
Dal caso Fakir all’ordine pubblico nelle scuole: l’altro volto della militarizzazione
Osservatorio contro militarizzazione di scuole e università - Monday, July 27, 2026Il caso dell’uccisione di Fakir, a Bologna, ad opera dei due poliziotti, ci riporta ancora una volta al concetto di fondo, alla base della militarizzazione della società: il conflitto, il disagio o anche solo la sofferenza/fragilità anche psichica, in tutte le sue forme esteriori, a volte “plateali” e impressionanti, affrontato come un problema di ordine pubblico.
Qualche anno fa nell’ex-istituto magistrale “Caetani“, una scuola superiore piuttosto nota, al centro di Roma, una ragazza di 14-15 anni, peraltro anche molto minuta di corporatura, come in analoghi casi, però di “mala-polizia”, stava dando in “escandescenza”, (termine un po’ abusato in questi ultimi anni e usato per Aldovrandi, Magherno e tanti altri) secondo dinamiche molto simili al mondo degli adulti, in cui tali azioni rientrerebbero nel cosiddetto “delirio iperattivo”: la fronte sbattuta ripetutamente contro le pareti di una classe (vuota), urla, movimenti repentini e scoordinati del corpo, banchi e sedie buttate rumorosamente a terra, ecc. Insomma, una situazione in cui il contenimento da parte di persone adulte, docenti ed operatori, educatori, insegnanti di sostegno, collaboratori scolastici, in teoria preparati a tali situazioni, potevano certamente mettere in campo soluzioni alternative alla chiamata delle forze dell’ordine in quel caso i Carabinieri.
Vogliamo ricordare a tutti i colleghi e colleghe, ma anche a tutti i cittadini e le cittadine, che cosa riporta il sito ufficiale del numero di emergenza “112” ex-numero di emergenza dei Carabinieri: il numero unico europeo per le emergenze (NUE) 112 è il numero di telefono per chiamare i servizi di emergenza in tutti gli Stati membri dell’Unione Europea. Prevede una centrale unica di risposta (CUR), nella quale vengono convogliate le linee 112, 113, 115 e 118.
All’interno della Centrale gli operatori, formati per gestire la prima risposta alla chiamata, smistano le telefonate agli enti responsabili della gestione delle emergenze (Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri, Vigili del Fuoco o il Soccorso sanitario). Dunque, è chi chiama che deve specificare in modo assertivo e convincente, fornendo tutti gli elementi oggettivi che si tratta di un’emergenza sanitaria e non di ordine pubblico, perché in caso contrario è sempre un poliziotto o un carabiniere che arriva e molto spesso si ritrova a dover applicare il proprio protocollo con il corpo dell’esagitato/a sbattuto a terra a pancia in giù e con due o tre agenti sopra di lui a contenerlo.
In un istituto superiore, quindi, dove si insegnano pedagogia, psicologia e sociologia, docenti un po’ impauriti e/o sprovveduti, preferirono chiamare le forze dell’ordine proprio come se fosse, appunto, un problema di ordine pubblico. Quando la marginalità, la povertà socio-economica, lo stato di disoccupazione, vengono riclassificati sotto il capitolo della “colpa” con lo stigma sociale del demerito, ecco che si fa strada l’atteggiamento giustificazionista nei confronti del “lavoro sporco” fatto dai poliziotti in nome e per conto della società: questi omicidi, quando emergono e non rimangono nel dimenticatoio dei trafiletti delle cronache locali, vengono a loro volta derubricati in chiave di “tragiche fatalità” o “serie sfortunate di circostanze rivelatesi poi fatali”.
La militarizzazione delle scuole passa anche attraverso le modalità di intervento qui sopra descritte, che non rappresentano affatto casi isolati: come, per esempio, quando ci si ritrova ad affrontare casi di presenza, vera o presunta, di sostanze stupefacenti, come la diffusissima cannabis: qui, spesso, l’atteggiamento da parte di molti colleghi e colleghe è analogo, se non ancora più repressivo.
Il corpo docente, in quei casi, non dovrebbe passare dalla figura del pubblico ufficiale “civile” a quello con le stellette, ma affrontare il caso come una sfida professionale nel quadro del proprio ruolo sociale di educatore.
In concreto, come avvenne qualche anno fa in un istituto scolastico superiore di Bracciano, area peraltro fortemente militarizzata, se un allievo quattordicenne tiene nervosamente e con “fare sospetto” uno zainetto, tornato in classe dopo essere andato in bagno e il docente presume che questo contenga della cannabis, non si sequestra il “corpo del reato” affinché la dirigente scolastica lo custodisca nella propria cassaforte; allo stesso modo, si può trovare una strategia alternativa alla chiamata della volante dei Carabinieri che (in divisa) fa irruzione nell’istituto proprio nel momento in cui c’è l’uscita degli studenti e delle studentesse per la fine delle lezioni! Il quattordicenne fu subito etichettato dagli altri studenti come “spacciatore” mentre i compagni di “bravate”, sapendolo sotto torchio nell’ufficio dei Carabinieri, come delatore/traditore.
Questi due casi concreti, presi ad esempio, rappresentano l’altra faccia della medaglia della militarizzazione delle scuole in cui tutti i colleghi e le colleghe sono chiamati a trovare e provare soluzioni alternative a misure di semplice “ordine pubblico” che hanno ben poco di educativo e che non rappresentano di certo un esempio di prevenzione del disagio o della devianza, ma solo come più volte ricordato di deterrenza.
Mentre scriviamo, ad una settimana esatta dal caso Fakir, a Cosenza, un altro giovane, Momo (qui l’articolo dell’Osservatorio), agli arresti domiciliari, con una diagnosi conclamata di depressione e appuntamento già fissato la settimana successiva presso il Centro di Igiene Mentale, durante l’ennesima perquisizione domiciliare da parte dei Carabinieri, dalla finestra della sua stanzetta da letto, si lancia nel vuoto trovando la morte. (https://www.radiondadurto.org/2026/07/24/cosenza-mohamed-amin-bessioud-morto-suicida-durante-un-controllo-di-carabinieri-interrogativi-sullintervento-e-sulla-tutela-delle-persone-fragili/).
Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle Scuole e delle Università
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