“Sport per la Legalità”: un campus in Sicilia, una classe disagiata in Lombardia e un obiettivo non dichiaratoIl documento
Con nota prot. n. 38584 del 20 luglio 2026, l’Ufficio Scolastico Regionale per
la Lombardia ha diramato alle istituzioni scolastiche di secondo grado l’avviso
per le candidature al progetto “Sport per la Legalità“. L’iniziativa nasce da un
accordo di collaborazione tra Regione Lombardia, USR Lombardia e Dipartimento
dell’Amministrazione Penitenziaria, approvato dalla Giunta Regionale con DGR n.
XII/6193 del 25 maggio 2026 e formalizzato con l’accordo prot. n. 37488 del 13
luglio 2026.
Il progetto prevede un “Campus” di sei giorni (12-17 ottobre 2026) presso il
Centro Sportivo della Polizia Penitenziaria di San Pietro Clarenza (CT), in
modalità “live in”, rivolto a una singola classe (massimo 25-27 studenti,
accompagnati da 2 docenti) di un istituto lombardo di secondo grado. Gli
studenti e le studentesse selezionate praticheranno diverse discipline sportive
sotto la guida di atlete e atleti del Gruppo Sportivo, alternando lezioni
teoriche (nutrizione sportiva, psicologia dello sport, inclusione, più un ecc.
di cui non si conosce il contenuto) a pratica “sul campo”. La selezione della
classe partecipante avviene tramite una Commissione Giudicatrice che valuta
prioritariamente situazioni di disagio sociale e culturale certificate dalla
scuola, oltre alla partecipazione pregressa ai Giochi della Gioventù. Il
progetto è dichiarato gratuito per l’istituto scolastico.
Il testo si apre richiamando il ruolo della scuola come “baluardo fondamentale
nella prevenzione sociale del disagio giovanile” e “centro di promozione
culturale, relazionale e di cittadinanza attiva“, capace di fornire “gli
strumenti idonei per una lettura critica della realtà“. È a partire da questa
premessa dichiarata, messa a confronto con il dispositivo concreto proposto, che
l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
sviluppa le osservazioni seguenti.
1. Il monopolio securitario sull’eccellenza sportiva italiana
Il Centro Sportivo di San Pietro Clarenza ospita atlete e atleti del Gruppo
Sportivo Fiamme Azzurre, sezione sportiva del Corpo di Polizia Penitenziaria,
costituita con decreto ministeriale del 25 luglio 1983 su iniziativa del
magistrato Raffaele Condemi e del campione olimpico Pietro Mennea. Il gruppo
conta oggi atlete e atleti di alto livello impegnati in oltre venti discipline,
con un consistente medagliere internazionale e paralimpico. L’accesso al gruppo
avviene tramite concorso pubblico riservato a sportivi di alto livello, che
assicura loro un impiego stabile presso il Corpo, strutture di allenamento e
tempo dedicato alla preparazione agonistica.
Questo modello non è un’eccezione isolata, ma la regola nel sistema sportivo
italiano d’élite. Accanto alle Fiamme Azzurre della Polizia Penitenziaria
operano le Fiamme Oro (Polizia di Stato), le Fiamme Gialle (Guardia di Finanza),
i gruppi sportivi di Esercito, Aeronautica, Marina, Carabinieri e Vigili del
Fuoco. Per la maggior parte delle discipline olimpiche non professionistiche, il
sostentamento economico dell’atleta italiano passa attraverso l’arruolamento in
un corpo armato o di polizia, in assenza di un sistema strutturato di borse di
studio, sponsorizzazioni private o modelli universitari alternativi come quelli
in uso in altri contesti nazionali.
Ne consegue che qualunque istituzione — anche una scuola — che intenda offrire
ai propri studenti un “modello di eccellenza sportiva” si trova strutturalmente
reindirizzata verso un’offerta incardinata in un corpo di polizia. La circolare
USR Lombardia, in questo senso, rende visibile una condizione sistemica: in
Italia, allo stato attuale, l’accesso a un contesto di alto livello sportivo
tende a coincidere con l’appartenenza a un’istituzione armata.
2. L’incongruenza tra target dichiarato e dispositivo proposto
Il testo della circolare dichiara un obiettivo di prevenzione del disagio
giovanile attraverso “occasioni sistemiche di formazione” continuative. Il
dispositivo concreto che viene proposto presenta, tuttavia, caratteristiche
difficilmente compatibili con questa premessa:
Continuità vs evento singolo: il Campus dura sei giorni, si svolge in trasferta
e non risulta ripetibile nel corso dell’anno scolastico per la stessa classe. Il
testo parla di “sistema”, ma lo strumento proposto è un evento isolato.
Distanza tra il contesto del disagio e la sede dell’intervento: la classe è
selezionata sulla base di un disagio sociale e culturale radicato nel territorio
lombardo. L’intervento si svolge però in una struttura di polizia in provincia
di Catania, senza che il documento espliciti alcun nesso tra il contesto di
provenienza degli studenti e la sede scelta. Nessun elemento del testo lega la
scelta geografica a una specificità del progetto che non potrebbe essere
replicata sul territorio di residenza.
Assenza di un obiettivo pedagogico verificabile: La circolare elenca contenuti
(nutrizione sportiva, sport e inclusione, psicologia dello sport, più un ecc.
indefinito) ma non formula un obiettivo misurabile. Non si tratta di un percorso
di orientamento professionale dichiarato — il testo non menziona in alcun punto
la carriera nel Corpo come sbocco — né di un’educazione alla legalità in senso
tecnico-giuridico, né di un programma sportivo continuativo. La formula “modello
di organizzazione virtuosa e moltiplicatrice di valori” resta un enunciato
privo di traduzione operativa o di indicatori di verifica.
Assenza di dati di costo e di impatto: il progetto è dichiarato gratuito per la
scuola, ma il testo non fornisce alcuna indicazione sul costo complessivo
dell’operazione — trasporto, vitto e alloggio per 25-27 studenti e 2 docenti per
sei giorni, impiego di personale della Polizia Penitenziaria — né una previsione
di valutazione d’impatto sul target dichiarato. Questa assenza è essa stessa un
dato documentabile: la circolare non consente di stimare né il costo reale
dell’iniziativa né la sua efficacia attesa né tantomeno a carico di chi sono i
costi.
3. A chi va, effettivamente, la competenza sportiva accumulata in questi corpi
Se l’obiettivo dichiarato riguardasse realmente la prevenzione del disagio
attraverso lo sport, esisterebbe un termine di paragone naturale, interno allo
stesso sistema penitenziario: l’impiego della professionalità delle atlete e
degli atleti del Gruppo Sportivo Fiamme Azzurre a beneficio della popolazione
detenuta.
Questo canale esiste. Un protocollo d’intesa tra il DAP e la società pubblica
Sport e Salute S.p.A. — sottoscritto nel 2021 dal Vice Capo del Dipartimento
Roberto Tartaglia e dal Presidente di Sport e Salute Vito Cozzoli, e
successivamente confluito in un nuovo protocollo tra Ministero della Giustizia e
Ministro per lo Sport e i Giovani del 9 aprile 2024 — impegna l’amministrazione
a implementare l’offerta trattamentale sportiva rivolta ai detenuti,
individuando persone detenute disponibili a collaborare volontariamente (ai
sensi dell’art. 21 dell’Ordinamento Penitenziario) e impiegando a tal fine il
personale tecnico del Gruppo Sportivo Fiamme Azzurre. Il protocollo del 2024
prevede inoltre l’attivazione di percorsi di formazione rivolti al personale
sportivo, “sempre nell’ottica di un reinserimento sociale, per gli stessi
detenuti adulti, minorenni e giovani adulti”. A livello ministeriale, il
progetto “Sport di tutti – Carceri”, promosso dal Dipartimento per lo Sport in
continuità dal 2024, si inserisce nello stesso protocollo tra Dipartimento per
lo Sport, DAP e Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità, con
l’obiettivo dichiarato di supportare associazioni e società sportive
dilettantistiche ed enti del terzo settore per facilitare il recupero dei
detenuti attraverso lo sport quale strumento educativo e di prevenzione del
disagio sociale.
Di questo canale, tuttavia, non vi è traccia nel progetto oggetto della
circolare USR Lombardia: gli studenti coinvolti non incontrano persone detenute,
non entrano in un istituto di pena, non assistono ad alcun percorso di
reinserimento. Il “campo” resta quello sportivo del Centro Fiamme Azzurre — non
quello penitenziario.
Va inoltre rilevato un limite strutturale che riguarda il canale rivolto ai
detenuti stesso: non esiste, allo stato attuale, un dato ufficiale sul numero di
persone detenute effettivamente coinvolte in attività sportive. Il rapporto di
Antigone sulle condizioni di detenzione lo dichiara esplicitamente, definendo
non ricostruibile un’analisi quantitativa della partecipazione sportiva in
carcere, poiché i soli riferimenti disponibili sono aggregati statistici DAP che
raramente specificano numeri per singola attività. Lo stesso rapporto segnala
che, su 86 istituti visitati dall’Osservatorio, 22 risultano privi di spazi
idonei alla pratica sportiva, e che la programmazione resta demandata alla
capacità di ciascun istituto di costruire partnership locali, in assenza di
prescrizioni esplicite su spazi o attrezzature.
Il contrasto con altre voci del “trattamento” penitenziario è netto: per l’anno
scolastico 2024/2025 il DAP rende noto un dato di 19.391 detenuti coinvolti in
percorsi di istruzione di primo e secondo grado; per il 2025, 18.004 detenuti su
21.354 impegnati in attività lavorative alle dipendenze dell’amministrazione;
4.276 corsisti nei percorsi di formazione professionale. Lo sport resta l’unica
voce del trattamento per cui il DAP non pubblica un dato comparabile di
partecipazione.
L’interlocutore scelto e l’assenza dell’alternativa territoriale
Resta un’ultima domanda, che il testo della circolare non permette di
sciogliere: perché l’interlocutore individuato per un intervento sul disagio
sociale e culturale è specificamente la Polizia Penitenziaria, e non uno dei
molti soggetti sportivi o educativi — società sportive dilettantistiche, CONI
territoriale, enti del terzo settore, reti scolastiche locali — attivi sul
territorio lombardo di provenienza degli studenti? La circolare non fornisce
alcun criterio che giustifichi questa scelta specifica rispetto ad altre
astrattamente disponibili: non emerge, dal testo, per quale ragione l’incontro
con atlete e atleti di eccellenza debba avvenire necessariamente all’interno di
una struttura del Corpo di Polizia Penitenziaria, piuttosto che, ad esempio, in
un contesto sportivo civile di pari livello.
A questa domanda se ne affianca una seconda, altrettanto priva di risposta nel
documento: cosa viene proposto a questi stessi ragazzi, nel loro territorio di
residenza, in termini di intervento continuativo sul disagio dichiarato come
criterio di selezione? La circolare non menziona alcuna proposta strutturata —
sportiva, educativa o sociale — che accompagni il rientro della classe dopo
l’esperienza dei sei giorni in Sicilia, né alcun raccordo con servizi,
associazioni o presidi già operanti sul territorio lombardo. Il Campus si
presenta così come un episodio isolato, non ancorato a un prima né a un dopo: la
scuola avanza la candidatura, la Commissione seleziona, gli studenti partono e
tornano, senza che il testo preveda alcuna continuità né alcuna verifica di
quanto accade una volta esaurita l’esperienza. Se il disagio sociale e culturale
è il criterio di ammissione al progetto, la sua assenza di trattamento nel
“durante” e nel “dopo” locale resta il vuoto più significativo dell’intero
impianto.
I tre elementi qui ricostruiti si compongono in un quadro coerente. Il progetto
“Sport per la Legalità” mobilita una risorsa — l’eccellenza sportiva del Gruppo
Fiamme Azzurre — che nel sistema sportivo italiano è per definizione incardinata
in un corpo di polizia, e la indirizza verso un pubblico selezionato per
fragilità sociale, sottraendola a un possibile impiego nei confronti della
popolazione detenuta, per il quale esiste un canale istituzionale riconosciuto
ma di dimensione ed esito non misurabili. Al tempo stesso, la circolare non
definisce, in alcun punto del testo, quale sia l’obiettivo pedagogico
verificabile dell’esperienza proposta agli studenti, né i suoi costi, né i
criteri di valutazione del risultato. Ne risulta un dispositivo che si presenta
nel linguaggio della prevenzione del disagio, ma che nella sua articolazione
concreta assomiglia più a un’esperienza di socializzazione al corpo — in senso
letterale e istituzionale — della Polizia Penitenziaria, che a un intervento
strutturato sul disagio sociale e culturale dichiarato come criterio di
selezione.
*Fonte primaria: nota USR Lombardia prot. n. 38584 del 20 luglio 2026, “Progetto
Regionale Sport per la Legalità”.*
Silvia Delitala, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle
universtià
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