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#Roccavaldina (Messina), oggi domenica 6 settembre, ore 19 - #Pace e Diritto Internazionale - Intervengono Antonio Nicita, senatore Partito democratico; Barbara Floridia, senatrice M5S; Pietro Patti, segretario generale CGIL Messina; Antonio Mazzeo, giornalista NoWar; Orazio Grimaldi, coordinatore d'area gruppi Emergency Sicilia; Federico Nastasi, professore UAM Messico, giornalista. Modera Letizia Barbera, giornalista
September 6, 2026
Antonio Mazzeo
Cinecittà World: il voto alle donne lo festeggiano le Forze Armate!
«Torna a Cinecittà World alla sua decima edizione, Viva l’Italia, Il più grande evento espositivo e dimostrativo interforze mai realizzato in un Parco Divertimenti». Così il parco divertimenti situato nel comune di Roma pubblicizza l’iniziativa che si terrà dal 4 settembre al 6 settembre. Il parco divertimenti di Cinecittà World nasce dall’idea di privati (Luigi Abete, Aurelio De Laurentiis e Diego Della Valle e vede tra i soci Stefano Cigarini di Gardland) con l’idea di creare un parco a tema cine-televisivo. Affidare la promozione della settima arte a logiche di profitto fa sì che il parco si caratterizzi più come divertimento che come divulgazione della storia e delle tecniche cine-televisive e pertanto di per sé non ha nulla di istruttivo né probabilmente ha la pretesa di averlo nonostante il richiamo a scenografie dantesche e storiche. Tuttavia si presta a quel tipo di processo “educativo non formale o informale” che “comprende quell’insieme di esperienze di tutti i giorni nell’ambito della famiglia, del lavoro e della vita sociale”. Infatti, anche un’offerta di divertimento ha il suo “valore” formativo pur non essendo la stessa cosa di un Museo del cinema, di una visita al Foro Italico o di una visita ad una biblioteca, solo per fare alcuni esempi. Se il valore che guida la realizzazione di un parco giochi è profitto in cambio di divertimento (anche nel senso divertissement di Pascal!) il fine del parco è solo quello di aumentare il numero dei consumatori utilizzando ogni tipo di offerta “appetibile”. Tutto può essere strumentalizzato per aumentare i clienti compreso “gli 80 Anni della Repubblica Italiana e del voto alle donne, una storia di coraggio e democrazia”, tema su cui vertono le “patriottiche” giornate Viva l’Italia! Come si legge sul sito, a celebrare insieme a famiglie e bambini «questo importante traguardo saranno le quattro Forze Armate dello Stato e Forze dell’Ordine – Esercito Italiano, Marina Militare, Aeronautica Militare e Arma dei Carabinieri, con Guardia di Finanza, Polizia Penitenziaria e il Corpo Militare della Croce Rossa. […] unendo il ricordo del passato, oggi più vivo che mai, ad una weekend di gioia, pace e speranza per il futuro. Tra i set dei film che hanno fatto la storia del cinema le Forze Armate e Forze dell’Ordine, daranno vita, con il loro suggestivo e imponente spiegamento di mezzi e persone, ad un evento unico e emozionante». Gioia, pace, futuro affidati a chi fa della guerra il suo mestiere! La presenza di circa 550.000 visitatori l’anno, rende così Cinecittà World un luogo ideale per la propaganda militare: oltre alla patria, la pace e il futuro viene scomodato lo sport, con una Chiara Consonni che felicemente si presta all’acquisizione delle impronte digitali; i giovani impareranno a «diventare poliziotti della scientifica, vigili del fuoco, finanzieri, militari dell’esercito»; tra i mezzi dispiegati, «il veicolo tattico medio multi ruolo, chiamato Orso utilizzato per la bonifica di itinerari», ovvero bonifica di ordigni esplosivi (senza specificare ovviamente che i “buoni” militari sminano campi minati dai militari stessi!); un po’ di buonismo solidaristico che rende le attività una «raccolta fondi per le famiglie delle forze armate» (e non per disoccupati, precari, nullatenenti, senza tetto, bisognosi ecc.); ma soprattutto sono momenti di «sensibilizzazione [tradurre con: propaganda della cultura della difesa] e un’occasione per mostrare l’impegno di tutte le forze in campo in contesti di emergenza» (tradurre con: prepariamoci alla guerra!) (Per la fonte vd. TG5). Il fenomeno di fondere la presenza militare con l’intrattenimento e il tempo libero ha introdotto un neologismo nei paesi anglosassoni: “militainment” (unione di military ed entertainment, in italiano militarismo di intrattenimento, per una intro vedi qui ). Si tratta di una strategia globale (sic!) che utilizza la cultura pop, i videogiochi, i media e i parchi tematici per normalizzare la figura del soldato e facilitare il reclutamento. Una forma di propaganda che non solo promuove ideali e valori militari presso il grande pubblico, minimizzando le devastanti conseguenze delle azioni militari e delle guerre (e portando a una mancanza di pensiero critico nei confronti delle forze armate e del loro ruolo nella società) ma, per tornare sul piano educativo (non formale e informale), inganna i più giovani su cosa sia la guerra: un gioco, un joystick, una scalata, un addestramento divertente… la commistione tra divertimento e militare in questo è pericolosa, va oltre la normalizzazione delle guerra e apre a immaginari dispotici (o reali?) per il messaggio che implicitamente trasmette: il mondo militare è un gioco divertente, un parco divertimenti e con esso anche la guerra. Le foto di bambini armati e sorridenti mostrano proprio come questo messaggio sia pericoloso e quanta manipolazione dell’infanzia ci sia dietro questi eventi. Gli 80 Anni della Repubblica Italiana e il voto alle donne, sono temi estranei a Viva l’Italia; palesi sono invece gli obiettivi dell’evento: rendere familiari e affascinanti i linguaggi, le strategie e le estetiche della guerra, trasformare il parco in un vero e proprio canale di reclutamento simulato, in cui l’esperienza militare viene presentata come un’avventura divertente (grazie anche all’elevata tecnologia) e soprattutto priva delle reali conseguenze tragiche del conflitto. E tutto ciò al costo di 39 euro al giorno per adulto e 30 euro per bambino! Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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Giovedì, 10 settembre: incontro Coordinamento nazionale No Riarmo con Osservatorio contro la militarizzazione
GIOVEDÌ 10 SETTEMBRE, ORE 19:00-21:00 Secondo incontro online del Coordinamento nazionale No Riarmo (CNNR) con rappresentanti di altre associazioni, comitati, partiti per ragionare insieme sulle loro posizioni e proposte: ·        come costruire un movimento di massa unitario e plurale per l’Italia fuori della guerra e contro il riarmo; ·        come contribuire a dare al movimento contro la guerra e il riarmo una rappresentanza politica in Parlamento. Relazioni di: ·        Marta Collot, coportavoce nazionale di Potere al Popolo (PaP) ·        Michele Lucivero, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ·        Rosa Siciliano, direttrice editoriale di “Mosaico di pace”, rivista mensile promossa da Pax Christi Italia ·        Paolo Ferrero, direttore del periodico mensile “Su la testa. Argomenti per la rifondazione comunista” Per iscriversi alla riunione: HTTPS://US02WEB.ZOOM.US/MEETING/REGISTER/N–8WYZORPW5GULHMZWB4W Dopo l’iscrizione, si riceverà una e-mail di conferma con le informazioni necessarie per entrare nella riunione. Si consiglia di iscriversi con buon anticipo per poter prendere la sala virtuale ZOOM adeguata ad ospitare tutti i partecipanti. Se non si riceve il link di iscrizione (in genere è per un errore di scrittura del proprio indirizzo e-mail) scrivere a  articolo11@art11.it Ore 19:00 Relazioni degli ospiti invitati. Durata prevista di ogni relazione introduttiva: 15’ Ore 20:10 Domande e interventi dei partecipanti in sala virtuale ZOOM. Si prevedono massimo 8 interventi di durata non superiore ai 4’. Per intervenire, prenotarsi scrivendo all’indirizzo articolo11@art11.it, indicando nome, cognome, associazione (partito, sindacato, comitato) di riferimento, città in cui si opera e argomento della domanda/intervento. Selezione e ordine degli interventi saranno stabiliti dalla segreteria del Coordinamento nazionale Ore 20:45 Risposte e repliche dei relatori (5’ a testa) * * * BARI, LUNEDÌ 14 SETTEMBRE, ORE 19:00 c/o MarxVentuno, II strada Borrelli 34. Dopo il n. 125 (ass. Kronos, scuola di recupero) di via Buccari. Al cancello citofonare al 51. Giornata del tesseramento al Comitato Articolo 11 – L’Italia ripudia la guerra (nuova tessera 2026-27) Ø  PRESENTAZIONE DEL PROGRAMMA DI ATTIVITÀ per il quadrimestre settembre-dicembre Ø  FUORI LA GUERRA DALLA STORIA Il canto di protesta contro la guerra Con Pino di Lenne, Cedro e Sidera * * * L’incontro del 26 agosto è sul canale youtube di “Articolo 11”: https://www.youtube.com/watch?v=Eng56jQTR3s Introduzione di Andrea Catone al I incontro con rappresentanti di associazioni, comitati, partiti per: 1.     Dare vita a un movimento di massa contro la guerra, il più ampio, unitario e inclusivo possibile 2.     Esaminare la possibilità di dare al movimento contro la guerra rappresentanza politica in Parlamento Giorno dopo giorno la “guerra mondiale a pezzi” si amplia e si intensifica. I pezzi di questa guerra si ricongiungono. Il governo Zelensky, che a fine febbraio invocava l’aggressione militare di USA e Israele contro l’Iran, fornisce supporto e tecnologie militari ai paesi arabi del Golfo alleati di USA e Israele. Il carattere fondamentale di questa guerra mondiale è costituito, al di là delle peculiarità delle diverse situazioni locali, dallo scontro tra imperialismo occidentale – USA, NATO, UE, G7, Israele – volto a mantenere un ordine mondiale basato sullo scambio ineguale, il neocolonialismo, lo sfruttamento e il dominio economico-finanziario e politico-militare sul Sud globale, con la pretesa di essere l’unica forma di libertà e democrazia al mondo, da un lato, e, dall’altro, i Paesi che chiedono un diverso ordine mondiale, economico-sociale e politico, basato su coesistenza pacifica, rapporti paritari reciprocamente vantaggiosi, riconoscimento della pluralità di storie, culture, sistemi politici ed economici delle diverse civiltà. È ciò che viene sintetizzato spesso nella formula dello scontro tra “mondo unipolare” e “mondo multipolare”. La guerra è oggi la questione principale e prioritaria che abbiamo di fronte. Non una questione tra le tante, ma la questione delle questioni. La guerra sovradetermina tutte le altre questioni, dalla politica economica, che si indirizza sempre più verso il riarmo a detrimento della spesa sociale, alla militarizzazione delle menti, delle scuole e della società. Oggi si richiede una fondamentale scelta di campo. Il Coordinamento nazionale NORiarmo, costituitosi lo scorso anno sull’onda della petizione di gennaio 2025 contro il decreto di sostegno militare all’Ucraina (cfr. Peacelink, https://www.peacelink.it/editoriale/a/50492.html), ritiene che, insieme con le manifestazioni di indignazione, protesta, condanna del genocidio, occorra operare politicamente per ottenere risultati concreti, trasformando la protesta in rivendicazione politica determinata, puntuale, chiara e non ambigua. Come cittadini poniamo al parlamento e al governo del nostro Paese una richiesta precisa che si esprime nello slogan: Fuori l’Italia dalla guerra!. Interruzione immediata di ogni sostegno economico, militare, politico, diplomatico all’Ucraina nella guerra contro la Russia. Interruzione di ogni rapporto politico-diplomatico, militare, economico-finanziario con lo stato genocida e terrorista di Israele. Nessun sostegno all’aggressione di USA e Israele contro l’Iran, rifiuto di aderire alle sanzioni illegali imposte dagli USA. Nessun sostegno alle aggressioni USA, economiche e militari ai Paesi dell’America Latina per rimettere sotto il loro tallone di ferro i movimenti di emancipazione, dal Venezuela a Cuba, assediata da un embargo pluridecennale. Fuori l’Italia dalla guerra è l’obiettivo immediato e la discriminante essenziale. Nella situazione attuale, che vede ogni giorno, ogni ora l’escalation bellica contro la Russia, alimentata sempre più massicciamente dalla UE e dal Regno Unito – che, pur fuori UE, è oggi il leader della strategia militare contro la Russia – non sono ammissibili ambiguità o mezze misure: o si rivendica e si agisce di conseguenza per l’immediata uscita dell’Italia dalla guerra, o si è per la prosecuzione della guerra, a fianco dei guerrafondai, i quali in gran parte si dichiarano fautori di “una pace giusta e duratura”, ottenibile a loro dire con l’intensificazione della guerra alla Russia per indurla a trattative. Questa strada ha portato in oltre 4 anni di guerra solo all’intensificazione e alla escalation. Il Coordinamento nazionale NORIARMO lavora, nel massimo di cooperazione e dialogo costruttivo con gli altri coordinamenti, comitati, associazioni, per dar vita a un movimento unitario e plurale che abbia come obiettivo discriminante e unificante, senza ambiguità o mezze misure, quello del Fuori l’Italia dalla guerra! L’incontro di oggi si iscrive nella nostra azione per costruire il massimo di unità possibile, nel massimo di chiarezza e determinazione. Riteniamo che “Fuori l’Italia dalla guerra” sia l’obiettivo realisticamente unificante, su cui può convergere un reale movimento di massa, quanto mai necessario in questa situazione, non limitato a generose e coraggiose avanguardie. Su questo siamo impegnati a lavorare proponendo e costruendo comitati/coordinamenti unitari nei territori. Il radicamento territoriale è fondamentale per lo sviluppo di un movimento di massa reale. I comitati territoriali possono dar vita ad iniziative locali – manifestazioni, presidi, ecc. – che possono convergere in giornate nazionali di mobilitazione contro la guerra. Proprio perché ci poniamo sul terreno della lotta politica concreta contro la guerra, non possiamo ignorare il terreno della rappresentanza politica nel parlamento nazionale, poiché è lì che si decidono ancora le cose (anche se è in atto da anni l’attacco alla centralità del Parlamento stabilita dalla Costituzione antifascista del 1948). Per questo, non possiamo non porci la questione delle prossime elezioni politiche. In merito alla questione fondamentale della guerra, constatiamo che vi è qui un falso bipolarismo: il Partito democratico ha approvato – in sede italiana e nelle votazioni del parlamento europeo – tutte le mozioni di sostegno militare, economico, politico, ideologico all’Ucraina contro la Russia. Sulla questione fondamentale della guerra contro la Russia le posizioni di PD e FdI convergono. Si può notare anzi che nei grandi media vicini al PD prevale una posizione più oltranzista di quella della leader di FdI, che nell’ultimo incontro dei “Volenterosi”, ha rifiutato formalmente l’invio di militari e di missili in Ucraina. Occorre fare della questione della guerra il tema principale della campagna elettorale, quello su cui si devono misurare effettivamente le forze in campo. Come operiamo per la costruzione di un movimento di massa reale e unitario, senza ambiguità, per l’Italia fuori della guerra, così auspichiamo la costruzione di un ampio schieramento di forze – unitario e plurale – che possa dare al nostro Paese una rappresentanza politica al movimento contro la guerra. Le direttrici di fondo del suo programma – da cui discendono fondamentali scelte di politica economica, sociale, culturale – si possono individuare nei due pilastri a) della Costituzione antifascista di democrazia economico-sociale del 1948, col suo fondamentale articolo 11, e, b) della fuoriuscita dell’Italia dalla guerra e dal sistema di guerra. Ci auguriamo che questi incontri con rappresentanti di associazioni, partiti, comitati, movimenti che si schierano contro la guerra possano favorire la costruzione di una coalizione di forze politiche, sociali, sindacali, culturali sulla base di questi due fondamentali pilastri. Oggi i poteri finanziari e militari dell’imperialismo stanno spingendo il mondo verso la catastrofe. Oggi abbiamo l’imperativo morale oltre che politico di fermarli, dotandoci degli strumenti più adeguati allo scopo. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
«Sarà una risata che vi seppellirà». Considerazioni sulla diserzione e sulla guerra
Il breve esergo ci serve per commentare il fenomeno della resistenza alle armi che, come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, registriamo. Nel mondo, attualmente, si stanno svolgendo decine e decine di conflitti locali e di guerre dichiarate. E sono migliaia i renitenti alla leva nelle guerre o coloro che disertano. Potremmo partire da quelle considerate – dalla retorica patria – più gloriose. Ad esempio, durante il Risorgimento venivano reclutati i contadini meridionali, ignari spesso di quel che andava accadendo, ma sicuri di dover lasciare nell’incuria e nell’ulteriore miseria le loro campagne. Oppure possiamo citare le centinaia di soldati passati per le armi durante la Prima guerra mondiale, perché avevano osato fraternizzare in trincea con l’esercito nemico o si erano rifiutati di obbedire a ordini suicidi. L’origine della didascalia è incerta, ma certo è l’orgoglio dell’irrisione anarchica alla repressione, alla guerra. Certa è l’efficacia del messaggio: il cambiamento sociale e politico è ineluttabile: siamo dalla parte vincente e la storia ce ne darà atto. OGNI GUERRA SI PORTA DIETRO IL SUO BEL NUMERO DI MORTI, DI RENITENTI CHE PAGANO LA LORO CORAGGIOSA SCELTA CON ANNI DI CARCERE. In Ucraina da mesi sono particolarmente forti le proteste contro i reclutatori che passano di villaggio in villaggio catturando giovani in età da militare per spedirli al fronte, cronaca documenta da decine di episodi culminati anche in feriti e morti. La fuga verso la Polonia è iniziata quasi subito, soprattutto da parte dei frontalieri che, ad esempio in Galizia, andavano oltre confine a lavorare, integrando così i magri salari e la perdita di ogni tutela sociale, dagli anni Novanta. I disertori sono più numerosi di quelli presenti nelle statistiche ufficiali. C’è chi non risponde alla chiamata militare, chi scappa all’estero, chi abbandona l’esercito facendo perdere le tracce. Ci sono gli obiettori di coscienza che rifiutano di prendere le armi e, meno numerosi, ma sicuramente presenti, coloro che hanno rifiutato anche impieghi civili in subordine alla macchina militare. Unimondo – testata giornalistica che si occupa di temi legati alla sostenibilità ambientale e alla pace (temi correlati, ovviamente) – ha documentato e provato a quantificare la diserzione (https://www.unimondo.org/dossier/dossier-disertori-1). Un paragrafo di questo dossier a cura di Raffaele Crocco offre una panoramica esaustiva della diserzione nella guerra in corso in Ucraina. Il numero che ha raggiunto, pur considerando che negli ultimi mesi il governo non ha aggiornato i dati (sarebbero una pessima propaganda antipatriottica) arriva a circa 200mila disertori, spesso militari assenti senza autorizzazione dei comandi (importanti sono le distinzioni che il giornalista opera in incipit, fra tipologie di abbandono): «Nel settembre 2025 l’Ufficio del Procuratore generale ucraino fornì una delle ultime serie statistiche dettagliate disponibili. Dall’inizio dell’invasione su vasta scala erano stati registrati: 202.650 procedimenti per assenza non autorizzata dal reparto; 50.029 procedimenti per diserzione. Soltanto 12.448 procedimenti del primo tipo e 670 per diserzione erano stati trasmessi ai tribunali. È un dato importante: un procedimento aperto non equivale ad una condanna e neppure necessariamente ad una persona diversa. In realtà, il fenomeno sta accelerando rapidamente. Nei primi dieci mesi del 2025 sono stati registrati 161.461 nuovi procedimenti per AWOL, circa quattro volte più di quelli dello stesso periodo dell’anno precedente. La media era arrivata a circa 16.000 procedimenti al mese. Poi, dal 2026, i numeri sono diventati più difficili da conoscere. Nel dicembre 2025 l’Ufficio del Procuratore generale ha deciso di limitare l’accesso pubblico alle statistiche relative ai reati militari, comprese assenza non autorizzata e diserzione, sostenendo che la loro diffusione durante la legge marziale avrebbe potuto fornire informazioni sensibili sulla situazione delle forze armate». Teniamo conto che in questi anni di guerra sono intervenuti anche i legislatori per consentire ai disertori di rientrare volontariamente in servizio evitando l’arresto. Non è dato conoscere il numero dei detenuti per renitenza alla leva. Lo stesso diritto alla obiezione di coscienza, insieme ad abusi di varia natura, viene denunciato dall’Alto Commissariato per i Diritti Umani dell’ONU. Pur riconoscendo teoricamente il diritto ad un servizio alternativo a quello militare di cui si è tuttavia perso traccia. Anzi, ad onore del vero, non esiste alcuna possibilità concreta di scegliere l’obiezione di coscienza. E i numeri ci confermano quanto vasta sia la renitenza al servizio militare. Continua il dossier: «Circa 200.000 militari AWOL, secondo la dichiarazione del ministro della Difesa del gennaio 2026. Circa due milioni di persone ricercate in relazione alla mobilitazione. Centinaia di migliaia di procedimenti aperti negli anni precedenti. Programmi speciali per convincere chi è scappato a rientrare. Non possiamo chiamarli tutti disertori, questo lo abbiamo chiarito. Possiamo però dire che la guerra sta producendo una frattura. Da una parte c’è uno Stato, inteso come organizzazione e istituzione, che ha bisogno di uomini per continuare a difendersi. Dall’altra ci sono individui che, per ragioni diversissime e legittime, non vogliono partire, non vogliono tornare o non vogliono proprio combattere». LA GUERRA PRODUCE DRAMMATICHE FRATTURE, RICORDA CROCCO. LE GUERRE SONO SEMPRE ANCHE GUERRE FAMIGLIARI, QUANDO NON APERTAMENTE CIVILI. UN ASPETTO CHE STA CARATTERIZZANDO ANCHE LA PIÙ COMPAGINATA SOCIETÀ RUSSA: LA GUERRA-LAMPO, SECONDO L’INTENTO PUTINIANO, STA CORROMPENDOSI IN ORMAI QUATTRO ANNI DI CONFLITTO, E ANCHE LA POPOLAZIONE RUSSA È STANCA. SONO STANCHI GLI ISRAELIANI? È sdegnata una parte della società chiamata alle armi, generazioni e generazioni di giovani, di riservisti, donne e uomini, da oltre un secolo. E, certo, non basta perché cessi il genocidio in atto. Ma, mentre occorrerebbe leggere la prosecuzione del lavoro documentario di Unimondo su questo punto, e non è l’intento di questo commento, scriviamo qualche annotazione conclusiva. Mentre i dati sono numeri dotati di qualche oggettività razionale, per altro sempre incerta, importanti in tutte le guerre sono anche le testimonianze. Il testimone, il testis, in greco màrtys (così accolto nella liturgia cristiana) è colui che ha visto, ha patito e che può raccontare. Annette Wieviorka scriveva che la testimonianza è dentro e fuori della lingua, sta fra l’indicibile, il rimosso, il volutamente dimenticato, o manipolato, e la potenza della parola spesa di fronte a chi ascolta, e non ha né vissuto, né visto direttamente le vicende raccontate (L’era del testimone, Cortina Editore, Milano 1998). Il testimone spesso non è attendibile (o gli viene attribuito un eccesso di veridicità), lo si è visto nei clamorosi processi di Norimberga del 1945/’46 e di Gerusalemme a Adolf Eichmann nel 1961. Nelle aule dei tribunali ordinari ugualmente è difficile per le parti in gioco appurare l’attendibilità del testimone. In Italia lavorano migliaia di donne ucraine. Ciascuna di loro ha una storia di emigrazione da raccontare che data da prima della guerra del 2022. Risale al crollo del regime sovietico. È il caso di Irina (nome di fantasia) che, ginecologa all’ospedale di Leopoli, perde il lavoro dopo la privatizzazione del sistema sanitario. Viene a lavorare in Italia, suo figlio, laureato in economia, è impiegato in banca. Deve costantemente integrare lo stipendio con lavori da manovale in Polonia, frontiera che passa molto spesso. Ha partecipato alle manifestazioni di Piazza Maidan del 2014, ci ha creduto, malgrado le manipolazioni evidenti, credeva nell’Europa come nuova cornice valoriale ed economica, sistema migliore del regime precedente. Nel 2022 è stato reclutato: è morto mettendo la testa fuori dalla sua trincea, come si moriva nella Prima Guerra Mondiale. Suo cugino, coetaneo, è scappato, forse in Germania. Irina, che pure vive i rigori della guerra sentendosi vittima, si chiede perché suo figlio non ha fatto altrettanto. E, ancora, non testimone, ma prestigioso corrispondente per il New York Times, Yaralov Trofinov, in una conversazione con Lucio Caracciolo condotta da Massimo Cacciari, glissa sulle responsabilità delle NATO, continua a credere che l’Europa aiuterà l’Ucraina a respingere la Russia, tratteggia un ritratto di Volodymyr Zelensky statista democratico nonché di origini ebraiche (titolo di merito?). Malgrado lo correggano spesso – anche se non proprio decisamente, Caracciolo e Cacciari – per lui la guerra in Ucraina è paragonabile a quella del Peloponneso, che crede sia un modello di arroganti invasori cacciati ai margini della storia. Al tema di questo nostro pezzo, il rifiuto della guerra, accennano il conduttore e l’altro ospite. Il giornalista testimonia solo le ragioni del paese invaso e anche lui – come il ragazzo di Maidan – crede che l’Europa lo salverà dall’orso russo. ALLORA, VISTO CHE LE GUERRE DISPENSANO ONORI E INFAMIE, NOI STIAMO A FIANCO DEL RENITENTE, DEL DISERTORE, DI CHI FUGGE, DI CHI OBIETTA CHE LA GUERRA NON È MAI LA SUA.   Federico Giusti, Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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Comune-info.net: Verso l’israelizzazione dell’occidente?
DI FRANCESCO FANTUZZI SU COMUNE-INFO DEL 25 OTTOBRE 2025 Ospitiamo con piacere sul nostro sito l’interessante contributo scritto da Francesco Fantuzzi, pubblicato su Comune-info il 25 ottobre 2025 in cui viene ribadito quanto l’Osservatorio denuncia da due anni a questa parte, vale a dire un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo, in particolare in relazione al concetto di israelizzazione della società. «In questi due terribili anni, soprattutto negli ultimi mesi, si è letto in più occasioni l’accorato slogan “Noi siamo la Palestina” e non vi è alcun dubbio che, seppur tardiva e in alcuni casi soprattutto finalizzata a recare nocumento all’improponibile e complice governo Meloni, la mobilitazione di centinaia di migliaia, se non milioni, di persone e della Flotilla contro il genocidio in atto a Gaza abbia rappresentato un sussulto di dignità di una coscienza civile in gran parte anestetizzata da anni di neoliberismo, emergenza, incipiente cinismo e isolamento sociale, partendo proprio da quei giovani che si vogliono disinteressati a ciò che accade e al proprio futuro. Tuttavia è sempre più legittimo e doveroso domandarsi, come ha fatto meritoriamente l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università di Torino se in realtà l’Occidente, i cui contorni paiono sempre più aderire al perimetro della NATO, non proceda al contrario verso una progressiva e inesorabile israelizzazione, intesa come recepimento di un modello politico, militare, culturale, digitale, etnico, ideologico, che riplasma la postdemocrazia definita da Colin Crouch in uno scenario bellico e tecnologico perpetuo. Un emblematico dual use.…continua a leggere su www.comune-info.net. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
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Antonio Mazzeo
I.A. Basta! Una campagna contro la colonizzazione di scuole e università da parte delle Big Tech
«Dietro ai racconti magici sull’intelligenza artificiale non c’è un’intelligenza aliena, né una fatina buona. Se scuotiamo via la polvere magica, ciò che resta è il complesso militare-industriale statunitense, con la sua ossessione per la sorveglianza e il controllo, condivisa con le élite delle province dell’impero. La ridefinizione di software di sorveglianza come “intelligenza artificiale” è utilizzata dal complesso militare statunitense e dai monopoli della tecnologia per farci credere che sia possibile costruire macchine intelligenti – con la realizzazione immaginaria dell’idea di una creazione o procreazione divina solo maschile – e che noi stessi non siamo altro che macchine. Poiché le macchine non hanno diritti e possono solo obbedire a comandi, si ottiene così di depoliticizzare, nascondendola dietro la falsa neutralità dei sistemi informatici, la violazione di diritti giuridicamente tutelati e l’introduzione di regimi reazionari e autoritari, improntati alla militarizzazione integrale della società, all’automazione dello status quo e alla distruzione dei sistemi di welfare. Nelle scuole e nelle università, l’“intelligenza artificiale” è un utile antidoto contro la natura intrinsecamente sovversiva dell’istruzione e la molesta tendenza delle istituzioni scolastiche e accademiche funzionanti a mettere in discussione i dogmi e a condurre qualsiasi autorità dinanzi al tribunale della ragione. La diffusione dei chatbot abitua infatti docenti e studenti a omologarsi, a non pensare, a recepire, senza verifica, pensieri già formulati da altri, mentre le piattaforme proprietarie sorvegliano, dequalificano e addestrano i futuri utenti alla dipendenza» Daniela Tafani , Dieci miti sull’intelligenza artificiale. Un progetto reazionario e le sue storie, 29 giugno 2026 I software che impropriamente vengono definiti “intelligenza artificiale” e che senza chiederci il consenso sono comparsi sulle piattaforme Google degli account scolastici, non sono strumenti neutri sui quali basti formarsi attraverso i corsi proposti dal Ministero dell’Istruzione e del Merito affinché noi docenti riusciamo a farne un uso consapevole, etico e proficuo per l’apprendimento con le nostre classi. Da tempo il gruppo di lavoro che si raccoglie attorno alla mozione I.A. Basta! denuncia, tra le altre, le collusioni tra i G.A.F.A.M. (Google, Amazon, Facebook, Apple, Microsoft) e il settore militare, attingendo all’ampia bibliografia accademica, delle organizzazioni attive nella difesa dei diritti umani e del mondo sindacale che sta esplodendo, data la invadente e persistente pubblicità (o sarebbe meglio parlare di propaganda?) che le Big Tech stanno portando avanti. Gli investimenti fatti in questi settori sono così giganteschi che il ritorno economico può avvenire solo tramite l’utilizzo militare e purtroppo i conflitti in corso, in particolare il genocidio palestinese, quello sul fronte ucraino e quello iraniano, ce lo stanno ampiamente dimostrando. La massa di dati civili e commerciali, quindi privati, raccolti dalle piattaforme, nonostante l’A.I. Act e i (deboli) tentativi di una (fragile) U.E. di regolamentarne i flussi, sono ampiamente utilizzati per addestrare droni militari, incrociare dati, aumentare la sorveglianza, riconoscere persone e, in definitiva, ad uccidere. Opporsi rappresenta sempre di più una vera e propria obiezione di coscienza. Alleghiamo il link alla campagna I.A . Basta!, il suo kit di informazione e approfondimento e una proposta di Regolamento che cerchi di limitare il più possibile i danni che una tale introduzione nel sistema scolastico sta già producendo. Campagna https://iabasta.ghost.io Kit di autodifesa https://iabasta.ghost.io/versione-aggiornata-del-kit-di-autodifesa-per-lavvento-dellai-a-scuola Bozza di regolamento https://iabasta.ghost.io/al-riparo-da-big-tech-un-regolamento-per-i-software-di-pretesa-i-a-nella-scuola Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Udine, 5 settembre: scelta individuale, forza collettiva. Una conferenza a “Diritti in festa”
UDINE, 5 SETTEMBRE 2026, ORE 10 “DIRITTI IN FESTA”, PARCO DEL TORRE, SALT DI POVOLETTO (UD) Pubblichiamo di seguito l’invito alla conferenza Scelta individuale, forza collettiva. Costruire la pace, difendere la legalità, proteggere il lavoro. L’impegno dei singoli può avere importanti implicazioni per sé e per gli altri ma, se i singoli diventano moltitudine organizzata, allora quelle scelte individuali possono cambiare un’intera società. Modera Margherita Cogoi, giornalista di Radio Onde Furlane. Parteciperanno: Licio Palazzini: obiettore di coscienza, cofondatore e responsabile di Arci Servizio Civile, lavora per promuovere il collegamento fra giovani e organizzazioni per realizzare un servizio civile promotore di pace. Monica Usai: coordinatrice di Libera contro le mafie in Europa e Africa, segue progetti che contrastano violenza criminale e ingiustizie, mettendo al centro il ruolo delle realtà sociali e rafforzando il ruolo delle associazioni e dei movimenti di base, in un’ottica di pace, solidarietà e dignità. Giovanna Frattolin: attivista dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, realtà che monitora e denuncia il processo di militarizzazione e il farsi spazio dell’ideologia bellicista e di controllo securitario nelle istituzioni scolastiche e in ambito accademico. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
La scuola e la cultura del riarmo
GUERRE, CRISI ECOLOGICHE E IL RUOLO DELL’EDUCAZIONE DI FRONTE ALLA NORMALIZZAZIONE BELLICA Quando pensiamo alla guerra, tendiamo quasi sempre a guardare al momento esatto in cui essa esplode visivamente: i bombardamenti, le macerie, le immagini dei profughi e i conteggi drammatici delle vittime che scorrono quotidianamente sui nostri schermi. Con un meccanismo di auto-difesa psicologica, la definiamo quasi d’istinto come qualcosa che accade «altrove». Osserviamo Gaza, le sue città devastate e l’enorme, eppure taciuto, impatto ambientale e sistemico di quella distruzione. Tuttavia, la guerra non comincia mai con il lancio delle prime bombe. La guerra comincia molto prima, come ricordava l’arcivescovo metropolita di Napoli Domenico Battaglia nella sua Lettera ai mercanti della morte. Comincia quando una società si assuefà all’idea che il riarmo sia una necessità ineluttabile; quando il paradigma della «sicurezza» soppianta e sostituisce il linguaggio dei diritti fondamentali; quando il concetto di «nemico» diventa l’unica lente attraverso cui interpretiamo la complessità del mondo. È proprio da questa consapevolezza che nasce la necessità di riflettere su Gaza partendo anche da ciò che accade all’interno delle nostre istituzioni educative. Parlare di Gaza significa infatti parlare della scuola e dell’università italiana ed europea: la corsa alle armi, infatti, non riguarda unicamente gli apparati militari, ma penetra capillarmente nei tessuti della cultura, dell’informazione e dell’educazione. Negli ultimi anni si è assistito a una presenza sempre più strutturata e istituzionalizzata dell’industria della difesa all’interno del sistema scolastico nazionale. Tra i protagonisti di questo processo spicca Leonardo S.p.A., il principale colosso italiano dell’aerospazio e della difesa, che da tempo partecipa attivamente ai percorsi di Formazione Scuola-Lavoro (FSL, ex PCTO), promuovendo iniziative di orientamento, laboratori e moduli didattici incentrati sulle discipline STEM. Per cogliere la reale portata di questa dinamica è indispensabile analizzare il ruolo svolto dalla Fondazione Leonardo ETS. Piuttosto che due entità distinte, ci si trova davanti a un continuum strategico e istituzionale: la Fondazione è stata istituita da Leonardo S.p.A. in veste di Socio Fondatore, ne trae la quasi totalità dei finanziamenti [ndr: il 99% nel 2024, ultimo bilancio disponibile] e vede nei propri organi direttivi alcune medesime figure apicali dell’azienda. La Fondazione Leonardo ETS opera, nei fatti, come un vero e proprio braccio culturale e pedagogico no-profit del colosso bellico, consentendo all’azienda di fare il proprio ingresso nelle classi e di superare le fisiologiche resistenze etiche di docenti e famiglie. La capillarità di questo fenomeno è stata documentata nel dettaglio dal recente dossier “La scuola di Leonardo. Scuole e industria militare: forme e dispositivi della complicità con il genocidio. Il caso di Roma”, curato da BDS Roma e firmato dal ricercatore Gianluca Coeli. Il report, che mappa la presenza aziendale nelle scuole romane e nazionali, rileva che ben 19 istituti superiori su 125 analizzati vantano collaborazioni formalizzate con Leonardo S.p.A. o con la sua Fondazione. Un caso emblematico è quello del Liceo Digitale dell’IIS Carlo Matteucci di Roma — nato proprio su impulso della Fondazione — dove gli studenti affrontano temi come intelligenza artificiale, robotica e cybersicurezza svolgendo moduli di FSL con tutor dell’azienda e visitando i relativi siti produttivi. A questo quadro si aggiungono percorsi su scala nazionale come “In volo con Leonardo”, integrato nella piattaforma STEMLab (sviluppata in partnership con Educazione Digitale / CivicaMente), che eroga pacchetti di circa 25 ore certificate su droni, sistemi di sorveglianza e intelligenza artificiale. Parallelamente, attraverso la collaborazione tra la Fondazione e HUB Scuola (Gruppo Mondadori), è nata la piattaforma “A Scuola di STEM”, promossa anche da Uffici Scolastici Regionali come quello della Calabria, portando le video-lezioni di ingegneri e tecnici di un colosso dell’industria militare direttamente all’interno della didattica curricolare. Il nodo centrale della questione non risiede soltanto nei soggetti che varcano le soglie degli istituti scolastici, ma nella cornice discorsiva con cui vi entrano. Le tecnologie promosse dall’industria della difesa nelle scuole rientrano per la quasi totalità nella categoria del dual use, ovvero tecnologie a duplice uso, civile e militare. L’intelligenza artificiale può affinare la diagnostica medica ma anche guidare droni d’attacco autonomi; i sistemi satellitari possono monitorare gli incendi boschivi o coordinare attacchi tattici sul campo; la cybersicurezza protegge la rete di un ospedale così come costituisce il pilastro della guerra cibernetica contemporanea. Il problema etico e pedagogico sorge quando agli studenti vengono presentate esclusivamente le ricadute civili di queste tecnologie, mentre viene completamente omesso il fatto che a svilupparle sono aziende la cui principale attività economica rimane la produzione e la vendita di armamenti. Ci troviamo di fronte a quello che si potrebbe definire un “dual-use washing”: un’operazione di legittimazione e valorizzazione sociale che rende del tutto accettabile e persino auspicabile il ruolo dell’industria bellica nell’immaginario dei giovani. Il quadro si articola ulteriormente considerando che Leonardo partecipa, assieme a grandi gruppi bancari e industriali come UniCredit, Banco BPM, Enel e Autostrade per l’Italia, alla Fondazione per la Scuola Italiana ETS. L’intento dichiarato è quello di intervenire direttamente sui programmi FSL, sull’orientamento e sulla formazione dei docenti. Non si tratta dunque di semplici progetti extracurricolari, ma della partecipazione attiva di attori dell’industria della difesa alla definizione delle linee di indirizzo educativo dell’intero Paese. Di fronte a queste trasformazioni, la domanda da porsi non è di natura luddistica, né si tratta di demonizzare la tecnologia in sé. La vera questione riguarda la visione di scuola che stiamo costruendo. Se nei contesti di guerra aperta, come a Gaza, le scuole e le università vengono fisicamente annientate in quanto simboli e presidi del futuro di un popolo, nei contesti europei il rischio è sottile ma altrettanto profondo: che la scuola venga gradualmente cooptata fino a trasformarsi in uno strumento di normalizzazione e assuefazione culturale alla guerra. In questa prospettiva si inserisce anche il rinnovato dibattito europeo attorno alla leva militare. Superata la forma classica della coscrizione obbligatoria del Novecento, il linguaggio istituzionale odierno fa ricorso a categorie quali «servizio volontario», «riserva operativa», «resilienza civile» e «cittadinanza attiva». Si va definendo quello che si configura come un apparente ossimoro: un modello di leva volontaria/obbligatoria. Un esempio è quanto avviene in Germania, dove l’introduzione di un questionario informativo obbligatorio per i diciottenni maschi permette allo Stato di tracciare competenze e disponibilità per la costruzione di una banca dati utile alla riserva. Anche in Italia l’ipotesi di rafforzare la riserva militare e di introdurre forme di preparazione e addestramento per la popolazione civile è entrata stabilmente nell’agenda politica bipartisan e nei recenti provvedimenti legislativi (come il cosiddetto DDL Crosetto). Questo insieme di dispositivi traduce sul piano pratico la dottrina della “Difesa Totale“ (Total Defence): un modello elaborato nei Paesi scandinavi durante la Guerra Fredda e oggi riproposto a livello comunitario. Secondo tale approccio, in caso di crisi o conflitto non sono unicamente le Forze Armate a doversi mobilitare, ma l’intera compagine sociale — inclusi i settori dell’istruzione, della ricerca e dell’informazione. Non si attende l’evento bellico per organizzare la società; si pre-organizza la società in funzione dell’eventualità della guerra. Sul piano pedagogico, ciò si traduce in ciò che la stessa NATO definisce guerra cognitiva: un terreno di scontro in cui il consenso della popolazione viene orientato ad accettare la militarizzazione come un passaggio ineludibile e la “sicurezza” come un valore supremo, prioritario rispetto all’esercizio dei diritti civili e sociali. Qual è allora il ruolo della scuola di fronte a questa progressiva assuefazione culturale? La scuola ha il compito etico e istituzionale fondativo di sviluppare il pensiero critico, la capacità d’analisi autonomo e la complessità, non certo quello di favorire l’adeguamento passivo a processi di militarizzazione. Per tali ragioni, assume un significato preciso l’adesione al Manifesto di resistenza alla militarizzazione della società, alla reintroduzione della leva e per il ripudio incondizionato della guerra, promosso dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. Il manifesto rilancia la scelta dell’obiezione di coscienza totale e collettiva: la determinazione, da parte della comunità educante, di non farsi ingranaggio della cultura del riarmo. Fare obiezione di coscienza oggi significa rifiutare la normalizzazione della logica bellica negli spazi pubblici e difendere con fermezza l’autonomia della ricerca e dell’insegnamento. Significa sottrarre la formazione dei giovani alle esigenze dell’industria bellica e riaffermare che educare non vuol dire addestrare o preparare al conflitto, ma fornire agli individui gli strumenti culturali necessari per prevenirlo e decostruirlo. Riflettere su questi temi significa, infine, accogliere l’invito alla responsabilità giunto dalla società civile palestinese. Nel suo appello rivolto alla comunità internazionale, il Popular Art Centre di Ramallah ha sintetizzato così la natura della solidarietà contemporanea: «Vi scriviamo oggi dalla Palestina non per chiedere compassione, ma per chiedere che si agisca». Si tratta di un cambio di prospettiva fondamentale: non viene chiesta commiserazione o pietà, ma l’assunzione di una precisa responsabilità politica ed etica. La questione palestinese — così come la difesa di uno spazio educativo libero da logiche belliche — non è una semplice emergenza umanitaria, ma una grande questione di libertà, giustizia e autodeterminazione. Le parole conclusive che giungono da Ramallah tracciano la rotta anche per chi, all’interno delle scuole e delle università, lavora quotidianamente per custodire il senso profondo dell’educazione: «La vostra solidarietà non è simbolica. Dà speranza alle persone. Rafforza coloro che continuano a credere nella giustizia. La giustizia può essere ritardata, ma non deve mai essere abbandonata». Fonti citate * BDS Roma / Gianluca Coeli, “LA SCUOLA DI LEONARDO. Scuole e industria militare: forme e dispositivi della complicità con il genocidio. Il caso di Roma”. * Domenico Battaglia (Arcivescovo Metropolita di Napoli), “Lettera ai mercanti della morte”. * Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, “Manifesto di resistenza alla militarizzazione della società, alla reintroduzione della leva e per il ripudio incondizionato della guerra”. * Popular Art Centre di Ramallah, “Un appello dalla Palestina ai popoli liberi del mondo”. Alessandra Mancuso, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
L’Umbria va alla guerra. Dossier del Laboratorio Politico Operatori Sociali Autorganizzati
Il Laboratorio Politico Osa/VDL (Operatori Sociali Autorganizzati/Via del Lavoro) ha prodotto un interessante documento intitolato “L’Umbria va alla guerra. Il ruolo della nostra Regione nella corsa al riarmo” con il quale intende dare il suo contributo sul tema del riarmo e nel quale si ribadisce quanto l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università denuncia da due anni a questa parte, vale a dire un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo. La tesi di fondo è che il nemico di classe (la borghesia e tutto l’apparato statale e politico che la circonda) è molto più vicino di quanto si pensi, tant’è che proprio in Umbria molte tra aziende e consorzi si stanno arricchendo di fatto sulla pelle dei morti prodotti dalle guerre. Condividiamo questo contributo del Laboratorio Politico Osa/VDL, sperando possa essere utile alle realtà che lottano contro questo sistema. Leggilo qui oppure scarica in pdf. LUmbriaVaAllaGuerra_Dossier_LaboratorioPoliticoOSAPerugiaDownload -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente