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La guerra all’Iran per Trump: da ‘Epic Fury’ a ‘small potatoes’
ALLA RICHIESTA DI CHIARIMENTI SU UN’AFFERMAZIONE DEL SUO VICE, IL 47º PRESIDENTE DEGLI USA HA DEFINITO IL CONFLITTO MILITARE IN MEDIO ORIENTE UNA BAZZECOLA*. Alle conferenze stampa di giovedì 3 e venerdì 4 settembre i due house-holder della Casa Bianca hanno fatto dichiarazioni sulla guerra in Iran che i giornalisti hanno riferito con sgomento, alcuni spiegando il perché dell’apparente assurdità di tali affermazioni. Prima J.D. Vance ha detto: «Non la definirei una guerra. Al momento non sono in corso sparatorie». Ricordando che, iniziata con l’incursione di USA e Israele effettuata il 28 febbraio scorso e inizialmente da lui e Trump prevista durare “solo poche settimane”, la guerra all’Iran ha “fatto impennare i prezzi della benzina e costretto i consumatori a fronteggiare un’inflazione sempre più elevata”, AP ha evidenziato che proprio mentre Vance diceva che non sia una guerra “giovedì l’Iran apriva il fuoco contro il Kuwait, un alleato degli Stati Uniti colpito in rappresaglia per gli attacchi statunitensi avvenuti nel Golfo all’inizio della settimana“. E, ha osservato AP, Vance ha negato che quella contro l’Iran sia una guerra per eludere una questione ‘scottante’: per non ammettere di non poter promettere agli americani che il conflitto bellico “si concluderà entro le elezioni di medio termine di novembre, in cui i repubblicani cercano di mantenere la loro risicata maggioranza al Congresso”.  Un vantaggio sempre più incerto proprio perché, oltre che dai suoi oppositori democratici e progressisti, le strategie di Trump in politica estera sono contestate anche da tanti moderati, alcuni conservatori e sempre più numerosi repubblicani. Contemporaneamente il 4 settembre CBS News divulgava la notizia che nel luglio scorso al personale del Pentagono era stato trasmesso un ‘ordine di servizio’ che ingiungeva di smettere di riferirsi alla guerra in Iran come l’Operazione Furia Epica, nel messaggio dichiarata ufficialmente conclusa il precedente 5 maggio. Il giorno seguente, venerdì 5 settembre, una giornalista ha chiesto al presidente USA: “Se non è una guerra, allora cos’è questo intervento armato che ai contribuenti statunitensi è costato oltre 37,5 miliardi di dollari e ha causato la morte di 18 soldati americani?”. «Lo definisco un conflitto militare – ha risposto Donald Trump – Per noi small potatoes (una bazzecola)*». AP ha riferito la notizia riportando che il presidente ha sostenuto questa tesi affermando che gli assalti statunitensi contro l’Iran “sono ora intermittenti” e “molte persone non li definiscono più una guerra”. AP riporta inoltre che Trump “ha aggiunto che il numero di vittime statunitensi nel conflitto con l’Iran è relativamente inferiore rispetto ad altre recenti guerre americane” e detto: «Qui abbiamo perso 18 persone. In Vietnam abbiamo perso 100˙000 persone. E in altri conflitti abbiamo perso decine di migliaia di persone». Ma, ha rilevato l’agenzia stampa con sede principale a New York, dove venne fondata nel 1846, il paragone è sbagliato, perché compara la guerra contro l’Iran ad altre senza considerare che in questa in Medio Oriente gli Stati Uniti e Israele “hanno condotto solo attacchi aerei” e non “schierato truppe” nei territori dell’avversario. Quindi AP ha evidenziato anche che invece “secondo i dati degli Archivi Nazionali degli Stati Uniti” nei combattimenti in Vietnam persero la vita 58˙220 soldati statunitensi.   * small potatoes – noun / US informal (UK small beer) = something that does not seem important when compared to something else (patate piccole – nome / inglese americano informale, britannico “birra piccola” – qualcosa che, paragonata ad altre, non risulta avere importanza) – Cambridge Dictionary bazzecola – s. f. [etimo incerto] : cosa di poco conto ≈ bagattella, barzelletta, inezia, minuzia, nonnulla, nullaggine, piccolezza, pinzillacchera, quisquilia. ‖ cavolata, cazzata, cretinata, fesseria, scemenza, sciocchezza, stupidaggine – Vocabolario della Lingua Italiana / Enciclopedia Treccani * PRESSENZA / 5.6.2026 – La ‘ira funesta’ di Trump per lo stop di Capitol Hill alla sua “furia epica” * PRESSENZA / 1.7.2026 – La reputazione di Trump e degli USA in calo precipitoso * AP / 4.9.2026 – Vance says Iran fight isn’t a ‘war’ as Trump tries to navigate unpopular conflict as election nears * CBS News / 4.9.2026 – Pentagon tells military personnel to stop calling Iran war “Operation Epic Fury” * AP / 5.9.2026 – Trump calls Iran conflict ‘small potatoes’ and defends Vance’s position that it’s not a ‘war’ Maddalena Brunasti
September 6, 2026
Pressenza
La sostituzione della madre. Note a margine di un recente dibattito /2
continua da qui La sostituzione della madre. Note a margine di un recente dibattito /1 Tre nodi critici: filosofico, femminista, giuridico La coerenza logica delle argomentazioni di L. Zanella è ferrea e quasi sacrale: se la maternità è potenza originaria, relazione fondante e non funzione, allora renderla sostituibile significa far saltare un fondamento di civiltà. È una tesi che non ammette compromessi e proprio questa assolutezza genera le critiche più dure. La critica va articolata su tre registri distinti e intrecciati. Il primo è filosofico. L. Zanella viene dal femminismo della differenza. Da qui la suggestiva metafora ecologista: come non si estrae un bosco per venderlo a pezzi senza distruggerne il senso, così non si estrae la capacità di generare dal suo tessuto relazionale. È evocativa, ma è un ritorno all’essenza. È proprio ciò che Simone de Beauvoir ha speso una vita a decostruire quando scriveva che “donna non si nasce, ma si diventa”. Michela Murgia lo riprende con una formula fulminante: il medium non è il messaggio. Il medium è l’utero: nove mesi di corpo, di rischi, di sangue. Il messaggio è la maternità, cioè la scelta di prendersi cura per sempre. Se si afferma che il corpo che genera e la maternità sono inscindibili, allora per coerenza si dovrebbe rimettere in discussione anche la possibilità di non riconoscere un figlio alla nascita. Anche lì, infatti, il medium viene portato a compimento senza che si traduca in maternità. L. Zanella non vuole farlo, ma è ciò che la sua premessa implica logicamente. E qui la metafora ecologista smette di reggere: un bosco non ha volontà, non sceglie. Una donna sì. Il secondo registro è quello femminista. Quale donna stai tutelando? A questo snodo interviene la lezione del femminismo intersezionale, da K. Crenshaw a bell hooks, da A. Lorde a M. Murgia. L. Zanella parla de “la donna” al singolare, come se fosse un universale trasparente. Il femminismo intersezionale ne decostruisce la pretesa: quell’universale non esiste, è sempre situato.L. Zanella parla di esproprio della maternità. Ma la nostra società è già strutturalmente fondata sull’esproprio della cura: la badante rumena che lascia i figli in Moldavia per accudire nostra nonna ventiquattro ore su ventiquattro non vende nove mesi, vende vent’anni di maternità. E noi lo chiamiamo lavoro. Allora: perché quello è lavoro e la gestazione diventa esproprio? È una critica di classe che M. Murgia coglie con lucidità: ci scandalizziamo della vendita della gravidanza perché tocca un simbolo, l’utero come ultimo residuo di sacralità naturale, non ci scandalizziamo della vendita della cura quotidiana perché ci fa comodo. Se vieti ovunque, come vorrebbe l’istanza abolizionista, non abolisci il bisogno economico che spinge una donna a farlo. Lo sposti soltanto in Kenya, in India, in Ucraina, dove costa meno e dove ci sono meno tutele. Il divieto universale non abolisce il mercato ma lo duplica, creando un mercato a due velocità: uno legale e iper-garantito e uno clandestino e pericolosissimo.                                 Infine il nodo giuridico: qui la posizione di L. Zanella si fa meno solida, perché il divieto non protegge, cancella. Il diritto italiano conosce già la separazione tra gravidanza e maternità. Puoi abortire anche per una ragione economica, puoi partorire in anonimato e non riconoscere il figlio, puoi diventare madre con l’adozione senza alcuna gravidanza. Il nostro ordinamento ha già accettato che generare e diventare madre non siano la stessa cosa. Se la legge ritiene legittimo che una ragione economica possa portarti a interrompere una gravidanza, come può ritenere illegittimo che la stessa ragione possa portarti a iniziarla?            In questo frangente L. Zanella sovrappone due piani che andrebbero tenuti distinti: la mercificazione della gravidanza e la mercificazione del bambino. Da una parte c’è la gravidanza come lavoro corporeo rischioso, come tempo di vita ceduto. Dall’altra c’è il bambino come prodotto reso conforme alle aspettative dei committenti. La seconda è inaccettabile e va impedita con ogni strumento giuridico. Ma non la si  impedisce con un divieto totale. La si impedisce con una legge che dica l’opposto della logica del mercato: che il feto non è mai proprietà dei committenti, che la gestante non può mai essere costretta ad abortire, che può sempre cambiare idea e tenere il bambino con sé, che i committenti non possono rifiutarlo se nasce disabile.  Dalla protezione alla tutela: la proposta di Angela Galici ed Elia Randazzo Su un piano epistemologicamente rovesciato si colloca l’intervento di Angela Galici. Se L. Zanella muove dal principio di non mercificabilità del corpo materno, A. Galici parte da un dato materiale, transfemminista, intersezionale e sindacale: chi tutela le donne che, nonostante il vuoto normativo italiano, accedono comunque alla GPA all’estero senza garanzie? La sua mossa è decostruttiva: distingue la gestazione come fatto biologico e lavoro corporeo dalla sacralità che vi si costruisce sopra. Quel simbolico materno è storico, quindi interrogabile. Il fulcro della sua argomentazione è la distinzione tra protezione e tutela. La protezione è paternalistica: decide al posto tuo perché la scelta sarebbe troppo delicata. È lo Stato che si fa padre e sospende l’autodeterminazione, lo stesso schema che ha escluso le donne da voto, lavoro e proprietà. La tutela, al contrario, non sostituisce la volontà ma crea le condizioni perché possa esercitarsi: diritti, salute, consenso informato, recesso reale. Da sindacalista la tesi è netta: non proteggere le donne dalla GPA, ma tutelarle dentro di essa. Il divieto non elimina la pratica, la esporta dove le tutele sono minori. L’alternativa citata è la Gestación solidaria cubana: né mercato deregolato né tabù, ma regolazione pubblica e sanitaria. Difendere la GPA non significa negarne i rischi, ma riconoscere la gestante come soggettività piena che può essere decisiva in una nascita senza coincidere con la madre. Se ci dichiariamo intersezionali, il divieto senza eguali condizioni materiali si rovescia in privilegio di classe.                                                                                      Se il divieto come protezione produce disuguaglianza, resta da chiarire quando una scelta sia davvero libera. Qui si innesta il contributo di Elia Randazzo: la questione non è se la GPA sia lecita in astratto, ma se lo siano le condizioni materiali in cui si decide. Poiché nessuna essenza di Donna precede l’esistenza concreta, vietare in nome di quell’essenza significa reintrodurre una norma metafisica. Per E. Randazzo capacità gestazionale e maternità non coincidono: madre non si è per il solo partorire, lo si diventa nella cura, nella relazione, nella responsabilità. Identificarle consente di ricadere nell’essenzialismo, riduce la donna a biologia e crea un paradosso: madri di serie A che partoriscono e di serie B che adottano, con un varco aperto per argomentazioni pro-life. Anche l’autodeterminazione si rovescia: se per L.Zanella l’accordo comprime la libertà, per E. Randazzo può garantirla, con consenso informato, consulenza indipendente, tutela sanitaria, ripensamento e revoca.  Il consenso può essere viziato da vulnerabilità economica, ma il condizionamento non è automaticamente coercizione: nessuna scelta è immune dal contesto. Se il femminismo dice che sul corpo delle donne non decidono altri, questo principio deve valere per il no come per il sì. Tra il tutto lecito e il divieto assoluto, E. Randazzo propone una terza via: una regolazione rigorosa che distingua consenso e coercizione, autonomia e sfruttamento, disponibilità del corpo e mercificazione della persona. Compito del femminismo non è dire cosa una donna debba fare del suo corpo, ma fare in modo che non lo decida nessun altro al suo posto: né mercato, né patriarcato, né Stato.   Conclusione: il limite come spazio di libertà, non come destino Questo attraversamento ci conduce a una consapevolezza: discutere di GPA non è discutere di una tecnica, ma del modello di civiltà che la rende pensabile. Il merito di L. Zanella è averci costretti a guardare l’episteme: quando la maternità è frammentata in tre funzioni per renderla sostituibile, ciò che resta è un paradigma proprietario. La sua critica al dispositivo neoliberista che trasforma ogni desiderio in diritto è un monito ecologico prima che femminista. Ma proprio la forza sacrale di questa coerenza ne rivela il limite. Se la GPA è l’esito di un paradigma che fa del desiderio senza limite la sua unica legge, come ha ricordato A. Cavadi, la risposta non può essere una contro-coerenza altrettanto assoluta che fa dell’essenza materna un destino. Tra “tutto è disponibile” e “nulla è disponibile” si perde la donna come soggetto che decide. Il divieto universale non è allora un limite di civiltà, come lo pensa L. Zanella, ma la rinuncia a costruirla: un gesto simbolico che punisce dopo, lasciando vuoto il prima, dove si annida lo sfruttamento. Solo una regolazione rigorosa con consenso informato, consulenza indipendente, tutela sanitaria, ripensamento, revoca, controllo pubblico rende lo sfruttamento nominabile e sanzionabile. La domanda aperta dall’incontro al Gramsci non è se la maternità sia sostituibile. Non lo è, se è relazione, cura, responsabilità. La domanda è più scomoda: chi ha il potere di decidere cosa una donna può fare del proprio corpo? Se rispondiamo che spetta ad altri – mercato, Stato, o un femminismo custode di un’essenza – tradiamo l’autodeterminazione della donna che volevamo difendere. Se spetta a lei, il nostro compito non è giudicare la sua scelta, ma garantire che sia davvero sua: libera, informata, tutelata e revocabile.  Redazione Palermo
September 6, 2026
Pressenza
La sostituzione della madre. Note a margine di un recente dibattito /1
Giovedì 3 settembre, presso l’Istituto Gramsci Siciliano, si è tenuto un incontro promosso dalla Biblioteca delle donne e dall’UDI Palermo per la presentazione del libro di Luana Zanella – femminista storica ed ecologista, deputata Verde e AVS – La sostituzione della madre. Ecologia e femminismo pensano insieme (Moretti e Vitali). Hanno dialogato con l’autrice Augusto Cavadi, Daniela Dioguardi, Angela Galici, Elia Randazzo, con il coordinamento di Elena Di Liberto. Una postura situata  Non intendo restituire una cronaca esaustiva dell’incontro. Non solo per ragioni di spazio, ma per una scelta di metodo. Un dibattito come quello sulla gestazione per altri (GPA) è troppo vasto e stratificato per essere contenuto nella pretesa di un resoconto fedele: costringerebbe a una sintesi che neutralizza le differenze in nome di un falso equilibrio. Assumo dunque una postura volutamente situata e selettiva. Situata perché parlo da una posizione che non si nasconde dietro la neutralità del cronista, ma dichiara il proprio luogo di interrogazione. Selettiva perché non mi interessa ricomporre un mosaico, ma isolare alcuni nodi teorici, seguire alcune faglie, sottoporle a critica immanente. Il mio tentativo non è esaurire il dibattito, ma abitarne la complessità. Attraversare posizioni favorevoli e contrarie non per bilanciarle, ma per coglierne gli attriti più fecondi, là dove il pensiero si fa inquieto e costringe a pensare. È una questione che chiama in causa, contemporaneamente, diritto, filosofia, femminismo ed esperienza vissuta. Proprio per questo non tollera le scorciatoie dicotomiche del sì o del no, del pro o del contro. Esige lentezza; impone di tenere insieme principi e conseguenze, autodeterminazione e condizioni materiali che la rendono possibile, libertà individuale e limite. Non per trovare una sintesi pacificata, che non c’è, ma per attraversarne la tensione. È in questo spazio scomodo, non neutrale ma aperto al dialogo, che vorrei collocare questa riflessione. ‎  Il corpo nel mercato: lo sguardo di Daniela Dioguardi ed Elena Di Liberto Daniela Dioguardi ed Elena Di Liberto si sono riconosciute nell’orizzonte teorico di Luana Zanella: la gravidanza come un’esperienza incarnata e non come prestazione esternalizzabile, e la critica alla disponibilità del corpo femminile reso accessibile a chi ha potere economico e rivendica un diritto alla genitorialità. D. Dioguardi, in particolare, con la sua lunga storia nel femminismo e nell’UDI, ha insistito su un punto che la teoria da sola non può eludere: le derive concrete del mercato riproduttivo globale. Ha evocato con preoccupazione il turismo procreativo come forma di neocolonialismo riproduttivo, la forbice di classe e di provenienza tra committenti e gestanti, la filiera opaca delle agenzie di intermediazione, i tariffari differenziati per colore della pelle e nazionalità, le clausole di selezione. D. Dioguardi sposta poi lo sguardo dal piano teorico a quello materiale: le cliniche e le realtà che accolgono giovani donne, spesso in condizioni di vulnerabilità, che mettono a disposizione il corpo per la GPA. Dietro l’astrazione del consenso c’è una filiera. Infine, in dialogo con E. Di Liberto, pone il tema del rimosso: il trauma dei bambini una volta nati, la prima separazione da un corpo che poi scompare, e il diritto a conoscere la propria storia. Non sono astrazioni, ma dati di realtà che ancorano la critica filosofica di L. Zanella a una dimensione materiale e che interrogano direttamente ogni ipotesi regolamentativa.  L’interrogazione di A. Cavadi: dal divieto al paradigma In questa lettura la GPA non è un’eccezione ma un rivelatore. Un tema apparentemente piccolo che costringe a guardare il paradigma che lo rende possibile: l’esito coerente della cultura postmoderna dominante. Un paradigma che si articola così: sul piano cosmologico, un universo senza telos dove l’essere accade senza ragione; su quello etico, il tramonto di ogni lex naturalis, per cui non c’è bene o male inscritto nella natura ma solo storia e decisione autonoma; su quello antropologico, l’io come desiderio e il desiderio come unica fonte insindacabile di legittimazione; su quello socio-economico, l’idea che il libero incontro tra consensi – venditore e compratore, sadico e masochista, committente e gestante – sia di per sé garanzia di libertà, purché senza coercizione fisica diretta; su quello giuridico, la proprietà assoluta del proprio corpo, declinabile come facoltà di cederne parti; su quello biologico, il concepito non come altro soggetto, ma come parte del corpo femminile nella piena disponibilità della donna. Se si accetta questa concatenazione, la conclusione si impone: chi può disporre del feto prima del parto, può disporne anche subito dopo, cedendolo. Fermarsi al sesto tassello – rivendicare l’aborto senza limiti – e rifiutare il settimo – la gestazione per altri – sarebbe incoerenza logica. Così come sarebbe incoerente rifiutare le premesse, affermando il diritto del concepito alla continuità affettiva con chi lo ha gestato, e poi accettare la conclusione. Il ragionamento, però, resta su un piano astrattamente filosofico, che interroga la coerenza interna delle visioni del mondo. Altro è il piano politico-giuridico, dove un giudizio etico negativo non implica necessariamente una strategia proibizionista. Si può ritenere la GPA moralmente problematica  e tuttavia sostenere una regolamentazione che ne limiti i danni, in attesa di costruire una società dove nessuna donna sia indotta per necessità a prestare il proprio corpo. Il cuore del libro di Luana  Zanella: dalla tecnica all’episteme  È a partire da questa interrogazione sul paradigma che si comprende il gesto teorico di Luana Zanella. Se Cavadi ci chiede perché la GPA è diventata pensabile, Zanella ci chiede come è diventata dicibile. Il cuore del libro è un gesto filosofico prima che politico: spostare la gestazione per altri dal piano della tecnica al piano dell’episteme. L. Zanella non discute una procedura medica, discute la ragione che la rende pensabile. Chiamarla gestazione per altri significa presupporre ciò che si dovrebbe dimostrare, e cioè che la gestazione sia una funzione isolabile, un contenitore neutro che si può prestare. L.Zanella la chiama “sostituzione della madre” perché non si affitta un organo, si sostituisce una figura relazionale. Il corpo che genera, nella sua prospettiva, non è mai un corpo-oggetto smembrabile in pezzi vendibili, ma un corpo vissuto che è già relazione prima di diventare madre giuridica. Qui si salda l’intreccio tra ecologia e femminismo che dà il titolo al libro: come l’ecologia ci ha insegnato che non si può estrarre un bosco dal suo ecosistema senza distruggerne il senso, così il femminismo deve ricordare che non si può estrarre la capacità generativa dalla trama di cura, di tempo, di linguaggio che la costituisce. È da questo impianto che discende la critica più affilata a quella che L. Zanella chiama tripartizione diabolica, diabolica nel senso etimologico di dia-ballein, ciò che divide e separa.                   La GPA per potersi reggere, non solo giuridicamente ma simbolicamente, deve frammentare la madre in tre funzioni: la madre biologica che fornisce l’ovulo, la madre gestazionale che porta avanti la gravidanza, la madre legale che ne assume la titolarità.  Questa divisione non è una descrizione neutra: è un atto performativo, nel momento in cui nomina tre madri, rendendo pensabile che la madre sia sostituibile.                                      Quando la figura materna viene resa incerta, moltiplicata e quindi revocabile, l’unico dato che resta certo, stabile, inconfutabile è la provenienza dello spermatozoo. Il padre torna così al centro della scena riproduttiva come origine unica, certa e proprietaria. Da qui il secondo nodo, quello sul desiderio. L. Zanella legge la GPA come espressione compiuta del paradigma neoliberista: non più bisogno, ma diritto illimitato. L’individuo contemporaneo si rappresenta  come artefice assoluto del proprio destino e converte il desiderio di genitorialità in pretesa giuridica, resa effettiva solo dal potere economico. È un desiderio senza limiti perché incapace di riconoscere alterità. A questa epistemologia del frammento, L. Zanella oppone un’epistemologia della relazione, che è insieme femminista ed ecologica. La maternità non è un destino obbligato, ma non è nemmeno una funzione neutra affittabile. È potenza simbolica, relazione originaria che fonda la civiltà.                      L’ultimo nodo della sua critica è politico, il più radicale: se il corpo femminile non è proprietà privata ma bene comune dell’umanità e limite invalicabile al mercato, allora la sua mercificazione non si può regolamentare, la si deve vietare. Regolamentare, per L. Zanella, significa già legittimare l’idea che la maternità sia sostituibile. Il divieto universale non è un tabù moralistico, ma un limite di civiltà.  continua qui La sostituzione della madre. Note a margine di un recente dibattito /2 Redazione Palermo
September 6, 2026
Pressenza
L’attualità del pensiero di Edward W. Said sulla fine del processo di pace in Palestina
A quasi un quarto di secolo di distanza torna di grandissima attualità una raccolta di articoli dell’accademico palestinese Edward W. Said (1935-2003), anglista, docente di inglese e letteratura comparata, per quarant’anni presso la Columbia University di New York, tra i quali quello qui sotto, rilanciato in un post (https://www.facebook.com/share/p/1JoRQS5Bk4/) dal giornalista palestinese Bassam Saleh, inviato dell’agenzia Alnahar News. L’articolo è contenuto ne la Fine del processo di pace. Palestina/Israele dopo Oslo (The End of the Peace Process: Oslo and After, 2000), trad. di M. Nadotti, Collezione Campi del Sapere, Milano, Feltrinelli, 2002, libro ad alto tasso di preveggenza. In dissenso aperto con Arafat, dopo aver collaborato con l’OLP per decenni e duramente critico nei confronti di ciò che reputava una vera e propria “svendita” del popolo palestinese operata dal trattato di Oslo, Edward E. Said è conosciuto anche per l’elaborazione del concetto di “orientalismo”: uno strumento di analisi critica a 360° del nostro perdurante e patologico eurocentrismo, da inserire a pieno titolo nella cassetta degli attrezzi di una moderna antropologia culturale: un’eurocentrismo che si declina, peraltro, anche nella crescente islamofobia di questi ultimi anni all’ origine del plateale appoggio filo-sionista dell’attuale destra al potere in Italia ma anche dell’accondiscendenza di ampi spezzoni all’interno della galassia della sinistra cosiddetta “riformista”. Nell’articolo si ricorda inoltre che la politica degli insediamenti non fu appannaggio unicamente della destra ma a partire dal ’67 proprio di quel partito laburista e di quell’area di sinistra che ancora oggi promuove un colonialismo di insediamento secondo l’approccio del kibbutz, proprio per non farsi scavalcare da “destra” dalle comunità ebraiche estremiste, così come è stato recentemente denunciato in alcuni articoli del quotidiano israeliano progressista Haarezt e qui sintetizzati sempre da Bassam Saleh (https://www.facebook.com/share/p/1FDGkvkoNv/). Dopo il 1967, l’occupazione della Cisgiordania e di Gaza portò alla creazione di un sistema militare e civile per i palestinesi, concepito per soggiogarli e realizzare l’egemonia israeliana, un’estensione del modello su cui si fondava Israele. Gli insediamenti furono istituiti alla fine dell’estate del 1967 (e Gerusalemme fu annessa), non da partiti di destra, bensì dal Partito Laburista, membro dell’Internazionale Socialista. L’emanazione di centinaia di “leggi degli occupanti” violò direttamente non solo i principi della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, ma anche le Convenzioni di Ginevra. Queste violazioni spaziavano dalla detenzione amministrativa alla confisca di massa di terre, alla demolizione di case, allo sfollamento forzato, alla tortura, all’abbattimento di alberi, agli assassinii, alla censura di libri e alla chiusura di scuole e università. L’espansione degli insediamenti illegali continuò senza sosta, mentre la politica di pulizia etnica si estese ad altre terre arabe per accogliere immigrati ebrei provenienti da Russia, Etiopia, Canada, Stati Uniti e altri paesi. Dopo la firma degli Accordi di Oslo nel settembre 1993, la situazione dei palestinesi è andata progressivamente peggiorando. Per i palestinesi è diventato impossibile spostarsi liberamente, è stato loro impedito l’accesso a Gerusalemme e imponenti progetti di costruzione hanno alterato la geografia del paese. La discriminazione è stata pianificata meticolosamente in ogni aspetto. Non c’è dubbio che il dilemma morale che si pone a chiunque tenti di affrontare il conflitto israelo-palestinese sia profondo. Gli ebrei israeliani non sono coloni bianchi come quelli che colonizzarono l’Algeria o il Sudafrica, sebbene siano stati impiegati metodi simili. Sono giustamente considerati vittime di una lunga storia di persecuzioni occidentali, principalmente antisemite e cristiane, culminate negli orrori quasi inimmaginabili dell’Olocausto nazista. Ma per i palestinesi, il loro ruolo è quello di vittime. Questo spiega perché i liberali occidentali, che hanno pubblicamente sostenuto il movimento anti-apartheid, il movimento sandinista in Nicaragua, Bosnia, Timor Est, il movimento per i diritti civili in America, la commemorazione armena del genocidio turco e molte altre cause politiche simili, si siano astenuti dal sostenere pubblicamente il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione. Quanto alla politica nucleare israeliana, alla sua campagna di tortura legalizzata, all’uso di civili come ostaggi o al suo rifiuto di concedere ai palestinesi permessi di costruzione sulle loro terre in Cisgiordania, queste questioni non sono mai state sollevate nella sfera pubblica liberale. Ciò è dovuto in parte alla paura e in parte al senso di colpa. Una sfida ancora maggiore risiede nella difficoltà di separare le popolazioni palestinese e israeliana, ormai intrecciate in innumerevoli modi, nonostante l’enorme abisso che le separa. Molti di noi, che da tempo si battono per uno Stato palestinese, comprendono che un tale “Stato” (le virgolette sono appropriate!), qualora emergesse dalla catastrofe di Oslo, sarebbe debole, economicamente dipendente da Israele e completamente privo di qualsiasi reale potere o sovranità. Inoltre, l’attuale mappa della Cisgiordania rivela che le aree autonome sono frammentate e isolate (la loro estensione attuale non supera il tre per cento della Cisgiordania, mentre il governo di Netanyahu continua a rifiutarsi di concedere loro un ulteriore tredici percento). Queste aree assomiglierebbero quindi a dei Bantustan, controllati dall’esterno da Israele. L’unica soluzione sensata, pertanto, è che i palestinesi e i loro sostenitori riprendano la lotta contro i principi fondamentali israeliani che discriminano i non ebrei nella Palestina storica. Questa mi sembra la richiesta logica di qualsiasi campagna per la giustizia palestinese, piuttosto che l’occasionale, esitante e debole richiesta di separazione tra le due parti da parte del movimento israeliano “Peace Now”. Nessun principio dei diritti umani, per quanto flessibile, può essere conciliato con la discriminazione praticata da Israele nei confronti dei non ebrei, principalmente contro i palestinesi. Non c’è speranza di riconciliazione tra Palestina e Israele se non si affronta la contraddizione tra l’ideologia isolazionista di Israele, sia sul piano religioso che etnico, e le esigenze di una vera democrazia. Eludere questo problema, minimizzarlo a parole o ricorrere a vaghe definizioni di “pace” non porterà altro che sofferenza e angoscia sia ai palestinesi che agli israeliani nel lungo periodo. Stefano Bertoldi
September 6, 2026
Pressenza
Roma, migliaia in corteo nel ventennale dell’assassinio di Renato Biagetti
Diverse migliaia di persone hanno attraversato Roma nel corteo antifascista organizzato nel ventennale della morte di Renato Biagetti, il giovane ucciso nel 2006 a Focene. La manifestazione, partita da Porta San Paolo e arrivata al Parco Schuster dopo aver attraversato Ostiense, Ponte Spizzichino e Garbatella, è cresciuta progressivamente lungo il percorso. Un risultato che assume ancora più rilievo considerando le caratteristiche della mobilitazione: una partecipazione costruita soprattutto attraverso reti sociali e territoriali, senza una presenza delle grandi organizzazioni politiche e sociali e con una visibilità molto ridotta sui principali mezzi di informazione. Eppure migliaia di persone sono scese in strada. È questo il primo elemento politico della giornata. Collettivi, associazioni, realtà territoriali, reti militanti e organizzazioni politiche hanno dimostrato l’esistenza di un tessuto sociale capace di mobilitarsi anche lontano dai grandi circuiti mediatici e dagli apparati tradizionali. Ma sarebbe sbagliato leggere questo risultato come una contrapposizione tra movimenti e organizzazioni strutturate. Se l’obiettivo è trasformare una giornata riuscita in un movimento più largo e capace di incidere, le due dimensioni devono necessariamente incontrarsi: l’energia che nasce dal basso può aprire spazi nuovi, mentre organizzazioni politiche, sindacali e sociali possono contribuire ad allargarli, dare continuità alla mobilitazione e radicarla nel tempo. Il corteo nasce dal ricordo di Renato Biagetti, ma non si è limitato alla commemorazione. A vent’anni dal suo brutale assassinio, quella memoria è diventata un modo per interrogarsi sul significato dell’antifascismo oggi. Ed è questo uno degli aspetti più interessanti della manifestazione. L’antifascismo si è intrecciato con l’opposizione alla guerra e al riarmo, con il rifiuto del razzismo, con la critica alla crescente militarizzazione della società e con il richiamo alla costruzione di quelle “comunità resistenti” indicate nella stessa piattaforma della manifestazione. Non è un collegamento forzato. Le culture autoritarie non tornano necessariamente con le stesse forme del passato. Possono crescere dentro società segnate dalle disuguaglianze, dalla precarietà, dalla paura e dall’assuefazione all’idea che la guerra possa tornare a essere uno strumento ordinario della politica. Per questo l’antifascismo perde forza se viene confinato nella sola memoria storica. Continua invece ad avere una funzione quando diventa una chiave per leggere il presente: difesa della democrazia, contrasto al razzismo e alle discriminazioni, opposizione alle derive autoritarie e rifiuto della normalizzazione della guerra. Dentro questo quadro assume un significato particolare la presenza di moltissimi giovani e giovanissimi. Da anni si parla di disaffezione politica delle nuove generazioni, di astensionismo e individualismo. Ma una piazza come questa mostra che la domanda di partecipazione non è scomparsa. È cambiato piuttosto il rapporto con le forme tradizionali attraverso cui la politica si organizza. Una parte delle nuove generazioni fatica a riconoscersi nelle strutture classiche, ma continua a mobilitarsi quando incontra temi, linguaggi e pratiche percepiti come autentici. Una manifestazione cresciuta soprattutto attraverso circuiti sociali, territoriali e militanti, e capace comunque di raccogliere migliaia di persone, è dunque qualcosa di più di un buon risultato organizzativo: è un’indicazione politica. La composizione del corteo lo mostrava con chiarezza. Non una piazza costruita attorno a un unico soggetto, ma una pluralità di esperienze, culture politiche e realtà sociali. Una pluralità che può diventare una risorsa proprio se riesce a costruire relazioni durature e a trovare punti comuni. Per alcune ore Ostiense, Garbatella e il quadrante attraversato dalla manifestazione hanno restituito l’immagine di una Roma diversa da quella spesso descritta come frammentata, impaurita e ripiegata su se stessa: una città ancora capace di riconoscersi nello spazio pubblico, organizzarsi e costruire solidarietà. L’arrivo al Parco Schuster, con le iniziative e i concerti programmati, ha completato una giornata nella quale memoria, politica, cultura e socialità si sono fortemente intrecciate. Naturalmente una manifestazione non modifica da sola i rapporti di forza. Ma può rendere visibile ciò che normalmente resta sotto la superficie. Ed è forse questo il dato politico più importante della giornata romana. Esiste uno spazio per ricostruire un movimento capace di tenere insieme antifascismo e questioni sociali, opposizione alla guerra e al riarmo, difesa della democrazia e costruzione di solidarietà. Uno spazio che può crescere nei territori e nei movimenti, ma che per diventare realmente più significativo e incidere sui rapporti di forza sociali e politici ha bisogno anche del contributo delle grandi organizzazioni politiche, sindacali e sociali. Il ventennale della morte di Renato Biagetti non ha quindi prodotto soltanto una giornata della memoria. Ha prodotto una piazza. E soprattutto un segnale importante. In un tempo in cui la guerra torna a essere raccontata come inevitabile e le culture autoritarie cercano nuovi linguaggi per diventare socialmente accettabili, migliaia di persone hanno scelto di stare insieme e affermare un’altra idea di società. È quando la memoria diventa partecipazione, e la partecipazione incontra organizzazione e continuità, che smette di essere rito e torna a diventare politica.   Giovanni Barbera
September 6, 2026
Pressenza
Oltre l’etichetta di “falco”: la politica estera della premier giapponese Takaichi vista da sei prospettive internazionali
Guardare la politica estera da una prospettiva orientata alla pace porta naturalmente a concentrarsi sul rafforzamento militare e sulle tensioni. Ma che cosa emerge se, almeno all’inizio, mettiamo tra parentesi quel giudizio e osserviamo con freddezza ciò che i media internazionali vedono o temono nella politica estera della premier giapponese Sanae Takaichi? Quando è entrata in carica nell’ottobre 2025, il ritratto dominante di Takaichi era semplice: erede politica di Shinzo Abe, conservatrice, “falco” sulla sicurezza, dura con la Cina e favorevole alla revisione costituzionale. Venivano ricordati anche i rapporti con Taiwan e le visite al santuario Yasukuni, che commemora i caduti giapponesi, compresi 14 criminali di guerra di classe A, ed è perciò contestato in Cina e Corea del Sud.[1] Quasi un anno dopo, la domanda è cambiata: non solo “Takaichi è un falco?”, ma “come agisce nella pratica diplomatica?”. Stati Uniti — Alleato affidabile, ma quanto autonomo? Da Washington emerge anzitutto la centralità dell’alleanza. Con Donald Trump, Takaichi ha utilizzato l’eredità di Abe combinando diplomazia personale, investimenti, minerali critici e difesa.[2] Per l’establishment della sicurezza americano, un Giappone più impegnato nella deterrenza verso la Cina è un alleato desiderabile. Il Financial Times ha però sottolineato il rovescio della medaglia: di fronte all’imprevedibilità di Trump, Tokyo non dispone di un vero “piano B”.[3] E Takaichi non accetta automaticamente ogni richiesta americana: sullo Stretto di Hormuz, il governo ha richiamato i limiti giuridici all’impiego delle Forze di autodifesa e privilegiato la diplomazia.[4] Quanto spazio autonomo può costruire il Giappone dentro un’alleanza che resta fondamentale? Europa — Che cosa sta diventando il Giappone? Nei principali media europei il rafforzamento della difesa viene letto anche come trasformazione dell’identità postbellica. Le Monde ha richiamato l’articolo 9 della Costituzione del 1947, la “clausola pacifista” con cui il Giappone rinuncia alla guerra e limita l’uso della forza.[5] Esportazioni di armi, capacità di contrattacco, revisione costituzionale e dibattito sulle “tre regole non nucleari” — non possedere, non produrre e non introdurre armi nucleari — pongono una domanda più ampia: diventando militarmente più forte, che cosa conserva il Giappone del dopoguerra?[6] Australia — Verso un ruolo regionale più autonomo? Nel maggio 2026 Takaichi ha definito il rapporto con Canberra una “quasi alleanza”, ampliando la cooperazione a difesa, energia, minerali critici e sicurezza economica.[7] L’ABC ha messo in luce un dilemma condiviso: continuare a contare sugli Stati Uniti, riducendo però il rischio di dipendere soltanto da Washington.[8] Una rete più fitta con Australia, Corea del Sud, Filippine, India e Sud-est asiatico potrebbe ampliare il margine d’azione di Tokyo. È però presto per parlare di autonomia strategica. Corea del Sud — Separare storia e cooperazione In Corea del Sud le aspettative iniziali erano negative. Pesavano Yasukuni, il colonialismo, la questione delle “comfort women” — donne, molte coreane, costrette o sottoposte a coercizione nel sistema dei bordelli militari giapponesi — e quella dei lavoratori mobilitati durante il dominio coloniale. Il rapporto con il presidente Lee Jae-myung si è però rivelato più stabile del previsto. I due leader hanno intensificato gli incontri e la cooperazione su energia, minerali critici, catene di approvvigionamento, Corea del Nord e coordinamento con gli Stati Uniti.[9] Takaichi non ha cambiato la propria visione della storia. La domanda è se sappia separare le convinzioni ideologiche dalla gestione quotidiana delle relazioni tra Stati. I nodi storici restano aperti: la tenuta di questo pragmatismo sarà una prova importante. Cina — Prima della gestione del conflitto viene la “base politica” Per i media della Cina continentale serve una cautela: Xinhua, CGTN, China Daily e Global Times sono molto più vicini alle posizioni ufficiali del governo e del Partito rispetto ai grandi giornali occidentali. Mostrano quindi soprattutto l’immagine pubblica e semi-ufficiale cinese della politica di Takaichi. Le dichiarazioni del novembre 2025, secondo cui un conflitto su Taiwan potrebbe costituire per il Giappone una “situazione di minaccia alla sopravvivenza”, vengono presentate come la causa fondamentale del deterioramento. Pechino sostiene che minino la “base politica” fissata dai quattro documenti fondamentali che, dal comunicato congiunto del 1972 in poi, regolano i rapporti sino-giapponesi.[10] China Daily collega quelle dichiarazioni al rafforzamento militare, alle esportazioni di armi e alla rete di cooperazione di sicurezza costruita da Tokyo, accusando il governo di parlare di “relazioni stabili” mentre agisce nella direzione opposta.[11] Il South China Morning Post di Hong Kong aggiunge un elemento diverso: la pressione cinese non ha necessariamente indebolito Takaichi e Pechino ha faticato a mobilitare i paesi asiatici contro il Giappone.[12] Anche la risposta cinese può irrigidire l’ambiente regionale. Sud-est asiatico — Fiducia, ma senza logica di blocco Nel Sud-est asiatico il Giappone gode ancora di una fiducia elevata. The Straits Times ha descritto l’approfondimento dei rapporti con l’ASEAN come “interesse nazionale illuminato”: rafforzare la resilienza regionale protegge anche le catene di approvvigionamento giapponesi.[13] L’ISEAS–Yusof Ishak Institute segnala però una riserva importante. Il rafforzamento militare giapponese non viene necessariamente respinto; diventerebbe problematico se fosse troppo conflittuale, marginalizzasse l’ASEAN o spingesse la regione verso una logica di blocco.[14] Molti paesi sembrano desiderare non soltanto un Giappone “più forte”, ma uno che allarghi il loro spazio di scelta. Sei prospettive, sei criteri diversi Dire che all’estero si intrecciano giudizi “positivi” e “negativi” su Takaichi spiega poco. Negli Stati Uniti si osservano capacità dell’alleato e autonomia; in Europa, la trasformazione dell’identità del Giappone postbellico; in Australia, la capacità di sostenere l’ordine regionale; in Corea del Sud, la separazione tra controversie storiche e cooperazione; nei media cinesi, la distanza di Tokyo dalla base politica tradizionale delle relazioni bilaterali; nel Sud-est asiatico, se un Giappone più forte allarghi o restringa le possibilità di scelta degli altri paesi. Possiamo davvero mettere queste sei letture sullo stesso metro? Probabilmente no: sono sei criteri diversi di “buona diplomazia”. Takaichi sta uscendo, almeno nella gestione pratica, dall’immagine iniziale di semplice “erede di Abe” e “falco anticinese”. Resta dura verso Pechino, ma non segue automaticamente Washington; coopera pragmaticamente con Seul e amplia i rapporti con Australia e Sud-est asiatico. Sarebbe però prematuro chiamare tutto questo “autonomia strategica”. Per ora si intravedono segnali di una ricerca: mantenere l’alleanza con gli Stati Uniti come asse centrale, ma infittire altre relazioni per ampliare lo spazio d’azione del Giappone. Questa ricerca evolverà verso maggiore autonomia nell’alleanza, oppure rafforzerà soprattutto una rete di sicurezza centrata sugli Stati Uniti? È ancora presto per rispondere. Resta allora una domanda: che cosa manca a questa mappa? Chiariti i criteri dei principali media, possiamo passare alla fase successiva: mettere in luce ciò che resta fuori. Note e fonti [1] Reuters, 21.10.2025; AP, 15.08.2026. [8] ABC Asia, 04.05.2026. [2] Reuters, 28.10.2025. [9] Associated Press, 19.05.2026. [3] Financial Times, 20.08.2026. [10] Xinhua, 07.05.2026. [4] Reuters, 18.03.2026. [11] China Daily, 29.07.2026. [5] Le Monde, 14.08.2026. [12] South China Morning Post, 19.03.2026. [6] Le Monde, 06.08.2026. [13] The Straits Times, 21.05.2026. [7] ABC News Australia, 04.05.2026. [14] ISEAS–Yusof Ishak Institute, 04.02.2026.   Kazuhiro Imamura
September 6, 2026
Pressenza
Le Città del Miele: 25 anni a sostegno di un’eccellenza alimentare italiana
Un grande patrimonio, quello dei mieli del nostro Paese, ma anche un “unicum” in termini di qualità da proteggere, da valorizzare e da far conoscere per sostenere gli sforzi degli oltre 78.000 apicoltori italiani, che gestiscono oltre 1,5 milioni di alveari,  per una produzione nazionale di 30.992 tonnellate nel 2025 fatta di ben 60 tipi di miele. Una produzione però che,  come sottolinea l’ISMEA (https://www.ismea.it/istituto-di-servizi-per-il-mercato-agricolo-alimentare), non cresce in parallelo al numero degli alveari presenti per via delle condizioni meteoclimatiche sempre più spesso anomale che compromettono le fioriture e quindi anche le rese degli stessi. L’avvicendarsi di eventi e situazioni meteo avverse, anche di opposta natura, conferma quanto il cambiamento climatico sia il principale fattore limitante delle produzioni nell’ultimo decennio. Come certifica l’Osservatorio Nazionale Miele: “La seconda metà della stagione estiva ha confermato e accentuato la forte impronta climatica già emersa nei mesi precedenti, con un quadro meteo dominato da insistenti ondate di calore e dalla scarsità di precipitazioni, salvo locali eventi temporaleschi brevi ma molto intensi. Gli elevati livelli di evapotraspirazione hanno accelerato lo stato di siccità dei suoli e ridotto drasticamente la durata delle fioriture estive causando un blocco diffuso dei flussi nettariferi in molte aree del Paese”: https://www.informamiele.it/luglio-2026-rilevazione-mensile/. Comunque, anche nelle annate migliori, la produzione nazionale sfiora il 50% del consumo nazionale. Le nostre produzioni si confrontano con un mercato che è oramai unicamente globale, dominato da prezzi molto bassi e da prodotti molto diversi. Inoltre, se è vero che in Italia si stima un consumo pro-capite annuo di quasi 700 gr, a fronte di una media europea di 600g (con Germania al primo posto con 1,5 Kg pro-capite), occorre sottolineare come l’indice di penetrazione sia ancora basso. L’anello debole è proprio nella fascia di età più giovane. Si pensi che, per quanto riguarda lo share di acquisti in volume, il 43% è costituito da acquirenti oltre i 63 anni; il 21% fra i 55 e i 64 anni; il 18% da 45 a 54 anni e solo il 12% per gli acquirenti tra i 35 e i 44 anni e il 6% per quelli fino a 34 anni. A livello nazionale l’apicoltura è ben diffusa sui territori regionali e le regioni italiane più produttive sono il Piemonte, la Lombardia, la Toscana e la Calabria. Dal 2001 in Italia c’è anche  una rete nazionale dei territori che danno origine e identità ai mieli italiani, Le Città del Miele: https://cittadelmiele.it/, che contribuisce non poco a dare visibilità ai mieli nelle loro caratteristiche di specificità e diversità e promuove i mieli dei territori dando voce e volto agli apicoltori. Nel corso dell’anno, particolarmente in occasione degli eventi di “Andar per Miele”, le Città associate in collaborazione con le associazioni locali di apicoltori organizzano convegni, tavole rotonde e incontri di presentazione e approfondimento su tematiche tecniche legate all’allevamento delle api, alle evoluzioni dei sistemi produttivi, alle criticità del settore. Un contributo rilevante per l’aggiornamento tecnico professionale degli apicoltori. Gli eventi annuali promossi e sostenuti dalle Città associate non sono solo una festa o un mercato dove gli apicoltori di territorio vendono i loro prodotti dell’alveare. Sono soprattutto uno strumento di comunicazione importante, che attiva il dialogo diretto con i consumatori, attraverso il quale gli apicoltori presentano i loro prodotti e fanno assaggiare i loro mieli, specificano le fioriture d’origine, raccontano i prodotti dell’alveare: espressione massima di una comunicazione efficace: https://cittadelmiele.it/eventi-citta-del-miele/. Il 12 e 13 settembre il Convento dei Frati Cappuccini di Renacavata, a Camerino, uno dei 7 Comuni della provincia di Macerata che fanno parte di Le Città del Miele, ospiterà la prima edizione di Miele in Convento. Il convento di Renacavata, che è riconosciuto come il primo monastero al mondo dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, fondato nel 1528, ospiterà due giornate per raccontare l’incontro fra il mondo delle api e quello della vita religiosa, trasformando il miele in una chiave originale per entrare nella storia, nei saperi e nel paesaggio di un luogo. Per i più piccoli sono previsti minicorsi dedicati all’apicoltura, con la possibilità di osservare e comprendere il lavoro delle api e concludere l’esperienza con una merenda a base di miele. Il rapporto tra miele e gastronomia sarà anche protagonista di due menu speciali proposti alla tavola del refettorio del convento. Tra gli approfondimenti culturali ci saranno incontri dedicati al miele nell’alimentazione, con degustazioni, a cura degli esperti della Facoltà di Chimica degli alimenti dell’Università di Camerino (https://cittadelmiele.it/eventi/miele-in-convento-2026/). Qui i Musei del Miele: https://cittadelmiele.it/i-musei-del-miele/. Giovanni Caprio
September 6, 2026
Pressenza
L’esperienza e la prossima iniziativa dei ‘Preti contro il genocidio’
Oltre 2˙500 sacerdoti, vescovi e cardinali di 67 nazioni si preparano a tornare in piazza. I coordinatori della rete formata dai preti cattolici aggregati in solidarietà con il popolo palestinese e mobilitati nella protesta contro il genocidio hanno presentato il programma della manifestazione e un bilancio delle proprie attività. Il 22 settembre prossimo a Roma, dopo l’incontro mattutino alla chiesa di Santo Spirito con i partecipanti al Pellegrinaggio di giustizia in Palestina organizzato da Pax Christi e Un ponte per…, nel pomeriggio imploreranno la pace, la fine di ogni genocidio e il disarmo marciando in preghiera per via della Conciliazione e davanti ai palazzi sedi delle istituzioni nazionali e si raduneranno insieme a monsignor Giovanni Ricchiuti, arcivescovo emerito di Altamura e presidente di Pax Christi. Alla conferenza stampa svolta online il 2 settembre scorso hanno anticipato i contenuti dell’appello Genocidio, non guerra che rivolgeranno ai governanti e ai ‘pastori’ della Chiesa. Il portavoce della rete ‘Preti contro il Genocidio’, Pietro Rossini, ha esordito spiegando: > Un anno fa, il 22 settembre 2025, poco più di duecento sacerdoti si sono > ritrovati a Roma perché non riuscivano più a stare zitti. Non avevamo una > struttura, non avevamo un ufficio stampa, non avevamo un programma. Avevamo > una convinzione sola: davanti a un genocidio non esiste la neutralità. > > Oggi siamo oltre 2˙500 fra sacerdoti, vescovi e cardinali, in 67 Paesi e in > cinque continenti. E in questo anniversario ci diamo un obiettivo preciso: > arrivare a 4˙000 adesioni. > > Quattromila non è un numero scelto a caso. È circa l’1 % di tutto il clero > cattolico del mondo. Un uno per cento che non pretende di rappresentare la > Chiesa intera, ma che chiede alla Chiesa intera di non voltarsi. Nel Vangelo > il lievito è sempre poca cosa rispetto alla pasta: eppure è quello che la fa > cambiare. > > Dobbiamo però dire con chiarezza in che condizioni arriviamo a questo > anniversario. > > In questi dodici mesi non c’è mai stato un cessate il fuoco. C’è stato > l’annuncio di un cessate il fuoco, ci sono stati i comunicati, le fotografie > degli incontri ufficiali. Ma le bombe non si sono fermate, la fame non si è > fermata, i bambini sono continuati ad essere vittime dell’odio e della > violenza. > > Una tregua che non ferma le uccisioni non è una tregua: è una parola usata per > far girare lo sguardo dell’opinione pubblica da un’altra parte. > > Per questo il 22 settembre, a Roma, non porteremo slogan. Porteremo in > processione un sudario con i nomi di trecento bambini uccisi da Israele > durante quello che avrebbe dovuto essere il tempo del silenzio delle armi. > Trecento nomi scritti a mano, uno per uno, dai sacerdoti della rete. Perché un > numero si dimentica, un nome no. Perché quei bambini avevano un nome prima di > diventare una statistica, e noi vogliamo restituirglielo. > > E qui sta il cuore di quello che vogliamo dire oggi: bisogna chiamare le cose > con il loro nome. > > Una guerra è un conflitto tra due eserciti. Quello che accade a Gaza non è una > guerra: è un genocidio. Lo dicono i giuristi, lo dicono gli storici, lo dicono > le corti internazionali, lo dice quello che vediamo ogni giorno. Chiamarlo > “guerra” non è un errore di vocabolario: è il primo atto di complicità, perché > rende accettabile ciò che è inaccettabile. > > Per questo ci rivolgiamo alle istituzioni civili e a quelle religiose. > > Ai governi: sospendete la vendita di armi, applicate il diritto > internazionale, smettete di trattare le risoluzioni ONU come pareri > facoltativi. > > Ai nostri pastori e alle nostre Conferenze episcopali: una parola più netta, > più profetica, più concreta. > > Il silenzio prudente non protegge nessuno, se non chi sta commettendo le > atrocità. > > Il 22 settembre la giornata si apre con una mattinata di riflessione tra i > sacerdoti aderenti. Per procedere con una marcia di preghiera verso Via della > Conciliazione ed altri luoghi significativi di Roma per chiedere la pace, la > fine di ogni genocidio e il disarmo. > > Chiediamo al Signore il coraggio per i nostri rappresentanti politici di non > cedere ai compromessi, la forza di difendere ogni vita umana, la sapienza di > costruire una pace fondata sulla giustizia e sulla verità. Il francescano Jacek Orzechowski, condirettore del Laudato Si’ Center for Integral Ecology della Siena University di Loudonville, una cittadina al centro dello stato di New York, ha riferito delle attività realizzate dalla rete Priests Against Genocide negli Stati Uniti. Il parroco londinese Pat Browne ha descritto le iniziative svolte nel Regno Unito e in Irlanda, tra cui la lettera inviata il 19 agosto scorso al primo ministro britannico.  Pietro Rossini e Jacek Orzechowski hanno testimoniato le esperienze di predicare il genocidio dall’altare. La rete dei ‘Preti contro il Genocidio’ ha aderito alla manifestazione del 9 settembre scorso contro il DDL che equipara l’antisionismo all’antisemitismo. Focalizzando l’attenzione sulla questione oggi cruciale in dibattiti e polemiche politiche e, di riflesso, nei confronti interreligiosi, Pietro Rossini ha osservato: > Il sionismo è un’ideologia diffusa tra ebrei ma anche tra cristiani, cattolici > ed evangelici, e atei, e mentre le posizioni su questo tema si sono > polarizzate i social media hanno amplificato l’eco dei discorsi d’odio, però > ‘bloccando’ il confronto d’opinioni e così togliendo la parola a chi critica > un’ingiustizia e mettendo a tacere le voci che denunciano il genocidio dei > palestinesi. Ovunque, soprattutto nelle nazioni più tradizionaliste e > conservatrici, i preti che ne parlano vengono tacciati di antisemitismo e > un’organizzazione ebraica non-sionista, Voce Ebraica per la Pace, in un report > ha documentato gli arresti di 2˙500 ebrei, anche ortodossi, che vi si > oppongono. Sono intervenuti i giornalisti: * Valerio Giacoia, che ha interpellato i referenti della rete Preti contro il Genocidio sulle difficoltà che hanno affrontato all’interno della Chiesa; *  Luca Kocci, collaboratore de il manifesto e di Adista che ha chiesto informazioni sul pellegrinaggio in Terra Santa e sulle relazioni e interazioni con papa Leone XIV; * Alberto Fazzolo, anche un analista geopolitico e un attivista che ha domandato quali governi ascoltano gli appelli; * Maria Ilaria de Bonis, redattrice di Popoli e Missione che ha chiesto approfondimenti sui rapporti con Vaticano, CEI e politici;  * Flavia Cecchini, redattrice di Città Nuova che ha interpellato i ‘Preti contro il Genocidio’ riguardo alle attività di BDS – boicottaggio, disinvestimento e sanzioni. Osservando che sacerdoti e redattori di quotidiani, riviste e agenzie stampa hanno in comune la facoltà di diffondere notizie e informazioni che formano le opinioni delle persone e contribuire a far conoscere e capire i motivi della disobbedienza civile, Rito Maresca – il parroco di Mortora che l’anno scorso ha celebrato la messa del Corpus Domini indossando una casula raffigurante la bandiera della Palestina – ha ricordato “ciascuno di noi nella propria sfera d’influenza può fare qualcosa, e fare la differenza” ed esortato i giornalisti a “mettere la penna al servizio della pace, della giustizia e dell’equità”. Maddalena Brunasti
September 5, 2026
Pressenza
Il Sudario per Gaza ieri a Saronno
Centinaia di persone di ogni età hanno partecipato venerdì sera alla tappa del “Sudario per Gaza”, organizzata a Saronno dalla rete “Quattro passi di pace”. L’enorme lenzuolo lungo 25 metri e largo 8, realizzato dal collettivo Carnia per la pace, riporta i nomi di 18.457 bambini e bambine sotto i 17 anni uccisi dall’esercito israeliano tra il 7 ottobre 2023 e il maggio 2025. Malgrado lo striscione di apertura del corteo recitasse “Non dimenticare un solo nome”, Ivan del collettivo Carnia ha ammesso che “purtroppo centinaia di altri piccoli palestinesi sono stati massacrati in questi 15 mesi, prima e dopo il cosiddetto ‘cessate il fuoco’ del 10 ottobre, per non parlare delle migliaia ancora sepolte sotto le macerie. La loro memoria è compresa simbolicamente nello spazio bianco in fondo al sudario”. Dopo una danza collettiva di omaggio alle vittime, da piazza Libertà il grande lenzuolo funebre è stato portato a braccia da decine di persone lungo un tragitto che si è snodato nelle vie del centro, accompagnato dai rintocchi delle campane a morto e poi dalla musica di due suonatori di chitarra e cornamusa, facendo tappa in diverse piazze per fare infine ritorno al punto di partenza. Qui sul sagrato della chiesa si sono alternate voci istituzionali e della società civile. Khader Tamimi, presidente della comunità palestinese della Lombardia, ha sottolineato come il genocidio continui indisturbato a Gaza, dove oltre due milioni di donne, uomini e bambini sono costretti a vivere in un territorio di 150 chilometri quadrati (la Striscia è invasa per il 70% dall’esercito israeliano), e in Cisgiordania, dove è in atto una campagna di pulizia etnica paragonabile alla Nakba del 1948. Tutto ciò nel silenzio e nella complicità del mondo. Monsignor Giuseppe Marinoni, prevosto di Saronno, ha poi invitato tutti a pregare e a impegnarsi per la pace e la convivenza pacifica tra gli appartenenti a tutte le fedi, mentre l’assessora Francesca Rufini ha portato il saluto dell’amministrazione e la propria personale partecipazione a un evento di grande impatto emotivo e simbolico. Il percorso del Sudario per Gaza prosegue oggi a Domodossola e attraverserà tutta l’Italia fino in Puglia e in Sicilia (a Palermo il 3 ottobre, ndR) per risvegliare le coscienze e riportare l’attenzione generale sulle terribili condizioni di vita e sulle ingiustizie subite ogni giorno dal popolo palestinese sotto il giogo del sanguinario governo Netanyahu.  Claudia Cangemi
September 5, 2026
Pressenza
L’ONU corregge la proiezione del mappamondo in uso con una più rispettosa di tutti i continenti
L’Assemblea Generale ha compiuto ieri, 4 Settembre,  un passo importante verso la correzione delle distorsioni presenti nelle mappe del mondo di uso comune, in particolare nella proiezione di Mercatore, che si ritiene rappresentino in modo errato le dimensioni relative dei continenti e contribuiscano a una percezione riduttiva dell’Africa e di altre regioni equatoriali. La risoluzione si intitola “Correggere la mappa: riequilibrare la rappresentazione cartografica globale e promuovere un’equa rappresentazione delle regioni del mondo, in particolare dell’Africa” (documento  A/80/L.104 ),  ed è stata adottata con 164 voti favorevoli, 1 contrario (Stati Uniti) e 6 astensioni (Estonia, Georgia, Lituania, Repubblica di Moldova, Serbia, Ucraina). Il documento auspica un uso più ampio delle proiezioni cartografiche a pari area, in particolare della proiezione Equal Earth, nei contesti in cui le dimensioni comparative dei continenti sono rilevanti, inquadrando la questione come qualcosa di più di un semplice problema cartografico tecnico. L’obiezione degli Stati Uniti secondo cui la risoluzione aveva un carattere “fortemente ideologico” è stata considerata ridicola da parte degli studiosi e degli stati membri. La questione della proiezione europocentrica che Mercatore fece nel 1600 (proiezione assolutamente rivoluzionaria per l’epoca dato che per la prima volta si tentava di raffigurare in modo scientifico tutto il pianeta in una sola cartina) fu messa in discussione da James Gall già nel 1855 ma fu grazie al lavoro di Arno Peters che la proiezione di Gall fu pubblicata nel 1974 e divenne la prima proiezione in cui a centimetri quadrati di cartina corrispondono una proporzione esatta di kilometri quadrati di territorio.   Fonte: https://press.un.org/en/2026/ga12779.doc.htm   Pressenza IPA
September 5, 2026
Pressenza