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SolidarietA\I
Il 26 agosto abbiamo appreso della designazione da parte dell’amministrazione Trump del collettivo Autistici/Inventati come soggetto fiancheggiatore del “terrorismo”. Solidarietà a A/I. L'articolo SolidarietA\I sembra essere il primo su StorieInMovimento.org.
September 2, 2026
StorieInMovimento.org
FORLÌ: PRESIDIO AL CARCERE OGNI PRIMO LUNEDÌ DEL MESE
Riceviamo e diffondiamo: Dal 7 settembre e d’ora in poi OGNI PRIMO LUNEDÌ DEL MESE torna il presidio di solidarietà anticarcerario sotto le infami mura della Rocca a Forlì!! Dalle 18:00 alle 20:30, lato via della Rocca: per rompere l’isolamento delle galere, per portare solidarietà a chi resiste dentro, per non lasciare annegare nell’indifferenza le … Leggi tutto "FORLÌ: PRESIDIO AL CARCERE OGNI PRIMO LUNEDÌ DEL MESE"
August 26, 2026
Brughiere
PRESIDIO IN SOLIDARIETÀ AI RECLUSI NEL CPR DI GRADISCA D’ISONZO (GO)
Riceviamo e diffondiamo: Che cadano, pezzo dopo pezzo, le mura della reclusione e le strutture coloniali del razzismo di stato. Domenica 6 settembre ritorniamo davanti al CPR di Gradisca d’Isonzo per portare la nostra solidarietà a chi, là dentro, è rinchiuso e torturato, nel silenzio di media e comunicati ufficiali. Nonostante l’attenzione morbosa dedicata alle … Leggi tutto "PRESIDIO IN SOLIDARIETÀ AI RECLUSI NEL CPR DI GRADISCA D’ISONZO (GO)"
August 26, 2026
Brughiere
Fuga dal lavoro sociale
LE PERSONE IN STRADA AUMENTANO OVUNQUE E IL LORO DISAGIO È SEMPRE PIÙ COMPLESSO. EPPURE, OSSERVA ROBERTO DE LENA, ASSISTENTE SOCIALE, SONO POCHE LE PERSONE CHE SI AVVICINANO AL LAVORO SOCIALE. LE CAUSE SONO TANTE, DEL RESTO NON È FACILE PROTEGGERE IL SENSO DELLA SOLIDARIETÀ E IL VALORE DEL LAVORO SOCIALE IN UNA SOCIETÀ CHE INSEGNA AD ESSERE PERFORMATIVI E CHE HA PER BUSSOLA LA CITTÀ ATTRATTIVA Termoli (Cb), maggio 2026: assemblea in piazza per dire che la salute non è una merce -------------------------------------------------------------------------------- Abdel si è steso sul marciapiede e di tanto in tanto rotola in mezzo alla strada, bloccando il traffico. Lo incontriamo nel nostro consueto giro di strada: è giovanissimo, molto trasandato, un sorriso strampalato stampato sul viso. Un sorriso che viene da non so dove; gli occhi, in realtà, stanchi. Ci diamo appuntamento in stazione. Non arriverà. Poco prima, Angelo l’ho incrociato steso in una cunetta, tra il muro e l’erba, con delle buste addosso. Ha la faccia rossa, gonfia di alcol, sembra stremato. Quando sono ripassato non c’era più, ho saputo che era già intervenuta la polizia. Abdel e Angelo sono “solo” due tra le persone in strada, un lunedì di metà agosto in una cittadina di mare della provincia del sud Italia. Insieme a loro c’è anche Mohamed, poco più che un ragazzino, che racconta di essere stato recluso nei Centri di detenzione in Albania (quelli che vorrebbero diventare modello per l’intera Europa) e che ora ha iniziato a bere fortissimo; non sa se riuscirà a regolarizzare la sua posizione con i documenti, intanto lava i piatti nei locali sul mare, dorme in mezzo alla strada, e beve. Beve forte. E con loro molti altri, uomini per lo più, spesso con problemi di salute fisica e mentale. Ma anche intere famiglie, costrette a tornare in Italia dalla Germania (che calvario!). Mentre a pochi metri da loro la città-vetrina si consuma di aperitivi e concerti, si ritagliano anfratti in quel che resta della città turistificata. Spesso sono costretti a spostarsi perché danno fastidio e fanno una brutta impressione. E poi sta cominciando (finalmente, dopo giorni di caldo torrido!) un po’ di pioggia. Fuga Quel che tuttavia mi preoccupa maggiormente del mio lavoro con le persone senza dimora a Termoli (Campobasso, Molise) non è tanto il fatto che da alcune settimane le persone in strada e in dormitorio aumentano costantemente. Non è nemmeno il fatto che alcune di queste persone esprimono un disagio molto molto importante e complesso, di cui si tamponano solo alcuni sintomi ma di cui si fa fatica a prendersi cura. Tutto ciò preoccupa, ma non è al momento la mia principale preoccupazione. Le cose che mi preoccupano di più sono la sensazione e il fatto che siano poche le persone che si avvicinano a questo lavoro, disposte e interessate a fare lavoro sociale di bassa soglia con le marginalità estreme. Cercando di coniugare passione ed etica, impegno civico e politico, spirito critico e professionalità. Sporcandosi le mani nelle sofferenze e nelle contraddizioni. Da quel che ne so, si tratta, peraltro, di un problema abbastanza diffuso a livello nazionale per molte professioni socio-sanitarie, e non solo. La questione ha molte sfaccettature (modello di welfare, questione sindacale), e qui non è possibile affrontarle tutte (anche se sarebbe bello e utile poterlo fare): «fra il 2023 e il 2024 sono diminuiti del 35% i candidati all’abilitazione e gli assistenti sociali abilitati sono scesi di oltre il 40%. Numeri che preoccupano per la tenuta del welfare territoriale» (vita.it); «Il problema è strutturale, e sta a monte: in un sistema di finanziamenti pubblico del welfare che continua a premiare il ribasso invece della qualità, che finanzia i progetti e lascia scoperte le persone, che chiede a chi si prende cura degli altri di farlo senza che nessuno si prenda cura di loro. Il risultato è una crisi silenziosa ma profonda: mancano educatori, mancano infermieri, mancano assistenti sociali. I giovani faticano a scegliere queste strade. Chi le ha percorse spesso le abbandona, non per mancanza di passione, ma per eccesso di solitudine, di fatica, di promesse mancate» (Vita, maggio 2026). Dis-agio degli operatori Gli operatori che restano cominciano a “invecchiare” senza aver aiutato altre persone a formarsi; spesso rimaniamo noi stessi ingabbiati in strada insieme alle persone marginalizzate (marginalizzati con loro), con poche o nulle prospettive evolutive. E con una enorme responsabilità sulle spalle. Le ragioni di ciò sono molteplici e molte risiedono anche nella debolezza delle nostre, in alcuni casi piccole, organizzazioni. Così come, certamente, nella debolezza della politica (locale e nazionale) che spesso si rifiuta di mettere la questione delle marginalità al centro del discorso pubblico. Ma, forse, una delle principali ragioni sta nel fatto che oggi si è (definitivamente?) smarrito il senso della solidarietà e del valore del lavoro sociale in una società che ci ha insegnato solo ad essere performativi. E che continuamente ci ripete che “la società non esiste, esistono solo gli individui” in competizione tra loro. Una ideologia che ha marginalizzato il lavoro sociale come costruzione di processi di cura, di relazionalità e reciprocità. La crisi delle professioni del welfare è, così, il sintomo della crisi della società contemporanea. Scrive Marco Rovelli nel suo libro, bellissimo (e consigliatissimo), Non siamo capolavori. Il disagio e il dissenso degli adolescenti (Laterza, 2025): «Disagio: non essere a proprio agio. L’etimologia ci rivela che parlare di disagio è quanto mai adeguato: agio – dal provenzale aize, a sua volta derivato dal tardo latino adiacens – è una situazione confortevole, dovuta alla vicinanza, alla prossimità. Disagevole, produttore di disagio, è ciò che non è prossimo. Nella non prossimità si vedono due aspetti distinti. Il primo è la non prossimità di ciò che ancora non siamo, e dunque l’individuazione di un orizzonte da raggiungere, un avvenire da realizzare – e questo è il disagio creativo, non solo necessario ma immanente all’essere umano, il quale si trasforma in relazione a un mondo cui dare forma. Il disagio dovuto alla mancanza di una forma riconoscibile è quel muove alla trasformazione e alla produzione di un mondo nuovo. Il secondo aspetto della non prossimità è non trovarsi prossimi ad alcunché: a un mondo, a un altro soggetto. Non sento nulla e nessuno vicino, non c’è nulla e nessuno che mi tocchi: non c’è contatto, non c’è connessione. Una connessione profonda, non quella immaginaria di un occhio disincarnato. Questo aspetto del disagio che è il sentirsi sconnessi, isolati, è allora l’isolamento di una società che ha fatto dell’individuo e del proprio successo l’unico valore. E questo isolamento, questa sconnessione, retroagisce negativamente anche sul primo aspetto del disagio: perché in una società fatta di individui che non sanno pensarsi come preceduti da una dimensione relazionale, e che impone all’individuo di costruire se stesso e il proprio successo, immaginare un avvenire e una forma possibile diventa un peso sempre più grande, e sempre più spesso intollerabile. E sotto questo peso ci si schianta». Una questione culturale e politica Il problema della fuga dal lavoro sociale diventa, in quest’ottica, più fondamentale (culturale, politico); e si estende anche a chi il lavoro sociale continua a farlo (ma con quale approccio metodologico?). Perché non si tratta “solo” di aiutare il prossimo (cosa necessaria), ma di comprendere la dimensione collettiva e trasformativa del nostro agire nelle pratiche sociali. Di comprendere, sul piano locale, che c’è un’incompatibilità di fondo tra il modello di città attrattiva e quello della città solidale (che vorremmo, e dovremmo, costruire con le nostre organizzazioni). Parlo della cittadina dove abito, ma forse la questione è estendibile anche ad altri territori. Prendiamo, ad esempio, l’housing first, che le missioni del PNRR hanno permesso di implementare in varie città: sono ottimi i nostri tentativi di sperimentare questo modello (prima la casa!) in favore di persone senza dimora, ma questi progetti come potranno avere gli effetti davvero sperati se non si pone concretamente (politicamente) il discorso del diritto all’abitare per tutte e per tutti? La cittadina di mare, attrattiva per i turisti ed espulsiva per i residenti, perde infatti abitanti, ma negli anni si è continuato a costruire case e interi complessi edilizi (la cementificazione è molto dannosa e pericolosa con la crisi climatica in corso) destinandoli per lo più alla turistificazione, con ciò facendo aumentare i costi delle case stesse e generando ulteriore disagio abitativo. Quanto si è investito (anche in termini di pensiero), invece, sull’abitare pubblico e cooperativo? Poco o nulla. Tale questione dovrebbe essere centrale, perché ha a che fare con il diritto alla città; mentre sembra lasciata in secondo piano. Un discorso simile riguarda il grande tema del lavoro: noi, dal “sociale”, possiamo (e dovremmo, aggiungo) promuovere varie forme di inserimenti lavorativi in favore di persone in condizione di svantaggio, ma come può ciò risultare davvero efficace se lo facciamo senza contrastare pubblicamente le varie di forme di sfruttamento lavorativo (a partire da quelle che avvengono nei “nostri” mondi del sociale), che generano ancora e ancora sofferenze ed esclusione sociale? E, al contrario, quante energie dedichiamo al promuovere la nascita di forme di lavoro cooperative e inclusive? Il senso trasformativo del lavoro sociale Noi che ci occupiamo, a vari livelli e con diverse responsabilità, di politiche sociali dovremmo insomma comprendere e far comprendere che queste sono il motore di una città più giusta e solidale, e non il tappeto sotto cui nascondere i mali o, peggio, uno strumento di controllo sociale. E dovremmo intrecciare lavoro sociale e lavoro culturale, altrimenti rimarremo in pochi (e sempre più frustrati) a occuparci di lavoro di cura. Con il rischio, già sotto i nostri occhi, da un lato, della delegittimazione del lavoro sociale stesso (“è tutto un business”) e, dall’altro, dell’intimizzazione delle pratiche solidali (“preferisco fare del bene da sola e con riservatezza”). Ma qui, siamo, appunto, già su un altro campo, quello dove il discorso ideologico neoliberista e neoautoritario ha già vinto. -------------------------------------------------------------------------------- Riferimenti * Rovelli M., Non siamo capolavori. Il disagio e il dissenso degli adolescenti, editori Laterza, Bari-Roma, 2025 * Vita, Social Worker, senza di loro perdiamo tutti, maggio 2026 * https://www.vita.it/crolla-il-numero-degli-aspiranti-assistenti-sociali/ -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Fuga dal lavoro sociale proviene da Comune-info.
August 25, 2026
Comune-info
MARZABOTTO: CENA DI AUTOFINANZIAMENTO PER RACCOLTA OLIVE IN PALESTINA
Diffondiamo: Il 5 settembre alla Bisaboga (Via Montasico 1 – Marzabotto) Anche quest’anno il progetto C.A.S.A riparte in solidarietà alla raccolta olive in Cisgiordania 18.30: Chiacchiere con report e presentazione progetto C.A.S.A. (comunità agricola di solidarietà attiva) 20.00: Cena vegan 22.00: Musikette
August 24, 2026
Brughiere
La Flotilla ripartirà per Gaza. Non molliamo
Non molliamo. Sono matto? Certo, ma soprattutto sono nonviolento, in modo profondo e radicale. Un anno fa mi ero seduto per terra davanti al Senato con le compagne di Ultima Generazione. Siamo stati immediatamente circondati dalle forze dell’ordine. Le abbiamo contate. Una quarantina di persone in uniforme, alle quali si sono presto unite due persone in abiti civili, due dirigenti. Stavamo lì per protestare. Per chiedere il riconoscimento del genocidio in Palestina. A Gaza la Global Sumud Flotilla stava quasi per arrivare a rompere l’assedio criminale di Israele. Abbiamo chiesto di attivare la protezione diplomatica per gli italiani imbarcati e sequestrati in acque internazionali dai militari IDF. Io dissi al dirigente che non era giusto portarci in caserma, perché tra di noi c’erano tre donne che facevano lo sciopero della fame da giorni, ed erano già state fermate, caricate e portate via per tre volte, come se fossimo un pericolo per l’ordine pubblico. Ai carabinieri dissi anche che pesavo cento chili. Nonostante tutto dopo un’ora ci caricarono di peso sulle volanti per portarci al commissariato dentro due celle, nelle quali siamo rimasti per circa 4 ore. Il 4 ottobre 2025 scesero per strada in manifestazione preavvisata milioni di persone. Un oceano di speranza e umanità per chiedere la fine del genocidio. Mi ricordo quei momenti con gioia e con dolore. La gioia di essere dalla parte dell’umanità e della speranza viva, attiva, concreta e nonviolenta. Il dolore del genocidio che non era stato fermato. Poi con la farsa della pace sono riusciti a mettere il silenziatore alle bombe e alla fame che continuano a mietere vittime innocenti. Era il 10 ottobre 2025 il giorno in cui parlavano di pace mentre preparavano altri attacchi mostruosi, lasciando in agonia due milioni di persone che non hanno vie di fuga. La complicità delle istituzioni occidentali non si è dileguata nella vergogna, ma è scomparsa dai media. Ci stiamo preparando per un’altra ondata con la Global Sumud Flotilla. Non molliamo. Sono nonviolento e so bene che si tratta di una missione nonviolenta ad alto rischio. Non riesco a girare la testa da un’altra parte. Siamo contro tutte le guerre, ma non ci aspettiamo nulla dai governi complici e corrotti. Non c’è contraddizione, la forza della nonviolenza può ribaltare il tavolo e aprire uno spiraglio di pace per tutto il mondo. Non molliamo. Anche se a breve non sono previste missioni, abbiamo bisogno di tutto il vostro sostegno per la pianificazione della prossima ondata della Global Sumud Flotilla. Ray Man
August 13, 2026
Pressenza
Isolati, non soli
Siamo isolati, ma non siamo soli. Non si può restare in silenzio di fronte alla devastante realtà che oggi viviamo, una realtà che ha preso forma proprio grazie a quella frase infame pronunciata da Margaret Thatcher: “There is no such thing as society” (non esiste la società). Una frase che non era solo un’idea politica, ma una condanna, un veleno lento che ha corroso le fondamenta stesse della convivenza civile. E oggi, purtroppo, quella definizione si è realizzata in tutta la sua crudezza, trasformandoci in una società pulviscolare, come definita dal crepuscolare Giuliano Ferrara. Quella frase, che sembrava solo un’iperbole ideologica, è diventata una profezia nefasta, anzi un progetto ben architettato secondo un saggio uscito da poco in Germania. Ha legittimato l’egoismo sfrenato, ha giustificato l’abbandono dei più deboli, ha demolito ogni senso di responsabilità collettiva. La società, intesa come un organismo vivente fatto di legami, solidarietà e mutuo sostegno, è stata smembrata in milioni di atomi isolati, ognuno lasciato a se stesso, senza alcun vincolo né dovere verso l’altro. Dietro questa frase si nascondeva un’ideologia che ha esaltato il libero mercato e l’individualismo come valori supremi, ma che ha dimenticato una verità fondamentale: nessun individuo può vivere isolato. La società non è una semplice somma di singoli, ma un intreccio di relazioni, di diritti e doveri reciproci. Questa frammentazione ha generato un clima di sfiducia, paura e isolamento. Le persone si sentono sole, abbandonate, spesso costrette a competere l’una contro l’altra in un gioco spietato dove vince chi ha più risorse, chi è più aggressivo, chi riesce a sopravvivere meglio in un sistema spietato che ci mette gli uni contro gli altri, creando paure e psicosi collettive (invasione dei migranti!). Non possiamo più permettere che questa visione nichilista continui a dominare il nostro presente e il nostro futuro.  Dobbiamo ribellarci a questa società pulviscolare, ricostruire legami, riscoprire la solidarietà, riaffermare che la società esiste eccome, e che senza di essa non c’è futuro, non c’è giustizia, non c’è umanità. È tempo di resistere. Non con la violenza, ma con la forza della nonviolenza, della solidarietà concreta, della partecipazione attiva e consapevole.  Dobbiamo costruire comunità resilienti, promuovere il dialogo, gli abbracci gratuiti, sostenere chi è più fragile, e riaffermare il valore imprescindibile della società come bene comune.  Solo così potremo spezzare le catene dell’individualismo esasperato e suicida per ricostruire un mondo più giusto, umano e amorevole, in cui l’altra persona non viene vista come una minaccia. La frase di Thatcher non è stata solo un errore politico: è stata un crimine contro la convivenza civile. E oggi, mentre viviamo le sue tragiche conseguenze, è nostro dovere rispondere con coraggio, impegno e speranza attiva e concreta, per restituire dignità umana e sociale a tutte le persone ricostruendo una società viva. Dobbiamo riprenderci il futuro che l’élite criminale ci ha rubato. Ray Man
August 12, 2026
Pressenza