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Cuba, la piazza di Roma rompe il silenzio sulla nuova stretta di Washington
Giovedì 28 maggio diverse migliaia di persone, con una fortissima presenza di giovani, hanno attraversato il centro di Roma in un giorno feriale per raggiungere l’ambasciata degli Stati Uniti. Una mobilitazione nata in pochissimi giorni, colorata e determinata, che ha messo insieme le bandiere di Cuba e quelle della Palestina. Non si è trattato di una coincidenza coreografica o di un accostamento casuale, ma di una scelta politica netta: unire in un’unica protesta due popoli che la piazza riconosce oggi  tra le principali vittime di logiche di potere geopolitico che calpestano sistematicamente i principi del diritto internazionale. Sotto il profilo visivo, il corteo romano ha attraversato le strade della capitale portando in primo piano una simbologia carica di significato storico. Accanto ai vessilli delle formazioni politiche e sindacali promotrici, lo sventolio simultaneo delle bandiere cubane e di quelle palestinesi ha definito l’identità profonda della mobilitazione. Negli interventi che si sono succeduti lungo il percorso, Cuba e Palestina vengono identificate come i due fronti principali della medesima resistenza globale contro le sanzioni, l’occupazione e le politiche di aggressione economica e militare. La saldatura tra le due cause si fonda sulla comune condizione di comunità sottoposte a prolungati regimi di assedio – commerciale e finanziario nel caso caraibico, militare e territoriale in quello mediorientale – finalizzati a piegare la sovranità nazionale e a negare il diritto fondamentale all’autodeterminazione. Portare in piazza questa doppia simbologia ha permesso di sottrarre la crisi cubana a una dinamica puramente locale, inserendola in un quadro globale di opposizione alle ingerenze internazionali e ai tentativi di sottomissione dei popoli. L’urgenza di scendere in piazza è nata dall’ennesima escalation nei confronti dell’isola. All’embargo economico, commerciale e finanziario che soffoca il Paese da oltre sessant’anni, oggi si aggiunge una strategia ancora più stringente definita dall’amministrazione statunitense. Washington sta stringendo i nodi attorno alle forniture di idrocarburi dirette all’isola, colpendo in modo particolare gli scambi con il Venezuela. Questo blocco energetico mirato sta provocando continui blackout in tutto il territorio cubano, paralizzando i trasporti pubblici, rallentando le attività produttive e puntando deliberatamente al collasso economico totale del Paese. L’obiettivo dichiarato di queste misure è favorire la destabilizzazione politica interna e indurre un cambio di regime attraverso l’esasperazione della popolazione. Per fortuna, la reazione della società civile cubana racconta un’altra storia. Nonostante la durezza estrema delle privazioni materiali quotidiane, la popolazione non sta arretrando e ha dimostrato di non volersi piegare. Esiste una coesione di fondo che spinge i cittadini a difendere le conquiste storiche dell’isola – come la sanità pubblica universale, l’istruzione gratuita e la centralità dei bisogni delle persone rispetto alla logica del profitto – vissute come un patrimonio collettivo non negoziabile che unisce la popolazione alle scelte del proprio governo. A questa “asfissia materiale” si è unita, sul piano diplomatico, la provocazione del Dipartimento di Giustizia nordamericano, che ha aperto un provvedimento penale contro il novantaquattrenne Raúl Castro per fatti complessi risalenti al 1996. Un atto privo di reale valore giuridico internazionale, ma dall’altissimo peso politico. La piazza ha condannato questa mossa definendola un chiaro esempio di lawfare, ovvero l’uso politico della giustizia utilizzato come un’arma per colpire e delegittimare i simboli storici della rivoluzione cubana proprio nel momento di massima vulnerabilità materiale ed energetica del Paese caraibico. La tesi emersa dagli interventi diffusi dal megafono durante il corteo smonta radicalmente la retorica nordamericana sulla sicurezza: Cuba non costituisce, né ha mai costituito sotto il profilo militare o strategico una minaccia reale per gli Stati Uniti o per qualsiasi altra nazione del mondo. La reale “pericolosità” attribuita all’isola risiede interamente nel suo modello sociale ed economico, antitetico alle logiche del libero mercato senza regole. Cuba rappresenta un’idea di società differente, un paese internazionalmente noto nel Sud globale non per l’esportazione di armi o contingenti militari, ma per l’invio di brigate di medici, infermieri e insegnanti per combattere l’analfabetismo e le emergenze sanitarie, ponendosi come emblema della pace e della cooperazione tra i popoli. In tutto questo scenario, stride con forza il silenzio pesante dei governi europei e di quello italiano. Le istituzioni occidentali, che si proclamano quotidianamente paladine della democrazia, della legalità internazionale e dei diritti umani, si voltano dall’altra parte di fronte al tentativo di strangolare l’economia di un intero popolo, diventando complici di fatto delle sanzioni unilaterali e delle misure coercitive rinnovate dall’amministrazione statunitense. Il corteo di Roma, che si unisce alle tante manifestazioni in diverse città italiane e nel resto del mondo, ha svolto un fondamentale ruolo di supplenza politica da parte della cittadinanza attiva. I manifestanti hanno rotto l’isolamento informativo e la censura mediatica per ricordare che difendere la sovranità di Cuba e l’autodeterminazione della Palestina non è una questione nostalgica o di retroguardia, ma la base minima e indispensabile per sperare in un futuro di pace e nella costruzione di un ordine globale realmente multipolare e democratico. Foto di Mauro Zanella Giovanni Barbera
May 29, 2026
Pressenza
La banalizzazione del sionismo
Erri De Luca è a Gerusalemme. Lo ospita l’International Writers Festival di Mishkenot Sha’ananim, sostenuto dalla Jerusalem Foundation. Ha appena dichiarato al quotidiano Israel Hayom — il giornale fondato da Sheldon Adelson come strumento di supporto diretto a Netanyahu — di essere sionista, e di ritenere che definire «genocidio» ciò che accade a Gaza costituisca una «distorsione storica e verbale». Ha aggiunto che non condividerà mai un palco con chi usa quella parola. Il Nobel sudafricano J.M. Coetzee, invitato allo stesso festival, ha declinato aderendo al boicottaggio culturale. De Luca ha scelto la direzione opposta. Questo testo non si occupa della biografia di De Luca, né della sua letteratura. Si occupa delle sue tesi. Perché le tesi hanno conseguenze, e le conseguenze meritano confutazione. I. Il sionismo «minimo» come operazione retorica La prima mossa argomentativa di De Luca è una ridefinizione. Il sionismo, afferma, sarebbe «il riconoscimento più semplice e basilare del diritto degli ebrei a una patria nazionale, a una difesa esistenziale e necessaria». Su questa base, chiunque riconosca il diritto di Israele a esistere sarebbe già sionista, spesso senza saperlo. È una mossa raffinata quanto fuorviante. Svuota il termine di ogni contenuto storico per renderlo accettabile a chiunque, trasformandolo da categoria politica concreta in astrazione filosofica sull’autodeterminazione. Ma il sionismo non è nato come idea astratta. È nato come progetto politico di colonizzazione di una terra abitata, teorizzato da Herzl, realizzato attraverso la Nakba del 1948, la pulizia etnica di oltre 700.000 palestinesi dalle loro case — documentata non da propagandisti palestinesi, ma da storici israeliani come Benny Morris e Ilan Pappé. Hannah Arendt lo denunciò. Albert Einstein firmò una lettera pubblica definendo il partito di Begin — antenato diretto del Likud — fascista nei metodi e nell’ideologia. Ridefinire il sionismo come «coesistenza» nel maggio 2026 — mentre la Legge Fondamentale dello Stato-Nazione del 2018 sancisce costituzionalmente il carattere esclusivamente ebraico dello Stato, mentre i coloni occupano la Cisgiordania sotto protezione militare, mentre Gaza viene demolita sistematicamente quartiere per quartiere — non è filosofia. È propaganda con un volto letterario. E De Luca, che conosce l’ebraico antico e traduce la Bibbia, sa leggere anche questo. II. La «rabbia grammaticale» come categoria politica Il secondo nucleo argomentativo riguarda la parola «genocidio». De Luca afferma che l’uso di quel termine suscita in lui una «profonda rabbia grammaticale» e che applicarlo a Gaza costituisce una distorsione. La sua prova: se l’obiettivo dell’IDF fosse lo sterminio, avrebbe potuto colpire una popolazione immobile. Invece Israele ha ripetutamente spostato i civili da nord a sud e da sud a nord. Dunque non è genocidio. Questo ragionamento ha un nome tecnico: è una fallacia del fine dichiarato. Presuppone che un’operazione possa essere definita genocidaria solo se chi la compie lo dichiara esplicitamente come tale. Ma la Convenzione del 1948 non richiede l’ammissione degli intenti: richiede la prova dell’effetto sistematico e dell’intenzione di distruggere le condizioni di vita di un gruppo. Gli spostamenti forzati — presentati da De Luca come prova della buona fede di Israele — sono essi stessi classificati dalla Corte Penale Internazionale come crimini contro l’umanità. La Corte Internazionale di Giustizia — il massimo organo giudiziario dell’ONU, non un collettivo di attivisti — ha ritenuto plausibile la violazione della Convenzione sul Genocidio e ha emesso misure cautelari che Israele ha ignorato. Il rapporto A Cartography of Genocide di Forensic Architecture ha documentato la distruzione sistematica di obiettivi civili, culturali e sanitari. In un anno, l’aspettativa di vita a Gaza è crollata di 35 anni: il crollo più rapido mai registrato, superiore persino a quello del Rwanda nel 1994. Nei soli primi quattro mesi del conflitto, il numero di bambini uccisi ha superato quello di tutti i conflitti mondiali combinati degli ultimi quattro anni. De Luca decide di stare con la narrativa di Israel Hayom. È una scelta. Non è una verità. III. L’empatia selettiva come struttura del discorso Per comprendere come sia possibile che un intellettuale costruito sull’idea di stare dalla parte degli ultimi arrivi a negare l’evidenza più documentata del nostro tempo, occorre un quadro analitico che vada oltre la singola vicenda biografica. Roberto De Vogli, nel suo Empatia selettiva (Aliberti, 2025), offre una risposta sistemica. Per empatia selettiva intende la tendenza a provare compassione principalmente o esclusivamente per i membri del proprio «gruppo di appartenenza» — in base all’etnia, alla nazionalità, alla religione o allo status sociale — mostrando invece poca o nessuna empatia per i membri del «gruppo esterno». Non si tratta di una mancanza di empatia tout court: si tratta di una forma di risposta emotiva tribale che riserva compassione a determinate vittime e la nega ad altre. È un tratto che trascende i confini culturali, che ha radici biologiche, ma che è altrettanto plasmato dall’ideologia, dalla propaganda, dalla costruzione narrativa dei media e degli intellettuali di riferimento. De Vogli osserva che l’indifferenza dell’Occidente di fronte a Gaza non può essere spiegata con la mancanza di conoscenza. Le immagini sono disponibili, i dati sono pubblici, le sentenze internazionali sono leggibili. Ciò che manca è la compassione selettivamente negata. E questa negazione non avviene nel vuoto: viene costruita, giustificata, legittimata da figure che godono di autorevolezza culturale e che offrono razionalizzazioni intellettualmente presentabili per ciò che altrimenti sarebbe semplicemente insostenibile. De Luca svolge esattamente questa funzione. Non è il volto più brutale del sionismo: è la sua maschera progressista. Viene dalla sinistra radicale, da Lotta Continua, dall’operaismo militante. Ha difeso i No Tav in tribunale. Ha scritto pamphlet contro il potere. Ogni volta che una voce con quel profilo si dichiara sionista e nega il genocidio, la macchina della hasbara — la propaganda istituzionale israeliana — può concludere: «Vedete? Non è questione di destra e sinistra. È questione di onestà intellettuale». De Luca è prezioso per questa funzione normalizzante. La bellezza di una prosa non garantisce la lucidità di un giudizio politico. IV. Il coraggio come inversione De Luca presenta la sua posizione come atto di libertà intellettuale contro i «venti dominanti». Sostiene di essere volontariamente isolato dal mondo culturale italiano da un quarto di secolo. Afferma di non aver bisogno di critici letterari che tengano la corda quando è «appoggiato a una parete di roccia». Ma c’è un’asimmetria che questa retorica nasconde deliberatamente. Quando De Luca difendeva i No Tav si schierava contro lo Stato italiano, contro grandi interessi economici, contro la magistratura. Rischiava in proprio. Oggi, dichiarandosi sionista su un giornale israeliano di destra e partecipando a un festival finanziato dalla Jerusalem Foundation, si schiera con il governo più potente della regione, con l’apparato militare più avanzato del Medio Oriente, con i governi occidentali che finanziano e armano Israele nonostante le ordinanze internazionali. Non è coraggio. È conformismo travestito da eresia. I «venti dominanti» che De Luca dichiara di sfidare non sono quelli di Gaza: sono quelli dell’establishment culturale italiano che lo critica. Ma l’establishment culturale italiano non ha bombardato ospedali, non ha imposto blocchi alimentari, non ha ucciso giornalisti. I venti che spirano davvero, e che De Luca asseconda, vengono da un’altra direzione. V. La semantica come complicità Vi è un ulteriore aspetto che merita attenzione: il ruolo che la disputa semantica svolge nella struttura del discorso negazionista. De Luca non nega i morti. Non nega la distruzione. Contesta la parola. E in questo contesto, contestare la parola equivale a contestare la qualificazione giuridica, morale e politica di ciò che quella parola descrive. William Schabas, professore di Diritto internazionale alla Middlesex University, ha spiegato perché questo non è un dettaglio formale: la parola conta per le vittime, perché indica il riconoscimento della loro sofferenza come crimine dei crimini; conta giuridicamente, perché apre le porte alla Corte Internazionale di Giustizia attraverso la Convenzione sul Genocidio; conta politicamente, perché sancisce la responsabilità degli Stati che ne sono stati complici. Invocare la «rabbia grammaticale» davanti a oltre 70.000 morti — di cui circa il 60% donne, bambini e anziani, secondo le stime pubblicate su The Lancet — non è rigore lessicale. È la sublimazione letteraria di una scelta di campo. E ogni scelta, a questo livello di consapevolezza, porta con sé una responsabilità che nessuna metafora poetica può assolvere. VI. Il paradigma palestinese C’è infine una domanda più radicale che attraversa questa vicenda, e che riguarda non soltanto De Luca ma la struttura di un intero modo di stare nel mondo. Gaza è diventata lo spartiacque della coscienza del nostro tempo. Non perché si possa — o si debba — ignorare le altre guerre, le altre sofferenze, le altre occupazioni. Ma perché Gaza rappresenta il luogo in cui si misura più precisamente se l’empatia è universale o tribale, se i princìpi che si dichiara di difendere reggono quando diventano scomodi, se il coraggio intellettuale è una postura o una pratica. De Vogli documenta come Gaza sia diventato il luogo con il più alto numero di amputazioni infantili pro capite al mondo; come il bilancio dei bambini uccisi non abbia precedenti nella guerra contemporanea; come in un solo anno l’aspettativa di vita sia collassata di un terzo di secolo. Queste non sono astrazioni: sono misure. E quando di fronte a queste misure si risponde con una «rabbia grammaticale», si rivela qualcosa di preciso sulla propria posizione morale, che non può essere celato da decenni di militanza precedente. L’empatia selettiva — e qui sta il punto fondamentale del contributo di De Vogli — non è una condizione inevitabile. Non è soltanto biologia: è anche ideologia. E se è plasmata dall’ideologia, può essere messa in discussione, può essere cambiata. Ma solo se si è disposti a riconoscerla per quello che è. Erri De Luca non lo è. E nel non esserlo, dimostra esattamente ciò che nega. Riferimenti bibliografici e documentali De Vogli, R. (2025). Empatia selettiva. Perché l’Occidente è rimasto a lungo indifferente al genocidio di Gaza. Compagnia editoriale Aliberti. De Luca, E. (25 maggio 2026). «Sono un sionista e a Gaza non c’è nessun genocidio» (intervista a Israel Hayom, trad. G. Meotti). Il Foglio, 25 maggio 2026. Disponibile su: https://www.ilfoglio.it Morvillo, V., Laor, I., Fernández, M., Circolo GAP Roma (27 maggio 2026). «Erri De Luca si schianta sul genocidio». Contropiano. Disponibile su: https://contropiano.org Taddei, R. (25 maggio 2026). «Erri De Luca a Gerusalemme». Comune-info. Disponibile su: https://comune-info.net Forensic Architecture (2024). A Cartography of Genocide. Disponibile su: https://forensic-architecture.org Guillot, M. et al. (2025). «Life expectancy in Gaza». The Lancet. Citato in: De Vogli (2025). Jamaluddine, Z. et al. (2025). «Demographic composition of fatalities in the Gaza Strip». The Lancet. Citato in: De Vogli (2025). Bhutta, Z.A. et al. (2024). «When is enough, enough?». British Medical Journal. Citato in: De Vogli (2025). Corte Internazionale di Giustizia (gennaio 2024). South Africa v. Israel. Application of the Convention on the Prevention and Punishment of the Crime of Genocide. Misure cautelari. Schabas, W. (2024). Intervista a Der Spiegel. Citato in: De Vogli (2025). Morris, B. (2004). The Birth of the Palestinian Refugee Problem Revisited. Cambridge University Press. Pappé, I. (2006). The Ethnic Cleansing of Palestine. Oneworld Publications. Amnesty International (2022). Israel’s Apartheid against Palestinians: Cruel System of Domination and Crime against Humanity. Laor, I. (19 maggio 2006). Risposta a Erri De Luca. Il manifesto. Citato in: Morvillo et al. (2026). Francesco Russo
May 28, 2026
Pressenza
La Corte reimpone le sanzioni a Francesca Albanese. “E’ ostile agli interessi americani”
Il Dipartimento di Stato era stato chiaro: «Il governo intende reinserire il nome della signora Albanese nell’elenco delle persone sanzionate»; la promessa è stata mantenuta. La Corte d’Appello di Washington D.C. ha infatti rovesciato la decisione del tribunale distrettuale della capitale con cui il giudice federale Richard Leon disponeva la sospensione immediata delle sanzioni contro la Relatrice Speciale per le Nazioni Unite sui Territori Palestinesi Occupati Francesca Albanese, ricordando che proteggere la libertà di espressione «è sempre nell’interesse pubblico» degli Stati Uniti. L’ingiunzione del tribunale, sostiene la Corte d’Appello, «arreca un danno irreparabile al governo e al pubblico, interferendo con il potere decisionale dell’esecutivo in ambiti delicati come la sicurezza nazionale e gli affari esteri»; le sanzioni devono essere dunque ristabilite e la sentenza del giudice Leon ritirata. La sospensione delle sanzioni statunitensi a Francesca Albanese è durata appena una settimana. Essa era stata disposta lo scorso 13 maggio, in risposta alla causa intentata dalla famiglia di Albanese contro l’amministrazione USA, che aveva citato in giudizio il presidente Donald Trump e alcuni funzionari. Le sanzioni imposte contro la Relatrice, secondo i ricorrenti, violavano infatti il Primo, il Quarto e il Quinto Emendamento della Costituzione statunitense, configurando un sequestro di beni senza giusto processo. Le misure erano entrate in vigore il 9 luglio dello scorso anno, su effetto dell’ordine esecutivo 14023, firmato dal presidente Trump nel febbraio 2025: come spiegato dalla stessa Albanese, le sanzioni avevano avuto pesanti ripercussioni sulla sua vita, rendendole impossibile non solo recarsi nel suo ufficio presso la sede dell’ONU, a New York, ma anche avere un conto in banca (sia negli USA che in Italia) e, in generale, di effettuare qualsiasi genere di scambio economico – inclusa l’accettazione di un caffè al bar. Il giudice Richard Leon ha accettato gli argomenti dei ricorrenti e disposto il congelamento delle sanzioni contro la Relatrice. Una settimana esatta dopo, con un aggiornamento del Dipartimento del Tesoro passato in sordina, gli USA toglievano ufficialmente la Relatrice dalla lista delle persone sanzionate; il Dipartimento di Stato è tuttavia tornato sul tema, specificando che tale rimozione non costituiva un cambio di politica verso Albanese: «Il governo ha presentato ricorso contro la sentenza del tribunale», ha dichiarato. «Nel caso in cui la Corte d’Appello del Distretto di Columbia confermi o annulli tale sentenza, il governo intende reinserire il nome della signora Albanese nell’elenco SDN». Detto, fatto: appena 24 ore dopo l’aggiornamento sul sito del Dipartimento del Tesoro, la Corte d’Appello ha disposto il rovesciamento dell’ordine del tribunale distrettuale. Secondo i giudici, dal punto di vista tecnico le disposizioni di Leon sarebbero state viziate all’origine, poiché il Primo Emendamento – quello sulle libertà – non proteggerebbe i cittadini non statunitensi residenti all’estero; nonostante ricopra un ruolo che richiederebbe periodicamente la sua presenza fisica presso la sede dell’ONU a New York, Albanese, argomenta la Corte, non avrebbe «legami sostanziali» con il territorio statunitense, e, anche se li avesse, essi «non sarebbero sufficienti a garantire a un cittadino straniero residente all’estero la protezione del Primo Emendamento»; i giudici d’appello hanno inoltre motivato la propria decisione appellandosi al fatto che Albanese non fosse tra i ricorrenti, e che la portata dell’ingiunzione di Leon sarebbe «ben più ampia di quanto necessario per porre rimedio a un eventuale danno subito dai ricorrenti», che potrebbe essere risolto disapplicando le sanzioni contro di essi. Con tale decisione, la Corte d’Appello chiede al tribunale distrettuale di rivedere in tutto o in parte la propria decisione e di revocare la sospensione delle sanzioni ad Albanese. Se avesse effetto, l’ingiunzione di Leon «minerebbe importanti interessi di sicurezza nazionale e di politica estera degli Stati Uniti, usurpando così l’autorità che la Costituzione e il Congresso hanno conferito al Presidente in questo ambito così delicato». Gli Stati Uniti avevano già tentato in varie occasioni di colpire Albanese, contestando ripetutamente (e sempre senza successo) la sua attività alle Nazioni Unite, ma le sanzioni dirette sono giunte solamente dopo la pubblicazione del rapporto in cui stilava una lunga lista di aziende (molte delle quali europee e statunitensi) complici del progetto israeliano di colonizzazione della Palestina. Il danno potenziale, evidentemente, avrebbe potuto essere il più temuto di tutti: quello di natura economica. Nel report non vengono citate solo le aziende belliche come la italiana Leonardo, o quelle di sorveglianza tecnologica come Palantir, ma anche Amazon, Carrefour, AirBnB, Booking, IBM, HP, Microsoft e molte altre, oltre a ONG, fondi pensionistici, istituti finanziari.   L'Indipendente
May 28, 2026
Pressenza
Erri De Luca ignora volutamente cosa sia il sionismo
Il 25 maggio 2026, mentre i morti certificati a Gaza superano i 70 mila, mentre la realtà stessa e la Corte Internazionale di Giustizia parlano di “genocidio”, lo scrittore Erri De Luca ha rilasciato un’intervista a Israel Hayom — il quotidiano fondato dal miliardario trumpiano Sheldon Adelson come strumento di supporto a Netanyahu — in cui si dichiara “sionista” e dice che definire “genocidio” quello che accade a Gaza è “una distorsione storica e verbale” (qui una traduzione dell’intervista a De Luca). Dopo i numerosissimi commenti critici sui social, Erri De Luca è tornato a chiarire la sua posizione, via Facebook: “Ritorno su una parola infelice. Oggi sionismo coincide con il governo della peggiore destra israeliana. Ho voluto recuperare il senso originale del termine. Sionista è chi riconosce lo Stato di Israele. Chi crede che la soluzione del conflitto consista in due Stati, uno palestinese e uno israeliano, è per me sionista. Chi sostiene l’eliminazione d’Israele dalla carta geografica è antisionista.” Una definizione così larga da svuotare la parola di ogni contenuto storico e da renderla accettabile a chiunque. Dalle dichiarazioni, Erri De Luca dimostra non solo di non conoscere la storia, ma di non conoscere nemmeno il significato del termine “sionismo” e di continuare a perseverare nella sua ignoranza narrativa, tentando di risignificare in modo autoreferenziale e personalistico un termine (vedasi: “… è per me sionista”) che ha già la sua definizione. Il fatto che lui non lo conosca (o lo voglia volutamente manipolare e distorcerne il significato) non significa che per il restante della popolazione informata, cosciente e che si occupa di Palestina, il significato della parola “sionismo” non sia chiaro. Sebbene nasca in realtà nel 1600, il sionismo si concretizza come ideologia politica nazionalistica nel 1800, nata dall’ebreo ateo Theodor Herzl, il cui fine è la costruzione artificiale del “popolo ebraico” (leggasi “L’invenzione del popolo ebraico” di Shlomo Sand) e l’affermazione del suo presunto diritto all’autodeterminazione del “popolo ebraico” e il supporto alla formazione di uno “Stato ebraico” in qualsiasi parte del mondo. Originariamente le zone in cui si voleva far nascere lo Stato ebraico sono state molteplici: Argentina, Uganda, Madagascar ed altre ancora. Solo alla fine si è pensato alla Palestina come “terra ideale”, riesumando la diaspora ebraica del 70 d.C. e rifacendosi alle citazioni del Tanakh e della Bibbia, che parlano di “Terra di Israele” come la “Terra Promessa”. Il sionismo ha piegato il messaggio ebraico della “terra promessa” ai suoi fini, in quanto per gli ebrei si sarebbe potuto tornare alla “terra promessa” solo con la venuta del Messiah, cosa che gli ebrei stanno ancora aspettando. La retorica della “terra promessa” ha giustificato la creazione dell’Entità sionista d’Israele attraverso la colonizzazione della Palestina storica, tentando, almeno a partire dagli anni 1930, di ottenerne un territorio il più esteso possibile e di ridurre al minimo la presenza di arabi palestinesi al suo interno. Dopo la pubblicazione del saggio Der Judenstaat (lo Stato ebraico) all’inizio del 1896, Theodore Herzl fece seguire il Primo Congresso Sionista, che si tenne a Basilea dal 29 al 31 agosto 1897, in modo da costituire un movimento permanente. Il Programma di Basilea affermò che «il sionismo si sforza di ottenere per il popolo ebraico un focolare garantito dal diritto pubblico in Palestina». I metodi da adottare per il raggiungimento di questo obiettivo comprendevano l’incoraggiamento della colonizzazione ebraica in Palestina, l’unificazione e l’organizzazione di tutte le comunità ebraiche, il rafforzamento della coscienza ebraica individuale e nazionale e iniziative per assicurarsi l’appoggio dei diversi governi per realizzare gli obiettivi del sionismo. Il sionismo ha avuto il via libera grazie alla Dichiarazione Balfour del 1917, un documento ufficiale della politica del governo britannico in merito alla spartizione dell’Impero ottomano da realizzarsi all’indomani della prima guerra mondiale, in cui l’allora ministro degli esteri del Regno Unito Arthur Balfour (ultraconservatore, massone e dichiarato antisemita) scriveva a Lord Rothschild (inteso, quest’ultimo, come principale rappresentante della comunità ebraica del Regno Unito e referente del movimento sionista) che il governo del Regno Unito guardava con favore alla creazione di una “dimora nazionale per il popolo ebraico” in Palestina, allora ancora parte dell’Impero ottomano. Le motivazioni di tale dichiarazione non erano filantropiche né tantomeno filo-ebraiche, ma anzi erano viste come l’occasione per Balfour, dichiaratamente antisemita, di sbarazzarsi degli ebrei inglesi, dando inizio a migrazioni più o meno volontarie. La colonizzazione della Palestina è stata permessa, in modo massiccio, proprio dagli Accordi di Haavara tra Germania nazista ed ebrei tedeschi sionisti firmato il 25 agosto 1933. L’accordo venne definito dopo tre mesi di colloqui dalla Federazione sionista tedesca, dalla Banca anglo-palestinese (sotto la direttiva dell’Agenzia ebraica) e dalle autorità economiche della Germania nazista. Fu un fattore importante nel rendere possibile la migrazione di circa 60.000 ebrei tedeschi in Palestina tra il 1933 ed il 1939. Anche qui l’obiettivo non era filantropico, ma era connotato da profondo antisemitismo: le organizzazioni sioniste d’estrema destra tedesche erano simpatizzanti del Fuhrer e il loro obiettivo dichiarato era perseguire l’obiettivo degli Accordi di Haavara, ovvero quello di spingere gli ebrei tedeschi, attraverso una propaganda idilliaca sulle possibilità di lavoro in Palestina, a migrare forzatamente in Palestina. Non a caso, se le organizzazioni ebraiche e giovanili di sinistra vennero messe fuorilegge dal Terzo Reich, le organizzazioni sioniste d’estrema destra appoggiarono il Reich e godettero del suo appoggio fino a quando non caddero vittime delle leggi razziali del 1935. Anche se poi, molti di loro diventarono collaborazionisti del Reich, come racconta molto bene Hannah Arendt nel suo capolavoro “La banalità del male”. Il sostegno al sionismo crebbe in particolare nel secondo dopoguerra, successivamente all’Olocausto e allo scadere del mandato britannico della Palestina: ciò portò condizioni più favorevoli per una dichiarazione d’indipendenza israeliana. La nascita dello Stato di Israele nel 1948 si fonda sulla nakba, ovvero la strage di palestinesi che diede origine a quello che lo storica israeliano Ilan Pappè chiama “genocidio incrementale” dal 1948 ad oggi, sfociato nell’escalation militare israeliana genocidiaria a Gaza del 2023. Il sionismo è un fenomeno che, per quanto si inserisca nei nazionalismi ottocenteschi, si concretizza come colonialismo d’insediamento caratterizzato da profondi sentimenti di anti-arabismo, etnocentrismo e suprematismo bianco. Per questi motivi, e per le sue radici ideologiche nazionaliste, il sionismo ha spaccato il mondo ebraico. Sionismo ed ebraismo sono due concetti diversi e, per quanto il sionismo si serva dell’ebraismo per giustificare se stesso, è ben diverso e distinto da esso. Moltissimi sono gli ebrei che si sono sempre dichiarati antisionisti ed hanno percepito il sionismo come un male per gli ebrei nel mondo. La stessa Hannah Arendt lo afferma. Questo è il sionismo, ovvero questa è la sua storia e questo è il suo presupposto, che esso sia di stampo religioso, messianico, revisionista (che poi è quello veramente maggioritario e simpatizzante con il fascismo storico) o liberale (alla Rabin). C’è chi continua a parlare del “sionismo buono”, quello dei famigerati kibbutz, che sarebbero delle idilliache ed edeniche comuni di stampo socialista: si tratta di una bufala. I kibbutz sono sorti su territori occupati, strappati ai palestinesi, che ben poco avevano di socialista. Sarebbe interessante invece collocarli nelle forme di comunitarismo e di rossobrunismo ante-litteram, ben diverso dagli ideali socialisti e di liberazione nazionale che hanno caratterizzato la storia di tutto il Novecento. Per il resto, i “sionisti buoni” liberali, alla Rabin, e laburisti (non a cosa la derivazione è inglese), alla Golda Meir, sono tutto fuorchè “buoni”. Sono stati parte integrante di quelli che hanno spianato la strade all’estrema destra sionista di Netanyahu, perchè la gente, alla copia, preferisce sempre l’originale: meglio un fascista originale che una copia di fascista. Questo è ciò che è il sionismo, e non significa credere nella soluzione binazionale, né tantomeno nei falliti Accordi di Oslo, che hanno sostanzialmente aperto alla colonizzazione a macchia di leopardo della Cisgiordania fino ad oggi, visto che Israele li ha sempre violati in modo sistematico. In tutto ciò Israele non è “l’unica democrazia in Medioriente”, ma un tentativo di occidentalizzare il Medioriente (meglio definita come Asia Occidentale) attraverso l’unica etnocrazia al mondo priva di Costituzione, fondata sul teocon e che non possiede nemmeno confini precisi. Quando si parla dei “confine del 1967” solitamente si fa riferimento alla Risoluzione 181 dell’ONU come se avesse disposto la spartizione della Palestina. In realtà si tratta di un errore storico, giuridico e geografico: la Risoluzione 181 dell’Onu non dispone nessuna partizione e non ha nemmeno raccomandato quel confine anche perché, giuridicamente, Israele non ha confini. I cosiddetti “confini pre-5 giugno 1967” non sono altro che la linea dell’armistizio con cui è avvenuta l’acquisizione giuridicamente inaccettabile del 78% dei territori palestinesi (non del 56%, come “disponeva” la risoluzione ONU) su cui ad oggi non vige alcun trattato di pace. La retorica erronea e vergognosa dei “confini del 1967” è solo un favore gratuito ad Israele che gli permette di perseverare nell’occupazione coloniale di terre non sue. Israele non ha confini, se non nei suoi progetti e nelle sue mappe coloniali risalenti a ben prima del 29 novembre 1947, ovvero con il Piano Dalet: il piano bellico stabilito dal movimento terrorista sionista d’estrema destra Haganah nel marzo 1948, stilato da Israël Ber e Moshe Pasternak, sotto la supervisione del capo delle operazioni dell’Haganah Yigael Yadin durante la guerra arabo-israeliana del 1948, con il fine di inglobare tutta la Palestina storica con parti di Siria, Giordania, Libano oltre all’intera Terra di Canaan. Israele non ha confini, se non quelli previsti dal Piano Yinon (ideato e scritto da Odeon Yinon nel 1982), che prevede una “grande Israele” creata un giorno dalla distruzione delle nazioni arabe oggi percepite come minacce per Israele. Il piano prevedeva di rovesciare i governi arabi esistenti, lasciandosi alle spalle sette caotiche e contrapposte di enclave musulmane facilmente conquistabili, che avrebbero, di fatto, giustificato una “grande Israele” dominante dal Mar Mediterraneo attraverso i fiumi Tigri ed Eufrate. Il Piano Yinon era pensato come una campagna sistematica per minare, dividere e distruggere con ogni mezzo necessario le diverse nazioni arabe per consentire a Israele di progredire senza ostacoli, con il sostegno esterno delle correnti sioniste nei movimenti neoconservatori americani e fondamentalisti cristiani. Israele e i suoi governi stanno attuando con enormi successi ciò che sono questi obiettivi. Con l’attuale “soluzione finale” a Gaza sembra che Netanyahu abbia tratto ispirazione dal Piano D e dal Piano Yinon e che li stia mettendo in atto sotto mentite spoglie. Tutti sanno cosa è il sionismo, se Erri De Luca non l’ha ancora capito o finge di non averlo capito, per di più negando il genocidio in atto a Gaza e la repressione sistematica in Cisgiordania, è problema ESCLUSIVAMENTE suo. Il tutto aggravato dal fatto che persiste nel suo negare il genocidio in atto a Gaza. Quindi lui non ha diritto ad aprire nessun dibattito: lui o non conosce o volutamente ignora una fetta di storia e continua a perseverare in questo. Non è “sionista chi sostiene la soluzione a due Stati”, ma è sionista chi sostiene il sionismo come ideale nazionalistico e come colonialismo di insediamento; come colonizzazione ed “occupazione belligerante” (come riconosciuta dall’ONU) della Palestina e delle alture del Golan con l’obiettivo della “grande Israele”; come repressione, violenza sistematica, apartheid razzista e coloniale nei confronti del popolo palestinese e delle minoranza non-bianche che Israele marginalizza; e come militarizzazione forzata e repressiva delle terre palestinesi. Chi collabora e sostiene tale sistema è complice di una violazione inaudita dei diritti umani, oltre a violare il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese. Le parole di Erri De Luca, oltre a generare ulteriore confusione, rischiano di riaprire un dibattito inutile e sterile con l’obiettivo di riscrivere la storia con altre parole e definizioni: cosa che a lui piace molto. Se lui ha delle difficoltà a comprendere cosa sia o non vuole accettare che il sionismo sia un’altra cosa rispetto a quello che sostiene, deve informarsi o semplicemente stare in silenzio e non continuare a lanciare frecce nella speranza che qualcuno lo ri-citi e gli dia corda. Questo fa lui ed é disdicevole. Erri De Luca deve decidersi, o è sionista, o è per la soluzione binazionale (cosa ormai superata anche nei movimenti in solidarietà con la Palestina), o dichiararsi contro il genocidio, o continuare a fare lo “scemo di guerra”. Se vuole uscire dal suo stato di minorità, per citare Kant, potremmo aprire un dibattito, altrimenti ogni suo contributo è vano.   Ulteriori informazioni sul sionista Erri De Luca: > Il paralogismo di Erri De Luca > Le parole di Erri De Luca hanno un peso determinante? > Erri De Luca a Gerusalemme Lorenzo Poli
May 28, 2026
Pressenza
Zohran Mamdani non parteciperà all’Israel Day Parade a New York
Il sindaco di New York Zohran Mamdani ha annunciato che non parteciperà all’Israel Day Parade, la parata annuale che si svolge lungo la Fifth Avenue. Secondo gli organizzatori si tratta del più grande raduno al mondo a sostegno di Israele. Quest’anno il titolo dell’evento previsto per domenica 31 maggio è “Fieri americani, fieri sionisti.” Non era mai accaduto negli ultimi 62 anni che il sindaco di New York prendesse le distanze da questa celebrazione. Zohran Mamdani ha spiegato la sua scelta dichiarando che come cittadino e come essere umano non parteciperà alla parata perché offende la sua coscienza.           Redazione Italia
May 28, 2026
Pressenza
Veicolare messaggi nei tempi del turismo di massa
In Italia si contano 479 milioni di turisti l’anno; se in alcune località del Belpaese la stagione può ancora fare la differenza, nelle città d’arte il dato rimane stabile che splenda il sole, nevichi o piova a catinelle. E non servono i numeri ufficiali per rendersene conto… Questi i miei pensieri mentre passeggio a fatica tra la folla di “Spaccanapoli” sbirciando le vetrine e scattando foto a muri sbrecciati. Cerco graffiti, opere fatte a stensil, ma anche scritte e adesivi. La Street Art mi affascina dai tempi dell’università e sebbene non l’abbia mai praticata (non ne sarei capace), non perdo occasione per ammirarla. Mi piace per la sua immediatezza e per quel senso di complicità che trasmette, perché si attacca senza vergogna a pali, paracarri, cestini dell’immondizia, panchine, intonaci; si insinua ovunque le sia possibile trasmettere il suo messaggio irriverente e anti-sistema e farla franca. Con Napoli, con la sua tradizione popolare di bassi e bancarelle, l’arte da strada va a nozze, veicolando contenuti alle migliaia di persone che ogni giorno la attraversano rapite dall’allegro spirito partenopeo. La tradizione dei murales contempla un’intera via, ubicata nei Quartieri Spagnoli, dedicata all’immagine di Totó; Maradona in compagnia di Pulcinella e cornetti anti-malocchio di ogni dimensione impazzano per tutta la città. Ma tale “arte”, benché vanti un’origine popolare e susciti simpatia, lavora a creare la giusta atmosfera, quella che il turista riconosce come tipica del luogo e che gli garantirà di tornare al proprio dovere soddisfatto e possibilmente alleggerito, oltre che nel portafoglio, anche dei cupi pensieri quotidiani. Nelle viuzze dell’antico centro, nell’incessante turbinio di profumi e suoni, prende anima il ritornello della “canzona di Bacco” di Lorenzo de’ Medici e dunque “chi vuol esser lieto, sia, di doman non c’è certezza”. Questa però non è la Street Art che cerco. Mi piace quell’altra, che compare e scompare continuamente perché viene strappata via, che è dichiarata, brutta, sporca e illegale, che si offre come strumento di lotta dal basso e denuncia ingiustizie e ipocrisie. Uno tra i connubi più potenti degli ultimi anni è sicuramente quello tra la lotta del popolo palestinese e l’arte da strada. Napoli ne è un prolifico centro. Tempo fa circolarono video di operazioni di subadvertising e camouflage di manifesti pubblicitari di grande impatto emotivo: per esempio ne ricordo uno in cui  l’immagine della “Flagellazione di Cristo” apposta sulla locandina della mostra di Caravaggio offriva l’occasione di ricordare che Gesù era palestinese, mentre su un altro cartellone Frida Kahlo si trasformava in un’indomita resistente palestinese. Oggi nelle mie peregrinazioni non trovo opere di tale rilievo creativo, ma osservo che la città è costellata da un’infinità di micro-interventi sovversivi: semplici scritte lasciate da un pantone colorato su una saracinesca o graffiate con una chiave su di un muro o su un cancelletto; segni lasciati in impeti di rabbia da chiunque, che testimoniano l’insofferenza verso l’ingiustizia e il cuore dei napoletani. Tuttavia, in questi tempi di pazzi e criminali veri, il micro “vandalismo” di denuncia non è l’unica forma di resistenza che si sta diffondendo tra la gente comune; un’altra, della quale mi considero una praticante, è quella del “gadget”. È infatti mia regola indossare sempre qualcosa che sia testimonianza della tragedia che affligge il popolo palestinese da oltre settant’anni. Una volta sono gli orecchini a fetta d’anguria, un’altra il ciondolino della mappa della Palestina, un’altra ancora la spilletta appuntata alla borsa e l’immancabile sciarpa a quadretti bianchi e neri. La loro presenza è stata fonte di sorrisi e approvazione, quando non di veri e propri scambi. E non sono l’unica ad aver adottato una simile policy. Mi capita sempre più spesso di notare gli stessi simboli portati in giro da altri. Solo nei giorni trascorsi a Napoli ho incontrato diverse donne con orecchini uguali ai miei, ho notato angurie su magliette e cappellini, mentre spillette “Palestina Libera” richiamavano l’occhio da zainetti e borsette. In coda per entrare in pizzeria ho condiviso il marciapiede con tre napoletane veraci avvolte nelle kefiah. Leggo il fenomeno come una forma di umanità che si allarga a macchia d’olio e di cui è importante sostenere lo sviluppo, alla ricerca di quel punto di non ritorno che viene definito “massa critica”. Quando avevo poco più di vent’anni con tre amici in vacanza a Istanbul ci permettemmo una cena pantagruelica con annesso spettacolo di danza orientale. La serata era animata dal classico presentatore tuttofare che sul finire chiese ai partecipanti di ogni tavolo quale fosse il loro Paese di provenienza. A ogni nazione augurava prosperità e tante belle cose e invitava tutti gli altri ad applaudire festosi. Quando toccò al Sudafrica sulla sala calò un silenzio di piombo. Di lì a qualche mese cadde l’apartheid e iniziò il processo di verità, giustizia e riconciliazione. Non so dire se siamo vicini o meno al cambiamento; indifferenza, ignoranza e individualismo sono sempre ben presenti in società, ma certamente si vedono anche segnali positivi, di chiara umanità e mai come oggi è importante comprendere che il fenomeno del turismo di massa può essere un potente volano nel veicolare messaggi di pace e scuotere coscienze. Passando da un vicoletto a un corso, ruminando tra me e me, sono arrivata alla Feltrinelli di via dei Greci dove fra poco si terrà la presentazione del romanzo “Le nozze di Gaza” di Ibrahim Nasrallah. Sono molto curiosa: Ibrahim è uno scrittore di fama internazionale e la storia, apparsa nel 2009, ha riscosso parecchio successo proprio per l’originale intreccio. Ne parleranno Davide Gatto, traduttore del libro e Omar Suleiman, attivista e attore palestinese. Ah, dimenticavo di dirvi che sono arrivata qui grazie alla medaglietta della Palestina. Due giorni prima infatti ero alla cassa del negozio quando la signora addetta, mentre mi batteva lo scontrino, allargando un sorriso a trentadue denti, mi ha detto: “Oh, ma che bel ciondolo!” Così ho scoperto che a Napoli vive una libraia di nome Valentina che prova sempre a parlare di Palestina (lo ribadisce persino il suo stato WhatApp).  Ogni mese organizza un incontro per promuovere la cultura arabo-palestinese e il più delle volte il ricavato dell’iniziativa viene devoluto a progetti di solidarietà. Oggi andrà a Gazzella, una onlus storica di Gaza che deve il suo nome alle bambine rimaste orfane e che con grandissimo impegno e passione è riuscita a riaprire delle aule scolastiche sotto le tende. La chiacchierata in libreria è informale: si parla di letteratura, dell’autore e del suo maestro, Ghassan Ganafani, e della vita in Palestina; di come i grandi sanno parlare della miseria, della guerra e dell’occupazione senza quasi citarle e di come il loro messaggio arrivi chiaro e profondo. Intuisco dagli stralci letti che “Le nozze di Gaza” hanno come protagoniste delle donne – due sorelle gemelle e altre figure femminili. Ne sono ancora più curiosa e non vedo l’ora di leggerlo.       Marina Serina
May 27, 2026
Pressenza
Erri De Luca: “La soluzione è due Stati, uno palestinese e uno israeliano”
Dopo le polemiche seguite alle sue parole a Gerusalemme, lo scrittore risponde sul significato del termine sionismo, sulla soluzione a due Stati e sulle critiche ricevute. Le parole, in tempo di guerra, non sono mai soltanto parole. Possono diventare ponti oppure ferite, chiarimenti oppure detonatori. Le recenti dichiarazioni di Erri De Luca, rilasciate dopo la sua partecipazione al Jerusalem International Writers Festival, in cui lo scrittore si è definito sionista, hanno acceso una polemica intensa, con reazioni molto dure. La tragedia che si consuma in Palestina, la conta quotidiana delle vittime civili e la crescente polarizzazione del dibattito pubblico fanno sì che ogni termine assuma un peso enorme. Alcune parole vengono ascoltate nella loro intenzione originaria, altre filtrate attraverso il trauma, la rabbia, la paura, la storia personale e collettiva di ciascuno. Da lettrice che segue da molti anni il lavoro di Erri De Luca, e da giornalista che collabora con Pressenza, ho sentito il bisogno di non fermarmi alle interpretazioni e alle polemiche, ma di cercare un confronto diretto. Queste le domande che gli ho rivolto: Quando dici “sono sionista”, che cosa intendi esattamente? E, al di là delle parole, dei loro significati più stretti o più ampi e delle possibili strumentalizzazioni, qual è la tua visione su come si possa arrivare a una soluzione di pace davanti a questo dramma? Come stai vivendo, sul piano umano e personale, le reazioni così dure che stanno accompagnando queste tue dichiarazioni? Buongiorno Lucia. Sulla parola sionismo ti rimando a una pagina che ho scritto ieri e messa sui canali della rete. Te la riassumo. Ritorno su una parola infelice. Oggi sionismo coincide con il governo della peggiore destra israeliana. Ho voluto recuperare il senso originale: sionista è chi riconosce lo Stato d’Israele. Chi crede che la soluzione del conflitto consista in due Stati, uno palestinese e uno israeliano, è sionista. Non lo è chi sostiene l’eliminazione di Israele dalla carta geografica. Questa posizione coincide con quella di Hamas. Non con quella dell’OLP che rappresenta una parte del popolo palestinese. Gli accordi di Oslo del 1993 tra Arafat e Rabin hanno prodotto il riconoscimento dello Stato di Israele da parte dell’OLP. Questa constatazione , è sionista chi sostiene la soluzione a due Stati, è stata ricevuta come una provocazione grave. Non è mio intento offendere la sensibilità di chi sostiene la causa palestinese, che condivido. Dalla distanza raggiunta con l’età vedo possibile e obbligatoria la soluzione a due Stati. Uno palestinese senza la dittatura di Hamas a Gaza, dove il popolo sia libero di indire elezioni e scegliere i propri rappresentanti. E un governo israeliano libero dagli estremisti e dal loro programma di esproprio e annessione di terre palestinesi. Il dolore e l’oppressione del popolo palestinese sarà medicato solo dal risarcimento di uno Stato libero e affrancato dalla guerra. Visto il surriscaldamento dei commenti non credo di raffreddarli, ma devo questa aggiunta a chi ha stima di me e mi vuol bene. Sulla seconda parte , più personale, mi sono già trovato a ricevere vibrate disapprovazioni. Il mio carattere me le fa accettare, perché chi riceve elogi deve anche accogliere il loro contrario. Non gli insulti, che mi sono indifferenti perché non sono argomenti. Le mie poche domande non hanno naturalmente la pretesa di esaurire una questione così complessa, né di offrire risposte definitive. Nascono piuttosto dal bisogno di aprire uno spiraglio di confronto, di chiarire il senso di alcune parole e di offrire ulteriori spunti di riflessione. Ringrazio Erri De Luca per aver accolto questo breve dialogo e per aver condiviso il suo pensiero in un passaggio così delicato. Lucia Montanaro
May 27, 2026
Pressenza
LIBANO: ISRAELE AVANZA VIA TERRA OLTRE LA ‘LINEA GIALLA’.
Aria tesa attorno alle trattative tra Stati Uniti e Iran, mentre Israele intensifica gli attacchi a Sud del Libano, oltrepassando la “linea gialla”. Le forze nordamericane hanno attaccato siti di lancio missilistico e navi posamine nel sud dell’Iran in quelli che un portavoce militare statunitense ha definito attacchi di “autodifesa”. In precedenza, i media iraniani riportato di esplosioni nella città portuale meridionale di Bandar Abbas. Una petroliera ha anche segnalato un’esplosione al largo di Muscat, in Oman. Un portavoce militare ha avvertito che qualsiasi nuova aggressione contro l’Iran incontrerebbe una risposta “molto più severa” che si estenderebbe oltre la regione, a seguito dei recenti attacchi statunitensi contro l’Iran meridionale e le continue aggressioni di Israele contro il Libano. È Israele a sfidare intenzionalmente il rischio escalation nella regione: soldati israeliani hanno iniziato ad avanzare via terra in Libano oltre la ‘linea gialla’, quella segnata dal fiume Litani e disegnata a uso e consumo da Israele per occupare 10 km di terre a sud del Paese dei cedri. In mattinata almeno 12 le persone massacrate da un attacco israeliano contro la città libanese di Mashghara. 28 le persone uccise nelle ultime 24 ore. Nuovi avvisi di sfollamento forzato sono stati poi imposti alla città di Nabatieh, nel sud, dove abitanto 80mila persone. Da Beirut il punto con Pasquale Porciello giornalista del Manifesto Ascolta o scarica 
May 26, 2026
Radio Onda d`Urto
Sari, il vino che resiste a Betlemme
Amore per la bellezza. In questa breve frase si racchiude il segreto della vita, che i greci definivano con una sola parola, “Philokalia”. Questo è il nome scelto per la sua azienda agricola da Sari Khoury, palestinese di Betlemme. Sari è un architetto, ha studiato e si è perfezionato negli Stati Uniti ed in Europa, ma ha scelto di produrre vino, con vitigni e metodi storici, nella sua terra. Una forma di resistenza a 80 anni di oppressione israeliana. Un modo per tenere viva l’identità del suo popolo attraverso la memoria di una coltura che qui veniva praticata già oltre dieci millenni fa. Il vino palestinese solcava il Mediterraneo per andare sui mercati e competere con il nettare romano d’eccellenza, il Falerno del Massico. Una storia millenaria che non si può cancellare, nè con i carrarmati nè con l’occupazione militare e dei coloni. Sari in questi anni di recrudescenza dell’occupazione israeliana ha perso due terzi delle sue vigne, passando da una produzione di 10mila bottiglie e poco più di mille, ma non si arrende. È il suo modo di dire “resisto”. «Sì, la situazione è molto difficile – ammette – ma è molto più difficile fare l’architetto che coltivare una vigna; per fare vino bastano una vigna e una cantina, per fare l’architetto ci vuole una comunità, e noi non ce l’abbiamo più». Sono parole che pesano come pietre. Lo sguardo di Sari è duro, composto, mentre le solleva. Ogni tanto si blocca, il suo inglese fluente figlio degli studi negli Stati Uniti ed in Europa lascia spazio a brevi pause, che a chi lo ascolta sembrano eterne, poi fa un lungo sospiro, cacciando fuori insieme al fiato anche tutta la rabbia che per forza di cose ha accumulato in questi anni, in cui sono state occupate le sue vigne. Cerchiamo di reindirizzare il discorso sul lato tecnico, per allentare la tensione, domandandogli quali sono gli storici vitigni che usa per produrre il suo vino. «Non posso dirlo – dice deciso – È questo il mio unico tesoro, in un mondo globalizzato è l’unica cosa che posso veramente dire mia, la mia conoscenza è quella che mi permette di fare un vino unico, non riproducibile, e continuare a stare sul mercato». Sì, ma non rivelare le radici da cui arriva il tuo vino è un po’ come raccontare una storia a metà. Sari, da buon architetto, fa dei piccoli schizzi su un quaderno. Tanti quadrati uno dietro l’altro, che rappresentano le generazioni della sua terra. Su alcune traccia una x. «Vedi, tante generazioni sono state cancellate, c’è soltanto più una x, la storia si è interrotta tante volte, non si può raccontare». Ripenso ai miei castagni, curati da mio padre, dal padre di mio padre e da chissà quanti altri Rovere, Rivetti, Miletto. Sono stato fortunato a non vedere la storia interrotta per almeno tre-quattrocento anni, l’età delle piante più vecchie. Neppure la guerra, che aveva costretto i miei nonni a vendere i castagneti a Villar, ci è riuscita. E un po’ sono in soggezione di fronte ad un uomo a cui hanno rubato – chiamiamo le cose con il loro nome – le vigne Ma Sari è un duro, anche se si esprime come un filosofo. «Sto cercando di ricostruire questa storia – confida – mettendo insieme i pezzi, recuperandoli, e poco per volta ci sto riuscendo». Difficile, ma sempre meno difficile che fare l’architetto in un luogo in cui hanno rubato, oltre alla vigne, anche la comunità. (Per gentile concessione della testata Luna Nuova) Redazione Italia
May 22, 2026
Pressenza
Perché tanto interesse per l’atroce sorte dei palestinesi quando i popoli in sofferenza sono tanti?
Perché il conflitto che da ottant’anni e più oppone lo Stato di Israele alla popolazione della Palestina, fino a rivelarsi un progetto genocidiario, è al centro del destino non solo delle comunità direttamente coinvolte, ma di quello del mondo intero. Ai protagonisti diretti di quel conflitto – lo Stato di Israele e il popolo della Palestina – fanno capo due reti internazionali di solidarietà contrapposte. Una è in campo da decenni, ma è stata resa visibile soprattutto dalle mobilitazioni dette “pro Pal” degli ultimi anni – da quando, cioè, in risposta al macello del 7 ottobre  perpetrato da Hamas è stato avviato lo stermino dei gazawi da parte di Israele – con manifestazioni che si sono moltiplicate in tutto il mondo, animate soprattutto da giovani e studenti, compresi molti esponenti della diaspora ebraica. Attivisti e manifestanti che vedono nelle pratiche genocidiarie di Israele la prefigurazione e la messa a punto delle armi e dei metodi (apartheid, messa fuorilegge, confinamento, deportazioni, uccisioni di massa, legittimazione dello sterminio) con cui la maggioranza dei governi in carica si appresta – o si lascia trascinare, consciamente o inconsciamente, da una deriva senza ritorno – ad affrontare negli anni a venire il conflitto sociale. Innanzitutto quello con i migranti, destinati a crescere in misura esponenziale e gli immigrati, ma poi, e contemporaneamente, con tutti gli oppositori. Sia nei propri territori e negli ambiti della propria influenza diretta, sia in quelli delle rispettive auto-sancite “pertinenze” e, ove possibile, in tutto “il globo terracqueo”. L’altra rete di solidarietà è visibile soprattutto a livello interstatuale, nel sostegno che ogni governo continua a dare a Israele; una rete sorretta in misura crescente dagli apparati dello stato profondo – i cosiddetti servizi segreti – e dai nuovi strumenti del capitalismo della sorveglianza di cui l’apparato produttivo di Israele è una “punta di diamante” a livello mondiale. E, come ha dimostrato in un recente rapporto Francesca Albanese, sostenuta anche da una ragnatela di rapporti di collaborazione con imprese e università di tutto il mondo, in particolare nel campo della produzione bellica, della sua progettazione, spesso mascherata dal dual use (civile e militare), e della finanza. Una rete che non appare finora scalfita dalle pur ostentate violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale messe in atto dallo Stato e dall’esercito di Israele e dalle milizie iperprotette dei suoi coloni. Quella solidarietà viene giustificata con il senso di colpa e con il debito morale che l’Occidente ha contratto con la popolazione ebraica per aver partecipato attivamente alla Shoah o per l’inerzia dimostrata nei suoi confronti. Perché in entrambi questi campi la sostanza della contrapposizione è in parte mascherata e resa di difficile comprensione – come succede peraltro in tuo il mondo – dalla presenza, in ciascuno di essi, di due aggregati sociali sovrapposti, ma di confini indefiniti e variabili. In Israele, quello che nasce come identità di un popolo di profughi e migranti scampati alla Shoah e in cerca di un rifugio non solo dallo sterminio che li aveva colpiti sotto i fascismi del secolo scorso, ma anche dall’antisemitismo ancor oggi diffuso tra le destre europee e americane ben prima che trovasse un rinforzo, certamente equivoco, in una reazione indiscriminata ai crimini perpetrati da Israele in nome di tutto il giudaismo. A questo aggregato si era fin dall’inizio sovrapposta l’iniziativa di un pugno di organizzazioni terroristiche, poi fattesi Stato, che fin dalla loro nascita avevano in programma di cacciare, terrorizzandola, o deportare, se non anche sterminare, tutta la popolazione palestinese da sempre insediata nei territori che essi considerano, o ipocritamente fingono di credere, assegnati da Dio al popolo ebraico. Analogamente, in Palestina, all’aggregato generato dal risentimento per le violenze subite fin dall’insediamento di stampo coloniale dei nuovi arrivati e per le continue vessazioni quotidiane subite tra una guerra e l’altra si è andata sovrapponendo una rappresentanza che ha scambiato il sostegno fornito alla popolazione, fonte primaria del suo radicamento, con il suo coinvolgimento in una sanguinaria schermaglia di valore esclusivamente simbolico, con il solo scopo di rendere permanente la tensione fra le due comunità. Senza mai cercare la strada della convivenza sulla stessa terra di due comunità ormai presenti entrambe da più generazioni. Mentre Israele ha praticato con metodica continuità, senza mai riconoscerlo, se non recentemente, l’obiettivo di impossessarsi di tutto il territorio “dal fiume al mare”, Hamas lo ha invece apertamente proclamato, lasciando volutamente indeterminata non la sussistenza di Israele come Stato, di cui legittimamente persegue la soppressione, viste le continue violazioni della legalità di cui si è reso responsabile, ma la stessa permanenza del popolo ebraico sulla terra contesa. In questo conflitto assistiamo alla trasformazione di quello che a tutti gli effetti si può considerare un conflitto tra colonialisti e colonizzati, dominatori e dominati, e anche, con non poche eccezioni, ricchi e poveri, in una contrapposizione tra opposti nazionalismi: valvola di sfogo di tutte le destre al governo (e non solo loro) in tutti i Paesi del mondo, che ai palestinesi sostituiscono gli immigrati e le rispettive minoranze e alle vittime della Shoah i loro discendenti sostituiscono la propria vittimizzazione a opera delle sinistre, del “comunismo”, della globalizzazione, della cultura woke e via andando. Perché, viste le premesse, quel conflitto appare irrisolvibile nei termini imposti dalla forma-Stato. Non è più praticabile, se mai lo è stata, la formula dei “due popoli due Stati”, né la soluzione di uno Stato unico (e di chi? A partire dai suoi apparati militari e industriali, dei suoi territori, delle sue relazioni internazionali…). L’unica via di uscita è quella di una confederazione di comunità autonome, in parte miste, in parte etniche, anche prive di continuità territoriale, ma aperte a nuovi ingressi e nuove configurazioni, a partire da un ritorno graduale e programmato dei profughi e degli esuli palestinesi. Questa soluzione, certamente difficile anche solo da pensare nelle condizioni attuali, ma priva di alternative diverse dalla guerra permanente o dallo sterminio di un intero popolo, offre però a tutto il mondo il paradigma di una possibile soluzione dei conflitti sociali trasformati in contrapposizioni tra opposti nazionalismi: a partire dalle guerre in Ucraina, in Sudan, in Congo, in Turchia, in Iran, ecc. E’ su una via di uscita come questa che dovrebbe concentrarsi la riflessione a cui ci richiama il massacro in terra di Palestina.     Guido Viale
May 22, 2026
Pressenza