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L’israelizzazione che reprime anche l’Italia
Il conflitto a Gaza non interroga soltanto il diritto internazionale. Interroga anche le democrazie occidentali, chiamate a scegliere tra tutela dei diritti e il primato della sicurezza. Dalle analisi di Francesca Albanese alla vicenda della Freedom Flottilla, fino alle restrizioni del dissenso in Italia, un viaggio dentro quel paradigma che […] L'articolo L’israelizzazione che reprime anche l’Italia su Contropiano.
July 11, 2026
Contropiano
La Palestina centro morale del nostro secolo. “La luce del risveglio”, il nuovo libro di Francesca Albanese
La luce del risveglio. Dalla Palestina al mondo intero, un manifesto di resistenza e libertà Francesca Albanese, Rizzoli, maggio 2026. 304 pagine “L’unico ponte possibile tra l’incubo e il sogno, tra l’apocalisse e la luce del risveglio, sono proprio le azioni delle persone – di ciascuno di noi: persone di tutti i popoli e di tutte le età, chiamate ad agire come anticorpi sani di una società malata” Questo nuovo libro di Francesca Albanese è innanzitutto un appello all’azione, alla mobilitazione collettiva per fermare il genocidio e vincere l’indifferenza e il senso di impotenza di fronte allo strapotere militare e  mediatico  dominanti. È anche un’ulteriore, documentata denuncia della situazione in Palestina, supportata da molti contributi e riferimenti a opere, studi e ricerche internazionali. Il titolo evoca la Luce che ha portato al risveglio delle coscienze e può illuminare il Buio del presente. Il Buio di oggi nasce dal sistema economico, politico e tecnologico mondiale, che permette di uccidere e torturare esseri umani ridotti a entità astratte, sostenendone la disumanizzazione. E’ l’incubo vissuto da milioni di persone a opera di un potere e di un’ideologia di oppressione. Sono il dolore e i traumi che si trasmettono tra le generazioni e che, se curati male, portano chi ha sofferto a infliggere a sua volta traumi a chi è più debole. Sono le menzogne che nascondono l’arbitrio e la violazione del diritto. E’ la responsabilità di chi rende possibile tutto questo, mettendo in luce la doppia morale dell’Occidente che, come il Dottor Jekyll e Mister Hyde, proclama valori di democrazia e diritti e ne sostiene le peggiori violazioni. La situazione tragica di Gaza viene descritta come un’apocalisse: catastrofe, guerra, distruzioni, massacri, carestia… eppure, Apocalisse significa rivelazione. La Luce del risveglio che la Palestina sta accendendo in moltissime persone è la fine dell’indifferenza, la solidarietà internazionale, le enormi manifestazioni, gli scioperi, i ripetuti tentativi della Global Sumud Flottilla, i boicottaggi, i movimenti pacifisti… È come se questa tragedia invitasse la gente a unirsi per costruire ed essere il cambiamento.  Può sembrare la lotta impari di Davide contro Golia, può sembrare l’illusione donchisciottesca di riparare i torti e salvare i deboli e gli oppressi… L’attuale “mostro tentacolare” che opprime popolazioni e distrugge il diritto internazionale  è il sistema capitalistico-tecnologico, il potente “nemico comune”, cui contrapporsi, da cui emanciparsi, con coraggio e collaborazione, facendo rete, per dar luogo a una trasformazione epocale. Una rete di solidarietà che oggi si estende in tutto il mondo. Tutto questo viene raccontato in questo nuovo, bellissimo libro attraverso le azioni, i verbi e i loro molteplici significati. Ogni capitolo è denso di riferimenti a persone, avvenimenti e fonti, esposti nella ricchissima bibliografia, preziosa per chi desidera approfondire conoscenze e consapevolezza. Sognare Quando tutto crolla, diventa indispensabile sognare. La speranza significa piantare il primo seme per un futuro diverso. Sognare significa restare, resistere, immaginare tra le rovine e oltre le rovine. Così come un tempo c’è stato qualcuno che ha sognato un mondo senza schiavitù, un mondo in cui le donne votano, in cui il lavoro dei bambini è proibito, in cui le persone dalla pelle di qualsiasi colore hanno gli stessi diritti… La Palestina è il centro morale del Ventunesimo secolo: sognarla significa scegliere l’umanità, proprio quando sembra più difficile. Criticare Distinguere la verità dalla menzogna Criticare, in senso etimologico, significa distinguere la verità dalla menzogna. Come nella leggenda, la Menzogna si traveste da Verità nella narrazione della propaganda israeliana e della stampa internazionale. Chi testimonia la verità, come i fotografi e i giornalisti di Gaza, viene sistematicamente assassinato. A Gaza il numero di giornalisti uccisi deliberatamente è superiore a quello di tutte le guerre moderne messe insieme. Col pretesto del sostegno al terrorismo e dell’antisemitismo vengono criminalizzati gli attivisti che  si oppongono alle aberranti politiche di pulizia etnica.  La distruzione a senso unico di un potentissimo esercito su una popolazione indifesa viene spacciata per guerra. La luce che la Verità proietta sui fatti, le persone e le idee viene oscurata dalla delegittimazione e dalle false accuse. Emanciparsi La richiesta di uguaglianza Frantz Fanon, psichiatra e saggista, rappresentante del movimento per la decolonizzazione, denunciò il razzismo e la segregazione insiti nelle società coloniali. La potenza coloniale britannica esercitò il suo potere sulla Palestina reprimendo le popolazioni locali e favorendo l’immigrazione e la militarizzazione sionista. Oggi il contrasto si trova tra la ricchezza delle città israeliane e l’arretratezza di quelle palestinesi a cui è stato impedito  di svilupparsi, attribuendone la causa all’inferiorità della popolazione locale. La narrazione neocoloniale maschera il controllo, l’autoritarismo e la violenza con le necessità di sicurezza e rispetto dell’autorità. La consapevolezza della propria identità e la richiesta di uguaglianza portano a rivendicare l’emancipazione dei popoli colonizzati, come succede nelle lotte di liberazione dalle dittature, dalle forme di oppressione collettive e individuali, dall’apartheid, dalla mafia, dal patriarcato… Resistere Sumud, il coraggio della gente comune Sumud è una parola araba diventata ormai famosa, traducibile con fermezza, costanza, tenacia. È una pratica quotidiana, più che di opposizione o sopportazione, di coraggio della gente comune che si manifesta nel linguaggio, nei riti, nel cibo, nella memoria tramandata. Mantenere questo atteggiamento in un contesto di brutalità, soprusi e violenze continue è la sfida dei palestinesi all’oppressione di Israele, una pseudo democrazia schizofrenica, dove i ragazzi che servono nell’esercito sono convinti di difendere la patria compiendo terribili crimini. Oggi siamo tutti chiamati a resistere, in modo nonviolento, riempiendo le piazze, bloccando i porti, boicottando le aziende di morte, denunciando le complicità e sostenendo il diritto all’autodifesa e all’autodeterminazione del popolo palestinese. Nutrire La fame come arma di sterminio La fame come arma di sterminio è stata usata in molti genocidi, dall’Olocausto all’Holodomor in Ucraina e ancora in Namibia, Armenia e Biafra… Israele ha distrutto in modo intenzionale e sistematico tutte le fonti di approvvigionamento alimentare e idrico a Gaza, provocando la carestia, finalizzata a causare il maggior numero di vittime. Il cibo è un elemento importante dell’identità palestinese, momento di accoglienza e condivisione. I video di Renad e altri bambini e ragazzi che preparano i piatti tradizionali in cucine di fortuna sono un modo di comunicare al mondo la volontà di sopravvivere malgrado tutto. Piangere Chi decide quali vite meritano il pianto e quali no?   Chi traccia la linea tra il dolore che commuove il mondo e quello che il mondo ignora ? La narrazione di Israele che si difende dai terroristi  rende le vite dei civili palestinesi e le loro morti meno importanti di altre. Pensiamo ai giornalisti, ai medici, ai bambini considerati bersagli o danni collaterali, oltre a essere spesso diffamati prima e anche dopo la loro morte, o alle migliaia di migranti spariti in mare nell’indifferenza generale. Il potere decide chi è degno di protezione e chi no. La violenza diventa norma, ma le vittime e i sopravvissuti ci ricordano: “Non siamo numeri”… Eppure si sta diffondendo nella coscienza di molti l’empatia per il dolore degli “altri” e il riconoscimento dello stesso valore umano tra tutte le parti. Per molti israeliani ed ebrei nel mondo la solidarietà con le sofferenze dei palestinesi non nasce dal rifiuto dell’ebraismo, ma dai principi etici che esso contiene, in modo che il sogno di un popolo non diventi l’incubo di un altro. Curare Quale cura per una società malata? Il mancato riconoscimento della sovranità palestinese ha portato alla creazione di piccole enclave separate da muri e check point, alla distruzione sistematica di villaggi, alla cronicizzazione della condizione di profughi relegati in tendopoli e alla loro esclusione dai bacini acquiferi e dalle terre coltivabili. La salute fisica e mentale dei palestinesi soffre di stress da traumi continui, ma anche molti carcerieri e oppressori israeliani soffrono di un deterioramento psichico per le violenze compiute, pur se impunite e giustificate. La narrazione ufficiale maschera una situazione profondamente malata. La violenza non si cura con la violenza, le bugie coprono le ferite senza curarle. Essere anticorpi del sistema significa fare di tutto per risvegliare le coscienze: la cura, dopo un genocidio, comincia con la verità. Danzare Celebrare la vita danzando La dabke, danza tradizionale palestinese, è diventata un simbolo di unione, resistenza e richiesta di aiuto. Possiamo connetterci da tutti gli angoli del mondo per piangere insieme le ferite inflitte agli innocenti. E dopo aver pianto insieme possiamo abbracciarci per essere felici, per celebrare la vita, per danzare… Ritornare Il diritto al ritorno I palestinesi vogliono tornare. Le chiavi delle case che hanno dovuto abbandonare durante la Nakba, conservate per oltre settant’anni, rivelano una speranza ostinata. Un desiderio che non si è mai spento e si è espresso nella Grande Marcia del Ritorno in cui, dal 2018 al 2019, i gazawi manifestavano lungo la barriera di separazione, chiedendo la fine dell’assedio e subendo una repressione durissima che causò centinaia di morti e migliaia di feriti. Il progetto razzista della Grande Israele, infatti, non prevede nessun ritorno, anzi nega l’esistenza di un popolo e di uno Stato palestinese. Un’altra forma di resistenza e di attaccamento alla terra è la conservazione e redistribuzione  di sementi antiche, varietà autoctone e metodi di coltivazione tradizionali.  Quei minuscoli semi conservati perché non vadano perduti dimostrano che la rinascita e la riconciliazione sono possibili. Di seguito alcuni dei personaggi citati nel libro: Edward Said, intellettuale palestinese Mahmud Darwish, poeta palestinese Franz Fanon, psichiatra, critico del colonialismo Gabor Matè, medico, studioso di traumi collettivi Primo Levi, sopravvissuto all’Olocausto, scrittore Fatma Hassona, fotogiornalista e poetessa di Gaza, assassinata da Israele Anas al Sharif, giornalista di Gaza assassinato da Israele Ghassan Kanafani, scrittore, portavoce dell’FLP , assassinato da Israele Renad Anallah, bambina di Gaza evacuata in Olanda Bisan Owda, giornalista di Gaza, autrice di documentari pluripremiati Judith Butler, filosofa, collaboratrice di Jewish Voice for Peace Folke Bernadotte, diplomatico e presidente della Croce Rossa svedese, assassinato dai sionisti Vivien Sansour, artista e ambientalista palestinese attiva per la salvaguardia di antiche varietà̀ di semi   Natalia Latis
July 6, 2026
Pressenza
Due giorni a Palermo con Francesca Albanese
Anche quest’estate, come da tre anni a questa parte, Francesca Albanese ha mantenuto fede al suo appuntamento con Palermo. Semplice, sorridente, vestita alla buona, ha firmato a Villa Trabia le copie del suo ultimo libro uscito per Rizzoli, La luce del risveglio. I due incontri, di venerdì 26 e sabato 27 giugno, sono stati organizzati dalla rivista Antimafia 2000, Our voice – Voci nel silenzio (un gruppo che accoglie anche palestinesi), Amnesty International, CISS e Mediterranea Saving Humans. Primo giorno Il primo pomeriggio ha visto un dialogo a due voci tra la dott. Albanese e il procuratore Nino Di Matteo e pertanto ha assunto un taglio piuttosto insolito: si è accostata la ferocia della necropolitica israeliana alla mafia. L’essenza del necrocapitalismo – dice Francesca Albanese – è la concentrazione della ricchezza in pochissime mani: appena 50.000 persone controllano più della metà della ricchezza planetaria, in un intreccio perverso e lucroso fra controllo dei flussi di informazioni e dell’Intelligenza Artificiale, finanza e industria delle guerre. Eni e Leonardo sono complici di genocidio e Israele sta sdoganando un modello di “democrazia” in cui solo alcuni godono di cittadinanza e di diritti, mentre altri, intere popolazioni, sono “zona sacrificabile”, per usare un termine di Agamben. La Palestina non è lontana: lì vige un sistema in cui i profitti contano più dei diritti, come attorno all’ILVA di Taranto o alle raffinerie di Priolo e Augusta. È qui l’analogia con il sistema mafioso ed è qui che la resistenza palestinese si mostra vicina alla lotta antimafia: è necessario che il diritto, il diritto internazionale, nel primo caso, la Costituzione nel secondo, tornino a farsi valere. Bisogna denunciare la giustizia penale a due velocità: accanita contro i deboli e timida e timorosa verso i potenti, i colletti bianchi e la mafia del Palazzo, avverte Di Matteo. E bisogna intervenire contro il genocidio nel rispetto della Convenzione di Ginevra del 1948: riconoscerlo, prevenirlo, fermarlo, punirlo. La Convenzione prevede responsabilità individuali e statali da deferire alla Corte di Giustizia Penale Internazionale, responsabilità ben documentate dei Rapporti di Amnesty, CISS e Mediterranea di cui si parlerà sabato. Mentre l’informazione di regime ci vuole tutti consumatori passivi e bulimici, noi siamo consapevoli che, se non facciamo niente per fermare l’ingiustizia, siamo complici e che l’unica cosa che può fermare lo sterminio è la perseveranza: l’utopia, quando diventa progetto condiviso, si fa politica. Secondo giorno Prende per primo la parola (in inglese: è qui solo da un mese) Yusif, studente di Gaza venuto per frequentare l’Università di Palermo. «Non ho parole per descrivere il dolore che mi porto in petto e non so rispondere a chi mi chiede di raccontare quello che succede a Gaza. Ogni gesto quotidiano può costare la vita, come è accaduto ieri a un mio amico, uscito dalla tenda per andare al mercato e mai più tornato. E poi c’è la catastrofe dell’acqua. Qui a Palermo ho trovato la sicurezza fisica, ma ho lasciato dietro di me la mia famiglia (si interrompe fra le lacrime) che sta lottando per sopravvivere. Se posso chiedere una cosa al mondo, è di non dimenticare Gaza e la Palestina. Non siamo numeri, siamo persone che stanno ancora sognando di continuare la loro vita. Chiediamo solo il diritto di vivere nella nostra terra in pace, un diritto che dovrebbe essere per tutti e che noi non abbiamo.» Sami fa parte dell’organizzazione Youth of Sumud, nata nel 2017 e attiva nell’area C dei territori palestinesi occupati, area decisa dagli accordi di Oslo del 1993, ma che vede ora insediamenti israeliani, di coloni ed esercito. «I coloni stanno trasformandosi in soldati. Dopo il 7 ottobre possono ottenere il porto d’armi senza alcun controllo e minacciano di morte le nostre famiglie. Youth of Sumud aiuta gli abitanti a resistere alle demolizioni, a rimanere nei villaggi dopo un ordine di evacuazione: ricostruire è vietato, non vengono rilasciati permessi, allora aiutiamo le persone ad abitare le grotte che abbiamo attrezzato per la sopravvivenza.» Tina prosegue questo racconto citando il Report di Amnesty International che si occupa degli sfollamenti forzati di beduini, contadini e pastori, ossia della pulizia etnica nell’area C, occupata perché ricca di risorse naturali e per il progetto delle destre di creare un “Grande Israele”. Stanno sorgendo migliaia di nuove unità abitative, secondo un piano governativo gestito da grandi compagnie finanziarie, una delle quali fondata da Smotrich. L’obiettivo è ottenere “il massimo di territorio con il minor numero di palestinesi”. «Buttano gli animali nei pozzi d’acqua o li uccidono in altro modo. Sterminano gli ovini per costringere la gente ad andare via. Il 97% dei processi contro questi abusi finisce nel nulla, ma chi denuncia è arrestato e maltrattato. Il primo rapporto di Amnesty sul genocidio a Gaza non ha ricevuto risposta dal governo israeliano; a questo secondo sulla pulizia etnica in Cisgiordania è stato replicato che l’IDF difende tutti dal “terrorismo”, anche i palestinesi…» Le compagne di Mediterranea ci spiegano la loro volontà di difendere non solo il diritto di movimento ma anche quello di restare nel proprio Paese. Dopo il 7 ottobre la ONG ha iniziato a cooperare con l’Operazione Colomba che esiste già da 20 anni. Nel 2025 è uscito un rapporto sulle violenze subite da 3000 contadini, dall’abbattimento di case alle torture. «Si tratta di un progetto sistematico di genocidio e pulizia etnica, non di casi isolati. Noi facciamo interposizione nonviolenta: viviamo insieme ai palestinesi, facciamo scudo e riportiamo tutto ciò che succede in video e registrazioni. Così raccogliamo prove documentali da presentare alla corte internazionale e, inoltre, custodiamo esperienze di vita che si oppongono alla narrazione di regime.» Amal Kayal del CISS presenta il libro Io ero la numero 5 edito da Momo, che riporta le storie di 26 fra le duecento donne intervistate; sono solo donne di Gaza e tutte hanno subito violenza, fisica o verbale, e minacce. Il rapporto riferisce la violenza di genere nelle carceri ma pure dentro le case e per le strade.  «Hanno appreso dalla Shoah gli ebrei a tatuare numeri sul braccio ai palestinesi arrestati?» si chiede Amal. «Una delle storie racconta di come i soldati hanno aizzato un cane contro un bambino sotto lo sguardo della madre impotente. Altre documentano di come i cani vengono utilizzati per stuprare gli uomini. Le donne fermate sono costrette ad andare in bagno lasciando la porta aperta per gli occhi lascivi delle guardie. Al momento degli arresti vengono svuotati i telefonini e le immagini delle fanciulle e delle adulte trasferite sui cellulari dei soldati che poi ne fanno video da postare su tik tok con didascalie scurrili. La biancheria intima femminile viene strappata dai cassetti e profanata davanti a mariti e figli. In questo modo si colpisce la sacralità delle donne fondata sulla tradizione: gli attacchi alle mogli, madri, sorelle e figlie funzionano anche come una provocazione per gli uomini, oltre che per umiliare e zittire le donne, che taceranno per la vergogna. E poi ci sono le deportazioni forzate. E l’assenza di medicine e l’impossibilità delle cure. Quando sono stata evacuata, a due mesi dall’inizio del genocidio, mio padre ha scoperto un cancro al pancreas che non ha mai potuto curare. I soldati impediscono di portare i bimbi in ospedale, bloccando per giorni i genitori ai posti di blocco. Il mio nome significa Speranza e Immaginazione, eppure nonostante il mio nome bellissimo, sto perdendo la speranza, ma mi dico che essa non è un’opzione per noi, bensì un impegno di resistenza. Scusate la mia rabbia…» Le ribatte Francesca Albanese: «Altro che scusarti! Io provo un grande senso di vergogna, ma anche di gratitudine, perché fare la relatrice speciale mi ha resa una persona diversa e migliore: mi ha permesso di fare la cosa giusta. Vorrei ricordare a tutti noi che cos’è Sumud: è fermezza, tenacia, è una grammatica esistenziale; è più che resistenza, è restare, è l’indigenità di tutti gli abitanti delle zone sacrificate dai potenti; è il contadino che coltiva gli ulivi nonostante i posti di blocco, il ventre che rimane pregno nonostante il genocidio. E noi cosa facciamo? Sumud per noi dev’essere integrità, integrità contro la mafia di Stato, impegno ad attuare la Costituzione ancora incompiuta, rispetto della lista BDS: scelte etiche, consumi etici, investimenti etici, “ognuno come può, ognuno come sa” come diceva Caponnetto.»   Daniela Musumeci
June 28, 2026
Pressenza
Attivisti per la Palestina, la necessità di fare squadra
Nei giorni scorsi a Cremona abbiamo ospitato tre eventi che ci hanno descritto una situazione tragica in merito a quello che sta vivendo la popolazione palestinese. L’11 giugno incontro con PalMed – organizzazione di medici pro-Palestina – con la presenza di Raed Almajadalawi, medico palestinese gazawi che ora vive in Italia. Il 16 giugno incontro con Loris de Filippi, neonatologo già presidente di MSF, al rientro da una missione durata 18 mesi a Gaza con l’Unicef. Il 19 giugno incontro con Francesca Albanese in collegamento online con oltre 150 piazze italiane. Tutti noi attivisti in vari modi coinvolti in questa tragedia siamo ed eravamo già a conoscenza di quanto sta accadendo, ma quello che, a mio parere, è emerso come davvero fondamentale e necessario e che è stato ribadito in tutti e tre gli incontri è la necessità di “fare squadra”. Noi che ci ritroviamo giornalmente o settimanalmente o “quando è possibile” nelle nostre città cercando di coinvolgere quelle persone che umanamente condannano ma materialmente si sentono impotenti, spesso abbiamo la brutta sensazione che il nostro impegno sia inutile, eppure la nostra coscienza ci impone di non mollare. Allora ci chiediamo: “Cosa possiamo fare di più incisivo?” La risposta ci è arrivata forte e unanime dai relatori di questi tre eventi: occorre fare rete, unirci, collaborare, partecipare, informarci, prendere posizione e diffondere tutte le iniziative delle oltre 150 piazze che in Italia si mobilitano in favore del popolo palestinese e per la giustizia di tutti. Dall’incontro con Francesca Albanese è apparso evidente che non siamo “quattro o dieci pensionati nullafacenti” come ci definiscono sui social. Siamo migliaia e ognuno di noi ha le competenze per fare qualcosa, anche piccola, che serve a svegliare in primis una coscienza collettiva e pensante che possa fare pressione sul nostro governo e sull’Europa, che invece ci stanno trascinando in un baratro disumano. I politici italiani ormai hanno il solo obiettivo di vincere le elezioni; noi attivisti da ogni città dobbiamo fargli capire che le priorità sono altre e che vogliamo essere rispettati e ascoltati in merito a: * Lo stop alla vendita di armi * Il diritto all’obiezione di coscienza * Il boicottaggio dei prodotti israeliani * La condanna e le sanzioni al governo israeliano * La condanna alle azioni militari immotivate del governo americano * Il riconoscimento dello Stato di Palestina * Obbligare Israele a consentire l’ingresso di aiuti sanitari e umanitari a Gaza. In sintesi, noi siamo nel giusto e restando uniti possiamo fare molto. Fiorenza Dall’Olmo. Gruppo Palestina viva/cessate il fuoco, Cremona     Redazione Italia
June 24, 2026
Pressenza
Cagliari, dal presidio in piazza Yenne all’incontro con Francesca Albanese
Cagliari, dal presidio in piazza Yenne all’incontro con Francesca Albanese: una serata da non dimenticare. Cagliari, 19 giugno 2026. In piazza Yenne, ribattezzata “piazza dell’indignazione”, un piccolo gruppo di attivistƏ del presidio stabile, tiene fede all’impegno giornaliero per la Palestina. Anche stasera sventolano le bandiere della Palestina e lo striscione con la scritta: “Il Presidio r1pud1a la guerra”. Alcuni ragazzi algerini si fermano, chiedono di tenere la bandiera palestinese per scattarsi una foto. La maggior parte delle persone che partecipano al presidio sono già accorse alla sala del teatro nel quale si svolgerà l’incontro con Francesca Albanese, relatrice ONU per i diritti dei palestinesi, organizzato dal presidio di Cagliari, a cui si collegheranno via streaming 150 punti di ascolto in tutta Italia (presidi permanenti, periodici, gruppi impegnati a sostegno della causa palestinese). Presidio Palestina Cagliari in piazza Yenne (foto di Pierpaolo Loi) L’atmosfera che si respira tra le persone convenute, nonostante il caldo, è gioiosa, consapevoli che la serata proseguirà con un incontro indimenticabile.  Alle ore 20:00 ci si sposta verso il teatro, ospiti della compagnia “Lucido sottile” e della Municipalità di Pirri. Il teatro ha una capienza limitata di persone, per cui in città si potrà partecipare insieme a questo evento anche al centro sociale “Su Tzirculu”. Prima della diretta con Francesca Albanese e il giornalista Matteo Meloni, che interloquiranno sul libro “La Luce del risveglio. Dalla Palestina al mondo intero”, “Le Lucide”, le artiste Tiziana Troja e Michela Sale Musio della compagnia teatrale LucidoSottile, offrono una loro performance sul testo “Capire la guerra”. Testo recitato a due voci che scandaglia il tema della guerra, come si presenta, da dove nasce, ecc. In realtà, non si tratta di “capire la guerra” perché la guerra è irrazionale, in quanto distruttiva; si tratta di prevenire la guerra, a partire dalle relazioni interpersonali. Si susseguono interventi di rito: i saluti istituzionali da parte di Mara Laura Manca, presidentessa della Municipalità di Pirri, e l’intervento di Davide Carta, delegato del sindaco di Cagliari per “Cagliari Città della Pace e del Dialogo nel Mediterraneo”. Ringraziando per questa iniziativa, richiama il fatto che «dalla tregua di ottobre 2025 sono stati uccisi oltre 1000 palestinesi nella Striscia di Gaza, di cui 245 bambini, e in Cisgiordania continuano uccisioni, occupazioni e soprusi da parte dei coloni israeliani, ormai terroristi legalizzati. Ed i governi tacciono, primi fra tutti quelli europei». Guardare alla Palestina come Anima Mundi vuol dire che «noi non guardiamo soltanto un pezzo di terra lontano, ma guardiamo noi stessi. Guardiamo la tenuta del diritto internazionale, che vale solo se vale per tutti, sempre. Guardiamo la nostra capacità di indignarci ancora. Guardiamo, in fondo, che tipo di umanità vogliamo essere». La diretta streaming si apre con la lettura di tutte le piazze collegate dal sud al Nord d’Italia da parte di Vania Erby e Stefania Montis di Presidio Palestina Cagliari. Stefania Montis e Vania Erby del Presidio Palestina Cagliari Segue l’intervento di Tiziana Troja a nome dell’ANPI: «La Palestina è da decenni uno dei luoghi più dolorosi e controversi del nostro tempo». Una domanda sorge spontanea: «Quale valore attribuiamo alla vita umana, alla libertà, alla giustizia e ai diritti delle persone?». La parola passa al dott. Fawzi Ismail, presidente dell’“Associazione Amicizia Sardegna Palestina”. Sintetizzo il suo appassionato intervento Questa straordinaria iniziativa promossa dal basso dimostra che, nonostante l’ignavia e la complicità dei governi europei nei confronti dello Stato genocida d’Israele, la solidarietà per la Palestina è nel cuore dei popoli della Terra. Lo dimostrano le grandi manifestazioni dell’autunno scorso in tutto il mondo. Ciò che sconcerta è che la Sardegna, come la Sicilia e altre regioni d’Italia, siano diventati luoghi in cui anche soldati dell’IDF, che hanno partecipato ai massacri nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania, vengono a “decomprimersi” nelle nostre spiagge. E intanto la repressione viene esercitata duramente nei confronti dei palestinesi d’Italia che protestano contro il genocidio, fino ad essere trattenuti in carcere. Fawzi Ismail, presidente di Amicizia Sardegna Palestina Infine, l’intervento di Vania Erby, prima di cedere la parola a Matteo Meloni e Francesca Albanese: “Siamo veramente emozionati del dirvi che oggi siamo tantissimi e tantissime – esordisce – e che Palestina Anima Mundi sta attraversando non solo in streaming tutta l’Italia, da Nord a sud, fino alle sue due isole più grandi. Più di 150 presidi stabili, piazze, circoli, comitati, sono collegati con noi questa sera…”. Ho vissuto insieme alle amiche e agli amici del presidio cagliaritano la preparazione di questo evento, l’impegno profuso in special modo dalle donne, il loro entusiasmo, la loro tenacia e determinazione che ci ha consentito di raggiungere tantissime realtà in Italia. Per questo motivo, nella sala del teatro si respirava la commozione per il raggiungimento di questo traguardo. Non mi soffermo sui contenuti dell’incontro con Francesca Albanese con la quale ha dialogato in maniera magistrale Matteo Meloni, ponendo domande sul suo ultimo libro (di cui poco si sente parlare nei media), e domande pervenute dai diversi presidi; contenuti per i quali rimando alla lettura di diversi articoli pubblicati da Pressenza, in particolare a  https://www.pressenza.com/it/2026/06/palestina-anima-mundi-un-emozionante-incontro-tra-francesca-albanese-e-150-presidi-in-tutta-italia/ , e alla visione della registrazione dell’incontro sul canale YouTube di PresidioPalestinaCa: https://www.youtube.com/live/gzV5wcuU-64?is=pccIXpvx1qjfn7BP . Siamo gratƏ a Francesca Albanese per averci dedicato ore preziose del suo tempo, riuscendo a conciliare la professionalità del suo intervento con l’attenzione amorevole alla sua gattina. Il suo messaggio – nonostante da tempo viva sulla propria pelle e quella della sua famiglia l’avversione verso il suo lavoro in difesa dei diritti del popolo palestinese, attraverso le sanzioni impostegli dal governo statunitense – è stato un messaggio di speranza: uniti e unite ce la possiamo fare a cambiare questo mondo. Alla fine dell’incontro ci siamo abbracciati tutti e tutte, un abbraccio commosso e gioioso, nella consapevolezza di essere unitiƏ a tuttiƏ coloro che nel mondo soffrono ingiustizia e oppressione, a cominciare dalla gente di Palestina.   Pierpaolo Loi
June 23, 2026
Pressenza
“Palestina Anima Mundi”, la piazza di Palermo tra riflessioni e proposte
Anche la piazza di Palermo, rappresentata dall’Assemblea cittadina per la Palestina, ha partecipato all’evento nazionale Palestina Anima Mundi, che ha visto coinvolte piazze di città, grandi e piccole, nate dai “presidi stabili” quotidiani, settimanali, mensili o dalle assemblee cittadine che dal 2023 organizzano e manifestano, con varie forme e con cadenza periodica; una diffusa rete orizzontale, una vera mappa dei luoghi che incarnano il sostegno alla resistenza del popolo palestinese contro il genocidio e contro l’occupazione e la distruzione dei territori occupati in Cisgiordania. Nella serata di venerdì,19 giugno, questo piccolo universo solidale, disseminato in più punti, nato dal basso, un unico corpo politico fatto di tante storie collettive, riconosciutosi nel lemma Palestina Anima Mundi, si è dato appuntamento, in rete, su proposta dei presidi di Cagliari e Milano, per mantenere vivo il dibattito su Gaza, Cisgiordania e Libano, dialogando con Francesca Albanese, relatrice speciale delle nazioni unite sui territori palestinesi occupati, in occasione della presentazione del suo ultimo libro La luce del risveglio. Dalla Palestina al mondo intero. Senso e significato della serata e della sua suggestiva intestazione sono stati sottolineati da alcuni attivisti negli interventi di apertura della manifestazione e ulteriormente motivati ed esaltati, con  vigore e incisività, nell’intervista che il giornalista Matteo Meloni ha rivolto a Francesca Albanese. Palestina Anima Mundi è il luogo in cui si gioca l’“anima” della nostra civiltà, è il centro, non la periferia, il prisma per leggere le ingiustizie globali, lo specchio in cui si riflettono le contraddizioni del nostro tempo (razzismo, autoritarismo, rimozione della memoria, culto della forza, colonizzazione); “un luogo che parla al cuore del mondo, e che il mondo non può più permettersi di ignorare”, perché in quel quadrato di terra si gioca la dimensione etica e politica del mondo intero; se la Palestina muore, muore un pezzo di anima del mondo. Se resiste, ci insegna a resistere. L’intervista di Matteo Meloni si è aperta, dunque, con la presentazione del libro La luce del risveglio. Dalla Palestina al mondo intero, e solo dopo si è dato spazio alle domande arrivate dalle 175 piazze collegate. Il libro è un viaggio profondo nella storia della Palestina degli ultimi 100 e più anni, ma la vera Storia  passa attraverso i corpi, le case, le canzoni, le chiavi custodite.  Francesca Albanese elegge la Palestina a paradigma universale, non solo caso specifico; la Palestina è una lente per leggere ogni oppressione, per capire il sistema-mondo. Ciò che accade in Palestina rivela i meccanismi della violenza coloniale, della rimozione, dell’equidistanza complice che ritroviamo ovunque. Il libro dà voce a “chi ha avuto il coraggio di dire la verità mentre intorno imperversavano le menzogne, e chi la verità l’ha pagata con la vita”. L’autrice parte dal linguaggio: decolonizzare non è un vezzo, non è uno stile culturale o accademico, è un atto politico che decostruisce il centro, cancella il punto di vista di chi gerarchizza; è una presa di coscienza, una necessità per smontare la struttura materiale del potere che riproduce il dominio su vari livelli. “Dovremmo smettere di dire Medio Oriente e iniziare a usare Asia occidentale”, dichiara, con forza, Francesca Albanese, perché il primo è un termine nato dallo sguardo dei colonizzatori, uno sguardo che giudica le persone dal colore della pelle, uno sguardo che ha giustificato schiavitù, occupazione, sfruttamento; uno sguardo che è stato interiorizzato e che si spera possa sparire con la nostra generazione, che ha gli strumenti per individuarlo e disinnescarlo. Matteo Meloni insiste sulle fonti che costituiscono l’architettura del del libro, citando Said, Fanon, Gabor Maté: autori che hanno smontato razzismo, colonialismo e traumi storici. Francesca Albanese riconosce il contributo significativo di questi pilastri fondamentali, senza i quali il suo testo non starebbe in piedi; da lì allarga il discorso: dopo il 1945 l’Occidente si è raccontato la favola di essere diventato buono, evitando così di fare i conti con se stesso, con i nodi irrisolti, ancora presenti sotto mutate forme, della sua storia e della sua affermazione. L’appello della relatrice speciale è netto: protestare, resistere. Il cambiamento politico arriva solo se in tanti provano a mettersi in gioco, se una massa critica di persone integre e incorruttibili, anche di diversa appartenenza politica, si espongono, pienamente consapevoli che oggi s’impone, con sempre maggiore urgenza, la necessità di una visione umanista vera, che metta le persone al centro e garantisca diritti uguali, in un mondo segnato dalle gerarchie, dalla disomogeneità, dall’ingiustizia, dall’illegalità ostentata. Il turbamento e lo sdegno che Gaza genera può diventare motore per combattere l’indifferenza, l’equidistanza, la neutralità, la complicità, tutto ciò che rende possibile un genocidio. Nel rispondere ad altre domande relative al ruolo della stampa, F. Albanese anticipa la prossima pubblicazione di un rapporto intitolato Il Mediacidio, che pone sotto accusa l’attività di manipolazione dei media occidentali, considerati liberali, sottolineando che solo con l’informazione giusta e l’impegno collettivo possiamo contrastare quello che chiama “necro-capitalismo”: un sistema che produce profitti dalla morte, dalla distruzione, dai conflitti e dalla negazione dei diritti; un sistema che privilegia la guerra come mercato, la vendita di armi anziché il rispetto del diritto internazionale. > QUALI AZIONI POSSONO RIVELARSI EFFICACI E AUTENTICHE PER CONTRASTARE QUESTA > DRAMMATICA DERIVA, CHIEDE, IN CHIUSURA, MATTEO MELONI? Secondo Francesca Albanese è essenziale e imprescindibile quanto segue: stare nello spazio pubblico con amore e cura, attraverso gesti quotidiani e perseveranza; raccontare la Palestina a chi non la vede, cioè ridare nomi e volti alle storie, testimoniando le vite: ogni racconto che squarcia il silenzio è un atto di resistenza; leggere e attuare la Costituzione; costruire reti trans-mediterranee tra l’Europa del sud, il Nordafrica, l’Asia occidentale, affacciati sullo stesso mare, per creare un’economia capace di unire i popoli; trasformare la mobilitazione dal basso in pressione istituzionale, attraverso la campagna BDS, per colpire il portafoglio di chi trae profitto dall’occupazione, sostenendo il contenzioso contro Leonardo Spa, uno dei responsabili della fornitura di armi e sistemi di controllo a Israele; prospettare l’obiezione di coscienza contro l’economia di guerra, come rifiuto di lavorare per produrre armi o come rifiuto di partecipare con il proprio lavoro al ciclo che produce morte. Infine essere “cellule di cambiamento”, una scelta improrogabile per non restare inermi e indifferenti, per abbattere i muri con la forza della giustizia. La partecipazione della piazza di  Palermo all’evento nazionale è stata, inoltre, occasione propizia per presentare al pubblico intervenuto l’opuscolo La nostra Terra, le loro guerre, esitato dalla due giorni del 2-3 maggio 2026, presso l’Eco Museo del Mare di Palermo. L’iniziativa è stata promossa dall’Assemblea Cittadina per la Palestina e dal Coordinamento Regionale Siciliano per la Palestina, con l’obiettivo di costruire uno spazio di confronto politico unitario sulla questione palestinese e sulle sue connessioni globali. Il percorso è nato dalla necessità di affrontare in modo non frammentato temi cruciali che attraversano la contemporaneità: la resistenza palestinese, il colonialismo, la militarizzazione dei territori e della formazione e la repressione politica, fenomeni che non possono essere analizzati separatamente, poiché affondano le loro radici in matrici imperialiste e capitaliste comuni. La lettura proposta è stata dunque sistemica: la Palestina assunta come prisma per comprendere le logiche di dominio che operano su scala globale. La due giorni si è strutturata come laboratorio intensivo di autoformazione politica.  Coloro che hanno partecipato si sono suddivisi in tavoli tematici specifici con il compito di delineare obiettivi pertinenti e pratiche di lotta radicale e alternativa, pensate per incidere concretamente sui territori di provenienza.  Il lavoro collettivo non si è esaurito nella discussione: l’elaborazione emersa dai tavoli è stata sistematizzata nell’elaborazione dell’opuscolo.  Il documento si presenta, quindi, come sintesi integrata dei contributi e come strumento operativo, volto a fornire chiavi di lettura e indicazioni di azione. Il titolo dell’opuscolo sottolinea la centralità della Sicilia all’interno di questo orizzonte. Per la sua posizione geografica nel Mediterraneo e per la forte militarizzazione legata alla presenza di basi NATO e statunitensi, l’isola è individuata come snodo strategico. Proprio questa condizione rende la Sicilia un centro vivo di solidarietà internazionale e, al tempo stesso, un territorio esposto alle contraddizioni dell’imperialismo. L’opuscolo, che non ha mero scopo analitico, reca in sé l’invito esplicito a tradurre l’analisi in pratiche concrete di resistenza. L’obiettivo dichiarato è duplice: evitare di restare impreparati di fronte ai gravi eventi globali in corso e contribuire attivamente alle lotte dei popoli oppressi dall’imperialismo. La resistenza viene quindi intesa come processo collettivo, radicato nei territori, che unisce riflessione teorica e azione politica. Redazione Palermo
June 22, 2026
Pressenza
Palestina Anima Mundi anche a Como
Nella serata di venerdì 19 giugno è stata proposta a livello nazionale un’iniziativa “dal basso” sulla Palestina, con la partecipazione di Francesca Albanese, relatrice speciale per l’Onu sulla situazione dei territorio palestinesi occupati. L’iniziativa, che ha preso la forma di una lunga intervista on-line (condotta dal giornalista Matteo Meloni), merita qualche commento sia sull’approccio organizzativo che sui contenuti. Bisogna infatti sottolineare che questo incontro è frutto della proposta condivisa tra i “presidi stabili” per la Palestina di Cagliari e di Milano; la denominazione – tuttora ufficiosa, ma sempre più diffusa – sta a designare tutte quelle realtà che nei mesi del genocidio perpetrato contro la popolazione palestinese hanno continuato a manifestare in forme diverse, ma sempre nonviolente, con cadenza periodica (quotidiana, settimanale, quindicinale ecc.) e continuativa la propria solidarietà alla Palestina. In qualche caso l’impegno è cominciato già nel novembre 2023, a Milano nel 2025, a Como dall’inizio del 2026 e a Genova addirittura – a staffetta con un presidio per la Pace – addirittura da oltre cinque anni. Con l’intento di dare a queste tante diversissime realtà una sorta di orizzonte organizzativo condiviso (al di là dell’ovvia convergenza sul tema della Palestina) il presidio di Cagliari ha proposto questa iniziativa “comunitaria” grazie a un contatto diretto con Francesca Albanese. In pochi giorni (Como è stata contattata da Milano meno di un mese fa) il numero di realtà aderenti è cresciuto non proprio esponenzialmente, ma quasi: 60, poi 81, poi 105, poi 120; l’ultimo conto – alla vigilia della trasmissione – è arrivato alla cifra, sempre approssimativa di 175. Non tutti “presidi stabili” in effetti, ma comunque gruppi “stabilmente” impegnati a sostegno dei diritti del popolo palestinese. Il lavoro di coordinamento, generosamente condotto dalle persone di Cagliari e di Milano, poi con la collaborazione anche di altre realtà sparse sul territorio, ha permesso una prima presa di contatto “orizzontale” tra gruppi e reti sparse davvero su tutto il territorio. In una riunione-fiume, ovviamente on-line, ciascun presidio si è brevemente presentato; ognuno può fare i conti moltiplicando 30 secondi (in media) per un numero qualsiasi alto a piacere, come avrebbero detto docenti di matematica d’altri tempi. Tutti sperano che questa ricchezza di contatti, di persone, di idee trovi il modo di rafforzarsi e di dar vita a quella mobilitazione che deve riuscire a rendere giustizia al popolo palestinese, così come a tutti i popoli oppressi della Terra. È questo alla fine – per passare brevemente agli aspetti contenutistici della serata – il centro del ragionamento che ha condotto Francesca Albanese durante la sua intervista: sembra che si stia facendo poco, ma in realtà si sta facendo molto e questo poco-molto merita di diventare sempre di più. In un racconto che – a partire dalle pagine del suo ultimo libro La luce del risveglio – ha messo in evidenza tanto le analisi politiche più generali quanto le riflessioni più personali e intime, Francesca Albanese ha espresso, senza facili entusiasmi, la sua fiducia nella possibilità di riaffermare la giustizia internazionale. Anche se alla domanda, un po’ retorica, “come vede il futuro di Israele e Palestina” non ha potuto fare a meno di rispondere “non lo so”. Non ha mai rimosso i problemi, non ha dato una versione edulcorata della drammatica situazione con cui ci si deve confrontare, ha messo in evidenza le tremende responsabilità del “nostro” Occidente, l’incapacità di affrontare con decisioni coraggiose i rapporti di forza con Israele. Ha speso parole inequivocabili sulle indispensabili pratiche di boicottaggio, sanzioni e disinvestimento, che possono essere la saldatura tra le “buone pratiche” dal basso con le ponderate decisioni istituzionali: se gli stati “democratici” si decidessero a interrompere i rapporti economici e militari con lo Stato di Israele, le sue condotte criminali non potrebbero durare a lungo. Un incontro che al pubblico virtualmente presente (impossibile dire quante persone stessero assistendo all’intervista, ma moltiplicando una media di 50-100 presenti per gli oltre 150 “punti di ascolto” si arriva facilmente a 10-15 mila persone almeno) è servito a dare elementi di conoscenza e anche motivazioni di azione. Non è poco. Soprattutto pensando che questa iniziativa è stata veramente progettata e realizzata dal basso. Un’altra comunicazione è possibile, e anche a Como abbiamo dato il nostro, sia pur piccolo, contributo. Continueremo la presenza in piazza San Fedele domenica dalle 17.30 alle 18.30. L’intervento di introduzione La registrazione dell’intervista a Francesca Albanese. Immagini di Massimo Borri, ecoinformazioni, con i banchetti informativi nell’atrio del Teatro Nuovo di Como. Ecoinformazioni
June 20, 2026
Pressenza
Palestina Anima Mundi, un emozionante incontro tra Francesca Albanese e oltre 150 presidi in tutta Italia
C’era anche il Comitato Varesino per la Palestina, tra le oltre 150 piazze, presidi e comitati che hanno partecipato all’evento di venerdì 19 giugno Palestina Anima Mundi. Promotore dell’iniziativa nazionale è stato il Presidio di Cagliari, che dall’Accademia d’Arte Vega ha organizzato un collegamento con tutte le piazza d’Italia che hanno aderito e ha agevolato la diretta sul canale YouTube di PresidioPalestinaCA. Il giornalista Matteo Meloni ha intervistato Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati in occasione della presentazione del suo ultimo libro “La luce del risveglio”. Dalle 20:00 alle 21:00 sono intervenuti diversi attivisti e personalità pubbliche per presentare la serata e portare dati, punti di vista e riflessioni sull’importanza di questo incontro. Molto emozionante la lettura di tutti i punti collegati, una vera mappa dell’Italia che si organizza e resiste. Emerge l’esigenza di non assuefarsi alle pessime notizie e trasformare l’indignazione in militanza attiva, fatta di valori, convivenza e azioni concrete. In questa occasione si è fatto riferimento anche al progetto Cagliari – Città della Pace e del Dialogo nel Mediterraneo, nato e promosso per costruire comunità e ponti di dialogo. L’intervista a Francesca Albanese ha riguardato nella prima parte la presentazione del suo libro e in un secondo momento si è dato spazio alle domande inviate dai vari comitati e presidi. Innanzitutto, la Albanese ha chiarito l’importanza del linguaggio in merito alla decolonizzazione, che non deve essere solo un vezzo linguistico, ma una presa di coscienza forte. Quando si parla dei territori palestinesi, bisognerebbe iniziare a chiamare quella terra Asia occidentale e non Medio Oriente, retaggio storico di un linguaggio nato da paesi colonizzatori, augurandosi che certi modi di pensare, come lo sguardo che si sofferma sul colore della pelle delle persone, spariscano con la nostra generazione. Matteo Meloni ha messo l’accento sulle tantissime fonti e la bibliografia riportate nel libro, citando figure importanti come Edward Wadie Said, scrittore statunitense di origine palestinese e Frantz Fanon, psichiatra francese, nato nei Caraibi, che ha analizzato le questioni raziali, da uomo nero in una terra di bianchi, dove il suo valore come persona veniva nascosto dal razzismo per il colore della sua pelle. Altro autore citato Gabor Maté,  scrittore di origini ungheresi che ha affrontato i temi dello sviluppo e dei traumi infantili e della violenza sulle persone. L’autrice ha confermato l’importanza delle fonti nella realizzazione del suo testo. Dalla Seconda Guerra Mondiale in poi, con la nascita delle Nazioni Unite, sembra che l’Occidente abbia voluto illudersi, credendo alla favola del mondo migliore dove eravamo diventati tutti più buoni, ma bisogna iniziare a fare in conti con questa falsa visione di noi stessi. Siamo in un momento storico in cui è bene prendere coscienza e cercare una visione realmente umanista del mondo, mettendo le persone al centro, garantendo uguali diritti per tutti; a questo proposito ha ricordato i numeri relativi alla distribuzione disomogenea e ingiusta della ricchezza mondiale attuale. Dovremmo tutti far parte della “Famiglia Umana”. Nel libro si cita la saga cinematografica di “Avatar” del regista James Cameron, che racconta lo scontro tra l’avidità umana e l’armonia della natura sul pianeta Pandora. Per la Albanese, soprattutto il terzo film è un inno alla resistenza attraverso l’unione delle forze dei protagonisti, così come ci può insegnare la resistenza dei palestinesi. Si è fatto riferimento al pensiero razzista nei confronti del popolo palestinese; chi, tra gli israeliani, vuole combatterlo subisce punizioni e persecuzioni. La Albanese invita alla protesta e alla resistenza e si augura un cambiamento politico che può avvenire solo grazie all’impegno di molti; non importa da che parte politica stiano, ma è necessario siano integri e incorruttibili e spera che il suo libro possa spingere le persone a impegnarsi per questo. Grazie a quello che abbiamo visto durante questi ultimi anni in Palestina, i giovani sono turbati e sdegnati e questi sentimenti possono essere un motore per evitare l’indifferenza che rende possibile un genocidio. Meloni chiede cosa ne pensa di quanto avviene nel mondo dell’informazione, delle censure e delle manipolazioni sui social da parte dei governi, in primis quello di Israele. La Albanese ha annunciato che sta preparando un rapporto proprio su questo tema che avrà come titolo “Il Mediacidio”, dove viene sottolineato che anche nei media occidentali, persino quelli considerati liberali, le informazioni vengono costantemente manipolate attraverso linee guida da adottare nel modo di comunicare, l’omissione di fatti storici, l’invenzione di fatti appositamente estremizzati, la censura e il licenziamento di giornalisti. Le è stato chiesto, da giurista, cosa pensa della Corte Internazionale di Giustizia e del Diritto Internazionale oggi. Il pensiero della relatrice è che bisognerebbe cambiare prospettiva. Dobbiamo essere consapevoli che anche in Italia ci sono ancora tante ingiustizie; ha citato i fatti del G8 della Scuola Diaz di Genova o il caso Cucchi e fatto riferimento alle tante situazioni irrisolte e ingiuste che ancora oggi, nel 2026, continuano a verificarsi nel nostro Paese. L’Italia è ricca di risorse e talenti e con l’informazione giusta e l’impegno di molti, abbiamo speranza di migliorare nel futuro per contrastare questo necro-capitalismo intento a perseguire profitti a danno dei diritti di tutti. L’appello di Albanese è quello di partecipare allo spazio pubblico con amore e cura, perché il cambiamento si vede nei gesti quotidiani, ci vuole perseveranza, sono processi lunghi che richiedono impegno e costanza: raccontare la Palestina a chi ancora non riesce a vederla, abbracciare anche la comunità ebraica che è contro al genocidio e che fatica a dissentire dal suo governo. È buona pratica la lettura e la diffusione della nostra Costituzione, che purtroppo è rimasta inattuata per decenni, ma che è frutto delle migliori intelligenze, la base del diritto italiano e che vieta il fascismo, cosa che molti hanno dimenticato negli ultimi anni. Cita Enzo Avitabile con “Tutt’ egual song’ ‘e criature” e parla di sua madre e di come nel capitolo “Nutrire” del suo libro “La luce del risveglio” ha voluto renderle omaggio con il ricordo di quando cucinava per lei e per la sua famiglia, in qualsiasi parte del mondo Francesca si trovasse, come nella classica tradizione meridionale d’Italia. Questo la porta a pensare come il Mediterraneo unisca i popoli del sud dell’Europa con quelli del Nordafrica e dell’Asia occidentale, tutti affacciati sullo stesso mare e legati tra loro. Da qui l’importanza di costruire reti trans-mediterranee. Nella seconda parte dell’intervista, si è lasciato spazio alle domande dei presidi e dei collettivi che Meloni ha riportato: Negli ultimi mesi vi è stata una mobilitazione diffusa della società civile; come trasformare questo movimento dal basso in qualcosa che possa essere portato all’attenzioni delle istituzioni? Per prima cosa ringrazio il movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni contro Israele) per tutto quello che fa. È importante sostenere il contenzioso contro Leonardo Spa (partecipata dello Stato) denunciata per la vendita di armi a Israele. Occorre richiedere allo Stato che venga istituita per i lavoratori l’obiezione di coscienza contro l’economia di guerra che permetta di esimersi, sul proprio posto di lavoro, dal collaborare a un lavoro che ha come fine la guerra, la creazione di armi, la logistica di supporto alla guerra. Voglio citare i tanti portuali italiani ed elogiare il loro lavoro e le loro proteste per impedire il traffico di armi dirette a Israele e ad altri Paesi dove si violano i diritti umani. Invito a portare idee per essere attuatori della Costituzione, che porti a un multilateralismo decolonizzato e cita Sandro Pertini che si batteva per la libertà e la giustizia sociale. Chi è al governo risponde alle logiche delle lobby, la mobilitazione dal basso può fare emergere le richieste e gli interessi dei popoli. Tutte le minoranze, le persone che si battono per i diritti dei lgbtqia+, per i diritti degli animali, per il cambiamento climatico dovrebbero creare un movimento attivo. Unire le forze per respingere e curare con la cultura e l’istruzione, il razzismo dilagante e ostentato del nostro Paese. Quali sono le conseguenze delle sanzioni USA per lei e la sua famiglia? Non voglio fare la vittima, ma il peso delle sanzioni è durissimo per me e la mia famiglia.  Vivo sotto scorta, solo per aver denunciato quello che ho potuto documentare. Ma nonostante questa gestione mafiosa della politica che ha voluto punirmi, io non mi fermo. Non ho paura, perché chiedo solo giustizia contro l’apartheid palestinese e il genocidio e so di essere nel giusto. Invito a restare umani e solidali, ad appoggiarsi alla società civile, quando i governi sono contro. La politica dovrebbe essere fatta da persone integre e incorruttibili e la sfida è quella di essere “cellule di cambiamento” come il sistema immunitario umano. Cosa pensa del sionismo contemporaneo? Il sionismo che nasce come pensiero con l’obiettivo della nascita dello Stato ebraico si è trasformato nel tempo in un’ideologia contro gli arabi a livello mondiale, tanto è vero che oggi esistono il sionismo cristiano, di alcuni mussulmani, indiano e degli evangelisti americani, che hanno come obiettivo ultimo la realizzazione di Israele come una potenza regionale nell’area dell’Asia occidentale. Le organizzazioni ebraiche Pro Palestina possono migliorare la situazione in Israele? Si tratta di realtà molto piccole e coraggiose, che al momento non possono ottenere grandi risultati, ma vanno sostenute, protette e ascoltate. Cosa può dirci della situazione delle carceri israeliane e dei 400 minori attualmente rinchiusi? Ho denunciato la gravissima situazione delle carceri israeliane, in cui dal 7 ottobre in poi dove sono detenuti 20.000 civili palestinesi, tra cui 400 bambini. All’interno delle carceri si consumano abusi di ogni tipo, torture, stupri, percosse quotidiane. L’Accordo di Associazione UE-Israele, in vigore dal 2000, subordina le relazioni e gli scambi commerciali al rispetto dei diritti umani e dei principi democratici. Cosa altro deve succedere perché Israele venga fermato? Cosa stanno aspettando l’Europa e l’Italia per fermare le relazioni commerciali con Israele? Restando indifferenti a quello che succede nelle carceri israeliane siamo tutti complici. Chi si può immaginare come soggetto terzo che possa guidare la fase di ricostruzione dopo la guerra tra Israele e Palestina? Mi fa paura pensare che a gestire il post-guerra sia un soggetto mosso solo dal potere economico. Dovrebbe essere il diritto a guidare la ricostruzione. I palestinesi si rimetteranno in piedi da soli, ma devono essere certi che Israele se ne vada dai territori occupati e che vengano riconosciuti i danni e i torti subiti come popolo in tutti questi anni. Anche alcuni membri delle Autorità palestinesi sono parte dell’occupazione se non agiscono in nome e a difesa del popolo palestinese. Cosa pensa che accadrà in Palestina nel futuro prossimo? Per prima cosa occorre portare cibo, assistenza e cura alla popolazione che è allo stremo. Abbattere i muri, instaurare una forza di pace per la ricostruzione e creare un mausoleo nella terra di Gaza che testimoni il genocidio. Dare giustizia al popolo palestinese. Anche dopo il nazismo fu difficile pubblicare “Se questo è un uomo” di Primo Levi, per la rimozione che creava nelle persone quella tragedia storica. Oggi dobbiamo testimoniare, parlarne, informare. Ci vuole un forte impegno da parte di tutti. L’intervista si è conclusa con un sentito ringraziamento a tutti i presidi presenti e l’invito di Francesca Albanese a partecipare alle presentazioni del suo libro che a breve si terranno in tutta Italia. Video https://www.youtube.com/watch?v=gzV5wcuU-64 Monica Perri
June 20, 2026
Pressenza
PALESTINA: 170 CITTA’ E PAESI COLLEGATI CON CAGLIARI PER IL NUOVO LIBRO DI FRANCESCA ALBANESE. L’AUDIO DELL’INCONTRO
170 piazze e luoghi pubblici collegati in tutta Italia, nella serata di venerdì 19 giugno, con il Presidio stabile per la Palestina di Cagliari (in corso ininterrottamente dal 31 ottobre 2025) per l’incontro con Francesca Albanese, relatrice speciale Onu per i Territori Occupati Palestinesi. L’incontro si è basato sulla presentazione dell’ultimo libro della Albanese, “La luce del risveglio. Dalla Palestina al mondo intero“, uscito per Rizzoli il 26 maggio 2026. L’incontro si è aperto alle ore ore 20.30 con l’introduzione a cura del Presidio stabile di Cagliari per la Palestina, per delineare il contesto dell’iniziativa e la situazione in Palestina. Alle ore 21 il collegamento con Francesca Albanese. Intervistata dal giornalista Matteo Meloni, la Albanese ha delineato le tesi principali del libro, che analizza come la questione palestinese come “specchio delle dinamiche globali, ponendo interrogativi urgenti sul futuro dei diritti umani” e dello stesso rapporto tra i popoli. Tra le tante città collegate anche Brescia, in un affollato Spazio Carme, in via delle Battaglie, 61. Su Radio Onda d’Urto, l’audio dell’incontro con Francesca Albanese, con l’introduzione del Presidio stabile di Cagliari per la Palestina. Ascolta o scarica   Di seguito, la sinossi del libro di Francesca Albanese: “La Palestina è la bussola morale dei nostri tempi: può salvarsi, e tutti noi insieme a lei”. Per Francesca Albanese – voce capace di unire con autorevolezza la competenza giuridica e una rara passione umana – in questo tempo in cui il mondo sembra tragicamente diretto verso la disumanizzazione del più fragile e il dominio esclusivo del più forte, immaginarne il futuro «significa rifiutare che sia l’orrore ad avere l’ultima parola, e far sì che la civiltà sia un compito che ciascuno di noi può scegliere di fare proprio». È da queste riflessioni che sono nati i verbi ai quali Albanese si appoggia in questo libro che ha lo slancio di un manifesto e il sentimento di un’opera d’amore: la Palestina offre al mondo uno spiraglio di luce che invita ad aprire gli occhi e agire. Sognare, criticare, emanciparsi, resistere, nutrire, piangere, curare, danzare, ritornare diventano forme di una stessa pratica collettiva: azioni che tutti noi possiamo compiere per vivere nel presente secondo giustizia. Ogni verbo dà l’occasione per raccontare le persone straordinarie che lo hanno ispirato e per portarne i riverberi nel nostro quotidiano. Un viaggio profondo nella storia della Palestina – ripercorrendo le tappe principali attraverso cui, da oltre un secolo, questa terra subisce la violenza coloniale in tutte le sue forme – e nelle storie di chi ha sofferto, sperato, indagato; di chi ha avuto il coraggio di dire la verità mentre tutto intorno imperversavano le menzogne, e di chi la verità l’ha pagata con la vita; di chi porterà per sempre le ferite della violenza ma anche di chi quella violenza l’ha commessa; di chi ha sentito il peso dell’oppressore e non si è arreso di fronte al desiderio di essere libero. Le storie di chi ha danzato anche in mezzo alle macerie, di chi ha nutrito la sua famiglia di speranza quando non c’era più niente da cucinare, di chi ha pianto e di chi ha rivendicato il diritto politico a farlo, di chi prova a curare le ferite di un popolo con la verità, con un carico di farmaci o con una canzone; di chi ha custodito la chiave della casa da cui fu scacciato cinque generazioni fa. E dopo cinque generazioni, la custodisce ancora.
June 20, 2026
Radio Onda d`Urto