
Oltre la memoria: a Roma la solidarietà a Cuba tra la lezione della caserma Moncada e il buio dei blackout
Pressenza - Monday, July 27, 2026C’è poco spazio per la retorica quando si parla della Cuba di oggi. La situazione nell’isola è di una gravità concreta, quotidiana, fatta di ore e ore trascorse al buio per le continue interruzioni elettriche, di lunghe attese per la distribuzione dell’acqua e di una ricerca sempre più faticosa di beni di prima necessità e medicinali. È in questo contesto, segnato da una crisi economica, finanziaria ed energetica tra le più gravi degli ultimi decenni, che domenica 26 luglio si è svolta a Roma la celebrazione del Día de la Rebeldía Nacional.
L’iniziativa, alla presenza dell’ambasciatore Jorge Luis Cepero Aguilar, del personale del corpo diplomatico e di un’ampia rappresentanza della comunità cubana residente in Italia, ha riunito partiti, associazioni, movimenti e organizzazioni di amicizia con il popolo cubano. Un incontro sobrio, privo di enfasi celebrative, proprio perché tutti i presenti erano pienamente consapevoli della difficile fase che il Paese caraibico sta attraversando.
Per Cuba il 26 luglio non è una ricorrenza qualsiasi. Il Día de la Rebeldía Nacional ricorda l’assalto del 1953 alle caserme Moncada, a Santiago de Cuba, e Carlos Manuel de Céspedes, a Bayamo, quando un gruppo di giovani guidati da Fidel Castro tentò di rovesciare la dittatura di Fulgencio Batista. Dal punto di vista militare fu una sconfitta, seguita da arresti, torture e numerose vittime. Sul piano politico e simbolico, tuttavia, quell’evento segnò l’inizio del processo rivoluzionario che sarebbe culminato con il trionfo della Rivoluzione nel gennaio del 1959.
Per Cuba e per gran parte dell’America Latina quell’assalto segnò una svolta storica. Prese forza l’idea che fosse possibile mettere in discussione un sistema fondato sulla dipendenza economica e politica dall’esterno. Da quella stagione nacque un modello che fece dell’accesso universale alla sanità, dell’istruzione gratuita, della lotta all’analfabetismo e dell’estensione dei diritti sociali alcuni dei propri pilastri fondamentali.
Oggi, tuttavia, la distanza tra la portata ideale di quel passaggio storico e le drammatiche condizioni materiali della vita quotidiana sull’isola è profonda. Il bloqueo accompagna la storia di Cuba da oltre sessant’anni, ma la crisi attuale non può essere compresa senza considerare il significativo inasprimento delle sanzioni avvenuto negli ultimi anni. Alle restrizioni già esistenti si sono aggiunte centinaia di nuove misure che hanno ulteriormente limitato la capacità dell’isola di commerciare, accedere ai mercati finanziari e reperire risorse indispensabili per la propria economia.
Particolarmente pesanti sono state le ricadute sul settore energetico. Le sanzioni che hanno colpito compagnie di navigazione e operatori coinvolti nel trasporto di petrolio verso Cuba, le difficoltà nei pagamenti internazionali e gli ostacoli all’acquisto di carburanti e pezzi di ricambio hanno reso sempre più complesso garantire il funzionamento del sistema elettrico nazionale. A questo si è aggiunto il mantenimento di Cuba nella lista statunitense dei Paesi sponsor del terrorismo, una decisione contestata da numerosi governi e da diversi osservatori internazionali perché ha ulteriormente irrigidito i rapporti con il sistema bancario internazionale e l’accesso al credito.
L’effetto combinato di queste misure ha contribuito ad aggravare una crisi economica ed energetica già esistente. Le centrali termoelettriche, da anni bisognose di investimenti e manutenzione, hanno incontrato crescenti difficoltà nell’approvvigionamento di combustibili e componenti essenziali. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: blackout che in molte province si protraggono per numerose ore al giorno, difficoltà nella distribuzione dell’acqua potabile, trasporti ridotti, attività produttive rallentate e una crescente scarsità di beni essenziali e medicinali.
Il sistema delle sanzioni unilaterali nei confronti di Cuba contrasta con i principi che regolano le relazioni tra gli Stati. Non è un caso che da oltre trent’anni l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvi, con maggioranze schiaccianti, risoluzioni che chiedono la fine del blocco economico.
Di segno opposto è stata, nel corso dei decenni, la proiezione internazionale di Cuba. Le missioni mediche e umanitarie inviate in oltre cento Paesi del mondo, compresa l’Italia durante le fasi più difficili della pandemia da Covid 19, rappresentano una delle espressioni più riconosciute della cooperazione internazionale promossa dall’isola.
La crisi cubana si inserisce in un quadro internazionale segnato dal ritorno della guerra come strumento di competizione geopolitica, dal riemergere di logiche neocoloniali e dal progressivo indebolimento del diritto internazionale. Da questo punto di vista, Cuba rappresenta uno dei casi più emblematici di come le tensioni tra Stati possano incidere concretamente sulla vita quotidiana di un’intera popolazione.
Dall’iniziativa svoltasi a Roma è emersa con forza la necessità di costruire un fronte internazionale più ampio, capace di superare divisioni e frammentazioni e di unire tutte le realtà che si riconoscono nei valori della pace, della giustizia sociale, della cooperazione tra i popoli e del rispetto della sovranità nazionale.
In questo contesto, parlare di resistenza del popolo cubano non significa indulgere nella retorica, ma descrivere la tenacia con cui milioni di persone continuano ad affrontare le difficoltà della vita quotidiana. Il significato più profondo della manifestazione romana è stato proprio questo: ricordare la caserma Moncada non come una celebrazione del passato, ma come un’occasione per richiamare l’attenzione sulla situazione che Cuba vive oggi.
La memoria, da sola, non basta. Ha valore quando aiuta a comprendere il presente e a costruire il futuro. È questo il messaggio emerso dal presidio romano: rilanciare la richiesta di porre fine al blocco economico, riaffermare il diritto del popolo cubano a determinare liberamente il proprio destino e ricordare che la solidarietà tra i popoli continua a essere uno strumento essenziale per costruire un ordine internazionale fondato sulla pace, sulla giustizia e sul rispetto della sovranità degli Stati.