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Tassare i ricchi, referendum in California
Manca poco al 3 novembre, il giorno che sancirà quanto potere Trump possiede
ancora agli occhi degli elettori e dentro il Congresso. Se già la battaglia si
preannunciava infuocata, a rinfocolare per bene i tizzoni ci si è messa la
California, proponendo, in quattro e quattr’otto, un referendum statale abbinato
all’elezione federale di metà mandato: se vincesse, introdurrebbe per la prima
volta per volere popolare una tassa patrimoniale nella roccaforte della
proprietà privata.
Si tratta della Proposition 40, passata agli onori della cronaca come la “tassa
sui miliardari”, ossia un’imposta straordinaria una tantum del 5% su chi
possiede più di un miliardo di dollari. Si stima che ricadranno nei parametri
della tassa duecento ultra ricchi e che nell’arco di cinque anni (durante i
quali verrà spalmata la tassa) porterà alle casse della California circa cento
miliardi di dollari. È stata voluta da Dave Regan, presidente del sindacato dei
lavoratori della sanità dell’Ovest (United Healthcare Workers West SEIU-UHW),
uno dei più grandi degli States, con 120.000 iscritti solo in California.
Sebbene ancora molto lontana dall’ideale di un sistema sanitario pubblico e per
tutti, la California era uno degli Stati USA che più riusciva a garantire un
servizio medico (MEDIC-AID, qui conosciuto come MEDI-Cal) ai cittadini più
poveri e a fornire assistenza sociale ai disagiati. Questi programmi sono stati
le prime e principali vittime del “Big Beautiful Act” voluto da Trump, che ha
tagliato in maniera drastica e sconsiderata i fondi federali normalmente loro
destinati; ciò ha causato all’intero sistema sanitario una grave instabilità e
il rischio tangibile di un collasso di interi suoi settori. Da qui è partita la
miccia: l’idea di procurarsi i soldi necessari per salvare MEDI-Cal (a cui
andrebbe circa il 90 % del ricavato) prendendoli da dove ce ne sono in eccesso.
Con un sorrisetto beffardo non si può fare a meno di notare l’effetto boomerang
che l’atto di Trump ha messo in moto (lo rifarebbe se avesse potuto guardare
nella sfera di cristallo?). Dalla California l’idea di tassare chi possiede
troppo ha alzato un polverone in tutto il Paese e ne ha varcati i confini,
riempiendo le pagine di quotidiani di mezzo mondo, il web di video accorati e di
vignette satiriche dove, a suon di meme e slogan, ognuno dice la sua.
Insomma, parlare di tassare i ricchi non è più un tabù! I miliardari sembrano
essersene accorti e forse intimoriti che dalle parole si passi ai fatti
rispondono con azioni aggressive. Qualcuno, in verità, si è dimostrato da subito
collaborativo come Jensen Huang, il co-fondatore di Nvidia, e qualcun altro
recentemente ha alzato bandiera bianca (Zuckerberg pagherà), ma i più sembrano
decisi a dare battaglia senza mezze misure. Dunque da quando, a inizio giugno,
la Proposition 40 è apparsa al grande pubblico in tutta la sua folgorante
semplicità, si sono viste cordate di miliardari che, per bloccarne l’esito,
hanno già speso la follia di oltre 293 milioni di dollari in spots pubblicitari,
petizioni, consulenze tecnico-legali e altre diavolerie (le proposizioni 41 e
42, anch’esse parte dello stesso referendum, che se passassero, grazie a
cavilli, annullerebbero la 40 pur se avesse vinto) e sembrano pronti ad andare
anche oltre pur di non partecipare attivamente nel ricompensare la società.
Il primo spauracchio messo in campo dalle nobili menti è una minaccia di
immemorabile data, che suona più o meno così: “Se passa la tassa ce ne andiamo,
così da noi non avrete più nemmeno quello che vi diamo oggi.” Per rendere più
credibile la minaccia l’hanno condita con un po’ di terrorismo lavorativo: “Non
porteremo via solo la nostra figura fisica, sposteremo le fabbriche” (le high
tech in particolare). In verità questi traslochi non sono così semplici da fare
e potrebbero rivelarsi poco convenienti. Gli altri Stati USA, invece di
configurarsi come dei favolosi paradisi fiscali dove continuare ad accumulare
denaro senza scocciature, potrebbero trasformarsi in trappole. Se passasse la
Proposition 40 ogni americano medio guarderebbe con ammirazione alla vittoria
ottenuta dai californiani e potrebbe desiderare la stessa cosa.
Ma non è tutto oro quello che luccica e la strada è in salita. La Proposition 40
è stata formulata in fretta e furia per poter rientrare nei tempi previsti dalla
legge californiana per la votazione di medio termine e pertanto presenta delle
pecche. A mio avviso non gravi, paragonate al messaggio che veicola, ma che
comunque vale la pena di ricordare. Per bruciare i tempi l’equipe di Regan ha
fatto sondaggi a tappeto e in base alle risposte ottenute ha costruito i
dettagli del referendum. A ciò si aggiunge la clausola della retroattività, che
farà storcere il naso ai giuristi: per scongiurare il pericolo della fuga dei
miliardari la legge entrerebbe in vigore a partire dal 1° gennaio 2026. Tutti i
residenti fiscali in California in quella data sarebbero così soggetti alla
tassa, anche se in seguito si trasferissero in un altro Stato.
Inoltre piace poco ai più radicali perché valida solo per quest’anno, ma queste
sono quisquilie: se si è di buon animo e si cerca il bene della collettività si
superano e si vota SI. Purtroppo le cose non stanno così e non sarà facile
spuntarla: sebbene i sondaggi la diano in leggero vantaggio, gli esperti
ritengono che abbia solo un 30% di probabilità di vittoria, perché Regan ha
finito i soldi e dall’altra parte ci si aspetta un barrage di pubblicità
all’ultimo momento.
L’altro grosso problema, oltre all’opposizione dei miliardari, è il fronte
democratico, che si è spaccato. Bernie Sanders appoggia la proposta, mentre il
governatore della California Newson guida la linea del NO, seguito da alcuni
sindacati, tra cui quello degli insegnanti. Ognuno ha un proprio sporco, piccolo
privilegio da difendere, ma non entrerò in merito – forse si potrebbe dedicare
al tema un articolo o forse non lo meritano neppure. Semplicemente mi permetto
di scrivere che chi si illude di potersi sempre parare il culo facendo spallucce
ai problemi degli altri alla fine perirà sotto il peso della propria ignavia. La
rivoluzione arriverà e intanto l’idea di tassare i ricchi si sta facendo strada.
Buona notizia: in Italia la proposta di legge di iniziativa popolare 1% equo ha
già ampiamente superato le 50.000 firme necessarie per presentarla in
Parlamento.
Marina Serina
Siamo sulla strada di un’intifada globale contro l’impero
Questa settimana, uno studente, un ex marine statunitense, mi si è avvicinato
alla fine di una lezione per chiedermi: “Ma non pensa che l’Iran, la Russia o la
Cina potrebbero invaderci?“ “No“, ho risposto. “È un’altra paura instillata dai
mercanti di morte. Sono gli imperi che invadono; tutti gli altri […]
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Contropiano.
Bolivia. Luisa Gonzales arrestata dal narco-governo di Noboa
La destra narco-dittatura sostenuta dagli Stati Uniti in Ecuador ha arrestato la
candidata presidenziale Luisa González, del movimento correista di sinistra, con
accuse fabbricate ad arte. Questo è avvenuto dopo che il regime narco
dell’Ecuador ha bandito il principale partito di opposizione di sinistra.
L’Ecuador è governato dal dittatore Daniel […]
L'articolo Bolivia. Luisa Gonzales arrestata dal narco-governo di Noboa su
Contropiano.
Stati Uniti, un terrorista all’ONU
Chi è Orlando Gutierrez Boronat? Ci sono nomi che Washington ricicla quando ha
bisogno di qualcuno che si assuma la colpa di qualche azione infame contro Cuba.
Orlando Gutiérrez Boronat è uno di loro, selezionato dalla Casa Bianca per
partecipare come “ospite d’onore” a una riunione delle Nazioni Unite. È un
terrorista accertato.
Dietro il portavoce della cosiddetta “Assemblea della Resistenza Cubana” e la
sua retorica di “disobbedienza civile” si cela una storia di decenni di azioni
violente, finanziamenti opachi e incrollabile lealtà alla politica di
persecuzione di Washington contro l’isola.
La sua carriera iniziò nelle più dure organizzazioni controrivoluzionarie di
Miami: Abdala, il Fronte di Liberazione Nazionale Cubano, l’Organizzazione per
la Liberazione di Cuba e la Gioventù della Stella, quest’ultima responsabile del
posizionamento di decine di bombe a Miami. Da qui la sua dichiarata ammirazione
per Roberto D’Aubuisson, il fondatore degli squadroni della morte salvadoregni.
Orlando Gutierrez Boronat è responsabile dell’assalto compiuto da un gruppo di
uomini mascherati alla sede di Prensa Latina a Città del Messico e mantiene
legami professionali e personali con estremisti come Ramón Saúl Sánchez Rizo e
Santiago Álvarez Fernández Magriñá, oltre a un collegamento con il terrorista
Luis Posada Carriles.
L’organizzazione di cui ora è portavoce, l’Assemblea della Resistenza Cubana,
comprende Alpha 66, la Brigata 2506 e la Giunta Patriottica, tutte con una
storia di violenza documentata.
Il denaro ha alimentato la sua carriera. L’USAID ha donato alla sua Direzione
Democratica Cubana 97.321 dollari per un programma contro il turismo cubano e la
sua organizzazione avrebbe ricevuto quasi sette milioni di dollari da enti
governativi statunitensi tra il 2006 e il 2019.
Ma anche all’interno di questo ecosistema è stato messo in discussione: un altro
rappresentante yankee, l’ex ambasciatore Armando Valladares, lo ha accusato di
essersi appropriato di “milioni di dollari” del bilancio federale destinato alla
sovversione, con spese discutibili per stipendi e viaggi.
Boronat non è un dissidente perseguitato, è un contractor (così vengono chiamati
i mercenari in certi ambienti).
La sua ascesa alla ribalta internazionale non è casuale. Nel 2023, si è recato
in Ucraina per diffondere la falsa notizia che Cuba stesse inviando soldati a
combattere al fianco della Russia, un’operazione volta a spianare la strada a
un’offensiva contro Cuba alle Nazioni Unite e a minare l’accordo di cooperazione
con l’Unione Europea.
Il viaggio fu finanziato dal Dipartimento di Stato su raccomandazione
dell’allora senatore Marco Rubio, con tappe in Perù, Repubblica Dominicana,
Costa Rica, Paraguay e diversi Paesi europei.
Ora l'”onorevole” Boronat sta anche conducendo una campagna per sabotare le
votazioni annuali contro il blocco, facendo pressione sui governi
latinoamericani affinché si uniscano alla sua crociata e diffondendo notizie su
presunte violazioni dei diritti umani e sull'”insostenibilità” del sistema
economico cubano. Insomma, esegue gli ordini dei suoi superiori per minare il
sostegno internazionale all’isola in un forum in cui Washington non può
esercitare il diritto di veto.
Considerato il suo passato, non sorprende che nel luglio 2025 il governo cubano
lo abbia esplicitamente incluso nella lista nazionale dei terroristi presentata
al Segretario Generale delle Nazioni Unite, un documento che identifica 62
persone e 20 organizzazioni e chiede ad altri Paesi di collaborare al loro
arresto e alla loro estradizione.
Non si tratta di una nuova accusa né di un capriccio diplomatico: è il riassunto
documentato di una carriera che ha fatto del danneggiare Cuba il suo modus
operandi.
La cosa incredibile è che ci sono ancora governi che lo ricevono come
interlocutore. Non rappresenta alcun popolo, men che meno il popolo cubano, ma
un’industria che prospera sull’ostilità, sull’odio e sulla violenza.
Washington ammette senza vergogna un terrorista reo confesso alle Nazioni Unite.
Raúl Antonio Capote, Granma /Resumen Latinoamericano
https://www.occhisulmondo.info
Andrea Puccio
Negli Stati Uniti la protesta dal basso ha già bloccato oltre 70 progetti di data center
Almeno 75 progetti di data center, i capannoni pieni di server che fanno
funzionare l’intelligenza artificiale, sono stati bloccati o rinviati negli USA
nei primi tre mesi del 2026 per l’opposizione delle comunità locali, per circa
130 miliardi di dollari di investimenti. Li ha contati Data Center Watch, il
progetto della società di ricerca 10a Labs che segue i progetti contestati dai
residenti, secondo cui si tratta della «più grande concentrazione in un singolo
trimestre mai registrata», pari al valore di tutto il 2025. Solo tra aprile e
giugno l’osservatorio ne ha registrati altri 45, per quasi 68 miliardi. Un
numero complessivo preciso, però, non esiste e le due cifre di Data Center Watch
non possono essere sommate perché molti progetti fermati nel primo trimestre
sono rimasti contestati anche nel secondo. Il conteggio fa distinzione anche tra
progetti bloccati, cioè ritirati dopo le proteste, e progetti solo rinviati, che
possono ancora ripartire.
A confermare la tendenza è un’inchiesta del Financial Times, che cita il
conteggio della società RegLayers: almeno 47 grandi progetti rinviati, ritirati
o bocciati dall’inizio dell’anno. È una stima prudente, perché considera solo i
progetti più grandi, e comprende anche quelli fermati da permessi negati o da
difficoltà di finanziamento. Secondo la stessa inchiesta, quest’anno oltre mille
comunità locali hanno tentato di introdurre moratorie, cioè sospensioni
temporanee delle nuove costruzioni, o altri limiti. Intanto i gruppi locali di
opposizione sono più che raddoppiati rispetto alla fine del 2025 e sono presenti
in 49 Stati su 50.
Dietro i numeri ci sono storie di piccoli centri. Ad Archbald, cittadina della
Pennsylvania di circa 7.500 abitanti, il 27 marzo il Consiglio Comunale ha
respinto un complesso di 18 edifici proposto dalla texana Provident Realty
Advisors, davanti a circa 200 residenti. La legge statale imponeva di votare
entro quel giorno, altrimenti il progetto sarebbe stato approvato in automatico.
Gli abitanti temevano rumore, inquinamento luminoso e dell’aria, la perdita di
habitat naturali e il calo del valore delle case. «Non corrisponde alla retorica
del “buon vicino” che continuano a propinarci» ha detto la residente Janessa
Bednash a DeSmog. A Hoffman Estates, alla periferia di Chicago, settimane di
mobilitazione hanno spinto l’1 luglio la società Karis Critical a ritirare la
richiesta di trasformare 186 acri, circa 75 ettari, di terreni residenziali in
area industriale. I residenti avevano scoperto che il Comune discuteva il
progetto con l’azienda da un anno e mezzo e che negli atti pubblici non c’erano
studi ambientali né dati sul consumo d’acqua.
Chi si oppone contesta i consumi di elettricità e il conseguente aumento delle
bollette, l’acqua usata per raffreddare i server, il rumore e le scarse ricadute
positive sul territorio. Sulle bollette i timori hanno una base documentata.
Nella rete gestita da PJM, l’operatore che porta l’elettricità a 13 Stati
dell’est e del Midwest, il controllore indipendente del mercato ha calcolato che
la domanda dei data center, esistente e prevista, ha fatto salire di 23,1
miliardi di dollari i pagamenti per la “capacità”, cioè le somme versate alle
centrali per garantire che ci sia abbastanza potenza disponibile nei momenti di
picco. Solo nelle ultime due aste, 13,8 miliardi sono finiti direttamente nelle
bollette, e nei primi tre mesi del 2026 il costo all’ingrosso dell’elettricità è
cresciuto del 75,5% rispetto a un anno prima.
La mobilitazione, come avevamo raccontato, è poi passata dalle assemblee
comunali ai parlamenti statali tanto che, nelle prime sei settimane dell’anno
sono state depositate oltre 300 proposte di legge sui data center e in 14 Stati,
su iniziativa sia di democratici sia di repubblicani, è stata proposta una
moratoria statale. Lo Stato di New York ha sospeso per un anno i nuovi impianti
più grandi, mentre in Maine la moratoria approvata dal parlamento è stata
bloccata dal veto della governatrice democratica Janet Mills.
Washington spinge nella direzione opposta. La Casa Bianca ha ordinato alle
agenzie federali di accelerare i permessi per data center e centrali, e il
senatore repubblicano Tom Cotton ha chiesto al Dipartimento di Giustizia di
indagare se dietro gli attivisti ci siano potenze straniere con presunti
interessi nel rallentare la proliferazione di queste strutture. Il 9 ottobre la
FERC, l’autorità federale che regola le reti elettriche, ha approvato la
creazione di un registro dei grandi consumatori da almeno 50 megawatt nella rete
PJM, che raccoglierà date di allacciamento e fabbisogno di potenza dei nuovi
impianti.
Gli stop si sommano ai dubbi degli analisti. Secondo la banca d’investimento
Bernstein, solo il 35% dei data center annunciati negli Stati Uniti è davvero
realizzabile. La protesta, intanto, ha attraversato l’oceano. In Lombardia è
nata a settembre la prima rete dal basso contro i data center, che ha
già frenato due impianti e l’11 ottobre ha portato in piazza a Milano
la richiesta di una moratoria. Pochi giorni dopo il presidente della Regione
Lombardia Attilio Fontana ha annunciato una modifica della legge regionale,
mentre il governo va nella direzione opposta e ha dimezzato i tempi della
valutazione ambientale per i nuovi impianti.
L'Indipendente
Raccolta delle olive in Cisgiordania, arrestati attivisti solidali con i contadini palestinesi
Due italiani sono stati arrestati dall’esercito israeliano mentre erano in
visita nella Palestina occupata durante la raccolta delle olive. Manuel
Tartarotti, 35 anni, e il padre Alberto, 67, erano in Palestina per la campagna
di solidarietà con i contadini sottoposti alle vessazioni dei coloni e
dell’esercito di occupazione. Sono stati maltrattati, ammanettati con gli occhi
bendati e caricati sulle camionette, per essere arrestati per un giorno e poi
espulsi per terrorismo.
I due si trovavano in Cisgiordania per consegnare il Premio Langer
all’associazione Youth of Sumud, vinto per il riconoscimento della resistenza
nonviolenta palestinese.
Le forze di occupazione israeliane hanno arrestato 90 persone, tra cui il
candidato democratico al Congresso Brad Lander, mentre accompagnavano dei
contadini palestinesi nella raccolta delle olive nella città di Nahalin, a ovest
di Betlemme.
L’organizzazione israeliana Rabbis for Human Rights ha dichiarato che martedì
scorso le autorità hanno arrestato Lander, candidato democratico al Congresso
degli Stati Uniti per il 10° distretto di New York alle elezioni del mese
prossimo, mentre partecipava alla raccolta delle olive nella Cisgiordania
occupata.
Brad Lander è un politico ebreo-statunitense che in passato ha ricoperto la
carica di revisore dei conti della città e si è candidato a sindaco di New York.
È noto anche per le sue critiche alla guerra israeliana nella Striscia di Gaza
ed è un alleato di Zohran Mamdani.
ANBAMED
Michigan, due settimane prima del voto: chi decide le regole della definizione?
Due settimane prima del voto del 3 novembre, la campagna per il Senato in
Michigan sembra aver compiuto un altro passaggio. Tre settimane prima avevamo
posto una domanda: chi riuscirà a definire ciò che Abdul El-Sayed rappresenta?
Donald Trump e Mike Rogers cercavano di presentarlo non soltanto come un
candidato progressista, ma come un “radicale”, un “simpatizzante dei
terroristi”, qualcuno la cui identità musulmana poteva essere trasformata in
motivo di sospetto.
Ora quella battaglia sembra essersi spostata di un passo: non si discute più
soltanto di come definire El-Sayed, ma anche delle regole con cui quella
definizione viene costruita.
Una domanda e la domanda nascosta
Durante un incontro pubblico in Michigan, un partecipante ha chiesto a El-Sayed
se fosse disposto a prendere le distanze dai Fratelli Musulmani. La risposta
immediata è stata semplice: sì, assolutamente. Ma El-Sayed non si è fermato lì.
Ha chiesto perché l’interlocutore presumesse che un candidato musulmano dovesse
dimostrare esplicitamente la propria distanza da un’organizzazione islamista. Ha
poi paragonato quel tipo di sospetto alle domande sulla “doppia lealtà” rivolte
in passato a John F. Kennedy in quanto cattolico. [1] Il video dello scambio si
è diffuso rapidamente online, superando, secondo il Wall Street Journal, i 13
milioni di visualizzazioni.
Il punto interessante, tuttavia, non è la viralità, ma il cambiamento nella
struttura della risposta: El-Sayed non si limita più a respingere un’accusa.
Mette in discussione la premessa che rende possibile l’accusa.
Dalla risposta alla regola
La domanda sui Fratelli Musulmani può sembrare, presa isolatamente, una
richiesta di chiarimento politico. Ma nel contesto di questa campagna assume un
significato diverso. Trump ha continuato a chiamare El-Sayed “Mohammad”, a
definirlo “jihadist” e a collegarlo senza prove ai Fratelli Musulmani. Anche in
un comizio in Kansas, lontano dal Michigan, il presidente è tornato più volte su
El-Sayed, insieme ad altre figure politiche musulmane. [2] Rogers, da parte sua,
ha cercato ripetutamente di collegare El-Sayed a persone o organizzazioni
descritte come estremiste.
In questo contesto, la domanda non riguarda più soltanto una posizione politica.
Contiene anche una domanda implicita: quanto deve dimostrare un candidato
musulmano di appartenere pienamente alla comunità politica americana? È qui che
la risposta di El-Sayed modifica il terreno del confronto. Non dice soltanto:
“Non appartengo ai Fratelli Musulmani”. Dice, in sostanza: perché proprio io
devo superare questo test?
Un conflitto più ampio
La tensione non riguarda soltanto i due candidati. Associated Press ha descritto
la corsa del Michigan come un punto di concentrazione delle tensioni che
attraversano oggi parte dell’elettorato ebraico, musulmano e arabo-americano:
Israele, Gaza, antisemitismo, islamofobia, sicurezza e appartenenza nazionale si
sovrappongono in modi difficili da separare. [3]
Questo rende particolarmente delicato qualsiasi tentativo di trasformare
identità religiose o culturali in scorciatoie politiche. Essere critici verso il
governo israeliano non equivale automaticamente a ostilità verso gli ebrei;
essere musulmani non implica alcuna simpatia per movimenti islamisti. Sono
distinzioni ovvie in teoria. Durante una campagna elettorale polarizzata, però,
possono diventare precisamente il terreno della battaglia.
Chi definisce chi?
Tre settimane prima del voto, la domanda era: chi riuscirà a definire ciò che
El-Sayed rappresenta? Due settimane prima, quella domanda sembra essersi
approfondita. El-Sayed non cerca soltanto di proporre una definizione
alternativa di sé. Contesta il diritto dei suoi avversari di costruire quella
definizione partendo dalla sua religione e di chiedergli prove di appartenenza
che difficilmente verrebbero richieste nello stesso modo ad altri candidati.
Il conflitto passa così dalla definizione del candidato alle regole della
definizione. Ed è forse qui che la campagna del Michigan supera il caso
personale di Abdul El-Sayed. La domanda non riguarda più soltanto chi egli sia.
Riguarda anche quali domande una democrazia considera legittimo porre a un
candidato — e quali presupposti nascondono quelle domande.
Note
[1] WSJ, 20 ottobre 2026, “How an Abdul El-Sayed Opponent Handed Him a Campaign
Highlight”; Guardian, 19 ottobre 2026, “Man who heckled Abdul El-Sayed is former
Josh Hawley aide, records show”.
[2] Guardian, 19 ottobre 2026, cronaca del comizio di Donald Trump in Kansas,
con nuovi attacchi contro El-Sayed e altre figure politiche musulmane.
[3] AP, 17 ottobre 2026, “A bitter Michigan Senate race rattles Jewish and
Muslim voters already on edge over the war in Gaza”.
Articolo basato su materiali pubblicamente disponibili consultati fino al 20
ottobre 2026.
Kazuhiro Imamura
Ucraina ai titoli di coda, l’Unione Europea barcolla
Qualcosa si muove nella direzione di porre fine alla guerra in Ucraina. Non è
detto che arrivi al traguardo, ma si muove… Il fatto accertato più evidente è la
denuncia quotidiana che Zelenskij fa dopo ogni bombardamento: “i nostri alleati
non ci hanno avvertito e dato il tempo di lanciare […]
L'articolo Ucraina ai titoli di coda, l’Unione Europea barcolla su Contropiano.
Stati Uniti, milioni di persone alle manifestazioni “No Kings”
Negli Stati Uniti, sabato 17 ottobre milioni di persone sono scese in piazza in
oltre 3.000 eventi locali in tutti i 50 Stati, con l’obiettivo di mobilitare gli
elettori in vista delle elezioni di medio termine con lo slogan “No Kings”. Gli
organizzatori hanno cercato di renderla la giornata con il maggior numero di
votazioni anticipate nella storia degli Stati Uniti; stanno inoltre organizzando
osservatori alle urne e difensori delle elezioni pronti a rispondere a eventuali
sabotaggi elettorali.
“Avere la libertà qui in America è importante. Non avere un re che ci governa è
importante. Poter contare su un’assistenza sanitaria universale è importante. In
effetti ho subito un infortunio senza copertura sanitaria e mi è costato 48.000
dollari” ha denunciato Olivia Pope di Seattle.
Nel frattempo, il gigante dei social media Meta ha presentato le proprie scuse
dopo che l’account Instagram della coalizione No Kings è stato chiuso per
diverse ore durante le manifestazioni di sabato. Meta si è giustificata citando
un’azione automatizzata effettuata per errore. La coalizione No Kings chiede una
spiegazione, scrivendo: «Limitare le comunicazioni sul voto nel bel mezzo di
un’elezione è inaccettabile.»
Democracy Now!