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Convivere con l’inflazione
Correva l’anno 1960 e l’economista italiano Piero Sraffa, nella sua opera più importante dal titolo Produzione di merci a mezzo di merci, definiva basic good, o beni di base, alcuni beni presenti un po’ ovunque nelle nostre vite. Si tratta di cose che consumiamo direttamente e che sono parte integrante di quasi tutti gli oggetti che utilizziamo ogni giorno. Alcuni di questi beni, come l’acqua dolce, siamo abituati a pensarli come quasi gratuiti e abbondanti. Altri, come il petrolio, il gas naturale e i loro derivati, li associamo a una maggiore scarsità e a un prezzo.  Non serve guardare molto lontano per trovare un esempio di ciò che Sraffa intendeva dire. Basta partire dalle mani che reggono lo schermo su cui questo articolo viene letto, o che toccano i tasti con cui viene scritto. La tastiera di un computer è fatta di plastica, prodotta a partire dal petrolio mediante processi industriali che richiedono acqua dolce. L’energia che consente al lettore di leggere queste lettere sullo schermo è ottenuta almeno in parte dal gas naturale e dal vapore (acqueo). Il computer su cui viene scritto questo articolo è pieno di minerali di vario genere (tra cui spicca, in percentuale, l’alluminio). Molti degli occhiali attraverso cui queste righe vengono lette hanno montature prodotte utilizzando l’alluminio, la plastica e l’acqua dolce. Le lenti a contatto sono prodotte a partire da plastiche di vario genere. Come è facile intuire, fluttuazioni anomale nel livello dei prezzi di questi beni sono eventi molto gravi, che possono avere effetti destabilizzanti a livello economico e sociale.  Nel momento in cui queste righe vengono scritte, ci troviamo all’inizio di un nuovo shock per i prezzi di un vasto numero di beni di base. La guerra scatenata dagli Stati uniti e da Israele contro l’Iran è arrivata alla quarta settimana. Lo Stretto di Hormuz è di fatto chiuso, il che significa che lì sono ora intrappolati circa il 20% della produzione globale di petrolio, oltre il 20% della produzione globale di gas naturale liquefatto (Gnl), il 7% di quella di urea (componente essenziale dei fertilizzanti) e il 7% circa di quella di alluminio, il 20% di quella di elio e molti altri prodotti essenziali per l’industria. Allo stesso tempo, il settore petrolifero dell’Iran, che conta per circa il 4-5% della produzione mondiale, è stato pesantemente bombardato dall’aviazione israeliana. La durata e i fini di questa guerra non sono chiari, i civili morti si contano già nelle migliaia, e gli sviluppi futuri del conflitto paiono incerti e ondeggianti. Il prezzo del petrolio ha superato i 110 dollari al barile, quello del Gnl è raddoppiato da 32€/Mwh a oltre 60€/Mwh, il prezzo dell’alluminio è aumentato del 20%, quello dell’urea del 30% circa. Più a lungo durerà la destabilizzazione dei mercati internazionali, più saranno profondi gli impatti sull’economia globale. Nei paesi ricchi tutto ciò potrebbe tradursi in un nuovo esteso shock inflazionistico. Per i paesi poveri, soprattutto quelli del Sud-est asiatico, invece, il blocco prolungato dello Stretto di Hormuz potrebbe essere catastrofico.  LEGGI ANCHE… DIBATTITO ECONOMIA DALLA CRITICA DELL’ECONOMIA A UN PROGRAMMA PER L’ALTERNATIVA  Marco Bertorello - Giacomo Gabbuti Ma come funziona la propagazione di uno shock sui prezzi di beni di base come il petrolio, il gas o l’alluminio? Prendiamo come esempio proprio il caso che stiamo vivendo. I problemi, ovviamente, iniziano a monte, quando la produzione o il commercio di gas naturale, di petrolio e di derivati viene destabilizzata. Di questo fatto ne approfittano spesso i mercati finanziari, dove meccanismi speculativi amplificano la portata dello shock sui prezzi. Dal punto di vista di un normale cittadino, la prima cosa che si sperimenta è un aumento del costo dei beni di base consumati direttamente: aumenta il prezzo della benzina, del diesel e del gas utilizzato in casa. A causa di scelte politiche, poi, il prezzo dell’energia elettrica dipende da quello del gas naturale, per cui lo shock si espande in modo speculare sul mercato dell’elettricità. In brevissimo tempo, quindi, aumenta il costo di ciò a cui una famiglia con reddito mediano dedica già circa il 20% delle sue spese. Allo stesso tempo, anche i prezzi di tutti i beni che vengono prodotti utilizzando derivati fossili subiscono un rincaro. Più petrolio e gas sono contenuti in un bene, più il suo prezzo aumenterà. Questa categoria include un po’ di tutto, dal fertilizzante, alla plastica, ai prodotti dell’industria chimica. L’effetto, poi, si propaga come un’onda d’urto lungo le altre catene produttive dell’economia: tutto ciò che viene prodotto utilizzando i beni sopra menzionati subisce a sua volta un rincaro. La lista include quasi tutti i prodotti alimentari e i beni di consumo finali. L’ondata inflattiva, infine, tocca anche il settore dei servizi, che non utilizzano i combustibili fossili se non come fonte energetica. Così, quasi ogni settore dell’economia subisce rincari. Chiaramente, dagli shock inflattivi c’è anche chi ci guadagna. Ci guadagnano le imprese energetiche che non subiscono un aumento nei propri costi di produzione, ma che possono vendere i propri prodotti a prezzi molto più alti. Ci guadagnano certi settori dell’economia dominati da oligopoli di poche grandi aziende, che possono aumentare il prezzo più dell’aumento dei costi subiti. Ci guadagna l’1% più ricco, il cui patrimonio è solitamente investito in azionariato di molte di queste aziende «vincitrici», anche se bisogna dire che l’inflazione tende a svalutare le grandi fortune in termini reali. Infine, tendono a guadagnarci quasi tutti i debitori (ad esempio lo Stato o chi ha mutui a tasso fisso) e a perderci molti creditori. Chi soffre di più nell’immediato sono le persone più povere di ogni paese e i paesi più poveri a livello globale. All’interno dei singoli paesi, a seconda del potere strutturale delle classi lavoratrici e degli sforzi che possono essere profusi dai governi per difendere il potere d’acquisto salariale, il costo dello shock può essere più equamente assorbito da lavoratori e imprese. I salari, specialmente quelli più bassi, possono essere adeguati al costo dell’inflazione. I governi possono contenere la portata di meccanismi speculativi, oltre che l’ampiezza delle fluttuazioni nei livelli dei prezzi, con interventi di vario genere. Possono anche innescarsi spirali in cui da un lato i salari vengono alzati per difendere il potere d’acquisto dei lavoratori ,ma dall’altro gli imprenditori rispondono innalzando nuovamente i prezzi.  Un esempio piuttosto traumatico di tutto ciò si è vissuto nel 1973, allo scoppio della Guerra dello Yom Kippur, quando gli stati arabi attuarono un embargo (di sei mesi) nei confronti dei paesi che supportavano lo stato di Israele. In Europa e negli Stati uniti il risultato fu una fiammata inflattiva che diede inizio a un decennio di inflazione (e stagnazione economica). Lo shock inflattivo si intrecciò con una situazione economica che presentava già delle fragilità, e il tasso di crescita delle economie diminuì. Le classi lavoratrici, che allora potevano vantare un’organizzazione sindacale importante, lottarono per difendere il proprio potere d’acquisto, ottenendo spesso aumenti salariali. Le classi imprenditoriali, a loro volta, si adoperarono per difendere i propri profitti, aumentando i prezzi dei beni che vendevano e innescando così un nuovo ciclo di rincari. Il ciclo si ripeté dando vita a una spirale, che si interruppe definitivamente a partire dalla fine degli anni Settanta, quando il combinato disposto di un assalto al potere sindacale, di politiche di austerità, dell’aumento dei tassi di interesse da parte delle banche centrali e dell’inizio della globalizzazione contribuì a stabilizzare la situazione a svantaggio delle classi lavoratrici.  Oggi differenti dinamiche di potere tra le classi sociali (le classi lavoratrici sono ovunque molto più deboli) rendono questo genere di spirali prezzi salari molto poco probabile. Lo si è visto durante lo shock inflazionistico del 2022, che iniziò mentre il sistema economico internazionale si stava riaprendo al termine della Pandemia. La ripresa di una vita normale in molti paesi, infatti, riattivò la domanda globale di beni. Le catene logistiche che normalmente avrebbero soddisfatto questa domanda erano però state ridimensionate dai lockdown. La conseguenza di tutto ciò fu che si vennero a creare dei colli di bottiglia all’interno di molte catene globali di approvvigionamento: beni destinati agli Stati uniti erano bloccati in Europa, beni destinati all’Europa erano bloccati in Cina. I prezzi dei container salirono vertiginosamente e lo shock si propagò come un’onda inarrestabile al resto dei settori economici. A questo stress si aggiunse poi uno shock energetico determinato dall’invasione russa dell’Ucraina. Come già detto, però, il risvolto di questa crisi fu fondamentalmente diverso da quanto avvenuto cinquant’anni prima. La debolezza delle classi lavoratrici e dei sindacati occidentali, infatti, fece sì che furono queste ultime a assorbire la maggior parte dei costi, mentre le classi imprenditoriali riuscirono a difendere i propri tassi di profitto. I governi di molti paesi fecero poco per adeguare i salari all’inflazione, e le banche centrali alzarono vertiginosamente i tassi di interesse (rendendo  così l’accesso al credito più costoso) nel tentativo di deprimere le economie, diminuire la domanda e «raffreddare» così l’inflazione.  La storia, dunque, ci insegna che le conseguenze di questo genere di shock possono essere significative. Per i paesi ricchi (soprattutto quelli dell’Europa e dell’Asia) il rischio è quello di un aumento generalizzato dei prezzi. Paesi più poveri come il Pakistan o il Bangladesh, invece, rischiano di ritrovarsi senza gas, petrolio e fertilizzanti. In assenza di circa il 20% dell’offerta globale di combustibili fossili, si creerà una sorta di asta globale al rialzo per assicurarsi le forniture di gas e petrolio. I paesi ricchi si troveranno costretti a offrire prezzi elevatissimi per assicurarsi di non rimanere a secco, e i paesi poveri resteranno esclusi dal mercato.  Per la seconda volta in cinque anni, dunque, ci troviamo di fronte a una crisi globale, ed è opportuno cercare di guardare a questa nuova emergenza con una prospettiva storica. Ciò che stiamo vivendo è un avvenimento isolato o è invece un evento che potrebbe caratterizzare gli anni a venire?  Quest’ultima guerra è l’ottava scoppiata negli ultimi quattro anni. Nel 2022 la Russia ha invaso l’Ucraina, nel 2023 hanno avuto inizio la Seconda guerra tra Azerbaijan e l’Armenia, la Guerra civile del Sudan, la Guerra tra Israele e Hamas, poi degenerata in genocidio, e la Guerra tra Israele e Hezbollah. Nel 2024 Israele ha invaso e bombardato la Siria dopo la caduta del Regime di Assad. Nel 2025 Israele e gli Stati uniti hanno attaccato l’Iran, il Sud-est asiatico ha visto una breve guerra tra Thailandia e Cambogia e uno scontro piuttosto esteso tra India e Pakistan. Nell’ultimo anno gli Stati Uniti hanno anche rapito e arrestato il Presidente del Venezuela, nonché imposto un embargo energetico a Cuba. Inoltre, per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale, sono stati schierati dei militari europei per dissuadere gli Stati Uniti da un tentativo di annessione della Groenlandia. Infine, oltre alla Guerra in Iran, sta avvenendo anche uno scontro esteso tra il Pakistan e l’Afghanistan.  L’insieme di queste crisi non può che avere conseguenze molto rilevanti per l’economia globale. La destabilizzazione dell’equilibrio geopolitico si somma a quella del sistema climatico e, internamente a molti paesi, della pace sociale. Una delle conseguenze  più rilevanti di questo stress sui sistemi economici è la persistenza di tassi più elevati di inflazione. D’altronde, istituzioni come la Banca centrale europea (Bce) e la Banca d’Inghilterra sono abbastanza consapevoli di questo nuovo stato delle cose. Già nel 2022, Isabel Schabel, membro del Consiglio Direttivo della Bce, sosteneva in un noto discorso che il mondo stava entrando in una nuova era di greenflation, fossilflation e climateflation. L’inflazione, dunque, è qui per restare. La vedremo finché persistono tensioni internazionali e guerre. La vedremo perché abbiamo progettato mercati energetici e finanziari in modo tale da amplificare invece che minimizzare la portata di episodi come quello di queste settimane. La vedremo perché stiamo destabilizzando il delicato equilibrio del nostro sistema climatico, che con sempre maggior frequenza conosce catastrofi naturali ed episodi di scarsità di beni di base come l’acqua e prodotti agricoli. LEGGI ANCHE… ECONOMIA L’INFLAZIONE UCCIDE IL GOVERNO Isabella Weber - Bhaskar Sunkara Se livelli più alti di inflazione sono parte del nostro presente e, verosimilmente, saranno parte del nostro futuro, è necessario per noi economisti chiederci cosa sia possibile fare per riuscire a conviverci. Non è vero, infatti, che siamo senza mezzi. Dobbiamo però completamente cambiare il paradigma con cui almeno da quarant’anni siamo abituati a gestire questo fenomeno. Fino a oggi, infatti, la questione è stata di fatto delegata alle banche centrali. Gli shock inflazionistici si affrontano alzando i tassi d’interesse, che aumentano il costo dell’accesso al credito per famiglie e imprese. Se le imprese fanno meno prestiti per attivare investimenti e le famiglie fanno meno mutui per comprare casa, l’economia rallenta. Un’economia più lenta spinge commercianti e imprenditori ad abbassare i prezzi e a far scendere così l’inflazione. I governi, al limite, si mobilitano per fornire trasferimenti fiscali ai più poveri, in modo da aiutarli a sopravvivere all’effetto combinato del carovita e del rallentamento economico imposto dalle banche centrali.  Come è facile intuire, questi mezzi sono del tutto inadeguati a gestire i problemi del presente perché non fanno nulla per affrontare le cause dell’inflazione alla radice. Alti tassi d’interesse possono deprimere economie che allo stato attuale sono già stagnanti, mentre i trasferimenti fiscali (come sussidi per il pagamento delle bollette) spesso sono un incentivo per non abbassare i prezzi dell’energia.  Ciò che serve è un approccio che affronti il problema alla radice. Esperienze derivate proprio dal vissuto degli anni Settanta e da quello degli ultimi anni suggeriscono alcuni piani di azione. Per gli shock di breve termine è necessario creare scorte strategiche di alcuni beni di base particolarmente rilevanti e vulnerabili (come ha iniziato a fare la Cina), in modo non diverso da come si fa tutt’ora con i combustibili fossili e con le munizioni per le forze armate. Strumenti come le tasse sugli extra-profitti e leggi per controllare i rincari (che esistono in paesi come la Svizzera) possono contenere l’ampiezza delle fluttuazioni dei prezzi. Sempre per limitare gli shock di breve termine, va de-privatizzato il mercato retail dell’energia. Un primo passo in tal senso dev’essere la reintroduzione di strumenti come l’acquirente unico (recentemente eliminato in Italia), che acquistava grandi quantità di energia elettrica tramite contratti di lungo termine (e quindi meno propensi a fluttuazioni dei prezzi) senza trarre profitto dalla vendita della stessa. Per garantire maggior stabilità nel lungo periodo, invece, sarebbe necessario un intervento strutturale sui modi in cui viene prodotta e distribuita l’energia. Il prezzo finale dell’elettricità deve essere scollegato da quello del gas naturale. Le aziende che gestiscono le reti elettriche nazionali (trasmissione e distribuzione) sono dei monopoli ed estraggono profitti più o meno pari a quelli di aziende come Meta, Ferrari e Lamborghini. Esse vanno rinazionalizzate e rimesse al servizio della collettività.  Sul lato della produzione di energia elettrica può essere adottato un approccio misto: un produttore pubblico di energia non-fossile e un’alta penetrazione di comunità energetiche sarebbero molto utili per ridurre il prezzo dell’energia e per cumulare i vantaggi di investimenti in energie rinnovabili. La sistematica sostituzione, per quanto possibile, di idrocarburi fossili nei processi produttivi avrebbe il vantaggio di isolare e proteggere un sistema industriale dall’effetto di shock energetici, oltre che ridurre le emissioni e lo spreco. Discorsi simili possono essere fatti per le catene di approvvigionamento alimentare. Ridurre la finanziarizzazione e le caratteristiche oligopolistiche di molti dei mercati intermediari di prodotti alimentari, puntare a una base produttiva locale e pianificare per un futuro in cui il clima renderà certe colture più difficili è essenziale per assicurarsi che il cibo possa rimanere accessibile a tutti. Infine, è necessario reagire agli shock inflattivi sul lato salariale. Negli ultimi anni gli esempi della Spagna, che ha implementato una politica aggressiva di aumento del salario minimo negli anni dei Governi Sanchez, e del Belgio, che non ha mai abolito la «scala mobile» (ovvero l’adeguamento automatico dei salari all’inflazione), dimostrano come sia possibile difendere i salari anche in situazioni di alta inflazione.  L’adozione di queste politiche, potrebbe schermarci in parte dalla tempesta che stiamo attraversando. Ciò nonostante, non si può non riflettere sul fatto che le crisi del nostro tempo ci stanno rimettendo in contatto, almeno in Occidente, con un concetto, o una realtà, con cui pensavamo di non dover fare più i conti, ovvero la scarsità.  A ben vedere, infatti, l’inflazione di cui parla questo articolo non è che un risvolto della scarsità di beni, di servizi ecosistemici (l’acqua) e dell’instabilità globale. Queste due condizioni sono state parte dell’esperienza umana per millenni. Se però un tempo scarsità e instabilità erano sinonimo di catastrofe, oggi disponiamo di mezzi tecnici e organizzativi che possono scongiurare che lo sia nuovamente. Sarà necessaria, tuttavia, una gestione equa e intelligente di ciò che abbiamo. I tempi futuri, in un modo o nell’altro, ci riporteranno coi piedi per terra. La scarsità ci imporrà, collettivamente, di prendere decisioni più coraggiose su questioni come l’equità e la distribuzione di ciò che produciamo, ma anche sul nostro rapporto con i limiti di ciò che il nostro pianeta può offrire. Convivere con l’inflazione vuol dire convivere con i nostri limiti. Farlo è possibile e necessario, ma richiederà un cambio di paradigma e scelte coraggiose.  *Liam Mc Court è dottorando in Economia presso le Università di Siena, Pisa e Firenze dove si occupa di conflitto sociale, disuguaglianza, instabilità economica e cambiamento climatico. DIAMOCI UNO TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Convivere con l’inflazione proviene da Jacobin Italia.
March 23, 2026
Jacobin Italia
Nel Global Gender Gap l’Italia è all’11° posto tra i Paesi G20
Nel confronto tra i Paesi del G20, l’Italia si colloca all’11° posto nel Global Gender Gap, confermando progressi ancora parziali sul fronte della parità di genere. Permangono però forti divari territoriali: nel Mezzogiorno i tassi di inattività femminile superano quelli dell’occupazione, segnalando una fragilità strutturale del mercato del lavoro. Il gap emerge anche nei livelli di istruzione: nei Paesi G20 si laurea il 45,5% delle donne contro il 37,7% degli uomini; in Italia la quota femminile scende al 38,5% e al 30,9% nel Sud. Sul versante imprenditoriale, le imprese a maggioranza femminile rappresentano il 16,2% del totale – un dato superiore alla media di molti Paesi G20 – ma oltre un terzo (36,6%) si concentra nel Mezzogiorno. Resta significativa anche la distanza nella rappresentanza politica: le donne occupano il 32% dei seggi nel Parlamento italiano (8° posto nel G20), mentre nei consigli regionali si osservano forti squilibri, con un massimo del 42% in Umbria e un minimo del 9% in Valle d’Aosta. È quanto emerge dall’Osservatorio “Rita Levi-Montalcini SVIMEZ – W20”, un nuovo strumento di analisi e monitoraggio dedicato alle disuguaglianze di genere, con un’attenzione specifica alle comparazioni internazionali e alle differenze territoriali in Italia. L’iniziativa dell’Associazione per lo Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno e del Women 20 Italia, il gruppo sulla parità di genere del G20 costituito da esponenti della società civile, nasce dalla necessità di creare uno spazio di riflessione strutturato, capace di raccogliere dati, elaborare indicatori e produrre studi e raccomandazioni per politiche pubbliche più eque. L’obiettivo dello studio è chiaro: riconoscere la parità di genere come leva strategica per lo sviluppo del Paese e per il futuro delle nuove generazioni. Il lavoro rappresenta il principale indicatore delle diseguaglianze. Nei Paesi G20, il diritto al lavoro “non è uguale per tutte”: a minori tassi di occupazione femminile corrisponde un maggiore gender gap a favore degli uomini. In Italia, le disparità territoriali sono particolarmente marcate: in cinque regioni del Mezzogiorno (Basilicata, Puglia, Sicilia, Calabria e Campania), i tassi di inattività femminile superano quelli di occupazione anche al netto della componente inattiva per motivi di studio. Tra le donne 25-34enni, i motivi familiari rappresentano la prima causa di inattività: 38,4% nel Mezzogiorno e 49,3% nel Centro-Nord (per gli uomini 2,5% al Sud, 4,1% al Centro-Nord). Il divario nei tassi di occupazione tra uomini e donne resta elevato in tutte le regioni meridionali, con punte di oltre 25 punti percentuali. E le donne lavorano part-time molto più degli uomini, ma spesso non per scelta. Tra i principali Paesi G20, in Italia il part-time involontario raggiunge livelli record: 1 lavoratrice part-time su 2 sarebbe disposta a lavorare a tempo pieno. Nel Mezzogiorno il part-time involontario riguarda il 63,6% delle lavoratrici, il 40,7% nel Centro-Nord (20,9% nella media UE27). Al Sud come al Nord, il part-time femminile si concentra nel Turismo e ristorazione (45,6%), Servizi alle imprese (37,2%) e alle persone (46,2%) e nel Commercio (38,6%), settori caratterizzati da forte femminilizzazione e bassi salari. La differenza tra part time volontario e involontario, unita alle disparità salariali e alla debolezza del welfare territoriale, contribuisce a consolidare modelli sociali in cui i carichi familiari ricadono prevalentemente sulle donne. Anche le retribuzioni penalizzano le donne in tutte le aree del Paese: nei contratti a termine il divario sale dal -16% nel Nord al -20% nel Sud. Nei contratti a tempo indeterminato il gap è stabile al -28%. Le retribuzioni giornaliere mostrano differenze nette: nel Centro-Nord, gli uomini percepiscono 120 euro al giorno contro gli 88 euro delle donne, al Sud e Isole circa 90 euro contro 65. I differenziali retributivi risultano particolarmente ampi per le qualifiche professionali più basse: -40% per le operaie al Nord e -45% al Sud. Il divario si amplifica nel lungo periodo: secondo il Rendiconto di genere INPS 2025, l’assegno pensionistico femminile è inferiore del 44% rispetto a quello maschile. E le donne che lavorano sono più a rischio povertà, con la quota di occupati a rischio di lavoro povero (reddito netto annuo inferiore al 60% del valore mediano nazionale) particolarmente elevata nel Mezzogiorno: il 22,7% tra gli uomini, il 13,8% tra le donne. Il dato femminile risulta più basso solo perché l’indicatore è calcolato sul reddito familiare, dove spesso è già presente un primo reddito maschile: si cristallizza così il “modello di donna” second earner (secondo percettore di reddito), su cui poi gravano i carichi di cura. Nel Rapporto emerge la sottovalutazione del capitale umano femminile: nei Paesi G20, il 45,5% delle donne 25-34enni è laureato, contro il 37,7% degli uomini. In Italia, la quota scende al 38,5% (25,5% tra gli uomini), e nel Mezzogiorno al 30,9%. Il capitale umano femminile è dunque più qualificato. Tuttavia, il pieno riconoscimento di questo patrimonio richiede politiche e strumenti capaci di trasformare il merito in opportunità concrete. Le donne restano sottorappresentate nei settori STEM e ICT, quelli con le migliori prospettive di crescita nei prossimi anni. Forti stereotipi di genere orientano precocemente le scelte formative e professionali. Da segnalare come l’impatto dell’automazione non sia neutro: i settori a forte presenza femminile, infatti, subiscono una digitalizzazione più radicale volta a automatizzare mansioni amministrative e di supporto. Qui la presentazione di Serenella Caravella, Ricercatrice Svimez: https://www.svimez.it/wp-content/uploads/2026/03/presentazione_osservatoriosvimezw20.pdf. Giovanni Caprio
March 22, 2026
Pressenza
La perdita del bene comune “acqua”
Tra i principali «beni comuni» essenziali per la vita, un ruolo cruciale spetta all’acqua. L’acqua è una fonte di vita insostituibile per il funzionamento «sostenibile» del clima terrestre e, di conseguenza, dell’insieme delle attività umane e delle forme di vita sulla Terra. Negli ultimi tempi, abbiamo perso il bene comune acqua. Ci è stata rubato e noi stessi l’abbiamo trasformato in qualcosa di diverso, esterno a noi. Francesco, il santo di Assisi, non potrebbe più chiamare l’acqua  «sorella». La prima forma significativa di perdita del «bene comune pubblico » acqua è iniziata non appena l’acqua è stata trattata come «oro blu», in confronto al petrolio considerato fin dal XIX secolo «oro nero». Pensare all’acqua come «oro» significa capovolgere la concezione dell’acqua come «fonte di vita». L’oro è materialità, ricchezza, avidità, conquista, conflitti, violenza. E più l’oro è raro, più è appropriabile solo dai più forti. La sacralità dell’acqua cessa di essere espressa in riferimento alla vita. La perdita dell’acqua come bene comune è stata sancita a livello internazionale circa 50 anni fa con l’avvio delle politiche di adeguamento strutturale da parte del FMI e della Banca Mondiale, dopo la crisi del sistema finanziario internazionale tra il 1971 e il 1973, accompagnate da condizioni, una delle quali era la sottomissione della concessione dei prestiti alla privatizzazione del settore pubblico, in particolare l’acqua. Aver costretto i paesi del Sud ad affidare la gestione di beni essenziali per la vita alle «forze internazionali del mercato» ha avuto conseguenze nefaste, la più importante delle quali è stata l’accentuazione delle disuguaglianze tra Nord e Sud. (1) La grande svolta riguardante l’acqua è, tuttavia, avvenuta nel 1992-94 a partire dal Primo Vertice della Terra convocato dall’ONU nel 1992 a Rio de Janeiro. In occasione della Conferenza internazionale dell’ONU sull’acqua e l’ambiente tenutasi a Dublino nel marzo 1992 in preparazione del Vertice , la comunità internazionale ha approvato I quattro principi di Dublino sull’acqua, il cui 4° principio, il più concreto e politicamente influente, recita: «L’acqua, utilizzata per molteplici scopi, ha un valore economico e dovrebbe quindi essere riconosciuta come bene economico». (2 ) La Dichiarazione di Dublino precisa: « In virtù di questo principio è fondamentale riconoscere il diritto fondamentale dell’uomo all’acqua potabile e a un’igiene adeguata a un prezzo accessibile» Ciò significa che l’accesso all’acqua, anche se riconosciuto come un diritto, deve essere a pagamento! Basta con la gratuità dei diritti universali .(3) E poi continua: «Il valore economico dell’acqua è stato a lungo ignorato(…). Considerare l’acqua come un bene economico e gestirla di conseguenza, significa aprire la strada a un uso efficiente e a un’equa distribuzione di questa risorsa, alla sua conservazione e alla sua protezione». Ora,  secondo la concezione economica dominante, la gestione di un «bene economico» deve essere assicurata secondo i principi e i meccanismi del sistema economico capitalista di mercato. Da qui la diffusione in tutto il mondo dei processi di mercificazione, deregolamentazione, liberalizzazione, privatizzazione… Infine, la finanziarizzazione della natura completa l’opera di capovolgimento. Il principio della monetizzazione della natura è stato approvato dal Secondo Vertice della Terra (Rio+10) a Johannesburg nel 2002. Vent’anni dopo, a Montréal nel dicembre 2022, la COP15-Biodiversità dell’ONU ha ufficialmente sancito la finanziarizzazione della natura fondata sul principio che ogni elemento della natura debba essere considerato un «capitale naturale» e, quindi, un «bene finanziario», gestito secondo i principi e le logiche dei mercati finanziari globali. (4) Il percorso è stato lungo ma, nonostante l’opposizione di milioni di cittadini e di interi popoli, non solo indigeni (penso all’Italia dove, nel giugno 2011, il 97% dei votanti ha detto no alla privatizzazione dell’acqua, tramite referendum nazionale), (5) i «signori» del denaro sono riusciti finora a gettare alle ortiche il principio dell’acqua come bene comune pubblico, uno dei pilastri su cui era stata costruita «una buona società». È possibile rigenerare il bene comune pubblico mondiale acqua? Contrariamente a quanto scritto nella Dichiarazione di Dublino, si deve constatare che, trentacinque anni dopo, l’assoggettamento della gestione dell’acqua alle concezioni capitalistiche dell’economia e alle visioni tecnocratiche ha condotto l’Umanità e la Terra. Verso una Apocalisse idrica (6) Un recente rapporto dell’Università delle Nazioni Unite (UNU) parla, in termini più moderati, di Bancarotta idrica globale. (7)  Conosciamo le cifre schiaccianti, di cui una sola, la principale, è sufficiente: 4,4 miliardi di persone non hanno accesso all’acqua potabile in modo regolare, sufficiente e sicuro (da considerare insieme ai 4,5 miliardi di persone che non dispongono di alcuna copertura sanitaria di base)!  Abbiamo appena appreso che ora in Medio Oriente si sono verificati bombardamenti reciproci di impianti di desalinizzazione dell’acqua di mare tra l’Iran, Israele  e gli altri paesi della regione. Eppure, tutti questi paesi dipendono per il 60-80% dagli impianti di desalinizzazione per il loro approvvigionamento di acqua dolce. Una situazione del genere non può durare. L’Apocalisse non può essere il futuro dell’umanità e della Terra. Segni di resistenza, di rivolta contro questo mondo si manifestano un po’ ovunque. Sì, il mondo cambierà, perché il desiderio di giustizia e di uguaglianza nella dignità e la forza della solidarietà e della pace sono come i batteri: non muoiono mai.   PS: Una versione più ampia e dettagliata contenente ulteriori dati numerici e note di riferimento è disponibile sul sito agora-humanite.org dell’Agora degli Abitanti della Terra   Note (1) Nonostante alcune riforme, le condizioni rimangono in vigore. Vedi https://www.cetri.be/Economies-du-Sud-toujours-sous, 2022 (2)https://www.google.com/search?q=Les+Quatre+principes+de+Dublin+cocncernant+l%27eau&oq (3) Per gratuità del diritto all’acqua potabile si intende la copertura dei costi da parte della collettività tramite le finanze pubbliche, come avviene per le spese militari (4)https://www.pressenza.com/fr/2023/02/cop15-biodiversite-et-financiarisation-de-la-nature/ (5) https://altreconomia.it/inchiesta-acqua-pubblica/ (6) 17 anni fa, in un articolo pubblicato su La Libre Belgique, avevo già parlato di “Apocalisse idrica”. Vedi https://www.lalibre.be/debats/opinions/2009/04/22/comment-eviter-lapocalypse-hydrique-OSWDTBYUWZDH3GMLYC763DOFZM/ (7) https://unu.edu/inweh/collection/global-water-bankruptcy   Riccardo Petrella
March 22, 2026
Pressenza
La “cura” McKinsey propone a Volkswagen di chiudere 8 stabilimenti
La società di consulenza McKinsey ha presentato un’ipotesi di amputazione radicale alla Volkswagen, per aggiustare i suoi conti. Il Bild, famoso tabloid tedesco, ha pubblicato alcune indiscrezioni che hanno scosso l’industria automobilistica tedesca, perché la consulenza della famosa società statunitense certifica una crisi strutturale di uno dei più importanti attori […] L'articolo La “cura” McKinsey propone a Volkswagen di chiudere 8 stabilimenti su Contropiano.
March 22, 2026
Contropiano
Campania, crescita e disuguaglianze: il rapporto Bankitalia 2025 tra economia e diritti
Una lettura del rapporto Bankitalia 2025 che mette in relazione sviluppo economico, vulnerabilità sociale e accesso effettivo ai diritti. Il rapporto della Banca d’Italia evidenzia una crescita moderata dell’economia regionale, ma anche la persistenza di forti disuguaglianze sociali e territoriali. Dal lavoro alla casa, il nodo è l’effettivo accesso ai diritti e il ruolo delle politiche pubbliche. Il rapporto della Banca d’Italia sull’economia della Campania nel 2025 restituisce l’immagine di una regione in moderata crescita, sostenuta soprattutto dai servizi e da alcuni comparti industriali, ma ancora segnata da rilevanti fragilità strutturali. Il ridimensionamento dell’edilizia privata incentivata e il crescente peso degli investimenti pubblici delineano una fase di transizione del settore delle costruzioni, mentre il mercato del lavoro mostra miglioramenti che non riescono tuttavia a ridurre in modo significativo le disuguaglianze. I dati evidenziano la presenza di un’ampia area di vulnerabilità sociale, testimoniata anche dal numero elevato di famiglie beneficiarie di misure di sostegno al reddito. In questo contesto, lavoro e accesso all’abitazione assumono una dimensione centrale anche sul piano dei diritti, incidendo concretamente sulle condizioni di vita delle persone. Il contributo propone una lettura del rapporto che mette in relazione economia, politiche pubbliche e diritti fondamentali, evidenziando come la qualità dello sviluppo non possa essere misurata soltanto in termini di crescita, ma anche nella capacità di garantire inclusione, accesso ai servizi e riduzione delle disuguaglianze territoriali. Il rapporto della Banca d’Italia sull’economia della Campania nel 2025 restituisce un quadro articolato delle dinamiche economiche regionali e consente di cogliere non soltanto l’andamento dei principali indicatori macroeconomici, ma anche le implicazioni che tali dinamiche producono sul piano sociale e territoriale. Dietro i dati sulla crescita si collocano infatti questioni centrali come il lavoro, l’accesso ai servizi, la qualità delle politiche pubbliche e, più in generale, l’effettività dei diritti. Nel primo semestre del 2025 il prodotto interno lordo regionale registra una crescita dell’1 per cento rispetto all’anno precedente, con una dinamica superiore alla media nazionale. Si tratta di un dato che segnala una certa capacità di tenuta del sistema economico campano, sostenuta in particolare dal settore dei servizi e da alcune componenti dell’industria manifatturiera. Tra queste, il comparto farmaceutico continua a rappresentare uno dei principali fattori di crescita, confermando un posizionamento competitivo ormai consolidato a livello internazionale. Allo stesso tempo, il rapporto evidenzia come altri settori, tra cui l’automotive, stiano attraversando una fase di significativa contrazione, legata sia ai processi di transizione tecnologica sia alle trasformazioni delle catene globali del valore. Il quadro che emerge è quindi quello di una crescita selettiva e non omogenea, nella quale la dinamica espansiva di alcuni comparti non riesce a compensare pienamente le difficoltà di altri. Una crescita che, pur presente, non si distribuisce in modo uniforme né tra i settori produttivi né, soprattutto, tra le diverse componenti sociali. Uno degli ambiti nei quali tali trasformazioni risultano particolarmente evidenti è il settore delle costruzioni. Negli anni precedenti, il comparto edilizio aveva beneficiato in modo rilevante degli incentivi fiscali legati al Superbonus e ad altre misure di sostegno all’edilizia privata. La progressiva riduzione di tali strumenti ha determinato una contrazione del valore degli interventi edilizi agevolati rispetto al 2024 e una diminuzione delle ore lavorate nel settore. Questo ridimensionamento non rappresenta soltanto la fine di una fase congiunturale favorevole, ma segnala una vera e propria transizione strutturale del comparto. Il rapporto evidenzia infatti come, parallelamente alla riduzione dell’edilizia privata incentivata, stia emergendo con maggiore forza il ruolo degli investimenti pubblici. La spesa degli enti locali per opere pubbliche registra un incremento significativo e interessa ambiti strategici quali le infrastrutture urbane, l’edilizia scolastica e l’edilizia residenziale. Si tratta di un cambiamento di prospettiva che attribuisce un ruolo sempre più centrale alla capacità programmatoria e attuativa delle amministrazioni pubbliche. In questo contesto, la qualità dell’azione amministrativa diventa un fattore determinante non solo per la crescita economica, ma anche per la qualità della vita delle comunità locali. La capacità di trasformare le risorse disponibili in interventi concreti incide infatti direttamente sull’accesso ai servizi, sulla vivibilità degli spazi urbani e sulle opportunità di inclusione sociale. Il mercato del lavoro regionale mostra segnali di miglioramento, con un aumento dell’occupazione e una riduzione del tasso di disoccupazione. Tuttavia, la Campania continua a presentare livelli di disoccupazione sensibilmente più elevati rispetto alla media nazionale, evidenziando la persistenza di criticità strutturali. Anche il reddito disponibile delle famiglie registra una crescita moderata. Rimane tuttavia elevato il numero di nuclei che dipendono da strumenti di sostegno pubblico: il rapporto segnala infatti la presenza di oltre 160.000 famiglie beneficiarie dell’assegno di inclusione, dato che restituisce la dimensione di un’area di vulnerabilità economica e sociale ancora molto ampia. Questi dati non rappresentano soltanto indicatori economici, ma incidono direttamente sull’esercizio concreto di diritti fondamentali. La difficoltà di accesso a un lavoro stabile e a un reddito adeguato si riflette infatti sulla possibilità per molte persone di accedere a condizioni di vita dignitose, ai servizi essenziali e a un’abitazione adeguata. In questo senso, il lavoro non rappresenta soltanto un indicatore economico, ma una condizione essenziale per l’effettiva partecipazione alla vita sociale ed economica del Paese, in coerenza con quanto previsto dall’articolo 4 della Costituzione, che riconosce il diritto al lavoro e promuove le condizioni che lo rendano effettivo. La questione abitativa rappresenta, sotto questo profilo, uno degli snodi più rilevanti. La difficoltà di accesso a un alloggio adeguato costituisce uno degli ambiti nei quali le disuguaglianze economiche si traducono in modo più evidente in disuguaglianze sociali. La precarietà abitativa incide infatti sulla stabilità dei nuclei familiari, sui percorsi educativi e lavorativi e, più in generale, sulle possibilità di inclusione. Il diritto all’abitare, pur non essendo espressamente formulato come diritto autonomo nella Costituzione italiana, trova fondamento nei principi di tutela della dignità umana e di uguaglianza sostanziale sanciti dall’articolo 3, che impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini. In questo contesto, le politiche abitative – e in particolare quelle relative all’edilizia residenziale pubblica – assumono un ruolo strategico nel contrasto alle disuguaglianze e nella promozione di condizioni di vita dignitose, contribuendo a rendere effettivi diritti che altrimenti rischierebbero di rimanere solo formali. Il rapporto della Banca d’Italia richiama inoltre l’attenzione sul persistente divario territoriale tra Mezzogiorno e resto del Paese. Tale divario non è soltanto economico, ma riguarda la qualità delle infrastrutture, l’accesso ai servizi e le opportunità offerte ai cittadini. In questa prospettiva, la questione territoriale assume anche una dimensione di equità e non discriminazione, ponendo il tema della garanzia di diritti uniformi sull’intero territorio nazionale. La possibilità di accedere a servizi essenziali, a opportunità lavorative e a condizioni abitative adeguate non dovrebbe infatti dipendere dal contesto geografico di appartenenza. Le implicazioni per le politiche pubbliche risultano quindi particolarmente rilevanti. Il rapporto evidenzia come lo sviluppo economico non possa essere considerato separatamente dalle condizioni sociali e come sia necessario un approccio integrato che tenga insieme crescita, inclusione e coesione territoriale. La capacità amministrativa delle istituzioni pubbliche rappresenta, in questo quadro, un fattore decisivo. La gestione degli investimenti, la programmazione degli interventi e la capacità di integrare politiche economiche e sociali costituiscono elementi centrali per il funzionamento del sistema territoriale. Il rapporto restituisce dunque non soltanto una fotografia dell’economia regionale, ma anche uno strumento di riflessione sulle trasformazioni sociali in atto e sulle responsabilità delle politiche pubbliche. La crescita economica, pur presente, non appare ancora sufficiente a garantire un miglioramento diffuso e omogeneo delle condizioni di vita. Per questo motivo, la qualità dello sviluppo non può essere misurata esclusivamente in termini di prodotto interno lordo, ma deve essere valutata anche nella capacità di tradursi in diritti effettivi, accesso ai servizi e condizioni di vita dignitose. In definitiva, i dati economici assumono un valore che va oltre la dimensione statistica, diventando uno strumento per comprendere le dinamiche sociali e per orientare scelte pubbliche capaci di incidere concretamente sulla vita delle persone, riducendo le disuguaglianze e rafforzando la coesione territoriale. Redazione Napoli
March 19, 2026
Pressenza
Cuba fra menzogne e propaganda
Osservate bene l’immagine sotto il titolo dell’articolo: questa è solo una parte dell’enorme galassia di piattaforme web, televisioni, radio, pagine social ecc. create e finanziate direttamente o indirettamente dagli Stati Uniti per diffondere nell’isola ed all’estero ogni tipo di menzogna e falsità contro Cuba e la sua rivoluzione. Il principale ente finanziatore di questo apparato è l’USAID, il paravento utilizzato dall’impero del male per mascherare i propri interventi nei Paesi stranieri, ma spesso i finanziamenti arrivano direttamente dal Dipartimento di Stato. In questo panorama di guerra mediatica uno in particolare, El Toque, è quello che si incarica di danneggiare maggiormente l’economia dell’isola; si tratta di un presunto sito di analisi economiche, ovviamente con base a Miami, dove ha sede la peggiore mafia anticubana, che ogni giorno, a sua discrezione, stabilisce il valore di cambio del peso cubano (CUP) nel mercato nero dell’isola, valore che non ha nulla a che vedere con il cambio ufficiale. Per fare un esempio fino allo scorso anno il cambio ufficiale era di 140/150 CUP per un euro e poco meno per un dollaro, quindi lo straniero che intendeva cambiare ad esempio 100 euro a Cuba si recava in una banca o in una Cadeca (casa de cambio) e riceveva 14.000 CUP; contemporaneamente però nelle strade si trovavano persone con le tasche gonfie di pesos cubani che offrivano un cambio molto, molto più alto, attorno ai 300/350 CUP per un euro/dollaro e quindi 30/35.000 CUP. Personalmente mi sono sempre rifiutato di cambiare euro nelle strade, perché questo significa inflazionare ulteriormente il già scarso valore della moneta cubana, ma questo scrupolo sono ben pochi a farselo e la maggioranza delle mie conoscenze mi ha sempre dato dello stupido; è possibile che io sia stupido, ma di sicuro non sarò mai complice. Quel valore di cambio al mercato nero lo stabilisce El Toque, obbedendo agli ordini dei finanziatori nordamericani, con il chiaro intento di deprezzare la moneta nazionale.  Vista la situazione il governo cubano, nel tentativo di estirpare questo chiarissimo disegno criminale, ha elevato il valore di cambio ufficiale portandolo attorno ai 530/540 CUP per un dollaro/euro, così da spazzare via qualunque tipo  di contrattazione illegale. Qualcuno vuole provare a indovinare cosa è accaduto? In meno di dodici ore El Toque ha pubblicato i nuovi importi da applicare al mercato nero, che in questo momento rasentano i 600 CUP per un dollaro/euro e non cessano di salire. Nella situazione del Paese non era cambiato nulla perché un vero portale di analisi economiche potesse esprimere valutazioni differenti da quelle del giorno prima; è quindi del tutto evidente che il compito di El Toque è unicamente quello di distruggere l’economia interna cubana. Un portale straniero che si arroga il diritto di stabilire quale debba essere il valore di cambio illegale della moneta di un’altra nazione: questo è El Toque. Occorre però porsi una domanda: El Toque può scrivere quello che vuole, ma se non ci fossero i cambiavalute illegali nelle strade rimarrebbe solo uno dei tanti portali anticubani. Dove vanno quindi questi cambiavalute illegali a riempirsi di pesos da offrire agli stranieri se lo stipendio di un lavoratore qui non supera i 10.000 CUP? E’ fin troppo evidente che si tratti di un traffico organizzato, diretto e finanziato da chi ha come unico scopo quello di causare il default economico del Paese, e chi sono gli unici a volere questo? Sempre loro, quelli che si trovano a 90 miglia a nord dell’Avana…. Tutti gli altri siti web ed organi di (dis)informazione di cui sopra hanno lo scopo di diffondere ogni sorta di falsità contro Cuba, alcune della quali risultano persino patetiche tali sono le assurdità che propinano e quindi dubito che abbiano molto seguito. L’ultima in ordine di tempo di questa montagna di menzogne è quella secondo la quale gli aiuti umanitari provenienti dal Messico giunti all’Avana circa una settimana fa sarebbero stati venduti dal governo cubano per ingrassare le tasche non si sa bene di quali e quanti politici…. Ve li mostro io, eccoli qui: Héctor, il “fratello” cubano che mi ospita, sua moglie e sua figlia ricevono regolarmente gli aiuti alimentari che vengono prontamente distribuiti dal governo alla popolazione tramite la “libreta” o “canasta basica”. Cos’è la libreta, o canasta basica? Nel mondo occidentale abituato alla mentalità capitalista questo è un concetto praticamente sconosciuto, mentre nella società socialista cubana è il fondamento della vita civile della nazione: lo Stato si fa carico di fornire ad ogni suo cittadino, qualunque sia il suo reddito, un’abitazione e una fornitura di alimenti di base secondo la composizione di ciascun nucleo familiare, per garantirne la sussistenza; senza dimenticare che a Cuba l’istruzione è universale e gratuita fino alla laurea ed egualmente universale e gratuita è la sanità. E’ sempre stato così dal giorno del trionfo della rivoluzione; la solidarietà sociale di questo straordinario popolo esprime così la propria umanità. Chi ha qualche anno sulle spalle come me ricorderà (perché lo abbiamo studiato, non perché lo abbiamo vissuto) che anche in Italia esisteva qualcosa di simile, anche se non uguale, la famosa tessera annonaria istituita in piena Seconda Guerra Mondiale. Il sistema cubano di assegnazione delle abitazioni, della sussistenza alimentare e delle prestazioni sanitarie purtroppo negli ultimi anni ha subito gravi ridimensionamenti a causa del bloqueo, ma se andate a leggero quello che diffondono gli scrivani sotto dettatura che formano l’esercito mediatico dei servi dell’impero troverete scritto che no, il bloqueo non esiste, che è una invenzione del “regime” cubano, che la responsabilità della situazione dell’isola è da attribuire all’incapacità del governo di guidare il Paese, o che il sistema socialista è una sventura per il popolo cubano, che dovrebbe invece gettarsi fra le braccia amorevoli del capitalismo. Fortunatamente il 98% del popolo cubano sa benissimo come stanno realmente le cose, perché le vede e le vive, mentre il rimanente 2% sono i soliti “gusanos”, persone di scarse se non nulle conoscenze, molto facilmente manipolabili e quindi servi sciocchi dell’impero. Alcuni sono addirittura nostalgici della dittatura di Batista, quando L’Avana era la casa dei divertimenti di ricchi gangster e mafiosi newyorkesi e il Paese era spartito fra ricche oligarchie e grandi aziende nordamericane, mentre il popolo era solo carne da lavoro. Spessissimo qui mi capita di sentir ripetere una frase del Che pronunciata all’Università Alma Mater dell’Avana di fronte agli studenti e poi divenuta famosa: “No se puede confiar en el imperialismo ní tantito así, nada!”, ossia “Non ci si può fidare dell’imperialismo nemmeno un pochino, per niente!” Redazione Italia
March 19, 2026
Pressenza
INPS e Save the Children, stabile l’uso del congedo di paternità, ma differenze tra territori
Nel Nord vive il 59% dei padri che ne usufruiscono, mentre solo un quarto lo utilizza per intero. Marcate anche le differenze per contratto, tipo di impiego e territorio, con Nord-Est e Nord-Ovest che registrano più giorni fruiti rispetto al Sud e alle Isole. Nel 2024 l’utilizzo del congedo di paternità in Italia si conferma stabile, con oltre il 64% dei padri lavoratori dipendenti che ha beneficiato della misura. Dopo anni di progressiva crescita, il ritmo di aumento sembra essersi attenuato, lasciando apparire un quadro in cui la scelta di prendersi cura dei figli nei primi giorni di vita è diventata più diffusa, ma non ancora universalmente condivisa. Dalle elaborazioni fatte da Save the Children sui dati INPS emerge un profilo piuttosto delineato dei padri che usufruiscono del congedo: hanno tra i 35 e i 44 anni (52% nel complesso), un impiego stabile e a tempo pieno e nella maggior parte dei casi risiedono nel Nord del Paese (59% degli utilizzatori, 107.273 padri), mentre al Centro e al Sud vivono rispettivamente il 19% (34.130 padri) e il 22% (40.236). La tipologia contrattuale incide sensibilmente sulla durata effettiva del congedo: i lavoratori full time utilizzano mediamente quasi due giorni in più rispetto ai part time (+1,9 giorni), mentre chi ha un contratto a tempo indeterminato sfrutta mezza giornata in più rispetto a chi è assunto a termine (+0,5 giorni). Anche la posizione lavorativa fa la differenza, con impiegati e dirigenti che ricorrono al congedo circa un giorno in più rispetto ai lavoratori manuali, mentre livelli retributivi più elevati risultano associati a un uso più contenuto della misura. “I dati, sottolinea Save the Children,  mostrano che sempre più padri stanno compiendo un passo importante verso una maggiore condivisione delle responsabilità familiari, anche se persistono differenze legate al contesto lavorativo, economico e territoriale che continuano a influenzare questa possibilità. È necessario, pertanto, rafforzare strumenti che sostengano in maniera strutturale le famiglie, poiché le scelte che riguardano il tempo da dedicare ai figli incidono direttamente sul loro benessere e sulla qualità della loro crescita. Investire in misure più eque, inclusive e accessibili significa investire nel futuro dei bambini e delle bambine del nostro Paese”. Sul territorio, la presenza dei padri che usufruiscono del congedo continua a essere fortemente concentrata nelle regioni settentrionali, dove vivono circa tre utilizzatori su cinque (59% – 107.273 padri). Lombardia (38,2% degli utilizzatori del Nord), Veneto (18,9%) ed Emilia-Romagna (16,8%) sono le aree che ne raccolgono il numero più alto, seguite da Piemonte (13,5%), Trentino Alto-Adige (4,4%), Friuli-Venezia Giulia (4,1%), Liguria (3,8%) e Valle d’Aosta (0,3%). Mentre al Centro il Lazio (45% degli utilizzatori del Centro) e la Toscana (32,3%) rappresentano le regioni con la maggiore incidenza. Di seguito Marche (14,9%) e Umbria (7,8%). Nel Mezzogiorno, pur con una distribuzione meno uniforme, emergono Campania (28,5% degli utilizzatori del Sud), Puglia (21,7%) e Sicilia (21,6%) come i territori in cui risiede la maggior parte degli utilizzatori, seguite da Abruzzo (9,2%), Calabria (7,5%), Sardegna (6,8%), Basilicata (3,1%) e Molise (1,6%). Differenze significative riguardano anche il numero di giorni fruiti: i lavoratori del Nord-Est e del Nord-Ovest usano un numero di giorni di congedo maggiore rispetto a quelli del Centro (rispettivamente +0,52 e +0,43 giorni), mentre al Sud e nelle Isole la fruizione è inferiore (-0,38 e -0,36giorni). Nel complesso, sono 181.777 i padri che nel 2024 hanno utilizzato il congedo di paternità. Una cifra significativa, ma che invita a riflettere sulle condizioni che ancora rendono disomogeneo l’accesso a uno strumento fondamentale per il benessere dei bambini e per avanzare verso una più equa ripartizione del lavoro di cura. Purtroppo di recente la proposta sul congedo parentale paritario obbligatorio di Pd, M5s, Azione, Italia viva, Avs e +Europa è stato bocciato dalla maggioranza di centrodestra, con la motivazione che a parere della Ragioneria dello Stato non ci sono le coperture di circa tre miliardi di euro all’anno. E’ stata però bocciata anche la proposta di rinvio per cercare di recuperare congiuntamente (maggioranza e opposizione) le risorse necessarie. La proposta prevedeva di estendere a cinque mesi il congedo di paternità (attualmente è di 10 giorni), di renderlo obbligatorio e retribuirlo al 100% per entrambi i genitori, senza possibilità di trasferirlo da uno all’altro. In particolare, il padre avrebbe potuto “spalmare” il congedo su 18 mesi successivi. La norma si sarebbe applicata non solo ai dipendenti, ma anche ad autonomi e liberi professionisti. Una norma che avrebbe contribuito a disinnescare ogni fattore di discriminazione (se entrambi i genitori possono fruire di identico congedo le lavoratrici madri saranno meno discriminate rispetto ai padri) e avrebbe fatto fare un altro passo in avanti sul terreno della piena parità tra donne e uomini, superando la cultura patriarcale ancora troppo radicata nel nostro Paese. L’INPS con l’ultimo Rendiconto di parità di genere ha ancora una volta certificato un divario occupazionale di quasi 18 punti tra uomini e donne (52,5% contro 70,4%), un gap salariale medio di circa il 20% (con punte oltre il 30% in alcuni settori) e una persistente segregazione nei ruoli apicali. Insomma, le donne rappresentano il 64% del part-time, sopportano la quota maggiore di lavoro a tempo parziale involontario e le pensioni femminili risultano inferiori di oltre il 20%, con scarti ancora più ampi nelle prestazioni di vecchiaia. Qui per approfondire diritti e tutele dei papà: https://www.savethechildren.it/blog-notizie/paternita-lavoro-diritti-tutele-padri Giovanni Caprio
March 19, 2026
Pressenza
Europa, dicono le organizzazioni sociali e ambientaliste: “Le politiche climatiche sono la difesa dalla crisi energetica”
In vista del Consiglio europeo Forum Disuguaglianze Diversità, Greenpeace Italia, Kyoto Club, Legambiente, Transport & Environment e WWF Italia si rivolgono al governo italiano affinchè l’Europa, a causa della guerra in Medio oriente non favorisca le energie fossili attraverso la deregolamentazione e lasciando così margine a gas e petrolio che creano insicurezza e instabilità e accrescono una crisi climatica che accresce povertà e diseguaglianze_ SEGUE COMUNICATO Il Governo italiano, invece di chiedere la sospensione dell’ETS e promuovere la deregolamentazione ambientale, dovrebbe difendere davvero l’interesse nazionale e la sicurezza dei cittadini, non fare favori ai combustibili fossili, veri responsabili della ennesima crisi energetica, delle tensioni mondiali e della volatilità dei prezzi. Colpire l’ETS (Emission Trading Scheme) o fare marcia indietro su elementi fondamentali del quadro climatico dell’UE non farebbe altro che indebolire la risposta dell’Europa alla crisi.  Al contrario, i soldi dell’ETS vanno usati bene, cioè per accelerare la transizione energetica, porre fine alla dipendenza dai combustibili fossili, mantenere la rotta del Green Deal europeo e contrastare strutturalmente la povertà energetica: questo l’appello di numerose organizzazioni ambientaliste italiane (Forum Disuguaglianze Diversità, Greenpeace Italia, Kyoto Club, Legambiente, Transport & Environment e WWF Italia) ai Capi di Stato e di Governo dell’Unione Europa che si riuniscono domani e dopodomani a Bruxelles. L’Europa è fortemente dipendente dai combustibili fossili importati, costosi e rischiosi. Il crescente ricorso al GNL dopo la crisi del 2022 ha sostituito una dipendenza dai combustibili fossili con un’altra, dinamiche geopolitiche con altre. L’Europa e l’Italia devono mobilitare ingenti investimenti nel risparmio energetico, nelle energie rinnovabili, nelle reti, nello stoccaggio e nell’elettrificazione per proteggere le famiglie e le imprese da ulteriori shock dei prezzi dell’energia. Ed è proprio dall’ETS che potranno venire una parte dei fondi necessari a sostenere la transizione, se non continueranno a essere usati per il ripiano di bilanci e a perdersi in mille rivoli, come ha dimostrato un rapporto della think tank indipendente sul clima Ecco[1] : dei 18 miliardi generati dal meccanismo “chi inquina paga” della UE, solo il 9% (1,6 miliardi) sono andati effettivamente a sostenere le politiche climatiche. Eppure, le energie rinnovabili hanno già superato i combustibili fossili nella produzione di energia elettrica dell’UE, e forse questo è il vero problema delle compagnie Oil & Gas e di coloro che vogliono favorire la produzione di energia elettrica con le centrali termoelettriche per così minare tutto il meccanismo ETS.  Eppure, i vantaggi per le aziende e i cittadini europei sarebbero enormi: con il risparmio energetico, le energie rinnovabili, l’elettrificazione, gli accumuli e le reti, l’Europa potrà sempre più fare affidamento su abbondanti energie rinnovabili di produzione interna. Le rinnovabili sono l’unica strada affinché l’Europa possa diventare indipendente e immune da shock esterni provocati da crisi e guerre, spesso causata dalla stessa corsa scriteriata ai combustibili fossili e al nucleare, pericoloso, estremamente costoso e comunque con tempi lunghissimi”. Nell’immediato, le associazioni ambientaliste e sociali propongono di ridurre le imposte sull’elettricità e riformare il sistema per fornire davvero sollievo alle famiglie e alle imprese in tutta Europa. Secondo le ONG, anche la spinta alla deregolamentazione che sta attualmente monopolizzando il dibattito politico europeo si basa su una falsa narrativa creata ad arte: l’applicazione della legislazione ambientale esistente genererebbe un risparmio economico annuo di 180 miliardi di euro, mentre il costo dell’inazione climatica potrebbe raggiungere i 5,6 trilioni di euro in Europa nei prossimi 30 anni. Per le ONG ambientali e sociali occorre garantire che la “semplificazione” normativa non indebolisca le protezioni ambientali, climatiche o sociali. Il vero ostacolo alla competitività non sono regole chiare e rigorose, ma l’inerzia politica dei governi e delle istituzioni europee che procedono troppo lentamente nell’attuazione degli accordi esistenti. Occorre anche riorientare l’agenda della competitività verso investimenti su larga scala nella transizione verde, con nuovi strumenti di finanziamento pubblico a livello UE. Essenziale, anche per la sicurezza energetica, accelerare l’uscita dell’Europa dai combustibili fossili. L’elettrificazione basata sulle energie rinnovabili, l’efficienza, la gestione della domanda e l’integrazione della rete sono le uniche vie credibili verso la sicurezza energetica e la stabilità dei prezzi. Ciò deve andare di pari passo con la stabilità normativa e delle regole di mercato, compreso un prezzo del carbonio forte e prevedibile. Occorre infine riconoscere il costo economico dell’inazione sulla vita delle persone, su natura, clima e salute: i 12 miliardi di euro che tutti gli attuali “pacchetti omnibus” sostengono di risparmiare sono irrisori rispetto ai costi dei danni climatici, che graveranno sui bilanci pubblici e su cittadini e imprese. Per le organizzazioni ambientaliste e sociali, il Governo italiano, anziché irresponsabilmente chiedere la sospensione dell’ETS e promuovere una pericolosa deregolamentazione ambientale, deve tutelare l’interesse nazionale e la sicurezza dei cittadini, rafforzando politiche climatiche ambiziose, accelerando la transizione energetica e riducendo strutturalmente la dipendenza da gas e petrolio. [1] QUANTI SONO E COME VENGONO USATI I PROVENTI DELL’ETS HTTPS://ECCOCLIMATE.ORG/IT/PROVENTI-ETS-IN-ITALIA-UTILIZZATO-SOLO-IL-9-DELLE-RISORSE/ IN ITALIA – ECCO Redazione Italia
March 19, 2026
Pressenza
Cuba, splendide spiagge deserte per il crollo del turismo
Il 16 marzo 2026, ultimo giorno della mia permanenza a Trinidad, avrei dovuto fermarmi in questo splendida cittadina altri quattro giorni, ma il giorno 21 in un orario imprecisato è previsto l’arrivo della Flotilla Nuestra America alla bahía dell’Avana, avvenimento al quale non posso assolutamente mancare. Essendo i trasporti molto limitati il bus di domani è l’ultimo trasferimento utile del quale possa usufruire. Oggi quindi ho voluto visitare quella che universalmente viene descritta come una delle perle più preziose dei Caraibi, la penisola di Playa Ancón…. La penisola era facilmente raggiungibile con qualunque mezzo pubblico o privato, in quanto dista solo una dozzina di chilometri dal centro di Trinidad, ma purtroppo oggi non è più così, perché la carenza di combustibili che il maledetto bloqueo porta con sé rende molto difficile e costoso effettuare qualsiasi spostamento, anche quelli su brevi distanze come questo. Playa Ancón mantiene quanto promette: il mare cristallino, la spiaggia di sabbia finissima e la natura silvestre che le fa da anfiteatro sono di una bellezza straordinaria. E’ chiaramente un luogo dalla grandissima attrazione turistica, ma nonostante ciò le strutture nelle immediate vicinanze dell’arenile non sono assolutamente invasive; ci sono alcuni chioschi all’ombra della splendida vegetazione nei quali è possibile trovare frutta tropicale di ogni sorta e pranzi tipici, soprattutto a base di pesce, mentre per godere di questo sole e di questo mare unici al mondo si bastano i caratteristici ripari realizzati con foglie di palma. Lungo tutta la penisola alle spalle di questa che sembra una cartolina illustrata si trovano solo tre splendide e discrete strutture alberghiere armoniosamente inserite nel paesaggio, che dimostrano quanta attenzione e rispetto vengono riservati ai territori. Cuba non ha mai permesso nessun tipo di speculazione edilizia selvaggia perché le sue bellezze naturali sono la sua ricchezza e proteggerle a ogni costo dallo sfruttamento indiscriminato è il primo impegno di questo stupendo Paese. Si potrebbe parlare di un angolo di paradiso, che l’impero del male non si è fatto scrupolo di trasformare in inferno. Venendo qui oggi si tocca con mano quanto malvagio, perfido, crudele e cinico sia il bloqueo: questo luogo da sogno dovrebbe accogliere ogni giorno ospiti provenienti da ogni latitudine e contemporaneamente dare lavoro a centinaia di lavoratori di questo settore, così come tutte le “casas particulares”, ossia le normali abitazioni civili, appositamente normate ed adattate, che ai cubani è consentito utilizzare come B&B. Ebbene, tutto questo oggi è completamente paralizzato. Con il divieto per i cittadini statunitensi di recarsi sull’isola, il diniego del visto di ingresso negli Stati Uniti per ogni persona che abbia viaggiato a Cuba e l’attuale blocco delle forniture di combustibile, Trump è riuscito a imporre l’ennesimo giro di vite all’ultima forma di ingresso di valuta nell’isola; dopo decenni trascorsi ad impedire le transazioni commerciali con qualsiasi istituto bancario, cosa che inevitabilmente ha compromesso importazioni ed esportazioni, ora con la paralisi del settore turistico l’economia cubana subisce l’ennesimo affronto. Soffermarmi a scrutare questi splendidi luoghi praticamente deserti, i lettini prendisole in attesa di un ospite che non arriverà, l’assenza della festante moltitudine colorata di ospiti ai chioschi desolatamente chiusi mi infonde una tristezza infinita, ma ma soprattutto rabbia, perché tutti sanno chi sia il responsabile di tutto questo. Il paventato terrorismo, o l’assurda “inusuale minaccia contro gli Stati Uniti”, sono solo i più recenti pretesti per portare a termine la loro opera di distruzione. Fanno così da sempre e chi lo nega dovrebbe studiarsi la storia di Paesi come il Vietnam, l’Iraq, la Libia e recentemente il Venezuela e l’Iran per capire l’osceno metodo a stelle e strisce. Denunciare l’imperialismo non è vuota retorica, è guardare il male assoluto negli occhi.         Redazione Italia
March 18, 2026
Pressenza
Leonardo acquisisce la britannica Becrypt: parte la scalata al settore cyber
L’azienda bellica Leonardo SpA sta finalizzando l’acquisizione della britannica Becrypt, attiva nel campo della cybersecurity e fornitrice stabile di tecnologie sia per gli ambienti governativi che per aziende leader nelle supply chain di competenza. Il processo dovrebbe essere completato entro il mese di giugno dell’anno corrente. L’operazione non è un elemento isolato, ma fa seguito a tutta una serie di acquisizioni effettuate da Leonardo, in Europa, nel comparto.[1] Queste sono parte di una strategia di sviluppo industriale che prevede il rafforzamento di Leonardo nella cybersecurity europea e, a nostro parere, sono finalizzate non tanto ad aumentare il fatturato (che per Leonardo, a livello di ordinativi commerciali, proviene essenzialmente dall’aeronautica militare e, in collaborazione con Fincantieri, dalla cantieristica navale) quanto a estendere il controllo dell’azienda sull’intera filiera della Difesa. Non è più possibile, infatti, mantenere una posizione di leadership nel settore bellico senza occuparsi di tutti i principali elementi che lo compongono. Il settore militare europeo è attualmente molto frammentato per diverse ragioni e, fra queste, vi è sicuramente l’esistenza di aziende appartenenti a differenti Stati membri dell’UE che concorrono fra di loro a livello commerciale. Il che dà luogo a produzioni belliche “duplicato” per la vendita al miglior offerente, ad acquisti disaggregati perché effettuati dai vari Paesi membri in maniera indipendente l’uno dall’altro (cd. “domanda disaggregata”, che produce un aumento dei costi) e, probabilmente, anche a pressioni di tipo lobbystico sui propri rispettivi governi nazionali per adeguare la legislazione ai desiderata della singola azienda campione nazionale (cd. riduzione dei “costi di conformità” alla legislazione esistente, che sono i costi che l’impresa deve sostenere per adeguarsi alla normativa nazionale di riferimento, la quale varia da Paese a Paese). Non per niente Roberto Cingolani, Amministratore Delegato e Direttore Generale di Leonardo, ha dichiarato: «Quest’ultima acquisizione in UK segna un ulteriore tappa nella strategia di Leonardo volta a costruire in Europa una sicurezza cyber resiliente e sovrana che superi la frammentazione tecnologica attuale».[2] Sulla stessa linea il Ministro della Difesa italiano Guido Crosetto, secondo cui «È necessario definire in ambito Nato, con l’Unione europea, strategie comuni che rafforzino la resilienza democratica e cognitiva e promuovano risposte coordinate agli attacchi».[3] Il rafforzamento di Leonardo UK è un passaggio rilevante: questa costola della grande azienda italiana a controllo pubblico ha un ottimo posizionamento commerciale sia con il Governo britannico che con la NATO, essendo inserita come fornitrice in diversi programmi governativi e internazionali. Tuttavia, in linea con quel che abbiamo detto essere il core-business dell’azienda, Leonardo UK è relativamente più importante come fornitrice di beni militari nel settore aerospaziale e di componenti tecnologiche. Becrypt, pur non essendo una grande impresa (ha poco più di cento dipendenti), è invece meglio posizionata come fornitrice commerciale di sistemi per la cybersecurity e, pertanto, la sua acquisizione da parte di Leonardo potrebbe rafforzare considerevolmente il ruolo-chiave di quest’ultima nel panorama della Difesa britannica. Tra l’altro Becrypt ha fatto registrare circa un +30% di ricavi sia nel 2024 che nel 2025. Attualmente Leonardo UK ha una sola sede operativa per lo sviluppo di elementi per la cyber sicurezza – situata nella città di Lincoln, nel nord-est dell’Inghilterra – e, con Becrypt, acquisirebbe alcuni laboratori di ricerca e uffici tecnici londinesi. Inoltre Leonardo UK è ufficialmente certificata dal National Cyber Security Centre’s Cyber Security Consultancy framework del Regno Unito come consulente per la cybersecurity, ma Becrypt è certificata come fornitrice informatica: con l’unione delle due, pertanto, Leonardo UK si assicurerebbe una posizione privilegiata nei confronti della concorrenza – ad esempio quella della francese Thales, con cui pure la Leonardo italiana collabora stabilmente nel campo della comunicazione via satelliti a orbita bassa, il settore in cui è attiva Starlink di Elon Musk.[4] Dal punto di vista tecnico la cybersecurity di Leonardo UK è basata sul modello “Zero trust”, per il quale la rete informatica (aziendale o di una pubblica istituzione) viene segmentata, per impedire un hackeraggio che coinvolga l’intero sistema, ed è richiesta un’autenticazione dell’utente basata sul ruolo ricoperto. La Zero trust è un elemento importante perché funzionale a ogni tipo di amministrazione societaria – anche di pubblico Ministero, come detto. E in effetti esiste una norma RRF (il dispositivo europeo da cui si è originato il PNRR italiano) per la quale «andranno introdotte specifiche norme finalizzate a imporre all’amministrazione una motivazione anticipata e rafforzata che dia conto delle ragioni del mancato ricorso al mercato»,[5] ossia: per ricorrere a risorse interne anziché al mercato (appalti ed esternalizzazioni, consulenze…), il pubblico dovrà fornire adeguate giustificazioni, anche di carattere economico. È chiaro, dunque, che l’acquisto di Becrypt consentirà a Leonardo UK di accedere a un mercato più vasto di quello puramente militare e acquisire, così, una posizione di maggiore importanza relativamente all’intera Pubblica Amministrazione britannica. Federico Giusti, Emiliano Gentili, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università [1] Le aziende acquisite sono: Axiomatics (Svezia), SSH Communication (Finlandia) e Arbit (Danimarca). [2] Leonardo, Comunicato Stampa: Leonardo continua a rafforzarsi nella cybersecurity con l’acquisizione di Becrypt in UK, 11 Marzo 2026. [3] A. Carli, Dall’esercito cyber a un centro per il contrasto alla guerra informativa, ecco il piano Crosetto contro le minacce ibride, «il Sole 24 Ore», 13 Novembre 2025. [4] Cfr. E. Gentili, F. Giusti, Accordo Starlink. Giù la MUSKera, 18 Gennaio 2025, https://sinistrainrete.info/politica-italiana/29701-emiliano-gentili-e-federico-giusti-accordo-starlink-giu-la-muskera.html?utm_source=dlvr.it&utm_medium=facebook. [5] PNRR #NextGenerationItalia, pp. 80-81. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
March 18, 2026
Pressenza