Tag - stefano bertoldi

“The Sea”, un film poetico per parlare di Palestina e israelizzazione nelle scuole
A Santa Caterina allo Jonio (clicca qui per i riferimenti) abbiamo visto “The sea“, il film del regista israeliano Shai Carmeli-Pollak, presente alla proiezione: non potevamo lasciarci sfuggire l’occasione di intervistarlo. Il film, tanto premiato, (con i cosiddetti “Oscar” israeliani), quanto osteggiato e anche platealmente boicottato dai vertici dell’establishment israeliano, è stato prodotto dal palestinese Baher Agbariya. Negli ultimi tre anni, ad ogni evento culturale sul dramma palestinese, durante le conversazioni in attesa del “ciack” d’inizio, mi capita spesso, parlando come testimone della mia esperienza nella Global Sumud Flotilla, di dover svicolare tra un «però si sapeva che ci sarebbe stato l’assalto e le violenze da parte dell’IDF! Che cosa vi aspettavate» e altri interrogativi similari. D’altra parte, subito dopo, sempre tra questi dubbi, si inserisce immancabilmente, la frase un po’ auto-consolatoria o, meglio assolutoria: «là c’è un genocidio in corso e qui, ci siamo noi, impotenti… ma che fare?». Ebbene, bombardati in tempo reale, come mai nella storia, da immagini cruente e reali provenienti costantemente dal “fronte” del genocidio in corso, forse la poeticità di un film come “The sea“, in classe, può essere d’aiuto, per fare qualcosa di altrettanto importante con i nostri studenti e le nostre studentesse rispetto all’attivismo da “prima linea” e ad alto rischio. Il ruolo degli insegnanti di fronte a ciò che l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università definisce ormai da tempo “israelizzazione” della società, può essere cruciale nel presentare alle giovani e giovanissime generazioni, il fulcro di un dramma atroce, entrando se possibile empaticamente in alcune dimensioni della vita quotidiana che sono sicuramente più vicine alle loro corde, ma al tempo stesso lontane dalla crudeltà di immagini, con sangue e distruzione, per le quali, per i motivi di cui sopra, è sempre in agguato, purtroppo, una cinica assuefazione. Abbiamo quindi chiesto al regista, proprio come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, facendo riferimento anche all’uso didattico che facciamo del film “Innocence” del suo collega Guy Davidi, di darci qualche consiglio specifico. «È assolutamente necessario – ha esordito Carmeli-Pollak senza troppe esitazioni – che l’insegnante spieghi ai propri studenti e alle proprie studentesse la complicata evoluzione storica e geopolitica dei territori occupati. I ragazzi e le ragazze devono sapere come si è evoluta la situazione e solo dopo entrare nella storia raccontata nel film: un ragazzo che vuole a tutti i costi, semplicemente, vedere il mare. Il maggior numero di persone deve essere a conoscenza di quello che sta accadendo, in modo tale da aumentare il livello di consapevolezza generalizzato fino al punto che ciò possa creare una tale pressione dall’esterno, dal maggior numero di Paesi nel mondo, da obbligare Israele a fermarsi. Solo una forte pressione dall’esterno potrà fermare Israele in quello che sta compiendo». Le parole di Shai Carmeli-Pollak, confermano, quindi, che il livello di militarizzazione della società israeliana è totale: inquinando la cultura, l’educazione e i mass media, fino a creare un intricato reticolo di relazioni sociali, tra il mondo militare e “civile” includendovi anche l’apparato bellico-industriale, indispensabile per ogni cittadino ebreo per essere veramente incluso socialmente, la società israeliana, così militarizzata, risulta in questo modo “facilmente” mobilitabile contro il nemico palestinese. Il sistema delle “porte girevoli” tra apparato industriale bellico, università e centri di ricerca, fino alle industrie civili, è così ben oliato da consentire una sinergia micidiale. Nel film possiamo, quindi, soffermarci su alcune modalità con cui si sviluppa la militarizzazione di una società come ad esempio la sua “normalizzazione” fin dentro la vita quotidiana. Il regista, ad esempio, spesso si sofferma con alcuni brevi fermi immagine su ragazzi e ragazze, giovanissime, in tenuta mimetica e con il mitra a tracolla; si sofferma sui controlli pervasivi dei documenti o delle borse, sempre alla presenza dei militari. La crudeltà di questa militarizzazione viene poi magistralmente sottolineata dal regista anche con poche sequenze, per nulla cruente, ma al tempo stesso potentemente violente: una di queste vede il papà, finalmente accanto al figlio dopo la fuga rocambolesca verso il mare, con le braccia e il volto rivolti verso il muro perché in fase di identificazione di polizia, appoggiare affettuosamente la mano sulla spalla del figlio. Non c’è più la rabbia di poco prima per quella “disobbedienza”, ma solo amore e la consapevolezza di essere accomunati dallo stesso destino. Il poliziotto stacca con decisione quella mano dalla spalla e ordina, a papà e figlio, di distanziarsi l’un l’altro ancora di più. Tornando poi al quesito iniziale circa la nostra percezione di impotenza cui però, ad onor del vero, va aggiunta anche l’inerzia di tutto l’Occidente, ad esclusione di una ristretta minoranza della società, anche qui il regista, con poche immagini rende bene l’idea: dal lato opposto della strada dove si verificava il fermo di polizia, con papà e figlio i corpi rivolti verso il muro e le braccia in alto, per un gruppo di avventori di un bar il tempo per un attimo si era sospeso e i loro volti erano rimasti fissi, immobili, rivolti alla scena in atto. Non appena la volante porta via, come dei criminali papà e figlio, la scena riprende il suo “normale” movimento e in quell’attimo la cameriera chiede: «chi ha ordinato il cappuccino?». Gli spunti didattici, come in “Innocence“, peraltro ben conosciuto dal regista che ha accennato ad un sorriso mentre lo citavo, sono numerosissimi e non vogliamo qui didascalicamente elencarli sia per non intaccarne la poeticità sia per invogliarne alla visione tutti gli insegnanti e non. Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle Scuole e delle Università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Militarizzazione: dalla propaganda alle serie TV. Strumenti per una didattica antimilitarista
Siamo alle solite: ecco che in piena estate rispunta quella che ormai è chiaro a tutti si tratti della punta di un iceberg, ovvero l’ennesimo caso aberrante di mala-polizia che in questo caso coinvolge la Polizia Locale a Milano e dintorni ( clicca qui per le informazioni). Anche in questo caso possiamo individuarne una chiave di lettura sociologica, ma soprattutto trarne degli spunti che possono tradursi in strumenti didattici per stigmatizzare fenomeni che troppo superficialmente vengono derubricati, nel pensiero mainstream, nel capitolo “poche mele marce”. Un’altra formula per derubricare queste violenze spesso adotta il linguaggio cinico e razionale del diritto penale ad esempio “eccesso colposo della legittima difesa” che fanno tornare alla memoria il nauseante dibattito intorno al presunto “omicidio perfetto” di Marta Russo per il quale fino al giudizio in Cassazione si portò avanti il concetto di “omicidio colposo…con dolo eventuale“. I tragici fatti di Milano con il loro lungo strascico di polemiche intorno a quel lungo elenco di “reati in divisa”, rappresenta un caso che mette a dura prova la voglia di tranquillità di quest’inizio d’agosto in cui, come ogni estate, per chi ha voglia di scavalcare a piè pari la solita montagna di “gossip da spiaggia”, può osservare da un lato i tentativi della politica di portare a casa le peggiori leggi/decisioni dell’anno (vedi le chat di Delmastro, il riconoscimento facciale, la clausola di salvaguardia per le spese militari, ecc.ecc.) dall’altro, appunto, i tentativi di una contro-narrazione di una militarizzazione tossica dilagante presentata invece come accattivante, affascinante, parte di quell’uso delle “maniere forti” dei bei tempi andati. I fatti di Milano, infatti, non sono un fulmine al ciel sereno, ma, purtroppo, la punta di un iceberg di una cultura che nel migliore dei casi è accondiscendente rispetto, appunto, alle cosiddette “maniere forti” (ricordiamo l’attuale clamore per il gioielliere che a rapina terminata insegue i malviventi, ormai in fuga, uccidendone due alle spalle e ferendone gravemente un terzo), ma anche semplicemente verso comportamenti diametralmente opposti a quelli suggeriti da un sedicente Stato di diritto. Negli ultimi dieci-quindici anni, in aggiunta al filone poliziottesco aggiornato al nuovo millennio, che ha visto pullulare su tutti i canali a pagamento e/o pubblici diverse serie con poliziotti Carabinieri o magistrati, si sono fatti strada filoni in cui il confine tra legalità e illegalità, tra il bene e il male appaiono sempre più sfumati fino a sfociare nella giustificazione plateale di comportamenti violenti da parte di personaggi che rappresentano le forze dell’ordine. In classe, quindi, rimanendo nell’ambito della cultura italiana potremmo ad esempio analizzare insieme agli studenti e alle studentesse, alcune scene salienti di Rocco Schiavone, il vice questore “romano de Roma”, giunto alla sua settima edizione (iniziata nel 2016). Rocco, il protagonista, appartiene alle forze dell’ordine e rappresenta l’autorità nel suo livello dirigenziale: è vice-questore, un ruolo che nelle puntate viene più volte ribadito da Schiavone stesso nell’ intento di rimarcare il proprio ruolo di potere. Pur rivestendo quel ruolo, Marco Giallini, alias Rocco Schiavone, infrange regole, procedure e leggi: la serie tende a presentarcelo dietro con una mal celata simpatia, senza approvarlo in modo esplicito, ma spingendoci sempre dalla sua parte, deridendo le regole, sempre troppo strette per lui, comprendendone le motivazioni o presentandolo come uno che “fa quello che deve essere fatto”. In questo senso, Rocco Schiavone è quasi il caso perfetto per i nostri tempi: viene addirittura descritto come un poliziotto con un’etica personale, ma che purtroppo, spesso, non coincide con quella prevista per un poliziotto e le cui azioni, proprio per questo, giocoforza oltrepassano frequentemente i margini della legalità. Dopo un fatto grave in cui a pagarne le conseguenze è stata addirittura la moglie che aleggia sempre, come in un sogno/incubo in ogni puntata, il nostro vice-questore, dalla piazza di Roma, terreno di coltura a lui congeniale, viene spedito praticamente al “confino” ad Aosta. Qui porta con sé le proprie malsane abitudini compresa quella di una contiguità con la malavita, tutte però sempre funzionali al raggiungimento finale della cattura del malvivente, tramite una giustizia in po’ addomesticata. Risulta chiaro, però, che quel confine tra legalità e illegalità presentato sempre come bonariamente labile o infrangibile all’occorrenza se applicato tout-court alla realtà attuale e alle modalità tendenziose di buona parte dei mass-media nel presentare fatti di mala-polizia, diventi alla fine un pericoloso elemento più che giustificatorio di tali fatti, diremmo addirittura assolutorio. Rimanendo alle produzioni italiane possiamo poi presentare un altro personaggio anch’esso bonariamente “assolto” su tutti i fronti, attraverso però un’originale chiave tragicomica, in tutte le sue esternazioni violente sessiste e molto spesso anche pesantemente razziste: l’ispettore Coliandro per la regia dei fratelli Manetti. Qui la serie si presenta ancora più accondiscendente nei confronti dell’atteggiamento del protagonista perché lo inserisce, nel meccanismo della commedia all’italiana. Lo spettatore viene piacevolmente spinto a derubricare questi fatti fittizi di malapolizia anche con una semplice battuta sintetizzabile in “in fondo è un bravo ragazzo”, oppure “ma guarda che scemo!”… facendo passare in secondo piano il fatto che il protagonista è un poliziotto, un rappresentante in divisa dello Stato. La chiave tragicomica è quindi la modalità scelta per banalizzare il male commesso dal braccio armato della legge e alla fine assolverlo. Rimanendo sempre in tema di formazione e strumenti didattici, possiamo prendere in prestito un terzo personaggio che ha influenzato molto, (anche in quanto rappresentante emblematico di quella cinematografia “colonizzante” proveniente dagli USA), quella visione manichea semplificatoria di una società divisa in buoni e cattivi che non ha nessuna intenzione di scavare tra le cause sociali della devianza: l’ispettore Callaghan. Qui la filosofia, volutamente meno articolata sul piano socio-psicologico ma più basata sugli “effetti speciali”, è basata sostanzialmente sul criminale pericoloso che spinge il poliziotto-sempliciotto Callaghan, di fronte a criminali incalliti, ad essere ancora più duro di loro: insomma la forza individuale, contro un sistema burocratico. Sebbene quest’ultimo ancora oggi possa incontrare l’interesse di quel pensiero fascio-leghista dominante in Italia, Rocco Schiavone, al confronto ha un profilo molto più articolato, prevarica spesso illegalmente il “malvivente”, ma porta con sé il dolore e come si diceva qui sopra, la perdita, gli amici, la nostalgia di Roma: è proprio in questa formula di coinvolgimento empatico che sta la pericolosità sociale del personaggio che possiamo stigmatizzare in classe. Per concludere questa trilogia possiamo a questo punto passare ad una rappresentazione filmica per nulla accondiscendente verso tali comportamenti, con il “Cattivo tenente” di Abel Ferrara, interpretato dal grande Harvey Keitel nel 1992: qui senza nessun intento assolutorio o compiacente si scava a fondo nella psiche umana analizzando l’abisso in cui sprofonda il protagonista che diventa alla fine più delinquente degli stessi delinquenti che dovrebbe reprimere. Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle Scuole e delle Università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Impatto della militarizzazione nei percorsi accademici: il caso delle Scienze Penitenziarie
La militarizzazione delle università passa anche attraverso l’inseguimento da parte degli atenei, degli umori, tanto estemporanei quanto superficiali, del “mercato” della formazione accademica, pilotato ad arte, da un sistema politico che strumentalizza e deforma concetti quali sicurezza o difesa. Da anni, per esempio, in un circolo perverso trascinato proprio da questa strumentalizzazione e parallelamente dal pullulare di serie TV di stampo criminologico e poliziottesco, si è fatto strada anche il filone degli studi sul crimine come ad esempio, tra i tanti, il master di E-campus, in Criminologia e scienze forensi dove si studiano i “reati con armi da fuoco“, la “balistica forense” e la cosiddetta “sicurezza operativa”. D’altra parte, in un periodo storico in cui tutti i dati relativi a diverse fattispecie di crimini e di devianza sono in calo ormai 30 anni, (dagli oltre tremila morti ammazzati dei primi anni ’90 hai poco più di 300 di questi ultimi anni), anche promuovere una laurea triennale (L-14) in Scienze penitenziarie, ad esempio, evidenzia in qualche modo un concetto di giustizia diametralmente opposto a quella “riparativa” ovvero potremmo dire tendenzialmente vendicativa o, nella migliore delle ipotesi, ispirata al concetto, anch’esso particolarmente strumentalizzato, di “certezza della pena”. Con 53.600 detenuti nel 2021 passati in soli cinque anni a 62.400 ovvero, al di là del differenziale, oltre 16.000 in esubero se si considerano i posti effettivamente non disponibili (clicca qui) il sistema penitenziario italiano, anche dopo la sentenza-pilota Torreggiani del 2013, non ha fatto altro che collezionare, uno dopo l’altro, condanne per violazione dei diritti umani comminate dalla CEDU (Corte europea per i diritti dell’uomo). Sul sito web di E-campus, una delle undici università telematiche riconosciute dal ministero, si legge che “il percorso di studi in Scienze Penitenziarie è destinato alla formazione dell’operatore penitenziario o di chi intende lavorare nell’ambito dell’esecuzione della pena, del recupero sociale e della rieducazione” (clicca qui). Recupero sociale e rieducazione, sono  però concetti vuoti e retorici e che nessuno, nei piani alti della politica, da anni ha mai veramente avuto intenzione di perseguire. I percorsi di esecuzione della pena alternativa al carcere, sempre secondo i dati dell’associazione Antigone, da anni dimostrano, pur nel disastro totale del sistema penitenziario italico che i tassi di recidiva per chi segue un percorso alternativo all’esecuzione penale in carcere, non superano il 15-20% mentre coloro che hanno seguito un percorso di inserimento lavorativo in carcere tornano a delinquere in una minima percentuale che oscilla tra il 20 e il 25% contro quasi 70% di chi non usufruisce di nessun percorso di riabilitazione sociale (clicca qui). Scienze penitenziarie, però, è solo uno dei tanti “segni dei tempi” che stiamo vivendo, una sorta di trasposizione accademica di un’errata sovrapposizione o analogia, dei concetti di deterrenza e prevenzione. Sempre nell’ambito di un marketing dell’orientamento universitario che insegue un bisogno (indotto) di militarizzazione per presunte necessità di difesa da sempre nuovi nemici in agguato dietro l’angolo, vi è anche il percorso inverso: la cooptazione di giovani (o “giovani adulti/e”) ormai entrati/e nel circuito militare o della pubblica sicurezza, attraverso l’offerta di sconti speciali a loro destinati. Così si va da dal connubio specifico Forze armate-Scienze motorie, proposto da Unipegaso, ad una scontistica generalizzata ai militari offerta da quasi tutti gli atenei, con quelli “telematici” in prima linea, peraltro coadiuvati da società di consulenza che si propongono online sui vari social, in veste di agenzie formative intermedie, amplificandone la promozione: lo sconto viene offerto grazie alla semplice appartenenza  alle forze armate o dell’ordine, con una clausola che tra l’altro si estende anche ai familiari. Questo può essere considerato anche un vero e proprio “premio sociale” a chi difende, con le armi, o in modo più elegante tramite “l’uso legittimo della forza”, la propria patria, de nemici esterni, o la pubblica sicurezza, per il nemico interno: va considerato infatti che su 100 diplomati nelle scuole secondarie superiori soltanto 35/40 ragazzi/e poi si matricolano all’università e di questi soltanto la metà raggiunge la meta finale ponendo l’Italia agli ultimi posti a livello europeo per tasso di istruzione. Una delle cause principali di questa disfatta è soprattutto l’aspetto economico considerando rette universitarie che oscillano tra i 2.000 e i 3.000 euro di media (o anche oltre, per facoltà come medicina) senza contare le spese per i fuori sede, necessarie per chi intende inseguire un posto al sole nel mercato locale del lavoro o all’interno di atenei con una solida fama scientifico-accademica.  Per chi indossa la divisa, quindi , il vantaggio è molteplice e va dall’alloggio gratuito, al vitto, fino, appunto, alla scontistica presso quasi tutti gli atenei italiani. Senza scomodare Randall Collins, l’autore che probabilmente ha formulato in modo più sistematico, insieme a Pierre Bourdieu in Europa, la teoria sociologica dell’“inflazione dei titoli di studi”, possiamo sicuramente affermare che il mondo in divisa offre, per chi prosegue il proprio percorso fino alle accademie militari, una possibilità di collezionare in modo agevolato titoli accademici che sono sempre utili non solo in termini di carriera interna ma anche nell’eventualità di una riconversione in ambito civile, un “paracadute” socio-lavorativo che rappresenta, anch’esso, un benefit per chi sceglie una vita lavorativa con le stellette sulle spalle. In conclusione va anche ricordato che le nuove guerre “ibride” necessitano, sempre più, non tanto di “carne da cannone” ma di intelligenze utili per l’addestramento dei sistemi di intelligenza artificiale ad uso bellico, un aspetto di quel dual-use meno appariscente che si sta tragicamente sottovalutando. Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione della scuola e della università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Bambini attori e bambine attrici in erba per la propaganda militarizzante
Sul finire dell’anno scolastico e con i richiami giocosi dell’estate alle porte, le scuole hanno organizzato varie attività ludiche rilassanti soprattutto nelle fasce di età più giovani: associare questo momento tradizionalmente festoso ad altri simboli legati alla divisa, rappresenta un’attività propagandistica militarizzante che è tanto più odiosa quanto più si scende, appunto, nella fascia di età “target”. È quanto avvenuto, ad esempio, ai primi di giugno a Firenze, (clicca qui) nell’incontro organizzato dalla Florence Bilingual School presso la questura del capoluogo toscano: non sono mancati gli eroici, affettuosi ed accattivanti cani-poliziotto, angeli custodi a quattro zampe che proteggono i più piccoli dallo spaccio della “droga”, intesa naturalmente – vista l’età – come stupefacente-mostro-cattivo a prescindere dalla sostanza. Poi c’erano le volanti e le moto della squadra mobile, ormai oggetti extra-lusso dotati di tutti gli optional digitali e meccanici che fanno impallidire le “rustiche” Moto Guzzi di qualche anno fa o, più in là negli anni, (quando peraltro la criminalità organizzata viaggiava su altri “numeri”), l’Alfa “Giulia”, l'”Alfetta” o la più modesta “Giulietta”. Si tratta di dotazioni che, come abbiamo ricordato più volte, non trovano alcuna giustificazione nei dati statistici relativi alla criminalità e alla devianza in genere, in caduta libera, ormai da trent’anni, in quasi tutte le fattispecie di reato. Da una parte il paradigma repressivo delle istituzioni va a colpire, con i vari decreti muscolari (“anti-rave”, “Caivano”, “anti-maranza”, ecc.), fasce di età che al netto di tutte le critiche che possono essere rivolte loro, hanno dimostrato a fine 2025, con l’appoggio incondizionato e a-partitico a tutti i gruppi “Pro-pal” e alla causa palestinese e poi contro l’ultimo referendum, un alto livello di consapevolezza, dall’altro, sempre più spesso, attua strategie di plagio vero e proprio. Si arriva addirittura a spettacolini patetici di bassa manovalanza circense, come la bambina che, inginocchiata, interagisce con la volante “parlante” della Polizia di Stato (clicca qui) oppure si fa ricorso all’innato trasporto emotivo verso gli animali domestici utilizzati dalle forze dell’ordine come appunto i cani e in alcuni casi anche i cavalli. Ma l’apoteosi di una propaganda strappa-lacrime che coopta, in veste di attori, i più piccini, si ha in questo breve filmato, sempre della questura di Firenze, in cui un bambino di circa ai 4/5 anni, durante una lite tra papà e mamma, chiama il numero di emergenza, cui risponde prontamente una volante della Polizia che si propone impropriamente come una coppia di consulenti, mediatori familiari ante-litteram, mettendo pace tra marito e moglie. L’agente donna, consola la moglie che tiene in mano la cornice con la foto di lui e lei neo-sposi, un tempo felici ed abbracciati; contemporaneamente l’agente uomo, va dal marito violento a calmare le acque: il lieto fine, negli ultimi frame, è rappresentato dalla coppia fulmineamente e platealmente rappacificata e i due agenti che battono il cinque al bambino che pochi minuti prima si era attaccato al telefono per chiamare la volante (clicca qui). Questo video ha totalizzato oltre 14.000 visualizzazioni contro una media che si attesta intorno alle 200, a dimostrazione del fatto che coinvolgere i più piccoli, dalla pubblicità sui beni o servizi di largo consumo, fino alla propaganda militarizzante, premia sempre. Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Perché così tanti suicidi tra i carabinieri?
Volendo approfondire gli interrogativi contenuti in un nostro recente intervento sui suicidi in divisa, (clicca qui) provo a dare una risposta al quesito che abbiamo posto nel titolo di questo articolo, attraverso una serie di mie testimonianze dirette che possono avvalorare la tesi più sotto descritta. Ricordo ancora, come se fosse ieri, l’allora ufficiale dei Carabinieri, Sgroi. Nel 1990 era insegnante presso la Scuola Carabinieri di Benevento, proveniente dalla dura gavetta della territoriale nella Locride, nel pieno delle faide tra cosche, col ruolo di sottufficiale e prima ancora di carabiniere semplice. Rosso in volto, alzò gli occhi dal foglio con l’elenco di noi allievi usato per l’appello e rivolgendosi con tono minaccioso, verso un allievo dal cognome a dir poco “imbarazzante”, lo pronunciò scandendolo, lettera per lettera, a voce alta. Tutti noi, militari di leva privilegiati perché parte della prestigiosa arma dell’Esercito italiano e con uno stipendio a fine mese, eravamo tutti coscienti di avere un “asterisco”, accanto al nostro nome che indicava chi “garantiva” per noi. Ma oltre a questo sistema informale, ce n’era uno, parte di quelle regole ufficiali di cui l’Arma andava e va fiera: la procedura imponeva di scandagliare, fino al terzo grado di parentela, la rete sociale di provenienza. Nel caso descritto, però, qualcosa, nel processo di “selezione”, al di là dei test psico-attitudinali, era andato in un verso che non soddisfaceva affatto l’allora tenente Sgroi. Eravamo, all’epoca (1990/91), non solo nel pieno delle faide tra le ‘ndrine, prime fra tutte quelle di San Luca (RC), ma anche dell’offensiva dello Stato contro la mafia con in prima linea Falcone e Borsellino, pur se tra mille polemiche, proprio nei loro confronti, da più parti della politica. Questo era il clima, quindi, alle soglie di ciò che poi fu chiamata la “trattativa Stato-mafia” a seguito non solo delle stragi di Capaci e di via D’Amelio, ma soprattutto della strategia che portò alle bombe fatte scoppiare a Roma, Firenze e Milano in altrettanti luoghi simbolo della cultura e dell’economia italiana. Infervorato anch’io da uno spirito giustizialista, che caratterizzava mezza Italia dell’epoca, da destra a sinistra e deciso a passare dalla teoria alla pratica sul campo, a metà del mio percorso di studi universitari giuridico-sociali, entrai dalla “porta di servizio” dell’Arma, cioè come ausiliario, ma senza lasciare nel cassetto l’occhio del giornalista. L’espressione del tenente Sgroi alla vista di un cognome che ben conosceva, fu quindi un fatto che mi fece riflettere, ma che si aggiunse a molte altre contraddizioni. Nelle scuole carabinieri, infatti, i militari di carriera, ci capitavano fondamentalmente per due motivi. Il primo, come pausa da un periodo di stress lavorativo sul campo, il secondo, per riparare alcune “sbavature” durante il servizio, insomma un modo per allontanare il milite dall’operatività e dai riflettori, per esempio dopo un caso eclatante di “mala-polizia” con il solito strascico di polemiche sui mass-media. Questi trasferimenti possono essere visti come “protettivi” a favore del milite, ma anche come trasferimenti totalmente discrezionali in chiave punitiva un po’ come nei polizieschi d’azione degli anni ’70, in cui ogni tanto spuntava la classica battuta vendicativa e minacciosa del superiore: “ti mando a dirigere il traffico”. Casi di eccesso colposo di legittima difesa coinvolgevano, purtroppo, anche militari di leva, per definizione inesperti perché con soli due mesi di preparazione, come fu il caso, sempre in quegli anni, di un ex-allievo della scuola di Benevento che pochi giorni dopo aver preso servizio alla territoriale di Napoli, mentre era in macchina, appartato con la fidanzata, sparò a bruciapelo ad un rapinatore. Dieci anni dopo, la stessa inesperienza, si rivelò altrettanto fatale nel caso di Carlo Giuliani durante il G8 a Genova. Da una parte si diceva di lasciare l’arma, possibilmente smontata, in un cassetto quando non si era in servizio, mentre negli altri casi veniva presentata quasi come un oggetto ornamentale, da usare praticamente mai e semmai solo in caso di estrema necessità partendo sempre dai classici spari, in aria, di avvertimento. Dall’altra parte però, nel mio caso, in servizio presso la Scuola Ufficiali Carabinieri, emergevano altre contraddizioni come le testimonianze dirette di commilitoni sparsi in varie parti d’Italia che raccontavano di armi “aggiuntive” tenute nel portaoggetti della volante, soprattutto se si operava in zone “calde”, così come di proiettili, anch’essi in aggiunta a quelli d’ordinanza in teoria contati e numerati. Nel mio caso, però, furono però i racconti di “banali” e reiterati fenomeni di piccola e grande corruttela, legati agli appalti anche per semplici forniture di materiali, ad evidenziare la contraddizione più eclatante. Analizzando le due tipologie di malversazione, non può bastare una semplicistica riflessione di tipo “statistico” che vorrebbe attribuire tutte queste contraddizioni ad una fisiologica percentuale di “malaffare” e di comportamenti eticamente discutibili che interessa, in modo analogo, anche la popolazione nel suo complesso. Un caso di abuso di potere, di uso delle forza e/o violenza o di corruzione che coinvolge un corpo dello Stato che per sua stessa missione dovrebbe invece combatterlo, non ha lo stesso peso di quelli che si riscontrano in altri ambiti della pubblica amministrazione né tantomeno nella società nel suo complesso. Né la numerosità dei casi, per esempio quelli più eclatanti ed odiosi di mala-polizia, ci legittimano, ogni volta, a riproporre la metafora della mela marcia. Non si tratta, infatti, di pochi casi isolati. Furono ad esempio decine i casi di violenze commesse una quindicina di anni fa, da una ventina di carabinieri nelle caserme di Aulla, Albiano Magra e Licciana Nardi in Lunigiana che secondo il procuratore di Massa Carrara, Aldo Giubilaro, aveva reso l’abuso “quasi una normalità” (https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/06/14/massa-carrara-arrestati-4-carabinieri-per-falso-e-lesioni-il-pm-abusi-erano-quasi-una-normalita-nessuno-sopra-la-legge/3659392/). Altrettanti carabinieri a Piacenza, pochi anni dopo, si resero protagonisti di reati quali peculato, abuso d’ufficio, falsità ideologica in atti pubblici, rivelazione di segreti d’ufficio, lesioni personali aggravate, arresto illegale, perquisizioni e ispezioni personali arbitrarie, violenza privata aggravata, tortura, estorsione, truffa ai danni dello Stato, ricettazione, traffico e spaccio di stupefacenti (https://www.quotidiano.net/cronaca/piacenza-carabinieri-arrestati-b899f344). In quest’ultimo caso, i vari filoni di indagine, alla fine hanno coinvolto fino a 30 carabinieri e gli strascichi dei vari gradi di giudizio sono ancora in corso. Dalle testimonianze dirette raccolte dall'”ultima ruota del carro”, ai casi da prima pagina, tutto concorre quindi a formulare come ipotesi che l’elevata percentuale di suicidi nell’arma, in alcuni anni seconda soltanto a quelle registrate nella Polizia penitenziaria, sono da ricollegare a queste profonde contraddizioni vissute tragicamente da alcuni militari che ogni giorno, recandosi in caserma leggevano il motto “nei secoli fedele” in calce allo stemma araldico dell’Arma. Un altro elemento di cui tener conto è il cosiddetto “spirito di corpo”, ovvero le silenziose ed intime connivenze che erigono muri di gomma a volte invalicabili se non a distanza di anni come fu nel caso di Stefano Cucchi dove le coperture e gli insabbiamenti arrivavano fino ai gradi più alti dell’Arma (https://www.today.it/cronaca/caso-cucchi-carabinieri-depistaggi.html): ci vollero ben dieci anni di riflessione affinché il carabiniere Francesco Tedesco trovasse l’energia sufficiente per valicare quel muro e raccontare in Tribunale come andarono effettivamente i fatti. Qui non si vuole affermare che tutti i casi di suicidio siano riconducibili a questi travagli interiori a seguito di queste contraddizioni vissute sulla propria pelle ma nemmeno può essere accettabile che ad ogni suicidio si faccia a gara per individuare tutti quegli elementi di fragilità psicologica individuale che ne spieghino le principali motivazioni di fondo: nessuno, infatti, ad oggi, si è preso la responsabilità di indagare a fondo, tramite un’indagine sociologica, quella zona grigia costituita da quel confine labile tra codice penale militare di pace e codice penale militare di guerra e relativi codici di procedura. In sintesi, nessuno si è mai posto la questione di indagare le ripercussioni psicologiche dei cosiddetti margini di discrezionalità del comando che sussistano lungo tutta la catena di comando militare. Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle Scuole e delle Università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Dal caso Fakir all’ordine pubblico nelle scuole: l’altro volto della militarizzazione
Il caso dell’uccisione di Fakir, a Bologna, ad opera dei due poliziotti, ci riporta ancora una volta al concetto di fondo, alla base della militarizzazione della società: il conflitto, il disagio o anche solo la sofferenza/fragilità anche psichica, in tutte le sue forme esteriori, a volte “plateali” e impressionanti, affrontato come un problema di ordine pubblico. Qualche anno fa nell’ex-istituto magistrale “Caetani“, una scuola superiore piuttosto nota, al centro di Roma, una ragazza di 14-15 anni, peraltro anche molto minuta di corporatura, come in analoghi casi, però di “mala-polizia”, stava dando in “escandescenza”, (termine un po’ abusato in questi ultimi anni e usato per Aldovrandi, Magherno e tanti altri) secondo dinamiche molto simili al mondo degli adulti, in cui tali azioni rientrerebbero nel cosiddetto “delirio iperattivo”: la fronte sbattuta ripetutamente contro le pareti di una classe (vuota), urla, movimenti repentini e scoordinati del corpo, banchi e sedie buttate rumorosamente a terra, ecc. Insomma, una situazione in cui il contenimento da parte di persone adulte, docenti ed operatori, educatori, insegnanti di sostegno, collaboratori scolastici, in teoria preparati a tali situazioni, potevano certamente mettere in campo soluzioni alternative alla chiamata delle forze dell’ordine in quel caso i Carabinieri. Vogliamo ricordare a tutti i colleghi e colleghe, ma anche a tutti i cittadini e le cittadine, che cosa riporta il sito ufficiale del numero di emergenza “112” ex-numero di emergenza dei Carabinieri: il numero unico europeo per le emergenze (NUE) 112 è il numero di telefono per chiamare i servizi di emergenza in tutti gli Stati membri dell’Unione Europea. Prevede una centrale unica di risposta (CUR), nella quale vengono convogliate le linee 112, 113, 115 e 118. All’interno della Centrale gli operatori, formati per gestire la prima risposta alla chiamata, smistano le telefonate agli enti responsabili della gestione delle emergenze (Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri, Vigili del Fuoco o il Soccorso sanitario). Dunque, è chi chiama che deve specificare in modo assertivo e convincente, fornendo tutti gli elementi oggettivi che si tratta di un’emergenza sanitaria e non di ordine pubblico, perché in caso contrario è sempre un poliziotto o un carabiniere che arriva e molto spesso si ritrova a dover applicare il proprio protocollo con il corpo dell’esagitato/a sbattuto a terra a pancia in giù e con due o tre agenti sopra di lui a contenerlo. In un istituto superiore, quindi, dove si insegnano pedagogia, psicologia e sociologia, docenti un po’ impauriti e/o sprovveduti, preferirono chiamare le forze dell’ordine proprio come se fosse, appunto, un problema di ordine pubblico. Quando la marginalità, la povertà socio-economica, lo stato di disoccupazione, vengono riclassificati sotto il capitolo della “colpa” con lo stigma sociale del demerito, ecco che si fa strada l’atteggiamento giustificazionista nei confronti del “lavoro sporco” fatto dai poliziotti in nome e per conto della società: questi omicidi, quando emergono e non rimangono nel dimenticatoio dei trafiletti delle cronache locali, vengono a loro volta derubricati in chiave di “tragiche fatalità” o “serie sfortunate di circostanze rivelatesi poi fatali”. La militarizzazione delle scuole passa anche attraverso le modalità di intervento qui sopra descritte, che non rappresentano affatto casi isolati: come, per esempio, quando ci si ritrova ad affrontare casi di presenza, vera o presunta, di sostanze stupefacenti, come la diffusissima cannabis: qui, spesso, l’atteggiamento da parte di molti colleghi e colleghe è analogo, se non ancora più repressivo. Il corpo docente, in quei casi, non dovrebbe passare dalla figura del pubblico ufficiale “civile” a quello con le stellette, ma affrontare il caso come una sfida professionale nel quadro del proprio ruolo sociale di educatore. In concreto, come avvenne qualche anno fa in un istituto scolastico superiore di Bracciano, area peraltro fortemente militarizzata, se un allievo quattordicenne tiene nervosamente e con “fare sospetto” uno zainetto, tornato in classe dopo essere andato in bagno e il docente presume che questo contenga della cannabis, non si sequestra il “corpo del reato” affinché la dirigente scolastica lo custodisca nella propria cassaforte; allo stesso modo, si può trovare una strategia alternativa alla chiamata della volante dei Carabinieri che (in divisa) fa irruzione nell’istituto proprio nel momento in cui c’è l’uscita degli studenti e delle studentesse per la fine delle lezioni! Il quattordicenne fu subito etichettato dagli altri studenti come “spacciatore” mentre i compagni di “bravate”, sapendolo sotto torchio nell’ufficio dei Carabinieri, come delatore/traditore. Questi due casi concreti, presi ad esempio, rappresentano l’altra faccia della medaglia della militarizzazione delle scuole in cui tutti i colleghi e le colleghe sono chiamati a trovare e provare soluzioni alternative a misure di semplice “ordine pubblico” che hanno ben poco di educativo e che non rappresentano di certo un esempio di prevenzione del disagio o della devianza, ma solo come più volte ricordato di deterrenza. Mentre scriviamo, ad una settimana esatta dal caso Fakir, a Cosenza, un altro giovane, Momo (qui l’articolo dell’Osservatorio), agli arresti domiciliari, con una diagnosi conclamata di depressione e appuntamento già fissato la settimana successiva presso il Centro di Igiene Mentale, durante l’ennesima perquisizione domiciliare da parte dei Carabinieri, dalla finestra della sua stanzetta da letto, si lancia nel vuoto trovando la morte. (https://www.radiondadurto.org/2026/07/24/cosenza-mohamed-amin-bessioud-morto-suicida-durante-un-controllo-di-carabinieri-interrogativi-sullintervento-e-sulla-tutela-delle-persone-fragili/). Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle Scuole e delle Università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
I vari volti della militarizzazione: quando le istituzioni investono in Lamborghini per la Polizia
La militarizzazione della scuola può essere letta attraverso le scelte istituzionali riguardanti gli aumenti stipendiali o quantomeno l’adeguamento, in termini di potere d’acquisto degli stessi, rispetto all’aumento dell’inflazione. Come sottolineato in questo recente articolo, l’attuale sistema economico neoliberista continua a premiare i vertici della piramide gerarchica all’interno delle scuole a discapito del corpo docente e dei collaboratori. Accanto ma in direzione opposta a questa scelta, si evidenzia, appunto (vedi articolo su Tecnica della scuola ), un aumento costante delle retribuzioni del comparto pubblica sicurezza e difesa cui si compagna un fiume di denaro per l’acquisto di armi per i prossimi anni, con una leggera decelerazione solo in questo fine di legislatura, con la legge finanziaria alle porte, ottenuta peraltro con furbeschi artifici contabili dettati solo da finalità elettorali. Le poche e mal ridotte volanti di polizia e carabinieri ferme nei rispettivi garage con i serbatoi semi-vuoti di gasolio o benzina, sono ormai un lontano ricordo così come le carrette con cui tentavano eroicamente di combattere un crimine che tutte le statistiche ufficiali comprese, quelle del Ministero degli interni, indicano in costante discesa dagli anni ’90. Le carrette sono invece state sostituite da macchine di rappresentanza di extra-lusso, come la Lamborghini Gallardo nel 2008 o il modello Huracan del 2014, camuffate da mezzi di soccorso ultraveloce per il trasporto urgente di organi destinati al trapianto: una bufala disvelata dagli stessi dati forniti dalla Polizia che in realtà, disgregando il dato complessivo, ci raccontano di un trasporto urgente ogni 40 giorni negli ultimi vent’anni (circa 200 trasporti urgenti dal 2004). Per non essere da meno, a fine 2025, anche l’Arma dei Carabinieri, si è dotata di una macchina extra-lusso, la Maserati McPURA, anch’essa ufficialmente destinata al trasporto urgente di organi; e se la Polizia in questi ultimi anni decide di colpire l’immaginazione delle famiglie dando un passaggio, in Maserati, al reparto oncologico pediatrico del Policlinico Gemelli alla befana scortata dalle agenti in divisa e armate per portare le calze con il logo della Polizia di Stato, anche i Carabinieri non sono da meno cogliendo un’altra occasione ad alto impatto emotivo, come la necessità di un trasporto urgente di un farmaco difficile da trovare tra le scorte delle farmacie interne agli ospedali, per i feriti grandi ustionati di Crans Montana: il farmaco in questione è il NexoBrid, prodotto dall’azienda biotech israeliana MediWound (Yavne, Israele). Possiamo dire in questo caso ma anche negli altri che il trasporto urgente in elicottero, come si fa per i feriti, è stato giudicato troppo banale. D’altro canto questi trasporti sono tanto saltuari quanto ben studiati a tavolino stando alle decine di articoli sulla stampa locale che enfaticamente raccontano delle gesta eroiche dei poliziotti in Maserati che arrivati sgommando all’ospedale con l’organo salvavita. Andando però oltre questo biglietto da visita che affascina immancabilmente grandi e piccini nelle varie kermesse di cui abbiamo dato notizia in vari articoli, come la festa dell’Arma a Villa Borghese a Roma o l’anniversario della Polizia in piazza del Popolo, basta aggirarsi per le vie del centro a Roma per notare supermoto e macchine extra-lusso o addirittura SUV, in dotazione a Polizia, Carabinieri, Guardia di finanza, ecc.. nulla a che vedere con gli sgangherati mezzi cui ci avevano abituati i film poliziotteschi degli anni ’70. Si tratta quindi di uno sfoggio di potenza e di esaltazione del potere repressivo, sotto le mentite spoglie della tutela della pubblica sicurezza che si manifesta anche nelle innumerevoli presenze, registrate puntualmente qui sull’Osservatorio, immancabilmente in divisa ed armate a parlare di violenza di genere o di bullismo tra i banchi scolastici. Una domanda (retorica) sorge spontanea: a questo punto, perché in divisa e con la pistola nella fondina? Forse oltre a confondere deterrenza con prevenzione si confonde anche l’autorità con l’autoritarismo? In conclusione si riempiono le tasche a “formatori e formatrici” in divisa e si svuotano quelle di chi ha studiato una vita per educare alla pace e alla convivenza futuri cittadini e cittadine consapevoli e pronte a difendere i propri diritti. Lamborghini Huracan in bella mostra Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Festa del 212° Anniversario dei Carabinieri a Roma: «Possiamo aiutarvi?» Sì…ad armarci!
Non potevamo mancare ad un evento così significativo e rappresentativo della rapida militarizzazione che sta vivendo l’Italia in questi ultimi anni: la festa per il 212° anno dalla fondazione dell’Arma dei Carabinieri. “Possiamo aiutarvi” è lo slogan che campeggia in alto alle impalcature in uno dei tanti ingressi della mega fiera del “Villaggio dell’Arma” a Villa Borghese a Roma, monopolizzata dalla Fiamma dal 5 al 7 giugno. Insomma, una delle sue più imponenti “operazioni simpatia” degli ultimi anni. Ciò non sorprende perché di fronte ad un calo di partecipazione politica drastico e di sfiducia generalizzata verso la “politica” e i politici, proprio come sta avvenendo in Israele, (clicca qui) e Forze Armate, raccolgono intorno a sé quel residuo di fiducia che è direttamente proporzionale alla percezione del numero di nemici interni ed esterni, tanto che ormai possiamo parlare di processo di “israelizzazione” della società e non solo per le nostre molteplici connivenze con l’entità sionista o per le sistematiche offerte turistiche italiane a riservisti e militari dell’IDF (https://www.pressenza.com/it/2026/05/relax-post-genocidio-sempre-nelle-marche/) D’altra parte, l’Arma, come del resto tutti gli altri corpi di P.S. e polizia giudiziaria, hanno collezionato negli anni un discreto numero di scheletri nell’armadio: senza tornare troppo indietro negli anni e agli intrecci tra C.I.A., ex-SISMI, e NATO, Gladio o la strage di Alcamo Marina, possiamo citare, Carlo Giuliani, il caso Cucchi, la banda della Lunigiana, il caso CONSIP, ecc.. Target principale: famiglie con bimbi piccoli o preadolescenti, ma coincidendo con la fine delle attività didattiche nelle scuole fino a due giorni prima, la festa era ufficialmente dedicata (anche) alle scuole. Nemmeno per il bicentenario, due anni fa, è stata organizzata una quattro giorni di feste con accesso aperto addirittura fino alle 22 di sera, con un dispiegamento di forze, energie, soldi pubblici e pubblicità su tutti i massmedia, con attrezzature ingombranti sparse un po’ in tutta Italia ma con il loro pezzo forte, ovviamente, nella Capitale. Qui abbiamo visto, nello splendido palcoscenico naturale di Villa Borghese, oltre ad un elicottero, una parete per l’arrampicata, una motoslitta, una motovedetta, un mega-acquario del nucleo Carabinieri subacquei, ecc.ecc. decine e decine di stand dove si offrivano esperienze “indimenticabili” giochi di tutti i generi, molti dei quali a base di armi, spade e simulazioni di attività investigative, agli immancabili giochi e prove pratiche organizzate dai vari gruppi sportivi. Bastava, però, visitarne “solo” sei, facendosi certificare, con un timbro su una scheda l’avvenuta visita, per poter ritirare, presso lo stand più grosso, posto alla fine del percorso, il proprio premio-gadget. Per sottolineare l’imponente copertura mediatico-istituzionale presso uno dei tanti, ingressi è stata eretta anche una mega-struttura a due piani, vetro e acciaio, di RAI-Isoradio.Tutta l’organizzazioni è stata concepita, quindi, per la famiglia ma soprattutto per la prole al seguito. Abbiamo visto tantissimi bimbi, caricati da mamme entusiaste pronte per la foto ricordo, all’interno di mezzi blindati, oppure indossare il caschetto per arrampicarsi su una parete sotto l’occhio vigile del carabiniere-montanaro, pigiare le piccole dita su un foglio bianco per le impronte digitali nello stand dedicato alle indagini scientifiche, infilarsi in un tunnel di stoffa lungo e labirintico come un lungo serpentone organizzato dal reparto specializzato “Cacciatori di Calabria”, ecc.ecc. Abbiamo poi scoperto che esiste, dal 1926, un nucleo Carabinieri “Tutela del lavoro”! Non poteva mancare, quindi, l’impalcatura in miniatura e la possibilità per i bambini di salirci sopra ovviamente imbragati, col caschetto e col gancio di sicurezza ben allacciato alla struttura metallica, proprio come NON fanno, ancora oggi, molti lavoratori a volte pagati in nero e invisibili per lo Stato italiano perché “clandestini”. Questo stand, in particolare, è l’emblema del concetto-chiave trasversale che si vuole far passare, oltre a quello della protezione amorevole e paternalistica o addirittura materna dei Carabinieri che godono di una fiducia inossidabile, legata in gran parte ad uno stereotipo radicato nel tempo: deterrenza=prevenzione. «Dagli anni ’80 – afferma, infatti, un Carabiniere del Nucleo Tutela Lavoro – le morti sul lavoro sono in drastica a discesa» sottintendendo in questo caso specifico, oltre al ruolo di normative più evolute e restrittive (es.L.626), l’importanza della loro presenza sul territorio a fianco degli ispettori del lavoro. Si potrebbe pensare quindi che grazie ai controlli e quindi al potere deterrente e sanzionatorio che ciò sia avvenuto veramente grazie a loro, ma la realtà dei fatti è esattamente l’opposto: i controlli sono pochi e la prevenzione, quella vera, fatta di una “cultura” della sicurezza, è ancora di là da venire, anzi si potrebbe dire che nonostante il drastico cambiamento della struttura economica italiana e le nuove normative, le morti sul lavoro non possono essere declassate, come lo stesso carabiniere ha poi precisato, a “inevitabili fatalità”. A prescindere da tutto ciò sono sempre troppe perché non si può morire DI lavoro e/o SUL lavoro. Non è corretto, infatti, paragonare l’attuale mercato del lavoro e l’attuale struttura economica a quella di una società nel pieno del proprio sviluppo industriale, tanto portentoso quanto caotico, come quello degli anni cinquanta e sessanta fino al secondo boom edilizio degli anni tra gli anni ’60 e ’70 e dei fenomeni speculativi politico-malavitosi descritti da Francesco Rosi in Le mani sulla città dove le vicende scaturiscono proprio da una strage sul lavoro. Questo esempio però è emblematico di come le varie forze dell’ordine e le varie Forze Armate vogliono presentarsi a tutti i costi come protettori e soprattutto come presenze indispensabili per la prevenzione di calamità, morti per varie cause, fenomeni vari di devianza. Come alla festa della Polizia di Stato a Piazza del Popolo di poco tempo fa, anche i Carabinieri ci tengono, per esempio, ad auto-rappresentarsi come operatori salva-vita non solo per i loro interventi anti-suicidio a metà tra il sostegno psicologico e quello “operativo”, ma anche nelle situazioni di rischio di morte improvvisa: come se fosse lo stand della ASL o della Croce Rossa, anche qui circa quattro carabinieri/e hanno insegnato a bambini intorno ai 5-8 anni come si fa un massaggio cardiaco e come si applicano le piastre del defibrillatore: un intervento che mai si ritroveranno a fare, anche per i limiti della loro forza fisica, se non forse tra una decina d’anni ma tant’è «serve a diffondere la cultura del pronto intervento salvavita – ha prontamente ribattuto alle mie perplessità il carabiniere preposto al BLSD (Basic Life Support and Defibrillation) – anche se il bambino o la bambina non sono fisicamente pronti a farlo… o non se la sentono (ovviamente! N.D.R.)». Per concludere possiamo sottolineare anche la cooptazione di artisti/e che non sono nuovi/e a queste forme di ancheggiamento, basti pensare ai vari calendari delle varie Forze Armate, di P.S. e di P.G., oppure ai fumettisti e disegnatori che sempre più spesso si prestano ad illustrare materiali cosiddetti didattici o di intrattenimento: vedere però una mostra d’arte tutta dedicata all’Arma dei Carabinieri è una novità, in questo caso realizzata da un'”affezionata” dell’Arma, Daniela Nardelli e musicisti della banda intrattenere i più piccoli in lezioni di musica estemporanee, ci fanno pensare ad una strategia di “influenza culturale” che spazia a 360 gradi anche in settori tradizionalmente distanti dal mondo delle armi e appunto della repressione. Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle Scuole e delle Università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
SCUOLA RESISTENTE: LA PUNTATA DI SABATO 30 MAGGIO 2026
Ai microfoni di Scuola Resistente, sabato 30 maggio 2026, Romano Lupi, insegnante nelle scuole secondarie in Liguria, giornalista e scrittore, ci racconta del suo ultimo libro scritto con Fabio Balocco, “La sventura”, in particolare soffermandosi sul capitolo che riguarda la scuola. “La sventura” è un resoconto molto dettagliato che, spaziando dalla scuola all’ambiente, alle politiche industriali, racconta in maniera impietosa di tutte le azioni, sfacciatamente neoliberiste, commesse dalla sinistra al potere ispirate, come da un manuale di Scienza della Politica, all’ideologia neoliberale. Madre e matrigna di tutte le riforme scolastiche, senza andare troppo lontano ma rimanendo in questi ultimi 30 anni, è stata certamente la cosiddetta riforma Berlinguer (Luigi, Ministro dell’ istruzione e dell’ università dell’epoca) ispirata “tecnicamente” dal sociologo Guido Martinotti. Nel 1997, Martinotti, presiedette il gruppo ministeriale sull’autonomia didattica e l’innovazione dei corsi di studio universitari, da cui uscì la famosa “Bozza Martinotti”, che anticipò molte delle trasformazioni poi confluite nel decreto 509/1999. Fu in quegli anni, sul finire degli anni novanta e all’alba del secondo millennio che furono introdotte diverse parole-mito: efficienza ed efficacia del sistema formativo, didattica per competenze, crediti e debiti formativi, ecc. Nel sistema universitario e negli ambiti della ricerca, invece, si iniziò a parlare della “qualità” della ricerca e delle ricadute industriali della stessa dimenticando a piè pari concetti quali la “serendipity” e introducendo invece il suo esatto opposto: obiettivi definiti in anticipo, programmi di ricerca con risultati prevedibili, tempi certi, indicatori quantitativi di produttività, sequenza delle pubblicazioni. Nelle stanze dello stesso palazzo in cui oggi operano i cervelloni dell’INVALSI, si riunivano i primi gruppi di consulenti seriamente intenzionati a standardizzare i vari sistemi di valutazione che poi dettero vita all’ANVUR (Agenzia Nazionale Valutazione Università e Ricerca), ovvero la morte della ricerca teorica (o “pura”) e il trionfo di quella “applicata”. Si potrebbe pensare che siano stati dei consulenti del Fondo monetario Internazionale o della Banca Mondiale o di quella europea a concepire un modello simile, invece sono stati proprio loro, quelli della “sinistra progressista”, ad aprire quella strada che da semplice carrareccia ha poi consentito di spianare un’autostrada, come da sempre sono soliti fare i neo-fascisti quando finalmente vanno al governo. In tutto questo, c’è stata una grande coerenza tra i vari interventi, anche considerando gli altri settori della società: si va dalle privatizzazioni, a vere e proprie svendite dei “gioielli di famiglia”, per quanto riguarda le aziende statali e/o partecipate, per passare alla cosiddetta autonomia scolastica e ai nuovi presidi-sceriffo che tutti ormai conoscono bene e funzionali ad esso, la creazione, di fatto, a livello organizzativo di un cerchio magico intorno proprio ai dirigenti scolastici. Questi si spartiscono i pochi lupini che il sistema pubblico elargisce, in misura sempre più ridotta, al sistema scolastico. Per concludere, non si potevano non menzionare le varie università online-telematiche che pescano nel torbido, proponendo abilitazioni a pagamento che hanno consentito e consentiranno, a nuove generazioni di insegnanti, con in tasca due/ tremila euro , di sostituire le precedenti non per merito ma per capacità reddituale. In questo mercato della cultura, ci sono stati docenti che si sono spinti oltre sulla base di un semplice calcolo costi-benefici dell’investimento: hanno letteralmente comprato i punti di servizio, (fino al dodici punti corrispondenti ad un anno di servizio di insegnamento, anche con una sola ora di supplenza) nella scuola paritaria dove lavora un parente o un amico. Come? Restituendo alla scuola, in contanti, l’equivalente del contratto/contrattino di supplenza e versando, sempre di tasca propria, i contributi INPS corrispondenti. Qualche anno così e poi si è pronti per fare il grande salto inserendosi con un discreto punteggio in tasca, nelle graduatorie per le supplenze di un grande centro urbano come Roma o Milano, con molte più possibilità di aggiudicarsi supplenze, rispetto ad un piccolo centro del Sud Italia. A completare il quadro, appunto, l’acquisto dell’abilitazione all’insegnamento tramite una delle tante università telematiche e quindi il passaggio automatico dalla seconda fascia alla prima. Questa totale degenerazione del sistema di reclutamento del corpo insegnante italiano è stato possibile – ha poi commentato Romano Lupi – anche grazie a questo approccio utilitaristico ed economicistico introdotto dalla sinistra al potere dove alcuni suoi esponenti di rilievo, tutti ex-PCI, hanno non pochi conflitti di interesse proprio con alcune di queste università telematiche; insomma, le tre “i” di Berlusconi (impresa, inglese, Informatica), in confronto, sono state un gioco da ragazzi. La puntata di Scuola Resistente di sabato 30 maggio 2026. Ascolta o scarica.
May 30, 2026
Radio Onda d`Urto
Alessandra Alberti su Radio Onda d’Urto: la scuola dei talenti alla carriera militare
Nella puntata del 23 maggio 2026 della trasmissione Scuola Resistente a Radio Onda D’Urto, Stefano Bertoldi ha intervistato Alessandra Alberti, docente dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. Riportiamo qui una sintesi del contributo, in cui ha commentato l’articolo di Rossella Latempa, La scuola dei talenti: per i poveri soft skills, filiera e sane regole di vita militare, uscito su ROARS lo scorso 16 maggio. Latempa smaschera la retorica dell’individuazione del “talento” di ciascun studente o studentessa tanto cara a questo Ministero dell’Istruzione e del Merito, spiegando che in realtà la cosiddetta “personalizzazione” dell’apprendimento nasconde una precoce differenziazione dei percorsi didattici volti non a cambiare la situazione socio-economica-culturale di partenza, bensì a cristallizzarla. Attraverso lo strumento degli INVALSI, introdotto peraltro già alle elementari, si effettua una raccolta dati già in grado di prevedere il possibile “insuccesso”, cioè la proporzione di studenti e studentesse a rischio di dispersione scolastica alla fine delle medie. Sono questi gli interlocutori principali – dice Latempa – cui si rivolgono tutte le riforme attuate da questo Governo – sebbene il processo di “modernizzazione” della scuola pubblica sia iniziato decenni fa – il quale però spinge il piede sull’acceleratore nella direzione di una scuola neoliberale che rende quest’ultima funzionale alle esigenze del mercato. Orientamento, filiera 4+2 (e la recentissima riforma degli istituti tecnici), soft skills, intelligenza artificiale sono le “parole mito” – così le chiama l’autrice – di una neolingua basata su principi e bisogni estranei al mondo educativo. L’Orientamento precoce, il percorso di studio breve co-gestito da scuola e imprese chiamato filiera 4+2 e le soft skills vale a dire competenze socio-emotive che emergono come elementi sempre più fondamentali perché, ai più poveri “più che saperi e conoscenze basta una buona educazione di tipo socio-comportamentale e civica”. E il gioco è fatto: dare meno scuola a chi ha meno, perché “in fondo non è ha bisogno”. Ma nell’articolo viene aggiunto un tassello fondamentale tutto organico a questa costruzione di un’idea di futuro: quello della militarizzazione. In una recente intervista al Ministro Crosetto si parla di “riserva” su base volontaria di persone pronte a servire il Paese. L’introduzione di un anno di leva volontaria si trasforma in un’occasione di riscatto per i giovani dei territori difficili, che potranno scegliere “tra i tentacoli delle mafie e le sane regole di vita delle forze armate”. Da anni l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università denuncia la presenza sempre più pervasiva delle Forze dell’Ordine e delle Forze Armate nelle scuole. Oggi, in una prospettiva di guerra, soprattutto i giovani e le giovani meno abbienti potranno beneficiare dell’Orientamento che nelle classi finali delle scuole superiori vede la presentazione della carriera militare al pari di quella universitaria ma, come recita il titolo di un convegno tenutosi a Torino l’anno scorso, quello del soldato “non è un mestiere come un altro”. E’ preciso dovere degli e delle insegnanti riappropriarsi del proprio ruolo di educatori della scuola della Costituzione e non appiattirsi su una presunta “innovazione” tutta tesa a formare giovani resilienti. In fondo, ce lo dice l’Europa: vivendo in una situazione di emergenza costante, il principio della preparedness diventa parte del bagaglio delle competenze di ciascun cittadino. Ma la scelta non può e non deve essere tra morire in un sparatoria tra bande mafiose oppure per la difesa della propria “Patria”. Ascolta qui l’intervista a Alessandra Alberti per Radio Onda d’Urto. Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente