“La causa degli uomini liberi”. Il caso Hannoun e la lotta contro il colonialismo israeliano(disegno di ottoeffe)
Mentre il presidente dell’Associazione palestinesi in Italia, Mohamed Hannoun, è
rinchiuso in una cella del carcere di Genova, privato del diritto di replica, le
pagine dei principali quotidiani italiani forniscono ricostruzioni poliziesche e
giudiziarie, frammenti di intercettazioni telefoniche e ambientali, cenni alla
biografia dell’indiziato, fino a ieri semisconosciuto.
Partiamo da queste ultime. Chi è Mohamed Hannoun? “Un architetto di 63 anni,
cittadino giordano ma residente in Italia sin dal 1983, anno in cui si stabilì a
Genova”, scrive la redazione online di Rainews24. “L’imam di Genova che stava
per trasferirsi in Turchia”, secondo La Stampa, che però attribuisce ad Hannoun
la cittadinanza palestinese. Ci pensa la redazione del Post a chiarire:
“Mohammad Hannoun è palestinese, ma ha anche la cittadinanza giordana”. Curioso
profilo, adeguato alla tempesta mediatica scatenata ai danni non certo del solo
Hannoun, ma dell’intero movimento di solidarietà con la Palestina. Un
binazionale arabo, forse imam, che aspira a diventare turco, al centro di una
rete transnazionale che invia denaro ad Hamas, appendice palestinese della
fratellanza musulmana: quanto basta per sfamare l’immaginario orientalista e
islamofobo che ha oggi come funzione principale quella di “strutturare i
nazionalismi europei” più retrivi e aggressivi, per dirla con Enzo Traverso. Uno
sguardo che si innesta paradossalmente sulle classiche strutture idealtipiche
dell’antisemitismo ottocentesco. Quelle dell’ebreo errante e del pericolo di
sovversione giudeo-bolscevica, oggi tradotto con il termine
francese islamo-gauchisme, rilevabile nelle teorie della procura genovese,
secondo la quale esisterebbe il pericolo di una connessione tra i No Tav
valsusini e Gaza, via Genova e la sua moschea. Ancora La Stampa sottolinea come
la “pro-pal Angela Lano”, che figura tra gli indiziati nell’inchiesta, sia
laureata in letteratura araba e sia un’esperta di Islam – avrebbe addirittura
“aggiornato il grande dizionario enciclopedico della Utet per le voci
letteratura araba e letteratura persiana”, nel 1996, e quello di Repubblica, nel
2003, mentre il figlio distribuiva volantini contro la costruzione del treno ad
alta velocità Torino-Lione.
Ma torniamo ad Hannoun. Essere un cittadino palestinese-giordano, classe 1962,
vuol dire una sola cosa: essere nato in un campo profughi. Si tratta di
un’ovvietà per coloro che hanno una conoscenza, anche minima, della questione
palestinese. Meno ovvio per chi ha deciso di dare il suo caso in pasto a
un’opinione pubblica disorientata dalle mobilitazioni di massa per la Palestina
che hanno investito l’Italia dal 7 ottobre 2023 in avanti. L’ordine di
carcerazione emesso ai danni dei nove imputati accusati di finanziamento a
un’organizzazione terroristica non menziona in nessun caso il luogo di nascita,
salvo che per uno di loro, palestinese nato in Kuwait. Per tutti gli altri non è
indicata che la data.
Quello che potrebbe apparire come un semplice dettaglio, una sfumatura
burocratica, tradisce una realtà molto più complessa. Figli della Nakba, la
deportazione dei tre quarti degli abitanti della Palestina storica nel 1948
tramite l’impiego del terrore di massa contro la popolazione civile da parte dei
gruppi paramilitari Lehi e Irgoun, gli indiziati dell’operazione “Domino” sono
rifugiati nati in nessun luogo, o meglio nello “spazio di eccezione permanente”
del campo profughi palestinese¹. Si tratta della diaspora più visibile e più
invisibile del mondo, costretta ad abitare l’eterno paradosso di un diritto al
ritorno riconosciuto dal diritto internazionale, ma rinchiuso all’interno dei
confini di uno pseudo-Stato costruito a colpi di cannone dalla potenza
occupante. Gaza, il campo profughi più popoloso della Terra, ne è la
rappresentazione plastica evidente.
Queste premesse sono necessarie se si vuole capire chi è realmente Mohamed
Hannoun e perché egli abbia pronunciato le parole che gli investigatori hanno
intercettato nel corso degli ultimi vent’anni, scimmiottandole e riportandole in
maniera strumentale all’interno di un fascicolo di trecento pagine, scritto più
a Tel Aviv che a Genova. Hannoun è, come tutti i palestinesi, figlio di una
diaspora che Israele ha perseguitato in ogni angolo del mondo dal 1948 a oggi.
L’Italia non ne è esente. Dagli anni Sessanta in avanti, membri della diaspora
palestinese affluiscono sul territorio italiano costruendo reti organizzative di
diverso tipo, talvolta tollerate dal governo italiano, talvolta in conflitto con
esso. La loro storia si incrocia con quella dei cosiddetti “anni di piombo” e il
Mossad, il servizio segreto israeliano, agisce senza esclusione di colpi sul
suolo italiano. L’assassinio dell’intellettuale palestinese Wael Adel Zwaiter,
crivellato con dodici colpi di pistola da agenti israeliani a Roma, di fronte al
suo domicilio, il 16 ottobre 1972, ne è l’esempio più conosciuto. La frottola,
cara all’estrema destra italiana, della “pista palestinese” in relazione alla
bomba alla stazione di Bologna, deriva proprio dalla forte presenza
politicamente organizzata dei membri di Fatah e del Fronte popolare per la
liberazione della Palestina, che in Italia negli anni Settanta trafficavano
armi, con il beneplacito di alcuni ambienti governativi. Si tratta di una
memoria che si è gradualmente persa, a fronte della decomposizione
dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina, che ha fatto seguito
agli accordi di Oslo, e alla trasformazione delle sue delegazioni estere in
pseudo-ambasciate.
Insomma, Hannoun non viene dal nulla, né è un agente dell’islamismo
transnazionale, come vorrebbero farlo passare i magistrati genovesi e la grande
stampa nazionale. Il suo ruolo è comprensibile solo agli occhi
dell’organizzazione più complessiva del movimento per l’autodeterminazione del
popolo palestinese che, per natura, non può essere che diasporico. Calare questo
movimento nella propria storicità concreta è il presupposto per comprenderlo, al
di là delle mistificazioni influenzate dalla propaganda dello Stato occupante,
Israele, che accusa i palestinesi di qualcosa di cui esso stesso è il solo
responsabile: la natura diasporica della loro organizzazione.
D’altronde, i palestinesi non hanno inventato nulla. Riavvolgendo ancora il
nastro, è possibile scorgere lo stesso modello organizzativo tra altri gruppi in
lotta contro il colonialismo. Il caso del Fronte di liberazione nazionale (Fln)
algerino, cui le organizzazioni nazionaliste palestinesi si ispirano, è
emblematico. Definito come il “nerf de la guerre” – il nervo della guerra –, il
finanziamento all’organizzazione anticolonialista nell’ambito della guerra di
liberazione dal dominio francese (1954-1962) è uno degli aspetti più delicati
dell’attività estera dei militanti del Fronte. Dopo quattro anni di durissima
guerra, nel 1958, un emissario è inviato a Roma dal Fln, chiamato a svolgere
attività di organizzazione e propaganda – oggi i magistrati genovesi
preferiscono dire “lobbying”, ma la sostanza non cambia. Il suo nome era Tayeb
Boulahrouf, egli detiene un conto in banca, riceve e invia bonifici verso le
banche centrali del Fronte, situate al Cairo e a Damasco. Siamo in piena guerra
fredda e alcuni partiti politici italiani lo sostengono finanziariamente: si
vocifera che anche il direttore dell’Eni, Enrico Mattei, gli versasse denaro.
Alla Francia, teoricamente alleata di ferro, tutto ciò non va giù: il 5 luglio
1959 una potente bomba collocata nell’auto dell’algerino squarcia il cielo di
Roma. L’emissario del Fln sopravvive, al suo posto muore un bambino italiano.
Nel 1962 vengono firmati gli accordi di Evian e l’Algeria ottiene
l’indipendenza. Boulahrouf, prima collettore di fondi e “lobbysta” clandestino,
è nominato primo ambasciatore d’Algeria a Roma, con tutti gli onori.
Sono le ironie della storia, o talvolta il caso, a decidere, quando si lotta
contro un colonialismo feroce come quello d’insediamento – che accomuna
palestinesi e algerini, per averlo subìto –, se si verrà nominati ambasciatori,
o se si finirà al 41bis per finanziamento illegale di un gruppo terroristico; o
peggio ancora squarciati dall’esplosione di un ordigno posizionato nella propria
auto, o magari crivellati di colpi come Wael Adel Zwaiter.
Nel caso algerino, che è prezioso poiché esempio della sconfitta della
bestialità disumanizzante del colonialismo, è il lavoro dei solidali, dei
fiancheggiatori, dei “portatori di valigie” – i militanti europei che
attraversavano le frontiere dei paesi europei con valigie piene di contante per
finanziare il Fln, braccati dalla Francia coloniale finendo spesso dietro le
sbarre – a rendere possibile la strutturazione politica della diaspora e a
proteggerla dalla vendetta dell’occupante. Come recita la conclusione del
“manifesto dei 121”, che fu firmato da personalità di primo piano della sinistra
francese nel 1960, tra cui Jean-Paul Sartre, a difesa degli imputati di una
delle reti principali di portatori di valigie, diretta dal filosofo cattolico
Francis Jeanson: “La cause du peuple algérien, qui contribue de façon décisive à
ruiner le système colonial, est la cause de tous les hommes libres”. L’equazione
con la Palestina, “causa di tutti gli uomini liberi” degli anni Venti del nostro
secolo, è evidente.
Il caso Hannoun insegna qualcosa a coloro che in questi anni si sono indignati
di fronte al brutale genocidio del popolo palestinese, messo in atto da Israele.
La solidarietà ai palestinesi, senza i palestinesi, perde di senso. Non è
possibile apprezzare lo sforzo dei solidali impegnati nella Flottiglia, senza
riconoscere i meriti dell’attività di Mohamed Hannoun e delle altre persone ora
messe sotto processo – e non è un caso che la testa di questa struttura solidale
fosse proprio a Genova, città da cui la fase più intensa del movimento ha preso
vita la scorsa estate, anche grazie al lavoro della diaspora palestinese. Non è
possibile emozionarsi per i bambini trucidati dai missili teleguidati dagli
israeliani a Gaza, senza riconoscere il valore politico dell’attività svolta
dalla diaspora, tutta la diaspora, palestinese nel nostro paese. Di fronte al
contrattacco, che pretende di punire i nove palestinesi per cercare di
intimidire l’imponente movimento di solidarietà con Gaza nato negli ultimi mesi,
è necessario sgombrare il campo da ogni possibile ambiguità. Per gli Hannoun
passati, quelli presenti, e quelli che verranno, sulle cui spalle è portata la
“causa di tutti gli uomini liberi”. (nicola lamri)
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¹ Prendo in prestito questa definizione dall’amico cineasta Malek Rasamny,
autore del lungometraggio The native and the refugee (2019).