Rimotivare il no alla guerra nella sua essenza e interezza
I MOVIMENTI CONTRO LA GUERRA, IN TUTTE LE LORO SFUMATURE, HANNO OGGI UN PROBLEMA
ENORME. GLI ARGOMENTI RAZIONALI USATI PER DIMOSTRARE L’INSENSATEZZA DELLA
RISPOSTA MILITARE NON SEMBRANO IN GRADO DI CONVINCERE PERSONE SMARRITE E
IMPAURITE. NON BASTA DIMOSTRARE CHE OGNI DENARO SPESO IN ARMI È SOTTRATTO AD
ALTRE SPESE FONDAMENTALI. NON BASTA RICORDARE CHE LA DETERRENZA DIFENSIVISTA È
UNA TRAGICA FALSITÀ. NON BASTA PIÙ NEMMENO FARE APPELLO AL DIRITTO
INTERNAZIONALE. SE VOGLIAMO LA PACE DOBBIAMO QUINDI RIMOTIVARE IL NO ALLA GUERRA
NELLA SUA ESSENZA E INTEREZZA, SCRIVE PAOLO CACCIARI. LA PACE È DISARMATA E
DISARMANTE O NON È. LA GUERRA VA SCONFITTA INNANZITUTTO SUL PIANO DELLA
LEGITTIMITÀ MORALE. L’IDEA CHE POSSA ESISTERE UNA “GUERRA GIUSTA” HA APERTO LE
PORTE ALLA ODIERNA BARBARIE
Foto Donne In Nero Parma
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Tanto più i capi di governo presentano lo stato di guerra permanente da loro
creato come normale e inevitabile, tanto più sarebbe necessario sviluppare una
critica radicale alla guerra, contestandone l’essenza: la violenza come logica
di regolazione delle relazioni tra le persone, le comunità, gli stati.
Di fronte alle campagne in corso di mobilitazione patriottica delle masse contro
nemici pronti a mettere in pericolo i nostri confini, la nostra identità
culturale, persino religiosa, e, soprattutto, il nostro benessere economico, gli
argomenti “razionali” a nostra disposizione fin qui usati per dimostrare
l’insensatezza della risposta militare non sembrano in grado di convincere
persone smarrite, impaurite da una prolungata stagnazione economica,
culturalmente destabilizzante e precarizzante. Per sottrarre consenso
all’escalation militare non basta dimostrare che ogni denaro speso in armi è
sottratto al welfare (il keynesismo militare è una bufala, lo hanno scritto gli
stessi economisti nei rapporti delle Nazioni Unite). Non basta nemmeno ricordare
che la deterrenza difensivista (secondo la vulgata “se vuoi la pace prepara la
guerra”) è una tragica falsità: se ciascuno si arma per sentirsi più sicuro,
tutti saranno sempre meno sicuri. Non solo: con l’aumento della potenza (e
diffusione) dei sistemi d’arma “ibridi” aumenta anche la probabilità di uno
scontro armato “fuori controllo”. Non basta più nemmeno fare appello al diritto
internazionale, ai patti e ai trattati in una fase storica in cui ogni singolo
stato nazionale si sente sovrano in punta di diritto nello stabilire per proprio
conto come e quando (anche preventivamente e oltre i suoi confini) usare la
potenza bellica. Giuste argomentazioni economiche, geopolitiche e giuridiche
contro le guerre hanno (in parte) retto le diplomazie delle cancellerie degli
stati fino a quando è rimasta memoria delle due guerre mondiali. Oggi, per molti
motivi, non è più così. Crollato il precario (oltre che iniquo) equilibrio dei
rapporti di forza tra nord e sud del mondo, tra le aree di influenza
geopolitiche e tra le classi sociali, siamo tornati al Leviatano puro: ciò che
conta è la volontà di potere e la logica di potenza degli stati e dei gruppi
sociali che se ne sono impadroniti. La guerra non è un evento eccezionale,
imprevisto e indesiderato. È l’espressione massima e coerente della violenza
organizzata, pianificata, finanziata e strutturata in un sistema di relazioni
sociali basate sul predominio, la coercizione, la predazione delle risorse
naturali, l’accumulazione e la concentrazione della ricchezza. Il neoliberismo è
un’ideologia che ha avvelenato il sentire comune anche delle vittime, se è vero
che un commerciante pluriassassino è diventato l’emblema della difesa della
libertà, un generale misogino e xenofobo leder politico, il presidente
psicopatico degli US il capo dell’internazionale delle destre.
Ciò di cui ci dobbiamo preoccupare è che sono riusciti a far cadere il tabù
della guerra e a sdoganare la sicurezza armata, la repressione del dissenso e
delle giuste rivendicazioni degli esclusi, degli impoveriti. Peggio, i nuovi
miliardari tecnoligarchi delle Big Tech si sono reinventati teologi e foraggiano
sette religiose (cristiane e/o giudaiche, fa lo stesso) per arringare le masse
in vista di una nuova Armageddon, la battaglia finale tra il bene e il male.
Loro, intanto, si prendono avanti sul Giudizio universale assicurandosi gli
appalti del Pentagono e sperimentandoli a Gaza.
Se vogliamo la pace dobbiamo quindi rimotivare il no alla guerra nella sua
essenza e interezza. La formulazione sintetica più giusta mi pare sia quella
fornita dal papa Prevost: un’idea di “pace disarmata e disarmante” (Leone VIX,
1° gennaio 2026). Una politica di pace efficace risponde alla guerra con il
disarmo, la smilitarizzazione, la descalation della violenza. La guerra va
sconfitta innanzitutto sul piano della legittimità morale. Sempre Leone XIX ha
scritto: “L’abisso del male [è] racchiuso nella guerra e, in generale, in ogni
violenza” (Magnifica Humanitas, §217). È la dimensione etica della politica che
è andata perduta in un malinteso realismo che ha coinvolto anche moderati e
progressisti. L’idea che possa esistere una “guerra giusta” (umanitaria,
risolutiva, a fin di bene…) ha aperto le porte alla odierna barbarie.
Se il tema è come imparare a convivere in pace risanando le relazioni umane tra
le persone, allora la politica dovrebbe mettere al primo posto la dimensione
mentale, psicologica e spirituale che è alla base del vivere in comune.
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Paolo Cacciari ha aderito alla campagna Un tetto Comune.
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> Mettere in gioco la nonviolenza. Adesso
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