Oltre l’etichetta di “falco”: la politica estera della premier giapponese Takaichi vista da sei prospettive internazionali
Guardare la politica estera da una prospettiva orientata alla pace porta
naturalmente a concentrarsi sul rafforzamento militare e sulle tensioni. Ma che
cosa emerge se, almeno all’inizio, mettiamo tra parentesi quel giudizio e
osserviamo con freddezza ciò che i media internazionali vedono o temono nella
politica estera della premier giapponese Sanae Takaichi?
Quando è entrata in carica nell’ottobre 2025, il ritratto dominante di Takaichi
era semplice: erede politica di Shinzo Abe, conservatrice, “falco” sulla
sicurezza, dura con la Cina e favorevole alla revisione costituzionale. Venivano
ricordati anche i rapporti con Taiwan e le visite al santuario Yasukuni, che
commemora i caduti giapponesi, compresi 14 criminali di guerra di classe A, ed è
perciò contestato in Cina e Corea del Sud.[1]
Quasi un anno dopo, la domanda è cambiata: non solo “Takaichi è un falco?”, ma
“come agisce nella pratica diplomatica?”.
Stati Uniti — Alleato affidabile, ma quanto autonomo?
Da Washington emerge anzitutto la centralità dell’alleanza. Con Donald Trump,
Takaichi ha utilizzato l’eredità di Abe combinando diplomazia personale,
investimenti, minerali critici e difesa.[2] Per l’establishment della sicurezza
americano, un Giappone più impegnato nella deterrenza verso la Cina è un alleato
desiderabile.
Il Financial Times ha però sottolineato il rovescio della medaglia: di fronte
all’imprevedibilità di Trump, Tokyo non dispone di un vero “piano B”.[3] E
Takaichi non accetta automaticamente ogni richiesta americana: sullo Stretto di
Hormuz, il governo ha richiamato i limiti giuridici all’impiego delle Forze di
autodifesa e privilegiato la diplomazia.[4] Quanto spazio autonomo può costruire
il Giappone dentro un’alleanza che resta fondamentale?
Europa — Che cosa sta diventando il Giappone?
Nei principali media europei il rafforzamento della difesa viene letto anche
come trasformazione dell’identità postbellica. Le Monde ha richiamato l’articolo
9 della Costituzione del 1947, la “clausola pacifista” con cui il Giappone
rinuncia alla guerra e limita l’uso della forza.[5]
Esportazioni di armi, capacità di contrattacco, revisione costituzionale e
dibattito sulle “tre regole non nucleari” — non possedere, non produrre e non
introdurre armi nucleari — pongono una domanda più ampia: diventando
militarmente più forte, che cosa conserva il Giappone del dopoguerra?[6]
Australia — Verso un ruolo regionale più autonomo?
Nel maggio 2026 Takaichi ha definito il rapporto con Canberra una “quasi
alleanza”, ampliando la cooperazione a difesa, energia, minerali critici e
sicurezza economica.[7] L’ABC ha messo in luce un dilemma condiviso: continuare
a contare sugli Stati Uniti, riducendo però il rischio di dipendere soltanto da
Washington.[8]
Una rete più fitta con Australia, Corea del Sud, Filippine, India e Sud-est
asiatico potrebbe ampliare il margine d’azione di Tokyo. È però presto per
parlare di autonomia strategica.
Corea del Sud — Separare storia e cooperazione
In Corea del Sud le aspettative iniziali erano negative. Pesavano Yasukuni, il
colonialismo, la questione delle “comfort women” — donne, molte coreane,
costrette o sottoposte a coercizione nel sistema dei bordelli militari
giapponesi — e quella dei lavoratori mobilitati durante il dominio coloniale.
Il rapporto con il presidente Lee Jae-myung si è però rivelato più stabile del
previsto. I due leader hanno intensificato gli incontri e la cooperazione su
energia, minerali critici, catene di approvvigionamento, Corea del Nord e
coordinamento con gli Stati Uniti.[9]
Takaichi non ha cambiato la propria visione della storia. La domanda è se sappia
separare le convinzioni ideologiche dalla gestione quotidiana delle relazioni
tra Stati. I nodi storici restano aperti: la tenuta di questo pragmatismo sarà
una prova importante.
Cina — Prima della gestione del conflitto viene la “base politica”
Per i media della Cina continentale serve una cautela: Xinhua, CGTN, China Daily
e Global Times sono molto più vicini alle posizioni ufficiali del governo e del
Partito rispetto ai grandi giornali occidentali. Mostrano quindi soprattutto
l’immagine pubblica e semi-ufficiale cinese della politica di Takaichi.
Le dichiarazioni del novembre 2025, secondo cui un conflitto su Taiwan potrebbe
costituire per il Giappone una “situazione di minaccia alla sopravvivenza”,
vengono presentate come la causa fondamentale del deterioramento. Pechino
sostiene che minino la “base politica” fissata dai quattro documenti
fondamentali che, dal comunicato congiunto del 1972 in poi, regolano i rapporti
sino-giapponesi.[10]
China Daily collega quelle dichiarazioni al rafforzamento militare, alle
esportazioni di armi e alla rete di cooperazione di sicurezza costruita da
Tokyo, accusando il governo di parlare di “relazioni stabili” mentre agisce
nella direzione opposta.[11]
Il South China Morning Post di Hong Kong aggiunge un elemento diverso: la
pressione cinese non ha necessariamente indebolito Takaichi e Pechino ha
faticato a mobilitare i paesi asiatici contro il Giappone.[12] Anche la risposta
cinese può irrigidire l’ambiente regionale.
Sud-est asiatico — Fiducia, ma senza logica di blocco
Nel Sud-est asiatico il Giappone gode ancora di una fiducia elevata. The Straits
Times ha descritto l’approfondimento dei rapporti con l’ASEAN come “interesse
nazionale illuminato”: rafforzare la resilienza regionale protegge anche le
catene di approvvigionamento giapponesi.[13]
L’ISEAS–Yusof Ishak Institute segnala però una riserva importante. Il
rafforzamento militare giapponese non viene necessariamente respinto;
diventerebbe problematico se fosse troppo conflittuale, marginalizzasse l’ASEAN
o spingesse la regione verso una logica di blocco.[14] Molti paesi sembrano
desiderare non soltanto un Giappone “più forte”, ma uno che allarghi il loro
spazio di scelta.
Sei prospettive, sei criteri diversi
Dire che all’estero si intrecciano giudizi “positivi” e “negativi” su Takaichi
spiega poco. Negli Stati Uniti si osservano capacità dell’alleato e autonomia;
in Europa, la trasformazione dell’identità del Giappone postbellico; in
Australia, la capacità di sostenere l’ordine regionale; in Corea del Sud, la
separazione tra controversie storiche e cooperazione; nei media cinesi, la
distanza di Tokyo dalla base politica tradizionale delle relazioni bilaterali;
nel Sud-est asiatico, se un Giappone più forte allarghi o restringa le
possibilità di scelta degli altri paesi.
Possiamo davvero mettere queste sei letture sullo stesso metro? Probabilmente
no: sono sei criteri diversi di “buona diplomazia”.
Takaichi sta uscendo, almeno nella gestione pratica, dall’immagine iniziale di
semplice “erede di Abe” e “falco anticinese”. Resta dura verso Pechino, ma non
segue automaticamente Washington; coopera pragmaticamente con Seul e amplia i
rapporti con Australia e Sud-est asiatico.
Sarebbe però prematuro chiamare tutto questo “autonomia strategica”. Per ora si
intravedono segnali di una ricerca: mantenere l’alleanza con gli Stati Uniti
come asse centrale, ma infittire altre relazioni per ampliare lo spazio d’azione
del Giappone.
Questa ricerca evolverà verso maggiore autonomia nell’alleanza, oppure
rafforzerà soprattutto una rete di sicurezza centrata sugli Stati Uniti? È
ancora presto per rispondere.
Resta allora una domanda: che cosa manca a questa mappa? Chiariti i criteri dei
principali media, possiamo passare alla fase successiva: mettere in luce ciò che
resta fuori.
Note e fonti
[1] Reuters, 21.10.2025; AP, 15.08.2026. [8] ABC Asia, 04.05.2026. [2] Reuters,
28.10.2025. [9] Associated Press, 19.05.2026. [3] Financial Times, 20.08.2026.
[10] Xinhua, 07.05.2026. [4] Reuters, 18.03.2026. [11] China Daily, 29.07.2026.
[5] Le Monde, 14.08.2026. [12] South China Morning Post, 19.03.2026. [6] Le
Monde, 06.08.2026. [13] The Straits Times, 21.05.2026. [7] ABC News Australia,
04.05.2026. [14] ISEAS–Yusof Ishak Institute, 04.02.2026.
Kazuhiro Imamura