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Emergenza carovita e inflazione: gravità straordinaria per i consumatori italiani ed europei
I recenti dati resi noti dall’Istat tratteggiano un quadro di estrema gravità per le famiglie italiane ed europee: l’inflazione ad agosto in Italia accelera al 3,3% su base annua, toccando il picco più alto da settembre 2023. A spingere questa pericolosa fiammata è lo shock dei beni energetici non regolamentati, […] L'articolo Emergenza carovita e inflazione: gravità straordinaria per i consumatori italiani ed europei su Contropiano.
September 6, 2026
Contropiano
Cile: Il problema dei tecnocrati
Il Governo del Presidente Kast sembra aver fatto tutto ciò che dicono i manuali dell’ortodossia economica per rilanciare l’economia. Ha promosso una mega-riforma che riduce gradualmente l’imposta di prima fascia dal 27% al 23%, ha reintegrato il sistema tributario, ha eliminato le imposte sulla prima casa per gli over 65 e ha stabilito incentivi per le donazioni e il rimpatrio dei capitali. Tuttavia, qualcosa non sta funzionando. I cittadini non hanno fiducia né nel presente né nel futuro. La disoccupazione è arrivata al 9,5%, il livello più alto dal 2021. In sei dei primi sette mesi del 2026 l’IMACEC ha registrato variazioni interannuali negative e tra gennaio e luglio l’attività accumula un calo dello 0,4%. Le stime collocano già la crescita del Paese per quest’anno al di sotto dell’1%. Allora sorge una domanda scomoda: se il Governo sta facendo esattamente ciò che, secondo i suoi economisti, dovrebbe stimolare gli investimenti e l’occupazione, perché l’economia si indebolisce e aumenta la disoccupazione? Perché l’economia non funziona soltanto con imposte, tassi d’interesse, incentivi e fogli Excel. Funziona anche, e molto, con aspettative e fiducia. Keynes lo comprese quasi un secolo fa quando parlò degli animal spirits. Quando un imprenditore decide di investire non conosce il futuro. Può calcolare costi, tassi d’interesse, imposte e redditività attese, ma alla fine deve prendere una decisione su qualcosa che ancora non esiste. Investe quando confida che domani sarà migliore di oggi. È proprio questo il punto che sembrano dimenticare i tecnocrati: le aspettative sul futuro sono una variabile economica. E queste aspettative non si costruiscono soltanto dal Ministero delle Finanze. Si costruiscono osservando la politica, la capacità di governare, gli accordi che si raggiungono, la stabilità delle regole e la possibilità di prevedere ragionevolmente verso dove sta andando il Paese. Il governo del Presidente Kast ha approvato la riforma tributaria con uno o due voti di scarto e ha celebrato il risultato. Ma governare non consiste soltanto nel contare i voti. Consiste nel costruire maggioranze politiche e sociali capaci di proiettarsi nel tempo. La riforma costituzionale sulla sicurezza promossa dal Governo, che ha provocato il rifiuto dell’opposizione e dubbi all’interno dello stesso schieramento di governo, trasmette esattamente il segnale contrario: incertezza riguardo alle regole future e alla capacità di costruire accordi duraturi. E chi prende decisioni imprenditoriali osserva tutto questo. Soprattutto le piccole e medie imprese e gli imprenditori, dove si concentra una parte fondamentale dell’occupazione privata. Non basta convincere dieci grandi gruppi imprenditoriali. Bisogna fare in modo che migliaia di piccoli e medi imprenditori credano che nel prossimo futuro avranno clienti, regole ragionevolmente stabili e un Paese governabile. Nessun presidente può ordinare queste decisioni dalla Moneda. Ogni imprenditore deve rispondere a una domanda molto semplice: mi fido abbastanza di ciò che verrà da rischiare oggi i miei soldi? E oggi la risposta maggioritaria è no, anche tra molti che possono avere affinità ideologica con il Governo. Altrimenti è difficile spiegare perché, l’economia continui a indebolirsi e la disoccupazione ad aumentare. Uno dei punti di forza dei trent’anni della Concertación fu che il Cile offriva una ragionevole prevedibilità politica. Governo e opposizione erano profondamente in disaccordo, ma esistevano una visione dello Stato, la capacità di costruire accordi e la continuità istituzionale. Quel periodo non ebbe successo soltanto perché c’erano buoni economisti al Ministero delle Finanze o eccellenti tecnici nella Banca Centrale. Ci furono leadership politiche capaci di guidare, negoziare, cedere e coinvolgere il Paese attorno a obiettivi comuni. Generarono aspettative di stabilità e futuro. La stabilità generò fiducia; la fiducia, investimenti; e gli investimenti, crescita e occupazione. Ecco la differenza tra amministrare e governare. I tecnocrati possono progettare eccellenti strumenti economici, ma non possono sostituire la Politica. Si possono ridurre di quattro punti le imposte sulle società, offrire l’invariabilità tributaria e facilitare il rimpatrio dei capitali. Ma nessuna legge può obbligare un imprenditore a investire né un imprenditore ad assumere. Per investire bisogna credere nel futuro. E la fiducia nel futuro non si decreta né si inserisce come articolo in una riforma tributaria. Si costruisce facendo buona Politica. Marcelo Trivelli
September 5, 2026
Pressenza
I custodi della terra: l’importanza del ritorno all’agroecologia
Il ritorno alle tecniche agricole antiche non è un nostalgico passatismo, ma la più moderna e radicale delle risposte alla crisi ambientale, sanitaria e sociale dell’isola. Coltivare rispettando i cicli biologici e rigenerando il suolo significa scardinare un modello industriale fallimentare per portare a tavola cibi sani. Oggi, a confermare la necessità di questa transizione, non sono solo le lotte storiche dei movimenti ecologisti, ma le prove scientifiche più avanzate. A smontare la narrazione della grande chimica agraria è un recente studio scientifico (2026) pubblicato su Food Research International, condotto dall’Università del Salento in collaborazione con il CIHEAM Bari e il CNR. I ricercatori hanno analizzato i pomodori usando la spettroscopia NMR (risonanza magnetica nucleare), una tecnologia che fotografa l’intero profilo metabolico del frutto. Più nutrienti, meno chimica: I pomodori coltivati con metodi naturali (agricoltura biodinamica e trattati con compost arricchito) sono biologicamente superiori rispetto a quelli dell’agricoltura integrata convenzionale. Hanno mostrato una concentrazione nettamente più alta di preziosi amminoacidi e di carotenoidi come il licopene, il potente antiossidante che protegge la nostra salute. Un suolo vivo contro i cambiamenti climatici: L’analisi del DNA batterico ha rivelato che il terreno naturale ospita fino a 124 famiglie di batteri, contro le sole 51 del suolo sfruttato dalla chimica. Questa straordinaria biodiversità microbica rende la terra resiliente e capace di resistere agli shock ambientali. Lo studio lancia un’idea rivoluzionaria: una tracciabilità scientifica dell’esito. In futuro la qualità non si certificherà più solo sulla carta (i registri burocratici su cosa è stato “spatussato” nei campi), ma misurando oggettivamente la ricchezza nutrizionale dentro il cibo e la vita nel terreno. Favorire questo modello agroecologico in Sardegna significa generare nuove occupazioni green, capaci di restituire dignità ai lavoratori e di contrastare lo spopolamento drammatico delle nostre zone interne. Lavorare la terra con tecniche ecologiche significa garantire il presidio e la cura attiva del territorio, arginando il dissesto idrogeologico e gli incendi che devastano un’isola abbandonata a se stessa. C’è poi una forte valenza politica ed economica: l’agricoltura contadina e di comunità ci sottrae alle speculazioni energetiche. La crisi globale ha dimostrato come i costi dei concimi chimici di sintesi siano legati a doppio filo alle oscillazioni folli del mercato del gas e del petrolio. Sostituire i veleni industriali con il biocompost auto-prodotto spezza la dipendenza dai mercati internazionali e dalle multinazionali dell’energia. La sovranità alimentare diventa così la base della sovranità economica dei territori. In questo scenario, guardiamo con favore al Bando per il Primo Insediamento dei Giovani Agricoltori della Regione Sardegna (Intervento SRE01), che stanzia 40.000 euro a fondo perduto per attrarre gli under 40 nelle campagne. È uno strumento utile, ma parziale. Se vogliamo una reale inversione di rotta, dobbiamo superare lo sbarramento anagrafico. Il sostegno economico deve essere garantito senza limiti d’età a chiunque decida di rigenerare un terreno incolto. Chi sceglie di cambiare vita per dedicarsi all’agricoltura naturale non sta semplicemente aprendo una partita IVA: sta compiendo un atto politico ed etico di resistenza civile. Diventa un custode della biodiversità e della salute pubblica, un argine contro le speculazioni e la desertificazione. E la volontà di proteggere la nostra terra e i nostri diritti non scade a quarant’anni. Redazione Sardigna
September 4, 2026
Pressenza
La rendita che vince, il lavoro che perde da trent’anni: cosa dicono davvero i numeri del 2025
Mentre i salari reali italiani restano sotto i livelli di trent’anni fa, il settore bancario chiude il 2025 con utili record. I dati raccontano uno squilibrio di lungo periodo nella distribuzione del reddito tra lavoro e capitale. Continuiamo a dire che il capitalismo italiano ha smesso di essere industriale per diventare finanziario, come se fosse una metafora. Non lo è. È una sequenza di bilanci, ed è una perdita che dura da tre decenni, non un incidente di percorso. Il punto di partenza è la quota di reddito che il valore prodotto dal Paese destina a chi lavora. Le stime più solide, basate sui dati AMECO e riprese dalla letteratura accademica, indicano che in Italia questa quota è scesa dal 66,9% del 1970 al 50% del 2018: un crollo di quasi diciassette punti che coincide, non a caso, con la fine dell’indicizzazione automatica dei salari nel 1992, con l’apertura ai mercati globali e con la lunga stagione delle riforme di flessibilizzazione del mercato del lavoro. Su questo arco storico la letteratura economica, da Torrini agli studi più recenti di Paternesi Meloni e Stirati, è concorde: i salari reali hanno smesso di seguire la produttività, e quel disallineamento è diventato struttura permanente dell’economia italiana. C’è però un dato che rende questa erosione ancora più netta, perché non riguarda la quota su un aggregato contabile ma il potere d’acquisto concreto delle buste paga. Secondo l’Ocse, tra il 1990 e il 2020 l’Italia è l’unico grande Paese dell’area a registrare una variazione negativa dei salari reali: mentre in Germania, Francia e nei Paesi baltici gli stipendi a prezzi costanti crescevano, anche in misura sostanziale, in Italia diminuivano. L’Ufficio parlamentare di bilancio ha di recente quantificato la caduta in un 6,6% in termini reali dal 1990. Lo shock inflazionistico del 2021-2022 ha aggravato una tendenza già strutturale: nel solo 2022 i salari reali italiani sono crollati del 7,3% rispetto all’anno precedente, e a inizio 2025 l’Ocse li registrava ancora inferiori del 7,5% rispetto al 2021, il risultato peggiore tra le grandi economie dell’organizzazione. Un lavoratore italiano oggi, in termini di potere d’acquisto, guadagna meno di un collega di trent’anni fa: non è un’impressione, è la fotografia ufficiale. È in questo quadro che va letto l’aumento nominale del 4,2% dei redditi da lavoro dipendente registrato dall’Istat nei conti 2025 delle società non finanziarie. Non è un segnale di inversione di tendenza, ma in larga parte l’effetto dei rinnovi dei contratti collettivi arrivati dopo anni di CCNL scaduti e bloccati, che nella contabilità di un singolo esercizio producono un salto nominale senza colmare il divario reale accumulato nel decennio precedente. Allo stesso modo, il fatto che il tasso di profitto delle imprese non finanziarie sia sceso al 43,3% nel 2025, dal 44,1% del 2024, non racconta un’inversione strutturale: è l’oscillazione di un solo anno, misurata su una base che resta comunque quella di un’economia in cui, dal 1970 a oggi, la parte spettante al capitale è cresciuta di quasi venti punti percentuali. Un anno di sottoscrizioni contrattuali non cancella mezzo secolo di moderazione salariale, così come una rondine non fa primavera. Il contrasto più stridente, in questo senso, resta quello con il settore bancario. Nel 2025 le banche italiane hanno chiuso l’anno con utili netti record: 47,5 miliardi di euro, in crescita rispetto ai 46,5 miliardi del 2024 e ai 40,6 miliardi del 2023, secondo l’analisi del Centro Studi Unimpresa su dati di Banca d’Italia. Il quinquennio 2021-2025 ha prodotto complessivamente 176,5 miliardi di utili netti aggregati, il periodo più profittevole nella storia recente del settore. Il motore resta il margine di interesse, cioè la differenza tra quanto le banche incassano sui prestiti e quanto pagano sui depositi: per anni le famiglie e le imprese indebitate hanno pagato di più per lo stesso prestito, mentre chi teneva i risparmi in conto corrente ha visto remunerazioni pressoché ferme. E questi utili record procedono insieme a una riduzione dell’occupazione: circa 8mila posti di lavoro in meno nel settore secondo i dati diffusi da First Cisl, mentre i primi cinque gruppi bancari sfioravano i 28 miliardi di utili con una crescita del 10,6%. La lezione che se ne ricava non è la fine del lavoro come fattore produttivo, ma la conferma che il tempo lungo dell’economia italiana ha una direzione precisa, e quella direzione non si inverte per un rinnovo contrattuale o per un’oscillazione annuale del margine industriale. Trent’anni di salari reali fermi o in calo restano il dato costitutivo, mentre la rendita finanziaria continua a crescere staccandosi sia dalla produzione sia dall’occupazione che dovrebbe generare. Chi continua a chiedere moderazione salariale in nome della competitività dovrebbe spiegare perché quella stessa moderazione non è mai stata chiesta a chi, nello stesso anno, ha distribuito miliardi di dividendi tagliando migliaia di posti di lavoro. Francesco Russo
September 4, 2026
Pressenza
TORNA L’ANALISI CRITICA DEI FATTI ECONOMICI DELLA SETTIMANA CON L’ECONOMISTA ANDREA FUMAGALLI, OGNI VENERDÌ SU RADIO ONDA D’URTO
È iniziata questo venerdì 4 settembre la stagione 26/27 dell’Analisi critica dei fatti economici della settimana con l’economista e nostro storico collaboratore Andrea Fumagalli. Al centro della puntata di oggi i fatti economici del mese di agosto che si riverberano inevitabilmente anche negli inizi del mese di settembre. Nella puntata un breve cenno sulla vicenda Banca Etica e Autistici/Inventati; il risico bancario di Monte dei Paschi di Siena; l’aumento dei tassi di interesse dei titoli di Stato statunitensi; i dati sull’occupazione italiana; la guerra imperialista di Stati Uniti e Israele contro l’Iran e le ricadute sul prezzo del petrolio. La puntata lunga di venerdì 4 settembre 2026 con Andrea Fumagalli, docente di economia politica all’Università di Pavia. Ascolta o scarica.
September 4, 2026
Radio Onda d`Urto
L’urgenza di occuparsi dei giovani adulti che non studiano né lavorano
I giovani NEET, dall’acronimo inglese Not in employment, education or training, sono l’insieme dei ragazzi e delle ragazze che non studiano, non lavorano e non stanno seguendo corsi di formazione di alcun tipo. Non una generazione apatica, di “sdraiati” come sarebbe fin troppo facile classificarli, ma un insieme di risorse che non sempre la società e il mondo del lavoro sono capaci di valorizzare. Un primato poco edificante che tocca soprattutto l’Italia, a livelli mediamente più elevati rispetto al resto d’Europa. Ai NEET è dedicato “Ripartenze possibili: NEET e transizioni interrotte tra i giovani adulti“, il Terzo Rapporto sull’Agenda FAST1. realizzato da Percorsi di Secondo Welfare e Fondazione Lottomatica, scritto da Alice Sofia Fanelli, Concetta Filace e Franca Maino, con la prefazione di Maurizio Ferrera. Si tratta di  un documento che si concentra in particolare sui cosiddetti giovani adulti, ovvero gli appartenenti alla fascia 25-34 anni. Un segmento spesso trascurato dalla letteratura e dalle statistiche ufficiali, in cui l’inattività rischia di trasformarsi da condizione transitoria in esclusione strutturale. Il Rapporto ricostruisce anzitutto il quadro teorico del fenomeno NEET, mettendo in luce l’estrema eterogeneità: dietro la stessa etichetta statistica convivono giovani disoccupati in cerca attiva di lavoro, persone scoraggiate, chi è assorbito da responsabilità familiari e chi, semplicemente, resta in attesa dell’occasione giusta. Sul piano empirico, i dati Istat 2018-2024 mostrano una riduzione dell’incidenza dei NEET dopo il picco pandemico, un segnale che il Rapporto collega alla ripresa economica e all’effetto di programmi pubblici. Un miglioramento, tuttavia, che non è uniforme: la fascia 25-34 anni resta quella più esposta, con un tasso di inattività femminile nel 2024 che sfiora ancora il 32%, a fronte di un 17% maschile, e un divario territoriale che vede il Mezzogiorno superare il 30% contro il 10-20% del Nord e del Centro. Anche l’istruzione, pur riducendo il rischio di esclusione, non è sufficiente ad azzerare le disuguaglianze di genere e territoriali.  “I dati Istat 2024, si legge nel Rapporto, evidenziano forti differenze territoriali e di genere nell’incidenza dei NEET nella fascia 25-34 anni. Il Mezzogiorno registra valori nettamente più elevati rispetto al Nord e al Centro, confermando la persistenza di un marcato divario territoriale. In tutte le macroaree le donne risultano più esposte al fenomeno dei NEET rispetto agli uomini, ma il divario di genere è particolarmente accentuato nel Mezzogiorno, dove l’incidenza femminile supera ampiamente il 40%, a fronte di valori significativamente più contenuti tra gli uomini. Anche nel Nord e nel Centro, pur in presenza di livelli complessivamente più bassi, le donne presentano tassi superiori rispetto ai coetanei maschi. L’incidenza totale dei NEET si mantiene su livelli relativamente contenuti nel Nord e nel Centro (tra il 10% e il 20%), mentre supera il 30% nel Mezzogiorno. Nel complesso, emerge con chiarezza come il genere e il contesto territoriale agiscano congiuntamente, amplificando le disuguaglianze nei percorsi di transizione dalla scuola al lavoro, soprattutto per le giovani donne residenti nelle regioni meridionali”. Il Rapporto passa in rassegna le politiche attive del lavoro e le politiche giovanili adottate in Italia negli ultimi decenni, a partire dalla legge sull’apprendistato del 1955 fino alle riforme più recenti. Vengono analizzate nel dettaglio le principali misure rivolte ai NEET: Garanzia Giovani, avviata nel 2014 e capace di coinvolgere oltre 1,6 milioni di giovani ma con risultati più deboli proprio verso i profili più vulnerabili; Programma Nazionale Giovani, Donne e Lavoro 2021-2027, che ne ha raccolto l’eredità ampliando l’attenzione a donne e persone fragili; Programma GOL – Garanzia di Occupabilità dei Lavoratori, perno del PNRR, che ha raggiunto oltre 4,2 milioni di beneficiari con un tasso di occupazione stabile pari al 33,8%. Il quadro che emerge è quello di un sistema che ha ampliato la platea dei beneficiari e migliorato il coordinamento tra i servizi, ma che continua a faticare nell’aggancio (outreach) dei giovani più distanti dal mercato del lavoro, penalizzati da una logica di attivazione che presuppone spesso una motivazione e delle risorse che proprio i più vulnerabili non hanno. Una parte interessante del Rapporto è dedicata a quattro esperienze territoriali, allo scopo di comprendere cosa funzioni davvero per affrontare il fenomeno dei NEET. Queste le esperienze indagate: Articolo+1 a Torino, basato su un modello di finanziamento a risultato e su partenariati tra servizi per il lavoro, agenzie formative ed enti del terzo settore; Aperti Orizzonti a Brescia, costruito sulla credibilità relazionale degli operatori per intercettare i giovani “invisibili” attraverso canali informali e formali; Level Up! a Ravenna, che ha puntato su una comunicazione non istituzionale e sulla gamification per superare lo stigma della categoria NEET; Oltre la Pandemia a Catania, incentrato sulla riattivazione motivazionale prima ancora che sull’acquisizione di competenze tecniche. Come scrive Maurizio Ferrera nella prefazione: “La <<questione NEET>> deve uscire dal cono d’ombra in cui è stata sinora relegata. Essa deve imporsi con urgenza nel dibattito e nell’agenda politica nazionale. I  giovani sono <<tutto il futuro che abbiamo>>. Un futuro già presente nell’oggi, che non possiamo permetterci di sprecare”. FAST è un acronimo delle direttrici di marcia necessarie al nostro welfare per invertire la rotta: F come famiglia, a cui indirizzare trasferimenti e agevolazioni fiscali capaci di ridurre il costo dei figli senza disincentivare il lavoro delle madri;  A come asili, soprattutto nidi; S come servizi che permettano a donne (e uomini) di non dover sacrificare la procreazione per i troppi carichi di cura; T come tempi flessibili da ottenere attraverso lavoro “agile”, riorganizzazione dei “tempi della città” e così via. Ma FAST, sottolineano gli autori, ricorda anche quanto serva fare in fretta (“fast” in inglese significa “veloce”) nello sviluppare interventi che siano in grado di andare oltre la retorica e che permettano di determinare un approccio strategico verso la natalità. Questo Terzo Rapporto sull’Agenda FAST estende lo sguardo che Fondazione Lottomatica e Percorsi di Secondo Welfare hanno rivolto, nei primi due Rapporti, alla famiglia, agli asili e ai servizi per la prima infanzia (https://www.secondowelfare.it/).  Qui il Rapporto sui NEET: https://www.secondowelfare.it/wp-content/uploads/2026/07/Rapporto-FAST-3_Neet_Percorsi-di-Secondo-Welfare-e-Fondazione-Lottomatica.pdf.  Giovanni Caprio
September 4, 2026
Pressenza
Perdere la guerra contro l’Iran: il fronte economico
La “D” nel “D-Day” di Bessent sta per “Dud” [fallimento, bidone]. Dunque, ecco come si presenta, secondo Trump e i suoi funzionari, lo stato della guerra con l’Iran: l’Iran è stato totalmente sconfitto ed è disperato per un accordo – in effetti, Trump ha annunciato che un accordo è imminente […] L'articolo Perdere la guerra contro l’Iran: il fronte economico su Contropiano.
September 4, 2026
Contropiano
XVI Forum nazionale dell’altra Cernobbio
Si terrà sabato 5 settembre 2026 a Cernobbio (Sala di Via delle Cinque Giornate 5) il XVI Forum nazionale dell’altra Cernobbio, promosso dalla campagna Sbilanciamoci! insieme alla Rete Italiana Pace e Disarmo. Il titolo dell’edizione di quest’anno è Un’economia di pace. Contro la guerra, un nuovo modello di sviluppo.   Parteciperanno economiste ed economisti, ricercatori, sindacalisti ed esponenti della variegata galassia delle associazioni che fanno parte delle due reti promotrici, alle quali aderiscono oltre 100 organizzazioni. Contro l’economia di guerra, un nuovo modello di sviluppo Le proposte delle associazioni e della società civile all’Altra Cernobbio il 5 settembre Contro l’economia di guerra e per un nuovo modello di sviluppo: il prossimo 5 settembre — in contemporanea al workshop dello Studio Ambrosetti — i rappresentanti delle organizzazioni della società civile si incontrano a Cernobbio (Sala Conferenze in Via Cinque Giornate 8) per il forum di Sbilanciamoci! e della Rete Italiana Pace e Disarmo. Tra i temi in discussione, le proposte, anche per la prossima legge di bilancio, per un’economia di pace: un modello di sviluppo sostenibile, fondato sui diritti, il lavoro e l’ambiente, la difesa e il rilancio del welfare, la sanità, il diritto allo studio, la transizione ecologica. All’apertura, il segretario della FIOM Michele De Palma, il coordinatore delle campagne della Rete Italiana Pace e Disarmo Francesco Vignarca, la presidente di Emergency Rossella Miccio, la rappresentante della Rete a Pieno Regime Federica Borlizzi e l’economista Paolo Maranzano si confronteranno sull’impatto della guerra sull’economia e sul lavoro. La segretaria della CGIL Lombardia Valentina Cappelletti, il direttore di Altreconomia Duccio Facchini e gli economisti Alessandro Volpi e Lucrezia Fanti discuteranno di guerra, economia internazionale e globalizzazione. Nel pomeriggio, il co-portavoce di Sbilanciamoci! Giulio Marcon, l’economista Andrea Di Stefano, il presidente dell’ARCI Walter Massa, la segretaria nazionale del PD Elly Schlein e il segretario della CGIL Piemonte Giorgio Airaudo si confronteranno sulle proposte di un’economia fondata sul lavoro e sui diritti. Nell’ultima sessione, la co-portavoce di Sbilanciamoci! Cecilia Begal, il presidente di Terra! Fabio Ciconte, il segretario della FILT Stefano Malorgio e il segretario della FLAI Giovanni Mininni, il coportavoce di Avs Angelo Bonelli, discuteranno di transizione ecologica e nuovo modello di sviluppo. Il forum si concluderà alle 20.30 con lo spettacolo “Ho visto un Re…” allo Spazio Gloria, in Via Varesina 72 a Como. A aprire, coordinare e concludere i lavori nelle diverse sessioni forte l’impegno degli esponenti comaiuschi dell’Arci, di ecoinformazioni, della Cgil, del coordinamento comasco per la Pace. Con il sostegno di: FLAI, FILT, CGIL Lombardia, ARCI.  Media partner: ecoinformazioni.  Con la collaborazione di: Anpi provinciale Como, Arci Lombardia, Area Soci Comasca – Coop Lombardia, Asc Lombardia, Auser Como, Cgil Como, Cooordinamento comasco per la Pace, Git Banca etica Como, L’isola che c’è Como, Legambiente Como, Rebbio solidale/Parrocchia di Rebbio. Video presentazione Tutte le info sull’iniziativa su ecoinformazioni.com media partner del Forum. I temi affrontati quest’anno sono quelli della riduzione delle spese militari e della riconversione dell’industria bellica, delle conseguenze dannose delle guerre sull’economia e sulla vita delle persone, della necessità di un modello di sviluppo sostenibile e di qualità fondato sui diritti, la pace, l’ambiente. Faro per le organizzazioni promotrici è una politica di pace fondata sulla cooperazione e sulla democrazia internazionale, un’economia di giustizia, contro le diseguaglianze. Il Forum si concluderà con gli impegni e le proposte verso la legge di bilancio 2027 e le elezioni politiche: al centro gli investimenti pubblici per la transizione ecologica, la riconversione del sistema produttivo, la sanità e l’istruzione pubblica, i servizi sociali per il welfare e l’accoglienza dei cittadini migranti. “Mentre al workshop dello Studio Ambrosetti – affermano Cecilia Begal e Giulio Marcon, co-portavoce  di Sbilanciamoci- ci ripropongono da 40 anni le stesse ricette fallimentari che hanno fatto crescere diseguaglianze, guerre e peggioramento del clima, noi vogliamo dire che un’altra economia è possibile: quella fondata sulla pace, i diritti, la sostenibilità” I lavori si articolano in due momenti: la mattina (ore 9.30-13.00) dedicata a “L’impatto della guerra sull’economia e la società”, con le sessioni sulla militarizzazione dell’economia e sulle conseguenze per la globalizzazione, il lavoro e le produzioni; il pomeriggio (ore 14.00-17.00) dedicato a “Le alternative dell’economia di pace”, con le sessioni su un’economia del lavoro, dell’ambiente e dei diritti e su un modello di sviluppo sostenibile. La giornata si chiuderà alle ore 21.00 allo Spazio Gloria (via Varesina 72, Como) con “Ho visto un Re…”, “concerto” teatrale di diverse compagnie contro i Re e le loro guerre, presentato da Dario Onofrio (Arci) e con l’intervento di Cecilia Begal, co-portavoce di Sbilanciamoci!. Ecoinformazioni
September 3, 2026
Pressenza
Allarme! La militarizzazione della spesa pubblica nell’Unione europea
Anche se non succede niente, il minimo allarme, come il drone su Lipsia, scatena il panico. Da anni stiamo armando l’Ucraina, rifiutando qualsiasi ipotesi diplomatica, e ci sorprende un drone, o cento droni misteriosi? Bisogna fermarsi prima che sia troppo tardi. I popoli non vogliono nessuna guerra. Non basta una generazione di ucraini morta e sepolta per farlo capire ai governi europei? A guardare la spesa pubblica sembra proprio di no. E i droni russi o non russi che svolazzano sull’Unione europea fanno il gioco del famigerato e noto complesso militare industriale. L’accelerazione della spesa militare in Europa nell’ultimo quadriennio, presentata dalle istituzioni dell’Unione Europea e dai governi nazionali come una risposta obbligata alle minacce asimmetriche e alla guerra convenzionale, risponde a logiche economiche e politiche che meritano un’analisi critica e disincantata. Se da un lato episodi di sabotaggio reale o presunto, e la costante esposizione mediatica a scenari di rischio geopolitico vengono utilizzati per orientare il consenso pubblico, dall’altro le decisioni finanziarie stanno determinando una profonda riconfigurazione dei bilanci statali a danno del modello sociale europeo. Secondo gli ultimi dati ufficiali della European Defence Agency(https://eda.europa.eu/news-and-events/news/2026/07/16/eu-defence-spending—418-billion-in-2025–projected-to–454-billion-in-2026), la spesa militare combinata dei 27 Stati membri ha raggiunto i 418 miliardi di euro, registrando un balzo del 20% rispetto all’anno precedente e toccando il 2,2% del PIL comunitario, con proiezioni che prevedono una scalata fino a 454 miliardi di euro (il 2,4% del PIL). A livello globale, i rapporti del SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute: https://www.sipri.org/media/press-release/2025/unprecedented-rise-global-military-expenditure-european-and-middle-east-spending-surges) documentano che l’Europa è diventata il principale traino della corsa globale agli armamenti, con un tasso di crescita delle spese militari che tra i membri europei della NATO ha registrato i ritmi più veloci dal 1953. Questo “allarmismo strutturale” offre una sponda ideale per legittimare investimenti che sottraggono risorse cruciali alla sanità pubblica, all’istruzione e al welfare in una fase di forte pressione inflazionistica. Sotto il profilo macroeconomico, l’argomentazione dell’autonomia strategica si traduce in una forte spinta protezionistica a beneficio del complesso militare-industriale europeo, le cui principali aziende quotate — come Rheinmetall. (https://www.xtb.com/it/formazione/le-migliori-aziende-del-settore-della-difesa) e BAE Systems registrano profitti record e una capitalizzazione di mercato senza precedenti. Esponenti dell’intelligence finanziaria e ricercatori del SIPRI paventano il rischio che la ridefinizione dei parametri di spesa per soddisfare i nuovi target NATO finisca per “sfumare i confini tra spesa militare e altre voci di bilancio legate a difesa e sicurezza”, riducendo drasticamente la trasparenza e complicando la reale valutazione delle capacità belliche. La stessa Corte dei Conti Europea (https://www.consilium.europa.eu/it/policies/defence-numbers/) ha espresso crescenti riserve sui meccanismi di finanziamento della difesa comune e sui programmi comunitari paralleli ad alto impatto fiscale (come il ricorso ai prestiti agevolati del fondo SAFE per il riarmo), segnalando forti criticità legate alla sovrapposizione dei budget, al rischio di duplicazione inefficiente dei contratti di approvvigionamento congiunto, e alla mancanza di una reale rendicontazione democratica sull’impiego dei fondi.  Spostando l’asse della sicurezza dalla resilienza sociale e civile alla mera accumulazione di asset bellici, l’Unione Europea rischia di alimentare la spirale dell’escalation internazionale e di indebolire la propria stabilità interna, dimostrando come la percezione della minaccia possa essere istituzionalizzata per superare le storiche resistenze democratiche alla militarizzazione della spesa pubblica. In pratica stiamo correndo al riarmo europeo, che favorisce soprattutto gli americani, e Rutte se ne vanta con Trump; quindi si converte l’economia in economia di guerra, e ogni allarme droni, serve ad alimentare il consenso attraverso la paura del nemico. Ray Man
September 3, 2026
Pressenza
L’occupazione della Palestina come rapporto di produzione
-------------------------------------------------------------------------------- Castelbuono (Palermo). Foto Progetto Sos Gaza -------------------------------------------------------------------------------- Il 19 luglio 2024 la Corte Internazionale di Giustizia ha stabilito che l’occupazione israeliana dei territori palestinesi è illegale in sé — non per gli eccessi, non per specifiche violazioni, ma come struttura. La Corte ha riaffermato le norme perentorie che vietano annessione, colonie, segregazione razziale e apartheid, definendo la propria pronuncia dichiarativa e vincolante per Israele e per tutti gli Stati che sostengono l’occupazione. È il punto di partenza corretto per un’analisi materialista: la questione palestinese non è un conflitto tra due nazionalismi equivalenti, ma un rapporto di produzione strutturato per legge internazionale come illecito, eppure riprodotto ogni giorno e dato purtroppo per scontato dalla comunità internazionale. Il meccanismo è economico prima che militare. I tanto decantati accordi di Oslo — attraverso il Paris Protocol — hanno legato moneta, dogane e mercato del lavoro palestinese al sistema israeliano, trasformando Cisgiordania e Gaza in riserve di manodopera a basso costo e mercati di sbocco captive. L’Autorità Palestinese amministra la sicurezza per conto dell’occupante e distribuisce le rendite degli aiuti internazionali: non si tratta di una “borghesia compradora” nel senso classico che il lessico marxista attribuisce a Lenin e alla scuola della dipendenza (Frank, Amin) — quella figura media l’accumulazione di capitale straniero in cambio di una quota di profitto, su una base produttiva propria. L’AP non accumula nulla: non ha economia di esportazione, vive di rendita da aiuti internazionali e di trasferimenti fiscali (le “clearance revenues”) che Israele stesso trattiene o eroga a discrezione. È più precisamente una classe dirigente subappaltatrice, gestisce il consenso interno e la sicurezza per conto dell’occupante senza sovranità reale e senza un progetto di accumulazione autonomo. È la logica gramsciana dell’egemonia subalterna applicata senza metafora, ma privata del momento capitalistico che il termine “comprador” implicherebbe se usato in senso proprio. Il capitale globale non è spettatore. L’industria bellica statunitense (Lockheed, RTX, General Dynamics) e l’integrazione finanziaria del Golfo tramite gli Accordi di Abramo mostrano che la sopravvivenza del sistema di occupazione dipende da un blocco di interessi che eccede lo Stato israeliano. Il trasferimento e la vendita pressoché incondizionati di armi da parte di governi che sanno del rischio concreto che vengano usate contro civili sono proseguiti nonostante il parere della Corte; la continuità del flusso di armamenti dopo una sentenza che ne certifica l’illegalità funzionale è precisamente ciò che un’analisi di classe deve spiegare, e che una lettura puramente diplomatica non riesce a spiegare. La Corte ha imposto obblighi precisi: cessazione immediata di ogni nuova attività di colonizzazione, evacuazione dei coloni dal territorio occupato, e riparazione dei danni a tutte le persone fisiche e giuridiche coinvolte. Un anno dopo, nessuno di questi obblighi risulta osservato. Questo scarto — tra vincolo giuridico riconosciuto e prassi economica ininterrotta — è la prova materiale che l’occupazione non è un’anomalia da correggere ma un modo di produzione che genera profitto, rendita politica e sicurezza regionale per chi la sostiene. Il proletariato palestinese: dalla dipendenza all’esclusione Il rapporto di classe si vede più chiaramente nella storia del lavoro salariato palestinese dentro Israele. Negli anni ’70-’80 fino a un terzo della forza lavoro palestinese era impiegata nell’economia israeliana: un classico rapporto centro-periferia, dove la manodopera a basso costo compensa la carenza strutturale israeliana in settori come edilizia e agricoltura, sotto un regime di permessi controllato dall’amministrazione militare. La Prima Intifada rompe questo schema: il boicottaggio palestinese e la percezione di “rischio sicurezza” spingono Israele a sperimentare per la prima volta la sostituzione con manodopera migrante asiatica. Gli accordi di Oslo istituzionalizzano questo processo di “separazione”: tra il 1993 e il 2000 il governo israeliano espande sistematicamente il reclutamento di lavoratori temporanei da Thailandia, Cina, Filippine, arrivando entro il 2000 a circa 240.000 lavoratori migranti, pari a circa il 10% della forza lavoro israeliana. La quota di lavoratori palestinesi occupati in Israele crolla dal 23% nel 1999 a meno del 10% nel 2005, dopo le misure di punizione collettiva della Seconda Intifada. Dopo il 7 ottobre 2023 il processo si completa: i lavoratori di Gaza vengono azzerati, quelli della Cisgiordania in larga parte bloccati, e il governo israeliano discute piani per importare fino a 80.000 nuovi lavoratori stranieri. Il punto materialista qui è preciso e va detto senza ambiguità: non si tratta solo di punizione collettiva, ma di una strategia deliberata di sostituzione della forza lavoro come arma politica, mantenere la dipendenza economica quando serve pacificazione, tagliarla quando la manodopera palestinese diventa un rischio percepito. La working class palestinese non è mai stata trattata come soggetto economico stabile, ma come valvola regolabile a seconda della convenienza securitaria del capitale israeliano. Il proletariato israeliano: perché la classe perde contro la nazione Sul lato israeliano, il quadro marxista incontra il suo problema più scomodo. La working class israeliana — storicamente concentrata tra i mizrahim (ebrei di origine mediorientale e nordafricana, discriminati dall’establishment ashkenazita fondatore) — avrebbe, sul piano degli interessi materiali immediati, ragioni di solidarietà di classe con i lavoratori palestinesi: entrambi subalterni rispetto al capitale finanziario e tecnologico ashkenazita concentrato a Tel Aviv. Nella pratica storica è avvenuto l’opposto: la campagna della “avoda ivrit” (lavoro ebraico) e poi il nazionalismo di sicurezza hanno integrato i mizrahim nel progetto statale proprio attraverso l’esclusione dei palestinesi dal mercato del lavoro migliore. Il Likud costruisce il proprio blocco elettorale esattamente su questa base dagli anni Settanta in poi. È il vecchio problema che la sinistra marxista israeliana (Matzpen, poi Hadash) non ha mai risolto: quando nazionalismo e classe competono per la lealtà del lavoratore, storicamente vince il primo, e in Israele/Palestina questo non è un’eccezione da spiegare ma la regola da assumere come dato. Il limite del modello Il modello va stress-testato, non solo applicato. Primo: la sostituzione della manodopera palestinese con lavoratori migranti asiatici e africani complica la lettura puramente etno-nazionale del conflitto perché introduce una terza classe subalterna (lavoratori spesso indebitati per i costi di reclutamento e privi di tutele) che nessuna delle due narrazioni nazionali, sionista o palestinese, include nel proprio conto. Un’analisi di classe rigorosa non può ignorarli solo perché non rientrano nel binomio israeliano-palestinese. Secondo: se il criterio è “chi accumula capitale”, va detto che neppure Hamas ha una base di classe produttiva, vive infatti di rendita (tunnel, tassazione informale, trasferimenti del Qatar) più che di organizzazione del lavoro salariato, quindi il tentativo di leggerla come avanguardia proletaria regge ancora meno del tentativo, già corretto sopra, di leggere l’AP come comprador. Il quadro più onesto è che nessuno dei due attori palestinesi organizzati oggi corrisponde a una formazione di classe in senso marxista classico: sono entrambi apparati di gestione della crisi, non soggetti rivoluzionari. Conclusione scomoda Da un punto di vista marxista in senso stretto, la domanda “cui prodest” non basta: bisogna chiedersi anche chi può, materialmente, rompere il rapporto — e qui il quadro tracciato sopra si ritorce contro ogni conclusione consolatoria. Il diritto internazionale, in termini di Marx, appartiene alla sovrastruttura: la sentenza dell’Aia descrive con precisione la forma giuridica di un rapporto di sfruttamento, ma non tocca la base materiale che lo riproduce (profitto dell’industria bellica, rendita di sicurezza per il capitale del Golfo, disciplina di classe sul lavoro sostituibile). Una sovrastruttura giuridica non abolisce mai da sola i rapporti di produzione che la generano; li nomina, nella migliore delle ipotesi li delegittima, ma il superamento richiede una forza materiale organizzata capace di imporlo. Ed è qui che l’analisi condotta finora nega la propria stessa scorciatoia: non esiste, allo stato attuale, un soggetto storico capace di quella rottura. Non il proletariato palestinese, frammentato tra Gaza assediata, Cisgiordania sotto occupazione diretta e diaspora, e comunque privato di organizzazione di classe autonoma da AP e Hamas. Non (tantomeno) il proletariato israeliano, integrato nel blocco nazional-securitario proprio attraverso l’esclusione dei palestinesi dal mercato del lavoro. Non i lavoratori migranti, ricattabili per status giuridico. Marx scriveva che un modo di produzione crolla quando le sue contraddizioni interne generano la forza che lo sostituisce; qui le contraddizioni sono acute e documentabili, ma restano, per ora, prive dell’agente rivoluzionario che le traduca in rottura. Questo — non l’assenza di sfruttamento, non l’assenza di diritto violato — è il vero deficit da cui ripartire: la crisi di rappresentanza di classe su entrambi i lati della linea verde, prima ancora della crisi di legalità internazionale. -------------------------------------------------------------------------------- Riccardo Taddei ha oltre trent’anni di esperienza professionale nel campo dei diritti. È autore di L’ordine del Caos. Anatomia del conflitto tra Israele e Palestina (Ombre corte) -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’occupazione della Palestina come rapporto di produzione proviene da Comune-info.
September 2, 2026
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