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Foundation Future Industries, “soldati robot” testati in Ucraina prodotti da Eric Trump
Mentre la Silicon Valley è impegnata in una corsa contro il tempo per costruire robot umanoidi in grado di piegare il bucato e preparare un caffè, una start-up intravede un utilizzo ben diverso per questa tecnologia: la guerra e le armi per condurla.  Eric Trump, il secondogenito del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ha assunto il ruolo chiave di Chief Strategy Advisor e investitore in Foundation Future Industries (Foundation Robotics), un’azienda di robotica con sede a San Francisco e legami con la famiglia Trump, che sviluppa robot umanoidi autonomi a “duplice uso” per ambienti industriali pesanti e applicazioni militari.  Il ruolo di Eric Trump nella startup è di “consulente strategico”, non è un semplice investitore passivo ma ricopre formalmente la carica di Chief Strategy Advisor. Eric Trump ha dichiarato che il suo ingresso e i suoi investimenti nella società mirano a garantire agli Stati Uniti il superamento tecnologico della Cina (1) nel comparto della robotica militare. Un portavoce della Fondazione ha dichiarato alla CNBC che Eric Trump era stato un investitore dell’azienda prima di subentrare come consulente, e che le due parti condividevano la visione di riportare la produzione manifatturiera negli Stati Uniti. Una mossa che ha attirato le critiche della senatrice democratica Elizabeth Warren, la quale ha affermato che i contratti governativi dell’azienda rappresentavano “corruzione alla luce del sole“. Sotto la guida di Eric Trump, la start-up ha già ottenuto contratti di ricerca governativi per un totale di 24 milioni di dollari, destinati a test di fattibilità nei settori dell’ispezione, della logistica e della gestione delle armi per l’Esercito, la Marina, l’Aeronautica e il Pentagono. I robot sono stati presi in esame anche dal Dipartimento della Sicurezza Interna (DHS) per potenziali impieghi di pattugliamento dei confini. In poche parole sono “robot umanoidi per la guerra”.  La convergenza tra l’ascesa commerciale di Foundation e il ruolo della famiglia presidenziale ha sollevato forti dibattiti negli Stati Uniti. Analisti e media finanziari come Reuters e Yahoo Finance hanno sollevato interrogativi su potenziali conflitti di interesse. La famiglia Trump detiene infatti quote in aziende tecnologiche e produttori di droni che competono direttamente per gli appalti del governo americano, in evidente conflitto di interesse. Nonostante ciò, la startup tecnologica ha attirato l’attenzione globale per lo sviluppo di robot umanoidi autonomi pensati per il campo di battaglia. Sebbene questi robot sembrino usciti da un film di fantascienza alla Terminator, si stanno avvicinando alla realtà: i primi prototipi sono infatti attualmente in fase di test in Ucraina per un potenziale impiego nella guerra di Kiev contro la Russia.  Al centro della missione dell’azienda c’è la convinzione che la robotica umanoide debba essere impiegata per affrontare le maggiori sfide dell’umanità, piuttosto che per svolgere lavori domestici e ruoli di servizio, ha dichiarato a CNBC l’amministratore delegato della Fondazione, Sankaet Pathak (2). “Sono convinto che la tecnologia stia raggiungendo un livello tale da poter sostituire i lavori pericolosi per gli esseri umani e, se si riesce a farlo, si ottiene il massimo beneficio netto possibile da tutte le applicazioni della robotica”, ha affermato Pathak.  Sebbene la Fondazione operi in un campo degli umanoidi sempre più affollato, la sua esplicita adesione ai potenziali usi militari della sua tecnologia l’ha distinta dalle altre. A differenza di altre aziende della Silicon Valley focalizzate su robot domestici, Foundation Future Industries ha un obiettivo esplicitamente “dual-use” (civile e militare). I primi prototipi, denominati Phantom-01, sono robot umanoidi già stati impiegati in Ucraina per test logistici e di ricognizione. L’inizio dei test sul campo è avvenuto a febbraio 2026, mentre i test dei sistemi d’arma è previsto per il 2027 e la piena operatività e produzione di massa è in programma entro fine 2027. All’inizio di quest’anno, la start up ha ottenuto maggiore riconoscimento a livello globale inviando due dei suoi robot Phantom MK-1 in Ucraina per una dimostrazione pilota, segnando quello che l’azienda ha descritto come il primo impiego noto di robot umanoidi in un teatro di guerra. Il modello Phantom MK-1 è stato testato dalle forze ucraine in compiti ad alto rischio quali la bonifica di edifici, la mappatura di interni e il trasporto logistico. I test in corso, sostenuti dal governo statunitense e condotti con funzionari ucraini, si sono concentrati sulla logistica in aree a rischio. Il CEO della società, Sankaet Pathak, ha confermato a WIRED che l’azienda sta esplorando capacità “cinetiche” (un termine tecnico per indicare l’integrazione di sistemi d’arma) cioè una evoluzione letale. L’obiettivo è presentare soluzioni armate nel breve periodo. Grazie a una partnership strategica siglata con AMD, la startup sta sviluppando il modello Phantom MK-2, dotato di processori AI avanzati, una capacità di carico di 80 kg e una resistenza strutturale potenziata. L’Ucraina rappresentava un debutto naturale, poiché il suo conflitto in corso con la Russia si è già affermato come un importante banco di prova per la robotica e l’intelligenza artificiale in ambito bellico. La guerra, giunta ormai al quinto anno, ha visto l’impiego di robot terrestri per la consegna di rifornimenti al fronte e di droni autonomi e potenziati dall’intelligenza artificiale per attacchi di precisione e ricognizione. Secondo Pathak, i test dell’MK-1 in Ucraina hanno già dimostrato il potenziale del robot nell’effettuare il ritiro di rifornimenti, un’attività che spesso espone i soldati a pericoli.  Ma sebbene gli MK-1 contribuiscano a dimostrare l’utilità della tecnologia di base, sono ben lungi dall’essere dei super soldati, trasportando un carico utile di soli 20 kg circa e non essendo impermeabili e dotati di una durata della batteria sufficiente per essere impiegati su larga scala.   La Fondazione si propone di inviare quest’anno in Ucraina robot nuovi e migliorati, nella forma del Phantom 2, che secondo Pathak sarà dotato di “capacità sovrumane” e avrà una capacità di carico doppia rispetto al Phantom 1. Il Ministero della Difesa ucraino si è rifiutato di commentare la questione, mentre il Dipartimento della Difesa statunitense non ha risposto a una richiesta di informazioni. La Fondazione prevede che i test condotti in Ucraina forniranno informazioni utili per la futura collaborazione con l’esercito statunitense. La Fondazione ha fortemente puntato sull’allineamento con gli interessi di Washington, inquadrando l’importanza della sua tecnologia nel più ampio contesto della competizione geopolitica tra Stati Uniti e Cina. L’obiettivo è fornire all’esercito statunitense “i migliori robot che possiamo costruire, migliori di qualsiasi cosa abbia la Cina”, ha affermato Pathak.  Sebbene diverse aziende americane stiano collaborando con il governo degli Stati Uniti per impiegare robot autonomi in applicazioni militari, il Pentagono non ha ancora reso noto l’impiego di un robot umanoide per tali scopi. Ma la start-up si è prefissata obiettivi ambiziosi: Pathak prevede di aumentare la produzione a migliaia di unità quest’anno e di iniziare i test sul campo con l’esercito statunitense entro i prossimi 18 mesi. I progetti e i crescenti legami dell’azienda con Washington rappresentano un ulteriore esempio di come l’intelligenza artificiale e la robotica stiano iniziando a trasformare la “guerra moderna” e a diventare un punto focale della “sicurezza nazionale”.  I sostenitori della tecnologia umanoide in ambito militare e industriale sostengono che i robot dalle sembianze umane siano generalmente più adatti di altre forme di robotica a muoversi in cantieri edili, centri logistici e zone di guerra reali. Kateryna Bondar, ricercatrice senior presso il Wadhwani AI Center del CSIS, ha dichiarato alla CNBC che i robot umanoidi potrebbero teoricamente offrire alcuni vantaggi sul campo di battaglia grazie alla loro autonomia e alla destrezza simile a quella umana. “Gli spazi di combattimento urbani moderni, dove ci sono scale, scalette, scantinati e corridoi stretti, sono stati creati per il movimento umano, il che potrebbe dare ai sistemi umanoidi un vantaggio rispetto ai robot cingolati o quadrupedi in determinati scenari”, ha affermato Bondar a CNBC. Gli esperti sembrano essere d’accordo sul fatto che, a prescindere dalla forma o dalle dimensioni, l’era dei robot dotati di intelligenza artificiale in ambito bellico è ormai vicina. “Prevedo che robot cingolati, volanti e sottomarini sostituiranno la forza umana”, ha affermato Toby Walsh, scienziato capo presso l’Istituto di Intelligenza Artificiale dell’Università del Nuovo Galles del Sud.  Sebbene la maggior parte degli impieghi bellici dei robot Phantom preveda ancora una qualche conferma umana nel processo decisionale, Pathak ha affermato che i robot della Fondazione dovranno prendere decisioni completamente autonome in determinati scenari in cui il tempo è un fattore critico: l’inizio dell’era della guerra autonoma, largamente già sperimentata da Israele nell’Operazione Guardiani delle Mura nel 2021 contro la popolazione palestinese ed attualmente nell’escalation militare sfociata in un genocidio senza fine contro la popolazione gazawi dal 7 ottobre 2023. L’esercito statunitense ha già dimostrato la volontà di adottare modelli di intelligenza artificiale, e secondo alcune fonti questa tecnologia verrebbe utilizzata per orientare gli attacchi e il processo decisionale nel conflitto in corso con l’Iran. “Rendere i robot simili agli esseri umani è una sfida ingegneristica complessa e costosa, e ciò che l’Ucraina ci ha insegnato è l’opposto: che abbiamo bisogno della capacità di adattarci rapidamente e di produrre in modo rapido ed economico” – ha affermato Melanie Sisson, ricercatrice senior presso il programma di politica estera della Brookings Institution.  Con l’avvicinarsi dei robot umanoidi al campo di battaglia, la tecnologia ha sollevato preoccupazioni etiche, in particolare riguardo all’uso del processo decisionale autonomo in combattimento, quando sono in gioco vite umane.  L’idea di introdurre “robot soldato” dotati di autonomia decisionale sul campo di battaglia genera profonde preoccupazioni etiche. Il dibattito etico e bioetico sui “robot soldato” e dei sistemi d’arma letali autonomi (LAWS, Lethal Autonomous Weapon Systems) è uno dei temi più critici della filosofia morale e del diritto internazionale contemporaneo. Le Nazioni Unite spingono da tempo per trattati internazionali volti a limitare o vietare i LAWS sprovvisti di un controllo umano diretto. Tra retorica di pace e automazione del conflitto, la vicenda di Foundation Future Industries solleva un interrogativo etico ed economico che va ben oltre la semplice innovazione tecnologica. Da un lato, la leadership politica ed economica statunitense — incarnata in questo caso dalle mosse strategiche e dai finanziamenti della famiglia Trump — continua a promuovere pubblicamente una retorica legata alla difesa della democrazia globale e all’esportazione della stabilità. Dall’altro, i massicci investimenti del Pentagono in robotica autonoma e letale dimostrano la volontà di capitalizzare economicamente e militarmente sulle crisi internazionali. Questa corsa all’automazione bellica accelera proprio nel momento in cui il conflitto in Ucraina si scontra con la sua realtà più drammatica e strutturale: l’esaurimento delle risorse umane. Con un fronte stremato e le crescenti e documentate difficoltà nel reperire nuove reclute sul terreno, la transizione verso i “soldati robot” rischia di trasformare la guerra in un business asimmetrico e permanente. In questo scenario, le macchine autonome smettono di essere uno strumento di difesa e diventano il mezzo ideale per prolungare i conflitti a tempo indeterminato, riducendo le perdite politiche interne per Washington ma delegando la distruzione sul campo a algoritmi privati e droni antropomorfi. Mentre le popolazioni americana ed europee affondano in una crisi economica sempre più grave, i loro governi continuano a finanziare una catastrofica guerra per procura. Questo paradosso si consuma nell’indifferenza generale delle opinioni pubbliche occidentali, anestetizzate dalla propaganda guerrafondaia e neoimperialista occidentale o distratte dalla lotta quotidiana per la sopravvivenza. Nel silenzio dei cittadini che ne pagano il prezzo, i reali bisogni delle famiglie vengono ignorati per finanziare la nascita dei soldati robot di domani.   (1) La Cina, che vanta numerose aziende leader nel settore della robotica umanoide, ha anche finanziato e sostenuto pubblicamente iniziative per questa tecnologia, incentrate principalmente su applicazioni industriali ed economiche. Sebbene i ricercatori militari cinesi abbiano pubblicato rapporti sul potenziale dei robot umanoidi in ambito militare, l’entità delle sperimentazioni non è ancora chiara. In passato, l’esercito cinese ha presentato le prime versioni di cani robotici dotati di intelligenza artificiale per il combattimento, nonché soldati robot umanoidi controllati tramite movimento.  (2) Pathak è noto soprattutto per aver guidato Synapse, una controversa piattaforma fintech che ha dichiarato bancarotta nel 2024. Poco dopo, ha fondato Foundation con Arjun Sethi, ex CEO di Tribe Capital, e Mike LeBlanc, co-fondatore di Cobalt Robotics. L’ultima iniziativa di Pathak ha attirato anche alcune critiche dopo che la società ha lasciato intendere di avere stretti legami con General Motors e di poter ricevere investimenti dalla casa automobilistica, affermazioni che GM ha poi respinto.   Ulteriori informazioni: https://www.cnbc.com/2026/05/30/humanoid-robots-ukraine-war-foundation-military-ai.html https://www.wired.com/story/humanoid-robot-soldier-eric-trump-foundation-future-industries/ https://www.reuters.com/business/eric-trump-backed-foundation-partners-with-amd-develop-humanoid-robots-2026-07-23/ https://finance.yahoo.com/technology/ai/articles/eric-trump-backed-startup-just-143015023.html > Ecco primi robot umanoidi per la guerra: i nodi tecnici ed etici https://www.scienzainrete.it/articolo/letica-del-soldato-robot/guglielmo-tamburrini/2009-03-23 https://www.rsi.ch/info/mondo/L%E2%80%99incubo-dei-robot-killer-%C3%A8-pi%C3%B9-vicino–2376421.html   Lorenzo Poli
August 31, 2026
Pressenza
A Washington migliaia di persone partecipano alla marcia “Defend the Vote”
Venerdì 28 agosto, nel 63º anniversario della Marcia su Washington “per il lavoro e la libertà” del 1963, in cui Martin Luther King pronunciò il suo storico discorso “I have a dream”, migliaia di persone si sono riunite al Lincoln Memorial per la marcia “Defend the Vote”. Convocata dal reverendo Al Sharpton della National Action Network, dal Drum Major Institute di Martin Luther King III e da oltre 90 organizzazioni sindacali, studentesche, religiose e civiche, la manifestazione ha denunciato le restrizioni al diritto di voto volute dall’amministrazione Trump e dagli Stati governati dai repubblicani e appoggiate dalla Corte Suprema a maggioranza conservatrice. Le limitazioni al voto postale e la cancellazione dei collegi elettorali a maggioranza nera rischiano di influire sulle elezioni di metà mandato previste a novembre. Oltre al reverendo Sharpton e al figlio di Martin Luther King, sono intervenuti il senatore Bernie Sanders, la deputata Alexandria Ocasio-Cortez, il leader della minoranza democratica alla Camera Hakeem Jeffries e la governatrice della Virginia Abigail Spanberger. Bernie Sanders, che era presente alla marcia del 1963, ha ricordato che “la Marcia su Washington e il movimento del dottor King hanno cambiato il corso della storia americana. Ora tocca a noi” ha aggiunto. Alexandria Ocasio-Cortez ha chiuso la manifestazione con un discorso appassionato: “Sanno che quando gli afroamericani esercitano pienamente il loro potere politico, sblocchiamo il progresso per tutta l’America. E questo è ciò che stanno cercando di fermare… Questo novembre, la prima marea sta arrivando… e questa volta, intendiamo vincere tutto.”       Anna Polo
August 29, 2026
Pressenza
Gli USA dichiarano entità terrorista un collettivo italiano che si oppone alle Big Tech
Continua negli USA la moderna caccia alle streghe dell’amministrazione Trump. Il Dipartimento di Stato ha infatti aggiornato la lista delle entità terroristiche, inserendo al suo interno anche il collettivo italiano Autistici Inventati (A/I), da anni impegnato nel garantire una comunicazione più libera contro l’oligopolio delle Big Tech. Accusato di fornire supporto digitale ai gruppi Antifa e ad altre sigle dell’estrema sinistra sparse nel mondo, Autistici Inventati (A/I) è stato bollato come “terrorista globale appositamente designato”. La decisione comporta il congelamento di tutti i beni dell’organizzazione soggetti alla giurisdizione USA e il divieto, per cittadini e soggetti giuridici statunitensi, di effettuare transazioni verso di essa, sul modello delle sanzioni comminate di recente alla Relatrice Speciale dell’ONU Francesca Albanese. Pochi giorni dopo l’attentato dell’11 settembre, l’allora presidente americano George W. Bush firmò il decreto esecutivo n. 13224, dotando il governo di un nuovo strumento «per impedire il finanziamento del terrorismo». In base a quel decreto, le varie amministrazioni che si sono succedute alla Casa Bianca dal 2001 hanno aggiornato la lista delle organizzazioni ritenute terroristiche, prevedendo blocchi e sanzioni, oltre a un’importante espansione dei poteri di sorveglianza. Soltanto nel febbraio dello scorso anno, a pochi giorni dall’inizio del suo secondo mandato, il presidente Donald Trump ha inserito otto nuove organizzazioni all’interno dell’elenco. A novembre è toccato anche a una delle sigle della galassia internazionalista Antifa, la Antifa Ost, attiva in Germania. Preludio della nuova Strategia Nazionale di Controterrorismo, dove movimenti definiti “anti-americani”, “anarchici”, “anti-fascisti” e “radicalmente pro-transgender” sono stati formalmente inseriti nell’elenco delle minacce terroristiche. È in questo contesto che si inserisce l’aggiunta del collettivo italiano Autistici Inventati (A/I) nella lista delle entità terroristiche, per il presunto supporto a organizzazioni bollate come nemiche dalla Casa Bianca, anche se espressione di mero dissenso interno, sale di quella democrazia di cui gli USA si dicono essere massima espressione. Secondo il Dipartimento di Stato, il collettivo fornirebbe strumenti digitali — come chat, email e blog — per comunicare in anonimato. Un intento di cui non fa mistero la stessa organizzazione, nata nel 2001 durante le proteste no global «dall’incontro di individualità e collettivi provenienti dal mondo antagonista e anticapitalista, impegnati a lavorare con le tecnologie e attivi nella lotta per i diritti digitali. Crediamo che questo non sia affatto il migliore dei mondi possibili. La nostra risposta è offrire ad attivisti, gruppi e collettivi piattaforme per una comunicazione più libera», sfidando dunque il cartello delle Big Tech. Secondo Washington, questi servizi sarebbero «specificamente progettati per sostenere le operazioni delle reti terroristiche di estrema sinistra». Contro questa presunta minaccia, gli Stati Uniti, su iniziativa del Segretario di Stato Marco Rubio, hanno addirittura organizzato un vertice internazionale, a cui anche l’Italia ha partecipato con una delegazione. Il taglio politico dell’evento punta a mettere Washington, alle prese con una congiuntura storica non proprio favorevole, a guida di un neo-maccartismo capace di neutralizzare il dissenso, equiparando proteste ambientaliste o contro la violenza della polizia al terrorismo internazionale, sinonimo, fino a qualche anno fa, di jihadismo. A suggellare questo cambio di rotta storico è un’altra decisione proveniente in queste ore dalla Casa Bianca, che dopo 47 anni ha rimosso dai Paesi sponsor del terrorismo la Siria dell’ex tagliagole al-Jolani.   L'Indipendente
August 27, 2026
Pressenza
21 agosto, telefonata di un’ora e venti minuti tra Lula e Trump
Mi limito a tradurre la notizia, proveniente dalla Segreteria per la Comunicazione Sociale della Presidenza della Repubblica, del lungo incontro fra i due capi di Stato. Notizia ovviamente di importanza in un contesto di forte tensione e minacce  che vengono dal nord. Il prestigio di Lula esce dall’incontro rafforzato (e questo al di là di quello che i due presidenti si siano effettivamente detto), il truce fanatico Rubio contenuto. Può dare speranza che ci siano capi di Stato con la levatura di statista, in grado di farsi rispettare dall’impero  e ministri degli esteri, come il calmo e pacato Mauro Vieira, che onorano il compito dell’alta diplomazia. (T.I) Il Presidente brasiliano Lula ha avuto una conversazione telefonica di un’ora e venti minuti venerdì mattina, 21 agosto, con il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, durante la quale hanno discusso i temi centrali dell’agenda bilaterale e la situazione geopolitica globale, in un dialogo che si è svolto in tono amichevole e cordiale, secondo quanto riferito dalla Segreteria per la Comunicazione Sociale della Presidenza della Repubblica (Secom). Durante la telefonata, il Presidente Lula ha affrontato la recente decisione del governo statunitense di imporre nuove tariffe commerciali al Brasile, a seguito di indagini condotte dall’Ufficio del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti. Lula ha sottolineato che le accuse alla base delle misure restrittive – che includono contestazioni relative alla deforestazione, agli accordi preferenziali, alla proprietà intellettuale, alla lotta alla corruzione, al sistema di pagamento Pix, al mercato dell’etanolo e alle presunte importazioni di prodotti fabbricati con il lavoro forzato – sono del tutto infondate. Il capo di Stato brasiliano ha sottolineato che l’imposizione di tariffe genera perdite economiche per entrambe le parti e ha sostenuto che rimanere al tavolo delle trattative è l’opzione migliore per entrambi i Paesi. Lula ha ribadito l’importanza di collaborare per garantire che gli Stati Uniti continuino ad essere  tra i principali partner commerciali del Brasile. In risposta, Donald Trump ha concordato sull’importanza di preservare solidi legami commerciali e ha proposto che i team tecnici di entrambi i Paesi si incontrino nuovamente al più presto per proseguire il dialogo. Per quanto riguarda la sicurezza pubblica e la lotta contro le reti criminali, Lula ha ribadito l’interesse del Brasile a rafforzare la cooperazione bilaterale con gli Stati Uniti. Il presidente ha spiegato che le organizzazioni criminali esercitano quotidianamente il terrore sulle fasce più vulnerabili della popolazione, ma ha sottolineato che tali gruppi non vanno confusi con le organizzazioni terroristiche in senso stretto. Ha inoltre affermato che lo Stato brasiliano dispone di propri strumenti legali e istituzionali per combattere questo tipo di criminalità, senza necessità di classificazioni o designazioni speciali. A titolo di esempio delle azioni intraprese dal Paese, Lula ha illustrato la strategia brasiliana di strangolamento finanziario della criminalità organizzata, che ha già portato al sequestro di circa 17 miliardi di reais in beni e oggetti di valore, citando inoltre il piano governativo di trasformare 138 istituti penitenziari in carceri di massima sicurezza. Il presidente ha inoltre sottolineato la recente approvazione della Legge Anti-Fazioni, un meccanismo che consente maggiore rapidità nel sequestro di beni e passaporti a membri delle fazioni e ha menzionato la proposta di emendamento alla Costituzione che mira ad ampliare il ruolo del governo federale nel coordinamento della sicurezza pubblica in collaborazione con gli Stati. A livello regionale, ha citato l’operatività del Centro Internazionale di Cooperazione di Polizia per l’Amazzonia, con sede a Manaus, che riunisce rappresentanti delle forze di polizia di tutti i Paesi del bacino amazzonico. Dopo queste spiegazioni, Trump ha dimostrato la volontà di intensificare la cooperazione bilaterale in materia di sicurezza e ha garantito che avrebbe mobilitato alti funzionari dell’amministrazione statunitense per dare seguito agli accordi raggiunti. Discutendo dell’agenda internazionale, i due leader si sono scambiati opinioni sui principali conflitti in corso nel mondo, evidenziando gli scontri in Ucraina e in Medio Oriente. Entrambi hanno concordato sull’urgenza di raggiungere una soluzione negoziata alla guerra tra Russia e Ucraina, che dura ormai da quasi cinque anni. Trump ha presentato le sue considerazioni sulle prospettive di risoluzione delle tensioni con l’Iran. Lula, a sua volta, ha lamentato l’inefficacia del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e ha auspicato di convocare una riunione straordinaria dell’organismo per cercare soluzioni diplomatiche alle crisi in corso, in linea con le proposte che aveva precedentemente presentato ai presidenti di Cina, Xi Jinping, e Russia, Vladimir Putin. Il presidente brasiliano ha concluso la sua riflessione osservando che i grandi leader internazionali non sono coloro che iniziano le guerre, ma piuttosto coloro che sono capaci di porre fine ai conflitti. Fonte: Lula e  Trump falam ao telefone e restabelecem  negociação, “Brasil 247”, 21 agosto 2026 Redazione Italia
August 27, 2026
Pressenza
Intervista con Abundia Alvarado: “Diffondere le reti dell’abbondanza”
Sta per iniziare (28 e 29 agosto al Parco Falcone di Catania) il tour di Abundia Alvarado, attivista ambientale, donna trans, oltre che nativa delle comunità Nahuatl e Apache. Originaria del Messico, vive da tempo nel Sud degli Stati Uniti ad Atlanta, dove ha partecipato a lotte ambientaliste, per la causa lgbtq+, per la restituzione della terra alle comunità native, per i diritti dei lavoratori e degli animali e nel movimento Stop Cop City, che tra il 2021 e il 2024 ha tentato di impedire la costruzione di un enorme Centro di Addestramento antisommossa, che ha comportato la devastazione di una magnifica foresta.     Abundia sarà in Italia fino al 13 settembre, dalla Sicilia fino alla Val Susa, nell’ambito di un tour europeo che sta svolgendo insieme al regista Lev Omelchenko e altri attivisti, per promuovere il progetto The Autonomous Kitchen Councils (Consigli Autonomi di Cucina) nato durante quei tre anni di mobilitazioni (tutte le date sono alla fine dell’intervista). Qui a seguire alcuni stralci della lunga chiacchierata che abbiamo avuto con lei. Raccontaci innanzitutto di te e del tuo percorso come attivista Sono nata a Monterrey, città industriale nel Nord del Messico. La mia era una famiglia numerosa (ho sei fratelli e sei sorelle) e quando nacqui mia madre guidava un gruppo di donne nell’occupazione del quartiere doveva vivevamo, Canteras. La polizia la arrestò, minacciando di separarci poco dopo il parto, finché non la rilasciarono. Ma intanto io venivo allattata collettivamente da un gruppo di donne che non tolleravano intrusioni dai poliziotti: ogni volta che salivano la collina, venivano accolti da una pioggia di pietre e le loro camionette venivano spinte giù da un dirupo. Erano gli anni ‘60, questa difesa con le unghie e con i denti coinvolgeva gente di etnie diverse e richiedeva molto lavoro di mediazione. Già prima che arrivassero gli allacci per l’acqua, la corrente e il gas, le persone si erano unite per scavare i primi gradini nella montagna, sorsero le prime case di cartone e uno spazio per il trattamento del mais: tutti al lavoro nelle cucine che, diversamente da quelle dei bianchi, erano spazi comunitari. Io passavo un sacco di tempo con le donne a cucinare e portavo i capelli lunghi, il che rinforzava in me e negli altri la percezione che fossi più femmina che maschio: in cucina non mi sentivo disforica. Il nome che porto e che ho scelto quando ho cominciato la transizione di genere è quello di mia nonna Abundia. Non l’ho mai conosciuta, di lei non mi rimane neanche una foto. So che era una guaritrice Apache Chiricahua. Oltre a gestire una cantina, cosa non facile per una donna sola, aiutava le donne ad abortire quando in Messico era ancora illegale. Da bambina amavo esplorare la montagna presso Canteras, prima che diventasse un quartiere di lusso. Cercavo un posto solo per me, dove costruire altari per le divinità femminili della montagna. Fiori, piante, cascate, piccoli laghi dove facevo il bagno, persino i serpenti velenosi mi affascinavano (non a caso alcune divinità atzeche come Coatlicue hanno attributi serpentini). Anche con le formiche rosse avevo un rapporto di rispettosa coesistenza: a volte per impressionare i turisti sedevo su un formicaio e mi lasciavo coprire dagli insetti, del tutto incolume. Finché non diventai grande, non mi accorsi della mia povertà, grazie alle mamme nel vicinato che di nascosto mi nutrivano (mantenni un rapporto con loro anche dopo lo svezzamento) e grazie ai frutti di cui era ricca la montagna: è da lì che nasce l’idea della Rete dell’Abbondanza che mi vede attualmente impegnata, a partire dal nostro rapporto comunitario con la terra, in contrapposizione al regime di scarsità imposto dalla società capitalista. Mio padre era stato un sindacalista importante negli anni ‘50 durante lo sciopero contro la Hilados de México, che produceva fibre sintetiche. Fu uno degli scioperi più grandi nella storia del Messico e terminò con l’accoglimento di tutte le richieste de3 lavorator3. Ma dopo si demoralizzò, cominciò a bere. Quando compii diciotto anni mi avviò agli studi seminariali, per liberarsi del figlio queer che non voleva in casa. Come me, più di metà dei seminaristi era queer: per un ragazzo indigeno di umili origini studiare da prete era un modo per migliorare il proprio status sociale, oltre al fatto di uscire dal quartiere e magari viaggiare all’estero. In quattro anni mi laureai infatti in filosofia e negli anni successivi ebbi l’opportunità di venire spesso in Europa. Nel 1994, tornata in Messico, partecipai ai negoziati con l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale. In tantissimi, soprattutto indigen3, si erano trasferiti nel Sud del Messico per unirsi al movimento, accettando di condividere i propri beni e mezzi di produzione, come presa di coscienza della propria identità: per la prima volta si discuteva di cosa significasse essere indigen3 e non solo messican3. Lavorando nell’ambito dell’associazionismo (con student3 internazionali o operai3 sottopagat3) e spostandomi spesso tra Messico e Stati Uniti, riuscii ad ottenere la cittadinanza statunitense. Molt3 amic3 che vivono negli Stati Uniti continuano ad attraversare il confine di nascosto per far visita alle loro famiglie. Nel 2015 ho fondato FaunAcción, un gruppo antispecista che si è molto impegnato in Messico per sostenere progetti educativi su diversi ambiti dell’animalismo, anche all’interno delle Università, perché gli/le student3 capissero chi approfitta della sperimentazione sugli animali. Dopo la pandemia abbiamo ripreso con El Molcajete, un furgoncino di volontar3 che, mediante la distribuzione di cibo vegano nelle aree più povere di Città del Messico informano sulla giustizia alimentare e sulla cucina messicana pre-ispanica, in ottica anticolonialista. Nel 2021 ho contribuito a fondare Mariposas Rebeldes, un collettivo di persone queer e trans indigene e latino americane che a partire dalla creazione di orti comunitari organizzano iniziative sull’identità di genere e di razza nella città di Atlanta. Il nome significa Farfalle Ribelli, come le farfalle monarca che migrano tra il Messico e il Canada. Come icona abbiamo scelto la dea atzeca Itzpapalotl, che può assumere sembianze di donna, ma anche di farfalla guerriera. Nell’estate del 2021, durante la pandemia, abbiamo organizzato il Dendalion Fest secondo l’esempio zapatista di scambio gratuito di cibo e risorse, ma anche di ricette, rituali, arti, conoscenze. Sia ad Atlanta che altrove siamo riusciti a coinvolgere molta gente della comunità latina, che normalmente non avrebbe partecipato. Anche piantare nopales (fichi d’india) in un parco pubblico, una pianta considerata inadatta a crescere in un clima umido, ha per me il significato di Land Back: non solo come restituzione delle terre strappate alle popolazioni indigene, ma come più profondo rapporto con la terra. Raccontaci del movimento “Stop Cop City” e del contributo che hai dato Atlanta è una citta che sta crescendo molto, forte degli investimenti di industrie multinazionali, ma vanta anche una forte tradizione di attivismo che risale al movimento per i diritti civili di Martin Luther King. È anche la città più ricca di foreste degli Stati Uniti. Nel 2021 una di queste foreste, in un’area a sud della città, è stata destinata alla costruzione della più grande base di addestramento della polizia negli Stati Uniti, che il movimento chiamò “Cop City”. Oltre alla devastazione ambientale, senza alcuna consultazione popolare, in continuità con la storia razzista e coloniale della città (la foresta era stata infatti una piantagione e una fattoria-prigione), questa mossa è stata vista come un oltraggio dal movimento Black Lives Matter, che nel 2020 si era affermato a livello nazionale con un’ondata di rivolte contro le violenze della polizia. Black Lives Matter chiedeva che quei fondi per l’addestramento delle forze di polizia a tecniche militari antisommossa (tra l’altro in collaborazione con i servizi d’ordine israeliani nell’ambito del programma GILEE) venissero piuttosto investiti in servizi sociali. L’immediata risposta a quel progetto fu Stop Cop City, un vasto movimento ambientalista con una forte presenza Muscogee (la tribù che originariamente abitava nel territorio di Atlanta e che era stata dislocata nel lontano Oklahoma due secoli fa) e delle comunità trans e queer. Non a caso la foresta venne rinominata Weelaunee (“Acque Limacciose” in lingua Muscogee) e per tre anni è stata occupata dagli attivisti, con l’obiettivo di ritardare l’inizio dei lavori in tutti i modi possibili, compreso il sabotaggio dei macchinari. In tutti gli Stati Uniti si è cercato di fare pressione sulle grandi corporazioni coinvolte nel progetto perché rescindessero il contratto con Cop City, mentre a livello locale il movimento godeva del crescente sostegno della popolazione, dalle scuole alle associazioni di quartiere: nel 2023 sono state raccolte 116.000 firme perché fosse la città a pronunciarsi mediante referendum circa il proseguimento del progetto, ma l’iniziativa è stata ignorata in quanto fuori tempo massimo! L’occupazione è terminata nel 2023 con lo sgombero degli accampamenti da parte della polizia e negli scontri ha perso la vita Manuel Esteban Paez Terán, not3 come Tortugita, attivista venezuelan3 al3 quale ero molto legata. Nel corso di un anno più di settanta attivist3 sono stat3 arrestat3, con accuse di terrorismo e cospirazione a delinquere. Dal 2025 Cop City può dirsi completata e la polizia che era stata addestrata lì dentro è stata subito impiegata per reprimere le rivolte contro l’ICE della popolazione messicana in California. Nell’inaugurazione di Cop City e nella distruzione della foresta di Atlanta riconosco un piano di annientamento sociale e ambientale che avanza da secoli: la foresta era un tempo la casa del popolo Muscogee, divenne poi latifondo, con gli abitanti originari deportati dall’altra parte degli Stati Uniti. Diventò poi piantagione, con lavoratori neri impiegati come schiavi e, dopo l’abolizione della schiavitù, come condannati ai lavori forzati. Dopo decenni di abbandono, durante i quali era ridiventata parco pubblico, la foresta è ora di nuovo inglobata nel progetto coloniale americano. Stop Cop City protests in Atlanta on 22/01/2023 | By Tatsoi – Own work, CC BY-SA 4.0, Link Abitando ad Atlanta a pochi chilometri dalla foresta Weelaunee, ho partecipato al movimento Stop Cop City sin dall’inizio; il mio contributo è stato ribadire la centralità delle comunità nere e Muscogee. Per la prima volta da quando vivo negli Stati Uniti mi sono sentita parte di una comunità, soprattutto durante le cerimonie per risacralizzare la foresta. Ritengo importante portare questo elemento di spiritualità nelle lotte di stampo occidentale, troppo legate a un razionalismo che compartimentalizza il mondo. Dobbiamo restituire importanza ai miti e alle cosmogonie: a Weelaunee ci sono state cerimonie indigene, cristiane, ebraiche e persino inventate. È in questo contesto di lotta anti-coloniale che sono arrivata a elaborare insieme ad altr3 il concetto di abbondanza, in quanto rete vivificante di rapporti con le persone, con l’ambiente e con gli animali. Non possiamo costruire il socialismo senza riconsiderare il nostro rapporto con la natura. Se non viene infranta, parcellizzata e privatizzata, questa rete procura ricchezza a sufficienza per il mantenimento e la prosperità di tutt3. Si tratta di un processo costante di guarigione, su cui costruire comunità libere e autonome. Seppur danneggiata, questa rete esiste già: è stata tessuta continuamente e collettivamente per miliardi di anni da piante, funghi, animali, dagli elementi come da3 nostr3 antenat3. Si tratta di re-imparare come connetterci. Parlaci del progetto AKC (Autonomous Kitchen Council – Consigli Autonomi di Cucina) che stai presentando in tutta Europa: anche loro nascono dal contesto della lotta per la foresta di Atlanta Negli ultimi due anni mi sono concentrata su questo progetto di “liberazione” della cucina dalle tradizioni patriarcali e coloniali: gli Autonomous Kitchen Councils definiscono una rete internazionale di associazioni di quartiere, gruppi di vicinato o spontanei, che cucinando insieme sperimentano nuove forme di socialità. Durante il tour presenteremo anche la traduzione italiana di una “zine” (rivista, abbreviazione di magazine) che racconta questo progetto e terremo qualche laboratorio di cucina precolombiana. Dalla mobilitazione di Atlanta ho capito che bisogna coniare nuove forme di aggregazione che portino gioia e vita nelle nostre comunità, che migliorino il nostro modo di stare insieme per meglio affrontare i momenti di crisi. Mentre si intensificano le minacce derivanti dall’estrattivismo, dal fascismo, dal colonialismo e dal cambiamento climatico a livello globale, le nostre lotte sono sempre più intrecciate e diventa quindi fondamentale elaborare modelli organizzativi che mettano al centro comunità storicamente emarginate, in ruoli anche di leadership: donne trans e cis, persone senza documenti, migranti, ner3, indigen3, in condizioni di povertà, queer, con disabilità. Credo che il progetto AKC (Autonomous Kitchen Council) possa assolvere a problemi di burnout, eccesso di potere o individualismo che vediamo in tanti gruppi, promuovendo una cultura di cura e connessione profonda, offrendo nuovi modi di relazionarci con la terra e con tutti gli esseri viventi, con gli spazi che abitiamo, con il cibo, i medicinali e le altre risorse. Questa etica di cura e condivisione è nata dalla teoria dell’abbondanza e dalla comunità che si è formata all’interno di Weelaunee, la foresta di Atlanta. Le date del tour italiano di Abundia Alvarado e degli altri attivisti di Stop Cop City: * Catania, 28 e 29 agosto al Parco Falcone, * Palermo, 31 agosto a Eglise, con Scuola Restanza e Futuro, * Verona, 2 settembre a Sobilla con Non Una di Meno, * Milano, 4 settembre in occasione del festival anti-razzista di Cantiere Abba Vive, * Val Susa, 5 e il 6 settembre, rispettivamente a VisRabbia di Avigliana e a La Credenza di Bussoleno, * Pisa, 8 settembre con L3 Reiett3 e Spazio Sociale Apuano, * Napoli, 10 settembre presso la Mensa Occupata dell’Università Federico II, * Roma, l’11 e 12 settembre al CSOA exSNIA in collaborazione con Collettivo Blocco Decoloniale e Vivèro – luogo di quartiere. Per contribuire alle spese di viaggio potete donare su Produzioni dal Basso Centro Sereno Regis
August 27, 2026
Pressenza
Afghana-americana, musulmana e progressista: Aisha Wahab vince le elezioni suppletive nel 14º distretto della California
Continuano negli Stati Uniti le vittorie progressiste inaugurate con l’elezione di Zohran Mamdani a sindaco di New York nel novembre 2025: la democratica Aisha Wahab, membro del Senato della California dal 2022, ha vinto le elezioni suppletive nel 14º distretto congressuale della California. Il seggio si era liberato in aprile per le dimissioni del deputato Eric Swalwell, accusato di abusi sessuali e viene assegnato solo per la parte residua del mandato, ossia per i pochi mesi fino alle elezioni di novembre. Figlia di rifugiati afghani, 39 anni, ha conseguito un dottorato di ricerca in servizio sociale all’Università della California del sud e prima di dedicarsi alla politica ha lavorato in varie organizzazioni non profit. Con questa vittoria è diventata la prima deputata afghano-americana al Congresso degli Stati Uniti. Anche nel suo caso si ripete il copione già visto in molte altre occasioni: appoggiata da sindacati, gruppi ambientalisti, operatori della sanità e dell’istruzione, Our Revolution, l’organizzazione politica nata dalla campagna presidenziale di Bernie Sanders del 2016 e da moltissimi giovani volontari, Aisha Wahab ha sconfitto la moderata Melissa Hernandez, dirigente del sistema di trasporto pubblico della Bay Area di San Francisco, sostenuta da un finanziamento di sei milioni di dollari dell’Aipac (American Israel Public Affairs Committee), la potentissima lobby pro Israele. Aisha Wahab ha vinto con un programma simile a quello di tanti altri candidati progressisti: tassazione dei miliardari, assistenza sanitaria gratuita e universale, sostegno ai diritti dei lavoratori e rafforzamento delle tutele sindacali, incremento dei fondi pubblici per l’edilizia economica, popolare e sociale e rafforzamento dei diritti e delle tutele per gli inquilini contro gli sfratti ingiusti, difesa dei diritti riproduttivi e delle libertà delle donne (inclusa la tutela dell’aborto). A questi temi civili e sociali si aggiungono una forte critica al sostegno degli Stati Uniti a Israele e la denuncia del genocidio a Gaza. Una posizione opposta a quella di Melissa Hernandez, secondo cui “Israele ha il diritto di difendersi.” Aisha Wahab e Melissa Hernandez si sfideranno di nuovo il 3 novembre, per il mandato pieno di due anni.     Anna Polo
August 22, 2026
Pressenza
Cuba, gli Stati Uniti sanzionano altre imprese e funzionari statali
La politica di massima pressione degli Stati Uniti nei confronti di Cuba non si ferma: la Casa Bianca estende le sanzioni ad altri funzionari governativi e a imprese dell’isola. L’Ufficio per il controllo dei beni esteri degli Stati Uniti (OFAC), affiliato al Dipartimento del Tesoro statunitense, ha annunciato oggi una nuova serie di sanzioni contro persone ed entità governative di Cuba. Le nuove misure sanzionatorie colpiscono tre funzionari dell’Istituto cubano di amicizia con i popoli (ICAP), Fernando González Llort, Leima Martínez Freire e Noemí Ramona Rabaza Fernández. Le imprese sanzionate sono: – Il Ministero delle Costruzioni di Cuba (MICONS). – Il Gruppo aziendale Geominero Salinero. – L’azienda di importazione e commercializzazione di metalli METALCUBA. – L’azienda produttrice di nichel “Comandante Ernesto ‘Che’ Guevara”. – Il commercializzatore CONSUMINPORT (legato al Gruppo Aziendale del Commercio Estero dell’isola). – TRANSIMPORT (vendita di parti di veicoli e motori). – La società di approvvigionamento turistico CORATUR. Queste misure vietano a qualsiasi cittadino o azienda statunitensi di fare affari con i membri della lista, oltre a comportare l’eventuale blocco dei beni dei designati – se li avessero – negli Stati Uniti. Le nuove sanzioni si sommano alle centinaia che negli anni, ma soprattutto dall’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, colpiscono l’isola con lo scopo di stringere il cappio attorno a Cuba sempre di più, come affermato da Marco Rubio. Gli Stati Uniti si trovano di fronte al dilemma di come riuscire a far capitolare il legittimo governo di Miguel Diaz Canel per sostituirlo con un presidente vicino ai loro interessi. Restano sul piatto tutte le opzioni, che vanno dall’azione militare alla sostituzione della dirigenza del Paese con un fantoccio in stile venezuelano. Opzione, quest’ultima, preferibile per la Casa Bianca. Infatti procedere con un’azione militare potrebbe nascondere insidie non valutabili a tavolino e Donald Trump in questo momento non può permettersi un altro fiasco simile a quello iraniano. Cuba resta per l’amministrazione statunitense un trofeo da sventolare in vista delle prossime elezioni di metà mandato. Un successo che permetterebbe a Donald Trump di affermare che lui è stato l’unico presidente in oltre sessanta anni ad aver fatto capitolare il governo cubano, cosa che invece non è riuscita a nessun altro in precedenza. Per il momento le sanzioni sembrano essere l’unica arma in mano agli Stati Uniti che sperano con queste misure di portare il popolo cubano a ribellarsi nei confronti degli attuali governanti. Nonostante tutte queste sanzioni però l’isola continua a resistere. Andrea Puccio
August 21, 2026
Pressenza
La BCE avverte sulla bolla tecnologica, ma i pensionati italiani non lo sanno
Quattrocentoquaranta miliardi di euro. È la cifra che cinque economisti della Banca Centrale Europea hanno messo nero su bianco a Ferragosto, in un post che meritava ben altra cassa di risonanza: tanto vale l’esposizione delle famiglie dell’area euro ai sette titoli tecnologici che oggi dominano Wall Street. Malin Andersson, Johannes Breckenfelder, Stefano Corradin, Kalin Nikolov e Maria Antonietta Viola non usano mezzi termini: una correzione delle valutazioni legate all’intelligenza artificiale è probabile, che i prezzi di oggi riflettano entusiasmo razionale o una bolla in stile dot-com. Perché le rivoluzioni tecnologiche finiscono quasi sempre in un ciclo di boom e crollo? Non è la prima volta nella storia: dal boom ferroviario dell’Ottocento all’elettrificazione e alla radio negli anni Venti, fino a internet negli anni Novanta, una tecnologia genuinamente trasformativa ha sempre attratto investimenti crescenti, gonfiando le valutazioni delle imprese che l’adottavano prima di una caduta brusca. La letteratura economica offre due spiegazioni complementari, richiamate nel paper. La prima, la “view razionale”, sostiene che valutazioni elevate siano giustificate dall’incertezza enorme sulla produttività di una tecnologia nuova: il titolo Nvidia, cresciuto di venti volte dal 2022, incorpora la scommessa che l’azienda diventi la prossima Google, con un potenziale di guadagno difficile da delimitare. Ma quando l’adozione si diffonde, il rischio smette di essere circoscritto a un singolo settore e diventa sistemico: gli investitori pretendono un premio più alto e questo tende storicamente a prevalere sui benefici di cassa generati dall’adozione stessa. La seconda spiegazione, la “view comportamentale”, è più semplice: investitori overconfident spingono i prezzi oltre i fondamentali e quando la fiducia si sgretola le correzioni possono essere anche più brusche. Le due letture, per quanto diverse, convergono sulla stessa conclusione: prima o poi una correzione arriva, indipendentemente dal fatto che i prezzi di oggi siano razionali o meno. Il dato che dovrebbe far discutere riguarda l’esposizione delle famiglie dell’area euro ai cosiddetti Magnifici Sette — Alphabet, Amazon, Apple, Meta, Microsoft, Nvidia e Tesla. Secondo il paper, ammonta a circa 440 miliardi di euro, per lo più veicolata attraverso fondi comuni ed ETF [1]a basso costo. Gli autori sono espliciti: i risparmiatori europei detengono questa esposizione “senza necessariamente essere consapevoli del relativo rischio di concentrazione”. Non si tratta di investitori che hanno scelto consapevolmente di puntare su Nvidia o su Apple, ma di persone che, sottoscrivendo un fondo pensione o una polizza vita, si ritrovano automaticamente esposte al destino di sette società quotate a Wall Street. Il meccanismo che la BCE definisce preoccupante è proprio questo: la struttura basata sui fondi non è un dettaglio tecnico, ma un canale di trasmissione del rischio. Se le valutazioni dei Magnifici Sette dovessero correggersi bruscamente, i fondi potrebbero essere costretti a vendere attività per far fronte ai riscatti, accentuando il ribasso e generando nuove richieste di rimborso in una spirale che gli economisti definiscono, senza mezzi termini, una questione di stabilità finanziaria per l’intera area euro — non solo una perdita per gli azionisti che l’hanno scelta. E rispetto alla crisi delle dot-com, avvertono, oggi le autorità dispongono di margini più stretti per intervenire con tagli dei tassi o misure fiscali. Il rapporto individua anche un secondo canale di rischio, distinto dall’esposizione diretta ai Magnifici Sette: l’eventuale surriscaldamento degli stessi mercati azionari europei. Su questo fronte la BCE offre una parziale rassicurazione: le valutazioni dell’area euro restano nettamente più contenute di quelle statunitensi e il tessuto produttivo del Vecchio Continente, ancora dominato da settori “vecchia economia”, mostra molto meno dell’euforia che caratterizza i titoli tech di Wall Street. Ma la rassicurazione resta parziale, perché i mercati azionari dei due lati dell’Atlantico si sono storicamente mossi in stretta correlazione: una correzione negli Stati Uniti, avvertono gli economisti, non lascerebbe indenne l’Europa e i suoi effetti potrebbero estendersi oltre i listini, toccando la fiducia di famiglie e imprese, le condizioni di finanziamento e persino le assunzioni. Che cosa significa tutto questo per l’Italia? La Relazione annuale della Commissione di Vigilanza sui Fondi Pensione (COVIP), presentata lo scorso giugno, offre una fotografia che si incastra perfettamente in questo scenario. Il patrimonio della previdenza complementare italiana ha raggiunto i 262 miliardi di euro, in crescita del 7,7% sul 2024. La componente azionaria, considerando anche le esposizioni indirette tramite OICR, ha toccato il 32,9% del totale — e all’interno di questa quota gli Stati Uniti pesano per oltre la metà, il 50,5%, contro poco più del 20% dell’area euro. Sono numeri che raccontano una previdenza complementare sempre più legata, indirettamente ma strutturalmente, alle sorti di Wall Street. Non è una novità in sé: la diversificazione internazionale dei portafogli previdenziali è una scelta difendibile e il rendimento dei comparti azionari ha storicamente premiato chi vi ha investito. Il punto sollevato dalla BCE è un altro ed è più scomodo: quanti aderenti a un fondo pensione o sottoscrittori di una polizza a contenuto finanziario sanno, con questo livello di dettaglio, quanto della propria futura pensione dipende dal prezzo di un’azione Nvidia? La risposta implicita nel paper della BCE è: pochissimi. Colpisce, in questo quadro, il silenzio quasi assordante delle istituzioni politiche europee su un rapporto che arriva dalla loro stessa banca centrale. Mentre la Commissione Europea continua a spingere per un rafforzamento dei sistemi di previdenza complementare come pilastro del welfare del futuro, l’organismo che dovrebbe vigilare sulla stabilità finanziaria dell’eurozona segnala che quello stesso modello espone milioni di cittadini a un rischio di concentrazione che non hanno scelto e che, in larghissima parte, non conoscono. Non è un’obiezione ideologica alla previdenza complementare in sé, ma una domanda di trasparenza che qualcuno dovrà porre prima che la correzione, di cui la BCE parla ormai come di un’eventualità solo temporale, arrivi davvero. Fonti Banca Centrale Europea – “The AI boom: rational enthusiasm or the next dot-com bubble?”, The ECB Blog, 17 agosto 2026 [1] Un exchange-traded fund, in sigla ETF, o in italiano fondo scambiato in borsa, è un fondo di investimento o una società di investimento quotato in una borsa valori, ossia le cui quote o azioni possono essere scambiate in tempo reale. Fonte: Wikipedia   Francesco Russo
August 21, 2026
Pressenza
Giovane, nera, sindacalista: Angie Nixon vince le primarie democratiche per un seggio al Senato in Florida
Un’altra vittoria alle primarie democratiche consolida la corrente progressista che ha portato all’elezione a sindaco di New York di Zohran Mamdani e alla nomination in vari distretti di New York di Brad Lander, Claire Valdez e Darializa Avila Chevalier, in Michigan di Abdul El-Sayed per il Senato e di William Lawrence per la Camera dei Rappresentanti: il 18 agosto Angie Nixon, 42 anni, sindacalista, socialista e membro della Camera dei Rappresentanti per la Florida, ha sconfitto il colonnello in pensione Alex Vindman. Tutti i candidati progressisti hanno battuto rivali moderati molto più anziani e conosciuti, che godevano di immensi finanziamenti e dell’appoggio dell’establishment del Partito Democratico e sfideranno i candidati repubblicani alle elezioni di metà mandato a novembre. In Florida la competizione acquista un alto valore simbolico, giacché riguarda il seggio lasciato vacante al Senato da Marco Rubio dopo la sua nomina a Segretario di Stato. La giovane età, l’attivismo e lo stile di campagna “dal basso” inaugurato da Mamdani, con migliaia di volontari impegnati nel porta a porta e piccole donazioni, sono altri elementi in comune tra tutti questi candidati, così come i temi centrali delle loro campagne elettorali: Angie Nixon ha vinto le primarie con lo slogan “Il cambiamento non può aspettare”, proponendo assistenza sanitaria e servizi per l’infanzia  gratuiti e universali, tassazione dei miliardari, salario minimo di 25 dollari all’ora, abolizione dell’ICE, congelamento degli affitti a livello nazionale, stop agli sfratti e forte critica all’appoggio degli USA a Israele e alle guerre infinite scatenate dal governo americano. Il senatore Bernie Sanders, la deputata di origine palestinese Rashida Tlaib e Jewish Voice for Peace, attivissima organizzazione di ebrei antisionisti, sono tra i suoi sostenitori. Nativa di Jacksonville, Angie Nixon ha affiancato all’attività di direttrice del sindacato dei dipendenti pubblici della Florida un forte impegno legato alla comunità locale: è stata co-fondatrice del Melanin Market, un mercato all’aperto in cui i piccoli produttori vendono cibo sano e ha aperto una libreria-caffetteria dall’eloquente nome di Cafè Resistance, uno spazio dedicato alle riunioni delle organizzazioni locali, ad attività ricreative ed educative per bambini e studenti e alla promozione della storia e della cultura nera.     Anna Polo
August 20, 2026
Pressenza
Gli USA impongono nuove sanzioni alla Corte Penale Internazionale per bloccare le indagini su Israele
Sulla base dello stesso ordine esecutivo con cui Donald Trump ha autorizzato le sanzioni contro la relatrice speciale dell’ONU Francesca Albanese, Marco Rubio ha annunciato nuovi provvedimenti contro esponenti della Corte Penale Internazionale. Questa volta è toccato a Tomoko Akane, giudice e presidente della Corte, e ad Abdoulaye Seye, avvocato della procura della CPI che stava indagando sui fascicoli israeliani. Entrambi saranno sottoposti a sanzioni che prevedono, tra le altre misure, il divieto di ingresso negli Stati Uniti e il congelamento degli eventuali beni detenuti nel Paese, oltre all’esclusione dal sistema finanziario statunitense. Non è la prima volta che Washington colpisce membri della CPI: già lo scorso anno l’amministrazione Trump aveva imposto sanzioni contro diversi giudici e funzionari della Corte, tra cui il procuratore Karim Khan, preso di mira dopo l’emissione dei mandati d’arresto contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Lo avevano annunciato il 13 luglio 2026: «Il Dipartimento di Stato lancia una campagna per smantellare la minaccia alla sovranità americana rappresentata dalla Corte penale internazionale», recitava il comunicato diffuso quel giorno dagli Stati Uniti. Si tratta di una vera e propria operazione volta a «disabilitare sistematicamente la capacità della Corte penale internazionale di operare, prendere di mira militari o funzionari americani o minacciare in altro modo la sovranità americana». A quanto sembra, dunque, indagare su Israele equivale a minacciare la sovranità degli Stati Uniti. Le sanzioni contro giudici e procuratori prevedono il congelamento dei beni posseduti negli Stati Uniti, il divieto di ingresso nel territorio degli USA e l’esclusione dai circuiti bancari statunitensi. Quest’ultima misura, di cui è stata oggetto anche la Relatrice speciale dell’ONU sui Territori Palestinesi Occupati Francesca Albanese, ha effetti particolarmente pesanti a causa della capillarità del sistema finanziario statunitense: come spiegato dalla stessa Albanese in un’audizione al Senato, il provvedimento può indirettamente impedire l’accesso ai conti bancari e bloccare gli scambi di natura economica. Le due figure della CPI colpite da quest’ultima ondata di sanzioni sono la presidente della Corte, che oltre alle funzioni giudiziarie svolge un ruolo istituzionale nei rapporti con gli Stati membri, e un avvocato della procura della CPI che ha fatto parte del gruppo che ha sostenuto l’accusa contro Israele nella richiesta di emissione dei mandati di arresto per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant. Con loro, salgono a tredici i membri della CPI colpiti dalle sanzioni statunitensi: nove dei diciotto giudici, entrambi i viceprocuratori, l’ex procuratore Karim Khan e un membro del personale. La Corte ha duramente criticato la decisione degli Stati Uniti: «Queste sanzioni costituiscono un flagrante attacco contro l’indipendenza di un’istituzione giudiziaria imparziale che opera in conformità al mandato conferito dai suoi Stati membri», si legge in un comunicato. «La Corte continuerà a svolgere pienamente il proprio mandato con indipendenza e imparzialità, nel pieno rispetto dello Statuto di Roma e nell’interesse delle vittime di crimini internazionali». Dalla parte della Corte si è schierata anche la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, che ha espresso il proprio sostegno alla CPI. Non sono invece pervenute dichiarazioni dal governo italiano, che, nonostante gli screzi, sembra continuare a sostenere silenziosamente le politiche dell’amministrazione Trump.   L'Indipendente
August 20, 2026
Pressenza