A Bologna la polizia uccide: omicidio di Stato indice della militarizzazione nel Paese
Domenica, in una Bologna avvolta dalla calura un vero e proprio incubo si è
materializzato in una mattina di mezza estate.
Sarebbe stata tutta un’altra storia se quella chiamata alle forze dell’ordine
fosse arrivata da una villa sui colli ed avesse riguardato un italiano
benestante che chiedeva aiuto in stato confusionale… Ma nella realtà, quella
telefonata è arrivata dal Pilastro e quando la polizia è arrivata lì non ha
trovato un ricco italiano, ma Abderrhaim Fakir, un lavoratore marocchino
titolare di una ditta di facchinaggio.
Fakir aveva perso da pochi mesi la madre, aveva qualche problema burocratico col
rinnovo del permesso di soggiorno e, per via di difficoltà che attraversava la
sua ditta, aveva licenziato alcuni suoi dipendenti. Questi e chissà quanti altri
problemi erano per lui fonte di malessere e forse erano proprio le ragioni che
avevano portato allo stato confusionale di domenica mattina quando, sentendo le
sue urla in un garage del Pilastro, qualche vicino si è allarmato forse
eccessivamente (Fakir non stava facendo male a nessuno) e ha deciso di chiamare
le forze dell’ordine.
Una volante è accorsa sul posto insieme ai sanitari in uno di quelli che si
denominano interventi congiunti.
E, come da protocollo per questi casi, i sanitari sono rimasti del tutto inermi:
in presenza di un soggetto che dà in escandescenze, le forze dell’ordine
agiscono per prime, per “creare le condizioni” per consentire ai sanitari di
intervenire.
E la polizia è riuscita in questo intento, visto che in poco tempo hanno
proceduto con le manovre d’arresto che hanno immobilizzato a terra Fakir.
Ma a quel punto non c’era nient’altro da fare per i sanitari, visto che ormai
Fakir non respirava più.
L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università si
unisce al dolore dei suoi cari ed esprime tutta la solidarietà possibile nella
tragica occasione della sua scomparsa alla giovane età di 43 anni, una vita
interrotta a metà da chi avrebbe dovuto tutelarlo e proteggerlo.
La nostra comunità si aspetta verità e giustizia su questo caso e su tanti casi
simili già avvenuti in precedenza. Non derubrichiamo questo caso a mero
incidente, trovando un modo per minimizzare le conseguenze della violenza
razzista e classista che caratterizza questo che è un vero e proprio omicidio di
Stato. A tal proposito, per far comprendere che non si tratta di poche mele
marce, ma che è marcio quasi tutto il frutteto, si segnala la mappa online degli
omicidi e abusi commessi dalla polizia in Italia.
Pensate che dalle prime comunicazioni della Questura filtravano voci tendenti a
classificare la vittima come un senza fissa dimora, allo scopo di sminuire le
responsabilità ed il peso per la società, arrivando addirittura a provare a dire
che quando erano arrivati i poliziotti lo avessero già trovato morto. Già solo
queste falsità danno la misura della gravità della situazione e della volontà
“politica” di mettere la polvere sotto il tappeto.
Ma perché l’Osservatorio ha deciso di pubblicare questo comunicato?
Cosa ha a che vedere questo caso con la nostra attività?
Ebbene, questo tragico evento si iscrive a pieno titolo in quel clima di
repressione che sta stringendo sempre più in una morsa la libertà degli e delle
italiane.
Nello stesso giorno della morte di Fakir il Ministro degli Interni Piantedosi ha
emanato l’ennesimo decreto sicurezza.
E la stretta repressiva, soprattutto nelle periferie, nei quartieri popolari e
nei confronti dei ceti subalterni e di chi esprime dissenso, è un elemento
chiave del fenomeno di militarizzazione della società.
Lo avevamo preannunciato anni fa che la militarizzazione dei luoghi
dell’istruzione sarebbe stato solo la prima fase di un processo che si sarebbe
poi dispiegato e riversato nel resto della società. E a nostro avviso siamo già
da circa un anno in quella seconda fase inaugurata col “pacchetto sicurezza”.
E, secondo punto che rileviamo come Osservatorio, gli allievi delle Forze
dell’Ordine sono formati attraverso un preciso e studiato “sistema educativo” di
cui, come ci insegna il professor Charlie Barnao, questo evento sarebbe una
delle conseguenze naturali (vedi qui). È una vergogna che, invece di lavorare
per cambiare al più presto tale sistema, si facciano protocolli per invitare
queste persone così formate a tenere lezioni di educazione civica nelle nostre
scuole.
Ma si va anche oltre la mera militarizzazione della società, con una presenza
sempre più minacciosa che in taluni casi sembra voler scimmiottare il modello
ICE degli USA.
In realtà, a nostro avviso siamo davanti ad un fenomeno di israelizzazione della
nostra società e il modello dell’ordine pubblico in Italia sembra ispirarsi di
più alla polizia israeliana, con la quale peraltro si sono avviate
profonde collaborazioni su più ambiti, inclusi quelli “formativi” di cui
parlavamo.
Quello che forse in tanti non sanno infatti è che da diversi anni gli agenti
della Polizia di Stato vengono addestrati con tecniche israeliane non solo in
ambito investigativo, ma anche nell’uso della forza e nelle manovre d’arresto.
Per esempio, molte procedure per immobilizzare e atterrare i cittadini
malcapitati vengono mutuate in particolare dal Krav Maga, un sistema di
combattimento di origine israeliana che trova ampia diffusione nelle forze
dell’ordine anche in Italia.
E nella fattispecie, la manovra con cui è stato ucciso Fakir si riferisce a un
gruppo di tecniche come quella in figura (foto in alto). I ragazzi che assistono
alla “lezione” sono allievi poliziotti. Alcuni, nella foto, sorridevano
(vedere qui per l’originale, ma anche questo articolo è indicativo). Si tratta
di manovre molto rischiose per le conseguenze sul sistema respiratorio e su
quello cardiaco. Questo perché alcune di esse prevedono il blocco delle arterie
carotidi per indurre la perdita di coscienza, blocco che se non rimosso in pochi
secondi (si pensi ad esempio a George Floyd negli USA) può portare alla morte
della persona bloccata a terra, impossibilitata a respirare.
LA RISPOSTA DELLA GENTE COMUNE
L’unica luce nel buio della tragica uccisione è la reazione della gente comune,
scesa in massa già dalla sera di domenica in un presidio organizzato dal
basso dai comitati e dalle realtà attivi al Pilastro.
Mentre scriviamo migliaia di cittadine e cittadini si stanno ritrovando in
Piazza Nettuno a Bologna in un’iniziativa lanciata dal sindaco e raccolta da
tante organizzazioni, anche critiche nei confronti della sua Giunta, perché al
momento tutte e tutti pretendono verità e giustizia sulla morte di Fakir.
Auspici per il futuro:
* basta con l’addestramento delle forze dell’ordine attraverso tecniche e
manovre che comportano rischi per l’incolumità delle persone e ripensare il
modello generale di riferimento per l’addestramento delle forze dell’ordine
sulla base del principio primum non nocere;
* nei casi di interventi congiunti dare la priorità ai sanitari nella
valutazione del caso per comprendere la priorità dell’emergenza sanitaria
(Fakir era in evidente stato confusionale);
* istruire i sanitari sugli effetti e sui rischi delle manovre affinché possano
limitare l’intervento delle forze dell’ordine laddove ravvedano criticità
sanitarie (non è possibile che il protocollo preveda che i sanitari debbano
astenersi dall’intervenire quando è in gioco la vita di una persona);
* non utilizzare le misure di sicurezza per militarizzare ed israelizzare la
nostra società.
Se c’è un senso che possiamo dare alla morte di Fakir, oltre al garantirgli
verità e giustizia, è quello di far sì che da questo punto in poi si tracci una
linea a chiare lettere: “MAI PIÙ!”
Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università