Tag - genocidio

Il senso dell'”ordine” suprematista
Gli episodi di cronaca sono rivelatori del «senso comune» vigente nella società, anche quando proprio il senso è andato smarrito fino a non essere più «comune» a tutti. E’ relativamente facile vedere il legame infame tra i morti causati dalla polizia – ultimo quello di Abderrahim Fakir, al quartiere Pilastro […] L'articolo Il senso dell'”ordine” suprematista su Contropiano.
July 21, 2026
Contropiano
Quando c’era il genocidio ma i giornalisti parlavano di Belen
I soldati israeliani hanno pisciato nelle culle, cagato nelle pentole, bruciato i libri, distrutto le foto del matrimonio appese al muro della casa degli sposi, fatto i selfie sculettando con la biancheria intima della sposa rubata dai cassetti sopra alla mimetica, fatto il video per mandarlo alla fidanzata, fatto il […] L'articolo Quando c’era il genocidio ma i giornalisti parlavano di Belen su Contropiano.
July 20, 2026
Contropiano
Petizione e interrogazione parlamentare dell’onorevole Stefania Ascari sull’ispezione al Liceo Vivona di Roma
Sulla vicenda dell’ispezione che il Ministero della pubblica istruzione ha predisposto nei confronti del Liceo Vivona di Roma e in particolare di un insegnante che ha osato scrivere una lettera ai suoi alunni di quinto anno, dopo l’esame di maturità, che ricordava il genocidio di Israele nei confronti dei palestinesi avvenuto nella complicità delle istituzioni italiane e nell’indifferenza di molti. è stata lanciata la petizione “Per la libertà d’espressione, dentro e fuori le aule scolastiche”. Primi firmatari molti colleghi del professore messo sotto accusa. Sulla stessa vicenda l’onorevole Stefania Ascar ha presentato un’interrogazione parlamentare. Di seguito il testo: “Al Ministro dell’Istruzione e del Merito. Premesso che nei giorni scorsi è stata avviata un’ispezione ministeriale presso il Liceo Ginnasio Statale “Francesco Vivona” di Roma a seguito della diffusione di una lettera inviata dal professor Massimo Sabbatini ai propri studenti al termine dell’esame di Stato; secondo quanto denunciato da rappresentanti istituzionali, docenti, studenti, studentesse e genitori, l’attività ispettiva si sarebbe tradotta in colloqui e richieste di chiarimenti rivolti anche agli studenti e al personale scolastico, determinando un clima di forte preoccupazione all’interno dell’istituto; la lettera del docente, rivolta a studentesse e studenti ormai diplomati, conteneva esclusivamente una riflessione di carattere etico e civile, con richiami alla letteratura italiana e un invito a non rimanere indifferenti di fronte alla tragedia umanitaria che si consuma nella Striscia di Gaza, richiamando i valori della pace, dell’umanità e della responsabilità individuale; i genitori degli studenti e studentesse del Liceo “Francesco Vivona” hanno espresso pubblicamente la propria solidarietà al docente, definendo l’ispezione un grave attacco alla libertà di insegnamento, alla libertà di espressione e all’autonomia scolastica; tale episodio non rappresenta un caso isolato, ma si inserisce in una serie di vicende che negli ultimi mesi hanno interessato numerosi istituti scolastici italiani; si richiamano, in particolare, il caso del Liceo “Marco Polo” di Firenze, quello del Liceo Scientifico “Augusto Righi” di Roma, nonché altri episodi nei quali docenti, dirigenti scolastici e studenti sono stati oggetto di campagne mediatiche, richieste ispettive o contestazioni per avere promosso iniziative di riflessione sui diritti umani, sul diritto internazionale, sulla guerra a Gaza o, più in generale, sul valore della pace; appare particolarmente allarmante che, a fronte di tali iniziative educative, si registrino interventi amministrativi che rischiano di essere percepiti come strumenti di controllo del pensiero piuttosto che di verifica del rispetto della normativa scolastica; la scuola pubblica, per espressa previsione costituzionale, è il luogo nel quale si formano cittadini liberi e consapevoli, attraverso il confronto delle idee, il pluralismo culturale e lo sviluppo del pensiero critico; gli articoli 21, 33 e 34 della Costituzione tutelano la libertà di manifestazione del pensiero, la libertà di insegnamento e il diritto all’istruzione, principi che costituiscono il fondamento di una società democratica e che non possono essere compressi da iniziative suscettibili di generare intimidazione o autocensura; il progressivo moltiplicarsi di episodi analoghi rischia di produrre un effetto intimidatorio sull’intera comunità scolastica, inducendo docenti e dirigenti a rinunciare ad affrontare temi di rilevanza storica, civile e internazionale per timore di conseguenze disciplinari o ispettive; in uno Stato democratico il dissenso, il confronto delle opinioni e l’educazione al pensiero critico rappresentano un valore da promuovere e non un comportamento da scoraggiare. Tutto ciò premesso, si chiede di sapere: se il Ministro sia a conoscenza dei fatti esposti; quali siano le motivazioni che hanno determinato l’avvio dell’ispezione presso il Liceo “Francesco Vivona” se ritenga che tali presupposti siano compatibili con i principi costituzionali della libertà di insegnamento; se corrisponda al vero che, nell’ambito dell’attività ispettiva, siano stati ascoltati studenti, studentesse e personale scolastico con modalità tali da determinare un clima di pressione o intimidazione; se il Ministro ritenga che il susseguirsi dei casi riguardanti il Liceo “Marco Polo” di Firenze, il Liceo “Augusto Righi” di Roma, il Liceo “Francesco Vivona”, l’IIS. “E. Mattei di San Lazzaro di Savena (Bologna ), l’Istituto “Aldovrandi Rubbiani” di Bologna, l’Istituto “Cattaneo” di Castelnovo Monti ( Reggio Emilia), il Liceo “Vincenzo Monti” di Cesena, la Scuola Primaria  “Pascoli” di Modena, la Scuola Primaria “Graziosi” di Modena, la Scuola Primaria di Sant’Agnese” di Modena, la scuola Primaria “Gramsci” di Modena, la Scuola dell’infanzia “Collodi” di Modena e altri analoghi episodi rappresenti un fenomeno che rischia di compromettere l’autonomia delle istituzioni scolastiche e la libertà di insegnamento; quali iniziative urgenti intenda assumere affinché gli strumenti ispettivi non vengano utilizzati, né siano percepiti, come mezzi di censura o di pressione nei confronti di docenti, dirigenti scolastici e studenti che affrontano temi di interesse storico, civile, umanitario o internazionale nel rispetto dei principi costituzionali; se non ritenga opportuno adottare specifiche linee guida volte a garantire che le attività ispettive siano limitate all’accertamento di eventuali violazioni di legge, evitando qualsiasi interferenza con la libertà di insegnamento, l’autonomia scolastica e il pluralismo culturale; quali iniziative intenda assumere per ribadire che la scuola italiana deve rimanere un presidio di libertà, democrazia, partecipazione e formazione del pensiero critico, nel quale il confronto delle idee sia tutelato e mai oggetto di censura o intimidazione. Redazione Italia
July 19, 2026
Pressenza
No, Israele non ha “il diritto di esistere”. Anzi, tutt’altro
A differenza dell’affermazione sionista secondo cui “Israele ha il diritto di esistere”, la mia asserzione si fonda sul diritto internazionale. Naturalmente, data la propensione di Israele a violare tali leggi, non sorprende che continuino a rivendicare un diritto privo di fondamento nella realtà. La notizia che, nel pieno del genocidio […] L'articolo No, Israele non ha “il diritto di esistere”. Anzi, tutt’altro su Contropiano.
July 19, 2026
Contropiano
Un genocidio a cavallo di un confine: il caso dei Rohingya
Se si parla di persone che scappano da violenze e sfruttamento imbarcandosi su mezzi di fortuna affrontando il mare, oppure di migranti che al loro arrivo nel paese di destinazione vengono rinchiusi in speciali campi profughi controllati da un apparato repressivo e brutale, la prima immagine che viene in mente è quella dei e delle migranti che sbarcano sulle coste dell’Europa in cerca di una vita migliore. Ma c’è una situazione simile che in questo momento sta avvenendo dall’altra parte del mondo; più precisamente nella zona meridionale del Myanmar, al confine con il Bangladesh. Ma chi sta lasciando le proprie case? Da cosa (o meglio da chi) stanno scappando? > Chi scappa sono i Rohingya, una delle tante etnie che compongono il paese che > fino a trent’anni fa veniva chiamato Birmania. Una minoranza di religione > islamica in una nazione a stragrande maggioranza buddista. Perseguitati per il > loro credo religioso, i Rohingya si trovano anche schiacciati nella morsa di > una guerra civile brutale tra un regime militare distopico e diversi gruppi > etnici armati. La storia del massacro di questa minoranza non può essere distinta dalla storia dei due paesi protagonisti della vicenda: il Myanmar, luogo dove sta avvenendo il genocidio, e il Bangladesh, paese che ospita la maggior parte delle persone rifugiate. Per questo è di grande aiuto il libro Su due lati del confine di Emanuele Giordana e Giuliano Battiston nel quale si descrive in maniera molto chiara il processo socioculturale e storico che ha portato i Rohingya a diventare stranieri in patria prima, e poi ad essere perseguitati. Tramite la ricerca di testimonianze dirette di persone comuni e di racconti corali di comunità messe ai margini della società, i due giornalisti descrivono in maniera puntuale le vicissitudini che queste persone passano nella loro fuga verso Ovest. La parte del libro scritta da Emanuele Giordana è la descrizione del processo storico e sociale che sta ancora avvenendo in Myanmar, costringendo milioni di persone a scappare. Il giornalista  accenna alle origini del popolo Rohingya, al suo passaggio sotto il dominio britannico e alle vicende più recenti come la perdita della cittadinanza del 1982. A ciò si aggiungono le testimonianze che descrivono i pogrom degli anni ’10 di questo secolo, nei quali le violenze diventarono brutalmente sistemiche causando la fuga di milioni di persone verso i paesi limitrofi. La dinamica dei processi sociali interni al Myanmar che hanno portato alla persecuzione della minoranza islamica sono raccontati in maniera diretta, senza troppi fronzoli. Si fa accenno al ruolo avuto da numerosi monaci buddisti, alleati della giunta militare, che hanno utilizzato i social media per spargere disinformazione contro i Rohingya, alimentando fake news virali. Queste notizie false, nel 2012 e poi nel 2017, hanno dato il via a massacri di uomini, donne e in molti casi anche di minori. Successivamente si passa ai rapporti tra resistenza contro i militari e i Rohingya. Non si risparmiano le storie dei massacri compiuti anche da chi, pur combattendo per la libertà, continua a vedere nei Rohingya un corpo estraneo, non conciliabile con la maggioranza della popolazione di religione buddista o cristiana.  Anche la figura della premio Nobel Aung San Suu Kyi, considerata nel mondo come la bandiera della lotta per la democrazia contro la dittatura militare, viene riportata con tutte le sfaccettature, senza dimenticare le zone d’ombra del breve e unico periodo di governo democratico, terminato con il ritorno dei militari al potere con il golpe del 2021. > Sebbene il periodo del governo civile di Aung San Suu Kyi (2015-2021) coincida > con un ripristino (parziale) dei diritti civili, coincide anche con il picco > delle violenze e degli omicidi ai danni dei Rohingya e anche con il silenzio > assordante della Premier birmana. Parafrasando una testimonianza raccolta da > Giordana «[Aung San Suu Kyi, per mantenere il potere] ha dovuto scegliere se > privilegiare cinquanta milioni di buddisti o qualche milione di musulmani». Nel proseguire il racconto, il focus del reportage si sposta nel paese che accoglie milioni di rifugiati. Dalle colline del Myanmar meridionale si passa alle spiagge e al campo profughi (il più grande del mondo) di Cox’s Bazar nel Bangladesh orientale. In questa parte del libro Giuliano Battiston, descrivendo la quotidianità dei Rohingya nei campi, si rapporta anche con la vita della popolazione bengalese, raccontandoci le vicende che hanno portato alla caduta della premier bengalese Hasina del 2024. Alla rivolta della Gen Z bengalese che ha segnato la fine del regime autoritario e corrotto di Sheikh Hasina, si unisce la descrizione del trattamento dei Rohingya nei campi profughi gestiti dall’ONU. Storie di giovani sfruttati e sfruttate da entrambi i lati del filo spinato che hanno un punto in comune; la voglia di cambiare, di costruire un nuovo futuro felice. Ciò ci restituisce un’immagine di un Bangladesh in evoluzione, che vuole cambiare e dirigersi verso un futuro migliore per tutti e tutte. Nel frattempo un nuovo esecutivo è uscito fuori dalle prime elezioni del post-Hasina, un governo gestito dalla vecchia e stantia opposizione nazionalista. Il cambiamento è stato spostato a data da destinarsi, per ora. Il vero punto di forza di quest’opera, per cui la si consiglia di leggere, sta nel modo in cui vengono raccontati i fatti. Per chi non si occupa quotidianamente della questione birmana, leggere e interpretare le notizie che provengono da quel quadrante può essere estremamente complesso. L’enorme diversità degli attori in campo (decine di gruppi armati etnici, governi locali, potenze straniere, agenzie ONU, organizzazioni umanitarie) creano un labirinto nel quale è facile perdersi. A ciò si aggiunge il fatto che la maggior parte dei media mainstream occidentali coprono gli avvenimenti in modo superficiale, quando non vengono ignorati del tutto. Il risultato è che i momenti centrali del genocidio Rohingya restano per la maggior parte delle persone un enigma indecifrabile, un “conflitto lontano e complicato” di cui non vale la pena occuparsi. Leggendo Su due lati del confine, invece, si inizia finalmente a ricostruire il puzzle della vicenda birmana. Pagina dopo pagina, le testimonianze raccolte ricompongono un quadro chiaro, accessibile, mai riduttivo. Un quadro nel quale chiunque, senza bisogno di essere un’esperta di geopolitica asiatica, può riannodare il filo degli eventi: capire perché i Rohingya sono fuggiti, chi li ha perseguitati, chi ha taciuto, chi ha tratto profitto dal loro esilio. Va constatato anche che, seppur il giornalismo europeo sia pieno di reporter che, guardando all’Asia, finiscono per riprodurre gli stessi stereotipi orientalisti (l’Oriente incomprensibile, descrizioni stereotipate di luoghi e persone), Giordana e Battiston (pur essendo bianchi e occidentali), fanno l’esatto contrario. Sono scesi sul campo, ascoltando e restituendo un quadro complesso, scevro da ogni tipo di pregiudizio. La semplicità con cui sono riportati i fatti (mai gratuita o spettacolarizzata) non svilisce la vicenda e non trasforma le testimonianze in mera pornografia del dolore. Anzi, è proprio questa chiarezza a farci restare con i piedi per terra. Perché il genocidio dei Rohingya non è un racconto esotico da consumare a distanza. È una storia di corpi, di barche, di tende, di madri che attraversano fiumi con i figli in braccio. E Giordana e Battiston hanno il merito di non dimenticarlo mai, neppure per un istante. Leggere Su due lati del confine aiuta a svelare le logiche di esclusione e sfruttamento che governano tutte le frontiere, anche le nostre. la copertina è tratta da Wikicommons Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Un genocidio a cavallo di un confine: il caso dei Rohingya proviene da DINAMOpress.
July 18, 2026
DINAMOpress
Diario da Gaza
Tamu edizioni ha dato alle stampe un contributo decisamente importante, ci riferiamo a Diario da Gaza di Wi’am Qudaih (Wi’am Qudaih, Diario da Gaza, 2025, 264 pag., € 16,15). Questa testimonianza rientra a pieno titolo nella Resistenza che il popolo palestinese sta portando avanti da tempo immemorabile. Sì, rientra nella […] L'articolo Diario da Gaza su Contropiano.
July 18, 2026
Contropiano
“Dopo Netanyahu non cambierà nulla”. Intervista a Gideon Levy:
“Israele vive in una negazione totale di ciò che sta accadendo a Gaza, non ha raggiunto nessuno degli obiettivi che si era prefissato in abito regionale e anche se le elezioni del prossimo autunno vedessero l’uscita di scena di Netanyahu, le cose non cambieranno in alcun modo”. Gideon Levy, editorialista […] L'articolo “Dopo Netanyahu non cambierà nulla”. Intervista a Gideon Levy: su Contropiano.
July 18, 2026
Contropiano
Due popoli per due stati?
La politica “istituzionale” ripete continuamente come la soluzione delle violenze in Terra Santa è nella formula “due popoli per due stati”, e anche la sinistra alternativa si arrovella su tale formula. Dopo il 7 ottobre 2023 tale proposta ha visto in Italia contrapposizioni dure tra chi nella sinistra di lotta […] L'articolo Due popoli per due stati? su Contropiano.
July 18, 2026
Contropiano
Tel Aviv, un enorme striscione per rifiutare l’arruolamento
Domenica 12 luglio, in Piazza Rabin a Tel Aviv, alcuni studenti delle scuole superiori hanno srotolato da un edificio un enorme striscione con la scritta: “Noi rifiutiamo di arruolarci”. La protesta esorta altri a unirsi a una lettera aperta in cui si rifiuta l’arruolamento per protestare contro la guerra, l’occupazione e il genocidio. L’iniziativa ha già raccolto le firme di oltre 130 adolescenti in procinto di partire per il servizio militare. Mesarvot
July 14, 2026
Pressenza
Ricordare Srebrenica al tempo di Gaza
Su una parete della città di Mostar, in Bosnia Erzegovina – famosa per il ponte romano distrutto dai bombardamenti durante l’assedio del 1993 – si legge una scritta: The lesson was Srebrenica, the test is Gaza. In uno dei molti caffè arabi di Sarajevo, tra i turisti turchi, i baklava e le caffettiere in rame, campeggiano due cartelli. Il primo, dichiara a lettere cubitali: non devi essere musulmano per piangere per Gaza. Devi solo essere umano. Accanto, davanti all’inconfondibile rosa bianca e verde su fondo nero che si trova un po’ dappertutto nello stato, campeggia la scritta: Don’t forget Srebrenica. > Cosa significa ricordare Srebrenica al tempo di Gaza? Qual è il ruolo della > memoria in questo presente in cui la storia continua a ripetersi in tragedia, > senza il sollievo della farsa? È a queste domande che prova a trovare risposta R., uno dei curatori di una nuova esibizione permanente inaugurata nel 2025 nel museo della memoria di Srebrenica, un luogo maledetto della storia a due passi dalla frontiera serba. Lì, trentuno anni fa, vennero massacrate quelle che, a oggi, sono stimate essere almeno 8320 persone – un numero in crescita e in divenire, aggiornato dalle incessanti ricerche di nuove fosse comuni che i miliziani hanno nascosto nel raggio di decine di kilometri. Un luogo ad altissima presenza musulmana che, durante la guerra del ‘95, era stato preso in carico dai caschi blu olandesi, incaricati di proteggere la popolazione locale da quella che si sarebbe rivelata una vera e propria pulizia etnica: queste persone, è bene ricordarlo nel generale lavacro della cattiva coscienza europea che si risveglia in occasione degli anniversari con cifre tonde, vennero invece lasciate sole. Arrivo a Srebrenica poco meno di un anno fa, una mattina di inizio agosto del 2025, a quasi trent’anni esatti dal massacro. Il memoriale è silenzioso, eppure estremamente frequentato: una distesa di piccole lapidi bianche a perdita d’occhio, tutte uguali; un largo semiovale di marmo lucido restituisce, in ordine alfabetico, i nomi delle vittime: su alcuni di questi nomi, delle bambine hanno posato un piccolo fiore sgargiante. * * * A pochi passi dal memoriale, attraversando una grigia area industriale in parte dismessa, si raggiunge una vecchia fabbrica di armi riconvertita, che ospita da alcuni anni un museo della memoria diviso in tre parti, che all’epoca della mia visita si apprestavano a diventare quattro, grazie all’apertura di una nuova esposizione permanente pensata per celebrare l’anno del trentennale. Sulla porta del museo mi viene incontro R., un ragazzo di poco più di vent’anni: quando gli chiedo informazioni sul processo di apertura del museo, avvenuta del 2021, mi risponde sorridendo che all’epoca lui era al liceo. Ci metto poco, però, a capire come mai un ragazzo della sua età sia andato in cerca di questa storia: il padre di R. è uno dei (pochi) sopravvissuti al massacro, nel quale ha perso grossa parte della propria famiglia. Questa storia, di fatto, è la sua: non solo quella dei sopravvissuti, ma di una generazione successiva, che si è fatta carico del peso della memoria, quella memoria che, molto spesso, era insostenibile per i loro genitori. Da quando ha iniziato questo percorso lavorativo, mi dice, suo padre lo accompagna spesso al lavoro: arriva fin davanti alla porta dell’ex fabbrica di munizioni riconvertita in museo, ma non la varca mai, nemmeno una volta. Aggirandoci per la collezione permanente, tra oggetti di vita quotidiana ritrovati nei boschi del massacro e pazientemente rimessi insieme dal lavoro del team museale – la celebre fila di scarpe rotte illuminate da una luce calda a rappresentare i passi dei sopravvissuti, con le ultime file in ombra a ricordare chi non ce l’ha fatta – un’ampia sessione audiovisiva riproduce a getto continuo le testimonianze di oltre cento sopravvissuti: uno dei lavori più importanti, mi racconta R., è stato trovarne così tanti che si sentissero in condizione di raccontare la propria storia. Quando R. ci apre la porta chiusa del nuovo polo espositivo, che ho il privilegio di visitare in anteprima, mi accolgono centinaia di fototessere che ricoprono una ampia parete: mi fissano i volti di chi non ce l’ha fatta, ricostruiti attraverso un paziente e complicato lavoro sugli archivi delle famiglie delle vittime, durato anni e ancora in corso. È difficile non pensare ai mosaici dei volti dei desaparecidos argentini, che popolano le pareti di centri per la memoria, sedi di organizzazioni e musei della Plata: l’accostamento è per certi versi arbitrario, eppure la storia che ha fatto dell’antropologia forense un campo di battaglia politico inizia proprio da lì e passa tanto per Srebrenica. La nuova esposizione, volutamente immersiva più che classicamente museale, non fa sconti proprio su questi aspetti che potrebbe apparire quasi morbosi. Un grande, in apparenza disordinato ed inspiegabile mucchio di terra informe ci guarda all’interno di un allestimento altrimenti impeccabilmente pulito e nuovo di zecca. Ci metto un attimo a capire – poi forse non lo voglio fare – finché R. mi dice quello che forse già dovrei sapere: abbiamo voluto fare vedere, qui, com’è fatta una fossa comune. È morbosa l’idea di visitare una fossa comune in una esposizione museale? Non lo è, se ci si ferma un attimo a chiedersi: Che cos’è un monumento? A Srebrenica, mi rispondo, il corpo è il monumento. Davanti ad uno dei casi più ben congegnati di negazionismo storico – davanti ad un massacro che è stato negato (in parte, lo è ancora) attraverso la tecnica più letterale, ovvero facendo svanire la materialità dei corpi delle vittime, dispersi in fosse comuni che arrivano fino in Serbia, interrati e spostati più volte affinché non fossero mai rinvenuti – la battaglia per la memoria si gioca su questo residuo organico di umanità che va ripetutamente, ritualmente riaffermato: questa storia esiste perché esistono i corpi di chi non è sopravvissuto, i loro volti presenti sulle pareti, messi insieme da chi, in qualche modo, si è salvato. Una battaglia che si porta avanti in questi avamposti marginali perché ancora non trova pieno riconoscimento nemmeno nei programmi scolastici, dove, mi spiega R., quasi nessun insegnante bosniaco ha ancora accesso alle cattedre di storia. Risultato: a Srebrenica le scolaresche locali non vengono portate in gita. Una specie di palcoscenico riproduce alla perfezione uno dei muri della fucilazione di massa; subito di fronte a questo strano proscenio, vedo svolazzare elegantemente a mezz’aria – pendenti da innumerevoli fili sottili, a formare quasi un ben organizzato stormo di strani uccelli neri – una serie di fucili di varia foggia, puntati verso le luci della ribalta. «Quando passa un gruppo numeroso di persone – spiega R. – un effetto sonoro programmato riproduce i suoni degli spari». I suoni, ancora, dominano l’atmosfera rarefatta dell’esposizione deserta che stiamo profanando: una istallazione a parete ripete sommessamente litanie a più voci: sono le preghiere dei sopravvissuti, registrate negli anni in occasione degli anniversari del massacro. È qui che R. condivide un dato a primo impatto inaspettato: in comparazione con altri contesti assimilabili, tra i sopravvissuti di Srebrenica c’è un numero di suicidi incredibilmente basso: la fede religiosa, secondo lui, ha avuto un ruolo fondamentale nell’elaborazione del trauma, nell’attaccamento alla vita e alla memoria; un elemento che l’esposizione vuole, in qualche forma, celebrare. «Come avrebbe fatto mio padre, che ha perso i suoi fratelli ed è stato sul punto di morire di fame, se non avesse avuto la fede?» È questo il punto in cui, forse ormai valutata la sufficiente confidenza che abbiamo stabilito, R. aggiunge: quello che stiamo raccontando qui è esattamente quello che sta succedendo a Gaza. > Come racconteremo la fede, la fame, le scarpe rotte, dopo Gaza? Quale sarà il > ruolo della memoria di fronte ai nuovi negazionismi? Grazie al lavoro di R. e di altre persone come lui, soprattutto giovani eredi di una catena intergenerazione di trauma e memoria, abbiamo il privilegio di andare a Srebrenica ad imparare una lezione. Ricordiamo, poi però, di metterla in pratica. Immagine di copertina e nell’articolo dell’autrice. Foto scattate a Srebrenica, Mostar e Sarajevo, nel mese di agosto 2025. Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Ricordare Srebrenica al tempo di Gaza proviene da DINAMOpress.
July 14, 2026
DINAMOpress