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Tassare i ricchi, referendum in California
Manca poco al 3 novembre, il giorno che sancirà quanto potere Trump possiede ancora agli occhi degli elettori e dentro il Congresso. Se già la battaglia si preannunciava infuocata, a rinfocolare per bene i tizzoni ci si è messa la California, proponendo, in quattro e quattr’otto, un referendum statale abbinato all’elezione federale di metà mandato: se vincesse, introdurrebbe per la prima volta per volere popolare una tassa patrimoniale nella roccaforte della proprietà privata. Si tratta della Proposition 40, passata agli onori della cronaca come la “tassa sui miliardari”, ossia un’imposta straordinaria una tantum del 5% su chi possiede più di un miliardo di dollari. Si stima che ricadranno nei parametri della tassa duecento ultra ricchi e che nell’arco di cinque anni (durante i quali verrà spalmata la tassa) porterà alle casse della California circa cento miliardi di dollari. È stata voluta da Dave Regan, presidente del sindacato dei lavoratori della sanità dell’Ovest (United Healthcare Workers West SEIU-UHW), uno dei più grandi degli States, con 120.000 iscritti solo in California. Sebbene ancora molto lontana dall’ideale di un sistema sanitario pubblico e per tutti, la California era uno degli Stati USA che più riusciva a garantire un servizio medico (MEDIC-AID, qui conosciuto come MEDI-Cal) ai cittadini più poveri e a fornire assistenza sociale ai disagiati. Questi programmi sono stati le prime e principali vittime del “Big Beautiful Act” voluto da Trump, che ha tagliato in maniera drastica e sconsiderata i fondi federali normalmente loro destinati; ciò ha causato all’intero sistema sanitario una grave instabilità e il rischio tangibile di un collasso di interi suoi settori. Da qui è partita la miccia: l’idea di procurarsi i soldi necessari per salvare MEDI-Cal (a cui andrebbe circa il 90 % del ricavato) prendendoli da dove ce ne sono in eccesso. Con un sorrisetto beffardo non si può fare a meno di notare l’effetto boomerang che l’atto di Trump ha messo in moto (lo rifarebbe se avesse potuto guardare nella sfera di cristallo?). Dalla California l’idea di tassare chi possiede troppo ha alzato un polverone in tutto il Paese e ne ha varcati i confini, riempiendo le pagine di quotidiani di mezzo mondo, il web di video accorati e di vignette satiriche dove, a suon di meme e slogan, ognuno dice la sua. Insomma, parlare di tassare i ricchi non è più un tabù! I miliardari sembrano essersene accorti e forse intimoriti che dalle parole si passi ai fatti rispondono con azioni aggressive. Qualcuno, in verità, si è dimostrato da subito collaborativo come Jensen Huang, il co-fondatore di Nvidia, e qualcun altro recentemente ha alzato bandiera bianca (Zuckerberg pagherà), ma i più sembrano decisi a dare battaglia senza mezze misure. Dunque da quando, a inizio giugno, la Proposition 40 è apparsa al grande pubblico in tutta la sua folgorante semplicità, si sono viste cordate di miliardari che, per bloccarne l’esito, hanno già speso la follia di oltre 293 milioni di dollari in spots pubblicitari, petizioni, consulenze tecnico-legali e altre diavolerie (le proposizioni 41 e  42, anch’esse parte dello stesso referendum, che se passassero, grazie a cavilli,  annullerebbero la 40 pur se avesse vinto) e sembrano pronti ad andare anche oltre pur di non partecipare attivamente nel ricompensare la società. Il primo spauracchio messo in campo dalle nobili menti è una minaccia di immemorabile data, che suona più o meno così: “Se passa la tassa ce ne andiamo, così da noi non avrete più nemmeno quello che vi diamo oggi.” Per rendere più credibile la minaccia l’hanno condita con un po’ di terrorismo lavorativo: “Non porteremo via solo la nostra figura fisica, sposteremo le fabbriche” (le high tech in particolare). In verità questi traslochi non sono così semplici da fare e potrebbero rivelarsi poco convenienti. Gli altri Stati USA, invece di configurarsi come dei favolosi paradisi fiscali dove continuare ad accumulare denaro senza scocciature, potrebbero trasformarsi in trappole. Se passasse la Proposition 40 ogni americano medio guarderebbe con ammirazione alla vittoria ottenuta dai californiani e potrebbe desiderare la stessa cosa. Ma non è tutto oro quello che luccica e la strada è in salita. La Proposition 40 è stata formulata in fretta e furia per poter rientrare nei tempi previsti dalla legge californiana per la votazione di medio termine e pertanto presenta delle pecche. A mio avviso non gravi, paragonate al messaggio che veicola, ma che comunque vale la pena di ricordare. Per bruciare i tempi l’equipe di Regan ha fatto sondaggi a tappeto e in base alle risposte ottenute ha costruito i dettagli del referendum. A ciò si aggiunge la clausola della retroattività, che farà storcere il naso ai giuristi: per scongiurare il pericolo della fuga dei miliardari la legge entrerebbe in vigore a partire dal 1° gennaio 2026. Tutti i residenti fiscali in California in quella data sarebbero così soggetti alla tassa, anche se in seguito si trasferissero in un altro Stato. Inoltre piace poco ai più radicali perché valida solo per quest’anno, ma queste sono quisquilie: se si è di buon animo e si cerca il bene della collettività si superano e si vota SI. Purtroppo le cose non stanno così e non sarà facile spuntarla: sebbene i sondaggi la diano in leggero vantaggio, gli esperti ritengono che abbia solo un 30% di probabilità di vittoria, perché Regan ha finito i soldi e dall’altra parte ci si aspetta un barrage di pubblicità all’ultimo momento. L’altro grosso problema, oltre all’opposizione dei miliardari, è il fronte democratico, che si è spaccato. Bernie Sanders appoggia la proposta, mentre il governatore della California Newson guida la linea del NO, seguito da alcuni sindacati, tra cui quello degli insegnanti. Ognuno ha un proprio sporco, piccolo privilegio da difendere, ma non entrerò in merito – forse si potrebbe dedicare al tema un articolo o forse non lo meritano neppure. Semplicemente mi permetto di scrivere che chi si illude di potersi sempre parare il culo facendo spallucce ai problemi degli altri alla fine perirà sotto il peso della propria ignavia. La rivoluzione arriverà e intanto l’idea di tassare i ricchi si sta facendo strada. Buona notizia: in Italia la proposta di legge di iniziativa popolare 1% equo ha già ampiamente superato le 50.000 firme necessarie per presentarla in Parlamento.   Marina Serina
October 24, 2026
Pressenza
Stati Uniti, un terrorista all’ONU
Chi è Orlando Gutierrez Boronat? Ci sono nomi che Washington ricicla quando ha bisogno di qualcuno che si assuma la colpa di qualche azione infame contro Cuba. Orlando Gutiérrez Boronat è uno di loro, selezionato dalla Casa Bianca per partecipare come “ospite d’onore” a una riunione delle Nazioni Unite. È un terrorista accertato. Dietro il portavoce della cosiddetta “Assemblea della Resistenza Cubana” e la sua retorica di “disobbedienza civile” si cela una storia di decenni di azioni violente, finanziamenti opachi e incrollabile lealtà alla politica di persecuzione di Washington contro l’isola. La sua carriera iniziò nelle più dure organizzazioni controrivoluzionarie di Miami: Abdala, il Fronte di Liberazione Nazionale Cubano, l’Organizzazione per la Liberazione di Cuba e la Gioventù della Stella, quest’ultima responsabile del posizionamento di decine di bombe a Miami. Da qui la sua dichiarata ammirazione per Roberto D’Aubuisson, il fondatore degli squadroni della morte salvadoregni. Orlando Gutierrez Boronat è responsabile dell’assalto compiuto da un gruppo di uomini mascherati alla sede di Prensa Latina a Città del Messico e mantiene legami professionali e personali con estremisti come Ramón Saúl Sánchez Rizo e Santiago Álvarez Fernández Magriñá, oltre a un collegamento con il terrorista Luis Posada Carriles. L’organizzazione di cui ora è portavoce, l’Assemblea della Resistenza Cubana, comprende Alpha 66, la Brigata 2506 e la Giunta Patriottica, tutte con una storia di violenza documentata. Il denaro ha alimentato la sua carriera. L’USAID ha donato alla sua Direzione Democratica Cubana 97.321 dollari per un programma contro il turismo cubano e la sua organizzazione avrebbe ricevuto quasi sette milioni di dollari da enti governativi statunitensi tra il 2006 e il 2019. Ma anche all’interno di questo ecosistema è stato messo in discussione: un altro rappresentante yankee, l’ex ambasciatore Armando Valladares, lo ha accusato di essersi appropriato di “milioni di dollari” del bilancio federale destinato alla sovversione, con spese discutibili per stipendi e viaggi. Boronat non è un dissidente perseguitato, è un contractor (così vengono chiamati i mercenari in certi ambienti). La sua ascesa alla ribalta internazionale non è casuale. Nel 2023, si è recato in Ucraina per diffondere la falsa notizia che Cuba stesse inviando soldati a combattere al fianco della Russia, un’operazione volta a spianare la strada a un’offensiva contro Cuba alle Nazioni Unite e a minare l’accordo di cooperazione con l’Unione Europea. Il viaggio fu finanziato dal Dipartimento di Stato su raccomandazione dell’allora senatore Marco Rubio, con tappe in Perù, Repubblica Dominicana, Costa Rica, Paraguay e diversi Paesi europei. Ora l'”onorevole” Boronat sta anche conducendo una campagna per sabotare le votazioni annuali contro il blocco, facendo pressione sui governi latinoamericani affinché si uniscano alla sua crociata e diffondendo notizie su presunte violazioni dei diritti umani e sull'”insostenibilità” del sistema economico cubano. Insomma, esegue gli ordini dei suoi superiori per minare il sostegno internazionale all’isola in un forum in cui Washington non può esercitare il diritto di veto. Considerato il suo passato, non sorprende che nel luglio 2025 il governo cubano lo abbia esplicitamente incluso nella lista nazionale dei terroristi presentata al Segretario Generale delle Nazioni Unite, un documento che identifica 62 persone e 20 organizzazioni e chiede ad altri Paesi di collaborare al loro arresto e alla loro estradizione. Non si tratta di una nuova accusa né di un capriccio diplomatico: è il riassunto documentato di una carriera che ha fatto del danneggiare Cuba il suo modus operandi. La cosa incredibile è che ci sono ancora governi che lo ricevono come interlocutore. Non rappresenta alcun popolo, men che meno il popolo cubano, ma un’industria che prospera sull’ostilità, sull’odio e sulla violenza. Washington ammette senza vergogna un terrorista reo confesso alle Nazioni Unite. Raúl Antonio Capote, Granma /Resumen Latinoamericano https://www.occhisulmondo.info Andrea Puccio
October 23, 2026
Pressenza
Negli Stati Uniti la protesta dal basso ha già bloccato oltre 70 progetti di data center
Almeno 75 progetti di data center, i capannoni pieni di server che fanno funzionare l’intelligenza artificiale, sono stati bloccati o rinviati negli USA nei primi tre mesi del 2026 per l’opposizione delle comunità locali, per circa 130 miliardi di dollari di investimenti. Li ha contati Data Center Watch, il progetto della società di ricerca 10a Labs che segue i progetti contestati dai residenti, secondo cui si tratta della «più grande concentrazione in un singolo trimestre mai registrata», pari al valore di tutto il 2025. Solo tra aprile e giugno l’osservatorio ne ha registrati altri 45, per quasi 68 miliardi. Un numero complessivo preciso, però, non esiste e le due cifre di Data Center Watch non possono essere sommate perché molti progetti fermati nel primo trimestre sono rimasti contestati anche nel secondo. Il conteggio fa distinzione anche tra progetti bloccati, cioè ritirati dopo le proteste, e progetti solo rinviati, che possono ancora ripartire. A confermare la tendenza è un’inchiesta del Financial Times, che cita il conteggio della società RegLayers: almeno 47 grandi progetti rinviati, ritirati o bocciati dall’inizio dell’anno. È una stima prudente, perché considera solo i progetti più grandi, e comprende anche quelli fermati da permessi negati o da difficoltà di finanziamento. Secondo la stessa inchiesta, quest’anno oltre mille comunità locali hanno tentato di introdurre moratorie, cioè sospensioni temporanee delle nuove costruzioni, o altri limiti. Intanto i gruppi locali di opposizione sono più che raddoppiati rispetto alla fine del 2025 e sono presenti in 49 Stati su 50. Dietro i numeri ci sono storie di piccoli centri. Ad Archbald, cittadina della Pennsylvania di circa 7.500 abitanti, il 27 marzo il Consiglio Comunale ha respinto un complesso di 18 edifici proposto dalla texana Provident Realty Advisors, davanti a circa 200 residenti. La legge statale imponeva di votare entro quel giorno, altrimenti il progetto sarebbe stato approvato in automatico. Gli abitanti temevano rumore, inquinamento luminoso e dell’aria, la perdita di habitat naturali e il calo del valore delle case. «Non corrisponde alla retorica del “buon vicino” che continuano a propinarci» ha detto la residente Janessa Bednash a DeSmog. A Hoffman Estates, alla periferia di Chicago, settimane di mobilitazione hanno spinto l’1 luglio la società Karis Critical a ritirare la richiesta di trasformare 186 acri, circa 75 ettari, di terreni residenziali in area industriale. I residenti avevano scoperto che il Comune discuteva il progetto con l’azienda da un anno e mezzo e che negli atti pubblici non c’erano studi ambientali né dati sul consumo d’acqua. Chi si oppone contesta i consumi di elettricità e il conseguente aumento delle bollette, l’acqua usata per raffreddare i server, il rumore e le scarse ricadute positive sul territorio. Sulle bollette i timori hanno una base documentata. Nella rete gestita da PJM, l’operatore che porta l’elettricità a 13 Stati dell’est e del Midwest, il controllore indipendente del mercato ha calcolato che la domanda dei data center, esistente e prevista, ha fatto salire di 23,1 miliardi di dollari i pagamenti per la “capacità”, cioè le somme versate alle centrali per garantire che ci sia abbastanza potenza disponibile nei momenti di picco. Solo nelle ultime due aste, 13,8 miliardi sono finiti direttamente nelle bollette, e nei primi tre mesi del 2026 il costo all’ingrosso dell’elettricità è cresciuto del 75,5% rispetto a un anno prima. La mobilitazione, come avevamo raccontato, è poi passata dalle assemblee comunali ai parlamenti statali tanto che, nelle prime sei settimane dell’anno sono state depositate oltre 300 proposte di legge sui data center e in 14 Stati, su iniziativa sia di democratici sia di repubblicani, è stata proposta una moratoria statale. Lo Stato di New York ha sospeso per un anno i nuovi impianti più grandi, mentre in Maine la moratoria approvata dal parlamento è stata bloccata dal veto della governatrice democratica Janet Mills. Washington spinge nella direzione opposta. La Casa Bianca ha ordinato alle agenzie federali di accelerare i permessi per data center e centrali, e il senatore repubblicano Tom Cotton ha chiesto al Dipartimento di Giustizia di indagare se dietro gli attivisti ci siano potenze straniere con presunti interessi nel rallentare la proliferazione di queste strutture. Il 9 ottobre la FERC, l’autorità federale che regola le reti elettriche, ha approvato la creazione di un registro dei grandi consumatori da almeno 50 megawatt nella rete PJM, che raccoglierà date di allacciamento e fabbisogno di potenza dei nuovi impianti. Gli stop si sommano ai dubbi degli analisti. Secondo la banca d’investimento Bernstein, solo il 35% dei data center annunciati negli Stati Uniti è davvero realizzabile. La protesta, intanto, ha attraversato l’oceano. In Lombardia è nata a settembre la prima rete dal basso contro i data center, che ha già frenato due impianti e l’11 ottobre ha portato in piazza a Milano la richiesta di una moratoria. Pochi giorni dopo il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana ha annunciato una modifica della legge regionale, mentre il governo va nella direzione opposta e ha dimezzato i tempi della valutazione ambientale per i nuovi impianti.   L'Indipendente
October 22, 2026
Pressenza
Raccolta delle olive in Cisgiordania, arrestati attivisti solidali con i contadini palestinesi
Due italiani sono stati arrestati dall’esercito israeliano mentre erano in visita nella Palestina occupata durante la raccolta delle olive. Manuel Tartarotti, 35 anni, e il padre Alberto, 67, erano in Palestina per la campagna di solidarietà con i contadini sottoposti alle vessazioni dei coloni e dell’esercito di occupazione. Sono stati maltrattati, ammanettati con gli occhi bendati e caricati sulle camionette, per essere arrestati per un giorno e poi espulsi per terrorismo. I due si trovavano in Cisgiordania per consegnare il Premio Langer all’associazione Youth of Sumud, vinto per il riconoscimento della resistenza nonviolenta palestinese. Le forze di occupazione israeliane hanno arrestato 90 persone, tra cui il candidato democratico al Congresso Brad Lander, mentre accompagnavano dei contadini palestinesi nella raccolta delle olive nella città di Nahalin, a ovest di Betlemme. L’organizzazione israeliana Rabbis for Human Rights ha dichiarato che martedì scorso le autorità hanno arrestato Lander, candidato democratico al Congresso degli Stati Uniti per il 10° distretto di New York alle elezioni del mese prossimo, mentre partecipava alla raccolta delle olive nella Cisgiordania occupata. Brad Lander è un politico ebreo-statunitense che in passato ha ricoperto la carica di revisore dei conti della città e si è candidato a sindaco di New York. È noto anche per le sue critiche alla guerra israeliana nella Striscia di Gaza ed è un alleato di Zohran Mamdani. ANBAMED
October 22, 2026
Pressenza
Stati Uniti, milioni di persone alle manifestazioni “No Kings”
Negli Stati Uniti, sabato 17 ottobre milioni di persone sono scese in piazza in oltre 3.000 eventi locali in tutti i 50 Stati, con l’obiettivo di mobilitare gli elettori in vista delle elezioni di medio termine con lo slogan “No Kings”. Gli organizzatori hanno cercato di renderla la giornata con il maggior numero di votazioni anticipate nella storia degli Stati Uniti; stanno inoltre organizzando osservatori alle urne e difensori delle elezioni pronti a rispondere a eventuali sabotaggi elettorali. “Avere la libertà qui in America è importante. Non avere un re che ci governa è importante. Poter contare su un’assistenza sanitaria universale è importante. In effetti ho subito un infortunio senza copertura sanitaria e mi è costato 48.000 dollari” ha denunciato Olivia Pope di Seattle. Nel frattempo, il gigante dei social media Meta ha presentato le proprie scuse dopo che l’account Instagram della coalizione No Kings è stato chiuso per diverse ore durante le manifestazioni di sabato. Meta si è giustificata citando un’azione automatizzata effettuata per errore. La coalizione No Kings chiede una spiegazione, scrivendo: «Limitare le comunicazioni sul voto nel bel mezzo di un’elezione è inaccettabile.»   Democracy Now!
October 19, 2026
Pressenza
Zohran Mamdani compie 35 anni: auguri virtuali con l’impegno a compiere una buona azione o inviare una donazione
Una campagna lanciata su TikTok con la richiesta di firmare un biglietto di auguri per il sindaco di New York Zohran Mamdani, che compie oggi 35 anni, è diventata virale. La partecipazione richiede di compiere una buona azione nei confronti di qualcun altro o di inviare una donazione e ha già coinvolto 11.000 persone di oltre 3.500 città degli Stati Uniti e di altri Paesi (dalla Nuova Zelanda all’Etiopia), andando ben oltre l’iniziale coinvolgimento dei newyorkesi. Nel sito https://happybirthdaymistermayor.com/ donazioni a un rifugio per donne maltrattate, a una fondazione per popoli indigeni, a un banco alimentare e all’UNWRA si alternano ad atti di solidarietà e compassione verso vicini, familiari, colleghi e sconosciuti e a messaggi di ringraziamento per la speranza suscitata dall’impegno di Mamdani nel migliorare la vita quotidiana dei newyorkesi e per l’esempio di un politico che ascolta la gente e mantiene le promesse fatte. Viene da chiedersi quanti altri politici al mondo saprebbero suscitare una simile ondata di affetto, ispirazione, gratitudine e speranza.   Anna Polo
October 18, 2026
Pressenza
No Kings! No alle guerre! No all’ICE! a Firenze: le foto
Come a Roma ed in altre città italiane anche a Firenze questo pomeriggio gli Statunitensi contro la guerra hanno animato un presidio davanti a Palazzo Vecchio, con cartelli, canti e lettura di poesie. Dopo la primavera dell’anno scorso e il marzo di questo anno il movimento No Kings ha  dato appuntamento negli USA e fuori dal Paese il 17 ottobre per una giornata di protesta e un invito ad andare a votare anche in anticipo per strappare  il Congresso degli Stati Uniti ai Repubblicani di Trump. Nel volantino distribuito sono molte le voci e le rivendicazioni del movimento: vanno dal no alle guerre illegali, all’espulsione dell’Ice, il corpo di polizia che ferma, arresta e deporta con la violenza  i presunti cittadini immigrati essenzialmente neri e ispanici, alla promozione di una giustizia economica, alla difesa dei diritti umani, alla protezione del pianeta. Richieste  radicali che sono rivolte anche al Partito Democratico, che se nelle sue componenti liberal si contrappone alle destre estreme che sostengono Trump non ha raccolto e non raccoglie ancora se non in alcuni personaggi le istanze sociali di massa. no kings in Florence no kings in Florence no kings in Florence no kings in Florence no kings in Florence no kings in Florence no kings in Florence no kings in Florence no kings in Florence no kings in Florence no kings in Florence no kings in Florence no kings in Florence no kings in Florence no kings in Florence   Cesare Dagliana
October 17, 2026
Pressenza
Nithya Raman candidata sindaco a Los Angeles sull’esempio di Mamdani
Da New York a Los Angeles i socialisti lanciano una nuova sfida: Nithya Raman si presenta alle elezioni del 3 novembre con uno stile e un programma simili a quelli che hanno portato l’anno scorso alla vittoria di Zohran Mamdani a New York. Nata nel 1981 nello Stato indiano del Kerala, è emigrata negli Stati Uniti con la famiglia a sei anni ed è diventata cittadina americana a 22. Ha conseguito una laurea triennale in teoria politica all’Università di Harvard e un master in pianificazione urbana al Massachusetts Institute of Technology. Attiva in diverse organizzazioni di base, nel 2020 è stata eletta nel 4° distretto di Los Angeles, diventando la prima donna asiatica-americana a entrare nel Consiglio Comunale di Los Angeles. È stata riconfermata per un secondo mandato nel marzo 2024 e nel 2026 si è candidata a sindaco per le elezioni del 3 novembre, sfidando la sindaca uscente Karen Bass. Lo stile della campagna elettorale è quello ormai abituale dei tanti candidati che seguono l’esempio di Mamdani a diversi livelli – Consiglio Comunale, Senato e Camera dei Rappresentanti -, come Brad Lander, Claire Valdez e Darializa Avila Chevalier a New York, Abdul El-Sayed e William Lawrence in Michigan e Angie Nixon in Florida: porta a porta con migliaia di volontari, presenza capillare nel territorio e uso sapiente e dinamico dei social. Anche le prime dichiarazioni di Nithya Raman richiamano quelle ripetute molte volte dagli altri candidati: “Mi candido a sindaco per fare in modo che il nostro governo lavori per le persone, non per le corporation e gli interessi dei potenti.” Le proposte sono concrete e radicali, con un grande spazio alla crisi abitativa – con il rafforzamento delle tutele per gli inquilini e l’opposizione agli sfratti forzati – e al problema dei senzatetto – con la promessa di dimezzare il loro numero entro le Olimpiadi del 2028 e di eliminare gli accampamenti a lungo termine. Molto ferma anche la posizione sull’immigrazione, con la denuncia delle spietate retate dell’ICE, che tra il gennaio 2025 e l’agosto 2026 hanno portato all’arresto e alla deportazione di quasi 15.000 persone e sul genocidio commesso da Israele a Gaza (termine definito “inappropriato” dalla sindaca uscente Karen Bass). La candidatura di Nithya Raman è sostenuta da organizzazioni sindacali con migliaia di iscritti come EAA Union, Unite Here Local 11, Western States Carpenters e Writers Guild of America West PAC, organizzazioni politiche come i Democratic Socialists of America, Our Revolution e il California Working Families Party, gruppi ambientalisti e organizzazioni di base come Sunrise Movement, Sierra Club, Food & Water Action e Streets for All e molte altre. Il 12 ottobre, festeggiato a Los Angeles come Indigenous Peoples’ Day, in opposizione al Columbus Day contestato come colonialista, Nithya Raman ha reso pubblicamente omaggio alle tribù native locali e di tutta Turtle Island (il nome con cui i nativi americani chiamano gli Stati Uniti) e ha preso impegni precisi nei loro confronti: “Come sindaco, farò in modo che le famiglie indigene possano permettersi di vivere qui, sosterrò le imprese di proprietà dei nativi, consulterò le tribù locali in merito all’uso del territorio e garantirò che il Comune metta a disposizione le risorse necessarie per preservare le tradizioni culturali per le generazioni future.”     Anna Polo
October 16, 2026
Pressenza
Michigan, tre settimane prima del voto: chi definisce i confini dell’appartenenza?
A tre settimane dalle elezioni generali del 3 novembre, la corsa al Senato in Michigan è entrata in una fase diversa. Nelle settimane precedenti avevamo seguito soprattutto un esperimento di allargamento della coalizione: Abdul El-Sayed cercava punti di contatto con elettori lontani dal proprio campo, senza modificare le proprie posizioni. Prima l’anti-interventismo, poi alcuni temi condivisi con il mondo MAHA. Ora il conflitto sembra spostarsi su una domanda più fondamentale: chi ha il potere di definire a quale comunità politica appartiene un candidato? Da “radicale” a “estraneo” Il 7 ottobre Donald Trump è intervenuto direttamente nella campagna del Michigan, definendo El-Sayed un “RADICAL Extremist” e un “Terrorist Sympathizer”. Nei giorni successivi ha continuato gli attacchi, arrivando a chiamarlo “Mohammad” invece che Abdul e a usare espressioni come “Jihadist lunatic”. Reuters ha inserito queste dichiarazioni in un più ampio aumento della retorica anti-musulmana del presidente. [1] Reuters Non è la prima volta che El-Sayed viene presentato dai repubblicani come un candidato troppo a sinistra. Ma qui il terreno è diverso. La critica non riguarda più soltanto Medicare for All, Israele, Gaza, il rapporto con Hasan Piker o le sue posizioni economiche. Attraverso parole come “terrorist sympathizer”, “jihadist” e il richiamo esplicito alla sua identità musulmana, l’attacco arriva a suggerire qualcosa di più profondo: che il candidato non sia pienamente parte della comunità nazionale che vorrebbe rappresentare. È il passaggio dalla contestazione delle idee alla contestazione dell’appartenenza. Il dibattito porta questo conflitto sul palco Il giorno successivo al primo attacco di Trump, El-Sayed e Mike Rogers si sono affrontati nel loro primo dibattito televisivo. Il confronto è stato duro e personale. Rogers, mentre difendeva il proprio passato sostegno ai programmi federali di sorveglianza, ha evocato legami familiari e finanziari di El-Sayed con persone o organizzazioni associate all’estremismo islamista. PolitiFact ha verificato alcune di queste affermazioni, osservando che i documenti citati non dimostrano finanziamenti al terrorismo e che varie accuse collegavano selettivamente singoli donatori o sostenitori a organizzazioni controverse. [2] PolitiFact El-Sayed, da parte sua, ha sostenuto che Trump stesse usando la sua fede e le sue origini per distogliere l’attenzione dai problemi concreti degli elettori. AP ha descritto il dibattito come un confronto particolarmente aggressivo, in cui politica estera, Iran, Israele, costo della vita e identità personale si sono continuamente sovrapposti. [3] AP News Il punto non è stabilire chi abbia “vinto” quel dibattito. È osservare che il conflitto sulla definizione del candidato — radicale, musulmano, americano, progressista, pericoloso o semplicemente avversario politico — è ormai diventato parte esplicita della campagna. Una battaglia nazionale sull’immagine di El-Sayed L’intervento di Trump produce anche un’altra conseguenza: la corsa del Michigan viene sempre meno trattata come una competizione locale. AP ha osservato che i repubblicani stanno cercando di trasformare El-Sayed in uno dei personaggi centrali delle elezioni di medio termine del 2026. La sua candidatura viene usata come simbolo di ciò che la destra presenta come radicalizzazione del Partito democratico. [4] AP News Ma questo tentativo può produrre anche un effetto paradossale: più El-Sayed diventa un simbolo nazionale, più ottiene occasioni per presentarsi direttamente a elettori che altrimenti conoscerebbero soltanto l’immagine costruita dai suoi avversari. Nelle ultime settimane è apparso ripetutamente anche su Fox News e in altri spazi mediatici conservatori. Trump stesso ha attaccato Fox per aver, a suo giudizio, presentato El-Sayed in modo troppo favorevole. [5] La battaglia non riguarda quindi più soltanto ciò che El-Sayed pensa. Riguarda chi riuscirà a definirlo agli occhi degli elettori. Due movimenti opposti sui confini Qui emerge un collegamento diretto con quanto osservato otto settimane dopo le primarie. Allora El-Sayed cercava di rendere più permeabili i confini della propria coalizione: parlare a elettori MAHA senza adottare lo scetticismo sui vaccini, trovare un terreno comune con conservatori anti-interventisti senza spostarsi semplicemente verso destra. Ora Trump e Rogers sembrano compiere il movimento opposto. El-Sayed prova ad attraversare i confini politici. I suoi avversari cercano di renderli nuovamente rigidi, definendolo come qualcuno che si trova al di fuori non soltanto del mainstream politico, ma — implicitamente o esplicitamente — della stessa comunità nazionale. È questa tensione a rendere qualitativamente diversa la fase attuale. Ma il confine non viene definito da una sola parte Anche all’interno del Partito democratico, nel frattempo, continuano movimenti in senso contrario. Il governatore Gretchen Whitmer ha fatto la sua prima apparizione pubblica con El-Sayed dopo le primarie, mentre Barack Obama ha ora espresso esplicitamente il proprio sostegno alla sua candidatura e farà campagna con lui in Michigan il 24 ottobre. AP osserva che la leadership democratica nazionale sta sempre più trattando la sua candidatura come parte centrale della battaglia per il controllo del Senato. [3][4] AP News Questo non significa che le divisioni interne siano scomparse. Il rapporto con una parte dell’elettorato ebraico resta delicato, e le differenze su Israele restano profonde. Anche Rogers cerca di presentarsi come candidato pragmatico e, su temi come i dazi con il Canada e la guerra con l’Iran, ha preso le distanze da alcune politiche di Trump. [6] Axios Il quadro, quindi, non è quello di due blocchi immobili. È quello di due candidati che cercano entrambi di attraversare alcuni confini, mentre altri attori cercano contemporaneamente di irrigidirli. Tre settimane prima del voto A tre settimane dalle elezioni, la domanda centrale non è più soltanto quanto El-Sayed possa allargare la propria coalizione. È diventata anche: chi riuscirà a definire ciò che El-Sayed rappresenta? Un candidato progressista che cerca terreni comuni con elettori lontani dal proprio campo? Oppure il simbolo di una presunta radicalizzazione democratica, come sostengono Trump e Rogers? Il risultato di questa battaglia non dipenderà soltanto dai programmi o dalle etichette. Dipenderà anche dalla capacità degli elettori di distinguere fra ciò che un candidato dice e fa, e l’immagine che altri cercano di costruire attorno a lui. Tre settimane prima del voto, la corsa del Michigan è diventata anche una battaglia sui confini dell’appartenenza politica — e su chi abbia il diritto di tracciarli. Note [1] Reuters, 9 ottobre 2026, Trump online: A burst of anti-Somali and anti-Muslim rhetoric; Fox News, 9 ottobre 2026, sulle dichiarazioni di Trump dopo il dibattito. [2] PolitiFact, 8 ottobre 2026, Fact-check: El-Sayed and Rogers level personal attacks in first Michigan Senate race debate. [3] Associated Press, 8 ottobre 2026, Rogers and El-Sayed trade attacks in combative first Michigan Senate debate. [4] Associated Press, 11 ottobre 2026, Republicans want Abdul El-Sayed to be the main character of the midterms. He’s happy to oblige. [5] Axios, 8 ottobre 2026, Inside Trump’s blow-up at Fox News over El-Sayed coverage. [6] Axios, 7 ottobre 2026, Michigan Senate hopeful Rogers distances himself from Trump. *Articolo basato su materiali pubblicamente disponibili consultati fino al 14 ottobre 2026.* Kazuhiro Imamura
October 16, 2026
Pressenza
Stati Uniti, pressioni per votare contro la risoluzione sul blocco a Cuba
La Casa Bianca sta minacciando e facendo pressioni sui governi che si appresteranno a votare per l’ennesima volta la risoluzione presentata da Cuba contro il genocida blocco economico, commerciale e finanziario a cui l’isola è sottoposta dagli Stati Uniti. Il Ministro degli Esteri cubano Bruno Rodriguez Parrilla ha denunciato sul social X  le minacce espresse dal Segretario di Stato Marco Rubio nei confronti delle nazioni che voteranno all’ONU la risoluzione presentata da Cuba. “Il Segretario di Stato degli Stati Uniti, nervoso e preoccupato di fronte alla prospettiva di una nuova sconfitta alle Nazioni Unite, sta esercitando pressioni e ricattando capi di Stato e di governo di diversi Paesi affinché modifichino il proprio voto contro il blocco nell’Assemblea Generale dell’ONU”. Secondo il Ministro degli Esteri cubano “con le sue ripetute bugie e nuove azioni Marco Rubio cerca di mettere a tacere l’atto di punizione collettiva contro il popolo cubano e di rendere complice di quella barbarie il resto della comunità internazionale.” Le minacce e le pressioni verso i governi prima della discussione della mozione presentata da Cuba non sono una cosa nuova, ma con il ritorno di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti sono diventate più forti. L’anno scorso, alla votazione sulla risoluzione di condanna del blocco, le pressioni esercitate dalla Casa Bianca hanno ottenuto i loro effetti: 165 Paesi hanno votato a favore della risoluzione presentata da Cuba, 7 contro e 12 si sono astenuti. Hanno votato contro: Argentina, Ungheria, Israele, Macedonia del Nord, Paraguay, Stati Uniti e Ucraina. Si sono astenuti: Albania, Bosnia-Herzegovina, Costa Rica, Repubblica Ceca, Ecuador, Estonia, Lettonia, Lituania, Marocco,  Polonia, Moldavia e Romania. Sull’argomento il Viceministro degli Esteri Carlos Fernández de Cossí  ha scritto sui social network che “lla maggiore potenza economica, tecnologica e militare del pianeta non basta imporre una punizione collettiva all’intero popolo cubano e peggiorare il livello e le condizioni di vita di tutta la popolazione con l’intento di provocare una crisi umanitaria.” Le pressioni esercitate sui governi hanno il chiaro intento di tentare di ribaltare la realtà sulle responsabilità del blocco. Si cerca di far ricadere le colpe delle ristrettezze che il popolo cubano soffre a causa delle sanzioni statunitensi sul legittimo governo di Cuba e non su chi ha emesso le misure coercitive, ovvero gli Stati Uniti. Più Paesi voteranno contro il blocco o si asterranno, maggiore sarà la sconfitta politica per Cuba; proprio per questo gli Stati Uniti stanno cercando di convincere con le buone o con le cattive a non sostenere la risoluzione di Cuba. www.occhisulmondo.info Andrea Puccio
October 15, 2026
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