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Cinecittà World: il voto alle donne lo festeggiano le Forze Armate!
«Torna a Cinecittà World alla sua decima edizione, Viva l’Italia, Il più grande evento espositivo e dimostrativo interforze mai realizzato in un Parco Divertimenti». Così il parco divertimenti situato nel comune di Roma pubblicizza l’iniziativa che si terrà dal 4 settembre al 6 settembre. Il parco divertimenti di Cinecittà World nasce dall’idea di privati (Luigi Abete, Aurelio De Laurentiis e Diego Della Valle e vede tra i soci Stefano Cigarini di Gardland) con l’idea di creare un parco a tema cine-televisivo. Affidare la promozione della settima arte a logiche di profitto fa sì che il parco si caratterizzi più come divertimento che come divulgazione della storia e delle tecniche cine-televisive e pertanto di per sé non ha nulla di istruttivo né probabilmente ha la pretesa di averlo nonostante il richiamo a scenografie dantesche e storiche. Tuttavia si presta a quel tipo di processo “educativo non formale o informale” che “comprende quell’insieme di esperienze di tutti i giorni nell’ambito della famiglia, del lavoro e della vita sociale”. Infatti, anche un’offerta di divertimento ha il suo “valore” formativo pur non essendo la stessa cosa di un Museo del cinema, di una visita al Foro Italico o di una visita ad una biblioteca, solo per fare alcuni esempi. Se il valore che guida la realizzazione di un parco giochi è profitto in cambio di divertimento (anche nel senso divertissement di Pascal!) il fine del parco è solo quello di aumentare il numero dei consumatori utilizzando ogni tipo di offerta “appetibile”. Tutto può essere strumentalizzato per aumentare i clienti compreso “gli 80 Anni della Repubblica Italiana e del voto alle donne, una storia di coraggio e democrazia”, tema su cui vertono le “patriottiche” giornate Viva l’Italia! Come si legge sul sito, a celebrare insieme a famiglie e bambini «questo importante traguardo saranno le quattro Forze Armate dello Stato e Forze dell’Ordine – Esercito Italiano, Marina Militare, Aeronautica Militare e Arma dei Carabinieri, con Guardia di Finanza, Polizia Penitenziaria e il Corpo Militare della Croce Rossa. […] unendo il ricordo del passato, oggi più vivo che mai, ad una weekend di gioia, pace e speranza per il futuro. Tra i set dei film che hanno fatto la storia del cinema le Forze Armate e Forze dell’Ordine, daranno vita, con il loro suggestivo e imponente spiegamento di mezzi e persone, ad un evento unico e emozionante». Gioia, pace, futuro affidati a chi fa della guerra il suo mestiere! La presenza di circa 550.000 visitatori l’anno, rende così Cinecittà World un luogo ideale per la propaganda militare: oltre alla patria, la pace e il futuro viene scomodato lo sport, con una Chiara Consonni che felicemente si presta all’acquisizione delle impronte digitali; i giovani impareranno a «diventare poliziotti della scientifica, vigili del fuoco, finanzieri, militari dell’esercito»; tra i mezzi dispiegati, «il veicolo tattico medio multi ruolo, chiamato Orso utilizzato per la bonifica di itinerari», ovvero bonifica di ordigni esplosivi (senza specificare ovviamente che i “buoni” militari sminano campi minati dai militari stessi!); un po’ di buonismo solidaristico che rende le attività una «raccolta fondi per le famiglie delle forze armate» (e non per disoccupati, precari, nullatenenti, senza tetto, bisognosi ecc.); ma soprattutto sono momenti di «sensibilizzazione [tradurre con: propaganda della cultura della difesa] e un’occasione per mostrare l’impegno di tutte le forze in campo in contesti di emergenza» (tradurre con: prepariamoci alla guerra!) (Per la fonte vd. TG5). Il fenomeno di fondere la presenza militare con l’intrattenimento e il tempo libero ha introdotto un neologismo nei paesi anglosassoni: “militainment” (unione di military ed entertainment, in italiano militarismo di intrattenimento, per una intro vedi qui ). Si tratta di una strategia globale (sic!) che utilizza la cultura pop, i videogiochi, i media e i parchi tematici per normalizzare la figura del soldato e facilitare il reclutamento. Una forma di propaganda che non solo promuove ideali e valori militari presso il grande pubblico, minimizzando le devastanti conseguenze delle azioni militari e delle guerre (e portando a una mancanza di pensiero critico nei confronti delle forze armate e del loro ruolo nella società) ma, per tornare sul piano educativo (non formale e informale), inganna i più giovani su cosa sia la guerra: un gioco, un joystick, una scalata, un addestramento divertente… la commistione tra divertimento e militare in questo è pericolosa, va oltre la normalizzazione delle guerra e apre a immaginari dispotici (o reali?) per il messaggio che implicitamente trasmette: il mondo militare è un gioco divertente, un parco divertimenti e con esso anche la guerra. Le foto di bambini armati e sorridenti mostrano proprio come questo messaggio sia pericoloso e quanta manipolazione dell’infanzia ci sia dietro questi eventi. Gli 80 Anni della Repubblica Italiana e il voto alle donne, sono temi estranei a Viva l’Italia; palesi sono invece gli obiettivi dell’evento: rendere familiari e affascinanti i linguaggi, le strategie e le estetiche della guerra, trasformare il parco in un vero e proprio canale di reclutamento simulato, in cui l’esperienza militare viene presentata come un’avventura divertente (grazie anche all’elevata tecnologia) e soprattutto priva delle reali conseguenze tragiche del conflitto. E tutto ciò al costo di 39 euro al giorno per adulto e 30 euro per bambino! Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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Donne e Bambini: vittime principali della militarizzazione della società dal Trentino alla Sicilia
Egli sorrise, l’eroe, a guardare in silenzio il bimbo. E Andromaca gli si faceva vicino tutta in lacrime, gli porse con slancio la mano e gli disse: “Benedetto uomo la tua furia qui ti perdere! E non hai compassione del tenero piccolo né di me infelice... Omero, Iliade Donne e bambini, un argomento di cui ci siamo occupati più volte tra le pagine dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle  scuole e delle università. Donne e bambini di cui abbiamo raccontato la presenza come vittime delle guerre, della pulizia etnica, dell’indottrinamento dei più piccoli, con la complicità di adulte/i affascinati dall’esibizione guerriera o  securitaria, dimentiche/i del loro ruolo educativo (clicca qui; oppure qui ; oppure qui; oppure qui/). Donne e bambini catturati nella retorica che le/li vuole avanti nella fuga, nello sfollamento, custodi della vita che deve continuare, malgrado tutto. Nomi collettivi che bisogna declinare per classe di appartenenza, per contingenza storica, per cultura, nella concretezza della specificità, soggetti reali oltre la macina della guerra e dell’indottrinamento. Da queste pagine abbiamo documentato come le creature piccole e giovani sono oggetto, bersaglio, tutte/i indifferentemente della gran cassa della difesa totale (locuzione diventata inquietante nella prosa del Ministro della difesa Guido Crosetto). Abbiamo commentato video di poliziotte, di soldatesse chiamate a esibire la loro femminilità benevolmente, se possibile, guerriera e repressiva, e perché no, educativa come prevenzione del bullismo e delle violenze di genere. Senza aver mai aperto un testo sull’età evolutiva, probabilmente, a fronte di platee infantili  a cui vendere la nobiltà del mestiere delle armi. (clicca qui/ oppure qui) Lunga premessa per commentare alcune segnalazioni, che qui raccolgo riscontrandone lo sfondo ideologico comune. Siamo a Terre d’Adige dove la maggiore dell’aeronautica militare Sara Frezza si racconta (clicca qui per la notizia). Giovane donna, nata e cresciuta in un paese di 1400 anime della provincia trentina, è diventata una delle pochissime aviatrici che volano sull’aereo Tornado (Panavia, produzione italiana). Il mezzo – come ci dicono sul sito dell’aeronautica dedicato – ha di per sé caratteristiche straordinarie: può volare a 900 km orari, all’altezza di un terzo piano in modo da non farsi intercettare (qui le info). Sara ne è orgogliosissima. Con il suo giocattolo da ricognizione e da guerra guerreggiata (specifica, in Iraq e in Qatar, e noi sappiamo cosa c’è dietro questi due nomi), ha rotto il tetto di cristallo, anzi di più, governa il cielo degli Dei. Il kaos che sappiamo le divinità capricciose generano fra gli umani, dia-ballein, disordine, incoerenza del legame, fa i conti con la ragione strumentale di cui il mezzo da guerra è simbolo. Ma il paradosso è che la technè non risolve il kaos, non è simbolo (syn-ballein) di nuovo legame e alimento del Bene, ma machina di distruzione e miseria. Sara spiega come un duro allenamento consente di gestire la paura, che è sentimento “normale” rassicura, può esser tenuta a bada, è sempre una questione di tecnica e di abilità. Bocche spalancate fra i piccoli ascoltatori, gli adulti compiaciuti, educatori del Centro immagino, e fra loro un’altra donna in carriera, l’Assessora Chiara Moser. Il suo finalino istituzionale è all’insegna del plauso per l’organizzazione, il Grest di Torre d’Adige, colonia estiva gestista dalle Opere Monsignor Dal Ponte, ignari tutti perfino del monito vaticano (oppure capaci del solito compromesso pragmatico fra dottrina e vita reale…). E Sara è Camilla, è amazzone, lo sguardo avanti, verso un futuro di glorie e successi, mentre forse il Fato qualcosa sta decidendo. A questi si aggiunse Camilla della gente volsca, che guida una squadra di cavalieri e truppe splendenti di bronzo, una guerriera non avvezza con mani femminili al cestello e al fuso di Minerva, vergine, pronta a sopportare dure battaglie… Virgilio, Eneide Mi sposto a Sud della penisola, a Catania (clicca qui ). La segnalazione mi obbliga a ripetermi, mi indurrebbe a citare gli innumerevoli commenti già pubblicati sul sito dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. Nel commento precedente c’è – credo – materiale sufficiente a segnalare l’intorpidirsi delle coscienze negli educatori, negli insegnanti, per i quali sembra smarrita ogni logica di precauzione educativa. La legalità, aliena dalla legittimità a cui sempre dovrebbe corrispondere la norma, si educa non nella cura delle relazioni e della vita di tutto il Vivente, ma con gli strumenti della repressione. Reprimere è verbo che vien prima di prevenire, la prevenzione si tinge delle tinte scure dell’ aspettativa del reato che, sicuramente, potrebbe essere commesso. Come ci informa la TV locale, per consuetudine le emittenti e la stampa locali sono prone a chi sta ai vertici, amministrativi, politici, militari, l’incontro con la polizia di stato, tenutosi nell’Istituto Scolastico Madonna della Divina Provvidenza , è stato come sempre in questi casi, entusiasmante per le giovani menti. Rombano le volanti, abbaiano i cani poliziotto, scuotono le criniere i cavalli, mostrano la baldanza del caso gli agenti, pistola al cinto.  Ma qualcuno a destra, una oscura giornalista e un Ministro, si sta inquietando, non  certo preoccupato per le creature piccole esposte a spettacoli che esaltano la lotta e il conflitto irrisolti, no,  ma per l’attacco alle divise (Annalisa Chirico, Matteo Piantedosi Dalla parte delle divise Piemme, Milano 2025). La divisa, discrimina e segnala un ruolo, e allora noi siamo per il camice delle/gli infermiere/i, per il grembiule delle maestre della scuola dell’infanzia e dei nidi, mestieri a cui oggi dovremmo davvero prestare scudi di difesa. (In ultimo, davvero: la casa editrice Piemme, nasce anni fa in Piemonte con buone collane  dedicate ai bambini e ai ragazzi, passata al gruppo Mondadori, oggi stampa ideologia a buon mercato: fra vite di sante e di soldatesse, val bene anche un ministro). Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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“Sport per la Legalità”: un campus in Sicilia, una classe disagiata in Lombardia e un obiettivo non dichiarato
Il documento Con nota prot. n. 38584 del 20 luglio 2026, l’Ufficio Scolastico Regionale per la Lombardia ha diramato alle istituzioni scolastiche di secondo grado l’avviso per le candidature al progetto “Sport per la Legalità“. L’iniziativa nasce da un accordo di collaborazione tra Regione Lombardia, USR Lombardia e Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, approvato dalla Giunta Regionale con DGR n. XII/6193 del 25 maggio 2026 e formalizzato con l’accordo prot. n. 37488 del 13 luglio 2026. Il progetto prevede un “Campus” di sei giorni (12-17 ottobre 2026) presso il Centro Sportivo della Polizia Penitenziaria di San Pietro Clarenza (CT), in modalità “live in”, rivolto a una singola classe (massimo 25-27 studenti, accompagnati da 2 docenti) di un istituto lombardo di secondo grado. Gli studenti e le studentesse selezionate praticheranno diverse discipline sportive sotto la guida di atlete e atleti del Gruppo Sportivo, alternando lezioni teoriche (nutrizione sportiva, psicologia dello sport, inclusione, più un ecc. di cui non si conosce il contenuto) a pratica “sul campo”. La selezione della classe partecipante avviene tramite una Commissione Giudicatrice che valuta prioritariamente situazioni di disagio sociale e culturale certificate dalla scuola, oltre alla partecipazione pregressa ai Giochi della Gioventù. Il progetto è dichiarato gratuito per l’istituto scolastico. Il testo si apre richiamando il ruolo della scuola come “baluardo fondamentale nella prevenzione sociale del disagio giovanile” e “centro di promozione culturale, relazionale e di cittadinanza attiva“, capace di fornire “gli strumenti idonei per una lettura critica della realtà“. È a partire da questa premessa dichiarata, messa a confronto con il dispositivo concreto proposto, che l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università sviluppa le osservazioni seguenti. 1. Il monopolio securitario sull’eccellenza sportiva italiana Il Centro Sportivo di San Pietro Clarenza ospita atlete e atleti del Gruppo Sportivo Fiamme Azzurre, sezione sportiva del Corpo di Polizia Penitenziaria, costituita con decreto ministeriale del 25 luglio 1983 su iniziativa del magistrato Raffaele Condemi e del campione olimpico Pietro Mennea. Il gruppo conta oggi atlete e atleti di alto livello impegnati in oltre venti discipline, con un consistente medagliere internazionale e paralimpico. L’accesso al gruppo avviene tramite concorso pubblico riservato a sportivi di alto livello, che assicura loro un impiego stabile presso il Corpo, strutture di allenamento e tempo dedicato alla preparazione agonistica. Questo modello non è un’eccezione isolata, ma la regola nel sistema sportivo italiano d’élite. Accanto alle Fiamme Azzurre della Polizia Penitenziaria operano le Fiamme Oro (Polizia di Stato), le Fiamme Gialle (Guardia di Finanza), i gruppi sportivi di Esercito, Aeronautica, Marina, Carabinieri e Vigili del Fuoco. Per la maggior parte delle discipline olimpiche non professionistiche, il sostentamento economico dell’atleta italiano passa attraverso l’arruolamento in un corpo armato o di polizia, in assenza di un sistema strutturato di borse di studio, sponsorizzazioni private o modelli universitari alternativi come quelli in uso in altri contesti nazionali. Ne consegue che qualunque istituzione — anche una scuola — che intenda offrire ai propri studenti un “modello di eccellenza sportiva” si trova strutturalmente reindirizzata verso un’offerta incardinata in un corpo di polizia. La circolare USR Lombardia, in questo senso, rende visibile una condizione sistemica: in Italia, allo stato attuale, l’accesso a un contesto di alto livello sportivo tende a coincidere con l’appartenenza a un’istituzione armata. 2. L’incongruenza tra target dichiarato e dispositivo proposto Il testo della circolare dichiara un obiettivo di prevenzione del disagio giovanile attraverso “occasioni sistemiche di formazione” continuative. Il dispositivo concreto che viene proposto presenta, tuttavia, caratteristiche difficilmente compatibili con questa premessa: Continuità vs evento singolo: il Campus dura sei giorni, si svolge in trasferta e non risulta ripetibile nel corso dell’anno scolastico per la stessa classe. Il testo parla di “sistema”, ma  lo strumento proposto è un evento isolato. Distanza tra il contesto del disagio e la sede dell’intervento: la classe è selezionata sulla base di un disagio sociale e culturale radicato nel territorio lombardo. L’intervento si svolge però in una struttura di polizia in provincia di Catania, senza che il documento espliciti alcun nesso tra il contesto di provenienza degli studenti e la sede scelta. Nessun elemento del testo lega la scelta geografica a una specificità del progetto che non potrebbe essere replicata sul territorio di residenza. Assenza di un obiettivo pedagogico verificabile: La circolare elenca contenuti (nutrizione sportiva, sport e inclusione, psicologia dello sport, più un ecc. indefinito) ma non formula un obiettivo misurabile. Non si tratta di un percorso di orientamento professionale dichiarato — il testo non menziona in alcun punto la carriera nel Corpo come sbocco — né di un’educazione alla legalità in senso tecnico-giuridico, né di un programma sportivo continuativo. La formula “modello di organizzazione virtuosa e moltiplicatrice di valori” resta un enunciato  privo di traduzione operativa o di indicatori di verifica. Assenza di dati di costo e di impatto: il progetto è dichiarato gratuito per la scuola, ma il testo non fornisce alcuna indicazione sul costo complessivo dell’operazione — trasporto, vitto e alloggio per 25-27 studenti e 2 docenti per sei giorni, impiego di personale della Polizia Penitenziaria — né una previsione di valutazione d’impatto sul target dichiarato. Questa assenza è essa stessa un dato documentabile: la circolare non consente di stimare né il costo reale dell’iniziativa né la sua efficacia attesa né tantomeno a carico di chi sono i costi. 3. A chi va, effettivamente, la competenza sportiva accumulata in questi corpi Se l’obiettivo dichiarato riguardasse realmente la prevenzione del disagio attraverso lo sport, esisterebbe un termine di paragone naturale, interno allo stesso sistema penitenziario: l’impiego della professionalità delle atlete e degli atleti del Gruppo Sportivo Fiamme Azzurre a beneficio della popolazione detenuta. Questo canale esiste. Un protocollo d’intesa tra il DAP e la società pubblica Sport e Salute S.p.A. — sottoscritto nel 2021 dal Vice Capo del Dipartimento Roberto Tartaglia e dal Presidente di Sport e Salute Vito Cozzoli, e successivamente confluito in un nuovo protocollo tra Ministero della Giustizia e Ministro per lo Sport e i Giovani del 9 aprile 2024 — impegna l’amministrazione a implementare l’offerta trattamentale sportiva rivolta ai detenuti, individuando persone detenute disponibili a collaborare volontariamente (ai sensi dell’art. 21 dell’Ordinamento Penitenziario) e impiegando a tal fine il personale tecnico del Gruppo Sportivo Fiamme Azzurre. Il protocollo del 2024 prevede inoltre l’attivazione di percorsi di formazione rivolti al personale sportivo, “sempre nell’ottica di un reinserimento sociale, per gli stessi detenuti adulti, minorenni e giovani adulti”. A livello ministeriale, il progetto “Sport di tutti – Carceri”, promosso dal Dipartimento per lo Sport in continuità dal 2024, si inserisce nello stesso protocollo tra Dipartimento per lo Sport, DAP e Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità, con l’obiettivo dichiarato di supportare associazioni e società sportive dilettantistiche ed enti del terzo settore per facilitare il recupero dei detenuti attraverso lo sport quale strumento educativo e di prevenzione del disagio sociale. Di questo canale, tuttavia, non vi è traccia nel progetto oggetto della circolare USR Lombardia: gli studenti coinvolti non incontrano persone detenute, non entrano in un istituto di pena, non assistono ad alcun percorso di reinserimento. Il “campo” resta quello sportivo del Centro Fiamme Azzurre — non quello penitenziario. Va inoltre rilevato un limite strutturale che riguarda il canale rivolto ai detenuti stesso: non esiste, allo stato attuale, un dato ufficiale sul numero di persone detenute effettivamente coinvolte in attività sportive.  Il rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione lo dichiara esplicitamente, definendo non ricostruibile un’analisi quantitativa della partecipazione sportiva in carcere, poiché i soli riferimenti disponibili sono aggregati statistici DAP che raramente specificano numeri per singola attività. Lo stesso rapporto segnala che, su 86 istituti visitati dall’Osservatorio, 22 risultano privi di spazi idonei alla pratica sportiva, e che la programmazione resta demandata alla capacità di ciascun istituto di costruire partnership locali, in assenza di prescrizioni esplicite su spazi o attrezzature. Il contrasto con altre voci del “trattamento” penitenziario è netto: per l’anno scolastico 2024/2025 il DAP rende noto un dato di 19.391 detenuti coinvolti in percorsi di istruzione di primo e secondo grado; per il 2025, 18.004 detenuti su 21.354 impegnati in attività lavorative alle dipendenze dell’amministrazione; 4.276 corsisti nei percorsi di formazione professionale. Lo sport resta l’unica voce del trattamento per cui il DAP non pubblica un dato comparabile di partecipazione. L’interlocutore scelto e l’assenza dell’alternativa territoriale Resta un’ultima domanda, che il testo della circolare non permette di sciogliere: perché l’interlocutore individuato per un intervento sul disagio sociale e culturale è specificamente la Polizia Penitenziaria, e non uno dei molti soggetti sportivi o educativi — società sportive dilettantistiche, CONI territoriale, enti del terzo settore, reti scolastiche locali — attivi sul territorio lombardo di provenienza degli studenti? La circolare non fornisce alcun criterio che giustifichi questa scelta specifica rispetto ad altre astrattamente disponibili: non emerge, dal testo, per quale ragione l’incontro con atlete e atleti di eccellenza debba avvenire necessariamente all’interno di una struttura del Corpo di Polizia Penitenziaria, piuttosto che, ad esempio, in un contesto sportivo civile di pari livello. A questa domanda se ne affianca una seconda, altrettanto priva di risposta nel documento: cosa viene proposto a questi stessi ragazzi, nel loro territorio di residenza, in termini di intervento continuativo sul disagio dichiarato come criterio di selezione? La circolare non menziona alcuna proposta strutturata — sportiva, educativa o sociale — che accompagni il rientro della classe dopo l’esperienza dei sei giorni in Sicilia, né alcun raccordo con servizi, associazioni o presidi già operanti sul territorio lombardo. Il Campus si presenta così come un episodio isolato, non ancorato a un prima né a un dopo: la scuola avanza la candidatura, la Commissione seleziona, gli studenti partono e tornano, senza che il testo preveda alcuna continuità né alcuna verifica di quanto accade una volta esaurita l’esperienza. Se il disagio sociale e culturale è il criterio di ammissione al progetto, la sua assenza di trattamento nel “durante” e nel “dopo” locale resta il vuoto più significativo dell’intero impianto. I tre elementi qui ricostruiti si compongono in un quadro coerente. Il progetto “Sport per la Legalità” mobilita una risorsa — l’eccellenza sportiva del Gruppo Fiamme Azzurre — che nel sistema sportivo italiano è per definizione incardinata in un corpo di polizia, e la indirizza verso un pubblico selezionato per fragilità sociale, sottraendola a un possibile impiego nei confronti della popolazione detenuta, per il quale esiste un canale istituzionale riconosciuto ma di dimensione ed esito non misurabili. Al tempo stesso, la circolare non definisce, in alcun punto del testo, quale sia l’obiettivo pedagogico verificabile dell’esperienza proposta agli studenti, né i suoi costi, né i criteri di valutazione del risultato. Ne risulta un dispositivo che si presenta nel linguaggio della prevenzione del disagio, ma che nella sua articolazione concreta assomiglia più a un’esperienza di socializzazione al corpo — in senso letterale e istituzionale — della Polizia Penitenziaria, che a un intervento strutturato sul disagio sociale e culturale dichiarato come criterio di selezione. *Fonte primaria: nota USR Lombardia prot. n. 38584 del 20 luglio 2026, “Progetto Regionale Sport per la Legalità”.* Silvia Delitala, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle universtià -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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Laser Tag Mobile: la guerra simulata come gioco per tutta la famiglia
Negli ultimi anni va sviluppandosi tra i giovani una modalità di gioco ipertecnologico che simula una battaglia reale, con tanto di zone tattiche “en plein air” fatte di strutture abbandonate, simil-trincee, valloni, anfratti, da dove escogitare le incursioni o gli agguati più efficaci ai danni del “nemico”. Parliamo di una modalità altamente tecnologica perché non usa semplici palline riempite di liquido inerte e colorato, (Paintball) o pallini di plastica (Airsoft) da ricevere preferibilmente lontano dagli occhi, ma del “Military Laser Tag Mobile“. Si tratta di un “gioco tattico” come afferma sui canali social una delle aziende che in Italia propone questo setting bellico in modalità itinerante, la calabrese Electronic Warz Game, (qui la pagina Facebook) specializzata nella creazione di questi scenari bellici cui sono invitati a partecipare non solo giovani e giovanissimi sopra i cinque anni di età, ma anche i loro genitori, insomma una battaglia simulata che coinvolge giocosamente tutta la famiglia: «È un gioco per tutti, si può giocare in piccoli gruppi contro altri piccoli gruppi di “nemici” – afferma uno degli organizzatori – ma anche tutti contro tutti. Ci si può nascondere dietro un albero e tendere degli agguati oppure saltare all’ improvviso da dietro un muretto». La configurazione “tutti contro tutti” ci riporta alla versione 100% digitale, ad esempio ad uno di quei videogame cooperativi che hanno ispirato questa trasposizione sul campo fisico reale, ma anche la denominazione stessa del gioco che aggiunge una “Z” al termine “war”. Parliamo ad esempio di “World War Z”. Dalla descrizione sul sito web di vendita on-line (clicca qui) oltre al divieto di acquisto al di sotto dei 18 anni, leggiamo «immagina di trovarti fianco a fianco con amici virtuali, circondato da orde di zombie affamati. Questo è il cuore pulsante di World War Z. Il gioco si concentra su una modalità cooperativa che permette di unire le forze con altri giocatori per affrontare ondate incessanti di “non morti”. La tensione pervade ogni secondo, poiché il coordinamento tra i membri del team è cruciale per la sopravvivenza. L’ambientazione post-apocalittica è perfettamente ricreata, offrendo scenari mozzafiato e dettagli visivi che immergono il gamer in un’atmosfera di costante pericolo». Ritroviamo qui anche molte parole-chiave di un’altra tendenza che attrae diverse fasce di età in giochi o attività fisiche analoghe, a metà tra la battaglia, la competizione sportiva portata all’estremo della sofferenza fisica, della sopravvivenza, come la “Spaccagambe” della GDMI (Ginnastica Dinamica Militare Italiana) organizzata in tanti piccoli “plotoni” guidati dal proprio istruttore-comandante (clicca qui). Troviamo, tra gli altri termini, il tema della sopravvivenza, il concetto di “gruppo” che annullando le individualità “non lascia mai nessuno indietro”. Un gruppo, o meglio un’unità che all’unisono, in assenza di un gioco di squadra che valorizzi e rispetti le specificità di ognuno, arriva alla meta, al traguardo. La squadra, insomma, si trasfigura in coorte, nella “testudo” o nel “cuneus” degli antichi romani e soprattutto è guidata da un comandante che non è un allenatore come quelli tradizionali, ma quasi un aizzatore (o, in positivo, motivatore) di soldati come Russell Crowe, alias il generale Massimo Decimo Meridio ne “Il gladiatore“: è il comandante che dà gli ordini e carica psicologicamente i legionari, presentandosi come uno di loro e ricordando loro che, qualunque cosa accada, dovranno affrontare insieme la battaglia. La GDMI è fatta di schieramenti, comandi vocali, sincronizzazione del gruppo, incitamento, superamento collettivo della fatica e identificazione con il comandante: tutti elementi che appartengono alla cultura dell’addestramento militare, anche se traslati, appunto, in contesti sportivi o ludici. Tornando alla battaglia simulata dove l’aspetto ginnico passa leggermente in secondo piano rispetto all’utilizzo tattico-operativo delle armi, i “venditori ambulanti” ante litteram di guerra simulata” della Electronic Warz Game, non vendono semplicemente una partita a “laser-game” dentro una sala giochi perché il plus è, appunto, portare tramite il laser-tag, questa esperienza virtuale sul territorio, utilizzando ambientazioni esterne e costruendo una simulazione di combattimento utilizzando armi-giocattolo attrezzate di raggio laser che consente di marcare i punti per i colpi andati a segno. Insomma, è l’anello di congiunzione tra il videogioco, lo sport e la simulazione militare che rende il modello particolarmente interessante rispetto, appunto, al normale laser-game. Per di più i genitori, essendo coinvolti anche loro sul campo, hanno una motivazione in più nel mettere in secondo piano l’aspetto guerresco e violento del gioco rispetto al grande risultato di far alzare dal divano i propri figli sempre troppo incollati davanti alla PlayStation o al loro cellulare. La normalizzazione della guerra quindi, in questo esempio, passa dai videogiochi all’ambientazione in esterno attraverso guerre simulate che coinvolgono anche i genitori. Il fucile laser, inoltre, offre il vantaggio di non vedere stampato sul corpo del nemico nemmeno l’elemento fisico della morte del Paintball, ovvero il liquido della pallina appena sparata andata a segno ma solo un punteggio sul proprio display. Si tratta insomma di un “allenamento” al distanziamento dalla morte fisica, secondo un’ambientazione che rimanda alle attuali guerre di droni. In conclusione, come docenti contro la militarizzazione delle scuole e delle università dovremmo tenere sott’occhio tutte queste tendenze soprattutto quando, tra le varie direttive impartite dal ministero, ci troviamo di fronte a termini ricorrenti quali “gamification” della didattica o ambientazioni virtuali: la scuola non può fare in alcun modo da cassa di risonanza di queste derive imposte dalle multinazionali dell’economia digitale o peggio diventare protagonista di una riproduzione culturale basata sui valori della forza come inevitabile risorsa per la difesa della pace, della deterrenza come sinonimo di prevenzione. Soprattutto in vacanza, infine, suggeriamo ai genitori, invece di rincorrersi l’un l’altro, fucile-laser alla mano, insieme ai propri figli, individuando in qualsiasi “altro da sé” un potenziale nemico, di coltivare il dialogo, la contemplazione, l’allenamento alla conciliazione delle controversie attraverso giochi non violenti.  Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione della scuola e della -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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Dossier BDS “Scuole e industria militare: forme e dispositivi della complicità con il genocidio. Il caso di Roma”
Rilanciamo con piacere il dossier, intitolato “La scuola di Leonardo” e curato da BDS Roma (clicca qui), il quale analizza criticamente il legame tra il sistema d’istruzione pubblico e l’industria militare, concentrandosi sul caso specifico di Roma e provincia e sul ruolo della multinazionale della difesa Leonardo S.p.A. Come da tempo l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università denuncia, anche il movimento BDS contesta a Leonardo il coinvolgimento commerciale e industriale con l’apparato militare israeliano, specialmente in relazione alle operazioni nella Striscia di Gaza (es. fornitura di cannoni navali OTO Melara, velivoli M-346, e rimorchi pesanti). Secondo il dossier, i programmi scientifici, didattici e le iniziative STEM proposti nelle scuole servono all’azienda per ripulire la propria immagine pubblica e normalizzare l’economia di guerra e i dispositivi di controllo sociale agli occhi delle nuove generazioni, una sorta di pernicioso Social e Peace Washing. Viene denunciato, inoltre, il passaggio della scuola pubblica a un paradigma neoliberale in cui l’istruzione è subordinata alle esigenze di mercato (“capitale umano”). L’aziendalizzazione e la militarizzazione scolastica sostituiscono lo sviluppo del pensiero critico con la formazione di competenze immediatamente spendibili nell’industria bellico-tecnologica. L’inchiesta, condotta tramite un’analisi sistematica dei siti web istituzionali (SWDA), ha mappato la capillarità di Leonardo nelle scuole di Roma ed è risultato che: * Scuole secondarie di II grado: Su 125 istituti statali analizzati a Roma, ben 19 (il 15,2%) presentano collaborazioni formali con Leonardo o con la Fondazione Leonardo. Le interazioni avvengono tramite percorsi di Formazione Scuola Lavoro (FSL / ex PCTO), orientamento e progetti STEM. * Il caso del “Liceo Digitale”: All’IIS Carlo Matteucci di Roma è stata attivata dal 2022 una sperimentazione curricolare strutturata in cui esperti di Leonardo co-progettano i programmi ed entrano direttamente in classe nel quinquennio scolastico per insegnare intelligenza artificiale, machine learning e Python. * Centri di Formazione Professionale (CFP): È emerso un accordo formale e continuativo (rinnovato dal Sindaco Metropolitano a inizio 2024) con il CMFP di Acilia per un corso triennale gratuito in Cybersecurity, integrato da stage nell’azienda. * Editoria scolastica: Viene evidenziata la partnership tra Fondazione Leonardo e la piattaforma digitale HUB Scuola (Gruppo Mondadori), che distribuisce video-lezioni di esperti Leonardo usate nella didattica ordinaria di tutta Italia. Gli autori segnalano che il quadro descritto rappresenta solo la punta dell’iceberg. Molti eventi e accordi vengono gestiti tramite canali interni e non pubblicamente rendicontati nei siti web delle scuole. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università è al fianco di BDS nel mettere in atto campagne di boicottaggio. Il dossier supporta, infatti, azioni di collettivi studenteschi e reti sindacali (come Docenti per Gaza o RUP) per spingere gli istituti e la Città Metropolitana di Roma all’interruzione di qualsiasi accordo duale e alternanza scuola-lavoro con l’industria delle armi, richiamando l’Articolo 11 della Costituzione. Scarica qui il dossier in pdf. la scuola di Leonardo – dossier_web3Download Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
L’Ordine dei Giornalisti Toscana a lezione dall’Esercito italiano: continua la normalizzazione della guerra
Le segnalazioni che arrivano nella casella di posta elettronica dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ci aiutano ad avere una conoscenza più eterogenea e completa del fenomeno che monitoriamo. Spesso ci segnalano eventi pubblicizzati (celebrazioni, mostre, convegni) e di facile riscontro, altre volte, come in questo caso, ci mettono al corrente di comunicazioni interne e riservate a uno specifico gruppo di destinatari. La segnalazione che riportiamo nel presente articolo ci arriva dalla pagina interna dell’Ordine dei Giornalisti Toscana e riguarda un corso gratuito di quattro ore intitolato “Il ruolo dell’Esercito nell’immaginario dei media e della collettività. Guida pratica per giornalisti“, organizzato dalla Fondazione dell’Ordine dei Giornalisti della Toscana, in collaborazione con il Comando Militare Esercito Toscana e con l’Istituto geografico militare. Il corso si è svolto il 3 luglio scorso, in presenza, nel Circolo Unificato dell’Esercito di Firenze. Per l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università questo corso di formazione costituisce un ulteriore tassello di quel processo organizzato, costante e diffuso che il settore Difesa sta mettendo in atto per influenzare l’opinione pubblica sulla bontà dell’operato delle FFAA dentro e fuori i confini nazionali. L’obiettivo più o meno dichiarato è che nessuno debba mettere in discussione la legittimità della partecipazione attiva dell’Italia ai conflitti armati in corso, o la repressione violenta del dissenso in nome della sicurezza nazionale e dell’ordine pubblico. Così come sta penetrando nelle scuole e nelle università, il settore Difesa sta entrando nella formazione professionale, nella comunicazione di massa, nelle tendenze di costume. Alla propaganda deve piegarsi anche il giornalismo, rimuovendo le questioni deontologiche che garantirebbero ai cittadini e alle cittadine un’informazione completa, imparziale e plurale. L’Osservatorio riconosce nel breve corso tenuto lo scorso 3 luglio il fine di promuovere le FFAA e le opportunità di lavoro nel settore militare, quindi di indirizzare l’opinione pubblica a rispondere positivamente alla nuova richiesta di arruolamento. Leggi cosa prevede la recente proposta del Ministro della Difesa Guido Crosetto. Tra i relatori del 3 luglio anche il giornalista caposezione pubblica informazione dell’Istituto Geografico Militare, ente che in questi anni attraverso l’USR Toscana sta portando progetti nelle scuole di ogni ordine e grado «affinché gli studenti e gli insegnanti delle scuole dislocate su tutto il territorio regionale, anche in zone periferiche, possano avere la possibilità di conoscere le svariate attività che l’Esercito realizza in Italia e all’estero e le opportunità professionali offerte». Gli altri informatori presenti al corso erano il capo ufficio reclutamento e comunicazione del Comando Militare Esercito Toscana e il capo sezione sostegno alla ricollocazione professionale dei militari congedati. Insomma tutto ruotava attorno al reclutamento e alle opportunità di lavoro. L’Ordine dei Giornalisti Toscana servirà per agganciare il mondo civile. Ringraziamo chi continua a mandarci segnalazioni che, data la mole di lavoro, non sempre riusciamo a concretizzare in articoli, ma ci permettono di avere una visione più approfondita del fenomeno della militarizzazione delle scuole e della società civile. Se volete scriverci potete farlo inviando la vostra mail a questo indirizzo osservatorionomili@gmail.com. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Impatto della militarizzazione nei percorsi accademici: il caso delle Scienze Penitenziarie
La militarizzazione delle università passa anche attraverso l’inseguimento da parte degli atenei, degli umori, tanto estemporanei quanto superficiali, del “mercato” della formazione accademica, pilotato ad arte, da un sistema politico che strumentalizza e deforma concetti quali sicurezza o difesa. Da anni, per esempio, in un circolo perverso trascinato proprio da questa strumentalizzazione e parallelamente dal pullulare di serie TV di stampo criminologico e poliziottesco, si è fatto strada anche il filone degli studi sul crimine come ad esempio, tra i tanti, il master di E-campus, in Criminologia e scienze forensi dove si studiano i “reati con armi da fuoco“, la “balistica forense” e la cosiddetta “sicurezza operativa”. D’altra parte, in un periodo storico in cui tutti i dati relativi a diverse fattispecie di crimini e di devianza sono in calo ormai 30 anni, (dagli oltre tremila morti ammazzati dei primi anni ’90 hai poco più di 300 di questi ultimi anni), anche promuovere una laurea triennale (L-14) in Scienze penitenziarie, ad esempio, evidenzia in qualche modo un concetto di giustizia diametralmente opposto a quella “riparativa” ovvero potremmo dire tendenzialmente vendicativa o, nella migliore delle ipotesi, ispirata al concetto, anch’esso particolarmente strumentalizzato, di “certezza della pena”. Con 53.600 detenuti nel 2021 passati in soli cinque anni a 62.400 ovvero, al di là del differenziale, oltre 16.000 in esubero se si considerano i posti effettivamente non disponibili (clicca qui) il sistema penitenziario italiano, anche dopo la sentenza-pilota Torreggiani del 2013, non ha fatto altro che collezionare, uno dopo l’altro, condanne per violazione dei diritti umani comminate dalla CEDU (Corte europea per i diritti dell’uomo). Sul sito web di E-campus, una delle undici università telematiche riconosciute dal ministero, si legge che “il percorso di studi in Scienze Penitenziarie è destinato alla formazione dell’operatore penitenziario o di chi intende lavorare nell’ambito dell’esecuzione della pena, del recupero sociale e della rieducazione” (clicca qui). Recupero sociale e rieducazione, sono  però concetti vuoti e retorici e che nessuno, nei piani alti della politica, da anni ha mai veramente avuto intenzione di perseguire. I percorsi di esecuzione della pena alternativa al carcere, sempre secondo i dati dell’associazione Antigone, da anni dimostrano, pur nel disastro totale del sistema penitenziario italico che i tassi di recidiva per chi segue un percorso alternativo all’esecuzione penale in carcere, non superano il 15-20% mentre coloro che hanno seguito un percorso di inserimento lavorativo in carcere tornano a delinquere in una minima percentuale che oscilla tra il 20 e il 25% contro quasi 70% di chi non usufruisce di nessun percorso di riabilitazione sociale (clicca qui). Scienze penitenziarie, però, è solo uno dei tanti “segni dei tempi” che stiamo vivendo, una sorta di trasposizione accademica di un’errata sovrapposizione o analogia, dei concetti di deterrenza e prevenzione. Sempre nell’ambito di un marketing dell’orientamento universitario che insegue un bisogno (indotto) di militarizzazione per presunte necessità di difesa da sempre nuovi nemici in agguato dietro l’angolo, vi è anche il percorso inverso: la cooptazione di giovani (o “giovani adulti/e”) ormai entrati/e nel circuito militare o della pubblica sicurezza, attraverso l’offerta di sconti speciali a loro destinati. Così si va da dal connubio specifico Forze armate-Scienze motorie, proposto da Unipegaso, ad una scontistica generalizzata ai militari offerta da quasi tutti gli atenei, con quelli “telematici” in prima linea, peraltro coadiuvati da società di consulenza che si propongono online sui vari social, in veste di agenzie formative intermedie, amplificandone la promozione: lo sconto viene offerto grazie alla semplice appartenenza  alle forze armate o dell’ordine, con una clausola che tra l’altro si estende anche ai familiari. Questo può essere considerato anche un vero e proprio “premio sociale” a chi difende, con le armi, o in modo più elegante tramite “l’uso legittimo della forza”, la propria patria, de nemici esterni, o la pubblica sicurezza, per il nemico interno: va considerato infatti che su 100 diplomati nelle scuole secondarie superiori soltanto 35/40 ragazzi/e poi si matricolano all’università e di questi soltanto la metà raggiunge la meta finale ponendo l’Italia agli ultimi posti a livello europeo per tasso di istruzione. Una delle cause principali di questa disfatta è soprattutto l’aspetto economico considerando rette universitarie che oscillano tra i 2.000 e i 3.000 euro di media (o anche oltre, per facoltà come medicina) senza contare le spese per i fuori sede, necessarie per chi intende inseguire un posto al sole nel mercato locale del lavoro o all’interno di atenei con una solida fama scientifico-accademica.  Per chi indossa la divisa, quindi , il vantaggio è molteplice e va dall’alloggio gratuito, al vitto, fino, appunto, alla scontistica presso quasi tutti gli atenei italiani. Senza scomodare Randall Collins, l’autore che probabilmente ha formulato in modo più sistematico, insieme a Pierre Bourdieu in Europa, la teoria sociologica dell’“inflazione dei titoli di studi”, possiamo sicuramente affermare che il mondo in divisa offre, per chi prosegue il proprio percorso fino alle accademie militari, una possibilità di collezionare in modo agevolato titoli accademici che sono sempre utili non solo in termini di carriera interna ma anche nell’eventualità di una riconversione in ambito civile, un “paracadute” socio-lavorativo che rappresenta, anch’esso, un benefit per chi sceglie una vita lavorativa con le stellette sulle spalle. In conclusione va anche ricordato che le nuove guerre “ibride” necessitano, sempre più, non tanto di “carne da cannone” ma di intelligenze utili per l’addestramento dei sistemi di intelligenza artificiale ad uso bellico, un aspetto di quel dual-use meno appariscente che si sta tragicamente sottovalutando. Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione della scuola e della università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Informareunh.it: A ExpoAID 2026 anche “il volto buono della militarizzazione!”
DI SIMONA SU INFORMAREUNH.IT DEL 13 LUGLIO 2026 Ospitiamo con piacere sul nostro sito l’interessante contributo scritto dalla redattrice Simona, pubblicato su Informareunh.it il 13 luglio 2026 in cui viene ribadito quanto l’Osservatorio denuncia da due anni a questa parte, vale a dire un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo. «Una nota dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ha fatto emergere come tra gli stand informativi di ExpoAID 2026, il più grande evento nazionale dedicato al Terzo settore e alle associazioni impegnate nel mondo delle disabilità, svoltosi a Rimini dal 25 al 27 giugno scorsi, fossero presenti postazioni di tutte le Forze Armate. Per l’Osservatorio si tratta di un’operazione di comunicazione mirata connessa al costante incremento delle spese militari, e finalizzata ad accrescere il sentimento nazionalista e securitario, creare consenso e promuovere il reclutamento volontario...continua a leggere su www.informareunh.it. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Sport e Militarizzazione: nuove generazioni giocano alla guerra con la Ginnastica Dinamica Militare
«In uno stato non funzioneranno le leggi se non vige la paura, né si comanda un esercito, senza lo schermo del timore e del rispetto. Anche se si fa un fisico gagliardo, l’uomo deve pensare che una colpa anche piccola può buttarlo giù». Sofocle «La macchina della fama conferisce celebrità attraverso una conflagrazione così potente da non lasciare alcuna possibilità di sopravvivenza». Don Delillo Ci siamo occupati più volte negli articoli dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università della relazione fra le attività motorie, ludiche, sportive, per grandi e piccini e la vocazione alla guerra: bambini, bambine e giovani precocemente addestrati alla disciplina del corpo, semplice involucro da esibire quando occorre manifestare prontezza e resistenza, due fra le soft skills che si devono insegnare, esercitare e valutare a scuola, in tutti gli ordini e gradi (clicca qui; oppure qui). La tragedia di Sofocle ruota intorno alla vicenda di Aiace che – vinta Troia a fianco degli Achei – perde la gara con Ulisse per l’assegnazione delle armi di Achille. Tanto è lo sdegno, il dolore per la fama non conseguita che si darà la morte. La guerra fa questo effetto, ieri come oggi, su chi crede di farne un luogo di eroismo personale. Ma della citazione, per stare in argomento, mi colpiscono il richiamo alla gagliardia di poca durata e al desiderio di fama.  Uno sguardo ai tre video tratti da Tik Tok (Tik Tok influencer e ginnastica dinamica militare) mette in luce che il tema sono le virtù della ginnastica, in stile marines. Ma non vengono trascurarti neanche i capi d’abbigliamento adatti alla palestra e al campo militarizzati. Il social network cinese, attivissimo dal 2018, mostra le pagine associate a due nomi femminili, Camilla Bocci e Giulia Iarpini, nome e cognome, se non sono fasulli ma, forse i seguaci li credono autentici, e può essere. Il narcisismo da social è fenomeno noto. Insomma, non si tratta di andare in palestra a sudare in vista del costume da bagno, per ottenere un fisico come quello della modella che sfoggia le magliette e le calzamaglie indispensabili per ben figurare. Qui il gioco si fa duro. Gli istruttori sono paramilitari? Forse. Negli articoli citati più su, già pubblicati dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, i curricula degli istruttori davano contezza di uomini e donne già provati nelle guerre, sui tanti scenari in cui operavano le truppe di intermediazione ONU (le guerre giuste!), come mercenari e contractors. Qui, in Tik Tok, tutto sembra allegro, bonario, ci si diverte un sacco, come ci comunica il sorriso di una delle blogger. Sono pagine con centinaia di migliaia di followers (i seguaci, appunto), così ho pensato alla citazione contenuta in uno dei saggi del testo di Don Delillo, Nelle rovine del futuro (Napoli 2022). Rovine di guerra, rovine ambientali, rovine personali. Perché di desiderio di fama si muore. Meno tragicamente, sparisci dal web se non mantieni attiva quotidianamente la tua pagina social, se non compiaci i tuoi followers, se non fai pubblicità esplicita e implicita a quanto sta sul mercato, basta un niente, e la macchina della fama si arresta. Certo, nei casi citati a sostenere questi baracconi pseudo-sportivi ci pensa il mercato e, purtroppo anche alcune scuole, dove insegnanti e dirigenti non sono per nulla attenti agli scopi educativi altissimi che le istituzioni scolastiche dovrebbero onorare. Tutto diventa propaganda pro-militarizzazione delle coscienze, tutto si compra e si vende: due capi annodati. La Adidas ha utilizzato, per pubblicizzare un suo marchio, la danza Maori, Haka, esibita prima delle partite di rugby. Un modo per intimidire, far tremare le gambe alla squadra avversaria, come danza di guerra. Peccato che presso i polinesiani avesse altre funzioni, ma tant’è, è gagliarda e i fisici dei giocatori che mostrano la lingua e si battono le cosce, sono impressionanti macchine muscolari.   Ritorno a Sofocle. La paura come veicolo dell’obbedienza alle leggi dello stato e come rispetto degli ordini in un esercito, sono la garanzia del buon funzionamento del primo e del secondo. Basta dare un’occhiata a decreti sulla sicurezza che piovono su di noi da un parlamento inerte, firmati da un presidente della Repubblica che rischia di mantenere nel futuro una fama sinistra, come quella del Governo attuale. Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. 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Il marchio Reggio Emilia e la ricostruzione educativa israeliana
Secondo uno schema che avevamo già denunciato precedentemente con un articolo, il 27 luglio scorso Cosimo Pederzoli riporta alla ribalta, tramite un post su Facebook, l’utilizzo del Reggio Emilia Approach negli asili israeliani della Fondazione Sasa Setton, realizzati in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione israeliano. Reggionline riprende la notizia il giorno successivo, sottolineando la posizione di Reggio Children, secondo cui non esiste alcun accordo commerciale o istituzionale diretto con la fondazione. «Israele vuole il Reggio Children Approach nelle colonie illegali», sostiene Pederzoli. Su questo punto non abbiamo conferme. Il programma “Embrace” (poi “Embrace 2.0”), guidato da Sasa Setton, Alumot Or e Center for Jewish Impact in coordinamento con il Ministero dell’Istruzione, riguarda un numero crescente di centri per la prima infanzia (3-6 anni): da 32 (Times of Israel, settembre 2025) a 52 (Center for Jewish Impact, novembre 2025), nella Gaza Envelope, nel Western Negev, a Bat Yam e in cinque località del nord — probabilmente Kiryat Shmona, Metula, Shlomi, o i villaggi del Mateh Asher Regional Council (Ayalon, Aramsha, Hanita, Matzuba, Betzet, Liman, Adamit, Rosh Hanikra) — tutte città e villaggi entro i confini internazionalmente riconosciuti di Israele. I finanziatori sono Bank Hapoalim, Rothman Family Foundation, Segal Family Foundation, Combat Antisemitism Movement, Russian Jewish Congress, San Francisco Federation. Nessuno dei sei enti citati come sostenitori del progetto ha una missione pedagogica. Bank Hapoalim è la principale banca commerciale israeliana. Combat Antisemitism Movement e Russian Jewish Congress sono organizzazioni di advocacy e rappresentanza comunitaria, attive rispettivamente nel lobbying politico internazionale e nel sostegno alle comunità ebraiche di lingua russa. La San Francisco Federation è un ente ombrello di raccolta fondi per cause comunitarie ebraiche nordamericane. Di Rothman Family Foundation e Segal Family Foundation, entrambe fondazioni filantropiche familiari statunitensi, non risultano profili pubblici dettagliati. In nessun caso si tratta di enti con competenza o missione dichiarata in pedagogia dell’infanzia — un dato che solleva la domanda su quale funzione svolga, in questo assetto, un riferimento a un metodo educativo come quello reggiano. Il Reggio Emilia Approach nasce nel secondo dopoguerra nelle campagne intorno a Reggio Emilia, per iniziativa di gruppi di genitori che, usciti dalla Resistenza e dalla distruzione della guerra, costruirono le prime scuole dell’infanzia anche con i materiali recuperati dai residuati bellici. Fu poi sistematizzato dal pedagogista Loris Malaguzzi, che ne fece un progetto pubblico e comunitario: la scuola dell’infanzia come diritto, costruita dal basso, in un territorio che usciva dall’antifascismo e dalla guerra. È su questo schema retorico — “Reggio che si ricostruì dopo la guerra” — che i promotori presentano il programma “Embrace”, nato, a loro dire, per supportare i bambini israeliani del Gaza Envelope nell’elaborazione del trauma del 7 ottobre 2023. Il Reggio Emilia Approach era però già arrivato in Israele dal 1998, quando Naama Zoran — che sarebbe poi stata tra i fondatori del dipartimento 0-3 del Ministero dell’Istruzione israeliano — lo introdusse nel paese. Da almeno il 2018, Zoran organizza inoltre seminari specifici come “Exploring Reggio Through a Jewish Perspective”. Sappiamo che nel sistema educativo israeliano il servizio militare è presentato come nucleo dell’identità nazionale, e l’esercito entra regolarmente nelle scuole di ogni livello. Già negli asili e nelle elementari, i bambini ascoltano racconti sull’eroismo dei caduti, partecipano a visite ai memoriali e vengono coinvolti nella spedizione di pacchi e lettere di sostegno ai soldati al fronte. È possibile che questo approccio propagandistico sia affiancato dal Reggio Emilia Approach, e quanto l’istituzione reggiana è a conoscenza di un eventuale uso distorto del suo progetto educativo? A fronte di queste domande, una prima risposta istituzionale era già arrivata nel settembre 2025. Il 22 settembre Reggio Children e il Comune di Reggio Emilia avevano annunciato l’avvio di una verifica sui rapporti con istituti israeliani o ebraici del network internazionale. Il giorno successivo, una nota di chiarimento precisava che l’organizzazione non ha mai concesso marchi o certificazioni a scuole in nessun paese, Israele incluso, ma confermava che la verifica caso per caso era in corso, insieme al richiamo alla continuità dei progetti sostenuti nel tempo con realtà educative palestinesi. Il Resto del Carlino individuò allora il primo banco di prova concreto di questa policy: lo Study Group “from Jewish Schools”, già in programma per il 12-16 gennaio 2026, co-promosso con Mirrors Way – Israel-Reggio Journey, il referente israeliano ufficiale della rete dal 1998. Lo Study Group si è tenuto regolarmente. E oggi, quasi un anno dopo l’annuncio, Israele risulta ancora presente nel Network Internazionale pubblicato sulla pagina ufficiale di Reggio Children, alla voce “Asia e Oceania” — pagina consultata e archiviata il 29 luglio 2026 (ore 21:04 UTC). Il 28 luglio Reggionline ha riportato, sempre a partire da una denuncia di Pederzoli, la sospensione della collaborazione con una scuola ebraica di Miami Beach. Della notizia non vi è però riscontro sul sito della scuola coinvolta, la Innovative School of Temple Beth Sholom: al 27 gennaio 2026 — mesi dopo l’annuncio — il suo sito e i suoi profili social continuano a definirla “Reggio inspired”, senza alcuna rimozione del riferimento. Non è chiaro, del resto, se un’eventuale sospensione riguardi un rapporto istituzionale diretto o la sola partecipazione a percorsi formativi — distinzione che, secondo quanto dichiarato da Reggio Children, resta comunque permessa a livello individuale, non essendoci un marchio commerciale da revocare. Le decisioni su ulteriori eventuali azioni, ha precisato l’organizzazione, saranno valutate insieme all’Istituzione Scuole e Nidi d’Infanzia del Comune, titolare del marchio. Sul piano politico locale, la vicenda non ha finora prodotto interrogazioni parlamentari né a Camera né a Senato. Il 12 gennaio 2026 il Consiglio comunale di Reggio Emilia ha invece respinto, a larghissima maggioranza, una mozione di Coalizione Civica che chiedeva a Farmacie Comunali Riunite di sospendere i rapporti con la multinazionale israeliana Teva — un dato che aiuta a misurare la distanza tra la dichiarazione di settembre e la prassi politica della città. Per l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università resta dunque aperta la domanda con cui si chiude questa ricostruzione: se un approccio propagandistico attraversa effettivamente il sistema educativo israeliano fin dalla prima infanzia, cosa garantisce che i centri sostenuti da Sasa Setton — costruiti proprio nel linguaggio della pedagogia reggiana — ne restino immuni? E quanto, un anno dopo il primo allarme, l’istituzione reggiana ha davvero verificato l’uso che viene fatto, altrove nel mondo, del proprio nome? Silvia Delitala, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente