Tag - editoriali

Era solo questione di tempo
La morte di Abderrahim Fakir è una vergogna per l'Italia e per la città. Ma tutto portava qui, anche a Bologna: dalla polizia con le mani libere al razzismo montante, dalle ferite del Pilastro all'ottusità della politica di fronte alle manifestazioni di disagio.
I vari volti della militarizzazione: quando le istituzioni investono in Lamborghini per la Polizia
La militarizzazione della scuola può essere letta attraverso le scelte istituzionali riguardanti gli aumenti stipendiali o quantomeno l’adeguamento, in termini di potere d’acquisto degli stessi, rispetto all’aumento dell’inflazione. Come sottolineato in questo recente articolo, l’attuale sistema economico neoliberista continua a premiare i vertici della piramide gerarchica all’interno delle scuole a discapito del corpo docente e dei collaboratori. Accanto ma in direzione opposta a questa scelta, si evidenzia, appunto (vedi articolo su Tecnica della scuola ), un aumento costante delle retribuzioni del comparto pubblica sicurezza e difesa cui si compagna un fiume di denaro per l’acquisto di armi per i prossimi anni, con una leggera decelerazione solo in questo fine di legislatura, con la legge finanziaria alle porte, ottenuta peraltro con furbeschi artifici contabili dettati solo da finalità elettorali. Le poche e mal ridotte volanti di polizia e carabinieri ferme nei rispettivi garage con i serbatoi semi-vuoti di gasolio o benzina, sono ormai un lontano ricordo così come le carrette con cui tentavano eroicamente di combattere un crimine che tutte le statistiche ufficiali comprese, quelle del Ministero degli interni, indicano in costante discesa dagli anni ’90. Le carrette sono invece state sostituite da macchine di rappresentanza di extra-lusso, come la Lamborghini Gallardo nel 2008 o il modello Huracan del 2014, camuffate da mezzi di soccorso ultraveloce per il trasporto urgente di organi destinati al trapianto: una bufala disvelata dagli stessi dati forniti dalla Polizia che in realtà, disgregando il dato complessivo, ci raccontano di un trasporto urgente ogni 40 giorni negli ultimi vent’anni (circa 200 trasporti urgenti dal 2004). Per non essere da meno, a fine 2025, anche l’Arma dei Carabinieri, si è dotata di una macchina extra-lusso, la Maserati McPURA, anch’essa ufficialmente destinata al trasporto urgente di organi; e se la Polizia in questi ultimi anni decide di colpire l’immaginazione delle famiglie dando un passaggio, in Maserati, al reparto oncologico pediatrico del Policlinico Gemelli alla befana scortata dalle agenti in divisa e armate per portare le calze con il logo della Polizia di Stato, anche i Carabinieri non sono da meno cogliendo un’altra occasione ad alto impatto emotivo, come la necessità di un trasporto urgente di un farmaco difficile da trovare tra le scorte delle farmacie interne agli ospedali, per i feriti grandi ustionati di Crans Montana: il farmaco in questione è il NexoBrid, prodotto dall’azienda biotech israeliana MediWound (Yavne, Israele). Possiamo dire in questo caso ma anche negli altri che il trasporto urgente in elicottero, come si fa per i feriti, è stato giudicato troppo banale. D’altro canto questi trasporti sono tanto saltuari quanto ben studiati a tavolino stando alle decine di articoli sulla stampa locale che enfaticamente raccontano delle gesta eroiche dei poliziotti in Maserati che arrivati sgommando all’ospedale con l’organo salvavita. Andando però oltre questo biglietto da visita che affascina immancabilmente grandi e piccini nelle varie kermesse di cui abbiamo dato notizia in vari articoli, come la festa dell’Arma a Villa Borghese a Roma o l’anniversario della Polizia in piazza del Popolo, basta aggirarsi per le vie del centro a Roma per notare supermoto e macchine extra-lusso o addirittura SUV, in dotazione a Polizia, Carabinieri, Guardia di finanza, ecc.. nulla a che vedere con gli sgangherati mezzi cui ci avevano abituati i film poliziotteschi degli anni ’70. Si tratta quindi di uno sfoggio di potenza e di esaltazione del potere repressivo, sotto le mentite spoglie della tutela della pubblica sicurezza che si manifesta anche nelle innumerevoli presenze, registrate puntualmente qui sull’Osservatorio, immancabilmente in divisa ed armate a parlare di violenza di genere o di bullismo tra i banchi scolastici. Una domanda (retorica) sorge spontanea: a questo punto, perché in divisa e con la pistola nella fondina? Forse oltre a confondere deterrenza con prevenzione si confonde anche l’autorità con l’autoritarismo? In conclusione si riempiono le tasche a “formatori e formatrici” in divisa e si svuotano quelle di chi ha studiato una vita per educare alla pace e alla convivenza futuri cittadini e cittadine consapevoli e pronte a difendere i propri diritti. Lamborghini Huracan in bella mostra Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Voci critiche sulla PdL “Un’altra difesa è possibile”: non “complementarità”, ma “alternativa” alla guerra con l’obiezione totale e collettiva
In questi anni di costante e quotidiano lavoro di monitoraggio del livello di bellicismo nei luoghi della formazione e della società civile, l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ha segnalato e pubblicato numerosissimi casi di invasione delle forze armate nelle scuole, ma anche analisi approfondite sull’avanzare della “Cultura della difesa”, sul riarmo e sul contesto geopolitico in cui prendevano significato quelle iniziative. In un quadro caratterizzato da un radicale antimilitarismo, che accomuna tutte le componenti dell’Osservatorio, di cui diverse si riferiscono esplicitamente alla tradizione pacifista e nonviolenta, chi ha preso parte al suo percorso ha maturato via via la consapevolezza di un chiaro processo guerrafondaio in cui molte istituzioni, a partire dai governi e dagli apparati economici degli Stati che fanno affari con gli armamenti, per finire con le organizzazione internazionali, tra cui la NATO, stanno trascinando le popolazioni verso il baratro della guerra, cercando di indorare la pillola di una tragedia mondiale che deve necessariamente allertare per il semplice motivo che per la qualità e la quantità dell’arsenale a disposizione, la deflagrazione che si prevede non può che essere l’ultima, l’estrema e la definitiva misura per spazzare via l’umanità intera dalla faccia della Terra. E, allora, in considerazione di queste analisi e delle evidenze empiriche raccolte, chi si ritrova quotidianamente a costruire il sostrato concreto che costituisce il lavoro dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, pur nella consapevolezza dello sforzo profuso da chi è stato coinvolto nell’estensione della PdL Un’altra difesa è possibile, la cui storia nell’ambito del movimento pacifista non è in discussione, vorrebbe mettere in evidenza tutte le perplessità che essa ha suscitato in ambienti e in soggetti con altrettanta comprovata fede pacifista, antimilitarista e nonviolenta, soprattutto in relazione al ruolo che il servizio civile verrebbe ad assumere nel contesto internazionale. Tra le varie perplessità emerse, si segnalano ad esempio: – Serena Tusini, sindacalista e docente tra le promotrici dell’Osservatorio, in un articolo pubblicato su «Contropiano» il 28 marzo 2026, critica aspramente la PdL sulla difesa nonviolenta, definendola una proposta datata e funzionale alla dottrina NATO della “difesa totale” (CIMIC), nella quale l’ambito civile è interamente e strutturalmente concepito come terreno operativo militare. Alla luce di questo, Tusini denuncia la proposta come uno strumento per militarizzare i cittadini, con il servizio civile che funge da “cavallo di Troia” per il ritorno della leva obbligatoria, criticando infine il terzo settore per favorire la privatizzazione dello stato sociale. – Michele Lucivero, giornalista e docente tra i promotori dell’Osservatorio, in un articolo pubblicato su «Pressenza» il 6 maggio 2026, denuncia il rischio che il ritorno della leva obbligatoria in Europa trasformi il servizio civile proposto nella PdL in una difesa “complementare” subordinata alle logiche militari della NATO, tradendo così l’eredità etica di don Lorenzo Milani e la storia dell’obiezione di coscienza. Attraverso un’intervista a Rebecka Lindholm Schulz, referente della Società Svedese per la Pace e l’Arbitrato, viene analizzato il “modello svedese”, in cui il servizio civile dal 2026 include compiti di cybersicurezza e logistica strettamente integrati all’apparato bellico. Di fronte a queste dinamiche, l’autore solleva il dilemma morale di dover difendere alleanze militari che agiscono come oppressori e invita il movimento pacifista italiano, dove la leva non è ancora attiva, a una disobbedienza civile totale, proponendo anche la creazione di un fondo economico per sostenere chi rifiuta radicalmente la militarizzazione; – Antonino Drago, primo proponente di un progetto di legge sulla difesa popolare nonviolenta (1969), e Franco Dinelli, Direttore Centro Studi di Pax Christi, in un articolo pubblicato su «Il Fatto quotidiano» il 16 maggio 2026, criticano duramente la PdL, sostenendo che essa rischia di ridurre il servizio civile e la stessa “obiezione di coscienza”, che viene adombrata nel testo, a scelte subordinate alla difesa militare. Gli autori evidenziano la necessità di una vera autonomia per la difesa nonviolenta, avvertendo che un compromesso strutturale, “complementare”, “affiancato” e “integrato” con i Governi, sempre più ostaggi nella NATO, annullerebbe le alternative alla guerra; – Ermete Ferraro, presidente del Movimento Internazionale per la Riconciliazione, tra gli aderenti all’Osservatorio, in un articolo pubblicato l’8 luglio 2026 sul suo blog, ha definito la PdL Un’altra difesa è possibile una versione “minimalista” e compromissoria, che integra la difesa militare anziché rappresentare un’alternativa strutturale. Il dissenso si concentra sulla definizione di difesa “complementare” (Art. 1) e sulla mancanza di un dibattito interno profondo, evidenziando la stasi del movimento pacifista, adattatosi alla realpolitik. La posizione critica sottolinea la necessità di un programma costruttivo autonomo e coerente con la teoria della difesa “alternativa”; – Alfonso Navarra, coordinatore dei Disarmisti esigenti, tra i fondatori dell’Osservatorio, in un articolo pubblicato l’8 luglio sul blog obiezioneallaguerra esprime molti dubbi sulla PdL perché essa non scalfisce affatto la vigente e incostituzionale subordinazione di una difesa civile rispetto a quella militare e rispetto a logiche sovranazionali offensive come quelle della NATO. Per creare un’alternativa non basta un 6×1000 del tutto legittimo ma individuale e minimo, occorre prendere miliardi di fondi pubblici, secondo Navarra, in primis da quella parte dello strumento militare che ha funzioni offensive, e ridestinarli per la pace. Questo accompagnato alla denuclearizzazione unilaterale, all’uscita dalla NATO e alla possibilità di esercitare pienamente e coerentemente con la Costituzione il diritto all’obiezione di coscienza. Per tutti questi motivi, la PdL Un’altra difesa è possibile, pur ponendosi l’intento di inserire, tra le altre cose, il servizio civile all’interno di un quadro costituzionale caratterizzato dalla difesa nonviolenta e non armata del proprio Paese, rischia di essere una misura non solo insufficiente sulla via del pacifismo, ma anche controproducente, dal momento che potrebbe rivelarsi uno strumento utile nelle mani dei guerrafondai. L’ambiguità del testo dell’iniziativa legislativa, infatti, nel richiamare “la complementarità” e non “l’alternativa” alla guerra e alla difesa armata, rischia di essere lo strumento attraverso il quale la strategia NATO della difesa totale s’incunea nella società civile, rendendo quest’ultima complice delle guerre d’aggressione in cui alcuni capi di Stato dissennati stanno cercando di trascinare un’alleanza militare da cui converrebbe, piuttosto, rapidamente uscire. Si tratta, dunque, di perplessità diffuse in maniera trasversale nel mondo pacifista, antimilitarista e nonviolento dovute all’equivocità, certamente non ricercata, ma non per questo meno patente, del testo in questione. Tuttavia, nello spirito democratico e pluralistico che connota la nascita dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, vorremmo, al più presto, riprendere insieme il dibattito intorno alla nostra proposta di obiezione totale a partire dalle indicazioni tracciate nel nostro Manifesto di Resistenza alla militarizzazione, che consideriamo l’ipotesi al momento più idonea per affrontare un contesto internazionale connotato da una normalizzazione della guerra. Un’obiezione totale e collettiva da esercitare in tutti i luoghi di lavoro e di formazione anche per arginare la propaganda per l’arruolamento nelle forze armate che si presenta spesso come unico sbocco lavorativo per zone sempre più depresse del nostro Paese. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Accordo ASPAL – Esercito: un altro passo del graduale aumento degli arruolamenti in Sardegna… E la call to action per impedirlo
È di ieri la call to action del Comitato per la smilitarizzazione della Sardegna di inviare una mail all’Assessora Manca e a tutta la Giunta Regionale sarda perché ritirino immediatamente l’accordo tra ASPAL e il Comando Militare Esercito Sardegna. Questa è una prima risposta della collettività sarda all’accordo del 17 giugno che prevede una strutturale collaborazione tra l’ASPAL (Agenzia Sarda per le Politiche Attive del Lavoro) ed Esercito Italiano. La giunta regionale infatti ha firmato, in contraddizione con quanto programmato in sede elettorale, affinché il 2027 sia all’insegna della promozione delle carriere militari. Si tratta di un passo del tutto in linea con la strategia di aumento degli organici degli eserciti di vari paesi europei: uno delle strategie infatti è arrivarci attraverso l’incremento degli arruolamenti volontari. Come? Con incentivi e propaganda, meglio se nelle scuole. Per esempio, si legge nell’accordo dell’ASPAL di una «collaborazione istituzionale gratuita per promuovere e disseminare le opportunità di carriera nell’Esercito italiano attraverso azioni di orientamento e animazione territoriale rivolte a cittadini disoccupati, giovani in uscita dai percorsi scolastici / formativi, e volontari congedati senza demerito dalle Forze Armate». E ancora, si parla di «co-progettazione di attività di orientamento e animazione territoriale anche con il coinvolgimento di Enti locali, Scuole e Università». Rimandiamo al nostro precedente articolo per più dettagli. Ma quanto accade in Sardegna non riguarda solo la Sardegna… Il resto del continente è coinvolto. Se letto nell’ottica della deriva bellicista in Italia e in Europa, possiamo ipotizzare in questo tipo di accordo una forma di sperimentazione, un “progetto pilota” che presto potrebbe ritrovarsi rideclinato in altre regioni d’Italia. Come Osservatorio, possiamo contribuire con due riflessioni. La prima è che da un recente confronto con realtà francesi, siamo venute a conoscenza di come anche là il loro Ministero della Difesa utilizzi da anni particolari territori come terreno di sperimentazione per politiche di militarizzazione e arruolamento da poi estendere a livello nazionale. Uno di essi è la provincia di Seine-Saint-Denis, nell’Île-de-France, dove le campagne dell’esercito francese si strutturano ad hoc per una popolazione con forte background migratorio, meno risorse economiche e scarsità di opportunità lavorative. Non a caso realtà di insegnanti francesi analoghe all‘Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università sono presenti proprio a Saint-Denis. La seconda osservazione parte dalla richiesta di aumento di 40.000 soldati entro il 2033, avanzata da Crosetto lo scorso 8 giugno in uno schema di ddl per la riforma del codice dell’ordinamento militare insieme a molte altre misure particolarmente preoccupanti e che avranno pesanti ricadute anche sulle scuole. Crosetto indica (a livello nazionale) di «introdurre strumenti volti ad agevolare il ricollocamento professionale del personale militare in servizio permanente e in ferma prefissata nel settore privato, nonché nella pubblica amministrazione, prevedendo istituti di mobilità tra Ministeri, analoghi a quelli applicabili al personale civile, rafforzando le agevolazioni nell’accesso ai concorsi pubblici e disciplinando, altresì, misure specifiche per l’accesso al trattamento pensionistico». Insomma, incentivi economici e agevolazioni a trovare, dopo il servizio militare, lavoro nel settore pubblico sono solo due degli strumenti già annunciati da Crosetto per chi accetterà di diventare soldato. Due misure che si ritrovano precisamente nell’accordo di ASPAL. Riportiamo quindi, per opportuna conoscenza di tutte e tutti coloro che seguono l’Osservatorio, l’appello del Comitato per la smilitarizzazione della Sardegna a scrivere in massa alla giunta regionale sarda. > «Questo accordo è una vergogna perché è l’ammissione che l’unica idea che la > Regione riesce a mettere in campo per affrontare il problema della > disoccupazione sia proporre ai nostri giovani e alle nostre giovani > l’arruolamento. E ciò in perfetta continuità con anni e anni di propaganda > militarista nelle scuole, piu volte segnalata dell’Osservatorio contro la > militarizzazione delle scuole e delle università. > > Manda subito una email dal sito: https://stopaccordoaspal.watermelonapps.com» > > Da lì il sito rimanda a una mail modificabile in cui si chiede con fermezza > l’immediata interruzione dell’accordo tra ASPAL ed Esercito e di non siglare > accordi analoghi con altre forze armate… Un altro modo per praticare > un’obiezione di coscienza totale e collettiva. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Summit NATO ad Ankara: affari per le imprese e aumento della spesa pubblica
L’ultimo aggiornamento relativo alle spese militari conferma che Canada e Paesi UE hanno accresciuto oltre ogni previsione i propri investimenti, portando alcune nazioni ad attestarsi, nell’anno corrente, sul 3,5% del PIL.[1] Nei due giorni di summit ad Ankara non sono state superate le divisioni interne all’Alleanza Atlantica e conseguentemente il compromesso raggiunto si limita in sostanza all’aumento delle spese militari, dando vita a un insieme di commissioni per le imprese della guerra che farà lievitare gli investimenti in armi. In altri termini potremmo asserire che tale compromesso si materializzerà in un’ondata di appalti, «che aumenteranno la produzione e l’innovazione nella difesa in tutta l’Alleanza e forniranno nuove capacità per rafforzare la deterrenza e la difesa della NATO»[2]. Il Segretario Generale dell’Alleanza, Mark Rutte, annuncia l’acquisto congiunto di aerei con e senza pilota e la modernizzazione degli apparecchi oggi in dotazione, per un giro di affari considerevole. E infatti ad Ankara non erano presenti solo alti funzionari della NATO, ministri e membri dei Governi aderenti: erano circa 100 le aziende partecipanti, a conferma che dietro ogni Riarmo si celano interessi materiali. Non per caso «governi e industria hanno annunciato nuovi importanti impegni, tra cui nuovi contratti di acquisizione per un valore superiore a 50 miliardi di euro»[3]. Il summit appena terminato pare destinato a fare storia per il carattere pragmatico che l’ha caratterizzato, se pensiamo che i colloqui si sono indirizzati prevalentemente verso la capacità produttiva dell’industria della guerra e la capacità di attrarre nuovi investimenti. A tal proposito sono significativi i 27 miliardi di € previsti per il rafforzamento delle filiere, in particolar modo quelle dell’approvvigionamento energetico. Questa scelta rappresenta l’ulteriore conferma di come sia ormai difficile, nei Paesi NATO e altrove, discernere tra civile e militare, e questo per via del collegamento sempre più stretto tra le filiere produttive e logistiche dell’industria civile e quelle del complesso militare. Del resto, anche quando parliamo di spazio, sorveglianza, automotive, aeronautica, di cantieristica navale o perfino delle banchine portuali e via dicendo, non facciamo più riferimento soltanto alle tecnologie a uso civile che sono loro proprie, bensì anche a sistemi d’arma di difesa e offesa oppure alla logistica militare. Passando oltre, la guerra in Ucraina fortemente voluta dagli USA per consumare l’economia russa in un conflitto lungo e dispendioso (e gli ultimi dati del FMI confermano il peggioramento dello stato di salute dell’economia moscovita) è comunque servita a testare le capacità di risposta della NATO e a permettere di individuare le criticità del sistema produttivo e, in particolar modo, quelle del sistema di approvvigionamento. L’UE, del resto, negli ultimi due anni ha adottato politiche atte a stimolare la produzione militare e a semplificare le procedure per il rifornimento delle scorte. Il tema russo-ucraino è stato affrontato anche nel summit e a proposito segnaliamo sia il rinnovato sostegno di Erdogan al Paese aggredito, sia l’impegno «a fornire almeno 70 miliardi di euro in equipaggiamento militare, assistenza e addestramento all’Ucraina quest’anno e di nuovo il prossimo»[4]. Non vi sono novità rispetto agli impegni presi al summit precedente, quello de L’Aja, nel quale l’Italia aveva dichiarato di voler aumentare le proprie spese militari fino a «raggiungere il 5 per cento del PIL entro il 2035»[5]. Rispetto invece al Documento Programmatico di Finanza Pubblica del 2025, in cui il Governo programmava «un incremento della spesa per la difesa in rapporto al PIL fino a 0,5 punti percentuali su base cumulata entro il 2028»[6], va (relativamente) meglio: nel summit Meloni ha pattuito un + 0,4%, a fronte di una crescita economica assai contenuta e al di sotto delle meno rosee previsioni. Una nuova conferma, questa, di come gli investimenti nel settore della Difesa in Italia siano difficili e rendano poco. Meglio così, ma nel frattempo l’economia di guerra indirizza sempre più risorse agli investimenti indispensabili per il salto tecnologico dei prodotti e delle infrastrutture militari: enormi capitali destinati alla “sicurezza”, che non viene declinata sotto forma di spese sociali e welfare ma attraverso sistemi di controllo e repressivi. F. Giusti, E. Gentili, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università [1] Comunicato stampa, NATO, Defence Investment of NATO Countries (2014-2026), https://www.nato.int/content/dam/nato/webready/documents/finance/def-exp-2026-en.pdf. [2] Cfr. https://www.nato.int/en/news-and-events/articles/news/2026/07/07/tens-of-billions-in-new-procurements-revealed-at-the-nato-summit-defence-industry-forum-in-ankara. [3] Cfr. https://www.nato.int/en/news-and-events/articles/news/2026/07/08/secretary-general-on-the-ankara-summit-nato-delivers. [4] Cfr. https://www.nato.int/en/news-and-events/articles/news/2026/07/08/secretary-general-on-the-ankara-summit-nato-delivers.[5] Documento di Finanza Pubblica 2026, 27 Aprile 2026, p. 108. [6] Ibidem. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Cinema di propaganda sulla pelle dei palestinesi: da collaborazionisti a eroi, il passo è breve
Come viene segnalato da un interessante e dettagliato articolo di Vdnews, il 27 maggio un comunicato stampa diffuso da Rai Cinema e MasiFilm srl ha annunciato la realizzazione di “Linea di difesa – Gaza”, il primo film di una trilogia cinematografica dedicata alle missioni speciali svolte dall’Italia «nei contesti internazionali più critici per contribuire al mantenimento della pace, garantire la sicurezza e proteggere i civili» (clicca qui). Così recita la presentazione ufficiale del film prodotto con la collaborazione e il supporto della Presidenza del Consiglio dei ministri, del Ministero della Difesa, del Ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale, nonché dell’Unità di crisi della Farnesina. «Dalla sala decisionale di Roma alla mediazione vaticana, fino al perimetro operativo, il film mette in scena lavoro di squadra, senso del dovere, e peso emotivo delle scelte estreme. L’eroismo della responsabilità di un’Italia competente e umanitaria» continua, non senza retorica, il dossier in venticinque pagine di presentazione del film che sarà diretto da Alessandro Tonda, già direttore nel 2025 de Il Nibbio, film sulla storia di Nicola Calipari, anch’esso con un ampio sostegno istituzionale. Dopo il primo film, centrato sull’AISE (Agenzia Informazioni e Sicurezza Esterna), la trilogia dovrebbe continuare con un secondo film sul 9° Col Moschin  (Il 9º Reggimento d’assalto paracadutisti “Col Moschin” è il reparto di incursori  dell’ Esercito Italiano) e il terzo sull’Unità di crisi della Farnesina: «tre storie che valorizzano la vocazione al dialogo, la qualità operativa e il profilo umanitario che da sempre contraddistinguono l’approccio italiano nelle situazioni di emergenza globale». Un’operazione che appare dal sapore decisamente propagandistico e che può essere facilmente letta sia nel segno della retorica di quegli “italiani brava gente” e “popolo d’eroi”, che dell’esaltazione della cultura della difesa militare prodotta attraverso la decantazione dell’azione eroica degli appartenenti agli apparati militari, polizieschi e di intelligence di Stato. D’altra parte, tutto ciò emerge in maniera lampante dall’osservazione dell’immagine che apre il dossier di presentazione del film: un grande aereo militare al centro dell’immagine sovrasta un paesaggio devastato, sullo sfondo appena distinguibili delle persone vittime dei bombardamenti, al centro il titolo “Linea di difesa”, con l’ultima parola, più grande delle altre, unica a colori: quelli del tricolore italiano! “Gli eroi” protagonisti del film – una funzionaria dell’AISE, proveniente dalla Polizia di Stato (interpretata da Sara Seraiocco), un veterano delle forze speciali, ora sotto copertura dell’AISE (interpretato da Stefano Accorsi), un comandante del 9° Reggimento d’Assalto Paracadutisti (Vinicio Marchioni) – come recita la sinossi, per salvare Asif, un minore di tredici anni e altri, derogheranno al protocollo e accetteranno una moneta di scambio operativa, «mentre l’Unità di Crisi italiana prepara visti e posti negli ospedali italiani, il varco si apre per tempo breve, ma nessuno ha intenzione di mollare, perché in gioco c’è il valore della vita stessa». A pensar male si fa peccato, ma sappiamo che difficilmente ci si inganna. E, allora, come non vedere in questa produzione un tentativo di “brandwashing” (e anche di pessima fattura) di fronte alla connivenza e collaborazione spudorata che il governo italiano ha mostrato verso quello israeliano in questi ormai quasi tre anni di genocidio? Nessun accordo con Israele a livello governativo è stato interrotto, nessuna condanna chiara dell’operato criminale dello stato sionista in nessuna sede, nazionale, europea, internazionale è stata espressa dal governo italiano; anzi condannata, censurata, repressa sistematicamente è stata ogni forma di solidarietà attiva che la società italiana ha mostrato verso la popolazione palestinese… Di esempi ne potremmo citare fin troppi, dalle bandiere fatte togliere dai balconi, alle segnalazioni ai servizi sociali attivate per aver partecipato a uno sciopero della fame per Gaza, alle ispezioni ministeriali nelle scuole per aver parlato del genocidio con una rappresentante dell’ONU, alle denunce e condanne verso gli attivisti per le manifestazioni contro l’operato criminale israeliano… L’atteggiamento, sprezzante verso qualsiasi norma del diritto internazionale e verso qualsiasi principio democratico, è costato al governo italiano un’ondata di rabbia e dissenso espressosi nelle piazze dell’autunno scorso, in molte forme e molti contesti territoriali di tutto lo Stivale: dunque quale maniera migliore di rifarsi una faccia se non con la promozione di una trilogia nella quale l’apparato militare e di Intelligence italiano venga mostrato nel ruolo di salvatore e benefattore delle povere vittime delle guerre, tra cui i palestinesi di Gaza? Leggendo la presentazione del progetto e la sinossi del film, non  può non colpire il lampante ordine discorsivo coloniale: protagonisti sono i salvatori bianchi, occidentali, con le loro tecnologie sofisticate e i loro apparati efficienti; sullo sfondo la popolazione di Gaza, oggettificata, vittimizzata, privata di ogni capacità di azione autonoma… Anche perché, sappiamo bene che appena questi soggetti – gli altri – iniziano a parlare e ad agire autonomamente,  subito diventano i nemici: quei nemici che è giusto bombardare, torturare, privare di tutto perché disumanizzati. Vittimizzare e disumanizzare sono facce di una stessa medaglia, appartengono entrambe a un processo di negazione della dignità ad esistere autonomamente, liberamente. D’altra parte, non solo viene fatta scomparire la popolazione palestinese ma anche gli autori del genocidio! In oltre venticinque pagine di presentazione mai viene nominato l’IDF o il ruolo e la responsabilità di Israele, un vuoto lampante e sconcertante emerge dalla descrizione del film: da dove arrivino i bombardamenti, da chi siano provocate le distruzioni e le sofferenze della popolazione che il governo italiano si propone di salvare resta un mistero… Quasi fosse una terribile catastrofe naturale o divina, di fronte alla quale cala un velo di silenzio omertoso. Pensando che l’ipocrisia di fronte a un genocidio possa essere il peggio a cui si possa assistere, ci si può però domandare se ancor peggio non sia voler fare, e in maniera palese, di un genocidio un grande spettacolo, come recita la dichiarazione di Massimiliano Di Lodovico, produttore per MasiFilm: «Con questo titolo accettiamo una sfida produttiva ambiziosa: realizzare un action-thriller italiano dal respiro internazionale, capace di fondere tensione cinematografica, spettacolarità e assoluta autenticità operativa». Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, non possiamo non continuare a denunciare come l’ideologia della difesa totale e la politica della militarizzazione della società sia sostenuta da una propaganda sempre più violenta, ipocrita e di cattivo gusto che arriva a utilizzare come strumento la produzione cinematografica. Se da una parte il governo taglia i fondi al cinema italiano, rendendo sempre più difficile la possibilità di fare cinema  soprattutto ai giovani artisti; se, come dimostra il recente caso sul film dedicato alla storia di Giulio Regeni, viene ostacolato qualsiasi tentativo di fare cinema di denuncia rispetto alle connivenze del nostro governo con le violazioni del diritto internazionale;  al contrario il cinema, o quello che ne resta, viene rispolverato come arma di propaganda di Stato, facendo eco ad un triste passato da cui gli attuali governanti sembrano trarre grande ispirazione. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Progetti di colonizzazione: dalla Valsesia in Piemonte alle sfide australiane
I luoghi in cui si stanno svolgendosi i fatti segnalati all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università sono tra loro distanti migliaia di chilometri. Eppure, lo spirito che li anima è molto simile. La Valsesia è una zona del Piemonte situata nella provincia di Vercelli, zona di antiche risaie e fuochi fatui, paesi di antica bellezza, abitati nei millenni da valligiani spesso ribelli ai loro padroni, orgogliosi di lingue ibridate dalle vicine contrade oltralpe, abituati all’isolamento, a quella particolare sensazione di chiusura che da una catena montuosa solenne, per contro ospitali con coloro che passavano i valichi, avviati in cerca di fortuna verso le città, Torino, Milano, Genova. Luoghi oggi abbandonati, come lo sono moltissime zone nel cuore delle nostre regioni, al Nord industrioso, al Sud impigrito da secoli di servaggio agli invasori, alle mafie nelle loro mutevoli trasformazioni legate ai cicli economici, ai flussi di quel denaro che non arrivava al popolo minuto. Restava nei forzieri al tempo dei castelli, della grandi tenute contadine dei nobili, oggi va alle banche, ai paradisi fiscali. L’Australia è un continente sterminato, la cui storia è popolata da antichissime civiltà, terra di genocidio delle popolazioni locali, di eugenetica perpetrata con il furto delle bambine e dei bambini da rieducate alla civiltà giunta da oltremare, il modello di pulizia etnica tornato in auge, forse mai davvero dimesso dai colonizzatori. Provo a specificare meglio le due segnalazioni di cui qui commento. Il comune della Valsesia interessato al progetto Baita è Varallo, 7000 abitanti circa. Il fenomeno dell’urbanizzazione ha spopolato le province ed è continuato anche nell’attuale decadenza del centro di attrazione industriale rappresentato, ancora da Torino, Milano, Genova. Secondo l’ideatore del progetto, Ugo Luzzati, riemigrato dopo anni trascorsi in Israele, si sta facendo molto rumore per nulla, visto che qui hanno comprato case e ruderi da ristrutturare anche immigrati ucraini, africani, sudamericani. Gli israeliani sono in fondo una minoranza arrivata dopo il 7ottobre, un piccolo numero rispetto agli oltre 80.000 che hanno lasciato Israele negli ultimi anni (clicca qui; oppure qui; e anche qui). Luzzati sottolinea come lui stesso sia sconcertato dall’attuale collasso democratico israeliano, una tragedia che dura da oltre cento anni, la cui recrudescenza ha fatto sì che un progetto, in atto da alcuni anni, abbia avuto l’attuale risonanza. Bisogna essere pragmatici, suggerisce Luttazzi, cavalcare le emergenze come sempre hanno fatto gli ebrei della diaspora, dal 1492. Si tratta si saper integrare la tradizione con il tradimento della ibridazione, della modernità del tempo attuale, considerato che la popolazione insediata ha fra i 30 e i 50 anni e molte/i sono le/i bambine/i. Intanto, si impara l’ebraico che, l’ho già annotato in un altro articolo, è sia la lingua del libro, sia quella reinventata nel 1948, ed è il vero cemento che unisce gli ebrei di tutto il mondo. Entro nel sito dell’Istituto Comprensivo Tanzio da Varallo per leggere il Piano dell’Offerta della scuola, ma non trovo cenno rispetto all’inclusione (come si deve dire) dei minori della nuova diaspora. Forse qualcosa è annidato alla voce progetti, ma non vedo nulla se non la castagnata e altre ricorrenze locali da festeggiare con le bimbe e i bimbi. Forse Luzzati si riferisce a una scuola privata, paritaria, o una iniziativa del rabbino locale. Mi auguro, visto che le creature piccole devono integrarsi anche nella scuola dell’obbligo con altre/i compagne/i, saranno evitati i famigerati libri agiografici in uso nelle scuole israeliane, di cui abbiamo avuto contezza in alcuni saggi ( Nuri Peled-Elhanan, La Palestina nei testi scolastici di Israele, Gruppo Abele, Torino 2021) e nel film Innocence di Guy Davidi, del 2022. Ma di questo abbiamo già scritto sul sito dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. All’insegna del migliore pragmatismo, quello che fa diventare bi-milionari, si muove l’iniziativa dell’australiana Georgine Hope Rinehart, a Perth, West Australiana (https://en.royanews.tv/news/70973). Il suo è un progetto assai più ambizioso e privo delle sfumature e dei dubbi di Luzzati. Come ci spiega in un video – cappello da cowboy e sorriso smagliante – e in innumerevoli interviste che qui segnalo solo in parte, la sua accoglienza è decisamente schierata con l’uomo che  è stato definito con la macabra locuzione macabra «io sono la guerra», il primo ministro – criminale internazionale – al governo di Israele e deciso a rimanerci. L’ospitalità di Georgine, padrona del suo territorio come un feudatario, è ai rifugiati, è agli israeliani senza se e senza ma. Meno ovvio, nei suoi territori  ospiterà anche depositi di armi e perché no, visto che gli armamenti fanno fare buoni affari, anche sperimentazioni di nuovi dispositivi. Insomma, estrattivismo di ottimo conio, intellettuale (un buon gruppo di istruiti israeliani fa sempre comodo all’azienda) e delle risorse del luogo, un modello vecchio e un modello nuovissimo. Ma chi è un colono, ci si potrebbe chiedere in questi nostri tempi confusi, di storie frantumate in mitologie e narrazioni meme e bias, di paranoie woke di Musk, di parole abusate fino all’erosione dei significati? I reduci delle guerre della Roma repubblicana e imperiale avevano diritto a una parte del bottino di guerra a seconda del rango rivestito in battaglia, e di un fazzoletto di terra in cui ritirarsi, in fondo un popolo dall’animo contadino e dalla razionalità giuridica, perché i due aspetti, proprietà e diritto proprio allora si sono coniugati. Il colono è il poveraccio che la Francia deportava nelle terre dei possedimenti nordafricani a morire di malattie, di fame come in patria e per gli attacchi armati dei locali. Il colono è quello in grande di cui parla lo scrittore e saggista Amitav Ghosh, predone nelle isole dell’Oceano Indiano, è quello boero in Sud Africa, e la lista si fa lunga e larga come lo sono tutti i continenti: conquiste, pulizia etnica, insediamenti, culture sparite, in alcuni rari casi ibridate, il pidgin, le lingue mescolate, un fenomeno antropologico e storico grandioso. Si leggono, in cartaceo e nel web, notizie accompagnate da commenti anodini, di progetti del post Nakba palestinese (l’altra faccia dell’Aliyah, il ritorno dell’ebrei nella terra dei padri). I resort sulla spiaggia di Gaza e l’assurda dismissione del governo di Hamas diventato, sotto l’egida ONU e USA (e già, si muovono insieme, ormai), solo tecnico amministrativo, per l’impegno israeliano a mandare avanti i pubblici servizi in Palestina (quale? in Cisgiordania? nei bantustan resistenti fra gli insediamenti ortodossi?). Certo Hamas non consegna le armi, come dovrebbe un barbaro sconfitto (Avvenire, 7 luglio 2026, p 11). I palestinesi vogliono restare, del resto non sono nel carnet degli invitati né di Luzzati, né della signora Hope, l’australiana. Una nota per concludere, visto che la stampa locale piemontese lamenta l’isteria antisraeliana a fronte del progetto Baita. Rileggo, in una specie di nostalgia intellettuale, qualche grande scrittore ebreo. Mi capita fra le mani Angel Wagenstein, forse meno letto dei fratelli Singer, la sua drammatica storia degli ebrei bulgari, passati di regime a regime, gli Asburgo, i tedeschi, i sovietici, oggi all’Europa della Ursula von der Leyen, forse non proprio il migliore dei mondi. Nel romanzo I cinque libri di Isacco Blumentel (Baldini Castoldi, MI, 2011) nello shtetl di Kolodez, il rabbino, il pope, l’imam sono compagni di sbornie e di bordello, solo il fine settimana ognuno per sè, con il suo gregge. E torno ad apprezzare l’ironia tragica, la saggezza delle religioni e delle culture che si parlano, mentre oggi torna il massacro e l’ospite, chi ospita e chi è ospitato, diventa l’hostis, che contamina minaccioso una sorta di presunta purezza etnica.   Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Vertice NATO ad Ankara: rinforzo della Difesa Europea e della spesa militare
Proprio in questi giorni si sta riunendo ad Ankara il vertice NATO, pochi giorni dopo la visita del Segretario Generale della Alleanza in Germania per colloqui urgenti, nel corso dei quali è arrivato un attestato di stima per il riarmo intrapreso da Berlino. Il merito tedesco sarebbe quello di avere mantenuto gli impegni assunti con la NATO, aumentando la spesa per la Difesa, accrescendo le risorse (economiche e militari) destinate all’Ucraina e fornendo un forte impulso alla riconversione a fini militari di parte del tessuto manifatturiero nazionale. Rutte ha parlato di «un risultato straordinario» invitando le industrie della Difesa europee – e non solo – ad «aprire nuove linee di produzione, espandere le catene di approvvigionamento e fornire rapidamente ciò di cui abbiamo bisogno per la nostra sicurezza». Durante il summit in Turchia la NATO farà i conti con la necessità di un salto di qualità nella ricerca e nella produzione di sistemi d’arma tecnologicamente sempre più evoluti, nell’ottica di acquisire in maniera sinergica e collaborativa armi, veicoli e tutte le attrezzature più importanti, in maniera tale da sfruttare le economie di scala e  favorire l’integrazione tra sistemi produttivi nazionali differenti.[1] Non si parlerà, dunque, solo dell’Ucraina e dell’ammontare effettivo delle spese militari: la riunione NATO sarà assai attenta allo sviluppo del complesso industrial-militare, alla ricerca accademica a fini bellici, alla interazione tra soggetti pubblici e privati. Forti pressioni arrivano dall’industria militare turca, che recentemente ha concluso accordi con importanti aziende del settore di vari paesi, europei e non. Preoccupa invece la capacità europea di garantire un costante e crescente rifornimento bellico da qui ai prossimi anni. Sono trascorsi oltre dieci anni da quando, nel 2014, i paesi della Alleanza si impegnarono a portare al 2% del PIL la spesa per la Difesa, destinando almeno il 20% di queste somme all’acquisto di equipaggiamenti bellici e a sostegno delle attività di ricerca e sviluppo. Nel 2023, al vertice di Vilnius, fu preso un accordo per lo sviluppo di una maggiore sinergia tra aziende militari e acquisti collaborativi, nel tentativo di costituire una dotazione bellica composta da sistemi d’arma fra loro compatibili (interoperabilità). Nel vertice 2024, tenutosi negli States, l’attenzione venne focalizzata su come espandere la capacità industriale. Nel giugno del 2025, infine, i Paesi NATO si impegnarono a destinare alla Difesa il 5% del PIL.[2] La gran parte dei documenti prodotti dalla Nato in questi ultimi anni analizza i pericoli per l’Alleanza pensando che arrivino in prevalenza dalla Russia. Da qui il sostegno alla produzione di armi in alcune fabbriche ucraine e al potenziamento della spesa per la Difesa nei paesi geograficamente più vicini a Mosca: «Gli Alleati si sono impegnati a sostenere l’Ucraina e la sua base industriale della difesa, promuovendo ed espandendo al massimo la cooperazione in materia di difesa con l’industria ucraina».[3]  In generale, la percezione di un nemico esterno favorisce l’adozione dell’obiettivo strategico di incrementare la spesa militare, gli investimenti in intelligence e la stessa capacità produttiva del settore bellico. Allo stesso tempo, il tentativo in corso è quello di modificare la legislazione vigente per favorire il riarmo e la concentrazione di capitali – rivedendo, ove necessario, l’agenda delle priorità dei singoli paesi – e accelerare processi di ricerca e tempistiche di approvvigionamento, nonché  ampliare e ammodernare la produzione di armi  – anche attraverso processi di riconversione militare della manifattura. E i maggiori investimenti diretti vanno a favore degli aerei da combattimento multiruolo, degli elicotteri, dei sistemi aerei senza equipaggio e della ricerca sulle armi tecnologiche, specie per quanto riguarda l’equipaggiamento di fanteria. Dal punto di vista amministrativo si va costruendo un’infrastruttura adatta allo sviluppo di una filiera militare continentale: normative ad hoc, anche in deroga alle leggi vigenti, accordi bilaterali di cooperazione in materia di Difesa, abbattimento delle barriere commerciali, acquisti collaborativi (sia di prodotti finiti, come armi e munizioni, sia di semi-lavorati) per favorire produzioni in grande scala. La NATO, insomma, si candida a ricoprire un ruolo da «promotore di iniziative, ente normatore, organismo che definisce i requisiti, aggregatore e facilitatore dell’attuazione, al fine di espandere la capacità industriale nel settore della Difesa».[4] Del resto esiste un cronoprogramma[5] della NATO per lo sviluppo di filiere di approvvigionamento resistenti agli shock economici o “geo-politici”. Vedremo nei prossimi giorni se e come questi ambiziosi obiettivi siano stati raggiunti e quali saranno le iniziative intraprese, con i relativi effetti immediati e a medio termine sui Bilanci comunitari e nazionali. F. Giusti, E. Gentili, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- [1] Cfr. https://www.nato.int/en/what-we-do/deterrence-and-defence/natos-role-in-defence-industry-production. [2] Cfr. https://www.nato.int/en/news-and-events/articles/news/2025/02/13/nato-defence-ministers-conclude-meeting-focus-on-defence-spending-and-support-for-ukraine. [3] Cfr. https://www.nato.int/en/about-us/official-texts-and-resources/official-texts/2025/02/13/updated-defence-production-action-plan. Traduzione nostra dall’originale: « Allies also pledged to support Ukraine and its defence industrial base by fostering and expanding defence cooperation with the Ukrainian defence industry to the fullest extent, and committed to enhancing defence industrial cooperation with NATO partners». [4] https://www.nato.int/en/about-us/official-texts-and-resources/official-texts/2024/07/10/nato-industrial-capacity-expansion-pledge. Traduzione nostra dall’originale: «We will leverage the Alliance’s role as convenor, standard setter, requirements setter and aggregator, and delivery enabler to expand defence industrial capacity». [5] Cfr. https://www.nato.int/content/dam/nato/webready/documents/factsheets/240712-Factsheet-Defence-Supply-Chain-Roadmap-en.pdf. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
War in the Head: Against the Militarization of Thought by Davide Borrelli
BY DAVIDE BORRELLI, PROFESSOR OF THE SOCIOLOGY OF CULTURAL AND COMMUNICATIVE PROCESSES AT THE “SUOR ORSOLA BENINCASA” UNIVERSITY OF NAPLES; PUBLISHED ON JUNE 26, 2026, ON WWW.ZENODO.ORG UNDER A COPYLEFT LICENSE. Abstract Today, Europe seems to speak only the language of rearmament; it has “war in its head”. Diplomacy has fallen silent, politics is fading, and military urgency now shapes public discourse. This book denounces the “bellicisation” of our society—the infiltration of the logic of war into our collective imagination and mindset—revealing how it has reshaped perceptions, relationships, and political life. Through a socio-cultural analysis, it unpacks the normalisation of war as the default response to global crises, showing how militarised language and narratives distort reality and weaken critical consciousness. Europe, once conceived as a project of peace, is increasingly transforming itself into a fortress—not only in material terms but also in the symbolic realm. In an age marked by growing desensitisation to the threat of conflict and by the celebration of "resilience" as a military virtue, this book issues a radical appeal: to disarm our language in order to rebuild an anthropology of coexistence. Against the intellectual endorsement of "warrior virtues" as the foundation of social cohesion, it argues for an urgent rethinking of the future grounded in the gentleness of the just, openness to others, and the absolute rejection of war. Table of Contents * Preface * Toward a Governmentality of War * Fortress Europe * Ourselves as Enemies * A Missed Opportunity, a Possibility Worth Rediscovering * The Care of Peace * From Person to Role: War as a Machine of Symbolic Annihilation * Normalizing War to Govern Instability * The Traps of Deterrence * The Banalization of War and the New “Spirits” of Europe * The Weaponisation of Discourse: A Cultural Analysis * The End of a Certain Illusion? Bellicisation and the Myth of Western Civilization * War of Words Against Outsiders * The University of Peace and the Art of Human Relations: The Lesson of Virginia Woolf * The University of War * The New Military School * Resilience: From Economic to Military Virtue * Arm Yourself and March: The Intellectuals Who Stay Behind * The Power of the Neutral: For a Politics of Equiproximity * The Color of Wheat: For a Pedagogy of Peace * What Peace is Made Of: From Tolerance to Desire * The Quiet Ethics of the Just * Critique and Clinic: Disarming Discourse, Caring for the World * Merchant’s Ears:Wilful Deafness in the Age of Bellicist Realism * The Planetary Agenda: Overcoming the Severing and the Anthropocentric Matrix * Bibliographic References Preface > He who takes pleasure in tracing an etymology. […] > He who prefers others to be right. > These people, unaware, are saving the world. > (Jorge Luis Borges, The Just, 1981) > Hence if it should be required Blood at all costs > Go offer yours If you enjoy it > (Ivano Fossati, The Deserter, 1992) > Until we think we have the monopoly of “good,” > Until we speak of our civilization as the only civilization, > Ignoring others, we are not on the right path > (Tiziano Terzani, Letters Against War, 2002) “I caught the war in my head. It’s trapped inside my head”. With these words, the controversial and visionary novelist Louis-Ferdinand Céline (1934, p. 3) described the lasting effects of combat, recalling the moment he was severely wounded in the ear as a young cavalryman during the First World War. Judging by Europe’s response to Russia’s invasion of Ukraine, Israel’s campaign in Gaza—which many have described as genocidal—and, more recently, the escalation across the Middle East, the Old Continent seems to have lost the ability to imagine solutions outside military logic. Specifically, Europe has relied almost exclusively on military support to Ukraine, long tolerated in Gaza what it publicly claimed to condemn, and, when confronted with Israeli and U.S. attack on Iran, appeared far more concerned with economic fallout than with upholding international law. At times, European leaders have even adopted a Pontius Pilate stance, washing their hands of this aggression and refusing either to endorse or condemn it. If Céline described war as an obsession lodged within the individual mind, today one could argue that Europe itself has “caught the war in its head”. To borrow a vivid expression from the Neapolitan dialect, our political community now seems to be suffering from a genuine guerra ’n capa syndrome[1]—that is, a “war in the head”. This book argues that Europe is undergoing discursive and psychopolitical bellicisation, a process in which war is no longer merely a possible event but the organising horizon of thought. In this framework, “war in the head” does not refer purely to an individual’s psychological state but to a broader transformation whereby political and institutional life, as well as everyday common sense, are increasingly reorganised around the anticipation and normalisation of conflict. The obsession with war is also reflected in seemingly marginal symbolic choices, which turn out to be emblematic of the cultural climate we are experiencing. Consider, for example, the statement issued by the President of the Piedmont Region, who, on the eve of Liberation Day in Italy (25 April 2025), paid tribute to the Alpini (mountain infantry) who died in Russia in the Second World War, claiming that they sacrificed themselves “for our freedom”. To say the least, it is a surprising assertion, as it recasts an aggressive military campaign launched by Mussolini and Hitler as a heroic defense of democratic values. This is precisely what happens when a society have a guerra ’n capa. For some time now, the European Union has fallen prey to a fatal intoxication with bellicism. The threat of a Russian attack, real or perceived, now monopolizes public debate and dictates an increasing share of political decisions. Yet, while rushing to firmly condemn Putin, Europe has remained largely passive in the face of the massacres in Gaza. This is evident in the EU’s inability to reach the necessary consensus to suspend the EU–Israel Association Agreement (2000), due to vetoes, primarily from Germany and Italy. But Europe also has war in its head, as it seems to be seeking to revitalize its sluggish economy by shifting investment from civilian infrastructure to military spending and, in particular, by redirecting Cohesion Funds (designed to reduce regional disparities among Member States) towards the arms industry, only then to submit to Trump’s dictates and resign itself to financing the US defence industry within the framework of the PURL initiative (Prioritised Ukraine Requirements List), promoted by NATO. Finally, it has war in its head mainly because it seeks to normalise it, to make it appear as an acceptable option among others. It does so, for example, by promoting, through educational programs, the formation of a culture of belligerence, namely, a mentality that justifies the use of force as a plausible response to current challenges, pushing public opinion and institutions to consider war as a normal part of the current geopolitical order and of the security mechanisms of the Member States. It is no longer merely a matter of a military response, but of a profound transformation of our way of being and thinking. With regard to such policies, which aim to mithridatize us—to make us gradually accustomed to war—it is only painful to see how far we have moved away from the very spirit of UNESCO, and how that spirit has been overturned, as stated in its founding declaration: “Since wars begin in the minds of men, it is in the minds of men that the defences of peace must be constructed”. Undoubtedly, we live in a world marked by deep international tensions, some of which we Europeans have, to a certain extent, contributed to creating through self-interest, political shortsightedness, or sheer passivity. Even if we accept that the Russian threat is real and that European anxieties are justified, it remains crucial to scrutinize the ways in which this sense of alarm is internalized and translated into political, cultural, symbolic, and discursive forms. Moreover, another reason why “war in the head” may be said to characterize our present condition is that the obsession with war becomes a fixed idea that dominates public consciousness and leaves little room for alternative concerns. It claims absolute priority and demands exclusive attention, relegating every other issue to the background. In Neapolitan dialect, a guerra ‘n capa is also used to describe a state of profound inner discord—a conflict, indeed a war, between opposing impulses, between a thought and its opposite. One might see this contradiction, for instance, in the widespread expectation that Russia was on the verge of military collapse because of its perceived inferiority and then, suddenly, in open defiance of the principle of non-contradiction, the frantic rush to rearm for fear of an imminent Russian invasion. A proposition cannot be both true and false merely because political convenience requires it. A comparable cognitive dissonance is evident in Europe’s response to Israel’s massacre of Palestinian civilians. While European governments profess their commitment to human rights and, in some cases, even declare their support for the recognition of the State of Palestine, they continue supplying Israel with weapons and offer political and legal cover. After all, Israel is doing Europe’s “dirty work,” as German Chancellor Friedrich Merz candidly acknowledged. Such paradoxes reveal a more fundamental tension, one that is emblematic of the war in the head. The dominant logic of war clashes with the idealized image we cultivate of ourselves and with the very values on which we claim to base our democratic and civic identity. This condition is a psychopolitical pathology. It is also the tangible symptom of a modernity that has become emotionally “explosive” (Illouz 2024): many of its core institutions are increasingly in tension with one another, generating profound contradictions within individuals themselves. The anxiety, frustration, and collective fear that result are both reflected and amplified at the political level, feeding a vicious cycle that distorts political judgment and social priorities, ultimately transforming political and diplomatic questions into military ones. The paranoid fixation on rearmament stems from a profound tension between two opposing dispositions: on the one hand, an emerging governmentality of war; on the other, Europe’s long-standing purported culture of dialogue and peace. In this sense, a guerra ’n capa functions as a kind of mise en abyme: an expression so dense with meaning that it produces a conceptual vertigo, confronting us with the possibility that the real war in the head is becoming our own. It reflects back the image of a continent marked by deep tensions, suspended between what it fears, what it claims to defend itself against, and what it is—perhaps without ever having consciously or democratically chosen it—increasingly becoming. It is precisely on this slippage—silent, inexorable, and continuous, like the classical metaphor of the boiling frog—that this book seeks to open up critical reflection. The object of this book is not to determine whether war or rearmament is ethically justified or strategically effective. Rather, it is to interrogate the forms of subjectivity, political rationality, and governmental practices that are produced when war comes to structure our way of seeing the world. Against the hegemonic narrative that presents rearmament as inevitable and seeks to confine us within a horizon defined by permanent tension, we recall the seminal work of the pioneer of peace research, Johan Galtung, There are Alternatives!. Its central message is a powerful reminder that even in conflicts that appear irredeemably deadlocked, there always remains the possibility—and, we would argue, the necessity—of imagining different paths. This fundamental claim by the Norwegian scholar stands in stark contrast to the governing philosophy of our time, epitomized by Margaret Thatcher’s dictum that “there is no alternative.” Whether applied to economic rationality or to the emerging rationality of war, the effect is the same: the foreclosure of political imagination in the name of necessity. At the height of the Cold War, Galtung pointed out that conflicts presented as inevitable often masked the geopolitical strategies of the superpowers, which deliberately fostered proxy wars and wars of attrition in order to weaken their rivals. In a remarkably prescient reflection, Galtung (1984) suggested that great powers may have a strategic interest in preventing certain conflicts from being resolved. Rather than confronting one another directly, they can externalize the costs and risks of geopolitical rivalry by sustaining or even fostering conflicts among smaller allied states, thereby transforming them into proxy arenas of confrontation. One may consider the war in Ukraine as an updated version of this “Cold Pawn” strategy. Rather than merely externalizing the costs of geopolitical rivalry by sharing them with European allies, the conflict also appears to have created opportunities for the United States to derive significant economic and strategic advantages from a prolonged military emergency. Unlike the large-scale military interventions that Washington undertook directly in the previous two decades, which ultimately proved financially burdensome and increasingly unsustainable, this model shifts a substantial share of both economic and political costs onto its allies while preserving many of the strategic benefits. The military challenge posed to Russia—which the heavily indebted United States is now seeking to shift onto Europe’s shoulders—represents, for Washington, a unique opportunity for the recentralization of capital, economic recovery, and the rebalancing of its balance of payments (Brancaccio, Giammetti and Lucarelli 2022). From this perspective, Europe’s zealous fascination with rearmament inevitably recalls the imprudent attitude of someone who, out of love for the rope with which they are destined to hang themselves, embraces their own destruction. The United States benefits economically from selling the arsenal required to turn Ukraine into an impregnable “steel porcupine” (to use Ursula von der Leyen’s expression). The tangible risk of having war in our heads is that we may soon be forced to carry its economic burden in our stomachs. The contemptuous way in which Trump feels entitled to treat European leaders—including the selfstyled “bridge-builder” Giorgia Meloni—stems not only from his imperial conception of international relations, but also from the submissive posture that Europe repeatedly adopts toward US strategic interests. In this respect, Kant’s warning remains strikingly relevant: “One who makes himself a worm cannot complain afterwards if people step on him” (1797). Our concern is not with the economic and geopolitical background of the Russian–Ukrainian conflict, but with the cultural and communicative process through which influential opinion leaders and public intellectuals have progressively weaponized public discourse and, with it, common sense. In our view, this is the defining feature of the ongoing cultural transformation: our own war in the head. We are not talking about war as a concrete armed conflict, nor about its horrors and devastation. Nor do we intend to address the geopolitical question of whether European rearmament might serve as a first embryo of a European political consciousness. On the contrary, we argue that if Europeans are to move towards a genuine and effective political union, this project must be grounded in a set of shared institutions among Member States, such as a common foreign policy, common debt, a unified fiscal framework, and harmonized healthcare and welfare systems. Only on such a foundation could an integrated and interoperable European defence system acquire genuine political meaning. Lacking these common European infrastructures, Europe risks moving directly from a market union to a military union, from welfare to warfare, without ever becoming a true political community. However, it is not these purely political issues that our book seeks to address. Ours is a mediological and cultural analysis rather than a geopolitical one (see Bennato, Farci and Fiorentino 2023): It focuses on the role of opinion leaders rather than on specific governmental decisions, and on the discourses that shape common sense rather than concrete policies or military programmes. We aim specifically to denounce the rearmament of words and minds rather than that of missiles and drones. In other words, we seek to analyse and criticise what we define as the “discursive weaponisation of society”: a transformation that is actively and persistently pursued in the ways we think and act, so that they come to support, sustain, and legitimate an armed configuration of society culminating in a form of mental warfare. A meaningful example is Mark Rutte’s first statement as NATO Secretary General on 15 January 2025. He argued that although NATO’s military readiness has increased, it remains insufficient to face the threats anticipated over the next four to five years: “To prevent war, we need to prepare for it. It’s time to shift to a wartime mindset, and this means we need to strengthen our defences even more by spending more on defence and producing more and better defence capabilities”. In Rutte’s view, an urgent shift to a wartime mindset is required—that is, the adoption of a pedagogy of militarisation, supported by authoritative thinkers and organic intellectuals who actively promote and implement it. This provides a compelling illustration of what we call the “bellicisation of society”, a term we use to indicate not merely the militarisation of institutions, but a deeper cultural and cognitive reorientation toward the normalisation and anticipation of war as a structuring horizon of social life. We will return later to the role and responsibility of intellectuals. For now, it is more appropriate to examine the reasons behind the war fever that has come to pervade the Old Continent. [1] In the Neapolitan dialect, the expression “’a guerra ’n capa” (literally, “the war in one’s head”) denotes a state of profound psychological turmoil characterized by internal conflict, where opposing impulses and contradictory thoughts compete for dominance, leaving the individual unable to reach a stable decision. By extension, the phrase implies an obsessive, compulsive fixation on a specific problem, idea, or goal. To “have a war in one’s head” (tener ’a guerra ’n capa) thus evokes a mind persistently besieged by intrusive thoughts that absorb attention and generate a lasting state of mental agitation and inner distress. Download the PDF of the full text by Davide Borrelli here. Davide_Borrelli_ War in the Head. Against the Militarization of ThoughtDownload WE WOULD THANK PROF. DAVIDE BORRELLI FOR HIS INTERESTING WORK ON THE MILITARIZATION OF SCHOOLS, UNIVERSITIES, AND CIVIL SOCIETY, IN WHICH THE OBSERVATORY AGAINST THE MILITARIZATION OF SCHOOLS AND UNIVERSITIES WAS ALSO CITED. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
La guerra in testa. Contro la militarizzazione del pensiero di Davide Borrelli
DI DAVIDE BORRELLI, DOCENTE DI SOCIOLOGIA DEI PROCESSI CULTURALI E COMUNICATIVI PRESSO L’UNIVERSITÀ “SUOR ORSOLA BENINCASA” DI NAPOLI, PUBBLICATO IL 26 GIUGNO 2026 SU WWW.ZENODO.ORG IN COPYLEFT. Abstract Oggi l’Europa sembra conoscere solo il linguaggio del riarmo: ha la guerra in testa. La diplomazia tace e la politica si eclissa, mentre l’emergenza militare domina il discorso pubblico. Questo pamphlet denuncia la penetrazione della frenesia bellica nel nostro immaginario e nella nostra mentalità, svelando come abbia alterato percezioni, relazioni e politiche. Attraverso un’analisi culturale e sociologica, il testo smaschera la normalizzazione della guerra come risposta automatica alle crisi globali, mostrando come termini, concetti e narrazioni militariste deformino la realtà e anestetizzino la coscienza critica. L’Europa della pace si è trasformata in una fortezza, materiale non meno che simbolica. In un’epoca segnata dall’assuefazione alla minaccia e dall’esaltazione della “resilienza” come virtù bellica, questo libro lancia un appello radicale: disarmare il linguaggio per ricostruire un’antropologia della convivenza. Contro il ritorno delle “virtù guerriere” come fondamento del legame sociale, auspicato da certi intellettuali, è urgente ripensare il futuro partendo dalla mitezza dei giusti, dall’apertura all’altro e dal ripudio della guerra. Indice Premessa Verso una governamentalità bellica La fortezza Europa Nemici a noi stessi Un’occasione perduta, una possibilità da riscoprire La cura della pace Dalla persona al ruolo: la guerra come macchina di annientamento simbolico Normalizzare la guerra per governare l’instabilità Le trappole della deterrenza La banalizzazione della guerra e il nuovo “spirito” dell’Europa La guerrificazione discorsiva della società: un’analisi culturale Scomode rivelazioni Guerra di parole contro gli outsider L’università della pace e l’arte dei rapporti umani: la lezione di Virginia Woolf L’università della guerra La nuova scuola militarista La resilienza: da virtù economica a virtù bellica Armiamoci e partite! Potenza del neutro: per una politica di equivicinanza Il colore del grano: per una pedagogia della pace La sostanza di cui è fatta la pace: dalla tolleranza al desiderio L’etica silenziosa dei giusti Critica e clinica: disarmare il discorso, curare il mondo Fare orecchie da mercante nell’età del realismo bellicista Le sfide che ci attendono: un nuovo sguardo sul pianeta Riferimenti bibliografici > Chi scopre con piacere un’etimologia […] > Chi preferisce che abbiano ragione gli altri. > Queste persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo. > (Jorge Luis Borges, I giusti, 1981) > Per cui se servirà del sangue ad ogni costo andate a dare il vostro se vi > divertirà. > (Ivano Fossati, Il disertore, 1992) > Fino a quando penseremo di avere il monopolio del “bene”,  > fino a che parleremo della nostra civiltà come la civiltà, > ignorando le altre, non saremo sulla buona strada > (Tiziano Terzani, Lettere contro la guerra, 2002) Premessa “Mi sono beccato la guerra nella testa. Ce l’ho chiusa nella testa”. Sono le parole con cui lo scrittore maledetto per eccellenza, Louis-Ferdinand Céline (1934, p. 26), descriveva gli effetti della sua personale esperienza della guerra, a partire dal momento in cui, da giovane corazziere a cavallo, fu gravemente ferito a un orecchio combattendo nella prima guerra mondiale. A giudicare da come l’Europa ha gestito l’aggressione della Russia all’Ucraina, le derive genocidiarie di Israele a Gaza e, da ultimo, l’escalation in Medio Oriente, il Vecchio Continente sembra aver decisamente smarrito la capacità di immaginare soluzioni che non siano dettate dalla logica militare. Nella vicenda ucraina ha puntato quasi esclusivamente sul sostegno armato; nel caso di Gaza ha tollerato a lungo ciò che dichiarava di deplorare; di fronte all’attacco di Israele e Stati Uniti contro l’Iran si è mostrato assai più preoccupato delle ricadute economiche del conflitto che della tenuta del diritto internazionale. In qualche caso è arrivato perfino ad adottare atteggiamenti pilateschi che pretendevano di non condividere e insieme di non condannare. Se Céline ha descritto la guerra come un’ossessione che si insedia nella coscienza individuale, oggi potremmo affermare che è l’Europa tutta a essersi “beccata la guerra in testa”. Anzi, per sfruttare tutte le sfumature di senso connotate da una pittoresca espressione del dialetto partenopeo, sarebbe proprio il caso di dire che la comunità politica di cui siamo parte soffra ormai di una vera e propria sindrome della “guerra ‘n capa”. L’ossessione per la guerra si riflette anche in scelte simboliche apparentemente marginali, ma che si rivelano emblematiche del clima culturale che stiamo vivendo. È il caso, ad esempio, delle dichiarazioni rilasciate dal presidente della Regione Piemonte, che alla vigilia della Festa della Liberazione del 25 aprile del 2025 ha reso omaggio agli alpini caduti in Russia nella Seconda guerra mondiale, dicendo che si sarebbero sacrificati “per la nostra libertà”. Un’affermazione che suona quanto meno sorprendente visto che spaccia per eroico atto di difesa dei valori democratici quella che è stata in realtà una tragica campagna d’aggressione militare condotta da Mussolini e da Hitler. Sono cose che succedono, appunto, quando si ha la “guerra ‘n capa”. Da qualche tempo l’Unione Europea sembra preda di una fatale ebbrezza bellicista. La minaccia di un attacco russo, reale o presunta, monopolizza ormai il dibattito pubblico e orienta una quota crescente delle decisioni politiche. Mentre si precipita a condannare fermamente Putin, l’Europa resta invece sostanzialmente inerte di fronte alle stragi di Gaza. Ne è prova l’incapacità di raggiungere il consenso necessario per sospendere l’Accordo di associazione con Israele del 2000, per via del veto posto in particolare da Germania e Italia. Ma l’Europa ha la guerra in testa anche perché, a quanto pare, ha deciso di dare impulso alla propria stagnante economia trasferendo investimenti dalle infrastrutture civili a quelle militari e dirottando, in particolare, i Fondi di coesione (cioè quelli destinati a ridurre le disparità regionali fra i Paesi membri) verso l’industria delle armi, salvo poi piegarsi ai diktat di Trump e rassegnarsi a finanziare quella degli Stati Uniti nell’ambito dell’iniziativa PURL (Prioritised Ukraine Requirements List) promossa dalla NATO. E, infine, ha la guerra in testa soprattutto perché sta cercando in ogni modo di normalizzarla, di renderla un’opzione accettabile fra le altre. Lo fa, ad esempio, promuovendo fin dai programmi educativi la formazione di una cultura bellicista, ossia di una mentalità che giustifica l’uso della forza come risposta plausibile alle sfide del presente, spingendo opinione pubblica e istituzioni a considerare la guerra una componente normale dell’attuale ordine geopolitico e dei meccanismi di sicurezza degli Stati membri. Non si tratta più soltanto di una risposta militare, ma di una trasformazione profonda del nostro modo di essere e di pensare. Rispetto a politiche come questa, che mirano a mitridatizzarci e a sensibilizzarci alla guerra, c’è solo da constatare con rammarico quanto ci siamo allontanati e come sia stato letteralmente capovolto lo spirito dell’UNESCO, nella cui dichiarazione istitutiva si legge: “poiché le guerre nascono nella mente degli uomini, è nello spirito degli uomini che devono essere poste le difese della pace”. Senza dubbio viviamo in un mondo agitato da molte e gravi tensioni internazionali, alcune delle quali noi Europei abbiamo in qualche misura contribuito a far esplodere per interesse, per insipienza o semplicemente per ignavia. Tuttavia, anche ammesso che la minaccia russa sia concreta e le preoccupazioni europee effettivamente fondate, siamo convinti che sia doveroso vigilare su come questo allarme venga interiorizzato e si vada traducendo in scelte politiche, culturali, simboliche e comunicative. C’è, infatti, un altro motivo per ritenere che la “guerra in testa” esprima la nostra attuale condizione di europei sull’orlo di un esaurimento di nervi. L’ossessione della guerra è un pensiero fisso che ci attanaglia e non lascia spazio ad altri pensieri: rivendica priorità assoluta e pretende attenzione esclusiva, fino a mettere in secondo piano ogni altra preoccupazione. D’altra parte, “tenere ‘a guerra ‘n capa” è una frase che si utilizza per descrivere uno stato di profondo dissidio interiore (un conflitto, una guerra appunto) tra impulsi opposti, tra un pensiero e il suo contrario. Ad esempio, se ne può considerare un tipico sintomo essersi a lungo aspettati l’imminente crollo militare della Russia per manifesta inferiorità e, poi, tutto ad un tratto e sfidando apertamente il principio di non contraddizione per cui una proposizione non può essere vera e falsa a seconda delle convenienze, correre precipitosamente a riarmarsi per paura di esserne invasi. Analogo atteggiamento schizofrenico emerge anche a proposito della mattanza dei civili palestinesi che Israele compie praticamente indisturbata: mentre si pretende il rispetto dei diritti umani e in qualche caso addirittura si proclama il riconoscimento dello stato di Palestina, non si disdegna di continuare a foraggiare Israele di armi e ad assicurargli copertura politica e giuridica in quanto starebbe in fondo facendo il “lavoro sporco” per noi, come ha candidamente ammesso il cancelliere tedesco Friedrich Merz. Paradossi come questi evidenziano una tensione più generale che è emblematica della guerra che abbiamo in testa: il fatto è che il pensiero dominante della guerra stride con l’immagine edificante che coltiviamo di noi stessi e con i valori fondativi di quella che ci inorgoglisce considerare la nostraidentità democratica e civile. In questo atteggiamento c’è con tutta evidenza qualcosa di psicopoliticamente patologico, il che è anche il segno tangibile di una modernità divenuta ormai emotivamente “esplosiva” (Illouz 2024), in cui “molte delle principali caratteristiche istituzionali sono entrate in conflitto tra loro, creando profonde tensioni e contraddizioni nell’individuo” (p. 15). L’ansia, la frustrazione e la paura collettiva che ne derivano si riflettono e si amplificano a livello politico, alimentando un circolo vizioso che influenza in modo perverso le decisioni e le priorità della nostra società e finisce per convertire questioni politiche e diplomatiche in problemi esclusivamente militari. L’ossessione paranoica che oggi si concentra sul riarmo scaturisce da un dissidio lacerante tra due propensioni divergenti che si esprimono in orientamenti all’azione antitetici: da un lato, il nostro nuovo assetto di guerra e, dall’altro, la nostra tradizionale cultura di dialogo e di pace. Insomma, “’a guerra ‘n capa” è una sorta di mise en abyme: un’espressione così densa di senso da provocare una vertigine che rischia di farci venire essa stessa la guerra in testa. Ci restituisce l’immagine di un continente attraversato da tensioni profonde, sospeso tra ciò che teme, ciò da cui dice di difendersi, e ciò che, forse senza averlo davvero deciso in modo consapevole e democratico, sta pericolosamente diventando. È proprio su questo slittamento – silenzioso ma inesorabile e costante, come la classica bollitura della rana nella pentola a fuoco lento – che intendiamo provocare una riflessione critica. Oggetto di questo testo non è la guerra in sé, e nemmeno il riarmo militare: se sia giusto o sbagliato eticamente, adeguato o inefficace politicamente. Contro la narrazione egemonica che mira a persuaderci dell’inevitabilità del riarmo e a intrappolarci in un destino segnato dalla tensione bellica, è opportuno richiamare un celebre testo del pioniere della peace research Johan Galtung, dal titolo Ci sono alternative!. È un potente invito a ricordarci che anche nelle situazioni di conflitto che sembrano più compromesse e prive di vie d’uscita, esiste sempre, in realtà, la possibilità (e diremmo, la necessità) di immaginare una soluzione diversa. Un’affermazione di principio, quella dello studioso norvegese, che si pone evidentemente in netto contrasto con la filosofia che governa il nostro mondo, esemplificata dal motto thatcheriano there is no alternative, siache si applichi alla razionalità economica, sia a quella bellica. Lo stesso Galtung, al culmine della guerra fredda, metteva in luce come dietro conflitti presentati come inevitabili si celassero spesso le strategie delle superpotenze, interessate a innescare guerre per procura e di logoramento contro il proprio rivale. In una riflessione lucida che suona oggi particolarmente attuale si chiedeva: “forse l’intenzione è quella di mantenere sempre vivo il conflitto? Oppure può darsi che la superpotenza voglia tenere il conflitto lontano da se stessa e cerchi di ‘dividere costi e rischi’ alimentando e addirittura creando dei conflitti tra gli alleati di rango minore e l’altra superpotenza? E questa strategia non sarebbe esattamente in linea con quella delle basi avanzate, di modo che le superpotenze possano nascondersi dietro a stabili processi di formazione del conflitto tra i paesi di rango minore di entrambi gli schieramenti?” (Galtung 1984, p. 244). L’impressione è che, da parte della superpotenza americana, il conflitto in Ucraina costituisca una versione aggiornata di questa collaudata strategia da guerra fredda: non più, cioè, soltanto un tentativo difensivo di esternalizzare il conflitto e ripartirne i costi con gli alleati europei, ma un vero e proprio progetto di trarne profitto economico sfruttando un’emergenza militare, provocata o lasciata deliberatamente degenerare, per arginare l’enorme debito pubblico degli Stati Uniti verso l’estero. Le guerre che fino a pochi anni fa gli Stati Uniti caldeggiavano e intraprendevano in prima persona hanno rappresentato un costo che nel tempo si è rivelato finanziariamente insostenibile. Al contrario, la sfida militare contro la Russia di cui oggi il gigante americano indebitato spinge l’Europa a farsi carico, costituisce per esso un’imperdibile occasione di ricentralizzazione dei capitali, risanamento economico e riequilibrio della bilancia dei pagamenti (Brancaccio, Giammetti e Lucarelli 2022). Da questo punto di vista, la zelante e resistibilissima fascinazione dell’Europa per il riarmo fa venire in mente, purtroppo, l’improvvido atteggiamento di chi si innamora della corda con cui lui stesso è destinato a essere impiccato. Gli USA si arricchiscono vendendo a noi europei l’arsenale necessario per fare dell’Ucraina un “porcospino di acciaio” inattaccabile dalla Russia (per usare l’espressione di Ursula von der Leyen): il rischio tangibile del nostro avere la guerra in testa è di ritrovarci presto a dover fare i conti con costosissime armi sullo stomaco. Il trattamento sprezzante che Trump si sente autorizzato a riservare ai leader europei (compresa la sedicente  “pontiera” Giorgia Meloni) dipende senza dubbio dalla concezione imperiale delle relazioni internazionali che gli è propria, ma anche dalla postura servile che l’Europa non perde occasione di assumere di fronte alle priorità e agli interessi strategici degli Stati Uniti. Del resto, è quanto mai attuale il monito di Kant, “chi si fa verme non può poi lamentarsi di essere calpestato” (1797, p. 491). Oggetto del nostro discorso non è, in ogni caso, lo scenario economico e geopolitico che fa da sfondo al conflitto russo-ucraino. Più specificamente, ci interessa il riarmo culturale e comunicativo, ossia la “guerrificazione” del discorso pubblico e del senso comune che autorevoli opinion leader e intellettuali stanno attivamente promuovendo con sempre maggiore insistenza e forza persuasiva. È questo fenomeno a costituire, a nostro avviso, l’aspetto più significativo del cambiamento culturale in atto, della nostra personale e inquietante “guerra ‘n capa”. Non è tanto della guerra come conflitto combattuto che vogliamo parlare, dunque, né del suo carico di orrori e di disperazione. Neanche intendiamo discutere dell’opportunità geopolitica per l’Europa di perseguire il riarmo come primo embrione di una coscienza politica europea. Anzi, a scanso di equivoci, lo dichiariamo subito, crediamo che se come europei vogliamo davvero arrivare a dotarci di una reale ed efficace unione politica è necessario che la costruiamo su una serie di fattori condivisi tra i Paesi membri, come ad esempio una politica estera e un debito comune, un fisco unico, un sistema sanitario e un welfare che abbiano standard di funzionamento omogenei e da ultimo, come conseguenza di tutto ciò, eventualmente anche un sistema di difesa integrato e interoperabile. In mancanza di queste infrastrutture comunitarie, il rischio è di passare da un’Europa dei mercati a un’Europa in assetto bellico senza soluzioni di continuità. Ma lo ribadiamo, non è di questi aspetti propriamente politici che si occupa il libro. La nostra è un’analisi culturale e mediologica più che geopolitica (cfr. Bennato, Farci e Fiorentino 2023): accende i riflettori sul ruolo dei leader di opinione più che sulle decisioni dei leader governativi, si occupa di discorsi che danno forma al senso comune prima ancora che di decisioni che si concretizzano in specifiche linee di azione e programmi militari. Nostro obiettivo specifico è denunciare il riarmo delle parole e delle menti prima ancora che quello dei missili e dei droni. Intendiamo, cioè, analizzare e criticare ciò che definiamo come “guerrificazione” discorsiva della società, ossia la trasformazione, attivamente e ostinatamente perseguita, del nostro modo di essere e di pensare perché possa assecondare, sostenere e legittimare un assetto armato che si compatti intorno a una mentalità bellica. Ne è un esempio significativo la dichiarazione del segretario generale della NATO Mark Rutte del 15 gennaio 2025: “abbiamo piani militari solidi, la prontezza delle nostre forze è aumentata, le esercitazioni militari sono più grandi e più frequenti – ha spiegato l’ex premier olandese -. Tutto questo è essenziale, ma non è sufficiente per affrontare i pericoli che ci attendono nei prossimi quattro o cinque anni. Lo ripeto: per prevenire la guerra dobbiamo prepararci”. Occorrerebbe, a suo avviso, un urgente “passaggio a una mentalità di guerra”, insomma una vera e propria pedagogia bellicista con tanto di maîtres a penser e di intellettuali organici disposti a praticarla. Ecco un’efficace esemplificazione di ciò che definiamo guerrificazione discorsiva della società. Sul ruolo e sulla responsabilità degli intellettuali diremo in seguito, adesso è il caso di esaminare le ragioni della frenesia bellica che pervadono il Vecchio Continente. Scarica qui il pdf del testo completo di Davide Borrelli. 25 giugno 2026_la guerra in testaDownload RINGRAZIAMO IL PROF. DAVIDE BORRELLI PER L’INTERESSANTE LAVORO SULLA MILITARIZZAZIONE DELLA SCUOLA, DELL’UNIVERSITÀ E DELLA SOCIETÀ CIVILE, IN CUI È STATO ANCHE CITATO L’OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLE SCUOLE E DELLE UNIVERSITÀ. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente