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64˙000 bambini orfani nella Striscia di Gaza. Un progetto di intervento concreto
A Gaza, nel quasi totale silenzio dei media mainstream, si sono intensificati gli attacchi e la situazione è peggio che mai… La destra di Smotrich, Katz e i coloni intendono impadronirsi di Gaza e ricolonizzarla al più presto espellendo (o estinguendo) i palestinesi. I messaggi che riceviamo quotidianamente dalle/i gazawi attraverso il Comitato Un Aiuto per la Palestina ci dicono che bombardamenti e spari sono costanti. Mai avevamo ricevuto così tante notizie di uccisioni come in questi giorni. Dal piccolo “osservatorio” delle 40 famiglie sostenute dal Comitato giungono immagini di bambini uccisi, bambini rimasti orfani, alcuni del tutto soli. Tanti perdono amici e vicini. Alcuni scrivono di sentirsi vivi per caso, altri non rispondono al cellulare. Le condizioni di vita sono insostenibili, con un caldo a 42°, pochissima acqua, insetti, topi, malattie. Circola voce, a Gaza, che gli israeliani hanno dichiarato sui loro media di avere individuato 2000 “target” da colpire. Le persone sono spaventate, ma cercano (ancora) di agire. Mosbah continua a distribuire acqua sotto le bombe e Yousef a curare la scuola Il futuro nelle mani dei piccoli, che ha sospeso le lezioni, ma tiene attività estive. Chiedono di parlare di loro, di diffondere le loro foto e messaggi per rompere il silenzio e pretendere giustizia (in allegato tre foto ricevute), di sostenere i loro progetti. In questo periodo le voci delle piazze si sono affievolite, ma le nostre coscienze sono lucide e vive e continuano a interrogarci su quello che possiamo fare. Accogliendo la proposta di Mosbah Al-Halabi, la Scuola per la Pace si è impegnata a sostenere il progetto del Campo Bambini Orfani nel Nord di Gaza, così presentato: > La Striscia di Gaza sta affrontando una crisi umanitaria senza precedenti a > causa del genocidio in corso, che ha provocato una distruzione diffusa delle > infrastrutture, delle case e un massiccio sfollamento delle famiglie, che > vivono in condizioni insostenibili in tende, al freddo o al caldo torrido, in > condizioni igieniche terribili. > La mortalità violenta ha colpito il 56% dei bambini, delle donne e degli > anziani (dato pubblicato sulla rivista The Lancet, febbraio 2026). > I bambini sono stati tra i gruppi più colpiti: migliaia di loro hanno perso > uno o entrambi i genitori. > I dati riportati dal Ministero dello Sviluppo Sociale palestinese ad aprile > 2026 riferiscono di oltre 64˙000 orfani nella Striscia di Gaza, di cui oltre > 55˙000 avrebbero perso entrambi i genitori o il capofamiglia (breadwinner). > Nella cultura palestinese quando la famiglia è monoreddito è quasi sempre il > padre a provvedere al sostentamento economico. > Gli operatori sanitari hanno coniato l’acronimo WCNSF (“Wounded Child, No > Surviving Family”, ovvero “Bambino ferito, senza familiari sopravvissuti”) per > descrivere i bambini che hanno perso l’intera famiglia e che spesso sono > feriti a causa degli stessi bombardamenti in cui hanno perso i familiari; > frequentissime fra i bambini le amputazioni di uno, sino a quattro arti. > Ci sono poi migliaia di bambini non accompagnati che sono stati separati dai > genitori a causa dei continui spostamenti. Spesso vengono registrati negli > ospedali come “sconosciuti” o “bambini soli” in attesa di riconoscimento. > Molti di questi minori sono stati trovati feriti, intrappolati sotto le > macerie. > Gli orfani privi di una rete familiare sono i più vulnerabili alla fame > sistemica, all’assenza di cure e ad ogni forma di protezione (compresi gli > abusi sessuali). > Lo stesso Ministero sottolinea che gli orfani in Palestina, sia in > Cisgiordania che nella Striscia di Gaza, devono affrontare, oltre alla perdita > dei genitori, o di uno dei due, altre difficoltà: il rischio di povertà, > l’abbandono scolastico, l’accesso limitato ai servizi, nonché gravi > conseguenze psicologiche derivanti dalla perdita e dai ripetuti traumi subiti. > Il tessuto sociale e le istituzioni preposte alla tutela dei minori sono stati > in gran parte distrutti, il che significa che i bambini spesso devono fare > affidamento sulla famiglia allargata, sui vicini o su estranei per > sopravvivere. Sovente i bambini orfani vengono accolti dai parenti, magari dai > nonni, che però a loro volta faticano a procurarsi cibo a sufficienza e acqua > potabile, mettendo a dura prova risorse già limitate. > Molti bambini orfani vengono raccolti in centri di accoglienza che sono > sovraffollati e dove spesso vi è una grave carenza di cibo, acqua potabile, > assistenza medica e tende adeguate. Per le strade si vedono molti orfani, > soprattutto ragazzi, che cercano cibo o cercano di trovare, vendere o > scambiare oggetti per procurarsi i beni di prima necessità. Al momento gli > aiuti umanitari disponibili nella striscia sono pochissimi in quanto bloccati > da Israele ai valichi. > > La distribuzione geografica degli orfani nella Striscia di Gaza non è > uniforme, con alcune zone più colpite di altre. > Governatorato di Gaza (Gaza City): È l’area con la più alta concentrazione di > orfani, ospitando circa il 32,7% del totale dei bambini che hanno perso i > genitori. > Gaza Nord: Questa zona segue con un’alta percentuale di orfani (circa il > 22,5%), essendo stata teatro di intensi combattimenti, prima di essere stata > evacuata. > Khan Younis: Il governatorato meridionale ospita circa il 18,3% degli orfani. > Gaza Centrale e Rafah: Queste zone presentano percentuali inferiori rispetto > al nord ma comunque critiche, rispettivamente il 13,2% e l’8,2%. > > Dall’analisi della situazione che evidenzia la mancanza di una rete > strutturata in grado di proteggere i bambini orfani presenti a Gaza sono > emerse le seguenti criticità: > Fame sistemica – Gli orfani, privi di una rete familiare che possa procurare > cibo, affrontano quotidianamente una grave insicurezza alimentare e sono i più > vulnerabili alla fame sistemica. > Sistemi di supporto comunitario in difficoltà – Nonostante gli sforzi delle > organizzazioni locali e internazionali, la risposta umanitaria è gravemente > limitata e migliaia di bambini ricevono aiuti inadeguati o nessun aiuto. > Inoltre la mancanza di luoghi sicuri, la carenza di cibo, acqua e medicinali > rende problematica la creazione di reti di protezione strutturate. > Reti familiari allo stremo – Nella cultura palestinese, la prima linea di > supporto sono i parenti. Tradizionalmente, la famiglia allargata accoglieva > gli orfani, ma l’attuale povertà estrema e la perdita di più membri dello > stesso nucleo rendono spesso non possibile per i parenti sopravvissuti > prendersi cura di altri bambini. > Traumi psicologici estremi – La quasi totalità dei bambini di Gaza necessita > di supporto per la salute mentale. Molti soffrono di disturbi da stress > post-traumatico (PTSD), mutismo selettivo e ansia grave dopo aver assistito > alla morte dei propri genitori. L’impatto sulla salute mentale è enorme: > secondo le stime, quasi tutti i bambini di Gaza necessiterebbero di assistenza > psicologica e sostegno psicosociale. Sono frequenti i sintomi di stress > estremo, quali comportamenti aggressivi, ansia, angoscia, enuresi notturna, > insonnia, desiderio di morire, isolamento, comportamenti dello spettro > autistico, blocco della crescita evolutiva. > Carenza di assistenza medica – L’80% delle strutture sanitarie è danneggiato. > Molti orfani feriti, inclusi quelli che hanno subito amputazioni, non hanno > accesso a riabilitazione o cure adeguate. > Assenza di tutele legali – Il caos degli sfollamenti impedisce spesso > l’identificazione formale dei bambini, rendendo difficile l’inserimento in > programmi di affido o adozione. > > PROGETTO di INTERVENTO > Alla luce di quanto descritto sino ad ora, in relazione al contesto > emergenziale a Gaza e al carattere di immediatezza che richiede la situazione, > il Progetto che qui si propone intende sostenere un Centro di protezione per > gli orfani, già operativo, situato nella zona a Nord di Gaza, che presenta una > grave carenza delle risorse necessarie al suo funzionamento. > Strumenti di analisi utilizzati – L’analisi situazionale è stata fatta in > collaborazione con il Partner in loco e dove necessario integrata con i dati > reperibili su documenti e siti di organizzazioni locali e internazionali > Settore di intervento prevalente – Beneficiari diretti e analisi dei bisogni > del campo bambini orfani nel nord di Gaza. > > Il campo per bambini orfani nella zona nord di Gaza, che questo progetto > intende sostenere, ospita circa 217 bambini orfani di età compresa tra 0 e 18 > anni. In base agli aspetti problematici su delineati, il progetto mira a > fornire un sostegno concreto (cibo, acqua, tende, farmaci, materiale educativo > e ricreativo). > > AREE DI INTERVENTO > > – Alloggio: la maggior parte delle tende o delle abitazioni necessita di > riparazioni, alcune rischiano di crollare e l’elettricità è intermittente. > > – Cibo e acqua: non è garantita la disponibilità quotidiana di pasti nutrienti > e di acqua potabile in quantità sufficiente. > > – Sostegno psicosociale, psicologico ed educativo: i bambini soffrono di > traumi causati dalla perdita dei genitori e da condizioni di vita difficili, > senza poter accedere a servizi di assistenza psicologica o ad attività > ricreative. > > – Educazione: i bambini non sono iscritti a scuole formali e il materiale > didattico e i programmi educativi sono in gran parte assenti. > > – Salute: non vengono effettuati controlli sanitari regolari e le forniture > mediche sono limitate. > > Il progetto è previsto per un periodo di sei mesi, rinnovabile. > > Obiettivi Specifici: > • Fornire pasti nutrienti regolari ai bambini orfani. > • Garantire l’accesso all’acqua potabile pulita all’interno del campo. > • Offrire attività di supporto psicologico e sociale per aiutare i bambini a > elaborare i traumi. > • Fornire cure mediche di base e trattamento per i bambini malati. > • Istituire una tenda educativa temporanea per supportare l’apprendimento e le > attività didattiche. > > Attività del Progetto > 1. Supporto Alimentare – Fornitura di pasti regolari ai bambini che vivono nel > campo. > 2. Fornitura di Acqua Pulita – Approvvigionamento di acqua potabile sicura per > uso quotidiano. > 3. Supporto Psicosociale – Sessioni di gruppo, attività ricreative e programmi > di supporto emotivo. > 4. Supporto Sanitario – Visite regolari effettuate da idoneo personale > sanitario, fornitura di medicinali di base e trattamento per i bambini malati > e, ove possibile, invio dei casi gravi a strutture specializzate. > 5. Tenda Educativa – Allestimento di una tenda per l’apprendimento dotata di > materiali didattici di base e organizzazione di attività educative. > > Risultati Attesi > • Miglioramento delle condizioni nutrizionali per 217 bambini orfani. > • Parziale riduzione dello stress psicologico attraverso attività psicosociali > strutturate. > • Accesso affidabile all’acqua potabile pulita nel campo. > • Garanzia di controlli sanitari e supporto medico essenziale per i bambini > malati. > • Accesso all’istruzione di base e opportunità di apprendimento tramite uno > spazio educativo temporaneo. > > Implementazione e Monitoraggio > Il progetto sarà implementato nel Nord di Gaza dal team del campo umanitario, > con il sostegno di Mosbah Al-Halabi, volontario per il Comitato Un aiuto per > la Palestina e collaboratore dell’Associazione Al Amal di Gaza. > Le attività saranno monitorate regolarmente e documentate tramite rapporti, > foto e aggiornamenti sul campo per garantire trasparenza e rendicontazione nei > confronti del Comitato proponente e di eventuali altri soggetti che aderiscano > e/o sponsor del progetto. > > Budget, valutato insieme ai gazawi coinvolti nell’attuazione del progetto > > CATEGORIA DI SPESA IMPORTO STIMATO (EURO) > Cibo e pasti 9.000 > Fornitura di acqua pulita 3.000 > Attività di supporto psicosociale 3.500 > Cure mediche e medicinali 3.500 > Tenda educativa e materiali 2.500 > Costi operativi e amministrativi 1.500 > Totale 23.000 > > Il Comitato ed il team gazawi continueranno a cercare ulteriori partnerships e > opportunità di finanziamento, sia per attivare il progetto che per mantenere > il supporto ai bambini orfani nel campo ed aumentare i servizi necessari. > > Conclusione > Questo progetto rappresenta una risposta umanitaria urgente a sostegno dei > bambini che hanno perso le loro famiglie durante la guerra a Gaza. Grazie al > generoso supporto dell’organizzazione donatrice, il progetto contribuirà a > restituire dignità, speranza e stabilità ai bambini orfani che vivono in > circostanze estremamente difficili. > > Informazioni sul progetto > Nome del progetto : Supporto per i bambini orfani del nord di Gaza > Donatore : Un aiuto per la Palestina > Team implementatore : Team umanitario Mosbah Al-Halabi > Sede : Nord di Gaza / Campo per bambini orfani (under 18) > Durata : 6 mesi > Numero di beneficiari : 217 bambini orfani > Budget totale : 23.000 euro > > Donazioni: > Satispay > – https://web.satispay.com/download/qrcode/S6Y-SVN–19FF359D-701C-4FB9- > A522-F50008F5E53E?locale=it > Bonifico bancario – Iban IT76A0883301003000000013283; destinatario Un aiuto > per la Palestina; causale Campo orfani Gaza. La Scuola per la pace Torino e Piemonte
July 21, 2026
Pressenza
Firenze: presidio per Farik
Su convocazione della CGIL, dell’ANPI e dell’ARCI si è svolto oggi a Firenze, come in molte città italiane un presidio di fronte alla Prefettura per protestare per la morte di Abderrahim Fakir. Circa 300-400 persone hanno ascoltato le parole di Paolo Solimeno di Giuristi democratici. Redazione Toscana
July 21, 2026
Pressenza
Libertà per Abu Safiya e tutti i palestinesi illegalmente prigionieri di Israele
Inequivocabile condanna all’uso eccessivo delle misure detenzione amministrativa è stata espressa il 19 luglio nella dichiarazione congiunta rilasciata da 12 missioni diplomatiche. Il testo è firmato dalle rappresentanze di Belgio, Canada, Danimarca, Finlandia, Francia, Irlanda, Paesi Bassi, Norvegia, Spagna, Svezia e Regno Unitoe dell’Unione Europea. Si nota l’assenza dell’Italia. Subito dopo la divulgazione della notizia, l’account X del Consolato inglese in Israele è stato bloccato. Nella dichiarazione, in cui è esplicitamente affermato “Attualmente più di 9.000 palestinesi sono detenuti nelle carceri israeliane, tra cui migliaia senza accusa né processo“, è espressa preoccupazione per le condizioni di detenzione di Abu Safiya. Ricordiamo che, durante la recente visita dei suoi avvocati, il dottor Hussam Abu Safieh ha riferito: “Sono stato picchiato di nuovo dalle guardie carcerarie, dopo la precedente visita, riportando una ferita a un dito, perdendo del sangue. Fate tutto il possibile per farmi uscire di qui. Sono detenuto in isolamento nel carcere sotterraneo di “Rakeft”, in condizioni di detenzione disumane”. Per chiedere il rilascio del dr. Abu Safiya vengono svolte numerose iniziative:   venerdì 17 luglio la Rete internazionale ebraica anti-sionista ha organizzato un presidio davanti all’ambasciata israeliana a Londra e Michele Serra ha lanciato un appello dalla sua rubrica “L’Amaca”. Inoltre si può firmare la petizione di Amnesty International. Dall’avvio della campagna Digiuno per Gaza, l’iniziativa lanciata il 15 maggio 2025 da Anbamed, sono trascorsi un anno intero, due mesi e 6 giorni e oggi, martedì 21 luglio 2026, alla giornata di digiuno aderiscono i seguenti digiunatori: clicca per leggere i nominativi. Ieri Al-Najdah ha iniziato la distribuzione delle rette nella città di Gaza e nel nord della Striscia. È stato stampato un opuscolo di disegni spedito da due affidatari, Alessandra e Filippo, per il compleanno della bimba adottata a distanza. L’opuscolo è stato distribuito a tutti i bimbi e le bimbe insieme a una scatola di matite colorate, per applicarsi in un momento di evasione e educazione artistica. La settimana scorsa nel centro della Striscia di Gaza e dall’11 luglio a Khan Younis aveva distribuito le quote di sostegno assegnate alle famiglie dei bambini adottati tramite Anbamed e ACM. Genocidio a Gaza Stamattina, l’esercito israeliano ha ucciso una coppia e i loro quattro figli minori (di 12, 11, 9 e 5 anni), bombardando la loro abitazione con un drone a Gaza City. Nell’attacco sono morti tutti e sei i membri della famiglia Al Masri: Firas (padre) e Salsabil (madre), entrambi trentatreenni; Amira (5 anni), Salma (9), Ferial (11) e Naim (12). Secondo fonti mediche, otto palestinesi sono stati uccisi e oltre venti feriti dalle forze di occupazione israeliane nella Striscia di Gaza durante la giornata di ieri, lunedì. Gli attacchi hanno interessato diverse aree, dal nord al sud della Striscia. Una fonte dell’ospedale Al-Shifa ha riferito che tre palestinesi, tra cui due donne, sono stati uccisi e altri feriti in un raid aereo israeliano sul campo profughi di Jabalia. In precedenza, un raid aereo israeliano aveva colpito un veicolo nella zona di Al-Mawasi a Khan Younis, nel sud di Gaza, uccidendo almeno quattro persone e ferendone altre. I feriti sono stati inizialmente trasportati all’ospedale da campo britannico, per poi essere trasferiti in altri ospedali a causa dell’elevato numero di vittime. Nostri contatti hanno riferito che un attacco in via Al-Jalaa a Gaza City ha causato diversi feriti. Hanno osservato che, secondo le équipe mediche dell’ospedale Al-Saraya della Mezzaluna Rossa Palestinese e dell’ospedale Al-Shifa, i bambini e le donne sono stati i più colpiti dall’attacco. L’ospedale dei Martiri di Al-Aqsa ha riferito che un uomo palestinese è stato ucciso quando un drone israeliano ha colpito una bicicletta in via Salah al-Din, nel centro di Gaza. Un altro raid aereo israeliano ha preso di mira un veicolo civile in via Al-Jalaa, una delle arterie più trafficate della città, provocando diversi feriti. Il veicolo è stato completamente avvolto dalle fiamme. Le ambulanze che si sono precipitate sul posto per trasportare i feriti, sono state prese di mira da un secondo attacco. È la tecnica del doppio attacco per uccidere anche soccorritori. A Gaza non c’è nessun Cessate il fuoco. Cisgiordania All’alba di oggi, martedì, le forze di occupazione israeliane hanno fatto irruzione nella città di Ariha (Gerico), in Palestina. Ieri, diverse aree della Cisgiordania sono state teatro di una serie di movimenti militari israeliani e attacchi da parte dei coloni, in un contesto di crescente tensione per la sicurezza in diverse città e villaggi palestinesi. Nella città di al-Bireh, le forze di occupazione israeliane hanno fatto irruzione e si sono schierate in diversi quartieri della città. Nel villaggio di Kisan, a est di Betlemme, le forze di occupazione hanno condotto un’incursione, perquisendo diverse abitazioni e arrestando cinque palestinesi, tra cui due bambini. Nei pressi del villaggio di Al-Lubban ash-Sharqiya, a sud di Nablus, nostri contatti ci hanno riferito che i coloni hanno intercettato un camion per il trasporto di acque reflue e ne hanno arrestato l’autista. Durante gli scontri che ne sono seguiti, prima dell’arrivo delle forze di occupazione israeliane, sono stati fermati anche più di dieci giovani. Le fonti hanno indicato che l’esercito israeliano ha trattenuto diversi di questi giovani per ore dopo il suo intervento nella zona. Nessuno degli aggressori coloni ebrei israeliani è stato fermato. Le forze israeliane hanno fatto irruzione nella città di Turmus Ayya, a nord-est di Ramallah, hanno compiuto rastrellamenti perquisendo diverse abitazioni e sequestrando le registrazioni delle telecamere di sorveglianza. Questi sviluppi si sono verificati nel contesto delle continue incursioni israeliane nelle città e nei villaggi della Cisgiordania, unitamente alle crescenti denunce palestinesi di attacchi da parte dei coloni contro i nativi e le loro proprietà, incursioni che stanno ulteriormente esacerbando le tensioni in tutta la Palestina occupata. Libano Il Dipartimento di Stato Usa ha annunciato l’avvio di “operazioni pilota” in tre città del Libano, in attuazione degli accordi raggiunti tra Beirut e Tel Aviv mediato da Washington. Le città interessate sono Frun, Srifa e Zawtar al-Gharbiya, ma non sono tutte sotto occupazione militare degli invasori. L’attuazione dell’accordo è inoltre legata all’assunzione da parte dell’esercito libanese della piena responsabilità della sicurezza in tali aree, nonché al disarmo dei gruppi armati, un chiaro riferimento a Hezbollah. Tuttavia, l’accordo annunciato non include una tempistica specifica per il completamento del ritiro israeliano. L’esercito israeliano ha dichiarato che il ritiro comincerà quando sarà neutralizzato il pericolo. L’esercito israeliano insieme a quello libanese e a militari Usa sorveglierà le operazioni future in queste tre zone. “agiremo con fermezza contro qualsiasi violazione”. Infatti, Israele non ha cessato gli attacchi con artiglieri e con droni contro diverse città e villaggi libanesi, oltre al proseguimento delle demolizioni di case a Kafr Tebnit. Nella provincia di Sour (Tiro), droni israeliani hanno bombardato la cittadina di Al-Mansouri e sulla capitale Beirut è stato registrato il volo di ricognizione di droni israeliani. La poesia di Tawfiq Zayyad, grande poeta palestinese del secolo scorso, scomparso il 5 luglio 1994, un cui verso recita “questo popolo ha sette anime, ogni volta che muore, rinasce più giovane e bello”, nel 1977 è stato interpretato da Demetrio Stratos con Giulio Stocchi e Gaetano Liguori. ANBAMED
July 21, 2026
Pressenza
L’industria della narrazione e le persone invisibili: perché il mondo vede l’Iran, ma non gli iraniani – 1
L’Iran è uno dei paesi più ampiamente raccontati e analizzati al mondo. Dalla Rivoluzione del 1979 a oggi, sono stati scritti migliaia di articoli, libri, servizi giornalistici e analisi politiche sull’Iran. Il dossier nucleare, le sanzioni, le tensioni con l’Occidente, le politiche regionali della Repubblica Islamica e le proteste sociali hanno fatto sì che l’Iran sia rimasto quasi costantemente al centro dell’attenzione dei media, del mondo accademico e dei circoli politici all’estero. Tuttavia, rimane una domanda fondamentale: vedere l’Iran significa anche vedere gli iraniani? Questo saggio parte dal presupposto che il problema centrale non sia la mancanza di attenzione verso l’Iran. Al contrario, l’Iran è stato oggetto di discussioni e analisi più di molti altri paesi. Il problema è che l’Iran viene spesso osservato attraverso filtri che privilegiano lo Stato, la crisi, l’ideologia e la geopolitica rispetto all’esperienza vissuta della sua gente. Il risultato è che si può parlare per ore dell’Iran senza capire nulla della vita quotidiana degli iraniani. Una parte significativa di questa situazione non può essere spiegata esclusivamente con la censura statale. Questo divario viene riprodotto anche nel processo stesso di produzione della narrazione. Accademici, giornalisti e attivisti politici si avvicinano all’Iran da angolazioni diverse. Ognuno ha la propria logica e la propria missione, evidenziando alcuni aspetti della realtà e oscurandone altri. Di conseguenza, ciò che si vede spesso dell’Iran non è la vita delle sue persone, bensì lo Stato iraniano, la crisi iraniana o la questione iraniana. L’ACCADEMIA E L’IRAN: QUANDO LA TEORIA SOSTITUISCE L’ESPERIENZA Gli accademici hanno il compito di spiegare il mondo. Per farlo, si affidano a teorie, modelli e concetti astratti; questo è sia necessario sia indispensabile. Senza la teoria, è impossibile comprendere le strutture di potere, i processi storici o le complesse relazioni politiche. Eppure, questa stessa caratteristica può creare una distanza tra la teoria e l’esperienza vissuta. In gran parte della letteratura accademica sull’Iran, lo Stato occupa il centro dell’analisi. L’Iran viene esaminato come attore regionale, regime ideologico o problema di sicurezza, mentre la società rimane spesso ai margini. Asef Bayatètra è tra i pochi studiosi che hanno cercato di reindirizzare l’attenzione dallo Stato e dalle élite politiche alla vita quotidiana delle persone comuni. Egli dimostra che la politica non si manifesta solo a livello statale; è presente anche nelle pratiche quotidiane, nei piccoli atti di resistenza e negli sforzi delle persone per espandere il proprio spazio vitale. Ciononostante, una parte considerevole degli studi sull’Iran rimane incentrata sullo Stato. In particolare all’interno di alcuni approcci antimperialisti, la Repubblica Islamica riceve maggiore attenzione rispetto alla società iraniana stessa. I pericoli della guerra, delle sanzioni e dell’intervento straniero vengono giustamente sottolineati; eppure, la repressione interna, i prigionieri politici, la discriminazione di genere e le restrizioni alle libertà civili vengono talvolta spinti in secondo piano. Ciò che emerge qui è una forma di “orientalismo al contrario” all’interno di alcuni circoli accademici occidentali: un contesto in cui la società iraniana viene privata della propria azione (agency), e qualsiasi movimento endogeno di trasformazione viene attribuito ai think tank di Washington, sotto lo schermo di una pur legittima critica all’egemonia occidentale. Contemporaneamente, il predominio del “riduzionismo culturale” riduce le complessità materiali e di classe dell’Iran a rigide astrazioni come il binomio “tradizione contro modernità”. Il problema non è semplicemente che lo Stato si veda più della società. Piuttosto, nel caso dell’Iran, molte discussioni sono impostate fin dall’inizio in modo tale da rendere secondaria l’esperienza vissuta dalle persone. Negli ultimi decenni, gran parte degli studi sull’Iran si è concentrata sulla Rivoluzione del 1979, sull’Islam politico, sulla politica estera della Repubblica Islamica, sul programma nucleare e sulla rivalità dell’Iran con l’Occidente. Si tratta indubbiamente di argomenti importanti; tuttavia, una conseguenza involontaria di questa focalizzazione è stata che la stessa società iraniana è stata frequentemente trattata come un mero sfondo di questi sviluppi. Ad esempio, negli anni che hanno preceduto l’accordo sul nucleare, gran parte della letteratura accademica e politica ruotava attorno alla questione se l’accordo avrebbe modificato o meno il comportamento della Repubblica Islamica. Centinaia di articoli hanno esaminato le conseguenze regionali del JCPOA, il ruolo dell’Iran nel Medio Oriente e l’impatto dell’accordo sull’ordine internazionale. Eppure, rispetto a questa vasta mole di ricerche, molta meno attenzione è stata dedicata a comprendere come gli iraniani comuni vivessero le sanzioni, la corruzione strutturale, le restrizioni politiche e le crisi economiche, e come i loro mezzi di sussistenza venissero costantemente erosi sotto gli ingranaggi dell’alta diplomazia. Una tendenza simile si può osservare in alcune risposte accademiche al movimento “Donna, Vita, Libertà”. Molte analisi sono state preziose, affrontando le dimensioni di genere, sociali e culturali del movimento. Tuttavia, alcune si sono concentrate meno sull’esperienza dei manifestanti stessi e più su questioni quali la possibilità che il movimento portasse a un cambio di regime, il sostegno dell’Occidente o l’impatto sull’equilibrio di potere regionale. In tali narrazioni, i manifestanti stessi sono talvolta diventati attori secondari in un più ampio dramma geopolitico. È proprio qui che diventa evidente l’importanza del lavoro di Asef Bayat. Il suo significato non risiede semplicemente nel fatto di aver scritto sull’Iran o sul Medio Oriente, ma nella sua decisione di spostare il punto di partenza dell’analisi dallo Stato alla società. Nelle sue opere, le persone non sono semplici vittime o spettatori; sono agenti che trovano il modo di rimodellare le proprie vite nonostante i gravi limiti. Forse la lezione più importante di questa prospettiva è che comprendere l’Iran richiede di partire dalla sua gente e dalla loro vita quotidiana, piuttosto che dallo Stato. MEDIA E IRAN: QUANDO LA NARRAZIONE SOSTITUISCE LA COMPLESSITÀ Se gli accademici spiegano il mondo, i giornalisti lo raccontano. E raccontare richiede inevitabilmente una selezione. Nessun servizio giornalistico può trasmettere la piena complessità di una società. Di conseguenza, i media gravitano attorno a storie chiare, immagini simboliche e narrazioni facilmente comprensibili. Nel caso dell’Iran, questa logica ha portato a ripetere all’infinito alcune immagini: negoziati sul nucleare, donne senza velo, proteste di piazza, repressione politica e tensioni regionali. Queste immagini sono reali, ma non costituiscono l’intera realtà. Ciò che i media mainstream riproducono ripetutamente all’interno della cornice dell’“industria della narrazione” è l’immagine dell’Iran come una società unidimensionale in perenne stato di esplosione. All’interno di questa logica commerciale, la resistenza civile—come gli sforzi per istituire sindacati indipendenti o l’attivismo ambientale—manca di un immediato valore di “notizia dell’ultima ora” (breaking news) e diventa quindi censurata attraverso l’invisibilità. La copertura mediatica dell’Iran illustra chiaramente la tensione tra realtà e narrazione. Ai giornalisti è richiesto di spiegare fenomeni complessi a un pubblico vasto entro tempi limitati. Questa necessità evidenzia inevitabilmente alcuni elementi, spingendone altri oltre il campo visivo. Il Movimento Verde del 2009 ne offre un chiaro esempio. Gran parte della copertura internazionale si è concentrata principalmente sulle elezioni contestate e sulle divisioni tra le fazioni all’interno della Repubblica Islamica. Sebbene ciò fosse indubbiamente importante, non rappresentava l’intera realtà. Per molti manifestanti, la questione andava ben oltre i risultati elettorali. Sentimenti di esclusione politica, richieste di libertà civili e uno scontento accumulato nei confronti della struttura del potere costituivano dimensioni essenziali delle proteste. Eppure, le narrazioni mediatiche dominanti hanno spesso ridotto gli eventi a una rivalità tra Ahmadinejad, Mousavi e le élite politiche, lasciando ampiamente invisibile l’esperienza di umiliazione politica vissuta dal pubblico. Un modello diverso è emerso durante le proteste di novembre 2019. Questa volta, la copertura mediatica si è concentrata prevalentemente sulla violenza della repressione statale. I rapporti sul numero delle vittime, il blocco di internet e le reazioni delle organizzazioni per i diritti umani erano del tutto necessari. Ciononostante, è stata dedicata molta meno attenzione alla composizione sociale dei manifestanti o alle condizioni materiali ed economiche che avevano dato origine alla rivolta. In molte narrazioni, i manifestanti stessi erano visibili, ma la vita sociale e le radici di classe della loro rivolta sono rimaste in gran parte unseen (invisibili). Il movimento “Donna, Vita, Libertà” ha assistito a un’ulteriore forma di semplificazione. Le immagini di donne che si toglievano o bruciavano il velo sono diventate il simbolo globale delle proteste. Si è trattato di un’immagine potente che ha avuto un enorme impatto sull’opinione pubblica internazionale. Al tempo stesso, tuttavia, vi era il pericolo che l’intero movimento venisse ridotto a quella singola immagine. In realtà, il movimento non ha mai riguardato esclusivamente il velo obbligatorio. Riguardava anche le libertà politiche, i diritti delle donne, la crisi di legittimità del regime, le rivendicazioni generazionali, le disuguaglianze economiche strutturali e molte altre questioni. Nel frattempo, la solidarietà di insegnanti, studenti espulsi, lavoratori in sciopero e famiglie in cerca di giustizia è stata oscurata da questa rappresentazione mediatica compressa. Per questo motivo, si può consumare un’enorme quantità di notizie sull’Iran pur possedendo solo una comprensione limitata della società iraniana. I media presentano l’Iran, ma spesso solo attraverso momenti eccezionali, mentre la vita reale della sua gente continua, con tutta la sua complessità , negli intervalli tra quei momenti. – Continua – Redazione Torino
July 21, 2026
Pressenza
La mia esperienza di volontario al Rifugio Massi di Oulx. Intervista a Corrado Alberti
A marzo l’intervista a Silvia Massara aveva descritto le attività del Rifugio Massi di Oulx, vicino al confine tra Italia e Francia in supporto ai migranti che decidono di attraversarlo. Da allora per il taglio di fondi pubblici l’apertura è stata ridotta alle ore notturne, dalle 20 di sera alle 8 di mattina e la presenza dei volontari è diventata più importante per coprire le ore diurne. Ne parliamo con Corrado Alberti, che è già stato varie volte al rifugio, l’ultima ai primi di luglio. Che situazione hai trovato rispetto alle visite precedenti? Nelle mie prime visite gli operatori pagati erano nove, ma i problemi economici hanno costretto a ridurre il loro numero. Il loro compito rimane quello della pulizia delle stanze dove alloggiano i migranti, la preparazione della colazione e della cena e la presenza notturna per accogliere chi arriva tardi. I problemi logistici sono aumentati: attività che si svolgevano quando il rifugio era aperto dalle 17 alle 10 del mattino dopo si sono anticipate dalle 6 alle 8 del mattino (per esempio fare le lavatrici, stendere e ritirare il bucato, rifornire il magazzino di vestiti e scarpe). Data la stagione, ora c’è meno bisogno di abiti invernali; l’attesa dei migranti per ricevere l’abbigliamento necessario al passaggio della frontiera in montagna ora avviene nella piazzetta dietro il rifugio e non più al suo interno. La distribuzione di vestiti e scarpe si svolge come prima in una saletta adibita a questo scopo. C’è però un aspetto positivo: i due container procurati da Rainbow for Africa, arrivati da poco e posizionati nel piazzale della stazione, dove arrivano pullman e treni, sono adibiti uno a visite mediche e consulenza legale e l’altro a magazzino per tavoli e gazebo che vengono usati per il pranzo. Quando il rifugio apre alle 20 si ripetono le attività mattutine (lavatrici, ecc), svolte da volontari fino alle 22, alternandosi con quelli della mattina. Ci sono persone che vengono da Torino e dalla Val Susa tutte le settimane, in giorni fissi. Cosa fanno i migranti per tutto il giorno, visto che alle 8 di mattina devono uscire dal rifugio? Quelli che sono arrivati la sera prima, hanno dormito al rifugio e sono vestiti in modo adeguato, sono pronti a prendere il pullman per Claviere, al confine dalla parte italiana; ai minori viene spiegato che hanno il diritto di essere accolti in Francia e in effetti, dopo i controlli dei documenti, in genere riescono a passare la frontiera. Chi di loro ha un po’ di soldi una volta in Francia prende il pullman per Briançon, dove viene accolto dall’associazione Terrasses Solidaires. Gli altri a Claviere prendono il sentiero di montagna che, se non vengono fermati dai gendarmi francesi, li porterà a Briançon e all’accoglienza dei volontari con cui il rifugio Massi ha un rapporto di collaborazione. Chi arriva durante il giorno viene accolto alla stazione da due o tre volontari e riceve le indicazioni per mangiare, bere e riposarsi in un gazebo. Se ha problemi sanitari può essere visitato da medici, anche loro volontari, mentre l’assistenza legale viene fornita quattro volte alla settimana. In questo caso i migranti si fermano fino a poter parlare con l’avvocato, messo a disposizione dalla comunità valdese. E’ un momento di ascolto e accoglienza, per capire cosa vogliono fare, che esigenze hanno, qual è la loro storia, eccetera. A volte c’è qualche problema linguistico, facilitato in alcuni casi dalla presenza di interpreti. In genere questi volontari sono giovani, parlano più lingue (come minimo l’inglese) e fanno parte di associazioni come Mediterranea Saving Humans, No Name Kitchen e Rainbow for Africa, mentre i volontari più anziani, come me, si dedicano alle lavatrici e al bucato. I volontari si occupano del pranzo, che viene servito sui tavoli e sotto il gazebo. I migranti restano nel piazzale della stazione fino a quando il rifugio non apre alle 20. A volte li coinvolgiamo in giochi da tavolo (carte, puzzles ecc) e questo crea momenti di condivisione e allegria. Ci sono problemi con la popolazione? I bagni della stazione chiudono alle 17 e questo crea un problema pratico evidente, oggetto a volte di lamentele. Devo dire che il comandante della locale stazione dei carabinieri ha un buon rapporto con il rifugio e ci ha offerto di usare il loro bagno. Il Comune di Oulx, di destra, invece, non è affatto disponibile a venire incontro alle esigenze dei migranti, nemmeno quando si tratta di donne incinta e bambini piccoli. Tra i volontari però c’è anche gente di Oulx, o della zona, che coordinano per esempio la raccolta dei vestiti e i turni. Che cosa ti ha dato e ti sta dando questa esperienza? Il primo impatto è stato forte: entrare in contatto diretto con persone che raccontano il loro viaggio e le loro sofferenze mi ha messo davanti una realtà molto crudele e provocata da scelte politiche precise (respingimenti, accordi con la Libia e la Tunisia eccetera). Mi ha aiutato sentirmi parte di una comunità solidale costituita da gente della mia età e da giovani molto attivi, di diverse parti d’Italia e di altri Paesi, soprattutto europei, che mi hanno dato speranza nel futuro per il loro atteggiamento aperto e positivo nonostante il mondo vada in una direzione violenta e distruttiva. Mi sento utile e vedo subito i risultati del mio impegno e questo mi dà la carica e l’energia per continuare la mia presenza al rifugio. Sentire l’umanità che ci lega al di là delle differenze è un’esperienza arricchente, che consiglio anche come percorso educativo per mettersi nei panni di chi è meno fortunato di noi. Per maggiori informazioni visitare il sito della Fondazione Talità Kum.               Anna Polo
July 21, 2026
Pressenza
(Perù) Attivisti della Generazione Z: dall’indignazione all’organizzazione
Determinati a «prendere il toro per le corna», lunedì 20 presso il Congresso della Repubblica, diversi attivisti della Generazione Z (GZ) hanno inaugurato l’organizzazione «Legado Nacional Unido», con l’obiettivo di responsabilizzare i giovani nella vita politica e nelle questioni pubbliche del Paese. Questa iniziativa si aggiunge alle organizzazioni, agli accordi e alle piattaforme che costituiscono il tessuto sociale attuale del Paese e che si sono unite nell’impegno per il bene comune. La cerimonia e la firma dell’Atto Costitutivo dell’organizzazione giovanile «Legado Nacional Unido» si sono svolte nell’Auditorium Alberto Andrade del Congresso della Repubblica e sono state condotte dai membri del Consiglio istituzionale: Yackov Solano, attivista sociale della Generazione Z e del Parlamento dei Giovani; l’attivista politica Flavia Nestares; Josué Ramos, attivista nel settore audiovisivo e membro del Parlamento dei Giovani; nonché Caroline Buitrón, comunicatrice e attivista. PARTECIPAZIONE POLITICA ATTIVA DEI GIOVANI Nel dare il via all’evento, Yackov Solano ha sottolineato che l’organizzazione giovanile «Legado Nacional Unido» nasce in risposta al profondo deterioramento della vita democratica che il Paese sta vivendo negli ultimi anni. «Siamo stati testimoni di una crisi politica caratterizzata dall’erosione delle istituzioni democratiche, dalla promozione di norme che favoriscono l’impunità, dall’indebolimento dello Stato di diritto e dalla crescente polarizzazione e allontanamento dei cittadini dalla politica, in particolare dei giovani. La nostra generazione è cresciuta in un contesto di mobilitazioni sociali, incertezze e ripetute promesse non mantenute. Di fronte a questa realtà, ci impegniamo a trasformare l’indignazione in organizzazione, in una partecipazione politica attiva, responsabile e democratica. Con questa convinzione abbiamo costituito l’Organizzazione Giovanile “Legado Nacional Unido” come piattaforma per formare una nuova generazione di leader impegnati al servizio del Paese e alla costruzione di una democrazia più solida, inclusiva e partecipativa. L’Organizzazione è un movimento sociale e politico composto da giovani provenienti da tutte le regioni del Perù, che credono nella capacità della nostra generazione di promuovere lo sviluppo del Paese attraverso il dialogo, il rispetto per la democrazia e la partecipazione civica, nonché il riconoscimento delle diversità che caratterizzano la nostra nazione». Da parte sua, Josué Ramos ha dichiarato: «Noi giovani spesso diciamo “siamo delusi dalla politica”, ma dobbiamo renderci conto che sono i politici stessi a farci deludere da loro. Dobbiamo migliorare il Paese, e dobbiamo farlo fin da ora, perché noi siamo il futuro, ma anche il presente che plasmeremo non solo per noi stessi, ma anche per i nostri figli e le generazioni future». SOSTEGNO DEI MEMBRI DEL CONGRESSO E DEL CNDDHH I giovani membri dell’organizzazione e i partecipanti all’evento hanno ricevuto il sostegno dell’ex candidato alla presidenza della Repubblica, Mesías Guevara; di Ruth Luque, deputata e senatrice designata; di Ana Aguilar, rappresentante delle popolazioni indigene di Juliaca, Puno; di Diego Pomareda, avvocato costituzionalista; di Germán Vargas, segretario esecutivo della Coordinatrice Nazionale per i Diritti Umani (CNDDHH); e di altri ancora. L’evento si è concluso con la firma di un Atto Costitutivo, sottoscritto sia dai membri del Consiglio sia dagli ex membri del Congresso e dai rappresentanti delle istituzioni che difendono i diritti umani, sociali e politici. «Questo atto costitutivo, questo atto di fondazione, rappresenta un primo passo verso l’istituzionalizzazione dell’organizzazione dei giovani che vogliono lavorare per il Paese, e questo è molto prezioso. Credo che sia innanzitutto la via verso l’istituzionalizzazione. In secondo luogo, non abbiamo paura, impegniamoci nelle questioni pubbliche, nella politica, e costruiamo quel Paese che tanto sogniamo. E un’altra cosa molto importante che avete detto: non possiamo essere neutrali in un Paese in cui viene violata la dignità della persona. Non c’è spazio per la neutralità. Noi prendiamo posizione a favore della vita, a favore della dignità di tutte, di tutte le persone», hanno sottolineato i membri del Congresso a sostegno dell’organizzazione. Redacción Perú
July 21, 2026
Pressenza
Singapore in prima linea per l’economia circolare e il riciclaggio
> Singapore si sta affermando come uno dei principali poli di innovazione > tecnologica del continente asiatico, grazie ai progressi compiuti in un > laboratorio specializzato nello sviluppo di tecnologie adesive di nuova > generazione. La struttura, realizzata dall’azienda tedesca Tesa in collaborazione con l’Agenzia singaporiana per la Scienza, la Tecnologia e la Ricerca (A*STAR), festeggia il suo primo anno di attività con importanti progressi nello sviluppo di materiali in grado di unire i componenti in modo sicuro per tutta la durata del loro utilizzo e, al contempo, consentirne la separazione quando arriva il momento di riparare, riutilizzare o riciclare il prodotto. Questa tecnologia, nota come Debonding on Demand (DoD), nasce per rispondere a una delle principali sfide dell’industria moderna: come realizzare dispositivi sempre più complessi senza complicarne lo smantellamento al termine del loro ciclo di vita. Durante questo primo anno, gruppi di ricercatori hanno lavorato su nuovi polimeri, nuove formulazioni adesive e tecniche di rivestimento, con l’obiettivo di sviluppare fino a una ventina di modelli destinati ai settori dell’elettronica e dell’automobile. Queste soluzioni consentirebbero, per esempio, di sostituire una batteria o riparare un componente senza danneggiare il resto del dispositivo, riducendo la produzione di rifiuti e favorendo il recupero di materiali di valore. Il progetto testimonia l’impegno di Singapore nel diventare leader mondiale nel campo della manifattura avanzata e delle tecnologie sostenibili. La collaborazione tra l’industria e gli enti pubblici di ricerca mira ad accelerare l’introduzione sul mercato di queste innovazioni, in linea con le crescenti esigenze internazionali di realizzare prodotti più riciclabili e riparabili. Se queste tecnologie riusciranno ad affermarsi su larga scala, potrebbero rivoluzionare il modo in cui vengono progettati telefoni cellulari, veicoli elettrici e altre apparecchiature ad alta tecnologia, promuovendo un modello di produzione più efficiente e in linea con i principi dell’economia circolare. Traduzione dallo spagnolo di Laura Frescina Pressenza IPA
July 21, 2026
Pressenza
A volte dal Parlamento arriva anche qualche buona notizia
Non sono frequenti le buone notizie dal Parlamento. Eppure, in questi ultimi giorni i nostri eletti approvando la legge “Liberi di scegliere” e un emendamento alla legge elettorale ci hanno meravigliato per ben due volte. Mercoledì 15 luglio il Senato ha approvato all’unanimità il disegno di legge chiamato “Liberi di scegliere”, che garantisce assistenza e protezione a minori e madri in fuga da ambienti mafiosi. La Camera lo aveva approvato il 1° luglio scorso e, quindi, con la delibera finale, la legge estende a tutto il territorio nazionale il protocollo Liberi di scegliere, avviato nel 2012 su iniziativa del magistrato Roberto Di Bella, allora presidente del Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria, ora a Catania. Alla buona riuscita del progetto hanno contribuito anche Libera e la Conferenza episcopale italiana (Cei), che hanno favorito il trasferimento e il reinserimento delle donne e dei minori che hanno scelto di allontanarsi dai contesti mafiosi. “La legge approvata – ha sottolineato Luigi Ciotti in occasione del voto – è motivo di enorme gioia, per chi come noi da anni sperimenta i problemi di donne, bambini e ragazzi che cercano la propria libertà e dignità lontano dai contesti mafiosi di origine, a costo di affrontare minacce e rischi concreti”. Il testo prevede misure di tutela, come il trasferimento in luoghi protetti e il cambio dei documenti, forme di supporto economico, psicologico e sociale e strumenti per favorire l’inserimento lavorativo e la prosecuzione degli studi. I beneficiari del programma Liberi di scegliere sono: i figli di persone indagate, imputate o condannate per associazione mafiosa oppure finalizzata al narcotraffico, o ancora per delitti commessi con l’aggravante del metodo mafioso, ma la platea è stata allargata anche ai minori di persone coinvolte in procedimenti per associazione a delinquere semplice (un’apertura che ha fatto discutere); i minori coinvolti nella commissione di questi reati che manifestino la volontà di allontanarsi dal contesto criminale; minorenni vittime di violenza o intimidazione da parte delle organizzazioni criminali; i giovani fino ai 25 anni che erano già beneficiari da minorenni e confermano la volontà di allontanarsi dalle famiglie; i genitori, o chi esercita la responsabilità genitoriale, che scelgono di allontanarsi insieme ai figli. La legge si applica solo quando non ricorrono i presupposti per l’ammissione ai programmi già previsti per i collaboratori di giustizia o i testimoni di giustizia. Il Procuratore per i minorenni può muoversi a seguito di denunce, segnalazioni di servizi sociali o scuole, su istanza diretta della persona interessata, oppure dopo aver ricevuto informazioni emerse nel corso di indagini della procura su mafia e traffici di droga che coinvolgano minori a rischio. La nuova legge prevede che i vertici della Procura ordinaria informino i colleghi della Procura per i minorenni sui procedimenti penali che coinvolgono genitori accusati o condannati per mafia, in modo da far scattare tempestivamente le verifiche sulle condizioni di vita dei figli minori, per verificare se la loro crescita e la loro integrità sia a rischio. In attesa della pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, il testo approvato è disponibile sul sito del Senato e il dossier parlamentare è pubblicato sul sito della Camera dei deputati. Per consentire ai cittadini di vota in un Comune diverso da quello di residenza, la Camera dei deputati nei giorni scorsi ha approvato all’unanimità anche un emendamento alla discutibilissima legge elettorale da tanti ritenuta palesemente incostituzionale. L’ISTAT stima che nel nostro Paese siano circa 4.9 milioni le persone alle quali viene sistematicamente preclusa la possibilità di esercitare il diritto di voto. Si tratta soprattutto di giovani tra i 18 e i 35 anni che si spostano per motivi di studio o alla ricerca del primo impiego. Moltissimi di loro provengono dalle regioni del Sud, dalle quali sono costretti a emigrare verso il Nord Italia a causa delle scarse opportunità offerte nei loro territori. Come evidenziato nel rapporto “Fuori sede al voto: realtà in Europa, miraggio in Italia” elaborato da The Good Lobby e Comitato Iovotofuorisede, con l’eccezione di Cipro e Malta, piccole isole che non necessitano di sistemi per votare da remoto, l’Italia è l’unico Paese europeo a non permettere il voto ai fuori sede. La norma introdotta nella legge elettorale prevede la possibilità che, attraverso l’iscrizione in un apposito albo, chi per motivi di studio, lavoro o cure mediche abita lontano dal proprio Comune di residenza, eserciti il diritto di votare dove è temporaneamente domiciliato. “In questi anni di campagna – ha sottolineato l’organizzazione non profit The Good Lobby – insieme a Will Media e tutta la Rete Voto Fuorisede siamo riusciti a compattare la maggioranza su un tema inizialmente divisivo, rendendolo così trasversale che anche le opposizioni hanno votato a favore dell’emendamento. Fino all’ultimo abbiamo lavorato, in stretto dialogo con i decisori politici, per proporre riformulazioni che migliorassero il testo. Il requisito per chi si sposta per motivi di cura, per esempio, è stato ridotto a tre mesi ed è stata introdotta una seconda finestra di registrazione per chi acquisisce lo status di fuorisede fino a quarantacinque giorni prima delle elezioni. Si tratta di un risultato significativo, ma il percorso non è concluso. Per diventare legge dello Stato ed essere applicata alle prossime elezioni Politiche, alle Europee e ai Referendum, la riforma deve completare il suo percorso istituzionale. Restano ancora alcuni punti che, per le organizzazioni che da anni si battono per questo risultato, a partire dalla Rete Voto Fuorisede, sarebbero da modificare, come la soglia temporale di 9 mesi per rientrare nella categoria dei fuori sede e, quindi, avere diritto a votare nel nuovo domicilio. Un requisito da abbassare perché escluderebbe numerose categorie di persone. Per chi si trova invece lontano da casa per motivi documentati di cura, il requisito minimo è di tre mesi. Giovanni Caprio
July 21, 2026
Pressenza
Regno Unito, la casa del primo ministro e i senzatetto
Può darsi che siano soltanto parole di propaganda. Può darsi che in realtà nulla cambierà. Però devo ammettere che mi ha positivamente impressionato il video nel quale si vede Andy Burnham, il nuovo primo ministro del Regno Unito, che prima di entrare nella famosa residenza al n. 10 di Downing Street a Londra, dice: “Tra poco varcherò quella porta alle mie spalle e impartirò il mio primo ordine: porre fine al fenomeno dei senzatetto nel nostro Paese”. L’intuizione di Burnham di collegare l’ingresso nella “sua” nuova casa pubblica con la necessità di intervenire immediatamente per risolvere il problema di chi un tetto sopra la testa non c’è l’ha, mi è parsa quasi “evangelica”. Chi è “primo” decide di mettersi al servizio o almeno di iniziare a preoccuparsi degli “ultimi”. Non vi è dubbio che Burnham stava ragionando di politica, perché il primo ministro britannico ha specificato: “Si tratta di mettere i valori e gli standard giusti al centro dell’azione di governo”. Confermando così che la politica deve essere guidata da riferimenti etici di solidarietà e giustizia. Il seguito del discorso, seppure condivisibile nei contenuti, mi è sembrato eccessivamente retorico: “Metterò il benessere delle persone al centro di ogni mia iniziativa. Darò tutto me stesso e chiedo a tutti voi di unirvi a me in questo sforzo. Costruiamo un nuovo senso nazionale di unità, di intenti comuni e di positività. Facciamo sì che questo sia il momento in cui la Gran Bretagna ricomincia a credere. Il momento in cui riportiamo la speranza”. A questo punto ho ripensato alla prima conferenza stampa dell’attuale presidente del consiglio dei ministri dell’Italia, che il 31 ottobre 2022 ha comunicato che il governo aveva approvato un decreto per introdurre un nuovo reato relativamente ai cosiddetti “rave party”. A quanto pare questa era la priorità. Ho provato anche ad immaginare che cosa potrebbe dire il prossimo presidente del consiglio dei ministri italiano. Forse dirà queste parole: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione. Il governo si impegna a dare attuazione concreta a questi principi fondamentali stabiliti nella Dichiarazione universale dei diritti umani e nella Costituzione della Repubblica italiana”. Mi sono dato un pizzicotto e ho capito che stavo sognando… Rocco Artifoni
July 20, 2026
Pressenza
Scuola di giornalismo Lelio Basso: aperte le iscrizioni alla XXII edizione
Svolto in 600 ore di lezioni frontali, 30 ore di seminari e 300 ore di tirocinio formativo presso una testata giornalistica convenzionata, il corso annuale comincerà lunedì 19 ottobre prossimo e si concluderà a giugno 2027. Gli open day sono a calendario il 10, 18 e 24 settembre. Il termine per l’iscrizione è il 25 settembre. Vengono ammessi 25 partecipanti, i cui requisiti sono di aver compiuto la maggiore età, conseguito un diploma di scuola media superiore e disporre di un computer portatile, che supereranno l’esame, consistente nella redazione di un elaborato su un argomento di attualità e un colloquio individuale. Chi ha un ISEE inferiore a 20 mila € può candidarsi all’assegnazione di una delle due borse di studio da 1.900 euro ciascuna. Nella presentazione della XXII edizione, l’annualità 2026/2027, la Scuola di giornalismo Lelio Basso spiega che il corso “fornisce gli strumenti teorici e tecnici indispensabili per il giornalismo del XXI secolo nelle sue diverse declinazioni e gli approfondimenti culturali per interpretare il mondo contemporaneo” e in specifico: > Il percorso formativo è incentrato sull’inchiesta giornalistica e il > reportage, con particolare attenzione all’utilizzo di tutti gli strumenti e > linguaggi multimediali necessari alla gestione e al racconto della notizia: > scrittura, ripresa video e montaggio, fotografia, data journalism, radio e > podcast, web, social media. > > Il corso affronta inoltre il tema dei diritti nelle aree del mondo di > particolare rilevanza geopolitica, approfondendone gli aspetti storici, > giuridici, politici e culturali. Lezioni e seminari si terranno presso la sede della Fondazione Lelio e Lisli Basso (Roma – via Dogana Vecchia 5) e i tirocini formativi verranno svolti presso le testate giornalistica convenzionate, tra cui: Altreconomia, Associated Press, Atlante delle guerre, CeSPI, CityNews, Collettiva, Confronti, Domani, Euronews, Facta/Pagella Politica, Il Fatto Quotidiano, il Foglio, il Manifesto, Il Resto del Carlino, Internazionale, IRPIMedia, Left, Legambiente, L’Espresso, Open Migration, Oxfam, Radio Popolare, Radio Vaticana, RAI, Staffetta quotidiana e 9colonne agenzia giornalistica. Le informazioni su programmi e modalità di iscrizione sono pubblicate online: https://www.scuolagiornalismoleliobasso.it/bando-2026-2027/ Redazione Italia
July 20, 2026
Pressenza