Viviamo in un sistema che uccide
ABDERRAHIM FAKIR È MORTO A BOLOGNA SOTTO IL PESO DI AGENTI E SANITARI CHE NON
HANNO AGITO PER SALVARLO. UNA MORTE ASSURDA INTORNO ALLA QUALE SONO NATI DOLORE
E RABBIA OVUNQUE. SERVE PERÒ PROVARE A PENSARE A COSA DI DIVERSO POSSIAMO E
DOBBIAMO FARE ORA. SERVE, AD ESEMPIO, ESSERE CONSAPEVOLI CHE NEL CALDO TORRIDO
LE CITTÀ SONO INVIVIBILI, CHE SERVIZI PREZIOSI E DIFFICILI COME IL 112, DOVE IL
TELEFONO SQUILLA SENZA INTERRUZIONE, SONO SOTTO ORGANICO, CHE PER LE FORZE
DELL’ORDINE OCCORRE UNA SELEZIONE ATTENTA E UNA COSTANTE FORMAZIONE
Bologna, 20 luglio 2026. Foto di V. Jina Dhana
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Restare umani è quasi impossibile, per questo è necessario. La morte di Fakir a
Bologna, per mano di poliziotti che cercavano di contenere la sua agitazione, è
una tragedia per tutte le persone con un briciolo di sensibilità e umanità. Non
si può morire così, a 42 anni. Ci saranno le inchieste per capire il grado di
responsabilità dei due poliziotti nell’esercizio della loro funzione, ma
qualunque siano gli esiti immagino le loro vite trasformate per sempre, e quella
di Fakir che non c’è più, e tanto mi basta per fare una riflessione fuori dai
processi, e sentire che le responsabilità sono molto più diffuse di così.
Barbara Spinelli, avvocata di Fakir, ha scritto un post molto bello e ci
richiama a una responsabilità individuale, oltre che collettiva. Il post finisce
così: “Ci sono richieste ormai improrogabili da vedere realizzate, per le quali
lottare e scioperare: la revisione delle tecniche di contenimento in uso, con
esclusione di quelle che espongono al rischio di asfissia posizionale, una
formazione sistematica su uso proporzionato della forza, de-escalation, primo
soccorso e non discriminazione; l’istituzione di un meccanismo indipendente di
indagine sulle condotte delle forze di polizia; la raccolta e pubblicazione
sistematica di dati sulle morti avvenute in custodia o in occasione di
operazioni di polizia. Fakir ne sarebbe orgoglioso…”.
Di queste possibilità vorrei ragionare. Come fare per ottenerle.
Non abbocchiamo alla propaganda degli sciacalli fascio leghisti, facciamo
qualcosa.
Tutti sanno che il mestiere in divisa, “un mestiere qualunque” cantava Primo
Brown, è un lavoro pieno di contraddizioni, di difficoltà, di fragilità umane e
professionali, e prima di misurare le responsabilità dei due poliziotti mi
piacerebbe fare una riflessione sui due uomini, e sulle migliaia di altri uomini
e donne che, malgrado tutto, fanno un mestiere qualunque. Nel caldo torrido che
brucia l’Europa e un pezzo di mondo, le nostre città non sono vivibili per la
maggior parte delle persone. In questo caldo torrido, a Roma, ad esempio, molti
quartieri restano continuamente senza luce e senza acqua, e senza aria per
respirare… I telefoni del numerico unico d’emergenza, il 112, squillano
ininterrottamente giorno e notte. Le persone stanno male, cercano aiuto,
chiamano. Gli operatori del 112 rispondono appena possono, spesso dopo minuti di
attesa, spesso ascoltando persone esasperate, arrabbiate, disperate. Risse,
furti, aggressioni, violenze domestiche, rapine, incendi, fughe di minori,
truffe, e psichiatrici… tante chiamate per segnalare per esempio persone con
disturbi psichiatrici o stati di agitazione. Chiamano i familiari o cittadini
spaventati… Come probabilmente è successo a Bologna. Gli operatori del 112
devono restare lucidi, capire la richiesta, processarla, inoltrarla al servizio
giusto, alle forze dell’ordine, ai vigili del fuoco, all’emergenza sanitaria, a
tutti insieme. Per farlo anche loro aspettano in linea che qualcuno gli
risponda. Nel frattempo gli utenti possono perdere le pazienza, insultarli,
buttare giù il telefono. È un lavoro prezioso, delicato e difficile, e non è
assistito da un’equipe di psicologi che li aiuti a prevenire il burn out, né
gestito con turni umani, il turno di notte dura dieci ore. Quindi dopo un po’ di
mesi o anni così scappi via a cercare un altro lavoro. Come in tutti i lavori,
alcuni lo fanno molto bene, e salvano vite, e altri no. La costante è che sono
sottonumero, mal organizzati di fronte alla certezza che non basteranno a
gestire le emergenze.
Questo processo si ripete identico quando la telefonata raggiunge il servizio
competente: poche pattuglie disponibili, poche ambulanze disponibili, molta
attesa in linea, molti agenti che rischiano la loro vita ogni giorno per un
salario ridicolo, mal visti da molti. Sì, ci sono molti agenti che invece fanno
male il loro lavoro, screditando così anche i loro colleghi migliori, che
commettono abusi di potere, che si lasciano corrempere, che uccidono per futili
motivi. Come per il 112 i servizi di cura e benessere per le forze dell’ordine,
una selezione molto attenta dei candidati, la formazione, gli strumenti di
prevenzione del burn out, il giusto dimensionamento degli organici, sempre sotto
numero, non sono da decenni una priorità di chi governa.
Sulle carceri non mi devo esprimere, ho il presentimento che sulla condizione in
cui vivono agenti e detenuti ne sappiamo abbastanza: una cosa tipo l’inferno,
sempre, ma d’estate anche peggio, con tassi di violenza e suicidi altissimi.
In questo sistema che uccide io non indosso una divisa, ma sento che abbiamo una
responsabilità condivisa con chi la indossa, sento che qualcosa di diverso la
possiamo e la dobbiamo fare, che giudicare, imprecare, restare attoniti, non
basta e non serve. Venticinque anni oggi dalla morte di Carlo Giuliani. Nel
frattempo il decreto sicurezza e altri provvedimenti che mirano alla
fascistizzazione delle forze dell’ordine, pazzi mitomani che tengono il mondo in
scacco e un’idea di futuro che fa sempre più paura. Serve restare umani, e
restare lucidi.
Scrive ancora Barbara Spinelli: “Basta processare Fakir, chi era, cosa faceva.
Era un lavoratore, era gentile. Era rammaricato di aver dovuto licenziare alcuni
dipendenti per il calo di lavoro…”. “Non chiedetevi chi era Fakir. Chiedetevi
perché è morto mentre era nelle mani di chi aveva il dovere istituzionale di
tutelare la sua vita, perché era nella loro custodia. Chiedetevi se è
obbligatoria la formazione per eseguire le manovre di contenzione, se oltre alla
polizia anche i sanitari e parasanitari la studiano e sanno come intervenire
mentre viene eseguita per verificare i segni di vitalità, chiedetevi se sia
l’unico strumento possibile per contenere persone in fase in di fermo di
polizia. Chiedetevi quante persone sono morte a causa di questa manovra, o della
sua scorretta esecuzione, e di che colore e nazionalità erano. Chiedetevi perché
ancora una volta un arabo e al Pilastro al centro del mirino. Chiedetevi se
vogliamo aprire un dibattito serio sulla formazione ed identificazione dei
poliziotti e lavorare per avere una polizia democratica e rispettosa dei diritti
umani, per evitare nuovi Cucchi e Aldrovandi ecc.ecc. Chiedetevi se è giusto
morire nelle mani dello Stato, che sia in un carcere sovraffollato, durante una
manifestazione o nel corso di un fermo di polizia…”.
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Loris Antonelli, educatore nella periferia di Roma
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