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Dal caso Fakir all’ordine pubblico nelle scuole: l’altro volto della militarizzazione
Il caso dell’uccisione di Fakir, a Bologna, ad opera dei due poliziotti, ci riporta ancora una volta al concetto di fondo, alla base della militarizzazione della società: il conflitto, il disagio o anche solo la sofferenza/fragilità anche psichica, in tutte le sue forme esteriori, a volte “plateali” e impressionanti, affrontato come un problema di ordine pubblico. Qualche anno fa nell’ex-istituto magistrale “Caetani“, una scuola superiore piuttosto nota, al centro di Roma, una ragazza di 14-15 anni, peraltro anche molto minuta di corporatura, come in analoghi casi, però di “mala-polizia”, stava dando in “escandescenza”, (termine un po’ abusato in questi ultimi anni e usato per Aldovrandi, Magherno e tanti altri) secondo dinamiche molto simili al mondo degli adulti, in cui tali azioni rientrerebbero nel cosiddetto “delirio iperattivo”: la fronte sbattuta ripetutamente contro le pareti di una classe (vuota), urla, movimenti repentini e scoordinati del corpo, banchi e sedie buttate rumorosamente a terra, ecc. Insomma, una situazione in cui il contenimento da parte di persone adulte, docenti ed operatori, educatori, insegnanti di sostegno, collaboratori scolastici, in teoria preparati a tali situazioni, potevano certamente mettere in campo soluzioni alternative alla chiamata delle forze dell’ordine in quel caso i Carabinieri. Vogliamo ricordare a tutti i colleghi e colleghe, ma anche a tutti i cittadini e le cittadine, che cosa riporta il sito ufficiale del numero di emergenza “112” ex-numero di emergenza dei Carabinieri: il numero unico europeo per le emergenze (NUE) 112 è il numero di telefono per chiamare i servizi di emergenza in tutti gli Stati membri dell’Unione Europea. Prevede una centrale unica di risposta (CUR), nella quale vengono convogliate le linee 112, 113, 115 e 118. All’interno della Centrale gli operatori, formati per gestire la prima risposta alla chiamata, smistano le telefonate agli enti responsabili della gestione delle emergenze (Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri, Vigili del Fuoco o il Soccorso sanitario). Dunque, è chi chiama che deve specificare in modo assertivo e convincente, fornendo tutti gli elementi oggettivi che si tratta di un’emergenza sanitaria e non di ordine pubblico, perché in caso contrario è sempre un poliziotto o un carabiniere che arriva e molto spesso si ritrova a dover applicare il proprio protocollo con il corpo dell’esagitato/a sbattuto a terra a pancia in giù e con due o tre agenti sopra di lui a contenerlo. In un istituto superiore, quindi, dove si insegnano pedagogia, psicologia e sociologia, docenti un po’ impauriti e/o sprovveduti, preferirono chiamare le forze dell’ordine proprio come se fosse, appunto, un problema di ordine pubblico. Quando la marginalità, la povertà socio-economica, lo stato di disoccupazione, vengono riclassificati sotto il capitolo della “colpa” con lo stigma sociale del demerito, ecco che si fa strada l’atteggiamento giustificazionista nei confronti del “lavoro sporco” fatto dai poliziotti in nome e per conto della società: questi omicidi, quando emergono e non rimangono nel dimenticatoio dei trafiletti delle cronache locali, vengono a loro volta derubricati in chiave di “tragiche fatalità” o “serie sfortunate di circostanze rivelatesi poi fatali”. La militarizzazione delle scuole passa anche attraverso le modalità di intervento qui sopra descritte, che non rappresentano affatto casi isolati: come, per esempio, quando ci si ritrova ad affrontare casi di presenza, vera o presunta, di sostanze stupefacenti, come la diffusissima cannabis: qui, spesso, l’atteggiamento da parte di molti colleghi e colleghe è analogo, se non ancora più repressivo. Il corpo docente, in quei casi, non dovrebbe passare dalla figura del pubblico ufficiale “civile” a quello con le stellette, ma affrontare il caso come una sfida professionale nel quadro del proprio ruolo sociale di educatore. In concreto, come avvenne qualche anno fa in un istituto scolastico superiore di Bracciano, area peraltro fortemente militarizzata, se un allievo quattordicenne tiene nervosamente e con “fare sospetto” uno zainetto, tornato in classe dopo essere andato in bagno e il docente presume che questo contenga della cannabis, non si sequestra il “corpo del reato” affinché la dirigente scolastica lo custodisca nella propria cassaforte; allo stesso modo, si può trovare una strategia alternativa alla chiamata della volante dei Carabinieri che (in divisa) fa irruzione nell’istituto proprio nel momento in cui c’è l’uscita degli studenti e delle studentesse per la fine delle lezioni! Il quattordicenne fu subito etichettato dagli altri studenti come “spacciatore” mentre i compagni di “bravate”, sapendolo sotto torchio nell’ufficio dei Carabinieri, come delatore/traditore. Questi due casi concreti, presi ad esempio, rappresentano l’altra faccia della medaglia della militarizzazione delle scuole in cui tutti i colleghi e le colleghe sono chiamati a trovare e provare soluzioni alternative a misure di semplice “ordine pubblico” che hanno ben poco di educativo e che non rappresentano di certo un esempio di prevenzione del disagio o della devianza, ma solo come più volte ricordato di deterrenza. Mentre scriviamo, ad una settimana esatta dal caso Fakir, a Cosenza, un altro giovane, Momo (qui l’articolo dell’Osservatorio), agli arresti domiciliari, con una diagnosi conclamata di depressione e appuntamento già fissato la settimana successiva presso il Centro di Igiene Mentale, durante l’ennesima perquisizione domiciliare da parte dei Carabinieri, dalla finestra della sua stanzetta da letto, si lancia nel vuoto trovando la morte. (https://www.radiondadurto.org/2026/07/24/cosenza-mohamed-amin-bessioud-morto-suicida-durante-un-controllo-di-carabinieri-interrogativi-sullintervento-e-sulla-tutela-delle-persone-fragili/). Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle Scuole e delle Università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Un altro morto ammanettato dal braccio della legge
Pubblichiamo un articolo di un docente aderente all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università relativo al suicidio di Mohamed Amin Bessioud, gettatosi ammanettato dal terzo piano di casa sua a Cosenza giovedì 23 luglio durante una perquisizione dei carabinieri. Mohamed soffriva di depressione, aveva già minacciato di togliersi la vita e i carabinieri erano informati della sua fragilità. Nabila è la signora che l’altro ieri pomeriggio, a Cosenza, gridava perché due carabinieri la lasciassero entrare nella camera di suo figlio, dove, alla presenza di lui, Mohamed, stavano eseguendo una perquisizione. Mohamed Amin Bessioud è un ragazzo di 25 anni, cittadino italiano, di cui i giornali riportano che nella sua vita ha conosciuto il calcio, le droghe e la depressione. Tre cose che, sebbene in misure diverse, lo accomunano a davvero tanti giovani di questo momento storico. Per cui ci si aspetta che i due carabinieri avessero un’idea di come gestire la situazione, visto che sono stati appositamente formati da un sistema “educativo” preciso. Sta di fatto che quando Nabila è riuscita a aprire la porta, Mohamed era già ammanettato. Questo perché durante quella perquisizione (da domiciliari) gli erano stati trovati 100g di hashish. Non fa nulla se voleva smettere con la droga e se non vi riusciva anche perché i carabinieri che lo “seguivano” (usando un termine preso dal welfare che non c’è) lo minacciavano che sarebbe tornato in prigione. Non fa nulla perché si stava seguendo o il protocollo o quanto imparato nella formazione o qualsiasi altra dannata cosa abbia portato quei due carabinieri, persone anche loro, a decidere di agire come hanno agito. Come i due poliziotti a Bologna. Sta di fatto che Nabila è riuscita a aprire la porta appena in tempo per vedere suo figlio gettarsi dal balcone del terzo piano. Poi i due carabinieri hanno deciso di tenerla in casa, impedendole di scendere, e Mohamed è morto mentre lo trasportavano in ambulanza. I due carabinieri probabilmente verranno spostati dalla città. Forse gli faranno fare un nuovo periodo di formazione, ma all’interno di sistema educativo che con l’Osservatorio ho imparato a conoscere e denunciare, come è da denunciare e obiettare la presenza stessa dei carabinieri nelle scuole. Quale pedagogia viene da una scuola di repressione machista e militarista? Una scuola per cui in questi giorni si indaga per capire se le sue allieve si tolgono la vita, come all’Aquila il 23 luglio, se i suoi graduati tolgono la vita, come a Bologna il 19 luglio, e se i suoi graduati inducono a togliersi la vita, come a Cosenza sempre il 23 luglio. Forse la pedagogia di cui c’era bisogno domenica pomeriggio per Bessaouid era da cercare fra le parole di una sua insegnante, non dei suoi carabinieri. Un’altra insegnante di Cosenza mi ha scritto perché sapeva che collaboro con l’Osservatorio. Chiede che l’attenzione rimanga alta a livello nazionale, dicono che c’è il rischio che questo fatto venga rinarrato. E invita a partecipare lunedì alle 18:30 alla manifestazione che partirà da casa di Mohamed e Nabila. Quanti giovani devono ancora decidere che suicidarsi è un modo per salvarsi? Quante persone devono ancora morire ammanettate da un braccio di quale legge? Di Stati che uccidono i civili ne abbiamo avuto abbastanza. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
A Bologna la polizia uccide: l’omicidio di Stato come indice della militarizzazione del nostro Paese
Domenica, in una Bologna avvolta dalla calura un vero e proprio incubo si è materializzato in una mattina di mezza estate. Sarebbe stata tutta un’altra storia se quella chiamata alle forze dell’ordine fosse arrivata da una villa sui colli ed avesse riguardato un italiano benestante che chiedeva aiuto in stato confusionale. Ma nella realtà, quella telefonata è arrivata dal Pilastro e quando la polizia è arrivata lì non ha trovato un ricco italiano, ma Abderrhaim Fakir, un lavoratore marocchino titolare di una ditta di facchinaggio. Fakir aveva perso da pochi mesi la madre, aveva qualche problema burocratico col rinnovo del permesso di soggiorno e, per via di difficoltà che attraversava la sua ditta, aveva licenziato alcuni suoi dipendenti. Questi e chissà quanti altri problemi erano per lui fonte di malessere e forse erano proprio le ragioni che avevano portato allo stato confusionale di domenica mattina, quando di fronte alle sue urla in un garage del Pilastro, qualche vicino si è allarmato forse eccessivamente (Fakir non stava facendo male a nessuno) e ha deciso di chiamare le forze dell’ordine. Una volante è accorsa sul posto insieme ai sanitari in uno di quelli che si denominano interventi congiunti. E come da protocollo per questi casi, i sanitari sono rimasti del tutto inermi: in presenza di un soggetto che dà in escandescenze, le forze dell’ordine agiscono per prime, per “creare le condizioni” per consentire ai sanitari di intervenire. E la polizia è riuscita in questo intento, visto che in poco tempo hanno proceduto con le manovre d’arresto che hanno immobilizzato a terra Fakir. Ma a quel punto non c’era nient’altro da fare per i sanitari, visto che ormai Fakir non respirava più. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università si unisce al dolore dei suoi cari ed esprime tutta la solidarietà possibile nella tragica occasione deĺla sua scomparsa alla giovane età di 43 anni, una vita interrotta a metà da chi avrebbe dovuto tutelarlo e proteggerlo. La nostra comunità si aspetta verità e giustizia su questo caso e su tanti casi simili già avvenuti in precedenza. Non derubrichiamo questo caso a mero incidente, trovando un modo per minimizzare le conseguenze della violenza razzista e classista che caratterizza questo che è un vero e proprio omicidio di Stato. A tal proposito, si segnala una mappa online degli omicidi e degli abusi commessi dalla polizia nel nostro Paese per far comprendere che non si tratta di poche mele marce, ma che è marcio quasi tutto il frutteto. Pensate che dalle prime comunicazioni della Questura filtravano voci tendenti a classificare la vittima come un senza fissa dimora, allo scopo di sminuire le responsabilità ed il peso per la società, arrivando addirittura a provare a dire che quando erano arrivati i poliziotti lo avessero già trovato morto. Già solo queste falsità danno la misura della gravità della situazione e della volontà “politica” di mettere la polvere sotto il tappeto. MA PERCHÉ L’OSSERVATORIO HA DECISO DI PUBBLICARE QUESTO COMUNICATO? COSA HA A CHE VEDERE QUESTO CASO CON LA NOSTRA ATTIVITÀ? Ebbene, questo tragico evento si iscrive a pieno titolo in quel clima di repressione che sta stringendo sempre più in una morsa la libertà degli e delle italiane (nello stesso giorno della morte di Fakir il Ministro degli Interni Piantedosi ha emanato l’ennesimo decreto sicurezza). E la stretta repressiva, soprattutto nelle periferie, nei quartieri popolari e nei confronti dei ceti subalterni e di chi esprime dissenso, è un elemento chiave del fenomeno di militarizzazione della società. Lo avevamo preannunciato anni fa che la militarizzazione dei luoghi dell’istruzione sarebbe stato solo la prima fase di un processo che si sarebbe poi dispiegato e riversato nel resto della società. E a nostro avviso siamo già da circa un anno in quella seconda fase inaugurata col “pacchetto sicurezza”. E, secondo punto che rileviamo come Osservatorio, gli allievi delle Forze dell’Ordine sono formati attraverso un preciso e studiato “sistema educativo” di cui, come ci insegna il Professor Charlie Barnao, questo evento sarebbe una delle naturali conseguenze (vedi qui). È una vergogna che, invece di lavorare per cambiare al più presto tale sistema, si facciano protocolli per invitare queste persone così formate a tenere lezioni di educazione civica nelle nostre scuole. Ma si va anche oltre la mera militarizzazione della società, con una presenza sempre più minacciosa che in taluni casi sembra voler scimmiottare il “modello ICE” degli USA. In realtà, a nostro avviso siamo davanti ad un fenomeno di israelizzazione della nostra società e il modello dell’ordine pubblico in Italia sembra ispirarsi di più alla polizia israeliana, con la quale peraltro si sono avviate profonde collaborazioni su più ambiti, inclusi quelli “formativi” di cui parlavamo. Quello che forse in tanti non sanno infatti è che da diversi anni la polizia di Stato viene addestrata con tecniche israeliane non solo in ambito investigativo, ma anche nell’uso della forza e nelle manovre d’arresto. Per esempio, molte procedure per immobilizzare e atterrare i cittadini malcapitati vengono mutuate in particolare dal Krav Maga, un sistema di combattimento di origine israeliana che trova ampia diffusione nelle forze dell’ordine anche in Italia. E nella fattispecie, la manovra con cui è stato ucciso Fakir si riferisce a un gruppo di tecniche come quella in figura. I ragazzi che assistono alla “lezione” sono allievi poliziotti. Alcuni, nella foto, sorridevano (vedere qui per l’originale, ma anche questo articolo è indicativo). Si tratta di manovre molto rischiose per le conseguenze sul sistema respiratorio e su quello cardiaco. Questo perché alcune di esse prevedono il blocco delle arterie carotidi per indurre la perdita di coscienza, blocco che se non rimosso in pochi secondi (si pensi ad esempio a George Floyd negli USA) può portare alla morte della persona bloccata a terra, impossibilitata a respirare. LA RISPOSTA DELLA GENTE COMUNE L’unica luce nel buio della tragica uccisione è la reazione della gente comune, scesa in massa già dalla sera di domenica in un presidio organizzato dal basso dai comitati e dalle realtà attivi al Pilastro. Migliaia di cittadine e cittadini si stanno ritrovando mentre scriviamo in Piazza Nettuno a Bologna in un’iniziativa lanciata dal sindaco e raccolta da tante organizzazioni, anche critiche nei confronti della sua Giunta, perché al momento tutte e tutti pretendono verità e giustizia sulla morte di Fakir. Auspici per il futuro: * basta con l’addestramento delle forze dell’ordine attraverso tecniche e manovre che comportano rischi per l’incolumità delle persone e ripensare il modello generale di riferimento per l’addestramento delle forze dell’ordine sulla base del principio primum non nocere; * nei casi di interventi congiunti dare la priorità ai sanitari nella valutazione del caso per comprendere la priorità dell’emergenza sanitaria (Fakir era in evidente stato confusionale); * istruire i sanitari sugli effetti e sui rischi delle manovre affinché possano limitare l’intervento delle forze dell’ordine laddove ravvedano criticità sanitarie (non è possibile che il protocollo preveda che i sanitari debbano astenersi dall’intervenire quando è in gioco la vita di una persona); * non utilizzare le misure di sicurezza per militarizzare ed israelizzare la nostra società. Se c’è un senso che possiamo dare alla morte di Fakir, oltre al garantirgli verità e giustizia, è quello di far sì che da questo punto in poi si tracci una linea a chiare lettere: “MAI PIÙ!” Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università Pubblicato anche su www.pressenza.it. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente