La Palestina centro morale del nostro secolo. “La luce del risveglio”, il nuovo libro di Francesca Albanese

Pressenza - Monday, July 6, 2026

La luce del risveglio. Dalla Palestina al mondo intero, un manifesto di resistenza e libertà
Francesca Albanese, Rizzoli, maggio 2026. 304 pagine

“L’unico ponte possibile tra l’incubo e il sogno, tra l’apocalisse e la luce del risveglio, sono proprio le azioni delle persone – di ciascuno di noi: persone di tutti i popoli e di tutte le età, chiamate ad agire come anticorpi sani di una società malata”

Questo nuovo libro di Francesca Albanese è innanzitutto un appello all’azione, alla mobilitazione collettiva per fermare il genocidio e vincere l’indifferenza e il senso di impotenza di fronte allo strapotere militare e  mediatico  dominanti. È anche un’ulteriore, documentata denuncia della situazione in Palestina, supportata da molti contributi e riferimenti a opere, studi e ricerche internazionali.

Il titolo evoca la Luce che ha portato al risveglio delle coscienze e può illuminare il Buio del presente.

Il Buio di oggi nasce dal sistema economico, politico e tecnologico mondiale, che permette di uccidere e torturare esseri umani ridotti a entità astratte, sostenendone la disumanizzazione.

E’ l’incubo vissuto da milioni di persone a opera di un potere e di un’ideologia di oppressione. Sono il dolore e i traumi che si trasmettono tra le generazioni e che, se curati male, portano chi ha sofferto a infliggere a sua volta traumi a chi è più debole.

Sono le menzogne che nascondono l’arbitrio e la violazione del diritto.

E’ la responsabilità di chi rende possibile tutto questo, mettendo in luce la doppia morale dell’Occidente che, come il Dottor Jekyll e Mister Hyde, proclama valori di democrazia e diritti e ne sostiene le peggiori violazioni.

La situazione tragica di Gaza viene descritta come un’apocalisse: catastrofe, guerra, distruzioni, massacri, carestia… eppure, Apocalisse significa rivelazione.

La Luce del risveglio che la Palestina sta accendendo in moltissime persone è la fine dell’indifferenza, la solidarietà internazionale, le enormi manifestazioni, gli scioperi, i ripetuti tentativi della Global Sumud Flottilla, i boicottaggi, i movimenti pacifisti…

È come se questa tragedia invitasse la gente a unirsi per costruire ed essere il cambiamento.  Può sembrare la lotta impari di Davide contro Golia, può sembrare l’illusione donchisciottesca di riparare i torti e salvare i deboli e gli oppressi…

L’attuale “mostro tentacolare” che opprime popolazioni e distrugge il diritto internazionale  è il sistema capitalistico-tecnologico, il potente “nemico comune”, cui contrapporsi, da cui emanciparsi, con coraggio e collaborazione, facendo rete, per dar luogo a una trasformazione epocale. Una rete di solidarietà che oggi si estende in tutto il mondo.

Tutto questo viene raccontato in questo nuovo, bellissimo libro attraverso le azioni, i verbi e i loro molteplici significati.

Ogni capitolo è denso di riferimenti a persone, avvenimenti e fonti, esposti nella ricchissima bibliografia, preziosa per chi desidera approfondire conoscenze e consapevolezza.

Sognare
Quando tutto crolla, diventa indispensabile sognare.

La speranza significa piantare il primo seme per un futuro diverso.

Sognare significa restare, resistere, immaginare tra le rovine e oltre le rovine. Così come un tempo c’è stato qualcuno che ha sognato un mondo senza schiavitù, un mondo in cui le donne votano, in cui il lavoro dei bambini è proibito, in cui le persone dalla pelle di qualsiasi colore hanno gli stessi diritti…

La Palestina è il centro morale del Ventunesimo secolo: sognarla significa scegliere l’umanità, proprio quando sembra più difficile.

Criticare
Distinguere la verità dalla menzogna

Criticare, in senso etimologico, significa distinguere la verità dalla menzogna.

Come nella leggenda, la Menzogna si traveste da Verità nella narrazione della propaganda israeliana e della stampa internazionale. Chi testimonia la verità, come i fotografi e i giornalisti di Gaza, viene sistematicamente assassinato.

A Gaza il numero di giornalisti uccisi deliberatamente è superiore a quello di tutte le guerre moderne messe insieme. Col pretesto del sostegno al terrorismo e dell’antisemitismo vengono criminalizzati gli attivisti che  si oppongono alle aberranti politiche di pulizia etnica.  La distruzione a senso unico di un potentissimo esercito su una popolazione indifesa viene spacciata per guerra.

La luce che la Verità proietta sui fatti, le persone e le idee viene oscurata dalla delegittimazione e dalle false accuse.

Emanciparsi
La richiesta di uguaglianza

Frantz Fanon, psichiatra e saggista, rappresentante del movimento per la decolonizzazione, denunciò il razzismo e la segregazione insiti nelle società coloniali.

La potenza coloniale britannica esercitò il suo potere sulla Palestina reprimendo le popolazioni locali e favorendo l’immigrazione e la militarizzazione sionista.

Oggi il contrasto si trova tra la ricchezza delle città israeliane e l’arretratezza di quelle palestinesi a cui è stato impedito  di svilupparsi, attribuendone la causa all’inferiorità della popolazione locale. La narrazione neocoloniale maschera il controllo, l’autoritarismo e la violenza con le necessità di sicurezza e rispetto dell’autorità.

La consapevolezza della propria identità e la richiesta di uguaglianza portano a rivendicare l’emancipazione dei popoli colonizzati, come succede nelle lotte di liberazione dalle dittature, dalle forme di oppressione collettive e individuali, dall’apartheid, dalla mafia, dal patriarcato…

Resistere
Sumud, il coraggio della gente comune

Sumud è una parola araba diventata ormai famosa, traducibile con fermezza, costanza, tenacia. È una pratica quotidiana, più che di opposizione o sopportazione, di coraggio della gente comune che si manifesta nel linguaggio, nei riti, nel cibo, nella memoria tramandata.

Mantenere questo atteggiamento in un contesto di brutalità, soprusi e violenze continue è la sfida dei palestinesi all’oppressione di Israele, una pseudo democrazia schizofrenica, dove i ragazzi che servono nell’esercito sono convinti di difendere la patria compiendo terribili crimini.

Oggi siamo tutti chiamati a resistere, in modo nonviolento, riempiendo le piazze, bloccando i porti, boicottando le aziende di morte, denunciando le complicità e sostenendo il diritto all’autodifesa e all’autodeterminazione del popolo palestinese.

Nutrire
La fame come arma di sterminio

La fame come arma di sterminio è stata usata in molti genocidi, dall’Olocausto all’Holodomor in Ucraina e ancora in Namibia, Armenia e Biafra…

Israele ha distrutto in modo intenzionale e sistematico tutte le fonti di approvvigionamento alimentare e idrico a Gaza, provocando la carestia, finalizzata a causare il maggior numero di vittime.

Il cibo è un elemento importante dell’identità palestinese, momento di accoglienza e condivisione. I video di Renad e altri bambini e ragazzi che preparano i piatti tradizionali in cucine di fortuna sono un modo di comunicare al mondo la volontà di sopravvivere malgrado tutto.

Piangere
Chi decide quali vite meritano il pianto e quali no?
 
Chi traccia la linea tra il dolore che commuove il mondo e quello che il mondo ignora ?

La narrazione di Israele che si difende dai terroristi  rende le vite dei civili palestinesi e le loro morti meno importanti di altre. Pensiamo ai giornalisti, ai medici, ai bambini considerati bersagli o danni collaterali, oltre a essere spesso diffamati prima e anche dopo la loro morte, o alle migliaia di migranti spariti in mare nell’indifferenza generale. Il potere decide chi è degno di protezione e chi no.

La violenza diventa norma, ma le vittime e i sopravvissuti ci ricordano: “Non siamo numeri”…

Eppure si sta diffondendo nella coscienza di molti l’empatia per il dolore degli “altri” e il riconoscimento dello stesso valore umano tra tutte le parti.

Per molti israeliani ed ebrei nel mondo la solidarietà con le sofferenze dei palestinesi non nasce dal rifiuto dell’ebraismo, ma dai principi etici che esso contiene, in modo che il sogno di un popolo non diventi l’incubo di un altro.

Curare
Quale cura per una società malata?

Il mancato riconoscimento della sovranità palestinese ha portato alla creazione di piccole enclave separate da muri e check point, alla distruzione sistematica di villaggi, alla cronicizzazione della condizione di profughi relegati in tendopoli e alla loro esclusione dai bacini acquiferi e dalle terre coltivabili.

La salute fisica e mentale dei palestinesi soffre di stress da traumi continui, ma anche molti carcerieri e oppressori israeliani soffrono di un deterioramento psichico per le violenze compiute, pur se impunite e giustificate.

La narrazione ufficiale maschera una situazione profondamente malata.

La violenza non si cura con la violenza, le bugie coprono le ferite senza curarle.

Essere anticorpi del sistema significa fare di tutto per risvegliare le coscienze: la cura, dopo un genocidio, comincia con la verità.

Danzare
Celebrare la vita danzando

La dabke, danza tradizionale palestinese, è diventata un simbolo di unione, resistenza e richiesta di aiuto.

Possiamo connetterci da tutti gli angoli del mondo per piangere insieme le ferite inflitte agli innocenti. E dopo aver pianto insieme possiamo abbracciarci per essere felici, per celebrare la vita, per danzare…

Ritornare
Il diritto al ritorno

I palestinesi vogliono tornare. Le chiavi delle case che hanno dovuto abbandonare durante la Nakba, conservate per oltre settant’anni, rivelano una speranza ostinata. Un desiderio che non si è mai spento e si è espresso nella Grande Marcia del Ritorno in cui, dal 2018 al 2019, i gazawi manifestavano lungo la barriera di separazione, chiedendo la fine dell’assedio e subendo una repressione durissima che causò centinaia di morti e migliaia di feriti. Il progetto razzista della Grande Israele, infatti, non prevede nessun ritorno, anzi nega l’esistenza di un popolo e di uno Stato palestinese.

Un’altra forma di resistenza e di attaccamento alla terra è la conservazione e redistribuzione  di sementi antiche, varietà autoctone e metodi di coltivazione tradizionali.  Quei minuscoli semi conservati perché non vadano perduti dimostrano che la rinascita e la riconciliazione sono possibili.

Di seguito alcuni dei personaggi citati nel libro:

Edward Said, intellettuale palestinese

Mahmud Darwish, poeta palestinese

Franz Fanon, psichiatra, critico del colonialismo

Gabor Matè, medico, studioso di traumi collettivi

Primo Levi, sopravvissuto all’Olocausto, scrittore

Fatma Hassona, fotogiornalista e poetessa di Gaza, assassinata da Israele

Anas al Sharif, giornalista di Gaza assassinato da Israele

Ghassan Kanafani, scrittore, portavoce dell’FLP , assassinato da Israele

Renad Anallah, bambina di Gaza evacuata in Olanda

Bisan Owda, giornalista di Gaza, autrice di documentari pluripremiati

Judith Butler, filosofa, collaboratrice di Jewish Voice for Peace

Folke Bernadotte, diplomatico e presidente della Croce Rossa svedese, assassinato dai sionisti

Vivien Sansour, artista e ambientalista palestinese attiva per la salvaguardia di antiche varietà̀ di semi

 

Natalia Latis