Il Rearm Eu e la vera transizione bellica
RIPORTIAMO DI SEGUITO LA RELAZIONE TENUTA DA ANTONIO MAZZEO AL CONVEGNO
NAZIONALE «DALLA FINTA TRANSIZIONE ECOLOGICA ALLA VERA TRANSIZIONE BELLICA.
L’OCCIDENTE DICHIARA GUERRA ALL’AMBIENTE», PROMOSSO DA ECORESISTENZE E TENUTOSI
A BOLOGNA IL 20 GIUGNO 2026.
Il conflitto russo-ucraino, il genocidio del popolo palestinese per mano di
Israele, la campagna militare USA-israeliana contro l’Iran, l’escalation bellica
in tutta l’area mediorientale, in Africa orientale e nella regione subsahariana
del continente nero. È guerra totale, la terza guerra mondiale che genera immani
tragedie umane, sociali ed economiche, alimentata dalla sconsiderata corsa al
riarmo e alla militarizzazione dei territori, della produzione e della ricerca
dei paesi membri della NATO e dell’Unione europea.
L’UE, in particolare, sta convertendo buona parte del suo apparato industriale
alla produzione di armi altamente distruttive: sistemi spaziali e satellitari;
munizioni di artiglieria e missili da crociera, balistici e ipersonici; velivoli
con e senza pilota; sistemi di difesa antimissile e anti-droni; navi di
superficie e sottomarini; grandi aerei per il trasporto di equipaggiamenti o
truppe; sofisticate attrezzature per la guerra elettronica e cyber, ecc. Allo
stesso tempo, Bruxelles ha dato vita ad una serie di programmi finalizzati alla
militarizzazione delle infrastrutture logistiche e trasportistiche, della
ricerca, dell’istruzione e dell’informazione.
Il libro bianco European Defence Readiness 2030, pubblicato il 19 marzo 2025
dalla Commissione UE, prevede un piano finanziario quadriennale da 800 miliardi
di euro per “riarmare” l’Europa in linea con le nuove strategie della NATO, in
vista di uno scontro diretto con i “nemici” dell’Occidente: la Russia di Putin,
l’Iran, la Corea del Nord, la Cina1. Centocinquanta miliardi sono stati
destinati ad un fondo per “la sicurezza dell’Europa”, il SAFE (Security Action
for Europe), per finanziare – tramite prestiti a lunga scadenza ed il concorso
di capitali privati – programmi di acquisto di armamenti e di ammodernamento
delle forze armate dei Paesi UE.
Al SAFE possono accedere pure l’Ucraina, la Norvegia, la Svizzera, l’Islanda e
il Liechtenstein, i paesi in via di adesione e quelli che hanno sottoscritto con
l’UE un partenariato in materia di sicurezza e difesa. ReArm Europe consente di
avviare programmi di sviluppo militare anche con le industrie di Canada, Regno
Unito e Turchia2. Il fondo SAFE può essere impiegato anche per finanziare
l’acquisto di sistemi d’arma ed equipaggiamenti fabbricati al di fuori
dell’Unione Europea, consentendo l’acquisto soprattutto negli Stati Uniti e in
Israele, i principali Paesi extra UE le cui industrie della Difesa sono
particolarmente attive sul mercato comunitario.
Nel febbraio 2026 il direttorio di Bruxelles ha autorizzato otto paesi membri
dell’Unione all’uso dei prestiti agevolati previsti dall’iniziativa SAFE:
Italia, Estonia, Grecia, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovacchia e Finlandia. Il
Governo Italiano ha richiesto ed ottenuto un prestito complessivo di 14 miliardi
e 900 milioni di euro in 5 anni al 3% fisso di interesse, con rimborsi che
saranno attivati a partire dal 2035 e che si esauriranno nell’arco temporale
massimo di 45 anni3. In verità l’accesso ai fondi SAFE ha generato più di un
conflitto all’interno delle forze di governo, in particolare tra il ministro
dell’Economia, Giancarlo Giorgietti (Lega) e il titolare del dicastero della
Difesa, Guido Crosetto (Fratelli d’Italia). Il primo, sostenuto dallo stretto
entourage della premier Giorgia Meloni, è propenso a chiedere solo 5 dei 14,9
miliardi di euro disponibili, ma ciò ha suscitato le ire di Crosetto che ha
minacciato le proprie dimissioni nel caso in cui venisse concordato di
“tagliare” il fondo SAFE.
Per assicurare gli investimenti nella produzione e approvvigionamento di armi e
munizioni necessari a coprire la quota restante di 650 miliardi di euro del
piano ReArm Europe, la Commissione UE ha previsto l’attivazione della clausola
di salvaguardia del Patto di Stabilità (l’accordo tra i Paesi dell’Unione che
impone che il deficit pubblico non superi il 3% del Prodotto interno lordo e che
il debito pubblico non superi il 60% del PIL). Esiste inoltre la possibilità di
utilizzare per il mega piano di riarmo una parte di quei fondi europei già
stanziati per altri fini, primi fra tutti i “Fondi di coesione”, destinati
principalmente alle aree più arretrate del continente per ridurre le
disuguaglianze territoriali4.
L’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) ha calcolato che la
cifra- obiettivo di 800 miliardi potrà essere raggiunta solo con una forte
crescita del deficit pubblico degli Stati UE. Per quanto riguarda l’Italia,
paese già pesantemente indebitato, l’adeguamento al piano di riarmo potrebbe
comportare una spesa militare aggiuntiva di 95 miliardi di euro in quattro anni
e il deficit pubblico, oggi al 4%, anziché ridursi gradualmente fino al 3% –
secondo quanto richiesto da Bruxelles – rischia di crescere fino al 4,6%5. Le
proposte riarmiste della Commissione europea comporteranno inoltre un’espansione
delle spese militari dei paesi UE fino a 580 miliardi di euro circa entro il
2029. Le quote dei bilanci statali per la “difesa” degli Stati membri avevano
già subito una crescita del 31% nel periodo 2021-2024, raggiungendo i 326
miliardi (1,9% del PIL), anche in conseguenza delle forniture militari
all’Ucraina in guerra contro la Russia. Si tratta di cifre enormi, di per sé
insostenibili, che hanno già prodotto ricadute catastrofiche in termini di
accesso ai servizi sociali di base e al welfare da parte della maggioranza della
popolazione europea.
Aspetto meno analizzato ma altrettanto dirompente di ReArm Europe è l’ulteriore
processo di militarizzazione dei territori che esso genererà in alcune aree, in
particolare nei Paesi dell’Europa orientale. Nel Libro bianco si fa esplicito
accenno alla creazione di uno Scudo orientale al confine con la Russia e la
Bielorussia e di una Linea di difesa del Baltico “per promuovere la deterrenza e
contrastare le minacce militari e ibride”. Il rafforzamento dei sistemi di
protezione delle frontiere dell’Unione europea, sempre secondo Bruxelles,
includerà un “mix completo di barriere fisiche e lo sviluppo delle
infrastrutture e di moderni sistemi di sorveglianza”.
Anche le reti trasportistiche e le infrastrutture logistiche sono sottoposte ai
piani di intervento finanziario affinché siano rese idonee a svolgere funzioni
di mobilità militare. «Sono necessari investimenti significativi per migliorare
le capacità di trasporto aereo di merci e le capacità in quanto alle
infrastrutture per i combustibili mediante depositi, porti, piattaforme di
trasporto aereo, marittimo e ferroviario, linee ferroviarie, vie navigabili,
strade, ponti e poli logistici, grazie all’elaborazione di un piano strategico
per lo sviluppo della mobilità militare, in collaborazione con la NATO», spiega
la UE. «La mobilità militare è un facilitatore essenziale della sicurezza e
della difesa europea. Grazie ad essa cresce l’abilità delle forze armate degli
Stati membri e degli alleati di spostare rapidamente truppe e attrezzature
attraverso l’Unione europea in caso di conflitto o di guerra ibrida
intensificata. Per questi trasferimenti, le forze armate hanno la necessità di
accedere a infrastrutture critiche che devono essere idonee ad uno scopo
duale»6.
Il programma EU Military Mobility è stato lanciato nel 2018 per consentire le
operazioni in ambito continentale e le missioni extra-area delle forze armate UE
e dei paesi membri, ma anche per rispondere alle richieste NATO. A seguito del
conflitto russo-ucraino, il 10 novembre 2022 è stato varato il Piano d’azione
per la mobilità militare 2.0 per potenziare e/o convertire a fini bellici le
infrastrutture trasportistiche UE e dei partner continentali (Ucraina, Moldavia
e paesi dei Balcani occidentali) e per «integrare la rete di distribuzione del
carburante a supporto della movimentazione delle truppe in tempi rapidi e su
larga scala». Al Piano 2.0 sono state destinate risorse per un miliardo e 700
milioni di euro nel quinquennio 2022-20267.
ReArm Europe ha previsto infine la conversione a fini bellici di ogni settore
del sapere, della conoscenza e della ricerca scientifico-tecnologica, a
partire ovviamente dal mondo universitario e dell’istruzione secondaria. Nella
risoluzione sulla politica di sicurezza e di difesa comune approvata a larga
maggioranza dal Parlamento europeo il 2 aprile 2025, nel capitolo su Difesa e
società, preparazione e prontezza civile e militare, l’Unione Europea e i suoi
Stati membri sono chiamati «a mettere a punto programmi educativi e di
sensibilizzazione, in particolare per i giovani, volti a migliorare le
conoscenze e a facilitare i dibattiti sulla sicurezza, la difesa e l’importanza
delle forze armate, e a rafforzare la resilienza e la preparazione delle società
alle sfide in materia di sicurezza» (art. 164). Si chiede, inoltre, «di mettere
a punto programmi di formazione dei formatori e di cooperazione tra le
istituzioni di difesa e le università degli Stati membri dell’UE, quali corsi
militari, esercitazioni e attività di formazione con giochi di ruolo per
studenti civili» (art. 167)8.
Per sostenere la ricerca, l’innovazione e lo sviluppo di nuove tecnologie
belliche, la Commissione Europea ha istituito nel 2017 uno specifico “Fondo
europeo per la difesa” (European Defence Fund – EDF). Scopo del fondo europeo è
quello di «promuovere l’interoperabilità e la mobilità militare, nonché lo
sviluppo di un complesso militare-industriale comunitario», sostenendo
«l’innovazione e le tecnologie critiche che rispondono alla formula del dual
use, ovvero di usi civili e militari». Nel periodo compreso tra il 2021 e il
2027 l’EDF ha previsto stanziamenti per 7,3 miliardi9.
Il 16 aprile 2026 la Commissione europea ha reso noto che nel corso dell’ultimo
anno erano stati promossi 57 progetti di collaborazione nel campo della ricerca
e dello sviluppo con una spesa di 1,07 miliardi di euro, prioritariamente per
produrre doni e loitering munitions (i cosiddetti droni kamikaze). Nello
specifico 675 milioni di euro sono stati destinati a progetti di sviluppo,
mentre i restanti 332 milioni per iniziative di ricerca. A questi finanziamenti
vanno poi aggiunti quelli previsti dall’EDF Work Programme 2026 (1 miliardo di
euro) e dall’European Defence Industry Programme (1,5 miliardi). Nel 2025, per
la prima volta dalla loro istituzione, anche l’Ucraina ha potuto accedere ai
fondi EDF, e «ciò ha segnato un passo significativo verso l’integrazione della
base industriale e tecnologica del settore difesa ucraino nell’ecosistema
europeo»10.
Tra i maggiori beneficiari dei programmi di riarmo dell’Unione europea ci sono
ovviamente le holding del vecchio continente produttrici di sistemi bellici.
Esse stanno rivedendo i propri piani produttivi e stanno dando vita a nuove
alleanze strategiche anche in vista della creazione di mega-concentrazioni
finanziarie ed industriali. Nel marzo 2025 il gruppo italiano leader del
comparto bellico, Leonardo S.p.A., ha presentato l’aggiornamento del proprio
piano industriale per il 2025-2029. Nello specifico Leonardo punta ad aumentare
le commesse nel quinquennio da 105 a 118 miliardi di euro, con ricavi
complessivi per 106 miliardi (contro i 95 previsti nel periodo 2024-2028)11.
Queste stime sarebbero frutto dei nuovi accordi di partenariato che il gruppo
Leonardo ha sottoscritto con altre importanti aziende del comparto militare. Il
6 marzo 2025 è stato firmato un memorandum of understanding con Baykar
Technologies (la società turca di proprietà di uno dei generi del presidente
Erdogan che ha rilevato il gruppo Piaggio Aerospace con sede e stabilimenti in
Liguria) per lo sviluppo, produzione e manutenzione di aerei senza pilota presso
i siti di Leonardo di Ronchi dei Legionari (Gorizia), Grottaglie (Taranto),
Torino, Roma Tiburtina e Nerviano (Milano). La società italiana spera di
ricavare da questo accordo più di 600 milioni nel quinquennio 2025-2029. Il 24
febbraio 2025 è stata costituita invece una joint venture con il colosso tedesco
Rheinmetall (Leonardo Rheinmetall Military Vehiche). La nuova società
italo-tedesca è controllata pariteticamente al 50% da Leonardo e Rheinmetall, ha
sede giuridica a Roma presso Rheinmetall Italia S.r.l. e sede operativa a La
Spezia presso gli ex stabilimenti OTO Melara del gruppo Leonardo. Alla Leonardo
Rheinmetall Military Vehiche è stata affidata dal governo Meloni-Crosetto, senza
bando di gara, la produzione di 1.050 cingolati AICS/A2CS e 272 carri armati MBT
da destinare all’Esercito italiano12.
Stando all’accordo stipulato dai due gruppi industriali, solo il 60% della
produzione dei nuovi sistemi da combattimento terrestri sarà effettuata in
Italia. Anche il know how è nettamente a favore dei tedeschi: i cingolati AICS
deriveranno dai Lynx Kf-41 progettati e realizzati da Rheinmetall, mentre i
carri armati MBT deriveranno dal Panther Kf-51. Il costo dell’intero programma
non è stato ancora determinato ma è prevedibile che esso supererà
abbondantemente i 23,2 miliardi di euro nei prossimi 15 anni13. Sempre lo scorso
anno, Leonardo ha acquisito il controllo di Iveco Defence Vehicles (IDV), già
divisione dei veicoli militari del gruppo controllato da Exor presieduto da John
Elkann, con sede centrale a Bolzano. Con l’acquisizione di Iveco Defence
Vehicles, Leonardo punta a rafforzare il proprio ruolo in ambito europeo nel
settore dei mezzi blindati e da trasporto militare. In particolare l’auspicato
polo Leonardo Rheinmetall-IDV si è candidato a diventare fornitore unico per il
nuovo programma plurimiliardario di trasporto blindato promosso dall’Unione
Europea.
Altrettanto dirompenti gli effetti dei programmi di riarmo europei e nazionali
in termini di militarizzazione dell’intero territorio italiano. A Torino è in
corso la realizzazione della Cittadella dell’Aerospazio, un mega-centro di
ricerca, sviluppo e sperimentazione di nuovi sistemi aerospaziali a fini civili
e militari, promosso dal Politecnico di Torino, UNITO e Leonardo S.p.A., con il
supporto finanziario di Regione Piemonte ed enti locali. Le attività della
Cittadella si intrecceranno con quelle dell’hub del programma “DIANA” (Defence
Innovation Accelerator for the North Atlantic) che la NATO ha stabilito di
collocare nel capoluogo piemontese, ma con “filiali” a La Spezia e Capua,
Caserta. “DIANA” è un acceleratore globale per startup e piccole e medie imprese
con lo scopo di sviluppare tecnologie “per la sicurezza e la difesa
dell’Alleanza Atlantica”14. Sempre a Torino, presso l’aeroporto di Caselle,
ancora Leonardo S.p.A. conta di realizzare gli stabilimenti per l’assemblaggio e
i test dei cacciabombardieri di sesta generazione in via di progettazione con
aziende militari del Regno Unito e del Giappone. Sempre in Piemonte, a Cameri
(Novara), Leonardo sta assemblando per conto del colosso statunitense Lockheed
Martin i caccia di quinta generazione F-35 “Lightining II” ordinati dalle forze
armate italiane e da alcuni paesi europei.
La Cittadella dell’Aerospazio di Torino, gli stabilimenti di Leonardo a Caselle
e Cameri sono solo gli aspetti più eclatanti del piano di sviluppo di veri e
propri distretti e/o poli militari, aerospaziali, terrestri e navali-sottomarini
che sta interessando in particolare Piemonte, Lombardia e Liguria, grazie al
contributo finanziario statale e regionale. A ciò si accompagna il sempre
maggiore rafforzamento della presenza militare NATO in queste aree territoriali,
a partire dal comando dell’Alleanza di Solbiate Olona (Varese) “NRDC-ITA (NATO
Rapid Deployable Corps – Italy)” per la gestione di operazioni di pronto
intervento terrestri principalmente sul Fronte Sud.
Sempre in Lombardia, a Ghedi (Brescia), sorge una delle due installazioni
aeroportuali italiane dove sono state stoccate da US Air Force armi nucleari
tattiche di ultima generazione, le B61-12, che possono essere impiegate anche da
alcuni reparti specializzati dell’Aeronautica Militare italiana. Il secondo
scalo è quello di Aviano (Pordenone), ampiamente utilizzato per le operazioni di
rifornimento di sistemi d’arma e carburante dei reparti di volo impiegati dagli
Stati Uniti d’America nelle operazioni di attacco all’Iran a partire del 28
febbraio 202615.
Un ruolo di eccellenza nei piani di guerra USA in Europa orientale, Medio
Oriente e continente africano è riservato alle basi militari “ospitate” nella
città e nella provincia di Vicenza, a partire da Camp Ederle, dall’ex aeroscalo
“Dal Molin” (oggi “Del Din”) e dalla ex base nucleare di Longare. In particolare
a Vicenza è stato insediata la 173a Brigata Aviotrasportata di US Army, reparto
impiegato dalla seconda metà degli anni Sessanta del secolo scorso in tutti i
conflitti che hanno visto impegnati gli Stati Uniti d’America (Vietnam, Iraq,
Afghanistan, Ucraina, ecc.). Vicenza è pure sede dell’U.S. Army Southern
European Task Force, Africa (SETAF-AF), la struttura dell’esercito statunitense
per le operazioni nel Sud Europa e nel continente africano. Pericolosi scenari
di guerra sono stati prefigurati dal governo italiano e da alcuni alleati NATO
anche per il porto di Trieste: in vista del rafforzamento degli “aiuti”
economici e militari all’Ucraina in guerra contro la Russia e della
“ricostruzione” del Paese dopo l’auspicata fine del conflitto, Trieste potrebbe
essere convertita in “Polo logistico portuale internazionale” pro Kiev16.
L’intera regione della Toscana si sta trasformando in un vero e proprio hub
strategico per le forze armate italiane, statunitensi e NATO: è in atto il
potenziamento dello scalo militare di Pisa San Giusto; la costruzione di una
nuova megabase a Pisa e Pontedera per ospitare i corpi d’élite dell’Arma dei
Carabinieri; l’istituzione a Firenze (Caserma “Predieri”) di un nuovo Comando
per le operazioni della forza di pronto intervento terrestre della NATO
(Multinational Division South, MND-S); il sempre maggiore utilizzo della base di
US Army di Camp Darby (tra Pisa e Livorno) per il trasferimento di armi e mezzi
da guerra nelle aree di conflitto in Medio Oriente.
In Puglia si assiste purtroppo al crescente ruolo strategico e operativo delle
principali installazioni militari aeree e navali (gli scali di Amendola, Gioia
del Colle, Galatina, Grottaglie e i porti di Taranto e Brindisi), in ambito
nazionale, NATO ed extra NATO, nonché al sempre più asfissiante intreccio tra
forze armate, aziende del comparto militare industriale (Leonardo, Avio, Boeing,
ecc.) e i centri di ricerca universitari della regione.
Il conflitto in corso in Iran e nel Golfo Persico ha reso ancora più evidente la
centralità di due grandi infrastrutture militari ospitate in Campania, il Joint
Force Command Naples (JFC), il Comando NATO di Napoli-Lago di Patria (Giugliano)
e la Naval Support Activity Naples della Marina Militare USA con quartier
generale presso l’aeroporto di Napoli Capodichino. L’area di intervento del
Comando NATO JFCricopre l’Atlantico orientale fino al Mediterraneo, i Balcani e
l’Europa orientale e l’intero Medio Oriente. NSA Naples è il Comando delle forze
navali degli Stati Uniti d’America per l’Europa e l’Africa (NAVEUR-NAVAF) a cui
spetta il compito di pianificare e coordinare le attività delle unità di
superficie, dei sottomarini e degli aerei in un’area geostrategica ancora più
estesa: metà Atlantico, Baltico, Mediterraneo, Caspio, Mar Nero e aree costiere
africane17.
Più noti al grande pubblico i soffocanti processi di militarizzazione che hanno
investito le due grandi isole italiane, la Sardegna con i suoi grandi poligoni
di Capo Teulada e Salto di Quirra e l’aeroporto di Decimomannu (Cagliari)
impiegato per la formazione dei piloti dei paesi membri della NATO e di alcuni
stati mediorientali; e la Sicilia con la grande stazione aeronavale di Sigonella
(in prima linea nelle operazioni di intelligence USA e NATO a sostegno
dell’Ucraina contro la Russia, di Israele contro la popolazione palestinese
della Striscia di Gaza e degli Stati Uniti d’America contro l’Iran), il
terminale terrestre a Niscemi, Caltanissetta del MUOS (il nuovo sistema di
telecomunicazione satellitare della Marina militare USA), gli scali NATO di
Trapani Birgi e Pantelleria. In Sicilia, tra l’altro, è stato avviato il
potenziamento infrastrutturale dell’aeroporto di Trapani in vista
dell’insediamento della “scuola di formazione” delle forze aeree internazionali
che hanno acquistato i cacciabombardieri F-35 e delle basi navali di Augusta
(Sicilia) e Messina, onde consentire l’approdo delle nuove unità da guerra
italiane e dei paesi partner dell’Alleanza Atlantica.
La rilevanza geostrategica delle principali basi militari USA e NATO esistenti
in Italia spiega il motivo per cui nessuna di queste sarà smantellata o
ridimensionata nei prossimi anni, nonostante l’establishment di Donald Trump
spinga verso una riduzione delle forze armate statunitensi schierate nel
continente europeo. L’Italia ha fatto e farà ancora da piattaforma di proiezione
avanzata statunitense in quelle aree ricche di fonti energetiche fossili (gas e
petrolio), uranio, terre rare, principalmente nel Golfo Persico e nel continente
africano18.
Oggi il Mediterraneo centrale con il Canale di Sicilia è forse ancora più
rilevante per gli interessi del capitale finanziario USA e occidentale dello
Stretto di Hormuz. Oltre ad essere attraversato dalle rotte delle petroliere e
dei mercantili che dal Medio Oriente e dall’Africa raggiungono i grandi terminal
dell’Europa settentrionale, il Canale di Sicilia è lo stretto marittimo da cui
passano le principali reti di cablaggio intercontinentali, dall’Estremo oriente
e dalla Cina fino all’Europa e, attraverso l’Atlantico, fino al Continente
americano. Ancora il Canale di Sicilia è attraversato dai grandi oleodotti e
gasdotti che trasferiscono in Italia le fonti di energia fossile dall’Algeria e
Tunisia. Ad essi potrebbe presto aggiungersi un nuovo gasdotto di 3.300
chilometri di lunghezza (il South2 Corridor) che dal Nord Africa dovrebbe
trasportare idrogeno all’Italia, all’Austria e alla Germania. Si tratta di un
progetto ritenuto “strategico” dalla Commissione europea per garantire
l’approvvigionamento del 20% dell’idrogeno che l’UE prevede di utilizzare a fini
energetici entro il 203019.
L’importanza della dimensione marittima e soprattutto subacquea del Mediterraneo
centrale per il transito delle fonti energetiche e del cablaggio internet o di
accesso alle materie prime strategiche è sempre più enfatizzata dagli analisti
militari. «A livello globale, il 70% del cibo, dei minerali, del gas e del
petrolio per un valore stimato in 400 miliardi di euro si trovano sottacqua»,
scrive RID – Rivista Italiana Difesa. «Focalizzando l’attenzione sul nostro
Paese, il 60% dei collegamenti internet italiani ha origine, o affiora, in sole
tre città – Mazara del Vallo, Catania e Bari – e la rilevanza di queste
infrastrutture può essere stimata con oltre il 90% dei Big Data passanti al loro
interno, per un controvalore, in ambito nazionale, prossimo ai 2.500 miliardi di
euro annui, valore in costante crescita. Nelle acque territoriali italiane
passano circa 781 km di gasdotti (…) Allo stato attuale, circa il 49% del gas
che entra in Italia transita attraverso gasdotti sottomarini, ripartiti
rispettivamente al 32% dal TransMed (Algeria-Mazara) che trasporta circa 2,4 mld
di m3, al 13% dal TAP (Azerbaijan-Melendugno), con un volume di circa 9,1 mld di
m3 di gas annui ed al 4% dal GreenStream (Libia-Gela), con circa 2,8 mld di m3.
Il 60% dei punti di affiori dei cavi di telecomunicazione, circa il 50% dei
gasdotti sottomarini e il 100% degli elettrodotti transnazionali (operativi o in
fase di implementazione) approda esclusivamente in Puglia e in Sicilia»20.
Ecco dunque le vere ragioni per cui è stato dato un nuovo colpo di acceleratore
ai processi di militarizzazione dei territori e delle infrastrutture logistiche,
specie nel Mezzogiorno, e gli Stati Maggiori nazionali, UE e NATO pongono la
“necessità” di esercitare un’attenta azione di vigilanza dei fondali marini e di
difesa delle infrastrutture subacquee, definite quest’ultime come Critical
Undersea Infrastructure “infrastrutture critiche sottomarine”21. Ad un Convegno
nazionale sulla “rilevanza del dominio subacqueo” promosso dal CeSI – Centro
Studi Internazionali, dalla Marina Militare e dal Ministero degli Affari Esteri
(giugno 2024), l’allora Capo di Stato Maggiore della Marina, ammiraglio Enrico
Credendino ha auspicato «una corsa agli abissi che segua ciò che è stato fatto
con la corsa allo spazio, tenuto conto delle enormi affinità tra i due domini in
termini di competitività, congestionamento e contesa tra Paesi»22.
Al summit NATO di Vilnius (luglio 2023) è stato creato il Maritime Centre for
the Security of Critical Undersea Infrastructure all’interno del Comando
marittimo dell’Alleanza “MARCOM”, con quartier generale a Northwood, Regno
Unito. Il 26 febbraio 2024, la Commissione europea ha emesso la Raccomandazione
UE 2024/779 sulle “infrastrutture di cavi sottomarini sicure e resilienti” in
vista del rafforzamento dei dispositivi di sicurezza e difesa delle reti. In
particolare, i Paesi membri dell’Unione sono stati invitati ad “adoperarsi per
approfondire ulteriormente la cooperazione con la NATO per quanto riguarda le
infrastrutture critiche di cavi sottomarini, in linea con la dichiarazione
congiunta sulla cooperazione UE-NATO, promuovendo la complementarità degli
sforzi”23.
In ambito nazionale, la Marina Militare ha dato vita a fine 2022 all’Operazione
Fondali Sicuri per la “tutela della Energy Security” e il “monitoraggio e
sorveglianza delle infrastrutture critiche subacquee”, sotto il Comando centrale
della Marina di Santa Rosa, Roma24. Inoltre è stato creato nel 2023 a La Spezia
il Polo Nazionale della dimensione subacquea (PNS), che ha come obiettivo
principale la valorizzazione del settore militare ed industriale in questo
settore, «promuovendo sinergie pubblico-private», tramite la realizzazione di
progetti di ricerca, sviluppo e sperimentazione tecnologica di nuovi sistemi
d’arma navali e sottomarini25.
Il nuovo Polo Nazionale della dimensione subacquea è forse l’emblema più
evidente del processo di “israelizzazione” del comparto
militare-industriale-accademico italiano, cioè di riproduzione di quel modello
bellico inter-istituzionale che si è affermato nello Stato sionista, con le
tragiche conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti a Gaza, in West Bank, in
Libano, Siria, Yemen, Iran. Il PNS opera in stretta collaborazione con il CMRE
(Centre for Maritime Research and Experimentation) di La Spezia, il Centro di
ricerca e sperimentazione marittima della NATO in ambito marittimo e subacqueo;
inoltre coopera con grandi, medie e piccole aziende del comparto industriale (in
particolare Leonardo S.p.A. e Fincantieri S.p.A.), con start up e centri di
ricerca accademici come l’Università di Genova. Dal 21 maggio 2025 il Centro
militare è stato trasformato in Fondazione di diritto privato. Tra i soci
fondatori compaiono il Ministero della Difesa, Difesa Servizi S.p.A., i
ministeri dell’Economia e dell’Università, AIAD (Federazione delle aziende per
l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza), la Conferenza dei Rettori delle
Università italiane, AID (Agenzia Italiana Difesa). Presidente è stata nominata
Roberta Pinotti, ex ministra della difesa, Pd26.
All’affaire plurimiliardario della produzione di sistemi da guerra underwater
guarda con sempre più attenzione la holding della cantieristica a capitale
statale, Fincantieri S.p.A.. «La minaccia ai cavi sottomarini e ad altre
infrastrutture essenziali è destinata ad aumentare; per questo in Fincantieri
stiamo investendo nella difesa e nella tecnologia subacquea, ampliando le nostre
capacità industriali», ha dichiarato lo scorso anno l’amministratore delegato
del gruppo, Pierroberto Folgiero. L’obiettivo è quello di raddoppiare le
dimensioni del business subacqueo entro il 2027, con ricavi stimati a 820
milioni di euro27. Non è certamente casuale che solo qualche settimana fa
l’assemblea degli azionisti di Orizzonte Sistemi Navali S.p.A., società
partecipata da Fincantieri (51%) e Leonardo (49%), abbia nominato come
presidente Enrico Credendino, Capo di Stato Maggiore della Marina Militare fino
al 28 ottobre 2025 e già Comandante in Capo della Squadra Navale (CINCNAV) della
Marina. Credendino, come abbiamo visto, è tra i sostenitori della corsa al
riarmo subacqueo e delle future underwater war28.
Orizzonte Sistemi Navali opera nel settore dell’ingegneria e della sistemistica
navale, progettando e realizzando unità navali militari, in particolare
corvette, fregate e portaerei. Con quartier generale a Genova, la società ha
registrato un fatturato nel 2024 di 176 milioni di euro. La politica delle
“porte girevoli”, cioè il repentino passaggio dalla divisa alla leadership
aziendale, caratterizza il comparto militare-industriale-accademico degli Stati
Uniti d’America ed Israele. Il sistema Italia prova a scimmiottare il modello
pur di affermarsi globalmente nell’ignobile mercato dei produttori e dei
mercanti di morte.
1
https://www.eeas.europa.eu/eeas/white-paper-for-european-defence-readiness-2030_en
2 https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/sv/statement_25_673
3 https://aresdifesa.it/via-libera-europeo-per-i-fondi-safe-allitalia/
4 A. Mazzeo, ReArm Europe. L’UE va alla guerra, in 800 miliardi di motivi per
dire NO alla Fortezza Europa (a cura dell’Osservatorio Repressione), I libri di
Left, Roma, maggio 2025.
5
https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/rearm-europe-ambizione-o-illusione-202521
6
https://www.eeas.europa.eu/eeas/white-paper-for-european-defence-readiness-2030_en
7
https://antoniomazzeoblog.blogspot.com/2023/03/trasportare-la-guerra-mobilita-militare.html
8 https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-10-2025-0034_IT.html
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https://www.stampalibera.it/2026/06/14/da-super-ammiraglio-a-leader-di-azienda-di-guerra-la-rapida-carriera-di-enrico-credendino/
Antonio Mazzeo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle
università
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