#Roccavaldina (Messina), oggi domenica 6 settembre, ore 19 - #Pace e Diritto
Internazionale - Intervengono Antonio Nicita, senatore Partito democratico;
Barbara Floridia, senatrice M5S; Pietro Patti, segretario generale CGIL Messina;
Antonio Mazzeo, giornalista NoWar; Orazio Grimaldi, coordinatore d'area gruppi
Emergency Sicilia; Federico Nastasi, professore UAM Messico, giornalista. Modera
Letizia Barbera, giornalista
Tag - pace
Cinecittà World: il voto alle donne lo festeggiano le Forze Armate!
«Torna a Cinecittà World alla sua decima edizione, Viva l’Italia, Il più grande
evento espositivo e dimostrativo interforze mai realizzato in un Parco
Divertimenti».
Così il parco divertimenti situato nel comune di Roma pubblicizza l’iniziativa
che si terrà dal 4 settembre al 6 settembre.
Il parco divertimenti di Cinecittà World nasce dall’idea di privati (Luigi
Abete, Aurelio De Laurentiis e Diego Della Valle e vede tra i soci Stefano
Cigarini di Gardland) con l’idea di creare un parco a tema cine-televisivo.
Affidare la promozione della settima arte a logiche di profitto fa sì che il
parco si caratterizzi più come divertimento che come divulgazione della storia e
delle tecniche cine-televisive e pertanto di per sé non ha nulla di istruttivo
né probabilmente ha la pretesa di averlo nonostante il richiamo a scenografie
dantesche e storiche.
Tuttavia si presta a quel tipo di processo “educativo non formale o informale”
che “comprende quell’insieme di esperienze di tutti i giorni nell’ambito della
famiglia, del lavoro e della vita sociale”. Infatti, anche un’offerta di
divertimento ha il suo “valore” formativo pur non essendo la stessa cosa di un
Museo del cinema, di una visita al Foro Italico o di una visita ad una
biblioteca, solo per fare alcuni esempi.
Se il valore che guida la realizzazione di un parco giochi è profitto in cambio
di divertimento (anche nel senso divertissement di Pascal!) il fine del parco è
solo quello di aumentare il numero dei consumatori utilizzando ogni tipo di
offerta “appetibile”. Tutto può essere strumentalizzato per aumentare i clienti
compreso “gli 80 Anni della Repubblica Italiana e del voto alle donne, una
storia di coraggio e democrazia”, tema su cui vertono le “patriottiche” giornate
Viva l’Italia!
Come si legge sul sito, a celebrare insieme a famiglie e bambini «questo
importante traguardo saranno le quattro Forze Armate dello Stato e Forze
dell’Ordine – Esercito Italiano, Marina Militare, Aeronautica Militare e Arma
dei Carabinieri, con Guardia di Finanza, Polizia Penitenziaria e il Corpo
Militare della Croce Rossa. […] unendo il ricordo del passato, oggi più vivo che
mai, ad una weekend di gioia, pace e speranza per il futuro. Tra i set dei film
che hanno fatto la storia del cinema le Forze Armate e Forze dell’Ordine,
daranno vita, con il loro suggestivo e imponente spiegamento di mezzi e persone,
ad un evento unico e emozionante».
Gioia, pace, futuro affidati a chi fa della guerra il suo mestiere!
La presenza di circa 550.000 visitatori l’anno, rende così Cinecittà World un
luogo ideale per la propaganda militare: oltre alla patria, la pace e il futuro
viene scomodato lo sport, con una Chiara Consonni che felicemente si presta
all’acquisizione delle impronte digitali; i giovani impareranno a «diventare
poliziotti della scientifica, vigili del fuoco, finanzieri, militari
dell’esercito»; tra i mezzi dispiegati, «il veicolo tattico medio multi ruolo,
chiamato Orso utilizzato per la bonifica di itinerari», ovvero bonifica di
ordigni esplosivi (senza specificare ovviamente che i “buoni” militari sminano
campi minati dai militari stessi!); un po’ di buonismo solidaristico che rende
le attività una «raccolta fondi per le famiglie delle forze armate» (e non per
disoccupati, precari, nullatenenti, senza tetto, bisognosi ecc.); ma soprattutto
sono momenti di «sensibilizzazione [tradurre con: propaganda della cultura della
difesa] e un’occasione per mostrare l’impegno di tutte le forze in campo in
contesti di emergenza» (tradurre con: prepariamoci alla guerra!) (Per la fonte
vd. TG5).
Il fenomeno di fondere la presenza militare con l’intrattenimento e il tempo
libero ha introdotto un neologismo nei paesi anglosassoni: “militainment”
(unione di military ed entertainment, in italiano militarismo di
intrattenimento, per una intro vedi qui ). Si tratta di una strategia globale
(sic!) che utilizza la cultura pop, i videogiochi, i media e i parchi tematici
per normalizzare la figura del soldato e facilitare il reclutamento.
Una forma di propaganda che non solo promuove ideali e valori militari presso il
grande pubblico, minimizzando le devastanti conseguenze delle azioni militari e
delle guerre (e portando a una mancanza di pensiero critico nei confronti delle
forze armate e del loro ruolo nella società) ma, per tornare sul piano educativo
(non formale e informale), inganna i più giovani su cosa sia la guerra: un
gioco, un joystick, una scalata, un addestramento divertente… la commistione tra
divertimento e militare in questo è pericolosa, va oltre la normalizzazione
delle guerra e apre a immaginari dispotici (o reali?) per il messaggio che
implicitamente trasmette: il mondo militare è un gioco divertente, un parco
divertimenti e con esso anche la guerra. Le foto di bambini armati e sorridenti
mostrano proprio come questo messaggio sia pericoloso e quanta manipolazione
dell’infanzia ci sia dietro questi eventi.
Gli 80 Anni della Repubblica Italiana e il voto alle donne, sono temi estranei a
Viva l’Italia; palesi sono invece gli obiettivi dell’evento: rendere familiari e
affascinanti i linguaggi, le strategie e le estetiche della guerra, trasformare
il parco in un vero e proprio canale di reclutamento simulato, in cui
l’esperienza militare viene presentata come un’avventura divertente (grazie
anche all’elevata tecnologia) e soprattutto priva delle reali conseguenze
tragiche del conflitto.
E tutto ciò al costo di 39 euro al giorno per adulto e 30 euro per bambino!
Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
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Giovedì, 10 settembre: incontro Coordinamento nazionale No Riarmo con Osservatorio contro la militarizzazione
GIOVEDÌ 10 SETTEMBRE, ORE 19:00-21:00
Secondo incontro online del Coordinamento nazionale No Riarmo (CNNR) con
rappresentanti di altre associazioni, comitati, partiti per ragionare insieme
sulle loro posizioni e proposte:
· come costruire un movimento di massa unitario e plurale per l’Italia
fuori della guerra e contro il riarmo;
· come contribuire a dare al movimento contro la guerra e il riarmo una
rappresentanza politica in Parlamento.
Relazioni di:
· Marta Collot, coportavoce nazionale di Potere al Popolo (PaP)
· Michele Lucivero, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole
e delle università
· Rosa Siciliano, direttrice editoriale di “Mosaico di pace”, rivista
mensile promossa da Pax Christi Italia
· Paolo Ferrero, direttore del periodico mensile “Su la testa. Argomenti
per la rifondazione comunista”
Per iscriversi alla riunione:
HTTPS://US02WEB.ZOOM.US/MEETING/REGISTER/N–8WYZORPW5GULHMZWB4W
Dopo l’iscrizione, si riceverà una e-mail di conferma con le informazioni
necessarie per entrare nella riunione. Si consiglia di iscriversi con buon
anticipo per poter prendere la sala virtuale ZOOM adeguata ad ospitare tutti i
partecipanti.
Se non si riceve il link di iscrizione (in genere è per un errore di scrittura
del proprio indirizzo e-mail) scrivere a articolo11@art11.it
Ore 19:00 Relazioni degli ospiti invitati. Durata prevista di ogni relazione
introduttiva: 15’
Ore 20:10 Domande e interventi dei partecipanti in sala virtuale ZOOM. Si
prevedono massimo 8 interventi di durata non superiore ai 4’.
Per intervenire, prenotarsi scrivendo all’indirizzo articolo11@art11.it,
indicando nome, cognome, associazione (partito, sindacato, comitato) di
riferimento, città in cui si opera e argomento della domanda/intervento.
Selezione e ordine degli interventi saranno stabiliti dalla segreteria del
Coordinamento nazionale
Ore 20:45 Risposte e repliche dei relatori (5’ a testa)
* * *
BARI, LUNEDÌ 14 SETTEMBRE, ORE 19:00
c/o MarxVentuno, II strada Borrelli 34. Dopo il n. 125 (ass. Kronos, scuola di
recupero) di via Buccari. Al cancello citofonare al 51.
Giornata del tesseramento al Comitato Articolo 11 – L’Italia ripudia la guerra
(nuova tessera 2026-27)
Ø PRESENTAZIONE DEL PROGRAMMA DI ATTIVITÀ per il quadrimestre
settembre-dicembre
Ø FUORI LA GUERRA DALLA STORIA
Il canto di protesta contro la guerra
Con Pino di Lenne, Cedro e Sidera
* * *
L’incontro del 26 agosto è sul canale youtube di “Articolo
11”: https://www.youtube.com/watch?v=Eng56jQTR3s
Introduzione di Andrea Catone al I incontro con rappresentanti di associazioni,
comitati, partiti per:
1. Dare vita a un movimento di massa contro la guerra, il più ampio,
unitario e inclusivo possibile
2. Esaminare la possibilità di dare al movimento contro la guerra
rappresentanza politica in Parlamento
Giorno dopo giorno la “guerra mondiale a pezzi” si amplia e si intensifica. I
pezzi di questa guerra si ricongiungono. Il governo Zelensky, che a fine
febbraio invocava l’aggressione militare di USA e Israele contro l’Iran,
fornisce supporto e tecnologie militari ai paesi arabi del Golfo alleati di USA
e Israele.
Il carattere fondamentale di questa guerra mondiale è costituito, al di là delle
peculiarità delle diverse situazioni locali, dallo scontro tra imperialismo
occidentale – USA, NATO, UE, G7, Israele – volto a mantenere un ordine mondiale
basato sullo scambio ineguale, il neocolonialismo, lo sfruttamento e il dominio
economico-finanziario e politico-militare sul Sud globale, con la pretesa di
essere l’unica forma di libertà e democrazia al mondo, da un lato, e,
dall’altro, i Paesi che chiedono un diverso ordine mondiale, economico-sociale e
politico, basato su coesistenza pacifica, rapporti paritari reciprocamente
vantaggiosi, riconoscimento della pluralità di storie, culture, sistemi politici
ed economici delle diverse civiltà. È ciò che viene sintetizzato spesso nella
formula dello scontro tra “mondo unipolare” e “mondo multipolare”.
La guerra è oggi la questione principale e prioritaria che abbiamo di fronte.
Non una questione tra le tante, ma la questione delle questioni. La guerra
sovradetermina tutte le altre questioni, dalla politica economica, che si
indirizza sempre più verso il riarmo a detrimento della spesa sociale, alla
militarizzazione delle menti, delle scuole e della società.
Oggi si richiede una fondamentale scelta di campo.
Il Coordinamento nazionale NORiarmo, costituitosi lo scorso anno sull’onda della
petizione di gennaio 2025 contro il decreto di sostegno militare all’Ucraina
(cfr. Peacelink, https://www.peacelink.it/editoriale/a/50492.html), ritiene che,
insieme con le manifestazioni di indignazione, protesta, condanna del genocidio,
occorra operare politicamente per ottenere risultati concreti, trasformando la
protesta in rivendicazione politica determinata, puntuale, chiara e non
ambigua. Come cittadini poniamo al parlamento e al governo del nostro Paese una
richiesta precisa che si esprime nello slogan: Fuori l’Italia dalla guerra!.
Interruzione immediata di ogni sostegno economico, militare, politico,
diplomatico all’Ucraina nella guerra contro la Russia. Interruzione di ogni
rapporto politico-diplomatico, militare, economico-finanziario con lo stato
genocida e terrorista di Israele. Nessun sostegno all’aggressione di USA e
Israele contro l’Iran, rifiuto di aderire alle sanzioni illegali imposte dagli
USA. Nessun sostegno alle aggressioni USA, economiche e militari ai Paesi
dell’America Latina per rimettere sotto il loro tallone di ferro i movimenti di
emancipazione, dal Venezuela a Cuba, assediata da un embargo pluridecennale.
Fuori l’Italia dalla guerra è l’obiettivo immediato e la discriminante
essenziale. Nella situazione attuale, che vede ogni giorno, ogni ora
l’escalation bellica contro la Russia, alimentata sempre più massicciamente
dalla UE e dal Regno Unito – che, pur fuori UE, è oggi il leader della strategia
militare contro la Russia – non sono ammissibili ambiguità o mezze misure: o si
rivendica e si agisce di conseguenza per l’immediata uscita dell’Italia dalla
guerra, o si è per la prosecuzione della guerra, a fianco dei guerrafondai, i
quali in gran parte si dichiarano fautori di “una pace giusta e duratura”,
ottenibile a loro dire con l’intensificazione della guerra alla Russia per
indurla a trattative. Questa strada ha portato in oltre 4 anni di guerra solo
all’intensificazione e alla escalation.
Il Coordinamento nazionale NORIARMO lavora, nel massimo di cooperazione e
dialogo costruttivo con gli altri coordinamenti, comitati, associazioni, per dar
vita a un movimento unitario e plurale che abbia come obiettivo discriminante e
unificante, senza ambiguità o mezze misure, quello del Fuori l’Italia dalla
guerra!
L’incontro di oggi si iscrive nella nostra azione per costruire il massimo di
unità possibile, nel massimo di chiarezza e determinazione. Riteniamo che “Fuori
l’Italia dalla guerra” sia l’obiettivo realisticamente unificante, su cui può
convergere un reale movimento di massa, quanto mai necessario in questa
situazione, non limitato a generose e coraggiose avanguardie.
Su questo siamo impegnati a lavorare proponendo e costruendo
comitati/coordinamenti unitari nei territori. Il radicamento territoriale è
fondamentale per lo sviluppo di un movimento di massa reale. I comitati
territoriali possono dar vita ad iniziative locali – manifestazioni, presidi,
ecc. – che possono convergere in giornate nazionali di mobilitazione contro la
guerra.
Proprio perché ci poniamo sul terreno della lotta politica concreta contro la
guerra, non possiamo ignorare il terreno della rappresentanza politica nel
parlamento nazionale, poiché è lì che si decidono ancora le cose (anche se è in
atto da anni l’attacco alla centralità del Parlamento stabilita dalla
Costituzione antifascista del 1948).
Per questo, non possiamo non porci la questione delle prossime elezioni
politiche. In merito alla questione fondamentale della guerra, constatiamo che
vi è qui un falso bipolarismo: il Partito democratico ha approvato – in sede
italiana e nelle votazioni del parlamento europeo – tutte le mozioni di sostegno
militare, economico, politico, ideologico all’Ucraina contro la Russia. Sulla
questione fondamentale della guerra contro la Russia le posizioni di PD e FdI
convergono. Si può notare anzi che nei grandi media vicini al PD prevale una
posizione più oltranzista di quella della leader di FdI, che nell’ultimo
incontro dei “Volenterosi”, ha rifiutato formalmente l’invio di militari e di
missili in Ucraina.
Occorre fare della questione della guerra il tema principale della campagna
elettorale, quello su cui si devono misurare effettivamente le forze in campo.
Come operiamo per la costruzione di un movimento di massa reale e unitario,
senza ambiguità, per l’Italia fuori della guerra, così auspichiamo la
costruzione di un ampio schieramento di forze – unitario e plurale – che possa
dare al nostro Paese una rappresentanza politica al movimento contro la guerra.
Le direttrici di fondo del suo programma – da cui discendono fondamentali scelte
di politica economica, sociale, culturale – si possono individuare nei due
pilastri a) della Costituzione antifascista di democrazia economico-sociale del
1948, col suo fondamentale articolo 11, e, b) della fuoriuscita dell’Italia
dalla guerra e dal sistema di guerra.
Ci auguriamo che questi incontri con rappresentanti di associazioni, partiti,
comitati, movimenti che si schierano contro la guerra possano favorire la
costruzione di una coalizione di forze politiche, sociali, sindacali, culturali
sulla base di questi due fondamentali pilastri.
Oggi i poteri finanziari e militari dell’imperialismo stanno spingendo il mondo
verso la catastrofe. Oggi abbiamo l’imperativo morale oltre che politico di
fermarli, dotandoci degli strumenti più adeguati allo scopo.
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«Sarà una risata che vi seppellirà». Considerazioni sulla diserzione e sulla guerra
Il breve esergo ci serve per commentare il fenomeno della resistenza alle armi
che, come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle
università, registriamo. Nel mondo, attualmente, si stanno svolgendo decine e
decine di conflitti locali e di guerre dichiarate. E sono migliaia i renitenti
alla leva nelle guerre o coloro che disertano. Potremmo partire da quelle
considerate – dalla retorica patria – più gloriose. Ad esempio, durante il
Risorgimento venivano reclutati i contadini meridionali, ignari spesso di quel
che andava accadendo, ma sicuri di dover lasciare nell’incuria e nell’ulteriore
miseria le loro campagne. Oppure possiamo citare le centinaia di soldati passati
per le armi durante la Prima guerra mondiale, perché avevano osato fraternizzare
in trincea con l’esercito nemico o si erano rifiutati di obbedire a ordini
suicidi.
L’origine della didascalia è incerta, ma certo è l’orgoglio dell’irrisione
anarchica alla repressione, alla guerra. Certa è l’efficacia del messaggio: il
cambiamento sociale e politico è ineluttabile: siamo dalla parte vincente e la
storia ce ne darà atto.
OGNI GUERRA SI PORTA DIETRO IL SUO BEL NUMERO DI MORTI, DI RENITENTI CHE PAGANO
LA LORO CORAGGIOSA SCELTA CON ANNI DI CARCERE.
In Ucraina da mesi sono particolarmente forti le proteste contro i reclutatori
che passano di villaggio in villaggio catturando giovani in età da militare per
spedirli al fronte, cronaca documenta da decine di episodi culminati anche in
feriti e morti. La fuga verso la Polonia è iniziata quasi subito, soprattutto da
parte dei frontalieri che, ad esempio in Galizia, andavano oltre confine a
lavorare, integrando così i magri salari e la perdita di ogni tutela sociale,
dagli anni Novanta.
I disertori sono più numerosi di quelli presenti nelle statistiche ufficiali.
C’è chi non risponde alla chiamata militare, chi scappa all’estero, chi
abbandona l’esercito facendo perdere le tracce. Ci sono gli obiettori di
coscienza che rifiutano di prendere le armi e, meno numerosi, ma sicuramente
presenti, coloro che hanno rifiutato anche impieghi civili in subordine alla
macchina militare.
Unimondo – testata giornalistica che si occupa di temi legati alla sostenibilità
ambientale e alla pace (temi correlati, ovviamente) – ha documentato e provato a
quantificare la diserzione
(https://www.unimondo.org/dossier/dossier-disertori-1).
Un paragrafo di questo dossier a cura di Raffaele Crocco offre una panoramica
esaustiva della diserzione nella guerra in corso in Ucraina. Il numero che ha
raggiunto, pur considerando che negli ultimi mesi il governo non ha aggiornato i
dati (sarebbero una pessima propaganda antipatriottica) arriva a circa 200mila
disertori, spesso militari assenti senza autorizzazione dei comandi (importanti
sono le distinzioni che il giornalista opera in incipit, fra tipologie di
abbandono): «Nel settembre 2025 l’Ufficio del Procuratore generale ucraino fornì
una delle ultime serie statistiche dettagliate disponibili. Dall’inizio
dell’invasione su vasta scala erano stati registrati: 202.650 procedimenti per
assenza non autorizzata dal reparto; 50.029 procedimenti per diserzione.
Soltanto 12.448 procedimenti del primo tipo e 670 per diserzione erano stati
trasmessi ai tribunali. È un dato importante: un procedimento aperto non
equivale ad una condanna e neppure necessariamente ad una persona diversa. In
realtà, il fenomeno sta accelerando rapidamente. Nei primi dieci mesi del 2025
sono stati registrati 161.461 nuovi procedimenti per AWOL, circa quattro volte
più di quelli dello stesso periodo dell’anno precedente. La media era arrivata a
circa 16.000 procedimenti al mese. Poi, dal 2026, i numeri sono diventati più
difficili da conoscere. Nel dicembre 2025 l’Ufficio del Procuratore generale ha
deciso di limitare l’accesso pubblico alle statistiche relative ai reati
militari, comprese assenza non autorizzata e diserzione, sostenendo che la loro
diffusione durante la legge marziale avrebbe potuto fornire informazioni
sensibili sulla situazione delle forze armate».
Teniamo conto che in questi anni di guerra sono intervenuti anche i legislatori
per consentire ai disertori di rientrare volontariamente in servizio evitando
l’arresto. Non è dato conoscere il numero dei detenuti per renitenza alla leva.
Lo stesso diritto alla obiezione di coscienza, insieme ad abusi di varia natura,
viene denunciato dall’Alto Commissariato per i Diritti Umani dell’ONU.
Pur riconoscendo teoricamente il diritto ad un servizio alternativo a quello
militare di cui si è tuttavia perso traccia. Anzi, ad onore del vero, non esiste
alcuna possibilità concreta di scegliere l’obiezione di coscienza. E i numeri ci
confermano quanto vasta sia la renitenza al servizio militare. Continua il
dossier: «Circa 200.000 militari AWOL, secondo la dichiarazione del ministro
della Difesa del gennaio 2026. Circa due milioni di persone ricercate in
relazione alla mobilitazione. Centinaia di migliaia di procedimenti aperti negli
anni precedenti. Programmi speciali per convincere chi è scappato a rientrare.
Non possiamo chiamarli tutti disertori, questo lo abbiamo chiarito. Possiamo
però dire che la guerra sta producendo una frattura. Da una parte c’è uno Stato,
inteso come organizzazione e istituzione, che ha bisogno di uomini per
continuare a difendersi. Dall’altra ci sono individui che, per ragioni
diversissime e legittime, non vogliono partire, non vogliono tornare o non
vogliono proprio combattere».
LA GUERRA PRODUCE DRAMMATICHE FRATTURE, RICORDA CROCCO. LE GUERRE SONO SEMPRE
ANCHE GUERRE FAMIGLIARI, QUANDO NON APERTAMENTE CIVILI. UN ASPETTO CHE STA
CARATTERIZZANDO ANCHE LA PIÙ COMPAGINATA SOCIETÀ RUSSA: LA GUERRA-LAMPO, SECONDO
L’INTENTO PUTINIANO, STA CORROMPENDOSI IN ORMAI QUATTRO ANNI DI CONFLITTO, E
ANCHE LA POPOLAZIONE RUSSA È STANCA. SONO STANCHI GLI ISRAELIANI?
È sdegnata una parte della società chiamata alle armi, generazioni e generazioni
di giovani, di riservisti, donne e uomini, da oltre un secolo. E, certo, non
basta perché cessi il genocidio in atto. Ma, mentre occorrerebbe leggere la
prosecuzione del lavoro documentario di Unimondo su questo punto, e non è
l’intento di questo commento, scriviamo qualche annotazione conclusiva.
Mentre i dati sono numeri dotati di qualche oggettività razionale, per altro
sempre incerta, importanti in tutte le guerre sono anche le testimonianze. Il
testimone, il testis, in greco màrtys (così accolto nella liturgia cristiana) è
colui che ha visto, ha patito e che può raccontare. Annette Wieviorka scriveva
che la testimonianza è dentro e fuori della lingua, sta fra l’indicibile, il
rimosso, il volutamente dimenticato, o manipolato, e la potenza della parola
spesa di fronte a chi ascolta, e non ha né vissuto, né visto direttamente le
vicende raccontate (L’era del testimone, Cortina Editore, Milano 1998).
Il testimone spesso non è attendibile (o gli viene attribuito un eccesso di
veridicità), lo si è visto nei clamorosi processi di Norimberga del 1945/’46 e
di Gerusalemme a Adolf Eichmann nel 1961. Nelle aule dei tribunali ordinari
ugualmente è difficile per le parti in gioco appurare l’attendibilità del
testimone.
In Italia lavorano migliaia di donne ucraine. Ciascuna di loro ha una storia di
emigrazione da raccontare che data da prima della guerra del 2022. Risale al
crollo del regime sovietico. È il caso di Irina (nome di fantasia) che,
ginecologa all’ospedale di Leopoli, perde il lavoro dopo la privatizzazione del
sistema sanitario. Viene a lavorare in Italia, suo figlio, laureato in economia,
è impiegato in banca. Deve costantemente integrare lo stipendio con lavori da
manovale in Polonia, frontiera che passa molto spesso. Ha partecipato alle
manifestazioni di Piazza Maidan del 2014, ci ha creduto, malgrado le
manipolazioni evidenti, credeva nell’Europa come nuova cornice valoriale ed
economica, sistema migliore del regime precedente. Nel 2022 è stato reclutato: è
morto mettendo la testa fuori dalla sua trincea, come si moriva nella Prima
Guerra Mondiale. Suo cugino, coetaneo, è scappato, forse in Germania. Irina, che
pure vive i rigori della guerra sentendosi vittima, si chiede perché suo figlio
non ha fatto altrettanto.
E, ancora, non testimone, ma prestigioso corrispondente per il New York Times,
Yaralov Trofinov, in una conversazione con Lucio Caracciolo condotta da Massimo
Cacciari, glissa sulle responsabilità delle NATO, continua a credere che
l’Europa aiuterà l’Ucraina a respingere la Russia, tratteggia un ritratto di
Volodymyr Zelensky statista democratico nonché di origini ebraiche (titolo di
merito?). Malgrado lo correggano spesso – anche se non proprio decisamente,
Caracciolo e Cacciari – per lui la guerra in Ucraina è paragonabile a quella del
Peloponneso, che crede sia un modello di arroganti invasori cacciati ai margini
della storia.
Al tema di questo nostro pezzo, il rifiuto della guerra, accennano il conduttore
e l’altro ospite. Il giornalista testimonia solo le ragioni del paese invaso e
anche lui – come il ragazzo di Maidan – crede che l’Europa lo salverà dall’orso
russo.
ALLORA, VISTO CHE LE GUERRE DISPENSANO ONORI E INFAMIE, NOI STIAMO A FIANCO DEL
RENITENTE, DEL DISERTORE, DI CHI FUGGE, DI CHI OBIETTA CHE LA GUERRA NON È MAI
LA SUA.
Federico Giusti, Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle
scuole e delle università
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Comune-info.net: Verso l’israelizzazione dell’occidente?
DI FRANCESCO FANTUZZI SU COMUNE-INFO DEL 25 OTTOBRE 2025
Ospitiamo con piacere sul nostro sito l’interessante contributo scritto
da Francesco Fantuzzi, pubblicato su Comune-info il 25 ottobre 2025 in cui viene
ribadito quanto l’Osservatorio denuncia da due anni a questa parte, vale a dire
un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della
formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo, in
particolare in relazione al concetto di israelizzazione della società.
«In questi due terribili anni, soprattutto negli ultimi mesi, si è letto in più
occasioni l’accorato slogan “Noi siamo la Palestina” e non vi è alcun dubbio
che, seppur tardiva e in alcuni casi soprattutto finalizzata a recare nocumento
all’improponibile e complice governo Meloni, la mobilitazione di centinaia di
migliaia, se non milioni, di persone e della Flotilla contro il genocidio in
atto a Gaza abbia rappresentato un sussulto di dignità di una coscienza civile
in gran parte anestetizzata da anni di neoliberismo, emergenza, incipiente
cinismo e isolamento sociale, partendo proprio da quei giovani che si vogliono
disinteressati a ciò che accade e al proprio futuro. Tuttavia è sempre più
legittimo e doveroso domandarsi, come ha fatto meritoriamente l’Osservatorio
contro la militarizzazione delle scuole e delle università di Torino se in
realtà l’Occidente, i cui contorni paiono sempre più aderire al perimetro della
NATO, non proceda al contrario verso una progressiva e
inesorabile israelizzazione, intesa come recepimento di un modello politico,
militare, culturale, digitale, etnico, ideologico, che riplasma la
postdemocrazia definita da Colin Crouch in uno scenario bellico e tecnologico
perpetuo. Un emblematico dual use.…continua a leggere su www.comune-info.net.
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I.A. Basta! Una campagna contro la colonizzazione di scuole e università da parte delle Big Tech
«Dietro ai racconti magici sull’intelligenza artificiale non c’è un’intelligenza
aliena, né una fatina buona. Se scuotiamo via la polvere magica, ciò che resta è
il complesso militare-industriale statunitense, con la sua ossessione per la
sorveglianza e il controllo, condivisa con le élite delle province dell’impero.
La ridefinizione di software di sorveglianza come “intelligenza artificiale” è
utilizzata dal complesso militare statunitense e dai monopoli della tecnologia
per farci credere che sia possibile costruire macchine intelligenti – con la
realizzazione immaginaria dell’idea di una creazione o procreazione divina solo
maschile – e che noi stessi non siamo altro che macchine.
Poiché le macchine non hanno diritti e possono solo obbedire a comandi, si
ottiene così di depoliticizzare, nascondendola dietro la falsa neutralità dei
sistemi informatici, la violazione di diritti giuridicamente tutelati e
l’introduzione di regimi reazionari e autoritari, improntati alla
militarizzazione integrale della società, all’automazione dello status quo e
alla distruzione dei sistemi di welfare.
Nelle scuole e nelle università, l’“intelligenza artificiale” è un utile
antidoto contro la natura intrinsecamente sovversiva dell’istruzione e la
molesta tendenza delle istituzioni scolastiche e accademiche funzionanti a
mettere in discussione i dogmi e a condurre qualsiasi autorità dinanzi al
tribunale della ragione. La diffusione dei chatbot abitua infatti docenti e
studenti a omologarsi, a non pensare, a recepire, senza verifica, pensieri già
formulati da altri, mentre le piattaforme proprietarie sorvegliano,
dequalificano e addestrano i futuri utenti alla dipendenza»
Daniela Tafani , Dieci miti sull’intelligenza artificiale. Un progetto
reazionario e le sue storie, 29 giugno 2026
I software che impropriamente vengono definiti “intelligenza artificiale” e che
senza chiederci il consenso sono comparsi sulle piattaforme Google degli account
scolastici, non sono strumenti neutri sui quali basti formarsi attraverso i
corsi proposti dal Ministero dell’Istruzione e del Merito affinché noi docenti
riusciamo a farne un uso consapevole, etico e proficuo per l’apprendimento con
le nostre classi.
Da tempo il gruppo di lavoro che si raccoglie attorno alla mozione I.A. Basta!
denuncia, tra le altre, le collusioni tra i G.A.F.A.M. (Google, Amazon,
Facebook, Apple, Microsoft) e il settore militare, attingendo all’ampia
bibliografia accademica, delle organizzazioni attive nella difesa dei diritti
umani e del mondo sindacale che sta esplodendo, data la invadente e persistente
pubblicità (o sarebbe meglio parlare di propaganda?) che le Big Tech stanno
portando avanti.
Gli investimenti fatti in questi settori sono così giganteschi che il ritorno
economico può avvenire solo tramite l’utilizzo militare e purtroppo i conflitti
in corso, in particolare il genocidio palestinese, quello sul fronte ucraino e
quello iraniano, ce lo stanno ampiamente dimostrando.
La massa di dati civili e commerciali, quindi privati, raccolti dalle
piattaforme, nonostante l’A.I. Act e i (deboli) tentativi di una (fragile) U.E.
di regolamentarne i flussi, sono ampiamente utilizzati per addestrare droni
militari, incrociare dati, aumentare la sorveglianza, riconoscere persone e, in
definitiva, ad uccidere.
Opporsi rappresenta sempre di più una vera e propria obiezione di coscienza.
Alleghiamo il link alla campagna I.A . Basta!, il suo kit di informazione e
approfondimento e una proposta di Regolamento che cerchi di limitare il più
possibile i danni che una tale introduzione nel sistema scolastico sta già
producendo.
Campagna
https://iabasta.ghost.io
Kit di autodifesa
https://iabasta.ghost.io/versione-aggiornata-del-kit-di-autodifesa-per-lavvento-dellai-a-scuola
Bozza di regolamento
https://iabasta.ghost.io/al-riparo-da-big-tech-un-regolamento-per-i-software-di-pretesa-i-a-nella-scuola
Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
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Udine, 5 settembre: scelta individuale, forza collettiva. Una conferenza a “Diritti in festa”
UDINE, 5 SETTEMBRE 2026, ORE 10
“DIRITTI IN FESTA”, PARCO DEL TORRE, SALT DI POVOLETTO (UD)
Pubblichiamo di seguito l’invito alla conferenza Scelta individuale, forza
collettiva. Costruire la pace, difendere la legalità, proteggere il lavoro.
L’impegno dei singoli può avere importanti implicazioni per sé e per gli altri
ma, se i singoli diventano moltitudine organizzata, allora quelle scelte
individuali possono cambiare un’intera società.
Modera Margherita Cogoi, giornalista di Radio Onde Furlane.
Parteciperanno:
Licio Palazzini: obiettore di coscienza, cofondatore e responsabile di Arci
Servizio Civile, lavora per promuovere il collegamento fra giovani e
organizzazioni per realizzare un servizio civile promotore di pace.
Monica Usai: coordinatrice di Libera contro le mafie in Europa e Africa, segue
progetti che contrastano violenza criminale e ingiustizie, mettendo al centro il
ruolo delle realtà sociali e rafforzando il ruolo delle associazioni e dei
movimenti di base, in un’ottica di pace, solidarietà e dignità.
Giovanna Frattolin: attivista dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle
scuole e delle università, realtà che monitora e denuncia il processo di
militarizzazione e il farsi spazio dell’ideologia bellicista e di controllo
securitario nelle istituzioni scolastiche e in ambito accademico.
Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
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La scuola e la cultura del riarmo
GUERRE, CRISI ECOLOGICHE E IL RUOLO DELL’EDUCAZIONE DI FRONTE ALLA
NORMALIZZAZIONE BELLICA
Quando pensiamo alla guerra, tendiamo quasi sempre a guardare al momento esatto
in cui essa esplode visivamente: i bombardamenti, le macerie, le immagini dei
profughi e i conteggi drammatici delle vittime che scorrono quotidianamente sui
nostri schermi. Con un meccanismo di auto-difesa psicologica, la definiamo quasi
d’istinto come qualcosa che accade «altrove». Osserviamo Gaza, le sue città
devastate e l’enorme, eppure taciuto, impatto ambientale e sistemico di quella
distruzione.
Tuttavia, la guerra non comincia mai con il lancio delle prime bombe. La guerra
comincia molto prima, come ricordava l’arcivescovo metropolita di Napoli
Domenico Battaglia nella sua Lettera ai mercanti della morte. Comincia quando
una società si assuefà all’idea che il riarmo sia una necessità ineluttabile;
quando il paradigma della «sicurezza» soppianta e sostituisce il linguaggio dei
diritti fondamentali; quando il concetto di «nemico» diventa l’unica lente
attraverso cui interpretiamo la complessità del mondo.
È proprio da questa consapevolezza che nasce la necessità di riflettere su Gaza
partendo anche da ciò che accade all’interno delle nostre istituzioni educative.
Parlare di Gaza significa infatti parlare della scuola e dell’università
italiana ed europea: la corsa alle armi, infatti, non riguarda unicamente gli
apparati militari, ma penetra capillarmente nei tessuti della cultura,
dell’informazione e dell’educazione.
Negli ultimi anni si è assistito a una presenza sempre più strutturata e
istituzionalizzata dell’industria della difesa all’interno del sistema
scolastico nazionale. Tra i protagonisti di questo processo spicca Leonardo
S.p.A., il principale colosso italiano dell’aerospazio e della difesa, che da
tempo partecipa attivamente ai percorsi di Formazione Scuola-Lavoro (FSL, ex
PCTO), promuovendo iniziative di orientamento, laboratori e moduli didattici
incentrati sulle discipline STEM.
Per cogliere la reale portata di questa dinamica è indispensabile analizzare il
ruolo svolto dalla Fondazione Leonardo ETS. Piuttosto che due entità distinte,
ci si trova davanti a un continuum strategico e istituzionale: la Fondazione è
stata istituita da Leonardo S.p.A. in veste di Socio Fondatore, ne trae la quasi
totalità dei finanziamenti [ndr: il 99% nel 2024, ultimo bilancio disponibile] e
vede nei propri organi direttivi alcune medesime figure apicali dell’azienda.
La Fondazione Leonardo ETS opera, nei fatti, come un vero e proprio braccio
culturale e pedagogico no-profit del colosso bellico, consentendo all’azienda di
fare il proprio ingresso nelle classi e di superare le fisiologiche resistenze
etiche di docenti e famiglie.
La capillarità di questo fenomeno è stata documentata nel dettaglio dal recente
dossier “La scuola di Leonardo. Scuole e industria militare: forme e dispositivi
della complicità con il genocidio. Il caso di Roma”, curato da BDS Roma e
firmato dal ricercatore Gianluca Coeli. Il report, che mappa la presenza
aziendale nelle scuole romane e nazionali, rileva che ben 19 istituti superiori
su 125 analizzati vantano collaborazioni formalizzate con Leonardo S.p.A. o con
la sua Fondazione. Un caso emblematico è quello del Liceo Digitale dell’IIS
Carlo Matteucci di Roma — nato proprio su impulso della Fondazione — dove gli
studenti affrontano temi come intelligenza artificiale, robotica e
cybersicurezza svolgendo moduli di FSL con tutor dell’azienda e visitando i
relativi siti produttivi.
A questo quadro si aggiungono percorsi su scala nazionale come “In volo con
Leonardo”, integrato nella piattaforma STEMLab (sviluppata in partnership con
Educazione Digitale / CivicaMente), che eroga pacchetti di circa 25 ore
certificate su droni, sistemi di sorveglianza e intelligenza artificiale.
Parallelamente, attraverso la collaborazione tra la Fondazione e HUB Scuola
(Gruppo Mondadori), è nata la piattaforma “A Scuola di STEM”, promossa anche da
Uffici Scolastici Regionali come quello della Calabria, portando le
video-lezioni di ingegneri e tecnici di un colosso dell’industria militare
direttamente all’interno della didattica curricolare.
Il nodo centrale della questione non risiede soltanto nei soggetti che varcano
le soglie degli istituti scolastici, ma nella cornice discorsiva con cui vi
entrano.
Le tecnologie promosse dall’industria della difesa nelle scuole rientrano per la
quasi totalità nella categoria del dual use, ovvero tecnologie a duplice uso,
civile e militare.
L’intelligenza artificiale può affinare la diagnostica medica ma anche guidare
droni d’attacco autonomi; i sistemi satellitari possono monitorare gli incendi
boschivi o coordinare attacchi tattici sul campo; la cybersicurezza protegge la
rete di un ospedale così come costituisce il pilastro della guerra cibernetica
contemporanea.
Il problema etico e pedagogico sorge quando agli studenti vengono presentate
esclusivamente le ricadute civili di queste tecnologie, mentre viene
completamente omesso il fatto che a svilupparle sono aziende la cui principale
attività economica rimane la produzione e la vendita di armamenti. Ci troviamo
di fronte a quello che si potrebbe definire un “dual-use washing”: un’operazione
di legittimazione e valorizzazione sociale che rende del tutto accettabile e
persino auspicabile il ruolo dell’industria bellica nell’immaginario dei
giovani.
Il quadro si articola ulteriormente considerando che Leonardo partecipa, assieme
a grandi gruppi bancari e industriali come UniCredit, Banco BPM, Enel e
Autostrade per l’Italia, alla Fondazione per la Scuola Italiana ETS. L’intento
dichiarato è quello di intervenire direttamente sui programmi FSL,
sull’orientamento e sulla formazione dei docenti. Non si tratta dunque di
semplici progetti extracurricolari, ma della partecipazione attiva di attori
dell’industria della difesa alla definizione delle linee di indirizzo educativo
dell’intero Paese.
Di fronte a queste trasformazioni, la domanda da porsi non è di natura
luddistica, né si tratta di demonizzare la tecnologia in sé. La vera questione
riguarda la visione di scuola che stiamo costruendo. Se nei contesti di guerra
aperta, come a Gaza, le scuole e le università vengono fisicamente annientate in
quanto simboli e presidi del futuro di un popolo, nei contesti europei il
rischio è sottile ma altrettanto profondo: che la scuola venga gradualmente
cooptata fino a trasformarsi in uno strumento di normalizzazione e assuefazione
culturale alla guerra.
In questa prospettiva si inserisce anche il rinnovato dibattito europeo attorno
alla leva militare. Superata la forma classica della coscrizione obbligatoria
del Novecento, il linguaggio istituzionale odierno fa ricorso a categorie quali
«servizio volontario», «riserva operativa», «resilienza civile» e «cittadinanza
attiva». Si va definendo quello che si configura come un apparente ossimoro: un
modello di leva volontaria/obbligatoria. Un esempio è quanto avviene in
Germania, dove l’introduzione di un questionario informativo obbligatorio per i
diciottenni maschi permette allo Stato di tracciare competenze e disponibilità
per la costruzione di una banca dati utile alla riserva.
Anche in Italia l’ipotesi di rafforzare la riserva militare e di introdurre
forme di preparazione e addestramento per la popolazione civile è entrata
stabilmente nell’agenda politica bipartisan e nei recenti provvedimenti
legislativi (come il cosiddetto DDL Crosetto).
Questo insieme di dispositivi traduce sul piano pratico la dottrina della
“Difesa Totale“ (Total Defence): un modello elaborato nei Paesi scandinavi
durante la Guerra Fredda e oggi riproposto a livello comunitario. Secondo tale
approccio, in caso di crisi o conflitto non sono unicamente le Forze Armate a
doversi mobilitare, ma l’intera compagine sociale — inclusi i settori
dell’istruzione, della ricerca e dell’informazione. Non si attende l’evento
bellico per organizzare la società; si pre-organizza la società in funzione
dell’eventualità della guerra.
Sul piano pedagogico, ciò si traduce in ciò che la stessa NATO definisce guerra
cognitiva: un terreno di scontro in cui il consenso della popolazione viene
orientato ad accettare la militarizzazione come un passaggio ineludibile e la
“sicurezza” come un valore supremo, prioritario rispetto all’esercizio dei
diritti civili e sociali.
Qual è allora il ruolo della scuola di fronte a questa progressiva assuefazione
culturale?
La scuola ha il compito etico e istituzionale fondativo di sviluppare il
pensiero critico, la capacità d’analisi autonomo e la complessità, non certo
quello di favorire l’adeguamento passivo a processi di militarizzazione. Per
tali ragioni, assume un significato preciso l’adesione al Manifesto di
resistenza alla militarizzazione della società, alla reintroduzione della leva e
per il ripudio incondizionato della guerra, promosso dall’Osservatorio contro la
militarizzazione delle scuole e delle università.
Il manifesto rilancia la scelta dell’obiezione di coscienza totale e collettiva:
la determinazione, da parte della comunità educante, di non farsi ingranaggio
della cultura del riarmo. Fare obiezione di coscienza oggi significa rifiutare
la normalizzazione della logica bellica negli spazi pubblici e difendere con
fermezza l’autonomia della ricerca e dell’insegnamento. Significa sottrarre la
formazione dei giovani alle esigenze dell’industria bellica e riaffermare che
educare non vuol dire addestrare o preparare al conflitto, ma fornire agli
individui gli strumenti culturali necessari per prevenirlo e decostruirlo.
Riflettere su questi temi significa, infine, accogliere l’invito alla
responsabilità giunto dalla società civile palestinese. Nel suo appello rivolto
alla comunità internazionale, il Popular Art Centre di Ramallah ha sintetizzato
così la natura della solidarietà contemporanea: «Vi scriviamo oggi dalla
Palestina non per chiedere compassione, ma per chiedere che si agisca».
Si tratta di un cambio di prospettiva fondamentale: non viene chiesta
commiserazione o pietà, ma l’assunzione di una precisa responsabilità politica
ed etica. La questione palestinese — così come la difesa di uno spazio educativo
libero da logiche belliche — non è una semplice emergenza umanitaria, ma una
grande questione di libertà, giustizia e autodeterminazione.
Le parole conclusive che giungono da Ramallah tracciano la rotta anche per chi,
all’interno delle scuole e delle università, lavora quotidianamente per
custodire il senso profondo dell’educazione: «La vostra solidarietà non è
simbolica. Dà speranza alle persone. Rafforza coloro che continuano a credere
nella giustizia. La giustizia può essere ritardata, ma non deve mai essere
abbandonata».
Fonti citate
* BDS Roma / Gianluca Coeli, “LA SCUOLA DI LEONARDO. Scuole e industria
militare: forme e dispositivi della complicità con il genocidio. Il caso di
Roma”.
* Domenico Battaglia (Arcivescovo Metropolita di Napoli), “Lettera ai mercanti
della morte”.
* Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università,
“Manifesto di resistenza alla militarizzazione della società, alla
reintroduzione della leva e per il ripudio incondizionato della guerra”.
* Popular Art Centre di Ramallah, “Un appello dalla Palestina ai popoli liberi
del mondo”.
Alessandra Mancuso, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle
università
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L’Umbria va alla guerra. Dossier del Laboratorio Politico Operatori Sociali Autorganizzati
Il Laboratorio Politico Osa/VDL (Operatori Sociali Autorganizzati/Via del
Lavoro) ha prodotto un interessante documento intitolato “L’Umbria va alla
guerra. Il ruolo della nostra Regione nella corsa al riarmo” con il quale
intende dare il suo contributo sul tema del riarmo e nel quale si ribadisce
quanto l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle
università denuncia da due anni a questa parte, vale a dire un pericolosissimo
processo di occupazione degli spazi del sapere e della formazione da parte delle
Forze Armate e di strutture di controllo.
La tesi di fondo è che il nemico di classe (la borghesia e tutto l’apparato
statale e politico che la circonda) è molto più vicino di quanto si pensi,
tant’è che proprio in Umbria molte tra aziende e consorzi si stanno arricchendo
di fatto sulla pelle dei morti prodotti dalle guerre.
Condividiamo questo contributo del Laboratorio Politico Osa/VDL, sperando possa
essere utile alle realtà che lottano contro questo sistema.
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LUmbriaVaAllaGuerra_Dossier_LaboratorioPoliticoOSAPerugiaDownload
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