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Dov’è la violenza
La ferma condanna degli episodi di violenza e saccheggio durante le grandi manifestazioni studentesche di quest’ottobre 2026, più che scontata, suona soprattutto ipocrita quando viene dai palazzi del potere politico. Con quale contorsione semantica coloro che stanno investendo sulle armi da guerra e che le forniscono ai belligeranti, possono deprecare degli episodi di violenza e devastazione che sono un semplice granello nei confronti delle montagne di morti e macerie cui hanno lautamente contribuito e continuano a contribuire? Gli slogan e i cartelli della protesta sono inequivocabili: “soldi per scuole e ospedali stop spese militari”, “non saremo la vostra carne da macello”, “disertiamo la guerra”. Gli studenti, i giovani si stanno ribellando ad un sistema che chiude loro ogni prospettiva. Si sentono nella disperazione e nell’ansia, perché di fronte e attorno a loro vedono soltanto la precarietà, nello studio e nel lavoro, ma anche nella difficoltà ad immaginarsi un futuro che non assomigli ad un incubo. Una generazione depredata dai sogni? Tranquilli, non ancora, e lo dimostra la grande partecipazione a questi cortei, la loro creatività e la voglia di ribellarsi a un sistema che taglia ogni orizzonte. Cosa c’è davanti ai loro occhi, davanti a tutti gli occhi? Il cataclisma climatico?  La guerra nucleare? La dittatura dell’intelligenza artificiale? Penso sia naturale che i giovani siano arrabbiati, che sia sano che reagiscano umanamente e che protestino con forza. Se talvolta ciò avviene anche in modo distruttivo e violento, è soprattutto il segno di una forbice delle diseguaglianze divenuta insostenibile, oltre che l’indice di quanto sia diventata importante l’emulazione sui social. Un’altra variante determinante nel contesto attuale è infatti quella dei nuovi media, i così detti social, da faceboock, a istagram, a telegram, a tik tok e via dicendo. Sono nelle mani dei miliardari dell’alta tecnologia, che li usano per farsi una caterva di soldi con la pubblicità e cedendo dati sulle preferenze degli utenti. Eppure è soprattutto dentro la gabbia dei social che interagiscono le spinte giovanili al cambiamento della società. Siamo in tempi in cui la guerra viene combattuta in modo sempre più deresponsabilizzato, guidando un drone-killer come in un videogame, o delegando il bersaglio ad un algoritmo. Come se si volesse far credere che ci sono morti ammazzati ma non ci sono assassini. Siamo in tempi in cui il genocidio palestinese viene derubricato come situazione di tensione in medio-oriente. Risuona qualcosa? Esistono tanti tipi di violenza, alcuni chiari e concreti, altri nascosti, che restano sotto la soglia della visibilità. I ricatti sul lavoro, la scarsa sicurezza, la precarietà sono forme di violenza che sembrano invisibili, ma che agiscono distruttivamente su chi le subisce. Esiste poi una violenza strutturale, esercitata dal sistema economico-finanziario e da quello politico-militare: quella che può tagliarci la strada, dividerci, che può costringerci in povertà, portarci in guerra, perché la richiesta di diritti non è più contemplata e la libertà di dissenso potrebbe presto diventare carta straccia. Ci vogliono ancora altre prove per processare il premier dello stato di Israele e gli alti vertici per genocidio? Posso porre questa domanda senza essere accusato del reato di antisemitismo? “Occhio per occhio e il mondo diventa cieco”, diceva Gandhi. La cecità della violenza cammina a braccetto con la cecità dell’indifferenza e della sudditanza. Qualcuno forse preferirebbe dei giovani assuefatti alle droghe tecnologiche, inebetiti dagli schermi, ma quelle ragazze e ragazzi che disertano le lezioni per protestare insieme dimostrano che non è così, o almeno non solo così. Gli episodi di violenza e distruzione, minoritari ma presenti tra i manifestanti e, ancor più, i saccheggi dei gruppi di giovanissimi, dovrebbero essere presi per quello che sono, ovvero un campanello d’allarme. Sono il sintomo di una profonda malattia della società, intrappolata tra un progresso senza limiti e una relazionalità ancora troppo vicina all’età della pietra. Un buon medico si darebbe da fare per alleviare i sintomi e, soprattutto, per curare la malattia. Ovvero, trasformare la società. Chissà, forse saranno loro, i primi medici scalzi, curatori della natura, curatori della società. Carlo Bellisai
October 25, 2026
Pressenza
Sofia Liguori: una per tutti i, tanti, ‘geni’ dell’IA che vogliono “restare umani”
La giovane nerd laureata 110/110 cum laude alla ‘Bicocca’ di Milano nel 2018 che, dopo le esperienze come sviluppatrice di pioneristici sistemi di machine learning e applicazioni di intelligenza artificiale, nel maggio 2023 è stata assunta a Google DeepMind, il 20 ottobre si è licenziata dal centro R&D con sede a Londra per cui lavorava a tempo pieno in modalità ‘ibrida’. I motivi della sua irrevocabile decisione sono molti, principalmente uno: voler vivere dignitosamente, onestamente e senza ‘in cuor proprio’ sapere di essere ipocrita, perciò rifiutando di adeguarsi e, per “continuare a guardarci allo specchio”, fingere che sia normale “accettare questa situazione come se nulla fosse (nel SILENZIO COME AL SOLITO)”. Subito la clamorosa notizia è ‘rimbalzata’ sui media italiani. Da Il Fatto Quotidiano, in cui Stefania Maurizi ieri ha riferito che Sofia Liguori ha lasciato Google citando una sua frase, “Mi disgusta l’IA in guerra”, a Collettiva, che nello stesso giorno ha pubblicato l’articolo intitolato Google, la protesta di Sofia Liguori: “Mi vergogno di lavorare per questa azienda”,… Prima, il 21 ottobre, a sua volta attingendo le informazioni dall’intervista a Stefania Liguori e un suo collega, Andreas Kirsch, che la BBC News aveva divulgato nella stessa data, Il Sole 24 Ore evidenziava: la tech worker italiana “che si è dimessa dal suo ruolo di ingegnere ricercatore” non è la unica, e sola, bensì una dei numerosi “Dipendenti Google [che] lasciano DeepMind per protesta contro l’uso militare dell’IA“. Intanto nello stesso giorno, Sofia Liguori spiegava le proprie ragioni in un post pubblicato su LinkedIn: > Ieri mi sono ufficialmente licenziata da Google DeepMind. Ero in congedo da > quando è stato firmato il contratto con il Dipartimento della Guerra [degli > USA – NdR]. > > Ecco la mia lettera di dimissioni completa: > https://stay-human.sofialiguori.com/ > Intervista della BBC: https://www.bbc.com/news/articles/cmreyvepnv0po > > — Alcune parti della mia lettera: > > Il modus operandi testato a Gaza con Nimbus è stato legittimizzato come > standard con l’accordo classificato DoW di aprile: contratti che consentono > l’integrazione dell’IA nei sistemi militari e di sorveglianza senza imporre > restrizioni sugli usi consentiti e senza lasciare all’azienda alcun potere di > monitoraggio. > (…) > Non credo più che la nostra tecnologia avrà un impatto netto positivo sulla > società. > (…) > La tecnologia NON è uno strumento neutrale. Questa valutazione presuppone che > possiamo separare la tecnologia dal contesto in cui viene implementata, ma non > dovremmo: abbiamo la responsabilità di valutare lo strumento nel contesto in > cui verrà utilizzato. Presuppone anche che possiamo separare la tecnologia da > chi la possiede, la costruisce, la controlla e ne trae beneficio. > (…) > È proprio questo atteggiamento passivo e timoroso che permette al male di > diffondersi su larga scala. > Questo sta accadendo anche sul nostro posto di lavoro. Questo è il nostro > mestiere. Rientra nel mio ambito di azione. È dentro di te. > Per me, quest’anno avremmo dovuto smettere di lavorare. Magari senza far > scioperare il cervello, forse proprio come ho fatto a febbraio, prendendomi > dei giorni liberi e dimostrando davanti all’ufficio, e forse in qualche altro > modo dobbiamo ancora capire insieme come trovare una soluzione. Ma avremmo > dovuto dire un NO molto più forte all’uso della nostra tecnologia nella kill > chain, un NO molto più forte alla normalizzazione di ciò che è stato testato a > Gaza. > (…) > La compartimentazione, oltre un certo punto, è frammentazione e, in quanto > tale, si oppone all’integrità. Una certa separazione dei contesti è salutare, > ma quando diventa un modo per evitare di vedere contraddizioni, inizia a > somigliare al doppio pensiero di Orwell. L’ambito in cui i nostri valori, la > nostra empatia e persino il nostro pensiero razionale (che riusciamo ad > applicare così magistralmente alle questioni scientifiche) possono operare > inizia a restringersi. Smettiamo di criticare; non ci indigniamo per le bugie > e l’incoerenza. La parte migliore di noi ha sempre meno spazio per esistere. > Dobbiamo anche respingere fermamente questa cultura aziendale di censura e > intimidazione. > (…) > Finiamo per evitare di affrontare alcuni argomenti preventivamente, Dio non > voglia che farlo possa compromettere le nostre carriere. In effetti [i > dirigenti aziendali – NdR] fanno affidamento su questa autocensura indotta; > ecco perché le loro intimidazioni sono così subdole. > Se si mette in discussione qualche ‘cosa’, c’è più libertà di quanto ti > aspetteresti. Questa però è una minaccia per chi vuole che lavoriamo > accettando le ‘regole’. > (…) > Ci ho messo un po’ a capire quale fosse il condizionamento che subivo > lavorando a queste ‘regole’: venivo indotta a negare chi sono, o a > compartimentarlo nella mia sfera privata. Se questo è il prezzo per restare, > non voglio questo lavoro. > Nessun lavoro vale quel prezzo. > “Resta umano”, disse Vittorio Arrigoni. Ripeto oggi il suo appello ai > lavoratori tecnologici, mentre la tecnologia che costruiamo alimenta guerre > brutali. Nella notizia con l’intervista a Sofia Liguori, pubblicata il 21 ottobre nella rubrica “Inchieste di BBC Eye“, Christopher Giles riferisce che, replicando alla richiesta del reporter di commentare la ‘diserzione’ della research engineer e altri geni dell’IA da DeepMind, un portavoce di Google ha affermato: > Collaboriamo con organizzazioni del settore pubblico in tutto il mondo e > seguiamo una procedura coerente per la revisione e la stipula di questi > contratti, che include il rispetto delle nostre politiche di utilizzo > accettabile e dei principi sull’intelligenza artificiale. > > Abbiamo inoltre canali dedicati che consentono ai dipendenti di segnalare in > tutta sicurezza qualsiasi problema, dall’etica aziendale alle condotte > scorrette, e abbiamo implementato rigide politiche aziendali per prevenire > qualsiasi tipo di ritorsione. Eppure, precisa e conclude il giornalista della BBC News, > Google è una delle numerose aziende tecnologiche che all’inizio di quest’anno > hanno firmato contratti con l’esercito statunitense per implementare > l’intelligenza artificiale in ambienti militari classificati. > > Il Segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth ha fatto dell’integrazione > dell’IA nelle forze armate una priorità fondamentale, affermando che > l’amministrazione Trump diventerà una “forza combattente incentrata sull’IA”. > > Secondo i Principi sull’IA di Google, questi valori includono > l’implementazione dell’IA con “supervisione umana” e l’allineamento della > tecnologia al “diritto internazionale e ai diritti umani”. > > Tuttavia ex e attuali dipendenti dell’azienda, nonché esperti interpellati > dalla BBC, si sono detti preoccupati per il livello di supervisione umana nei > momenti critici. https://stay-human.sofialiguori.com/ Maddalena Brunasti
October 24, 2026
Pressenza
Buy Nothing Day: oltre lo sciopero dell’attenzione
Qualche settimana fa abbiamo proposto l’idea di una nuova strategia di attivismo. Si trattava di una serie di Scioperi dell’attenzione, gli “Attention Strike”: un giorno di astensione dall’uso per ogni piattaforma Big Tech. L’idea, che non appartiene a un gruppo o a un collettivo, è nata dallo scambio tra realtà diverse che hanno voglia di cercare insieme nuovi metodi di lotta. Lo scorso articolo abbiamo chiuso con una domanda: Che ne pensate? Non era retorica. Voleva ricreare invece proprio quello stesso scambio da cui è nata la strategia dell’Attention Strike ciò che è emerso da essa ci ha portato a porci nuove domande. Cosa è cambiato e perché. Le domande che ci hanno guidato Prima di tutto è emerso un dubbio che ci ha obbligato a fermarci: quello molto concreto legato alla coincidenza di date fra lo sciopero generale del 30 ottobre, in cui saremo in piazza a filmare ciò che succede, con lo sciopero dell’attenzione nei confronti di YouTube. Che fare quindi? Spostare il caricamento dei filmati su un’altra piattaforma, che non avrà di certo la stessa visibilità, sacrificando quindi l’azione in piazza sull’altare della lotta contro la big tech? Il cane che si morde la coda Dietro queste domande c’è un problema più profondo, quello di essere intrappolati in un circolo vizioso. Anche se le alternative alle grandi piattaforme esistono, essendo ancora poco frequentate, lì le nostre azioni hanno meno visibilità, perciò, per raggiungere i grandi numeri, ci serve ancora il sistema che vogliamo scardinare. Un solo giorno di sciopero non peserà finché non siamo moltissimi, ma per diventare moltissimi dobbiamo usare quelle stesse infrastrutture. Da questa constatazione ci sono arrivati altri interrogativi: Perché nemmeno noi attivisti abbiamo lasciato Instagram quando è nata Upscrolled? Forse perché restare significa non rinunciare a raggiungere anche chi non è un’attivista? Ma significa anche combattere ogni giorno contro gli algoritmi, nella speranza di uscire dalla nostra bolla e quindi, ne vale davvero la pena? Dobbiamo davvero “svegliare” tutti? La storia dei movimenti per i diritti civili mostra che il cambiamento è quasi sempre partito da una minoranza organizzata e noi quella minoranza ce l’abbiamo. Quello che ci manca invece è l’organizzazione, che stiamo cercando di costruire proprio grazie agli strumenti del potere contro cui lottiamo. E poi c’è anche il punto più dolente, quello che ogni volta che lo tocchi rischi l’accusa di alto tradimento: una parte dell’attivismo, soprattutto dopo il 2025, è diventata anche performance, e ricerca di attenzione e visibilità. Il rischio riguarda tutti noi, e chi vive di quella visibilità fatica a rinunciare alle piattaforme che la garantiscono. Che fare? Abbiamo riformulato la strategia concentrando tutto su un unico Attention Strike il 27 novembre, nel Buy Nothing Day. Il Buy Nothing Day è già una giornata riconosciuta a livello internazionale contro il consumismo e l’eccesso di acquisti. Agganciarci a lei ci permette di portare le Big Tech dentro la discussione sulle scelte di consumo: quel giorno non compriamo nulla e non regaliamo la nostra attenzione a nessuna piattaforma, tutte insieme. Un obiettivo solo, una data sola, un messaggio chiaro. E nulla vieta, anzi, di affiancarlo a presidi, cortei e incontri dal vivo. UN’OCCASIONE CONCRETA: IL LINUX DAY DI QUESTO FINE SETTIMANA Mentre ragioniamo su come costruire l’alternativa, vale la pena ricordare che questo fine settimana (sabato 24 ottobre) si terrà il Linux Day, la principale manifestazione italiana dedicata al software libero, alla cultura aperta e alla condivisione, con decine di eventi ed incontri diffusi in tutta Italia. Perché il Linux Day è cruciale e cosa c’entra con il Buy Nothing Day e l’Attention Strike? Il Buy Nothing Day ci invita a non comprare merci e a rifiutare la logica consumistica del “compro, dunque sono”. Il software proprietario delle Big Tech fa esattamente la stessa cosa nel mondo digitale: ci tratta come consumatori passivi di prodotti chiusi, di cui non possediamo nulla e di cui siamo il vero prodotto. Il software libero (come Linux) è l’incarnazione pratica del Buy Nothing Day applicato alla tecnologia: un bene comune digitale che si può studiare, modificare e condividere senza sottostare a monopoli commerciali o estrazione di dati personali. Parlare di boicottaggio delle Big Tech è impossibile se non sappiamo con cosa rimpiazzarle nella vita di tutti i giorni. Il Linux Day e le comunità che lo animano offrono da anni la risposta concreta a questo problema, mostrando che sistemi operativi, browser, strumenti di scrittura e server indipendenti e non controllati dai giganti della Silicon Valley esistono già, sono gratuiti e funzionano. Vivere lo sciopero del 27 novembre e l’avvicinamento al Buy Nothing Day significa anche frequentare questi spazi, sostenere chi sviluppa tecnologie libere e liberarsi dall’idea di non poter fare a meno delle infrastrutture del potere. Il tempo che ci separa dallo sciopero Da qui al 27 novembre useremo il tempo per far conoscere la data e spiegare perché vale la pena scioperare contro le Big Tech; pubblicare liste di alternative tecnologiche a cui spostarsi; preparare la società civile e le persone comuni a un boicottaggio collettivo. Dopo lo sciopero digitale, ci si vede dal vivo A Londra si sta organizzando un evento per quella data, per ritrovarsi fisicamente dopo aver scioperato online. Arriveranno altri dettagli, e sarebbe bello coinvolgere più persone possibile e riuscire a ripetere lo stesso evento in altre città d’Europa. Questa è una proposta, non una decisione Non pensiamo che questa sia la risposta a tutto, e non vogliamo presentarvela a cose fatte. Ci sono domande che restano aperte, e vorremmo affrontarle insieme: – Un solo sciopero, legato al Buy Nothing Day, vi sembra la strada giusta, o ne vedete una migliore? – Come può lo sciopero dell’attenzione stare accanto alla piazza e rafforzarla, invece di sembrare un’alternativa? – Come dovrebbe cambiare il nostro modo di organizzarci per non dipendere dagli strumenti che contestiamo? – Se vi va di partecipare, o di coinvolgere la vostra realtà, cosa vi servirebbe per farlo? Scriveteci È davvero una richiesta, e non retorica. Non c’è un noi e un loro: c’è un insieme di persone che cerca, con strumenti e sensibilità diverse, di cambiare le cose. Se passiamo il tempo a smontarci a vicenda per stabilire chi ha la strategia giusta, il nostro avversario ringrazia. E nessuno di noi, nemmeno chi scrive, ha la risposta giusta già in tasca.Lasciate un commento a questo articolo, ci servirà per formare una strategia di Elisabeth Di Luca Articolo originale e eventuali commenti al link: > Buy Nothing Day: oltre lo sciopero dell’attenzione Redazione Italia
October 24, 2026
Pressenza
UDI: “scongiurare l’esecuzione di Najmeh Amini”
Rivolgendosi al Governo italiano e alle competenti autorità europee e internazionali affinché intervengano con urgenza per salvare la giovane iraniana condannata a morte per blasfemia in relazione a presunti contenuti pubblicati sui social media, l’Unione Donne in Italia dichiara: > Il rapporto Human Rights in Iran – Review of 2025/26, pubblicato da Amnesty > International il 21 aprile 2026 – documenta un quadro gravissimo: in Iran è > stato registrato il più alto numero di esecuzioni dal 1989, mentre la pena di > morte continua a essere utilizzata come strumento di repressione politica e > colpisce in modo sproporzionato le minoranze. I processi sono sistematicamente > iniqui, con frequente negazione dell’accesso agli avvocati e confessioni > ottenute sotto tortura. > Il rapporto denuncia, inoltre, la discriminazione sistemica contro donne e > ragazze, l’imposizione del velo obbligatorio e la persecuzione di chi rifiuta > di sottostare a queste imposizioni. Nonostante la resistenza diffusa delle > donne, le autorità continuano a ricorrere a sorveglianza, intimidazioni, > arresti arbitrari e sanzioni per controllarne i corpi e le scelte. > È contro questo sistema di oppressione che si è levato il movimento Donna, > Vita, Libertà, nato dopo la morte di Mahsa Jina Amini durante la detenzione da > parte della polizia morale nel 2022. Come ricorda Amnesty International, la > repressione di quel movimento è proseguita anche attraverso esecuzioni > arbitrarie e processi gravemente iniqui. Le donne iraniane continuano a > lottare per la libertà, l’uguaglianza e l’autodeterminazione, pagando un > prezzo altissimo. > > L’UDI, coerentemente con la propria storia e il proprio impegno per la libertà > delle donne, chiede pertanto alle istituzioni italiane ed europee: > > * di intervenire diplomaticamente per impedire l’esecuzione di Najmeh Amini e > garantire la sua incolumità e il rispetto dei suoi diritti; > * di intensificare l’azione contro la pena di morte in Iran, chiedendo una > moratoria immediata delle > esecuzioni; > * di promuovere la liberazione delle persone detenute arbitrariamente per le > proprie opinioni e per > aver esercitato pacificamente la libertà di espressione; > * di sostenere concretamente le donne iraniane che continuano a lottare > contro la discriminazione e per i propri diritti fondamentali. > > Chiediamo alle istituzioni di agire con tempestività: salvare una vita e > contrastare la repressione significa > difendere l’universalità dei diritti umani. > > In attesa di un riscontro sulle iniziative che vorrete assumere, porgiamo > distinti saluti. > > UDI – Unione Donne in Italia APS e 46 UDI territoriali Aderiscono: AGESCI Ferrara / AIUTO DONNA – Uscire dalla violenza odv / AVS – Alleanza Verdi e Sinistra Ferrara ANPI Ferrara / ANPI – Coordinamento donne / ARCHIVIA, archivi, biblioteche, centri di documentazione / ARCI Bologna / Associazione Culturale e Musicale Sette Note Romane Aps / Associazione culturale Leggere Donna / Associazione culturale Youkali APS Bologna / Associazione di solidarietà con Cuba La Villetta Ferrara / Associazione Mondo Donna Bologna / Associazione ORLANDO / Associazione PERIOD Think Tank / Associazione SOS Donna Bologna / Associazione Trame di Terra / AUSER Brindisi / Biblioteca Navarria-Crifò Catania / Casa delle Donne di Milano / Casa delle donne di Modena / Casa delle donne di Treviglio / Casa Donne di Bologna / CDQ Monteverde Quattroventi / CDQ Stazione Aurelia / CDS Cultura OdV / Centro Documentazione Donna di Ferrara / Centro Donna Giustizia Ferrara / Centro Galatea Catania / CGIL Bologna con Camera Confederale del Lavoro / CIES – Centro Informazione Ed Educazione Allo Sviluppo – Ferrara / CNDI – Consiglio Nazionale Donne Italiane / Comitato Alba Nuova ODV / Comitato CreAzione / Coop Sociale Lai-momo / Coop.Sociale ABANTU / Coordinamento Donne CGIL Catania / Coordinamento donne CGIL SPI COL Roma e Lazio / CORO SCATENATO HELIN BÖLEK Catania / Democratiche di Bologna / D.I.Re – Donne in Rete contro la violenza / Donna e Diritti Aps / Donna e politiche familiari Aps / Donne Democratiche Ferrara / DonneperBergamo / DWF / EDT – Equipaggio Di Terra di Mediterranea Saving Humans – Ferrara / Fare Diritti Ferrara / Fare Stormo – Il Cerchio delle Donne Misterbianco / FNISM Catania / Gruppo Marja Gimbutas / Informare un’h – Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli ISREC BG / La Biblioteca Popolare Giardino – odv / La Dea Lattea Aps / La Sinistra per Ferrara / LOCAL MARCH FOR GAZA / Memoria e Futuro Catania / MoVI Lazio / Movimento Nonviolento di Ferrara / Muovi le Idee associazione culturale / NUDM Brindisi / ORM-NE Coro delle mondine di Porporana / Pax Christi Ferrara / Possibile Ferrara / Rete per la Parità APS / Rete Restiamoumani Incontriamoci Catania / Rete Roma 12 in movimento / SPI CGIL Brindisi / TELEFONO ROSA / Tutori nel tempo di Ferrara / Tuttexuna Aps / WikiDonne APS   Redazione Italia
October 23, 2026
Pressenza
Dichiarazione umanista sulle elezioni del 25 ottobre in Brasile
> Il processo elettorale brasiliano va oltre i confini nazionali e si inserisce > in un crocevia storico mondiale: la lotta tra il progetto umanizzatore e > l’escalation internazionale dell’antiumanesimo. Quella stessa dinamica > distruttiva si ripercuote direttamente in Brasile attraverso il bolsonarismo, > fedele espressione di quel fascismo internazionale e della cultura della > violenza. Il Nuovo Umanesimo si fonda su sei pilastri non negoziabili: porre l’essere umano al centro come valore e preoccupazione fondamentale; lottare per la reale uguaglianza delle opportunità; celebrare la diversità personale e culturale, rifiutando qualsiasi tipo di discriminazione; difendere la conoscenza libera da dogmi; garantire la libertà di credo e di pensiero e ripudiare ogni forma di violenza, sia essa fisica, economica, razziale, di genere, psicologica, religiosa o istituzionale. Alla luce di ciò, la nostra posizione non si riduce a un mero sostegno puntuale alla candidatura di Luiz Inácio Lula da Silva, ma costituisce un atto di resistenza etica e storica contro la barbarie. Riconosciamo nel suo programma l’impegno a favore della dignità umana, del superamento della miseria e della fame, degli investimenti nella sanità e nell’istruzione, della ricostruzione della sovranità nazionale, della difesa dei diritti fondamentali e della possibilità di continuare ad avanzare verso una democrazia reale. Per questo motivo, lanciamo un appello a tutte le forze umaniste, progressiste e non violente del Brasile e del mondo affinché si uniscano. È ora di superare la paura, porre fine alla crudeltà sociale e affermare, attraverso la metodologia della nonviolenza attiva, che nulla è al di sopra dell’essere umano e che nessun essere umano è al di sopra di un altro, spianando la strada verso una Nazione Umana Universale. PRIMI FIRMATARI Movimento Umanista, attraverso i suoi organismi internazionali e i suoi fronti d’azione: Centro Mondiale di Studi Umanisti – CEH Pindorama (Brasile), Mondo senza Guerre e senza Violenza – Brasile, Gruppo di base Warmis – Convergenza delle Culture, Comunità per lo Sviluppo dell’Essere Umano e Partito Umanista del Brasile Comunità del Messaggio di Silo di Butantã, San Paolo/SP, Santo Amaro, San Paolo/SP, Caucaia do Alto, Cotia/SP, Collettivo Diáspora Amarela del Messaggio di Silo, San Paolo/SP, Comunità del Messaggio di Silo di Porto Alegre/RS, Tobias Barreto/SE, Santa Cecília, San Paolo/SP, «Siriú» Garopaba e «Monte Verde», Florianópolis/SC, Rizzo, San Paolo/SP, Maricá – RJ e Paraisópolis/Sud di Minas. Progetto «No alla violenza nelle scuole» – Pernambuco, Azione Sociale Umanista per la Salute e il Benessere, Associazione degli Educatori di Cohab II – Bamboo, San Paolo/SP. Firma questo manifesto:   https://forms.gle/RcShjxUoyQnCkVev8 https://docs.google.com/spreadsheets/d/e/2PACX-1vThF-w_2NOEZ8k_VnWlVgYPzN1kwwnxjYbkTYySVmCh8SPaWzCKfFcuAoGuiIRrizqGKc6nn2gXHA4R/pubhtml?gid=10109320&single=true Redação Rio de Janeiro
October 23, 2026
Pressenza
Università di Parma, l’Avvocatura dello Stato ha annunciato l’amorale ed anti-scientifica uccisione dei macachi Alan e Larry
Il 20 ottobre 2026 presso il Tar Lazio l’udienza relativa al caso dei macachi di Parma, i tristemente noti Alan e Larry, utilizzati per invasivi esperimenti al cervello e rinchiusi nei laboratori dell’Università parmense dal 2019. Il progetto di sperimentazione, della durata di 5 anni, nonostante le nostre continue richieste al Ministero e al Consiglio Superiore di Sanità (ente chiamato ad esprimersi in merito all’uso di specie particolarmente protette dalla Legge, quali cani e primati) nonché le indicazioni contrarie alla prosecuzione del progetto espresse da esperti scientifici operanti nel settore, era stato rinnovato per altri 3 anni con scadenza nel 2027, rinnovo al quale ci siamo opposti fin da subito ricorrendo al Tar Lazio. Parallelamente, ed a tutela degli animali coinvolti, abbiamo inoltre ricorso al Consiglio di Sato con un giudizio in ottemperanza, per far rispettare quanto prescritto in merito al monitoraggio delle condizioni di stress di Alan e Larry. Il 20 ottobre 2026, in udienza, l’Avvocatura dello Stato ha annunciato che Alan e Larry sono stati uccisi, al termine di una “vita” spesa dietro le sbarre del laboratorio. Questo nonostante il Collettivo MetaParma abbia depositato recentemente all’Università di Parma e a tutti gli Enti coinvolti, la relazione scientifica integrale della dottoressa Federica Nin – psicologa, filosofa della scienza specializzata nel rapporto tra scienza, epistemologia, etica e sperimentazione animale, già segretaria di OSA-Oltre la Sperimentazione Animale  – che dimostra come sarebbe stato possibile e necessaria una variante etica del Progetto Light-up. La relazione spiega che non era necessario uccidere i macachi, poiché i ricercatori hanno già ottenuto tutti i dati biologici e comportamentali cruciali attraverso i test visivi giornalieri, l’uso degli elettrodi cronici e i modernissimi esami di risonanza magnetica funzionale. La perizia della dottoressa Nin dimostra l’inutilità dell’esame istologico: con le tecnologie di neuroimaging oggi a disposizione, l’esame istologico finale non aggiunge nulla di scientificamente essenziale alla ricerca. In sintesi: la scienza e il paradigma scientifico non avrebbero perso nulla lasciando vivere i macachi, l’unica cosa che sarebbe cambiata davvero sarebbe stato il destino di questi animali. L’Università avrebbe dovuto solo fare richiesta formale al Ministero per una modifica etica del protocollo per consentire il ricollocamento (rehoming) dei primati. Evidentemente la trasparenza è rimasta chiusa dentro le stanze del Rettorato. I cittadini, la comunità scientifica e l’opinione pubblica avevano il pieno diritto di leggere i dati e le prove tecniche reali che supportavano la richiesta di liberazione dei macachi, senza filtri o segreti. Questo documento importantissima, che è stato completamente disatteso dall’ateneo parmense, dimostra che sarebbe stato possibile lasciare in vita i macachi di Parma affidandoli a un santuario, senza inficiare il progetto Light-up. L’Ateneo di Parma al posto di confrontarsi pubblicamente sui dati e graziare i macachi apportando la modifica etica del protocollo, ha deciso di continuare a trincerarsi dietro il silenzio sacrificando la vita di creature innocenti, nonostante la loro uccisione non fosse necessaria. Come ha dichiarato LAV in un suo comunicato stampa: “Confidiamo in una sentenza del TAR che possa dichiarare illegittimo il rinnovo rilasciato dal Ministero della Salute e rendere seppure tardivamente e solo in parte giustizia ai due macachi oggetto di tutti questi anni di costrizione e detenzione. Condividiamo questa notizia appresa da noi oggi in Tribunale anche per gli oltre 460 mila cittadini che firmando petizioni e partecipando a manifestazioni, da anni lottano al nostro fianco. Noi non abbiamo mai smesso di lottare in oltre 7 anni di campagna, questa notizia rafforza le nostre richieste perché l’uccisione di Larry e Alan dopo aver subito l’impianto di elettrodi per registrare i movimenti oculari e lunghe ore di immobilizzazione su sedie apposite per eseguire i test con presidi ferma testa, richiede un cambio di passo normativo e soprattutto una scienza diversa davvero utile per tutti.”   Lorenzo Poli
October 22, 2026
Pressenza
La polizia francese è ancora al servizio dei cittadini?
> Una polizia repubblicana non è semplicemente una polizia posta sotto > l’autorità della Repubblica. È una polizia che protegge i cittadini, > garantisce le loro libertà, fa rispettare la legge e ricorre alla forza fisica > solo come misura estrema, quando ciò sia necessario e proporzionato. Protegge > l’ordine pubblico, certo, ma questo ordine ha senso solamente se consente lo > svolgimento e l’esercizio delle libertà pubbliche. Ebbene, da una quindicina di anni, cosa stiamo vedendo? Cariche, manganellate, spari di proiettili di gomma e lanci di granate, accerchiamenti, fermi talvolta brutali, manifestanti feriti – persino mutilati –, giornalisti o osservatori colpiti. Non stiamo parlando di qualche “abuso o violenza” isolati. Da diversi anni, le pratiche francesi di mantenimento dell’ordine sono oggetto di critiche documentate, provenienti dal Difensore dei diritti, da ricercatori e da organizzazioni per la difesa dei diritti umani.1 È ovviamente necessario ricordare che gli agenti di polizia e i gendarmi si trovano talvolta di fronte a violenze reali. Lanci di oggetti, incendi e aggressioni nei confronti delle forze dell’ordine non possono essere minimizzati né giustificati. Ma la responsabilità di una polizia democratica consiste chiaramente nel non lasciarsi trascinare nella logica della violenza che si trova ad affrontare. Poiché detiene, per conto della collettività, il monopolio dell’uso legittimo della forza fisica, essa è soggetta a obblighi e regole più elevati rispetto a quelli richiesti ai cittadini. QUANDO IL MANTENIMENTO DELL’ORDINE PROVOCA DISORDINE Per lungo tempo, uno dei principi fondamentali del mantenimento dell’ordine è consistito nel preservare una distanza tra le forze dell’ordine e i manifestanti. [2].  Si trattava, nello specifico, di evitare il corpo a corpo e prevenire lo scontro, anziché ricercarlo. Ricordo numerose manifestazioni a Parigi e a Tolosa, in cui le direttive e il principio, ben evidenti, erano di fare in modo che vi fosse il minor numero possibile di violenze. Ed è proprio quello che accadeva. Questa logica è progressivamente diventata ingarbugliata e confusa: il ricorso a unità più mobili, a interventi rapidi all’interno dei cortei, a strategie di arresto immediato e, talvolta, a unità non sufficientemente addestrate al mantenimento dell’ordine pubblico, ha moltiplicato le situazioni di contatto. E il contatto, per effetto imitazione, genera altro contatto. Quando un’unità penetra in un corteo per fermare una persona, quando una carica disperde indistintamente manifestanti pacifici e autori di violenza, quando l’utilizzo di un’arma cosiddetta “intermediaria”, ferisce qualcuno che non costituiva una minaccia, l’operazione che avrebbe dovuto ristabilire l’ordine, diventa essa stessa fonte di disordine. Il fatto stesso che le cosiddette forze dell’ordine siano massicciamente concentrate nei punti in cui la manifestazione si disperde, genera inevitabilmente tensioni e scontri che potrebbero essere evitati in assenza di tali forze, che dovrebbero intervenire solamente quando viene commesso un delitto. Quando le tecniche di ‘mantenimento dell’ordine’ accrescono le tensioni e scatenano violenze da entrambe le parti, chi non capisce che i metodi sono lontani dall’obiettivo prefissato? Altri paesi europei hanno sviluppato approcci maggiormente basati sulla comunicazione, sulla negoziazione e sulla distensione [3]. Ciò non significa, ovviamente, che non vi sia alcun intervento quando vengono commessi atti di violenza, ma che l’obiettivo primario consiste nel consentire lo svolgimento della manifestazione, nell’isolare il più possibile i comportamenti violenti e nel ridurre le occasioni di scontro. In altre parole si tratta di impedire la violenza anziché vincere lo scontro. PROTEGGERE LE MANIFESTAZIONI, NON CONSIDERARLE UNA MINACCIA Una manifestazione non costituisce un turbamento dell’ordine pubblico. Si tratta di un principio democratico indiscutibile, in quanto espressione dell’esercizio di una libertà pubblica. È davvero triste, oggi, doverlo ricordare, tanto tale principio viene messo in discussione. La missione primaria delle forze dell’ordine dovrebbe dunque essere quella di consentirne lo svolgimento nelle migliori condizioni possibili. Il manifestante pacifico non dovrebbe mai avere la sensazione di trovarsi di fronte a una forza avversa. Eppure, nel nostro immaginario collettivo, manifestare diventa un’attività potenzialmente pericolosa, al punto che si consiglia di indossare occhiali protettivi contro i gas lacrimogeni, che si nutrono preoccupazioni prima di portare i propri figli a un corteo, che ci si guarda intorno quando arrivano di corsa gli agenti di polizia. Questa banalizzazione dell’idea che manifestare sia rischioso è davvero preoccupante. Una democrazia autentica e vitale dovrebbe essere in grado di accogliere la contestazione, anche quando questa è massiccia, rumorosa, molesta o profondamente ostile al governo in carica. Poiché il diritto di manifestare non è concesso dal potere; esso costituisce, al contrario, uno degli strumenti di cui i cittadini dispongono per opporvisi. POLIZIA DELLA REPUBBLICA O POLIZIA DEL GOVERNO? La polizia ha il compito di proteggere i cittadini o di proteggere il potere? La questione non è nuova, ma si pone con maggiore acutezza sulla scia del movimento degli studenti liceali, dopo diversi altri – tra cui, in particolare, quello dei “Gilet gialli” e le mobilitazioni contro la riforma delle pensioni. Certamente, la polizia è un’istituzione dello Stato. Essa dà esecuzione alle decisioni prese dalle autorità legittime. Tuttavia, in uno Stato di diritto, servire lo Stato non può significare servire ciecamente il governo. Lo Stato repubblicano non si identifica soltanto con il potere esecutivo; esso comprende anche il diritto, le libertà pubbliche, la separazione dei poteri e le garanzie riconosciute ai cittadini. Una polizia pienamente repubblicana non può dunque essere semplicemente il braccio armato dello Stato quando si tratta di contenere la contestazione sociale. Deve essere anche garante del diritto dei cittadini di contestare quello stesso Stato. Questa distinzione è fondamentale. Poiché, quando un governo avvia una riforma fortemente contestata e centinaia di migliaia di persone scendono in piazza per opporvisi, la polizia non dovrebbe mai apparire come l’ultima linea di difesa del potere politico contro la sua stessa popolazione. Dovrebbe rimanere ciò che è chiamata a essere: una forza pubblica al servizio di tutti. LA VIOLENZA DELLA POLIZIA DANNEGGIA ANCHE LA POLIZIA STESSA Gli agenti di polizia non sono gli unici responsabili di questa situazione. Tali funzionari attuano strategie, dottrine e ordini definiti dalle autorità politiche e prefettizie. Molti desiderano certamente svolgere il proprio lavoro con professionalità, pur in situazioni difficili. Molti subiscono essi stessi le conseguenze di strategie che li pongono in prima linea, li espongono alla violenza e li intrappolano in un confronto, in cui possono, a loro volta, diventare vittime. Ecco perché parlare di violenze da parte della polizia non significa essere ostili alla polizia stessa. Può significare, invece, auspicare un altro tipo di polizia: una forza meglio formata, meno militarizzata nelle dotazioni e rappresentazioni e azioni, che privilegi il dialogo e la distensione, che ricorra alla forza fisica solo come extrema ratio e che disponga di meccanismi di controllo realmente indipendenti. Una polizia, dunque, intesa non come forza contrapposta alla popolazione, bensì come un’istituzione che alla popolazione appartiene. [4]. RITROVARE IL SIGNIFICATO E SENSO DELLA FORZA PUBBLICA L’articolo 12 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 è esplicito: “La garanzia dei diritti dell’uomo e del cittadino necessita di una forza pubblica. Questa forza è dunque istituita per il vantaggio di tutti, e non per l’utilità specifica di coloro ai quali essa è affidata”. Ciò significa che la forza pubblica non è istituita innanzitutto per proteggere chi governa. Essa esiste per garantire i diritti. La questione se la polizia francese sia ancora pienamente repubblicana impone di esaminare più a fondo la dottrina, le pratiche, le dotazioni, gli ordini impartiti e il concetto stesso del mantenimento dell’ordine. Una Repubblica “forte” non è una Repubblica la cui polizia è la più temuta. È quella in cui un cittadino può manifestare contro il potere senza mai dover temere coloro che hanno ricevuto il compito di proteggere proprio i suoi diritti. -------------------------------------------------------------------------------- Note [1] Rapporto –Il mantenimento dell’ordine alla luce delle regole di deontologia. Difensore dei diritti    Le maintien de l’ordre au regard des règles de déontologie. Défenseur des Droits [2]  Gilet gialli: uso eccessivo della forza e della violenza della polizia. Amnesty International Gilets jaunes : usages excessif de la force et violences policières. Amnesty International [3] Studio – Distensione della violenza e gestione delle folle dei manifestanti. Difensore dei diritti Étude – Désescalade de la violence et gestion des foules protestataires. Défenseur des Droits [4] Manifestazioni: il Difensore dei diritti cita le raccomandazioni sul rispetto delle regole di deontologia per le forze di sicurezza. Difensore dei diritti  Manifestations: la Défenseur des droits rappelle ses recommandations sur le respect des règles de déontologie par les forces de sécurité. Défenseur des Droits -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL FRANCESE DI ILARIA MASCETTI. REVISIONE DI THOMAS SCHMID. Alain Refalo
October 22, 2026
Pressenza
Ultima Generazione: sospeso dal TAR il decreto di espulsione dall’Italia per Callune
La ragazza francese, che vive e lavora in Italia, era stata raggiunta da un provvedimento di espulsione per aver partecipato a delle proteste nonviolente. Una prima, parziale e non definitiva vittoria riguardo la vicenda giudiziaria che vede suo malgrado protagonista Callune, una ragazza francese di 24 anni che vive e lavora in Italia, a cui è stato notificato ad agosto di quest’anno un decreto di espulsione per aver partecipato a delle proteste nonviolente nel 2022. Il TAR del Lazio ha accolto il ricorso degli avvocati Paola Bevere, Antonello Ciervo e Chiara Salvini e ha sospeso l’applicazione del provvedimento. La vicenda ha portato anche a un’interrogazione parlamentare da parte della deputata Elisabetta Piccolotti di AVS. Calunne aveva partecipato nel febbraio del 2022 alle azioni dirette nonviolente di Ultima Generazione al MiTE (Ministero della Transizione Ecologica, oggi Ministero dell’Ambiente), azioni che permisero alle attiviste e agli attivisti di avere un incontro (chiesto da settimane e costantemente ignorato) con l’allora ministro Roberto Cingolani. A seguito dell’azione il Prefetto di Roma emanò nei confronti di Callune un decreto di espulsione dall’Italia con il divieto di rientrare nel Paese per cinque anni. La motivazione è che la ragazza è “una minaccia per la sicurezza pubblica”. Una tale minaccia che ci hanno messo quattro anni per notificarle il 19 agosto di quest’anno il provvedimento emanato dalla Prefettura nel 2022, lasciandole 30 giorni per abbandonare il Paese in cui si è costruita una vita. Proprio la mancanza di tempestività nell’esecuzione del provvedimento è stata alla base della sospensione dello stesso ordinata dai giudici del TAR: la “minaccia” dell’ordine pubblico deve essere attuale, non riferita al passato. La vicenda non è conclusa, il provvedimento è solo sospeso e il 16 marzo 2027 ci sarà l’udienza per la “definizione del merito”, cioè per capire se Callune verrà espulsa o potrà continuare a vivere in Italia. Uno scudo legale per chi si espone Ultima Generazione continuerà a lottare per un mondo migliore, ma può farlo davvero solo se è in grado di difendere chi si espone più di tutti e tutte. Per sostenere le spese legali del ricorso di Callune e delle persone che verranno, Ultima Generazione lancia una raccolta fondi per il proprio scudo legale: [LINK DONAZIONE]. Processi in corso * 26 ottobre, Tribunale di Roma, ore 12.15, terza udienza predibattimentale per blocco Colombo-Mura aureliane del 22 ottobre 2022 * 26, ottobre Tribunale di Roma, ore 12.00, udienza predibattimentale per blocco GRA Km 63+200 del 29 giugno 2022 * 28 ottobre, Tribunale di Roma, ore 11.00, udienza predibattimentale per blocco GRA del 19 ottobre 2022 I nostri canali: Aggiornamenti in tempo reale saranno disponibili sui nostri social e nel sito web: * Sito web:https://ultima-generazione.com * Facebook@ultimagenerazione.A22 * Instagram@ultima.generazione * Twitter@UltimaGenerazi1 * Telegram@ultimagenerazione Ultima Generazione è una coalizione di cittadini ed è membro del network A22.   Ultima Generazione
October 22, 2026
Pressenza
Manifestazione nazionale “Fuori l’Italia dalla guerra”: volti scoperti, mani libere, parole chiare
Il Comitato promotore della manifestazione nazionale “Fuori l’Italia dalla guerra”, in programma a Roma sabato 24 ottobre, ribadisce con forza il carattere pacifico e nonviolento dell’iniziativa. Scendiamo in piazza per chiedere pace, il ripudio della guerra sancito dall’articolo 11 della Costituzione, la fine del coinvolgimento del nostro Paese nei conflitti armati, la solidarietà con i popoli che resistono all’imperialismo e al sionismo. Chi aderisce alla manifestazione lo fa condividendone pienamente lo spirito: volti scoperti, mani libere, parole chiare. Il Comitato respinge in modo netto ogni tentativo di strumentalizzazione violenta da parte di elementi estranei alla manifestazione, ai suoi contenuti, alle realtà che l’hanno promossa ed a quelle che hanno aderito. Chiunque intenda servirsi del corteo per compiere atti di violenza, danneggiamenti o scontri si pone fuori dalla manifestazione e contro di essa. Di questo tutti devono essere consapevoli, dai manifestanti agli organi di informazione. Nessuno provi a screditare il movimento per la pace e a spostare l’attenzione dalle ragioni della protesta. Invitiamo tutti i partecipanti a seguire le indicazioni del servizio d’ordine, a non raccogliere alcuna provocazione, a isolare immediatamente eventuali comportamenti violenti e a segnalarli agli organizzatori. Il 24 ottobre Roma vedrà una piazza ampia, plurale, determinata e pacifica. Perché la pace si costruisce con la pace. Il Comitato promotore della manifestazione “Fuori l’Italia dalla guerra” Sito: www.fuorilitaliadallaguerra.org YouTube: https://www.youtube.com/@fuorilitaliadallaguerra/shorts Facebook: https://www.facebook.com/fuorilitaliadallaguerra/ Instagram: https://www.instagram.com/fuorilitaliadallaguerra Telegram: https://t.me/Roma24ottobre2026     Redazione Italia
October 22, 2026
Pressenza
Convegno di formazione 4 novembre: “Impatto e prevenzione dei modelli violenti nella società e nei mass media”
MERCOLEDÌ, 4 NOVEMBRE 2026, ORE 8.30 -13.00 ONLINE Nel contesto contemporaneo, caratterizzato da una pervasiva esposizione a linguaggi complessi, tecnologie digitali e rappresentazioni mediali ad alto contenuto di aggressività, la scuola si trova ad affrontare sfide educative senza precedenti. Per rispondere a questa urgenza pedagogica, la rete di istituzioni educative Polo Europeo della Conoscenza – I.C. Bosco Chiesanuova, in collaborazione con l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, promuove un importante incontro di formazione online dedicato a docenti e genitori. Questo corso di formazione rappresenta un’opportunità fondamentale per riaffermare il ruolo centrale degli adulti di riferimento, come presidio di pace, dialogo e consapevolezza critica. L’iniziativa si propone di fornire strumenti critici e metodologici per decodificare e disinnescare i modelli di violenza presenti nella società contemporanea, promuovendo al contempo pratiche pedagogiche orientate alla cultura della pace e della nonviolenza. Attraverso un percorso articolato in quattro moduli interconnessi, esperti di rilievo accademico e culturale analizzeranno le diverse sfaccettature del problema: PROGRAMMA 8:30 – 8:40 Saluti di Roberta Leoni Presidente dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università 8:40 – 8.50 Giulia Bausano, Docente Introduce il tema: “La scuola tra realtà e finzione” e presenta 8:50 – 9:30 Dario Bassani, Autore, filosofo ed esperto di comunicazione editoriale “L’impatto dei giochi di violenza e guerra nei processi di nuove dipendenze” Dario Bassani è saggista, filosofo ed esperto di comunicazione editoriale italiano. Attualmente è Responsabile Editoriale, cura, scrive ed edita i contenuti multimediali, inclusi video saggi e podcast come Domande Prime, per il progetto culturale Lucy sui mondi. 9:30 – 9:40 Renata Puleo, Dirigente scolastica Introduce il tema: “La scuola e i suoi linguaggi” e presenta 9:40 – 10:20 Davide Borrelli, Professore di Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università “Suor Orsola Benincasa” di Napoli “Disinnescare la violenza strutturale insita nel linguaggio pubblico” Davide Borrelli è docente di Sociologia dei processi culturali e Politiche della valutazione presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. 10:20 – 10:30 Michele Lucivero, Docente Introduce il tema: “A scuola di pacifismo” e presenta 10:30 – 11:10 Stefano Cobello, Insegnante, sociologo e pacifista “Pedagogia nera e pedagogia bianca – Modelli pedagogici a confronto: loro potenzialità nella crescita e nell’educazione” Stefano Cobello è un insegnante, sociologo, pacifista, fondatore e coordinatore del Polo Europeo della Conoscenza – Europole. 11:20 – 11:30 Alessandra Mancuso, Docente Introduce il tema: “A scuola di STEM” e presenta 11:30 – 12:10 Stefano Borroni Barale, Fisico teorico, docente, saggista “Tecnologie digitali in educazione: progresso o controllo?” Stefano Borroni Barale è un fisico teorico, docente, saggista e attivista italiano, noto in particolare per il suo impegno nella divulgazione legata al software libero, già ricercatore per l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare [INFN] all’interno del progetto EU-DataGrid. IL CORSO DI FORMAZIONE COME AGGIORNAMENTO PER I/LE DOCENTI CON ESONERO PER LA GIORNATA SCOLASTICA. I/LE DOCENTI (A TEMPO INDETERMINATO E DETERMINATO) HANNO DIRITTO A 5 GIORNI DI ESONERO DAL SERVIZIO PER ANNO SCOLASTICO PER PARTECIPARE AD ATTIVITÀ DI FORMAZIONE E AGGIORNAMENTO, IN BASE ALL’ART. 36 DEL CCNL SCUOLA 2019-2021. Al termine degli interventi ci sarà spazio per le domande e per un dibattito costruttivo. Infine verranno proiettati dei video per i saluti finali. L’iniziativa è aperta a docenti, dirigenti, educatori e famiglie. L’incontro sarà online. Il link sarà mandato solo agli iscritti. La partecipazione è gratuita. L’attestato finale è valido per l’aggiornamento in servizio per gli Insegnanti. Per qualsiasi domanda su registrazioni, certificazioni presenze, certificati si rimanda alle FAQ. Per iscriversi clicca qui. Il link sarà mandato alla mail data in fase di iscrizione. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente