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Presidio No Cemento Officine Grandi Riparazioni Firenze: le foto.
Questo pomeriggio presidio-performance a Firenze alle Cascine di fronte all’area dismessa delle Officine Grandi Riparazioni.Una catena umana a simboleggiare l’unione di gran parte della cittadinanza contro l’ennesima cementificazione in corso in una vasta area appartenuta alle Ferrovie dello Stato ed ora nuovamente nelle mire speculative edilizie che coinvogno ormai tutto il territorio fiorentino. Nonostante Firenze soffra dell’evidente cambio climatico che la rendono una delle città più calde di Italia come sta avvenendo in questi giorni di luglio in cui il termometro non è sceso al di sotto dei 30 gradi, l’amministrazione continua a favorire processi di cementificazione e abbattimento di alberi a scopi edilizi per poi  affermare la necessità contraddicendosi di piantumare nuovi alberi e togliere strati di asfalto per mitigare le isole di calore che incombono nella città. Nell’area  delle OGR prossima al parco delle Casine il più vasto  della città, il comitato Salviamo Firenze  insieme a varie associazioni di cittadini , si propone di avviare una lotta per un suo recupero ad area verde ed utilizzo sociale.Quello di stasera è un primo passo in questa direzione. Foto Cesare Dagliana no cemento OGR fi   Redazione Toscana
July 22, 2026
Pressenza
L’economia del mare in Italia vale 224,9 miliardi di euro, pari all’11,4% del PIL
Con 253.599 imprese e 1.133.949 di occupati, l’Economia del mare in Italia genera un valore aggiunto diretto pari a 78,9 miliardi di euro, che, se consideriamo il valore attivato nel resto dell’economia, raggiunge i 224,9 miliardi di euro, pari all’11,4% del PIL nazionale. Sono alcuni dei dati del XIV Rapporto Nazionale sull’Economia del Mare a cura di Osservatorio Nazionale sull’Economia del Mare OsserMare, Centro Studi Tagliacarne – Unioncamere, Informare, Camera di commercio Frosinone Latina e Blue Forum Italia Network. Rispetto all’ultima rilevazione effettuata, cresce il valore aggiunto complessivo di circa 9,6 miliardi di €. E cresce il valore aggiunto diretto con un +3,8%, a fronte del +2,1% dell’economia nazionale, che in termini assoluti è pari a un incremento annuo di quasi 2,9 miliardi di euro. Crescono, inoltre, gli addetti, con un aumento occupazionale del +4,2%, un valore quasi triplo rispetto alla crescita registrata complessivamente nell’economia italiana. Il moltiplicatore di quest’anno resta stabile a 1,8. Ossia per ogni euro speso nei settori direttamente afferenti alla filiera mare se ne attivano altri 1,8 nel resto dell’economia. Come ogni anno, anche la quattordicesima edizione del Rapporto, punto di riferimento nazionale ed europeo nella definizione del valore della Blue Economy italiana, ha messo sotto la lente di ingrandimento i diversi settori che compongono la forza produttiva “blu”: le filiere dell’ittica e della cantieristica, i servizi di alloggio e ristorazione, le attività sportive e ricreative, l’industria delle estrazioni marine, la movimentazione di merci e passeggeri via mare, la ricerca, regolamentazione e tutela ambientale. Novità di questa edizione, un’analisi approfondita dedicata al capitale umano e alle competenze nelle imprese dell’economia del mare tra transizione green e digitale. Di recente è stata approvata la legge sulla valorizzazione della risorsa mare (Legge 7 maggio 2026 , n. 70), un provvedimento, collegato alla manovra di bilancio 2025-2027, che punta a rafforzare il contributo dell’economia blu alla crescita sostenibile del Paese, in linea con il Piano del mare 2023-2025 e con le strategie europee per la transizione ecologica del settore marittimo. Il mare viene considerato come un’infrastruttura economica e ambientale trasversale con ricadute su logistica, ricerca, turismo ed energia e non più come un ambito settoriale a sé stante, attraverso il potenziamento del Comitato interministeriale per le politiche del mare, che diventa la sede di concertazione strategica tra Ministeri competenti sulle politiche marittime. > “Tra le principali novità introdotte dal testo, si legge nel Rapporto, la più > rilevante riguarda la volontà di superare la frammentazione normativa che, da > decenni, caratterizza il settore marittimo italiano, causata da un insieme > disomogeneo di regole stratificate nel tempo e spesso disallineate agli > standard europei, che ha finito per penalizzare la competitività delle imprese > e scoraggiarne gli investimenti. Un segnale concreto di questa tendenza è la > crescente propensione a registrare le imbarcazioni all’estero, fenomeno noto > come <fuga dalla bandiera italiana>, che il provvedimento intende contrastare > rendendo il sistema normativo nazionale più moderno e attrattivo. Entrando nel > dettaglio di quanto previsto per i singoli settori, sul versante della nautica > da diporto e della cantieristica, la legge introduce misure di semplificazione > amministrativa e digitalizzazione delle procedure, con l’obiettivo di > rafforzare la competitività del comparto e favorire l’innovazione tecnologica, > introducendo in parallelo disposizioni per promuovere la sicurezza della > navigazione e la tutela degli habitat marini”. La legge sulla valorizzazione della risorsa mare affronta anche l’istituzione della zona contigua oltre il limite delle acque territoriali, per rafforzare la capacità di presidio ambientale e culturale delle aree marine, contribuendo alla protezione di un patrimonio spesso esposto a pressioni illegali o a sfruttamento non regolato e introduce misure in materia di pesca, ricerca scientifica e tutela degli ecosistemi marini, con l’obiettivo di bilanciare lo sviluppo economico con la salvaguardia ambientale, in coerenza con gli impegni europei sulla transizione ecologica. Il testo, infine, a proposito del lavoro marittimo, aggiorna la disciplina sull’arruolamento dei lavoratori marittimi extracomunitari residenti in Italia, superando un limite del Codice della navigazione che ne consentiva l’iscrizione esclusivamente in caso di cittadinanza italiana o comunitaria: un anacronismo normativo che rischiava di aggravare la carenza di personale qualificato già avvertita dal comparto. > “Oggi la vera sfida, ha sottolineato Antonello Testa, presidente Informare e > Coordinatore dell’Osservatorio Nazionale sull’Economia del Mare OsserMare, non > è soltanto misurare l’Economia del Mare, ma comprenderne tempestivamente i > cambiamenti per trasformarli in politiche efficaci, investimenti e nuove > opportunità di crescita. Questo è il principale obiettivo del XIV Rapporto che > conferma la solidità e la competitività del nostro sistema marittimo e offre > una rappresentazione ampia della Blue Economy italiana, diversa per perimetro > e metodologia rispetto ad altri osservatori europei”. Qui per scaricare il Rapporto: https://ossermare.org/pubblicazioni/xiv-rapporto-nazionale-sulleconomia-del-mare-2026/. Giovanni Caprio
July 22, 2026
Pressenza
Quando il Partito legge Cai Fang: l’intelligenza artificiale entra nella dottrina cinese del lavoro
DAL LIBRO DELL’ECONOMISTA CAI FANG ALLE PAGINE DELLO XUEXI SHIBAO E DI QIUSHI: COME IL DIBATTITO ACCADEMICO SULL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE E IL LAVORO SI STA TRASFORMANDO IN INDIRIZZO POLITICO PER IL QUINDICESIMO PIANO QUINQUENNALE CINESE. In Cina il dibattito sull’intelligenza artificiale e il lavoro non resta confinato ai convegni accademici o alle newsletter dei think tank. Passa, con una rapidità che in Occidente non ha equivalenti istituzionali, dentro i testi che orientano la linea del Partito. Il 19 giugno lo Xuexi Shibao, il giornale della Scuola centrale del Partito comunista cinese, il luogo dove si elaborano e si legittimano le dottrine ufficiali prima della loro discesa nell’apparato, ha pubblicato un intervento sulla risposta attiva all’impatto dell’intelligenza artificiale sull’occupazione. Lo stesso giorno il pezzo è stato rilanciato da Qiushi, la rivista teorica del Comitato centrale, la sede editoriale più autorevole per la formulazione della linea politica cinese. Non è un dettaglio redazionale: è la prova che un impianto concettuale nato in sede economico-accademica ha già superato la soglia della dottrina. Quell’impianto ha un nome e un autore riconoscibili. Cai Fang, già vicepresidente dell’Accademia cinese delle scienze sociali, accademico nella sezione riservata agli studiosi di rango più alto, presidente dell’Associazione cinese di economia del lavoro e voce di riferimento del China Finance 40 Forum, ha appena pubblicato per CITIC Press un libro dal titolo esplicito: Le nuove tendenze dell’occupazione cinese nell’epoca in cui l’intelligenza artificiale ne ristruttura il mercato. L’introduzione del volume, diffusa a febbraio sul blog ufficiale del CF40 e autorizzata dallo stesso autore per la circolazione internazionale, anticipa quasi parola per parola i temi ripresi quattro mesi dopo dallo Xuexi Shibao: la distinzione fra un primo tempo dell’automazione, nel quale il capitale umano più qualificato sostituisce quello meno qualificato mentre le macchine restano sullo sfondo, e un secondo tempo, quello dell’intelligenza artificiale generale, in cui il divario di competenze fra le persone smette semplicemente di contare perché la sostituzione riguarda ogni lavoro cognitivo indipendentemente dal livello. Ritorna, nel testo dottrinale di giugno, anche la proposta più radicale del libro: scollegare la crescita salariale dalla produttività individuale e la distruzione occupazionale dall’innovazione tecnologica, in modo che i guadagni di produttività non restino intrappolati nei settori più automatizzati ma vengano ridistribuiti verso quei lavori a bassa produttività e alta domanda, i cosiddetti impieghi di tipo Baumol, che Cai Fang individua come cuscinetto sociale del passaggio. C’è una differenza però che vale la pena isolare, perché è quella che rende interessante il confronto fra i due testi al di là della semplice continuità di contenuto. Il libro di Cai Fang si muove nel registro dell’ipotesi economica: propone scenari, richiama Friedman sul valore predittivo della teoria positiva, discute apertamente le insufficienze dei paradigmi economici correnti di fronte a un fenomeno che attraversa demografia, sociologia e filosofia insieme. Il testo dello Xuexi Shibao, pur riprendendo l’impalcatura concettuale, la traduce in un registro diverso: quello della pianificazione statale. Non discute se il capitale umano vada rifinanziato, stabilisce che la responsabilità di spesa per la formazione, tanto scolastica quanto permanente, debba restare prevalentemente pubblica lungo l’intero ciclo di vita. Non ipotizza una transizione verso una protezione sociale universale, la prescrive come direzione di riforma del sistema previdenziale, definito nel testo come rete di sicurezza di base e non più selettiva. E soprattutto colloca l’intera operazione dentro l’orizzonte pianificatorio del Quindicesimo Piano quinquennale, il periodo 2026-2030 che il libro stesso indica come finestra in cui il Terzo Plenum del ventesimo Comitato centrale ha già inserito la gestione delle tensioni occupazionali strutturali fra i compiti prioritari della politica del lavoro. Il libro fornisce anche la cornice statistica che giustifica l’urgenza dell’operazione. Cai Fang richiama l’indice di preparazione all’intelligenza artificiale del Fondo Monetario Internazionale, che colloca la Cina al trentunesimo posto mondiale, nettamente sopra la sua posizione nelle classifiche del reddito pro capite. Ma la disaggregazione dell’indice complica il quadro: quattordicesima nelle infrastrutture digitali, ventinovesima per integrazione economica e innovazione, la Cina crolla al trentasettesimo posto per le politiche di capitale umano e di mercato del lavoro e al quarantunesimo per regolazione ed etica. È questo squilibrio, fra capacità tecnologica avanzata e istituzioni del lavoro impreparate, a spiegare l’insistenza del testo di giugno sulla risposta pubblica coordinata: la Cina non teme di restare indietro nella corsa ai modelli, teme di restare indietro nella capacità di assorbire socialmente ciò che quei modelli producono. Il libro insiste anche su un terreno che la sintesi dottrinale riprende con minore evidenza ma che resta decisivo: il sistema dell’hukou, la registrazione di residenza che condiziona da decenni l’accesso ai servizi pubblici e la mobilità della forza lavoro. Cai Fang lo indica come uno dei blocchi istituzionali che, combinato con l’automazione, aggrava il disallineamento fra competenze richieste e disponibili, impedendo ai lavoratori spiazzati dall’intelligenza artificiale di spostarsi verso i settori dove la domanda di lavoro complementare alla tecnologia si sta formando. La riforma dell’hukou, che il libro indica come stallo da sbloccare per la mobilità sociale, è il punto in cui la tesi economica tocca il nervo più sensibile del sistema cinese, quello del controllo amministrativo della popolazione, e non è un caso che il testo di Xuexi Shibao, pur riprendendo quasi integralmente l’impianto sul capitale umano e sulla protezione universale, resti su questo punto molto più prudente del libro che lo ispira. Colpisce, leggendo i due testi in sequenza, anche la gestione della metafora con cui in Occidente si è raccontato l’emergere di DeepSeek all’inizio del 2025. Cai Fang respinge esplicitamente l’etichetta di «momento Sputnik» coniata dalla stampa occidentale, con il suo portato di competizione a somma zero ereditato dalla Guerra fredda, e le preferisce due immagini alternative: quella biblica di Davide contro Golia, letta come affermazione di un ethos di collaborazione aperta più che come vittoria di un singolo attore, e quella suggerita da un lettore in una lettera al Financial Times, il «momento Toyota», che paragona la strategia di DeepSeek all’efficienza produttiva giapponese piuttosto che alla corsa agli armamenti sovietico-americana. La scelta retorica non è mai neutra: sposta la narrazione dal registro geopolitico della sfida bilaterale a quello, più gestibile per Pechino, di un ecosistema tecnologico plurale in cui la competizione produce benefici diffusi anche per attori terzi. Per un osservatore europeo il punto non è stabilire se questo apparato dottrinale sia più efficace del disordine occidentale, fatto di rapporti del World Economic Forum, di dichiarazioni di venture capitalist come Marc Andreessen sulla crescita che si riversa automaticamente verso il basso, di policy paper che si susseguono senza mai tradursi in obblighi di spesa pubblica vincolanti. Cai Fang stesso tratta con sospetto esplicito quella retorica del trickle-down tecnologico, ricordando che i benefici della produttività non si distribuiscono da soli ma solo se lo consentono meccanismi istituzionali costruiti apposta. In Cina quella diffidenza verso l’automatismo del mercato, da posizione critica di un economista, sta diventando premessa di un piano di Stato che impegna risorse, tempi e responsabilità amministrative precise: trattare lo shock occupazionale dell’IA non come un effetto collaterale da correggere a posteriori, ma come un oggetto di pianificazione da governare in anticipo, con i rischi di rigidità e controllo narrativo che questo comporta, ma anche con una capacità di intervento strutturale che i sistemi affidati alla sola iniziativa privata faticano a replicare. Resta un limite che vale la pena nominare, ed è lo stesso che Cai Fang segnala quando invita a superare i modelli causali semplificati dell’economia tradizionale: un impianto nato come dibattito accademico plurale, con margini di incertezza dichiarati esplicitamente nel testo di origine, quando passa attraverso Xuexi Shibao e Qiushi si consolida in una linea unica che tende a occupare per intero lo spazio pubblico del ragionamento su lavoro e intelligenza artificiale in Cina. Le ipotesi che il libro invita a rimuovere dal discorso politico, dalla fiducia acritica nel trickle-down alla teoria del cambiamento tecnologico indotto dalla scarsità dei fattori, diventano nella versione dottrinale non più ipotesi da verificare ma premesse acquisite di una linea di azione statale. È il prezzo che il sistema cinese paga per la propria velocità di traduzione dall’idea alla pianificazione: la stessa rapidità che trasforma in poche settimane un’introduzione di libro in indirizzo di Piano quinquennale toglie spazio a quella dialettica fra ipotesi concorrenti che il libro, nella sua parte più originale, chiedeva di preservare. Se la traduzione istituzionale del Piano quinquennale seguirà davvero l’indirizzo tracciato da questi due testi, la Cina offrirà nei prossimi anni un caso di osservazione raro: un esperimento naturale su quale architettura statale assorbe meglio la ristrutturazione del lavoro imposta dall’intelligenza artificiale, indipendentemente dal giudizio politico che si dia sul sistema che lo produce. E offrirà, insieme, una verifica indiretta di quanto quella stessa rapidità decisionale sia compatibile, nel tempo, con la correggibilità dell’errore che una risposta a un fenomeno ancora così incerto dovrebbe potersi permettere. Fonti * Introduzione al libro *New Trends in China’s Employment: How Artificial Intelligence Is Reshaping the Labour Market* (traduzione autorizzata in inglese, *East is Read*) * China Finance 40 Forum (CF40) – sito ufficiale * CITIC Press – casa editrice del volume *New Trends in China’s Employment: How Artificial Intelligence Is Reshaping the Labour Market* Francesco Russo
July 22, 2026
Pressenza
Crepe sulle sanzioni alla Russia: esenzioni in UE, rischi per il dollaro e shock energetico globale
La strategia occidentale sulle sanzioni contro la Russia si trova di fronte a un momento di profonda crisi, stretta tra i timori americani per la tenuta del dollaro e il progressivo cedimento del fronte europeo. A lanciare l’allarme sono stati sia il New York Times sia il Financial Times, che […] L'articolo Crepe sulle sanzioni alla Russia: esenzioni in UE, rischi per il dollaro e shock energetico globale su Contropiano.
July 22, 2026
Contropiano
Singapore in prima linea per l’economia circolare e il riciclaggio
> Singapore si sta affermando come uno dei principali poli di innovazione > tecnologica del continente asiatico, grazie ai progressi compiuti in un > laboratorio specializzato nello sviluppo di tecnologie adesive di nuova > generazione. La struttura, realizzata dall’azienda tedesca Tesa in collaborazione con l’Agenzia singaporiana per la Scienza, la Tecnologia e la Ricerca (A*STAR), festeggia il suo primo anno di attività con importanti progressi nello sviluppo di materiali in grado di unire i componenti in modo sicuro per tutta la durata del loro utilizzo e, al contempo, consentirne la separazione quando arriva il momento di riparare, riutilizzare o riciclare il prodotto. Questa tecnologia, nota come Debonding on Demand (DoD), nasce per rispondere a una delle principali sfide dell’industria moderna: come realizzare dispositivi sempre più complessi senza complicarne lo smantellamento al termine del loro ciclo di vita. Durante questo primo anno, gruppi di ricercatori hanno lavorato su nuovi polimeri, nuove formulazioni adesive e tecniche di rivestimento, con l’obiettivo di sviluppare fino a una ventina di modelli destinati ai settori dell’elettronica e dell’automobile. Queste soluzioni consentirebbero, per esempio, di sostituire una batteria o riparare un componente senza danneggiare il resto del dispositivo, riducendo la produzione di rifiuti e favorendo il recupero di materiali di valore. Il progetto testimonia l’impegno di Singapore nel diventare leader mondiale nel campo della manifattura avanzata e delle tecnologie sostenibili. La collaborazione tra l’industria e gli enti pubblici di ricerca mira ad accelerare l’introduzione sul mercato di queste innovazioni, in linea con le crescenti esigenze internazionali di realizzare prodotti più riciclabili e riparabili. Se queste tecnologie riusciranno ad affermarsi su larga scala, potrebbero rivoluzionare il modo in cui vengono progettati telefoni cellulari, veicoli elettrici e altre apparecchiature ad alta tecnologia, promuovendo un modello di produzione più efficiente e in linea con i principi dell’economia circolare. Traduzione dallo spagnolo di Laura Frescina Pressenza IPA
July 21, 2026
Pressenza
Il problema e la soluzione infame
L’inflazione sta tornando a salire rapidamente con conseguenze pesanti, soprattutto perché non è chiaro fino a che punto potrebbe arrivare il rialzo. Le condizioni internazionali sono pesantissime: blocco perdurante di Hormuz, guerra sine die in Ucraina, difficoltà dei transiti strategici come Gibuti e Suez, eccessiva dipendenza dal costoso GNL degli […] L'articolo Il problema e la soluzione infame su Contropiano.
July 21, 2026
Contropiano
Patrimonio privato e debito pubblico
La patrimoniale in Italia è un passatempo. Per qualche giorno il dibattito politico si è incentrato su una eventuale imposta patrimoniale, poi tutto è finito nel dimenticatoio. È come il sudoku o le parole crociate, che si utilizzano nel periodo delle vacanze per poi rimetterli nel cassetto insieme alla matita. Eppure, guardando gli ultimi dati resi noti dalla Federazione Autonoma Bancari Italiani (FABI) sul patrimonio finanziario dei cittadini italiani, ci sarebbe molto da riflettere, discutere e decidere sulle imposte patrimoniali. I dati sono forniti dalla Banca d’Italia e mostrano negli ultimi anni un forte aumento della ricchezza liquida (quindi senza considerare le proprietà immobiliari) delle famiglie italiane. Nel 2020 si trattava di 4.800 miliardi di euro, che nel 2025 sono diventati 6.488 miliardi, con un incremento in cinque anni di 1.688 miliardi (+35,17%).  È interessante mettere a confronto questi dati con l’aumento del debito pubblico italiano. Nel 2020 era di 2.573 miliardi di euro e nel 2025 è salito a 3.096 miliardi, con un aumento di 523 miliardi (+20,33%).  Pertanto, mentre lo Stato (cioè la cassa comune) continuava a indebitarsi, le casse private si riempivano ad un ritmo ben superiore. Un osservatore ingenuo potrebbe concludere che sarebbe stato ragionevole utilizzare un terzo dell’incremento della ricchezza privata per evitare l’aumento del debito comune. Ai cittadini italiani, considerati complessivamente, sarebbe comunque rimasto un aumento del patrimonio pari a 1.165 miliardi di euro. Ma quando si tratta delle proprie tasche non esistono ingenui. Resta però il fatto che mentre i conti pubblici peggiorano i cittadini si arricchiscono. Non tutti, ovviamente, ma soltanto quelli che hanno avuto la possibilità di incrementare il proprio patrimonio. Spesso si sente proporre dai politici di diversi partiti la possibilità o la necessità di tassare i cosiddetti “extra profitti” di banche e società energetiche. E perché non si dovrebbero tassare gli “extra aumenti” patrimoniali?  In questa ipotesi si potrebbero considerare 523 miliardi di euro in cinque anni, cioè di 105 miliardi l’anno. È appena il caso di ricordare che l’ultima legge di bilancio ammontava a circa 22 miliardi di euro. Quindi, un’eventuale imposta sull’incremento dei patrimoni parametrata sull’invarianza del debito pubblico, equivarrebbe a oltre cinque leggi finanziarie.  Le entrate dell’imposta patrimoniale potrebbero essere utilizzate per evitare l’aumento del debito pubblico oppure per migliorare in modo significativo i servizi per i cittadini: scuola, sanità, ambiente, asili nido, trasporti pubblici, ecc. Nel panorama politico attuale sembra una proposta impossibile, ma sarebbe almeno il caso di smetterla con l’atteggiamento ipocrita di chi contro ogni imposta patrimoniale evoca l’esproprio, il comunismo o lo stato totalitario.  A costoro occorre ricordare che nella Costituzione della Repubblica italiana si stabilisce che “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva” e che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. Un’imposta patrimoniale sull’aumento delle ricchezze dovrebbe essere osteggiata soltanto da un’esigua minoranza. In teoria la stragrande maggioranza dei contribuenti dovrebbe essere pienamente favorevole. Per questa ragione tornano alla mente le parole di Alberto Moravia: “Curiosamente, gli elettori non si sentono responsabili per i fallimenti del governo che hanno votato”. Rocco Artifoni
July 18, 2026
Pressenza
Dalle Marche se ne sono andati oltre 28.000 giovani in sei anni
Dal 2020 al 2026 nelle Marche è scomparsa all’anagrafe una città grande quanto Fabriano.  Ma a parte il centro studi della CISL Marche, non se n’è accorto nessuno. O peggio, chi dovrebbe accorgersene, la cosiddetta ‘classe dirigente’, preferisce costruirsi un’altra narrazione.  Sono due Marche diverse, quelle fotografate da una parte dal rapporto CISL Marche 2025, presentato ad Ancona il 17 luglio, e quelle della kermesse organizzata dal Corriere Adriatico il giorno prima sulla Riviera del Conero.  Qui, al SeeBay Hotel, si è avvicendata ai microfoni tutta l’attuale dirigenza istituzionale ed economica della regione, per parlare di “Destinazione crescita. Infrastrutture, credito, imprese e connessioni per il futuro delle Marche”.  Prima del buffet a bordo piscina, l’idea della crescita della regione può essere ben sintetizzata dall’intervento del fabrianese Francesco Casoli, uno dei più importanti imprenditori delle Marche, con alle spalle un settennato senatoriale con Berlusconi. Chiamato ad intervenire nel panel “Cammini, turismo e percorsi nelle Marche”, rispetto all’idea della ricerca di un nuovo modello economico, basato anche sul turismo di nicchia, ha concluso, tra gli applausi scroscianti della platea, con “Non sottovalutiamo i fricchettoni, perché sono un asset”.   Poi, lontane dal mainstream, ci sono le Marche più reali e sobrie del rapporto del sindacato regionale, fatto di numeri che analizzano tutti i settori della vita quotidiana dei marchigiani.  Andando a guardare i dati della fascia anagrafica (0-34 anni) più lontana da quella platea prevalentemente maschile e gerontocratica convocata dal Corriere Adriatico, emerge un quadro di estremo allarme, che parla del presente; dal quale l’attuale classe dirigente marchigiana è lontana; se, per inazione, non risulta decisamente ostile. Scorrendo il report, al 1° gennaio 2025 nelle Marche risultano residenti 460.415 cittadini di età compresa tra 0 e 34 anni, di cui 58.566 cittadini stranieri residenti (il 12,7% del totale dei giovani residenti). La presenza di quest’ultimi è più elevata nelle fasce adulte, soprattutto 30-34 anni (16,7%) e 25-34 anni (16,3%), mentre è più bassa tra i 6-16 anni (10,4%).  Questo profilo suggerisce che la componente straniera svolge già oggi una funzione di compensazione demografica e occupazionale, soprattutto nelle età più direttamente legate al lavoro e alla formazione familiare. Inoltre, mentre gli stranieri più giovani calano, la fascia 15-29 straniera cresce del 2,6% tra il 2019 e il 2025: è un segnale importante, perché proprio nel segmento che nelle Marche tiene meglio sul totale giovanile, la componente straniera contribuisce alla tenuta. Non è quindi un fenomeno periferico, ma una leva strutturale.  Per quanto riguarda la situazione occupazionale, gli occupati con età compresa tra 15 e 34 anni nelle Marche sono 139.473. Il 19,1% nella fascia d’età 15-24, l’80,9% in quella 25-34. Spicca la differenza tra il 2024 e il 2025, quando è evidente una sensibile riduzione del numero degli occupati, specie nella fascia d’età 15-24 anni. Altro dato interessante è che si registrano 33.876 giovani NEET (non studiano, non lavorano e non frequentano corsi di formazione) in età compresa tra 15-34 anni; il fenomeno è in crescita negli ultimi 2 anni.  Il quadro generale che emerge dal Report è quello di un “peggioramento selettivo” legato alla divergenza tra giovani e popolazione generale. Il mercato del lavoro marchigiano non sembra in una situazione di crisi generale, ma è in atto una segmentazione generazionale crescente, dove i giovani sono appunto la componente più fragile. Per quanto attiene ai livelli di istruzione nel 2024 tra la fascia di età 25-34 anni, il 15,6% aveva un titolo di primaria e secondaria inferiore, il 51,1 %di secondaria superiore, il 33,3% di laurea e post laurea. Rispetto alla media italiana e alle regioni del Centro Italia, spicca il dato che vede le Marche in testa nella percentuale di persone con diploma di tecnico superiore ITS o di titolo di studio terziario di primo livello. Ottima anche la performance relativa alla percentuale di persone che hanno conseguito il titolo di studio Universitario o il Dottorato di ricerca. Significativo il dato degli occupati sovraistruiti laureati, con età tra 25 e 64 anni, che nel 2025 per le Marche è il più elevato della media nazionale, del centro Italia e delle regioni di riferimento.  Nei cicli scolastici, il sistema appare efficiente: bassa incidenza di ripetenze (inferiore alla media nazionale) e buoni livelli di competenze di base (secondo posto dopo l’Umbria). Anche la dispersione precoce nelle scuole medie è contenuta. Tuttavia, emergono segnali contrastanti: nelle scuole superiori il tasso di ripetenza resta significativo (5%); l’uscita precoce dal sistema educativo (9,1%) è superiore alla media del Centro Italia, avvicinandosi al dato nazionale. Questo indica una fragilità nella fascia adolescenziale, dove parte della popolazione studentesca fatica a completare il percorso. Ma il dato clamoroso, quello da ‘allerta rossa’ se usassimo un termine da Protezione Civile, è quello che riguarda i cambi di residenza e il saldo migratorio. Negli ultimi sei anni le Marche hanno perso oltre 28.000 residenti tra 0 e 34 anni (per l’appunto una città delle dimensioni di Fabriano). E secondo le proiezioni demografiche, potrebbero perderne oltre 100.000 entro il 2050, con conseguenti rilevanti sul mercato del lavoro, sulla sostenibilità del welfare e sulla competitività del sistema economico regionale.  Sono numeri che suggeriscono che le Marche non crescono per attrattività interna, ma per dinamiche migratorie internazionali, sulle quali incide una componente di popolazione, appunto quella straniera, che esprime titoli di studio di livello mediamente più basso. Il vero problema marchigiano è la perdita di italiani (soprattutto verso l’estero); il punto critico è ovviamente la “fuga” dei laureati. Il tasso di mobilità dei laureati marchigiani denota una perdita di capitale superiore alla media nazionale e del centro Italia, nonché di Toscana ed Emilia Romagna. La minor presenza di opportunità qualificate di lavoro genera il fenomeno della fuga, che impoverisce il tessuto produttivo generando a sua volta minori future occasioni per i giovani. Il problema centrale riguarda la competitività. Le Marche non trattengono talenti e non competono con mercati esteri. Il rischio strutturale è che nel lungo periodo si verifichi un impoverimento del capitale umano e un rallentamento della crescita economica.  C’è però un’opportunità nascosta: la presenza di stranieri può diventare un asset se integrata e valorizzata. Ma le Marche in questo, dati alla mano e fenomeni di cronaca recenti, così come il resto d’Italia, è una regione in cui le persone straniere, ma anche i nativi di seconda generazione, sono quotidianamente razzializzati. Finora l’intervento della Regione Marche a guida Fratelli d’Italia dal 2020, e quindi responsabile anche dei dati registrati dal rapporto CISL Marche, si è limitato al recente bando con una dotazione iniziale di 500.000 € “per inserimento stabile di competenze qualificate nelle imprese rivolto ai giovani”; il solito ‘aiutino’ alle imprese. Ma non direttamente ai giovani. Per loro le politiche del lavoro sono state delegate ad Amazon, niente politiche per la casa, per la mobilità pubblica, per il diritto allo studio, la salute, l’integrazione; anzi, per quest’ultimo aspetto, la risposta politica ed istituzionale è semplicemente securitaria e poliziesca, con la recente delibera di giunta regionale “Marche sicure”.  Se queste sono le risposte politiche ed istituzionali per invertire il fenomeno del trasferimento in sei anni di oltre 28.000 marchigiani over 34 in altre regioni e all’estero, nelle Marche, nei prossimi anni, non ci verranno, nonostante la proposta dell’imprenditore fabrianese Francesco Casoli, neanche i ‘fricchettoni’; sarebbero esposti sicuramente ad un fermo identificativo di polizia.    Leonardo Animali
July 18, 2026
Pressenza
Dal paradigma del dominio al paradigma della cura: il contributo originale di Giuseppe De Marzo
L’Internazionale della Terra. Cambiamento climatico, giustizia sociale ed ecologia della relazione (Minimum Fax ) di Giuseppe De Marzo ha un ampio respiro teorico che investe il piano ontologico, epistemologico, etico-politico, proponendo un nuovo modo di pensare e di stare al mondo.                        Il nucleo argomentativo risiede nella capacità di articolare teoria radicale e pratiche territoriali: l’autore elabora un orizzonte di pensiero e un lessico inedito, forieri di nuovi paradigmi e categorie alternative. Tali categorie restituiscono centralità ai nessi relazionali tra gli enti e consentono di interpretare la contemporaneità non come sommatoria di emergenze settoriali, bensì come crisi sistemica. Ne consegue il compito di costruire un assetto concettuale in grado di interrompere la razionalità lineare e gerarchica dominante per lasciare spazio a categorie inedite capaci di nominare la realtà, ribaltare la prospettiva su soggetto, cause e soluzioni e operare una decolonizzazione dello sguardo come atto fondativo sul piano politico e metodologico.                                                                       Il saggio decostruisce le crisi interconnesse del presente, evidenziando come il collasso climatico, le disuguaglianze e le guerre non siano fenomeni accidentali ma conseguenze dirette del modello tecnocapitalista, caratterizzato da una tecnologia concepita come meccanismo di dominio, estrazione e accumulazione. Per De Marzo uscire dalla crisi richiede un cambio di paradigma che ripensi insieme giustizia sociale, clima e politica, a partire da un nuovo rapporto tra umani, natura e territorio. Il merito più grande dell’autore è aver sottratto il dibattito sulla crisi climatica al terreno tecnico per ricondurlo alla dimensione politica, giuridica e ontologica.                                                    Il testo non si configura come un saggio sulla “sostenibilità” ma come un manifesto per un salto di civiltà, una rottura epistemologica. L’operazione si dispiega secondo una duplice procedura di sottrazione e ricostruzione. In primo luogo De Marzo demolisce il linguaggio e le categorie del “Capitalocene”, in un gesto di decolonizzazione dello sguardo. In secondo luogo fonda categorie originali per il rovesciamento della visione egemonica. Infine individua il soggetto storico della trasformazione: un soggetto politico globale deputato a “federare” le pratiche.                                              Il punto di partenza è la critica radicale al concetto di “transizione ecologica”. Per De Marzo la transizione è la forma con cui il “Capitalocene”, sistema che trasforma ogni vivente in risorsa, celebrando il  mito della crescita infinita, tenta di salvarsi, non di superarsi. Cambiare gli strumenti lasciando intatta la grammatica economica, la logica dell’estrazione e del comando centralizzato significa riprodurre la crisi con altri mezzi.   Da qui il rovesciamento di prospettiva operato con l’introduzione della categoria di “Conversione”. Essa non è adattamento tecnologico, ma radicale mutamento di paradigma che sposta l’asse interpretativo dalla crescita illimitata all’autolimitazione, dall’individuo isolato all’interdipendenza, dal dominio alla logica della cura. Con questo triplice slittamento dell’orizzonte di senso De Marzo ci conduce a pensare la crisi non nella dimensione quantitativa, relativa alle emissioni di CO2, ma nella sua dimensione qualitativa, ovvero come crisi delle relazioni, come frattura antropologica e giuridica nel rapporto che lega l’uomo alla Terra. La soluzione  della crisi è, pertanto, di natura relazionale: richiede la ricostruzione dell’alleanza con la Terra, il ripensamento del patto di reciprocità, la messa in discussione della categoria di “Antropocene”, definizione all’apparenza neutra ma politicamente problematica. Essa, infatti, appiattisce le differenze e le responsabilità storiche, geografiche e di classe, imputando la crisi all’“Uomo”, inteso come specie, rendendo, così, colpevoli tutti e assolvendo i veri artefici.           Con tale narrazione la crisi viene sottratta alle scelte politiche ed economiche e ricondotta alla sua ineluttabilità. Per contrastare questa costruzione teorica che depoliticizza il conflitto tra capitalismo, potere e giustizia, trasponendolo sul piano tecnico, De Marzo introduce la categoria di “Capitalocene”, che ben individua il regime storico nato nel XV secolo dall’incontro tra colonialismo e capitalismo. Attraverso tale categoria l’autore ricolloca la responsabilità della crisi all’interno di un modello di sviluppo fondato su estrazione, accumulazione e dominio, e restituisce alla crisi climatica la sua natura di prodotto storico e politico.                                                                            Il concetto di “Capitalocene” rappresenta l’antropocentrismo assunto a sistema economico, strutturato su tre separazioni: tra uomo e natura, tra uomo e uomo, tra presente e futuro. La sua forza analitica risiede nella facoltà di ricondurre a un’unica cornice fenomeni trattati come emergenze separate: crisi climatica, alimentare, migratoria, energetica e democratica.                  L’alternativa proposta non è correzione di rotta del sistema esistente, ma un autentico progetto di futuro “ecologico”, sottratto all’accumulazione predatoria del “Capitalocene” e declinato attraverso l’“ecologia delle relazioni”, che all’“uomo padrone”, soggetto atomizzato, colonizzatore della Terra, sostituisce l’essere umano, partecipe in modo interdipendente della comunità della vita.                Sul piano ontologico la Terra, non più nudo capitale naturale, si sostanzia come rete di relazioni da coltivare, dove fiumi, foreste, semi, acqua ed energia non sono risorse, ma soggetti con cui negoziare e ai quali riconoscere diritti. A tal fine De Marzo delinea i tratti di una “giurisprudenza della terra”, orientata al riconoscimento di titolarità e tutela a tutti gli abitanti della Casa comune, una giurisprudenza del vivente, capace di superare la visione del diritto del “Capitalocene” basata sulla proprietà privata assoluta, sul soggetto giuridico individuale che istituzionalizza la separazione tra umano e vivente. Il nodo centrale di questo impianto rovescia il principio istitutivo fondato sul diritto di sfruttare e pone come istanza rivoluzionaria il diritto di curare. Questa istanza è, oggi, resa manifesta da “un universo plurale di alternative al sistema tecnocapitalista”, rappresentato dai movimenti del post-sviluppo, accomunati “dalla necessità di superare il paradigma della crescita economica per perseguire equità sociale e sostenibilità ambientale”. Essi costituiscono un insieme plurale di pratiche e saperi in rottura con l’idea di sviluppo inteso come crescita illimitata e dominio tecnocapitalista. Non è un movimento unitario, ma un reticolo di percorsi eterogenei, tenuto insieme dalla consapevolezza che il problema non sia rendere lo sviluppo più sostenibile, ma superarlo come orizzonte di senso. Dal punto di vista epistemologico questi movimenti rifiutano l’idea di un solo modello o una sola democrazia da universalizzare e postulano la coesistenza di una molteplicità di mondi e saperi. Sul piano storico adottano una prospettiva decoloniale in quanto riconducono  a un’unica matrice le diverse forme di oppressione razziale, di genere, ambientale e di specie prodotte dal medesimo sistema; riconoscono la fragilità come punto di partenza etico di ogni politica, rompendo con il mito dell’infrangibilità e dell’autosufficienza; affermano che “siamo tutte e tutti vulnerabili e fragili” ed evidenziano, infine, l’interdipendenza reciproca: essere “vita in mezzo alla vita che vuole vivere”. Su queste basi De Marzo individua nei movimenti del post-sviluppo la “spina dorsale” del nuovo soggetto politico: “l’Internazionale della Terra”. Un soggetto composito, costituito da coloro che sono stati scartati, esclusi, impoveriti dal sistema dominante. Vi afferiscono movimenti indigeni, reti contadine, organizzazioni ecologiste, comitati popolari, movimenti per l’acqua pubblica e/o di opposizioni a grandi opere. Il compito non è occupare lo Stato, ma costruire dal basso una civiltà della cura, attraverso relazioni di reciprocità, solidarietà e responsabilità verso il vivente. Questa società in movimento incarna l’Internazionale della Terra: una rete che articola dimensioni locale, nazionale e internazionale, e fa emergere la coscienza di appartenere a una comunità di destino di esseri umani e non-umani, legati dal medesimo futuro. Gli obiettivi sono sistemici: decentrare i sistemi di governo; ampliare la soggettività politica con democrazia partecipativa; riconvertire ecologicamente produzione ed energia; superare l’ordinamento giuridico omocentrico; ricollocare l’essere umano nella comunità della Terra. Con la formula “La Terra riflette quello che siamo”, De Marzo ribadisce l’appartenenza inscindibile dell’uomo al sistema Terra. L’Internazionale della Terra ha la funzione di recuperare la multidimensionalità dell’umano, ricostruendo la “ragnatela di relazioni” che lega l’uomo alle altre comunità della vita; è una pratica politica concepita dal basso, plurale e relazionale, fondata sul riconoscimento dell’interdipendenza. Proprio su tali presupposti può essere avviata una conversione ecologica, giuridica e culturale alternativa al dominio e in questa scelta si gioca la possibilità di un futuro: la Terra, conclude De Marzo, rifletterà ciò che noi saremo.      L’Internazionale della Terra si delinea come un testo di rilevante peso teorico e politico, che supera i confini tradizionali della letteratura ambientalista contemporanea. Ciò che rende il testo particolarmente solido è la sua capacità di tenere insieme la diagnosi della crisi, la proposta di un nuovo paradigma e l’individuazione di un soggetto politico in grado di realizzarlo. Il contributo originale e distintivo di De Marzo risiede nell’aver tradotto il principio dell’interdipendenza in categorie operative che sul piano ontologico, ecologico e giuridico ridefiniscono il rapporto tra umano e viventi, la visione meccanicistica a favore di un’“ecologia delle relazioni”, la nascita di un nuovo diritto fondato sulla cura e non sullo sfruttamento. La “Conversione”, in questo senso, non è un’utopia morale, ma un elemento fondamentale che attraversa tutti e tre i piani, recando in sé l’audacia di porre fine al paradigma del dominio per fondare una comunità umana e non-umana sostenuta dal principio della relazione, della responsabilità e della cura.  qui puoi leggere la recensione integrale: rivista online: DAL PARADIGMA DEL DOMINIO AL PARADIGMA DELLA CURA Redazione Palermo
July 18, 2026
Pressenza
Cultura e Creatività generano un valore aggiunto di 310 miliardi di euro, ma non mancano criticità strutturali
Cultura e bellezza in Italia sono tratti identitari radicati nella società e nell’economia. Da qui il titolo del rapporto della Fondazione Symbola “Io sono cultura”, arrivato alla sedicesima edizione, realizzato con Unioncamere, il suo Centro Studi Guglielmo Tagliacarne e con Deloitte, in collaborazione con l’Istituto per il Credito Sportivo e Culturale, la Fondazione Fitzcarraldo e l’Atelier Fornasetti e con il patrocinio del Ministero della Cultura. I dati riferiti al 2025 confermano la solidità del Sistema Produttivo Culturale e Creativo (SPCC) italiano come motore di sviluppo economico, occupazionale e sociale del Paese. La filiera – tra professionisti, imprese, terzo settore e pubblica amministrazione – ha generato 115,8 miliardi di euro di valore aggiunto, pari al 5,7% dell’economia nazionale, con una crescita del +3,3% rispetto all’anno precedente. Gli occupati sono quasi 1,54 milioni, pari al 5,7% del totale, con un incremento dell’+1,7% rispetto al 2024. Un valore che si estende oltre la ricchezza direttamente prodotta: ogni euro generato dal Sistema Produttivo Culturale e Creativo ne attiva altri 1,7 nel resto dell’economia, arrivando a muovere circa 310 miliardi di euro complessivi, pari al 15,4% del PIL italiano. La crescita ha interessato entrambe le componenti del sistema. Da un lato il Core Cultura, che nel 2025 genera 66,8 miliardi di euro di valore aggiunto e cresce del +3,2% rispetto all’anno precedente; dall’altro gli Embedded Creatives, ossia i professionisti culturali e creativi impiegati nei settori non strettamente culturali, che producono quasi 49 miliardi di euro e registrano una crescita del +3,4%. Numeri che raccontano una forza economica rilevante, ma che rimandano anche a qualcosa di più profondo: la capacità della cultura di produrre innovazione, relazioni, inclusione, identità e fiducia, ingredienti essenziali della competitività italiana. Tra i domini del Core Cultura, Software e videogiochi si confermano il principale generatore di valore e occupazione, seguiti da Editoria e stampa e da Architettura e design che, nel 2025, tornano entrambe a crescere. Performance positive interessano anche gli altri comparti, confermando come lo sviluppo del sistema culturale e creativo sia sostenuto tanto dalle attività più innovative quanto da quelle tradizionali. L’analisi territoriale conferma la forte concentrazione delle attività culturali e creative nelle regioni del Centro-Nord e nelle principali aree metropolitane, ma mette in luce anche la crescente capacità di numerosi territori di valorizzare la cultura come elemento distintivo del proprio modello di sviluppo. Il Lazio si conferma la regione con il più elevato livello di specializzazione culturale e creativa, con un’incidenza del SPCC pari all’8,1% dell’economia regionale, seguito dalla Lombardia, che mantiene la leadership nazionale in termini di dimensione economica con oltre 33 miliardi di euro di valore aggiunto generati dal Sistema Produttivo Culturale e Creativo. Tra le altre regioni emergono Piemonte, Veneto, Toscana ed Emilia-Romagna, mentre nel Mezzogiorno continua a distinguersi la Campania, dove la cultura rappresenta una componente rilevante della crescita economica e dell’attrattività territoriale. La bellezza delle città italiane, frutto della stratificazione del patrimonio storico, architettonico e paesaggistico, è sempre più riconosciuta come un asset economico e identitario, non solo attrattore turistico, ma fattore di localizzazione per imprese e talenti e infrastruttura immateriale capace di qualificare un territorio. La presenza di Roma continua a esercitare un ruolo determinante, concentrando istituzioni culturali connesse alla valorizzazione del patrimonio storico e artistico, attività audiovisive, dell’editoria, della comunicazione e una parte rilevante delle funzioni amministrative e direzionali del Paese. Milano non è solo una sede produttiva, ma la capitale del design. “La forza della nostra economia e del made in Italy, ha sottolineato Ermete Realacci, presidente della Fondazione Symbola, deve molto, in tutti i campi, alla cultura e alla bellezza. Più che in altri Paesi. Cultura e creatività oltre ad arricchire la nostra identità e alimentare la domanda di Italia nel mondo, possono aiutarci ad affrontare insieme, senza paura, le difficili sfide che abbiamo davanti. A partire dalla crisi climatica. L’Italia, forte di oltre un milione e mezzo di addetti culturali e creativi può offrire un contributo importante ad una transizione verde e digitale. Spostando le produzioni verso la qualità aumenta infatti il valore e diminuisce il consumo di energia e materie prime riducendo le emissioni di CO2: un’economia più a misura d’uomo e per questo più competitiva e più capace di futuro come sostiene il Manifesto di Assisi. Anche da questo deriva la forza del nostro export. Come più volte sottolineato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, la cultura non rappresenta un lusso superfluo, ma un autentico asset competitivo’”. Sul fronte occupazionale, il comparto dei Software e videogiochi si conferma il principale datore di lavoro del Core Cultura, con oltre 206 mila occupati e una quota pari al 22,6% del totale. Seguono l’Editoria e stampa, che impiega quasi 192 mila addetti (21,0%), e l’Architettura e design, con circa 149 mila occupati (16,3%). Un contributo rilevante proviene anche dalla Comunicazione, che concentra il 14,3% dell’occupazione complessiva del settore, e dalle Performing arts e arti visive, che assorbono il 12,1% degli addetti. Più contenuto, ma comunque significativo, il peso del Patrimonio storico e artistico e dell’Audiovisivo e musica, che rappresentano rispettivamente il 7,0% e il 6,8% dell’occupazione del Core Cultura. Tuttavia, permangono criticità strutturali e ce lo ha ricordato anche lo sciopero nazionale del settore della cultura del 12 giugno 2026, quando lavoratori di musei, archivi, biblioteche e teatri hanno protestato contro precarietà e bassi salari, chiedendo maggiori investimenti e percorsi di stabilizzazione dell’occupazione. I dati del report confermano queste criticità. Qui per scaricare la ricerca: https://symbola.net/ricerca/io-sono-cultura-2026/. Giovanni Caprio
July 18, 2026
Pressenza