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Rivarolo Canavese (TO): Alpini nelle scuole pubblicizzano campi estivi di lavoro per la Patria
All’Istituto Superiore “Aldo Moro” di Rivarolo Canavese (TO) anche gli Alpini hanno avuto il loro spazio privilegiato per presentare ad alunne e alunni delle classi terze e quarte, e alle loro famiglie, il piano per le vacanze, organizzato in campi scuola estivi, di cui “la parola d’ordine” sarà «condivisione […di un’] esperienza indimenticabile». La segnalazione di un genitore arriva il 13 marzo scorso all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università e, nel corpo della email si fa notare, molto opportunamente, che le vacanze non saranno davvero tali, almeno sul piano formale, perché varranno come ore del pacchetto Formazione Scuola-Lavoro. Il lavoro è ispirato a “nobili fini”, verranno fornite competenze per salvare i boschi dalle fiamme, per conoscere il corso dei torrenti, le falde e i rischi connessi (l’attività idrogeologica, sarà questa?) e altro ancora, come si può leggere sul sito dell’Associazione Nazionale Alpini. Ma tutto in chiave militaresca, con ordine e disciplina, cameratismo, efficienza e, perché no, forse anche un alzabandiera per la Patria ogni tanto. Finalmente, dopo mesi abbastanza inutili passati sui libri, si lavora. Lavoro orientativo, come ripete con ostinazione l’agenda del Ministero dell’Istruzione e del Merito che, dall’ASL (alternanza scuola lavoro) finalmente legge con Renzi, passa ai percorsi di orientamento e competenze al lavoro (PCTO) e oggi, più seccamente scuola, trattino, lavoro, più che congiunzione assimilazione della prima al secondo (questioni non solo linguistiche, come sappiamo). Rivarolo Canavese, un paese di circa 12.300 anime, a 34 km da Torino, fa parte della Città Metropolitana insieme a un numero elevato di piccoli centri. Pur mantenendo la propria municipalità, essi rappresentano l’hinterland di una città senza ancora una vocazione post-Marchionne, post-Elkann. Del resto, questi paesi sono, da un passato che sembra lontanissimo, un ex bacino di lavoratori dell’altrettanto ex FIAT, presi nella dispersione di un indotto industriale di cui ora rimangono capannoni e depositi in rovina. Così queste realtà locali, con il loro piccolo centro urbano dignitoso, talvolta bello di vecchie chiese e palazzi di antichi padroni, cercano di ricostruirsi una nuova, moderna identità. Il Sindaco di Rivarolo, Martino Zucco Chinà, ci prova con la Lista Civica in cui è stato eletto, sostenuto dalla stampa locale, non caso il foglio cattolico Il Risveglio popolare e il settimanale Prima il Canavese. Ma “prima” di? Forse prima della “invasione” degli immigrati? O della gentrificazione che ha portato in questa periferia chi non può permettersi una casa a Torino? L’istituto in questione è un tecnico industriale che prova a definirsi anche liceo scientifico, 3 indirizzi formativi, 1300 studenti provenienti da 70 paesi limitrofi. Ragazzi certamente non tutti autoctoni, seconde, terze generazioni di calabresi, di siciliani, di quell’altrove che il canavesano non so se accoglie nel suo afflato sentimental-popolare. Dal sito della scuola ricavo che ci si diverte abbastanza – a proposito di vacanza dopo l’inverno sui libri – certo, pur sempre ammoniti sui pericoli della vita adolescente, con Mister Jack che inscena le ludopatie, con la poesia servita con un menù culinario e altre amenità formative (il vero menù della scuola sta sul sito ufficiale, in offerta al cliente). Ovviamente l’istituto non si è fatto mancare l’ormai diffuso appuntamento sul bullismo con la polizia locale e un agente della giudiziaria di Torino. Oggi, nella deriva neoliberale, talvolta dalle sfumature grottesche, che ha investito la scuola superiore, rinforzata dal recente 4+2, studio ozioso, lezioni ex cattedra, interrogazioni, sono materiale da cassonetto. L’età evolutiva, davvero bisognosa di attenzione ai bisogni specialissimi del suo scorrere, è affidata a una didattica privata di ogni aggancio filosofico, prima ancora che pedagogico. Militari, attori di avanspettacolo, associazionismo esperto. Ma anche di questo scriveremo prossimamente, qui, sul sito dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, per un dedicato contrasto alla stupidità didattica.      Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Giornata delle Foibe e liste nere di Rampelli: autonomia didattica a rischio nelle scuole
ll vicepresidente della Camera Fabio Rampelli (FdI), la notizia è uscita sul quotidiano Domani (clicca qui), avrebbe segnalato le scuole che non hanno omaggiato la giornata delle Foibe e ha chiesto il diretto intervento del Ministro dell’istruzione e del merito Giuseppe Valditara. Una vera e propria, inaudita, campagna repressiva che mira a distruggere autonomia didattica e libertà di insegnamento. Abbiamo ragione da vendere nel denunciare l’utilizzo delle giornate nazionali come opera di revisionismo storico e di pressione ideologica e politica. Sarebbero 41 gli istituti, “rei” di sottrarsi a questo rito che ormai dura da anni. Da quando questa giornata è stata istituita non ci sono spazi nella comunicazione pubblica per interventi di storici non omologati a posizioni revisioniste o nostalgiche della italianità, in questo caso non è ammesso il fatidico contraddittorio con posizioni diverse. È grave che questa lista di proscrizione arrivi direttamente da un parlamentare con un ruolo importante come la vice presidenza della Camera. Solo poche settimane fa denunciavamo la schedatura dei docenti di sinistra da parte della organizzazione giovanile dello stesso partito, ora questa nuova iniziativa. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ritiene inaccettabile questa ennesima ingerenza e invita il mondo della scuola, in tutte le sue componenti, a mobilitarsi rivendicando la libertà di insegnamento, libertà da qualsiasi pressione ideologica e politica e di letture parziali e discutibili della storia. Consigliamo l’ ascolto di questo contributo audio di CUB Scuola a questo indirizzo. Di seguito la lista delle scuole incriminate. 4_07304Download Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Michelangelo Dome: lo scudo missilistico con cui Leonardo SpA avvolgerà l’Europa
«Rispondere alle minacce emergenti in uno scenario globale sempre più complesso e proteggere infrastrutture critiche, aree urbane sensibili, territori e asset di interesse nazionale ed europeo attraverso una soluzione modulare, aperta, scalabile e multi-dominio: è l’obiettivo di “Michelangelo – The Security Dome”, sistema avanzato di difesa integrata di Leonardo» (https://www.leonardo.com/it/focus-detail/-/detail/michelangelo-sistema-multidominio-difesa-aerea-leonardo). In occasione della presentazione del Piano Industriale 2026-2030 di Leonardo SpA, tenutasi a Roma giovedì 12 marzo, l’Amministratore Delegato Roberto Cingolani ha evocato il nome dello “scudo missilistico” con cui l’azienda vorrebbe avvolgere l’Europa: Michelangelo Dome. Già il nome rievoca l’israeliano Iron Dome, progettato per intercettare i missili provenienti dai paesi arabi, soltanto che l’Europa non è in guerra coi propri vicini. Che cosa è il Michelangelo Dome? Si tratta di un sistema complesso ma costruito per essere compatibile con tutte le piattaforme adottate dai paesi Nato, adattabile alla difesa del territorio nazionale ma anche di specifiche aree strategiche come porti, basi militari, aeroporti, siti industriali; una sorta di grande cupola costruita con sistemi tecnologici avanzati e di ultima generazione, incluso il ricorso alla stessa IA. Nel corso dell’intervento, Cingolani ha promesso il primo impiego sul campo dello scudo entro la fine del 2026, in Ucraina. Intervistato poi da il Sole 24 Ore a margine dell’evento, l’AD ha seccamente difeso gli investimenti programmati per Michelangelo: «non sta finendo la guerra, sta iniziando una guerra nuova. I prossimi anni di pace apparente potrebbero permettere agli aggressori di costruire armi che sono difficili da neutralizzare: mai come adesso bisogna investi.re nella difesa».[1] Sarà – come sostiene implicitamente Cingolani –… che non vi siano alternative a questo destino di guerra, prefigurato con fin troppa facilità. Tuttavia i dubbi sorgono, dato che non si può negare un diretto interesse economico dell’azienda a una maggiore domanda di armi (e quindi a un loro maggior impiego) e all’innovazione militare, così come non si può nascondere il coinvolgimento sempre più diretto di Leonardo nelle istituzioni – da quelle militari alle scuole, le Università e i centri di ricerca. Il progetto di difesa Michelangelo era stato lanciato nell’ottobre del 2025 ma solo negli ultimi giorni dell’inverno 2026 è stato ufficialmente presentato al Ministro della Difesa Crosetto, al Capo di Stato Maggiore della Difesa Portolano e a tutti i Capi di Stato Maggiore delle Forze Armate. In un Comunicato stampa, Leonardo lo ha definito come «un’architettura completa che integra sensori terrestri, navali, aerei e spaziali di nuova generazione, piattaforme di cyber defence, sistemi di comando e controllo, intelligenza artificiale ed effettori coordinati. La piattaforma crea una cupola dinamica di sicurezza, capace di individuare, tracciare e neutralizzare minacce, anche in caso di attacchi massivi, su tutti i domini di operazione: aeree e missilistiche, inclusi missili ipersonici e sciami di droni, attacchi dalla superficie e sotto la superficie del mare, forze ostili terrestri». Senza poi dimenticare che «Grazie alla fusione avanzata dei dati provenienti da sensori multipli e all’impiego di algoritmi predittivi, Michelangelo è in grado di anticipare comportamenti ostili, ottimizzare la risposta operativa e coordinare automaticamente gli effettori più idonei».[2] Si parla di un giro d’affari di ben 21 miliardi entro il 2035, a patto però che Leonardo incontri il favore dei governi europei nel creare una rete di protezione unica che coinvolga i diversi paesi. Nel frattempo, il Bilancio aziendale è in netta crescita e ciò ha permesso di includere nel Piano Industriale 2026-2030 «un incremento sostanziale del dividendo che sarà pagato nel 2026 (+21% [rispetto al 2024]) e un ulteriore aumento del ritorno agli azionisti nell’arco di piano [ossia: durante il periodo coperto dal piano industriale vi sarà un ulteriore aumento]».[3] Si arriverà così a un dividendo di 0,63 € per azione, rispetto agli 0,52 di due anni fa. La guerra, evidentemente, paga. Il timore è che oltre al denaro fornisca agli azionisti di Leonardo anche la possibilità di esercitare pressioni e orientamenti sempre più forti sui governi, visto che è proprio con progetti come il Michelangelo che il grado di dipendenza delle istituzioni dalle aziende militari cresce notevolmente. E stando a vedere le politiche industriali del Governo già oggi il complesso militar industriale sembra avere un potere sterminato nell’influenzare scelte e strategie nell’immediato futuro. Emiliano Gentili, Federico Giusti, Stefano Macera [1] Cfr. https://www.analisidifesa.it/2025/11/leonardo-presenta-michelangelo-the-security-dome/. [2] Leonardo, Comunicato stampa: Leonardo: Cingolani presenta “Michelangelo – the Security Dome”, 27 Novembre 2025. [3] C. Dominelli, Leonardo svela nuovo piano: previsti 142 miliardi di ordini al 2030, «il Sole 24 Ore», 12 Marzo 2026. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Career Days: l’università e i legami con l’industria bellica
I career days sono eventi di incontro e placement organizzati dalle Università con il mondo del lavoro. Si tratta di momenti centrali nella logica dell’Università, che concepisce queste giornate come fondamentale opportunità per l’incontro tra domanda e offerta. Si tratta di eventi sponsorizzati con entusiasmo dall’Istituzione universitaria, momenti in cui si invitano studenti neo-laureati e dottori di ricerca provenienti da tutti gli ambiti di studio e ricerca a partecipare per farsi conoscere da aziende, studi professionali e cooperative che hanno posizioni aperte. Una vetrina per queste ultime che hanno l’opportunità di far conoscere il loro lavoro: vendute come occasioni di formazione e crescita per chi cerca lavoro, queste giornate sono infatti anticipate da corsi di formazione in cui provare a “costruire il proprio futuro” attraverso percorsi che hanno come aspirazione quella di guidare gli studenti all’acquisizione di conoscenze e competenze per un ingresso efficace nel mondo del lavoro, supportandoli dalla redazione efficace del curriculum vitae alla comunicazione efficace nei colloqui di lavoro fino all’utilizzo dei social per la ricerca di lavoro. Durante uno di questi career days che si terrà il 23 marzo, l’Università degli studi di Firenze ha deciso di invitare una realtà, il Gruppo Thales, controllato dal governo francese e partecipato dall’impresa bellica Dassault: si tratta dell’undicesimo produttore di armi a livello globale e il quarto in Europa, con proventi legati alla vendita di armamenti pari a circa 8 miliardi di euro nel 2023. Il gruppo Thales opera nel settore delle tecnologie aerospaziali, in quelle di difesa e sicurezza e nelle tecnologie di identificazione biometrica e di identità digitale. Con la compagnia israeliana Elbit System, Thales produce il killer drone Hermes 450, nonché, tramite l’UAV tactical system, l’ultima generazione di droni-killer Orbiter, entrambi utilizzati dall’esercito israeliano contro la popolazione civile palestinese a Gaza e in Cisgiordania. Nel Regno Unito Thales produce il drone spia Watchkeeper con una joint venture con la compagnia israeliana Elbit Systems. In Francia, Thales produce sistemi elettronici per l’aereo Dassault Rafel jet, l’ultimissima generazione di aereo “polifunzionale” utilizzato dall’esercito israeliano che combina deterrenza, supporto missilistico ed offensiva nucleare. Inoltre, attraverso la divisione di identità digitale e cybersecurity, Thales fornisce servizi di riconoscimento facciale, di mappatura di identità digitale remota e cloud-based: ad esempio, Thales gestisce per il governo israeliano operazione di ‘border control’ nella West Bank. Già nel giugno 2024, un gruppo composito dell’Università di Bologna chiedeva al proprio Ateneo di sospendere tutte le collaborazioni con soggetti commerciali, industriali e di ricerca legati all’industria bellica, a partire, con priorità immediata, dal gruppo Thales. Il loro appello, da cui sono prese le informazioni sopra, disponibile a questo indirizzo, espone alcune criticità circa lo stato della cooperazione scientifico-tecnica portata avanti da diverse strutture dell’Ateneo di Bologna con istituti universitari israeliani e con aziende che si profilano altamente problematiche. Questa deriva è ormai esplicita in diversi Atenei, che da una parte si occupano di approvare circolari sul dual use e immaginare formazioni specifiche del personale e al contempo invitano ai propri eventi, legittimandole, imprese che le armi le producono e che rappresentano la plastica rappresentazione della logica militare che sempre più si insinua nei nostri immaginari. La questione può essere letta a partire dal potente contributo di Lancione (Università e militarizzazione. Il duplice uso della libertà di ricerca), in cui in rapporto agli accordi di collaborazione tra Politecnico di Torino e Leonardo s.p.a., il docente evidenzia come questa relazione tra Università e soggetti produttori di armi o, meglio ancora, “anche di armi, ma non solo”, che hanno anche relazioni con il governo di Israele rappresenti un pericolo su più piani. Piani di cui è bene tenere conto. “Il primo è culturale, legato alla legittimazione scientifica che Leonardo ottiene a lavorare col Politecnico e al prestigio politico che il Politecnico ottiene a lavorare con Leonardo. Il secondo è sociale, legato alla prossimità logistica del sapere che viene fatto circolare nella collaborazione. Il terzo è economico ed è legato al tipo di valore di mercato generato dalla relazione tra le parti, e dalla possibilità di profitto che essa attiva” (Lancione, 2023) Secondo questo schema, nell’invitare un’impresa che lavora nel campo bellico, l’Università svolge un ruolo centrale nella legittimazione dell’impresa stessa: garantire al gruppo Thales (partecipato dall’impresa bellica Dassault) la possibilità di entrare in università per raccontarsi ai futuri lavoratori, significa immaginare opportunità di lavoro, in un mercato del lavoro precario e competitivo, che abbracciano la produzione bellica. Questa posizione ben si inserisce all’interno delle retoriche dominanti che bombardano il nostro quotidiano e promettono come soluzione alla crisi generalizzata del lavoro, la soluzione del riarmo e della produzione bellica, una concreta e stimolante prospettiva per l’inserimento lavorativo e la crescita del paese. L’unica alternativa possibile. Inoltre, legittimando la presenza del gruppo Thales l’istituzione universitaria favorisce lo scambio di risorse, di dati, di saperi e normalizza la presenza del mondo bellico nello spazio pubblico universitario. Questa attivazione di sinergie che in questo caso nasce a partire dal riconoscimento del valore della presenza di Thales come gruppo che può garantire una buona occupazione, legittima e normalizza la retorica del valore del riarmo e della produzione bellica, costruendo nella prassi l’immagine di una istituzione universitaria sempre più legata e piegata agli interessi economici dominanti. La scelta dell’Università di Firenze si inserisce in un disegno articolato che nel tempo si sta definendo intorno alla relazione tra accademia e comparto militare. Un disegno che è stato svelato da Altraeconomia (https://altreconomia.it/i-dati-inediti-sugli-accorditra-le-universita-e-lindustria-militare/) che ha svolto un lavoro di inchiesta chiedendo alla metà degli istituti pubblici italiani quanti e quali accordi, contratti di ricerca, convenzioni o tirocini hanno attivato dal 2023 ad oggi con i protagonisti del settore della Difesa. Come riporta Luca Rondi sulla rivista Altreconomia, i rapporti delle Università italiane con il comparto militare sono sempre più stretti: 23 atenei su 31 hanno infatti legami con Leonardo s.p.a. (74%), 20 con Thales Alenia Space s.p.a. (65%) e otto con Mbda Italia s.p.a. (26%), colosso europeo che produce anche missili terraaria. In questo quadro, come osserva Mario Pianta, professore di Economia alla Scuola normale superiore di Firenze che ha lavorato a lungo sulle relazioni tra militare e civile in campo tecnologico, “l’estensione delle collaborazioni è preoccupante. In un quadro di riduzione dei finanziamenti alla ricerca e di aumento dei programmi di spesa militare il rischio è che tali rapporti diventino ancora più stretti”. Come emerge nell’inchiesta, Thales Alenia Space, la joint venture tra la multinazionale specializzata in aerospazio, Difesa, sicurezza e trasporti Thales (67%) e Leonardo (33%) ha stretto accordi con 20 degli atenei presi in esame, in particolare con Padova (403mila euro in due anni relativi a contratti di ricerca), Firenze (255mila euro su cinque progetti di ricerca), Tor Vergata (sette accordi di importo sconosciuto) e La Sapienza di Roma. Bologna partecipa a ben 14 progetti di Horizon Europe, il programma quadro dell’Unione europea per la ricerca e l’innovazione, di cui fa parte anche l’azienda (https://altreconomia.it/i-dati-inediti-sugli-accordi-tra-le-universita-e-lindustriamilitare/). Nonostante una quota di risposte alta da parte delle Università, molte non hanno comunicato importi e titoli dei progetti. “Una mancanza di trasparenza inaccettabile per un’amministrazione pubblica contro cui spesso si scontra anche il corpo docente che non conosce nel dettaglio l’entità di queste relazioni”, osserva Federica Frazzetta, ricercatrice presso la facoltà di Scienze politiche e sociali della Scuola normale superiore di Firenze. Come sottolineato nell’articolo di Luca Rondi su Altraeconomia, è possibile però individuare alcune tendenze (che possono anche aiutare a inquadrare l’invito al gruppo Thales da parte dell’Università degli Studi di Firenze a partire dal quale è nata la mobilitazione di queste ore). Tra queste, il rischio di una totale irrilevanza dei comitati etici che hanno avuto opportunità di valutare pochi di questi accordi, il reale impatto economico sempre sbilanciato a favore dei grandi gruppi militari e infine l’istituzione di corsi, master specie nel campo della scienza politica che come evidenzia Antonio Mazzeo, giornalista ed esperto di questioni militari “favorisce la diffusione di un modello anche culturale ispirato a quello militare”. Quindi, che fare? Quello che si sta facendo, ovvero attivarsi concretamente per denunciare queste situazioni, una attivazione che ad oggi è resa possibile da un lavoro continuo e faticoso di monitoraggio rispetto alle scelte che non vengono condivise e discusse con le “risorse umane” dell’Università, ma stabilite in luoghi in cui sempre più la logica del ritorno economico e della militarizzazione della vite costruisce discorsi che come studenti e studentesse, come lavoratori e lavoratrici non abbiamo intenzione di avallare. La militarizzazione non è un processo lineare, proprio per questo serve un monitoraggio continuo e situato. A tal proposito, come evidenzia Lancione, «La militarizzazione della società europea e più largamente occidentale è un processo che ha molteplici radici economiche e politiche, non è semplicemente riconducibile a una cerchia di pochi soggetti potenti, con un chiaro piano di azione. Si tratta in realtà di un assemblaggio diffuso e non lineare, fatto di interessi locali e tran-slocali, a cavallo tra mercati privati, pubblici e attraversato da logiche finanziarie e sentimentalismi» (Lancione, 2023). Se militarizzare è “dare un carattere” alle cose, allora la scelta di invitare Thales (partecipata dall’impresa bellica Dassault) rappresenta un’azione volta alla costruzione e legittimazione di quel carattere, una scelta che non esclude la presenza di chi è parte attiva di un modello di produzione proprio dell’industria bellica. Dentro l’Università le voci critiche e contrarie agli accordi, alla prospettiva del riarmo e della produzione bellica, continuano a esistere, incontrarsi e agire contro un modello che non deve diventare parte del mondo universitario. Contro la prospettiva di un’industria accademico-militare è necessario scegliere con chiarezza che partita giocare e in quale campo stare. Per scegliere da che parte stare, è fondamentale porsi le domande giuste, a partire dal “come immaginiamo la nostra Università?” Se crediamo che il “carattere militare” e il suo progetto appartengono a un altro mondo, un mondo le cui fondamenta si contrappongono alla curiosità scientifica ma che si basano su ordini da seguire; un mondo che al desiderio di scoperta contrappone missioni da compiere e a progetti di vita individuale e collettiva contrappone violenza e morte, «riprendersi l’Università, difendere il confine tra questi mondi e combattere chi quel confine lo rende poroso, è un compito che spetta anche a voi, studenti e studentesse… l’Università non si può e non si deve militarizzare, o non è più Università. Ogni grado di relazione tra questi mondi riduce la libertà di azione e di pensiero di chi fa ricerca e di chi vi fa lezione, e la loro riduzione di libertà è anche la vostra. Questo è un processo che dobbiamo combattere, per preservare e coltivare il privilegio di avere ancora di avere ancora luoghi dove ricercare un’alternativa possibile» (Lancione, 2023). Non crediamo ci sia modo migliore di chiudere questa breve riflessione che auspicare che all’interno degli Atenei si mantenga attiva l’attenzione e la mobilitazione su questi temi in sinergia con le altre realtà che fuori dal mondo universitario si oppongono con forza alla deriva di una visione di mondo che ci prospetta violenza e guerre, limita la libertà di ricerca e la libertà di scegliere quale modello di produzione, lavoro e vita vogliamo. Esercito all’Università – di Roberto Zingoni Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università Pubblicato anche su www.lavocedellelotte.it. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Lugo di Ravenna: il collegio docenti ha potere… fino ad un certo punto
Il 2 marzo scorso si è tenuto un incontro pubblico dal titolo “Per il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese“, promosso da un gruppo di docenti del Liceo statale “Gregorio Ricci Curbastro” di Lugo, in provincia di Ravenna, con il patrocinio del Comune. Dopo l’iniziativa, un docente dello stesso liceo, delegato sindacale, ha denunciato in forma anonima alcuni fatti avvenuti all’interno dell’istituto nel mese di ottobre. All’inizio dell’anno scolastico un gruppo di docenti chiede di discutere e di inserire all’ordine del giorno del collegio docenti previsto per ottobre la proposta di organizzare una conferenza con il professor Marco Mascia, presidente del Centro di Ateneo per i Diritti Umani “Antonio Papisca” e titolare della cattedra di Diritti umani, democrazia e pace all’Università di Padova, insieme alla testimonianza di un operatore di Medici Senza Frontiere dal campo. L’obiettivo, anche per volontà di alcuni genitori, era informare gli studenti sulla situazione umanitaria nella Striscia di Gaza e su cosa prevede il diritto internazionale in situazioni di conflitto. Attraverso una raccolta firme di 69 docenti su 120 viene presentata al dirigente scolastico richiesta formale per integrare l’ordine del giorno del collegio di ottobre, ma viene rigettata.  Il giorno del collegio il dirigente scolastico motiva la sua decisione definendo il tema della conferenza didatticamente irrilevante e divisivo prendendo una decisione al posto del collegio docenti senza neanche permetterne la discussione. Nella prassi scolastica il dirigente può integrare l’ordine del giorno del collegio docenti fino a 24 ore prima della riunione, aggiungendo nuovi punti. In casi di urgenza, inoltre, l’integrazione può essere proposta direttamente in apertura di seduta, chiedendo al collegio di approvarla. In questo caso, a fronte della richiesta presentata con largo anticipo da un gruppo consistente di docenti, l’ordine del giorno avrebbe potuto essere integrato senza particolari difficoltà. L’attacco è dunque al cuore della democrazia della scuola e al potere decisionale di tutti i docenti. Il collegio docenti è l’organo tecnico politico rappresentante della democrazia scolastica e i suoi ruoli sono definiti e tutelati dal DLgs 297/1994. Non ha valore consultivo, ma è un organo deliberante: ciò che si vota in collegio indica la partecipazione collettiva alla vita scolastica e la responsabilità collettiva a ciò che si sceglie di fare. Perciò delegittimare un collegio docenti oltre che gravissimo non rientra neanche nelle prerogative del dirigente scolastico. Eppure, da ciò che si legge e si vive a scuola tutti i giorni, non è così raro. Sotto l’ombra del potere assoluto del dirigente scolastico si trovano docenti censurati e soli, come il docente che ha denunciato l’accaduto e che si è successivamente dimesso da delegato sindacale presso l’Istituto non avendo avuto immediato sostegno dal suo sindacato – che ora dichiara di essere in procinto di procedere ad una denuncia dei fatti all’Ufficio Scolastico Regionale. Ma ci sono anche docenti che hanno paura di esprimere la propria idea o che sottovalutano la quasi certa deriva autoritaria delle gerarchie scolastiche dimenticando l’esistenza di una solida legislazione a sostegno dei diritti, della libertà d’insegnamento e dei poteri deliberativi del collegio docenti.  Nel periodo dell’anno scolastico in cui nelle classi di fine ciclo si affrontano i totalitarismi del Novecento è inevitabile individuare alcune analogie con la fase storica attuale: dalla dimensione sempre più globale dei conflitti fino agli attacchi, spesso più sottili, ai luoghi della democrazia. L’episodio avvenuto al liceo di Lugo viene segnalato come esempio di censura sul tema del genocidio in Palestina e del diritto internazionale, oltre che di delegittimazione del collegio docenti. Quest’ultimo riunisce insegnanti di ruolo e precari con pari diritti decisionali ed è presieduto dal dirigente scolastico con funzioni di coordinamento, non di indirizzo decisionale in senso verticistico. Si tratta di un caso, tra molti segnalati quotidianamente: episodi che descrivono una crescente concentrazione di potere nelle figure dirigenziali, dall’esercizio di un controllo sempre più forte nei collegi docenti fino alla collaborazione con le forze dell’ordine nella gestione di proposte didattiche e della sicurezza dell’ambiente scolastico. Dimostrazione plastica di come la scuola rischi di perdere progressivamente la propria funzione democratica ed educativa trasformandosi in uno spazio di controllo attraverso forme di gestione sempre più esternalizzate. Ritenere il genocidio palestinese e il diritto internazionale divisivo e vietarne la discussione e l’informazione, significa prendere una decisione didattica e indirizzare la conoscenza, compito che non spetta al dirigente scolastico. Definirlo divisivo corrisponde, di fatto, ad una manipolazione cognitiva, tattica militare attraverso cui i nostri cervelli diventano campo di battaglia prima ancora dei nostri corpi. Il controllo dei contenuti rappresenta dunque una forma di militarizzazione della conoscenza. O si è contro il genocidio o no. O si è contro la guerra o no. O si è contro i re o no. È una decisione “partigiana nella misura in cui si insegna agli studenti a collocarsi nella storia dalla parte dei diritti e dell’autodeterminazione dei popoli e di tutti. Il compito della comunità educante è offrire conoscenze per far sì che gli studenti siano capaci di pensare liberamente e possano avere la capacità di dissentire legittimamente alla deriva autoritaria. E se non sono i docenti a dare coraggio e a sostenere la libertà di pensiero e il diritto all’informazione e al dissenso per la tutela dei diritti fondamentali, contro la guerra e l’autoritarismo, da chi prenderanno esempio gli studenti? Gli insegnanti in questo momento devono vigilare e partecipare alla vita scolastica riprendendosi in mano il potere decisionale che nelle scuole spetta a docenti e studenti e non ai dirigenti. Devono aver cura dei ragazzi perché saranno le prime vittime dell’economia di guerra, dai percorsi PCTO presso le industrie belliche come la Leonardo dritti verso il ripristino della leva militare obbligatoria. È questo che fa un insegnante al tempo dei re: non insegna ad obbedire e ad aver paura, ma insegna ad essere liberi. A tal proposito invitiamo tutta la comunità educante a sostenere la campagna dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università contro la leva militare obbligatoria. 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