
«Sarà una risata che vi seppellirà». Considerazioni sulla diserzione e sulla guerra
Osservatorio contro militarizzazione di scuole e università - Saturday, September 5, 2026Il breve esergo ci serve per commentare il fenomeno della resistenza alle armi che, come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, registriamo. Nel mondo, attualmente, si stanno svolgendo decine e decine di conflitti locali e di guerre dichiarate. E sono migliaia i renitenti alla leva nelle guerre o coloro che disertano. Potremmo partire da quelle considerate – dalla retorica patria – più gloriose. Ad esempio, durante il Risorgimento venivano reclutati i contadini meridionali, ignari spesso di quel che andava accadendo, ma sicuri di dover lasciare nell’incuria e nell’ulteriore miseria le loro campagne. Oppure possiamo citare le centinaia di soldati passati per le armi durante la Prima guerra mondiale, perché avevano osato fraternizzare in trincea con l’esercito nemico o si erano rifiutati di obbedire a ordini suicidi.
L’origine della didascalia è incerta, ma certo è l’orgoglio dell’irrisione anarchica alla repressione, alla guerra. Certa è l’efficacia del messaggio: il cambiamento sociale e politico è ineluttabile: siamo dalla parte vincente e la storia ce ne darà atto.Ogni guerra si porta dietro il suo bel numero di morti, di renitenti che pagano la loro coraggiosa scelta con anni di carcere.
In Ucraina da mesi sono particolarmente forti le proteste contro i reclutatori che passano di villaggio in villaggio catturando giovani in età da militare per spedirli al fronte, cronaca documenta da decine di episodi culminati anche in feriti e morti. La fuga verso la Polonia è iniziata quasi subito, soprattutto da parte dei frontalieri che, ad esempio in Galizia, andavano oltre confine a lavorare, integrando così i magri salari e la perdita di ogni tutela sociale, dagli anni Novanta.
I disertori sono più numerosi di quelli presenti nelle statistiche ufficiali. C’è chi non risponde alla chiamata militare, chi scappa all’estero, chi abbandona l’esercito facendo perdere le tracce. Ci sono gli obiettori di coscienza che rifiutano di prendere le armi e, meno numerosi, ma sicuramente presenti, coloro che hanno rifiutato anche impieghi civili in subordine alla macchina militare.
Unimondo – testata giornalistica che si occupa di temi legati alla sostenibilità ambientale e alla pace (temi correlati, ovviamente) – ha documentato e provato a quantificare la diserzione (https://www.unimondo.org/dossier/dossier-disertori-1).
Un paragrafo di questo dossier a cura di Raffaele Crocco offre una panoramica esaustiva della diserzione nella guerra in corso in Ucraina. Il numero che ha raggiunto, pur considerando che negli ultimi mesi il governo non ha aggiornato i dati (sarebbero una pessima propaganda antipatriottica) arriva a circa 200mila disertori, spesso militari assenti senza autorizzazione dei comandi (importanti sono le distinzioni che il giornalista opera in incipit, fra tipologie di abbandono): «Nel settembre 2025 l’Ufficio del Procuratore generale ucraino fornì una delle ultime serie statistiche dettagliate disponibili. Dall’inizio dell’invasione su vasta scala erano stati registrati: 202.650 procedimenti per assenza non autorizzata dal reparto; 50.029 procedimenti per diserzione. Soltanto 12.448 procedimenti del primo tipo e 670 per diserzione erano stati trasmessi ai tribunali. È un dato importante: un procedimento aperto non equivale ad una condanna e neppure necessariamente ad una persona diversa. In realtà, il fenomeno sta accelerando rapidamente. Nei primi dieci mesi del 2025 sono stati registrati 161.461 nuovi procedimenti per AWOL, circa quattro volte più di quelli dello stesso periodo dell’anno precedente. La media era arrivata a circa 16.000 procedimenti al mese. Poi, dal 2026, i numeri sono diventati più difficili da conoscere. Nel dicembre 2025 l’Ufficio del Procuratore generale ha deciso di limitare l’accesso pubblico alle statistiche relative ai reati militari, comprese assenza non autorizzata e diserzione, sostenendo che la loro diffusione durante la legge marziale avrebbe potuto fornire informazioni sensibili sulla situazione delle forze armate».
Teniamo conto che in questi anni di guerra sono intervenuti anche i legislatori per consentire ai disertori di rientrare volontariamente in servizio evitando l’arresto. Non è dato conoscere il numero dei detenuti per renitenza alla leva. Lo stesso diritto alla obiezione di coscienza, insieme ad abusi di varia natura, viene denunciato dall’Alto Commissariato per i Diritti Umani dell’ONU.
Pur riconoscendo teoricamente il diritto ad un servizio alternativo a quello militare di cui si è tuttavia perso traccia. Anzi, ad onore del vero, non esiste alcuna possibilità concreta di scegliere l’obiezione di coscienza. E i numeri ci confermano quanto vasta sia la renitenza al servizio militare. Continua il dossier: «Circa 200.000 militari AWOL, secondo la dichiarazione del ministro della Difesa del gennaio 2026. Circa due milioni di persone ricercate in relazione alla mobilitazione. Centinaia di migliaia di procedimenti aperti negli anni precedenti. Programmi speciali per convincere chi è scappato a rientrare. Non possiamo chiamarli tutti disertori, questo lo abbiamo chiarito. Possiamo però dire che la guerra sta producendo una frattura. Da una parte c’è uno Stato, inteso come organizzazione e istituzione, che ha bisogno di uomini per continuare a difendersi. Dall’altra ci sono individui che, per ragioni diversissime e legittime, non vogliono partire, non vogliono tornare o non vogliono proprio combattere».
La guerra produce drammatiche fratture, ricorda Crocco. Le guerre sono sempre anche guerre famigliari, quando non apertamente civili. Un aspetto che sta caratterizzando anche la più compaginata società russa: la guerra-lampo, secondo l’intento putiniano, sta corrompendosi in ormai quattro anni di conflitto, e anche la popolazione russa è stanca. Sono stanchi gli israeliani?
È sdegnata una parte della società chiamata alle armi, generazioni e generazioni di giovani, di riservisti, donne e uomini, da oltre un secolo. E, certo, non basta perché cessi il genocidio in atto. Ma, mentre occorrerebbe leggere la prosecuzione del lavoro documentario di Unimondo su questo punto, e non è l’intento di questo commento, scriviamo qualche annotazione conclusiva.
Mentre i dati sono numeri dotati di qualche oggettività razionale, per altro sempre incerta, importanti in tutte le guerre sono anche le testimonianze. Il testimone, il testis, in greco màrtys (così accolto nella liturgia cristiana) è colui che ha visto, ha patito e che può raccontare. Annette Wieviorka scriveva che la testimonianza è dentro e fuori della lingua, sta fra l’indicibile, il rimosso, il volutamente dimenticato, o manipolato, e la potenza della parola spesa di fronte a chi ascolta, e non ha né vissuto, né visto direttamente le vicende raccontate (L’era del testimone, Cortina Editore, Milano 1998).
Il testimone spesso non è attendibile (o gli viene attribuito un eccesso di veridicità), lo si è visto nei clamorosi processi di Norimberga del 1945/’46 e di Gerusalemme a Adolf Eichmann nel 1961. Nelle aule dei tribunali ordinari ugualmente è difficile per le parti in gioco appurare l’attendibilità del testimone.
In Italia lavorano migliaia di donne ucraine. Ciascuna di loro ha una storia di emigrazione da raccontare che data da prima della guerra del 2022. Risale al crollo del regime sovietico. È il caso di Irina (nome di fantasia) che, ginecologa all’ospedale di Leopoli, perde il lavoro dopo la privatizzazione del sistema sanitario. Viene a lavorare in Italia, suo figlio, laureato in economia, è impiegato in banca. Deve costantemente integrare lo stipendio con lavori da manovale in Polonia, frontiera che passa molto spesso. Ha partecipato alle manifestazioni di Piazza Maidan del 2014, ci ha creduto, malgrado le manipolazioni evidenti, credeva nell’Europa come nuova cornice valoriale ed economica, sistema migliore del regime precedente. Nel 2022 è stato reclutato: è morto mettendo la testa fuori dalla sua trincea, come si moriva nella Prima Guerra Mondiale. Suo cugino, coetaneo, è scappato, forse in Germania. Irina, che pure vive i rigori della guerra sentendosi vittima, si chiede perché suo figlio non ha fatto altrettanto.
E, ancora, non testimone, ma prestigioso corrispondente per il New York Times, Yaralov Trofinov, in una conversazione con Lucio Caracciolo condotta da Massimo Cacciari, glissa sulle responsabilità delle NATO, continua a credere che l’Europa aiuterà l’Ucraina a respingere la Russia, tratteggia un ritratto di Volodymyr Zelensky statista democratico nonché di origini ebraiche (titolo di merito?). Malgrado lo correggano spesso – anche se non proprio decisamente, Caracciolo e Cacciari – per lui la guerra in Ucraina è paragonabile a quella del Peloponneso, che crede sia un modello di arroganti invasori cacciati ai margini della storia.
Al tema di questo nostro pezzo, il rifiuto della guerra, accennano il conduttore e l’altro ospite. Il giornalista testimonia solo le ragioni del paese invaso e anche lui – come il ragazzo di Maidan – crede che l’Europa lo salverà dall’orso russo.
Allora, visto che le guerre dispensano onori e infamie, noi stiamo a fianco del renitente, del disertore, di chi fugge, di chi obietta che la guerra non è mai la sua.
Federico Giusti, Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui:
Fai una donazione una tantum
Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo!
Fai una donazioneFai una donazione mensilmente
Apprezziamo il tuo contributo.
Dona mensilmenteFai una donazione annualmente
Apprezziamo il tuo contributo.
Dona annualmente