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«Sarà una risata che vi seppellirà». Considerazioni sulla diserzione e sulla guerra
Il breve esergo ci serve per commentare il fenomeno della resistenza alle armi che, come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, registriamo. Nel mondo, attualmente, si stanno svolgendo decine e decine di conflitti locali e di guerre dichiarate. E sono migliaia i renitenti alla leva nelle guerre o coloro che disertano. Potremmo partire da quelle considerate – dalla retorica patria – più gloriose. Ad esempio, durante il Risorgimento venivano reclutati i contadini meridionali, ignari spesso di quel che andava accadendo, ma sicuri di dover lasciare nell’incuria e nell’ulteriore miseria le loro campagne. Oppure possiamo citare le centinaia di soldati passati per le armi durante la Prima guerra mondiale, perché avevano osato fraternizzare in trincea con l’esercito nemico o si erano rifiutati di obbedire a ordini suicidi. L’origine della didascalia è incerta, ma certo è l’orgoglio dell’irrisione anarchica alla repressione, alla guerra. Certa è l’efficacia del messaggio: il cambiamento sociale e politico è ineluttabile: siamo dalla parte vincente e la storia ce ne darà atto. OGNI GUERRA SI PORTA DIETRO IL SUO BEL NUMERO DI MORTI, DI RENITENTI CHE PAGANO LA LORO CORAGGIOSA SCELTA CON ANNI DI CARCERE. In Ucraina da mesi sono particolarmente forti le proteste contro i reclutatori che passano di villaggio in villaggio catturando giovani in età da militare per spedirli al fronte, cronaca documenta da decine di episodi culminati anche in feriti e morti. La fuga verso la Polonia è iniziata quasi subito, soprattutto da parte dei frontalieri che, ad esempio in Galizia, andavano oltre confine a lavorare, integrando così i magri salari e la perdita di ogni tutela sociale, dagli anni Novanta. I disertori sono più numerosi di quelli presenti nelle statistiche ufficiali. C’è chi non risponde alla chiamata militare, chi scappa all’estero, chi abbandona l’esercito facendo perdere le tracce. Ci sono gli obiettori di coscienza che rifiutano di prendere le armi e, meno numerosi, ma sicuramente presenti, coloro che hanno rifiutato anche impieghi civili in subordine alla macchina militare. Unimondo – testata giornalistica che si occupa di temi legati alla sostenibilità ambientale e alla pace (temi correlati, ovviamente) – ha documentato e provato a quantificare la diserzione (https://www.unimondo.org/dossier/dossier-disertori-1). Un paragrafo di questo dossier a cura di Raffaele Crocco offre una panoramica esaustiva della diserzione nella guerra in corso in Ucraina. Il numero che ha raggiunto, pur considerando che negli ultimi mesi il governo non ha aggiornato i dati (sarebbero una pessima propaganda antipatriottica) arriva a circa 200mila disertori, spesso militari assenti senza autorizzazione dei comandi (importanti sono le distinzioni che il giornalista opera in incipit, fra tipologie di abbandono): «Nel settembre 2025 l’Ufficio del Procuratore generale ucraino fornì una delle ultime serie statistiche dettagliate disponibili. Dall’inizio dell’invasione su vasta scala erano stati registrati: 202.650 procedimenti per assenza non autorizzata dal reparto; 50.029 procedimenti per diserzione. Soltanto 12.448 procedimenti del primo tipo e 670 per diserzione erano stati trasmessi ai tribunali. È un dato importante: un procedimento aperto non equivale ad una condanna e neppure necessariamente ad una persona diversa. In realtà, il fenomeno sta accelerando rapidamente. Nei primi dieci mesi del 2025 sono stati registrati 161.461 nuovi procedimenti per AWOL, circa quattro volte più di quelli dello stesso periodo dell’anno precedente. La media era arrivata a circa 16.000 procedimenti al mese. Poi, dal 2026, i numeri sono diventati più difficili da conoscere. Nel dicembre 2025 l’Ufficio del Procuratore generale ha deciso di limitare l’accesso pubblico alle statistiche relative ai reati militari, comprese assenza non autorizzata e diserzione, sostenendo che la loro diffusione durante la legge marziale avrebbe potuto fornire informazioni sensibili sulla situazione delle forze armate». Teniamo conto che in questi anni di guerra sono intervenuti anche i legislatori per consentire ai disertori di rientrare volontariamente in servizio evitando l’arresto. Non è dato conoscere il numero dei detenuti per renitenza alla leva. Lo stesso diritto alla obiezione di coscienza, insieme ad abusi di varia natura, viene denunciato dall’Alto Commissariato per i Diritti Umani dell’ONU. Pur riconoscendo teoricamente il diritto ad un servizio alternativo a quello militare di cui si è tuttavia perso traccia. Anzi, ad onore del vero, non esiste alcuna possibilità concreta di scegliere l’obiezione di coscienza. E i numeri ci confermano quanto vasta sia la renitenza al servizio militare. Continua il dossier: «Circa 200.000 militari AWOL, secondo la dichiarazione del ministro della Difesa del gennaio 2026. Circa due milioni di persone ricercate in relazione alla mobilitazione. Centinaia di migliaia di procedimenti aperti negli anni precedenti. Programmi speciali per convincere chi è scappato a rientrare. Non possiamo chiamarli tutti disertori, questo lo abbiamo chiarito. Possiamo però dire che la guerra sta producendo una frattura. Da una parte c’è uno Stato, inteso come organizzazione e istituzione, che ha bisogno di uomini per continuare a difendersi. Dall’altra ci sono individui che, per ragioni diversissime e legittime, non vogliono partire, non vogliono tornare o non vogliono proprio combattere». LA GUERRA PRODUCE DRAMMATICHE FRATTURE, RICORDA CROCCO. LE GUERRE SONO SEMPRE ANCHE GUERRE FAMIGLIARI, QUANDO NON APERTAMENTE CIVILI. UN ASPETTO CHE STA CARATTERIZZANDO ANCHE LA PIÙ COMPAGINATA SOCIETÀ RUSSA: LA GUERRA-LAMPO, SECONDO L’INTENTO PUTINIANO, STA CORROMPENDOSI IN ORMAI QUATTRO ANNI DI CONFLITTO, E ANCHE LA POPOLAZIONE RUSSA È STANCA. SONO STANCHI GLI ISRAELIANI? È sdegnata una parte della società chiamata alle armi, generazioni e generazioni di giovani, di riservisti, donne e uomini, da oltre un secolo. E, certo, non basta perché cessi il genocidio in atto. Ma, mentre occorrerebbe leggere la prosecuzione del lavoro documentario di Unimondo su questo punto, e non è l’intento di questo commento, scriviamo qualche annotazione conclusiva. Mentre i dati sono numeri dotati di qualche oggettività razionale, per altro sempre incerta, importanti in tutte le guerre sono anche le testimonianze. Il testimone, il testis, in greco màrtys (così accolto nella liturgia cristiana) è colui che ha visto, ha patito e che può raccontare. Annette Wieviorka scriveva che la testimonianza è dentro e fuori della lingua, sta fra l’indicibile, il rimosso, il volutamente dimenticato, o manipolato, e la potenza della parola spesa di fronte a chi ascolta, e non ha né vissuto, né visto direttamente le vicende raccontate (L’era del testimone, Cortina Editore, Milano 1998). Il testimone spesso non è attendibile (o gli viene attribuito un eccesso di veridicità), lo si è visto nei clamorosi processi di Norimberga del 1945/’46 e di Gerusalemme a Adolf Eichmann nel 1961. Nelle aule dei tribunali ordinari ugualmente è difficile per le parti in gioco appurare l’attendibilità del testimone. In Italia lavorano migliaia di donne ucraine. Ciascuna di loro ha una storia di emigrazione da raccontare che data da prima della guerra del 2022. Risale al crollo del regime sovietico. È il caso di Irina (nome di fantasia) che, ginecologa all’ospedale di Leopoli, perde il lavoro dopo la privatizzazione del sistema sanitario. Viene a lavorare in Italia, suo figlio, laureato in economia, è impiegato in banca. Deve costantemente integrare lo stipendio con lavori da manovale in Polonia, frontiera che passa molto spesso. Ha partecipato alle manifestazioni di Piazza Maidan del 2014, ci ha creduto, malgrado le manipolazioni evidenti, credeva nell’Europa come nuova cornice valoriale ed economica, sistema migliore del regime precedente. Nel 2022 è stato reclutato: è morto mettendo la testa fuori dalla sua trincea, come si moriva nella Prima Guerra Mondiale. Suo cugino, coetaneo, è scappato, forse in Germania. Irina, che pure vive i rigori della guerra sentendosi vittima, si chiede perché suo figlio non ha fatto altrettanto. E, ancora, non testimone, ma prestigioso corrispondente per il New York Times, Yaralov Trofinov, in una conversazione con Lucio Caracciolo condotta da Massimo Cacciari, glissa sulle responsabilità delle NATO, continua a credere che l’Europa aiuterà l’Ucraina a respingere la Russia, tratteggia un ritratto di Volodymyr Zelensky statista democratico nonché di origini ebraiche (titolo di merito?). Malgrado lo correggano spesso – anche se non proprio decisamente, Caracciolo e Cacciari – per lui la guerra in Ucraina è paragonabile a quella del Peloponneso, che crede sia un modello di arroganti invasori cacciati ai margini della storia. Al tema di questo nostro pezzo, il rifiuto della guerra, accennano il conduttore e l’altro ospite. Il giornalista testimonia solo le ragioni del paese invaso e anche lui – come il ragazzo di Maidan – crede che l’Europa lo salverà dall’orso russo. ALLORA, VISTO CHE LE GUERRE DISPENSANO ONORI E INFAMIE, NOI STIAMO A FIANCO DEL RENITENTE, DEL DISERTORE, DI CHI FUGGE, DI CHI OBIETTA CHE LA GUERRA NON È MAI LA SUA.   Federico Giusti, Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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Donne e Bambini: vittime principali della militarizzazione della società dal Trentino alla Sicilia
Egli sorrise, l’eroe, a guardare in silenzio il bimbo. E Andromaca gli si faceva vicino tutta in lacrime, gli porse con slancio la mano e gli disse: “Benedetto uomo la tua furia qui ti perdere! E non hai compassione del tenero piccolo né di me infelice... Omero, Iliade Donne e bambini, un argomento di cui ci siamo occupati più volte tra le pagine dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle  scuole e delle università. Donne e bambini di cui abbiamo raccontato la presenza come vittime delle guerre, della pulizia etnica, dell’indottrinamento dei più piccoli, con la complicità di adulte/i affascinati dall’esibizione guerriera o  securitaria, dimentiche/i del loro ruolo educativo (clicca qui; oppure qui ; oppure qui; oppure qui/). Donne e bambini catturati nella retorica che le/li vuole avanti nella fuga, nello sfollamento, custodi della vita che deve continuare, malgrado tutto. Nomi collettivi che bisogna declinare per classe di appartenenza, per contingenza storica, per cultura, nella concretezza della specificità, soggetti reali oltre la macina della guerra e dell’indottrinamento. Da queste pagine abbiamo documentato come le creature piccole e giovani sono oggetto, bersaglio, tutte/i indifferentemente della gran cassa della difesa totale (locuzione diventata inquietante nella prosa del Ministro della difesa Guido Crosetto). Abbiamo commentato video di poliziotte, di soldatesse chiamate a esibire la loro femminilità benevolmente, se possibile, guerriera e repressiva, e perché no, educativa come prevenzione del bullismo e delle violenze di genere. Senza aver mai aperto un testo sull’età evolutiva, probabilmente, a fronte di platee infantili  a cui vendere la nobiltà del mestiere delle armi. (clicca qui/ oppure qui) Lunga premessa per commentare alcune segnalazioni, che qui raccolgo riscontrandone lo sfondo ideologico comune. Siamo a Terre d’Adige dove la maggiore dell’aeronautica militare Sara Frezza si racconta (clicca qui per la notizia). Giovane donna, nata e cresciuta in un paese di 1400 anime della provincia trentina, è diventata una delle pochissime aviatrici che volano sull’aereo Tornado (Panavia, produzione italiana). Il mezzo – come ci dicono sul sito dell’aeronautica dedicato – ha di per sé caratteristiche straordinarie: può volare a 900 km orari, all’altezza di un terzo piano in modo da non farsi intercettare (qui le info). Sara ne è orgogliosissima. Con il suo giocattolo da ricognizione e da guerra guerreggiata (specifica, in Iraq e in Qatar, e noi sappiamo cosa c’è dietro questi due nomi), ha rotto il tetto di cristallo, anzi di più, governa il cielo degli Dei. Il kaos che sappiamo le divinità capricciose generano fra gli umani, dia-ballein, disordine, incoerenza del legame, fa i conti con la ragione strumentale di cui il mezzo da guerra è simbolo. Ma il paradosso è che la technè non risolve il kaos, non è simbolo (syn-ballein) di nuovo legame e alimento del Bene, ma machina di distruzione e miseria. Sara spiega come un duro allenamento consente di gestire la paura, che è sentimento “normale” rassicura, può esser tenuta a bada, è sempre una questione di tecnica e di abilità. Bocche spalancate fra i piccoli ascoltatori, gli adulti compiaciuti, educatori del Centro immagino, e fra loro un’altra donna in carriera, l’Assessora Chiara Moser. Il suo finalino istituzionale è all’insegna del plauso per l’organizzazione, il Grest di Torre d’Adige, colonia estiva gestista dalle Opere Monsignor Dal Ponte, ignari tutti perfino del monito vaticano (oppure capaci del solito compromesso pragmatico fra dottrina e vita reale…). E Sara è Camilla, è amazzone, lo sguardo avanti, verso un futuro di glorie e successi, mentre forse il Fato qualcosa sta decidendo. A questi si aggiunse Camilla della gente volsca, che guida una squadra di cavalieri e truppe splendenti di bronzo, una guerriera non avvezza con mani femminili al cestello e al fuso di Minerva, vergine, pronta a sopportare dure battaglie… Virgilio, Eneide Mi sposto a Sud della penisola, a Catania (clicca qui ). La segnalazione mi obbliga a ripetermi, mi indurrebbe a citare gli innumerevoli commenti già pubblicati sul sito dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. Nel commento precedente c’è – credo – materiale sufficiente a segnalare l’intorpidirsi delle coscienze negli educatori, negli insegnanti, per i quali sembra smarrita ogni logica di precauzione educativa. La legalità, aliena dalla legittimità a cui sempre dovrebbe corrispondere la norma, si educa non nella cura delle relazioni e della vita di tutto il Vivente, ma con gli strumenti della repressione. Reprimere è verbo che vien prima di prevenire, la prevenzione si tinge delle tinte scure dell’ aspettativa del reato che, sicuramente, potrebbe essere commesso. Come ci informa la TV locale, per consuetudine le emittenti e la stampa locali sono prone a chi sta ai vertici, amministrativi, politici, militari, l’incontro con la polizia di stato, tenutosi nell’Istituto Scolastico Madonna della Divina Provvidenza , è stato come sempre in questi casi, entusiasmante per le giovani menti. Rombano le volanti, abbaiano i cani poliziotto, scuotono le criniere i cavalli, mostrano la baldanza del caso gli agenti, pistola al cinto.  Ma qualcuno a destra, una oscura giornalista e un Ministro, si sta inquietando, non  certo preoccupato per le creature piccole esposte a spettacoli che esaltano la lotta e il conflitto irrisolti, no,  ma per l’attacco alle divise (Annalisa Chirico, Matteo Piantedosi Dalla parte delle divise Piemme, Milano 2025). La divisa, discrimina e segnala un ruolo, e allora noi siamo per il camice delle/gli infermiere/i, per il grembiule delle maestre della scuola dell’infanzia e dei nidi, mestieri a cui oggi dovremmo davvero prestare scudi di difesa. (In ultimo, davvero: la casa editrice Piemme, nasce anni fa in Piemonte con buone collane  dedicate ai bambini e ai ragazzi, passata al gruppo Mondadori, oggi stampa ideologia a buon mercato: fra vite di sante e di soldatesse, val bene anche un ministro). Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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Bimbo Day RAI: simbolo della militarizzazione scolastica e della società
La segnalazione che commento non è la prima che arriva all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università riguardante l’idea che i vertici RAI hanno dell’infanzia e, aggiungo, la forma di rispetto che mostrano verso i propri dipendenti per i cui figli e le figlie si prevedono solo diversioni anti-educative. Infatti, più volte organi di stampa e siti di associazioni di giornalisti hanno commentato le iniziative organizzate dall’azienda in occasione delle giornate Bimbo Day (clicca qui e anche qui). Durante una di queste giornate dedicate alle bambine e ai bambini, figlie/i dei dipendenti, le/i piccole/i invitati non giocano in un parco di attrazioni, non vedono personaggi dei loro cartoni animati preferiti, ma visitano una Disneyland in piccolo, gestita dalla Forze Armate (clicca qui). Il caso segnalato da Il Fatto Quotidiano, riguarda Saxa Rubra, sede RAI nella periferia nord di Roma, in cui vengono registrate la maggior parte delle offerte della rete nazionale, rete per la quale tutti paghiamo il canone, anche chi di noi la TV di stato proprio non la guarda e nemmeno ha il televisore. In questo luogo, già di per sé piuttosto squallido, è stato allestito, nel mese di giugno scorso, un teatro di guerra. In scena simulazioni di attacchi guerrieri, sagome di cani poliziotto, esercitazioni di tiro, e tutta la paraphernalia che è quanto può offrire un gruppo di soldati per mostrare in cosa consiste il loro lavoro di guerra, o, se si preferisce, seguendo il pensiero del Ministro Guido Crosetto, di difesa da eventuali attacchi nemici, quando non di difesa totale, anche civile, come abbiamo più volte segnalato con l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. Ormai, è costante la presenza dei militari di ogni forza nelle scuole. Si tratta di insegnare ad alunni, alunne e docenti come si gestiscono le emergenze, dall’arresto di un borsaiolo, alla reazione (educativa?) a fronte di fenomeni di bullismo nelle classi, di violenze domestiche, e altro della medesima classe. Classe in sui vengono inseriti i problemi sociali, di una società profondamente malata come la nostra. Le problematiche giovanili – che ne sono specchio – vengono trattate alla stregua di forme di delinquenza comune, punibili anche quando si tratta di minori, una gioventù spregiativamente definita maranza. Insomma, bambine e bambini preparatevi: nella vita si lotta, non si gioca per giocare come in una piazza tirando calci a un pallone o andando in altalena, no, ci si prepara ogni giorno alla guerra che verrà. Inoltre sarà bene che si impari, fin dalla scuola d’infanzia a diffidare dell’altro, soprattutto se povero e di carnagione scura, o semplicemente diverso dallo standard  a cui sono ascritte le persone allegre, ben vestite, sedute a tavole ben imbandite, nel tipico stereotipo della pubblicità della pasta o del tonno in scatola. Così come si potrà apprendere, usando precocemente i social, i dispositivi ricevuti a natale già a sei anni, che la tua opinione, la foto che posti, il contenuto che immetti in rete, è tutto rivolto a finti amici il cui pollici ti diranno che pensano di te, attraverso quello che pubblichi. Del resto, nelle Forze Armate vige solo il cameratismo, il camerata è il tuo compagno, quello a cui devi fedeltà nelle regole d’ingaggio. Il tuo superiore non è nemmeno il generale o il comandante, ma il caporale che – come nei film americani – sfoga su di te, soldato semplice, la sua frustrazione di graduato inferiore. La RAI da tempo, diciamo da quando è passata dalla scure berlusconiana degli anni Novanta alla terribile gestione dell’informazione durante l’Era Covid, è un’emittente di parte, abitata da pochi giornalisti coraggiosi a cui la vita è resa impossibile o addirittura letteralmente esposta (il caso di Sigfrido Ranucci). Il resto sono volti e voci privi di carattere proprio, appartenenti alla categoria servile, pronti a ogni compromesso. Anche la radio non è immune, perfino le rubriche più interessanti sono inquinati dal governo-pensiero. Si intavolano discussioni in cui le parti sono già d’accordo, non è previsto il contraddittorio. Visto che mi occupo di valutazione degli apprendimenti segnalo uno degli ultimi esempi di questo tipo di dibattito. Vi accedo casualmente, a trasmissione già iniziata, intorno alla 9 del mattino di lunedì 27 luglio scorso. A tema il Rapporto annuale INVALSI. Parlano solo estimatori dell’ente di ricerca, tutti convinti di avere la chiave, la fotografia anzi, dello stato del sistema scolastico nazionale (che va maluccio). Dati utili, utilissimi, hanno berciato i presenti, tra cui alcuni accademici. In qualche rara occasione siamo state invitate alla trasmissione Farenheit di Radio 3, sia io che Rossella Latempa, ma già erano altri tempi, oggi ci si deve adeguare (per ampie e documentate critiche al sistema INVALSI è prezioso il sito ROARS). Attaccare INVALSI, che usa indiscriminatamente i dati personali degli alunni per tracciare le fragilità, e non cessa di accusare gli insegnanti, attraverso statistiche farlocche, di non saper fare scuola e tanto meno valutare, è quasi come attaccare le Forze Armate. Si impara anche con un test vero-falso, elaborato da un algoritmo a obbedire, a non pensare. Giochino dunque bambine e bambini alla guerra, si addestrino a dire quel che ci si aspetta che dicano. Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Progetti di colonizzazione: dalla Valsesia in Piemonte alle sfide australiane
I luoghi in cui si stanno svolgendosi i fatti segnalati all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università sono tra loro distanti migliaia di chilometri. Eppure, lo spirito che li anima è molto simile. La Valsesia è una zona del Piemonte situata nella provincia di Vercelli, zona di antiche risaie e fuochi fatui, paesi di antica bellezza, abitati nei millenni da valligiani spesso ribelli ai loro padroni, orgogliosi di lingue ibridate dalle vicine contrade oltralpe, abituati all’isolamento, a quella particolare sensazione di chiusura che da una catena montuosa solenne, per contro ospitali con coloro che passavano i valichi, avviati in cerca di fortuna verso le città, Torino, Milano, Genova. Luoghi oggi abbandonati, come lo sono moltissime zone nel cuore delle nostre regioni, al Nord industrioso, al Sud impigrito da secoli di servaggio agli invasori, alle mafie nelle loro mutevoli trasformazioni legate ai cicli economici, ai flussi di quel denaro che non arrivava al popolo minuto. Restava nei forzieri al tempo dei castelli, della grandi tenute contadine dei nobili, oggi va alle banche, ai paradisi fiscali. L’Australia è un continente sterminato, la cui storia è popolata da antichissime civiltà, terra di genocidio delle popolazioni locali, di eugenetica perpetrata con il furto delle bambine e dei bambini da rieducate alla civiltà giunta da oltremare, il modello di pulizia etnica tornato in auge, forse mai davvero dimesso dai colonizzatori. Provo a specificare meglio le due segnalazioni di cui qui commento. Il comune della Valsesia interessato al progetto Baita è Varallo, 7000 abitanti circa. Il fenomeno dell’urbanizzazione ha spopolato le province ed è continuato anche nell’attuale decadenza del centro di attrazione industriale rappresentato, ancora da Torino, Milano, Genova. Secondo l’ideatore del progetto, Ugo Luzzati, riemigrato dopo anni trascorsi in Israele, si sta facendo molto rumore per nulla, visto che qui hanno comprato case e ruderi da ristrutturare anche immigrati ucraini, africani, sudamericani. Gli israeliani sono in fondo una minoranza arrivata dopo il 7ottobre, un piccolo numero rispetto agli oltre 80.000 che hanno lasciato Israele negli ultimi anni (clicca qui; oppure qui; e anche qui). Luzzati sottolinea come lui stesso sia sconcertato dall’attuale collasso democratico israeliano, una tragedia che dura da oltre cento anni, la cui recrudescenza ha fatto sì che un progetto, in atto da alcuni anni, abbia avuto l’attuale risonanza. Bisogna essere pragmatici, suggerisce Luttazzi, cavalcare le emergenze come sempre hanno fatto gli ebrei della diaspora, dal 1492. Si tratta si saper integrare la tradizione con il tradimento della ibridazione, della modernità del tempo attuale, considerato che la popolazione insediata ha fra i 30 e i 50 anni e molte/i sono le/i bambine/i. Intanto, si impara l’ebraico che, l’ho già annotato in un altro articolo, è sia la lingua del libro, sia quella reinventata nel 1948, ed è il vero cemento che unisce gli ebrei di tutto il mondo. Entro nel sito dell’Istituto Comprensivo Tanzio da Varallo per leggere il Piano dell’Offerta della scuola, ma non trovo cenno rispetto all’inclusione (come si deve dire) dei minori della nuova diaspora. Forse qualcosa è annidato alla voce progetti, ma non vedo nulla se non la castagnata e altre ricorrenze locali da festeggiare con le bimbe e i bimbi. Forse Luzzati si riferisce a una scuola privata, paritaria, o una iniziativa del rabbino locale. Mi auguro, visto che le creature piccole devono integrarsi anche nella scuola dell’obbligo con altre/i compagne/i, saranno evitati i famigerati libri agiografici in uso nelle scuole israeliane, di cui abbiamo avuto contezza in alcuni saggi ( Nuri Peled-Elhanan, La Palestina nei testi scolastici di Israele, Gruppo Abele, Torino 2021) e nel film Innocence di Guy Davidi, del 2022. Ma di questo abbiamo già scritto sul sito dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. All’insegna del migliore pragmatismo, quello che fa diventare bi-milionari, si muove l’iniziativa dell’australiana Georgine Hope Rinehart, a Perth, West Australiana (https://en.royanews.tv/news/70973). Il suo è un progetto assai più ambizioso e privo delle sfumature e dei dubbi di Luzzati. Come ci spiega in un video – cappello da cowboy e sorriso smagliante – e in innumerevoli interviste che qui segnalo solo in parte, la sua accoglienza è decisamente schierata con l’uomo che  è stato definito con la macabra locuzione macabra «io sono la guerra», il primo ministro – criminale internazionale – al governo di Israele e deciso a rimanerci. L’ospitalità di Georgine, padrona del suo territorio come un feudatario, è ai rifugiati, è agli israeliani senza se e senza ma. Meno ovvio, nei suoi territori  ospiterà anche depositi di armi e perché no, visto che gli armamenti fanno fare buoni affari, anche sperimentazioni di nuovi dispositivi. Insomma, estrattivismo di ottimo conio, intellettuale (un buon gruppo di istruiti israeliani fa sempre comodo all’azienda) e delle risorse del luogo, un modello vecchio e un modello nuovissimo. Ma chi è un colono, ci si potrebbe chiedere in questi nostri tempi confusi, di storie frantumate in mitologie e narrazioni meme e bias, di paranoie woke di Musk, di parole abusate fino all’erosione dei significati? I reduci delle guerre della Roma repubblicana e imperiale avevano diritto a una parte del bottino di guerra a seconda del rango rivestito in battaglia, e di un fazzoletto di terra in cui ritirarsi, in fondo un popolo dall’animo contadino e dalla razionalità giuridica, perché i due aspetti, proprietà e diritto proprio allora si sono coniugati. Il colono è il poveraccio che la Francia deportava nelle terre dei possedimenti nordafricani a morire di malattie, di fame come in patria e per gli attacchi armati dei locali. Il colono è quello in grande di cui parla lo scrittore e saggista Amitav Ghosh, predone nelle isole dell’Oceano Indiano, è quello boero in Sud Africa, e la lista si fa lunga e larga come lo sono tutti i continenti: conquiste, pulizia etnica, insediamenti, culture sparite, in alcuni rari casi ibridate, il pidgin, le lingue mescolate, un fenomeno antropologico e storico grandioso. Si leggono, in cartaceo e nel web, notizie accompagnate da commenti anodini, di progetti del post Nakba palestinese (l’altra faccia dell’Aliyah, il ritorno dell’ebrei nella terra dei padri). I resort sulla spiaggia di Gaza e l’assurda dismissione del governo di Hamas diventato, sotto l’egida ONU e USA (e già, si muovono insieme, ormai), solo tecnico amministrativo, per l’impegno israeliano a mandare avanti i pubblici servizi in Palestina (quale? in Cisgiordania? nei bantustan resistenti fra gli insediamenti ortodossi?). Certo Hamas non consegna le armi, come dovrebbe un barbaro sconfitto (Avvenire, 7 luglio 2026, p 11). I palestinesi vogliono restare, del resto non sono nel carnet degli invitati né di Luzzati, né della signora Hope, l’australiana. Una nota per concludere, visto che la stampa locale piemontese lamenta l’isteria antisraeliana a fronte del progetto Baita. Rileggo, in una specie di nostalgia intellettuale, qualche grande scrittore ebreo. Mi capita fra le mani Angel Wagenstein, forse meno letto dei fratelli Singer, la sua drammatica storia degli ebrei bulgari, passati di regime a regime, gli Asburgo, i tedeschi, i sovietici, oggi all’Europa della Ursula von der Leyen, forse non proprio il migliore dei mondi. Nel romanzo I cinque libri di Isacco Blumentel (Baldini Castoldi, MI, 2011) nello shtetl di Kolodez, il rabbino, il pope, l’imam sono compagni di sbornie e di bordello, solo il fine settimana ognuno per sè, con il suo gregge. E torno ad apprezzare l’ironia tragica, la saggezza delle religioni e delle culture che si parlano, mentre oggi torna il massacro e l’ospite, chi ospita e chi è ospitato, diventa l’hostis, che contamina minaccioso una sorta di presunta purezza etnica.   Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Comune-info.net: Autonomia differenziata e controllo del territorio
DI RENATA PULEO SU COMUNE-INFO DEL 28 GIUGNO 2026 Ospitiamo con piacere sul nostro sito l’interessante contributo scritto da Renata Puleo, pubblicato su Comune-info.net il 28 giugno 2026 in cui viene ribadito quanto l’Osservatorio denuncia da due anni a questa parte, vale a dire un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo. «L’attacco al territorio, perpetrato senza soste dal dopoguerra – sostiene Mazzeo – sta subendo proprio al Nord un progressivo incremento con la presenza delle basi militari, della filiera della logistica, delle reti energetiche, dei trasporti soprattutto aeroportuali. Non solo. Questo attacco si configura anche come stretta alle forme di dissenso grazie al combinato congiunto fra i decreti di tre ministeri, Difesa, Interni, Istruzione. Da insegnante e da co-fondatore dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Mazzeo denuncia la costante presenza delle divise nelle scuole di ogni ordine e grado. Al Sud, la militarizzazione del porto di Napoli (messo sotto tutela dagli Usa e dalla Nato appena terminata la seconda guerra mondiale), della Sicilia, di Taranto è di interesse economico per le mafie locali che ancora una volta fiutano l’affare e cambiano pelle...continua a leggere su www.comune-info.net. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
L’Aquila: cultura e natura con i carabinieri forestali
A L’AQUILA, I CARABINIERI FORESTALI PROTAGONISTI DELLA CAPITALE ITALIANA DELLA CULTURA. UNA STORIA CHE VALE LA PENA RILEGGERE. Dal 21 al 27 maggio, negli spazi dell’Auditorium del Parco “Renzo Piano” a L’Aquila, il Comando Regione Carabinieri Forestale “Abruzzo e Molise” ha allestito il villaggio “Natura CULTURA Legalità”, inserito nel programma ufficiale de L’Aquila Capitale italiana della Cultura 2026. Il pubblico previsto: famiglie, scuole, visitatori di ogni età. I contenuti esposti — biodiversità, lupo appenninico, lontra, riserve naturali, anelli degli alberi come archivio climatico — sono scientificamente solidi e importanti. Il punto che vogliamo sottolineare è chi presenta questi contenuti e in quale cornice. Il corpo forestale italiano nasce il 15 ottobre 1822, quando re Carlo Felice di Savoia istituisce l’Amministrazione forestale per la custodia e la tutela dei boschi del Regno di Sardegna. Nel 1910, con la legge Luzzatti, diventa Corpo reale delle foreste, incardinato nel Ministero dell’agricoltura: personale tecnico, ordinamento civile. Nel 1926 il fascismo lo sopprime. Con il regio decreto legge 16 maggio 1926 n. 1066, su iniziativa di Italo Balbo, nasce la Milizia nazionale forestale, specializzazione della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale. Gli stessi compiti — boschi, caccia, difesa idrogeologica — vengono trasferiti a un corpo militare inquadrato nelle strutture del regime. Con la Repubblica, il decreto legislativo 804 del 1948 ricostituisce il Corpo forestale dello Stato come corpo civile dello Stato, con funzioni tecniche e di polizia, alle dipendenze del Ministero dell’agricoltura. La scelta è consapevole: dopo vent’anni di milizia, si torna a un ordinamento non militare. Questa condizione dura quasi settant’anni. Poi, con il d.lgs. 19 agosto 2016 n. 177 — la cosiddetta riforma Madia, governo Renzi — il Corpo forestale dello Stato viene soppresso e assorbito dall’Arma dei Carabinieri, a decorrere dal 1° gennaio 2017. Il personale, da civile, diventa militare. La Corte europea dei diritti dell’uomo rileverà successivamente che l’operazione ha privato gli appartenenti al Corpo del diritto di sciopero e indebolito quello di libera associazione. Sul piano operativo, l’accorpamento ha prodotto sovrapposizioni di competenze, costi superiori alle attese — i risparmi annunciati non si sono materializzati — e una minore efficacia nella prevenzione e gestione degli incendi boschivi. La tutela ambientale non è per sua natura una funzione militare. Esistono e sono esistiti strumenti civili per esercitarla: corpi tecnici, enti parco, agenzie ambientali, guardie ecologiche volontarie. La scelta di affidare questa funzione a un corpo militare — fatta dal fascismo nel 1926, rifatta dal governo Renzi nel 2016 — è sempre stata una scelta politica, non una necessità tecnica. Quando i Carabinieri Forestali allestiscono un villaggio sulla biodiversità in una Capitale della Cultura, con ingresso libero e pubblico scolastico tra i destinatari espliciti, il messaggio che circola non è soltanto scientifico. È anche questo: che la natura va conosciuta attraverso l’Arma, che la legalità ambientale ha un’uniforme, che le istituzioni militari sono interlocutori naturali per la formazione civica dei giovani. È una forma di militarizzazione che non si presenta come tale: si offre come divulgazione scientifica, come educazione ambientale, come cultura. Ed è esattamente per questo che merita tutta l’attenzione dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Propaganda nelle scuole a Subiaco: riflessioni sulla militarizzazione
«Il sistema dell’informazione internazionale, dominato da quello dell’Impero e dai suoi alleati e soci, è riuscito a persuadere una gran parte del mondo occidentale, o almeno i suoi strumenti di mediazione ideologica […mediante] un potere di mistificazione […con] l’estensione del potere poliziesco-militare, sia del dominio propagandistico-ideologico», Franco Fortini. Le parole di Fortini risalgono al 1993 in una riflessione sulla situazione nei Balcani, a crisi di disfacimento della Jugoslavia appena iniziata. Come abbiamo più volte sottolineato commentando gli effetti pervasivi della propaganda sul sito dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, tutto serve ai media di regime per naturalizzare il controllo del territorio, per rendere amichevole la presenza delle forze armate in funzione di istruzione e orientamento delle creature piccole e giovani, per aumentare l’accettazione obbediente allo stato di difesa permanente, facilmente convertibile in guerra latente. Le scuole del primo e del secondo ciclo del sistema pubblico di istruzione, data la loro capillarizzazione sui territori, si prestano a esser individuate come luogo privilegiato di propaganda sicuritaria e bellica. La presenza più costante nelle classi di ogni ordine e grado è quella dell’Arma dei Carabinieri le cui caserme insistono in ogni angolo del Paese, dopo il riordino varato con l’unificazione del 1861 (clicca qui). Non è quindi difficile immaginare la vicinanza fra la popolazione, soprattutto dei piccoli centri, con donne e uomini in divisa. La segnalazione che qui commento, giunta all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole delle università, riguarda un episodio minore, ma non meno significativo. Come riferisce il foglio Il messaggero – edizione locale – una bambina di undici anni, di Subiaco, scrive una tesina (una volta si chiamavano temi e/o componimenti liberi e su traccia) in cui racconta il suo sogno di diventare Capitana dei Carabinieri. (Bambina fa una tesina sui Carabinieri e il comandante della stazione di Subiaco la premia: l’emozione del luogotenente (che si commuove) Subiaco è una piccola cittadina di rocche e castelli, una popolazione 8.500 anime, appartenente alla enorme area di Roma Capitale, inghiottitoio amministrativo delle realtà abitative della campagna laziale, anche oltre i 30 chilometri dal Campidoglio. A Subiaco è ancora in funzione un Istituto Comprensivo (IC), il Carlo Alberto Dalla Chiesa, malgrado i dimensionamenti, gli accorpamenti, l’eliminazione di interi istituti scolastici effettuati negli ultimi anni. Insomma, resiste anche perché – come sappiamo – senza le scuole si spopolano i paesi più piccoli e continua la forzata urbanizzazione verso i centri maggiori, verso le loro immense periferie. Il testo scritto dalla bambina finisce nella cronaca locale dopo esser stato donato, dedicato al luogotenente dell’Arma: grande commozione dell’ufficiale, dei presenti, del solerte cronista. La bimba riceve anche un premio dalle mani del Comandante della caserma. Ma esattamente di che si tratta? Troviamo altre informazioni sul sito dell’IC, nell’ambito del progetto intitolato “Ritorno al passato”. L’argomento si sviluppa intorno al ripristino dell’esame di quinta elementare, abolito nel 2000 dalla riforma dell’allora ministra Letizia Moratti. Ovviamente, non ha valore di valutazione finale, a questo pensano le prove a test INVALSI e vi ottemperano i docenti con  i giudizi, dopo l’ultimo ritocco ministeriale dei livelli di apprendimento. Quindi, si è trattato dello svolgimento di un testo argomentativo (da qui tesina) legato al motivo ispiratore del progetto e, forse, rispondente a una traccia assegnata dalle maestre (un sogno, il passato che guarda al futuro?). Di per sé, l’idea è interessante. Anche nell’IC da me diretto, nel 2001 decidemmo di far effettuare ai bambini di V classe un compito a scelta, un tema, un problema, un disegno, il cui scopo era segnare con un piccolo rituale il passaggio dall’infanzia alla prima adolescenza, insomma una sorta di commiato, di saluto. Non era aliena dalla decisione deliberata dal Collegio Docenti la manifestazione di opposizione pedagogica e politica alla riforma con cui iniziava il progressivo massacro della scuola, non solo ex elementare (oggi primaria). Un Collegio che fu capace di rifiutare la somministrazione delle prove INVALSI, un organo collegiale composto da insegnanti ancora pronti a scendere in piazza. Un ritorno al passato anche questa annotazione, mentre oggi sembra costume abituale la servitù volontaria, la retorica buonista, l’incapacità di lettura critica del presente. Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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Formazione Scuola-Lavoro e militarizzazione a Cremona: un’analisi critica
Nel sito dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università abbiamo già commentato l’attuale politica culturale della Rai Tv e radio, a proposito di Rai kids (i programmi per bambini e le bambine) e la festa aziendale con la presenza – come ospite d’onore – delle forze armate. La televisione pubblica non è più nemmeno generalista (un po’ di tutto per tutti), non è più quella creata da Silvio Berlusconi con l’affiancamento delle emittenti private. Per ravvisarne la deriva come megafono delle veline governative, o delle informazioni sulle iniziative convergenti con l’agenda dei ministeri, dobbiamo risalire all’Era Covid, quando siamo stati bombardati 24 ore su 24 con i dati dei morti, gli ingressi nei reparti ospedalieri scoppiati, i frettolosi funerali, il commento sui decreti. Arrivo all’oggi. Il 30 maggio scorso il TGRai-Lombardia lanciava un breve servizio sulla formazione al lavoro (Formazione Scuola-Lavoro, ex PCTO, ex ASL), riferendo dell’attività messa in campo dall’’Istituto professionale IAL di Cremona, con la visita alla locale Questura (clicca qui). Presenti, non solo il tutor in divisa, ma gli entusiasti Questore, Prefetto, Direttore dell’Ufficio Scolastico Regionale. Questa scuola, ovviamente vocata ai percorsi lavorativi per tipologia di indirizzo, accreditata dalla Regione Lombardia, esiste dal 1955, e oggi si presenta all’insegna della triade “innovazione- apprendimento-lavoro” (clicca qui).  Nello specifico, questa iniziativa dovrebbe essere orientare gli alunni verso la carriera nella polizia. Alcune ragazze intervistate mostrano curiosità, interesse verso il lavoro in questura «Fin da bambina ero interessata a capire cosa fa un poliziotto e ora lo vedo da dentro…i giovani vedono la polizia dall’esterno». La visita prevedeva il dettaglio del funzionamento degli uffici, a esempio quella immigrazione. Chissà se qualche docente avrà commentato in classe, magari dopo la gita d’istruzione, anche l’attuale stretta sui migranti, l’infame decreto sulla re-immigrazione volontaria e coatta che darà – presumo – nuovi compiti amministrativi e di ordine pubblico ai poliziotti. Faccio un inciso. L’obbligo scolastico in Italia dura dal sesto al sedicesimo anno di età, in ogni caso con la frequenza di almeno 10 anni e permanenza nel sistema di istruzione fino al diciottesimo anno. La legge 159 del 2023 – decreto Caivano, frutto repressivo di una triste vicenda locale, prevede per gli adulti, che esercitano il podestà genitoriale e non assolvono all’obbligo, severe sanzioni.  Ma ci sono deroghe: si può assolvere al dovere lasciando la normale frequenza delle lezioni a 15 anni, compiuti i quali si accede alle forme dell’apprendistato aziendale e/o alla formazione regionale che dà accesso alle qualifiche professionali. Questi percorsi alternativi alla scuola superiore di II° grado, sono di responsabilità delle regioni, il riferimento è il Quadro Europeo delle Qualifiche tradotto, di concerto da Ministero del Lavoro e da quello dell’Istruzione con apposito decreto dell’8 gennaio 2018:  l’allegato dettaglia le otto competenze di esito, dalla manovalanza alla vetta manageriale; a titolo conseguito il percorso può continuare nelle Academy, gli istituti tecnici superiori (clicca qui). Oggi, Veneto, Lombardia, Liguria e Piemonte, rivendicano il controllo esclusivo dell’intera filiera sulla base delle esigenze del mercato locale e, perché no, anche il controllo su tutta la scuola pubblica (il rimando è al testo delle preintese Stato-Regioni). Torno al telegiornale. I notiziari locali funzionano come i siti e le pagine di news diffuse sui territori. Le informazioni, soprattutto quelle convergenti con l’attuale impostazione della sicurezza come repressione del dissenso, della difesa totale della Patria come obbligo morale, funzionano da motore del consenso. Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Il ruolo della comunità ebraica nell’istruzione a Roma
«La nostra scuola educa giovani Ebrei attraverso la pratica consapevole dell’Ebraismo e un’eccellete offerta didattica sia negli studi ebraici che accademici a raggiungere il loro massimo potenziale a diventare membri attivi colti e solidali della comunità ebraica di Roma». Piano Triennale dell’Offerta Formativa (PTOF) della scuola Vittorio POLACCO di Roma ( www.scuolaebraica.roma.it). Le scuole della Comunità ebraica di Roma sono situate nel cuore di Trastevere, fra il Portico di Ottavia e il Lungo Tevere. Gli ebrei di Roma (minuscolo, non casuale invece la lettera maiuscola nel testo del Piano riportato in incipit) appartengono a uno dei gruppi della diaspora più antichi. Perfettamente integrati, malgrado l’istituzione del ghetto voluta da Papa Paolo IV a metà Cinquecento e i tanti obblighi imposti dalla bolla papale, svolgevano le attività legate al commercio. Due iscrizioni segnano una sorta di enclave storica della vita della comunità: una frase lapidaria sulla facciata della chiesa San Gregorio della Divina Pietà allerta che da lì inizia il quartiere proibito; la targa sul muro, nella piazzetta antistante il Portico e la chiesa di Sant’Angelo in Pescheria, ricorda il rastrellamento e la deportazione  del 1943. Questa premessa mi serve per collocare la segnalazione arrivata all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e dele università con un post di Facebook (https://www.facebook.com/share/1CsRCacwE2/). Si tratta della iniziativa dei bambini della scuola primaria, dunque delle loro insegnanti, di donare un dolce tradizionale e un messaggio di ringraziamento al presidio dell’esercito che, dall’attentato alla Sinagoga del 1982, piantona il quartiere Sant’Angelo. Gratitudine per essere nuovamente vigilati, stavolta bonariamente, all’interno di uno spazio protetto. Bambini e bambine che imparano – fin dall’infanzia – che la loro condizione di ebrei rappresenta un’entità superiore a quella di piccoli cittadini italiani. Qualcosa di cui andare orgogliosi. Mi chiedo come vivano questo stato di privilegio e di separazione (il sacro nell’accezione corretta). Che risposte riceveranno dagli adulti alle loro eventuali domande, oggi, con quel che sta succedendo nel paese – Israele – che hanno imparato ad amare in famiglia, in sinagoga, e sicuramente a scuola? Nel 2000, a ridosso dell’approvazione del Regolamento sull’Autonomia Scolastica (DPR 08/03/1999) una conoscente di religione ebraica mi disse che la Direttrice della primaria Vittorio Polacco aveva bisogno di una consulenza per la scrittura del Piano dell’Offerta Formativa (allora POF), previsto per le scuole che avevano ottenuto la parificazione, oggi parità, nuova aggettivazione non casuale. Per inciso: rendere pari al pubblico il settore scolastico privato al Ministero è costato, nel riparto proporzionale  del 2026, circa 588  milioni di euro (clicca qui). Andai all’appuntamento incuriosita. Mi venne chiarito che gli scopi valoriali da tenere presenti per la scrittura dell’offerta alle famiglie avevano il loro fondamento nella Tōrāh e nella storia millenaria di Israele. Alle mie obiezioni, che dovettero sembrare piuttosto ingenue (ma non siete una scuola parificata italiana?), tutto finì prima ancora di iniziare con un invito ad andare alla sinagoga piccola, sull’isola Tiberina, alla Festa delle Luci.   Oggi, anno 2026 a cavallo fra il 5786 e il 5787 del calendario ebraico, l’impianto del PTOF non è cambiato molto. Infatti, leggiamo che la definizione degli obiettivi è strettamente legata alla Tefillah, preghiera rituale e ringraziamento a guida della condotta quotidiana. La lingua ebraica, moderna e classica viene insegnata fin dalle prime classi secondo il metodo immersivo Tal AM, il 20% delle ore di scuola è dedicato alla cultura ebraica. Del resto, la distinzione enunciata nella presentazione del Piano fra scuola laica, religiosa e ultraortodossa, mi pare piuttosto sfumata: la religione del Libro è fondamento culturale ed etico per tutte e tre. La lingua ebraica, più dell’italiano, malgrado si parli di scuola inclusiva, è considerato fattore identitario. La questione linguistica venne posta fin dagli albori del sionismo, fortemente ancorata al ritorno nella terra dei padri. La grammatica e il vocabolario subirono una classificazione rapida sulla base dell’Yiddish e una continua messa a punto, dal 1948. «La continuità ebraica si fonda da sempre su parole dette e scritte […] La nostra è una linea non di sangue ma di testo» (A. Oz; F. Oz-Salzberger, Gli ebrei e le parole. Alle radici dell’identità ebraica, Feltrinelli MI, 2013). Il testo dell’Offerta continua sottolineando la necessità di fare comunità, sia con gli ebrei in Italia che con gli israeliani. Gemeinschaft (la comunità chiusa, impermeabile) che si oppone a Gesellschaft (la società) è vecchia questione. La comunità protegge con le sue procedure rituali, mette al riparo i suoi membri dal contagio, l’esterno è filtrato, la tradizione cementa il gruppo attraverso la precettistica (Mitzuòt). Quel che commento è tutto contenuto nel testo ed è la spina dorsale della pedagogia esplicitata. Il resto, l’impianto didattico, è basato sui soliti luoghi comuni, presenti in tutte le nostre scuole del primo ciclo: alunno in primo piano, laboratori, progetti extrascolastici, autovalutazione dell’alunno e del piano medesimo, ecc. Ovviamente, la valutazione a test dell’INVALSI credo costituisca uno dei requisiti per accedere alla parificazione, anche se non ne trovo menzione. L’organizzazione oraria è quella consueta: tempo pieno e moduli a 28/32 ore per i 392 alunni divisi in 20 classi. Vista sommariamente la carta di identità strategica (sic!) delle scuole della comunità ebraica romana, vengo alla seconda segnalazione. È stata inviata  all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, da Lorenzo Perrotta, dal sito piccolenote, foglio di ispirazione cattolica a cura del giornalista Davide Malacara (https://www.piccolenote.it/mondo/la-scuola-israeliana-la-fabbrica-del-nemico). Una blogger della redazione, Claudia Carpinella, commenta un’intervista di Amos Brison (podcast +972) a Nurit Peled Elhanan, professoressa emerita di Educazione Linguistica dell’Università di Gerusalemme. Ancora un problema di parole, di discorsi pedagogici. La Elhanan ricorda che – come abbiamo letto in molti commenti in questi difficili giorni – «Se educhi alla guerra cresci guerrieri. Se elimini ogni dignità umana dal volto del nemico, del vicino, del conterraneo – lo abbiamo visto anche in altri conflitti, nei Balcani e nelle guerre africane – se disumanizzi il palestinese, il siriano, il libanese, hai già conseguito l’obiettivo di risolvere il problema […] se c’è un problema di pulizia da svolgere, tanto vale arrivare a soluzione», secondo l’efficace considerazione di un giovane soldato israeliano. Come sappiamo, dall’esempio di pervasività delle iniziative a carattere militare nelle scuole italiane, occorre formare questo pragmatismo attraverso un lavoro di enfatizzazione della guerra necessaria, della difesa dei confini, fisici e culturali. In Israele, muri di cemento per segregare i gazavi insieme al diritto allo sconfinamento: si distruggono entità nazionali viciniori nella convinzione di una superiorità culturale e di un diritto di esistere – dopo la Shoah – oggi portato agli estremi delle pratiche genocidarie.   La retorica ha sempre ben servito la propaganda, le parole sono più performanti delle armi. Ne scrisse il filologo Victor Klemperer a proposito dell’uso del tedesco durante il nazismo quando, dai megafoni in strada e dal palco in ogni manifestazione di regime, l’ideologia del terzo impero era veicolata con slogan ripetuti fino alla completa assuefazione da parte di chi ascoltava. Il diario di un ebreo che ancora potrebbe insegnare molto ai suoi correligionari, di Israele e italiani (LTI La lingua del Terzo Reich. Taccuino di un filologo, Giuntina Firenze, 1998)   Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Festa aziendale in divisa. Avanza la militarizzazione anche alla RAI, critico il sindacato USIGRAI
Un post su Facebook di UsiGRai, il sindacato dei lavoratori della Rai, pubblica una nota relativa alla festa Bimbo-Rai (https://www.facebook.com/share/18BtCUAUYi/). Il commento della organizzazione è molto critico e anche il noto giornalista Nico Piro esprime una nota critica sulla vicenda (qui il suo post su Facebook). Da sempre cerca di contrastare la conduzione del servizio pubblico, in fase di rinnovo nel 2027, oggi anche contro le dismissioni del patrimonio immobiliare (Qui il comunicato USIGRAI). La festa – secondo i lavoratori – non è il consueto momento di paternalismo aziendale e di fidelizzazione dei dipendenti (per la verità moltissimi precari o con contratti capestro per Bullshit Jobs, i lavoretti di merda normati dal Jobs Act del 2014): il diavolo si nasconde nei dettagli. La segnalazione diventa di interesse per l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università perché il dettaglio, rivelatore degli intenti aziendali, sta nella presenza dei militari alla festa. Esercito e Forze dell’Ordine sono invitati in qualità di animatori, ruolo che esercitano volentieri, purché si tratti di mostrarsi in divisa e di proporre armi e strumenti di morte come giocattoli. Il «vuoto aziendale e culturale» della Rai richiamato dalla segnalazione, non credo sia davvero tale. Secondo me si tratta, per i vertici dell’azienda italiana di radiotelevisione strettamente imparentati con le forze politiche al governo, di spostare l’attenzione dei dipendenti, e di coloro che assistono alla festa, verso l’accettazione della inevitabile necessità di stare a fianco delle armate nazionali alla difesa del paese da presunti aggressori.  Dunque, una ideologia, per quanto scomposta e piuttosto maldestra. Occorre far in modo che ci si pensi, fin da piccoli, cittadini obbedienti, reclutabili all’interno di formazioni militari, addestrati in appoggio civile alle azioni guerresche, nonché soggetti adattati alle forme della repressione di qualsiasi dissenso. Credo sia una precisa scelta della Rai quella virare gli scopi pubblici, informazione non faziosa e intrattenimento di qualche pregio (diversione non idiotizzante, soporifera, ottundente), verso un sistema valoriale drogato da insistenti richiami al rischio, alla sicurezza, alla necessità di una protezione armata, interna, e ai nostri confini. I contribuenti pagano il canone, senza possibilità di evitarlo visto che, sempre il solito Renzi papà del Jobs Act e della Buona Scuola lo ha legato, nel 2016, al consumo domestico della energia elettrica, ma i contribuenti non hanno voce in capitolo sulle scelte della RAI, sempre più orientate a compiacere i politici di turno, a diffondere veline governative, come da modello berlusconiano instaurato negli anni Novanta,  (Editorialedomani.it sulla vicenda). L’azienda dedica un intero settore di intervento a scopi educativi. RaiKids, in cui rientra anche la festa segnalata e trasmessa dai canali TV, è una sezione di programmi radio-televisivi dedicati ai minori, la versione aggiornata della vecchia radio e TV per ragazzi, nata con i primi televisori domestici (https://www.raiplaysound.it/radiokids/podcast). Un contenitore ricco, ma non sempre altrettanto educativo, sia per formati, sia per temi proposti (molto moralismo, molta condiscendenza e piaggeria verso l’infanzia, molta propaganda appena velata). Per l’intrattenimento dei piccoli la concorrenza è agguerrita. Oggi, sempre più spesso, i bambini e le bambine vedono le animazioni e i programmi sulle piattaforme private a cui i loro genitori pagano l’abbonamento. Si impara la guerra con le sfide mortali, la logica amico-nemico, la necessità di far parte di una banda, un gruppo chiuso pronto alla lotta per la difesa del proprio territorio. Il paternalismo aziendale ha illustri modelli nel passato industriale del secolo scorso. Un caso italiano è quello della Fiat, quando la casa automobilistica governava a maglie strette la vita economica, culturale e politica della sua città, Torino. A Natale, nello stabilimento Mirafiori, si radunavano i figli dei dipendenti, della sede centrale, del Lingotto, di Fiat-Ferriere, del vasto indotto. Spesso gli auguri li faceva il padrun Agnelli (Giovanni, il nonno fondatore e poi il nipote, in arte l’Avvocato) fra gli applausi della claque, il dono di un giocattolo, un panettone, una bottiglia di spumante Gancia. Poi tutti a casa contenti, grati per il lavoro e per le due stanzette nelle case-Fiat.   RadioKids piace ovviamente al foglio torinese La stampa – da sempre al fianco degli Agnelli – che commenta entusiasta i successi del formato, da 70 anni sulla breccia (clicca qui per la notizia). Una breccia che nel gergo militare è un avanzamento di truppe, l’apertura di un varco in un muro fortificato, con facile metafora mediatica un esempio vincente di opinionismo servile. Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente