L’occupazione della Palestina come rapporto di produzione--------------------------------------------------------------------------------
Castelbuono (Palermo). Foto Progetto Sos Gaza
--------------------------------------------------------------------------------
Il 19 luglio 2024 la Corte Internazionale di Giustizia ha stabilito che
l’occupazione israeliana dei territori palestinesi è illegale in sé — non per
gli eccessi, non per specifiche violazioni, ma come struttura. La Corte ha
riaffermato le norme perentorie che vietano annessione, colonie, segregazione
razziale e apartheid, definendo la propria pronuncia dichiarativa e vincolante
per Israele e per tutti gli Stati che sostengono l’occupazione. È il punto di
partenza corretto per un’analisi materialista: la questione palestinese non è un
conflitto tra due nazionalismi equivalenti, ma un rapporto di produzione
strutturato per legge internazionale come illecito, eppure riprodotto ogni
giorno e dato purtroppo per scontato dalla comunità internazionale. Il
meccanismo è economico prima che militare.
I tanto decantati accordi di Oslo — attraverso il Paris Protocol — hanno legato
moneta, dogane e mercato del lavoro palestinese al sistema israeliano,
trasformando Cisgiordania e Gaza in riserve di manodopera a basso costo e
mercati di sbocco captive.
L’Autorità Palestinese amministra la sicurezza per conto dell’occupante e
distribuisce le rendite degli aiuti internazionali: non si tratta di una
“borghesia compradora” nel senso classico che il lessico marxista attribuisce a
Lenin e alla scuola della dipendenza (Frank, Amin) — quella figura media
l’accumulazione di capitale straniero in cambio di una quota di profitto, su una
base produttiva propria. L’AP non accumula nulla: non ha economia di
esportazione, vive di rendita da aiuti internazionali e di trasferimenti fiscali
(le “clearance revenues”) che Israele stesso trattiene o eroga a discrezione. È
più precisamente una classe dirigente subappaltatrice, gestisce il consenso
interno e la sicurezza per conto dell’occupante senza sovranità reale e senza un
progetto di accumulazione autonomo. È la logica gramsciana dell’egemonia
subalterna applicata senza metafora, ma privata del momento capitalistico che il
termine “comprador” implicherebbe se usato in senso proprio.
Il capitale globale non è spettatore. L’industria bellica statunitense
(Lockheed, RTX, General Dynamics) e l’integrazione finanziaria del Golfo tramite
gli Accordi di Abramo mostrano che la sopravvivenza del sistema di occupazione
dipende da un blocco di interessi che eccede lo Stato israeliano. Il
trasferimento e la vendita pressoché incondizionati di armi da parte di governi
che sanno del rischio concreto che vengano usate contro civili sono proseguiti
nonostante il parere della Corte; la continuità del flusso di armamenti dopo una
sentenza che ne certifica l’illegalità funzionale è precisamente ciò che
un’analisi di classe deve spiegare, e che una lettura puramente diplomatica non
riesce a spiegare. La Corte ha imposto obblighi precisi: cessazione immediata di
ogni nuova attività di colonizzazione, evacuazione dei coloni dal territorio
occupato, e riparazione dei danni a tutte le persone fisiche e giuridiche
coinvolte. Un anno dopo, nessuno di questi obblighi risulta osservato. Questo
scarto — tra vincolo giuridico riconosciuto e prassi economica ininterrotta — è
la prova materiale che l’occupazione non è un’anomalia da correggere ma un modo
di produzione che genera profitto, rendita politica e sicurezza regionale per
chi la sostiene.
Il proletariato palestinese: dalla dipendenza all’esclusione
Il rapporto di classe si vede più chiaramente nella storia del lavoro salariato
palestinese dentro Israele.
Negli anni ’70-’80 fino a un terzo della forza lavoro palestinese era impiegata
nell’economia israeliana: un classico rapporto centro-periferia, dove la
manodopera a basso costo compensa la carenza strutturale israeliana in settori
come edilizia e agricoltura, sotto un regime di permessi controllato
dall’amministrazione militare. La Prima Intifada rompe questo schema: il
boicottaggio palestinese e la percezione di “rischio sicurezza” spingono Israele
a sperimentare per la prima volta la sostituzione con manodopera migrante
asiatica. Gli accordi di Oslo istituzionalizzano questo processo di
“separazione”: tra il 1993 e il 2000 il governo israeliano espande
sistematicamente il reclutamento di lavoratori temporanei da Thailandia, Cina,
Filippine, arrivando entro il 2000 a circa 240.000 lavoratori migranti, pari a
circa il 10% della forza lavoro israeliana.
La quota di lavoratori palestinesi occupati in Israele crolla dal 23% nel 1999 a
meno del 10% nel 2005, dopo le misure di punizione collettiva della Seconda
Intifada. Dopo il 7 ottobre 2023 il processo si completa: i lavoratori di Gaza
vengono azzerati, quelli della Cisgiordania in larga parte bloccati, e il
governo israeliano discute piani per importare fino a 80.000 nuovi lavoratori
stranieri.
Il punto materialista qui è preciso e va detto senza ambiguità: non si tratta
solo di punizione collettiva, ma di una strategia deliberata di sostituzione
della forza lavoro come arma politica, mantenere la dipendenza economica quando
serve pacificazione, tagliarla quando la manodopera palestinese diventa un
rischio percepito. La working class palestinese non è mai stata trattata come
soggetto economico stabile, ma come valvola regolabile a seconda della
convenienza securitaria del capitale israeliano.
Il proletariato israeliano: perché la classe perde contro la nazione
Sul lato israeliano, il quadro marxista incontra il suo problema più scomodo. La
working class israeliana — storicamente concentrata tra i mizrahim (ebrei di
origine mediorientale e nordafricana, discriminati dall’establishment
ashkenazita fondatore) — avrebbe, sul piano degli interessi materiali immediati,
ragioni di solidarietà di classe con i lavoratori palestinesi: entrambi
subalterni rispetto al capitale finanziario e tecnologico ashkenazita
concentrato a Tel Aviv. Nella pratica storica è avvenuto l’opposto: la campagna
della “avoda ivrit” (lavoro ebraico) e poi il nazionalismo di sicurezza hanno
integrato i mizrahim nel progetto statale proprio attraverso l’esclusione dei
palestinesi dal mercato del lavoro migliore. Il Likud costruisce il proprio
blocco elettorale esattamente su questa base dagli anni Settanta in poi.
È il vecchio problema che la sinistra marxista israeliana (Matzpen, poi Hadash)
non ha mai risolto: quando nazionalismo e classe competono per la lealtà del
lavoratore, storicamente vince il primo, e in Israele/Palestina questo non è
un’eccezione da spiegare ma la regola da assumere come dato.
Il limite del modello
Il modello va stress-testato, non solo applicato. Primo: la sostituzione della
manodopera palestinese con lavoratori migranti asiatici e africani complica la
lettura puramente etno-nazionale del conflitto perché introduce una terza classe
subalterna (lavoratori spesso indebitati per i costi di reclutamento e privi di
tutele) che nessuna delle due narrazioni nazionali, sionista o palestinese,
include nel proprio conto. Un’analisi di classe rigorosa non può ignorarli solo
perché non rientrano nel binomio israeliano-palestinese.
Secondo: se il criterio è “chi accumula capitale”, va detto che neppure Hamas ha
una base di classe produttiva, vive infatti di rendita (tunnel, tassazione
informale, trasferimenti del Qatar) più che di organizzazione del lavoro
salariato, quindi il tentativo di leggerla come avanguardia proletaria regge
ancora meno del tentativo, già corretto sopra, di leggere l’AP come comprador.
Il quadro più onesto è che nessuno dei due attori palestinesi organizzati oggi
corrisponde a una formazione di classe in senso marxista classico: sono entrambi
apparati di gestione della crisi, non soggetti rivoluzionari.
Conclusione scomoda
Da un punto di vista marxista in senso stretto, la domanda “cui prodest” non
basta: bisogna chiedersi anche chi può, materialmente, rompere il rapporto — e
qui il quadro tracciato sopra si ritorce contro ogni conclusione consolatoria.
Il diritto internazionale, in termini di Marx, appartiene alla sovrastruttura:
la sentenza dell’Aia descrive con precisione la forma giuridica di un rapporto
di sfruttamento, ma non tocca la base materiale che lo riproduce (profitto
dell’industria bellica, rendita di sicurezza per il capitale del Golfo,
disciplina di classe sul lavoro sostituibile). Una sovrastruttura giuridica non
abolisce mai da sola i rapporti di produzione che la generano; li nomina, nella
migliore delle ipotesi li delegittima, ma il superamento richiede una forza
materiale organizzata capace di imporlo. Ed è qui che l’analisi condotta finora
nega la propria stessa scorciatoia: non esiste, allo stato attuale, un soggetto
storico capace di quella rottura. Non il proletariato palestinese, frammentato
tra Gaza assediata, Cisgiordania sotto occupazione diretta e diaspora, e
comunque privato di organizzazione di classe autonoma da AP e Hamas. Non
(tantomeno) il proletariato israeliano, integrato nel blocco
nazional-securitario proprio attraverso l’esclusione dei palestinesi dal mercato
del lavoro. Non i lavoratori migranti, ricattabili per status giuridico.
Marx scriveva che un modo di produzione crolla quando le sue contraddizioni
interne generano la forza che lo sostituisce; qui le contraddizioni sono acute e
documentabili, ma restano, per ora, prive dell’agente rivoluzionario che le
traduca in rottura.
Questo — non l’assenza di sfruttamento, non l’assenza di diritto violato — è il
vero deficit da cui ripartire: la crisi di rappresentanza di classe su entrambi
i lati della linea verde, prima ancora della crisi di legalità internazionale.
--------------------------------------------------------------------------------
Riccardo Taddei ha oltre trent’anni di esperienza professionale nel campo dei
diritti. È autore di L’ordine del Caos. Anatomia del conflitto tra Israele e
Palestina (Ombre corte)
--------------------------------------------------------------------------------
L'articolo L’occupazione della Palestina come rapporto di produzione proviene da
Comune-info.