Tag - nord america

Secondo gli Stati Uniti Cuba è coinvolta nella guerra in Ucraina
Secondo il Dipartimento di Stato USA Cuba sarebbe direttamente coinvolta nella guerra in Ucraina fornendo combattenti all’esercito russo,. Con la precisione di un orologio svizzero ritorna, proprio adesso che le pressioni di Donald Trump e soci si fanno sempre più violente, l’accusa al governo cubano di sostenere militarmente la Russia inviando suoi cittadini a combattere nelle file dell’esercito di Mosca. Accusa che da tempo gira e periodicamente, nei momenti di maggiore pressione, ritorna sul piatto. In un rapporto al Congresso il Dipartimento di Stato ha dichiarato che Cuba potrebbe aver inviato fino a 5.000 propri cittadini per partecipare al conflitto militare in Ucraina dalla parte della Russia e che fornisce attivamente a Mosca sostegno diplomatico e politico. Il rapporto non fornisce prove dirette dell’invio ufficiale di cubani nelle Forze Armate della Federazione Russa, ma contiene indicazioni che il regime abbia tollerato, facilitato o selettivamente agevolato il flusso di reclute e non abbia protetto i propri cittadini. Secondo dati statunitensi e fonti aperte, quindi del tutto inaffidabili, ma poco importa, basta che sia  Washington ad affermarlo per renderli del tutto attendibili, i cubani sono diventati uno dei gruppi più numerosi di combattenti stranieri dalla parte della Russia nella zona del conflitto in Ucraina; le stime variano da 1.000 a 5.000 unità, mentre l’intelligence ucraina parla di diverse migliaia di cubani al fronte. Sullo sfondo dell’inasprimento della pressione di Washington su L’Avana (incluso un blocco di fatto delle forniture di petrolio), Cuba dichiara di aver avviato procedimenti contro i reclutatori, tuttavia gli Stati Uniti considerano il sistema giudiziario del Paese estremamente opaco. La stessa notizia, priva di ogni conferma, è stata usata come pretesto dagli Stati Uniti per votare contro durante la consueta votazione alla sessione ordinaria dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dove viene ogni anno presentata da Cuba una proposta di risoluzione per la cessazione del sessantennale blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti all’isola. Ovviamente in una situazione dove gli Stati Uniti cercano ogni pretesto possibile per inasprire le sanzioni e magari far digerire all’opinione pubblica occidentale la necessità di un intervento armato a Cuba per riportare la democrazia, usare l’argomento Ucraina, dove ovviamente la retorica impone alla Russia di essere l’aggressore, fa facile breccia nelle menti dell’opinione pubblica poco informata che si alimenta della propaganda occidentale. L’amministrazione di Donald Trump ha ritirato fuori questa storiella anche per screditare tutto il movimento di solidarietà con Cuba che negli ultime settimane ha cercato di alleviare la difficile situazione economica che l’isola sopporta proprio a causa del blocco imposto dalle varie amministrazioni statunitensi dal 1962. Se riescono a far percepire alla maggioranza dell’opinione pubblica che questo movimento internazionale sta aiutando un Paese attivamente coinvolto nella guerra dell’aggressore contro l’aggredito ucraino, il gioco è presto fatto. Insomma, ogni scusa è buona per il pacificatore della domenica per attaccare Cuba, sperando che ciò serva a far crollare il legittimo governo, senza contare poi che le accuse, come sempre fanno dalla Casa Bianca, non hanno uno straccio di prova che le dimostri. Ma si sa, quando lo affermano loro non dobbiamo dubitare; oggi poi che Donald Trump è paragonato a Dio, quindi in possesso della verità assoluta e indiscutibile, dobbiamo fidarci. www.occhisulmondo.info Andrea Puccio
April 16, 2026
Pressenza
I soldati americani possono dire no a ordini ingiusti
La lezione di don Milani risuona nelle parole dell’arcivescovo Broglio: i soldati USA possono dire no a ordini ingiusti C’è un filo rosso che lega la lettera di don Lorenzo Milani ai giudici – scritta nel 1965 per difendere l’obiezione di coscienza come scelta etica e civile – e le parole pronunciate il 21 gennaio 2026 dall’arcivescovo americano Timothy P. Broglio, ordinario militare per gli Stati Uniti. Un filo che attraversa decenni di guerre, silenzi e complicità, per riaffermare una verità scomoda: la coscienza non può essere messa in caserma. In un’intervista alla BBC, ripresa da Famiglia Cristiana, monsignor Broglio ha dichiarato che i soldati statunitensi possono – anzi, in certi casi devono – disobbedire a ordini che ritengono moralmente inaccettabili. «In casi estremi, un militare potrebbe essere giustificato moralmente nel rifiutare un ordine che va contro la sua coscienza», ha affermato. E ha aggiunto: «Sarebbe moralmente accettabile disobbedire a quell’ordine». IL PRIMATO DELLA COSCIENZA: UN PRINCIPIO CATTOLICO TROPPO SPESSO DIMENTICATO La Chiesa cattolica insegna che «nessuno può essere costretto a compiere un atto che la sua coscienza giudica intrinsecamente sbagliato». Eppure, per decenni, questa dottrina è stata messa in soffitta quando le armi parlavano più forte del Vangelo. L’obiezione di coscienza al servizio militare è stata a lungo criminalizzata o ridicolizzata, soprattutto nei paesi a forte tradizione bellicista come gli Stati Uniti. Don Milani, con la sua lettera ai giudici, capovolse questa prospettiva. Oggi, l’arcivescovo Broglio sembra riecheggiare quella stessa intuizione: l’obbedienza militare non è assoluta. UN CONSERVATORE CHE CRITICA IL POTERE: IL VALORE PROFETICO DI UNA POSIZIONE SCOMODA Broglio non è un vescovo progressista. Fino a novembre 2025 è stato presidente della Conferenza episcopale statunitense, ed è noto per le sue posizioni conservatrici su temi etici. Proprio per questo, la sua presa di distanza dalle politiche trumpiane – sia sui migranti, sia sulla politica estera – ha un peso specifico ancora maggiore. Non è una voce pacifista di sinistra, ma un rappresentante dell’establishment ecclesiastico che invoca la disobbedienza. In un precedente comunicato congiunto, tre influenti cardinali americani (Cupich, McElroy e Tobin) avevano già espresso sfiducia verso la politica estera dell’amministrazione Trump. Ora Broglio, pur da posizioni più caute su altri fronti, si unisce a questo coro con un’argomentazione radicale: il soldato non è un automa, ma una coscienza in divisa. Altre informazioni su https://www.famigliacristiana.it/chiesa/larcivescovo-americano-broglio-i-soldati-usa-possono-disobbedire-agli-ordini-di-trump-sulla-groenlandia-de7rjgiq _______________________ ALBERT È UN PROGETTO COOPERATIVO A CUI PUOI PARTECIPARE ANCHE TU Vuoi segnalare un evento? C’è un calendario online a tua disposizione. Se organizzi qualcosa, o se vuoi segnalare eventi che ritieni importanti, clicca su www.peacelink.it/segnala Il calendario online è uno strumento digitale collaborativo e gratuito progettato per raccogliere e promuovere eventi legati alla cultura della pace, della nonviolenza, dei diritti umani, della difesa ambientale e del volontariato. Funge da agenda condivisa per il movimento pacifista, permettendo di aumentare la visibilità delle iniziative su scala nazionale. _______________________ Vuoi sostenere PeaceLink? PeaceLink è una piattaforma senza pubblicità. Non riceve finanziamenti pubblici. Non è sostenuta da partiti o sindacati. E’ libera e autogestita. Opera in forma completamente indipendente. Puoi donare utilizzando questo link www.peacelink.it/donazioni Il tuo contributo è importante per sostenere le nostre attività di supporto alla cittadinanza attiva, alla solidarietà, alla pace e all’ecologia. Peacelink Telematica per la Pace
April 13, 2026
Pressenza
Difendere Cuba è una battaglia di tutti!
La manifestazione di oggi a Roma, dal Colosseo alla Piramide, ha riportato al centro il tema della politica estera e dei diritti dei popoli. Oltre diecimila persone hanno preso parte a un corteo che ha posto al centro una questione geopolitica precisa: l’impatto delle recenti decisioni dell’amministrazione statunitense, guidata da Donald Trump, nei confronti della Repubblica di Cuba. Non si è trattata di una protesta simbolica, ma di una risposta a una strategia di pressione economica che ha assunto dimensioni inedite e preoccupanti. La manifestazione di oggi non è stata una semplice sfilata di bandiere o un atto di solidarietà rituale, ma una netta presa di posizione politica contro quello che si configura come il più violento e cinico attacco sferrato dagli Stati Uniti contro l’isola negli ultimi decenni. Al centro del mirino c’è Donald Trump e la sua strategia della cosiddetta “spallata finale”, un piano che mira a ottenere con il ricatto energetico e il sabotaggio sistematico ciò che oltre sessant’anni di embargo non sono riusciti a produrre, ovvero il collasso sociale della Rivoluzione cubana. L’aspetto più brutale dell’attuale fase dell’imperialismo statunitense è senza dubbio l’attacco frontale alle forniture energetiche. L’amministrazione Trump ha intensificato la caccia alle petroliere con una ferocia senza precedenti, sanzionando non solo le compagnie cubane, ma anche le società di navigazione, gli armatori e le agenzie assicurative di Paesi terzi che osano trasportare greggio verso i porti dell’Avana. L’obiettivo è chiaro nella sua criminalità: impedire il rifornimento di petrolio per paralizzare l’intera isola. Senza carburante, il sistema elettrico nazionale subisce blackout che colpiscono la produzione industriale, il trasporto pubblico e, nei casi più drammatici, la conservazione degli alimenti e il funzionamento degli ospedali. È l’applicazione letterale di una strategia da assedio medievale trasposta nel cuore della modernità, un tentativo di esasperare la popolazione civile portandola allo stremo per provocare una sommossa interna. Si tratta dell’attuazione più bieca del memorandum Mallory del 1960, che già allora teorizzava di provocare fame e disperazione per rovesciare il governo, ma oggi Trump lo fa con i mezzi tecnologici e finanziari di una superpotenza che ha smarrito ogni senso del diritto internazionale. Per comprendere l’entità della sfida, bisogna analizzare i dati scientifici di questo genocidio economico. Il bloqueo non è un semplice limite al commercio, ma un muro invisibile che strangola ogni singola transazione finanziaria del Paese. Le stime più recenti indicano che il danno economico accumulato da Cuba supera i 170 miliardi di dollari, una cifra che se rapportata al valore dell’oro supererebbe i 1.400 miliardi. Solo nell’ultimo anno, l’inasprimento delle sanzioni voluto da Trump ha causato perdite medie di 13/14 milioni di dollari al giorno. Sono risorse che vengono sottratte direttamente al benessere dei cittadini, alla manutenzione delle scuole e a quella sanità d’eccellenza che Cuba, nonostante l’assedio, continua a offrire gratuitamente non solo ai propri abitanti, ma al mondo intero. È un paradosso vergognoso che mentre l’Avana invia medici a combattere epidemie in ogni angolo del globo, Washington risponda cercando di lasciare quegli stessi medici senza luce elettrica e senza reagenti chimici per i vaccini. Un altro pilastro fondamentale di questa spallata trumpiana è il mantenimento strumentale di Cuba nella lista degli Stati sponsor del terrorismo. Si tratta di una classificazione kafkiana e priva di fondamento, che serve esclusivamente a terrorizzare il sistema bancario mondiale. Qualsiasi istituto di credito che operi con l’isola rischia multe miliardarie dagli Stati Uniti, rendendo quasi impossibile l’acquisto di pezzi di ricambio vitali per le centrali termoelettriche o di macchinari agricoli per la sovranità alimentare. La piazza di Roma oggi ha gridato con forza che questa non è una battaglia per la democrazia, ma puro bullismo geopolitico. Trump sta usando la vita di undici milioni di persone come un trofeo elettorale per compiacere le frange più reazionarie della Florida, giocando con il destino di un popolo intero per i propri interessi di potere. Il corteo che oggi è sfilato dinanzi alla Piramide Cestia non era composto solo da militanti storici, ma da una nuova generazione di giovani, lavoratori e studenti che vedono in Cuba un’alternativa possibile alla logica del profitto assoluto. Difendere Cuba significa difendere l’idea stessa che un altro modello sociale sia necessario e realizzabile, rivendicando che la salute e l’istruzione debbano essere diritti universali e non merci per chi può permettersele. Se Cuba cadesse sotto i colpi del ricatto energetico di Trump, non cadrebbe solo un governo, ma l’idea che un piccolo paese possa autodeterminarci liberamente. La spallata finale è un monito autoritario rivolto a tutto il Sud del mondo. E’ il messaggio che chiunque tenti una strada diversa verrà punito con il buio e la fame. Le diverse decine di organizzazioni che hanno partecipato a questa mobilitazione esigono che il governo italiano e l’Unione Europea escano finalmente dalla sudditanza psicologica e politica verso la Casa Bianca. Non è più sufficiente votare una risoluzione pro-forma all’ONU contro l’embargo, se poi non si mettono in atto meccanismi legali per proteggere le nostre imprese e i nostri scambi dalla prepotenza extraterritoriale delle leggi americane. È necessario pretendere anche l’immediata rimozione di Cuba dalla lista degli Stati terroristi, la fine del sabotaggio dei rifornimenti petroliferi e la cancellazione totale di un blocco che rappresenta un residuo anacronistico della Guerra Fredda trasformato in strumento di tortura collettiva. Oggi Roma ha dimostrato che la solidarietà è un muscolo che non smette di battere e che oltre diecimila voci possono rompere il silenzio complice dei grandi media. Donald Trump può anche tentare di fermare le navi, ma non potrà mai spegnere la dignità di chi resiste. Foto di ANAIC, Associazione Nazionale Amicizia Italia-Cuba Giovanni Barbera
April 11, 2026
Pressenza
Venture Global, il gigante statunitense del gas naturale liquefatto partner di ENI, è molto controverso. Lo rivela il nuovo report di ReCommon
ReCommon lancia oggi il suo nuovo rapporto “Venture Global, le ombre del partner di ENI nel business del gas americano”. Nella pubblicazione si esaminano le diverse criticità legate alla società del settore del gas naturale liquefatto (GNL) statunitense Venture Global, con la quale ENI nel luglio del 2025 ha firmato un contratto ventennale per una fornitura di 2 milioni di tonnellate l’anno di GNL. Fondata nel 2013 da Mike Sabel, un consulente finanziario, e Robert Pender, un avvocato di Washington, la società punta a raggiungere entro il 2030 una capacità produttiva di 100 milioni di tonnellate all’anno in operazione o in costruzione. Venture Global è spesso annoverata tra le compagnie che più hanno beneficiato di iter autorizzativi accelerati. Non a caso, è stata tra i principali sostenitori dell’insediamento del presidente Donald Trump, con una donazione di 1 milione di dollari, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal. Questa dimensione politica è diventata rilevante in una recente inchiesta del Guardian. Secondo quanto scoperto dal quotidiano inglese, i co-fondatori di Venture Global avrebbero acquistato milioni di azioni della propria società pochi giorni dopo incontri con alti funzionari dell’amministrazione Trump e immediatamente prima del rilascio di autorizzazioni chiave per l’espansione del GNL. La società è quotata alla borsa di Wall Street dal gennaio 2025. In un primo momento i risultati non sono stati soddisfacenti: nel corso del 2025 il titolo ha perso oltre il 70% rispetto ai massimi raggiunti dopo l’entrata in borsa. La situazione si è però ribaltata rapidamente nel 2026: a marzo, le azioni di Venture Global erano già cresciute di circa il 50% nell’arco di un mese. La crisi geopolitica in Medio Oriente ha ulteriormente rafforzato le aspettative sul GNL americano. La diffidenza degli investitori nel 2025 era dettata dalle incertezze sul piano legale. Venture Global, infatti, è al centro di una delle controversie più rilevanti nel mercato globale del GNL degli ultimi anni. Tutto ruota attorno all’impianto Calcasieu Pass LNG in Louisiana e alla gestione opportunistica della fase di commissioning, cioè il periodo di test precedente all’avvio ufficiale delle operazioni commerciali. Dopo aver avviato le prime esportazioni nel marzo 2022, Venture Global ha ritardato per quasi tre anni la dichiarazione di avvio delle operazioni commerciali, adducendo guasti tecnici e la necessità di prolungare i test. Questo escamotage le ha consentito di vendere centinaia di carichi GNL sul mercato spot durante la crisi energetica seguita all’invasione russa dell’Ucraina, quando i prezzi spot erano enormemente superiori a quelli contrattuali, accumulando ricavi stimati in oltre 20 miliardi di dollari. Nel frattempo, i clienti europei e asiatici che avevano contrattualizzato quei volumi non ricevevano le forniture pattuite. Gli arbitrati mossi dalle aziende danneggiate non hanno avuto esiti uniformi: BP ha ottenuto un riconoscimento della violazione contrattuale da parte di Venture Global, Shell ha visto respinte le proprie richieste principali, Repsol ha perso l’intera istanza. Secondo la società, al terzo trimestre del 2025 il valore complessivo delle richieste di risarcimento da parte dei clienti si attestava sui 4,8-5,5 miliardi di dollari, mentre la sua esposizione per i procedimenti arbitrali rimanenti si attestava a 765 milioni di dollari. «Oltre alla relazione particolare con l’amministrazione Trump e alle controversie legali, durante la nostra ultima missione sul campo abbiamo potuto documentare direttamente gli impatti socio-ambientali delle attività di Venture Global sulle coste della Louisiana: nell’agosto 2025 un grave incidente nel canale di accesso al terminal Calcasieu Pass ha contaminato pesci, ostriche e gamberi su un’ampia area, colpendo le comunità che vivono di pesca e acquacoltura.» ha dichiarato Daniela Finamore di ReCommon. «Quello che emerge da questo rapporto dovrebbe preoccupare anche gli attori italiani coinvolti nella filiera. ENI si è legata per vent’anni a una società al centro di contenziosi miliardari e con una gestione opaca dei propri obblighi contrattuali: quali rischi legali e reputazionali ha valutato prima di firmare? Intesa Sanpaolo finanzia questi terminal: ha condotto una due diligence adeguata su un partner così controverso e sugli impatti dei propri finanziamenti? E Snam, che gestisce l’infrastruttura di ricezione di questo gas in Italia, non può considerarsi estranea alla catena di responsabilità. Chiediamo a questi soggetti di rispondere pubblicamente: chi si prende la responsabilità?» ha concluso Finamore.     Re: Common
April 9, 2026
Pressenza
Riflessioni e prospettive dopo il NO Kings Day negli Stati Uniti
A distanza di una settimana dalla terza grande protesta del movimento NO Kings, gli attivisti sono all’opera come api operaie. Gli appuntamenti sono numerosi in tutto il Paese: all’evento al Bixby Park di Long Beach si commemorano le migliaia di morti a Gaza e le vittime dell’ICE. Qualcuno dalla bella grafia ha scritto tanti nomi e alcuni punti interrogativi su biglietti bianchi che poi ha conficcato in terra. Silva, eretta dietro un piccolo banchetto ricoperto da una kefiah, chiede un minuto di silenzio per le vittime del genocidio in corso e per i lavoratori immigrati vessati e deportati. L’iniziativa progettata da tempo vuole mettere in luce il legame che intercorre tra i due fenomeni, entrambi risultato del capitalismo imperialista che per mantenersi al potere schiaccia e uccide chiunque non rientri nei suoi schemi. Per gli ideatori dell’evento il messaggio da inviare al pubblico è chiaro: “Non si combatte il sistema che ci opprime guardandolo solo dal lato che ci appare più vicino”. È infatti un errore comune attivarsi solo quando ci si sente direttamente coinvolti, quando l’ingiustizia ci tocca personalmente e il pericolo è vicino. La commemorazione al Bixby Park è sobria e attrae qualche passante; qualcuno ne scriverà sul quotidiano locale. Non è neanche paragonabile al furore mosso dal NO Kings Day III. Eppure, sebbene sia stato un successo di partecipazione, il sabato di festa rivoluzionario è passato e poco o nulla è cambiato: le deportazioni di migranti continuano, le tasse diminuiscono per i ricchi e le aggressioni imperialiste sembrano inarrestabili. Secondo Ash-Lee Woodard Henderson, che modera l’incontro “NO Kings Mass Call: What’s Next”, nel quale ci s’interroga sul perché valga la pena di andare avanti, per prima cosa occorre una struttura che permetta a realtà diverse di partecipare e ottenere così, tutte insieme, il numero a nove zeri necessario per scuotere il potere.  Si punta dunque a una struttura aperta in cui, sotto la bandiera del NO Kings si possa riconoscere ogni anima libertaria e antifascista; ognuno è il benvenuto e non c’è bisogno di specificare altro. Di fronte a questo polpettone intinto in mille salse però si sono levate molte voci dissonanti e anche a me sono sorti dei dubbi. Una delle prime cose che balzano all’occhio è la mancanza di rivendicazione per una Palestina libera. Negli ultimi anni questo è stato il comune denominatore sotto cui declinare ogni forma di oppressione perpetrata dal sistema capitalista; oggi, nel gigantesco movimento di massa NO Kings sembra sostituito dal rifiuto categorico della figura del Presidente-Re che, schernito in ogni modo, è per paradosso onnipresente. All’appello però non mancano solo la Palestina, ma un po’ tutti i Paesi sotto attacco dell’imperialismo a stelle e strisce, da Cuba al Venezuela. E qui si tratta di capirsi. Sotto la grande tenda del movimento No Kings sabato 28 marzo si sono ritrovate anche le associazioni a sostegno della Palestina libera, quelle che chiedono la fine dell’embargo a Cuba e rispetto legale e militare per il Venezuela, ma ciò è successo solo nelle grandi città; nei centri più piccoli sono rimaste assenti. E soprattutto la loro rivendicazione, nei video e media ufficiali, è passata decisamente in secondo piano. L’altro dubbio riguarda il pericolo di ricadere nello status quo. Una possibilità per nulla campata per aria, visto che il Partito Democratico, pur non comparendo tra gli organizzatori, ha fornito sostegno mediatico e logistico all’evento, cosa che non è sfuggita all’attenzione di molti, i quali vedono in ciò nient’altro che un cavalcare l’onda per vederla disperdersi. E soprattutto aleggia la domanda: se cadesse il governo autoritario di Trump, chi lo sostituirebbe? Avremmo bannato l’arrogante re auto-investitosi per ritornare a un sistema che esiste da ben prima di Trump e che a ben vedere è quello che ne ha permesso la nascita. Dove sono visibili i segni di un cambiamento di sistema? Sotto la grande tenda ci stiamo tutti oggi perché uniti contro un tiranno e per salvare la democrazia, ma cosa succederà domani, quando le richieste dei tanti cominceranno a divergere? Se i tiranti che tengono su la grande tenda del capitalismo imperialista non verranno cambiati, ripiomberemo in un’ipocrita democrazia di facciata. La mia domanda dunque è: per quale democrazia lotta il movimento NO Kings? Mettere in secondo piano i grandi temi di politica estera per concentrarsi sui problemi che affliggono in casa il popolo americano potrebbe essere pericoloso e portare a una vittoria di Pirro, o forse nemmeno a quella. Gli attivisti come quelli del Bixby Park, che s’impegnano giorno dopo giorno, pur non avendo grandi numeri sembrano possedere una vista più lunga e aver capito che tra le responsabilità del cittadino statunitense c’è il farsi carico d’un cambiamento a 180 gradi del sistema imperialista, che come impoverisce l’americano medio, ugualmente strangola il palestinese, il venezuelano, il libanese, il filippino, l’iraniano e qualunque cosa inceppi la sua ingordigia. Con tale animo svolgono quello che ritengono il proprio dovere morale di verità, che il pubblico li acclami o li ignori. Hanno accettato di svolgere un lavoro lungo che richiede pazienza, cura e amore e dove non bisogna mai né abbattersi né esaltarsi.             Marina Serina
April 9, 2026
Pressenza
Due membri della Camera dei Rappresentanti USA visitano Cuba
I membri della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti Pramila Jayapal e Jonathan Jackson del Partito Democratico hanno visitato Cuba e sono stati ricevuti dal presidente Miguel Diaz Canel. Jayapal è la prima donna indo-americana a essere eletta alla Camera dei Rappresentanti per il settimo distretto di Washington, ha presieduto il Caucus Progressista del Congresso tra il 2021 e il 2025 e fa parte dei comitati giudiziari e di bilancio. Jackson, rappresentante del primo distretto dell’Illinois dal 2023, è figlio del defunto reverendo Jesse Jackson ed è stato portavoce nazionale della Rainbow/PUSH Coalition, un’organizzazione fondata da suo padre in difesa della giustizia sociale e dei diritti civili. Durante l’incontro il presidente cubano ha denunciato l’impatto del blocco economico imposto dagli Stati Uniti, in particolare l’assedio energetico decretato dall’amministrazione di Donald Trump. Jonathan Jackson con il presidente cubano Díaz Canel ha definito queste misure un “danno criminale”, ha messo in guardia sulle minacce di azioni ancora più aggressive da parte del governo degli Stati Uniti ed ha ribadito  la volontà del suo governo di mantenere un dialogo bilaterale serio e responsabile, con l’obiettivo di trovare soluzioni alle differenze esistenti tra i due Paesi. “Questo incontro riflette la volontà di Cuba di avanzare verso una comprensione reciproca, nonostante le tensioni storiche e le politiche restrittive in vigore”, ha dichiarato. I due politici sono stati ricevuti anche dal Ministro degli Esteri di Cuba Bruno Rodríguez Parrilla che ha scritto su X: “Ho incontrato i membri della Camera dei Rappresentanti Pramila Jayapal e Jonathan L. Jackson. Ho spiegato l’aggressione multidimensionale che Cuba deve affrontare da parte del governo degli Stati Uniti, con un grande impatto sulla popolazione cubana, la cui situazione si è aggravata con l’attuale assedio energetico, con la continua minaccia di azioni ancora più aggressive e la costante e ostile campagna di discredito con tutti i mezzi possibili”, riporta Cubadebate. Al termine della loro visita sull’isola, durata cinque giorni, i due membri della Camera dei Rappresentanti hanno emesso una nota: “Il blocco illegale alla fornitura di carburante a Cuba, a 145 chilometri a sud degli Stati Uniti, si aggiunge all’embargo più lungo della storia e sta causando una sofferenza incalcolabile al popolo cubano. Gli Stati Uniti hanno impedito l’ingresso di una sola goccia di petrolio a Cuba per più di tre mesi. Si tratta di una crudele punizione collettiva, in pratica di un bombardamento economico delle infrastrutture del Paese, che ha causato danni irreparabili e deve cessare immediatamente. Abbiamo visto bambini prematuri in incubatrici, che pesavano appena un chilo, e che corrono un rischio tremendo perché i loro respiratori e incubatrici non possono funzionare senza elettricità. I bambini non possono andare a scuola perché non c’è carburante per loro e i loro insegnanti per spostarsi. I malati di cancro non possono ricevere trattamenti salvavita a causa della mancanza di farmaci. C’è carenza d’acqua perché c’è poca elettricità per pomparla. I negozi hanno chiuso. Le famiglie non possono mantenere il cibo refrigerato e la produzione alimentare sull’isola è scesa solo al 10% del fabbisogno della popolazione. Abbiamo ascoltato un’ampia varietà di voci: famiglie, leader religiosi, uomini d’affari, organizzazioni della società civile, governo cubano, ambasciatori latinoamericani e africani, organizzazioni umanitarie e cubani di tutto lo spettro politico, compresi i dissidenti. In tutti i settori c’è consenso: questo blocco illegale deve finire immediatamente. Non crediamo che la maggior parte degli statunitensi desideri che questo tipo di crudeltà e disumanità continui a nostro nome. Il governo cubano ha dato molti segnali che questo è un nuovo momento per il Paese. Durante la nostra visita, il presidente Díaz-Canel ha rilasciato più di 2.000 prigionieri. Il governo cubano ha iniziato a liberalizzare la sua economia con riforme significative, tra cui l’autorizzazione agli imprenditori cubano-americani a investire in aziende private a Cuba. Lo spirito imprenditoriale è cresciuto in modo sostanziale e le piccole e medie imprese private rappresentano ora una parte importante dell’economia. Il governo cubano ha invitato l’FBI a condurre un’indagine indipendente su una sparatoria mortale con un motoscafo. Gli ostacoli rimanenti al progresso a Cuba ora stanno nel fatto che gli Stati Uniti cambino la loro politica obsoleta, tipica della Guerra Fredda, di misure economiche coercitive e pressioni militari contro Cuba. La vera riforma si otterrà solo tracciando un nuovo corso. Gli Stati Uniti e Cuba devono avviare immediatamente negoziati reali che garantiscano la dignità e la libertà del popolo cubano, nonché gli enormi benefici che il popolo statunitense otterrà da una genuina collaborazione tra i nostri due Paesi”. (Tratto dal sito ufficiale di Pramila Jayapal). Andrea Puccio
April 8, 2026
Pressenza
La guerra all’Iran è anche una guerra di religione
Nel 2009, la grande fisica, economista ed ambientalista indiana Vandana Shiva, scriveva nel suo saggio Le guerre dell’acqua che spesso chi controlla il potere preferisce mascherare le guerre travestendole da conflitti etnici e religiosi, anche se in realtà queste guerre si trovano in regioni che sono da sempre per lo più abitate da società multietniche che presentano una grande diversificazione di gruppi umani, lingue e usanze e religioni. Se è vero che l’imperialismo è lo stadio monopolistico del capitale, nella società di oggi le guerre imperialiste sono la diretta conseguenza di interessi economici, geopolitici e strategici che generano violenza politica per appropriarsi delle scarse ma vitali risorse naturali. Spesso e volentieri ciò è l’origine di conflitti etnici e religiosi, e non viceversa: in sostanza gli interessi economici, per meglio affermarsi, possono cavalcare preesistenti localismi ed etnicismi e causare eterodirettamente conflitti religiosi ed etnici. Noi sappiamo benissimo che l’attuale escalation militare in Iran è una diretta conseguenza di interessi geopolitici, economici e strategici occidentali (USA e Israele) in Medioriente, ma per molti non è solo questo. Come ha affermato l’ex combattente internazionalista del FDLP, nonchè esperto di Asia Occidentale, Domenico Di Dato: “Per i molti sionisti, tesi alla realizzazione della “grande Israele”, la loro non è solo una guerra di espansione coloniale per diventare l’unica potenza del M.Oriente e una delle grandi dell’intero pianeta, ma è vista come realizzazione biblica.” Esemplare è stato vedere – l’8 febbraio 2026 – Trump circondato da predicatori cristiani evangelici che lo benedicevano per l’arrivo dell’Armageddon e per “vincere sull’Iran”. Armageddon (o Harmaghedon) è un termine biblico che indica il luogo della battaglia finale tra le forze del bene e del male, menzionato in Apocalisse 16:16. Deriva dall’ebraico Har-Megiddo (Monte Megiddo), sito storico di antiche battaglie in Israele ed oggi è usato come sinonimo di “apocalisse, catastrofe totale o scontro finale”. Tra i predicatori evangelici in sostegno a Trump non è mancata ovviamente Paula White-Cain, già Consigliere speciale dell’Ufficio della Casa Bianca per le partnership con le organizzazioni religiose e di quartiere ed attuale Consulente senior presso l’Ufficio della Fede della Casa Bianca. White è una telepredicatrice pentacostale non-confessionale tra le maggiori esponenti del charismatic movement (1) e della prosperity theology (2), nonchè consigliera spirituale personale di Donald Trump, diventata virale sui social durante la campagna presidenziale del 2020 quando è apparsa in un servizio di preghiera trasmesso in diretta streaming in cui ha “parlato in lingue” e ha ripetutamente invocato “rinforzi angelici” dall’Africa e dal Sud America per assicurare la rielezione di Trump. Durante un pranzo di Pasqua alla Casa Bianca, White ha rivolto parole sorprendenti al presidente degli Stati Uniti, affermando che sarebbe stato «tradito, arrestato e falsamente accusato», tracciando un parallelo con la figura di Gesù Cristo. White ha aggiunto che «come Lui è risorto, anche tu sei risorto», sostenendo che, attraverso la vittoria di Cristo, Trump sarà «vittorioso in tutto ciò che farà» e verrà usato da Dio per «sconfiggere il male». Siamo in pieno delirio di fanatismo religioso. Se Trump viene “usato da Dio” per “sconfiggere il male”, allora tutto è lecito: quando si agisce “ad religio” anche stragi, massacri e genocidio sono leciti. Sionisti e cristiani evangelici, soprattutto i pentacostali – storico bacino dei cristiani-sionisti – sono estremi alleati in questo. Gli evangelici infatti affermano che quando tutti gli ebrei saranno in Israele, avverrà la Parusia (3), ossia il ritorno del Messia che gli ebrei aspettano. Ecco dunque che è necessario un Armageddon: la battaglia finale tra le “forze del bene”, che sarebbero USA e Israele, e “del male”, ovvero tutti coloro che Israele e USA bombardano. Il senatore USA Lindsey Graham, frequentatore di Epstein, ha affermato che questa è una “guerra religiosa” e che uno degli obiettivi sarebbe di edificare il Terzo Tempio, distruggendo la Moschea dell’Aqsa. Il “Segretario alla Guerra” USA Pete Hegseth ha accentuato i toni religiosi nella campagna contro l’Iran. Dopo aver annunciato attacchi intensi, ha citato il Salmo 144 (“Benedetto il Signore che addestra le mie mani alla guerra”), disegnando il conflitto in chiave teologica contro gli ayatollah. Hegseth è noto per aver descritto i conflitti mediorientali come una “crociata” e per usare spesso la frase “Deus vult” (Dio lo vuole). Poi c’è Peter Thiel, fondatore e padrone di Palantir, l’azienda che sviluppa software di analisi dei dati utilizzati da governi, intelligence e apparati di difesa e che aiuta Israele nel genocidio, che non fa che parlare dell’Anticristo: «L’Anticristo tornerà sfruttando la paura dell’Armageddon, o di una crisi imminente, per consolidare il controllo politico e imporre un “governo mondiale”». Quasi ad intendere che l’Anticristo sia “l’Asse del Male” capeggiata dall’Iran sciita e dunque sia lecito e giusto, da parte di Trump, uccidere singolarmente con attentati mirati la maggior parte dei capi dei leader iraniani. E’ lo stesso Trump che, pur facendo di tutto per evitare la via diplomatica, ha affermato i leader iraniani con cui si poteva dialogare sono stati ammazzati. The Guardian cita testimonianze anonime secondo cui i comandanti statunitensi hanno utilizzato la retorica cristiana apocalittica per “motivare” truppe durante l’attacco all’Iran. Il presidente del Mrff, Mikey Weinstein, ha segnalato una “crescita di estremismo cristiano nell’esercito, che vede la guerra come soluzione sancita biblicamente”. Secondo alcuni comandanti americani le crociate ci sono ancora: “Il presidente Trump è stato unto da Gesù per accendere il segnale di fuoco in Iran, scatenare l’Armageddon e segnare il suo ritorno sulla Terra”. Le parole sarebbero state pronunciate da un comandante delle forze armate statunitensi ai propri soldati durante un briefing operativo, nei giorni in cui Usa e Israele lanciavano l’Operazione Epic Fury sull’Iran. In tutto ciò c’è Israele che sta commettendo uno dei più gravi genocidi contemporanei ed ha come obiettivo finale quello di annientare il popolo palestinese e i suoi alleati, tra cui l’Iran. Lo stesso Netanyahu ha giustificato più volte il genocidio contro i palestinesi a Gaza con passi biblici: “Ricordati di scordare Amelek”, un riferimento biblico che indica gli amaleciti come un popolo storico e acerrimo nemico degli ebrei, paragonando gli amaleciti ai palestinesi. L’ambasciatore USA in Israele, Mike Huckabee, ha affermato che Israele ha un diritto biblico ad annettersi tutta la Palestina. Haaretz ha confermato recentemente che il governo israeliano di fronte alle difficoltà che sta incontrando nella guerra contro l’Iran, sta valutando l’opzione nucleare. Una testimone è rimasta basita nell’apprendere che Israele sarebbe disposta a sganciare una bomba tattica nucleare sull’Iran. Secondo gli analisti più accreditati è molto improbabile che ci sia un bombardamento nucleare sull’Iran nelle prossime settimane, ma che un governo lo prenda in considerazione è veramente agghiacciante. Sembra una follia, qualcosa che ci farebbe pensare che abbiamo a che fare con dei pazzi furiosi completamente fuori di testa. Ma in realtà ancora una volta l’obiettivo annunciato è la “distruzione totale”, l’Armageddon. La guerra in Iran non è solo una guerra ad un Paese islamico, ma è una guerra per la “Grande Israele”. Una guerra che ha una profonda matrice messianica radicata nelle convinzioni del sionismo di stampo ebraico e del sionismo cristiano: il ritorno degli ebrei in quella terra senza più nessuno intorno. La guerra in Iran viene vissuta dagli USA di Trump come una “guerra di religione” – e ancora peggio una “guerra di civilizzazione” – in cui l’Occidente “vince” sul Medioriente; in cui l’America dei cristiani-sionisti invasata di fanatismo pentacostale e lo “Stato ebraico” di Israele devono vincere non solo contro l’Iran sciita, ma contro la Palestina e contro il mondo arabo, a maggioranza islamico, dell’Asia occidentale. Non dimentichiamoci che oggi al governo in Israele ci sono dei fanatici religiosi come Ben Gvir o Smotrich seguaci del kahanismo, la cui principale rivendicazione era l’espulsione dei palestinesi sia da Israele che dai territori occupati della West Bank, e Gaza. Il kahanismo è un movimento estremista religioso ebraico di ideologia riconducibile al sionismo di destra e al sionismo religioso. Meir Kahane, il controverso rabbino israelita fondatore del movimento e coniatore del termine, sosteneva che la presenza di non ebrei, cristiani, musulmani o altre fedi, contaminasse la Terra Santa e ostacolasse la redenzione. Giustificava questa richiesta come un dovere religioso e vedeva lo Stato d’Israele come il centro universale dell’ebraismo, teorizzando quindi: la cittadinanza ai soli ebrei, la formazione di una “costituzione teocratica” istituita secondo la Halakhah e la guerra come unica soluzione per risolvere problemi quali la “questione palestinese” e “l’antisemitismo dei paesi musulmani”. In una intervista a Meir Kahane pubblicata nel 1985 in Francia, Meir Kahane affermava: “Qualsiasi non ebreo, compresi gli arabi, può avere lo status di residente straniero in Israele se accetta la legge dell’Halakhah. Non faccio distinzioni tra arabi e non arabi. L’unica distinzione che faccio è tra ebrei e non ebrei. Se un non ebreo vuole vivere qui, deve accettare di essere un residente straniero, che sia arabo o meno. Non ha e non può avere diritti nazionali in Israele. Può avere diritti civili, diritti sociali, ma non può essere cittadino; non avrà il diritto di voto. Ripeto, che sia arabo o meno.” Secondo alcuni sarebbe possibile l’istituzione di uno stato teocratico governato secondo la Halakhah espanso da Israele a parte del Medio Oriente, dando possibilità di voto esclusivamente alle persone di religione ebraica, cosa che potrebbe indebolire fortemente le politiche di Paesi vicini come Iraq, Cisgiordania, Striscia di Gaza, Egitto, Giordania, Siria e Libano. Come affermava Meir Kahane nell’intervista: “Il confine meridionale arriva fino a El Arish, che comprende tutto il Sinai settentrionale, inclusa Yamit. A est, la frontiera corre lungo la parte occidentale della riva orientale del fiume Giordano, quindi parte di quella che oggi è la Giordania. Eretz Yisrael comprende anche parte del Libano, alcune zone della Siria e parte dell’Iraq, fino al fiume Tigri.” Queste tesi vanno a braccetto con le convinzioni delle frange estreme del sionismo in Israele quanto negli USA, oltre ad essere la stessa convinzione delle velleità messianiche delle frange fanatiche del sionismo cristiano rappresentate da settori cristiani evangelici e pentacostali. Ed ecco che in entrambi i casi si finisce per concepire la guerra come inevitabile, benedire la guerra e giustificare un genocidio con la Bibbia. Eppure nella giornata della Pasqua cattolica – domenica delle palme per gli ortodossi – a Isfahan, in Iran, sono stati celebrati i riti funebri per i cristiani uccisi dai bombardamenti sionisti e statunitensi. In Libano non abbiamo neanche idea della dimensione dei cristiani colpiti. Sembra che non interessi a nessuno dei cristiani iraniani ammazzati in una guerra che i loro carnefici di altra religione considerano “Santa”. Non importa nulla, di questi cristiani, nemmeno ai cristiani statunitensi che sostengono Trump: forse perchè – secondo loro – sono di un’altra cultura, di un’altra etnia, di un’altra “razza”. A tal proposito è interessante sottolineare ciò che in questo periodo ha ribadito – in molte sue conferenze ed incontri – il grande sociologo Pino Arlacchi, ricordando che la guerra fa parte dei valori occidentali perchè “la guerra inizia con la Bibbia”. Qualche tempo fa il matematico Piergiorgio Odifreddi disse che la parte ebraica della Bibbia, ovvero l’Antico Testamento, gli ricordava per certi versi proprio il Mein Kampf di Adolf Hitler. Un paragone abbastanza discutibile, ma che comunque nasce da un dato di fatto: gli sconvolgenti episodi di violenza descritti e narrati dalla Bibbia. Non è un caso che sono molteplici gli episodi che parlano di “distruzione totale”. L’Occidente oggi fa tutto da solo: si sogna, si concepisce, si costruisce ed attua l’Armageddon. Un Armageddon non biblico o calato dall’alto, ma un Armageddon voluto, costruito e combattuto a discapito di tutti e a cui tutta la popolazione mondiale è obbligata ad assistere in diretta tv. Un Armageddon che, sebbene giustificato vergognosamente da alcuni ambienti fanatici con la religione, ha ben poco di religioso. Arriverà il giorno in cui i posteri, se ci saranno, chiederanno “Dove era Dio a salvarci in questa situazione?” Molti risponderanno “Eppure in nome di Dio è stata invocata!”, mentre altri più saggiamente affermeranno, parafrasando William Clarke Styron: “Non è importante dove fosse Dio, ma dove era l’essere umano”.       (1) Il charismatic movement nel cristianesimo è un movimento interno alle confessioni consolidate o principali che adotta credenze e pratiche del cristianesimo carismatico , con particolare enfasi sul battesimo con lo Spirito Santo e sull’uso dei doni spirituali (carismi). Ha interessato la maggior parte delle confessioni negli Stati Uniti e si è diffuso ampiamente in tutto il mondo. Si ritiene che il movimento abbia avuto inizio nel 1960 nell’anglicanesimo (attraverso la Chiesa Episcopale degli Stati Uniti ) e si sia diffuso ad altre confessioni protestanti tradizionali, inclusi altri protestanti americani , sia luterani che presbiteriani, entro il 1962, e al cattolicesimo entro il 1967. I metodisti si sono uniti al movimento carismatico negli anni ’70. (2) La “teologia della prosperità” è una credenza diffusa tra alcuni gruppi di cristiani protestanti carismatici, originari degli Stati Uniti, secondo cui la benedizione finanziaria e il benessere fisico sono sempre la volontà di Dio per loro, e che la fede, la confessione positiva delle Scritture e le donazioni a cause caritatevoli e religiose aumenteranno la ricchezza materiale. Il successo materiale e soprattutto finanziario è visto come prova della grazia o del favore e delle benedizioni divine, e il contrario, come segno di giudizio. La “teologia della prosperità” è considerata eretica da quasi tutte le altre denominazioni cristiane; è stata criticata da leader di varie denominazioni cristiane , compresi i movimenti pentecostali e carismatici , i quali sostengono che sia irresponsabile, promuova l’idolatria e sia contraria alla Bibbia. Fu durante il Healing Revival degli anni ’50 che la “teologia della prosperità” e il movimento carismatico moderno acquisì per la prima volta importanza negli Stati Uniti. (3) La parusia (dal greco parousía, “presenza” o “arrivo”) indica principalmente la venuta gloriosa di Gesù Cristo alla fine dei tempi. Originariamente usato nel greco antico per visite ufficiali di sovrani, il termine descrive nel cristianesimo il ritorno definitivo di Cristo, mentre nel platonismo indica la presenza delle idee nella realtà sensibile.   Altre informazioni: https://ilmanifesto.it/teocrazia-usa-contro-gli-ayatollah-il-disegno-e-divino https://pagineesteri.it/2026/03/10/in-evidenza/usa-e-israele-aggressione-iran-guerra-santa/ https://www.lastampa.it/esteri/2026/03/07/news/la_guerra_santa_di_trump_cosi_tiene_lontano_gli_epstein_files-15534799/ https://www.invictapalestina.org/archives/40171 Vito Mancuso, Dio, Trump e la guerra delle Scritture: così c’è chi piega la Bibbia ai propri fini, La Stampa, 16 marzo 2026 https://www.lastampa.it/politica/2026/03/16/news/dio_trump_e_la_guerra_delle_scritture_cosi_c_e_chi_piega_la_bibbia_ai_propri_fini-15546327/ Informazioni su Kahanismo: > Israele: il kahanismo è tornato. E questa volta vuole restare Sulla diffusione negli anni Ottanta di questo ed altri movimenti estremisti, cfr. Sprinzak, Ehud, “The Emergence of the Israeli Radical Right”, in Comparative Politics, 21, no. 2 (January 1989): 171-192.   Lorenzo Poli
April 7, 2026
Pressenza
Il sindacato dei bancari UNISIN e la solidarietà a Cuba
Fioccano le diagnosi e i giudizi sulla sanità mentale e sulle iniziative dell’uomo più potente della Terra e sono tutte diagnosi e giudizi implacabili che ne evidenziano la demenza, l’aggressività, la sete di denaro e di potere. Per raggiungere i suoi obiettivi Trump non guarda in faccia a nessuno, siano essi bambini o bambine, anziani o anziane, donne o uomini. E meno male che si era fatto eleggere come l’uomo che avrebbe riportato la pace nel mondo! Guerre, stragi, genocidi, distruzione e fame sono invece il bagaglio con cui si è presentato al mondo e ai suoi elettori, che però in buona parte continuano a sostenerlo con un fanatismo incrollabile. Si prende quello che vuole, o almeno ci prova ed è quello che vorrebbe fare con Cuba … Le prese di posizione davanti a tanta infantile ma pericolosa aggressività e prepotenza arrivano più dal mondo dell’associazionismo che dagli Stati, che osservano paralizzati e impauriti all’inasprimento “trumpiano” del già devastante embargo che colpisce Cuba da oltre 60 anni. Ma c’è chi dice NO! C’è chi si mobilita, chi non abbandona Cuba e il meraviglioso popolo cubano e quindi le iniziative di solidarietà fioccano in tutto il mondo. Una di queste riguarda UNISIN, uno dei sindacati dei bancari e qui mi tocca precisare: “Ho detto bancari, non banchieri!” Il Direttivo e la Segreteria Nazionale UNISIN hanno approvato all’unanimità il sostegno all’eroica resistenza di Cuba all’aggressione statunitense attraverso un versamento di 2mila euro a favore della “Campagna nazionale straordinaria di raccolta fondi a sostegno del sistema elettro-energetico cubano – Energia per la vita, accendiamo la luce su Cuba.” Nel comunicato sindacale inviato a tutte le strutture italiane si legge: “Questo nostro contributo è anche un ringraziamento per l’aiuto che Cuba ha prontamente dato al nostro Paese durante le tragiche giornate del COVID e in generale negli ultimi anni, inviando specialisti, medici ed infermieri che si sono distinti per la generosità e la professionalità nei numerosi ospedali dove hanno prestato la loro opera. Ancora oggi ci sono moltissimi medici cubani che supportano con il loro lavoro il nostro sistema sanitario.”   Redazione Italia
April 7, 2026
Pressenza
Effetti del blocco USA sulla sanità cubana
“Il blocco esiste, è reale e il suo effetto è permanente sulla sanità pubblica cubana”, ha affermato alcuni giorni fa il Viceministro della salute, il dottor Julio Guerra Izquierdo, spiegando nel programma televisivo Mesa Redonda come l’impatto diretto e crudele della politica del governo degli Stati Uniti colpisca la sanità pubblica. Tra i settori maggiormente colpiti dal blocco economico, commerciale e finanziario imposto dalle varie amministrazioni statunitensi all’isola caraibica dal lontano 1962 c’è anche quello della sanità, Una sanità garantita in modo gratuito a tutti i cubani, che si trova però a combattere con gli effetti procurati quotidianamente dalle sanzioni statunitensi. Tra gli effetti immediati sulla sanità spicca la cancellazione di contratti commerciali per l’acquisizione di tecnologie e prodotti medici, oltre al rifiuto da parte delle compagnie di navigazione di trasportare a Cuba vari carichi, tra cui farmaci. Inoltre Cuba non può acquistare attrezzature mediche, in molti casi essenziali per le cure dei pazienti, che contengano più del 10% di componenti prodotti negli Stati Uniti, il che ne limita di fatto l’acquisizione. Nel suo intervento alla trasmissione Mesa Redonda, Julio Guerra ha quantificato in 4,183 miliardi di dollari i danni prodotti al settore della salute dal blocco statunitense; nel solo 2025 il costo è stato stimato in 288 milioni di dollari. 25 giorni di blocco equivalgono al finanziamento richiesto per coprire il quadro base dei farmaci per un anno a Cuba (339 milioni di dollari). 9 giorni di blocco equivalgono al budget necessario per importare tutto il materiale di consumo del sistema sanitario nazionale in un anno: siringhe, garze, aghi, suture, cateteri, ecc. (129 milioni di dollari) 21 ore di blocco equivalgono al costo di acquisizione dell’insulina necessaria per un anno per i pazienti diabetici. (12 milioni di dollari) L’ordine esecutivo di Donald Trump nel quale impedisce all’isola di acquistare combustibile impatta ovviamente anche sul settore sanitario. La mancanza di energia elettrica limita molte cure, impedisce il normale svolgimento degli interventi chirurgici nelle sale operatorie, che devono essere rimandati con ovvie ricadute sulla salute dei pazienti, mette a rischio il normale processo di dialisi, limita l’esecuzione di normali esami diagnostici e molto altro. Il vice ministro comunque ha assicurato che nessun paziente è morto per cause imputabili alla mancanza di energia elettrica. Per far fronte a tale mancanza sono state stabilite priorità in ogni livello di assistenza, con particolare attenzione al programma materno-infantile, al controllo epidemiologico, alle emergenze, al trattamento di pazienti oncologici e con problemi renali e altro. Parallelamente viene incrementato il programma di installazione di pannelli solari per la produzione di energia elettrica; sono stati installati pannelli in 282 poliambulatori, 78 case di riposo, 97 strutture materne, 74 case per anziani e 15 ospedali. La direttrice dell’ospedale Calixto García, dottoressa in Scienze Iliovanys Betancourt Plaza, ricorda come le misure di soffocamento economico della Casa Bianca abbiano un effetto diretto sulla vita quotidiana di un complesso ospedaliero come quello che lei dirige. L’ospedale dispone di 21 padiglioni, che richiedono una garanzia energetica costante. La dottoressa ha menzionato i casi di persone che hanno subito un trauma e devono essere trasportate in ospedale. Occorre arrivare sulla scena in tempo per salvare il paziente, avere a disposizione un’ambulanza e, una volta giunti in ospedale, procedere all’intervento chirurgico. Per tutto questo occorrono carburante ed energia elettrica. Ha aggiunto che assistere più vittime in un’emergenza richiede risorse e tecnologie, che oggi mancano, in un settore in cui è necessario prendere decisioni rapide e difficili. Gli interventi chirurgici sono quelli più colpiti dalle carenze energetiche, soprattutto quando dipendono da gruppi multidisciplinari. Ha precisato che, quando in un’operazione intervengono diversi specialisti, sono necessarie alte tecnologie e molti input. Sostenere tutto questo è diventato una sfida tremenda. Nel settore della cardiologia l’acquisizione di pacemaker per l’impianto nei pazienti è molto difficile a causa del blocco e le degenze dei malati diventano più lunghe. Nei i momenti di maggiore tensione, come quando il servizio elettrico nazionale subisce una caduta, negli ospedali hanno ideato protocolli e strategie per affrontare questa emergenza dando priorità alle aree vitali. Durante i blackout energetici, alcuni gruppi elettrogeni non funzionano a causa del loro invecchiamento e della mancanza di pezzi di ricambio che non si possono acquistare per via del blocco. Il dottor Eugenio Selman Housein Sosa, direttore del centro cardiologico dell’Ospedale Pediatrico William Soler dell’Avana, ha sottolineato come le misure coercitive del blocco colpiscano direttamente i bambini, trasformando in nemici non i membri del governo, come affermano alla Casa Bianca, ma gli stessi malati, senza risparmiare i più piccoli. Nel settore cardiologico le migliori attrezzature per le cure sono statunitensi, ma a causa del blocco non possono essere acquistate da Cuba. “E’ una politica per colpire gli ospedali e farla pagare ai pazienti; poi questi ipocriti vanno in giro  a dire che la colpa è del governo cubano, accusandolo di essere uno Stato fallito,” ha affermato il medico. Yamilé García Villar, direttrice dell’Istituto di Nefrologia, ha assicurato che in tutto il Paese esiste una rete di 57 unità per la dialisi, dotate di tecnologia all’avanguardia, ma quando si verificano dei guasti diventa difficile reperire i pezzi di ricambio. “Dall’epidemia di coronavirus l’attività dei trapianti è diventata più difficile; insieme al ferreo blocco, questo ci ha impedito di raggiungere gli obiettivi che ci eravamo prefissati; a volte le terapie si allungano nel tempo, ma non ci siamo fermati”, ha affermato. “Le sanzioni mettono in pericolo la vita di 3.000 cubani che hanno bisogno della dialisi.”     Andrea Puccio
April 7, 2026
Pressenza
Rami, palestinese-americano: “Faccio attivismo per l’umanità e per me stesso”
La chiacchierata con Rami ci offre uno squarcio su quel che significa essere un palestinese della diaspora: vivere all’interno del sistema complice di chi sta uccidendo il tuo popolo, avere pezzi di cuore impazziti che cercano disperatamente di congiungersi con altre parti di te che stanno là, in un luogo dove non ti è mai stato permesso di mettere piede e che ti sei accontentato di guardare attraverso reti di filo spinato, mentre venivano sparati proiettili sulla folla e  gas lacrimogeni cercavano di disperdervi. Era il 15 maggio del 2011 e Rami era tra quelli che dal Libano erano arrivati sul confine israeliano per celebrare il “DayLand (la Naqba)”. L’IDF quell’anno uccise 15 persone, di cui alcuni bambini e ne ferì quasi 150. Ma soprattutto Rami ci insegna come sia possibile rinascere e riconsolidare quelle parti profonde e traumatizzate di noi stessi per diventare esseri umani evoluti, solidi e pronti per un mondo migliore. Quando hai iniziato a fare attività politica? Avevo tredici anni. Ero a conoscenza della colossale ingiustizia commessa contro i palestinesi e vedevo come avessero manipolato e indotto in errore il mondo intero, portandolo a credere che fosse Israele la vittima. Ciò accese in me la determinazione a dire la verità, ma avevo anche capito che la battaglia per la verità deve essere fatta in nome di tutti. Non sono uno che crede nei confini, nelle nazioni, nel patriottismo a tutti i costi; vorrei che raggiungessimo la consapevolezza di essere tutti abitanti di uno stesso pianeta, che è la nostra casa comune. Ho imparato che dobbiamo sforzarci di portare a un livello superiore ogni cosa che intraprendiamo, anche l’attività più semplice; dobbiamo guardarla con gli occhi futuri dell’intera umanità. Per esempio sto lavorando a una App che vorrei aiutasse bambini, uomini e donne di ogni nazionalità a curare i propri traumi. L’urgenza è scaturita dal mio vissuto personale, poiché per anni mi sono astenuto dal raccontare la mia verità; in gran parte perché nessuno mi aveva fornito gli strumenti giusti per farlo e così mi ero spento. In quel periodo mi pareva che il mondo intero fosse contro di me. Quando, nel 2023, sono scoppiate le grandi proteste, ho capito che dovevo tornare a impegnarmi in una forma di resistenza visibile e rumorosa; l’ho fatto, tuttavia, con un nuovo bagaglio di strumenti e ora desidero condividerli. Raccontami del percorso di crescita e degli strumenti che servono Mi sono interessato alla malattia mentale e ho compiuto studi da psicoterapeuta. Per diversi anni ho lavorato presso un rinomato centro di riabilitazione dove, per uno strano scherzo del destino, i miei assistiti erano per lo più benestanti sionisti. Per mia scelta li informavo che ero palestinese e spesso grazie al processo messo in moto dal dialogo terapeutico riuscivano a guardare il loro sistema di valori diversamente. Le cose più comuni che emergevano erano sensi di colpa mescolati alla paura di perdere il privilegio di far parte di quell’ambiente. In quanto cittadino americano, parte del mio ruolo qui consiste nel tentare di smantellare il sionismo confrontandomi con esso e guardandolo dritto negli occhi. Fammi un esempio Eravamo accampati nel campus dell’University of California e in diverse occasioni dei sionisti locali venivano a provocarci; l’ordine tra noi era di ignorarli. Io, però, gli andavo incontro sorridente e gli offrivo la mano per stringerla. Una volta un giovane ci stava urlando le cose peggiori, ma dopo che scambiammo qualche parola, si rese conto che la persona che aveva di fronte non corrispondeva all’immagine che si era costruito. Gli squillò il telefono e rispose; era sua madre. Le disse: «Indovina un po’, mamma? Sto parlando con un palestinese». Dopo una pausa, aggiunse: «No, no, mamma… questo è uno bravo». Se riusciamo a guardare da fuori la relazione tra oppressi e oppressori scopriamo di essere spesso noi oppressi i responsabili della regolazione emotiva e dello sviluppo morale dei nostri oppressori; ciò accade perché siamo in presenza di uno squilibrio di potere di grandi proporzioni, che non può a lungo andare non influenzare la parte che domina. Abbiamo bisogno che essi si risveglino alla propria umanità, se non altro perché ci permettano di sopravvivere. Tuttavia, mentre li aiutiamo a ritrovarsi —fermi nel nostro impegno per la verità e la giustizia — cresciamo anche noi e lo sbilanciamento di potere diminuisce. Sono molti i palestinesi della diaspora impegnati? Ce ne sono alcuni, ma altri, a causa dei traumi subiti, cercano di tenersi alla larga dall’attivismo; si sforzano di diventare emotivamente insensibili, ma non è possibile nascondersi davanti al genocidio dei tuoi fratelli e sorelle. Ci si illude di poter condurre una vita normale; si crede di aver sviluppato degli anticorpi, di essersi fatti la “pelle dura”, ma la rimozione cova al di sotto e finisce per presentare il conto. Che cosa possono fare i palestinesi americani per curare le loro ferite? Non devono cedere alla sonnolenza e scivolare nell’apatia; è quando reagisci che inizi a sentirti meglio. Devono capire che l’attivismo è la nostra prima cura, perché ci fa rinascere come persone integre e stabilizza un sistema di valori morali universali in cui riconoscersi. Come può un essere umano vivere sereno se nel suo intimo traballa? Al contrario se sei solido, centrato e con gli strumenti giusti non starai più zitto e saprai parlare al mondo con cognizione di causa. Lo strumento più potente per evolvere e raggiungere la pace è il dialogo? Per aiutare davvero i singoli popoli dobbiamo prima sviluppare il concetto di umanità e integrarlo in noi stessi – per questo nel mio gruppo di attivisti stendiamo tante bandiere e non solo quella palestinese, cerchiamo di non dimenticare nessuno. E certamente  il dialogo gioca un ruolo fondamentale nel processo di crescita personale e collettiva ma, non fraintendermi, per me è più efficace se lo applichiamo al conflitto e non a un generico desiderio di pace. In primo luogo perché non dobbiamo trasformare la pace in un dogma — non può esserci pace senza giustizia, e non può esserci giustizia senza porre confini fermi! — e in secondo luogo perché il conflitto è una realtà concreta più dello stato di pace (spesso ideale), che va affrontata e utilizzata come punto di partenza. Credo nel conflitto e credo che ce ne servano di più. Non mi sto riferendo a quelli armati, che sono la forma estrema, ma alla conflittualità che si presenta in nuce e che la maggior parte di noi considera giusto evitare. Invece no: bisogna entrare nel conflitto per risolverlo. Per farti capire: nel mondo dell’attivismo ci sono tante micro-conflittualità che, proprio perché vengono ignorate, spingono le parti deboli, o incomprese, ad andarsene, con perdita di risorse per l’intero gruppo. Lo stesso fenomeno si ripete nelle coppie, nelle famiglie, nei gruppi di lavoro, a scuola ecc. Se una parte sopporta e tace l’altra prevarica; è la nostra natura. Io insegno a mettere dei paletti e a dire “no” senza che ci sia distruzione nel sistema. Bisogna trasformare il conflitto in qualcosa di costruttivo Da qualche tempo mi ritrovo a svolgere il ruolo di mediatore in situazioni di questo genere all’interno dei gruppi di attivisti, poiché non possiamo permettere che obiettivi a breve termine frammentino le nostre fila; la vera liberazione non è una battaglia che si combatte e si vince, bensì il processo del compiere ogni passo con integrità, allineandosi di volta in volta alla verità che si scopre. Come vedi i palestinesi che resistono in Palestina? Sono i miei eroi e lo sono per l’umanità. Quando siamo nelle piazze urliamo “Palestina libera!”, ma credo che la Palestina sia già libera e per questo motivo la attaccano; la Palestina non è solo terra, sassi e ulivi; è anche un luogo della mente, e chi entra in questa dimensione diventa invincibile e libero. Lotta per tutti gli altri che ancora non lo sono. Camminiamo per il parco fino alle macchine. Osservo Rami brillare nella bruma dell’oceano che ha coperto leggera le punte degli alberi. In quella che ho scelto come mia cultura d’elezione, lo yoga, gli dèi esistono e camminano tra noi; li riconosci da come si muovono e dalla luce che emanano, ispirano coraggio e altruismo nel cuore di chi li incontra.       Marina Serina
April 5, 2026
Pressenza