Amore per la bellezza. In questa breve frase si racchiude il segreto della vita, che i greci definivano con una sola parola, “Philokalia”. Questo è il nome scelto per la sua azienda agricola da Sari Khoury, palestinese di Betlemme. Sari è un architetto, ha studiato e si è perfezionato negli Stati Uniti ed in Europa, ma ha scelto di produrre vino, con vitigni e metodi storici, nella sua terra. Una forma di resistenza a 80 anni di oppressione israeliana. Un modo per tenere viva l’identità del suo popolo attraverso la memoria di una coltura che qui veniva praticata già oltre dieci millenni fa. Il vino palestinese solcava il Mediterraneo per andare sui mercati e competere con il nettare romano d’eccellenza, il Falerno del Massico.
Una storia millenaria che non si può cancellare, nè con i carrarmati nè con l’occupazione militare e dei coloni. Sari in questi anni di recrudescenza dell’occupazione israeliana ha perso due terzi delle sue vigne, passando da una produzione di 10mila bottiglie e poco più di mille, ma non si arrende. È il suo modo di dire “resisto”. «Sì, la situazione è molto difficile – ammette – ma è molto più difficile fare l’architetto che coltivare una vigna; per fare vino bastano una vigna e una cantina, per fare l’architetto ci vuole una comunità, e noi non ce l’abbiamo più».
Sono parole che pesano come pietre. Lo sguardo di Sari è duro, composto, mentre le solleva. Ogni tanto si blocca, il suo inglese fluente figlio degli studi negli Stati Uniti ed in Europa lascia spazio a brevi pause, che a chi lo ascolta sembrano eterne, poi fa un lungo sospiro, cacciando fuori insieme al fiato anche tutta la rabbia che per forza di cose ha accumulato in questi anni, in cui sono state occupate le sue vigne. Cerchiamo di reindirizzare il discorso sul lato tecnico, per allentare la tensione, domandandogli quali sono gli storici vitigni che usa per produrre il suo vino. «Non posso dirlo – dice deciso – È questo il mio unico tesoro, in un mondo globalizzato è l’unica cosa che posso veramente dire mia, la mia conoscenza è quella che mi permette di fare un vino unico, non riproducibile, e continuare a stare sul mercato».
Sì, ma non rivelare le radici da cui arriva il tuo vino è un po’ come raccontare una storia a metà. Sari, da buon architetto, fa dei piccoli schizzi su un quaderno. Tanti quadrati uno dietro l’altro, che rappresentano le generazioni della sua terra. Su alcune traccia una x. «Vedi, tante generazioni sono state cancellate, c’è soltanto più una x, la storia si è interrotta tante volte, non si può raccontare». Ripenso ai miei castagni, curati da mio padre, dal padre di mio padre e da chissà quanti altri Rovere, Rivetti, Miletto. Sono stato fortunato a non vedere la storia interrotta per almeno tre-quattrocento anni, l’età delle piante più vecchie. Neppure la guerra, che aveva costretto i miei nonni a vendere i castagneti a Villar, ci è riuscita. E un po’ sono in soggezione di fronte ad un uomo a cui hanno rubato – chiamiamo le cose con il loro nome – le vigne
Ma Sari è un duro, anche se si esprime come un filosofo. «Sto cercando di ricostruire questa storia – confida – mettendo insieme i pezzi, recuperandoli, e poco per volta ci sto riuscendo». Difficile, ma sempre meno difficile che fare l’architetto in un luogo in cui hanno rubato, oltre alla vigne, anche la comunità.
(Per gentile concessione della testata Luna Nuova)