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La Corte reimpone le sanzioni a Francesca Albanese. “E’ ostile agli interessi americani”
Il Dipartimento di Stato era stato chiaro: «Il governo intende reinserire il nome della signora Albanese nell’elenco delle persone sanzionate»; la promessa è stata mantenuta. La Corte d’Appello di Washington D.C. ha infatti rovesciato la decisione del tribunale distrettuale della capitale con cui il giudice federale Richard Leon disponeva la sospensione immediata delle sanzioni contro la Relatrice Speciale per le Nazioni Unite sui Territori Palestinesi Occupati Francesca Albanese, ricordando che proteggere la libertà di espressione «è sempre nell’interesse pubblico» degli Stati Uniti. L’ingiunzione del tribunale, sostiene la Corte d’Appello, «arreca un danno irreparabile al governo e al pubblico, interferendo con il potere decisionale dell’esecutivo in ambiti delicati come la sicurezza nazionale e gli affari esteri»; le sanzioni devono essere dunque ristabilite e la sentenza del giudice Leon ritirata. La sospensione delle sanzioni statunitensi a Francesca Albanese è durata appena una settimana. Essa era stata disposta lo scorso 13 maggio, in risposta alla causa intentata dalla famiglia di Albanese contro l’amministrazione USA, che aveva citato in giudizio il presidente Donald Trump e alcuni funzionari. Le sanzioni imposte contro la Relatrice, secondo i ricorrenti, violavano infatti il Primo, il Quarto e il Quinto Emendamento della Costituzione statunitense, configurando un sequestro di beni senza giusto processo. Le misure erano entrate in vigore il 9 luglio dello scorso anno, su effetto dell’ordine esecutivo 14023, firmato dal presidente Trump nel febbraio 2025: come spiegato dalla stessa Albanese, le sanzioni avevano avuto pesanti ripercussioni sulla sua vita, rendendole impossibile non solo recarsi nel suo ufficio presso la sede dell’ONU, a New York, ma anche avere un conto in banca (sia negli USA che in Italia) e, in generale, di effettuare qualsiasi genere di scambio economico – inclusa l’accettazione di un caffè al bar. Il giudice Richard Leon ha accettato gli argomenti dei ricorrenti e disposto il congelamento delle sanzioni contro la Relatrice. Una settimana esatta dopo, con un aggiornamento del Dipartimento del Tesoro passato in sordina, gli USA toglievano ufficialmente la Relatrice dalla lista delle persone sanzionate; il Dipartimento di Stato è tuttavia tornato sul tema, specificando che tale rimozione non costituiva un cambio di politica verso Albanese: «Il governo ha presentato ricorso contro la sentenza del tribunale», ha dichiarato. «Nel caso in cui la Corte d’Appello del Distretto di Columbia confermi o annulli tale sentenza, il governo intende reinserire il nome della signora Albanese nell’elenco SDN». Detto, fatto: appena 24 ore dopo l’aggiornamento sul sito del Dipartimento del Tesoro, la Corte d’Appello ha disposto il rovesciamento dell’ordine del tribunale distrettuale. Secondo i giudici, dal punto di vista tecnico le disposizioni di Leon sarebbero state viziate all’origine, poiché il Primo Emendamento – quello sulle libertà – non proteggerebbe i cittadini non statunitensi residenti all’estero; nonostante ricopra un ruolo che richiederebbe periodicamente la sua presenza fisica presso la sede dell’ONU a New York, Albanese, argomenta la Corte, non avrebbe «legami sostanziali» con il territorio statunitense, e, anche se li avesse, essi «non sarebbero sufficienti a garantire a un cittadino straniero residente all’estero la protezione del Primo Emendamento»; i giudici d’appello hanno inoltre motivato la propria decisione appellandosi al fatto che Albanese non fosse tra i ricorrenti, e che la portata dell’ingiunzione di Leon sarebbe «ben più ampia di quanto necessario per porre rimedio a un eventuale danno subito dai ricorrenti», che potrebbe essere risolto disapplicando le sanzioni contro di essi. Con tale decisione, la Corte d’Appello chiede al tribunale distrettuale di rivedere in tutto o in parte la propria decisione e di revocare la sospensione delle sanzioni ad Albanese. Se avesse effetto, l’ingiunzione di Leon «minerebbe importanti interessi di sicurezza nazionale e di politica estera degli Stati Uniti, usurpando così l’autorità che la Costituzione e il Congresso hanno conferito al Presidente in questo ambito così delicato». Gli Stati Uniti avevano già tentato in varie occasioni di colpire Albanese, contestando ripetutamente (e sempre senza successo) la sua attività alle Nazioni Unite, ma le sanzioni dirette sono giunte solamente dopo la pubblicazione del rapporto in cui stilava una lunga lista di aziende (molte delle quali europee e statunitensi) complici del progetto israeliano di colonizzazione della Palestina. Il danno potenziale, evidentemente, avrebbe potuto essere il più temuto di tutti: quello di natura economica. Nel report non vengono citate solo le aziende belliche come la italiana Leonardo, o quelle di sorveglianza tecnologica come Palantir, ma anche Amazon, Carrefour, AirBnB, Booking, IBM, HP, Microsoft e molte altre, oltre a ONG, fondi pensionistici, istituti finanziari.   L'Indipendente
May 28, 2026
Pressenza
Non una goccia di petrolio russo per Cuba
La Russia aveva annunciato che non avrebbe lasciato sola Cuba: una petroliera avrebbe dovuto portare sull’isola un secondo carico di greggio, ma di quella nave non si è saputo più nulla. Cosa è successo? Gli Stati Uniti non hanno permesso alla petroliera russa Universal di raggiungere Cuba, secondo i dati della piattaforma di monitoraggio marittimo Starboard Maritime Intelligence. La nave, battente bandiera russa e carica di greggio ha trascorso quasi un mese alla deriva nel Mar dei Sargassi, vicino alle Antille, fino a quando ha cambiato rotta dirigendosi verso sud. In questo momento, la sua destinazione è definita “FOR ORDER”. In precedenza, la Russia aveva inviato petrolio sull’isola con la petroliera Anatoly Kolodkin che è riuscita ad attraccare senza problemi a marzo. Questa volta la pressione delle sanzioni statunitensi ha rallentato l’Universal, che non è stato in grado di ripetere la stessa rotta e raggiungere Cuba per scaricare l’indispensabile greggio. A questo punto a Mosca qualcuno dovrebbe farsi qualche domanda: Cuba non ha bisogno solo di solidarietà internazionale, ma anche di aiuti concreti e i carburanti sono la priorità per un sistema  colpito da blackout ripetuti, che mettono ogni giorno in serie difficoltà la popolazione e tutte le attività. Le parole non bastano più; occorre rompere il blocco energetico degli Stati Uniti con tutte le conseguenze del caso, se davvero da Mosca vogliono che la rivoluzione cubana non cada sotto i colpi dell’amministrazione statunitense. Andrea Puccio
May 28, 2026
Pressenza
Gli USA, il “petrogas-dollaro”, e i sintomi del caos predatorio
Riportiamo la traduzione di una lunga analisi di Richard Medhurst, giornalista britannico figlio di due peacekeeper delle Nazioni Unite. I suoi pezzi, riguardanti per lo più il Vicino Oriente e, in particolare, la Siria (dove è nato) e i crimini israeliani nella recente campagna genocidiaria, sono apparsi su Al Mayadeen, […] L'articolo Gli USA, il “petrogas-dollaro”, e i sintomi del caos predatorio su Contropiano.
May 27, 2026
Contropiano
Ripristinate le sanzioni a Francesca Albanese, esultano i sionisti
La prevaricazione sistematica di Washington, nel silenzio generale dei suoi servi europei, continua a colpire una persona singola, alto funzionario dell’ONU, solo perché continua a denunciare il genocidio dei palestinesi, di cui tutto l’Occidente è complice e finanziatore: la Corte d’Appello del District of Columbia, cioè di Washington, ha temporaneamente […] L'articolo Ripristinate le sanzioni a Francesca Albanese, esultano i sionisti su Contropiano.
May 26, 2026
Contropiano
Gli Stati Uniti rimuovono le sanzioni contro Francesca Albanese
Gli Stati Uniti hanno rimosso il nome della relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, Francesca Albanese, dalla lista degli individui colpiti da sanzioni. Lo ha annunciato il Dipartimento del Tesoro statunitense sul proprio sito web. Questa decisione arriva una settimana dopo che il giudice statunitense Richard Leon aveva temporaneamente sospeso le sanzioni, stabilendo che l’amministrazione Trump aveva violato il diritto alla libertà di espressione di Albanese per le sue critiche alla guerra di Israele contro Gaza.   ANBAMED
May 21, 2026
Pressenza
Gli Stati Uniti sanzionano funzionari cubani
La lista delle persone e delle entità cubane sanzionate dagli Stati Uniti si allunga. Il Dipartimento del Tesoro statunitense, a seguito dell’ordine esecutivo firmato dal presidente Trump lo scorso 1° maggio, ha annunciato lunedì misure contro alti funzionari, capi e istituzioni militari cubane. La decisione va inquadrata nella politica di massima pressione dell’amministrazione degli Stati Uniti nei confronti dell’isola. Le misure implicano il blocco di beni sotto la giurisdizione degli Stati Uniti e vietano le transazioni finanziarie con cittadini o entità statunitensi. Secondo l’elenco dell’Ufficio per il controllo dei beni stranieri (OFAC) sono stati inclusi nella lista il presidente dell’Assemblea nazionale del Poder Popular, i ministri dell’energia, della giustizia e delle comunicazioni. Nella  lista compaiono anche i capi dell’esercito orientale e centrale, il capo del controspionaggio militare e la Direzione Generale dell’Intelligence, insieme al Ministero dell’Interno e alla Polizia Nazionale Rivoluzionaria. La misura arriva in mezzo a un aumento delle tensioni tra Washington e L’Avana. Cuba viene accusata di minacciare la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e della regione e per questo l’amministrazione di Donald Trump ha inasprito il sessantennale blocco economico, commerciale e finanziario oltre a minacciare l’isola con un attacco militare. www.occhisulmondo.info Andrea Puccio
May 19, 2026
Pressenza
Cuba, una minaccia per gli Stati Uniti?
Cuba è stata definita dall’amministrazione di Donald Trump una minaccia inusuale e straordinaria per la sicurezza degli Stati Uniti e della regione, ma, come sempre, quando da Washington vengono espressi tali giudizi non si forniscono i motivi. Quali potrebbero essere le paure della Casa Bianca? Negli ultimi mesi Cuba è tornata nel mirino della Casa Bianca, che ha emesso nuove sanzioni per cercare di far capitolare il legittimo governo di L’Avana. Dall’amministrazione statunitense si sta cercando, oltre che con le sanzioni, anche con la presentazione di rapporti al Congresso, di convincere che l’isola rappresenta davvero una minaccia per il Paese a stelle e strisce. La visita del direttore della CIA John Ratcliffe a Cuba, oltre a scatenare mille ipotesi sui motivi del suo viaggio, ha rafforzato l’idea che l’isola rappresenti davvero una minaccia. I mezzi di informazione hanno cercato di interpretare il senso della sua trasferta. La notizia è stata confermata dal governo di Miguel Diaz Canel che, ovviamente, non ha riferito i dettagli dei colloqui. Ma tornando alla questione principale, ovvero quale sarebbe la minaccia che Cuba rappresenterebbe per gli Stati Uniti,  l’ex direttore della CIA Robert Gates nel suo programma Face The Nation per  CBS News, mette in evidenza quale potrebbero essere le paure dell’amministrazione Trump. Robert Gates non è una persona qualunque, ha guidato la CIA e poi è stato Segretario alla Difesa con due presidenti diversi, di partiti diversi. L’ex capo della CIA sostiene che l’amministrazione statunitense teme una grande migrazione di cubani verso gli Stati Uniti a causa della situazione difficile. Inoltre sostiene che Cuba non è una minaccia per il suo Paese. Se dalla Casa Bianca temono che i cubani emigrino in massa verso gli Stati Uniti potrebbero fare la cosa più semplice: rimuovere le sanzioni che sono la causa dell’emigrazione e lasciare quindi libera l’isola di svilupparsi secondo le sue esigenze e progetti. Mi sembra una situazione in cui il cane si morde la coda. Da un lato le sanzioni servono alla Casa Bianca per fare pressioni sul governo mettendo la popolazione al centro delle loro politiche, rendendo la vita dei cubani sempre più difficile con la speranza di una ribellione interna. Dall’altra le sanzioni sempre più pressanti spingono i cubani a emigrare verso altre nazioni, Stati Uniti compresi. La strategia di massima pressione che gli Stati Uniti stanno portando avanti nei confronti di Cuba potrebbe davvero portare a un’emigrazione di massa, simile a quella dei primi anni Ottanta del secolo scorso. Non è certo poi che un cambio di governo sull’isola impedirebbe questo scenario. Penso piuttosto che se crollasse il sistema attuale si aprirebbe un’emigrazione di massa verso gli Stati Uniti, scenario che Donald Trump teme. La sua politica è sempre stata quella di un’emigrazione zero. Sarebbe difficile per lui spiegare ai suoi elettori un’invasione di migranti cubani dopo un’azione che avesse portato a un cambio di governo sull’isola. In questo quadro gli Stati Uniti, per giustificare le continue sanzioni contro Cuba, redigono rapporti nei quali l’isola continua ad essere vista come una minaccia per la loro sicurezza. Il Ministro degli Esteri di Cuba, Bruno Rodríguez Parrilla, ha denunciato che il governo degli Stati Uniti costruisce “giorno dopo giorno, senza alcuna scusa legittima, rapporti fraudolenti” per giustificare sia la “guerra economica spietata” che un’eventuale aggressione militare contro l’isola. In un messaggio su X, Rodríguez Parrilla ha affermato che “media specifici fanno il gioco” per Washington, promuovendo calunnie e facendo trapelare allusioni di aggressione e dichiarazioni ostili e interventiste da fonti del governo degli Stati Uniti. Il ministro ha ribadito, come ha sottolineato anche il Presidente Miguel Díaz-Canel, che Cuba non è una minaccia per gli Stati Uniti o per qualsiasi altro Paese e non vuole la guerra, ma difende la pace e allo stesso tempo si prepara ad affrontare qualsiasi aggressione esterna nell’esercizio del diritto alla legittima difesa riconosciuto nella Carta delle Nazioni Unite. Il presidente ha avvertito che qualsiasi azione di guerra provocherebbe “un bagno di sangue con conseguenze incalcolabili” e avrebbe un impatto distruttivo sulla pace e sulla stabilità regionale. www.occhisulmondo.info     Andrea Puccio
May 18, 2026
Pressenza
Cuba, censure e informazione manipolata
La guerra informativa contro Cuba è sempre stata una costante per chi dagli Stati Uniti ha cercato per oltre sessant’anni di riportare la isla rebelde sotto il proprio controllo. Con l’avvento dei social network che permettono, se stai dalla parte giusta, di veicolare contenuti e opinioni a migliaia di persone in tempi brevissimi, questa guerra ha raggiunto livelli fino a pochi anni fa impensabili. Se però le tue opinioni e i tuoi contenuti non sono utili al sistema, allora le censure sono all’ordine del giorno. Poi si possono usare siti e profili social per veicolare informazioni false o palesemente distorte per portare avanti una determinata narrazione. Niente di nuovo, direte, ma il caso Cuba merita di essere approfondito. Negli Stati Uniti hanno capito da tempo che giocare con le menti delle persone, in questo caso dei cubani e dell’opinione pubblica mondiale, è assolutamente necessario per portare avanti la narrativa secondo cui Cuba è un Paese fallito, dove il governo non è in grado di assolvere alle più elementari esigenze della popolazione. Si arriva addirittura a pensare, leggendo i vari articoli sfornati giornalmente da pseudo mezzi di informazione che si definiscono indipendenti, che qualcuno nel governo di Miguel Diaz Canel si diverta a vedere i proprio cittadini soffrire. Quindi un intervento per riportare democrazia e libertà è necessario per Cuba. Sono stati creati molti siti che hanno sede negli Stati Uniti e ricevono finanziamenti direttamente dalla Casa Bianca  per diffondere e manipolare le informazioni su Cuba.  Negli ultimi tempi la crisi energetica è l’argomento principe su questi siti. La situazione nel Paese caraibico è oggettivamente molto complessa: abbiamo scritto molte volte dei blackout, della caduta del sistema elettrico nazionale che comporta buio completo per diverse ore. La popolazione resiste, ma ovviamente la pazienza ha un limite. Recentemente alcune manifestazioni sono state registrate a L’Avana e Santiago de Cuba, tutto oro per la propaganda a stelle e strisce. I vari Cybercuba, ADN Cuba, CubaNet e così via non hanno perso tempo per imputare i motivi delle manifestazioni alla fine della pazienza della popolazione nei confronti del governo. Ovviamente non riferiscono che i deficit energetici che l’isola soffre non dipendono dalla cattiva volontà del governo, né dalla voglia di qualcuno a L’Avana di infliggere continue persecuzioni alla popolazione, ma dalle sanzioni imposte al popolo cubano da chi paga i loro stipendi. Questi mezzi di propaganda vivono grazie alle sovvenzioni del governo degli Stati Uniti e per questo ne seguono le direttive. Non si può parlare, come sostengono, di libera stampa, ma di giornalismo di parte, finanziato per portare avanti la narrazione che Cuba è uno Stato fallito. Narrazione ripetuta da  Donald Trump e dal suo socio Marco Rubio, utilizzando il vecchio e sempre attuale adagio che una bugia ripetuta mille volte diventa una verità. Le cause delle sofferenze del popolo cubano vengono costantemente negate, non si parla mai del blocco economico, commerciale e finanziario che l’isola subisce dal 1962 da parte degli Stati Uniti, non si menzionano mai nessuna delle numerose sanzioni che ampliano lo stesso blocco, Se manca il combustibile per il funzionamento delle centrali termoelettriche è colpa del governo che non lo compra, scrivono; si dimenticano ovviamente di ricordare ai lettori che dal 29 gennaio è in vigore un ordine esecutivo di Donald Trump che impone dazi aggiuntivi del 25% a tutti i Paesi che commerciano petrolio e i suoi derivati con l’isola. Quindi appare ovvio che se non c’è il petrolio la colpa non è del governo di Miguel Diaz Canel, ma delle sanzioni statunitensi. A questo si aggiunge l’ordine esecutivo della Casa Bianca del 1° maggio, con il quale vengono bloccati tutti i depositi delle aziende che collaborano a qualunque titolo con Cuba detenuti negli Stati Uniti, Un’altra mossa che intende privare l’isola degli investimenti esteri. Ricordiamo che Donald Trump ha dato un mese di tempo a tutte le aziende straniere per lasciare l’isola, pena l’intervento sui loro beni negli Stati Uniti. Ma queste sono solo le ultime sanzioni emesse dal pacifista della domenica. Si legge nella nostra stampa, che riprende le veline dei vari mezzi di informazione statunitensi finanziati dalla Casa Bianca, che il blocco economico, commerciale e finanziario non esiste; nel migliore dei casi, quando viene riconosciuto, si dice che tale misura non colpisce la popolazione, ma solamente i dirigenti del governo e del Partito Comunista. Andatelo a dire ai milioni di cubani che sono costretti a cucinare con il carbone perché non c’è corrente elettrica. Andatelo a dire alle migliaia di persone che non possono essere operate per la mancanza di medicine o energia elettrica nelle sale operatorie. Andatelo a dire ai malati oncologici che non possono essere curati perché le medicine di cui hanno bisogno sono di produzione statunitense e il blocco impedisce il loro acquisto; questi sono solo alcuni esempi, ma la lista è lunghissima. Poi si legge che tutto sommato la situazione non è così difficile, che il blocco esiste solo nella fantasia dei governanti, che lo utilizzerebbero per mantenere il loro potere, perché dagli Stati Uniti arriva pollo surgelato. Verissimo, il pollo surgelato arriva dagli Stati Uniti perché una licenza speciale del 2000 lo permette, pagandolo però in anticipo. Parallelamente alle notizie false o palesemente manipolate da questi organi di disinformazione troviamo le censure vere e proprie attuate dai social network nei confronti degli account ufficiali del governo. Vengono promosse le notizie pubblicate dai vari siti finanziati dalla Casa Bianca, mentre vengono sistematicamente nascoste le informazioni ufficiali. Uno studio condotto dall’Osservatorio sui Media di Cubadebate da gennaio a maggio sul social X ha rivelato che gli account ufficiali del governo cubano, come quello del Partito Comunista, del Ministero degli Interni, del Ministero della Salute, del Ministero degli Esteri hanno subito delle vere e proprie censure. L’account del Partito Comunista di Cuba ha avuto un calo del 33%, quello del Ministero degli Esteri del 35%, quello del Ministero delle Forze Armate del 34%, quello del Ministero dell’Interno del 59%,  quello del Ministero della Salute del 36% e così via. Tutto questo avviene contemporaneamente all’aumento della pressione del governo statunitense nei confronti di Cuba, sia in termini pratici, con l’emissione di nuove sanzioni, sia sotto il profilo mediatico, con l’inasprimento della propaganda informativa e con le censure agli organi ufficiali. Si può tranquillamente parlare di una vera e propria guerra cognitiva nei confronti del governo cubano. Un recente rapporto del Centro di ricerca economica e politica, con sede a Washington, afferma che tra il 2019 e il 2024 le sanzioni statunitensi  hanno causato a Cuba un aumento del 148% della mortalità infantile e la morte di almeno 1.800 neonati, riferisce Cubainformaciòn. Hanno inoltre ridotto del 59% le entrate per il turismo, del 23%  i servizi medici e del 42% le rimesse estere. Le sanzioni hanno lo scopo di asfissiare l’economia e di esasperare la popolazione per portarla alla ribellione, meglio se accompagnata da atti violenti, la propaganda serve a preparare il terreno. E se poi qualcuno perde la vita per la mancanza di una medicina, sarà considerato un danno collaterale necessario per riportare democrazia e libertà nel Paese. www.occhisulmondo.info   Andrea Puccio
May 16, 2026
Pressenza
Un giudice Usa sospende le sanzioni contro Francesca Albanese
Un giudice federale di Washington ha sospeso temporaneamente le sanzioni imposte dall’amministrazione Trump contro Francesca Albanese, la giurista italiana, una delle voci più dure contro la distruttiva offensiva di Israele che ha fatto decine di migliaia di morti a Gaza tra il 2023 e il 2025 e contro l’impunità garantita […] L'articolo Un giudice Usa sospende le sanzioni contro Francesca Albanese su Contropiano.
May 15, 2026
Contropiano
La situazione energetica a Cuba
Vicente de la O Levy, Ministro dell’Energia e delle Miniere di Cuba in una conferenza stampa ha esaminato la difficile situazione energetica degli ultimi mesi. Una delle maggiori lamentele che i cubani quotidianamente sollevano nei confronti del governo è la percezione che i blackout energetici non siano distribuiti equamente tra la popolazione. Si sostiene che alcuni circuiti non sono mai soggetti a interruzione, mentre altri sono sottoposti a sospensioni dell’erogazione elettrica per tempi molto lunghi. Il ministro ha spiegato che “Il sistema elettro-energetico non è progettato per i blackout.” Nessuno dei grandi investimenti storici, nessuna delle interconnessioni, nessuna delle sottostazioni è stata concepita pensando che i circuiti dovessero subire interruzioni in maniera rotativa e per mesi di seguito. Ha spiegato che “si parte dalla domanda esistente, dalla capacità di generazione disponibile e da una previsione di copertura. Questo calcolo, che viene aggiornato quotidianamente, mostra quanti megawatt di deficit ci saranno a mezzogiorno e nella notte. E questo deficit è distribuito tra le province”. Ogni provincia ha differenti esigenze elettriche e questo è il primo problema. Inoltre nella rete elettrica alcuni circuiti possono essere disattivati e altri no. In questi ultimi si trovano strutture che devono ricevere energia costantemente, come gli ospedali, centri di produzione e altro. “Nel Paese vengono protetti ogni giorno più di 600 circuiti che consumano più di 800 MW. Questi circuiti includono tutti gli ospedali dell’isola, le strutture economiche prioritarie e i cosiddetti circuiti DAF”, ha sottolineato Vicente de la O Levy. Conosciuti soprattutto dagli abitanti della capitale, sono circuiti che non possono essere spenti perché, di fronte a fluttuazioni nel sistema, sono quelli che si aprono e si chiudono automaticamente per regolare la frequenza ed evitare un collasso generalizzato. Durante la notte viene pianificata la quantità di energia necessaria per quel giorno e vengono decise, di conseguenza,  le interruzioni di energia e in quali circuiti. Può succedere però che durante il giorno una centrale subisca un guasto o un malfunzionamento e così tutti i calcoli fatti fino a quel momento diventano carta straccia. Purtroppo le centrali sono vecchie e il blocco economico, commerciale e finanziario degli Stati Uniti impedisce l’acquisto di pezzi di ricambio e il loro ammodernamento. “I sistemi elettrici funzionano con riserva”, ha continuato il ministro. “Questi circuiti possono escludere un’unità per manutenzione. In un Paese normale, quando un impianto entra in manutenzione, altre unità di backup coprono la sua assenza senza che la gente se ne accorga, ma Cuba non ha quella riserva, andata persa nel corso degli anni a causa della situazione economica e finanziaria prodotta per il 99,9% dal blocco americano.” La conclusione è semplice: ogni volta che un’unità deve essere fermata per manutenzione o per un guasto, non c’è nessun’altra che la sostituisca. Il deficit generato da questo arresto si traduce direttamente in più ore di blackout per la popolazione. Per la produzione di energia elettrica occorrono milioni di tonnellate di combustibile, sia diesel che greggio e il Paese non dispone di queste quantità a causa delle ripetute sanzioni statunitensi, come le ultime imposte da Donald Trump. La produzione interna di Cuba, pur in aumento, non è comunque sufficiente per garantire l’indipendenza energetica dell’isola. E’ chiaro che molti, se non tutti, i problemi del sistema energetico cubano vadano ricercati nelle centinaia di misure e sanzioni che gli Stati Uniti hanno imposto a Cuba nel corso degli anni. La mancanza di petrolio, necessario per la produzione elettrica, non dipende, come sovente viene propagandato, dall’inefficienza del governo cubano, ma dalle conseguenze del blocco statunitense, con il fine ultimo di spingere i cubano a ribellarsi contro il governo. www.occhisulmondo.info Andrea Puccio
May 14, 2026
Pressenza