Gerusalemme Est: l’istruzione palestinese tra imposizione del curriculum israeliano e crisi dei permessiLE DUE NOTIZIE
1. Il curriculum israeliano diventa obbligatorio per un terzo degli studenti
Con l’apertura dell’anno scolastico 2026-2027, martedì 1° settembre, tutte le
nuove classi di prima elementare e prima media aperte nelle 105 scuole
municipali israeliane di Gerusalemme Est utilizzano il curriculum israeliano al
posto di quello palestinese. È la prima volta dall’annessione della città nel
1967 che questo avviene in modo sistematico su tutte le nuove classi statali.
Il portavoce del Governatorato di Gerusalemme, Maarouf al-Rifai, ha parlato di
«crimine culturale ed educativo» e di «escalation pericolosa e senza precedenti
dal 1967», sostenendo che l’aderenza al programma palestinese sia una difesa di
memoria, identità, storia e del diritto a costruire la narrazione nazionale.
Secondo le fonti raccolte (Haaretz, Il Manifesto, Avvenire), oltre 45.000
studenti palestinesi (tra il 36% e il 38% degli alunni palestinesi della città,
secondo le diverse fonti) seguiranno ora il programma israeliano, contro circa
13.000 nel 2020 e poche centinaia 15 anni fa. La misura riguarda solo le nuove
classi e non chi ha già iniziato il ciclo con il programma palestinese.
Un fattore esplicativo poco discusso finora è quello economico: la crescita
dell’adesione al curriculum israeliano è legata anche a scelte delle stesse
scuole, sotto la pressione delle necessità occupazionali — divenute stringenti
con la costruzione del Muro nei primi anni 2000, e ancora più forzose dopo il 7
ottobre 2023, quando il flusso di lavoratori tra Gerusalemme Est, Cisgiordania e
mercato del lavoro israeliano si è quasi azzerato: circa 150.000 contratti di
lavoro di palestinesi impiegati in Israele risultano cancellati da allora. Su
questo aspetto il giornalista di Haaretz Nir Hasson ha osservato, criticamente,
che seguire il programma israeliano non trasformerà i palestinesi di Gerusalemme
in sionisti né cancellerà la loro identità nazionale — una posizione che
relativizza l’efficacia della misura anche da un punto di vista israeliano
interno.
2. Le scuole cristiane sospendono le lezioni per il blocco dei permessi ai
docenti
Lo stesso giorno, il Segretariato generale delle istituzioni educative cristiane
di Gerusalemme ha annunciato la sospensione delle lezioni in tutte le scuole
cristiane della città, dopo il mancato rinnovo, senza preavviso, dei permessi
d’ingresso a oltre 70 tra insegnanti e personale amministrativo, sanitario e
tecnico residenti in Cisgiordania. La misura coinvolge oltre 8.500 studenti. Il
Segretariato ha precisato che la sospensione, decisa in coordinamento con le
autorità competenti e i rappresentanti dei genitori, proseguirà fino al rinnovo
dei permessi necessari.
Non è un episodio isolato: per il secondo anno consecutivo le scuole cristiane
sono costrette allo sciopero all’apertura dell’anno. A gennaio 2026 dodici
istituti erano già entrati in sciopero per cinque giorni dopo l’annullamento di
171 permessi, coinvolgendo circa 10.000 studenti. Il 10 marzo 2026 il ministero
israeliano dell’Istruzione aveva inviato una lettera a tutte le scuole cristiane
della città, comunicando che dall’anno 2026-27 l’insegnamento sarebbe stato
permesso solo a docenti con certificazione israeliana e residenza a Gerusalemme
— escludendo di fatto i docenti di Cisgiordania. Due mesi prima, a gennaio 2026,
la Knesset aveva approvato una legge che vieta l’impiego come insegnanti,
presidi o supervisori, nel sistema israeliano e in quello di Gerusalemme Est, a
chi possiede un titolo conseguito in istituzioni di istruzione superiore
dell’ANP.
Sulla vicenda dei permessi esiste una versione ufficiale israeliana finora poco
ripresa: il Cogat, l’organo che amministra i Territori, sostiene di aver
concesso l’autorizzazione a chi ha ricevuto idoneità dagli apparati di sicurezza
— lasciando intendere un filtro di sicurezza piuttosto che un rifiuto
indiscriminato. Il Segretariato cristiano, dal canto suo, insiste che la misura
si è presentata «senza preavviso». Ibrahim Faltas, esponente della Custodia
francescana di Terra Santa, ha ricordato che circa 170 insegnanti provengono da
Betlemme e altre città della Cisgiordania, e che per molte famiglie quel lavoro
è l’unica fonte di reddito.
IL CONTESTO STORICO
Le scuole di Gerusalemme Est hanno seguito per decenni il curriculum giordano,
retaggio dell’amministrazione di Giordania su Cisgiordania e Gerusalemme Est tra
il 1950 e il 1967. Subito dopo l’occupazione del 1967, Israele tentò di imporre
il proprio curriculum, ma l’iniziativa incontrò una forte opposizione — scioperi
e proteste di insegnanti, genitori e studenti — che costrinse Israele a lasciare
in vigore il programma giordano. Negli anni Novanta, con la nascita
dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), fu introdotto gradualmente il
curriculum palestinese, che porta all’esame di maturità Tawjihi.
Dal 2018 il Ministero israeliano dell’Istruzione ha iniziato a incentivare, con
finanziamenti aggiuntivi, l’adozione del curriculum israeliano (che porta al
bagrout, la maturità israeliana) nelle scuole palestinesi — politica
formalizzata in due piani quinquennali (2018-2023 e 2023-2028) per un totale di
1,2 miliardi di shekel. Il Tawjihi non è riconosciuto dalle università
israeliane; il bagrout apre invece l’accesso a università e mercato del lavoro
israeliani. Le famiglie palestinesi si trovano quindi di fronte a un compromesso
tra la tutela dell’identità culturale e nazionale e l’integrazione pratica nel
sistema israeliano.
A gennaio 2026 il parlamento israeliano ha vietato, all’interno del sistema
scolastico israeliano, l’impiego di insegnanti con titoli accademici ottenuti in
istituzioni affiliate all’ANP — misura che riguarda circa il 60% dei circa 6.700
docenti arabi di Gerusalemme Est. Israele ha inoltre chiuso diverse scuole
dell’UNRWA (l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi) e ha requisito complessi
educativi a Shuafat e Kafr Aqab.
DIFFERENZE TRA I DUE CURRICULA
Le differenze non sono solo linguistiche o amministrative:
Narrazione storica: il curriculum palestinese costruisce e preserva la memoria
collettiva nazionale; Israele sostiene che contenga incitamento all’odio e neghi
il proprio diritto a esistere. Nei manuali palestinesi usati a Gerusalemme Est,
le autorità israeliane hanno imposto tagli e pagine censurate su temi storici,
geografici e letterari — pratica documentata dalla ricercatrice Samira Alayan
(Hebrew University) nel suo studio “White Pages” (2017) e confermata, con
maggiore dettaglio istituzionale, dal Report on Palestinian Textbooks 2017-2019
del Georg Eckert Institute (commissionato e finanziato dalla Commissione
europea).
Il rapporto, nel capitolo dedicato ai manuali modificati dalle autorità
israeliane, rileva che le modifiche non recano alcuna indicazione di essere
state alterate né di chi le abbia effettuate. I cambiamenti agiscono su due
livelli: la rimozione delle raffigurazioni di violenza (sia palestinese sia
israeliana), la cancellazione di Israele dalle mappe e delle mappe simboliche
della “Palestina storica”; e un’idealizzazione della coesistenza
israelo-palestinese nei passaggi modificati, senza menzione delle tensioni
esistenti. Vengono inoltre rimossi riferimenti all’identità nazionale
palestinese, simboli nazionali e passaggi su commemorazioni culturali: la
rimozione di interi capitoli di storia regionale e palestinese, conclude il
rapporto, cambia in modo sostanziale la narrazione nazionale trasmessa agli
studenti.
Manuali israeliani: secondo l’analisi di Nurit Peled-Elhanan (Hebrew University,
Premio Sacharov 2001), condotta su 17 testi di storia, geografia ed educazione
civica, i manuali israeliani enfatizzerebbero il diritto storico ebraico sulla
terra, marginalizzando la popolazione araba nelle cartine e nel linguaggio
utilizzato. Le sue tesi sono contestate da organizzazioni filo-israeliane come
MIFF, che ne accusano l’interpretazione dei testi.
Esame finale e riconoscimento: il Tawjihi non è equivalente al bagrout — un
diploma palestinese non consente, ad esempio, l’accesso all’Università Ebraica
di Gerusalemme, mentre il bagrout apre a università e lavoro in Israele.
LE SCUOLE CRISTIANE: STATUTO E UTENZA
Le scuole cristiane sono classificate dal ministero israeliano e dal Comune di
Gerusalemme come “istituti riconosciuti ma non ufficiali” — categoria intermedia
tra pubblico e privato, esente dall’obbligo del curriculum israeliano ma
soggetta a pressioni indirette (permessi, finanziamenti condizionati).
L’utenza è a maggioranza palestinese araba, cristiana e musulmana insieme: nelle
scuole cattoliche di Gerusalemme, su 2.125 alunni, solo il 27% è cristiano (73%
musulmano); alla scuola delle Suore del Rosario, la più grande, solo il 12%
degli alunni è cristiano. Dispensano il curriculum palestinese (Tawjihi) con
manuali modificati dalle autorità israeliane, spesso affiancato da programmi
internazionali (francese, ecc.). Dal 2018 sono sotto pressione per aprire
sezioni bagrout in cambio di sovvenzioni: ad oggi solo 2 delle 12 scuole
cristiane di Gerusalemme Est lo fanno.
IL NODO DEI FINANZIAMENTI EUROPEI
Va distinto un ulteriore livello, quello dei finanziamenti UE all’ANP: dal 2020
il Parlamento europeo vota annualmente risoluzioni non vincolanti che
condizionano il trasferimento di fondi a una revisione dei manuali palestinesi,
accusati di contenere incitamento alla violenza e antisemitismo secondo studi di
IMPACT-se (ONG israeliana). La votazione di maggio 2025 (443 voti favorevoli,
202 contrari, 21 astenuti) è stata la sesta di questo tipo e la prima
accompagnata da una sospensione effettiva dei fondi, con una scadenza fissata a
settembre 2025 per la correzione dei contenuti. Il 4 maggio 2026 il Parlamento
ha approvato la settima risoluzione consecutiva (418 voti favorevoli, 207
contrari, 14 astensioni), che lega i futuri trasferimenti di fondi comunitari
all’ANP in Cisgiordania a una revisione radicale dei programmi scolastici, sulla
base di un nuovo rapporto IMPACT-se (novembre 2025, quasi 300 manuali e 71 guide
per insegnanti esaminati) secondo cui l’ANP continuerebbe a cancellare Israele
da mappe e testi, incorporare motivi antisemiti e glorificare violenza e
martirio.
Va precisato, sulla base del testo ufficiale, che questa non è una risoluzione
autonoma dedicata ai manuali: il documento (P10_TA(2026)0130, approvato in
realtà il 29 aprile 2026) è la risoluzione del Parlamento nell’ambito della
procedura di discarico del bilancio generale UE per l’esercizio 2024 (Sezione X
— Servizio Europeo per l’Azione Esterna); il passaggio sui manuali palestinesi
ne è un paragrafo, non l’oggetto esclusivo del voto. Il testo integrale è
disponibile qui. Il paragrafo pertinente nota che l’UE non finanzia direttamente
i manuali palestinesi, né questi rientrano nelle responsabilità dell’UNRWA (che
comunque li revisiona per problemi di contenuto); ribadisce la necessità che
l’ANP rimuova ogni materiale non conforme agli standard UNESCO, in particolare
quello che incoraggia antisemitismo e incita alla violenza; e sottolinea che il
sostegno finanziario UE all’ANP in ambito educativo dovrebbe essere condizionato
all’allineamento agli standard UNESCO, in linea con i risultati del rapporto
Georg Eckert Institute. Questo chiarisce che la condizionalità riguarda il
sostegno generale all’ANP (inclusi gli stipendi tramite PEGASE), non un
finanziamento diretto e specifico dei testi scolastici.
Nel 2021 vi fu inoltre un congelamento effettivo di 15 milioni di euro per 13
mesi. Dal 2008 l’UE ha trasferito all’ANP circa 3,8 miliardi di euro tramite il
fondo PEGASE, che copre in parte gli stipendi degli insegnanti. La
condizionalità ha diviso le istituzioni UE: nel 2022 quindici ministri degli
Esteri firmarono una lettera al commissario Várhelyi per chiedere lo sblocco
immediato dei fondi, definendo il rischio di “minare o invertire” i progressi di
riforma dell’ANP; alcuni ambasciatori UE avrebbero parlato di “ricatti” e
“sporchi giochi politici” (Le Monde, ripreso da Europa Today). L’Alta
Rappresentante UE Josep Borrell e i capigruppo di Socialisti&Democratici, Verdi
e Sinistra hanno più volte criticato la condizionalità, avvertendo che privare
l’ANP dei fondi per gli stipendi danneggerebbe il diritto all’istruzione e
potrebbe favorire gruppi estremisti. Non risultano, allo stato attuale delle
fonti raccolte, dati quantificati sull’impatto già prodotto sul funzionamento
delle scuole.
Il Report on Palestinian Textbooks 2017-2019 del Georg Eckert Institute — il
principale studio commissionato e finanziato dalla Commissione europea sul tema,
basato sull’analisi di 172 manuali e guide per insegnanti — descrive un quadro
definito esso stesso “complesso”: da un lato i manuali dell’ANP rispettano
ampiamente gli standard UNESCO su diritti umani ed educazione alla cittadinanza
globale; dall’altro esprimono una “narrazione di resistenza” nel contesto del
conflitto israelo-palestinese e mostrano “antagonismo” verso Israele — il
termine “occupazione (sionista)” ricorre assai più spesso di “Israele”, e le
mappe della “Palestina storica” generalmente non includono lo Stato israeliano.
Sul piano metodologico, il rapporto GEI critica esplicitamente gli studi di
IMPACT-se e del Begin-Sadat Center (BESA) come caratterizzati da “conclusioni
generalizzanti ed esagerate basate su carenze metodologiche”; IMPACT-se ha
risposto accusando a sua volta il rapporto GEI di conclusioni di sintesi
“incongruenti” rispetto ai dati che il rapporto stesso presenta nel corpo del
testo.
Il contenuto specifico delle revisioni in corso: un’inchiesta de L’Espresso (25
marzo 2026), basata su documenti trapelati e ottenuti dal giornale palestinese
Quds Network, descrive nel dettaglio le modifiche richieste all’ANP in cambio
dei fondi europei. Una lettera del 19 gennaio 2026, inviata dal ministro
dell’Istruzione palestinese Amjad Barham al ministro delle Finanze Istifan
Salameh, elenca circa 300 richieste di modifica sui manuali dalla prima alla
decima classe (arabo, storia, geografia, matematica, educazione civica):
l’eliminazione dei termini “Nakba”, “rifugiato” e “sionismo”; la rimozione
dell’inno nazionale, della bandiera e dell’emblema dell’aquila dai testi di
prima elementare; la cancellazione di poesie patriottiche come “Ala Dal’ouna” e
di lezioni su Giaffa come città palestinese; la riformulazione della frase
“Gerusalemme è la capitale della Palestina” verso una definizione che enfatizza
il carattere religioso condiviso della città; la rimozione di riferimenti ai
prigionieri nelle carceri israeliane e agli scioperi della fame, sostituiti da
contenuti generici su pace e convivenza. Secondo L’Espresso, alcuni manuali
subirebbero revisioni superiori al 30% del contenuto originario. L’ANP ha
firmato nel 2024 una “Lettera di Intenti” che accetta queste condizioni.
Va segnalata una discrepanza tra le fonti sulle cifre dei congelamenti:
L’Espresso riporta un blocco del 2021 di oltre 220 milioni di euro (contro i 15
milioni citati da altre fonti raccolte in precedenza — probabilmente riferiti a
una tranche specifica anziché al totale) e una data del 7 maggio 2025 per la
risoluzione che altre fonti collocano al 13 maggio 2025; riporta inoltre oltre 4
miliardi di euro di introiti fiscali trattenuti da Israele (contro gli 1,2
miliardi di dollari citati da Avvenire, probabilmente riferiti a un periodo
diverso). Non è stato possibile, con le fonti disponibili, riconciliare in modo
definitivo questi numeri — potrebbero riferirsi a periodi, tranche o voci di
bilancio differenti — ma la direzione del fenomeno, un sottofinanziamento
cronico del sistema scolastico palestinese, è confermata da più fonti
indipendenti.
Conseguenze sul funzionamento delle scuole: a causa della crisi finanziaria, gli
stipendi degli insegnanti risulterebbero tagliati di almeno un terzo da anni,
con scioperi ricorrenti; in diverse aree gli studenti frequenterebbero la scuola
solo tre giorni a settimana per carenza di personale. L’Espresso riporta inoltre
il rifiuto di una quindicina di insegnanti e dirigenti scolastici in
Cisgiordania (zona di Hebron) di rilasciare interviste sul tema, per timore di
ritorsioni da parte dell’ANP, incluso il rischio di detenzione amministrativa —
un elemento che introduce, accanto alla pressione israeliana ed europea, anche
quella esercitata dall’ANP sul proprio personale docente per garantire
l’attuazione delle revisioni concordate.
Reazioni: a metà gennaio 2026 gli studenti palestinesi nei campi profughi in
Libano hanno protestato dopo aver scoperto che un libro di geografia dell’UNRWA
era stato modificato sostituendo il termine “Palestina” con “Gaza” e
“Cisgiordania”; in diverse scuole gli studenti hanno bruciato i testi in segno
di rifiuto.
IL COLLASSO FINANZIARIO DI UNRWA E ANP: UN TERZO CANALE DI PRESSIONE
Accanto a curriculum e permessi, un terzo canale colpisce l’istruzione
palestinese attraverso il prosciugamento delle risorse degli enti che la
finanziano.
UNRWA: l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi, nata nel 1948, garantisce oggi
sostegno sanitario, educativo e finanziario a oltre 900.000 persone. Ha perso i
finanziamenti USA (300 milioni di dollari), solo parzialmente riattivati durante
la presidenza Biden. Una legge israeliana del 2024, che accusa l’agenzia di
collusione con milizie a Gaza, ne ha reso illegali le attività sul territorio
israeliano, spingendola fuori da Gerusalemme. Il personale ha subito tagli di
salario e giorni lavorativi.
Le incursioni al centro professionale di Qalandia: la struttura, storica sede
UNRWA a pochi chilometri da Ramallah nell’omonimo campo profughi, forma ogni
anno 340 studenti in 15 attività professionali, con un tasso di collocamento
lavorativo del 90%. È stata oggetto di ripetute incursioni di esercito e polizia
israeliani (l’ottava in un anno, secondo Avvenire, con due raid in 24 ore in un
solo caso), nonostante Qalandia rientri nella Zona C degli Accordi di Oslo — pur
essendo rivendicata da Israele come parte della municipalità di Gerusalemme. Un
dirigente UNRWA ha definito le incursioni un attacco diretto “all’educazione e
al lavoro dei giovani”, mettendo a rischio l’apertura dell’anno scolastico
prevista per il 7 settembre.
Autorità Nazionale Palestinese: il ministro delle Finanze israeliano Bezalel
Smotrich trattiene almeno 1,2 miliardi di dollari di introiti fiscali dovuti
all’ANP in base agli Accordi di Parigi del 1994, aggravando il deficit
dell’Autorità e, indirettamente, la sua capacità di sostenere il sistema
scolastico palestinese (curriculum, stipendi) anche a Gerusalemme Est.
UN QUARTO CANALE: LA DIPLOMAZIA POST-CEASEFIRE E LA CANCELLAZIONE DEL NOME
“PALESTINA”
Middle East Eye ha pubblicato il 3 settembre 2026 un’intervista a Jeremy
Greenstock, ambasciatore britannico all’ONU tra il 1998 e il 2003, nella quale
sostiene — sulla base di una fonte a livello ministeriale, non di testimonianza
diretta — che Tony Blair, inviato dal Board of Peace istituito dal presidente
statunitense Donald Trump per la gestione postbellica di Gaza, si sarebbe recato
a Ramallah per chiedere all’Autorità Palestinese di rimuovere la parola
“Palestina” dai libri scolastici, sostituendola con la designazione ebraica
“Samaria” — come condizione perché il Board considerasse l’ANP capace di
raggiungere un accordo con Israele. Secondo Greenstock, il presidente Mahmoud
Abbas avrebbe rifiutato categoricamente. Un portavoce di Blair ha smentito
recisamente l’episodio, definendolo “una completa fabbricazione”. Si tratta
pertanto di un’accusa contestata e non verificata in modo indipendente, non di
un fatto accertato.
Al di là dell’accusa specifica, l’articolo documenta altri episodi verificabili
che si inseriscono nello stesso schema di cancellazione del nome “Palestina”: –
UNRWA Libano, sotto una campagna di pressione, ha sostituito il termine
“Palestina” con “Cisgiordania” e “Striscia di Gaza” in mappe di geografia
regionale per la sesta elementare, scatenando scioperi e proteste (episodio già
discusso in precedenza in questo contributo). Un Independent Review Group
guidato dall’ex ministra degli Esteri francese Catherine Colonna non ha trovato
prove a sostegno delle accuse israeliane di collusione del personale UNRWA con
organizzazioni terroristiche, pur formulando 50 raccomandazioni per rafforzare
la neutralità dell’agenzia. – Nel Regno Unito, un gruppo trasversale di
parlamentari ha chiesto un’indagine sulla rimozione delle parole “Palestina”,
“palestinese” e “occupazione israelita” dalle esposizioni del British Museum. –
Secondo quanto appreso da MEE (non verificato indipendentemente in questo
articolo), un curriculum palestinese rivisto sarebbe “in circolazione privata
per consultazione” nei territori occupati.
Se anche solo parzialmente fondato, questo insieme di episodi indicherebbe un
quarto canale di pressione sulla terminologia e la memoria palestinesi, distinto
da Israele, UE e ANP: quello della diplomazia internazionale del dopo-cessate il
fuoco (Board of Peace), rivolto non alla censura di singoli contenuti ma alla
cancellazione del nome stesso “Palestina” a favore di una terminologia associata
alla destra israeliana e al movimento dei coloni.
CONCLUSIONE
I fatti documentati in questo articolo— imposizione progressiva del curriculum
israeliano, censura dei manuali palestinesi, esclusione dei docenti formati in
istituzioni dell’ANP, blocco dei permessi al personale scolastico, requisizione
di edifici UNRWA, prosciugamento dei fondi che sostengono il sistema educativo
palestinese — convergono su un unico terreno: il controllo di ciò che le nuove
generazioni palestinesi di Gerusalemme Est imparano su se stesse, sulla propria
storia e sulla propria appartenenza nazionale.
Una parte della lettura data a questi eventi, sostenuta dal Governatorato di
Gerusalemme e da diversi osservatori palestinesi, li inquadra come un tentativo
deliberato di cancellazione dell’identità nazionale — una forma di violenza che
colpisce la memoria collettiva e la dignità storica di un popolo tanto quanto le
misure più visibili sui territori e sulla popolazione. In questa lettura,
sostituire una narrazione con un’altra diventa uno strumento con cui si
consolida un’annessione mai riconosciuta a livello internazionale, incidendo su
un terreno — quello simbolico e identitario — che si aggiunge alle dimensioni
più direttamente distruttive della guerra a Gaza.
Va detto, per completezza, che l’applicazione del concetto di genocidio a queste
dinamiche non è né priva di fondamento giuridico né di una linea
giurisprudenziale consolidata: si tratta di un dibattito aperto. La Convenzione
ONU del 1948 definisce il genocidio come atti compiuti con l’intento di
distruggere fisicamente, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico,
razziale o religioso — e le accuse di genocidio mosse dal Sudafrica contro
Israele davanti alla Corte Internazionale di Giustizia si concentrano
prevalentemente su questa dimensione fisica e biologica, riferita soprattutto a
Gaza. Su questa base ristretta, non risultano, allo stato delle fonti raccolte,
pronunce di organismi giurisdizionali internazionali che abbiano specificamente
qualificato come genocidio le due vicende scolastiche di Gerusalemme Est qui
descritte (curriculum, permessi).
Esiste però, in sede accademica e nel dibattito giuridico, un filone distinto
dedicato al genocidio culturale, che alcuni studiosi (ad esempio nel volume
collettaneo Genocide in the Age of the Nation State, Taylor & Francis) applicano
esplicitamente al caso palestinese, includendovi la distruzione di scuole,
archivi e biblioteche accanto alla cancellazione della toponomastica e della
memoria della Nakba. Un’analisi giuridica pubblicata dall’Istituto IARI nel
marzo 2026 nota che, sebbene le accuse davanti alla CIG restino centrate sulla
distruzione fisica, la dimensione culturale del genocidio è emersa come
“rilevante considerazione” nel dibattito più ampio, pur restando terreno di
“zone d’ombra” nel diritto internazionale vigente.
Diversi osservatori usano inoltre il termine “scholasticide” (genocidio del
sapere) per l’impatto della guerra sulle infrastrutture educative, riferendosi
però soprattutto alla distruzione fisica delle scuole a Gaza, un contesto
diverso da quello amministrativo di Gerusalemme Est. Il governo israeliano
respinge fermamente ogni caratterizzazione delle proprie politiche educative
come genocidarie, definendole invece necessità di sicurezza, di standard
professionali o di integrazione economica. Le tre giustificazioni, però,
presentano tensioni interne se confrontate con i fatti documentati sopra.
La sicurezza giustifica formalmente il regime dei permessi (è la stessa base
invocata dal Cogat per il filtro sugli insegnanti di Cisgiordania), ma si
applica indistintamente a decine e centinaia di docenti alla volta, senza
criteri resi pubblici caso per caso, colpendo interi istituti anziché individui
— un meccanismo che, nei fatti riportati, ha finora sempre coinciso con
l’esclusione collettiva di chi proviene dal sistema educativo palestinese, non
con casi individuali di rischio dichiarato.
Gli standard professionali sono invocati dalla legge che esclude i docenti con
titoli ottenuti in istituzioni dell’ANP — ma l’esclusione riguarda l’origine
istituzionale del titolo, non una valutazione delle competenze effettive di chi
lo possiede: circa il 60% dei circa 6.700 insegnanti di Gerusalemme Est ha
percorsi di questo tipo, e la misura ne taglia fuori la maggioranza dal mercato
del lavoro anziché prevedere percorsi di riconoscimento, equipollenza o
riqualificazione.
L’integrazione economica è l’argomento più difficile da conciliare con il quadro
descritto: lo stesso periodo in cui si registra la crescita dell’adesione al
curriculum israeliano (motivata anche dalle famiglie con l’accesso al mercato
del lavoro israeliano) coincide con la cancellazione di circa 150.000 contratti
di lavoro di palestinesi impiegati in Israele dopo il 7 ottobre 2023 e con la
progressiva chiusura dei canali di mobilità verso la Cisgiordania.
L’integrazione economica promessa dal bagrout si scontra quindi con un mercato
del lavoro che, nello stesso arco di tempo, si è reso strutturalmente meno
accessibile ai palestinesi.
A queste due pressioni dirette (curriculum israeliano, permessi) se ne
affiancano altre due, più indirette ma dello stesso segno. La condizionalità dei
fondi europei ha spinto l’ANP a riscrivere autonomamente i propri manuali,
rimuovendo termini come “Nakba”, “rifugiato” e “sionismo” — cioè proprio quel
lessico che, secondo la lettura del Governatorato di Gerusalemme citata sopra,
costituisce l’ossatura della memoria nazionale palestinese. In questo caso non è
Israele a imporre direttamente la cancellazione, ma è un attore terzo (l’UE) a
renderla condizione per l’erogazione di fondi essenziali, con l’ANP che la
traduce in pratica sul proprio stesso curriculum — al punto da generare, secondo
le fonti raccolte, un clima di reticenza tra insegnanti e dirigenti scolastici
timorosi di ritorsioni interne.
A questo si aggiunge, secondo l’accusa (contestata da Blair) riferita da
Greenstock, un possibile quarto canale: la diplomazia post-ceasefire del Board
of Peace, che spingerebbe non solo verso l’attenuazione di singoli contenuti ma
verso la sostituzione del nome stesso “Palestina”. Il risultato netto,
indipendentemente dall’attore che lo determina in ciascun caso e dal grado di
certezza con cui ciascun episodio è documentato, è una convergenza di pressioni
israeliana, europea, amministrativa palestinese e diplomatica internazionale
verso la riduzione dello stesso repertorio simbolico e lessicale.
Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
--------------------------------------------------------------------------------
Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo
donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui:
FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM
Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo!
Fai una donazione
--------------------------------------------------------------------------------
FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE
Apprezziamo il tuo contributo.
Dona mensilmente
--------------------------------------------------------------------------------
FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE
Apprezziamo il tuo contributo.
Dona annualmente