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64˙000 bambini orfani nella Striscia di Gaza. Un progetto di intervento concreto
A Gaza, nel quasi totale silenzio dei media mainstream, si sono intensificati gli attacchi e la situazione è peggio che mai… La destra di Smotrich, Katz e i coloni intendono impadronirsi di Gaza e ricolonizzarla al più presto espellendo (o estinguendo) i palestinesi. I messaggi che riceviamo quotidianamente dalle/i gazawi attraverso il Comitato Un Aiuto per la Palestina ci dicono che bombardamenti e spari sono costanti. Mai avevamo ricevuto così tante notizie di uccisioni come in questi giorni. Dal piccolo “osservatorio” delle 40 famiglie sostenute dal Comitato giungono immagini di bambini uccisi, bambini rimasti orfani, alcuni del tutto soli. Tanti perdono amici e vicini. Alcuni scrivono di sentirsi vivi per caso, altri non rispondono al cellulare. Le condizioni di vita sono insostenibili, con un caldo a 42°, pochissima acqua, insetti, topi, malattie. Circola voce, a Gaza, che gli israeliani hanno dichiarato sui loro media di avere individuato 2000 “target” da colpire. Le persone sono spaventate, ma cercano (ancora) di agire. Mosbah continua a distribuire acqua sotto le bombe e Yousef a curare la scuola Il futuro nelle mani dei piccoli, che ha sospeso le lezioni, ma tiene attività estive. Chiedono di parlare di loro, di diffondere le loro foto e messaggi per rompere il silenzio e pretendere giustizia (in allegato tre foto ricevute), di sostenere i loro progetti. In questo periodo le voci delle piazze si sono affievolite, ma le nostre coscienze sono lucide e vive e continuano a interrogarci su quello che possiamo fare. Accogliendo la proposta di Mosbah Al-Halabi, la Scuola per la Pace si è impegnata a sostenere il progetto del Campo Bambini Orfani nel Nord di Gaza, così presentato: > La Striscia di Gaza sta affrontando una crisi umanitaria senza precedenti a > causa del genocidio in corso, che ha provocato una distruzione diffusa delle > infrastrutture, delle case e un massiccio sfollamento delle famiglie, che > vivono in condizioni insostenibili in tende, al freddo o al caldo torrido, in > condizioni igieniche terribili. > La mortalità violenta ha colpito il 56% dei bambini, delle donne e degli > anziani (dato pubblicato sulla rivista The Lancet, febbraio 2026). > I bambini sono stati tra i gruppi più colpiti: migliaia di loro hanno perso > uno o entrambi i genitori. > I dati riportati dal Ministero dello Sviluppo Sociale palestinese ad aprile > 2026 riferiscono di oltre 64˙000 orfani nella Striscia di Gaza, di cui oltre > 55˙000 avrebbero perso entrambi i genitori o il capofamiglia (breadwinner). > Nella cultura palestinese quando la famiglia è monoreddito è quasi sempre il > padre a provvedere al sostentamento economico. > Gli operatori sanitari hanno coniato l’acronimo WCNSF (“Wounded Child, No > Surviving Family”, ovvero “Bambino ferito, senza familiari sopravvissuti”) per > descrivere i bambini che hanno perso l’intera famiglia e che spesso sono > feriti a causa degli stessi bombardamenti in cui hanno perso i familiari; > frequentissime fra i bambini le amputazioni di uno, sino a quattro arti. > Ci sono poi migliaia di bambini non accompagnati che sono stati separati dai > genitori a causa dei continui spostamenti. Spesso vengono registrati negli > ospedali come “sconosciuti” o “bambini soli” in attesa di riconoscimento. > Molti di questi minori sono stati trovati feriti, intrappolati sotto le > macerie. > Gli orfani privi di una rete familiare sono i più vulnerabili alla fame > sistemica, all’assenza di cure e ad ogni forma di protezione (compresi gli > abusi sessuali). > Lo stesso Ministero sottolinea che gli orfani in Palestina, sia in > Cisgiordania che nella Striscia di Gaza, devono affrontare, oltre alla perdita > dei genitori, o di uno dei due, altre difficoltà: il rischio di povertà, > l’abbandono scolastico, l’accesso limitato ai servizi, nonché gravi > conseguenze psicologiche derivanti dalla perdita e dai ripetuti traumi subiti. > Il tessuto sociale e le istituzioni preposte alla tutela dei minori sono stati > in gran parte distrutti, il che significa che i bambini spesso devono fare > affidamento sulla famiglia allargata, sui vicini o su estranei per > sopravvivere. Sovente i bambini orfani vengono accolti dai parenti, magari dai > nonni, che però a loro volta faticano a procurarsi cibo a sufficienza e acqua > potabile, mettendo a dura prova risorse già limitate. > Molti bambini orfani vengono raccolti in centri di accoglienza che sono > sovraffollati e dove spesso vi è una grave carenza di cibo, acqua potabile, > assistenza medica e tende adeguate. Per le strade si vedono molti orfani, > soprattutto ragazzi, che cercano cibo o cercano di trovare, vendere o > scambiare oggetti per procurarsi i beni di prima necessità. Al momento gli > aiuti umanitari disponibili nella striscia sono pochissimi in quanto bloccati > da Israele ai valichi. > > La distribuzione geografica degli orfani nella Striscia di Gaza non è > uniforme, con alcune zone più colpite di altre. > Governatorato di Gaza (Gaza City): È l’area con la più alta concentrazione di > orfani, ospitando circa il 32,7% del totale dei bambini che hanno perso i > genitori. > Gaza Nord: Questa zona segue con un’alta percentuale di orfani (circa il > 22,5%), essendo stata teatro di intensi combattimenti, prima di essere stata > evacuata. > Khan Younis: Il governatorato meridionale ospita circa il 18,3% degli orfani. > Gaza Centrale e Rafah: Queste zone presentano percentuali inferiori rispetto > al nord ma comunque critiche, rispettivamente il 13,2% e l’8,2%. > > Dall’analisi della situazione che evidenzia la mancanza di una rete > strutturata in grado di proteggere i bambini orfani presenti a Gaza sono > emerse le seguenti criticità: > Fame sistemica – Gli orfani, privi di una rete familiare che possa procurare > cibo, affrontano quotidianamente una grave insicurezza alimentare e sono i più > vulnerabili alla fame sistemica. > Sistemi di supporto comunitario in difficoltà – Nonostante gli sforzi delle > organizzazioni locali e internazionali, la risposta umanitaria è gravemente > limitata e migliaia di bambini ricevono aiuti inadeguati o nessun aiuto. > Inoltre la mancanza di luoghi sicuri, la carenza di cibo, acqua e medicinali > rende problematica la creazione di reti di protezione strutturate. > Reti familiari allo stremo – Nella cultura palestinese, la prima linea di > supporto sono i parenti. Tradizionalmente, la famiglia allargata accoglieva > gli orfani, ma l’attuale povertà estrema e la perdita di più membri dello > stesso nucleo rendono spesso non possibile per i parenti sopravvissuti > prendersi cura di altri bambini. > Traumi psicologici estremi – La quasi totalità dei bambini di Gaza necessita > di supporto per la salute mentale. Molti soffrono di disturbi da stress > post-traumatico (PTSD), mutismo selettivo e ansia grave dopo aver assistito > alla morte dei propri genitori. L’impatto sulla salute mentale è enorme: > secondo le stime, quasi tutti i bambini di Gaza necessiterebbero di assistenza > psicologica e sostegno psicosociale. Sono frequenti i sintomi di stress > estremo, quali comportamenti aggressivi, ansia, angoscia, enuresi notturna, > insonnia, desiderio di morire, isolamento, comportamenti dello spettro > autistico, blocco della crescita evolutiva. > Carenza di assistenza medica – L’80% delle strutture sanitarie è danneggiato. > Molti orfani feriti, inclusi quelli che hanno subito amputazioni, non hanno > accesso a riabilitazione o cure adeguate. > Assenza di tutele legali – Il caos degli sfollamenti impedisce spesso > l’identificazione formale dei bambini, rendendo difficile l’inserimento in > programmi di affido o adozione. > > PROGETTO di INTERVENTO > Alla luce di quanto descritto sino ad ora, in relazione al contesto > emergenziale a Gaza e al carattere di immediatezza che richiede la situazione, > il Progetto che qui si propone intende sostenere un Centro di protezione per > gli orfani, già operativo, situato nella zona a Nord di Gaza, che presenta una > grave carenza delle risorse necessarie al suo funzionamento. > Strumenti di analisi utilizzati – L’analisi situazionale è stata fatta in > collaborazione con il Partner in loco e dove necessario integrata con i dati > reperibili su documenti e siti di organizzazioni locali e internazionali > Settore di intervento prevalente – Beneficiari diretti e analisi dei bisogni > del campo bambini orfani nel nord di Gaza. > > Il campo per bambini orfani nella zona nord di Gaza, che questo progetto > intende sostenere, ospita circa 217 bambini orfani di età compresa tra 0 e 18 > anni. In base agli aspetti problematici su delineati, il progetto mira a > fornire un sostegno concreto (cibo, acqua, tende, farmaci, materiale educativo > e ricreativo). > > AREE DI INTERVENTO > > – Alloggio: la maggior parte delle tende o delle abitazioni necessita di > riparazioni, alcune rischiano di crollare e l’elettricità è intermittente. > > – Cibo e acqua: non è garantita la disponibilità quotidiana di pasti nutrienti > e di acqua potabile in quantità sufficiente. > > – Sostegno psicosociale, psicologico ed educativo: i bambini soffrono di > traumi causati dalla perdita dei genitori e da condizioni di vita difficili, > senza poter accedere a servizi di assistenza psicologica o ad attività > ricreative. > > – Educazione: i bambini non sono iscritti a scuole formali e il materiale > didattico e i programmi educativi sono in gran parte assenti. > > – Salute: non vengono effettuati controlli sanitari regolari e le forniture > mediche sono limitate. > > Il progetto è previsto per un periodo di sei mesi, rinnovabile. > > Obiettivi Specifici: > • Fornire pasti nutrienti regolari ai bambini orfani. > • Garantire l’accesso all’acqua potabile pulita all’interno del campo. > • Offrire attività di supporto psicologico e sociale per aiutare i bambini a > elaborare i traumi. > • Fornire cure mediche di base e trattamento per i bambini malati. > • Istituire una tenda educativa temporanea per supportare l’apprendimento e le > attività didattiche. > > Attività del Progetto > 1. Supporto Alimentare – Fornitura di pasti regolari ai bambini che vivono nel > campo. > 2. Fornitura di Acqua Pulita – Approvvigionamento di acqua potabile sicura per > uso quotidiano. > 3. Supporto Psicosociale – Sessioni di gruppo, attività ricreative e programmi > di supporto emotivo. > 4. Supporto Sanitario – Visite regolari effettuate da idoneo personale > sanitario, fornitura di medicinali di base e trattamento per i bambini malati > e, ove possibile, invio dei casi gravi a strutture specializzate. > 5. Tenda Educativa – Allestimento di una tenda per l’apprendimento dotata di > materiali didattici di base e organizzazione di attività educative. > > Risultati Attesi > • Miglioramento delle condizioni nutrizionali per 217 bambini orfani. > • Parziale riduzione dello stress psicologico attraverso attività psicosociali > strutturate. > • Accesso affidabile all’acqua potabile pulita nel campo. > • Garanzia di controlli sanitari e supporto medico essenziale per i bambini > malati. > • Accesso all’istruzione di base e opportunità di apprendimento tramite uno > spazio educativo temporaneo. > > Implementazione e Monitoraggio > Il progetto sarà implementato nel Nord di Gaza dal team del campo umanitario, > con il sostegno di Mosbah Al-Halabi, volontario per il Comitato Un aiuto per > la Palestina e collaboratore dell’Associazione Al Amal di Gaza. > Le attività saranno monitorate regolarmente e documentate tramite rapporti, > foto e aggiornamenti sul campo per garantire trasparenza e rendicontazione nei > confronti del Comitato proponente e di eventuali altri soggetti che aderiscano > e/o sponsor del progetto. > > Budget, valutato insieme ai gazawi coinvolti nell’attuazione del progetto > > CATEGORIA DI SPESA IMPORTO STIMATO (EURO) > Cibo e pasti 9.000 > Fornitura di acqua pulita 3.000 > Attività di supporto psicosociale 3.500 > Cure mediche e medicinali 3.500 > Tenda educativa e materiali 2.500 > Costi operativi e amministrativi 1.500 > Totale 23.000 > > Il Comitato ed il team gazawi continueranno a cercare ulteriori partnerships e > opportunità di finanziamento, sia per attivare il progetto che per mantenere > il supporto ai bambini orfani nel campo ed aumentare i servizi necessari. > > Conclusione > Questo progetto rappresenta una risposta umanitaria urgente a sostegno dei > bambini che hanno perso le loro famiglie durante la guerra a Gaza. Grazie al > generoso supporto dell’organizzazione donatrice, il progetto contribuirà a > restituire dignità, speranza e stabilità ai bambini orfani che vivono in > circostanze estremamente difficili. > > Informazioni sul progetto > Nome del progetto : Supporto per i bambini orfani del nord di Gaza > Donatore : Un aiuto per la Palestina > Team implementatore : Team umanitario Mosbah Al-Halabi > Sede : Nord di Gaza / Campo per bambini orfani (under 18) > Durata : 6 mesi > Numero di beneficiari : 217 bambini orfani > Budget totale : 23.000 euro > > Donazioni: > Satispay > – https://web.satispay.com/download/qrcode/S6Y-SVN–19FF359D-701C-4FB9- > A522-F50008F5E53E?locale=it > Bonifico bancario – Iban IT76A0883301003000000013283; destinatario Un aiuto > per la Palestina; causale Campo orfani Gaza. La Scuola per la pace Torino e Piemonte
July 21, 2026
Pressenza
L’industria della narrazione e le persone invisibili: perché il mondo vede l’Iran, ma non gli iraniani – 1
L’Iran è uno dei paesi più ampiamente raccontati e analizzati al mondo. Dalla Rivoluzione del 1979 a oggi, sono stati scritti migliaia di articoli, libri, servizi giornalistici e analisi politiche sull’Iran. Il dossier nucleare, le sanzioni, le tensioni con l’Occidente, le politiche regionali della Repubblica Islamica e le proteste sociali hanno fatto sì che l’Iran sia rimasto quasi costantemente al centro dell’attenzione dei media, del mondo accademico e dei circoli politici all’estero. Tuttavia, rimane una domanda fondamentale: vedere l’Iran significa anche vedere gli iraniani? Questo saggio parte dal presupposto che il problema centrale non sia la mancanza di attenzione verso l’Iran. Al contrario, l’Iran è stato oggetto di discussioni e analisi più di molti altri paesi. Il problema è che l’Iran viene spesso osservato attraverso filtri che privilegiano lo Stato, la crisi, l’ideologia e la geopolitica rispetto all’esperienza vissuta della sua gente. Il risultato è che si può parlare per ore dell’Iran senza capire nulla della vita quotidiana degli iraniani. Una parte significativa di questa situazione non può essere spiegata esclusivamente con la censura statale. Questo divario viene riprodotto anche nel processo stesso di produzione della narrazione. Accademici, giornalisti e attivisti politici si avvicinano all’Iran da angolazioni diverse. Ognuno ha la propria logica e la propria missione, evidenziando alcuni aspetti della realtà e oscurandone altri. Di conseguenza, ciò che si vede spesso dell’Iran non è la vita delle sue persone, bensì lo Stato iraniano, la crisi iraniana o la questione iraniana. L’ACCADEMIA E L’IRAN: QUANDO LA TEORIA SOSTITUISCE L’ESPERIENZA Gli accademici hanno il compito di spiegare il mondo. Per farlo, si affidano a teorie, modelli e concetti astratti; questo è sia necessario sia indispensabile. Senza la teoria, è impossibile comprendere le strutture di potere, i processi storici o le complesse relazioni politiche. Eppure, questa stessa caratteristica può creare una distanza tra la teoria e l’esperienza vissuta. In gran parte della letteratura accademica sull’Iran, lo Stato occupa il centro dell’analisi. L’Iran viene esaminato come attore regionale, regime ideologico o problema di sicurezza, mentre la società rimane spesso ai margini. Asef Bayatètra è tra i pochi studiosi che hanno cercato di reindirizzare l’attenzione dallo Stato e dalle élite politiche alla vita quotidiana delle persone comuni. Egli dimostra che la politica non si manifesta solo a livello statale; è presente anche nelle pratiche quotidiane, nei piccoli atti di resistenza e negli sforzi delle persone per espandere il proprio spazio vitale. Ciononostante, una parte considerevole degli studi sull’Iran rimane incentrata sullo Stato. In particolare all’interno di alcuni approcci antimperialisti, la Repubblica Islamica riceve maggiore attenzione rispetto alla società iraniana stessa. I pericoli della guerra, delle sanzioni e dell’intervento straniero vengono giustamente sottolineati; eppure, la repressione interna, i prigionieri politici, la discriminazione di genere e le restrizioni alle libertà civili vengono talvolta spinti in secondo piano. Ciò che emerge qui è una forma di “orientalismo al contrario” all’interno di alcuni circoli accademici occidentali: un contesto in cui la società iraniana viene privata della propria azione (agency), e qualsiasi movimento endogeno di trasformazione viene attribuito ai think tank di Washington, sotto lo schermo di una pur legittima critica all’egemonia occidentale. Contemporaneamente, il predominio del “riduzionismo culturale” riduce le complessità materiali e di classe dell’Iran a rigide astrazioni come il binomio “tradizione contro modernità”. Il problema non è semplicemente che lo Stato si veda più della società. Piuttosto, nel caso dell’Iran, molte discussioni sono impostate fin dall’inizio in modo tale da rendere secondaria l’esperienza vissuta dalle persone. Negli ultimi decenni, gran parte degli studi sull’Iran si è concentrata sulla Rivoluzione del 1979, sull’Islam politico, sulla politica estera della Repubblica Islamica, sul programma nucleare e sulla rivalità dell’Iran con l’Occidente. Si tratta indubbiamente di argomenti importanti; tuttavia, una conseguenza involontaria di questa focalizzazione è stata che la stessa società iraniana è stata frequentemente trattata come un mero sfondo di questi sviluppi. Ad esempio, negli anni che hanno preceduto l’accordo sul nucleare, gran parte della letteratura accademica e politica ruotava attorno alla questione se l’accordo avrebbe modificato o meno il comportamento della Repubblica Islamica. Centinaia di articoli hanno esaminato le conseguenze regionali del JCPOA, il ruolo dell’Iran nel Medio Oriente e l’impatto dell’accordo sull’ordine internazionale. Eppure, rispetto a questa vasta mole di ricerche, molta meno attenzione è stata dedicata a comprendere come gli iraniani comuni vivessero le sanzioni, la corruzione strutturale, le restrizioni politiche e le crisi economiche, e come i loro mezzi di sussistenza venissero costantemente erosi sotto gli ingranaggi dell’alta diplomazia. Una tendenza simile si può osservare in alcune risposte accademiche al movimento “Donna, Vita, Libertà”. Molte analisi sono state preziose, affrontando le dimensioni di genere, sociali e culturali del movimento. Tuttavia, alcune si sono concentrate meno sull’esperienza dei manifestanti stessi e più su questioni quali la possibilità che il movimento portasse a un cambio di regime, il sostegno dell’Occidente o l’impatto sull’equilibrio di potere regionale. In tali narrazioni, i manifestanti stessi sono talvolta diventati attori secondari in un più ampio dramma geopolitico. È proprio qui che diventa evidente l’importanza del lavoro di Asef Bayat. Il suo significato non risiede semplicemente nel fatto di aver scritto sull’Iran o sul Medio Oriente, ma nella sua decisione di spostare il punto di partenza dell’analisi dallo Stato alla società. Nelle sue opere, le persone non sono semplici vittime o spettatori; sono agenti che trovano il modo di rimodellare le proprie vite nonostante i gravi limiti. Forse la lezione più importante di questa prospettiva è che comprendere l’Iran richiede di partire dalla sua gente e dalla loro vita quotidiana, piuttosto che dallo Stato. MEDIA E IRAN: QUANDO LA NARRAZIONE SOSTITUISCE LA COMPLESSITÀ Se gli accademici spiegano il mondo, i giornalisti lo raccontano. E raccontare richiede inevitabilmente una selezione. Nessun servizio giornalistico può trasmettere la piena complessità di una società. Di conseguenza, i media gravitano attorno a storie chiare, immagini simboliche e narrazioni facilmente comprensibili. Nel caso dell’Iran, questa logica ha portato a ripetere all’infinito alcune immagini: negoziati sul nucleare, donne senza velo, proteste di piazza, repressione politica e tensioni regionali. Queste immagini sono reali, ma non costituiscono l’intera realtà. Ciò che i media mainstream riproducono ripetutamente all’interno della cornice dell’“industria della narrazione” è l’immagine dell’Iran come una società unidimensionale in perenne stato di esplosione. All’interno di questa logica commerciale, la resistenza civile—come gli sforzi per istituire sindacati indipendenti o l’attivismo ambientale—manca di un immediato valore di “notizia dell’ultima ora” (breaking news) e diventa quindi censurata attraverso l’invisibilità. La copertura mediatica dell’Iran illustra chiaramente la tensione tra realtà e narrazione. Ai giornalisti è richiesto di spiegare fenomeni complessi a un pubblico vasto entro tempi limitati. Questa necessità evidenzia inevitabilmente alcuni elementi, spingendone altri oltre il campo visivo. Il Movimento Verde del 2009 ne offre un chiaro esempio. Gran parte della copertura internazionale si è concentrata principalmente sulle elezioni contestate e sulle divisioni tra le fazioni all’interno della Repubblica Islamica. Sebbene ciò fosse indubbiamente importante, non rappresentava l’intera realtà. Per molti manifestanti, la questione andava ben oltre i risultati elettorali. Sentimenti di esclusione politica, richieste di libertà civili e uno scontento accumulato nei confronti della struttura del potere costituivano dimensioni essenziali delle proteste. Eppure, le narrazioni mediatiche dominanti hanno spesso ridotto gli eventi a una rivalità tra Ahmadinejad, Mousavi e le élite politiche, lasciando ampiamente invisibile l’esperienza di umiliazione politica vissuta dal pubblico. Un modello diverso è emerso durante le proteste di novembre 2019. Questa volta, la copertura mediatica si è concentrata prevalentemente sulla violenza della repressione statale. I rapporti sul numero delle vittime, il blocco di internet e le reazioni delle organizzazioni per i diritti umani erano del tutto necessari. Ciononostante, è stata dedicata molta meno attenzione alla composizione sociale dei manifestanti o alle condizioni materiali ed economiche che avevano dato origine alla rivolta. In molte narrazioni, i manifestanti stessi erano visibili, ma la vita sociale e le radici di classe della loro rivolta sono rimaste in gran parte unseen (invisibili). Il movimento “Donna, Vita, Libertà” ha assistito a un’ulteriore forma di semplificazione. Le immagini di donne che si toglievano o bruciavano il velo sono diventate il simbolo globale delle proteste. Si è trattato di un’immagine potente che ha avuto un enorme impatto sull’opinione pubblica internazionale. Al tempo stesso, tuttavia, vi era il pericolo che l’intero movimento venisse ridotto a quella singola immagine. In realtà, il movimento non ha mai riguardato esclusivamente il velo obbligatorio. Riguardava anche le libertà politiche, i diritti delle donne, la crisi di legittimità del regime, le rivendicazioni generazionali, le disuguaglianze economiche strutturali e molte altre questioni. Nel frattempo, la solidarietà di insegnanti, studenti espulsi, lavoratori in sciopero e famiglie in cerca di giustizia è stata oscurata da questa rappresentazione mediatica compressa. Per questo motivo, si può consumare un’enorme quantità di notizie sull’Iran pur possedendo solo una comprensione limitata della società iraniana. I media presentano l’Iran, ma spesso solo attraverso momenti eccezionali, mentre la vita reale della sua gente continua, con tutta la sua complessità , negli intervalli tra quei momenti. – Continua – Redazione Torino
July 21, 2026
Pressenza
Israele: i sionisti si mobilitano per ri-colonizzare la Striscia di Gaza
Ieri, domenica 19 luglio, “migliaia di coloni israeliani si sono mobilitati verso il confine settentrionale della Striscia di Gaza con un obiettivo esplicito – riferisce L’Espresso divulgando il video-reportage di Lidia Ginestra Giuffrida – ricolonizzare l’enclave palestinese e ricostruire gli insediamenti smantellati nel 2005″. Laureata in cooperazione internazionale e sviluppo e una reporter formata alla Scuola di Giornalismo ‘Lelio Basso’  Lidia Ginestra Giuffrida collabora con Al Jazeera English e, oltre che con L’Espresso, anche con Il Manifesto, Altreconomia, Fanpage e altre testate e fa parte del FADA Collective. Nel testo del post pubblicato da L’Espresso sui social media in cui, mediante il video, riferisce la notizia della manifestazione sionista svolta ieri, la giornalista italiana precisa: > Caravan in sosta, autobus pieni e migliaia di persone ammassate a un passo > dalla Striscia di Gaza. > > Ma dietro i canti religiosi, i richiami messianici e le rivendicazioni di chi > chiede “vendetta” in nome della sicurezza, si nasconde un calcolo politico > estremamente pragmatico: i coloni hanno fretta e vogliono creare fatti > compiuti sul terreno prima delle prossime elezioni che si terranno a ottobre. > > La mobilitazione, la più grande dal 7 ottobre 2023 ad oggi, è stata dettata da > una precisa urgenza strategica, l’attuale esecutivo garantisce ai coloni una > copertura istituzionale e un margine di manovra senza precedenti, un sostegno > totale che temono di perdere in caso di un cambio di leadership. > > Per questo la spinta ad agire è ora: occupare la Striscia e piantare le tende > significa blindare il progetto di ricolonizzazione prima che le urne possano > rimescolare le carte e portare al potere un governo meno incline ad > assecondarli. > > Tra le migliaia di coloni in marcia verso Gaza, anche decine di parlamentari e > ministri della coalizione di Benjamin Netanyahu. Tra loro il Ministro della > Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir e quello delle Finanze Bezalel Smotrich. > > “Questa è la nostra terra, vogliamo costruirla, e questa sarà la nostra > vendetta. È solo l’inizio”, dichiara uno dei manifestanti. Parole che, coperte > dall’avallo dei ministri in carica, smettono di essere la provocazione di una > minoranza estremista per trasformarsi nel programma politico, imminente, di > una parte rilevante del governo israeliano. Nella notizia diffusa ieri, 19 luglio, Al Jazeera spiega che l’iniziativa svolta all’insegna dello striscione con scritto “Ritorno a casa dopo 21 anni” era finalizzata a rivendicare la ricostruzione degli insediamenti – Elei Sinai, Dugit e Nisanit – evacuati nel 2005, è stata promossa dal movimento sionista Nachala, fondato nel 2007 dalla sua leader, Daniella Weiss (nella foto) per promuovere le attività di hassbara e per incentivare l’espansione delle comunità ebraiche in Giudea e Samaria. Al Jazeera riferisce che, “sebbene i media israeliani abbiano stimato la folla a poche centinaia di partecipanti”, nei propri comunicati gli organizzatori hanno dichiarato la presenza di oltre 10 mila persone. Inoltre Al Jazeera riporta che, in previsione della manifestazione, “l’esercito israeliano aveva designato l’area circostante come zona militare chiusa per 24 ore, affermando che lo scopo era impedire ai manifestanti di entrare a Gaza”, avvero di “oltrepassare la recinzione ed entrare nel territorio palestinese assediato”, come hanno tentato di fare alcuni che “hanno aggirato i posti di blocco attraversando le colline circostanti per raggiungere il confine con Gaza”. Pubblicando la fotografia divulgata dall’AFP che mostra il dispiegamento di mezzi militari posizionati a impedire l’accesso dei manifestanti nell’area interdetta, il quotidiano Inquirer precisa che le forze armate israeliane “attualmente controllano oltre il 60% della Striscia di Gaza, dove la violenza quotidiana continua nonostante il cessate il fuoco tra Israele e il gruppo palestinese Hamas”. Inoltre l’Inquirer riferisce che alla manifestazione di domenica scorsa ha partecipato un esponente di spicco del sionismo, Yechiel Greenblum, nell’occasione affermando che questa fosse la prima di altre iniziative pianificate con la “campagna per il ripristino delle comunità israeliane nel territorio costiero”: «Stiamo organizzando una grande marcia di ritorno verso la Striscia di Gaza, verso i luoghi in cui gli ebrei hanno vissuto per centinaia, migliaia di anni. Stiamo tornando». Maddalena Brunasti
July 20, 2026
Pressenza
Nuovo atto intimidatorio nei confronti di chi a Varese si espone a favore della causa palestinese
Il Comitato Varesino per la Palestina denuncia la distruzione dolosa dello striscione affisso lungo la via Sacco, a lato del palazzo comunale di Varese, recante l’immagine della bandiera palestinese e la scritta RESTIAMO UMANI. È accaduto per la seconda volta in pochi mesi, ma questa volta in pieno giorno, a opera di un giovane a viso scoperto. Le forze dell’ordine, subito avvisate, hanno effettuato un sopralluogo. Il clima di intolleranza è evidente e richiede una risposta democratica e solidale. Grazie a tutti coloro che stanno comunicando la loro partecipazione. Siamo in presidio fisso ai Giardini Estensi con la Tenda per la Palestina e contro le armi fino al 26 di luglio. Redazione Varese
July 19, 2026
Pressenza
Petizione e interrogazione parlamentare dell’onorevole Stefania Ascari sull’ispezione al Liceo Vivona di Roma
Sulla vicenda dell’ispezione che il Ministero della pubblica istruzione ha predisposto nei confronti del Liceo Vivona di Roma e in particolare di un insegnante che ha osato scrivere una lettera ai suoi alunni di quinto anno, dopo l’esame di maturità, che ricordava il genocidio di Israele nei confronti dei palestinesi avvenuto nella complicità delle istituzioni italiane e nell’indifferenza di molti. è stata lanciata la petizione “Per la libertà d’espressione, dentro e fuori le aule scolastiche”. Primi firmatari molti colleghi del professore messo sotto accusa. Sulla stessa vicenda l’onorevole Stefania Ascar ha presentato un’interrogazione parlamentare. Di seguito il testo: “Al Ministro dell’Istruzione e del Merito. Premesso che nei giorni scorsi è stata avviata un’ispezione ministeriale presso il Liceo Ginnasio Statale “Francesco Vivona” di Roma a seguito della diffusione di una lettera inviata dal professor Massimo Sabbatini ai propri studenti al termine dell’esame di Stato; secondo quanto denunciato da rappresentanti istituzionali, docenti, studenti, studentesse e genitori, l’attività ispettiva si sarebbe tradotta in colloqui e richieste di chiarimenti rivolti anche agli studenti e al personale scolastico, determinando un clima di forte preoccupazione all’interno dell’istituto; la lettera del docente, rivolta a studentesse e studenti ormai diplomati, conteneva esclusivamente una riflessione di carattere etico e civile, con richiami alla letteratura italiana e un invito a non rimanere indifferenti di fronte alla tragedia umanitaria che si consuma nella Striscia di Gaza, richiamando i valori della pace, dell’umanità e della responsabilità individuale; i genitori degli studenti e studentesse del Liceo “Francesco Vivona” hanno espresso pubblicamente la propria solidarietà al docente, definendo l’ispezione un grave attacco alla libertà di insegnamento, alla libertà di espressione e all’autonomia scolastica; tale episodio non rappresenta un caso isolato, ma si inserisce in una serie di vicende che negli ultimi mesi hanno interessato numerosi istituti scolastici italiani; si richiamano, in particolare, il caso del Liceo “Marco Polo” di Firenze, quello del Liceo Scientifico “Augusto Righi” di Roma, nonché altri episodi nei quali docenti, dirigenti scolastici e studenti sono stati oggetto di campagne mediatiche, richieste ispettive o contestazioni per avere promosso iniziative di riflessione sui diritti umani, sul diritto internazionale, sulla guerra a Gaza o, più in generale, sul valore della pace; appare particolarmente allarmante che, a fronte di tali iniziative educative, si registrino interventi amministrativi che rischiano di essere percepiti come strumenti di controllo del pensiero piuttosto che di verifica del rispetto della normativa scolastica; la scuola pubblica, per espressa previsione costituzionale, è il luogo nel quale si formano cittadini liberi e consapevoli, attraverso il confronto delle idee, il pluralismo culturale e lo sviluppo del pensiero critico; gli articoli 21, 33 e 34 della Costituzione tutelano la libertà di manifestazione del pensiero, la libertà di insegnamento e il diritto all’istruzione, principi che costituiscono il fondamento di una società democratica e che non possono essere compressi da iniziative suscettibili di generare intimidazione o autocensura; il progressivo moltiplicarsi di episodi analoghi rischia di produrre un effetto intimidatorio sull’intera comunità scolastica, inducendo docenti e dirigenti a rinunciare ad affrontare temi di rilevanza storica, civile e internazionale per timore di conseguenze disciplinari o ispettive; in uno Stato democratico il dissenso, il confronto delle opinioni e l’educazione al pensiero critico rappresentano un valore da promuovere e non un comportamento da scoraggiare. Tutto ciò premesso, si chiede di sapere: se il Ministro sia a conoscenza dei fatti esposti; quali siano le motivazioni che hanno determinato l’avvio dell’ispezione presso il Liceo “Francesco Vivona” se ritenga che tali presupposti siano compatibili con i principi costituzionali della libertà di insegnamento; se corrisponda al vero che, nell’ambito dell’attività ispettiva, siano stati ascoltati studenti, studentesse e personale scolastico con modalità tali da determinare un clima di pressione o intimidazione; se il Ministro ritenga che il susseguirsi dei casi riguardanti il Liceo “Marco Polo” di Firenze, il Liceo “Augusto Righi” di Roma, il Liceo “Francesco Vivona”, l’IIS. “E. Mattei di San Lazzaro di Savena (Bologna ), l’Istituto “Aldovrandi Rubbiani” di Bologna, l’Istituto “Cattaneo” di Castelnovo Monti ( Reggio Emilia), il Liceo “Vincenzo Monti” di Cesena, la Scuola Primaria  “Pascoli” di Modena, la Scuola Primaria “Graziosi” di Modena, la Scuola Primaria di Sant’Agnese” di Modena, la scuola Primaria “Gramsci” di Modena, la Scuola dell’infanzia “Collodi” di Modena e altri analoghi episodi rappresenti un fenomeno che rischia di compromettere l’autonomia delle istituzioni scolastiche e la libertà di insegnamento; quali iniziative urgenti intenda assumere affinché gli strumenti ispettivi non vengano utilizzati, né siano percepiti, come mezzi di censura o di pressione nei confronti di docenti, dirigenti scolastici e studenti che affrontano temi di interesse storico, civile, umanitario o internazionale nel rispetto dei principi costituzionali; se non ritenga opportuno adottare specifiche linee guida volte a garantire che le attività ispettive siano limitate all’accertamento di eventuali violazioni di legge, evitando qualsiasi interferenza con la libertà di insegnamento, l’autonomia scolastica e il pluralismo culturale; quali iniziative intenda assumere per ribadire che la scuola italiana deve rimanere un presidio di libertà, democrazia, partecipazione e formazione del pensiero critico, nel quale il confronto delle idee sia tutelato e mai oggetto di censura o intimidazione. Redazione Italia
July 19, 2026
Pressenza
Da Torino la proposta di assegnare il Premio Nobel per la Pace a Bassam Aramin e Rami Elhanan
Augusto Montaruli, presidente della sezione ANPI Nicola Grosa di Torino, racconta come è nata l’idea di costituire un comitato per proporre di assegnare il Premio Nobel per la Pace a Bassam Aramin, palestinese, e Rami Elhanan, israeliano, protagonisti dei libri Apeirogon e “Mio padre, tuo padre. Due uomini contro l’odio israelo-palestinese” e padri di due bambine vittime della violenza militare e terroristica. Camminavo in San Salvario quando vedo Alberto Giolitti, presidente dell’Associazione Baretti, fuori dal teatro che gestisce; senza nemmeno un accenno di saluto e con piglio da duro del cinema, scegliete voi il genere, mi dice: “Devi leggere Apeirogon!” Obbedisco e mi reco in una delle librerie del quartiere, tutte bellissime e tutte gestire da donne e acquisto il libro. Inizio subito a leggerlo. La lettura è lenta ed emotivamente faticosa e dolorosa. Arrivo alla conclusione con la conferma che il mondo è complesso, che non puoi dividerlo tra buoni e cattivi, tra vittime e carnefici a seconda del luogo in cui si vive. La storia di Bassam Aramin, palestinese, e di Rami Elhanan, israeliano, – due padri che pur avendo perso una figlia per mano avversa e in modo violento perseguono da decenni la strada del dialogo – lo dimostra in modo tragico e commovente.“Devi leggere Apeirogon” diventa uno slogan da diffondere, ma non basta. Penso – e su questo trovo subito l’appoggio del comitato di sezione – che occorra un’iniziativa forte, concreta e simbolica allo stesso tempo: proporre come sezione ANPI Nicola Grosa di San Salvario il Premio Nobel per la Pace per i nostri due padri. Chiediamo il supporto e l’adesione delle realtà religiose della nostra città, partendo dal fatto che il nostro quartiere, molti non lo sanno, è definito la Piccola Gerusalemme. Riceviamo, grazie a Valentino Castellani che lo presiede, il sostegno e l’adesione del Comitato Interfedi della città di Torino, oltre che del Tavolo della Speranza su iniziativa di Giampiero Leo e della Comunità Valdese. Forti di queste adesioni significative scriviamo ai capigruppo di Camera e Senato di tutte le forze politiche presenti in Parlamento chiedendo non solo di sostenere, ma di essere protagonisti di questa proposta, avanzando, loro che sono titolati a farlo, la candidatura dei nostri due padri al Nobel per la Pace. A loro diciamo che è l’occasione per avere una proposta trasversale, che va oltre le divisioni politiche. Qui l’incontro è mancato, il silenzio molto rumoroso viene rotto solo da una risposta simbolicamente affermativa dei capigruppo PD di Camera e Senato. Almeno loro hanno risposto. Nel frattempo, arriva la telefonata di Sax Nicosia, direttore artistico del Baretti : “Apriamo la stagione del Baretti con “Salam/Shalom – Due padri”.” È il racconto dei due padri interpretato da Massimo Somaglino e Alessandro Lussiana. “Nel teatro, come nella vita, la famiglia esiste quando le differenze convivono e si sostengono. Il palcoscenico, con la sua luce imperfetta, è il nostro laboratorio di equilibrio, il luogo dove provare a ricomporre un’armonia possibile… “ Così Sax Nicosia presenta lo spettacolo. Quell’armonia possibile è la nostra motivazione a sostegno della candidatura al Nobel per la Pace. Quell’armonia possibile, cioè un mondo migliore e giusto, che esiste, ma talvolta non lo vediamo e, soprattutto, non lo sosteniamo. A quel punto non sapevamo se e come continuare, ma proprio mentre ci confrontavamo con i nostri dubbi e le nostre indecisioni è arrivato l’incontro che ha dato una svolta a tutta questa vicenda: la presentazione alla Libreria Claudiana del libro “Mio padre, tuo padre. Due uomini contro l’odio israelo-palestinese” (2025, DeAgostini) di Carola Benedetto e Luciana Ciliento. Bellissimo e con un format narrativo che tocca il cuore e ti regala complicità e voglia di continuare, un libro che ripercorre la storia di Rami e Bassam attraverso il dialogo tra le due figlie uccise. Quella voglia di continuare ci porta a regalare copie del libro ai ragazzi e alle ragazze dell’associazione di Animazione Interculturale ASAI (del nostro quartiere), invitandoli a confrontarsi con le autrici. Ed è proprio l’accoglienza che quei ragazzi hanno fatto al libro e alle autrici a convincerci a continuare con loro, con Carola e Luciana. Ed è con loro che stiamo organizzando la visita a Torino dei “nostri padri”, che vedrà numerosi eventi pubblici il prossimo ottobre, tra i quali Torino Spiritualità. Lo stiamo facendo con la collaborazione di molti; per citarne alcuni, Paolo Verri, Giampiero Leo, la Comunità Valdese, chiedendo contributi economici a fondazioni ed enti e attivando un crowdfunding con la Casa del Quartiere di San Salvario che ci aiuterà a salutare Rami e Bassam con una cena halal e kosher aperta e popolare. E quello sarà l’incontro più bello. Ora è nato il Comitato per il sostegno al Nobel per la Pace, – presieduto da Paolo Verri – per convogliare il supporto alla candidatura di Bassam e Rami, cui stanno aderendo moltissime associazioni, cittadini comuni e personalità, tutti uniti dal desiderio di costruirlo davvero questo mondo giusto e possibile, seguendo il segno che i due padri hanno tracciato per noi. Per sostenerci economicamente vai al link https://dona.casadelquartiere.it/nobel_per_la_pace/~mia-donazione Per aderire al Comitato scrivi a info@anpinicolagrosa.it     Redazione Torino
July 19, 2026
Pressenza
Cultura è resistenza: Palestina in Sardegna – X Edizione
Ieri, 17 luglio 2026, al Lazzaretto di Sant’Elia a Cagliari, si è svolta la prima giornata di Palestina in Sardegna – X Edizione, rassegna letteraria dedicata alla presentazione di libri, proiezione di filmati, pièces teatrali e musica dal vivo. Oggi, la serata conclusiva. Il tema proposto quest’anno è CULTURA È RESISTENZA. Nonostante il caldo umido, con il termometro sopra i 40 gradi, pian piano la platea del Lazzaretto si è riempita di persone. Il presidente dell’Associazione Amicizia Sardegna Palestina, Fawzi Ismail, ha brevemente introdotto l’evento e presentato il programma della serata. Ha poi dato subito la parola a Ibtissam Jayed e a Guido Cadoni, giornalista e attore di teatro in lingua sarda, per la presentazione del libro di Shrouq Aila, Hanno ucciso habibi, Paperback, 2025. Introducendo la presentazione, Ibtissam Jayed ha amaramente constatato come nei media si parli dei palestinesi come numeri e statistiche, mai come persone con le proprie storie, il proprio vissuto nel dramma quotidiano. Shrouq Aila, giornalista pluripremiata, nel libro racconta cosa vuol dire vivere a Gaza sotto i bombardamenti, a partire dalla sua vicenda personale, che ha visto la perdita del suo amato compagno – il suo habibi (il suo amore), dal quale ha avuto una bambina -. L’ascolto dei brani del libro, declamati dalla calda voce di Guido Cadoni, ci ha immerso in un’atmosfera di silenzio e di dolore, ma anche di speranza per la resilienza-resistenza di una donna, vedova e madre, che deve far crescere la sua Dania, in una situazione di privazione estrema di cibo, senza una casa, ormai distrutta, e ancora sotto la minaccia degli attacchi quotidiani dell’esercito israeliano: “testimonianza della resilienza umana e del coraggio di un popolo la cui determinazione a ricostruire il proprio futuro sulle macerie rimane incrollabile”. Successivamente, senza stacco, presentazione del libro La Rosa di Gaza, Les Flâneurs Edizioni. Presenti, Luca Castolla, uno dei curatori del volume che ha dialogato con Aldo Nicosia, scrittore e docente di Lingua e Letteratura Araba presso l’Università di Bari, uno di traduttori delle poesie contenute nel libro. Ha letto alcuni brani Ibtissam Jayed. Il volume dà voce a dieci poetesse palestinesi – studentesse, madri, professioniste -, che, come ha ben spiegato Luca Castolla, raccontano la voglia di vivere, nonostante l’inferno della distruzione. Sono voci che ci parlano di bellezza, di sensualità, come della “goccia di sudore che cade su un seno”, di esperienze che esaltano l’umanità dell’incontro e della solidarietà. Presentazione del libro “La Rosa di Gaza” (foto di Pierpaolo Loi) Sono “le rose di gaza” – di cui Israele ha proibito anche la denominazione, così come ha praticato l’occultamento dei tantissimi toponomi palestinesi, – che continueranno a parlare e a parlarci della Striscia di Gaza e della Palestina occupata come luoghi che avranno un futuro. Il dialogo tra Nicosia e Castolla ha preso in considerazione il significato del termine “poesia”, che in arabo ha una connotazione più vicina al “sentire col cuore”. La traduzione è sempre anche un’approssimazione – ha affermato Aldo Nicosia, e tradurre dall’arabo è molto impegnativo. Alla domanda se le scrittrici di Gaza si possano definire potesse femministe, Luca Castolla ha risposto che sicuramente la loro poesia è una poesia femminile, che esprime il sentire interiore profondo della donna palestinese. Il terzo libro presche è stato presentato è Nel dolore di Gaza, Edizioni Q.  L’autore Yousri Alghoul ha dialogato con Claudia Ortu, docente di lingua inglese all’università di Cagliari. Il dialogo si è svolto in lingua inglese, con la traduzione in italiano. L’autore ha scritto il libro durante una delle fasi più violente e distruttive dell’assedio di Gaza e nel mezzo del genocidio perpetrato contro la popolazione palestinese. Il volume è una miscellanea di testimonianze vissute in prima persona, come nel racconto del bambino che passava per strada che l’autore aveva notato. Dopo un bombardamento, dal quale lui era scampato perché riuscito a trovare un rifugio, il giorno dopo scopre che il bambino è rimasto vittima dell’attacco criminale. O del vicino, ladro di professione, dal quale va a chiedere del cibo. Non gli darà del cibo, ma lo porterà con sé e gli insegnerà come procacciarsene. Questo ladro morirà come tante altre persone che andranno a chiedere il cibo alla ong americana mentre l’esercito israeliano sparerà sulle persone in fila ammazzandone a centinaia. Così anche il ladro perderà la sua vita. L’autore si è poi dilungato nel denunciare i crimini dello stato sionista. Alla domanda dell’interlocutrice su cosa significhi il termine VITTORIA, ha risposto che la vittoria del popolo palestinese è legata alla capacità di resistere soprattutto per quanto riguarda l’educazione e la formazione delle nuove generazioni, a partire dai bambini e dalle bambine, che a Gaza hanno continuato e continuano a studiare nelle tende. La Cultura è resistenza e porta in sé i semi di una nuova germinazione. Ha chiuso la serata la proiezione del film To a Land Unknown di Mahdi Fleifel, regista danese-palestinese diplomatosi nel 2009 presso la National Film & TV School del Regno Unito. Il film ha collezionato 30 premi internazionali partecipando a 150 festival in 60 paesi diversi. Pierpaolo Loi
July 18, 2026
Pressenza
Zohran Mamdani è pronto a chiedere l’arresto di Netanyahu se andrà a New York per l’Assemblea Generale dell’ONU
Il sindaco di New York Zohran Mamdani ha dichiarato che sta valutando la possibilità di chiedere l’arresto per il premier israeliano Benjamin Netanyahu qualora si rechi nella città a settembre per partecipare all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. “Credo che il Primo Ministro Netanyahu debba essere processato all’Aia”, ha affermato il sindaco durante la trasmissione The Interview del New York Times, riferendosi al mandato di arresto emesso dei suoi confronti e di quelli dell’ex Ministro della Difesa Yoav Gallant dalla Corte Penale Internazionale per presunti crimini di guerra commessi nella Striscia di Gaza. “È un criminale di guerra e dopo quello che il suo governo ha fatto negli ultimi anni questa è un’opinione condivisa da molti.” Mamdani ha sempre criticato duramente la politica di Israele. Durante la campagna elettorale aveva promesso, se fosse diventato sindaco, di ordinare l’arresto di Netanyahu nel caso avesse visitato la città. Ora ha chiesto il parere dell’ufficio legale della città e avviato delle consultazioni per capire se il sindaco ha l’autorità di ordinare alla polizia locale l’arresto di un capo di stato straniero. “Faremo tutto ciò che la legge ci consente di fare a New York, ma non scriveremo nuove leggi per raggiungere questo obiettivo”, ha precisato. La reazione di Netanyahu non si è fatta attendere: come al solito ha accusato il sindaco di essere un sostenitore di Hamas e un nemico di Israele. Anna Polo
July 18, 2026
Pressenza
Gaza e le api di Monza
Eleonora ci scrive questa sua testimonianza, ma per completarla ci invia anche il racconto del suo amico Mattia. Entrambe meritano la lettura. La vita ci regala spesso incontri inaspettati! Grazie alla frequentazione del Presidio quotidiano in Piazza Duomo ho conosciuto un gruppo di persone, tra cui Nuni, Loredana, Claudio e Gianluca, che sono in contatto con alcuni studenti palestinesi arrivati a Milano grazie a delle borse di studio. Mi hanno coinvolto nel proposito di creare per loro qualche momento di socialità e spensieratezza. E mi sono chiesta: “Io cosa posso fare?” Sono un’apicoltrice amatoriale e assieme al mio amico Gianpiero (il vero esperto) ho proposto una visita al nostro apiario didattico che si trova a Monza ed è gestito dall’associazione Apicittadine, guidata dall’instancabile Mattia. Abbiamo coinvolto familiari e amici per gestire gli spostamenti dei ragazzi, allestito i luoghi esponendo la bandiera palestinese e preparando alcuni cartelli con descrizioni in lingua araba, ci siamo divisi i compiti per fare acquisti e preparare il cibo. Ci siamo dati da fare per creare un’atmosfera il più accogliente possibile. Il risultato è andato oltre ogni aspettativa! I ragazzi erano a loro agio, hanno raccolto alcuni prodotti dell’orto, hanno osservato da vicino la meraviglia delle api con lo stesso stupore dei bambini che spesso vengono a farci visita. Un momento semplice e conviviale vissuto in serenità. Allo stesso tempo pensavo che molti di loro fino a pochi mesi fa erano ancora a Gaza. I loro familiari sono ancora in quell’inferno… Se per un attimo hanno sentito il calore familiare che volevamo trasmettere è già molto, ma non basta. Dobbiamo batterci ogni giorno per far sì che ogni studente, ogni bambino, ogni persona palestinese possa vivere in pace nella sua terra, dove poter tenere in tasca le chiavi e dire…: “Andiamo a casa”. E ora il racconto di Mattia che li ha accolti: Domenica scorsa, il 12 luglio, il nostro Giardino della Biodiversità e della Legalità a Monza si è riempito di sguardi, storie e parole che difficilmente dimenticheremo. Abbiamo trascorso il pomeriggio insieme a un gruppo di studenti palestinesi venuti a trovarci e l’emozione che abbiamo vissuto è difficile da racchiudere in poche righe. È stato un momento di condivisione pura. Da un lato, noi soci di Apicittadine abbiamo raccontato la nostra quotidianità, il legame profondo con il territorio e la cura delle nostre api; dall’altro, i ragazzi ci hanno regalato i loro ricordi d’infanzia, quando in Palestina passavano le giornate nei campi coltivati insieme a genitori e nonni. Due mondi apparentemente lontani che si sono scoperti incredibilmente vicini, uniti dallo stesso rispetto per la terra. Questo incontro ha toccato il cuore di ciò che Apicittadine vuole essere: una realtà che usa l’apicoltura e l’agricoltura urbana come strumenti di integrazione culturale e sociale. Nel nostro giardino lavorano persone che oggi vivono a Monza, ma provengono da diverse parti del mondo, portando con sé la propria cultura e letteralmente i propri semi. Vedere questi ragazzi nel nostro spazio ci ha ricordato che l’integrazione non è un concetto astratto. Mangiare una zucchina del Bangladesh o sorseggiare un tè con la menta del Marocco, entrambi coltivati qui a Monza, sono gesti semplici ma potentissimi. Sono i frutti e i semi di un’integrazione reale, visibile e possibile. Grazie di cuore a questi giovani per aver condiviso un pezzo della loro storia con noi. Mattia Cappello, responsabile del progetto www.apicittadine.it Foto di Simona Gangi, Laura Quattrocchi, Mattia Cappello, Matteo Salerno ed Eleonora Bortolamei Redazione Italia
July 17, 2026
Pressenza
La sofferenza di Gaza sui cartoni di Ahmed
Abbiamo visitato la mostra dell’artista palestinese di Gaza, Ahmed Muhanna, in occasione della tappa romana di “Gaza: storie di speranza e resilienza”. (https://cdn.wfp.org/2025/eu-gaza/) Ahmed ha il proprio laboratorio-abitazione a Gaza, incastrato tra palazzine semidistrutte e cumuli di immondizia ad ogni angolo di strada. Da sempre ha interpretato l’arte figurativa anche come strumento per estrarre dalle menti di bambini/e traumatizzati/e da anni di sofferenze e tragedie ben al di là del “recente” 7 ottobre 2023, i mostri che li assillano. Si chiama arteterapia, un’attività meritevole svolta per anni da Ahmed, interrotta però dalle bombe che recisero anche la sua ispirazione artistica per lunghi mesi, fino a quando arrivò la svolta. Quale miglior supporto per la sua necessità di rendere partecipe il mondo intero delle quotidiane e atroci sofferenze del suo popolo, delle scatole di cartone usate dal World Food Program? È così che rimboccatesi le maniche e nella penuria quasi totale di materiali e strumenti per dipingere, ha iniziato a rappresentare sui cartoni i volti segnati, le mani supplicanti, le urla simili a quelle di Munch ma anche i sorrisi, frutto di una capacità di resilienza di cui i palestinesi avrebbero voluto volentieri fare a meno in questi ultimi 80 anni. Ha ricominciato anche la sua arteterapia con i bambini di Gaza, con maggior vigore pur se sotto tende di fortuna, sempre troppo calde d’estate e troppo umide e fredde in inverno. Il messaggio di Ahmed al mondo intero è in fin dei conti molto semplice e lo stesso materiale usato, il cartone dove sullo sfondo compare qui e là il logo del WFP, lo rinforza implicitamente, il medium è il messaggio: il popolo di Gaza è stanco, anzi stremato, dai chilometri percorsi ogni giorno per procurarsi cibo e acqua, proprio come fa anche l’artista Ahmed per far sopravvivere la sua famiglia. È quindi un’arte vissuta in prima persona da Ahmed e fotografata giorno dopo giorno, riuscendo a cogliere la sofferenza negli sguardi altrui perché quella è anche la sua. Ahmed è nato nel 1984 a Deir al-Balah, nella Striscia di Gaza. Si è laureato in Belle Arti all’Università Al-Aqsa nel 2006 e ha lavorato come facilitatore artistico presso la Fondazione Al-Qattan, aiutando bambini a usare l’arte come strumento di terapia psicologica, essendo anche specialista in arteterapia infantile. In tre mesi intensi, spesso sotto la minaccia costante dei bombardamenti, ha realizzato 40 dipinti sui cartoni del WFP e oltre 20 opere su carta. I suoi soggetti parlano della guerra moderna, ovvero di sfollamenti, fame, code per l’acqua, bambini sofferenti, madri disperate, una guerra fatta di tanti “effetti collaterali” uno di seguito all’altro, come racconta l’IDF. L’ONU ha però recentemente ribadito, qualora ci fosse ancora qualche dubbio, le proprie ipotesi iniziali confermando che si tratta, senza ombra di dubbio, di genocidio. Gaza: Stories of Hope and Resilience” ha portato, dunque, per la prima volta, le opere di Ahmed Muhanna al pubblico europeo: prima tappa a Bruxelles il 15 settembre 2025 e poi in tour in nove città europee. Anche Parigi l’ha ospitata, davanti all’Institut du monde arabe, fino al 31 maggio di quest’anno, mentre a fine giugno, con la tappa romana del tour, erano già decine di migliaia le persone che avevano visitato la mostra in giro per l’UE. Foto di Stefano Bertoldi Stefano Bertoldi
July 16, 2026
Pressenza