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«Sarà una risata che vi seppellirà». Considerazioni sulla diserzione e sulla guerra
Il breve esergo ci serve per commentare il fenomeno della resistenza alle armi che, come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, registriamo. Nel mondo, attualmente, si stanno svolgendo decine e decine di conflitti locali e di guerre dichiarate. E sono migliaia i renitenti alla leva nelle guerre o coloro che disertano. Potremmo partire da quelle considerate – dalla retorica patria – più gloriose. Ad esempio, durante il Risorgimento venivano reclutati i contadini meridionali, ignari spesso di quel che andava accadendo, ma sicuri di dover lasciare nell’incuria e nell’ulteriore miseria le loro campagne. Oppure possiamo citare le centinaia di soldati passati per le armi durante la Prima guerra mondiale, perché avevano osato fraternizzare in trincea con l’esercito nemico o si erano rifiutati di obbedire a ordini suicidi. L’origine della didascalia è incerta, ma certo è l’orgoglio dell’irrisione anarchica alla repressione, alla guerra. Certa è l’efficacia del messaggio: il cambiamento sociale e politico è ineluttabile: siamo dalla parte vincente e la storia ce ne darà atto. OGNI GUERRA SI PORTA DIETRO IL SUO BEL NUMERO DI MORTI, DI RENITENTI CHE PAGANO LA LORO CORAGGIOSA SCELTA CON ANNI DI CARCERE. In Ucraina da mesi sono particolarmente forti le proteste contro i reclutatori che passano di villaggio in villaggio catturando giovani in età da militare per spedirli al fronte, cronaca documenta da decine di episodi culminati anche in feriti e morti. La fuga verso la Polonia è iniziata quasi subito, soprattutto da parte dei frontalieri che, ad esempio in Galizia, andavano oltre confine a lavorare, integrando così i magri salari e la perdita di ogni tutela sociale, dagli anni Novanta. I disertori sono più numerosi di quelli presenti nelle statistiche ufficiali. C’è chi non risponde alla chiamata militare, chi scappa all’estero, chi abbandona l’esercito facendo perdere le tracce. Ci sono gli obiettori di coscienza che rifiutano di prendere le armi e, meno numerosi, ma sicuramente presenti, coloro che hanno rifiutato anche impieghi civili in subordine alla macchina militare. Unimondo – testata giornalistica che si occupa di temi legati alla sostenibilità ambientale e alla pace (temi correlati, ovviamente) – ha documentato e provato a quantificare la diserzione (https://www.unimondo.org/dossier/dossier-disertori-1). Un paragrafo di questo dossier a cura di Raffaele Crocco offre una panoramica esaustiva della diserzione nella guerra in corso in Ucraina. Il numero che ha raggiunto, pur considerando che negli ultimi mesi il governo non ha aggiornato i dati (sarebbero una pessima propaganda antipatriottica) arriva a circa 200mila disertori, spesso militari assenti senza autorizzazione dei comandi (importanti sono le distinzioni che il giornalista opera in incipit, fra tipologie di abbandono): «Nel settembre 2025 l’Ufficio del Procuratore generale ucraino fornì una delle ultime serie statistiche dettagliate disponibili. Dall’inizio dell’invasione su vasta scala erano stati registrati: 202.650 procedimenti per assenza non autorizzata dal reparto; 50.029 procedimenti per diserzione. Soltanto 12.448 procedimenti del primo tipo e 670 per diserzione erano stati trasmessi ai tribunali. È un dato importante: un procedimento aperto non equivale ad una condanna e neppure necessariamente ad una persona diversa. In realtà, il fenomeno sta accelerando rapidamente. Nei primi dieci mesi del 2025 sono stati registrati 161.461 nuovi procedimenti per AWOL, circa quattro volte più di quelli dello stesso periodo dell’anno precedente. La media era arrivata a circa 16.000 procedimenti al mese. Poi, dal 2026, i numeri sono diventati più difficili da conoscere. Nel dicembre 2025 l’Ufficio del Procuratore generale ha deciso di limitare l’accesso pubblico alle statistiche relative ai reati militari, comprese assenza non autorizzata e diserzione, sostenendo che la loro diffusione durante la legge marziale avrebbe potuto fornire informazioni sensibili sulla situazione delle forze armate». Teniamo conto che in questi anni di guerra sono intervenuti anche i legislatori per consentire ai disertori di rientrare volontariamente in servizio evitando l’arresto. Non è dato conoscere il numero dei detenuti per renitenza alla leva. Lo stesso diritto alla obiezione di coscienza, insieme ad abusi di varia natura, viene denunciato dall’Alto Commissariato per i Diritti Umani dell’ONU. Pur riconoscendo teoricamente il diritto ad un servizio alternativo a quello militare di cui si è tuttavia perso traccia. Anzi, ad onore del vero, non esiste alcuna possibilità concreta di scegliere l’obiezione di coscienza. E i numeri ci confermano quanto vasta sia la renitenza al servizio militare. Continua il dossier: «Circa 200.000 militari AWOL, secondo la dichiarazione del ministro della Difesa del gennaio 2026. Circa due milioni di persone ricercate in relazione alla mobilitazione. Centinaia di migliaia di procedimenti aperti negli anni precedenti. Programmi speciali per convincere chi è scappato a rientrare. Non possiamo chiamarli tutti disertori, questo lo abbiamo chiarito. Possiamo però dire che la guerra sta producendo una frattura. Da una parte c’è uno Stato, inteso come organizzazione e istituzione, che ha bisogno di uomini per continuare a difendersi. Dall’altra ci sono individui che, per ragioni diversissime e legittime, non vogliono partire, non vogliono tornare o non vogliono proprio combattere». LA GUERRA PRODUCE DRAMMATICHE FRATTURE, RICORDA CROCCO. LE GUERRE SONO SEMPRE ANCHE GUERRE FAMIGLIARI, QUANDO NON APERTAMENTE CIVILI. UN ASPETTO CHE STA CARATTERIZZANDO ANCHE LA PIÙ COMPAGINATA SOCIETÀ RUSSA: LA GUERRA-LAMPO, SECONDO L’INTENTO PUTINIANO, STA CORROMPENDOSI IN ORMAI QUATTRO ANNI DI CONFLITTO, E ANCHE LA POPOLAZIONE RUSSA È STANCA. SONO STANCHI GLI ISRAELIANI? È sdegnata una parte della società chiamata alle armi, generazioni e generazioni di giovani, di riservisti, donne e uomini, da oltre un secolo. E, certo, non basta perché cessi il genocidio in atto. Ma, mentre occorrerebbe leggere la prosecuzione del lavoro documentario di Unimondo su questo punto, e non è l’intento di questo commento, scriviamo qualche annotazione conclusiva. Mentre i dati sono numeri dotati di qualche oggettività razionale, per altro sempre incerta, importanti in tutte le guerre sono anche le testimonianze. Il testimone, il testis, in greco màrtys (così accolto nella liturgia cristiana) è colui che ha visto, ha patito e che può raccontare. Annette Wieviorka scriveva che la testimonianza è dentro e fuori della lingua, sta fra l’indicibile, il rimosso, il volutamente dimenticato, o manipolato, e la potenza della parola spesa di fronte a chi ascolta, e non ha né vissuto, né visto direttamente le vicende raccontate (L’era del testimone, Cortina Editore, Milano 1998). Il testimone spesso non è attendibile (o gli viene attribuito un eccesso di veridicità), lo si è visto nei clamorosi processi di Norimberga del 1945/’46 e di Gerusalemme a Adolf Eichmann nel 1961. Nelle aule dei tribunali ordinari ugualmente è difficile per le parti in gioco appurare l’attendibilità del testimone. In Italia lavorano migliaia di donne ucraine. Ciascuna di loro ha una storia di emigrazione da raccontare che data da prima della guerra del 2022. Risale al crollo del regime sovietico. È il caso di Irina (nome di fantasia) che, ginecologa all’ospedale di Leopoli, perde il lavoro dopo la privatizzazione del sistema sanitario. Viene a lavorare in Italia, suo figlio, laureato in economia, è impiegato in banca. Deve costantemente integrare lo stipendio con lavori da manovale in Polonia, frontiera che passa molto spesso. Ha partecipato alle manifestazioni di Piazza Maidan del 2014, ci ha creduto, malgrado le manipolazioni evidenti, credeva nell’Europa come nuova cornice valoriale ed economica, sistema migliore del regime precedente. Nel 2022 è stato reclutato: è morto mettendo la testa fuori dalla sua trincea, come si moriva nella Prima Guerra Mondiale. Suo cugino, coetaneo, è scappato, forse in Germania. Irina, che pure vive i rigori della guerra sentendosi vittima, si chiede perché suo figlio non ha fatto altrettanto. E, ancora, non testimone, ma prestigioso corrispondente per il New York Times, Yaralov Trofinov, in una conversazione con Lucio Caracciolo condotta da Massimo Cacciari, glissa sulle responsabilità delle NATO, continua a credere che l’Europa aiuterà l’Ucraina a respingere la Russia, tratteggia un ritratto di Volodymyr Zelensky statista democratico nonché di origini ebraiche (titolo di merito?). Malgrado lo correggano spesso – anche se non proprio decisamente, Caracciolo e Cacciari – per lui la guerra in Ucraina è paragonabile a quella del Peloponneso, che crede sia un modello di arroganti invasori cacciati ai margini della storia. Al tema di questo nostro pezzo, il rifiuto della guerra, accennano il conduttore e l’altro ospite. Il giornalista testimonia solo le ragioni del paese invaso e anche lui – come il ragazzo di Maidan – crede che l’Europa lo salverà dall’orso russo. ALLORA, VISTO CHE LE GUERRE DISPENSANO ONORI E INFAMIE, NOI STIAMO A FIANCO DEL RENITENTE, DEL DISERTORE, DI CHI FUGGE, DI CHI OBIETTA CHE LA GUERRA NON È MAI LA SUA.   Federico Giusti, Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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Impatto economico della guerra: 12 miliardi di costi energetici per CNA
In questi giorni, la CNA (Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della piccola e media impresa) ha quantificato in quasi dodici miliardi il conto energetico derivato, nel periodo compreso tra il 1° marzo e il 31 agosto, dalla guerra contro l’Iran. Una guerra condotta in modo diretto da USA e Israele, cui partecipano, in termini diversi, vari Paesi dell’Unione Europea. Non ultima l’Italia, a suo modo coinvolta pure nel conflitto russo-ucraino. Non a caso, il settore bellico del paese guidato da Volodymyr Zelensky risulta sempre più interno all’orbita europea. Ma su questo torneremo. Al momento, va segnalato quanto il caro energia gravi sulle famiglie e sulle imprese. La CNA, infatti, stima intorno ai «5,8 miliardi il maggiore costo di benzina e gasolio nel semestre»[1] pocanzi menzionato. Il che non può non incidere sulla salute delle imprese, soprattutto di quelle dalle piccole e medie dimensioni. Ma ha un impatto ancor più forte sui bilanci familiari. Si pensi solo al fatto che, coloro che appartengono ai ceti basso e medio-basso, da almeno un trentennio vedono una costante erosione del potere d’acquisto dei loro salari e delle loro pensioni.  Se si fa riferimento al mese di luglio, si registrano prezzi medi di «1,908 euro al litro per la benzina e 2,027 euro per il gasolio»[2]. Al riguardo, si deve tener presente che il consumo di gasolio per autotrazione si è ridotto, ma ciò non ha inciso sul suo prezzo. In sostanza, i dati statistici – anche quando vengano forniti dalla parte imprenditoriale – entrano in rotta di collisione con la narrazione dei media mainstream. La stessa che non ci informa sull’aiuto militare a Kiev, da tempo trasformatosi in un colossale business, tale da comportare un’infinita quantità di commesse per l’industria bellica europea. Se nei primi mesi di conflitto si inviavano quasi esclusivamente armi già in dotazione ai vari eserciti continentali, a partire dal 2024 la situazione è radicalmente mutata. Portando a “due terzi” gli «aiuti militari inviati in Ucraina (…) direttamente dalle industrie della difesa»[3]. Lo specifica Cosimo Caridi in un articolo pubblicato sul Fatto Quotidiano del 25 agosto del 2026. In cui si sottolinea che, dal principio del conflitto al giugno dello scorso anno, «i Paesi europei hanno destinato almeno 35,1 miliardi di euro di aiuti militari a commesse per l’industria della difesa»[4]. Ma forse l’elemento più rilevante dello scritto è quello concernente i meccanismi di finanziamento e il sistema dei rimborsi, sostenuto con fondi pubblici. Al riguardo, viene citato l’European Peace Facility, uno strumento fuori bilancio che l’Ue ha avviato nel marzo del 2021. In base ad esso, i vari paesi dell’UE possono «chiedere alle istituzioni un rimborso per i sistemi d’arma inviati a Kiev»[5]. Sin qui, l’Unione ha già messo a disposizione 6,4 miliardi di euro, ma le istanze di rimborso sono già arrivate a 43 miliardi, dunque sette volte tanto. Ancor più interessanti, sono i concreti esempi forniti da Caridi. Uno arriva dalla prima potenza industriale europea e vede protagonista l’Agenzia Federale Tedesca per gli Acquisti Militari. La quale, nel 2023, «ha firmato con la Diehl Defence un contratto per 1280 missili Iris-t. Il finanziamento, oltre cento milioni di euro, è arrivato attraverso un capitolo di spesa che non pesa sul bilancio della Difesa, perché appositamente segnalato come rimborso per spese fatte per sostenere l’Ucraina»[6]. Come sottolinea l’autore, tale meccanismo è stato ripetuto in altre occasioni. E procedure analoghe sono state adottate da vari paesi del cosiddetto blocco occidentale. Per questa via, si è continuato ad alimentare la guerra, nello stesso tempo avvantaggiando le più rilevanti industrie belliche. Il più clamoroso caso di aumento del volume d’affari legato al conflitto russo-ucraino ci porta ancora in Germania, riguardando la Rhein Metall. Per non dire di altre imprese tedesche, non paragonabili per fatturato ma in ogni caso di notevoli dimensioni come la già citata Diehl Defence, Hensoldt e Renk. Ora, in quel paese chi mette in discussione il coinvolgimento nella guerra in Ucraina lo fa anche su basi economiche. Forse non a torto, ma se il sistema nel suo complesso risente negativamente della rottura con la Russia, alcuni suoi settori – a partire dall’industria bellica – stanno traendo nuova linfa dalla tragedia in corso. Lo stesso si può dire per gli altri colossi europei della industria della guerra, dalla francese Thales al consorzio Mbda, il maggiore, in Europa, in relazione alla costruzione di missili e tecnologie per la difesa, Ma l’elenco è lungo, comprendendo l’antico Czechoslovak Group e naturalmente Leonardo, italianissima e potentissima società per azioni a controllo pubblico. Insomma, la guerra presenta un conto diverso a seconda dei contesti e dei soggetti. Laddove si dispiega direttamente, produce lutti su lutti. E porta – come sta avvenendo sia in Russia sia in Ucraina – un numero crescente di soldati alla più estrema demotivazione. Nei Paesi che ne sono coinvolti in forme diverse, determina un ulteriore impoverimento dei ceti medio-bassi e dei salariati. Ma per i produttori di armi l’aumento dei profitti è addirittura esponenziale. Tanto da spingerli a far pressione sui propri paesi di riferimento, affinché continuino irresponsabilmente a soffiare sul fuoco dei conflitti in corso. F. Giusti, S. Macera, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università * [1] Quasi 12 miliardi il conto energetico della guerra in Iran, in https://www.cna.it/quasi-12-miliardi-il-conto-energetico-della-guerra-in-iran/. * [2] Ibidem. * [3] C. Caridi, Tra fondi europei e rimborsi: così i colossi bellici in quattro anni hanno aumentato I fatturati, «il Fatto Quotidiano», 25 agosto 2026. * [4] Ibidem. * [5] Ibidem. * [6] Ibidem. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
La trasparenza non basta
di Federico Giusti Cosa si cela dietro all’avvento dell’economia di guerra e alla militarizzazione del corpo sociale Non è la prima volta, e non sarà l’ultima, che ai cittadini venga …
Preparativi di guerra: nuovo accordo NATO sulle materie prime critiche
Nel summit NATO tenutosi ad Ankara il 7 luglio scorso è stato avviato un nuovo progetto internazionale sulle materie prime critiche per la Difesa, che vede coinvolti dodici Paesi facenti parte dell’Alleanza, tra cui l’Italia. Obiettivo dell’iniziativa è organizzare e rafforzare le filiere di approvvigionamento per le industrie militari, mettendo a punto un sistema condiviso di cooperazione riguardante l’intero processo produttivo: estrazione, stoccaggio, trasporto, gestione e riciclaggio dei minerali critici indispensabili. A tale proposito, il Segretario Generale della NATO ha dichiarato che «Per mantenere forti e pronte le nostre capacità di difesa necessitiamo di basi industriali e filiere produttive resilienti».[1] Il summit è complementare a diversi accordi siglati tra Unione Europea e Stati Uniti nel corso dell’ultimo anno: la Dichiarazione congiunta del 21 agosto 2025,[2] l’incontro interministeriale tra UE, USA e Giappone del 4 febbraio 2026[3] e, in ultimo, il Memorandum d’intesa del 24 aprile[4]. Il Memorandum è particolarmente significativo, in quanto stabilisce misure regolative dei prezzi al commercio dei metalli rari, includendo «prezzi minimi corretti alla frontiera, mercati basati su standard, sovvenzioni a copertura del differenziale di prezzo o accordi di ritiro della produzione». Stabilisce, inoltre: «standard per l’estrazione, la lavorazione, il riciclaggio o il commercio di minerali critici; cooperazione tecnica e normativa; cooperazione in materia di promozione e controllo degli investimenti; risposte rapide coordinate per prevenire interruzioni e crisi nelle catene di approvvigionamento dei minerali critici, anche provenienti da paesi terzi».[5] Se le «risposte rapide coordinate» includano o meno le risposte militari non è dato saperlo con certezza, dal momento che USA e UE «intendono proteggere le informazioni sensibili o tutelate per ragioni di sicurezza nazionale scambiate nell’ambito del presente Memorandum».[6] Sicuramente sono ricomprese anche misure civili, quali l’accumulo di scorte di minerali e la facilitazione normativa. E proprio a proposito della normativa bisogna spendere alcune parole: non solo il Memorandum è stato siglato dalla Commissione Europea, senza quindi alcuna forma di coinvolgimento democratico della popolazione, ma in esso è anche scritto che verranno prese misure per «accelerare, snellire o ridurre le tempistiche e le procedure di autorizzazione per l’estrazione, la separazione e la lavorazione di minerali critici».[7] Il modello è quello della logistica militare europea, che al momento attuale prevede de facto la circolazione di mezzi militari e truppe all’interno dei Paesi membri senza alcun bisogno di autorizzazione da parte dei Governi nazionali. L’obiettivo dell’Unione Europea è esplicito: estrarre almeno il 10% del fabbisogno di minerali critici entro il 2030,  processarne il 40% e, infine, riciclarne il 15%. Vi è però la necessità di ricorrere a fonti di estrazione collocate in paesi terzi, «determinati di comune accordo»[8] fra UE e USA. L’intento è chiaramente quello di muoversi in funzione anti-cinese, sottraendo quote di mercato dei metalli rari al gigante asiatico a partire dal controllo delle fonti di estrazione. Sarà però importante, all’interno di questo progetto imperialista, riuscire a mantenersi all’avanguardia per quanto riguarda la lavorazione e il riciclo dei metalli. Non per nulla il 25 marzo del 2025 l’Unione Europea ha ufficialmente stabilito la nascita di ben quarantasette progetti strategici riferiti all’intero ciclo produttivo delle materie prime critiche, comprese le fasi di ricerca e sviluppo. Dieci progetti riguardano il riciclo e, fra questi, quattro sono localizzati in Italia: in Toscana Solvay Italia lavora al riciclo dei metalli del gruppo del platino; nel Lazio Itelyum ed Erion si occupano del riciclo di metalli rari provenienti da hard-disk e motori elettrici; nel Veneto Recover-it recupera rame, nichel e platino dalle acque reflue industriali; in Sardegna Glencore dovrebbe occuparsi del recupero di litio dalle batterie, anche se il progetto sta incontrando difficoltà di tipo legale. Complessivamente i quarantasette progetti hanno un costo di 22,5 miliardi di Euro: risorse provenienti dalla Commissione e dagli Stati membri e pertanto potenzialmente sottratte al welfare. Siamo di fronte a un nuovo tassello del mosaico che descrive sempre più chiaramente i preparativi di una guerra globale ma anche quali saranno gli scenari della futura manifattura. Il coinvolgimento della NATO, di cui parlavamo all’inizio, ne è la prova lampante, così come lo è l’accaparramento dei metalli rari in Ucraina da parte degli USA – che subito dopo un accordo vantaggioso hanno iniziato a disimpegnarsi dalla guerra, scaricando gli oneri sulla UE per spostare l’attenzione verso l’indo-Pacifico. E. Gentili, F. Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- [1] https://www.nato.int/en/news-and-events/articles/news/2026/07/07/nato-allies-launch-new-project-on-critical-raw-materials-for-defence. [2] Cfr. https://policy.trade.ec.europa.eu/news/joint-statement-united-states-european-union-framework-agreement-reciprocal-fair-and-balanced-trade-2025-08-21_en. [3] Cfr. https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/fr/statement_26_323. [4] Cfr.                        https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/ip_26_862. [5] https://ustr.gov/sites/default/files/files/Press/Releases/2026/U.S.-EU%20Critical%20Minerals%20Action%20Plan.pdf. [6] https://circabc.europa.eu/ui/group/09242a36-a438-40fd-a7af-fe32e36cbd0e/library/ca7bcd9d-6a41-417f-aed4-537e309f2f95/details. [7] Ibidem. [8] Ibidem. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Aerotech Academy di Pomigliano: come il militare si presenta foriero di occupazione e sviluppo del territorio
Aerotech Academy Pomigliano è il sito campano facente parte della rete dei Leonardo Labs, i laboratori di innovazione tecnologica del gruppo Leonardo (clicca qui). Come spesso avviene quando l’Università e la ricerca non ricevono le dovute attenzioni e i necessari finanziamenti, multinazionali e aziende di varie dimensioni si presentano nel ruolo di mecenati, finanziando la ricerca finalizzata alla produzione di sistemi di arma e di tecnologie duali. Aerotech, difatti, è un campus vero e proprio che si avvale della «collaborazione tra Leonardo e l’Università degli Studi di Napoli “Federico II”»[1] e che è attivo ormai da sei anni. A Bari, da due anni, è in corso una analoga iniziativa basata sul rapporto fra la nota azienda militare, il Politecnico di Bari e l’Università del Salento. La Aerotech Academy si presenta come percorso di alta formazione su tematiche ingegneristiche di frontiera ed è progettato congiuntamente da Leonardo e dall’Università al fine di fornire competenze teoriche, nonché capacità operative immediatamente spendibili in settori industriali a tecnologia avanzata. Un percorso che porta a formare ricercatori da utilizzare poi negli stabilimenti e nei laboratori di Leonardo e che si avvale di percorsi formativi multidisciplinari e materiali didattici e tecnici che un normale corso universitario, senza finanziamenti illustri, non potrebbe offrire. I corsi sono in lingua inglese e durano nove mesi, dei quali cinque sono dedicati alla ricerca e alla formazione nel settore aerospaziale mentre gli altri quattro risultano orientati ad aspetti pratici (cd. “project working”). Gli studenti selezionati sono tutti laureati.[2] Alla luce di quanto detto sorge spontanea una domanda: per quale ragione percorsi di alta formazione sulla ricerca di frontiera sono possibili negli atenei pubblici solo in presenza di Fondazioni e Accademie emanazione di multinazionali e imprese produttrici di tecnologie duali e sistemi d’arma di ultima generazione? La risposta è facilmente intuibile: scarsità di finanziamenti pubblici e un diretto interesse commerciale da parte dei soggetti privati coinvolti. Come è possibile leggere direttamente dal sito della Leonardo Academy,[3] infatti, la formazione erogata è funzionale ad accrescere e aggiornare la competitività dell’impresa. Leonardo ha dunque bisogno di queste situazioni per acquisire ulteriori conoscenze e competenze in ogni ambito di attività del gruppo. Quello dell’azienda, tra l’altro, è un interesse che si è manifestato anche nei riguardi della scuola pubblica e che il nostro Osservatorio ha già documentato.[4] La funzione della pubblica istruzione dovrebbe essere ben altra che aiutare le imprese nell’accrescimento della loro offerta produttiva, ma tant’è… In conclusione dobbiamo purtroppo constatare la palese rinuncia di quella parte del mondo accademico che si è lasciata coinvolgere nel progetto a esercitare con vigore quei principi di autonomia e indipendenza che dovrebbero contraddistinguere i cultori della materia. Nelle sei edizioni fino ad oggi svolte, dall’anno 2020, abbiamo assistito a un modello sempre più stretto di collaborazione tra università e industria, in funzione del salto di qualità tecnologico auspicato dalla Ue per costruire sinergie tra le aziende produttrici di armi e di tecnologie duali.  Si comprende poi l’interessamento di Leonardo per le materie STEM di cui il nostro Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ha già parlato come dimostra la partecipazione attiva anche di studenti liceali a laboratori legate alle professioni dell’aeronautica e dell’innovazione.  F. Giusti, E. Gentili, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- * [1] Cfr. https://www.leonardo.com/it/news-and-stories-detail/-/detail/aerotech-academy-consegnati-diplomi-sesta-edizione. * [2] Cfr. https://www.aerotechacademy.unina.it/wp-content/uploads/2026/07/Bando-ITA-26-27_last02072026.pdf. * [3] Cfr. https://www.aerotechacademy.unina.it/. * [4] Cfr. https://osservatorionomilscuola.com/2026/06/28/scuola-universita-e-ricerca-la-militarizzazione-va-avanti-spedita/. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
La cybersicurezza e i decreti legislativi che accrescono gli organici dell’esercito italiano
L’azione  del Governo Meloni nel campo della difesa è innegabile, dall’aumento delle spese militari all’acquisto di nuovi e moderni sistemi di arma fino a una incessante opera di militarizzazione del corpo sociale. Sarebbe lunga la lista delle iniziative solo intraprese negli ultimi mesi, valga per tutte la riforma complessiva delle Forze Armate, da cui scaturirà l’aumento degli organici militari fino  all’istituzione di nuovi corpi di riserva. Dopo l’esercito di professionisti la guerra in Ucraina detta le linee guida imponendo non solo l’aumento degli effettivi ma anche un’architettura militare ripensata e strutturata per la guerra informatica e i conflitti cosiddetti non convenzionali. Nel recente passato avevamo scritto a proposito del primo aspetto,[1] mentre ora andremo a commentare il secondo. Ma andiamo con ordine non prima di avere sintetizzato in una scheda i provvedimenti recenti che vanno a incidere sulla nuova impalcatura delle Forze armate. E’ sempre bene consultare le fonti ed averle a disposizioni per verificare la correttezza delle citazioni e delle analisi effettuate ALCUNI DEI PROVVEDIMENTI CHE INTRODUCONO MODIFICHE SULL’ORDINAMENTO DELLE FORZE ARMATE – ANNO 2026 * D. Lgs. 58/2026, approvato, comporta l’assunzione di nuovi graduati nell’Esercito; * L. 48/2026, art. 3, approvato, comporta una delega al Governo per la razionalizzazione e semplificazione della normativa riguardante il corpo militare; * Schema di DdL recante Disposizioni per la costituzione di Forze di riserva, in materia di personale militare nonché delega al Governo per la revisione dello strumento militare, non depositato in Parlamento ma pubblicato sotto forma di Schema di DdL, riguarda l’ampliamento dell’organico e l’istituzione di corpi di riserva dell’Esercito; * Cd. “DdL di revisione dello strumento militare”, non depositato in Parlamento e non pubblicato nemmeno sotto forma di Schema di DdL, concerne l’ampliamento dell’organico delle Forze Armate. Nel febbraio 2026,  presso lo Stato Maggiore della Difesa è stato presentato “il nuovo modello di riorganizzazione delle Forze Armate, che costituirà la base del disegno di legge di revisione dello strumento militare”.[2] Il Disegno di Legge è in attesa di essere approvato dal Parlamento. A conferma che su questo modello non ci sono posizioni univoche e alcune correzioni saranno portate in corso d’opera guardando agli sviluppi bellici, alle indicazioni Nato e Ue e anche agli equilibri da mantenere nei vari ambiti, la diffusione di  un secondo Schema di Disegno di Legge,[3] ad oggi in fase preparatoria e riguardante l’ampliamento dell’organico delle Forze Armate, nella misura di un 20/25% complessivo (40.000 unità). Si tratta quindi di due iter normativi distinti che, tuttavia, vanno a intervenire sul medesimo tema. Esiste poi un terzo provvedimento: il D. Lgs. 58/2026, già divenuto Legge, che in sostanza consente l’assunzione di nuovi graduati nell’Esercito pur restando dentro la precedente cornice legislativa, senza aumentare  l’organico complessivo delle Forze Armate come invece viene richiesto dalla Nato e dal Ministero della Difesa. La ragione di questa frammentazione normativa ? Esistono grandi  divergenze, interne al Governo, sulla questione della cyber sicurezza. Lo Schema di DdL prima citato, non per nulla, in una versione preliminare circolata prima di giugno conteneva profonde modifiche legislative sul tema della difesa informatica: fra tutte spiccava l’istituzione di un ‘Comando interforze Cyber Intel’ per la guerra cybernetica alle dirette dipendenze del Ministero della Difesa. Come detto, nella nuova versione del documento sono scomparsi tutti i riferimenti alla guerra informatica, anche se il Governo manterrebbe la Delega per poter legiferare autonomamente sul tema senza l’approvazione del Parlamento.[4] Alle basi di questo scontro interno alla maggioranza vi è tuttavia  un’ambiguità di fondo o se preferiamo un tema rilevante che suggerisce soluzioni differenti e tali da dividere anche i legislatori. La normativa attuale, infatti, non riesce ad attribuire correttamente e chiaramente le competenze sulla cyber sicurezza: da un lato abbiamo l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN), istituita col D. L. 82/2021 e dipendente dalla Presidenza del Consiglio,[5] mentre dall’altro troviamo i casi di guerra cibernetica relativi alla ‘difesa dello Stato’, che sono di competenza del Ministero della Difesa. Il citato Decreto Legge, ad esempio, stabilisce che l’ACN sia “autorità per la gestione delle crisi informatiche relative alla resilienza delle reti informatiche”,[6] mentre il D. Lgs. 138/2024 dice che “per la parte relativa alla resilienza nazionale [è competente] l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale [, mentre] per la parte relativa alla difesa dello Stato, il Ministero della difesa”; entrambi gli organismi, inoltre, sono considerati “Autorità nazionali responsabili della gestione degli incidenti e delle crisi di cybersicurezza su vasta scala”.[7] Si consideri che per “resilienza nazionale” la legislazione intende un “pregiudizio per la sicurezza nazionale, danno o pericolo di danno all’indipendenza, all’integrità o alla sicurezza della Repubblica e delle istituzioni democratiche poste dalla Costituzione a suo fondamento, ovvero agli interessi politici, militari, economici, scientifici e industriali dell’Italia”.[8] Dov’è la differenza col concetto di “difesa dello Stato”? La attuale normativa non precisa se la cyber sicurezza sia da considerare un tema prevalentemente civile oppure prettamente militare, perché i contorni dei due ambiti sono molto sfumati e parzialmente coincidenti. Secondo alcuni commentatori specializzati[9] lo scontro in atto si starebbe verificando prevalentemente fra il Ministro Crosetto, che rappresenta gli interessi della Difesa e dei Servizi Segreti (è coinvolto, in particolare, il Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza), e Alfredo Mantovano, Segretario del Consiglio dei Ministri e legato all’ACN, che pur essendo anch’egli vicino ai Servizi vorrebbe mantenere la cyber sicurezza all’interno della cornice civile. La visione di Crosetto è chiara: “la sicurezza deve (…) essere concepita in senso ampio, estesa all’energia, al digitale, alle catene di approvvigionamento, alla resilienza industriale e alla tenuta della società e delle Istituzioni democratiche»”.[10] Secondo lui, “Il Dicastero dovrà quindi individuare e presidiare lo spazio cyber di interesse Nazionale per la difesa e la sicurezza militare dello Stato, inteso come un vero e proprio ‘campo di operazioni’ nel quale operare senza soluzione di continuità per l’assolvimento dei propri compiti istituzionali. A questo scopo, dovrà essere sviluppata un’Arma Cyber dotata di strumenti operativi efficaci e capace di operare con continuità lungo l’intero spettro delle minacce. Essa dovrà integrare professionalità militari e competenze specialistiche provenienti dal mondo civile, valorizzando progressivamente anche il contributo della Riserva [che si vuole istituire con il DdL precedentemente citato]”.[11] Diversi elementi ci inducono a pensare che prevarrà la lettura e la posizione di  Guido Crosetto.  Ricordiamo la foto del Ministro assieme all’allora Presidente dell’ACN Bruno Frattasi dell’estate 2024, scattata durante una convention di Fratelli d’Italia e non a caso molto commentata. LA SITUAZIONE ALLO STATO ATTUALE DELLA LEGISLAZIONE Per come è definito dalla Legge, il concetto di cyber sicurezza comprende sia la resilienza, la disponibilità, la confidenzialità e l’integrità di reti, sistemi informativi, servizi informatici e comunicazioni elettroniche, che la difesa da minacce esterne agli stessi.[12] Il problema è che nella pratica i due campi non possono essere realmente distinti – né a livello concettuale né, tantomeno, in ambito operativo per la configurazione delle risposte alle minacce. Nei testi di Legge riguardanti l’ACN si trovano riferimenti al concetto di ‘difesa civile’,[13] ma di certo non sono sufficienti fermo restando che ragionare attorno alla difesa civile con le stesse categorie degli anni ottanta (ai tempi della obiezioni di coscienza e in contesti storici ed economici diversissimi da quelli odierni) sarebbe non solo errato ma anche avulso dalla realtà (40 anni fa non si parlava di tecnologie duali, non esisteva l’odierno processo di militarizzazione e per fare un esempio la produzione militare di alcuni grandi imprese allora pubbliche era assai più contenuta di quella dei nostri giorni) Il controllo militare della cyber sicurezza avrebbe un grande impatto su alcuni temi, quali la condivisione delle informazioni e la pianificazione democratica delle risposte da attuare. Non dimentichiamo infatti che proprio legislazione attuale prescrive come la notifica di incidenti “aventi impatto su reti, sistemi informativi e servizi informatici” vada fatta all’ACN, anche se l’apparato militare è esente dall’obbligo.[14] Pure i meccanismi e le procedure – relative allo spazio cyber – per la raccolta dati, il monitoraggio, il controllo, le procedure di verifica e via dicendo sono teoricamente in capo all’ACN, tranne che per le azioni svolte dal comparto militare.[15] Sul piano istituzionale le autorità competenti coordinate dall’ACN sono la Presidenza del Consiglio e tutti i Ministeri – ad esclusione di quello della Difesa, che lavora ‘in proprio’. Sul piano del finanziamento per la guerra informatica, inoltre, il Ministero della Difesa gode di fondi separati[16] che, a differenza di quelli assegnati agli altri Ministeri, non sono soggetti al controllo dell’ACN. Quest’ultima gestisce il Fondo per l’attuazione della Strategia nazionale di cybersicurezza e il Fondo per la gestione della cybersicurezza e ne propone la ripartizione fra i Ministeri al Presidente del Consiglio, verificandone poi le modalità di impiego.[17] Esiste, infine, un piano nazionale di risposta agli incidenti e alle crisi informatiche su vasta scala, che viene aggiornato al massimo ogni tre anni. Questo però è escluso dall’accesso e non soggetto a pubblicazione, ossia è segreto.[18]  Di conseguenza non è lecito conoscere sino in fondo i rapporti di forza tra la componente “civile” e quella “militare” per la gestione della cyber sicurezza. In conclusione, il rischio a cui andiamo incontro è che l’ACN sia progressivamente svuotata di contenuto e competenze, che passerebbero invece direttamente alla  Difesa. Ricordiamo anche che quest’ultima non è soggetta a obblighi di legge nemmeno per quanto concerne l’utilizzo di tecnologie IA, sulla base sia della normativa nazionale che europea,[19] e che gode di una relativa (per ora) autonomia dai processi democratici decisionali e di controllo. Da qui un passaggio di competenze al settore militare dovrebbe indurre a qualche domanda sulla democrazia nel nostro paese sempre che il tema goda della attenzione dovuta e auspicabile. La cyber sicurezza rientra nell’ampio campo di applicazione delle tecnologie duali (cioè a uso sia civile che militare) e quindi l’ambiguità normativa di cui abbiamo parlato non riguarda solo la risposta alle minacce ma la costituzione stesso di uno spazio di sicurezza informatico. L’intenzione del Governo è di foraggiare il mercato e attrarre investimenti creando domanda proprio a partire dalla riduzione dei vincoli d’impiego di tali tecnologie (non per niente le imprese sono chiamate a partecipare alla costruzione della cosiddetta ‘resilienza cyber’ anche all’interno dei testi di Legge citati finora, sul modello statunitense). Si va alimentando in tal modo un circolo (vizioso?) per cui le tecnologie militari vengono trasmesse alla sfera civile, sviluppandosi e diffondendosi, e viceversa. Pertanto, nella narrazione dominante ogni freno alla libera applicazione delle tecnologie dual-use diventa un sabotaggio delle filiere economiche – tant’è che il Governo ha recentemente polemizzato con l’Unione Europea[20] a proposito della possibilità di utilizzare il riconoscimento biometrico delle persone per operazioni di Polizia, che dall’AI Act europeo non è concessa, proprio su questa base. E qualunque iniziativa di boicottaggio  universitario o di semplice critiche alla ricerca duale potrebbe divenire pretesto di ulteriori campagne repressive subordinando il sapere e la ricerca agli interessi economici e militari, impedendo di fatto prese di posizioni contrarie all’utilizzo degli atenei per finalità di guerra.  Emiliano Gentili, Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università Note:  [1] Cfr. E. Gentili, F. Giusti, S. Macera, Prosegue la riforma militare: nuovi corpi e una delega al Governo, 27 Giugno 2026, https://www.lordinenuovo.it/2026/06/27/prosegue-la-riforma-militare-nuovi-corpi-e-una-delega-al-governo/. [2] Ministero della Difesa, DDL riforma Difesa: presentato al Ministro il nuovo modello di riorganizzazione delle Forze Armate, 16 Febbraio 2026, https://www.difesa.it/primopiano/ddl-riforma-difesa-presentato-al-ministro-il-nuovo-modello-di-riorganizzazione-delle-forze-armate/89243.html. [3] Schema di Disegno di Legge recante “Disposizioni per la costituzione di Forze di riserva, in materia di personale militare nonché delega al Governo per la revisione dello strumento militare”. [4] I decreti legge prevedono solo pareri consultivi forniti dalle commissioni parlamentari competenti e il Governo può utilizzarli per riformare le Forze Armate a causa della L. 244/2012. [5] D. L. 82/2021, art. 2, c. 1. [6] D. L. 82/2021, art. 7, c. 2. [7] D. Lgs. 138/2024, art. 2, c. 1, lett. “g”. [8] DPCM 131/2020, art. 1, c. 1, lett. “f”. [9] Cfr. L. Varriale, ACN verso lo svuotamento: la cybersicurezza passa alla Difesa?, 23 Giugno 2026, https://www.matricedigitale.it/2026/06/23/riforma-cyber-acn-difesa-dis-servizi-militari/. [10] G. Crosetto, Atto di indirizzo del Ministro della Difesa 2026, 9 Luglio 2026, p. 10. [11] Ivi, p. 29. [12] Cfr. D. L. 82/2021, art. 1, c. 1, lett. “a”. [13] Cfr. D. L. 82/2021, art. 9. [14] L. 90/2024, art. 1. [15] L. 90/2024, art. 8. [16] L’art. 35-bis, comma 2, del D.L. 7 maggio 2024, n. 60, convertito dalla L. 95/2024, ha istituito nello stato di previsione del Ministero della Difesa un: «fondo per il potenziamento delle capacità di cybersicurezza e delle tecnologie satellitari». Vi sono inoltre una componente molto significativa del PNRR – Missione 1, Componente 1, Investimento 1.5 “Cybersecurity” e altri fondi assegnati dall’ACN al Mef che possono essere in parte stati destinati al Ministero della Difesa in quanto soggetto attuatore di singoli investimenti. [17] Cfr. L. 197/2022, art. 1, cc. 899, 900 e 901. [18] Cfr. D. Lgs. 138/2024, art. 13, cc. 3 e 5. [19] Cfr. AI Act, art. 2, c. 3: «Il presente regolamento non si applica ai sistemi di IA sviluppati o usati per scopi esclusivamente militari». [20] Cfr. Redazione politica de il Fatto Quotidiano, Slitta il voto sul riconoscimento facciale con l’IA. Bruxelles: “Norma Ue vieta la sorveglianza negli spazi accessibili al pubblico”, «il Fatto Quotidiano», 30 Luglio 2026. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Sinergie industriali e integrazione dell’industria di guerra ucraina nel contesto europeo
Un ottimo articolo pubblicato su «IlSole24Ore», dal titolo L’Ue ha ridisegnato la deterrenza con la fabbrica ucraina. Schema valido anche per il fianco Sud, ci riporta con i piedi per terra e alla realtà: l’industria di guerra ucraina, costruita dalla UE e dagli USA (ma anche con l’apporto israeliano) è tra le più moderne e attive e in grande sinergia con il sistema bellico di Bruxelles. E la guerra di posizione ha determinato una veloce evoluzione delle tecnologie militari e anche degli strumenti giudicati indispensabili alla guerra. La presenza di un conflitto armato è sempre più necessaria per testare l’attendibilità dei sistemi di arma. La storiella secondo la quale gli USA avrebbero scaricato alla UE l’onere del sostegno all’Ucraina come risposta al definanziamento della spesa militare nel vecchio continente regge fino ad un certo punto. A fiutare l’affare sono state le principali imprese produttrici di armi che hanno creato join venture in Ucraina dando vita ad una composita filiera produttiva che anticipa quanto preconizzato dai Ministri della difesa comunitari, quando parlano di difesa e industria europea comune. L’aumento delle spese di guerra nei Paesi UE non è quindi risultato delle richieste USA, o almeno questa semplicistica spiegazione non permette di raccontare in maniera esaustiva e puntuale la realtà. Tutto è iniziato un decennio fa e innumerevoli decisioni assunte dalla NATO e dai Paesi membri sono conseguenza di decisioni assunte allora e debitamente supportate, corrette e comunque alimentate da tutte le successive iniziative intraprese a partire dagli scenari di guerra costruiti a tavolino, dalle cosiddette minacce ibride che hanno alimentato innovazioni e tecnologie in alcuni campi. Oltre dieci anni fa gli Stati Uniti giudicarono strategico l’asse Indo-Pacifico iniziando, in funzione anticinese, a foraggiare l’aumento della spesa militare in Paesi come Giappone, Corea del Sud e Australia. Si sono per questo, almeno in parte, disimpegnati dalla Europa, sapendo che in ogni caso la UE avrebbe impiegato anni prima di acquisire autonomia dalle tecnologie militari statunitensi. Insomma, avrebbero speso meno per la difesa in Europa legando al contempo il Riarmo europeo alla tecnologia e produzione statunitense. E non stupisca la velocità con la quale, in meno di due anni, l’Unione europea ha predisposto interventi, cambiamenti e nuove strategie per dotarsi non solo di una politica industriale bellica, ma anche di un impianto finanziario, normativo e legislativo adeguato all’economia di guerra. In questa ottica vanno lette le deroghe ai tetti di spesa, i prestiti e i Regolamenti comunitari dai quali scaturiscono miliardi in sovvenzioni a fondo perduto all’Ucraina e straordinari, per grandezza, prestiti di varia natura. Un fiume di denaro è stato indirizzato verso l’Ucraina e parte di queste risorse finalizzate a costruire il sistema di guerra con la indispensabile partecipazione di importanti aziende europee. Per evitare la trappola del debito, le risorse destinate all’Ucraina sono il frutto della capitalizzazione delle rendite nette straordinarie generate dai miliardi di euro di asset sovrani della Banca Centrale Russa di fatto tenuti fermi in Europa. Parliamo di flussi continui di miliardi di euro destinati all’approvigionamento militare. Ma chi sono i Paesi a beneficiare maggiormente di queste scelte? I paesi che hanno attive imprese e multinazionali produttrici di armi e che poi sono anche le principali economie del continente: Germania, Francia, Regno Unito e Italia. Forse, alla luce di queste considerazioni, si capisce perché questa guerra non finisca allontanando un accordo di pace tra i due popoli. Non entreremo nel merito degli accordi economici, lo fa meglio di noi l’articolo pubblicato da «IlSole24Ore», documentando tutti i sistemi di guerra venduti o donati all’Ucraina, che resta un banco di prova per attestare anche la efficacia dei nuovi sistemi di guerra. E, in questo girone infernale, l’Italia sta giocando tutte le perdine possibili per favorire intese industriali con le grandi multinazionali italiane, prime tra tutte Leonardo e Fincantieri. Se di grande efficacia è stata la manovra finanziaria, risulta invece in difficoltà la manifattura vera e propria, da qui l’iniziativa incessante negli ultimi due anni per dare vita a un sistema di ricerca e produzione integrato e capace di superare i limiti e le specificità nazionali aumentando la produzione, evitando doppioni e sprechi e peggio ancora, per fare un esempio calzante, munizioni diverse che non si adattano alle armi in dotazione agli eserciti nazionali. E in questi scenari anche la riconversione di imprese civili a militari, soprattutto in Germania, sta diventando una priorità approfittando della crisi del settore automative. Il salto di qualità della manifattura è dato anche dalla costruzione di industrie moderne e con strumenti tecnologicamente avanzati, testare le armi e portare modifiche e miglioramenti ai sistemi di guerra in tempo reale, del resto un drone dopo un anno è già superato e fuori produzione. In questa ottica le imprese belliche europee necessitano di sinergie, finanziamenti, aumento della produzione, investimenti che attraversino la intera catena del valore, una struttura finanziaria che assicuri i dovuti aiuti e una impalcatura normativa atta a favorire l’economia di guerra, inclusi degli appalti agevolati per il settore militare e l’utilizzo di centri di ricerca pubblici e privati. Da qui nascono le join venture, i progetti di ricerca, le officine militari, i centri di progettazione e i percorsi di studio su tecnologie spesso duali, le sinergie tra imprese belliche europee è parte di quel processo che ha portato alla integrazione tra industria bellica ucraina e europea Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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Strategie governative per gestire la spesa militare tra SAFE e clausole di salvaguardia
Si fa presto a parlare di aumento delle spese militari e sottrazione di risorse al welfare quando la propaganda di guerra quotidiana prova a dimostrare l’esatto contrario ossia la bontà degli investimenti militari e la loro funzione di traino per l’intera economia. Come ogni estate, quando i Governi preparano i documenti programmatici e le basi sulle quali costruire le manovra di Bilancio, l’Osservatorio Milex dedica ampio spazio alle iniziative intraprese dall’Esecutivo in materia di armamenti. Abbiamo già parlato del prestito SAFE, ma assai meno della flessibilità con la quale il Governo sta provando a gestire la spesa militare per i prossimi due anni, si tratta di equilibrismi contabili e tecnici nella prospettiva di accrescere progressivamente gli impegni per arrivare al 3% del PIL. In estrema sintesi facciamo riferimento ad una spesa ulteriore pari all’1,5% che non concorre al tetto di spesa “invalicabile”, con questo stratagemma è possibile aggirare le regole europee andando in deroga alle stesse, e soprattutto con la benedizione di Bruxelles che spinge per accrescere le spese militari superando anche la tradizionale idiosincrasia per l’accrescimento del debito. Il buon, si fa per dire, viatico parte dalla revisione dei conti nazionali a fine settembre con la correzione al ribasso del deficit 2025. Quasi un anno fa discutevamo del mancato rientro dell’Italia nei parametri virtuosi dell’economia europea, un indebitamento del 3,1% rispetto al 3% richiesto da Bruxelles, rientrare prima del tempo nei ranghi chiudendo in anticipo la procedura di contenimento della spesa a causa del deficit eccessivo. Questo è il primo obiettivo del Ministro Giorgetti e potrebbe anche rappresentare il biglietto da visita per il nostro paese al tavolo dei paesi virtuosi (le preoccupazioni dei governanti stridono con i messaggi di fuoco lanciati quando erano all’opposizione contro le regole capestro della UE). Il secondo passaggio invece andrebbe verso l’applicazione della clausola nazionale di salvaguardia: 0,9 punti di PIL cumulati per la difesa e 0,6 punti per l’energia tra il 2027 e il 2028 https://www.milex.org/2026/08/06/la-trappola-della-flessibilita-sui-22-miliardi-per-la-difesa/. E la prossima legge di bilancio 2027 a sua volta potrebbe prevedere il superamento del 3% di deficit giustificato con le spese consentite dalla clausola che senza cancellare il deficit permette lo sforamento della spesa con autorizzazione di Bruxelles. Superare o no il tetto del debito potrebbe presentarsi alla occorrenza come scelta virtuosa per il bene del Paese  o se preferiamo uno stratagemma per nascondere al cittadino l’aumento delle spese militari attribuendone le responsabilità non al Governo italiano, ma alla burocrazia comunitaria. Detto in altri termini, per le spese militari o ci si indebita o si costruiscono regole ad hoc per sottrarsi alle procedure di infrazione che imporrebbero invece senza remore nel caso di aumento degli investimenti per il welfare. In un modo o nell’altro il Governo presenterà a Bruxelles dei piani economici compatibili con l’aumento delle spese militari ricorrendo a tutte le regole e le deroghe previste dai Bilanci comunitari. Lasciamo al ministro Giorgetti il compito, gravoso, di far quadrare i conti. La mancata discesa del debito sotto il 3% graverà sulle scelte future dei governi e accrescere la spesa militare non sarà una passeggiata per conti già critici e traballanti. Gli impegni di spesa di 7,1 miliardi di euro del 2027 sono soldi in più per il settore militare ed è ormai evidente che queste somme considerevoli dovranno essere stanziate utilizzando gli strumenti offerti da Bruxelles al riarmo comunitario a partire dalle deroghe. Il Governo Meloni ha un problema, tuttavia, da risolvere avendo già promesso di ridurre le tasse, andando incontro ai desiderata delle imprese. Per mantenere certi impegni, utili a fini elettorali, serviranno soldi con cui costruire anche una cortina fumogena attorno alle disuguaglianze alimentate dalla mancata ridistribuzione delle ricchezze attraverso la leva fiscale. La riduzione del cuneo fiscale, fortemente voluta dai governi succedutisi, comporta innumerevoli rischi, ad esempio meno tasse determinano la riduzione dei servizi e tagli alla previdenza. I tributi non sono un furto legalizzato, specie se proporzionali alla ricchezza posseduta garantiscono benefici collettivi che superano, nella stragrande maggioranza dei casi, la perdita parziale di reddito individuale. L’obiettivo di Crosetto è indirizzare la spesa militare aggiuntiva alla realizzazione dei programmi contenuti nell’Agenda del Ministero della difesa, poi ad altri dicasteri spetterà l’onere di far quadrare il bilancio e i conti, anticipare o posticipare all’occorrenza alcuni investimenti da un anno all’altro, realizzare con una certa flessibilità tutti gli interventi previsti dal Documento programmatico pluriennale della Difesa. E su questo meglio di noi ha fatto l’Osservatorio Milex il cui pregio è stato smascherare, pochi giorni or sono, gli effetti taumaturgici del SAFE che infatti: * non riduce il deficit prodotto dalla spesa; * non cancella il debito; * non genera automaticamente 14,9 miliardi per finanziare altri interventi; * può offrire scadenze molto lunghe e condizioni potenzialmente più favorevoli rispetto all’emissione di titoli di Stato; * può facilitare la riconduzione di alcuni programmi militari alla flessibilità europea. Ancora più approfondita ed esaustiva l’analisi di Milex sulle spese militari previste per i prossimi anni. Entrare nel dettaglio delle stesse è di grande aiuto quando ogni giorno si lanciano messaggi che vanno in direzione opposta (per capirci non aumenteremmo di tanto gli investimenti per la guerra e in ogni caso sono soldi necessari per prevenire attacchi e pericoli che metterebbero in pericolo la vita e la tranquillità del Paese). La clausola di salvaguardia per essere applicata pone una condizione ben precisa ossia che “persista la grave congiuntura negativa nella zona euro o nell’Unione nel suo complesso”. Di conseguenza, a prescindere dalle dichiarazioni di circostanza, le clausole vengono adottate in caso di congiunture economiche negative, in quadro regressivo l’aumento delle spese militari è ancora più preoccupante. E la clausola è uno dei pilastri sui quali si fonda il Riarmo europeo per consentire ai singoli Paesi di accrescere la spesa militare senza correre rischio con le regole di Maastricht. E se tra il 2025 e il 2028 la crescita di spesa ammonta a 650 miliardi di euro non dimentichiamo la velocità con la quale questo meccanismo di finanziamento alla guerra sia stato predisposto in tempi abbastanza celeri se consideriamo come i prestiti siano accompagnati a una impalcatura di regole comunitarie. Le clausole di salvaguardia nazionali o National Escape Clauses (NEC)  previste dall’art. 26 sono finalizzate a consentire ai singoli Stati membri di deviare dal percorso della spesa netta stabilito dal Consiglio “a condizione che tale deviazione non comprometta la sostenibilità di bilancio nel medio termine”. La sospensione temporanea può essere attivata dal Consiglio dell’Unione  europea “su richiesta di uno Stato membro e su raccomandazione della Commissione basata sulla propria analisi”, esclusivamente “nel caso in cui circostanze eccezionali al di fuori del controllo dello Stato membro abbiano rilevanti ripercussioni sulle sue finanze pubbliche” (articolo 26, paragrafo 1) https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/1518464.pdf Siamo certi che il SAFE, le deroghe al Bilancio, le procedure costruite a tavolino e in corso di applicazione non alimenteranno solo il riarmo, ma anche le disuguaglianze interne ai Paesi membri. Sia sufficiente attendere qualche anno per capire quali Paesi, e settori economici, usciranno rafforzati ai processi di militarizzazione. Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Riconoscimento facciale? Rischi del controllo AI in uso per l’identificazione
La polizia potrà usare i dati biometrici per identificare chi va in piazza anche nei giorni prima di una manifestazione? Che sia proibito o meno, al Governo importa poco; essi rispetteranno le norme comunitarie, ma nel frattempo stanno spianando la strada a nuove norme repressive. Il casus belli è rappresentato dalle manifestazioni a Bologna e in Val di Susa con incidenti e numerosi feriti. Da tempo Fratelli d’Italia mira a istituire il reato di terrorismo di piazza per dare vita a una lunga sequela di nuove pene, accusando i manifestanti di reati associativi. Il Governo ha fretta di chiudere due capitoli: il primo riguarda l’ordine pubblico, ossessione delle destre al pari dell’immigrazione. Si tratta di inserire tra le priorità dei cittadini la sicurezza e non la salvaguardia della salute e del potere di acquisto. In un colpo solo si allontana l’attenzione mediatica dai problemi reali del Paese, alimentando un clima di insicurezza percepita, che poi sarà utile anche per giustificare l’aumento delle spese militari, i processi di militarizzazione dei territori, la stretta repressiva e l’economia di guerra. Il secondo obiettivo è alzare una cortina di fumo che impedisca di prendere atto del reale stato dell’economia italiana, facendo i conti con le decisioni assunte, come quelle di finanziare con i soldi pubblici gli aumenti contrattuali attraverso la riduzione delle tasse sul lavoro. Si tratta di una decisione infelice che favorisce solo le imprese e al contempo indebolisce il welfare, impoverisce sanità e istruzione. Il riconoscimento facciale presto potrà essere introdotto all’ingresso delle scuole per trasformarle da luoghi della conoscenza a palestre securitarie. Il Governo, insomma, ha bisogno di alimentare paura e allarmismo, di andare in deroga alle norme vigenti per far passare in fretta e furia delle norme care alla maggioranza, ad esempio, l’uso dei sistemi di intelligenza artificiale per l’attività di polizia e di responsabilità penale e civile. E sempre che non intervenga la UE, il Governo persegue nel frattempo il suo obiettivo ossia consentire il riconoscimento facciale in tempo reale, il trionfo della società della sorveglianza sulla quale tanta ironia è stata spesa, bollando come complottisti chi criticava i sistemi di controllo. Il Governo vuol permettere alla polizia l’uso dei dati biometrici raccolti con l’AI e integrati con i sistemi di videosorveglianza presenti nelle città: basterà una semplice comunicazione, neanche scritta, al Pubblico ministero e, senza autorizzazione del Giudice, potranno ricorrere alla AI per i controlli facciali. Tuttavia, non ci si accontenterà dei controlli in tempo reale: l’uso di questi strumenti deve essere prolungato e preventivo. Ad esempio, si potrà registrare e schedare chiunque sia passato da una piazza nei giorni precedenti ad una manifestazione conclusasi con incidenti. Tutto questo permette delle immani schedature di massa, ledendo le prerogative democratiche fino ad oggi esistenti. L’uso della AI è un argomento di estrema rilevanza avendo impatti sul lavoro e sulla ricerca. In Italia l’approccio alla AI, sul modello israeliano, è funzionale a logiche di ordine pubblico e a costruire un modello sociale dispotico e securitario, un sistema di controllo sociale che militarizza il corpo sociale. Non sfugga che l’uso della AI potrà essere usato per reati di piazza, per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale, per manifestazioni senza preavviso e non autorizzate, per reati ormai considerati di assoluta gravità, addirittura più pericolosi del terrorismo, della mafia e delle azioni portate avanti dalla criminalità organizzata. Ogni intervento legislativo del Governo inizia e finisce con norme securitarie e repressive, la costruzione del nemico rappresentato dai movimenti sociali porta a disegnare un quadro di interventi improntati solo alla repressione (clicca qui). Il riconoscimento facciale basato sull’intelligenza ha permesso ad Israele di realizzare enormi schedature dei civili palestinesi e questo strumento lo ritroviamo particolarmente diffuso, ad esempio, nei controlli agli aeroporti fino a tutti i sistemi della videosorveglianza oggi utilizzati in ambito civile. Il dibattito pubblico sulla AI non si interroga sulla pericolosità sociale e sulla democrazia dei sistemi di sorveglianza con uso della AI e dei dati biometrici. Per chi poi non conoscesse l’argomento sia sufficiente ricordare che una telecamera cattura dei dati e li elabora, tirando fuori una sorta di impronta digitale del volto. La AI è molto più precisa dei primi software. La discussione, dunque, non potrà limitarsi alle obiezioni sulla privacy e sui tempi necessari per il trattenimento dei dati; l’immane schedatura a tutela dell’ordine pubblico rappresenta un salto di qualità nella costruzione di una nuova società dispotica (clicca qui per un saggio di Renata Puleo su Agorasofia). Il regolamento europeo sulla AI permette il riconoscimento facciale a posteriori e solo per ricerche mirate su soggetti già identificati e oggetto di indagini, nulla a che vedere con raccolte di dati preventive e generalizzate. Nel frattempo, il Garante ha invocato il divieto esplicito di utilizzo di banche dati biometriche costituite tramite raccolta di immagini dal web. Ecco che assistiamo, increduli, ad un autentico corto circuito tra la tutela dei diritti fondamentali e le esigenze di ordine pubblico. In Europa esiste maggiore consapevolezza sui rischi della Intelligenza artificiale, specie se utilizzata per l’ordine pubblico, invece in Italia la tentazione di cedere alla AI per una repressione preventiva rappresenta una autentica suggestione e per questo non sorgono dubbi di sorta sull’inaffidabilità tecnica degli algoritmi e sugli utilizzi impropri del sistema di sorveglianza. È bene ricordare che i missili di ultima generazione si avvalgono della AI per individuare e colpire gli obiettivi e lo fanno, tuttavia, con un elevato numero di vittime innocenti, di civili, il cui unico torto è quello di trovarsi nelle vicinanze di un obiettivo militare da colpire e neutralizzare. Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente