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Torino: manifestare ai tempi dei decreti sicurezza
La manifestazione “Noi la guerra non la vogliamo” è stata la risposta torinese alla chiamata alle piazze indetta a livello nazionale questo sabato. La manifestazione era già stata convocata dal collettivo Torino Partigiana ed ha via via acquistato più importanza dopo i fatti della scorsa settimana: anche le pagine social del Movimento 17 ottobre invitavano a confluire su quella piazza. In piazza Castello a partire dalle 15 si sono radunate qualche migliaio di persone; in situazioni simili la Questura ha sempre fatto partire il corteo anche se non c’era l’autorizzazione preliminare in quanto l’attuazione dell’articolo 17 della Costituzione[1] veniva considerata prioritaria ed anche per diminuire la pressione della piazza. Questa volta la piazza è stata gestita in maniera differente: migliaia di persone si sono trovate stipate senza nessuna via di fuga e con tutti gli accessi chiusi da cordoni di polizia. I manifestanti cercano quindi il modo di uscire dalla piazza tentando di forzare i blocchi dal lato di via Po; la polizia risponde con una carica di alleggerimento, da lì non si passa. La cosa appare talmente eccessiva che persino alcuni passanti esortano la polizia a togliere il blocco per fare passare il corteo in nome della Costituzione, incitandoli a disobbedire agli ordini. Torino, 24 ott 2026. Corteo «Noi la guerra non la paghiamo» – Passante esorta la polizia a far passare i manifestanti Foto: M.BARIONA Il corteo si posta quindi verso via Cernaia, chiuso anche lì. Si tenta di utilizzare il passaggio su via XX Settembre, la risposta è una nuova carica. Il balletto dura un paio d’ore in cui la gente resta chiusa in piazza. Ad un certo punto un’auto passa a velocità sostenuta in mezzo alla gente; per puro caso nessuno rimane ferito e l’auto ed il relativo autista viene protetto dal cordone di polizia di via Cernaia. Foto e video dell’episodio ce ne sono, confido nel solerte lavoro dell’autorità giudiziaria per scoprire l’identità dell’autista dell’auto. A questo punto si apre una via di fuga su viale Partigiani ed il corteo può partire per il suo lungo percorso, solertemente guidato tramite cariche di alleggerimento e lacrimogeni anche perché ormai è giunto ad Aurora e Barriera, quartieri meno centrali e con minore copertura mediatica. Il corteo dovrebbe chiudersi in piazza Baldissera nel pieno di quella periferia di Torino abbandonata a sé stessa ed alla speculazione immobiliare, dove comincia a diventare difficile trovare case in affitto e la tensione sociale appare più densa[2]: lì intorno non si sono vetrine luccicanti da difendere od obiettivi sensibili. Il corteo è praticamente finito, si è fatto buio ed è quasi ora di cena. I manifestanti che hanno marciato per chilometri e subito diverse salve di lacrimogeni tornerebbero anche a casa: le forze dell’ordine caricano anche lì utilizzando tutto l’armamentario a loro disposizione: manganelli, gas lacrimogeni, persino gli idranti. Poi organizzano un rastrellamento fermando alcuni manifestanti: i vari decreti sicurezza consento il fermo di chiunque, maggiorenne o minorenne, fino a dodici ore per l’identificazione. In questura vengono portate quattro persone (mentre almeno tre sono in stato di fermo da prima della manifestazione). Due di loro verranno rilasciare subito per essere accompagnate in ospedale dove necessitano di ricovero in seguito alle contusioni, quattro vengono rilasciate nella notte dopo le identificazioni. -------------------------------------------------------------------------------- Appare chiaro che risulta possibile, in momenti con un forte impatto emotivo, utilizzare i social per convocare manifestazioni molto partecipate senza che ci sia un referente preciso; la piazza di Torino di oggi e probabilmente quelle del resto d’Italia ne sono una dimostrazione. Ciò non toglie che ammassare migliaia di persone disorientate e senza riferimenti precisi crea una confusione difficilmente gestibile che lascia troppo spazio all’improvvisazione. L’atmosfera che si respirava oggi in piazza mi ha ricordato quella di Genova 2001: la sostanziale differenza è che 25 anni fa l’ordine pubblico è stato gestito in deroga alle norme vigenti e questo ha generato una serie interminabile di processi[3], ora tutto è perfettamente conforme alla legge. Poi ci sono loro, le ragazze ed i ragazzi che sentono la necessità impellente di farsi sentire e di lottare per una qualche idea di futuro: questa lotta, motore della storia, è stata classificata come un problema di ordine pubblico da uno dei governi più autoritari della storia repubblicana che, per giustificare questa fallimentare strategia di fronte all’opinione pubblica, non esista a degradare i diritti civili, indicare colpevoli a casaccio e manipolare la realtà a questi fini. Torino, 24 ott 2026. Corteo «Noi la guerra non la paghiamo» contro la conversione dei territori, delle industrie, delle scuole e della ricerca in chiave bellica. Foto: M.BARIONA Torino, 24 ott 2026. Corteo «Noi la guerra non la paghiamo» contro la conversione dei territori, delle industrie, delle scuole e della ricerca in chiave bellica. Foto: M.BARIONA Torino, 24 ott 2026. Corteo «Noi la guerra non la paghiamo» contro la conversione dei territori, delle industrie, delle scuole e della ricerca in chiave bellica. Foto: M.BARIONA Torino, 24 ott 2026. Corteo «Noi la guerra non la paghiamo» contro la conversione dei territori, delle industrie, delle scuole e della ricerca in chiave bellica. Foto: M.BARIONA Torino, 24 ott 2026. Corteo «Noi la guerra non la paghiamo» contro la conversione dei territori, delle industrie, delle scuole e della ricerca in chiave bellica. Foto: M.BARIONA Torino, 24 ott 2026. Corteo «Noi la guerra non la paghiamo» contro la conversione dei territori, delle industrie, delle scuole e della ricerca in chiave bellica. Foto: M.BARIONA [1] I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi. Per le riunioni, anche in luogo aperto al pubblico, non è richiesto preavviso. Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità, che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica. [2] Per approfondimenti sulla situazione sociale dei quartieri Aurora e Barriera di Milano a Torino cfr https://www.pressenza.com/it/tag/alimonda-summer-festival/ [3] Per approfondimenti sui percorsi giudiziari dopo Genova 2001 https://www.pressenza.com/it/2026/07/a-25-anni-dal-g8-di-genova-il-movimento-la-piazza-la-repressione-seconda-parte/   Giorgio Mancuso
October 25, 2026
Pressenza
Odessa: viaggio tra le macerie di una città in fiamme… ossia dubitate sempre della propaganda di guerra
Una caratteristica degli Odessiti è il loro umorismo sia ironico che autoironico, pertanto nessuno di loro se ne avrà aale per il titolo di questo mio dissacrante articolo. Ho camminata ore per il centro storico di questa meravigliosa città portuale, perla sul Mar Nero e quello che segue è il mio reportage dopo una tranquilla notte di appagante riposo. A Odessa tutti amano i gatti e l’Italia. Ci sono molti ristoranti italiani e Cat Bar dove si fa colazione circondati da gatti. Prima di partire avevo letto che Odessa era stata bombardata. È un temine improprio. In realtà l’oblast di Odessa è stato colpito da droni. Questi i dati reali: Negli ultimi giorni l’Oblast di Odessa è stata colpita quasi ogni notte, ma secondo i bollettini ufficiali ucraini il bilancio delle vittime civili è rimasto contenuto rispetto ad altre regioni. Ecco cosa risulta dalle autorità locali per gli ultimi 4-5 giorni: – 18 ottobre: colpito il tetto di un palazzo residenziale a Odessa, 2 feriti, tra cui una ragazza di 14 anni, riferito dal governatore Oleh Kiper. – 22-23 ottobre: diversi attacchi su infrastrutture civili, ricreative e industriali nel sud dell’Oblast. I soccorsi hanno segnalato: – 1 ferito e un grande incendio in un parco ricreativo, con secondo attacco mentre i soccorritori lavoravano – 2 feriti in un altro sito dove è stato parzialmente distrutto un edificio amministrativo di 3 piani e un capannone di stoccaggio – Il capo dell’amministrazione militare regionale ha poi riassunto 3 feriti complessivi nell’attacco alla parte sud di Odessa, con danni a strutture civili, ricreative e industriali. Altri rapporti di ieri e oggi parlano di danni a impianti energetici e depositi senza vittime registrate in quei punti specifici, e le cifre sono ancora preliminari perché i soccorsi stanno lavorando sotto allarme aereo. Ecco il riassunto di ieri, 24 ottobre – giorno 1704 di guerra: Odessa e Oblast di Odessa: Ieri notte è stata di nuovo una notte pesante per il sud. – Le forze russe hanno dichiarato di aver colpito con droni Geran il porto di Chornomorsk: un’officina per la produzione di droni navali senza equipaggio (BEC) e una nave da carico diretta a Odessa. La notte prima avevano colpito Vilkovo. – Dal lato ucraino, fonti locali parlano di attacchi a infrastrutture portuali, magazzini e edifici amministrativi, con finestre sfondate e danni a palazzi residenziali a 5 piani. DTEK aveva già segnalato giorni fa danni incredibilmente gravi alla rete energetica che rifornisce Odessa. – In totale, nella notte tra il 23 e il 24 la Russia ha lanciato 126 droni su tutta l’Ucraina. La protezione civile ha parlato di circa 500.000 persone senza elettricità per i raid in 6 regioni. Quindi i generatori che si vedono per strada non sono un caso – la rete di Odessa è sotto pressione continua. Le altre cose importanti di ieri nell’intera Ucraina, che, ovviamente, non ho potuto verificare di persona: – Starlink è stato ripristinato: il 24 è stata confermata la ripresa completa di Starlink / Starshield senza limitazioni di velocità, dopo giorni di rallentamenti che avevano messo in crisi droni e difesa aerea. – L’Ucraina colpisce dentro la Russia: campagna di attacchi a raffinerie e fabbriche militari. Colpiti impianti a Oryol, Tolyatti e persino Omsk a 2.500 km dal confine. Distrutta a Orel la fabbrica Proton-Electrotex che produce componenti per missili. – Notizie dal fronte: 181 scontri in 24 ore, 88 attacchi aerei russi con 309 bombe guidate, più 10.270 droni kamikaze secondo lo Stato Maggiore ucraino. I russi hanno avanzato leggermente a sud-est di Dobropillya. – Diplomazia: accordo per un cessate il fuoco localizzato a Oleshky (Kherson) per portare aiuti e far evacuare gli anziani. La Casa Bianca dice dal 29 ottobre, Mosca dice dal 27. Previsti anche colloqui tecnici a novembre ad Abu Dhabi. – Scambio prigionieri: 270 contro 270, il primo da agosto. Insomma, per Odessa è stata la solita notte di droni sui porti, per il resto del paese giornata di attacchi incrociati su energia e logistica, ma con la buona notizia è che non dovrebbe esserci stato neppure un civile ferito a Odessa e probabilmente in tutta l’Ucraina. Circa le vittime al fronte, che io chiamo “civili in divisa”, nulla ci è dato di sapere: è segreto militare sia di qua che di là dal fronte. Ultima notizia: l’unico rifugio che ho visto a Odessa… era chiuso. Mauro Carlo Zanella
October 25, 2026
Pressenza
Centro Studi e Ricerche IDOS: meno ingressi irregolari, sbarchi e richiedenti asilo, ma più morti e violenze
Calano le persone costrette alla fuga nel mondo. Calano gli ingressi irregolari in Europa, inclusi gli sbarchi, e le richieste di asilo. Ma aumentano i morti, le privazioni dei diritti umani, le domande di protezione pendenti, l’ostilità verso chi salva i migranti dalla morte in mare. È il contesto in cui si colloca “l’anno zero” del nuovo Patto Ue su migrazione e asilo, l’insieme di norme che si applicano dal 12 giugno scorso, in parte ispirate da un ventennio di politiche italiane. In attesa dei primi effetti del Patto, il Dossier Statistico Immigrazione 2026 di IDOS, che sarà presentato il prossimo 27 ottobre, offre una lettura puntuale e controcorrente delle migrazioni non programmate e forzate che – pur rappresentando una parte minoritaria dell’immigrazione – restano protagoniste nel dibattito pubblico, costantemente associate all’emergenza e alla minaccia. Per la prima volta in un decennio diminuiscono le persone in fuga: alla fine del 2025 i migranti forzati nel mondo sono 117,8 milioni, ben 5,4 milioni in meno rispetto al 2024 (-4,3%). Il calo, da non correlare necessariamente a una riduzione del bisogno di protezione, dipende soprattutto dai ritorni nei territori di origine (14,7 milioni, +49%), spesso non volontari e verso contesti ancora fragili, segnati da insicurezza, povertà e servizi essenziali insufficienti. Nell’Afghanistan governato dai Talebani sono rientrate circa 2,9 milioni di persone, allontanate soprattutto da Iran e Pakistan; in Siria circa 1,3 milioni dopo la caduta del governo Assad, ma ne restano ancora 4,9 milioni in esilio. Cresce infatti il fenomeno dello “sfollamento protratto”: sette rifugiati su dieci sono in questa condizione da più di cinque anni. Gran parte del peso dell’accoglienza resta comunque fuori dall’Europa: il 65% dei migranti forzati vive in un Paese confinante con quello di origine e il 68% è accolto in Paesi a basso o medio reddito. In totale, sette rifugiati su dieci provengono da soli sei Paesi: Venezuela (6,4 milioni), Ucraina (5,2), Siria, Afghanistan, Sudan e Sud Sudan. A questa contrazione si associa un ancora più pronunciato calo degli attraversamenti irregolari delle frontiere europee, di cui sono protagonisti molti richiedenti asilo: 180mila contro i 240mila del 2024 (e meno di 64mila nei primi sette mesi del 2026) secondo Frontex. In Italia, gli sbarchi  sono fortemente diminuiti: dopo gli oltre 180mila del 2016 e i 157mila del 2023, sono scesi a quota 66mila sia nel 2024 sia nel 2025, e a meno di 20mila nei primi otto mesi del 2026: una diminuzione di oltre il 50% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. E calano, in parallelo, anche le richieste di protezione internazionale. Nell’Unione europea nel 2025 le domande d’asilo presentate per la prima volta sono state circa 672mila (-26,4% rispetto al 2024 e oltre un terzo in meno rispetto al picco di 1,05 milioni del 2023). Il tasso di riconoscimento è sceso dal 51,4 al 39,1%, e a inizio 2026 restavano più di 1 milione e 200mila domande in attesa di decisione. Anche in Italia, seconda per nuove richieste di protezione dopo la Spagna, le domande di asilo sono in calo (128mila vs 151mila nel 2024) e si registra un tasso di riconoscimento del 30% (dal 35,9%) confermando un valore sensibilmente più basso della media Ue. Cambia anche la geografia della mobilità. Per la prima volta dal 2014 i siriani non sono più il primo gruppo di richiedenti nell’Ue (circa 40mila) e al primo posto salgono i venezuelani (quasi 90mila), diretti soprattutto in Spagna, che con 141mila richieste diventa il primo Paese dell’Ue. Tuttavia, mentre diminuiscono gli arrivi, aumentano i morti nel Mediterraneo. Ma cosa c’è dietro queste riduzioni? Un reale ridimensionamento del bisogno di protezione o il suo contenimento (forzato)? Per IDOS una risposta arriva dal confronto tra il calo degli arrivi via mare nei primi otto mesi del 2026 (poco più di 51mila in tutto il Mediterraneo contro gli 86mila dello stesso periodo del 2025) e l’aumento delle morti accertate durante la traversata (1.733 da gennaio ad agosto 2026 contro le 1.248 dello stesso periodo del 2025). Solo nella rotta del Mediterraneo centrale hanno perso la vita 914 persone, contro le 827 dello scorso anno (+11%). Dal 2014 l’Oim ha registrato oltre 35mila morti e dispersi nel Mediterraneo, di cui quasi 27mila sulla sola rotta centrale, tra le più letali al mondo, ma il bilancio reale è più alto: molti naufragi avvengono senza testimoni e non tutte le vittime vengono identificate e segnalate. Ad accrescere il rischio contribuiscono le ridotte capacità di ricerca e soccorso in mare. Il contributo di Sos Mediterranee Italia al Dossier ricostruisce un decennio di ostilità e compressione del soccorso civile. Oltre ai 72 episodi di intimidazioni e violenze alle navi delle Ong da parte della cosiddetta guardia costiera libica, documentati da SeaWatch tra il 2016 e il 2025, le disposizioni governative che impongono di rientrare in porto dopo ogni soccorso e l’assegnazione di porti lontani hanno fatto perdere alle imbarcazioni di soccorso 1.219 giorni operativi tra il 2022 e il 2025. Per Sos Mediterranee la perdita di vite “non è una fatalità, ma il risultato di precise scelte politiche”. Il Dossier Statistico Immigrazione 2026, giunto alla 36ma edizione e realizzato dal Centro studi e ricerche Idos in collaborazione con il Centro studi Confronti e l’Istituto di studi politici “S. Pio V”, sarà presentato martedì 27 ottobre al Teatro Nuovo Orione di Roma e, in contemporanea, in tutte le regioni italiane con approfondimenti locali. Qui per maggiori informazioni sulla presentazione del Dossier Statistico Immigrazione del 27 ottobre 2026: https://www.dossierimmigrazione.it/presentazione-del-dossier-2026/. Giovanni Caprio
October 25, 2026
Pressenza
Ottobre nero per Israele
Fino a qualche mese fa non potevo immaginare di scrivere questo articolo perché ero straconvinto che non potevo nemmeno pensarlo. Israele si è fondato, consolidato ed è diventato quello Stato intoccabile a livello mondiale basandosi su diversi elementi immaginari che lo stanno portando alla fine. In primis Israele è nato grazie alla complicità del mondo occidentale, che per senso di colpevolezza ha voluto farsi perdonare regalando agli ebrei la terra altrui, cioè la Palestina. Così facendo si pensava che con il passare del tempo quella popolazione palestinese si sarebbe mescolata all’interno del mondo arabo. Oppure come recita il detto popolare “non fare del bene a vecchi e bambini, i vecchi muoiono e bambini scordano”. David Ben-Gurion il primo Ministro Israeliano pronunciò una frase simile affermando nel lontano 1948 “i vecchi muoiono e i giovani dimenticano”. Dopo oltre 100 anni di lotte, di battaglie e di guerre, generazione dopo generazione nessun ha dimenticato anche se i vecchi non ci sono più, e i giovani non solo hanno conservato la causa viva, ma l’hanno trasformata in una battaglia di civiltà, di diritto, di legalità e di giustizia non solo in Medio Oriente, ma a livello mondiale. Basti pensare alle varie fasi storiche più significative dove gli stessi israeliani e i loro amici ed alleati arabi che hanno tentato di liquidare la causa palestinese: la Nakba 1947/1948, la guerra di Suez, la guerra dei 6 giorni 1967, la battaglia di al Karama 1968, “Settembre nero” 1970, la guerra del Kippur 1973, la guerra civile in Libano 1975 l’invasione del Libano 1982, il massacro di Sabra e Shatila 1982, la prima intifada 1987 , la prima guerra del golfo 1990 , e la seconda intifada 2000 e la fine di Saddam Hussein 2000 e con lui lo Stato Iracheno, i vari bombardamenti su Gaza e l’ultimo Tufan al Aqsa ottobre 2023. In tutte queste fasi molti scommettevano sulla fine della causa palestinese e in tutte queste fasi, dopo averla data per morta, risorgeva da sotto le ceneri più forte, più potente e più determinata, per cui la famosa frase di Ben Gurion era ed è una frase che non ha nessun significato sul campo. In secondo luogo, sempre il mondo occidentale, dopo avere capito che il periodo coloniale stava terminando, ha pensato di non abbandonare il Medio Oriente del tutto, sia per la posizione geografica che per l’oro nero, il petrolio, per cui Israele doveva costudire gli interessi occidentali nella zona. Questa ipotesi ha retto fino ad un certo punto e si potrebbe dire che Israele ha giocato questo ruolo in modo intelligente ed abile sia dal punto di vista politico, economico e etico. Ha funzionato al punto tale che ha convinto non solo il mondo occidentale, ma anche certe monarchie arabe, che avrebbe operato per difendere i loro interessi, fino alla realizzazione dei famosi accordi di Abramo. Diversi paesi arabi stavano trattando con Israele per stipulare accordi militari contro il regime degli Ayatollah in Iran. Dopo il 7 ottobre 2023, questo ruolo non solo è crollato, ma anche Israele non era in grado di difendere sé stessa. E ancora, dopo ottobre 2023, il mondo occidentale se n’è accorto: Israele anziché fare il poliziotto per conto dell’Occidente in Medio Oriente è diventato un peso insopportabile economicamente, militarmente e soprattutto eticamente. Solo dagli USA lo stato Israeliano ha avuto sin dalla sua nascita oltre 350 miliardi di dollari. In base agli accordi bilaterali tra Israele e gli USA del lontano 1979 gli USA garantiscono circa 4 miliardi di dollari annui soprattutto per la difesa e nel 2023 questa cifra ha raggiunto un record storco di circa 18 miliardi di dollari. L’Unione Europea formalmente non eroga direttamente aiuti ad Israele, ma lo fa in modo indiretto attraverso i progetti di ricerca scientifica e tecnologica, sono 213 progetti finanziati dalla UE per un ammontare di un miliardo di euro, in aggiunta a questo va precisato che tra la UE e Israele cè il famoso accordo di Associazione tanto discusso, ma purtroppo ancora in vigore. Sarebbe utile analizzare il flusso di denaro che arriva ad Israele sia dai singoli stati Europei che dalla stessa UE. Perché cosi i cittadini europei potranno vedere dove vanno le tasse che pagano annualmente. Basti pensare ai giovani, all’opinione pubblica europea, alle mobilitazioni oceaniche a favore della Palestina. Ogni giorno che passa mi convinco di più per quanto riguarda il continuo sostegno del mondo occidentale ad Israele, nonostante sia uno stato genocida, trova la suo forte motivazione dentro il mondo occidentale nel suo complesso perché esso stesso è coloniale per cui in Israele trova se stesso. Il mondo occidentale non permetteva la sconfitta dello Stato di Israele, ma oggi, e dopo questi lunghi anni, lo stesso Stato di Israele non rappresenta ciò che rappresentava tempo fa per il mondo occidentale: anziché essere di aiuto è diventato un peso politico, economico, morale. Oggi l’occidente, che predicava il diritto, la legalità, il multilateralismo, gli organismi internazionali, deve decidere cosa fare. Continuo ancora a credere che l’Occidente non permetta ancora oggi la sconfitta militare di Israele, ma credo che allo stesso tempo non possa continuare a nascondere la testa sotto la sabbia di fronte al genocidio del popolo palestinese per cui non farà nulla per salvarlo da sé stesso. Credo che lo stato di Israele stia arrivando alla fine della sua corsa grazie all’autolesionismo interno, perché il paese potrebbe essere alla vigilia di una guerra civile di cui nessuno può prevedere la conseguenza sul campo. Infine, la determinazione del popolo palestinese sia quella componente che si trova in Palestina che quella della diaspora, nel continuare la sua lotta generazione dopo generazione fa sì che il mondo intero venga messo in crisi non solo dal punto di vista militare, ma etico e morale. Di fronte a questo scenario, l’autolesionismo interno in Israele, la continuità della lotta palestinese per l’indipendenza e la libertà e la convenienza dell’Occidente fanno sì che il percorso verso la fine di Israele sia già iniziato e sarà inconvertibile perché la forza della ragione è più potente della ragione della forza. I tanti imperi del passato che hanno consolidato la loro esistenza basandosi sulla forza sono finiti dall’interno, i Greci, i Persiani, i Romani, i Faraoni, gli Arabi e gli Ottomani, non credo che lo stato genocida di Israele sia diverso da tutti questi imperi del passato. Ottobre nero, questo mese rappresenta per tanti israeliani un mese particolare perché nello stesso mese nel lontano 1973 la guerra del Kippur, nel 2023 l’attacco di Hamas e nel 2026 il voto. Martedì prossimo 27 ottobre è una data importante perché gli israeliani vanno ai seggi elettorali per eleggere i 120 membri del Knesset, il parlamento israeliano, la preoccupazione è che i seggi elettorali forniscano al paese un parlamento ancora più radicale. Gli analisti affermano che nel caso di sconfitta del blocco dell’attuale Primo ministro il paese potrebbe rischiare una guerra civile. Va precisato che dal 2023 ad oggi circa mezzo milioni di cittadini israeliani cosiddetti laici hanno abbandonato il paese consegnandolo agli integralisti. Per noi palestinesi al di fuori della lista del gruppo misto “i cittadini palestinesi” nessun degli altri blocchi principali hanno nei loro programmi un percorso di pacificazione e quindi di rivalorizzare e riattivare la famosa equazione due popoli per due stati. Un detto popolare palestinese recita: “i tarli del legno nascono dal legno stesso”, cioè per dire che il pericolo non viene dall’esterno, ma nasce dall’interno e Israele non sarà una eccezione. Milad Jubran Basir, Giornalista Italo Palestinese e attivista per i diritti umani Milad Jubran Basir
October 25, 2026
Pressenza
Odissea lavoro: quando il discrimine è la maternità
Con questo articolo inizia l’odissea nel mondo del lavoro, e in particolare, nel mondo delle lavoratrici. Dal reato di maternità ai lavori fake: ombre e luci del mondo lavorativo, nero su bianco. Quando una delle prime domande al colloquio di lavoro è: “Ha intenzione di avere figli?” oppure “Ha un marito, un compagno?”, bene sorella, scappa. Anzi no: ricorda al recruiter che queste domande sono illegali e fuori legge. Oppure, rimandale al mittente: “E lei, invece, ha figli? Davvero si? Allora mi riveli il suo segreto: come fa a conciliare lavoro e famiglia?”. Il mood è, sempre più spesso, questo: la candidata si siede per il colloquio e il recruiter – anzi, pardon, l’HR – il più delle volte il curriculum non lo ha neanche letto. In realtà, al netto delle competenze, il suo interesse principale è assicurarsi che quella donna che ha davanti non abbia nella sua testolina l’idea di diventare madre. Si perché poi magari inizierebbe il valzer delle assenze durante la gestazione, poi l’aspettativa post partum, poi le malattie del pupo. Quindi, a parità di titoli, viene spesso preferito un uomo. Senza contare il fatto che adesso anche lui ha diritto a permessi e aspettativa per l’accudimento dei figli. Per esperienza diretta, dagli anni ’90 a oggi è cambiato veramente poco nelle procedure di selezione, rispetto all’assunzione delle donne. Le stesse domande, lo stesso tono semi inquisitorio, la stessa discriminazione di genere. Certo, sono state emanate leggi per cercare di eradicare questa cattiva abitudine, però quello che si è ottenuto è, a conti fatti, solo il suo contenimento. Ossia: queste domande vengono ancora poste, ma in maniera più subdola. Secondo i dati diffusi da RaiNews nel secondo trimestre del 2026, il tasso di occupazione femminile tra i 15 e i 64 anni in Italia si attesta al 54,8%, a fronte del 71,9% maschile, registrando una differenza di 17,1 punti percentuali. Una differenza notevole che pesa come un macigno. La maternità era ed è vista come un ostacolo: ho assistito al licenziamento di una collega solo perché aveva deciso di sposarsi, allontanamento camuffato come “periodo di ferie” nel quale occuparsi del matrimonio e dal quale poi sarebbe tornata per rioccupare lo stesso posto. L’episodio più agghiacciante però è stato quando ho ascoltato una conversazione tra il capo e una dipendente, durante la quale lei gli comunicava di essere incinta. Le sue parole testuali sono state “sgravate come vacche”. Non credo che servano commenti. Ho visto colleghe assunte senza contratto, che accettavano di lavorare per bisogno, e poi venivano allontanate per avere commesso il reato di maternità. La domanda è: come risolvere la questione? Il nuovo decreto lavoro (decreto-legge 62/2026) ha introdotto, all’articolo 1, una importante misura: il Bonus donne 2026. Si tratta di un incentivo che prevede un esonero totale (100%) dai contributi previdenziali a carico dei datori di lavoro privati per le assunzioni a tempo indeterminato effettuate dal 1° gennaio al 31 dicembre 2026 riservato a donne in situazione di svantaggio : https://www.inps.it/it/it/inps-comunica/notizie/dettaglio-news-page.news.2026.05.bonus-donne-2026-guida-alle-assunzioni-con-sgravio-inps-100.html Sicuramente si tratta di una misura interessante, che però riduce la questione a un bonus, rimandando la questione fino a 24 mesi. Vale a dire che, dopo due anni, il bonus finirà e con esso, molto probabilmente, finirà anche il contratto. Perciò siamo alle solite: la coperta è troppo corta e la decisione è tra coprirci la testa o scoprirci i piedi. Mentre la spesa del riarmo aumenta, le politiche del lavoro stagnano. Il programma GOL – acronimo che sta per Garanzia Occupabilità Lavoratori – ha permesso la riqualificazione di migliaia di lavoratori e lavoratrici; tuttavia, per quelle di loro che hanno scelto obtorto collo di ritirarsi dal mondo del lavoro per accudire familiari, spesso anziani o portatori di handicap, quale rientro lavorativo si prevede? Come è possibile rientrare dopo anni di assenza, visto che l’età è forse uno dei primi ostacoli da superare per ricominciare un’attività? E perché il caregiving non viene considerato un lavoro a tutti gli effetti, con tanto di stipendio e contributi? Inizia qui il nostro viaggio nel mondo del lavoro. Ne vedremo delle belle, questo è sicuro. Stefania Catallo
October 24, 2026
Pressenza
“Non vi ho dimenticato, non siete soli.” Testimonianza dalla Cisgiordania occupata
Quella che segue è la testimonianza di una volontaria internazionale, tornata recentemente in Cisgiordania dopo un’esperienza vissuta negli stessi territori un anno prima. Durante la sua permanenza ha condiviso momenti della vita quotidiana delle comunità palestinesi, accompagnandole e documentando le violenze dei coloni, le restrizioni imposte dall’occupazione militare israeliana e le forme di resistenza con cui queste comunità cercano di continuare a vivere sulla propria terra. Per ragioni di sicurezza e per tutelare la possibilità di proseguire questa attività, abbiamo scelto di non pubblicare il suo nome. Il suo racconto restituisce qualcosa che spesso sfugge alle cronache: non soltanto la violenza dell’occupazione, ma il significato della presenza, della solidarietà e dei legami umani che resistono anche nelle condizioni più difficili. E’ passato un anno da quando, su questa stessa seggiola, cercavo di mettere in fila i miei pensieri, i miei sentimenti, le mie emozioni. Ora come allora ho mille cose che mi frullano per la testa, ho mille emozioni che premono nel petto per uscire e oggi, come allora, non so come gestirle. Un anno e la situazione è peggiorata anche oltre quello che potevo immaginare. In quest’anno ho seguito con ansia le notizie che arrivavano, ho ascoltato con attenzione le parole dei volontari che si alternavano sul campo, eppure non ero pronta, eppure non ero preparata ad affrontare tutto questo. Non ero preparata a vedere le ferite, non solo fisiche, di quelle persone la cui vita mi era capitato di incrociare in quelle settimane. Non ero preparata a non trovare più le case in cui avevo, seppur per brevissimi periodi, mangiato, chiacchierato, passato ore con lo sguardo rivolto agli schermi delle telecamere di sicurezza, oppure lontano, ai punti da cui più spesso arrivano i coloni. I coloni, quelli che da noi appaiono come entità quasi anomale, qui hanno la faccia di un ragazzino che sputa al pastore palestinese che ha l’unica “colpa” di voler pascolare il suo gregge nelle sue terre. Hanno la faccia di quell’uomo che, con un mitra in spalla, schernisce Sheikh Said. Hanno la faccia indistinta e codarda di quel gruppo che a sassate distrugge il pulmino. Uno dei pochi, se non l’unico, rimasto per portare i bambini a scuola in una zona come quella della firing zone, in cui i villaggi sono fatti di poche case, su quel terreno arido e duro come sa esserlo una zona alle porte del deserto. Hanno la faccia di quel ragazzo che, a cavallo, entra nel giardino al calar della sera, calpestando l’orto di famiglia. Hanno la faccia di quella gang che scorrazza in ATV nelle stradine sconnesse del villaggio, ormai abitato da soli uomini. Perché a volte, se si è fortunati, scorrazzano soltanto. Ma a volte, e non sono poche, lanciano sassi, usano bastoni anche contro vecchi, donne e bambini. Così, se puoi, li allontani, cerchi di proteggere i tuoi cari. L’occupazione, quella bestia che ti toglie il respiro fino a farti sentire stordita. È nell’aria che ti sembra di non riuscire a respirare, nella terra che non riesci a calpestare perché troppo vicina a un outpost, una colonia o una farm, dove una vegetazione lussureggiante e non certo autoctona ruba quella stessa acqua che spesso manca nelle case palestinesi. È nel gate che trovi chiuso al mattino e che ti impone di fermarti, di non andare, se ti va bene di ritardare i tuoi impegni. Oppure è nel soldato che, a viso coperto e armato fino ai denti, ti chiede i documenti, a te armata solo di una macchina fotografica. Ti chiede di giustificare perché tu sia lì, magari semplicemente a bere un tè in compagnia di una famiglia palestinese, o perché sei accorsa, chiamata per documentare l’ennesima violenza. È nella paura che quell’incontro, che la fotografia al tuo passaporto e al tuo visto, siano l’anticamera della revoca del visto, se non dell’espulsione, l’anticamera dell’impossibilità di tornare a incontrare queste persone, queste famiglie, questo popolo. E di fronte a tutto questo ti chiedi: ma che senso ha la mia presenza? Come può il mio essere qui avere un senso, avere un peso e un’utilità? Allora li guardi negli occhi e vedi la loro resistenza, la loro resilienza, la loro forza. Quella di Sheikh Said, a cui è stata amputata una gamba a causa di un proiettile esplosivo. Una pallottola illegale ovunque, sparata da un colono. Picchiato e vessato in mille occasioni, di fronte al colono pastore armato di mitra che cerca, con le sue pecore, di distruggere i suoi ulivi, non si lascia intimidire e continua a dissertare con te di religioni e filosofia. È negli occhi di quella ragazza che tiene in braccio la sua bambina di pochi giorni, quella bambina che ha rischiato di non nascere a causa di un colpo ricevuto durante un pogrom dei coloni. È negli occhi di chi ci aspetta nel buio della firing zone. Sì, nel buio, perché con la luce nella firing zone non si può entrare. Zona proibita, inaccessibile anche a chi ci vive. E che ci porta subito un piatto da mangiare, perché stanotte poi c’è una veglia da fare, è tardi e devi riposare un po’ prima. È nella bambina che, orgogliosa del suo inglese, ti chiede: «Ti piacciono di più i coloni o i palestinesi?». È nelle chiacchiere degli shebab che, davanti a un narghilè, ti raccontano degli avamposti. Inutile chiamarli illegali: lo sono per definizione, per il diritto internazionale e, addirittura, per assurdo, lo sono anche per il diritto israeliano. Ma quel diritto qui non c’è, o meglio, non c’è per i palestinesi, che si vedono costantemente piazzare tende, caravan e costruzioni sull’uscio di casa. È nella conta delle vetture sequestrate perché cercavano di portare acqua e cibo in qualche villaggio isolato, perché cercavano di portare aiuto alle famiglie rimaste senza casa dopo una demolizione. È nella fuga a fari spenti, mentre cercavano di riportare a casa un amico arrestato solo perché aveva cercato, con il suo corpo, di impedire l’ennesimo furto di quelle pecore che, in queste zone, sono un mezzo di sussistenza. E allora ti tornano in mente le parole di Hafez, quando sei andata via la prima volta: “Non è tanto per quello che fai qui, ma per il fatto che sei qui.” E allora vedi il sorriso sul volto di chi ti riconosce: sei tornata, non ci hai dimenticato. E allora, in queste piccole cose, trovi il senso della tua presenza, anche fosse solo questo: non vi ho dimenticato, non siete soli, la vostra lotta per l’esistenza è la mia lotta per sentirmi ancora un essere umano.   Redazione Italia
October 24, 2026
Pressenza
24 ottobre: ‘United Nations day’ e anche ‘World Development Information Day’
OGGI LE RICORRENZE ‘A CALENDARIO’ NELL’AGENDA ANNUALE DELLE NAZIONI UNITE SONO DUE: L’ANNIVERSARIO – NEL 2026 L’81° – DELL’ENTRATA IN VIGORE DELLA CARTA, CIOÈ STATUTO, DELL’ONU, E LA ‘GIORNATA’ DEDICATA ALLA ‘MOBILITAZIONE DELL’OPINIONE PUBBLICA’ SUI PROGRESSI CULTURALI ED ECONOMICI E SUI FATTORI CHE INCENTIVANO LO SVILUPPO DELLE SOCIETÀ. Sui social media oggi l’ONU ha divulgato questi messaggi rivolti a tutti, ma soprattutto ai governanti, decisori che possono determinare il corso degli eventi e della storia, e in particolare ai cronisti e agli opinionisti che – avendo ruoli decisionali ed esecutivi nei molteplici settori e ambiti dei media – influenzano la diffusione di notizie e informazioni su cui si basano idee e convinzioni dell’opinione pubblica. > Il futuro dell’umanità dipende dalla nostra capacità di collaborare per > promuovere la pace, lo sviluppo e i diritti umani. > > Quest’anno celebriamo 81 anni di impegno instancabile delle Nazioni Unite in > tutto il mondo per: > > * risolvere le controversie con la diplomazia e le leggi, non con le armi; > * sradicare la povertà e la fame; > * promuovere i diritti umani; > * fornire aiuti salvavita alle persone bisognose; > * salvaguardare il pianeta; > * sostenere la parità di genere; > * garantire a tutti i paesi pari voce sulla scena globale. > > Il nostro mondo oggi è dilaniato da conflitti, sconvolto dalla crisi > climatica, segnato da crescenti disuguaglianze e costretto ad adattarsi alle > trasformazioni portate dalle nuove tecnologie. È giunto il momento di > riaffermare i valori che hanno dato origine alle Nazioni Unite: dialogo, non > antagonismo; cooperazione, non conflittualità; solidarietà, non paura. La > Giornata delle Nazioni Unite è un’opportunità per tutti gli stati di rinnovare > il proprio impegno verso i valori condivisi e gli obblighi che li sostengono. > Ora più che mai, dobbiamo rimanere fermi nella nostra determinazione a > difendere la Carta delle Nazioni Unite e il diritto internazionale. Dobbiamo > tutti contribuire a rafforzare l’ONU affinché possa soccorrere le persone e > affrontare le sfide del nostro tempo. > Nel 1972 l’Assemblea Generale ha istituito la Giornata Mondiale di > Informazione sullo Sviluppo per richiamare l’attenzione sui problemi dello > sviluppo delle società e sulla necessità di risolverli rafforzando la > cooperazione internazionale (Risoluzione 3038 XXVII). Inoltre ha stabilito che > la sua data coincidesse con la Giornata delle Nazioni Unite, il 24 ottobre, > perché anche la ricorrenza dell’adozione, nel 1970, della Strategia > Internazionale per lo Sviluppo. > > > > Le tecnologie dell’informazione e della comunicazione hanno un enorme > potenziale: possono fornire nuove soluzioni alle sfide dello sviluppo, in > particolare nel contesto della globalizzazione, e promuovere la crescita > economica, aprire l’accesso all’informazione e alla conoscenza, incentivare > l’inclusione sociale e l’eliminazione della povertà... Ed è un dato di fatto > assodato che le tecnologie dell’informazione e della comunicazione oggi > offrano tante nuove opportunità e pongano molte sfide.   * UN / 23 ottobre 2026: Why the UN’s work matters more than ever  Maddalena Brunasti
October 24, 2026
Pressenza
Elezioni in Serbia: la Lista degli Studenti sfida Aleksandar Vučić
L’anno scorso abbiamo dato spazio al movimento di protesta degli studenti serbi contro una classe politica corrotta e il presidente Vučić, che ha coinvolto non solo i giovani, ma ha goduto di un ampio sostegno nella popolazione. Tutto è iniziato due anni fa a Novi Sad, quando la pensilina della stazione ferroviaria appena costruita è crollata, uccidendo sedici passanti. Da allora le proteste sono continuate, con una novità che potrebbe cambiare radicalmente la situazione: la Lista degli Studenti sfida alle elezioni anticipate di domenica 25 ottobre il Partito progressista serbo di Vučić e secondo gli ultimi sondaggi potrebbe vincere. Parliamo della situazione con Miloje Savić, serbo che vive a Bruxelles e che si trova ora a Belgrado per votare e fare da osservatore. Che relazione c’è tra il movimento di protesta e la Lista degli Studenti? La Lista degli Studenti è nata dal movimento di protesta. Quasi due anni fa, il movimento era incentrato principalmente sulla richiesta di assunzione di responsabilità per il crollo della pensilina alla stazione ferroviaria di Novi Sad, avvenuto il 1° novembre 2024 e che ha causato la morte di 16 persone. Ad oggi, nessuna persona è stata assicurata alla giustizia. Ciò che è ancora più inquietante è che l’ex presidente della Repubblica, Aleksandar Vučić, abbia concesso la grazia a 49 persone nel suo ultimo giorno in carica (si è dimesso il 27 settembre dopo aver indetto elezioni anticipate il 9 settembre). Ad oggi non sappiamo chi siano queste persone, ma sospettiamo che alcune di loro siano quei funzionari di alto rango del governo che erano implicati nel caso e nei confronti dei quali la Procura Generale stava conducendo delle indagini. Dato il silenzio istituzionale, era evidente che il governo non avesse alcuna intenzione di rispondere alle richieste degli studenti in materia di responsabilità, Stato di diritto e operato indipendente delle istituzioni; pertanto, il movimento è passato alla fase successiva della lotta per la giustizia. Verso la fine della primavera o l’inizio dell’estate dello scorso anno gli studenti si sono trasformati in una forza politica diretta, chiedendo formalmente elezioni anticipate, il che alla fine ha aperto la strada alla creazione di quella che oggi chiamiamo Lista degli Studenti. Raduno del 22 ottobre a Belgrado Quali sono i punti principali del suo programma elettorale? La Lista degli Studenti ha delineato un piano che comprende 11 punti raggruppati attorno a 4 temi principali: 1) lotta alla corruzione e responsabilità istituzionale, 2) riforma sociale ed economica, 3) libertà dei media e rispetto della Costituzione, 4) sovranità nazionale e politica di non allineamento. In parole semplici, la Lista degli Studenti si batte per i valori democratici fondamentali che l’ex presidente Aleksandar Vučić e la sua cricca di fedelissimi hanno smantellato e ridicolizzato nei 14 anni in cui sono stati al potere. Eravamo uno Stato in procinto di aderire all’UE, ma il governo ha fatto di tutto per impedirlo, minando ogni suo singolo valore. Il movimento studentesco in Serbia ha preceduto le proteste giovanili che ora stanno dilagando in Francia, Spagna, Albania e Italia. Secondo te, ci sono delle somiglianze tra le loro rivendicazioni? Sì, penso che si possano individuare alcuni punti in comune tra questi movimenti in tutto il continente. Innanzitutto, e in modo molto evidente, c’è la questione generazionale: si tratta di giovani nati nel XXI secolo. In secondo luogo, sono molto esperti di tecnologia; a volte penso che vivano davvero nella realtà online. In terzo luogo, li abbiamo sottovalutati; abbiamo sottovalutato quanto abbiano a cuore il loro ambiente, il loro Paese e la loro società. Poiché la loro realtà si svolge nello spazio virtuale, era facile pensare che questa generazione non fosse interessata alle questioni quotidiane, ma ci hanno dimostrato che ci sbagliavamo: sono molto sensibili all’ingiustizia, alla disuguaglianza e alla disparità di opportunità. Anche se la scintilla scatenante può essere diversa – il crollo di una pensilina a Novi Sad in Serbia, affari loschi relativi ai parchi nazionali protetti in Albania, disuguaglianze educative ed economiche in Francia e in Italia – questa generazione, in definitiva, sta lottando per gli stessi valori. A mio avviso, questi si concentrano sulla responsabilità degli individui e delle istituzioni, sull’eguaglianza generazionale, sulla democrazia digitalizzata (hanno spostato l’arena del dibattito dagli studi televisivi e dalla stampa a Instagram e TikTok), sulla giustizia ambientale e climatica. Dobbiamo confrontarci con la realtà del pianeta devastato che gli stiamo lasciando loro come eredità. Festa di benvenuto per gli studenti che hanno percorso più di 200 kilometri per arrivare a Belgrado. Che prospettive vedi dopo le elezioni? Una schiacciante vittoria elettorale è ciò che tutti desideriamo: porre fine al regime del Partito progressista serbo e far ripartire le istituzioni e lo Stato. Dico “ripartire” perché abbiamo vissuto una situazione simile nel 2000 e per un certo periodo abbiamo vissuto in un Paese democratico (o per quanto potesse esserlo dopo un decennio di guerre civili nell’ex Jugoslavia); da allora in poi è stato tutto un declino. Tuttavia, temo che il passaggio di potere non avvenga senza intoppi. La manipolazione del voto è già in pieno svolgimento. La diaspora è stata sottoposta a condizioni elettorali inique: o i seggi non erano aperti, lasciando centinaia di cittadini senza la possibilità di votare, come a Vancouver, in Canada, oppure dovranno percorrere centinaia o migliaia di chilometri per raggiungere il seggio più vicino, come da Miami a Washington (le distanze in Canada sono ancora maggiori), oppure semplicemente i seggi non erano nemmeno aperti, come ad Abu Dhabi, a Doha, in Slovacchia o in Romania. E tutte queste località disponevano di seggi elettorali durante le ultime elezioni del 2023. Per non parlare dell’ultimo ostacolo: in tutto il mondo i cittadini dovranno votare secondo l’ora di Belgrado; immaginate quindi qualcuno a Pechino, New York o Los Angeles costretto a recarsi al seggio dopo mezzanotte secondo l’ora locale. Ma la diaspora è molto ingegnosa: alcuni organizzeranno un pigiama party per andare a votare Questo tentativo di negarci i diritti costituzionali ha ottenuto il risultato di unire ancora di più la diaspora. Inoltre, è stato riferito che sono state rilasciate più di 200.000 nuove carte d’identità, ma nessuno sa chi siano questi nuovi cittadini. A quanto pare, il registro elettorale unificato in Serbia conta più elettori registrati rispetto al numero ufficiale di cittadini aventi diritto di voto. Un’altra tecnica di manipolazione comune è quella degli “elettori fantasma” (i defunti vengono regolarmente utilizzati in modo improprio per votare). Stanno già arrivando segnalazioni da piccole città in tutta la Serbia secondo cui le schede elettorali e le urne vengono sostituite, con manomissioni criminali del materiale elettorale attualmente in corso in vista del giorno delle elezioni. In uno scenario più realistico, è possibile che entrambe le liste, quella degli Studenti e quella del Partito progressista serbo, rivendichino la vittoria il 25 ottobre, dopodiché ci troveremo di fronte a una lunga situazione di stallo, con la possibilità di un riconteggio di ogni singolo voto. Prolungando e ribaltando il risultato elettorale, il regime ricorrerà probabilmente a tattiche di logoramento, poiché dispone di risorse enormi e ha preso il controllo di tutte le istituzioni. Temo che quando ci riuniremo la notte del 25 davanti alla sede della Commissione Elettorale della Repubblica (RIK in serbo), a Belgrado, che annuncerà i risultati elettorali, ci saranno disordini e provocazioni da parte loro, poiché la RIK si trova nell’edificio dell’Assemblea Nazionale della Repubblica di Serbia (il vecchio Parlamento) in via Kralja Milana, proprio di fronte al Parco Pionirski, dove da oltre un anno è situato un insalubre accampamento paramilitare-mafioso chiamato “Ćaciland“. Affermando che forze esterne e interne fomenteranno disordini, l’ex presidente sta semplicemente gettando le basi per sconfessare proprio quelle azioni che continua a ispirare. Foto di Miloje Savić     Anna Polo
October 24, 2026
Pressenza
Sofia Liguori: una per tutti i, tanti, ‘geni’ dell’IA che vogliono “restare umani”
La giovane nerd laureata 110/110 cum laude alla ‘Bicocca’ di Milano nel 2018 che, dopo le esperienze come sviluppatrice di pioneristici sistemi di machine learning e applicazioni di intelligenza artificiale, nel maggio 2023 è stata assunta a Google DeepMind, il 20 ottobre si è licenziata dal centro R&D con sede a Londra per cui lavorava a tempo pieno in modalità ‘ibrida’. I motivi della sua irrevocabile decisione sono molti, principalmente uno: voler vivere dignitosamente, onestamente e senza ‘in cuor proprio’ sapere di essere ipocrita, perciò rifiutando di adeguarsi e, per “continuare a guardarci allo specchio”, fingere che sia normale “accettare questa situazione come se nulla fosse (nel SILENZIO COME AL SOLITO)”. Subito la clamorosa notizia è ‘rimbalzata’ sui media italiani. Da Il Fatto Quotidiano, in cui Stefania Maurizi ieri ha riferito che Sofia Liguori ha lasciato Google citando una sua frase, “Mi disgusta l’IA in guerra”, a Collettiva, che nello stesso giorno ha pubblicato l’articolo intitolato Google, la protesta di Sofia Liguori: “Mi vergogno di lavorare per questa azienda”,… Prima, il 21 ottobre, a sua volta attingendo le informazioni dall’intervista a Stefania Liguori e un suo collega, Andreas Kirsch, che la BBC News aveva divulgato nella stessa data, Il Sole 24 Ore evidenziava: la tech worker italiana “che si è dimessa dal suo ruolo di ingegnere ricercatore” non è la unica, e sola, bensì una dei numerosi “Dipendenti Google [che] lasciano DeepMind per protesta contro l’uso militare dell’IA“. Intanto nello stesso giorno, Sofia Liguori spiegava le proprie ragioni in un post pubblicato su LinkedIn: > Ieri mi sono ufficialmente licenziata da Google DeepMind. Ero in congedo da > quando è stato firmato il contratto con il Dipartimento della Guerra [degli > USA – NdR]. > > Ecco la mia lettera di dimissioni completa: > https://stay-human.sofialiguori.com/ > Intervista della BBC: https://www.bbc.com/news/articles/cmreyvepnv0po > > — Alcune parti della mia lettera: > > Il modus operandi testato a Gaza con Nimbus è stato legittimizzato come > standard con l’accordo classificato DoW di aprile: contratti che consentono > l’integrazione dell’IA nei sistemi militari e di sorveglianza senza imporre > restrizioni sugli usi consentiti e senza lasciare all’azienda alcun potere di > monitoraggio. > (…) > Non credo più che la nostra tecnologia avrà un impatto netto positivo sulla > società. > (…) > La tecnologia NON è uno strumento neutrale. Questa valutazione presuppone che > possiamo separare la tecnologia dal contesto in cui viene implementata, ma non > dovremmo: abbiamo la responsabilità di valutare lo strumento nel contesto in > cui verrà utilizzato. Presuppone anche che possiamo separare la tecnologia da > chi la possiede, la costruisce, la controlla e ne trae beneficio. > (…) > È proprio questo atteggiamento passivo e timoroso che permette al male di > diffondersi su larga scala. > Questo sta accadendo anche sul nostro posto di lavoro. Questo è il nostro > mestiere. Rientra nel mio ambito di azione. È dentro di te. > Per me, quest’anno avremmo dovuto smettere di lavorare. Magari senza far > scioperare il cervello, forse proprio come ho fatto a febbraio, prendendomi > dei giorni liberi e dimostrando davanti all’ufficio, e forse in qualche altro > modo dobbiamo ancora capire insieme come trovare una soluzione. Ma avremmo > dovuto dire un NO molto più forte all’uso della nostra tecnologia nella kill > chain, un NO molto più forte alla normalizzazione di ciò che è stato testato a > Gaza. > (…) > La compartimentazione, oltre un certo punto, è frammentazione e, in quanto > tale, si oppone all’integrità. Una certa separazione dei contesti è salutare, > ma quando diventa un modo per evitare di vedere contraddizioni, inizia a > somigliare al doppio pensiero di Orwell. L’ambito in cui i nostri valori, la > nostra empatia e persino il nostro pensiero razionale (che riusciamo ad > applicare così magistralmente alle questioni scientifiche) possono operare > inizia a restringersi. Smettiamo di criticare; non ci indigniamo per le bugie > e l’incoerenza. La parte migliore di noi ha sempre meno spazio per esistere. > Dobbiamo anche respingere fermamente questa cultura aziendale di censura e > intimidazione. > (…) > Finiamo per evitare di affrontare alcuni argomenti preventivamente, Dio non > voglia che farlo possa compromettere le nostre carriere. In effetti [i > dirigenti aziendali – NdR] fanno affidamento su questa autocensura indotta; > ecco perché le loro intimidazioni sono così subdole. > Se si mette in discussione qualche ‘cosa’, c’è più libertà di quanto ti > aspetteresti. Questa però è una minaccia per chi vuole che lavoriamo > accettando le ‘regole’. > (…) > Ci ho messo un po’ a capire quale fosse il condizionamento che subivo > lavorando a queste ‘regole’: venivo indotta a negare chi sono, o a > compartimentarlo nella mia sfera privata. Se questo è il prezzo per restare, > non voglio questo lavoro. > Nessun lavoro vale quel prezzo. > “Resta umano”, disse Vittorio Arrigoni. Ripeto oggi il suo appello ai > lavoratori tecnologici, mentre la tecnologia che costruiamo alimenta guerre > brutali. Nella notizia con l’intervista a Sofia Liguori, pubblicata il 21 ottobre nella rubrica “Inchieste di BBC Eye“, Christopher Giles riferisce che, replicando alla richiesta del reporter di commentare la ‘diserzione’ della research engineer e altri geni dell’IA da DeepMind, un portavoce di Google ha affermato: > Collaboriamo con organizzazioni del settore pubblico in tutto il mondo e > seguiamo una procedura coerente per la revisione e la stipula di questi > contratti, che include il rispetto delle nostre politiche di utilizzo > accettabile e dei principi sull’intelligenza artificiale. > > Abbiamo inoltre canali dedicati che consentono ai dipendenti di segnalare in > tutta sicurezza qualsiasi problema, dall’etica aziendale alle condotte > scorrette, e abbiamo implementato rigide politiche aziendali per prevenire > qualsiasi tipo di ritorsione. Eppure, precisa e conclude il giornalista della BBC News, > Google è una delle numerose aziende tecnologiche che all’inizio di quest’anno > hanno firmato contratti con l’esercito statunitense per implementare > l’intelligenza artificiale in ambienti militari classificati. > > Il Segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth ha fatto dell’integrazione > dell’IA nelle forze armate una priorità fondamentale, affermando che > l’amministrazione Trump diventerà una “forza combattente incentrata sull’IA”. > > Secondo i Principi sull’IA di Google, questi valori includono > l’implementazione dell’IA con “supervisione umana” e l’allineamento della > tecnologia al “diritto internazionale e ai diritti umani”. > > Tuttavia ex e attuali dipendenti dell’azienda, nonché esperti interpellati > dalla BBC, si sono detti preoccupati per il livello di supervisione umana nei > momenti critici. https://stay-human.sofialiguori.com/ Maddalena Brunasti
October 24, 2026
Pressenza
India: in migliaia in corteo ieri a Delhi, la protesta non si arresta
La dura repressione delle scorse settimane non è riuscita a intimidire il movimento di protesta che dai primi di ottobre sta infiammando le principali città dell’India, per denunciare l’inaccettabilità di quelle misure che, per decreto del Presidente della Commissione elettore centrale Gyanesh Kumar, priverebbero del diritto di voto oltre 130 milioni di indiani, per lo più appartenenti alla minoranza musulmana.  Inaugurata il 2 ottobre scorso, questa mobilitazione aveva subito un’immediata e durissima repressione con la manifestazione immediatamente convocata per il sabato successivo (10 ottobre): decine di treni cancellati, stazioni presidiate, servizio internet sospeso per ore, controlli lungo tutte le maggiori arterie di accesso alla capitale per impedire la partecipazione dei manifestanti da altre zone dell’India e parecchi arresti preventivi, persino tra giornalisti e operatori media piuttosto in vista. Per esempio nel caso del popolarissimo Dhruv Rathee (You Tuber che conta oltre 42 milioni di utenti!) che è stato prelevato dal suo domicilio – e poi quasi subito rilasciato data la popolarità del personaggio.  Non così immediata purtroppo la liberazione di alcuni studenti, considerati leader della mobilitazione. Abhijeet Dipke, Saurav Das, Ashutosh Ranka, la formidabile Neha Bora: per loro la detenzione è durata qualche giorno e non è stata una passeggiata. Per spiegare quindi le ragioni che hanno portato di nuovo in piazza ieri questo movimento, va sottolineata la particolare gravità, anche sul piano sociale, di quel provvedimento che vorrebbe escludere 130 milioni di nominativi dalle liste elettorali: in India il diritto di voto non è solo una prerogativa di democrazia, ma è legato a minime garanzie di welfare, che risulterebbero inaccessibili per una ancor più immensa popolazione di “esclusi”, nella (cosiddetta) “democrazia più grande del pianeta”. E così ieri, venerdì 23 ottobre, al movimento degli “scarafaggi” (come ironicamente si era autodefinita quella straordinaria mobilitazione studentesca, che per tutta l’estate aveva presidiato pacificamente il centro di Delhi), ecco aggiungersi tante altre sigle di organizzazioni e coalizioni, convergenti nella fondamentale rivendicazione di giustizia, con parità di tutele sul fronte elettorale come dell’uguaglianza sociale.  SFI (Federazione degli Studenti Indiani), AIDWA (Associazione delle Donne Democratiche), AIDSO (Associazione degli studenti democratici), KYS (Fronte giovanile rivoluzionario), AISA (Associazione Studentesca Panindiana), DYFI (Federazione Giovanile Democratica dell’India), l’anziana e sempre molto presente Brinda Karat in rappresentanza del CPI (il “Partito Comunista Indiano” tutt’altro che scomparso), e soprattutto SKM, il “Samyukt Kisan Morcha”, importante coalizione dei movimenti contadini, che ha già annunciato altre iniziative per i prossimi giorni. foto dalla pagina social di Samyukt Kisan Morcha, rete di associazioni contadine Davvero notevole, superiore a ogni aspettativa, la molteplicità di striscioni e cartelli visibili nel colorato serpentone di ieri, che invano ha tentato di raggiungere il centro di Delhi in località Jantar Mantar, tradizionale teatro in India di ogni genere di protesta, resa però inaccessibile anche questa volta dalla massiccia presenza delle Forze dell’Ordine.  Diversi leader giovanili hanno affermato che l’obiettivo alla base del movimento contro i brogli elettorali è quello di proteggere la democrazia e i diritti fondamentali del popolo. E hanno ribadito che non si fermeranno finché Gyanesh Kumar (Presidente della Commissione Elettorale) non verrà destituito e tutte le irregolarità nel processo elettorale non saranno corrette.  Hanno inoltre denunciato l’impunità concessa alle forze di sicurezza per attaccare studenti, giovani e leader dei partiti di opposizione che cercano di far sentire la propria voce: misure repressive decisamente sproporzionate quelle adottate dal governo Modi il 10 ottobre scorso, e lesive del fondamentale “diritto di protesta” sancito dalla Costituzione indiana.  Ma anche ieri, come già il 10 ottobre scorso, si sono verificati nuovi arresti: un centinaio secondo le ultime stime. Che non mancheranno di infiammare il dibattito nei prossimi giorni, e sicuramente coinvolgere nella mobilitazione anche altre città dell’India oltre a Delhi. volantino di convocazione della manifestazione   Redazione Italia
October 24, 2026
Pressenza