Tag - renata puleo

Progetti di colonizzazione: dalla Valsesia in Piemonte alle sfide australiane
I luoghi in cui si stanno svolgendosi i fatti segnalati all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università sono tra loro distanti migliaia di chilometri. Eppure, lo spirito che li anima è molto simile. La Valsesia è una zona del Piemonte situata nella provincia di Vercelli, zona di antiche risaie e fuochi fatui, paesi di antica bellezza, abitati nei millenni da valligiani spesso ribelli ai loro padroni, orgogliosi di lingue ibridate dalle vicine contrade oltralpe, abituati all’isolamento, a quella particolare sensazione di chiusura che da una catena montuosa solenne, per contro ospitali con coloro che passavano i valichi, avviati in cerca di fortuna verso le città, Torino, Milano, Genova. Luoghi oggi abbandonati, come lo sono moltissime zone nel cuore delle nostre regioni, al Nord industrioso, al Sud impigrito da secoli di servaggio agli invasori, alle mafie nelle loro mutevoli trasformazioni legate ai cicli economici, ai flussi di quel denaro che non arrivava al popolo minuto. Restava nei forzieri al tempo dei castelli, della grandi tenute contadine dei nobili, oggi va alle banche, ai paradisi fiscali. L’Australia è un continente sterminato, la cui storia è popolata da antichissime civiltà, terra di genocidio delle popolazioni locali, di eugenetica perpetrata con il furto delle bambine e dei bambini da rieducate alla civiltà giunta da oltremare, il modello di pulizia etnica tornato in auge, forse mai davvero dimesso dai colonizzatori. Provo a specificare meglio le due segnalazioni di cui qui commento. Il comune della Valsesia interessato al progetto Baita è Varallo, 7000 abitanti circa. Il fenomeno dell’urbanizzazione ha spopolato le province ed è continuato anche nell’attuale decadenza del centro di attrazione industriale rappresentato, ancora da Torino, Milano, Genova. Secondo l’ideatore del progetto, Ugo Luzzati, riemigrato dopo anni trascorsi in Israele, si sta facendo molto rumore per nulla, visto che qui hanno comprato case e ruderi da ristrutturare anche immigrati ucraini, africani, sudamericani. Gli israeliani sono in fondo una minoranza arrivata dopo il 7ottobre, un piccolo numero rispetto agli oltre 80.000 che hanno lasciato Israele negli ultimi anni (clicca qui; oppure qui; e anche qui). Luzzati sottolinea come lui stesso sia sconcertato dall’attuale collasso democratico israeliano, una tragedia che dura da oltre cento anni, la cui recrudescenza ha fatto sì che un progetto, in atto da alcuni anni, abbia avuto l’attuale risonanza. Bisogna essere pragmatici, suggerisce Luttazzi, cavalcare le emergenze come sempre hanno fatto gli ebrei della diaspora, dal 1492. Si tratta si saper integrare la tradizione con il tradimento della ibridazione, della modernità del tempo attuale, considerato che la popolazione insediata ha fra i 30 e i 50 anni e molte/i sono le/i bambine/i. Intanto, si impara l’ebraico che, l’ho già annotato in un altro articolo, è sia la lingua del libro, sia quella reinventata nel 1948, ed è il vero cemento che unisce gli ebrei di tutto il mondo. Entro nel sito dell’Istituto Comprensivo Tanzio da Varallo per leggere il Piano dell’Offerta della scuola, ma non trovo cenno rispetto all’inclusione (come si deve dire) dei minori della nuova diaspora. Forse qualcosa è annidato alla voce progetti, ma non vedo nulla se non la castagnata e altre ricorrenze locali da festeggiare con le bimbe e i bimbi. Forse Luzzati si riferisce a una scuola privata, paritaria, o una iniziativa del rabbino locale. Mi auguro, visto che le creature piccole devono integrarsi anche nella scuola dell’obbligo con altre/i compagne/i, saranno evitati i famigerati libri agiografici in uso nelle scuole israeliane, di cui abbiamo avuto contezza in alcuni saggi ( Nuri Peled-Elhanan, La Palestina nei testi scolastici di Israele, Gruppo Abele, Torino 2021) e nel film Innocence di Guy Davidi, del 2022. Ma di questo abbiamo già scritto sul sito dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. All’insegna del migliore pragmatismo, quello che fa diventare bi-milionari, si muove l’iniziativa dell’australiana Georgine Hope Rinehart, a Perth, West Australiana (https://en.royanews.tv/news/70973). Il suo è un progetto assai più ambizioso e privo delle sfumature e dei dubbi di Luzzati. Come ci spiega in un video – cappello da cowboy e sorriso smagliante – e in innumerevoli interviste che qui segnalo solo in parte, la sua accoglienza è decisamente schierata con l’uomo che  è stato definito con la macabra locuzione macabra «io sono la guerra», il primo ministro – criminale internazionale – al governo di Israele e deciso a rimanerci. L’ospitalità di Georgine, padrona del suo territorio come un feudatario, è ai rifugiati, è agli israeliani senza se e senza ma. Meno ovvio, nei suoi territori  ospiterà anche depositi di armi e perché no, visto che gli armamenti fanno fare buoni affari, anche sperimentazioni di nuovi dispositivi. Insomma, estrattivismo di ottimo conio, intellettuale (un buon gruppo di istruiti israeliani fa sempre comodo all’azienda) e delle risorse del luogo, un modello vecchio e un modello nuovissimo. Ma chi è un colono, ci si potrebbe chiedere in questi nostri tempi confusi, di storie frantumate in mitologie e narrazioni meme e bias, di paranoie woke di Musk, di parole abusate fino all’erosione dei significati? I reduci delle guerre della Roma repubblicana e imperiale avevano diritto a una parte del bottino di guerra a seconda del rango rivestito in battaglia, e di un fazzoletto di terra in cui ritirarsi, in fondo un popolo dall’animo contadino e dalla razionalità giuridica, perché i due aspetti, proprietà e diritto proprio allora si sono coniugati. Il colono è il poveraccio che la Francia deportava nelle terre dei possedimenti nordafricani a morire di malattie, di fame come in patria e per gli attacchi armati dei locali. Il colono è quello in grande di cui parla lo scrittore e saggista Amitav Ghosh, predone nelle isole dell’Oceano Indiano, è quello boero in Sud Africa, e la lista si fa lunga e larga come lo sono tutti i continenti: conquiste, pulizia etnica, insediamenti, culture sparite, in alcuni rari casi ibridate, il pidgin, le lingue mescolate, un fenomeno antropologico e storico grandioso. Si leggono, in cartaceo e nel web, notizie accompagnate da commenti anodini, di progetti del post Nakba palestinese (l’altra faccia dell’Aliyah, il ritorno dell’ebrei nella terra dei padri). I resort sulla spiaggia di Gaza e l’assurda dismissione del governo di Hamas diventato, sotto l’egida ONU e USA (e già, si muovono insieme, ormai), solo tecnico amministrativo, per l’impegno israeliano a mandare avanti i pubblici servizi in Palestina (quale? in Cisgiordania? nei bantustan resistenti fra gli insediamenti ortodossi?). Certo Hamas non consegna le armi, come dovrebbe un barbaro sconfitto (Avvenire, 7 luglio 2026, p 11). I palestinesi vogliono restare, del resto non sono nel carnet degli invitati né di Luzzati, né della signora Hope, l’australiana. Una nota per concludere, visto che la stampa locale piemontese lamenta l’isteria antisraeliana a fronte del progetto Baita. Rileggo, in una specie di nostalgia intellettuale, qualche grande scrittore ebreo. Mi capita fra le mani Angel Wagenstein, forse meno letto dei fratelli Singer, la sua drammatica storia degli ebrei bulgari, passati di regime a regime, gli Asburgo, i tedeschi, i sovietici, oggi all’Europa della Ursula von der Leyen, forse non proprio il migliore dei mondi. Nel romanzo I cinque libri di Isacco Blumentel (Baldini Castoldi, MI, 2011) nello shtetl di Kolodez, il rabbino, il pope, l’imam sono compagni di sbornie e di bordello, solo il fine settimana ognuno per sè, con il suo gregge. E torno ad apprezzare l’ironia tragica, la saggezza delle religioni e delle culture che si parlano, mentre oggi torna il massacro e l’ospite, chi ospita e chi è ospitato, diventa l’hostis, che contamina minaccioso una sorta di presunta purezza etnica.   Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Comune-info.net: Autonomia differenziata e controllo del territorio
DI RENATA PULEO SU COMUNE-INFO DEL 28 GIUGNO 2026 Ospitiamo con piacere sul nostro sito l’interessante contributo scritto da Renata Puleo, pubblicato su Comune-info.net il 28 giugno 2026 in cui viene ribadito quanto l’Osservatorio denuncia da due anni a questa parte, vale a dire un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo. «L’attacco al territorio, perpetrato senza soste dal dopoguerra – sostiene Mazzeo – sta subendo proprio al Nord un progressivo incremento con la presenza delle basi militari, della filiera della logistica, delle reti energetiche, dei trasporti soprattutto aeroportuali. Non solo. Questo attacco si configura anche come stretta alle forme di dissenso grazie al combinato congiunto fra i decreti di tre ministeri, Difesa, Interni, Istruzione. Da insegnante e da co-fondatore dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Mazzeo denuncia la costante presenza delle divise nelle scuole di ogni ordine e grado. Al Sud, la militarizzazione del porto di Napoli (messo sotto tutela dagli Usa e dalla Nato appena terminata la seconda guerra mondiale), della Sicilia, di Taranto è di interesse economico per le mafie locali che ancora una volta fiutano l’affare e cambiano pelle...continua a leggere su www.comune-info.net. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
L’Aquila: cultura e natura con i carabinieri forestali
A L’AQUILA, I CARABINIERI FORESTALI PROTAGONISTI DELLA CAPITALE ITALIANA DELLA CULTURA. UNA STORIA CHE VALE LA PENA RILEGGERE. Dal 21 al 27 maggio, negli spazi dell’Auditorium del Parco “Renzo Piano” a L’Aquila, il Comando Regione Carabinieri Forestale “Abruzzo e Molise” ha allestito il villaggio “Natura CULTURA Legalità”, inserito nel programma ufficiale de L’Aquila Capitale italiana della Cultura 2026. Il pubblico previsto: famiglie, scuole, visitatori di ogni età. I contenuti esposti — biodiversità, lupo appenninico, lontra, riserve naturali, anelli degli alberi come archivio climatico — sono scientificamente solidi e importanti. Il punto che vogliamo sottolineare è chi presenta questi contenuti e in quale cornice. Il corpo forestale italiano nasce il 15 ottobre 1822, quando re Carlo Felice di Savoia istituisce l’Amministrazione forestale per la custodia e la tutela dei boschi del Regno di Sardegna. Nel 1910, con la legge Luzzatti, diventa Corpo reale delle foreste, incardinato nel Ministero dell’agricoltura: personale tecnico, ordinamento civile. Nel 1926 il fascismo lo sopprime. Con il regio decreto legge 16 maggio 1926 n. 1066, su iniziativa di Italo Balbo, nasce la Milizia nazionale forestale, specializzazione della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale. Gli stessi compiti — boschi, caccia, difesa idrogeologica — vengono trasferiti a un corpo militare inquadrato nelle strutture del regime. Con la Repubblica, il decreto legislativo 804 del 1948 ricostituisce il Corpo forestale dello Stato come corpo civile dello Stato, con funzioni tecniche e di polizia, alle dipendenze del Ministero dell’agricoltura. La scelta è consapevole: dopo vent’anni di milizia, si torna a un ordinamento non militare. Questa condizione dura quasi settant’anni. Poi, con il d.lgs. 19 agosto 2016 n. 177 — la cosiddetta riforma Madia, governo Renzi — il Corpo forestale dello Stato viene soppresso e assorbito dall’Arma dei Carabinieri, a decorrere dal 1° gennaio 2017. Il personale, da civile, diventa militare. La Corte europea dei diritti dell’uomo rileverà successivamente che l’operazione ha privato gli appartenenti al Corpo del diritto di sciopero e indebolito quello di libera associazione. Sul piano operativo, l’accorpamento ha prodotto sovrapposizioni di competenze, costi superiori alle attese — i risparmi annunciati non si sono materializzati — e una minore efficacia nella prevenzione e gestione degli incendi boschivi. La tutela ambientale non è per sua natura una funzione militare. Esistono e sono esistiti strumenti civili per esercitarla: corpi tecnici, enti parco, agenzie ambientali, guardie ecologiche volontarie. La scelta di affidare questa funzione a un corpo militare — fatta dal fascismo nel 1926, rifatta dal governo Renzi nel 2016 — è sempre stata una scelta politica, non una necessità tecnica. Quando i Carabinieri Forestali allestiscono un villaggio sulla biodiversità in una Capitale della Cultura, con ingresso libero e pubblico scolastico tra i destinatari espliciti, il messaggio che circola non è soltanto scientifico. È anche questo: che la natura va conosciuta attraverso l’Arma, che la legalità ambientale ha un’uniforme, che le istituzioni militari sono interlocutori naturali per la formazione civica dei giovani. È una forma di militarizzazione che non si presenta come tale: si offre come divulgazione scientifica, come educazione ambientale, come cultura. Ed è esattamente per questo che merita tutta l’attenzione dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Propaganda nelle scuole a Subiaco: riflessioni sulla militarizzazione
«Il sistema dell’informazione internazionale, dominato da quello dell’Impero e dai suoi alleati e soci, è riuscito a persuadere una gran parte del mondo occidentale, o almeno i suoi strumenti di mediazione ideologica […mediante] un potere di mistificazione […con] l’estensione del potere poliziesco-militare, sia del dominio propagandistico-ideologico», Franco Fortini. Le parole di Fortini risalgono al 1993 in una riflessione sulla situazione nei Balcani, a crisi di disfacimento della Jugoslavia appena iniziata. Come abbiamo più volte sottolineato commentando gli effetti pervasivi della propaganda sul sito dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, tutto serve ai media di regime per naturalizzare il controllo del territorio, per rendere amichevole la presenza delle forze armate in funzione di istruzione e orientamento delle creature piccole e giovani, per aumentare l’accettazione obbediente allo stato di difesa permanente, facilmente convertibile in guerra latente. Le scuole del primo e del secondo ciclo del sistema pubblico di istruzione, data la loro capillarizzazione sui territori, si prestano a esser individuate come luogo privilegiato di propaganda sicuritaria e bellica. La presenza più costante nelle classi di ogni ordine e grado è quella dell’Arma dei Carabinieri le cui caserme insistono in ogni angolo del Paese, dopo il riordino varato con l’unificazione del 1861 (clicca qui). Non è quindi difficile immaginare la vicinanza fra la popolazione, soprattutto dei piccoli centri, con donne e uomini in divisa. La segnalazione che qui commento, giunta all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole delle università, riguarda un episodio minore, ma non meno significativo. Come riferisce il foglio Il messaggero – edizione locale – una bambina di undici anni, di Subiaco, scrive una tesina (una volta si chiamavano temi e/o componimenti liberi e su traccia) in cui racconta il suo sogno di diventare Capitana dei Carabinieri. (Bambina fa una tesina sui Carabinieri e il comandante della stazione di Subiaco la premia: l’emozione del luogotenente (che si commuove) Subiaco è una piccola cittadina di rocche e castelli, una popolazione 8.500 anime, appartenente alla enorme area di Roma Capitale, inghiottitoio amministrativo delle realtà abitative della campagna laziale, anche oltre i 30 chilometri dal Campidoglio. A Subiaco è ancora in funzione un Istituto Comprensivo (IC), il Carlo Alberto Dalla Chiesa, malgrado i dimensionamenti, gli accorpamenti, l’eliminazione di interi istituti scolastici effettuati negli ultimi anni. Insomma, resiste anche perché – come sappiamo – senza le scuole si spopolano i paesi più piccoli e continua la forzata urbanizzazione verso i centri maggiori, verso le loro immense periferie. Il testo scritto dalla bambina finisce nella cronaca locale dopo esser stato donato, dedicato al luogotenente dell’Arma: grande commozione dell’ufficiale, dei presenti, del solerte cronista. La bimba riceve anche un premio dalle mani del Comandante della caserma. Ma esattamente di che si tratta? Troviamo altre informazioni sul sito dell’IC, nell’ambito del progetto intitolato “Ritorno al passato”. L’argomento si sviluppa intorno al ripristino dell’esame di quinta elementare, abolito nel 2000 dalla riforma dell’allora ministra Letizia Moratti. Ovviamente, non ha valore di valutazione finale, a questo pensano le prove a test INVALSI e vi ottemperano i docenti con  i giudizi, dopo l’ultimo ritocco ministeriale dei livelli di apprendimento. Quindi, si è trattato dello svolgimento di un testo argomentativo (da qui tesina) legato al motivo ispiratore del progetto e, forse, rispondente a una traccia assegnata dalle maestre (un sogno, il passato che guarda al futuro?). Di per sé, l’idea è interessante. Anche nell’IC da me diretto, nel 2001 decidemmo di far effettuare ai bambini di V classe un compito a scelta, un tema, un problema, un disegno, il cui scopo era segnare con un piccolo rituale il passaggio dall’infanzia alla prima adolescenza, insomma una sorta di commiato, di saluto. Non era aliena dalla decisione deliberata dal Collegio Docenti la manifestazione di opposizione pedagogica e politica alla riforma con cui iniziava il progressivo massacro della scuola, non solo ex elementare (oggi primaria). Un Collegio che fu capace di rifiutare la somministrazione delle prove INVALSI, un organo collegiale composto da insegnanti ancora pronti a scendere in piazza. Un ritorno al passato anche questa annotazione, mentre oggi sembra costume abituale la servitù volontaria, la retorica buonista, l’incapacità di lettura critica del presente. Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Formazione Scuola-Lavoro e militarizzazione a Cremona: un’analisi critica
Nel sito dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università abbiamo già commentato l’attuale politica culturale della Rai Tv e radio, a proposito di Rai kids (i programmi per bambini e le bambine) e la festa aziendale con la presenza – come ospite d’onore – delle forze armate. La televisione pubblica non è più nemmeno generalista (un po’ di tutto per tutti), non è più quella creata da Silvio Berlusconi con l’affiancamento delle emittenti private. Per ravvisarne la deriva come megafono delle veline governative, o delle informazioni sulle iniziative convergenti con l’agenda dei ministeri, dobbiamo risalire all’Era Covid, quando siamo stati bombardati 24 ore su 24 con i dati dei morti, gli ingressi nei reparti ospedalieri scoppiati, i frettolosi funerali, il commento sui decreti. Arrivo all’oggi. Il 30 maggio scorso il TGRai-Lombardia lanciava un breve servizio sulla formazione al lavoro (Formazione Scuola-Lavoro, ex PCTO, ex ASL), riferendo dell’attività messa in campo dall’’Istituto professionale IAL di Cremona, con la visita alla locale Questura (clicca qui). Presenti, non solo il tutor in divisa, ma gli entusiasti Questore, Prefetto, Direttore dell’Ufficio Scolastico Regionale. Questa scuola, ovviamente vocata ai percorsi lavorativi per tipologia di indirizzo, accreditata dalla Regione Lombardia, esiste dal 1955, e oggi si presenta all’insegna della triade “innovazione- apprendimento-lavoro” (clicca qui).  Nello specifico, questa iniziativa dovrebbe essere orientare gli alunni verso la carriera nella polizia. Alcune ragazze intervistate mostrano curiosità, interesse verso il lavoro in questura «Fin da bambina ero interessata a capire cosa fa un poliziotto e ora lo vedo da dentro…i giovani vedono la polizia dall’esterno». La visita prevedeva il dettaglio del funzionamento degli uffici, a esempio quella immigrazione. Chissà se qualche docente avrà commentato in classe, magari dopo la gita d’istruzione, anche l’attuale stretta sui migranti, l’infame decreto sulla re-immigrazione volontaria e coatta che darà – presumo – nuovi compiti amministrativi e di ordine pubblico ai poliziotti. Faccio un inciso. L’obbligo scolastico in Italia dura dal sesto al sedicesimo anno di età, in ogni caso con la frequenza di almeno 10 anni e permanenza nel sistema di istruzione fino al diciottesimo anno. La legge 159 del 2023 – decreto Caivano, frutto repressivo di una triste vicenda locale, prevede per gli adulti, che esercitano il podestà genitoriale e non assolvono all’obbligo, severe sanzioni.  Ma ci sono deroghe: si può assolvere al dovere lasciando la normale frequenza delle lezioni a 15 anni, compiuti i quali si accede alle forme dell’apprendistato aziendale e/o alla formazione regionale che dà accesso alle qualifiche professionali. Questi percorsi alternativi alla scuola superiore di II° grado, sono di responsabilità delle regioni, il riferimento è il Quadro Europeo delle Qualifiche tradotto, di concerto da Ministero del Lavoro e da quello dell’Istruzione con apposito decreto dell’8 gennaio 2018:  l’allegato dettaglia le otto competenze di esito, dalla manovalanza alla vetta manageriale; a titolo conseguito il percorso può continuare nelle Academy, gli istituti tecnici superiori (clicca qui). Oggi, Veneto, Lombardia, Liguria e Piemonte, rivendicano il controllo esclusivo dell’intera filiera sulla base delle esigenze del mercato locale e, perché no, anche il controllo su tutta la scuola pubblica (il rimando è al testo delle preintese Stato-Regioni). Torno al telegiornale. I notiziari locali funzionano come i siti e le pagine di news diffuse sui territori. Le informazioni, soprattutto quelle convergenti con l’attuale impostazione della sicurezza come repressione del dissenso, della difesa totale della Patria come obbligo morale, funzionano da motore del consenso. Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Il ruolo della comunità ebraica nell’istruzione a Roma
«La nostra scuola educa giovani Ebrei attraverso la pratica consapevole dell’Ebraismo e un’eccellete offerta didattica sia negli studi ebraici che accademici a raggiungere il loro massimo potenziale a diventare membri attivi colti e solidali della comunità ebraica di Roma». Piano Triennale dell’Offerta Formativa (PTOF) della scuola Vittorio POLACCO di Roma ( www.scuolaebraica.roma.it). Le scuole della Comunità ebraica di Roma sono situate nel cuore di Trastevere, fra il Portico di Ottavia e il Lungo Tevere. Gli ebrei di Roma (minuscolo, non casuale invece la lettera maiuscola nel testo del Piano riportato in incipit) appartengono a uno dei gruppi della diaspora più antichi. Perfettamente integrati, malgrado l’istituzione del ghetto voluta da Papa Paolo IV a metà Cinquecento e i tanti obblighi imposti dalla bolla papale, svolgevano le attività legate al commercio. Due iscrizioni segnano una sorta di enclave storica della vita della comunità: una frase lapidaria sulla facciata della chiesa San Gregorio della Divina Pietà allerta che da lì inizia il quartiere proibito; la targa sul muro, nella piazzetta antistante il Portico e la chiesa di Sant’Angelo in Pescheria, ricorda il rastrellamento e la deportazione  del 1943. Questa premessa mi serve per collocare la segnalazione arrivata all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e dele università con un post di Facebook (https://www.facebook.com/share/1CsRCacwE2/). Si tratta della iniziativa dei bambini della scuola primaria, dunque delle loro insegnanti, di donare un dolce tradizionale e un messaggio di ringraziamento al presidio dell’esercito che, dall’attentato alla Sinagoga del 1982, piantona il quartiere Sant’Angelo. Gratitudine per essere nuovamente vigilati, stavolta bonariamente, all’interno di uno spazio protetto. Bambini e bambine che imparano – fin dall’infanzia – che la loro condizione di ebrei rappresenta un’entità superiore a quella di piccoli cittadini italiani. Qualcosa di cui andare orgogliosi. Mi chiedo come vivano questo stato di privilegio e di separazione (il sacro nell’accezione corretta). Che risposte riceveranno dagli adulti alle loro eventuali domande, oggi, con quel che sta succedendo nel paese – Israele – che hanno imparato ad amare in famiglia, in sinagoga, e sicuramente a scuola? Nel 2000, a ridosso dell’approvazione del Regolamento sull’Autonomia Scolastica (DPR 08/03/1999) una conoscente di religione ebraica mi disse che la Direttrice della primaria Vittorio Polacco aveva bisogno di una consulenza per la scrittura del Piano dell’Offerta Formativa (allora POF), previsto per le scuole che avevano ottenuto la parificazione, oggi parità, nuova aggettivazione non casuale. Per inciso: rendere pari al pubblico il settore scolastico privato al Ministero è costato, nel riparto proporzionale  del 2026, circa 588  milioni di euro (clicca qui). Andai all’appuntamento incuriosita. Mi venne chiarito che gli scopi valoriali da tenere presenti per la scrittura dell’offerta alle famiglie avevano il loro fondamento nella Tōrāh e nella storia millenaria di Israele. Alle mie obiezioni, che dovettero sembrare piuttosto ingenue (ma non siete una scuola parificata italiana?), tutto finì prima ancora di iniziare con un invito ad andare alla sinagoga piccola, sull’isola Tiberina, alla Festa delle Luci.   Oggi, anno 2026 a cavallo fra il 5786 e il 5787 del calendario ebraico, l’impianto del PTOF non è cambiato molto. Infatti, leggiamo che la definizione degli obiettivi è strettamente legata alla Tefillah, preghiera rituale e ringraziamento a guida della condotta quotidiana. La lingua ebraica, moderna e classica viene insegnata fin dalle prime classi secondo il metodo immersivo Tal AM, il 20% delle ore di scuola è dedicato alla cultura ebraica. Del resto, la distinzione enunciata nella presentazione del Piano fra scuola laica, religiosa e ultraortodossa, mi pare piuttosto sfumata: la religione del Libro è fondamento culturale ed etico per tutte e tre. La lingua ebraica, più dell’italiano, malgrado si parli di scuola inclusiva, è considerato fattore identitario. La questione linguistica venne posta fin dagli albori del sionismo, fortemente ancorata al ritorno nella terra dei padri. La grammatica e il vocabolario subirono una classificazione rapida sulla base dell’Yiddish e una continua messa a punto, dal 1948. «La continuità ebraica si fonda da sempre su parole dette e scritte […] La nostra è una linea non di sangue ma di testo» (A. Oz; F. Oz-Salzberger, Gli ebrei e le parole. Alle radici dell’identità ebraica, Feltrinelli MI, 2013). Il testo dell’Offerta continua sottolineando la necessità di fare comunità, sia con gli ebrei in Italia che con gli israeliani. Gemeinschaft (la comunità chiusa, impermeabile) che si oppone a Gesellschaft (la società) è vecchia questione. La comunità protegge con le sue procedure rituali, mette al riparo i suoi membri dal contagio, l’esterno è filtrato, la tradizione cementa il gruppo attraverso la precettistica (Mitzuòt). Quel che commento è tutto contenuto nel testo ed è la spina dorsale della pedagogia esplicitata. Il resto, l’impianto didattico, è basato sui soliti luoghi comuni, presenti in tutte le nostre scuole del primo ciclo: alunno in primo piano, laboratori, progetti extrascolastici, autovalutazione dell’alunno e del piano medesimo, ecc. Ovviamente, la valutazione a test dell’INVALSI credo costituisca uno dei requisiti per accedere alla parificazione, anche se non ne trovo menzione. L’organizzazione oraria è quella consueta: tempo pieno e moduli a 28/32 ore per i 392 alunni divisi in 20 classi. Vista sommariamente la carta di identità strategica (sic!) delle scuole della comunità ebraica romana, vengo alla seconda segnalazione. È stata inviata  all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, da Lorenzo Perrotta, dal sito piccolenote, foglio di ispirazione cattolica a cura del giornalista Davide Malacara (https://www.piccolenote.it/mondo/la-scuola-israeliana-la-fabbrica-del-nemico). Una blogger della redazione, Claudia Carpinella, commenta un’intervista di Amos Brison (podcast +972) a Nurit Peled Elhanan, professoressa emerita di Educazione Linguistica dell’Università di Gerusalemme. Ancora un problema di parole, di discorsi pedagogici. La Elhanan ricorda che – come abbiamo letto in molti commenti in questi difficili giorni – «Se educhi alla guerra cresci guerrieri. Se elimini ogni dignità umana dal volto del nemico, del vicino, del conterraneo – lo abbiamo visto anche in altri conflitti, nei Balcani e nelle guerre africane – se disumanizzi il palestinese, il siriano, il libanese, hai già conseguito l’obiettivo di risolvere il problema […] se c’è un problema di pulizia da svolgere, tanto vale arrivare a soluzione», secondo l’efficace considerazione di un giovane soldato israeliano. Come sappiamo, dall’esempio di pervasività delle iniziative a carattere militare nelle scuole italiane, occorre formare questo pragmatismo attraverso un lavoro di enfatizzazione della guerra necessaria, della difesa dei confini, fisici e culturali. In Israele, muri di cemento per segregare i gazavi insieme al diritto allo sconfinamento: si distruggono entità nazionali viciniori nella convinzione di una superiorità culturale e di un diritto di esistere – dopo la Shoah – oggi portato agli estremi delle pratiche genocidarie.   La retorica ha sempre ben servito la propaganda, le parole sono più performanti delle armi. Ne scrisse il filologo Victor Klemperer a proposito dell’uso del tedesco durante il nazismo quando, dai megafoni in strada e dal palco in ogni manifestazione di regime, l’ideologia del terzo impero era veicolata con slogan ripetuti fino alla completa assuefazione da parte di chi ascoltava. Il diario di un ebreo che ancora potrebbe insegnare molto ai suoi correligionari, di Israele e italiani (LTI La lingua del Terzo Reich. Taccuino di un filologo, Giuntina Firenze, 1998)   Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Festa aziendale in divisa. Avanza la militarizzazione anche alla RAI, critico il sindacato USIGRAI
Un post su Facebook di UsiGRai, il sindacato dei lavoratori della Rai, pubblica una nota relativa alla festa Bimbo-Rai (https://www.facebook.com/share/18BtCUAUYi/). Il commento della organizzazione è molto critico e anche il noto giornalista Nico Piro esprime una nota critica sulla vicenda (qui il suo post su Facebook). Da sempre cerca di contrastare la conduzione del servizio pubblico, in fase di rinnovo nel 2027, oggi anche contro le dismissioni del patrimonio immobiliare (Qui il comunicato USIGRAI). La festa – secondo i lavoratori – non è il consueto momento di paternalismo aziendale e di fidelizzazione dei dipendenti (per la verità moltissimi precari o con contratti capestro per Bullshit Jobs, i lavoretti di merda normati dal Jobs Act del 2014): il diavolo si nasconde nei dettagli. La segnalazione diventa di interesse per l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università perché il dettaglio, rivelatore degli intenti aziendali, sta nella presenza dei militari alla festa. Esercito e Forze dell’Ordine sono invitati in qualità di animatori, ruolo che esercitano volentieri, purché si tratti di mostrarsi in divisa e di proporre armi e strumenti di morte come giocattoli. Il «vuoto aziendale e culturale» della Rai richiamato dalla segnalazione, non credo sia davvero tale. Secondo me si tratta, per i vertici dell’azienda italiana di radiotelevisione strettamente imparentati con le forze politiche al governo, di spostare l’attenzione dei dipendenti, e di coloro che assistono alla festa, verso l’accettazione della inevitabile necessità di stare a fianco delle armate nazionali alla difesa del paese da presunti aggressori.  Dunque, una ideologia, per quanto scomposta e piuttosto maldestra. Occorre far in modo che ci si pensi, fin da piccoli, cittadini obbedienti, reclutabili all’interno di formazioni militari, addestrati in appoggio civile alle azioni guerresche, nonché soggetti adattati alle forme della repressione di qualsiasi dissenso. Credo sia una precisa scelta della Rai quella virare gli scopi pubblici, informazione non faziosa e intrattenimento di qualche pregio (diversione non idiotizzante, soporifera, ottundente), verso un sistema valoriale drogato da insistenti richiami al rischio, alla sicurezza, alla necessità di una protezione armata, interna, e ai nostri confini. I contribuenti pagano il canone, senza possibilità di evitarlo visto che, sempre il solito Renzi papà del Jobs Act e della Buona Scuola lo ha legato, nel 2016, al consumo domestico della energia elettrica, ma i contribuenti non hanno voce in capitolo sulle scelte della RAI, sempre più orientate a compiacere i politici di turno, a diffondere veline governative, come da modello berlusconiano instaurato negli anni Novanta,  (Editorialedomani.it sulla vicenda). L’azienda dedica un intero settore di intervento a scopi educativi. RaiKids, in cui rientra anche la festa segnalata e trasmessa dai canali TV, è una sezione di programmi radio-televisivi dedicati ai minori, la versione aggiornata della vecchia radio e TV per ragazzi, nata con i primi televisori domestici (https://www.raiplaysound.it/radiokids/podcast). Un contenitore ricco, ma non sempre altrettanto educativo, sia per formati, sia per temi proposti (molto moralismo, molta condiscendenza e piaggeria verso l’infanzia, molta propaganda appena velata). Per l’intrattenimento dei piccoli la concorrenza è agguerrita. Oggi, sempre più spesso, i bambini e le bambine vedono le animazioni e i programmi sulle piattaforme private a cui i loro genitori pagano l’abbonamento. Si impara la guerra con le sfide mortali, la logica amico-nemico, la necessità di far parte di una banda, un gruppo chiuso pronto alla lotta per la difesa del proprio territorio. Il paternalismo aziendale ha illustri modelli nel passato industriale del secolo scorso. Un caso italiano è quello della Fiat, quando la casa automobilistica governava a maglie strette la vita economica, culturale e politica della sua città, Torino. A Natale, nello stabilimento Mirafiori, si radunavano i figli dei dipendenti, della sede centrale, del Lingotto, di Fiat-Ferriere, del vasto indotto. Spesso gli auguri li faceva il padrun Agnelli (Giovanni, il nonno fondatore e poi il nipote, in arte l’Avvocato) fra gli applausi della claque, il dono di un giocattolo, un panettone, una bottiglia di spumante Gancia. Poi tutti a casa contenti, grati per il lavoro e per le due stanzette nelle case-Fiat.   RadioKids piace ovviamente al foglio torinese La stampa – da sempre al fianco degli Agnelli – che commenta entusiasta i successi del formato, da 70 anni sulla breccia (clicca qui per la notizia). Una breccia che nel gergo militare è un avanzamento di truppe, l’apertura di un varco in un muro fortificato, con facile metafora mediatica un esempio vincente di opinionismo servile. Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
L’influenza militare sull’infanzia in Italia. A partire da alcune segnalazioni giunte all’Osservatorio
Come si evince dalle innumerevoli segnalazioni che ogni giorno arrivano alla mail dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università (osservatorionomili@gmail.com), la presenza delle forze armate è ormai una vera invasione di campo. Un campo che dovrebbe essere gestito dagli/dalle insegnanti, nella relazione asimmetrica per ruolo ed età, fra chi insegna e chi impara. Soprattutto i bambini e le bambine, le creature piccole e i giovani sono i più esposti alle insinuanti parole di chi veste una divisa. Ai loro occhi un corpo armato, vestito in armi, mostra vigore, determinazione nell’affrontare situazioni di rischio, capacità nell’uso di tecnologie sofisticate per affrontare il pericolo, sia esso il nemico classico o il delinquente e il marginale. Oggi a soldati e soldatesse viene lasciato un compito educativo che gli adulti di riferimento – docenti e genitori – riconoscono complementare, quando non sostitutivo, al loro. Soprattutto le armi sono oggetto della fascinazione. Dalla spada al moderno fucile d’assalto, gli oggetti della tecnica della morte sono un’espressione di aggressività precocemente appresa, che si mostra nel gioco infantile, nella predilezione per gli sport violenti, per le finzioni dei videogiochi e dei film di animazione. Qualcuno afferma che si tratti di un fascino derivante da pulsioni residuali, da istinti aggressivi di cui la cultura non ha mai davvero esonerato gli esseri umani. I bambini più piccoli imparano a coltivare quello spazio emotivo nella convinzione che discutere con l’Altro, chiunque esso sia, non vale le parole spese, ancora prima di provare a trovarle. Imparano che nell’Altro si nasconde il nemico, che la frontiera è una protezione, che la Patria è un luogo da difendere come Heimat, la casa, da chi la vuole occupare, chissà distruggere. Le segnalazioni che commento vengono da informazioni veicolate nel web e riguardano istituti scolastici della fascia del primo ciclo di istruzione (6/13 anni, dunque infanzia e preadolescenza). Tre tipi di iniziative apparentemente bonarie, la bellezza del volo, la vitalità della banda musicale, la simpatia per la mascotte, che però hanno un sottotesto, pescano nell’immaginario guerriero, tanto più invadente quanto schermato, sottile. Inizio da Viterbo, dove il 13 maggio sul sito dell’AVES (Aviazione Esercito Italiano) si commentava il successo dell’open day, percorso di orientamento e di informazione per le scuole della provincia sull’importanza del servizio prestato nelle forze armate. Motivo di orgoglio per gli organizzatori l’entusiasmo dei più piccoli per l’esibizione di armi e apparecchiature, soprattutto – si sottolinea – fra i membri del consiglio comunale dei bambini (una prova di educazione civica?). Nel sito si evidenzia anche la partecipazione di Poste Italiane che ha impresso un francobollo per commemorare i 75 anni di vita dell’AVES. Del resto, la compartecipata statale è sempre meno dedicata al servizio postale e sempre più rivolta all’attività di banca e finanziaria, presente sul mercato, dove è bene farsi una buona pubblicità. Tutti contenti, amministratori locali, aviatori, genitori e sicuramente dirigenti scolastici e insegnanti ormai, su quasi tutto il suolo patrio, fedelissimi alle divise (clicca qui per la notizia). Sempre nel Lazio, l’istituto comprensivo Santa Maria Delle Mole, nell’omonima frazione di Marino (Città Metropolitana di Roma), il 15 maggio ha partecipato con 6 classi all’evento musicale organizzato dalla banda dell’Esercito. Messa in musica la fiaba di Esopo “La cicala e la formica”, mostrati gli strumenti musicali, sponsorizzato un corso di pianoforte, anche online (?), offerte esibizioni di canti della tradizione popolare. Quale tradizione, mi chiedo. Ho diretto un anno l’istituto in questione e Santa Maria delle Mole, agro romano fortemente urbanizzato alle falde dei Castelli Romani, era allora ed è oggi un non luogo. Malgrado qualche aspirazione a diventare un comune autonomo grazie ad una vittoria referendaria che non ha avuto seguito, può vantare il ricordo di antichi insediamenti di coloni-reduci dell’esercito romano, i mulini a ridosso delle marane (torrenti) a cui deve forse il suo nome, oggi scomparsi. Sorvolano il paese (circa 13.000 abitanti) 180 voli giornalieri dal vicino aeroporto di Ciampino, un contributo all’inquinamento di gas e rumore: «Se un essere umano è condannato a svolgere la funzione limitata della formica non soltanto cesserà di essere uomo, ma non sarà neppure una buona formica» scriveva Norbert Wiener, il padre della cibernetica (Introduzione alla cibernetica, 1966/2001). Un semplice collegamento di idee dall’edificante Esopo alla tecnologia militare…Non ultimo: ma un laboratorio musicale curato da insegnanti dentro la scuola, no? Ci vuole la più performante banda dell’esercito (https://www.instagram.com/p/DYVGByHDFqx ). Mi sposto a Sesto Campano, piccolissimo paese della seconda più piccola regione italiana, il Molise. Come ci informa un foglio locale on line, i bambini dell’IC Don Giuliano Testahanno vinto il primo premio del concorso “WOrso Wojtek“, ideato dal giornalista Lello Castaldi, un buon amico e sponsor dell’esercito, come si evince dalle sue pagine Facebook. L’orso bruno in questione venne adottato dalla 22° Compagnia dell’esercito polacco in esilio in URSS, impegnato nella liberazione dell’Italia dai nazisti e, come nella pubblicistica destrorsa, anche queste celebrazioni tendono a oscurare il ruolo delle formazioni partigiane. Pure a Sesto tutti contenti, sindaco Eustachio Macchiari in testa (lista civica Noi Ci Siamo) (Clicca qui per la segnalazione). Conclusione, molto provvisoria. Nel gioco di riflessi fra adultità e infanzia, prima che il bambino specchi sé stesso e possa riconoscersi, l’adulto riverbera il suo desiderio del bambino e del suo futuro. Un doppio genitivo per dire l’incrocio delle attese reciproche, delle domande, delle risposte, degli inganni, delle scoperte scomode, urticanti. Anche oggi – nel dibattito tutt’altro che spento sui cascami del patriarcato e lo sfumare del padre, del maschio – l’adulto fornisce protesi per crescere. Anche la complicità degli adulti, degli educatori, che annulla il differire fra le generazioni lo è, prova a esserlo: ci si diverte insieme, si imparano insieme il conformismo e l’adattamento passivo, acritico, tutti, grandi e creature piccole nello stesso gioco mediatico. Oggi, le protesi sono anche un moschetto, una divisa, un inno: passaporti per entrare presto nel mondo adulto, pragmatico, dove la violenza va gestita, accompagnata, addestrata, più che evitata. Bambini-soldato in molte regioni del mondo, bambini futuri soldati, qui, ora, da noi, Italia, Europa. P.S. È NOSTRA CURA CELARE I VOLTI DEI BAMBINI E DELLE BAMBINE PERCHÉ SIAMO EDUCATORI ED EDUCATRICI SENSIBILI E CI FA ORRORE ASSOCIARLI AGLI STRUMENTI DI MORTE, COSTRUITI CON IL SOLO SCOPO DI UCCIDERE ALTRE PERSONE, TUTTAVIA MARCA LA DIFFERENZA PEDAGOGICA IL FATTO CHE SUL SITO DELL’AVES (A QUESTO LINK) NON CI SIA ALCUN RIGUARDO RISPETTO ALL’ESPOSIZIONE DI MINORENNI ACCANTO AD ELICOTTERI E VELIVOLI DA GUERRA. Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Radio Onda Rossa intervista Renata Puleo sull’attività dell’Osservatorio
Lo scorso 26 maggio Renata Puleo, attivista dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università e già docente e dirigente scolastica, ha rilasciato la seguente intervista sulle frequenze di Radio Onda Rossa. L’intervento ha trattato le attività principali dell’Osservatorio nell’ultimo anno e le sue nuove sfide, con particolare riferimento, in chiusura d’intervista, al ritorno della leva militare. Si è anche commentato i recenti articoli di denuncia locali dell’Osservatorio: sul progetto “Pretendiamo legalità” a Spoleto, in cui studenti e studentesse di scuole di 50 province sono andate in visita all’Istituto per Sovrintendenti della Polizia di Stato, e sull’orientamento con l’Aeronautica Militare all’Istituto “Enrico Fermi” di Roma. Osservatorio contro la militarizzazione della scuola e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Al Centro Malaguzzi di Reggio Emilia: esercito israeliano, principessa del Galles e parmigiano
PARTE 1. LA REGGIO CHILDREN INTERNATIONAL NETWORK E L’ESERCITO ISRAELIANO La segnalazione all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università relativa a diversi post pubblicati sulla sua pagina Facebook dall’antropologo e attivista Cosimo Pederzoli, ci porta a Reggio Emilia. Il problema, oggetto dell’invio, me lo spiega Pederzoli stesso, in risposta a una e-mail in cui gli chiedo approfondimenti. Riporto le sue parole: > «In sintesi la questione è la seguente: quali rapporti ha ReggioChildren Srl > con istituti e insegnanti pro-Israele? In che modo vengono organizzate queste > relazioni? Ovviamente, il giudizio non è rivolto a scuole ebraiche in quanto > tali ma al coinvolgimento in attività di supporto all’esercito. Il mio focus è > stato diretto, negli ultimi due anni, verso il network “Narea”, ossia il North > American Reggio Emilia Alliance. > La rete delle scuole, ma anche di organizzazioni più ampie, che si ispira al > Reggio Approach e che si forma a Reggio Emilia, ospiti al Centro > Internazionale Loris Malaguzzi, sotto forma di “Study Groups”, facendo > ufficialmente parte del “Reggio Children International Network” (creato nel > 2006). All’interno di questo Network ci sono, prima e dopo il 7 ottobre, > scuole ebraiche statunitensi molto attive nella propaganda pro-israeliana, a > volte schierate direttamente con l’IDF. > Avevo già fatto notare l’anno scorso le stesse dinamiche, venne sospesa una > collaborazione (solo perché a ridosso della visita in città dell’Albanese, la > mia segnalazione era precedentemente caduta nel vuoto 6 mesi prima). [ndr: qui > i link agli articoli di allora RaiNews, Il Resto del Carlino, Reggionline]» Sembra, ad un certo punto, che da Reggio Children arrivi una tenue smentita, soprattutto in relazione alla vendita del marchio alle scuole israeliane, eppure Pederzoli segnala nuovamente alcune foto sulla sua pagina che documentano la presenza di soldati israeliani a Reggio. Continua il giornalista: «Ho svolto poi una ricerca per capire se la “revisione delle collaborazioni” che era stata promessa fosse avvenuta ma è emerso che all’interno del “Reggio Children International Network“, proprio nello Study Group Narea, sono presenti scuole americane ebraiche che continuano a sponsorizzare Israele e l’IDF. Questi istituti comprendono la fascia early childhood / superiori, quindi la foto [nota mia: con due ragazzine di età superiore alla fascia 0/6] che ho pubblicato è stata scattata recentemente in una di queste scuole facenti parte del network Reggio Children.» Pederzoli, impegnato in vari campi (i senza fissa dimora; i minori non accompagnati; le situazioni di sfruttamento del lavoro; il genocidio in Palestina), sottolinea la disattenzione della sinistra – in una città e in una regione storicamente legate alla sinistra storica – verso i temi che stanno al cuore del suo lavoro e nello specifico per il caso riguardante il fiore all’occhiello dell’Amministrazione Comunale, le scuole Reggio Children 0/6, compromesse con le quelle israeliane. Aggiunge che la pubblicazione sul nostro sito lo farà sentire meno solo in una città e in una regione sempre più indifferenti, a quanto pare anche nel partito Sinistra Italiana, in cui ha militato negli ultimi anni. Certamente criticare Reggio Children non torna facile, così come denunciare le complicità con lo Stato di Israele in Italia, e in Emilia in particolare. La sinistra, il Pd in particolar modo, si muove con molta ambiguità rispetto al genocidio in atto e alla questione riguardante la diade culturale e storica sionismo-semitismo, e il prefisso anti (si veda qui la proposta di decreto Romeo e Del Rio sulla prevenzione delle forme di opposizione allo stato di Israele di taglio antisemita). Provo a curiosare sul sito Reggio Emilia Approach. Si può trovare accesso alle informazioni sulle scuole, sulla filosofia dell’approccio educativo, sulle occasioni formative, sulla documentazione delle attività, sull’elenco delle pubblicazioni. C’è un ma: tutto si vende e tutto si compra, se non ci si iscrive ufficialmente non si vedono e non si ricevono i materiali informativi. PARTE 2. CENTRO INTERNAZIONALE LORIS MALAGUZZI, PRINCIPESSA DEL GALLES E… PARMIGIANO Ho visitato – quando dirigevo, in un Istituto Comprensivo di Roma, anche la scuola dell’infanzia statale, il Centro Internazionale Loris Malaguzzi di Reggio, aperto nel 2006, intitolato al maestro e pedagogista che ha ispirato con le sue idee – e creato – quello che oggi sono le scuole 0/6, contribuendo alla fama internazionale). Ne ricavai un forte impatto: struttura e idee-guida pedagogiche e didattiche degli atelier, cura degli spazi, quantità di materiali, tutto era effettivamente impressionante, i 100 linguaggi c’erano tutti. Ma provai anche il retrogusto che viene quando quel che vedi è troppo luccicante, ti sa di un po’ fasullo e, se poi si rivela autentico, troppo gridato e soprattutto profondamente ingiusto. Nella nostra scuola di periferia cercavamo di essere all’altezza dei bisogni di una zona popolare, dei molto minori non italiani, con i pochi mezzi a nostra disposizione, in locali squallidi che le maestre inventavano con fantasia e professionalità, perché la bellezza e la cura sono importanti quanto una buona pedagogia (anche le parole-chiave di Malaguzzi erano relazione, bambini, luoghi). Oggi, per approfondire lo sfondo relativo alla segnalazione di Cosimo Perdezoli, entro virtualmente in una delle loro scuole, l’istituto Diana. A ridosso di un parco pubblico, è un edificio magnifico: intorno a una piazza centrale si posizionano le aule, le pareti riproducono immagini favolose, le vetrate aggettano su due giardini. Apro la Carta dei Servizi, 83 pagine in cui tutto, ma proprio tutto, sembra spiegato, anche se non trovo quel che mi piacerebbe sapere alla voce valutazione della qualità del servizio, soprattutto dei percorsi educativi. Forse dovrei iscrivermi – pagando – a qualche a pista offerta dal sito ufficiale o dal Centro Malaguzzi (vedi qui). Una maestra di Reggio ben informata mi fa notare che anche queste scuole, come del resto la maggior parte dei nidi, dei gradi infanzia e primaria, sono tenute in piedi dal lavoro di maestre, di donne, sia nelle attività di aula che in quelle organizzative. Così, cercando ancora, incrocio il nome della oggi 97enne Loretta Giaroni, comunista, moglie di un partigiano, figura importante dell’Unione Donne Italiane (UDI). Nel 2023 le è stato dedicato un archivio contenente le sue carte, i suoi lavori, le riflessioni e i resoconti degli incontri (vedi qui). Ma, come icona della Reggio Children, non fa testo e non può competere con Malaguzzi. Maestre, donne, nate in famiglie umili che hanno studiato spesso da autodidatte, hanno lavorato senza troppa risonanza e costruito quel che ora vediamo sotto le pagliuzze luccicanti. È un aspetto della storia della scuola democratica in Italia che non fu un’impresa solo di grandi Maestri (da Milani, a Ciari, a Dolci, a Rodari, a Malaguzzi, ecc) ma di donne di poca istruzione e di grandi capacità, soprattutto nella lettura socio-politica dei territori in cui lavoravano e vivevano. Chi oggi dirige Reggio Children non bada a spese (anche perché sostenute dal Comune di Reggio che firma le convenzioni con le cooperative che costituisco il sistema integrato pubblico-privato). Così la macchina pubblicitaria non si ferma. Nei giorni scorsi è andata in visita anche la principessa del Galles, Catherine Middleton, moglie di William primogenito di Carlo III e di Diana Spencer. La missione era volta a rendere più performativa l’offerta Centro per la Prima Infanzia Royal Fundation (vedi qui). Gli scopi della fondazione inglese consistono nel prestare un aiuto nei percorsi di crescita ai minori di famiglie svantaggiate perché si sa, è scientificamente provato (leggo dal sito inglese), che i primi 6 anni di vita decidono del futuro. Lo sa anche l’INVALSI che su questa fascia di età investe nelle sue ricerche sulle soft skills… I cui obiettivi sono più chiari se esploriamo le pagine della rivista on line ROARS: è il mercato (anche militare…) bellezza!. Nel caso dell’istituzione della principessa Kate i denari li mette la corte, il suo patrimonio famigliare, altre istituzioni private: un caso di sgocciolamento verso il basso della ricchezza? La classica carità e generosità dei grandi filantropi. Sempre per non farsi incantare da tanto luccicare di cristalli aggiungo due annotazioni. Alcune insegnanti di Reggio Children hanno confidato alla mia informatrice, maestra e sindacalista, quanto sia forte la pressione su di loro di tutta questa fama. Registrazioni, video, report, visite illustri, incontri di formazione a tamburo battente, riunioni, il carico e l’ansia di prestazione possono sembrare l’anticamera del burnout. Ma nessuna paura, sempre sulla carta dei servizi della scuola Diana, leggo che il personale viene fatto girare per una sana alternanza dei ruoli e delle relazioni: non so bene cosa voglia dire. A seguire ascolto anche lo sconforto con cui la mia amica racconta lo stato deplorevole in cui versano le scuole d’infanzia e primarie statali a Reggio, dagli edifici alle mense. Del resto, in un plesso nella periferia della città che conosco per esserci stata diverse volte a incontrare, su tematiche educative e politiche, insegnanti e genitori, le classi sono per il 50% formate da alunni non italiani e italiani di seconda generazione, le famiglie sono disfunzionali, faticano a crescere i loro figli, la scuola rappresenta il solo luogo dove riporre qualche speranza di futuro. Ma questi aspetti non li conosce la principessa e li misconosce il Ministro Valditara. Cosmopolitismo e parmigiano: tutto sta nel proteggere il marchio. Ah, viene a fagiolo: il Centro Malaguzzi è all’interno dell’edificio di bella archeologia industriale Locatelli, acquisito e donato dal Comune della Città. Ancora latte e formaggi, pur passati i noti marchi Locatelli, Galbani, Parmalat a miglior vita nel gruppo francese Lactalis (qualcuno ricorda lo scandalo del fallimento Parmalat, nel 2003?). Nell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università sappiamo che tutto si tiene sotto la voce mercato: l’istruzione, l’educazione, la guerra e la relativa propaganda incantatrice. Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: MAKE A ONE-TIME DONATION Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Donate -------------------------------------------------------------------------------- MAKE A MONTHLY DONATION Your contribution is appreciated. Donate monthly -------------------------------------------------------------------------------- MAKE A YEARLY DONATION Your contribution is appreciated. Donate yearly