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Castelli Romani per la Palestina: manifestazione il 29 maggio ad Ariccia
Il venerdì 29 maggio, alla Piazza di Corte di Ariccia, si svolgerà una manifestazione con artisti, letture, musica, attivisti della Flotilla e diversi interventi "per la liberazione della Palestina, contro guerre e genocidio, per rompere i rapporti tra Italia ed Israele." In comunicazione telefonica con un compagno del Movimento per la Palestina Libera dei Castelli Romani, abbiamo parlato della necesità di portare avanti questa manifestazione nel contesto dello "sciopero generale di tutte le categorie, contro le guerre e i tagli alle spese sociali." A continuazione il loro comunicato: I CASTELLI ROMANI ANCORA IN PIAZZA PER LA LIBERAZIONE DELLA PALESTINA, CONTRO GUERRE E GENOCIDIO, PER ROMPERE I RAPPORTI TRA ITALIA ED ISRAELE, PER LA FINE DELL'ASSEDIO DI GAZA, PER LA LIBERTA' DEI 10.000 PRIGIONIERI PALESTINESI DALLE CARCERI SIONISTE E DA QUELLE ITALIANE, CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DI SCUOLE E UNIVERSITA', PER IL RITIRO DEL DL SICUREZZA E DEL DDL ANTISIONISMO, PER RINGRAZIARE LA FLOTILLA E CHI RESISTE CONTRO GLI INTERESSI COLONIALI ED ECONOMICI DI GOVERNI E MULTINAZIONALI. Da sempre i Castelli Romani si sono mobilitati contro il fascismo che ogni tanto si ripresenta sotto forma di manifestazioni razziste, presentazione di libri revisionisti e di interessi speculativi che sfruttano persone e luoghi a noi vicini. In questi ultimi casi, la differenza con il centrosinistra ormai è svanita, a dire il vero. Scendiamo nuovamente in piazza perché il volto gaudente del sadico ministro israeliano BenGvir è quello che meglio rappresenta l'immagine di uno stato genocida e punta del colonialismo occidentale in Medio-Oriente. Ma i volti dei governi occidentali non sono così diversi dal suo, perché in tutti i modi hanno fornito sostegno ad Israele, varato leggi speciali e usato il pugno duro contro ogni forma di dissenso. Merito della Flotilla è stato quello di riportare il focus sulla Palestina, scomparsa dai maggiori media in questi mesi in cui Israele e USA hanno messo in piedi un organismo indegnamente chiamato "Board of Peace". La nuova concezione di "tregua" ha già provocato circa 800 palestinesi uccisi dai sionisti, su oltre 70.000 morti accertati, in Libano 700 uccisi dalla "tregua" di aprile su 3.000 totali, altre migliaia in Iran, per proseguire con il colpo di stato in Venezuela ed il quasi certo prossimo attacco anche a Cuba. L'UE continua a voler proseguire la guerra in Ucraina, riempiendo di soldi le industrie di armi e reinserendo la leva obbligatoria in diversi Paesi. Una trattativa di pace con la Russia non viene neanche ipotizzata. In Italia, il governo più fascista dal ventennio ad oggi, consente l'invio di armi ad Israele, arresta palestinesi su mandato dello stato ebraico condannando la loro Resistenza contro l'occupante e loro stessi ad anni di carcere duro, manda avanti i suoi lacché a reti unificate per attaccare ogni forma di solidarietà con chi vive a Gaza e in Cisgiordania, fa soggiornare i militari dell'IDF in località turistiche affinché si riposino da loro sporco lavoro. Intanto approva "leggi sicurezza" e "leggi antisemitismo" che imporranno una forte censura e repressione per tutti coloro i quali, specie nelle scuole e nelle università, non si adeguino al nuovo "standard di democrazia". Continuiamo a mobilitarci contro le guerre imposte dal sistema capitalista che necessita di tutto questo Venerdì 29 maggio in piazza ad Ariccia, mandiamo un messaggio forte, con le nostre voci, i nostri corpi, la musica, l'arte che trasformi la nostra rabbia in un impegno per la libertà di tutti i popoli oppressi. Liberare la Palestina, rompere le catene che ci legano agli interessi della NATO e degli industriali, veri nemici di ogni forma di pace e di giustizia sociale, per una società completamente diversa da quella attuale. Sarà chi pianifica le guerre ed un mondo costruito sulla violenza del più forte ad essere messo all'angolo. Facciamo appello a tutti/e, perché venerdì 29 maggio, lo sciopero generale di tutte le categorie, contro le guerre e i tagli alle spese sociali, abbia la più larga partecipazione per poi vederci in piazza ad Ariccia in tante e tanti. Free Palestine! Lo grideremo in faccia a tutti i BenGvir del mondo, perché il ministro israeliano rappresenta solamente la punta dell'iceberg, purtroppo. Ci saranno artisti, letture, musica, attivisti della Flotilla e interventi su tutte le questioni citate ma anche il microfono aperto per chi volesse contribuire con ulteriori spunti di riflessioni e proposte. I Castelli Romani sono solidali ed in lotta contro chi resiste alla barbarie, in ogni angolo del pianeta, con ogni mezzo necessario! MOVIMENTO PER LA PALESTINA LIBERA - CASTELLI ROMANI
May 27, 2026
Radio Onda Rossa
Le flottiglie per Gaza nel 2026: genesi, storia, sviluppi necessari.
PERCHÉ VANNO RIPENSATE E COME POSSONO SERVIRE PIENAMENTE LA CAUSA PALESTINESE. In questi ultimi giorni, abbiamo assistito alle violenze che gli attivisti e le attiviste della Global Sumud Flotilla hanno subito, dopo il loro arresto in acque internazionali da parte delle forze militari israeliane, mentre erano diretti a Gaza per una missione umanitaria. Si dibatte se si sia trattato di un atto di pirateria e di un rapimento: tanti esperti di diritto internazionale ritengono di sì, altri giuristi sostengono, invece, che, tecnicamente, tali azioni non si possano configurare quali reati di depredazione e violenza in mare da parte di Israele. Perché questa dicotomia di pensiero e perché è necessario oggi determinare definitivamente il quadro delle responsabilità dello Stato di Israele (e non solo del governo attuale)? L’imperativo non è, chiaramente, riferito soltanto a questo ultimo episodio, date le ultradecennali persecuzioni, gli abusi, gli omicidi compiuti dai sionisti in Palestina, in Libano, in Iran, in Yemen. E in considerazione del genocidio ancora in atto a Gaza. IL BLOCCO NAVALE A GAZA: LEGALE O ILLEGALE? Facciamo qualche passo indietro nella storia delle flottiglie. Quando Israele, nel 2007, impone il blocco navale davanti alla Striscia di Gaza, partono spedizioni civili via mare per rompere l’assedio, con a bordo attivisti di tanti paesi prevalentemente europei. La più nota rete è la Freedom Flotilla Coalition. Poi, nel 2025 è stata lanciata la campagna della Global Sumud Flotilla (GSF), diventando progressivamente una coalizione a ombrello per le altre formazioni (Thousand Madleen, Global Movement to Gaza, Maghreb Sumud Flotilla, Sumud Nusantara, Cinta Gaza Malaysia (CGM), componente asiatica della flottiglia). Anche Emergency ha aderito con la nave Life Support nel 2025. Usando come pratica politica il trasporto di aiuti umanitari, le missioni creano i presupposti di una pressione mediatica internazionale, attraverso forme di disobbedienza civile non armata, per arrivare alla condanna delle violazioni dei diritti umani in Cisgiordania e nella Striscia. Nel 2010, salpa dalla Turchia e da altri porti del Mediterraneo la prima grande missione (Gaza Freedom Flotilla), composta da più navi. Da subito, Israele dichiara che queste missioni sono una violazione della propria sovranità: il blocco navale è considerato legale. In particolare, gli organizzatori sono accusati di essere fiancheggiatori di Hamas, a fini politici o logistici. L’attenzione sulla Freedom si accende quando la nave Mavi Marmara viene abbordata in acque internazionali dalle forze sioniste e, nello scontro, muoiono 10 attivisti. Si apre così una crisi diplomatica internazionale che vede in prima linea Israele e la Turchia, ma non solo. Questa aggressione, e la tragedia che ne è conseguita, rappresenta uno spartiacque anche per il diritto internazionale. L’ONU viene interessata giocoforza dalla vicenda: il Segretario Generale delle Nazioni Unite istituisce un organismo speciale (il Panel d’inchiesta del Segretario Generale ONU sull’incidente della flottiglia del 31 maggio 2010) che produce il famoso Rapporto Palmer. L’inchiesta conclude che il blocco navale israeliano era “misura di sicurezza legittima ma la forza usata durante l’abbordaggio è stata eccessiva e irragionevole”. Il Consiglio per i diritti umani (UNHRC) aveva, però, già istituito una propria missione d’inchiesta, distinta dal Panel Palmer del Segretario Generale, i cui risultati furono molto chiari: il blocco era illegale, pertanto l’abbordaggio era illegale e vi furono gravi violazioni dei diritti umani. Tornando all’atto di pirateria, quindi: la mancanza di una posizione univoca su questa vicenda ha inevitabilmente influenzato le interpretazioni dei fatti occorsi successivamente. La definizione più usata, quella della Convenzione ONU sul diritto del mare (UNCLOS), viene tirata in ballo a fasi alterne: pirateria è un atto violento o di sequestro, compiuto da un equipaggio privato, per fini privati; contro un’altra nave in alto mare. Essendo, però, le operazioni israeliane compiute da forze armate statali, non avendo esse fini “privati” come rapina o profitto, avvenendo nell’ambito dichiarato di un’operazione militare, finalizzata alla sicurezza, la fattispecie sembra non applicabile alle flottiglie. Molti giuristi dicono: “Può essere illegale, ma tecnicamente non è pirateria.” Un altro orientamento che sembra raccogliere sempre più seguito afferma, invece, che se uno Stato sequestra una nave civile in acque internazionali senza base legale valida, l’atto assomiglia sostanzialmente alla pirateria, anche se formalmente non rientra nella definizione UNCLOS. Pertanto, va trattato come tale e i governi dei paesi a cui appartengono i cittadini e le cittadine aggrediti possono intervenire, anche militarmente, per tutelare la loro incolumità. Di più: devono intentare un ricorso alla Corte internazionale di giustizia, aprire un contenzioso tra Stati. MA QUAL È IL CUORE DELLA QUESTIONE? Ora, qui non si tratta di portare avanti una disquisizione giuridica ma di rilevare una verità storica e cioè che Israele, pur fregiandosi di essere componente a tutto titolo degli organismi di diritto internazionale, lo viola sistematicamente da 78 anni. Lo fa dalla data della Nakba, cioè dalla cacciata di 750.000 palestinesi, avvenuta tra il 1947 e il 1948, e con la distruzione di oltre 400 villaggi con metodi squadristi, attuata per fare spazio al nascente Stato. Si tratta, cioè, di assumere, come incontestabile in via definitiva, il fatto che le violazioni dei diritti umani da parte di Israele sono sperimentate sul popolo palestinese, ripetute nel Libano del Sud e nelle aree circostanti dell’Asia occidentale ma non riguardano solo i palestinesi (e, comunque, già la misura sarebbe colma): interessano l’assetto geopolitico mondiale. Può una potenza militare che si rifà alle regole della civile convivenza democratica restare impunita se le infrange in modo sistematico e reiterato? No, di certo; e allora perché ciò accade? UNA DOMANDA PER LE FLOTTIGLIE L’impegno delle flottiglie deve ripartire da questa domanda, a cui le risposte sono state date già dagli scrittori palestinesi del Novecento come Ghassan Kanafani e continuano a essere ripetute da quelli del presente, come Adania Shibli. Una su tutte: il sionismo è un’operazione predatoria di vite e di terre che affonda le sue radici nella storia del colonialismo occidentale e del suo parente stretto, il liberismo. In parole povere: è comprensibile provare sdegno e rabbia collettiva per i maltrattamenti e gli abusi riservati agli attivisti della flottiglia; è necessario ricordare che questi comportamenti sono usati in modo scientifico e chirurgico nelle carceri israeliane con i palestinesi; è fondamentale mettere sempre insieme le due cose ricordando che la prima deve anteporsi alla seconda nella nostra visione e nei nostri racconti, altrimenti si rischia di dare struttura al privilegio piuttosto che giustizia agli abusi. Però, innanzitutto, è inderogabile provare a incrinare, nelle sue proprie fondamenta, il castelletto di complicità che permette tutto questo, aggredendo con lungimiranza, fermezza, strategia, gli snodi economici che lo sostengono. In un’ottica marxiana, si deve partire dalla convinzione che, quindi, il genocidio non si combatte solo in Palestina, né per la Palestina, ma con la Palestina e si combatte nei nostri territori a partire dalla sottrazione di aree di profitto alle attività affaristiche complici. Gli strumenti sono il boicottaggio, anche come azione individuale, ma soprattutto la messa a sistema di una piattaforma di lotta per la giustizia globale, che tragga spunto, energia, sollecitazioni da gruppi locali, in base ai loro bisogni. Una connessione forte con i nodi territoriali del BDS (movimento di boicottaggio, disinvestimento, sanzioni, a guida palestinese) sarebbe fondamentale. DAL LOCALE AL GLOBALE, ANDATA E RITORNO Le flottiglie, quindi, non devono diventare più ardimentose: già lo sono state, poiché gli equipaggi, come si è visto dagli ultimi episodi e anche dalla vicenda della Mavi Marmara, si mettono effettivamente a rischio di abusi e chissà cos’altro. E non vi è dubbio che contribuiscano a tenere alta l’attenzione mediatica sulla Palestina. Devono, però, ripensarsi nella fase storica attuale, nella quale i signori della guerra e i plurimiliardari governano le sorti delle persone comuni. In un’ottica internazionalista, i bisogni della gente che vive nella società consumistica sono simili, con gradazioni di intensità e varianti diverse a seconda del contesto; creando dei macro cluster, tutti e tutte desideriamo avere un lavoro dignitoso e rispettoso dei nostri tempi di vita, poter accedere alla cura e all’istruzione, tenere un tetto sicuro sulla testa. È allora possibile individuare alcuni elementi di intersezione tra le rivendicazioni collettive popolari a livello locale e le istanze di giustizia globale. Il sionismo deve essere combattuto per la sua essenza di sistema di oppressione simbolico, dove vigono il diritto del più forte e l’impunità del più potente e del più ricco. La barca Ghassan Kanafani della Freedom Flotilla Italia, protagonista della campagna “100 porti per 100 città”. Foto di Vincenzo Fullone Un esempio di come dare forma a questa auspicabile evoluzione è la missione “100 porti per 100 città”: con la barca Ghassan Kanafani, la Freedom Flotilla Italia sta portando Gaza in Italia anziché andare a Gaza. La spedizione, partita da Taranto a inizio maggio, sta risalendo le coste tirreniche, incontrando i lavoratori, gli studenti, i sindaci, i contadini, i portuali, e tutti gli animatori delle comunità locali che lottano contro l’ingiustizia sociale. Alla fine del mese, la barca si troverà insieme alle comunità di militanti e abitanti di Napoli e Bagnoli, dove attraccherà. Si parlerà di diritto alla salute e al mare e l’equipaggio, in cui sono presenti tante persone palestinesi, sarà coinvolto in vari dibattiti sulle grandi multinazionali complici che agiscono sul nostro territorio, come MSC e Leonardo, e sulla repressione del dissenso contro l’occupazione sionista. Altrimenti, pur essendo generose e preziose azioni umanitarie, le spedizioni di mare e di terra per Gaza rischiano di perdere la tensione politica necessaria a sfondare il blocco del potere colluso con il sionismo, che è prodromico alla rottura del blocco navale, obiettivo per cui sono nate e contro cui rischiano di infrangersi con grande perdita di energie collettive e pagando un altissimo costo in termini di corpi violati. Ci sono tutti gli elementi e le intelligenze per riprogrammarsi su questa traccia o altre che si potranno individuare grazie al confronto con le comunità palestinesi e i movimenti locali: è indispensabile farlo per servire pienamente la causa palestinese in questa fase storica. Fonti Freedom Flotilla Coalition Rapporto Palmer ONU Documento del Ministero degli Esteri turco Pressenza – Global Sumud Flotilla Lavinia Marchetti – Piratare la Flotilla per rapire la Post Instagram citato Nives Monda
May 24, 2026
Pressenza
Flotilla aggiornamento
una compagna ci aggiorna sulle ultime notizie che hanno confermato la intercettazione illegale da parte di Israele,  di tutte le barche ancora in viaggio verso Gaza.  
May 19, 2026
Radio Onda Rossa
Voci israeliano-palestinesi crescono: il People’s Peace Summit a Tel Aviv
di Roberta De Monticelli,  Africa ExPress, 1° maggio 2026.   Onore alla Flotilla, ai rapiti dai pirati della marina israeliana e agli ostinati che proseguono la loro coraggiosa rotta verso Gaza, ovvero verso la fine del mondo. Verso le macerie di un genocidio, impenetrabili perfino ai signori dello spettrale Board of Peace, che volevano farne il cantiere di un mondo post-Onu, post-Convenzione di Ginevra, post-Dichiarazione dei Diritti umani. Buon vento a loro – le piazze di tutto il mondo si sono riempite di ragazzi che la Flotilla ha risvegliato alla vita civile, ormai nella sua dimensione globale contemporanea. Flotilla attaccata dagli israeliani Ma c’è un’altra Flotilla di cui bisognerebbe parlare, di cui si parlerà, forse, sempre di più. È questa sorta di Flotilla interna a Israele, che è stata la III edizione del Peoples’ Peace Summit. Che si è chiusa ieri, l’ultimo giorno d’aprile, all’Expo Centre di Tel Aviv, enorme spazio che normalmente ospita grandi eventi musicali o fiere commerciali. Ancora una volta promossa dalla coalizione It’s Time, che riunisce più di 80 associazioni israelo-palestinesi. (L’anno scorso a Gerusalemme erano “solo” una sessantina). Tutto esaurito. Il link per vederne e ascoltarne le due ore della sessione conclusiva, in streaming registrato si trova in rete, digitando semplicemente ItsTimeNow. Dovrebbe emergere alla superficie di tutti i giornali, questo movimento che sta crescendo in numero, chiarezza e coesione, contro l’attuale governo israeliano ma anche contro ogni coalizione alternativa che si ponga in continuità con la politica israeliana basata sull’occupazione e il disconoscimento del diritto all’autodeterminazione palestinese. Tel Aviv. In migliaia hanno partecipato al Peace Summit E invece per ora se ne parla poco: anche se stupisce di più, anche fra i movimenti solidali con la causa della liberazione palestinese e del diritto internazionale, chi non ne parla per il partito preso di considerarlo un movimento “normalizzatore”. Se “pace” si oppone a “guerra”, è facile obiettare subito che fra Israele e Palestina non c’è una guerra, ma un genocidio coloniale. Ed è giusto: anzi di più – si tratta di “una tragedia universale” (Jean-Pierre Filiu). Perché il nostro consenso all’annientamento di Gaza e alla pulizia etnica sempre più vigorosa del resto della Palestina occupata ha creato “un’enorme frattura nell’ordine morale del mondo” (Didier Fassin), “una rottura definitiva nella storia etica globale dopo il Ground Zero del 1945” (Pankaj Mishra). Eppure, “guerra” è la condizione vissuta da chi in Israele vive. È addirittura il mantra della destra da Jabotinsky a Netanyahu. È il loro motto: vivere in armi, portarsi dietro il mitra e il muro di ferro per fare grande Israele. E allora non bisognerà prestare attenzione al senso che la parola “guerra” ha per gli ebrei israeliani che gridano basta, alla via che questo grido apre a molte altre parole? Ho elencato le parole che ho sentito pronunciare con vigore in quelle due ore finali da sempre più oratori, sempre più giovani e decisi. Ascoltatele, contiamo insieme quante volte compaiono, parole come “occupazione”, “annessione”, “apartheid”, “autodeterminazione”, “dal fiume al mare, libertà per tutti”, “verità”, e anche “genocidio”. Diecimila persone – ma molti non hanno trovato i biglietti. Stanno navigando sopra il mare di sangue con cui il genocidio di Gaza, l’annessione della Cisgiordania, la distruzione dell’identità di Gerusalemme Est, il massacro dei civili in Libano, hanno sommerso la coscienza di Israele. Tentano di emergere, non per salvarsi ma per salvare l’umanità – anche la nostra – violata in Palestina: e gridano basta. E lo fanno anche con le parole di Mandela e quelle di Marwan Barghouti: il primo giorno di libertà sarà l’ultimo dell’occupazione. Roberta De Monticelli. Già ordinaria di filosofia della persona all’Università di Ginevra e all’Università San Raffaele di Milano. Dirige la rivista internazionale “Phenomenology and Mind” e il Centro di ricerca PERSONA presso l’Università San Raffaele. Ha scritto svariati libri di filosofia, alcuni tradotti in francese, inglese e spagnolo: sull’idea di persona, l’etica, la libertà, lo spirito e l’ideologia, la questione morale nella vita pubblica, lo scetticismo etico, l’esperienza dei valori, la natura e il valore dei vincoli normativi. E infine si è perduta nella tragedia palestinese: con Umanità violata – La Palestina e l’inferno della ragione, Laterza 2024. Ha collaborato con vari giornali, attualmente con il manifesto. https://www.africa-express.info/2026/05/01/voci-israeliano-palestinesi-crescono-il-peoples-peace-summit-a-tel-aviv/
La vittoria della crudeltà nell’ombra della tregua
Da Barcellona a Marsiglia, da Napoli a Venezia e da diversi altri porti di tutto il Mediterraneo, le Flotille prendono il mare dirette verso Gaza. Bisogna agire, bisogna far presto. Intanto, nelle prigioni della Palestina ma anche nei cortili degli ospedali trasformati in centri di detenzione, la dignità umana viene ogni giorno spogliata e bendata. La fame, con i forni che non sono in grado di produrre pane, è strutturale, mentre oltre il sessanta per cento dei farmaci oncologici è esaurito. C’è poi la Gaza che nessuno racconta, quella dei tanti bambini e bambine, ragazzi e ragazze rimasti senza casa, spesso senza genitori. La tregua, ormai lo sappiamo, esiste solo sulla carta. La prepotenza ha smesso da tempo di avere bisogno di qualche maschera. La tregua in Palestina, ormai lo sappiamo, esiste solo sulla carta. La realtà palestinese si rivela, infatti, come un organismo che viene lentamente privato dell’ossigeno, basta seguire il filo rosso che unisce le celle gelide delle prigioni alle strade polverose di Gaza, dove il pane è diventato un miraggio e la cura una cosa impossibile. Quello che emerge dalle testimonianze raccolte, tra gli altri, da il manifesto e dai rapporti di agenzie come Save the Children e Oxfam non è una crisi passeggera, ma un sistema di sofferenza metodica che ha smesso persino di cercare giustificazioni. Il “vortice nero” delle carceri inghiotte vite come quella di Issa Al-Qarnawi, un fotografo che ha visto la propria esistenza ridursi a mesi di oscurità e privazioni, o quella di Mahmoud Al-Halabi, che a soli sedici anni è stato strappato alla sua famiglia mentre cercava semplicemente di rimediare del cibo durante la carestia. Nelle stanze degli interrogatori e nei cortili degli ospedali trasformati in centri di detenzione, la dignità umana viene spogliata e bendata, lasciando padri come quello di Hassan Badi a cercare tracce dei propri figli tra i resti senza nome dell’ospedale Nasser. È un dolore che la madre di Mohammed definisce “un vuoto infinito”, una nostalgia che uccide lentamente nell’attesa di una notizia che il sistema di occultamento israeliano nega con deliberata crudeltà. Fuori dalle mura delle prigioni, la violenza cambia forma ma non intensità. La fame a Gaza è diventata una minaccia strutturale: il World Food Programme documenta come la stragrande maggioranza della popolazione viva in un’insicurezza alimentare acuta, aggravata da un blocco che impedisce persino l’ingresso dei pezzi di ricambio per i generatori dei panifici. E mentre si smette di produrre pane, si smette anche di curare. I dati di “Physicians for Human Rights” ci dicono che oltre il sessanta per cento dei farmaci oncologici è esaurito; a Gaza, avere un tumore nel 2026 significa affrontare una condanna silenziosa scritta dall’assenza di chemioterapia. Intanto, in Cisgiordania, la tragedia si espande nell’indifferenza generale, con un numero di minori rimasti senza casa che è aumentato del mille per cento, delineando i contorni di una “seconda Gaza” che nessuno sembra voler vedere. Siamo ormai immersi in un tempo in cui la prepotenza e la forza non hanno più bisogno di maschere. La cronaca di questi giorni non è che la conferma di un mondo in cui la crudeltà vince e resta impunita, sovrana su un’umanità che ha imparato a restare indifferente a tutto. La Palestina è lasciata sola, non per una tragica fatalità, ma perché il potere ha deciso che la sofferenza dei suoi figli non ha più alcun peso sulla bilancia della storia. Davanti a questo naufragio della coscienza, resta un’unica, terribile questione aperta: “come rimanere umani?” Comune-info
April 19, 2026
Pressenza
Una nuova flotilla verso Gaza
In comunicazione telefonica con Dot, membro della Flotilla Thousand Madleens, abbiamo parlato di questa nuova missione della Freedom Flotilla Coalition che attualmente si trova a Cetraro, in Calabria, preparandosi per salpare il prima possibile verso Gaza.
April 16, 2026
Radio Onda Rossa
Triggiano (BA), 1° aprile: “Rotte di Pace. Voci contro la guerra” con Osservatorio
MERCOLEDÌ 1° APRILE 2026 – ORE 18:00 PIAZZA VITTORIO VENETO, TRIGGIANO Si terrà mercoledì 1° aprile a Triggiano (BA) l’incontro pubblico dal titolo “Rotte di Pace. Voci contro la guerra, per la libertà della Palestina e di tutti i popoli oppressi“. In un tempo in cui i conflitti si moltiplicano e la logica delle armi torna a dominare il dibattito internazionale, diventa sempre più urgente costruire spazi di informazione, consapevolezza e partecipazione. L’evento costruito con la Global Sumud Flotilla Puglia e il Global Movement To Gaza Puglia ha come scopo quello di continuare a parlare di Palestina, dell’occupazione e del genocidio ancora in atto. L’incontro vedrà la partecipazione di Michele Lucivero per l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. L’iniziativa nasce per sostenere tutte le missioni civili di solidarietà internazionale, e per promuovere la seconda missione della Global Sumud e Freedom Flotilla, all’interno di una coalizione internazionale di Flotille che salperanno dalla Sicilia. Questo per ribadire un principio più ampio: la pace non si impone con le armi, si costruisce con la giustizia, i diritti e l’autodeterminazione dei popoli. L’iniziativa avrà la forma del presidio con dibattito con gli interventi dei promotori e partecipanti, seguito da un momento di musica animato da giovani ragazze e ragazzi con una cantata e ballata popolare. Chiamiamo a partecipare tutte le associazioni, i movimenti, i collettivi, le organizzazioni sociali e culturali e i partiti politici– per far crescere insieme una voce comune contro la guerra e l’occupazione. Triggiano vuole essere parte di quella voce. Una voce che chiede libertà e pace. Clicca qui per info. LISTA PROMOTORI E ADESIONI IN AGGIORNAMENTO: Global Sumud Flotilla Puglia Global Movement to Gaza Puglia Gaza Free Style Freedom Flotilla Italia Digiuno G@z@ Articolo 11 Marx21 Lavoratori Leonardo di Grottaglie Collettivo Cartesio Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università Comunità palestinese Puglia Basilicata Partito Comunista Italiano Bari Partito dei Carc Presidio di Bari Risorgimento Socialista Puglia Partito della Rifonazione Comunista Bari Giovani Comunisti -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Roma, assemblea nazionale Contro i re e le loro guerre, per la convergenza e l’inclusione
Sabato 15 novembre centinaia di militanti provenienti da tutta Italia si sono riuniti in un’aula troppo piccola dell’Università la Sapienza, a Roma, allo scopo di rilanciare il movimento oceanico sceso in piazza dal 22 settembre all’8 ottobre in solidarietà con la Global Sumud Flotilla, con la Freedom Flotilla e con la decennale lotta del popolo palestinese. L’assemblea, ispirata nel nome al No Kings Day che il 18 ottobre ha visto manifestare 7 milioni di americani contro l’autoritarismo di Trump, è stata organizzata da centinaia di realtà sociali, dalla Rete No Dl Sicurezza al Global Movement to Gaza, dalla CGIL alla campagna Stop Rearm Europe, fino alla Rete No Bavaglio e ad Assopace Palestina. Foto di Luciano Cerasa Decine gli interventi in presenza (tra gli altri Luisa Morgantini, i lavoratori della ex Gkn, Marco Bersani, membri degli equipaggi di mare e di terra delle Flotille, Maia Issa del Movimento Studenti Palestinesi) e a distanza. Marica Di Pietro di A Sud si collega da Belém, in Brasile, dove si stanno svolgendo la COP30 e il Vertice dei Popoli, un giovane obiettore di coscienza della rete Mesarvot parla da Tel Aviv e Arab Barghouti, il figlio più giovane del leader palestinese Marwan Barghouti in un videomessaggio ringrazia per il sostegno al popolo palestinese e annuncia che il 29 novembre si rilancerà la campagna per la liberazione del padre e di tutti i prigionieri palestinesi. Maya Issa del Movimento Studenti Palestinesi https://pressingweb.altervista.org/ In diversi interventi si propone che la manifestazione nazionale del 29 novembre diventi un appuntamento fondamentale della convergenza dei vari movimenti che costituiscono questo movimento composito per la caduta del governo, per fermare la corsa al riarmo e alla guerra e per costruire dal basso un altro mondo radicalmente diverso e ancora possibile. E’ necessario attraversare tutte le iniziative, cercando unità e convergenza al di là delle sigle che le promuovono: gli scioperi generali del 28 novembre (USB) e 12 dicembre (CGIL) la manifestazione di Nonunadimeno contro la violenza di genere il 22 novembre a Roma e il 25 a livello locale, quella del 23 novembre contro la transfobia e la manifestazione a Bologna il 21 novembre contro la partita di pallacanestro con la squadra di Israele. La rappresentante di Magistratura Democratica chiede di attivare una mobilitazione per il No al referendum sulla separazione delle carriere, che intende smembrare il CSM e mettere la mordacchia all’autonomia della magistratura, lasciando campo libero allo strapotere dispotico e antidemocratico dell’esecutivo. Al termine dell’assemblea i partecipanti si uniscono al Climate Pride, convocato per difendere l’ambiente e il clima, per chiedere una vera transizione ecologica, per promuovere la pace e opporsi all’oppressione del popolo palestinese. Foto di Mauro Zanella Mauro Carlo Zanella
November 15, 2025
Pressenza