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Perù: gli agricoltori concedono una tregua al governo e revocano lo sciopero
Le migliaia di agricoltori che erano in sciopero dal 25 maggio in diverse regioni del Perù hanno sospeso la protesta dopo che il governo si è impegnato a stanziare 150 milioni di soles per far fronte alla crisi che sta attraversando il settore agricolo. 100 milioni di soles saranno destinati all’acquisto di riso e 50 milioni alla manutenzione dei canali di irrigazione. A seguito dell’accordo con il governo, i produttori di riso e banane delle regioni di Piura, San Martín, Lambayeque e Tumbes hanno revocato il blocco che mantenevano su vie strategiche a livello nazionale e che impediva il trasporto di persone e merci; mentre a Huánuco la misura era ancora in vigore. Si sono verificati anche scontri con la Polizia Nazionale. Secondo quanto riferito dai produttori, il settore agricolo deve essere dichiarato in stato di emergenza a causa del calo del prezzo del riso, dell’aumento dei costi di produzione (di fertilizzanti e carburante), della concorrenza sleale dovuta alle importazioni massicce di prodotti agricoli, degli impatti dei cambiamenti climatici e della mancanza di sostegno statale alla produzione locale. I manifestanti hanno segnalato che riprenderanno lo sciopero tra 10 giorni se il governo non renderà ufficiale il decreto d’urgenza concordato. Redacción Perú
May 29, 2026
Pressenza
Nessun filtro etico basta
L’enciclica sull’IA e il vuoto della finanza responsabile Il 25 maggio 2026 Papa Leone XIV ha presentato Magnifica Humanitas, la sua prima enciclica, dedicata alla custodia della persona umana nell’era dell’intelligenza artificiale. Oltre duecento pagine, cinque capitoli, un arco che va dalla diagnosi teologica alla prescrizione politica. Il documento afferma, al paragrafo 9, la tesi che regge l’intero testo: la tecnologia non è mai neutrale, perché assume le caratteristiche di chi la concepisce, la finanzia, la regola e la usa. In una sola frase Leone XIV smonta l’argomento preferito della Silicon Valley — la tecnologia come forza autonoma e imparziale — e la ricolloca nel perimetro della responsabilità umana. Tre mesi prima, a febbraio 2026, la banca vaticana — lo IOR, l’Istituto per le Opere di Religione — aveva annunciato il lancio di due nuovi indici azionari: il Morningstar IOR Eurozone Catholic Principles e il Morningstar IOR US Catholic Principles. Nella top 10 del paniere in dollari figurano Meta Platforms, Alphabet, Tesla, Amazon, Apple, Nvidia, JP Morgan, Broadcom e Micron. Nvidia — l’azienda i cui chip sono l’infrastruttura materiale di quasi tutto ciò che l’enciclica mette in guardia — certificata come investimento cattolicamente virtuoso. La contraddizione è reale e merita di essere osservata con attenzione. Ma fermarsi lì — alla contraddizione istituzionale della Chiesa — rischia di far perdere di vista qualcosa di più importante. Il problema non è il Vaticano I criteri degli indici IOR escludono dall’universo investibile aborto, armi, energie fossili, gioco d’azzardo. Meta vende pubblicità, Amazon vende prodotti online, Nvidia produce chip: nessuna di queste attività rientra nelle categorie escluse. Ecco perché passano il filtro. Lo IOR non ha applicato i criteri in modo disonesto. Il problema è che quei criteri — come tutti i criteri dell’investimento socialmente responsabile — sono stati costruiti per rispondere a un problema che non è più il problema centrale. La finanza etica nasce storicamente per escludere i settori del vizio e della guerra. I Quaccheri del Settecento rifiutavano di finanziare la tratta degli schiavi. I movimenti degli anni Settanta costruivano i primi screening sul tabacco, sull’apartheid, sulle armi nucleari. L’ESG moderno ha affinato quegli strumenti aggiungendo criteri ambientali e di governance. Ma tutta questa architettura presuppone che il male economico sia localizzabile in un settore, in un prodotto, in una categoria merceologica. Presuppone che ci sia un “dentro” e un “fuori” abbastanza distinguibili da separare con un filtro. L’enciclica di Leone XIV dice che questa distinzione, nell’economia digitale, non esiste più. Chi controlla i modelli di AI rischia di imporre anche una propria “visione morale” del mondo, trasformando gli algoritmi in infrastrutture invisibili del potere. Il potere contemporaneo non si esercita più soltanto attraverso il controllo territoriale o militare, ma attraverso il controllo cognitivo. Chi governa gli algoritmi può influenzare percezioni, desideri, priorità, consumi, opinioni pubbliche e persino il concetto stesso di verità. Non si tratta di un settore produttivo che si può escludere. Si tratta di una logica che attraversa l’intera economia, che abita nei modelli di business delle piattaforme di comunicazione, nella gestione dei dati sanitari, nella mediazione algoritmica del lavoro, nella profilazione che orienta il credito e le assunzioni. Un filtro settoriale non tocca tutto questo. Non è concepito per farlo. La finanza etica e il suo soffitto strutturale Non è un’accusa allo IOR, né al paradigma ESG in quanto tale. Questi strumenti hanno prodotto pressioni reali su pratiche aziendali reali: politiche ambientali più stringenti, rendicontazione sulla catena di fornitura, riduzione dell’esposizione a certi rischi reputazionali. Ma operano sulla superficie — sui comportamenti dichiarati delle imprese — e non riescono a toccare la struttura profonda: il fatto che poche grandi entità private controllano infrastrutture, capacità di calcolo e dati, sfuggendo al controllo democratico. Il caso IOR lo rende visibile con una chiarezza che raramente si trova in un solo esempio. Se persino la più antica istituzione morale del mondo occidentale, dotata di indipendenza dagli azionisti e di una vocazione esplicitamente profetica, non riesce a costruire un portafoglio di investimenti coerente con la propria dottrina appena formulata — non per malafede, ma perché gli strumenti disponibili non sono all’altezza del problema — allora il difetto non è nella singola istituzione. È nel paradigma. Che cosa servirebbe, invece Magnifica Humanitas lo dice con una precisione che raramente si trova nei documenti istituzionali: non framework volontari, ma governance con capacità di enforcement. L’enciclica chiede regole internazionali, trasparenza e una governance pubblica più forte. Chiede anche che i dati siano gestiti come bene comune, poiché sono frutto della collettività. Queste non sono richieste nuove. Le fanno da anni i movimenti per i diritti digitali, le organizzazioni della società civile che lavorano sull’AI Act europeo, i ricercatori che studiano l’impatto sociale dell’automazione sul lavoro. L’enciclica le porta in un registro diverso — quello dell’autorità morale globale — ma il contenuto è convergente con battaglie che si combattono da molto prima in spazi molto meno solenni. Il merito del documento non è nell’originalità delle soluzioni. È nell’aver nominato con chiarezza, e ad alta voce, il nodo che la finanza etica non riesce a sciogliere: il problema del potere nell’economia digitale non è riducibile a una lista di settori proibiti. Richiede strumenti di governo del tutto diversi da quelli che i mercati finanziari mettono a disposizione. E che finché quei strumenti non esistono — o non vengono costruiti con la necessaria forza vincolante — chiunque voglia operare dentro il sistema globale, compreso il Vaticano, finirà per certificare come virtuose le stesse strutture che denuncia come problematiche. Il paradosso non è della Chiesa. È del tempo in cui viviamo. Fonti • Giuseppe Aceto, “Nvidia è un’azienda cattolica” Debug dei Desideri – Substack • Comunicato stampa IOR Istituto per le Opere di Religione • Enciclica Magnifica Humanitas Vatican.va • Approfondimenti e articoli correlati Agenda Digitale Il Sole 24 Ore – InfoData AgenSIR Francesco Russo
May 28, 2026
Pressenza
L’Italia è al di sopra della media europea… sul rischio di povertà
Quasi un cittadino italiano su cinque è a rischio povertà. Nel 2026 sulla base dei redditi del 2025 si stima che la percentuale delle persone a rischio di povertà in Italia si sia “stabilizzato” al 18,6%. Si tratta di più di 11 milioni di persone. A rivelarlo è un rapporto […] L'articolo L’Italia è al di sopra della media europea… sul rischio di povertà su Contropiano.
May 28, 2026
Contropiano
Il mondo va male: ecco il documento dell’Onu che invita alla post-crescita
Olivier De Schutter è un cattedratico belga, ma non solo. Egli è infatti anche relatore delle Nazioni Unite sulla povertà estrema e sui diritti umani. Ma chi pensa che svolga questo ruolo asetticamente, senza andare al fondo del problema, si sbaglia di grosso. Queste le sue parole nel 2024, quando presentò al Consiglio dei Diritti Umani “Eradicating poverty beyond growth” (da cui il libro La povertà della crescita): “Per quasi sei anni, le Nazioni Unite mi hanno affidato il compito di riferire sulle soluzioni più promettenti al mondo per sradicare la povertà… La ricerca di una crescita economica perpetua è incompatibile con la vita su questo pianeta. E l’eliminazione della povertà non può continuare a essere utilizzata come scusa per perseguire un PIL in costante aumento, quando questa ricerca, al contrario, spinge le persone verso lavori mal retribuiti e spesso pericolosi per soddisfare le esigenze dell’élite… Dobbiamo respingere il mito secondo cui la crescita economica equivale al progresso umano. Anche se questo può sembrare un pensiero radicale, dopo quasi un secolo in cui ci è stato detto che tutto ciò che conta è la velocità con cui cresce l’economia, sono ottimista sul fatto che presto diventerà l’opinione dominante. Perché il pianeta, e i suoi abitanti, non sopravviveranno senza di esso…Oggi posso affermare con certezza che, nonostante ciò che politici, economisti, esperti di sviluppo e persino le istituzioni delle Nazioni Unite ci hanno indotto a credere, la risposta non è semplicemente stimolare la crescita economica”. Ed è proprio sulle basi di questo rapporto che il 22 aprile scorso a Ginevra, è stata presentata la Roadmap for Eradicating Poverty Beyond Growth, un report ponderoso per documentazione scientifica e numero di esperti coinvolti (400 personalità del mondo accademico, delle ONG e della società civile) approntato sempre da Oliver De Schutter. In pratica, cosa afferma il documento? Che la crescita economica sta portando sempre più ad un concentramento di ricchezze in poche mani (“Viviamo su un pianeta che non è mai stato così ricco. Nel 2024 i miliardari hanno visto crescere le loro fortune in media di 2 milioni di dollari al giorno e si prevede entro un decennio ci saranno cinque trilionari”) e, nel contempo, ad una sempre più ampia fetta di persone nel mondo che vivono nella miseria. C’è dunque qualcosa di profondamente sbagliato ed anche immorale nella crescita, ma nello stesso concetto di crescita, perché crea miseria ed impoverisce la Terra (“La ricerca di una crescita economica perpetua è incompatibile con la vita su questo pianeta”). Ciò detto, il documento indica un percorso da adottare da parte delle nazioni del mondo, una “roadmap” appunto, e, anche se non arriva ad indicare la decrescita come soluzione ai mali, ha il coraggio di riconoscere che la crescita, questa crescita, l’unica che conosciamo, è un male, che un Pil che equipara la produzione di un’arma alla realizzazione di un alloggio per bisognosi è una mostruosità, che occorre in buona sostanza passare alla fase della post-crescita. Nonostante la portata che potremmo definire “rivoluzionaria” del documento (o forse proprio per questo), esso non ha avuto eco sui media di regime. Che, invece, in direzione del tutto opposta (“ostinata e contraria”) ci raccontano ad esempio che la Germania destinerà nei prossimi anni mille miliardi di euro in armi, in modo da diventare la corazzata bellicista d’Europa (ora che l’industria automobilistica non tira più). Sarà dura, molto dura abbandonare il paradigma della crescita… prima che giustamente ci estinguiamo. Con la crescita, la via appare segnata. Fabio Balocco
May 27, 2026
Pressenza
Governare le migrazioni producendo irregolarità
La notizia degli arresti eseguiti all’alba del 18 maggio – dodici persone accusate di tratta, caporalato e sfruttamento lavorativo ai danni di braccianti indiani – non rappresenta purtroppo un’eccezione. È, piuttosto, l’ennesima manifestazione di un sistema che continua a produrre vulnerabilità, ricattabilità e sfruttamento come effetti strutturali del modo in cui in Italia viene regolato l’ingresso dei lavoratori migranti. Le misure cautelari sono state eseguite tra le province di Potenza, Matera, Salerno, Piacenza e Lecco, a conferma di una filiera dello sfruttamento che attraversa territori, settori produttivi e reti criminali ben oltre il solo contesto agricolo locale. Secondo quanto ricostruito dalla Direzione distrettuale antimafia di Potenza, decine di lavoratori avrebbero pagato tra gli 8.500 e i 13mila euro per ottenere un ingresso in Italia attraverso il sistema dei decreti flussi. Una volta arrivati, si sarebbero ritrovati intrappolati in condizioni definite dagli inquirenti di “moderna schiavitù”: turni estenuanti oltre le dodici ore, salari irrisori, alloggi degradati, privazione della libertà personale, minacce legate al rilascio del permesso di soggiorno e una condizione permanente di soggezione economica e psicologica dovuta ai debiti contratti per poter partire. La questione centrale, però, è che queste vicende non possono essere lette semplicemente come deviazioni criminali o patologie marginali del sistema. Al contrario, sono profondamente intrecciate con il funzionamento ordinario delle politiche migratorie italiane ed europee. Le forme che assume il grave sfruttamento lavorativo e il cosiddetto caporalato sono in larga parte, come da decenni mostrano gli studi sul tema, il prodotto delle contraddizioni e delle disfunzioni dell’apparato normativo dedicato alla governance delle migrazioni. I dati relativi al biennio 2023–2024 analizzati e diffusi dalla campagna “Ero straniero” mostrano con particolare evidenza l’inefficacia strutturale del sistema dei decreti flussi rispetto agli obiettivi dichiarati di regolazione e programmazione degli ingressi per lavoro. A fronte di 278.700 quote previste e di 247.597 quote assegnate, sono state presentate circa 1,3 milioni di domande di assunzione. Ma il dato più inquietante emerge osservando il passaggio finale della filiera amministrativa. Solo 158mila domande hanno portato al rilascio del nulla osta e, di questi nulla osta, solo 61.941 sono divenuti visti di ingresso rilasciati, dunque persone entrate regolarmente in Italia attraverso il sistema dei decreti flussi. Eppure, di queste circa 62mila persone entrate regolarmente in Italia, solo 25.499 hanno poi avuto accesso effettivo a un permesso di soggiorno per lavoro. Detto in altri termini, questo significa che oltre 36mila persone, pur essendo entrate legalmente nel territorio italiano, scompaiono dal radar della regolarità amministrativa. Non spariscono però dal mercato del lavoro italiano. Spariscono soltanto dalla protezione giuridica. È qui che il discorso cambia radicalmente. Perché la domanda da porsi non è soltanto perché il sistema non funzioni, ma che fine facciano concretamente queste persone. In quali settori lavorano oggi? In quali condizioni? Dentro quali reti di dipendenza, informalità e sfruttamento vengono assorbite? Pensare che decine di migliaia di lavoratori entrati regolarmente evaporino semplicemente nel nulla sarebbe ovviamente assurdo. Più realisticamente, una parte consistente di queste persone finisce dentro quell’enorme area grigia del lavoro irregolare che attraversa agricoltura, logistica, edilizia, ristorazione, cura domestica e servizi. È difficile immaginare una rappresentazione più chiara dell’inefficacia di questo meccanismo. Eppure, nonostante ciò, il dibattito pubblico continua a descrivere i decreti flussi come uno strumento di “governo ordinato” delle migrazioni per lavoro. In realtà, il loro funzionamento concreto produce spesso l’effetto opposto: alimenta mercati paralleli della mobilità e dell’intermediazione, rafforza il potere di reti informali (e in non pochi casi criminali) e costringe migliaia di lavoratori a entrare in rapporti di dipendenza estrema. La radice di questa distorsione è nota da oltre vent’anni. Con la Bossi-Fini del 2002, il sistema d’ingresso per lavoro è stato costruito attorno a un presupposto sostanzialmente irrealistico: l’idea che domanda e offerta di lavoro possano incontrarsi a distanza, prima della mobilità, attraverso procedure amministrative centralizzate. Come se esistesse una sorta di ufficio di collocamento planetario capace di selezionare lavoratori all’estero sulla base dei bisogni immediati del mercato italiano. Ma il mercato del lavoro reale non funziona così. Da decenni la sociologia economica e delle migrazioni mostra che l’incontro tra domanda e offerta passa attraverso reti sociali, presenza territoriale, conoscenze informali, relazioni fiduciarie e percorsi di mobilità già avviati. Pretendere di governare questi processi ignorandone il funzionamento concreto significa produrre inevitabilmente disfunzioni, irregolarità e spazi di intermediazione opaca. Non prevedere canali realistici di ingresso per ricerca di lavoro significa infatti lasciare i lavoratori nelle mani di chi controlla concretamente l’accesso alla mobilità: intermediari, caporali, agenzie informali, reti criminali e datori di lavoro disposti a monetizzare il bisogno di documenti e regolarità. È esattamente ciò che emerge anche dall’inchiesta di Potenza, dove le pratiche legate ai decreti flussi diventavano parte integrante di una filiera transnazionale dello sfruttamento. Per anni la politica italiana ha dichiarato di voler combattere la “clandestinità”, senza però interrogarsi sul fatto che è proprio la struttura normativa vigente a produrre sistematicamente condizioni di irregolarità. I decreti flussi hanno finito così per funzionare non come uno strumento di programmazione degli ingressi, ma come una sorta di sanatoria “mascherata”, incapace persino di regolarizzare in modo stabile lavoratori già inseriti nel sistema economico italiano. Continuare a riproporre questo modello significa ignorare ciò che la realtà mostra ormai con evidenza: quando si restringono i canali legali e realistici di ingresso, non si fermano le migrazioni né il fabbisogno di lavoro. Si rafforzano, piuttosto, i circuiti illegali che organizzano la mobilità, si ampliano le aree di ricattabilità sociale e si consolidano le condizioni che rendono possibile lo sfruttamento estremo. Le alternative esistono, ma richiedono un cambio radicale di paradigma. Tra queste vi sarebbe almeno l’introduzione di un titolo di soggiorno per ricerca di lavoro, che consenta alle persone di entrare legalmente sul territorio senza dipendere immediatamente da un singolo datore di lavoro e senza essere costrette a indebitarsi con reti informali o criminali. Continuare invece a immaginare frontiere rigidamente chiuse e ingressi selezionati attraverso meccanismi amministrativi astratti significa, nei fatti, continuare ad alimentare proprio quel sistema di sfruttamento che periodicamente si dichiara di voler combattere. Finché il bisogno di mobilità continuerà a essere governato attraverso dispositivi irrealistici e repressivi, il risultato non sarà la fine delle migrazioni, ma l’espansione dei mercati dello sfruttamento che vivono proprio di quella vulnerabilità prodotta istituzionalmente. Antonio Ciniero, antonio.ciniero@unisalento.it   Redazione Italia
May 27, 2026
Pressenza
Dalla discarica al clic
Il 1 maggio 2026 i principali sindacati italiani si sono dati appuntamento a Marghera. Qualcuno della mia venerabile età, ma anche qualcuno con venti anni di meno, avrà pensato: “Oh che bello! Ricorderanno le lotte contro la nocività degli Anni Sessanta, contro il CVM, cloruro di vinile monomero, che ha portato alla morte centinaia di operai per angiosarcoma. Finalmente si rivaluta quella stagione di ribellione allo sfruttamento, di autonomia della classe, che il sindacato negli ultimi decenni aveva rimosso, anzi, ne aveva dannato la memoria.” Macché, questa è roba retrò, il sindacato oggi parla di Intelligenza Artificiale. Che c’entra Marghera? Perché lì è successo un caso esemplare, un’azienda high tech che impiegava fior d’informatici li ha licenziati per sostituire il loro lavoro con l’IA (in realtà ha delocalizzato). Quindi il sindacato si prepara alla lotta del futuro: la soppressione di posti di lavoro qualificati. L’IA, in misura maggiore che la vecchia automazione, distrugge posti di lavoro, manda a casa migliaia di laureati, gente con venti anni d’esperienza. Confesso che rimasi un po’ deluso, speravo che si parlasse di comitati autonomi, di scioperi selvaggi, però andava bene lo stesso, è giusto lottare contro la disoccupazione tecnologica, anzi, è meglio che sbraitare contro la Meloni perché non accetta il salario minimo legale (richiesta che il sindacato, CGIL in testa, ha rifiutato per anni). Ma un po’ di delusione restava. Per fortuna, qualche giorno dopo, mi arriva un volantino distribuito a Marghera il 1 maggio, con un discorso molto più completo e complesso sulla miseria del lavoro in Italia oggi, un volantino degno di una festa dei lavoratori, firmato da un gruppo di lavoratori iscritti a USB. Me lo manda uno di quei compagni che alle lotte contro la nocività, contro la monetizzazione della salute, ci ha partecipato davvero, uno che ha fatto la sua parte e ancora oggi, come tanti di noi, provenienti dall’area operaista, non se ne sta solo a guardare. “Beh” mi sono detto, “possono dannare la memoria di quegli anni fin che vogliono, ma da quella esperienza c’è sempre da imparare, è sempre attuale, non c’è IA che tenga.” Passa un mese e mi trovo a Parigi. Debbo partecipare a una cerimonia accademica ma già che ci sono ripesco vecchi compagni che sono lì dai primi Ottanta, scappati dall’Italia per non finire a Rebibbia o a Trani o a Fossombrone, ormai sono cittadini francesi. Mi parlano di uno del “nostro” giro, che ha frequentato Toni Negri e Paolo Virno, ma assai più giovane, che insegna all’Ecole Polytechnique, ha lavorato sull’IA con una solida équipe di ricerca. Anzi, hanno fatto anche un documentario, Les sacrifiés de l’IA, intervistando circa 4.000 moderatori di contenuti web, in Africa, in India, in America Latina. Sono quei disgraziati, tutti del Sud del mondo, il Global South, che immettono dati, che filtrano immagini e informazioni, da mettere nei Data Center, gente che lavora dieci-dodici ore al giorno, intere famiglie che si alternano al computer 24h su 24, moltissimi soffrono di problemi psichici, alcuni si suicidano, altri sono arrivati ad ammazzare i parenti perché per contratto non debbono rivelare nemmeno ai familiari che lavoro fanno. Tutti al servizio di Meta, ChatGPT, OpenAI, Palantir e altri giganti della rete, ma pochi assunti direttamente, la massima parte è reclutata da intermediari. E sono milioni, le stime della Banca Mondiale, dell’ILO, parlano di centinaia (!) di milioni. Se n’era parlato prima del Covid, poi un po’ alla volta è diventata roba per specialisti, se si parla di IA la vulgata è quella solita: distrugge posti di lavoro. Guardatelo, se vi capita, quel documentario. Ci sono riprese di una potenza simbolica terrificante, come quella dove si vede un’immensa discarica alla periferia di una grande città africana, popolata di gente che rovista tra i rifiuti e di lugubri uccellacci, ti chiedi se l’alternativa a quel modo di sopravvivere è lavorare nella moderazione di contenuti web. Sì, lo è, lo è stata per alcuni di loro. Da studi di caso risulta che più del 50% ha una formazione universitaria. L’ultima parte del documentario è girata a New York, alla New School, e a Cambridge in Gran Bretagna. Dei giovani attivisti ci spiegano che tutto questo immane sfruttamento viene giustificato con l’idea di produrre una nuova umanità che conquisterà lo spazio. È il nuovo pensiero utopico/apocalittico, la nuova religione di Elon Musk, di Peter Thiel, della Silicon Valley, il cosiddetto transhumanism o long-termism, per la produzione di una super-intelligenza artificiale, opera di umani dotati di poteri conoscitivi maggiori. Per raggiungere questo supremo obiettivo, l’obbiettivo della AGI, anche lo sfruttamento di milioni di persone diventa moralmente accettabile. Dunque il paradigma dell’IA è: distruggere migliaia di posti di lavoro (buoni) e creare milioni di posti di lavoro (infami). Eh sì, le cose sono un po’ più incasinate di come le hanno presentate i sindacati a Marghera. Rispetto ai poteri che controllano la rete c’è una sproporzione di forze che trasmette un senso d’impotenza paralizzante, perché riesce difficile concepire un nuovo luddismo. Quello ottocentesco dei sabots, degli zoccoli buttati negli ingranaggi delle macchine, era praticabile. Oggi al posto di quegli ingranaggi c’è il nostro cervello. Eppure, mettendo insieme Ludd, Marx e Proudhon, letti con gli occhiali di Tronti e di Romano Alquati, il modo per sopravvivere lo troveremo. La memoria, invece, non ce la può togliere nessuno, nemmeno l’intelligenza artificiale. Ho appena finito di buttar giù queste righe che mi chiama un’amica: “Su Repubblica scrivono che il Consiglio regionale della Lombardia si prepara a discutere una legge per regolamentare i Data Center; ne stanno costruendo 10 nella città metropolitana e altri 23 sono in discussione.” Facendo la tara fin che si vuole a questo genere di notizie, qualcosa bolle in pentola, inutile negarlo. E allora bisogna darsi da fare e unirsi alle tante iniziative che già ci sono, come quelle in certi centri sociali. Nel mondo ce ne sono a migliaia, in crescita costante. E intanto imparare a vivere senza IA. Quel documentario, Les sacrifiés de l’IA, ne ha fatto a meno, dicono i titoli di coda. Ma il prodotto è perfetto. Questo pezzo è stato pubblicato anche su Erbacce Redazione Italia
May 27, 2026
Pressenza
L’appello del Papa per una finanza al servizio dell’economia reale e del lavoro
Il Gruppo Banca Etica accoglie con profonda condivisione e speranza la prima Enciclica di Papa Leone XIV, Magnifica Humanitas, pubblicata ieri dalla Santa Sede. Il documento, dedicato alla custodia della persona nell’era dell’intelligenza artificiale, traccia una linea di demarcazione etica fondamentale che interroga direttamente i mercati finanziari, l’industria tecnologica e i produttori di armamenti. Il Gruppo Banca Etica ritrova nelle parole del Pontefice una spinta a favore di un’economia che metta il profitto al servizio della dignità umana e non viceversa, contrastando le derive di un’IA privatizzata, deregolamentata e asservita alle sole logiche speculative o belliche. DALLA “FINANZA PER LA FINANZA” ALLA “FINANZA PER LO SVILUPPO” Il cuore economico dell’enciclica (paragrafi 157-164) rappresenta, per il Gruppo Banca Etica, la conferma della necessità di un cambio sistemico non più rimandabile. Il testo pontificio sferza duramente la fiducia cieca nella “mano invisibile del mercato”, l’illusione del PIL come unico indicatore di benessere e la deriva della “finanza per la finanza”, opposta a una finanza per l’economia reale e il lavoro. «Il capitolo dell’Enciclica dedicato all’economia tocca una ferita aperta della nostra contemporaneità” commenta il presidente di Banca Etica, Aldo Soldi – Il Papa denuncia come la rendita da capitale stia soffocando il reddito da lavoro, spesso confinato ai margini. Leone XIV rilancia la funzione sociale del credito: il risparmio deve trasformarsi in credito per l’economia reale, per creare lavoro dignitoso e per accompagnare le transizioni. È esattamente la nostra missione: fare in modo che la ricerca della giustizia non sia solamente qualcosa che interviene ‘dopo’ la produzione di ricchezza fine a se stessa, attraverso la redistribuzione, ma impregni le decisioni economiche fin dall’inizio, dalla scelta di quali imprese e progetti finanziare». I rischi del “Credit Scoring” automatizzato: Al paragrafo 164, il Papa chiede “trasparenza e responsabilità” quando dati e algoritmi incidono sull’erogazione del credito, affinché la persona non sia mai ridotta a un semplice profilo numerico. «L’avvertimento del Pontefice sull’uso dei dati nella finanza è cruciale – commenta Aldo Soldi – L’intelligenza artificiale applicata al credit scoring rischia di creare discriminazioni invisibili e strutturali, escludendo a priori i più vulnerabili o chi parte da situazioni di svantaggio. Noi ribadiamo che la tecnologia deve rimanere uno strumento sussidiario: la valutazione del credito deve conservare una profonda dimensione umana, l’ascolto delle storie personali e del valore sociale dei progetti. Solo così l’innovazione tecnologica sarà un motore di civiltà. Sosteniamo l’appello del Pontefice per una regolamentazione globale che sottragga l’IA ai monopoli della Silicon Valley e dei mercati speculativi. Da oltre 25 anni dimostriamo che la finanza può e deve fondarsi sulla trasparenza, sulla valutazione degli impatti sociali e ambientali e sul contatto umano, elementi che nessun codice di calcolo potrà mai rimpiazzare», . IL NO AI KILLER ROBOTS E ALLE ARMI AUTONOME Il passaggio più drammatico e urgente dell’enciclica tocca l’automazione dei conflitti. Leone XIV definisce “inammissibile” affidare decisioni di vita o di morte a droni e armamenti guidati dall’IA e supera definitivamente la dottrina della “guerra giusta” nell’era tecnologica. Si tratta di un richiamo che valida e rafforza l’impegno storico del Gruppo Banca Etica che con Etica Sgr, la società di gestione del risparmio del Gruppo, è attivamente schierato nella campagna internazionale Stop Killer Robots contro i sistemi d’arma autonomi. Si tratta di una scelta in linea con il posizionamento di Etica Sgr su questi temi: attraverso rigorosi criteri di selezione dei titoli e un’intensa attività di dialogo con le imprese in cui investe, Etica Sgr esclude da sempre categoricamente qualsiasi forma di investimento in società collegate alla produzione di armi «La richiesta del Papa di disarmare l’IA è un imperativo morale che i mercati non possono ignorare. I sistemi d’arma autonomi privano l’essere umano della responsabilità etica della scelta – conclude Aldo Soldi – Attraverso la nostra finanza etica, continueremo a fare pressione sulle aziende globali del tech e dell’aerospazio affinché firmino impegni formali a fermare lo sviluppo di tecnologie di offesa autonoma. Le risorse finanziarie mondiali devono finanziare la transizione ecologica e l’inclusione, non la robotizzazione della guerra». SFRUTTAMENTO E AMBIENTE: LA FILIERA NASCOSTA DELL’IA Il Gruppo esprime infine forte apprezzamento per l’analisi ecologica e sociale compiuta dal Papa, che ha acceso i riflettori sui costi umani e ambientali nascosti della transizione digitale: dallo sfruttamento dei lavoratori della IA nei paesi in via di sviluppo, all’estrazione mineraria devastante per le terre rare, fino all’enorme impronta energetica dei data center. Il Gruppo Banca Etica rinnova l’impegno a promuovere un’innovazione tecnologica che sia inclusiva, ecologicamente sostenibile e rispettosa dei diritti dei lavoratori, raccogliendo la sfida lanciata oggi da Magnifica Humanitas e auspicando che questo appello del Papa così necessario trovi un profondo ascolto nelle opinioni pubbliche e nelle istituzioni. Banca Popolare Etica
May 26, 2026
Pressenza
BDS: solidarietà con lavoratori TEVA
La chiusura degli stabilimenti TEVA in Italia non è conseguenza delle iniziative di pressione civile promosse negli ultimi anni. Le motivazioni alla base della scelta aziendale sono da ricercare in strategie industriali avviate da anni, come confermato da documenti pubblici e analisi del settore. Attribuire questa decisione al boicottaggio significa distorcere la realtà e rischia di alimentare inutilmente tensioni tra lavoratori, cittadini e movimenti sociali. Le vere ragioni della chiusura * Tagli strutturali dei costi: TEVA ha implementato, sin dal 2017, un piano globale di riduzione delle spese operative per aumentare i margini e rispondere alla pressione competitiva internazionale. * Outsourcing dei processi produttivi: la delocalizzazione verso Paesi con costi più bassi è una scelta già osservata in precedenti riorganizzazioni del gruppo. * Strategie pluriennali di ristrutturazione: la razionalizzazione della rete produttiva europea è parte di un percorso iniziato ben prima dell’inizio delle campagne di boicottaggio. Questi elementi dimostrano che la chiusura dei 4 stabilimenti produttivi italiani di principi attivi (divisione “TAPI”) è il risultato di scelte economiche e industriali, non delle recenti pressioni sociali. Tuttavia si porta all’attenzione dei dirigenti e dei lavoratori il rischio che la complicità di TEVA con l’esercito israeliano (IDF), con le conseguenti proteste e boicottaggi da parte dei professionisti sanitari e dei consumatori, possa in futuro comportare una flessione delle vendite di farmaci, e in particolare di quelli equivalenti, dato che il mercato farmaceutico italiano offre un’ampia scelta di alternative terapeutiche sicure ed efficaci da parte di aziende più etiche. La posizione di BDS Italia BDS respinge con fermezza ogni tentativo di attribuire la responsabilità dei licenziamenti alla campagna di boicottaggio contro TEVA. Le iniziative di BDS sono sempre state non violente, trasparenti e mirate esclusivamente a denunciare comportamenti aziendali ritenuti eticamente problematici, in primis il supporto di TEVA all’esercito israeliano. Il boicottaggio non ha mai avuto come obiettivo i lavoratori né la perdita di posti di lavoro. Al contrario, intende esercitare una pressione pubblica e civile affinché l’azienda adotti scelte più etiche e rispettose del diritto internazionale e dei diritti umani. Le campagne di pressione economica si rivolgono alle responsabilità politiche e manageriali dell’impresa, non alle persone che vi lavorano. Ricordiamo anche alle Amministrazioni pubbliche, Regioni e Comuni, che è loro dovere monitorare la condotta delle aziende, come ricordato anche dalla Corte Internazionale di Giustizia (CIG) nel parere del luglio 2024, che ha ribadito che tutti gli Stati sono obbligati a far terminare l’occupazione e il genocidio mediante pressione politica, economica e culturale. Solidarietà ai lavoratori Esprimiamo la nostra massima solidarietà alle lavoratrici e ai lavoratori colpiti da questa decisione. Siamo consapevoli dell’impatto umano, economico e sociale che la chiusura di uno stabilimento comporta e riteniamo che: • i lavoratori non debbano essere usati come scudi o strumenti retorici; • la responsabilità ricada esclusivamente sulle scelte manageriali e finanziarie dell’azienda; • sia necessario un intervento immediato delle istituzioni per garantire tutele, ricollocazioni e sostegno alle famiglie coinvolte. Chiediamo pertanto a TEVA di prendere le distanze da colonialismo e apartheid israeliano e di adoperarsi per la ricostruzione del sistema sanitario palestinese, distrutto da 78 anni di occupazione e da 2 anni di genocidio israeliani. Un cambiamento delle posizioni dell’azienda metterebbe fine al boicottaggio. BDSItalia
May 26, 2026
Pressenza
Conoscere il Terzo Settore per capire i bisogni del Paese
Venerdì 29 maggio 2026 la presentazione ufficiale a Roma, in presenza e in diretta YouTube, dell’Atlante del Terzo Settore, la nuova piattaforma promossa da Fondazione Terzjus ETS e Italia non profit che è online dal 7 maggio scorso, che comunicano: > 4,7 milioni di persone, quasi 1 adulto su 10, fa volontariato. È l’Italia del > bene comune: vitale, concreta, ma spesso invisibile. > > L’Atlante del Terzo Settore ne offre una fotografia dinamica: dal RUNTS al > volontariato, dalla Riforma del Terzo Settore all’amministrazione condivisa. > > Il progetto nasce per rispondere a un bisogno concreto: mettere a disposizione > di operatori, istituzioni, cittadini analisi tematiche, elaborazioni > statistiche, informazioni chiare fondate su fonti ufficiali. > > Non solo numeri, ma persone, volontari, lavoratori, reti e community, per > raccontare e rendere più leggibile il Terzo Settore italiano attraverso i dati > e le storie, perché i dati senza storie sono cifre e le storie senza dati sono > aneddoti. > > Tutti i contenuti sono gratuiti e costruiti a partire da fonti come RUNTS, > Istat, Unioncamere, INPS e ricerche pubbliche. > > La piattaforma è sostenuta dalla Consulta delle Fondazioni di origine bancaria > del Piemonte e della Liguria e da Banco BPM. L’Atlante sarà presentato ufficialmente venerdì 29 maggio 2026, dalle 10:30 alle 13, presso la Sala G. Matteotti di Palazzo Theodoli-Bianchelli, in Piazza del Parlamento 19 a Roma. L’evento sarà aperto al pubblico, previa registrazione, e trasmesso anche in diretta YouTube. Interverranno, tra gli altri, – Luigi Bobba, Presidente di Fondazione Terzjus ETS, – Simone Mornati, Direttore attività istituzionali di Italia non Profit, – Mara Moioli, Co-founder di Italia non Profit, – Antonio Fici, Direttore scientifico di Fondazione Terzjus ETS, – Gabriele Sepio, Segretario Generale di Fondazione Terzjus ETS, insieme ai rappresentanti degli enti sostenitori. Sono previsti i saluti istituzionali dell’On. Stefano Vaccari e l’intervento conclusivo di Mauro Nori, Capo di Gabinetto del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Conduce e modera Sara Vinciguerra, responsabile della comunicazione della Fondazione Terzjus ETS. Per partecipare in presenza è necessario compilare il modulo di registrazione: https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSdhTfSUB7Jn8VK6XNC4XplE0rOYnIeRQL8pKiH0bkaOudj0aw/viewform Per informazioni: * +39 06 89131373 * segreteria@terzjus.it * https://atlante.italianonprofit.it/ Redazione Italia
May 26, 2026
Pressenza
Presentazione osservatorio sull’economia e il lavoro IRES
IRES Emilia-Romagna e CGIL Rimini: l’Istituto Ricerche Economico Sociali presenta i dati del 14° rapporto sull’economia ed il lavoro in provincia di Rimini / Al termine della presentazione, Caritas Diocesana interverrà sulle crescenti povertà tra la popolazione riminese Giovedì 28 maggio alle ore 10.30 presso la Sala Massimo Pironi della Provincia di Rimini (Rimini, corso d’Augusto, 231) IRES Emilia-Romagna (Istituto Ricerche Economico Sociali) presenterà i dati del 14° rapporto sull’economia ed il lavoro in provincia di Rimini. I dati della ricerca, commissionata da CGIL Rimini, saranno illustrati da Valerio Vanelli (Ricercatore IRES). La ricerca sarà messa a disposizione dei partecipanti all’iniziativa pubblica. L’iniziativa pubblica sarà aperta dai saluti istituzionali dell’Assessora del Comune di Rimini Francesca Mattei. Gli ambiti di approfondimento dell’Osservatorio IRES per la provincia di Rimini La ricerca – condotta da Valerio Vanelli con un’appendice statistica a cura di Federica Benni – si suddivide in 4 macro capitoli, che affrontano per la provincia di Rimini: la struttura e le dinamiche demografiche, le dinamiche economiche e d’impresa, il mercato del lavoro ed il benessere sociale, l’ambiente ed il territorio. I dati metteranno in luce aspetti territoriali dell’economia e del territorio sui quali servono interventi urgenti, quali ad esempio: il rapido invecchiamento della popolazione, la povertà economica ed i nessi con il mercato del lavoro, il consumo di suolo; il tutto inserito nel complesso contesto geo politico internazionale. Due temi – invecchiamento e povertà – che saranno affrontati dopo l’esposizione della ricerca attraverso l’intervento di Isabella Mancino (Responsabile osservatorio povertà Caritas Diocesana) e le conclusioni della Segretaria generale della Camera del Lavoro Territoriale -CGIL Rimini Francesca Lilla Parco. Rimini, 26/5/2026 Camera del Lavoro Territoriale – CGIL Rimini Redazione Romagna
May 26, 2026
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