaio
PALESTINA: STRAGI ISRAELIANE, MORTI E FERITI NELLE TENDE SFERZATE DA VENTO, PIOGGIA E FREDDO
Palestina. Strage, in particolare di bambini, a Gaza per mano israeliana. In 24 ore i raid ordinati da Netanyahu, nel silenzio della comunità internazionale – non ultimi i regimi arabi della regione, oltre a Usa, Ue e singoli stati del vecchio Continente, Italia in testa – hanno causato almeno 18 vittime, tra cui 5 bambini, e 17 feriti. E’ una delle più violente giornate dal presunto cessate il fuoco di ottobre, che in 3 mesi ha visto la morte per mano israeliana di 431 persone, con 1.200 feriti. Le ultime ore però sono state drammatiche; nel sud di Gaza, un drone ha colpito una tenda. Morte 5 persone, tra cui 3 bambini di 3,5 e 7 anni. Nel nord, una 11enne anni uccisa a Jabaliya, mentre a Gaza City è morto un altro bambino di 8 anni. Il tutto mentre l’annunciata riapertura del valico di Rafah, che doveva già essere aperto da ottobre con il cessate il fuoco ma continuamente rimandato, fino alle promesse recenti di Netanyahu, ancora non si vede. Per questo la Global Sumud Flotilla ha presentato una richiesta ufficiale al governo egiziano per far entrare a Gaza un convoglio umanitario via terra, a pochi giorni da un altro annuncio della GSF, una nuova missione marittima per rompere il blocco su Gaza da attuare nella primavera con 100 imbarcazioni e 3.000 partecipanti provenienti da oltre 100 Paesi, più del doppio di quella dello scorso autunno. Questo anche perché, dentro Gaza, sono sempre pochissimi gli aiuti fatti filtrare dall’occupazione a una popolazione stremata e sottoposta, in queste ore, all’ennesima violenta ondata di maltempo, con onde alte, venti forti, trombe d‘aria e pioggia battente su tutta la fascia costiera, dove sono ammassati in tende o rifugi di fortuna gran parte dei 2 milioni di palestinesi di Gaza. Sulla situazione attuale a Gaza la traduzione in italiano, a cura di Radio Onda d’Urto, del punto odierno – venerdì 9 gennaio – di Philippe Lazzarini, portavoce dell’agenzia umanitaria Onu Unrwa. Ascolta o scarica.
PALESTINA: UCCISIONI, ARRESTI E VIOLENZE. CONTINUA IL GENOCIDIO NEL SILENZIO INTERNAZIONALE
In Palestina il genocidio per mano israeliana prosegue nel silenzio della maggior parte dei media. Questa mattina gli spari dell’esercito di occupazione israeliano contro il campo profughi di Jabalia, nel nord della Striscia di Gaza, hanno ucciso una bambina palestinese di 11 anni. Un altro bambino è rimasto ferito nel quartiere Zeitoun di Gaza City. Colpi d’artiglieria hanno inoltre preso di mira il quartiere Tuffah, dove ieri sera altri due palestinesi sono stati uccisi dall’IDF, in una delle quotidiane violazioni del cosiddetto cessate il fuoco stabilito lo scorso ottobre. Dall’11 ottobre 2025, data di inizio dell’ultimo presunto cessate il fuoco, oltre 425 palestinesi sono stati uccisi dall’esercito israeliano e più di 1.200 sono rimasti feriti. Le violenze israeliane proseguono anche nella Cisgiordania occupata. Le Nazioni Unite hanno invitato Israele a smantellare il proprio sistema di apartheid imposto ai palestinesi in Cisgiordania e in tutti i Territori occupati. In un rapporto pubblicato mercoledì 7 gennaio, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani ha denunciato come decenni di “discriminazione sistematica” e segregazione nei confronti dei palestinesi nei Territori occupati si siano “drasticamente deteriorati” negli ultimi anni. Sempre ieri sera, le forze di occupazione israeliane hanno arrestato un cittadino palestinese già ferito dai coloni durante un assalto nella città di as-Samu, a sud di Hebron. Questa mattina, nel villaggio di Aboud, a nord di Ramallah, i militari israeliani hanno arrestato un’ex detenuta palestinese, Mona Ahmed Abu Hussein, e suo figlio Hamam. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, gli aggiornamenti con Michele Giorgio. direttore di Pagine Esteri, corrispondente da Gerusalemme per il Manifesto e nostro collaboratore. Ascolta o scarica.  
PALESTINA: ANCORA ATTACCHI NELLA STRISCIA DI GAZA. IN CISGIORDANIA 126 NUOVE UNITÀ COLONIALI. IL PUNTO CON LA GIORNALISTA ELIANA RIVA
Prosegue senza fine il genocidio del popolo palestinese per mano israeliana nonostante il cessate il fuoco entrato in vigore l’11 ottobre 2025. Ieri le forze di occupazione israeliane hanno ucciso almeno tre palestinesi a Khan Younis. Anche nella Cisgiordania Occupata l’esercito e i coloni continuano ad aggredire la popolazione. Nella notte, la polizia israeliana ha ucciso un uomo beduino durante un’irruzione a Tarabin, nel sud. In questo contesto le autorità israeliane hanno anche approvato la costruzione di 126 unità coloniali nell’avamposto di Sanur, situato illegalmente nel nord della Cisgiordania, come parte della politica di espansione degli insediamenti israeliani. Il valico di Rafah riaprirà all’inizio della prossima settimana per consentire il ritorno dei palestinesi fuggiti dalla Striscia. A riferirlo una fonte di sicurezza egiziana, che ha richiesto l’anonimato, assicurando che il valico “riaprirà presto in entrambe le direzioni” e che le forze europee, appartenenti alla missione civile dell’Unione Europea al valico “svolgeranno un ruolo centrale” e sarebbero giù arrivare in Israele, pronte per il dispiegamento. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, l’intervento di Eliana Riva, caporedattrice di Pagine Esteri e collaboratrice de Il Manifesto. Ascolta o scarica.
Un autunno costituente
di NA HABY STELLA FAYE. Riprendiamo da Global Project questa intervista doppia ad Anna Guerini e Rossella Puca pubblicata il 23 dicembre 2025. Il movimento contro il genocidio in Palestina ha dato uno scossone a questo paese. Un movimento che per partecipazione, maturità del discorso e radicalità nelle pratiche, farà senz’altro la storia. Sono passati più di due mesi dal “weekend lungo” del 3-4 ottobre, due giornate che hanno visto 3 milioni di persone scendere in piazza. Questa intervista doppia ha l’ambizione di mettere a sistema o, quantomeno, in dialogo tra loro, le diverse prospettive e riflessioni emerse durante questi mesi. Milioni di persone sono scese in piazza contro il genocidio in Palestina; indubbiamente, tuttavia, il discorso di questo movimento è andato oltre il caso singolo, e ha messo al centro il rifiuto della normalizzazione della guerra, dello sterminio di massa e del dominio coloniale come elementi costitutivi di un nuovo ordine globale. La Palestina Globale di cui parla Ilan Pappé infatti definisce da una parte l’Israele globale, ovvero la generalizzazione a livello sistemico dei principi e degli strumenti del fascismo coloniale rappresentato dal regime israeliano, dove il concetto stesso di diritto si restringe sempre di più. Dall’altra, invece, la Palestina globale dei movimenti, dei popoli che intessono alleanze radicali contro la violenza del regime di guerra e genocidio. Quali sono i nodi fondamentali a cui guardare per comprendere i processi di questo movimento? Anna Guerini – Intanto vi ringrazio per avermi proposto questa intervista doppia con Rossella. Secondo me possiamo iniziare — non ancora in un’ottica propriamente storica, perché per quella servirà molto più tempo — quantomeno a cogliere ciò che questo movimento ha innescato.  E possiamo riconoscere le difficoltà che stiamo incontrando nel mantenerlo vivo, e ragionare sugli snodi e sui momenti di difficoltà e di impasse. Prima di passare a questo, parto con un aneddoto. Sono reduce dal Convegno Internazionale Marxista-femminista a Porto e tra le varie compagne con cui mi è capitato di parlare,  molte condividevano con me e le altre italiane lo stupore e l’ammirazione per le piazze del lungo weekend del 2-3-4 ottobre, che a ben vedere inizia il 22 settembre. Insomma mi restituivano una gioia immensa nel vedere le piazze italiane. Evidentemente la mobilitazione italiana ha avuto una diffusione, dal punto di vista dell’immagine della potenza, che va ben oltre i confini italiani ed europei. Non ci siamo neanche noi resi conto del tutto della specificità di quello che è successo, perché non è stato dappertutto così. Questo ci porta a chiedere che cosa abbia funzionato particolarmente bene dal punto di vista dell’attivazione di quella mobilitazione, che cosa è scattato e che cosa ci consente di tenere vivo il processo che in quelle settimane si è innescato. Credo che il punto di partenza fondamentale sia stata una sorta di indignazione generalizzata che ha coinciso con il momento apicale del genocidio e la mobilitazione della Flottiglia che, per il suo carattere “civile” e “umanitario” diciamo così, ovviamente rendeva la brutalità del genocidio e più complessivamente l’impunità di Israele ancora più evidente. > Credo che si sia progressivamente delineata nella testa di tante/i l’idea > dell’Israele globale, e quindi il legittimo terrore che quel margine di > impunità concesso ad Israele negli ultimi settant’anni rischi di diventare il > criterio con cui le democrazie – visto che consideriamo Israele l’unica grande > democrazia del Medioriente – complessivamente possano riorganizzare il loro > intervento politico e sociale in una fase di evidente crisi. Qua ci sarebbe da discutere se si tratta di una crisi o del definitivo esaurimento di una fase politica ed economica specifica, che abbiamo definito fase neoliberale negli ultimi quarant’anni. Forse la crisi è finita e questi cambi di intervento e queste accelerazioni lo indicano. Però appunto credo che sia balenata nella testa di molti la paura che questo grado di impunità potesse rovesciarsi anche all’interno dei Paesi occidentali. Questo da un lato è positivo, ha finalmente costretto molte persone a fare i conti e guardare in faccia la violenza genocida di Israele. Aggiungo però che è sintomatico che tutta questa mobilitazione incredibile sia esplosa nel momento in cui c’erano degli attivisti in larga parte occidentali ad attraversare il Mar Mediterraneo verso le coste di Gaza con la Global Sumud Flotilla. Il tema è che quella è stata riconosciuta come una mobilitazione non violenta e umanitaria, ma in primo luogo fondamentalmente politica, unita all’invocazione molto chiara dei portuali di Genova “Se toccano la Global Sumud Flotilla, noi blocchiamo tutto”. Questo ha segnato un punto di rottura. La domanda fondamentale da porsi è: che cosa ha innescato quel quid in più che ha dato vita a quella reazione? Io credo che sia stato il rispecchiamento con chi stava sulla Flotilla, che pur nella sua azione pacifica è stato aggredito, attaccato, oggetto di veri e propri atti di terrorismo da parte del Governo israeliano e di attacchi frontali da parte dei governi occidentali. Un rispecchiamento che ci fa temere per la repressione che possiamo subire, indipendentemente dalla forma di protesta che mettiamo in campo. E questo ha segnato uno stacco, perché la retorica degli antagonisti dei centri sociali non regge più. Questo ha costretto tutti a fare i conti con quello che stava succedendo da due anni, ma più complessivamente da settant’anni, e ha avuto una ricaduta dal punto di vista dell’attivazione. Nel frattempo, il fatto che Trump sia intervenuto in modo molto netto sulla situazione e che si stia cominciando a discutere seriamente, e non più soltanto in termini astratti, di piani di riarmo dell’Europa, ha cambiato la configurazione; credo poi che uno degli altri stimoli principali sia stato il timore per i nostri salari e per la nostra capacità di sopravvivere da qui ai prossimi anni dentro un regime di guerra, che evidentemente sta imponendo delle trasformazioni che riguardano tutti.  Un’altra questione è che questo movimento ha potuto contare su una serie di processi accumulati almeno negli ultimi dieci anni, processi sociali di mobilitazione molto ampi – penso in particolare allo sciopero femminista, visto che ieri era il 25 di novembre, e al movimento per il clima, che hanno riattivato lo strumento dello sciopero, restituendogli una dimensione sociale, che in questi lunghi weekend è tornato ad essere fondamentale anche all’interno del fronte sindacale. In entrambi i casi erano scese in piazza delle composizioni sociali molto ampie. Quel tipo di attivazione, sommata ai processi di attivazione e agli spazi politici che le strutture di movimento da anni tengono vivi, ha consentito di estendere la mobilitazione in modo inimmaginabile. Rossella Puca – Io partirei da un punto che di solito crea imbarazzo negli ambienti istituzionali: il crollo di credibilità del diritto internazionale davanti al genocidio in Palestina. Non è un dettaglio esterno al movimento, anzi. Perché ciò che è successo nell’ultimo anno – e che milioni di persone hanno percepito con una chiarezza sorprendente – è che le norme poste a tutela dell’umanità si sono rivelate incapaci di vincolare il potere quando il potere è alleato dei Paesi centrali dell’ordine mondiale. Immagine iconica su tutte le altre: La Corte Penale Internazionale emette un mandato di arresto contro Netanyahu; ma il suo aereo con lui dentro, sorvola senza ostacoli gli spazi aerei europei. Ora, se il diritto penale internazionale è valido solo per gli Stati “periferici”, ciò che viene meno non è una procedura, ma la sua natura di diritto: perché un diritto che si applica a geometria variabile diventa immediatamente un atto politico travestito da norma. Allo stesso modo, venendo ora al ruolo dell’ONU questo si è ridotto all’impotenza strutturale: risoluzioni ignorate, veti permanenti, appelli umanitari continuamente disattesi. L’ONU ha mostrato di essere un luogo dove il linguaggio del diritto sopravvive come forma, ma sembra quasi non possedere più alcun potere conformativo. Poi c’è il tema dei notissimi doppi standard. Nel caso della guerra Russa-Ucraina abbiamo assistito a un ricorso quasi immediato all’apparato sanzionatorio, al linguaggio della responsabilità internazionale dello Stato aggressore, alla mobilitazione retorica di “valori comuni” da difendere. Nel caso palestinese, dinanzi ad un genocidio quello stesso apparato è stato silenziato o usato in modo simbolico. > Questo non è solo ipocrisia: è la dimostrazione che l’ordine giuridico > internazionale non è un sistema, ma un campo di forza in cui prevale > l’interesse geopolitico. Il movimento ha colto tutto questo con lucidità: la percezione condivisa è che, quando i crimini vengono commessi da chi detiene un ruolo centrale nell’economia globale della guerra, il diritto non interviene. E non interviene perché sembra non sia stato costruito per farlo. Il diritto, qui, ha smesso di essere strumento di limite: è diventato strumento di legittimazione dell’impunità. Parallelamente, abbiamo assistito all’azione degli Stati che, invece di perseguire la violazione del diritto, hanno perseguito chi la denuncia. Si sono viste misure disciplinari nelle scuole, tentativi di censura dell’autonomia scolastica ed universitaria, denunce contro i manifestanti o anche solo identificazioni per aver sventolato bandiere della Palestina o per aver pronunciato parole considerate indesiderabili. È un rovesciamento radicale: non si reprimeva quella violenza – quel genocidio, ma chi provava a renderli visibili. Ecco perché, secondo me, il nodo fondamentale per comprendere questo movimento è che le persone hanno percepito un fatto essenziale: quando il diritto è incapace di proteggere le vite che dovrebbe proteggere, allora l’unico luogo in cui può essere difesa la giustizia è lo spazio pubblico. Il movimento è stato questo: la rivendicazione collettiva di un’etica della responsabilità che il diritto internazionale ha abbandonato. Durante questa ondata di mobilitazioni, è stato posto l’interrogativo centrale dell’organizzazione, ed in particolare della sfida per le strutture di mettere a disposizione i propri strumenti, favorendo l’attivazione e la mobilitazione senza soffocarla con gli identitarismi. Che ruolo hanno avuto strutture e organizzazioni in questa fase? Che ruolo hanno invece avuto i percorsi nazionali che nell’anno passato hanno visto l’attivazione di migliaia di persone contro l’autoritarismo e la repressione del dissenso, come, ad esempio, quello contro il DdL – poi Decreto – Sicurezza? Anna Guerini – Rispetto al ruolo delle strutture, questo movimento ha posto un tema rispetto all’organizzazione. Dobbiamo fare una riflessione su diversi piani: ciascuno di noi ha conosciuto prevalentemente i contesti in cui si è mobilitata, per cui bisognerebbe capire se le mobilitazioni sul piano locale sono state uguali, se i processi si assomigliano tutti – cosa che non credo. Credo che alcuni processi innescati nel mio territorio siano stati particolarmente efficaci. Le strutture di movimento, ad esempio, hanno mostrato disponibilità a tenere aperto lo spazio politico, uno spazio di confronto, di dialogo e di messa a disposizione non passiva, ma organizzativa, di strumenti, conoscenze e pratiche di piazza. Ciò ha consentito di organizzare delle mobilitazioni che hanno rivendicato un certo grado di “illegalità”. La pratica del blocco non era scontata fino a qualche tempo fa, e forse il fatto che qualunque tipo di mobilitazione, anche la più pacifica e umanitaria, venga attaccata con le bombe a ultrasuoni, ha fatto capire che si può provare a spingere in questo senso. Altrettanto importante è stato lo sforzo per mettere in comunicazione una serie di realtà e di singoli che altrimenti sarebbero stati dispersi, dando un contributo in termini di organizzazione ecosistemica, se vogliamo usare i termini di di Rodrigo Nunes. Le assemblee cittadine a Padova sono state uno strumento formidabile in questo senso. Ovviamente facendo tesoro di una serie di mobilitazioni degli ultimi anni. Anche le università sono state centrali. Erano due anni che le e gli studenti, riunite in collettivi, occupavano le università contro il genocidio in Palestina, costruendo un discorso politico che alla fine, faticosamente, si è affermato perché si è rivelato corretto dal punto di vista dell’analisi. E quindi l’organizzazione ha messo a disposizione l’aspetto dell’intelligenza e della costruzione di un ragionamento collettivo, senza il quale probabilmente non ci sarebbe stato quello spostamento dal punto di vista della potenza della mobilitazione. > Cosa rimane da fare adesso? Credo che il problema sia cercare di individuare > gli elementi di scarto rispetto ai due anni precedenti. Il tema che poneva Rossella sul diritto internazionale secondo me è fondamentale. Il campo giuridico si sta rivelando un campo di contesa sempre più esposto alla trasformazione. Da un lato, il diritto internazionale si è rivelato per quello che è storicamente – uno strumento con un forte impianto ed eredità coloniale. Questa volta, però, proprio i Paesi del cosiddetto “Sud Globale” hanno avviato i processi contro Netanyahu per genocidio, rilanciando l’attività e la funzione politica del diritto internazionale, provando a rovesciarne il segno. Nel momento in cui il diritto internazionale si è rivelato per quello che è, la mobilitazione ha fatto sua la grammatica e l’ha usata come strumento politico dal basso. È un campo di contesa che ci potrebbe consentire di fare un passo in avanti, per non limitarci a rivendicare e rimpiangere la sovranità liberale o il sistema del diritto internazionale.  > Credo che dalle piazze venga l’indicazione di tenere aperti processi ampi e > spazi di confronto, facendo passare il messaggio che non è il momento di > muoversi da soli con iniziative scollegate che rischiano di mettere in > discussione quegli stessi processi e depotenziarli, compromettendo mesi di > lavoro politico. Un’ultima cosa: il problema che stiamo identificando sempre più precisamente è quello del regime di guerra, e dei modi in cui sta implodendo nei nostri Paesi, dalla manovra finanziaria, agli annunci sulla leva, ad una serie di trasformazioni che riguardano l’università. Il problema è identificare i punti di attacco a quello che abbiamo chiamato Israele globale e capire come mobilitarci efficacemente in questo senso. Rossella Puca – La questione dell’organizzazione, in questa fase, è stata decisiva. Ma non nel senso classico dell’organizzazione come struttura compatta-gerarchica, dotata di una linea congressuale e di un piano. È emersa invece una forma di organizzazione non identitaria, che ha funzionato proprio perché non ha cercato di capitalizzare politicamente la mobilitazione. Le strutture – quelle che già esistevano, in Italia dai centri sociali alle reti antirazziste, fino alle realtà sindacali di base  – hanno avuto un ruolo che definirei “di servizio”, nel senso più alto e politico del termine: mettere a disposizione strumenti, spazi, competenze, reti di cura e di difesa legale, senza pretendere di dirigere la dinamica. > Le organizzazioni che hanno saputo leggere questa fase hanno capito una cosa > molto semplice: l’energia sociale non si governa, si accompagna. E > accompagnarla significa rinunciare a trasformarla in identità. Questo movimento non voleva un soggetto che parlasse al posto suo. Voleva, semmai, una cornice in cui agire, un’infrastruttura che rendesse possibile l’emersione spontanea di una politica che è stata al tempo stesso radicale e popolare. E qui entra in gioco anche l’altra parte della domanda: il ruolo dei percorsi contro l’autoritarismo e la repressione dell’ultimo anno. Io credo che quei percorsi siano stati una sorta di precondizione politica. Le mobilitazioni contro il DdL Sicurezza, contro l’inasprimento delle pene, contro la criminalizzazione del dissenso, hanno prodotto due cose fondamentali: – una grammatica condivisa sulla repressione, cioè un lessico comune per riconoscere le forme del potere – tramite i convegni studi che non avevano nulla di accademico… – una rete fondamentale di soggetti – giuristi, attivisti, collettivi, insegnanti, studenti – capaci di attivarsi rapidamente. Quando la piazza palestinese è esplosa, queste reti erano già col motore acceso. E si è visto nelle pratiche: dalla gestione dei fermi alla lettura politica delle denunce, dalla protezione delle scuole autorganizzate alla capacità di disinnescare l’uso strumentale delle retoriche dell’antiterrorismo, all’essere presenti compatti in vari territori: dal porto di Venezia sino alla piazza di Bologna, passando per la manifestazione di Udine contro la partita Italia-Israele. Senza quel lavoro precedente, il tentativo di soffocare la mobilitazione avrebbe avuto un peso molto maggiore. In questo senso, direi che strutture ed il percorso anti deriva autoritaria hanno permesso al movimento di non essere solo emotivo, ma di essere politicamente solido e ben radicato. Come abbiamo visto in questi mesi, la controparte si sta riorganizzando. Dal DdL Gasparri al piano casa, fino a una manovra finanziaria che mette al centro il riarmo, a discapito dei servizi e del welfare, senza prevedere investimenti strutturali per contrastare povertà e disuguaglianze. Di fronte a questo scenario, quali saranno le sfide per i movimenti? Rossella Puca – Le misure che stanno avanzando – dal DdL Gasparri al piano casa, fino a una manovra centrata sul riarmo e priva di investimenti strutturali contro povertà e disuguaglianze – non sono episodi isolati. Indicano una tendenza precisa: lo Stato sta riorganizzando il proprio impianto politico-giuridico in chiave di governo della crisi, e il costo di questa riorganizzazione ricade quasi interamente sui diritti sociali e sulle forme di conflitto (l’intervista è stata fatta prima dello sgombero del centro sociale Askatasuna, le cui modalità ricadono pienamente in questa strategia ndr). Accanto a questo livello più visibile c’è un versante meno appariscente ma non meno rilevante: quello della riforma della giustizia presentata come aggiornamento tecnico ed efficientista. La promessa è quella di una giustizia più rapida e accessibile. La realtà è un processo di razionalizzazione autoritativa, in cui la velocità diventa il pretesto per ridurre garanzie sino ad arrivare chissà ad ampliare gli strumenti discrezionali della magistratura requirente del pm. È una trasformazione culturale prima che normativa: la giustizia smette di bilanciare poteri e tende a diventare un dispositivo amministrativo di ordine pubblico. Su questo sfondo si colloca anche il dibattito referendario costituzionale che ci attende. Non è un dettaglio tecnico né uno scontro tra addetti ai lavori: è il tentativo di fissare in Costituzione un rapporto più verticale tra società e istituzioni, dentro un contesto in cui la spesa sociale arretra mentre il settore militare avanza. > Ridurre i contrappesi mentre si espandono sicurezza, repressione e riarmo > significa ridefinire il patto democratico in senso difensivo: lo Stato si > protegge, non protegge. Le elezioni regionali confermano una tendenza chiara ma non monolitica. La destra è strutturalmente forte, soprattutto dove riesce a intercettare paure materiali e una domanda diffusa di stabilità. Ma non vince ovunque, e questo è significativo: soprattutto nel Mezzogiorno emergono spazi politici che non si allineano automaticamente al blocco di governo, territori in cui gli effetti concreti delle politiche nazionali – tagli al welfare, alla sanità – sono percepiti in modo più immediato. La frattura Nord/Sud non esprime solo differenze economiche: evidenzia modelli diversi di relazione con lo Stato, diverse forme di aspettativa sociale. Per i movimenti, questo significa che il campo non è chiuso. È discontinuo quindi in un certo senso attraversabile. Le sfide, allora, si giocano su due piani intrecciati. Sul terreno giuridico, comprendere come il diritto stia cambiando funzione: non più limite al potere, ma strumento per stabilizzare un modello di governo fondato su sicurezza, austerità e militarizzazione. Ma le nostre battaglie non devono essere solo difensive: saranno battaglie per produrre diritto, per imporre principi e pretese che oggi non trovano spazio nella cornice istituzionale. Sul piano sociale-territoriale, ricostruire solidarietà reali dove il welfare arretra. Non in termini assistenzialistici-cattolici, ma in termini politici: reti che sappiano fare ciò che lo Stato non fa più, e che allo stesso tempo denuncino in senso critico il perché non lo fa. Per quanto riguarda lo sguardo generazionale, una parte consistente della generazione politica attiva, oggi non si sente minimamente rappresentata dal discorso istituzionale dominante, ma non vive però il conflitto come un’eccezione: anzi, lo vive come il modo normale di stare nel presente. Questa è la vera forza del momento: la capacità di non lasciarsi definire dal quadro dato, ma di produrre nuovi linguaggi che il quadro non riesce a contenere. È da qui che passa la sfida dei movimenti, non solo opporsi, ma spostare il campo. E farlo con l’ambizione – sempre più concreta – di ridisegnare ciò che oggi viene raccontato come inevitabile. Anna Guerini – Parto dall’ultima cosa che ha detto Rossella. Questa ambiguità del diritto ha prodotto uno scarto nella posizione degli Stati, tanto che abbiamo l’occasione per provare ad andare oltre ai quadri giuridici, politici e sociali di cui può venire nostalgia in un momento come questo. L’obiettivo può essere, in questo caso, superare e forzare quegli stessi quadri. La riforma della giustizia è un’altra questione fondamentale. Io ovviamente non ci torno, viste le competenze che ha Rossella, però mi sembra che sia assolutamente interna alla trasformazione complessiva a cui stiamo assistendo, e che sta avvenendo molto rapidamente. Essa riguarda da un lato la cancellazione dei limiti: la crisi viene stabilizzata come tale, senza che si abbia la necessità di risolverla. Dall’altro, assistiamo all’accentramento sempre maggiore dei poteri esecutivi. L’abbiamo visto con il DDL sicurezza, con il suo impianto repressivo del tutto specifico, che aveva come obiettivo proprio quelle forme di solidarietà diffusa che si sono attivate nei mesi scorsi. La proposta di riforma della governance universitaria è altrettanto emblematica. Se uniamo la riforma della giustizia, la proposta del premierato – l’altro grande obiettivo del Governo Meloni – il decreto sicurezza, i vari DDL Gasparri/Del Rio, e questo testo sull’università, l’obiettivo sembra essere la riorganizzazione dei poteri dello Stato, al fine di riorientare complessivamente i flussi economici e finanziari dentro l’economia di guerra. Per questo silenziare l’opposizione sociale alla guerra è tanto importante. Mi soffermo su questa ennesima riforma dell’università del Governo Meloni, che si aggiunge a quella sul reclutamento e sull’ASN. La riforma della governance degli atenei, che ha l’obiettivo di consolidare i rettori, raddoppia la durata del rettorato e introduce la conferma quasi per acclamazione, e nel frattempo depotenzia pesantemente i Senati accademici e punta a inserire un membro del Governo dentro il CdA di Ateneo – attacca quindi le già deboli e problematiche “istituzioni intermedie”, che in un modo o nell’altro, fungevano appunto, da limiti, da argini. Sembra che persino le attribuzioni dei fondi premiali agli atenei saranno strettamente vincolate alle valutazioni ministeriali. > È un attacco frontale all’autonomia universitaria, che acquisisce uno > specifico peso in questo momento, visto che l’università è stata e continua ad > essere una fucina di elaborazione di pensiero critico, di opposizione al > genocidio, al regime di guerra, al governo. Ora: questa riforma fa venire nostalgia meccanismi e organismi che abbiamo giustamente avversato per 15 anni. Penso ad esempio all’ANVUR o all’ASN. Il problema non è rivendicare il ritorno alla riforma Gelmini, che era un disastro e ha distrutto l’università. Il problema è cogliere l’occasione per fare un passo in avanti e ripensare complessivamente le istituzioni sociali, perché questo è un momento in cui, forse, lo possiamo fare. Serve un grande sforzo di elaborazione, di immaginazione e ragionamento politico collettivo. Una riflessione analoga vale per la manovra finanziaria, attraversata, ad esempio, da una linea marcatamente patriarcale: le donne figurano solo come madri,, hanno diritto ad essere “ricompensate” solo perché tali e l’obiettivo sembra essere ricacciarle nel part time. Anche questo è un segno molto chiaro di che cos’è l’economia di guerra e di come va organizzandosi la società a partire dalla sua riproduzione. Abbiamo veramente davanti dei campi molto ampi di lavoro politico. Dobbiamo evitare la trappola della nostalgia per il vecchio e dedicarci a immaginare il nuovo. L'articolo Un autunno costituente proviene da EuroNomade.
PALESTINA: REPRESSIONE CONTRO CHI SI ESPONE NEI LICEI DI BOLOGNA E VICENZA. LA RISPOSTA DELLE COMUNITA’ STUDENTESCHE
A San Lazzaro di Savena (Bologna), lunedì 22 dicembre, presidio di insegnanti, studenti e genitori fuori dal liceo Enrico Mattei, finito al centro delle (non volute) attenzioni del ministro Valditara dopo che un genitore ha denunciato la decisione di un insegnante di far partecipare una classe a un webinar sui diritti umani e il diritto internazionale tenuto dalla relatrice speciale per i Territori Palestinesi Occupati, Francesca Albanese. Il sit-in ha rivendicato la libertà di insegnamento e di pensiero critico a scuola. La raccolta firme “contro la censura e per una scuola libera” ha raggiunto oltre mille firme a sostegno della docente che con i suoi studenti ha partecipato a un webinar con la relatrice Onu. Dal presidio di Bologna sentiamo Sandro, insegnante del Mattei di Bologna. Ascolta o scarica Da Bologna a Vicenza: al liceo Fogazzaro annullati tre laboratori con testimonianze di attivisti, volontari e giovani palestinesi, previsti all’interno di un’assemblea d’istituto regolarmente organizzata per martedì 23 dicembre. La cancellazione è avvenuta a seguito del richiamo a presunte “direttive ministeriali”, motivate con la necessità di garantire un non meglio specificato “contraddittorio”. Secondo quanto denunciato dagli studenti, la decisione è arrivata dopo dichiarazioni pubbliche di Giulia Gennaro, dirigente provinciale di Fratelli d’Italia, che ha definito gli incontri “di parte” e “inaccettabili”. L’amministrazione scolastica ha quindi richiamato le direttive emanate dal ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara il 7 novembre e il 12 dicembre, utilizzandole per giustificare l’annullamento delle testimonianze sulla Palestina. L’episodio, sottolineano gli studenti, non rappresenta un caso isolato ma si inserisce in un contesto nazionale sempre più segnato da interventi repressivi nelle scuole. Un precedente recente è quello della Toscana e Emilia-Romagna, dove il ministro Valditara ha inviato ispettori ministeriali dopo l’organizzazione di incontri online con Francesca Albanese, relatrice speciale ONU sui territori palestinesi occupati. “Quello che stiamo vivendo è il modello di una scuola che rinuncia al proprio ruolo educativo, che censura il confronto e che di fatto legittima il silenzio di fronte a un genocidio”, dichiarano gli studenti assieme alla Rete Studenti Medi del Veneto. “La pretesa neutralità invocata dalle istituzioni scolastiche si traduce in una negazione del diritto all’informazione e al pensiero critico: ascoltare testimonianze dirette non è propaganda, ma formazione”. In risposta alla cancellazione dei laboratori, gli studenti del Liceo Fogazzaro, insieme alla Rete degli Studenti Medi di Vicenza e a Intifada Studentesca Vicenza, hanno deciso di organizzare una contro-assemblea, come forma di protesta e di autodeterminazione studentesca. La contro-assemblea si terrà martedì 23 dicembre alle ore 8.00 e sarà uno spazio autogestito di informazione, confronto e condivisione sulla Palestina. Un’iniziativa che nasce dalla convinzione che la scuola non possa e non debba essere neutrale di fronte a crimini di massa, e che il silenzio imposto equivalga a una presa di posizione politica. “Le assemblee d’istituto sono spazi degli studenti e per gli studenti. Se vengono svuotate di contenuto e sottoposte a controllo politico, allora è nostro dovere ricostruirle dal basso” dichiarano gli studenti del Fogazzaro di Vicenza. Su Radio Onda d’Urto Micol Papi, Rete Studenti Medi di Vicenza. Ascolta o scarica PALESTINA – Intanto in Palestina, in Cisgiordania Occupata, prosegue l’azione dei coloni israeliani, accompagnata non solo dall’esercito di occupazione ma anche dalle leggi dello Stato sionista. Il governo Netanyahu ha approvato altri 19 insediamenti coloniali in West Bank, in particolare nelle aree settentrionali che erano state evacuate nel 2005. Nel frattempo proseguono i raid delle forze di occupazione, nell’area a nord-est di Ramallah e di al-Bireh, a nord-est di Gerusalemme, dove nelle ultime ore gli israeliani hanno demolito altre case palestinesi nel villaggio di Anata. Nella Striscia di Gaza, invece, continua a crescere l numero delle vittime palestinesi dei raid israeliani, in costante violazione del teorico cessate il fuoco in vigore dall’11 ottobre 2025. Da allora i bombardamenti israeliani hanno ucciso 405 palestinesi, portando il totale delle vittime degli ultimi due anni di genocidio a 70.937 uomini, donne e bambini ammazzati. Alle decine di migliaia di uccisioni si aggiungono la distruzione e le condizioni di vita infernali provocate da oltre due anni di bombardamenti incessanti e chiusura dei valichi agli aiuti umanitari, dal cibo alle medicine, dal materiale sanitario alle case prefabbricate per sostituire quelle distrutte dai missili israeliani. Con l’arrivo dell’inverno e della tempesta Byron, poi, i due milioni di sfollati di Gaza – in particolare i neonati – muoiono anche di freddo, costretti ad alloggiare in tende fatiscenti e allagate. In tutto questo Tel Aviv ha introdotto nuove norme per la registrazione delle ong internazionali per rendere ancora più difficile fornire assistenza medica all’interno della Striscia, dove gli ospedali locali sono stati bombardati per due anni dall’Idf. La denuncia arriva da Medici Senza Frontiere – tra le organizzazioni mediche operative nella Striscia – secondo cui le nuove disposizioni potrebbero comportare la revoca della registrazione delle ong a partire dal 1 gennaio. Infatti, la mancata registrazione impedirebbe alle organizzazioni internazionali (cioè non israeliane) di fornire servizi essenziali alla popolazione di Gaza e della Cisgiordania Occupata. Sull’ennesima stretta agli aiuti su Radio Onda d’Urto Meri Calvelli, direttrice del Centro Vik – Vittorio Arrigoni – di Gaza (distrutto dagli occupanti israeliani) e di ACS ong – Associazione di Cooperazione e Solidarietà. 
Gaza nella dismisura del male
di SANDRO MEZZADRA. Che ne è della filosofia di fronte al genocidio? Riscrivendo l’ultima proposizione del Tractatus di Ludwig Wittgenstein, Étienne Balibar afferma che la dismisura del male incarnata da un genocidio è qualcosa di cui al tempo stesso «si deve (e non si può) tacere». In questo campo di tensione il filosofo cerca la parola, facendo esperienza dell’indicibile e tuttavia non rinunciando a esercitare la resistenza. Solo nell’incontro con altre parole, con corpi in movimento oltre il limite della filosofia, quest’ultima incontra del resto la possibilità di ricostruire un orizzonte di verità, pur nella consapevolezza che lo sfregio arrecato al mondo non è risarcibile. La filosofia di fronte al genocidio si intitola la densa conversazione con Balibar uscita in questi giorni per la casa editrice Cronopio, a cura e con una bella introduzione di Luca Salza (pp. 93, euro 12). Alcune delle grandi questioni filosofiche e politiche sollevate dal nome Gaza sono qui affrontate con grande chiarezza e originalità. «Pensare Gaza», intanto, non è come «pensare a Gaza, come farlo cioè «sotto le bombe e davanti ai carri armati»: la distanza determina specifiche responsabilità, ma pone anche un limite rispetto alla piena comprensione dell’«oggetto» – di un genocidio, scrive Balibar, «in marcia, eseguito sotto i nostri occhi con inflessibile determinazione e senza vera opposizione». Dire «un» genocidio rinvia alla necessità della comparazione. E se «ogni genocidio» ha caratteristiche di assoluta singolarità, ciò che rende Gaza «unica» non è soltanto il fatto che qui il genocidio sia perpetrato da ebrei, ma anche che la memoria della Shoah – il «genocidio dei genocidi» – sia strumentalizzata per giustificare e «far accettare Gaza». Balibar, negli ultimi due anni, ha ricordato di parlare anche da «ebreo», in quanto discendente diretto di una vittima della Shoah (il nonno deportato dal regime di Vichy e morto ad Auschwitz). La sua riflessione sull’unicità di Gaza è dunque in questo senso particolarmente intensa, sofferta: muove infatti dalla convinzione che la stessa nozione di «popolo ebraico – che Israele pretende di rappresentare nella sua duplicità, come popolazione interna ed esterna (nella diaspora) – «sia entrata in crisi e sia esposta alla dissoluzione». Semmai dovrà rifondarsi «al di fuori di Israele ed eventualmente contro di esso», il che, aggiunge, «è molto difficile da immaginare». Il «nome ebreo», l’«ebraicità simbolica» che Balibar distingue dal «giudaismo religioso o comunitario», vive in ogni caso nelle mobilitazioni degli ebrei che nel mondo si oppongono al colonialismo israeliano e si aprono al riconoscimento della resistenza palestinese. È su quest’ultima che si tratta di insistere: essa include certo forme di autodifesa e resistenza armata, ma si esprime soprattutto nella tenacia della lotta quotidiana contro l’accaparramento delle terre, la brutalità dell’occupazione e l’annientamento della cultura. La violenza del genocidio, la distruzione delle condizioni materiali che rendono possibile la riproduzione della vita («Gaza già non esiste più», scrive Balibar) non ha cancellato la «soggettività politica» palestinese. È questa la base necessaria (per quanto non sufficiente, come si vedrà) su cui pensare una politica capace di farsi carico dell’indissolubile intreccio tra le storie tragiche dei «due popoli» che abitano la terra di Palestina, «nessuno dei quali può scacciare l’altro né rinunciare al proprio diritto all’esistenza». Uno dei due popoli oggi «schiaccia e distrugge l’altro», mentre i piani per una «pace» a Gaza dopo il genocidio ne rappresentano il coronamento, puntando a cancellare quella soggettività politica palestinese che una lunga storia di resistenza ha continuamente alimentato e rinnovato. In queste condizioni, pensare una politica di fronte a Gaza assume i tratti di un rompicapo (mentre quella dei due Stati appare semplicemente una soluzione «impossibile nelle condizioni attuali»). E la riflessione non può che allargarsi in una prospettiva che va oltre il contesto locale e regionale, dato che «Gaza è un evento mondiale». È un tratto che Balibar considera costitutivo di ogni genocidio, appunto «singolare» e «di significato mondiale». Mi pare sia un aspetto particolarmente originale della sua riflessione, che per certi versi lo avvicina al libro di Pankaj Mishra, Il mondo dopo Gaza (Guanda). Se quest’ultimo propone di leggere Gaza alla luce della linea globale del colore (e dunque delle metamorfosi del razzismo inteso anche come criterio di organizzazione dell’ordine internazionale), Balibar insiste sul modo in cui l’economia del genocidio (F. Albanese) contribuisce a definire una «nuova geometria dell’imperialismo». Il genocidio di Gaza incontra qui altri «processi genocidari», in Sudan, in Congo, in Myanmar, ma anche nel Mediterraneo dove la «parte mobile dell’umanità» viene «eliminata come indesiderabile». Più in generale, la proliferazione di guerre e una pervasiva militarizzazione del mondo fanno da cornice a una ridefinizione degli equilibri mondiali e regionali, al di là delle «geografie tradizionali» della demarcazione tra Oriente e Occidente, tra Nord e Sud del pianeta. In questo contesto, Israele si trasforma in una potenza imperialista locale «con pretese egemoniche, per mezzo di Gaza e delle altre operazioni che lo prolungano in tutta la regione: Libano, Siria, Iran, penisola arabica». Più che continuare a essere un «protetto» dell’Occidente, ne diviene un «cardine» superandone le divisioni sempre più profonde. Si capisce dunque come una politica di fronte al genocidio non possa che essere, come Balibar afferma riprendendo un concetto su cui ha a lungo lavorato, una cosmopolitica. La Palestina «‘vincerà’ nel senso che non morirà», scrive in un passaggio che spicca in una conversazione a tratti caratterizzata da toni cupi; «ma non vincerà da sola». Solo un nuovo «movimento di massa internazionalista e antimperialista» – trasversale rispetto ai «blocchi» disegnati dalla geometria dell’imperialismo in formazione – può spezzare la configurazione di potere che ha reso possibile il genocidio e inaugurare una politica della liberazione di fronte a Gaza. Balibar è consapevole di quante difficoltà debba affrontare una simile politica, il cui obiettivo finale non può che essere «la giustizia resa agli oppressi». Conversando con Salza, si interroga sulle condizioni dell’efficacia dell’azione politica in un contesto di genocidio, tentando di andare oltre l’opposizione secca tra guerra e pace, violenza e non violenza e proponendo di continuare a cercare una diversa forza per poterla infine esercitare «tenendo conto delle condizioni determinate dello scontro». Senza pensare che costituisca la forma politica esclusiva o definitiva della solidarietà con la Palestina, Balibar cita più volte la Global Sumud Flotilla, affermando che ci indica una «via da seguire», sia per la sua composizione multinazionale sia per la determinazione nello sfidare il blocco israeliano. Le formidabili mobilitazioni che l’hanno accompagnata nella sua navigazione verso Gaza hanno comunque determinato una breccia nell’ordine del genocidio, una diserzione di massa che ha messo in campo i corpi e le parole agganciandosi ai quali la parola del filosofo può contribuire a configurare quantomeno un campo di possibilità. In questo senso preciso, scrive Salza, la Flotilla «è un’avventura della filosofia». Da qui occorre necessariamente ripartire. questa recensione è stata pubblicata sul manifesto il 18 dicembre 2025 L'articolo Gaza nella dismisura del male proviene da EuroNomade.