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Cuba, la piazza di Roma rompe il silenzio sulla nuova stretta di Washington
Giovedì 28 maggio diverse migliaia di persone, con una fortissima presenza di giovani, hanno attraversato il centro di Roma in un giorno feriale per raggiungere l’ambasciata degli Stati Uniti. Una mobilitazione nata in pochissimi giorni, colorata e determinata, che ha messo insieme le bandiere di Cuba e quelle della Palestina. Non si è trattato di una coincidenza coreografica o di un accostamento casuale, ma di una scelta politica netta: unire in un’unica protesta due popoli che la piazza riconosce oggi  tra le principali vittime di logiche di potere geopolitico che calpestano sistematicamente i principi del diritto internazionale. Sotto il profilo visivo, il corteo romano ha attraversato le strade della capitale portando in primo piano una simbologia carica di significato storico. Accanto ai vessilli delle formazioni politiche e sindacali promotrici, lo sventolio simultaneo delle bandiere cubane e di quelle palestinesi ha definito l’identità profonda della mobilitazione. Negli interventi che si sono succeduti lungo il percorso, Cuba e Palestina vengono identificate come i due fronti principali della medesima resistenza globale contro le sanzioni, l’occupazione e le politiche di aggressione economica e militare. La saldatura tra le due cause si fonda sulla comune condizione di comunità sottoposte a prolungati regimi di assedio – commerciale e finanziario nel caso caraibico, militare e territoriale in quello mediorientale – finalizzati a piegare la sovranità nazionale e a negare il diritto fondamentale all’autodeterminazione. Portare in piazza questa doppia simbologia ha permesso di sottrarre la crisi cubana a una dinamica puramente locale, inserendola in un quadro globale di opposizione alle ingerenze internazionali e ai tentativi di sottomissione dei popoli. L’urgenza di scendere in piazza è nata dall’ennesima escalation nei confronti dell’isola. All’embargo economico, commerciale e finanziario che soffoca il Paese da oltre sessant’anni, oggi si aggiunge una strategia ancora più stringente definita dall’amministrazione statunitense. Washington sta stringendo i nodi attorno alle forniture di idrocarburi dirette all’isola, colpendo in modo particolare gli scambi con il Venezuela. Questo blocco energetico mirato sta provocando continui blackout in tutto il territorio cubano, paralizzando i trasporti pubblici, rallentando le attività produttive e puntando deliberatamente al collasso economico totale del Paese. L’obiettivo dichiarato di queste misure è favorire la destabilizzazione politica interna e indurre un cambio di regime attraverso l’esasperazione della popolazione. Per fortuna, la reazione della società civile cubana racconta un’altra storia. Nonostante la durezza estrema delle privazioni materiali quotidiane, la popolazione non sta arretrando e ha dimostrato di non volersi piegare. Esiste una coesione di fondo che spinge i cittadini a difendere le conquiste storiche dell’isola – come la sanità pubblica universale, l’istruzione gratuita e la centralità dei bisogni delle persone rispetto alla logica del profitto – vissute come un patrimonio collettivo non negoziabile che unisce la popolazione alle scelte del proprio governo. A questa “asfissia materiale” si è unita, sul piano diplomatico, la provocazione del Dipartimento di Giustizia nordamericano, che ha aperto un provvedimento penale contro il novantaquattrenne Raúl Castro per fatti complessi risalenti al 1996. Un atto privo di reale valore giuridico internazionale, ma dall’altissimo peso politico. La piazza ha condannato questa mossa definendola un chiaro esempio di lawfare, ovvero l’uso politico della giustizia utilizzato come un’arma per colpire e delegittimare i simboli storici della rivoluzione cubana proprio nel momento di massima vulnerabilità materiale ed energetica del Paese caraibico. La tesi emersa dagli interventi diffusi dal megafono durante il corteo smonta radicalmente la retorica nordamericana sulla sicurezza: Cuba non costituisce, né ha mai costituito sotto il profilo militare o strategico una minaccia reale per gli Stati Uniti o per qualsiasi altra nazione del mondo. La reale “pericolosità” attribuita all’isola risiede interamente nel suo modello sociale ed economico, antitetico alle logiche del libero mercato senza regole. Cuba rappresenta un’idea di società differente, un paese internazionalmente noto nel Sud globale non per l’esportazione di armi o contingenti militari, ma per l’invio di brigate di medici, infermieri e insegnanti per combattere l’analfabetismo e le emergenze sanitarie, ponendosi come emblema della pace e della cooperazione tra i popoli. In tutto questo scenario, stride con forza il silenzio pesante dei governi europei e di quello italiano. Le istituzioni occidentali, che si proclamano quotidianamente paladine della democrazia, della legalità internazionale e dei diritti umani, si voltano dall’altra parte di fronte al tentativo di strangolare l’economia di un intero popolo, diventando complici di fatto delle sanzioni unilaterali e delle misure coercitive rinnovate dall’amministrazione statunitense. Il corteo di Roma, che si unisce alle tante manifestazioni in diverse città italiane e nel resto del mondo, ha svolto un fondamentale ruolo di supplenza politica da parte della cittadinanza attiva. I manifestanti hanno rotto l’isolamento informativo e la censura mediatica per ricordare che difendere la sovranità di Cuba e l’autodeterminazione della Palestina non è una questione nostalgica o di retroguardia, ma la base minima e indispensabile per sperare in un futuro di pace e nella costruzione di un ordine globale realmente multipolare e democratico. Foto di Mauro Zanella Giovanni Barbera
May 29, 2026
Pressenza
Messaggio di Abel Prieto, presidente della Casa de las Américas a Cuba, a chi si sta mobilitando per il suo Paese
Sono Abel Prieto, vi parlo da Cuba, dalla Casa de las Américas. Attraverso l’amico Chema Sánchez, un fratello, voglio far arrivare questo messaggio alle tante persone degne che stanno difendendo Cuba, che si stanno mobilitando per Cuba in questi momenti così difficili per noi, di tanto pericolo per il nostro popolo. Voglio dirvi che oggi (ieri per chi legge) il nostro Ministro degli Esteri Bruno Rodríguez Parrilla ha parlato davanti al Consiglio di Sicurezza e si è riferito con grande dettaglio a questa questione. Mi permetto di raccomandare alle persone interessate di leggere quello straordinario discorso, che si trova su tutte le pagine cubane. Lì c’è un riassunto formidabile del tipo di dramma che il nostro popolo sta vivendo e della quantità di violazioni del diritto internazionale, della quantità di regole che il governo Trump sta infrangendo con questo assedio petrolifero, che è una punizione medievale, equivalente a un blocco navale contro Cuba. E attraverso il progetto di soffocare la società cubana si sta applicando una punizione collettiva contro tutto il nostro popolo. Questo si manifesta anche in dati davvero commoventi. La mortalità infantile, che prima di questa fase così dura era arrivata a essere una delle nostre conquiste — 4 bambini ogni 1.000 nati vivi — oggi è salita a 9,2 ogni 1.000 nati vivi. La cifra dei bambini che muoiono dopo la nascita è raddoppiata. Questo è molto doloroso, molto amaro per noi. I nostri medici, le nostre infermiere, stanno compiendo davvero un’impresa quotidiana per salvare vite senza medicinali, molte volte senza elettricità. Anche un’altra scena che ha circolato sui social ci turba e ci addolora: una sala operatoria e i medici che, con le torce dei telefoni cellulari, illuminano la stanza affinché l’operazione chirurgica possa terminare. Decine di migliaia di cubani stanno aspettando di essere operati, finché non ci saranno condizioni adeguate nei diversi ospedali per poter intervenire chirurgicamente. Una medicina gratuita e universale di altissima qualità, dimostrata sia a Cuba che fuori da Cuba, che stanno cercando di accerchiare. Il nostro popolo ha reagito con molta forza, profondamente offeso da questa recente iniziativa così grottesca e offensiva del governo Trump, associata al tentativo di processare il generale d’esercito Raúl Castro per un fatto accaduto trent’anni fa, del quale in realtà tutta la responsabilità ricade sul governo statunitense di quell’epoca. Perché Cuba aveva denunciato ripetutamente le violazioni del proprio spazio aereo da parte di quell’organizzazione chiamata Hermanos al Rescate, terroristi travestiti da persone altruiste. Ma la reazione del nostro popolo è stata estremamente ferma. Si sono svolte manifestazioni in tutte le province. Lo stesso Primo Maggio è stato un momento straordinario, di grande sostegno alla Rivoluzione. E prima del Primo Maggio si è svolto un processo convocato dalla società civile cubana chiamato “Mi Firma por la Patria”. Più di 6 milioni e 300 mila cubani maggiorenni hanno firmato il loro impegno a difendere la Rivoluzione, difendere la nostra opera, difendere l’opera di Fidel e di Raúl. E come ha detto molte volte Díaz-Canel: Cuba è un popolo di pace, ma se ci aggrediranno ci sarà combattimento e la parola resa non esiste per noi. Cuba non vi tradirà mai. Aiutateci nella mobilitazione, aiutateci nella difesa della verità su Cuba, aiutateci a denunciare questo crimine. Un forte abbraccio. Traduzione a cura di Cuba Mambí, gruppo d’azione internazionalista.   Redazione Italia
May 28, 2026
Pressenza
Cuba no está sola, evento a Varese
Questo il messaggio che vogliamo trasmettere. L’Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba (ANAIC) chiama a raccolta tutte le persone che hanno a cuore lo straordinario esempio che Cuba libera e socialista è stata capace di offrire nei suoi 66 anni di indipendenza. Pur sotto assedio infatti da sempre Cuba invia in ogni angolo del mondo le sue brigate di medici e di insegnanti, là dove altri mandano eserciti. Oggi mentre l’impero del male yankee lancia l’ultima offensiva nel tentativo di distruggerla definitivamente tocca a noi cittadini, visto che i governi latitano, alzare la voce in difesa di questa piccola ma coraggiosa isola, che ha come unica colpa quella di non volersi più sottomettere al dominio straniero. Giovedì 4 giugno 2026 a Varese a partire dalle 20,30, presso la tensostruttura dei Giardini Estensi in via Sacco 5, il circolo di Varese “Comandante Fidel” dell’ANAIC organizza una serata di testimonianza, informazione e solidarietà con Cuba; ospiti d’eccezione saranno il dr. Franco Cavalli, presidente di Medicuba Europa recentemente recatosi dall’Avana in occasione dell’arrivo del Convoy from Europe e della Flotilla Nuestra America e la dottoressa Lisvette Vega, vice console di Cuba. Toccheremo con mano la drammatica situazione nella quale è costretta la maggiore delle Antille nelle parole di chi Cuba la conosce e l’ha visitata in questi terribili frangenti e conosceremo le attività di sostegno che da oltre 60 anni svolge l’ANAIC. La serata sarà inoltre allietata dallo spettacolo musicale cubano offerto dal “Grupo Temba Son”. L’ingresso è libero, ma chi vorrà potrà elargire donazioni che verranno utilizzate per le attività di solidarietà dell’associazione di amicizia Italia-Cuba.   Roberto Boccarusso
May 28, 2026
Pressenza
Marco Orefice, Global Sumud Flotilla: «Se è stato possibile trattare noi così, cosa accade in Palestina lontano dagli occhi del mondo?»
Abbiamo intervistato Marco Orefice, attivista del LOA Acrobax, già partecipante alla missione autunnale della Global Sumud Flotilla e appena rientrato dalla seconda missione. Come era composta questa flotilla in termini di navi e equipaggi? Era composta da centinaia di persone provenienti da ogni latitudine, geografia e percorso di vita. C’erano indigeni da Amazzonia, Nuova Zelanda, Australia, c’erano persone dall’America Latina e dall’Africa, oltre che Asia e Europa. Abbiamo cercato che le diversità potessero essere rappresentate anche nella composizione degli equipaggi, con persone con passaporti differenti come forma di tutela: le persone provenienti da paesi arabi avrebbero potuto subire un trattamento peggiore. Tenere assieme generi, culture, religioni e orientamenti sessuali molto diversi era una delle sfide del progetto della flotilla. Ci puoi riassumere la tua e la vostra esperienza a seguito dell’abbordaggio e sequestro di lunedì 18 maggio? É stato un attacco e un sequestro in piena regola in alto mare. C’era già stato un primo attacco a largo di Creta dove circa 200 persone erano state trattenute in carceri galleggianti a fine aprile. Questo è stato l’attacco definitivo. Eravamo in pieno giorno e si sono avvicinate a noi diverse fregate e navi da cui sono partiti i gommoni che hanno attaccato con proiettili di gomma mirando alla testa delle persone. Gli abbordaggi sono stati molto violenti, molti sono stati colpiti con i taser. I racconti sono simili, i soldati urlavano « Dove avete le armi?». Le persone sono state perquisite, messe in ginocchio e portate a prua lasciate a bagnarsi con le onde di una giornata in cui il mare non era piatto. Ci dicevano con sarcasmo «benvenuti nella flotilla!». Era solo l’inizio. Poi siamo stati trasferiti in dei lager galleggianti, delle navi-prigione. Siamo stati lasciati con indumenti leggeri, poi ammanettati, malmenati e umiliati in ogni modo e messi in un recinto composto da container. A molte persone quei container hanno ricordato i vagoni piombati verso i campi di concentramento della Seconda Guerra Mondiale. Per due giorni abbiamo vissuto in quei container, al freddo, ammucchiati, spesso non c’era spazio per tutte e tutti e ci turnavamo per poterci stendere. A volte ci siamo stretti anche per scaldarci. I container erano circondati da filo spinato e sulle nostre teste c’erano cecchini che in diverse occasioni hanno aperto il fuoco, a volte in modo totalmente gratuito. I proiettili erano piombini da caccia racchiusi in sacchetti di stoffa, meno letali ma non meno pericolosi. Per due giorni siamo stati alla merce di questi aguzzini che ogni tanto allagavano il ponte della nave per renderci più insostenibile l’attesa. Dall’alto tiravano sacchi di pane congelato e bottigliette d’acqua, molte persone si sono rifiutate di prendere cibo. Questa prigione galleggiante non si è diretta subito ad Ashdod, da lunedì pomeriggio fino a mercoledì in mattinata ha vagato per il Mediterraneo, fino a che non sono stati sequestrate tutte le persone che componevano la flotilla. Mercoledì siamo arrivati al porto di Ashdod, una volta attraccato, sono ricominciate le violenze e le sevizie. Ci hanno fatto sedere a terra, poi ci hanno chiamato una ad una e portate in un container. Sentivamo le urla di chi era dentro. Abbiamo allora protestato e un ragazzo turco si è alzato in segno di protesta, gli è stato subito sparato ad una gamba. Lo hanno trascinato via e l’ho rincontrato a Istanbul: stava bene anche se la ferita l’ha colpito alla coscia. Dalla nave, siamo stati portati sul piazzale del porto. In quello spazio sono ricominciate le sevizie, siamo stati di nuovo ammanettati e picchiati. Lì c’è stata quella scena ripresa da Ben Gvir e trasmessa sui social che ha fatto il giro del mondo. Di nuovo è iniziato un girone infernale che si è concluso 24 dopo, giovedì mattina, quando ci hanno trasferito all’aeroporto di Eilat e da lì ad Istanbul. Quali sono state le principali differenze nel trattamento e nella violenza ricevuta, rispetto alla flotilla dell’autunno? La differenza maggiore è stata una escalation di violenza notata già al momento dell’aggressione a Creta, incluso violenze di carattere sessuale. Pure il secondo attacco è stato molto più violento, molte più percosse subite, spari, taser, torture, nessuna persona è stata risparmiata. Era un caso fortuito subirne più o meno, dipendeva dagli aguzzini che trovavi davanti a te, ma non ne potevi scappare. Davanti alla violenza subita si è alzato un insolito coro di indignazione globale, rivolto però quasi esclusivamente al ministro israeliano Ben Gvir, come lo interpreti? Si tratta dell’ennesimo atto di ipocrisia delle democrazie occidentali che non hanno fatto nulla quando Ben Gvir venne ad umiliarci a ottobre scorso all’arrivo ad Ashdod. Le democrazie non hanno mai agito nulla contro il regime israeliano nonostante i rapporti di agenzie delle Nazioni Unite che documentano tutto quello che il governo israeliano continua a fare nei confronti della popolazione palestinese. Il regime israeliano ha rivendicato che siamo state trattati secondo i loro protocolli. Questi sono i loro protocolli. Decidere di guardare a Ben Gvir e non al genocidio in corso è un modo per eludere il problema. E’ la ipocrisia che fa parlare di “alcuni coloni violenti” anziché parlare del colonialismo. Parlare di Ben Gvir è un modo per non affrontare la questione e gestire solo una temporanea paura di perdere consensi. Immagino che ora sarà il tempo delle valutazioni, ci sono già prossime tappe organizzate del percorso politico dalla coalizione Global Sumud Flotilla? In questo momento è ancora in corso la marcia via terra, che si concluderà a breve e ha incontrato violenza e repressione in Libia. I motivi che ci hanno fatto navigare in autunno e ora sono ancora validi, nonostante non fosse l’intenzione di nessuno di noi di esporci a sevizie e torture. Abbiamo provato, come tante altre persone, a mettere da parte un po’ del nostro privilegio per porre agli occhi della opinione pubblica quale fosse il problema dell’occupazione e del genocidio in corso. Abbiamo cercato di segnalare l’inazione della comunità internazionale e dei governi nonostante la forte solidarietà internazionale dal basso in centinaia di paesi. La lotta per la liberazione della Palestina rappresenta un simbolo di tutte le lotte per la liberazione da soprusi e sopraffazioni, contro ogni forma di fascismo di cui il sionismo è una rappresentazione plastica oggi. Troveremo nuove forme per metterci in cammino e per lottare fino a che i governi non agiranno. Il regime israeliano non si ferma da solo, va fermato con campagne internazionali, con boicottaggio disinvestimento e sanzioni così come accadde con l’apartheid in Sudafrica. Sarà la spinta della società civile che obbligherà i governi a fare qualcosa contro questa economia del genocidio e della guerra. Che messaggio ti senti di dare alla fine di questa esperienza? L’importanza di continuare a non voltare le spalle, non indignarsi per quanto accaduto a noi ma pensare che se quello che è accaduto a noi è stato possibile sotto gli occhi del mondo, dobbiamo immaginarci cosa sia possibile ogni giorno e ogni minuto in quei lager per migliaia di uomini e donne lontano dagli occhi del mondo. Senza una soluzione giusta non ci sarà nessuna pace. Il percorso a fianco alla popolazione palestinese verso la liberazione è ancora lungo, e dobbiamo continuarlo consapevoli delle complicità dei nostri governi. Non servono le flotille per lottare per la Palestina e per fare qualcosa di concreto, dobbiamo farlo ogni giorno qui da noi per ottenere risultati e fermare la macchina della guerra che agisce da qui. La copertina è di Fotomovimiento da Flickr Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Marco Orefice, Global Sumud Flotilla: «Se è stato possibile trattare noi così, cosa accade in Palestina lontano dagli occhi del mondo?» proviene da DINAMOpress.
May 27, 2026
DINAMOpress
ARIA del 22 MAGGIO: volevamo ricordarla e ne abbiamo raccolto alcuni pezzi@1
Il caso ha voluto che la puntata di ARIA del 22 Maggio fosse più densa di contributi del solito. Le parole di Alfredo Cospito che dopo un anno e mezzo ha potuto partecipare in video conferenza ad un udienza tenutasi a Bologna e per qualche minuto rompere il silenzio tombale a cui lo costringe il 41 bis (parliamo di 41bis perché pensiamo sia l’altra faccia della medaglia del sovraffollamento nelle sezioni comuni, ma avremo modo di approfondirlo meglio in futuro): il racconto di una mobilitazione a Madrid che punta alla liberazione dei e delle recluse in stato di salute precario e di cui l’amministrazione penitenziaria e sanitaria non può prendersi cura: dediche che hanno ricordato le vittime di uno Stato assassino che ha falciato 14 vite per sedare le rivolte di Modena del Marzo 2020: Altre che hanno preso parola sul rapporto di Antigone sullo stato delle carceri italiane. Niente di nuovo anche quest’anno. Tranquilli! Sovraffollamento, recidive e aumento delle pene sembrano essere le protagoniste di un report molto simile a quello degli anni precedenti. Poi, dediche da chi era in sezione fino a qualche settimana fa e quindi quella sezione, quelle persone con cui ha condiviso un pezzo, seppur drammatico, di vita prova a tenerle vicine, nonostante le mura. Le dediche scambiate tra dentro e fuori. E, infine la musica: varia, a volte scanzonata e che nelle sue diverse lingue ha provato a dare una boccata d’aria a chi è costretto a vivere tra le mura del Lorusso e Cutugno. Una puntata che vale la pena conservare, rileggere e in alcuni suoi pezzi riascoltare. A dircelo è stato chi ci ascolta: La speranza è che puntate come questa possano moltiplicarsi nel tempo e nello spazio. Per dare forma ad una solidarietà che non sia solo uno svago, ma che riesca a riconoscere e a scagliarsi contro chi il carcere e la sua violenza le alimenta ogni giorno: dai “portachiavi” ai tribunali di sorveglianza, passando per medici e personale sanitario”. TUTTE LIBERE e TUTTI LIBERI!
ARIA del 22 MAGGIO: volevamo ricordarla e ne abbiamo raccolto alcuni pezzi@0
Il caso ha voluto che la puntata di ARIA del 22 Maggio fosse più densa di contributi del solito. Le parole di Alfredo Cospito che dopo un anno e mezzo ha potuto partecipare in video conferenza ad un udienza tenutasi a Bologna e per qualche minuto rompere il silenzio tombale a cui lo costringe il 41 bis (parliamo di 41bis perché pensiamo sia l’altra faccia della medaglia del sovraffollamento nelle sezioni comuni, ma avremo modo di approfondirlo meglio in futuro): il racconto di una mobilitazione a Madrid che punta alla liberazione dei e delle recluse in stato di salute precario e di cui l’amministrazione penitenziaria e sanitaria non può prendersi cura: dediche che hanno ricordato le vittime di uno Stato assassino che ha falciato 14 vite per sedare le rivolte di Modena del Marzo 2020: Altre che hanno preso parola sul rapporto di Antigone sullo stato delle carceri italiane. Niente di nuovo anche quest’anno. Tranquilli! Sovraffollamento, recidive e aumento delle pene sembrano essere le protagoniste di un report molto simile a quello degli anni precedenti. Poi, dediche da chi era in sezione fino a qualche settimana fa e quindi quella sezione, quelle persone con cui ha condiviso un pezzo, seppur drammatico, di vita prova a tenerle vicine, nonostante le mura. Le dediche scambiate tra dentro e fuori. E, infine la musica: varia, a volte scanzonata e che nelle sue diverse lingue ha provato a dare una boccata d’aria a chi è costretto a vivere tra le mura del Lorusso e Cutugno. Una puntata che vale la pena conservare, rileggere e in alcuni suoi pezzi riascoltare. A dircelo è stato chi ci ascolta: La speranza è che puntate come questa possano moltiplicarsi nel tempo e nello spazio. Per dare forma ad una solidarietà che non sia solo uno svago, ma che riesca a riconoscere e a scagliarsi contro chi il carcere e la sua violenza le alimenta ogni giorno: dai “portachiavi” ai tribunali di sorveglianza, passando per medici e personale sanitario”. TUTTE LIBERE e TUTTI LIBERI!
ARIA del 22 MAGGIO: volevamo ricordarla e ne abbiamo raccolto alcuni pezzi@3
Il caso ha voluto che la puntata di ARIA del 22 Maggio fosse più densa di contributi del solito. Le parole di Alfredo Cospito che dopo un anno e mezzo ha potuto partecipare in video conferenza ad un udienza tenutasi a Bologna e per qualche minuto rompere il silenzio tombale a cui lo costringe il 41 bis (parliamo di 41bis perché pensiamo sia l’altra faccia della medaglia del sovraffollamento nelle sezioni comuni, ma avremo modo di approfondirlo meglio in futuro): il racconto di una mobilitazione a Madrid che punta alla liberazione dei e delle recluse in stato di salute precario e di cui l’amministrazione penitenziaria e sanitaria non può prendersi cura: dediche che hanno ricordato le vittime di uno Stato assassino che ha falciato 14 vite per sedare le rivolte di Modena del Marzo 2020: Altre che hanno preso parola sul rapporto di Antigone sullo stato delle carceri italiane. Niente di nuovo anche quest’anno. Tranquilli! Sovraffollamento, recidive e aumento delle pene sembrano essere le protagoniste di un report molto simile a quello degli anni precedenti. Poi, dediche da chi era in sezione fino a qualche settimana fa e quindi quella sezione, quelle persone con cui ha condiviso un pezzo, seppur drammatico, di vita prova a tenerle vicine, nonostante le mura. Le dediche scambiate tra dentro e fuori. E, infine la musica: varia, a volte scanzonata e che nelle sue diverse lingue ha provato a dare una boccata d’aria a chi è costretto a vivere tra le mura del Lorusso e Cutugno. Una puntata che vale la pena conservare, rileggere e in alcuni suoi pezzi riascoltare. A dircelo è stato chi ci ascolta: La speranza è che puntate come questa possano moltiplicarsi nel tempo e nello spazio. Per dare forma ad una solidarietà che non sia solo uno svago, ma che riesca a riconoscere e a scagliarsi contro chi il carcere e la sua violenza le alimenta ogni giorno: dai “portachiavi” ai tribunali di sorveglianza, passando per medici e personale sanitario”. TUTTE LIBERE e TUTTI LIBERI!
ARIA del 22 MAGGIO: volevamo ricordarla e ne abbiamo raccolto alcuni pezzi@2
Il caso ha voluto che la puntata di ARIA del 22 Maggio fosse più densa di contributi del solito. Le parole di Alfredo Cospito che dopo un anno e mezzo ha potuto partecipare in video conferenza ad un udienza tenutasi a Bologna e per qualche minuto rompere il silenzio tombale a cui lo costringe il 41 bis (parliamo di 41bis perché pensiamo sia l’altra faccia della medaglia del sovraffollamento nelle sezioni comuni, ma avremo modo di approfondirlo meglio in futuro): il racconto di una mobilitazione a Madrid che punta alla liberazione dei e delle recluse in stato di salute precario e di cui l’amministrazione penitenziaria e sanitaria non può prendersi cura: dediche che hanno ricordato le vittime di uno Stato assassino che ha falciato 14 vite per sedare le rivolte di Modena del Marzo 2020: Altre che hanno preso parola sul rapporto di Antigone sullo stato delle carceri italiane. Niente di nuovo anche quest’anno. Tranquilli! Sovraffollamento, recidive e aumento delle pene sembrano essere le protagoniste di un report molto simile a quello degli anni precedenti. Poi, dediche da chi era in sezione fino a qualche settimana fa e quindi quella sezione, quelle persone con cui ha condiviso un pezzo, seppur drammatico, di vita prova a tenerle vicine, nonostante le mura. Le dediche scambiate tra dentro e fuori. E, infine la musica: varia, a volte scanzonata e che nelle sue diverse lingue ha provato a dare una boccata d’aria a chi è costretto a vivere tra le mura del Lorusso e Cutugno. Una puntata che vale la pena conservare, rileggere e in alcuni suoi pezzi riascoltare. A dircelo è stato chi ci ascolta: La speranza è che puntate come questa possano moltiplicarsi nel tempo e nello spazio. Per dare forma ad una solidarietà che non sia solo uno svago, ma che riesca a riconoscere e a scagliarsi contro chi il carcere e la sua violenza le alimenta ogni giorno: dai “portachiavi” ai tribunali di sorveglianza, passando per medici e personale sanitario”. TUTTE LIBERE e TUTTI LIBERI!
ARIA del 22 MAGGIO: volevamo ricordarla e ne abbiamo raccolto alcuni pezzi@1
Il caso ha voluto che la puntata di ARIA del 22 Maggio fosse più densa di contributi del solito. Le parole di Alfredo Cospito che dopo un anno e mezzo ha potuto partecipare in video conferenza ad un udienza tenutasi a Bologna e per qualche minuto rompere il silenzio tombale a cui lo costringe il 41 bis (parliamo di 41bis perché pensiamo sia l’altra faccia della medaglia del sovraffollamento nelle sezioni comuni, ma avremo modo di approfondirlo meglio in futuro): il racconto di una mobilitazione a Madrid che punta alla liberazione dei e delle recluse in stato di salute precario e di cui l’amministrazione penitenziaria e sanitaria non può prendersi cura: dediche che hanno ricordato le vittime di uno Stato assassino che ha falciato 14 vite per sedare le rivolte di Modena del Marzo 2020: Altre che hanno preso parola sul rapporto di Antigone sullo stato delle carceri italiane. Niente di nuovo anche quest’anno. Tranquilli! Sovraffollamento, recidive e aumento delle pene sembrano essere le protagoniste di un report molto simile a quello degli anni precedenti. Poi, dediche da chi era in sezione fino a qualche settimana fa e quindi quella sezione, quelle persone con cui ha condiviso un pezzo, seppur drammatico, di vita prova a tenerle vicine, nonostante le mura. Le dediche scambiate tra dentro e fuori. E, infine la musica: varia, a volte scanzonata e che nelle sue diverse lingue ha provato a dare una boccata d’aria a chi è costretto a vivere tra le mura del Lorusso e Cutugno. Una puntata che vale la pena conservare, rileggere e in alcuni suoi pezzi riascoltare. A dircelo è stato chi ci ascolta: La speranza è che puntate come questa possano moltiplicarsi nel tempo e nello spazio. Per dare forma ad una solidarietà che non sia solo uno svago, ma che riesca a riconoscere e a scagliarsi contro chi il carcere e la sua violenza le alimenta ogni giorno: dai “portachiavi” ai tribunali di sorveglianza, passando per medici e personale sanitario”. TUTTE LIBERE e TUTTI LIBERI!