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La Casa de las Américas all’Avana, un centro di politica e cultura di portata universale
Nell’agenda di incontri legata alla missione all’Avana nell’ambito del Convoy “Nuestra America” per Cuba, non poteva mancare quello con uno dei luoghi culturali più importanti non solo di Cuba. Tra le primissime istituzioni culturali fondate dalla Revolución, istituto culturale tra i più importanti dell’intero continente americano, la Casa de las Américas, all’Avana, fu istituita appena quattro mesi dopo il trionfo della Rivoluzione, il 28 aprile 1959, con la finalità di sviluppare ed espandere le relazioni socioculturali con i popoli dell’America Latina e del mondo intero. Essa è, infatti, un’istituzione culturale con ispirazione, come vedremo, universale. La sua storia è segnata da alcune tra le più grandi personalità della storia americana del XX secolo. Fu inaugurata il 4 luglio 1959, con una cerimonia presieduta dal leggendario Ministro dell’Istruzione, Armando Hart Dávalos, nell’edificio dell’ex Casa de la Cultura. Quando, dopo la Revolución, tutti i governi dell’America Latina, ad eccezione del Messico, su pressione statunitense interruppero le relazioni con Cuba, l’istituzione contribuì in modo determinante a mantenere in vita i legami culturali tra Cuba e il resto del continente. Essa non solo diffuse l’opera della Rivoluzione ma in particolare facilitò la conoscenza e la visita a Cuba di molti intellettuali che vennero in contatto con la nuova realtà del paese. Si trattò di un cimento marxista, fidelista e martiano. Come scrisse Armando Hart Dávalos in uno splendido saggio su “José Martí: un punto di riferimento attuale per il movimento internazionale dei lavoratori”, «la sua idea di politica era strettamente legata al sentimento umano. Era politico perché profondamente umanista, ed era umanista perché profondamente politico. Tale idea costituisce una delle eredità più belle che ci ha trasmesso. Per capire le concezioni di Martí, bisogna contare su un radicale pensiero democratico, il suo latino-americanismo e il suo senso universale». «È evidente che Martí non è rimasto indifferente al grande dibattito di idee intorno agli ideali dei lavoratori e del socialismo. Riferendosi specificamente all’ideale socialista, aveva mostrato grande ammirazione e rispetto «per quelli che cercano, per ogni dove, un segnale più giusto nell’ordine della giustizia nel mondo», specialmente «per quelli che si sollevano in nome degli interessi dei poveri». Secondo l’eroe nazionale di Cuba, infatti, Marx meritava onore perché si era messo al fianco dei deboli. Per lui non è stato solo «colui che ha smosso in maniera gigantesca la collera dei lavoratori europei», bensì un «osservatore profondo delle ragioni della miseria umana». […] Egli riuscì a porre il problema dei lavoratori e della disuguaglianza sociale con termini radicali e coerenti. È chiaro che la ricerca della soluzione di tale problema è un punto centrale del suo insieme di ideali». La stessa figura di Armando Hart (1930-2017) è una delle figure imprescindibili della storia cubana: intellettuale e politico, tra i principali organizzatori della rivoluzione nelle città, è stato poi Ministro dell’Istruzione (1959-1965) e Ministro della Cultura (1976-1997). Come ricorda il Granma, fu «interprete creativo delle idee di Fidel, svolse un ruolo decisivo nella trasformazione delle caserme in scuole, nella riforma delle università, … nello sviluppo della Campagna di Alfabetizzazione nel 1961». Haydée Santamaría, eroina della lotta rivoluzionaria, ha diretto la Casa de las Américas dalla sua fondazione nel 1959 fino alla sua morte nel 1980, imprimendo al suo sviluppo un tratto fondamentale e determinante. Autentica leggenda della Rivoluzione, Haydée Santamaría (1922-1980), è stata una rivoluzionaria e intellettuale, eroina di Cuba. Il 26 luglio 1953 partecipò all’assalto alla caserma Moncada, per il quale fu imprigionata insieme a Melba Hernández. Dopo il suo rilascio, entrò a far parte della Direzione Nazionale del Movimento 26 Luglio. Sostenne il distaccamento guerrigliero guidato da Fidel Castro sulle montagne della Sierra Maestra, e le fu affidato da Fidel il compito di reperire fondi e unire i rivoluzionari all’estero. Tornò a Cuba dopo il trionfo della Rivoluzione e lavorò al Ministero dell’Istruzione; poi, come direttrice della Casa de las Américas, influenzò in modo determinante lo sviluppo culturale del paese. La Casa de las Américas deve il suo status proprio alla sua visione lucida e profonda, insieme internazionalista e latino-americanista. La Casa de las Américas ospita oggi cinque dipartimenti: Teatro, Musica, Arti Visive, Biblioteca e il Centro di Ricerca Letteraria. Fondato nel 1967, il Centro di Ricerca Letteraria ha due linee di lavoro fondamentali: l’organizzazione del Premio Letterario “Casa de las Américas” e lo studio e divulgazione della letteratura del continente. Il centro organizza conferenze, corsi e colloqui internazionali, nonché la “Settimana dell’Autore”, dedicata, ogni anno, a un importante scrittore latinoamericano. Pubblica inoltre antologie, saggi e testi critici; fornisce consulenza alla Rivista “Casa de las Américas” e alle edizioni “Casa” fondate nel 1960, subito dopo il trionfo della Rivoluzione; inoltre, in collaborazione con l’Unione degli Scrittori e degli Artisti di Cuba (Uneac), pubblica la rivista di teoria culturale “Criterios”. Gestisce l’Archivio della Parola, che conserva le registrazioni di oltre mille voci di personalità di spicco della letteratura, delle arti e della politica. Già da questi brevi cenni si comprende l’importanza della cultura e dell’editoria a Cuba: a Cuba non esiste un’editoria privata, ma sono innumerevoli le case editrici espressione delle mille articolazioni sociali, culturali e accademiche del paese. La Biblioteca José Antonio Echeverría della Casa de las Américas fu fondata nel settembre del 1959 con la conferenza “La politica culturale della rivoluzione cubana”, tenuta dal Ministro degli Esteri Raúl Roa García. Tra le sue collezioni si annoverano oltre 126 mila volumi, 136 mila fascicoli di periodici, in particolare della seconda metà del XX secolo, e oltre 3000 fascicoli su personalità e argomenti relativi all’America Latina. Raúl Roa García è stato il leggendario Cancelliere della Dignità. È ricordato per il suo impegno nella lotta per l’indipendenza dei popoli di Asia, Africa e America Latina. Fu alla presidenza della I Conferenza Tricontinentale, tenutasi all’Avana nel gennaio 1966, a proposito della quale, dichiarò: «La Conferenza Tricontinentale ha cristallizzato la solidarietà del movimento di liberazione nazionale in Africa, Asia e America Latina, ha definito una linea comune nella lotta frontale contro l’imperialismo, il colonialismo e il neocolonialismo e ha forgiato con vigore l’unità strategica e tattica nella lotta, attingendo alla ricca esperienza dei popoli partecipanti». La sua battaglia diplomatica più eclatante fu senza dubbio il dibattito alle Nazioni Unite durante la fallita invasione di Playa Giron, in cui denunciò con vibrante fermezza l’aggressione criminale. «Accuso solennemente il Governo degli Stati Uniti dinanzi alle Nazioni Unite e alla coscienza del mondo di aver scatenato una guerra di invasione contro Cuba per impadronirsi delle sue risorse, terre, fabbriche e infrastrutture e riportarla al suo vergognoso status di satellite dell’imperialismo nordamericano». E dichiarò: «Un grido unanime scuote oggi tutta Cuba, risuona in tutta la nostra America e riecheggia in Asia, Africa ed Europa. La mia piccola ed eroica patria sta rivivendo la classica lotta tra Davide e Golia. Soldato di questa nobile causa in prima linea nelle relazioni internazionali, permettetemi di diffondere questo grido nell’austero Areopago delle Nazioni Unite: Patria o morte! Vinceremo!». Nel tempo dell’assedio statunitense contro Cuba, parole di formidabile attualità. Gianmarco Pisa
March 23, 2026
Pressenza
Nel 2025 la crisi climatica quasi assente sui media. I dati del Rapporto Greenpeace-Osservatorio di Pavia
Anche nel 2025, per il secondo anno consecutivo, continua a calare l’attenzione dei mass media italiani per il riscaldamento del pianeta. Rispetto al 2022, le notizie con un focus centrale sulla crisi climatica diminuiscono del 26,1% sui quotidiani e del 52,9% nei TG. Inoltre, la crisi climatica viene frequentemente trattata in modo marginale o richiamata senza un adeguato approfondimento: ciò avviene nel 71,3% degli articoli e nel 67,4% delle notizie televisive. E’ quanto evidenzia il nuovo rapporto annuale dell’Osservatorio di Pavia per Greenpeace Italia, che analizza la copertura della crisi climatica e della transizione ecologica nell’informazione italiana nel corso del 2025. Giunto al quarto anno consecutivo di monitoraggio, lo studio propone un’analisi quali-quantitativa dei contenuti pubblicati dai cinque quotidiani nazionali a maggiore diffusione e dalle edizioni di prima serata dei sette principali telegiornali generalisti, con l’obiettivo di misurare non solo l’attenzione riservata al tema, ma anche le cornici narrative entro cui esso viene rappresentato nello spazio pubblico. Il quadro che emerge segnala un’ulteriore perdita di centralità della questione climatica nell’agenda mediatica, con le cause della crisi climatica che sono esplicitate solo nel 13,2% degli articoli e nel 13% dei servizi dei TG. I combustibili fossili, in particolare, vengono indicati come causa appena nel 3% dei casi sulla stampa e nel 2% nei telegiornali. Tra gli elementi più significativi rilevati dal rapporto vi è inoltre la quasi totale assenza di attribuzione di responsabilità per la crisi climatica. Ne deriva una rappresentazione che tende a descrivere fenomeni, effetti e controversie, ma molto più raramente individua cause e responsabilità. Un ulteriore aspetto riguarda la debolezza del legame tra transizione ecologica e crisi climatica. Una quota consistente delle notizie dedicate alla transizione non richiama infatti in modo esplicito il contesto del riscaldamento globale. Tra il 2024 e il 2025, le notizie sulla transizione energetica senza esplicito riferimento alla crisi climatica sono raddoppiate sui quotidiani e quintuplicate nei TG. In un anno in cui l’agenda dei media si è focalizzata sul disimpegno di Trump e sulla maggiore flessibilità dell’Unione Europea nel perseguire gli obiettivi di neutralità carbonica, sono prevalsi gli aspetti economico-politici della transizione ecologica rispetto a quelli ambientali, scientifici o sociali, trascurando temi cruciali come gli impatti sulla salute (1,4%), la scienza del clima (1%) o le migrazioni climatiche (0,4%). C’è poi il dato relativo alle inserzioni pubblicitarie, che nel 2025 risultano in ulteriore aumento rispetto agli anni precedenti. Il monitoraggio registra infatti 1.621 pubblicità riconducibili ad aziende ad alto impatto ambientale, con una netta prevalenza del settore fossile e di quello automotive: un numero cresciuto del 26% rispetto al 2024 e raddoppiato rispetto al 2022. Nel loro insieme, questi elementi offrono una base empirica utile per interrogarsi sul ruolo dell’informazione nella costruzione dell’agenda pubblica su riscaldamento globale e transizione ecologica e sulle modalità con cui questi temi vengono resi visibili, interpretati e discussi nel contesto mediatico italiano. Lo studio condotto dall’Osservatorio di Pavia per Greenpeace ha stilato anche la classifica dei quotidiani per il 2025: fa meglio degli altri Avvenire, l’unico giornale ad avvicinarsi alla sufficienza (5,4 punti su 10); seguono, distaccati di molto, Il Sole 24 Ore (2,8 punti), e Corriere della Sera e La Stampa (a pari merito con 2,6 punti); fanalino di coda, la Repubblica (2,2 punti). I giornali sono stati valutati mediante cinque parametri: 1) quanto parlano della crisi climatica; 2) se citano i combustibili fossili tra le cause; 3) quanta voce hanno le aziende inquinanti e 4) quanto spazio è concesso alle loro pubblicità; 5) se le redazioni sono trasparenti rispetto ai finanziamenti ricevuti dalle aziende inquinanti. “Mentre il pianeta rischia di diventare inabitabile a causa della nostra dipendenza dai combustibili fossili, i principali media italiani sono costretti a tacere le responsabilità delle aziende inquinanti perché dipendono dalle loro pubblicità per sopravvivere, ha sottolineato Giancarlo Sturloni, responsabile della comunicazione di Greenpeace Italia. Questo spiega perché su giornali e tv si parla sempre meno di clima e ad avere più spazio sono esponenti del mondo dell’economia e della politica anziché esperti e scienziati. O perché in un anno intero, sui principali TG nazionali non venga mai nominato, nemmeno una volta, nemmeno per sbaglio, alcun responsabile della crisi climatica. In Italia l’informazione sul clima è ostaggio di un patto di potere che ostacola la transizione energetica verso le rinnovabili, l’unica via per mitigare il riscaldamento globale e il rischio di altri conflitti armati per il controllo dei combustibili fossili”. Qui il Rapporto dell’Osservatorio di Pavia per Greenpeace Italia: https://www.osservatorio.it/wp-content/uploads/2016/07/69f0f214-report-gp_odp_media-e-clima-2025_final.pdf.  Giovanni Caprio
March 23, 2026
Pressenza
Mancano acqua ed elettricità, ma Cuba resiste
Sono qui da oramai venti giorni ed ho potuto toccare con mano il progressivo deterioramento delle condizioni di vita di questo straordinario popolo; posso provare a documentarlo, a descriverlo, ma occorre viverlo per comprenderlo. Gli Stati Uniti hanno deciso che Cuba debba soccombere anche a costo di ridurne la popolazione allo stremo, qualunque mezzo per loro è utile allo scopo, e non si sono mai fatti scrupolo alcuno nell’utilizzarli; il blocco totale del rifornimento di combustibili è solo l’ultima ma probabilmente la più pericolosa delle armi di coercizione utilizzate. No, l’immagine qui sopra non è una svista editoriale, né tantomeno l’errore di un fotografo: questa è Cuba oggi. Questo è il modo crudele  nel quale sono costretti a vivere, anche se sarebbe più corretto dire sopravvivere, i cubani: al buio. Quando manca l’energia elettrica non è solo l’illuminazione a spegnersi, ma anche la società nel suo complesso e in questi ultimi giorni ne ho provato gli effetti più pesanti in prima persona. Sabato 21 marzo ho trascorso la giornata all’ICAP (Istituto Cubano di Amicizia con i Popoli) alla presenza del presidente di Cuba Diaz Canel Bermudez e di rappresentanti del governo. Qui si tiene l’incontro ufficiale con la delegazione del convoglio “Nuestra America” giunto in volo dall’Italia, composta da una foltissima rappresentanza di attivisti di vari Paesi europei con un enorme carico di aiuti umanitari, farmaci ed attrezzature sanitarie. L’evento è stato un’esperienza indimenticabile, di quelle che ti riempiono il cuore e ti ricordano i motivi per i quali noi che tanto amiamo Cuba facciamo quello che facciamo. Dopo questo bagno di amore incondizionato per questa isola e per la sua rivoluzione faccio ritorno a casa del mio amico cubano Héctor che mi ospita; sono le 18 e di energia elettrica non se ne parla, oggi è arrivata solo per un paio di ore. Iniziamo la serata con la cena alla luce della lampada da campo che gli ho portato io, una di quelle ricaricabili di lunga durata che ovviamente illumina solo la cucina; per recarci in bagno o in qualsiasi altro luogo dobbiamo utilizzare la luce del cellulare. Le ore passano e inganniamo l’attesa della luce che dovrebbe arrivare in tarda serata chiacchierando; adoro ascoltare Héctor perché narra la storia di Cuba e della rivoluzione come nessun’altro fuori da questa isola potrebbe fare. La notte oramai è alle porte e decidiamo di andare a riposare; nell’enfasi dei racconti eravamo quasi riusciti a dimenticarci del black-out, ma anche le seppur minime umane necessità di ciascuno di noi ci riportano alla cruda realtà. La quasi totalità degli edifici cubani possiede una cisterna sul tetto che funge da riserva (questo succede tutt’oggi anche in varie regioni d’Italia), perché l’acquedotto, alimentato dalla rete elettrica, non riesce ad erogare la quantità di acqua necessaria con regolarità, quindi le abitazioni la prelevano dall’acquedotto nei momenti di disponibilità e tramite pompe elettriche riempiono le cisterne sui tetti; la capacità di queste cisterne, solitamente intorno ai mille litri, è la quantità di acqua di cui potrà usufruire ogni famiglia fino alla successiva erogazione. Tutto bene quindi? Ovviamente no, perché il fabbisogno quotidiano per tutte le necessità (alimentazione, cucina, pulizia, lavaggio biancheria, ecc.) di una famiglia di 3 o 4 persone è superiore a questa quantità, pertanto risulta inevitabile razionare, e quindi occorre lavarsi i denti solo con un paio di sorsi, usare lo sciacquone con molta parsimonia, farsi la doccia a rate e usare altri accorgimenti per il contenimento del consumo. La notte trascorre tranquilla, il clima in questo periodo è mite e fortunatamente le notti afose non sono ancora arrivate; fino a pochi giorni fa al mattino era possibile svegliarsi con la piacevole vista del led rosso della televisione illuminato, una piccola cosa ma dal grande significato; oggi questo non è accaduto, il che significa che fino al ritorno della luce l’unica acqua disponibile sarà quella rimasta nella cisterna. Il tempo scorre lento durante il giorno e l’assenza di energia elettrica è sopportabile perché si impara a rinunciare a TV, computer, cellulare ed altro, l’assenza di acqua invece non lo è. Nel primo pomeriggio dopo l’ultimo sciacquone la cassetta del water cessa di riempirsi, la cisterna ci ha generosamente offerto tutto ciò che poteva; ora inizia l’apnea idrica, che non è per nulla semplice da gestire. Alle 19 l’assenza di energia elettrica che perdura da oltre 30 ore ci costringe a cucinare con l’acqua in bottiglia, non ci si lava i denti, si cerca di non usare i sanitari, si attende. Alle 21 un’esplosione di urla di felicità in strada fa da cornice al lampadario della nostra sala, lasciato appositamente acceso, che si illumina, Héctor corre a riaccendere la pompa per riempire la cisterna, mentre io collego ogni tipo di alimentatore per ricaricare cellulari, lampade, batterie di scorta e qualsiasi altra cosa che possa immagazzinare energia elettrica; la speranza è che la prossima interruzione non sia così prolungata, mentre si riprende a sopravvivere nell’economia di emergenza di una guerra non dichiarata ma ferocemente attuata dall’impero del male. Lunedì 23 marzo non sarà solo un altro giorno, sarà il giorno dell’arrivo nella baia dell’Avana della flottiglia Nuestra America, sarà l’ennesima dimostrazione che Cuba non è sola, che il movimento di sostegno a questa piccola ma indomabile isola è vastissimo. Da quando si è resa indipendente Cuba insegna a tutto il mondo cosa sia la solidarietà ed è giunto il momento di spezzare le catene con le quali da oltre 65 anni gli Stati Uniti tentano di schiavizzarla nuovamente. Redazione Italia
March 23, 2026
Pressenza
Serra Yilmaz, “Cara Istanbul” ed altri luoghi: partenze ritorni ripartenze
Bir varmis bir yokmus “c’era una volta e non c’era una volta” Tutte le favole in Turchia  cominciano così. Questo l’incipit della recente pubblicazione di Serra Yilmaz, Cara Istanbul  (Rizzoli, 2026), presentata – in dialogo con l’Autrice – da Valeria Cammarata* lo scorso 25 febbraio a Palermo al Centro diaconale della Noce (in via G. Evangelista Di Blasi, 12). I numerosi partecipanti hanno seguito l’evento con grande entusiasmo dovuto in parte  dall’accoglienza degli organizzatori ed in parte dalla spontanea simpatia dell’Autrice,  particolarmente nota per le collaborazioni da attrice nei film di Ferzan Ozpetek (Le fate ignoranti,  La finestra di fronte, Saturno contro, La dea fortuna). Il romanzo appartiene al genere autobiografico nel senso più autentico del significato. Non a quel genere di romanzo autobiografico dove la finzione si mescola alla narrazione, ma ad un  genere, del tutto personale, nel quale l’Autrice conduce un’indagine retrospettiva sul proprio vissuto lungo le linee di uno spazio delimitato della città d’origine: Istanbul. Un luogo percepito come spazio urbano smisurato, la città dai mille centri recita il titolo del quarto capitolo, ma anche luogo di memoria, di storia, di arte, di bellezza … e la memoria, si sa , è fatta  di ricordi, di emozioni, di affetti mai sopiti, dunque eterni ed infine di spazi concettuali, dove  albergano i vissuti individuali. Di vissuti si parla, infatti, nel libro che si incontrano e si separano, per rincontrarsi (a volte). E sempre nella memoria, si rievocano le prime relazioni affettive rappresentate da figure  archetipiche come le nonne: nella lingua turca, anneanne  (la nonna materna, l’unica realmente  conosciuta)  e dede (i nonni uomini). Figure quasi oniriche, fantasmagoriche intrise di odori, sapori e ricette di cucina legate alle  tradizioni turche, e poi i genitori, primi veri sostenitori di un sapere organico, ben costruito, colto. Di una cultura sapiente, elegante e protesa, sin dall’inizio della storia verso il teatro, la recitazione, il cinema e il multilinguismo. Fra le relazioni più intime, infine, si incontrano “gli altri amori”: il marito, la figlia, gli incontri e le perdite  – il divorzio, il confronto con la morte dei propri cari e con la malattia, anche questa  vissuta come parte integrante della vita. Una storia in cui si parla anche di partenze verso altri luoghi, di ripartenze e di ritorni. Ma la Istanbul di Serra Yilmaz è soprattutto la città dei cambiamenti tanto inevitabili quanto  irreversibili: il luogo delle contraddizioni, degli estremi, dell’Est e dell’Ovest ed infine il luogo  della trasformazione, dove tutto proviene da qualcosa per divenire qualcos’altro. Come tutti i luoghi, si direbbe…  Certo, ma anche di più, quando si tratta di luoghi che si vorrebbe non cambiassero mai. Serra Yilmaz, tuttavia, racconta, distingue, analizza fatti e momenti, sensazioni, suggestioni, ma  anche sapori, saperi… saperi ancestrali: letture di tarocchi e di fondi di caffè, dove tra il serio e il  faceto si nascondono le verità più profonde che appartengono ai recessi dell’anima, alle verità  inconfessabili, al non detto. Il tutto attraversato dallo sguardo ironico e da una irriducibile  leggerezza che risulta contagiosa e sorprendentemente empatica già dalle prime pagine. Una postura del tutto singolare rispetto alla vita. Una scrittura squisita e deliziosamente  accattivante.   (*) DOCENTE DI LETTERATURE COMPARATE E CULTURAL STUDIES  PRESSO IL DIPARTIMENTO DI SCIENZE PSICOLOGICHE, PEDAGOGICHE, DELL’ESERCIZIO FISICO E DELLA  FORMAZIONE DELL’UNIVERSITÀ UNIPA   Redazione Palermo
March 23, 2026
Pressenza
Le nuove gabbie schiavistiche del dominio capitalistico neocoloniale
Invasione, criminalità, sostituzione etnica sono l’ossatura lessicale necessariamente ridondante che dietro la paura costruisce muri, frontiere, stati di polizia, economie del controllo, sudditanze, selezione sociale e determinazione della sopravvivenza. E’ dentro questa forma immediatamente produttiva che assumono i linguaggi, sia che vivano come atto performante nella produzione di merci che in quella di relazioni sociali e quindi di soggetti, che il termine migrante sostituisce quello di immigrato perché nella sua declinazione assume il senso di transeunte, di passaggio quindi necessariamente privo (privato) di diritti, irregolare.   Nel suo pregevole testo Marco Antonio Pirrone (Guerra ai migranti. Neoliberismo e neoschiavitù nel XXI secolo, PM Edizioni, 2025) pone l’accento sul fenomeno migrazioni attraverso la critica dell’economia politica analizzandolo come elemento centrale della globalizzazione neoliberista, quindi all’interno dei rapporti di classe del capitalismo globalizzato, ma anche frutto delle politiche coloniali del secolo scorso dalle quali proviene la razzializzazione della nuova divisione del lavoro, quindi parte di una classe che non scompare nel mondo globalizzato ma si trasforma e si riorganizza su scala transnazionale. Qui questa classe moltitudinaria si scontra con altri dispositivi quali i confini, la cittadinanza, la razzializzazione e la sessualizzazione producendo quella che Pirrone interpreta come una stratificazione globale del lavoro.  Il migrante diventa così una complessa e paradigmatica figura del proletariato contemporaneo con un’ulteriore problematicità: è giuridicamente e politicamente vulnerabile e, quindi, più facilmente sfruttabile e pericolosamente intercambiabile. Intercambiabilità e selezione in ingresso significano spesso gravi infortuni e/o morte (occultati) sul lavoro o morte ai confini, i più letali dei quali sono il Messico e il Mediterraneo. Le morti non sono quindi incidenti di percorso ma si caratterizzano come una delle forme più crudeli attraverso le quali il capitale decide chi può accedere ai “privilegi” dell’Occidente sviluppato. L’autore, citando più volte nel testo Mbembe e Palidda, parla infatti di necropolitica e tanatopolitica per definire il colpevole cinismo mascherato da negligenza con cui gli stati affrontano la questione: “il confine… è divenuto una delle forme privilegiate attraverso cui il capitalismo opera la distinzione tra le vite da valorizzare e le vite di scarto, tra corpi monetizzabili e corpi eccedenti”(pp. 16/17). Nei campi di concentramento libici non si fermano i migranti, si decide chi va e chi resta e forse, a seconda dell’imbarcazione che viene fornita o delle condizioni meteo con cui parti, si decide anche chi vive e chi muore. E il Mediterraneo copre, insieme ai corpi senza nome, le responsabilità criminali degli stati. Una nuova forma di schiavitù, certamente diversa da quella dei secoli precedenti ma anche qui e ora il migrante non è padrone della sua vita né, quando arriverà a destinazione, del suo tempo. E’ formalmente libero, come libero era il proletario all’alba della rivoluzione industriale prima che il padrone non costruisse per lui una nuova gabbia: il salario, perché solo un uomo libero ma oppresso dalla povertà può vendere la sua forza lavoro come merce sul mercato. Ma la sua libertà di movimento mantiene, in potenza, anche la possibilità di fuga e quindi deve essere disciplinata, governata: “Salario e criminalizzazione della mobilità appaiono così come due lati della stessa medaglia: la necessità di governare e disciplinare la libertà che il capitale non può non generare”(p.19). Parliamo quindi della costruzione di un moderno esercito industriale di riserva volto a mantenere più basso possibile il costo della forza-lavoro ma con una differenza cruciale rispetto al passato, la vulnerabilità del migrante è prodotta attivamente da dispositivi politici come i confini, le leggi sull’immigrazione e la precarietà giuridica. Non si tratta quindi solo di una funzione economica ma di una costruzione istituzionale della subordinazione. E il concetto di neoschiavitù va letto proprio in chiave di classe, non indica un ritorno a fasi precedenti ma una radicalizzazione dello sfruttamento dentro il capitalismo contemporaneo. Il lavoro migrante quindi, rappresenta una sorta di zona limite del capitalismo dove bassi salari, ricattabilità legale, invisibilità e marginalizzazione sociale producono condizioni di lavoro estremamente asimmetriche dove la subalternità si manifesta nella sua forma più dura: l’assenza di tutele e di potere contrattuale. Ma rappresenta anche la fine dell’illusione che un mondo globalizzato potesse eliminare le disuguaglianze geosociali e le discriminazioni etniche, anzi semmai l’estrattivismo capitalista ha occupato nuove aree e ne ha devastato natura e relazioni sociali. Questa invasività del capitale e la conseguente dimensione globale della classe viene rafforzata dalla teoria del Sistema mondo di Wallerstein, uno dei modelli analizzati da Pirrone, in cui il capitale organizza il lavoro su scala planetaria distinguendo tra centro e periferia. Le migrazioni rappresentano il movimento della forza lavoro dalla periferia al centro, ma non in condizioni di uguaglianza: i migranti vengono inseriti in segmenti subordinati del mercato del lavoro. Le migrazioni contemporanee sono spesso il risultato di processi di impoverimento, guerre e disuguaglianze prodotte dal capitalismo globale e le “scienze delle migrazioni”, criticate dall’autore, definiscono i migranti al tempo stesso come prodotti di tali processi e risorse funzionali al sistema economico in quanto forza lavoro flessibile e a basso costo. Anche demografia e disastri ambientali legati al riscaldamento globale vengono utilizzati come parametri oggettivi che fungono da spinta per milioni di persone, ma tutti questi studi mostrano secondo Pirrone un limite confermato dai dati che ci illustrano come il fenomeno negli ultimi 65 anni non abbia subito grandi variazioni numeriche in relazione al numero totale degli abitanti del pianeta, che la maggior parte delle migrazioni avviene all’interno delle nazioni di provenienza (e questo vale anche per l’Italia) e che meno della metà dei circa 300 milioni di migranti nel 2024 si è diretto verso l’Europa o l’America settentrionale con buona pace degli allarmismi e della retorica securitaria con cui  USA ed Europa giustificano politiche migratorie particolarmente restrittive. Un altro luogo comune delle narrazioni ufficiali sfatato dall’analisi dei dati operata dall’autore, è quello che le donne sono una minoranza, una componente accessoria delle dinamiche migratorie. Le donne sono circa il 48% del totale dei migranti e hanno spesso assunto il ruolo di guida prendendo in prima persona la decisione di partire. Esse hanno un accesso al reddito pari a quello degli uomini avendo praticamente monopolizzato settori come il tessile, quello della cura o del lavoro domestico configurandosi come i soggetti di una nuova divisione transnazionale del lavoro femminile. Chiaro che l’accesso al reddito non emancipa e non elimina, anzi rafforza, le dinamiche di sfruttamento e ricatto anche sessuale che le migranti subiscono, determina casomai una flessibilizzazione spesso assolutamente priva di regole che ci fa parlare oggi di femminilizzazione del lavoro tout court (cfr. Cristina Morini, La femminilizzazione del lavoro nel capitalismo cognitivo, in AA.VV., Occupare l’utopia, Multimage,2025).  Ma spesso sono proprio le donne a gestire le reti cui fanno riferimento i nuovi arrivati o coloro che decidono di partire operando nella quotidianità un percorso di creazione del comune che tendenzialmente va oltre la colonizzazione culturale del neoliberismo. D’altronde la politicità del testo di Pirrone sta proprio nell’affermare la potenziale soggettivazione del migrante: migrare non è solo fuga o disperazione, è anche e soprattutto una scelta, una strategia, un atto di rifiuto. E’ l’agency che, pur nelle condizioni più oppressive, può determinare una spinta alla lotta e alla soggettivazione. Tuttavia le condizioni di ricattabilità, lo status giuridico, l’appartenenza etnica producono una classe complessa, differenziata che il mainstream cerca di rendere conflittuale al suo interno alimentando pulsioni razziste. Da qui il messaggio che caratterizza questo testo come un importante contributo al dibattito sulla formazione di una soggettività necessariamente molteplice e antagonista: rifondare “un internazionalismo delle pratiche capace di unire lotte locali e transnazionali, di articolare alleanze tra migranti e autoctoni, di riconoscere che nella libertà di movimento si gioca oggi una posta fondamentale della lotta di classe”. Il libro, insomma, si rivela uno strumento agile, scevro da un linguaggio accademico, e proprio per questo adatto a circolare tra gli studenti del dipartimento di scienze sociali ma non solo; un testo propositivo che rinnova la necessità di procedere nella rifondazione della politica a partire dall’analisi sociale della molteplicità dei soggetti e delle intersezionalità possibili senza alcuna pretesa di reductio ad unum. Sergio Riggio
March 22, 2026
Pressenza
Tanzania: 5 giorni di arte e cultura all’insegna di pace, nonviolenza e sovranità alimentare
Dal 17 al 22 marzo 2026 si è tenuto ad Arusha, in Tanzania, il Festival dell’Arte, della Musica e della Cultura per la pace, la nonviolenza e la sovranità alimentare. L’iniziativa, promossa nell’ambito delle attività del “Tavolo Tematico” di Musica, Arte e Cultura del Forum Umanista Mondiale, ha visto la partecipazione di numerosi artisti umanisti dell’Africa orientale e meridionale. Oltre alla musica dal vivo, il programma prevedeva performance artistiche, arti visive ed espressione creativa, dibattiti sulla sovranità alimentare, dialoghi per la pace e la nonviolenza e un intenso scambio culturale, fondamentale per promuovere la comprensione e la fratellanza. Sono stati cinque giorni all’insegna della creatività, dell’unità e dello scambio culturale tra artisti, musicisti, poeti e voci della comunità. Gli organizzatori sottolineano il potere dell’arte e del dialogo nel promuovere i valori della dignità umana, della tutela dell’ambiente e del diritto delle comunità a un’alimentazione sana e locale. L’evento è stato ospitato dalle organizzazioni Four Rivers of Blessings e MTO Wa Baraka. IL MONTE MERU AFRICANO Nei pressi di Arusha, all’interno dell’omonimo parco nazionale, si trova il Monte Meru, un antico vulcano che, in senso allegorico (e probabilmente senza alcun nesso con questa collocazione fisica), riveste un ruolo centrale nella mitologia indù, buddista e giainista come centro spirituale dell’universo, luogo della creazione e dimora degli dei. In queste tradizioni, il Monte Meru – il cui significato letterale in sanscrito è “alto” – collega il cielo e la terra, occupando uno spazio primordiale simile all’axis mundi in diverse culture. Esiste anche, sebbene meno conosciuta in Occidente, una mitologia africana legata al popolo Meru, un’etnia bantu giunta alle pendici di questa montagna circa 800 anni fa, proveniente dal Monte Kenya, una regione dove vive ancora oggi. Un collegamento interessante è che questo gruppo umano risalì verso quella regione del Kenya seguendo il corso del fiume Tana dall’oceano, le cui rive sono oggi il luogo in cui gli attivisti umanisti intendono realizzare un Parco di Studio e Riflessione, simile a quelli esistenti nei cinque continenti, ispirati alla dottrina di Silo, pensatore e guida spirituale del Nuovo Umanesimo. Secondo la tradizione orale dei Meru (Wameru in swahili), gli esseri umani trascorsero i loro primi tempi in un luogo paradisiaco chiamato Mbwa (o Mbwaa), dove non avevano bisogno né di coltivare né di indossare abiti. Murungu (noto anche come Ngai o Mwene Nyaga nelle culture keniane vicine) è la divinità creatrice suprema nella cosmologia dei Meru. Approfittando quindi della vicinanza al Monte Meru in Africa, l’intenzione è stata quella di entrare in contatto con il meglio dell’essere umano partendo da Arusha, in Tanzania, e da altri luoghi, attraverso la cultura della pace e della nonviolenza, la creatività e l’umanesimo. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DALLO SPAGNOLO DI STELLA MARIS DANTE. REVISIONE DI THOMAS SCHMID. Javier Tolcachier
March 22, 2026
Pressenza
La guerra nel villaggio globale: una ‘battaglia’ combattuta con parole letali, o salvifiche
Navigando nel world wide web oggi la mia attenzione si è soffermata su due post pubblicati con LinkedIn. Uno è l’avviso di una compagnia di assicurazioni ai propri clienti, armatori e noleggiatori di navi ormeggiate o in transito nel Golfo Persico. L’altro è il testo scritto da un “ex Comandante in Capo della Squadra Navale, vertice del braccio operativo della Marina Militare”. Palesemente, l’avvertimento che > Il crescente conflitto tra Israele, Stati Uniti e Iran ha aumentato > significativamente i rischi per la sicurezza marittima nello Stretto di > Hormuz. Segnalazioni di attacchi missilistici, avvisi VHF alle navi e attacchi > contro petroliere hanno già spinto i principali operatori a sospendere o > deviare i transiti. Con circa il 20% del petrolio globale trasportato via mare > che attraversa lo Stretto, qualsiasi interruzione comporta seri rischi per i > mercati energetici e le catene di approvvigionamento. La NNPC consiglia > fortemente ai membri di evitare l’area dove possibile. Se le navi sono > ormeggiate nella regione, i termini del noleggio – incluse le clausole di > rischio bellico come CONWARTIME o VOYWAR – dovrebbero essere esaminati > attentamente alla luce delle considerazioni di sicurezza e di allocazione dei > costi. / Consequences of the Middle East Conflict for War Risk Coverage è un segnale molto allarmante. Significa che la guerra nel Medio Oriente è una guerra mondiale a tutti gli effetti, soprattutto per le ricadute e implicazioni nei ‘gangli’ dell’economia planetaria. Una ventina di giorni fa alla presentazione della mostra esperienziale Polvere di guerra – dalle macerie alla costruzione di pace in esposizione a Casale Monferrato fino al 29 marzo prossimo, la referente del gruppo volontari Emergency di Alessandria, Stefania Landini, aveva osservato: > La convinzione che l’umanità non smetterà mai di fare la guerra è l’errore che > ci rende schiavi della guerra. Proprio come la schiavitù, che in passato > consideravamo una ‘cosa normale’ e poi abbiamo sconfitto aborrendola, la > guerra è un male che può essere debellato cominciando a smettere di pensare > che sia ineluttabile. Ieri, 21 marzo, ricorrenza del massacro di Sharpeville avvenuto nel 1960, cioè della data in cui la polizia sudafricana uccise 69 persone che partecipavano a una pacifica manifestazione di protesta contro l’apartheid, era la Giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale e il segretario generale dell’ONU ha ammonito che nel mondo è ancora diffuso il razzismo, ‘pilastro ideologico’ dei ‘traffici’ di esseri umani, della ‘caccia’ ai migranti e agli esuli, delle persecuzioni etniche e dei conflitti bellici. Oggi, leggendo l’avviso dell’olandese NNPC Marine Insurance mi sono ricordata che l’abolizione della schiavitù è stata una rivoluzione culturale, sociale, politica ed economica cominciata proprio in seguito a un ‘caso’ analogo: al massacro della Zong, cioè alla strage di 142 africani nel 1781 uccisi dall’equipaggio del ‘bastimento carico di schiavi’, seguì lo storico processo con cui gli armatori, soci dell’olandese Middelburgsche Commercie Compagnie e proprietari del bastimento ‘carico di schiavi’, e i commercianti di merce umana, un gruppo di mercanti inglesi, tentarono di ottenere il rimborso dei danni subiti dalla compagnia con cui avevano stipulato la polizza assicurativa. Nel XVIII secolo la questione se fosse legittimo oppure no rivendicare tale risarcimento scandalizzò l’opinione pubblica mondiale, allora soltanto i pochi analfabeti che leggevano le cronache pubblicate sui giornali e frequentavano atenei, accademie, circoli e salotti… Nel XIX secolo la schiavitù venne aborrita dalle nazioni più progressiste, in primis dalla prima repubblica democratica della modernità, gli USA, e nel XX secolo da tutta l’umanità, e Stefania Landini aveva paragonato questo progresso alla prospettiva di debellare la guerra dopo che era stato proiettato un video che ritrae il fondatore di Emergency, Gino Strada, mentre diceva “La guerra piace a chi non la conosce“. Oggi di guerra si parla tanto e in tanti, ma pochi sapendo davvero di ‘cosa’ si parla. Come Gino Strada ha spiegato molto bene, a conoscere bene la guerra non sono i suoi artefici, bensì le sue vittime, zittite dalle armi e dalle bombe che le colpiscono, feriscono e uccidono, e anche dal roboante chiacchiericcio sulla guerra che rimbomba nei media e nei socialmedia facendo un clamore assordante. Alla ‘raffica’ di notizie su battaglie, attacchi, offensive e manovre militari che scandiscono le cronache quotidiane fanno eco i commenti di politici, opinion leader ed esperti, o sedicenti tali, di geopolitica e di strategie politiche e militari. Tante persone che parlano tanto, molto saccentemente, mentre ad essere davvero esperti di guerra sono i civili martoriati dai conflitti armati e i militari, soldati semplici e di alto grado, che hanno combattuto o che sono impegnati sui campi di battaglia subendo le conseguenze delle decisioni di governanti e generali che fanno la guerra a tavolino e pianificano strategie e tattiche come in un gioco. Di ciò sono edotta e consapevole perché da bambina ho letto e da adulta riletto molte volte il diario di guerra scritto da mio nonno, un fante che durante la prima guerra mondiale ha combattuto su molti fronti, in Italia come soldato semplice di un plotone che il 24 maggio 1915 varcò il confine con l’Austria, combatté a Bezzecca e nelle trincee in Lombardia, Veneto e Trentino – Alto Adige, quindi un ufficiale al comando di un battaglione di zappatori stanziato in Albania fino al settembre 1920. Come mio nonno facendo esperienza diretta e carriera ‘sul campo’, con l’avanzamento di grado capendo che i suoi superiori erano degli irresponsabili vanagloriosi e la gravità del proprio errore giovanile, cioè di aver sbagliato a pensare che l’intervento dell’Italia nel conflitto mondiale fosse necessario e ad arruolarsi volontariaramente convinto di fare il proprio dovere patriottico, un “ex Comandante in Capo della Squadra Navale, vertice del braccio operativo della Marina Militare” in questi giorni ha scritto delle parole che ritengo sia utile conoscere, capire e condividere. > LE GUERRE NASCONO DALL’ALTO. LA PACE NASCE DAL BASSO. > > CONSAPEVOLEZZA DEI POPOLI, RESPONSABILITÀ DEI CITTADINI E IL RUOLO DELLE > SOCIETÀ IN UN MONDO IN CUI LE DECISIONI SULLA GUERRA SONO ANCORA CONCENTRATE > NELLE STANZE DEL POTERE. > > Le notizie di queste ore raccontano che negli Stati Uniti sta emergendo una > crescente inquietudine nell’opinione pubblica rispetto alla guerra con l’Iran. > Anche alla Casa Bianca si percepisce che il consenso non è più così compatto > come nelle fasi iniziali. > > Non è la prima volta che accade nella storia. > > Le guerre possono essere decise dai governi, ma la loro durata e la loro > sostenibilità dipendono quasi sempre dal consenso delle società che quei > governi rappresentano. Quando l’opinione pubblica inizia a interrogarsi, > quando le persone smettono di accettare passivamente le narrazioni dominanti e > cominciano a porsi domande, l’equilibrio politico cambia. > > Ed è proprio qui che emerge un punto spesso sottovalutato. > > Il vero terreno su cui si gioca il futuro delle nostre società non è soltanto > quello della diplomazia o della forza militare. È il livello di consapevolezza > delle persone. > > > IL LIVELLO DI CONSAPEVOLEZZA DELLE SOCIETÀ > > Una società poco consapevole è facilmente orientabile dalla paura, dalla > propaganda e dalla semplificazione delle realtà complesse. > > Una società consapevole, invece, è molto più difficile da trascinare in > dinamiche distruttive. > > La guerra prospera quasi sempre su alcune condizioni precise: la distanza tra > i popoli, l’ignoranza reciproca, la paura dell’altro, la riduzione > dell’avversario a caricatura. > > Quando invece esistono legami reali tra le persone — culturali, scientifici, > economici e umani — diventa molto più difficile costruire il racconto > dell’inimicizia. > > È per questo che sono sempre più convinto che la pace non possa essere > affidata soltanto alle cancellerie, ai governi o agli equilibri di potenza. > > La pace duratura nasce quando le società iniziano a riconoscersi tra loro. > > Quando gli studenti studiano insieme. Quando i ricercatori collaborano. Quando > imprenditori, professionisti, comunità e cittadini intrecciano relazioni che > superano i confini politici. > > È da queste reti invisibili che nasce la vera stabilità. > > > IL RUOLO DELLA CONSAPEVOLEZZA > > Ed è anche per questo che da tempo ho scelto di utilizzare questo spazio su > LinkedIn per condividere riflessioni geopolitiche, analisi strategiche e > considerazioni che nascono dalla mia esperienza. > > Non con l’idea di indicare a qualcuno cosa pensare. > > Ma con un obiettivo molto semplice e allo stesso tempo molto ambizioso: > contribuire ad accrescere la consapevolezza. > > Stimolare il pensiero libero. Incoraggiare le persone a ragionare con la > propria testa. Invitare ad osservare la realtà internazionale senza paraocchi > ideologici e senza appartenenze automatiche. > > Viviamo in un’epoca in cui il dibattito pubblico è spesso dominato da > narrazioni semplificate, polarizzazioni artificiali e logiche di schieramento. > > La politica, inevitabilmente, risponde a dinamiche di consenso, di potere e di > convenienza che non sempre coincidono con gli interessi profondi dell’umanità. > > Per questo motivo diventa sempre più importante che le persone sviluppino > autonomia di giudizio, spirito critico e capacità di comprendere la > complessità del mondo in cui viviamo. > > > DOVE NASCE DAVVERO LA PACE > > Quando i popoli iniziano davvero a conoscersi, a parlarsi, a riconoscersi > reciprocamente come parte della stessa comunità umana, la guerra smette di > essere una scelta facile anche per i governanti. > > Le guerre nascono quasi sempre dall’alto. > > La pace, invece, nasce dal basso. > > Nasce quando milioni di persone iniziano a pensare con la propria testa. > Quando smettono di delegare completamente ad altri il destino del mondo. > Quando comprendono che la storia non è qualcosa che accade sopra di loro, ma > qualcosa a cui partecipano ogni giorno. > > Ed è forse proprio da qui che può iniziare il vero cambiamento. > > Non dalle stanze del potere. > > Ma dal risveglio delle coscienze. > > Su questi temi continuerò a condividere analisi più strutturate nella > newsletter geopolitica Mappe del Potere, che nelle prime 24 ore ha superato i > 1500 iscritti. > > Non è un risultato che mi colpisce per il numero in sé – i numeri sui social > hanno sempre un valore relativo – ma per ciò che rappresenta. > > Significa che esiste un numero crescente di persone interessate ad > approfondire, a comprendere la complessità del mondo e a sviluppare uno > sguardo libero dalle semplificazioni e dalle appartenenze automatiche. > > Se questo spazio di riflessione sta crescendo, la soddisfazione non deriva dai > like, ma dal fatto che l’impegno nel diffondere conoscenza, consapevolezza e > pensiero critico sta iniziando a trovare ascolto. > > Ed è forse proprio da qui che può nascere qualcosa di buono. > > Non dall’eco delle polemiche quotidiane. > > Ma dalla crescita silenziosa della consapevolezza. > > Paolo Treu, 11.03.2026 Maddalena Brunasti
March 22, 2026
Pressenza
Hormuz: il servilismo nei confronti degli USA e la trappola di una guerra non voluta
C’è un limite a tutto, anche alla presa in giro degli italiani. Le ultime parole del Ministro Guido Crosetto e del Ministro Antonio Tajani sullo Stretto di Hormuz ne sono la conferma: ci viene detto che l’Italia non invierà navi senza una “tregua” e si evoca con disinvoltura un presunto “mandato Onu”. Ma di quale tregua e di quale mandato parliamo? Bisogna guardare in faccia la realtà che i palazzi del potere provano a edulcorare: lo Stretto di Hormuz è già chiuso. Non è una previsione, è il dato di fatto di oggi. La navigazione è bloccata e la tensione ha superato il punto di non ritorno a causa dell’aggressione scatenata dal blocco Usa-Israele. Definire “tregua” il momento in cui gli aggressori ricaricano le armi per mandarci le nostre fregate è un insulto all’intelligenza dei cittadini. La vera messinscena di questi “apprendisti stregoni” sta nel presentare la firma del documento di Londra come una semplice “dichiarazione politica” per difendere la libertà di navigazione e stabilizzare i mercati. Citano nelle loro dichiarazioni l’Onu come scenario futuro per dare una veste di legalità a un’iniziativa che, nel testo sottoscritto, non ha alcun legame operativo con le Nazioni Unite. Non esiste alcuna risoluzione del Consiglio di Sicurezza. Il riferimento all’Onu sbandierato dal governo è un guscio vuoto, un paravento retorico utilizzato per tranquillizzare l’opinione pubblica e nascondere che, nei fatti, ci si sta allineando a una catena di comando che risponde esclusivamente a Washington e Londra. È un gioco pericolosissimo: si firmano protocolli che preparano la guerra mentre si racconta al Paese la favola della stabilizzazione diplomatica. I governi che hanno aderito al documento di Londra stanno recitando una parte ambigua: partecipano alla coalizione dei 22 con un atto formale solo per non scontentare Washington, sperando nel contempo di non dover mai passare dalla carta ai fatti. È un attivismo di facciata, dettato dal timore di ritorsioni politiche da parte di Donald Trump, che ha tacciato gli alleati di codardia. Ma questa finzione è una trappola mortale: una volta accettata la logica della coalizione in un quadrante già incendiato, la “dichiarazione politica” diventa il presupposto legale per un coinvolgimento reale. Basta un solo incidente perché questa disponibilità teorica si trasformi in una partecipazione tragica a una guerra d’aggressione fuori controllo. Giocare con il fuoco della geopolitica pensando di poter gestire le fiamme con le parole è da irresponsabili. Tutto è partito da un nucleo di sei Paesi – Regno Unito, Italia, Francia, Germania, Olanda e Giappone – che hanno fornito la copertura politica per trasformare un’iniziativa unilaterale americana in una missione apparentemente “internazionale”. Siamo davanti a una classe dirigente che manifesta una drammatica carenza di visione e autonomia, ridotta a rincorrere il consenso della Casa Bianca per non sembrare “vigliacca”, accettando passivamente una logica bellicista che mette a rischio la sicurezza collettiva. Servilismo e codardia percepita sono due facce della stessa medaglia: la subordinazione totale agli interessi USA a scapito della dignità nazionale. Se l’obiettivo fosse davvero la sicurezza delle rotte e la stabilità dei mercati, la via sarebbe la diplomazia: parlare con l’Iran, fermare le sanzioni unilaterali e l’escalation israeliana. Invece si scelgono i muscoli, mentre le bollette delle famiglie tornano a schizzare alle stelle proprio a causa di queste scelte scellerate. Partecipare a una missione militare nello stretto di Hormuz significherebbe spendere anche immense risorse finanziarie sottratte alla sanità pubblica, alle scuole e ai salari dei lavoratori. Usare le tasse dei cittadini per proteggere i profitti delle multinazionali dell’energia, mentre la società civile collassa, sarebbe una colpa politica imperdonabile che Italia ed Europa rischiano di avallare in silenzio, mentendo persino sulla natura dell’impegno assunto. Mentre Crosetto e Tajani giocano con le parole, l’Articolo 11 della Costituzione viene calpestato. L’Italia è già dentro questa escalation: le basi Nato sul nostro territorio e i nostri sistemi di sorveglianza sono parte integrante del dispositivo bellico. Partecipare a questa coalizione significa accettare la logica della forza bruta anziché il diritto internazionale. È un tradimento della sovranità mascherato da responsabilità. L’Italia, l’Europa e gli altri alleati degli USA fingono di attivarsi per compiacere il padrone, ma il prezzo di questa finzione rischia di essere un coinvolgimento bellico totale, anche se non voluto. Nonostante il fragore delle cannoniere, in Italia c’è chi non si arrende alla violenza e continua a credere nella forza della ragione. Sabato 28 marzo, a Roma, la rete “No Kings” scenderà in piazza in una manifestazione nazionale che riunisce gruppi civili, associazioni pacifiste, sindacati, partiti e reti studentesche, uniti contro la guerra, il riarmo e le politiche autoritarie. Il corteo, in concomitanza con altre mobilitazioni a Londra e negli Stati Uniti, sarà un momento per denunciare la politica bellicista del nostro governo e degli altri Paesi occidentali, le restrizioni delle libertà civili e l’adesione servile agli interessi stranieri del nostro Paese, riaffermando la necessità di una politica fondata sul dialogo e sulla diplomazia, non sulla forza, prima che il fragore delle armi trascini tutte e tutti nel baratro.   Giovanni Barbera
March 22, 2026
Pressenza
Cosa resta dell’internazionalismo, oltre la memoria di Orso?
21 Marzo 2026, Casa del Popolo di Grassina (Firenze). In un ritrovarsi di diverse realtà collettive convergenti, dopo sette anni dalla morte di Lorenzo Orsetti – Orso -Tekoser, “combattente” per la difesa del Confederalismo Democratico del Rojava, la comunità fiorentina ricorda ed allarga lo sguardo accogliendo esperienze di scelte di contrapposizione all’escalation di guerra globale. Sono presenti, oltre la famiglia di Lorenzo, con Alessandro, il padre, che del figlio porta soprattutto il tema della scelta di contrapposizione al capitalismo ed al patriarcato, l’anarchia quale strada per rompere il sistema dei poteri, l’internazionalismo quale alternativa, anche i portuali dei CALP di Genova, che nel portare i propri corpi a bloccare le navi militari testimoniano quel boicottaggio nonviolento necessario per essere coerenti nelle prassi; sono presenti anche da remoto i compagni e le compagne che sono adesso a Cuba dove stanno portando solidarietà fatta di pratiche di solidarietà e di contrapposizione ai blocchi, di riconoscenza per chi ha messo la propria esperienza (medica) a servizio anche di altri popoli (i medici rivoluzionari); è presente, sempre da remoto, anche Tony che è stato protagonista nel percorso di rottura dei blocchi verso Gaza con la Flotilla; è presente Dario che continua a essere rappresentante di una esperienza collettiva di lotta di quella che resterà la più importante esperienza di movimento di lavoratori a servizio di una dimensione più grande, contro l’accelerazione oligarchica che viviamo massima in questo tempo. Proprio Dario ricorda l’importanza di stare dentro le contraddizioni delle scelte, porsi accanto senza giudizio, cogliere le prospettive di azioni scomode. Chiaramente non si tratta di idealizzare un martire e nemmeno di leggere di questo la scelta della fuga dal sistema, anche se restano queste due visioni partigiana ed anarchica insieme; forse resta proprio la volontà di trovare forme di lotta che tengano insieme la contrapposizione al potere forte egemonico dittatoriale attraverso un insieme di pratiche, alcune nonviolente, altre che utilizzano strumenti in cui non sempre dobbiamo riconoscersi in modo unanime. Stare sui contorni di queste scelte, rispettare e al tempo stesso portare gratitudine, ringraziare un padre, una madre, una sorella, riconoscersi nell’umano bisogno di essere vivi e vive e testimoniare che un altro mondo è possibile. A Lorenzo, ma soprattutto ad Alessandro, Annalisa, Chiara, alle compagne e ai compagni che quotidianamente scelgono da che parte stare. Emanuela Bavazzano
March 22, 2026
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Nel Global Gender Gap l’Italia è all’11° posto tra i Paesi G20
Nel confronto tra i Paesi del G20, l’Italia si colloca all’11° posto nel Global Gender Gap, confermando progressi ancora parziali sul fronte della parità di genere. Permangono però forti divari territoriali: nel Mezzogiorno i tassi di inattività femminile superano quelli dell’occupazione, segnalando una fragilità strutturale del mercato del lavoro. Il gap emerge anche nei livelli di istruzione: nei Paesi G20 si laurea il 45,5% delle donne contro il 37,7% degli uomini; in Italia la quota femminile scende al 38,5% e al 30,9% nel Sud. Sul versante imprenditoriale, le imprese a maggioranza femminile rappresentano il 16,2% del totale – un dato superiore alla media di molti Paesi G20 – ma oltre un terzo (36,6%) si concentra nel Mezzogiorno. Resta significativa anche la distanza nella rappresentanza politica: le donne occupano il 32% dei seggi nel Parlamento italiano (8° posto nel G20), mentre nei consigli regionali si osservano forti squilibri, con un massimo del 42% in Umbria e un minimo del 9% in Valle d’Aosta. È quanto emerge dall’Osservatorio “Rita Levi-Montalcini SVIMEZ – W20”, un nuovo strumento di analisi e monitoraggio dedicato alle disuguaglianze di genere, con un’attenzione specifica alle comparazioni internazionali e alle differenze territoriali in Italia. L’iniziativa dell’Associazione per lo Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno e del Women 20 Italia, il gruppo sulla parità di genere del G20 costituito da esponenti della società civile, nasce dalla necessità di creare uno spazio di riflessione strutturato, capace di raccogliere dati, elaborare indicatori e produrre studi e raccomandazioni per politiche pubbliche più eque. L’obiettivo dello studio è chiaro: riconoscere la parità di genere come leva strategica per lo sviluppo del Paese e per il futuro delle nuove generazioni. Il lavoro rappresenta il principale indicatore delle diseguaglianze. Nei Paesi G20, il diritto al lavoro “non è uguale per tutte”: a minori tassi di occupazione femminile corrisponde un maggiore gender gap a favore degli uomini. In Italia, le disparità territoriali sono particolarmente marcate: in cinque regioni del Mezzogiorno (Basilicata, Puglia, Sicilia, Calabria e Campania), i tassi di inattività femminile superano quelli di occupazione anche al netto della componente inattiva per motivi di studio. Tra le donne 25-34enni, i motivi familiari rappresentano la prima causa di inattività: 38,4% nel Mezzogiorno e 49,3% nel Centro-Nord (per gli uomini 2,5% al Sud, 4,1% al Centro-Nord). Il divario nei tassi di occupazione tra uomini e donne resta elevato in tutte le regioni meridionali, con punte di oltre 25 punti percentuali. E le donne lavorano part-time molto più degli uomini, ma spesso non per scelta. Tra i principali Paesi G20, in Italia il part-time involontario raggiunge livelli record: 1 lavoratrice part-time su 2 sarebbe disposta a lavorare a tempo pieno. Nel Mezzogiorno il part-time involontario riguarda il 63,6% delle lavoratrici, il 40,7% nel Centro-Nord (20,9% nella media UE27). Al Sud come al Nord, il part-time femminile si concentra nel Turismo e ristorazione (45,6%), Servizi alle imprese (37,2%) e alle persone (46,2%) e nel Commercio (38,6%), settori caratterizzati da forte femminilizzazione e bassi salari. La differenza tra part time volontario e involontario, unita alle disparità salariali e alla debolezza del welfare territoriale, contribuisce a consolidare modelli sociali in cui i carichi familiari ricadono prevalentemente sulle donne. Anche le retribuzioni penalizzano le donne in tutte le aree del Paese: nei contratti a termine il divario sale dal -16% nel Nord al -20% nel Sud. Nei contratti a tempo indeterminato il gap è stabile al -28%. Le retribuzioni giornaliere mostrano differenze nette: nel Centro-Nord, gli uomini percepiscono 120 euro al giorno contro gli 88 euro delle donne, al Sud e Isole circa 90 euro contro 65. I differenziali retributivi risultano particolarmente ampi per le qualifiche professionali più basse: -40% per le operaie al Nord e -45% al Sud. Il divario si amplifica nel lungo periodo: secondo il Rendiconto di genere INPS 2025, l’assegno pensionistico femminile è inferiore del 44% rispetto a quello maschile. E le donne che lavorano sono più a rischio povertà, con la quota di occupati a rischio di lavoro povero (reddito netto annuo inferiore al 60% del valore mediano nazionale) particolarmente elevata nel Mezzogiorno: il 22,7% tra gli uomini, il 13,8% tra le donne. Il dato femminile risulta più basso solo perché l’indicatore è calcolato sul reddito familiare, dove spesso è già presente un primo reddito maschile: si cristallizza così il “modello di donna” second earner (secondo percettore di reddito), su cui poi gravano i carichi di cura. Nel Rapporto emerge la sottovalutazione del capitale umano femminile: nei Paesi G20, il 45,5% delle donne 25-34enni è laureato, contro il 37,7% degli uomini. In Italia, la quota scende al 38,5% (25,5% tra gli uomini), e nel Mezzogiorno al 30,9%. Il capitale umano femminile è dunque più qualificato. Tuttavia, il pieno riconoscimento di questo patrimonio richiede politiche e strumenti capaci di trasformare il merito in opportunità concrete. Le donne restano sottorappresentate nei settori STEM e ICT, quelli con le migliori prospettive di crescita nei prossimi anni. Forti stereotipi di genere orientano precocemente le scelte formative e professionali. Da segnalare come l’impatto dell’automazione non sia neutro: i settori a forte presenza femminile, infatti, subiscono una digitalizzazione più radicale volta a automatizzare mansioni amministrative e di supporto. Qui la presentazione di Serenella Caravella, Ricercatrice Svimez: https://www.svimez.it/wp-content/uploads/2026/03/presentazione_osservatoriosvimezw20.pdf. Giovanni Caprio
March 22, 2026
Pressenza