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Quando si nega l’autodeterminazione si ferisce il futuro umano
Da COPEHU affermiamo che l’autodeterminazione dei popoli non è solo un principio politico, ma una necessità profonda dell’esperienza umana. Nel contesto dei fatti che oggi attraversano il Venezuela — segnati dall’intervento esterno e dalla violenza — questa affermazione assume un’urgenza storica e umana. Quando l’autodeterminazione viene negata attraverso sanzioni, blocchi, ingerenze o guerre, non si violano solo territori: si violenta la coscienza e il senso delle persone. Si interrompe il processo interno dei popoli e si impone la paura come forma di controllo. La storia mostra che l’imposizione esterna genera perdita di orizzonte e sofferenza sociale nei popoli colonizzati. Nessuna democrazia nasce dalla forza, nessuna pace nasce dalla minaccia, nessuna trasformazione autentica può essere costruita sulla violenza. Queste dinamiche non danneggiano solo il presente: condizionano il futuro. Quando la violenza politica, economica o militare viene normalizzata, le nuove generazioni vengono educate alla paura, alla sfiducia e alla rassegnazione, indebolendo la loro capacità di proiettare senso, futuro e speranza. Dall’Umanesimo Universalista, riconosciamo nell’esperienza interna e nella nonviolenza la base di ogni trasformazione personale e sociale, e affermiamo che ogni cambiamento autentico inizia nel contatto interno, là dove l’esperienza di senso fonda la vita personale. Da lì, l’intenzionalità umana si orienta verso la vita e il futuro, e solo allora può proiettarsi in società giuste e in relazioni dignitose tra i popoli. Solo le società che custodiscono questo processo interiore — soprattutto nei bambini, nelle bambine e nei giovani — sono capaci di maturare, proiettare futuro e generare pienezza, gioia e senso nella propria gente. Rifiutiamo ogni forma di intervento che rompa il senso umano, utilizzi le persone come mezzi e degradi i popoli a semplici oggetti del potere. La pace non si esporta. La coscienza non si impone. L’autodeterminazione è un atto umano profondo, non una concessione del potere. COPEHU scommette su un’educazione che protegga e rafforzi le nuove generazioni, risvegli il senso, custodisca il legame e affermi la coerenza e la nonviolenza attiva come cammino di futuro per l’America Latina, in direzione della Nazione Umana Universale. COPEHU Perù di fronte all’intervento e alla violenza in Venezuela e America Latina. COPEHU
Dove nasce Gesù? Dove eri tu?
Corteo a Napoli nella notte di Natale: un Gesù Bambino avvolto in una kefiah per denunciare la tragedia di Gaza e interrogare le coscienze. Napoli, 24 dicembre 2025. Nelle nostre case va in scena una liturgia stanca e distratta. Un Natale per inerzia: luci accese, alberi perfetti, tavole imbandite, televisori che coprono il silenzio. Un rito consumato senza corpo e senza ferite. Eppure Gesù, oggi, non nasce lì. Nasce tra le macerie e il fango di Gaza. A Napoli pioveva. Una pioggia insistente, fredda, che entrava nelle scarpe e non chiedeva permesso. Pioveva come piove a Gaza: senza riparo, senza pausa, senza la possibilità di asciugarsi. Sotto quella pioggia, nel quartiere Vomero, un corteo ha attraversato via Scarlatti e via Luca Giordano. Non una rappresentazione, non un presepe vivente per addolcire le coscienze. Un gesto netto. Un atto politico e umano. Un Gesù Bambino avvolto in una kefiah è stato portato in strada dal Comitato Pace e Disarmo – Campania insieme a Alex Zanotelli. È il secondo anno che accade. Abbastanza per dire che, mentre tutto invita alla distrazione, qualcuno sceglie la fedeltà alla realtà. Gaza non è una metafora. È un luogo devastato: decine di migliaia di civili uccisi, ospedali distrutti, strutture sanitarie ridotte a ciò che resta dopo un bombardamento. Le ONG ostacolate, i soccorsi rallentati, la vita resa impraticabile. E mentre Gaza viene annientata, la Cisgiordania continua a essere erosa dall’espansione dei coloni, fino a lambire Betlemme. Betlemme, proprio Betlemme: il luogo in cui la tradizione cristiana colloca la nascita di un Dio che sceglie di venire al mondo come scarto, come povero, come corpo vulnerabile. Al corteo hanno partecipato la Comunità Palestinese, la Rete Sociale No Box, il Presidio di Pace IoCiSto, i Sanitari per Gaza e molte persone senza sigle, senza ruoli, senza protezioni. Persone che non hanno parlato di Gaza, ma hanno camminato per Gaza. I Sanitari hanno denunciato la condizione drammatica delle poche strutture ospedaliere ancora operative e l’atteggiamento ostativo di Israele verso chi tenta di portare aiuti umanitari. Padre Zanotelli ha letto un messaggio arrivato dalla Palestina: parole di gratitudine per la solidarietà italiana, ma soprattutto un appello a non fermarsi. Continuare con le campagne BDS. Sostenere azioni nonviolente come la Flotilla. Disinvestire dalle banche armate. Fare. Non limitarsi a commentare. Non rifugiarsi in una spiritualità che consola senza assumere responsabilità. Il cristianesimo, quello che non tranquillizza, nasce qui. Non nella sicurezza delle nostre case riscaldate, ma dove un bambino non ha una culla, dove una madre non può proteggere, dove un padre non può promettere il futuro. Il Vangelo non è decorativo: disturba. Non anestetizza: smaschera. Se Dio nasce sotto le bombe, allora la neutralità diventa una menzogna. Gravi e inquietanti i tentativi legislativi che in Italia cercano di equiparare antisionismo e antisemitismo. Confondere la critica politica con l’odio razziale non tutela nessuno: serve solo a spegnere le parole, a rendere impronunciabile l’ingiustizia. Questo corteo non cercava consenso. Interrompeva la corsa ai regali, la liturgia del consumo, la pace fittizia del “non mi riguarda”. E poneva una domanda che il Natale tenta disperatamente di evitare: Se Gesù nasce oggi tra le macerie, tu dove eri? Il corteo si è concluso con l’auspicio di rilanciare nuove iniziative per una Palestina finalmente libera. Ma la domanda resta aperta, inchiodata nelle nostre case illuminate e distratte. Dove nasce Gesù? E soprattutto: dove eri tu? Stefania De Giovanni
Tornare alla lezione della Sumud
UN GRANDE AZIONE DI DISOBBEDIENZA, UNA BRILLANTE PROVOCAZIONE NONVIOLENTA, UN GESTO SIMBOLICO DI SOLIDARIETÀ MA ANCHE UN’OPERA DI VERITÀ, PERFINO UNA SPINTA TRASFORMATIVA DEI BILANCIAMENTI DELLE FORZE IN CAMPO. E ANCORA: UN’AZIONE CHE HA AVUTO UN SUO INIZIO, UNA SUA CONCLUSIONE MA ANCHE LA CAPACITÀ DI APRIRE NUOVI PERCORSI. ERA DA DECENNI CHE NON SI ASSISTEVA A UN MOVIMENTO POPOLARE INTERNAZIONALE COME QUELLO CHE HA DATO FORMA E HA ACCOMPAGNATO NELLE PIAZZE, PER ALTRO CON UNA MASSICCIA PRESENZA DI GIOVANI, LA GLOBAL SUMUD FLOTILLA. L’AZIONE SUMUD, CHE HA AVUTO BISOGNO DI UN’ADEGUATA PREPARAZIONE, NON HA MAI DETTO DI PUNTARE A FERMARE IL GENOCIDIO PERCHÉ I SUOI INTERLOCUTORI PRINCIPALI NON ERANO GLI STATI: I VERI OBIETTIVI SONO STATI INCORAGGIARE LE PERSONE COMUNI A METTERE IN DISCUSSIONE L’IDEA DELLA POLITICA COME DELEGA E FAVORIRE L’ESERCIZIO DI UN PENSIERO AUTONOMO. PER IL COLLETTIVO PROGETTO NONVIOLENTO MILANO È IMPORTANTE TORNARE ALLA INASPETTATA E STRAORDINARIA LEZIONE DELLA SUMUD Come molti, abbiamo seguito con interesse l’iniziativa della Sumud Flottilla, che ha catalizzato l’attenzione delle opinioni pubbliche di tutto il mondo e ha provocato alcuni importanti effetti. Allo stesso tempo, abbiamo notato che questa iniziativa non ha incontrato (almeno in Italia, nostro ambiente di riferimento) una piena comprensione rispetto ai suoi principi, al modo in cui è stata portata avanti e ai suoi scopi. In poche parole, non è stato capito il fatto che quella della Sumud Flottilla è stata un’azione nonviolenta, e ciò è avvenuto perché appare generalmente scarsa la conoscenza di cosa sia la nonviolenza e di come essa agisca. Riteniamo utile portare alla luce questo aspetto, che consideriamo necessario per capire l’azione della Sumud e trarne le conclusioni. Speriamo che la divulgazione possa ispirare nuove azioni, nel quadro di una difficile lotta, non solo contro l’attuale genocidio (non interrotto dalla farsa della tregua), ma per un ripristino della democrazia cancellata, e contro la guerra, perseguita con pertinacia criminale dalle élites dirigenziali europee. Problema di partenza: ignoranza sostanziale sulla nonviolenza L’esperienza della Sumud Flottilla ci è parsa un’iniziativa nonviolenta ben preparata e ben condotta. Già questo ci avrebbe resi propensi a parlarne, sulla scia del nostro percorso di indagine apertosi con il convegno dell’ottobre 2023 “Nonviolenza nell’era dell’emergenza”, ed evolutosi poi, seguendo gli sviluppi peggiorativi della situazione mondiale, nella riflessione in essere: “Nonviolenza: è ancora possibile?”. Oltre a questo aspetto puramente costruttivo, aggiungiamo una pars destruens, che riguarda il generale fraintendimento dell’azione Sumud (da ora in poi chiamata così) da parte dell’opinione pubblica. Sorvolando sulle posizioni filosioniste, che non è produttivo considerare in questa sede, rileviamo come la sostanza nonviolenta dell’azione Sumud sia ignota un po’ a tutti: agli analisti della sfera di sinistra, che può dirsi la nostra stessa sfera (con l’importante distinzione che non consideriamo l’attuale “sinistra istituzionale”, tipo PD o altri, una vera sinistra); ai partecipanti alle dimostrazioni per la Palestina e per la Sumud Flottilla; a quella parte minoritaria di persone appartenenti alla cosidetta “area del dissenso” della quale ci riteniamo anche noi parte; e finanche a commentatori illustri che seguiamo abitualmente. C’è una generale inconsapevolezza, un “non sapere di non sapere”: si commenta l’azione Sumud con categorie e paradigmi inadeguati perché non c’è nemmeno il sospetto che essa si rifaccia a una tradizione precisa e ben definita. Alcuni hanno ritenuto che lo scopo della flotta fosse quello di portare a destinazione il cibo, salvando la popolazione dall’assedio per fame. Altri si auguravano che Israele, data l’attenzione mediatica, rinunciasse a fermare l’avanzata della flotta. Altri ancora hanno parlato con ammirazione di un martirio volontario delle persone coinvolte nell’azione. Tutti questi ragionamenti non sono sbagliati di per sé, ma non sono il punto. Fisionomia di un’azione nonviolenta PROVOCAZIONE Iniziamo con il dire una cosa che probabilmente scandalizzerà i malpensanti: l’azione Sumud si configurava fin dall’inizio, e in effetti è stata, una brillante provocazione nonviolenta. L’aspetto della provocazione è poco conosciuto, perché l’idea di nonviolenza si associa erroneamente a un irenismo inerme, cosa che non è. Anzi, spesso la nonviolenza consiste nell’aprire conflitti che altrimenti resterebbero sottaciuti in una situazione di apparente calma in cui ingiustizie o soprusi sono cristallizzati. Ricordiamo anche che la provocazione nonviolenta ha anche una sua tradizione, che in Europa fu incarnata dagli olandesi PROVO (appunto) negli anni 1966 e 1967, e fu poi raccolta dal gruppo italiano PROVO – ONDA VERDE di cui fece parte Aligi Taschera, a cui dobbiamo l’insegnamento nonviolento anche di questo articolo, insieme a Majid Valcarenghi e altri. Un esempio paradigmatico di provocazione nonviolenta fu allora l’azione di portare fiori alla polizia, che gli agenti ripagavano spesso e volentieri con percosse e aggressioni. L’iniziativa di per sé era innocua e non aveva alcuna funzione se non quella rivelatoria: mostrare in piena luce chi effettivamente usa violenza, e in tal modo screditare il potere. L’azione Sumud ha replicato questo schema, in grande stile. DISOBBEDIENZA L’azione Sumud ha inoltre ripreso un’altra modalità tipica della nonviolenza, ovvero la disobbedienza civile, qui declinata in modo particolare, con due differenze principali rispetto al caso classico. La prima differenza consiste nel fatto che solitamente il militante disobbedisce alla legge del proprio paese, mentre qui, con un notevole aumento del rischio personale, i militanti non erano entro i loro confini di cittadinanza. La seconda differenza sta nel fatto che l’azione Sumud è stata più che altro una “obbedienza civile”: i militanti non hanno disobbedito ad alcuna legge, anzi, hanno agito nel pieno rispetto delle leggi internazionali, che è Israele a violare platealmente e impunemente. Le prepotenze subite da persone che si trovavano nella piena legittimità hanno dimostrato con tutta evidenza quello che sta succedendo: uno stato viola il diritto, le leggi e tutto l’immaginabile, e come se non bastasse in questo caso lo ha fatto per impedire un’azione umanitaria. PORTARE CIBO COME AZIONE SIMBOLICA Va a questo punto precisata la questione degli alimenti. Un gruppo di barche come quello della Sumud non può nutrire l’intera popolazione palestinese né salvarla dalla fame a cui Israele la condanna, anche se certamente avrebbe portato prezioso sollievo ai pochi in grado di ottenerlo. L’azione è piuttosto simbolica: il tentativo di soccorrere degli affamati assediati. Facendosi poche illusioni relative al successo del portare effettivamente cibo a destinazione, l’azione era volta a mostrare come stanno le cose: pur agendo in senso umanitario e in modo conforme al diritto internazionale si viene arrestati, attaccati e rapiti da uno stato che si professa “democrazia” – insomma mostrare, al mondo, a chi non lo ha ancora capito, che cosa è Israele, il suo comportamento e le sue menzogne. SACRIFICIO Per fare ciò, è stata necessaria una notevole forza d’animo da parte dei militanti e una disponibilità al sacrificio personale di grande rilievo. Pensiamo solo al fatto che la marina israeliana ha abbordato le barche di notte, e in qualsiasi momento qualcuno poteva cadere in mare. Inoltre si sono verificati attacchi incendiari alle barche, già quando erano alla fonda, a opera di droni sconosciuti il cui mandante non è difficile immaginare (lo ha amesso perfino Tajani, a caldo, con una maldestra excusatio non petita). Già questo scatenamento di atti aggressivi e di pirateria indica che l’azione nonviolenta va nella giusta direzione, proprio perché essa trae senso dalla provocazione nei confronti del potere, il quale reagisce dimostrando, al di là di propaganda e chiacchiere, la propria natura brutale, l’arbitrarietà, lo sprezzo delle leggi che finge di rispettare, l’inconsistenza delle menzogne volte a presentarsi come vittima, e così via. Chi conduce un’azione nonviolenta si augura che il potere abbia una reazione del genere, poiché la posizione di quest’ultimo dopo si fa meno sicura, meno difendibile. Il che appunto implica che chi conduce l’azione si esponga a grossi rischi. Ma non è la volontà di un martirio fine a sé stesso a guidare una azione nonviolenta: il mettersi a rischio è un mezzo per dimostrare la verità, e il sacrificio personale è un male necessario e si spera limitato, non un fine in sé a cui puntare, plaudendo all’autosupplizio. Tant’è che nella nostra riflessione “Nonviolenza: è ancora possibile?” rilevavamo la grande incognita del mettersi a rischio in un contesto in cui, dall’altra parte, il potere non ha nessun tipo di freno alla sua sregolatezza: se la nonviolenza diventa sacrificio umano, è ancora sé stessa? È ancora efficace? Va ripensata? La questione rimane aperta, ma fortunatamente non riguarda da vicino l’azione Sumud che non ha avuto esito cruento. ADDESTRAMENTO L’esito fausto dell’azione Sumud, nello specifico il non verificarsi di ferimenti o eventi fatali, è stato favorito anche da un elemento importante per qualsiasi azione nonviolenta: l’addestramento preliminare. Sappiamo che i componenti della flottiglia hanno trascorso almeno due o tre giorni alla fonda, impegnati in uno specifico addestramento. In previsione di abbordaggi, aggressioni, detenzione arbitraria e abusi da parte dello stato israeliano, i militanti saranno stati preparati adeguatamente, ad esempio a non reagire durante l’abbordaggio, poi presumibilmente a non cedere alla paura durante la detenzione, a restare calmi e centrati in condizioni di forte stress, a non provocare direttamente né ingaggiare schermaglie con i militari, a conoscere le leggi che Israele viola ma che pure esistono e vanno ricordate al personale israeliano, e così via. Una dimostrazione del buon addestramento ricevuto emerge dalla modalità di comunicazione successiva al rilascio. Diversi militanti intervistati, compresi Greta Thumberg e Mandla Mandela, hanno raccontato la loro esperienza in modo simile: hanno illustrato gli abusi subiti, senza infingimenti e senza retorica, in modo asciutto e preciso, e concludendo sempre con una importante considerazione: quello che loro hanno subito è di gran lunga meno pesante di quanto i palestinesi siano costretti a subire continuamente, ogni giorno e senza attenzione mediatica che li protegga. (A questo schema ben condotto ci sono state significative eccezioni, come quella dell’influencer Saverio Tommasi che, non pago di aver pubblicizzato il proprio ristorante nello stesso post nel quale si fotografava a bordo della Sumud Flottilla, ha poi prodotto ex post numerosi contenuti sulle prepotenze subite, dimostrando un intento autocelebrativo quanto meno poco edificante che ha scatenato il conseguente dileggio generale. Come mai una iniziativa ben preparata come questa abbia imbarcato elementi come Tommasi è questione aperta che non abbiamo le conoscenze per affrontare, ma che non giudichiamo positivamente). DESTINATARI E IDENTIFICAZIONE L’intento di disvelamento ha un destinatario preciso: le opinioni pubbliche di tutto il mondo. Come abbiamo detto, lo scopo precipuo dell’azione Sumud non era quello di far arrivare il cibo a destinazione, né di evitare la reazione israeliana, né di immolarsi. Piuttosto, è stata un’opera di verità che come tale ha chiamato tutti quanti noi come testimoni. Il fatto che i militanti fossero cittadini di ogni parte del mondo è un elemento significativo. Da questo punto di vista, la Freedom Flottilla salpata poco tempo dopo ha attuato un ulteriore accorgimento intelligente: ha pubblicato sui suoi profili social i video delle varie delegazioni di ogni paese, che, aspettandosi di essere arrestati di lì a poco, chiedevano a chi guardava il video di scrivere (o taggare e simili) al proprio governo. Questa pubblicazione metodica ha permesso al pubblico di verificare la grande quantità di rappresentanze nazionali nell’impresa e, trovando la propria, di identificarsi: chi è sulle barche di fatto è gente come noi, con il nostro stesso aspetto e con uno status uguale – mentre per alcuni i palestinesi risultano distanti, incapsulati nel ruolo di eterne vittime, o peggio poco credibili, ascoltare un connazionale che racconta di essere stato messo dentro una gabbia e lasciato senza farmaci da militari con cani latranti al seguito è cosa impressionante. I militanti non si presentano come eroi o figure eccezionali: la forza del loro messaggio deriva anche dal fatto che sono persone che appaiono ordinarie, “come noi”, eppure capaci di coraggio e di azione. In cosa noi siamo diversi da loro?, ci viene da domandarci. La domanda richiama l’attenzione tanto sulla responsabilità di Israele, che sulla nostra possibilità di agire: la prima è percepita come più odiosa; la seconda appare concreta e possibile. Ma l’attenzione va anche a chi non è esattamente come noi: si rileva che le delegazioni di persone africane e arabe hanno subito un trattamento più duro rispetto ai militanti bianchi, sono state trattate peggio, i veli delle donne sono stati tirati o fatti togliere, le detenzioni sono state più lunghe e in alcuni casi le persone sono sparite per uno o due giorni, come è successo a Mandla Mandela, la cui parentela con Nelson Mandela e conseguente notorietà evidentemente hanno pesato meno rispetto alla pelle nera. La cosiddetta “unica democrazia del Medio Oriente” si dimostra apertamente razzista. E a illuminare questa realtà, le ultime in ordine di tempo sono le due flottiglie. CREAZIONE DI SCENARI NUOVI Sia prima, che nel corso dell’azione Sumud, alcuni hanno sperato che i governi si muovessero in qualche modo, richiamati alle loro responsabilità dall’aggressione di Israele ai danni di cittadini del proprio paese. Senza dubbio, in una situazione di “normalità” del contesto internazionale, qualcosa sarebbe potuto succedere: in teoria, uno stato non può permettere che un altro stato aggredisca i propri cittadini nel modo in cui abbiamo visto. L’azione nonviolenta si prefigurerebbe in tal caso come una sorta di “miccia” che attraverso il gesto dei militanti consente ai governi di prendere posizione contro uno stato canaglia avendo dalla sua tutte le ragioni. Data la situazione attuale, aspettarsi il risultato di far muovere stati e governi era pura illusione e in un paragrafo successivo spiegheremo perché. Ora vogliamo invece illuminare il fatto che, anche se i governi non si sono mossi come avrebbero dovuto, e anzi si sono rifugiati dietro giustificazioni assurde (ennesimo disvelamento: Israele non è semplicemente impunito, è attivamente assecondato), possiamo anche dire che qualcosa è pur successo. Tre stati hanno infatti mosso la loro Marina Militare: l’Italia per prima, su decisione del Ministro della Difesa Crosetto, poi la Spagna di Sanchez e infine la Turchia di Erdogan. L’iniziativa si è risolta in un dietro front delle navi senza alcun aiuto concreto alla flottiglia e senza offrire protezione, eccetto la disponibilità a recuperare eventuali naufraghi; eppure possiamo ben immaginare che la cosa non sia semplice come appare. Sappiamo che la Spagna di Sanchez è stata apertamente critica con Israele e ha messo in atto iniziative di diminuzione dei rapporti (non risolutive come proclamato, ma comunque esistenti). Sappiamo anche che, nonostante il governo italiano collabori con Israele, la destra al governo non è sempre stata filosionista, anzi, il sentimento antisionista e favorevole alla causa palestinese è risalente nella destra italiana e prende piede già nel post fascismo. Nel governo Meloni, oggi connivente, permangono sentimenti ostili a Israele, e il gesto di Crosetto ha probabilmente incontrato più gradimento di quello che è stato manifestato. Relativamente a Erdogan conosciamo bene la sua abilità nella realpolitik: si può nutrire la ragionevole certezza che se ha mosso la sua Marina lo ha fatto per un motivo a lui utile e sperabilmente (anche se non è detto) ostile a Israele. Non possiamo sapere cosa si sia agitato dietro le quinte, sappiamo però che qualcosa è avvenuto. E per un breve momento, una flottiglia di militanti nonviolenti ha avuto al suo fianco tre Marine Militari, nonostante il potere spropositato dei sionisti sui governi occidentali. L’azione nonviolenta ha innescato delle dinamiche, aperto delle strade inimmaginabili prima. Questo risultato non è inusuale perché la nonviolenza si pone sullo scacchiere in modo diverso dal consueto e può per questo imprimere una spinta trasformativa ai rapporti e ai bilanciamenti delle forze in campo. NON È ANCORA FINITA Restando sull’azione in senso stretto (senza ancora aver affrontato il suo effetto più rilevante che ha avuto il suo culmine nello sciopero generale del 22 settembre), citiamo un altro motivo per cui l’azione Sumud è tipicamente nonviolenta ed è stata efficace: l’azione si è conclusa, ma prosegue in un percorso ancora in essere. I militanti infatti, tornati nei rispettivi paesi, hanno fatto un ulteriore passo: hanno denunciato Israele e la sua condotta criminale presso gli organi nazionali competenti. È notizia recente che la Procura di Roma, che ha competenza sui reati commessi all’estero ai danni dei cittadini italiani, ha aperto un fascicolo in merito. Data la denuncia ricevuta, l’atto era obbligatorio ed è realistico aspettarsi che resti nel campo della pura formalità: il fascicolo scottante verrà infilato sotto una pila di altri faldoni e comodamente parcheggiato in attesa di chissà cosa. Questo “chissà cosa” però è foriero di ipotesi suggestive e non del tutto infondate. Se i rapporti di forza dovessero cambiare, e il potere sionista per qualche motivo cadere in disgrazia, il fascicolo imboscato potrebbe trasformarsi in un “qualcosa”: una leva per fare pressione, un pretesto per dare fastidio, persino uno strumento di attacco. Il diritto internazionale (e non solo) ha subito dei colpi cruciali dalla condotta dell’Occidente collettivo, di Israele genocida e dei paesi che lo fiancheggiano. Sempre l’ineffabile Tajani, ministro della Repubblica, si è spinto a dichiarare in diretta televisiva che “il diritto conta fino a un certo punto”. Ma non è detto che non debba contare niente da qui all’eternità: il Sudafrica si è mosso in sede internazionale, ora raggiunto dal Brasile e dall’Irlanda, denunciando Israele per genocidio presso la Corte Penale Internazionale. La denuncia avrà il suo corso e, se il diritto tornerà a essere sostenuto da una forza collettiva equa e normata, ci sarà un processo che porterà a delle conseguenze. Al momento si tratta di un auspicio, che trae forza dalla constatazione che gli equilibri mondiali stanno comunque cambiando e che il mondo a dominio statunitense (e quindi israeliano) si avvia a diventare uno scacchiere multipolare: lì, un alleato particolarmente ingombrante, inaffidabile, costoso, scomodo e ormai universalmente odiato potrebbe costituire un fardello a un certo punto insostenibile. A quel punto, una Corte Penale potrebbe vedere qualche ostacolo rimosso, e qualche fascicolo oggi fragile e sottile potrebbe dotarsi di un qualche tipo di spessore. “Fai quel che devi, accada ciò che può”, ebbe a dire Gaetano Salvemini ispirandosi a Kant. Si tratta di un’attitudine riscontrabile anche in Lev Tolstoj, da cui Gandhi trasse ispirazione nell’elaborazione della nonviolenza politica. È una frase che ben si applica anche a questo caso. Esiti: luci e ombre Abbiamo fin qui visto le modalità e gli obiettivi dell’azione Sumud, e come essi siano stati raggiunti. Ci sono anche degli effetti che l’azione ha avuto, che hanno superato le aspettative: parliamo del sostegno popolare all’iniziativa, culminato in Italia in una giornata memorabile in cui milioni di persone sono scese in piazza aderendo allo sciopero generale chiamato dai sindacati di base: per un giorno intero il popolo italiano ha manifestato in modo forte e senza alcuna violenza la propria assoluta condanna verso il genocidio israeliano e verso il sostegno dell’Italia a Israele. Era da decenni che non si assisteva a un tale movimento popolare. Rileviamo inoltre la massiccia presenza di giovani in piazza. In tempi come i nostri, peggiorati rispetto a decenni fa in termini di impegno politico e di consapevolezza generale, questo risultato appare notevole, eccezionale. Lo è di per sé: il sostegno alla Sumud, la preoccupazione verso i militanti, l’indignazione verso la prepotenza sionista, tutto questo è stato un importante catalizzatore che ha portato la gente in strada, favorita dallo sciopero opportunamente proclamato dai sindacati di base, che hanno contribuito all’azione Sumud grazie all’impegno dei portuali, specialmente genovesi, alcuni dei quali a bordo. Si può ben dire (senza nulla togliere ai sindacati ma anzi rimarcandone l’intelligenza) che le manifestazioni del 22 settembre sono state un enorme movimento spontaneo di persone che, stanche e disgustate dopo due anni di massacri in diretta social, con la spinta della Sumud hanno ritrovato la forza di muoversi e di sperare di avere una qualche incidenza effettiva – nella fattispecie, proteggere la Sumud e i suoi militanti, che in effetti hanno beneficiato di questa attenzione. Dunque anche la mobilitazione del 22 settembre ha avuto un primo successo ravvicinato: non dimentichiamo che Israele ha più volte ucciso militanti nonviolenti occidentali, alcuni anche a bordo di una flotta simile alla Sumud nel 2010, ma le opinioni pubbliche non lo hanno mai saputo. Questa volta soffocare le notizie è stato impossibile, grazie certamente ai social, grazie al movimento dei sindacati e grazie a una ottima copertura mediatica che la Sumud è riuscita ad assicurarsi, ottenendo così una certa protezione per i propri militanti. Possiamo poi supporre che l’imponente movimento popolare, non solo italiano, coagulatosi intorno alla Sumud, abbia contribuito al raggiungimento della tregua firmata a Sharm El Sheik. E qui entriamo in una zona di ombra, con considerazioni meno positive rispetto alle precedenti. La pressione popolare ha fatto in modo che qualcosa si muovesse, o così sembra. Il problema è cosa si è mosso. L’evento di Sharm El Sheik si è rivelato un evento infausto: una sceneggiata. Da un “matrimonio senza sposi”, come lo ha acutamente definito Mazzucco, esso ha portato alla stipula di una tregua totalmente falsa, che non ha dato che poche ore di respiro ai palestinesi. Le uccisioni, i bombardamenti, gli attacchi sono ripresi quasi subito, dimostrando che la cosiddetta tregua è un puro gesto di distrazione. E non solo: la copertura di questa “tregua” ha dato a Israele mano libera per l’inasprimento dell’occupazione in Cisgiordania, fino all’annessione, votata persino al parlamento israeliano. Può dirsi “di successo” un’azione che in qualche modo ha condotto al verificarsi di questo scenario? Ce lo siamo chiesto e abbiamo concluso che si tratta di una domanda mal posta. L’azione Sumud non ha mai dichiarato di poter fermare il genocidio e di avere questo scopo. Alla luce della situazione attuale, di fatto non c’è nulla che possiamo fare per fermare il genocidio. O forse qualcosa c’è, che almeno lo rallenti. Ce lo fanno pensare alcune critiche alla stessa giornata del 22 settembre: si dà il fatto che lo slogan “Blocchiamo tutto” che ha accompagnato la mobilitazione sia stato criticato da persone che pure sono impegnate pro Palestina, perché a che serve mettere per strada chi lavora e chi magari ha solo un treno di provincia a disposizione per muoversi? Non bloccate tutto: bloccate i trasporti di armi, piuttosto! Ripensando alle immagini di carri armati diretti in Ucraina, ammettiamo che abbiamo lo stesso pensiero, e non da oggi. Tuttavia al momento non abbiamo le forze per tradurlo in atto, né le informazioni, né le persone, né l’organizzazione che rendano possibile farlo. I portuali lo hanno fatto, in effetti: attraverso blocchi dei porti, respingimento di navi cariche di armamenti, rifiuto di scaricare la merce e azioni di non collaborazione, anch’esse nel pieno solco gandhiano. E alcuni militanti dei Fridays For Future / Extintion Rebellion hanno manifestato e bloccato sedi della Leonardo. Su questo fronte però una vera mobilitazione non c’è, non se ne vede l’inizio e tanto meno una elaborazione collettiva e condivisa. C’è anzi indifferenza e spesso malcomprensione verso i blocchi alle aziende, e un generale malanimo (almeno nel “mondo del dissenso”) verso movimenti come Extintion Rebellion che sono percepiti come organici alle narrazioni ufficiali, e quindi respinti in toto, nonostante le azioni di blocco delle aziende di armi siano una strada valida per ostacolare fattivamente la macchina stragista israeliana. Tornando all’inganno della tregua, constatiamo una storia vecchia che si ripete: il sistema dominante ha la capacità di ”digerire” le istanze che gli si mettono contro, e lo ha fatto anche in questo caso. Fingendo di raccogliere in qualche modo il messaggio popolare, ha orchestrato l’inganno della tregua, che non è che una copertura giuridica al genocidio ancora in corso. Infatti, a fronte di un articolo 2 del patto, che dichiara una vaga intenzione di restituire il territorio di Gaza ai palestinesi, l’articolo 10 affida la ricostruzione della striscia a imprese private in regime di libero mercato, praticamente consegnando alla schiavitù i palestinesi superstiti e sancendo non una tregua e tanto meno una pace, ma una gigantesca e sanguinaria operazione immobiliare. Il punto, insomma, è che per fermare il genocidio serve ben più che quello che possiamo fare noi e ben più di un’azione nonviolenta, seppur ben fatta. Non sembrano esserci le condizioni per le quali anche una imponente manifestazione popolare come quella del 22 settembre arrivi a ottenere risultati immediati ed effettivi di questo tipo. Ma forse è proprio per questo che l’effetto di mobilitazione popolare dell’azione Sumud è stato importante. Ampliamo la visuale In questo momento storico, il problema di fondo non è muovere gli stati, né muovere la sedicente sinistra, ma piuttosto creare coscienza e inventare – e questa è l’opera più difficile di tutte, perché non ce ne sono i presupposti – una nuova forza politica di massa. Questo è il punto e solo questo è alla nostra portata. Non illudiamoci, dunque: gli stati non si smuoveranno. Faranno la recita, appunto, ma non cambieranno, come non cambieranno i partiti alternatisi in questi anni ai governi italiani ed europei. I nostri politici sono stati selezionati per obbedire a determinati interessi facilitando guerre e stermini; o almeno, se non vogliamo metterla in modo così esplicito, possiamo dire che i nostri politici passano le maglie che permettono di arrivare al potere politico (potere che in in questo momento storico comunque non è un potere autonomo ma è subordinato ad altri) – passano queste maglie solo coloro che hanno le caratteristiche utili a portare avanti situazioni funzionali e utili ai veri poteri. Non si può più credere che una manifestazione possa far muovere uno stato, un governo, persino un partito: tale idea si basa sull’illusione di essere in un mondo democratico o che tenta di esserlo, cioè nell’illusione di essere ancora negli anni Sessanta. Non siamo più negli anni Sessanta. E i Settanta hanno già mostrato una messe di fatti, da piazza Fontana nel ’69 all’assassinio di Moro nel ’78, che potevano far capire cosa stava succedendo. Se ciò non bastasse, ricordiamoci i bombardamenti su Belgrado, voluti da un esponente del vecchio PCI, trent’anni fa… sono trent’anni che lo stato di cose si è palesato completamente. Se una manifestazione crede di poter smuovere un governo, di qualsiasi colore esso sia, si illude. Allora l’importante non può che essere il tentativo di smuovere la gente: smuovere le coscienze, nella speranza che, a furia di smuoverle, si arrivi a capire che bisogna togliersi dai piedi l’intera classe politica attuale; e che l’unico modo per farlo è che diventi politico ognuno di noi, perché finché continuiamo a delegare non succede niente, anzi, succede quello che vediamo. Questa idea risulta molto difficile da far capire, specialmente ai più giovani, cresciuti in un contesto invalidante dell’azione autonoma, privati di una dimensione di azione collettiva, ingabbiati in logiche virtuali che già Ugo Mattei descriveva come intrinsecamente antidemocratiche e di fatto disumane. Nell’osservare il successo dell’azione della Sumud e il suo importante effetto di mobilitazione spontanea, cogliamo anche un fatto inquietante: questi giovani che in modo lodevole, forte e sentito si muovono in difesa del popolo palestinese non dimostrano poi la minima consapevolezza del pericolo che riguarda loro direttamente, in prima persona. Questo pericolo è legato alla situazione in Ucraina correlata alla volontà di guerra delle élites europee. Rileviamo quindi che l’attenzione all’azione Sumud rischia di restare limitata a una questione che va certamente contro il potentato sionista e i vari poteri correi, ma in un modo tutto sommato non così minaccioso, né totalmente sfavorevole agli equilibri esistenti. Ricordiamo, a titolo di esempio, i recenti attacchi al “governo di estrema destra di Netanhyahu” provenienti dai media mainstream e in qualche modo assecondati dall’apparato politico: essi hanno chiaramente un intento cosmetico, volto a scaricare sul solo Netanyahu una responsabilità che è invece dell’intera società israeliana, e in tal modo preservandola e proteggendone lo stato. La questione palestinese ha alle spalle decenni di elaborazione politica, a opera di una sinistra che oggi non esiste più, ma che c’è stata e che la gente ricorda bene, avendovi militato, avendoci creduto. E anche per quanto riguarda la destra abbiamo già ricordato il tradizionale posizionamento antisionista. La mobilitazione pro Palestina è quindi un tema tutto sommato condiviso, solido, elaborato, troppo difficile da contrastare direttamente, almeno per chi non è parte attiva dell’apparato – vediamo nelle penose capriole di Elly Schlein il chiaro tentativo della attuale “sinistra istituzionale” di arrangiarsi conducendo intanto l’ennesimo tradimento ai danni della sua base. Chi è andato da subito in manifestazione in difesa della Palestina le bandiere della “sinistra istituzionale” non le ha mai viste. Sono apparse solo negli ultimi tempi, portate da persone che hanno aspettato la Sumud per manifestare contro un abuso che non è iniziato il sette ottobre ma almeno dal 1967. Un tempo, la sinistra si sarebbe mobilitata subito, mentre oggi si adegua ai diktat e li fa propri. Anche questo, a dire il vero, può essere letto come un successo dell’azione della Sumud, che ha vanificato le capriole di cui sopra dando anche ai più tiepidi la spinta decisiva per prendere posizione. Quando la verità viene alla luce, poi non la si può “disvedere” se non a costo di un grande sforzo. Resta il legittimo timore che l’impegno per la Palestina venga incanalato in un percorso predeterminato, che sposti di proposito l’attenzione dal quadro completo e dalle interconnessioni tra problemi che appaiono diversi. È noto praticamente solo a chi fa parte dell’“area del dissenso” il fatto che è in atto una strategia di militarizzazione e di controllo totale della società attraverso la logica della guerra e, non meno importante, attraverso la spinta alla digitalizzazione. Guerra in Ucraina, riarmo europeo, condotte antidemocratiche della dirigenza UE, propaganda e menzogna diffuse sono questioni, come già detto, strettamente correlate al genocidio palestinese e alla estrema pericolosità di Israele, e sono molti i dati che indicano tale correlazione. È notizia di questi giorni della prossima uscita di un nuovo libro di Franco Fracassi che afferma di aver trovato collegamenti tra l’orchestrazione dell’11 Settembre e quella del Sette Ottobre. Non dimentichiamo inoltre che l’attacco con droni su suolo iraniano condotto da Israele appare identico a quello su suolo russo, effettuato solo poche settimane prima da forze ucraine. Non si può non sospettare che ci siano connessioni tra chi spinge per la guerra contro la Russia, mettendo a rischio una generazione di giovani europei dopo aver fatto massacrare gli Ucraini, e quei poteri trasnazionali che incoraggiano il genocidio e si servono di ciò che Israele sperimenta, per scopi ben più ampi dello sterminio degli scomodi palestinesi. La “sinistra istituzionale”, che ha inveito contro la Meloni e il contratto con Starlink, quando era al governo ha stretto accordi con aziende israeliane alle quali abbiamo affidato parti della nostra sicurezza interna, mettendoci di fatto nelle mani del Mossad che come sappiamo non si è mai fatto scrupoli a infiltrare, manipolare, destabilizzare, minacciare. Ci sono numerosi aspetti dell’offensiva israeliana di cui va tenuto conto, perché sono strettamente connessi alla nostra vita quotidiana e al controllo a cui noi stessi siamo già sottoposti. Il tentativo momentaneamente accantonato del Digital Service Act indica chiaramente il recinto nel quale qualcuno intende chiuderci. E questo recinto digitale è reso possibile anche dalla sperimentazione di Israele ai danni dei palestinesi (vedi il saggio “Laboratorio Palestina”), ed è finanziato dalle stesse aziende che finanziano il genocidio perché su di esso già stanno realizzando utili (vedi rapporto Albanese). Il genocidio è il loro caso studio: una sperimentazione efficace di tecnologie di controllo e offesa che verranno poi estese ad altre popolazioni, noi compresi. Stanno solo aspettandone l’occasione. Chi prende posizione per la Palestina trascurando questi aspetti manca di un tassello cruciale del quadro e quindi condanna la propria azione a un’incidenza minore e solo tangente. Il problema è che la questione della digitalizzazione richiede una elaborazione e una cognizione di natura diversa e superiore all’indignazione nel vedere giornalmente bambini dilaniati. Anche questa seconda reazione è auspicabile e positiva, ma non è detto che porti poi a un percorso di disvelamento di un tema più complesso e decisamente meglio nascosto. Essendosi in generale persa qualsiasi forma di cultura politica che possa generare un partito, o anche solo un movimento, capace di portare avanti determinate istanze, regna la più totale contingenza. Per ovviare a questo problema, ci sarebbe da portare avanti un lavoro culturale enorme, quasi di ricostruzione cognitiva del raziocinio, un lavoro “preculturale” volto a ritpristinare la facoltà di esercitare un pensiero autonomo. Salta dunque agli occhi che quello che manca non è solo una struttura politica. Manca una visione intellettuale teorica in grado di fornire una mappa di riferimento che non sia limitata a un settore, ma che aiuti a chiarire il momento storico in cui siamo e la direzione che il potere propone, e che poi sbocchi nella proposta di un’altra direzione. Un lavoro più intellettuale che politico, questo, che è compito della filosofia – un lavoro che provò a fare Marx a suo tempo, con i suoi limiti ed esiti, ma in un modo organico e approfondito. Oggi è tutto più complicato rispetto ai tempi in cui Marx scriveva, ma ci sono anche mezzi tecnici che prima non c’erano e che ci permettono di fare ricerca e divulgazione per costruire un quadro di insieme. Lo ha tentato il Club di Roma, oggi molto discusso per vari motivi, ma che a livello metodologico è stato tra i primi a usare la dinamica dei sistemi e la cibernetica per tentare di tracciare un quadro comprensivo della situazione del mondo. Tolto il possibile uso vantaggioso degli strumenti tecnologici (che pure non è privo di ombre e asperità), c’è un ulteriore problema: pure avendo questi strumenti, pure avendo le capacità ed elaborando una possibile filosofia, strategia politica, organizzazione collettiva… che mezzi abbiamo per sostenere tutto questo? Le élites neoliberiste hanno impiegato decenni, miliardi di dollari ed eserciti di think tank e organizzazioni per schiacciare i popoli servendosi anche di una propaganda ideologica mostruosa, ben descritta ad esempio in Dominio di Marco D’Eramo. A questa regia, che appare generale e praticamente globale, bisogna contrapporre una controregia. Ma è palese la disparità di mezzi economici e persino storici, che rende difficile una riscossa non solo dal punto di vista materiale ma anche da quello culturale. Ciò non toglie che sia indispensabile mettersi al lavoro, tenendo ben presente che vanno di pari passo la questione intellettuale-culturale di tracciare un quadro con la questione organizzativa di riuscire a darsi gli spazi per tracciare quel quadro, perché se non abbiamo intellettuali che lavorino per questo non si va da nessuna parte. Per preparare la politica futura, ci vuole la politica di adesso. Chiudiamo questo approfondimento con una considerazione conclusiva. L’azione Sumud ha dimostrato il totale disprezzo da parte di Israele delle leggi e del diritto. Ma quasi nello stesso momento in cui violava il diritto rapendo e abusando i militanti nonviolenti, proprio Israele si prendeva il disturbo di portare nel suo parlamento la proposta di annessione della Cisgiordania, e di votarla in maggioranza. Questi prepotenti che non rispettano una legge che sia una, che violano tutti gli accordi, che ammazzano negoziatori e scienziati, radono al suolo palazzi, colpiscono in modo spropositato… sono affezionati a una procedura parlamentare tanto da impiegarla per approvare un atto di aggressione illegale, che non potrebbe né dovrebbe avere nemmeno l’accesso, in un’aula istituzionale. Siamo davanti a due sistemi incompatibili che però hanno luogo nello stesso organismo, un bispensiero in azione. Che conclusione possiamo trarre da un tale paradosso in azione? La legge, quella stessa legge al cui rispetto cui l’azione Sumud ci richiama, è uno strumento importante: ma se dietro questo strumento non c’è una morale, non c’è un principio superiore di onestà e umanità, allora anche la legge può essere uno strumento di offesa e ingiustizia e diventare una procedura atta a favorire colonialismo, imperialismo e dominio. Un vecchio problema, questo, che illumina due visioni diverse della democrazia: la prima è quella della democrazia come procedura, che porta alla “dittautra della maggioranza” di cui parlavano già Tocqueville Mill. Mediante procedura democratica formalmente inappuntabile (più o meno), eleggiamo Hitler e facciamo fuori gli ebrei – eleggiamo Netanhyahu e facciamo fuori i palestinesi – e lo facciamo “democraticamente“. La volontà della maggioranza vince, pazienza se può essere suprematista, guerrafondaia, e così via. A ciò si contrappone un’idea di segno diverso, questa: ci sono principi che non possono essere disponibili ad alcuna maggioranza. E qui si apre il campo a un problema più grande sotteso al precedente – sotteso anche, in fondo, al disastro dei nostri tempi. La garanzia di tali principi (quelli non disponibili ad alcuna maggioranza) nella visione religiosa era niente meno che Dio. Procedendo nella storia, Dio è stato sostituito dalla ragione. Che da fine Ottocento in poi, con alcune eccezioni, è stata abbandonata in favore di un irrazionalismo galoppante. Ma oltre Dio e oltre la ragione, resta solo una cosa: la forza. Che, oggi è una forza mascherata da procedura democratica. -------------------------------------------------------------------------------- [Progetto Nonviolento Milano, progettononviolento.org] -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Tornare alla lezione della Sumud proviene da Comune-info.
Se Leone diserta il riarmo
C’È UNO SOLCO PROFONDO CHE SEPARA LE PAROLE PRONUNCIATE DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA MATTARELLA – GIÀ MINISTRO DELLA DIFESA NELLA STAGIONE IN CUI L’ITALIA PARTECIPÒ AI BOMBARDAMENTI NEL KOSOVO DELLA NATO SENZA MANDATO ONU – IL 19 DICEMBRE IN OCCASIONE DELLA CERIMONIA PER LO SCAMBIO DI AUGURI DI FINE E ANNO, E QUELLE RESE NOTE IL 18 DICEMBRE, DEL MESSAGGIO DI PAPA LEONE PER LA LIX GIORNATA MONDIALE DELLA PACE DEL 1 GENNAIO (PAROLE RAFFORZATE NELL’ANGELUS SULLA “PACE DISARMATA” PRONUNCIATE IL 26 DICEMBRE, FESTA DI SANTO STEFANO). ALTRO CHE FIGURA DEFILATA RISPETTO A FRANCESCO: LEONE METTE AL CENTRO LA NONVIOLENZA, ATTACCA L’IPOCRISIA DELLA POLITICI CHE SOSTENGONO IL RIARMO, PRENDE LE DISTANZE DA CHI PARLA DI GUERRA PER FARE LA PACE E DA CHI USA LE RELIGIONI PER PROMUOVERE UNA CULTURA BELLICISTICA C’è uno solco profondo che separa le parole pronunciate del presidente della Repubblica Mattarella il 19 dicembre in occasione della cerimonia per lo scambio di auguri di fine e anno, e quelle rese note il giorno prima, il 18 dicembre, del Messaggio di papa Leone XIV per la LIX Giornata Mondiale della Pace del 1 Gennaio. Contenuti che fanno emergere anche la differenza di intendere la pace che c’è nel mondo cattolico laico, del quale Mattarella, già Ministro della Difesa nella stagione in cui l’Italia partecipò ai bombardamenti nel Kosovo della Nato senza mandato Onu, viene da sempre annoverato quale autorevole interprete laico e politico. “Richiede uno sforzo convergente anche la definizione compiuta di una strategia di sicurezza nazionale – ha detto il presidente – in un tempo in cui siamo costretti a difenderci da nuovi rischi che, senza infondati allarmismi, sono concreti e attuali. La spesa per dotarsi di efficaci strumenti che garantiscano la sicurezza collettiva è sempre stata comprensibilmente poco popolare. Anche quando, come in questo caso, si perseguono finalità di tutela della sicurezza e della pace. E tuttavia, poche volte come ora, è necessario”. Una versione aggiornata dell’antico “Si vis pacem, para bellum“, che legittima pienamente la partecipazione dell’Italia con l’adesione incondizionata del governo italiano alla spesa per ReArm Europe 2030, il piano di difesa militare che ha l’obiettivo di investire fino a 800 miliardi di euro per rafforzare l’infrastruttura di difesa dei singoli Stati europei. Ma le parole del presidente della Repubblica, sdoganano definitivamente anche tutte le attività di promozione di una cultura militare e poliziesca nelle scuole e università italiane, denunciate costantemente dall’”Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università”, attraverso corsi di educazione alla legalità, di contrasto al bullismo e alla violenza di genere, perfino di educazione ambientale; fatti con la presenza di militari, mezzi e cani antidroga dentro le aule scolastiche da figure in divisa senza alcuna qualifica pedagogica. Ma con il solo fine di creare il substrato culturale per il marketing dell’arruolamento dei giovani nelle Forze Armate dello Stato. Le parole di Mattarella sono di datto il via libera alla strategia politica del governo, e in particolare del ministro Crosetto, per la ripresa della leva militare. Quella obbligatoria in vigore fino al 2004, infatti non venne mai abolita dallo Stato, ma semplicemente sospesa dal 1 gennaio 2005 dalla legge n. 226, quando venne introdotto anche il servizio civile universale. L’Italia, sulla scia di Francia e Germania, torna e chiedere nuovi “figli per la Patria”. Lo fa anche qui con una strategia subdola ai fini della promozione, facendo circolare nelle scuole italiane un questionario in 32 domande, promosso dal Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza dal titolo “Guerra e conflitti”, in cui i quesiti sono molto espliciti, tipo: “Se il mio Paese entrasse in guerra mi sentirei responsabile e se servisse mi arruolerei. Quanto sei d’accordo con questa affermazione”. Contemporaneamente nelle ultime settimane sono usciti da società demoscopiche spesso sconosciute, sondaggi in cui prevalgono maggioranze favorevoli alla reintroduzione della leva obbligatoria per i 18-26enni. Sondaggi molto furbi, su campioni di 800/1.000 persone, dei quali, pur essendo obbligatoria per legge, non viene pubblicata la nota metodologica, che descrive i criteri usati per effettuarli. E che, considerati gli istituti che li hanno redatti e i giornali che li hanno pubblicati, è più che lecito pensare che tutto questo faccia parte di una precisa strategia comunicativa del governo stesso, tesa a costruire nel Paese una nuova e precisa narrazione militaristica. Su questa politica e strategia dello Stato italiano e del resto dei governi europei, arrivano come una “bomba” spirituale, etica e pragmatica, le parole di papa Leone XIV. Un messaggio potente e chiaro, che rimettono con nettezza sulla scena mondiale sui temi geopolitici la figura, finora da molti percepita come troppo defilata e differente rispetto a quella di papa Francesco, del pontefice statunitense. Un testo non a caso ignorato e offuscato dall’informazione mainstream, asservita alla politica e all’economia bellicistica, del riarmo, e della riconversione industriale da civile a militare. Parole che ricollocano molte leadership mondiali ed europee, fino a Mattarella, Meloni e Crosetto e parte del mondo cattolico. Il Messaggio del papa è universale, rivolto a tutti: “Sia che abbiamo il dono della fede, sia che ci sembri di non averlo, cari fratelli e sorelle, apriamoci alla pace”. Per quanto riguarda specificatamente l’Italia, a 50 anni dalla pubblicazione de “L’Obbedienza non è più una virtù” di don Lorenzo Milani, nel testo c’è uno specifico riconoscimento alla nonviolenza: “Poco prima di essere catturato, in un momento di intensa confidenza, Gesù disse a quelli che erano con Lui: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi». E subito aggiunse: «Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore» (Gv 14,27). Il turbamento e il timore potevano riguardare, certo, la violenza che si sarebbe presto abbattuta su di Lui. Più profondamente, i Vangeli non nascondono che a sconcertare i discepoli fu la sua risposta non violenta: una via che tutti, Pietro per primo, gli contestarono, ma sulla quale fino all’ultimo il Maestro chiese di seguirlo. La via di Gesù continua a essere motivo di turbamento e di timore. E Lui ripete con fermezza a chi vorrebbe difenderlo: «Rimetti la spada nel fodero» (Gv 18,11; cfr Mt 26,52). La pace di Gesù risorto è disarmata, perché disarmata fu la sua lotta, entro precise circostanze storiche, politiche, sociali”. Papa Leone ricorda come nel corso del 2024 le spese militari a livello mondiale sono aumentate del 9,4% rispetto all’anno precedente, confermando la tendenza ininterrotta da dieci anni e raggiungendo la cifra di 2.718 miliardi di dollari, ovvero il 2,5% del PIL mondiale. Per poi fare una “radiografia” all’ipocrisia della politica: “Quando trattiamo la pace come un ideale lontano, finiamo per non considerare scandaloso che la si possa negare e che persino si faccia la guerra per raggiungere la pace. Sembrano mancare le idee giuste, le frasi soppesate, la capacità di dire che la pace è vicina. Se la pace non è una realtà sperimentata e da custodire e da coltivare, l’aggressività si diffonde nella vita domestica e in quella pubblica. Nel rapporto fra cittadini e governanti si arriva a considerare una colpa il fatto che non ci si prepari abbastanza alla guerra, a reagire agli attacchi, a rispondere alle violenze. Molto al di là del principio di legittima difesa, sul piano politico tale logica contrappositiva è il dato più attuale in una destabilizzazione planetaria che va assumendo ogni giorno maggiore drammaticità e imprevedibilità. Non a caso, i ripetuti appelli a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui (…) Per di più, oggi alle nuove sfide pare si voglia rispondere, oltre che con l’enorme sforzo economico per il riarmo, con un riallineamento delle politiche educative: invece di una cultura della memoria, che custodisca le consapevolezze maturate nel Novecento e non ne dimentichi i milioni di vittime, si promuovono campagne di comunicazione e programmi educativi, in scuole e università, così come nei media, che diffondono la percezione di minacce e trasmettono una nozione meramente armata di difesa e di sicurezza”. Espressioni che rendono bene il fatto di come il papa sia estremamente attento, e a conoscenza, di come in maniera subdola le politica agisca con fini pedagogici per l’inoculazione tra le giovani generazioni di una cultura militaresca e bellicistica. Le quali, anche se considerate lontane e refrattarie alla politica, almeno così come la intendono le generazioni mature, hanno idee molto chiare. A un primo parziale rilevamento del questionario farlocco del Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, il 68% dei giovani non si arruolerebbe in caso di guerra. Mentre il 5 dicembre, decine di migliaia di studenti tedeschi hanno scioperato rispetto alla reintroduzione della leva obbligatoria, approvata dal governo. Nel messaggio di papa Leone infine, c’è anche un forte richiamo all’impegno non usare le religioni ai fini della promozione di una cultura bellicistica e delle politiche del riarmo: “È questo un servizio fondamentale che le religioni devono rendere all’umanità sofferente, vigilando sul crescente tentativo di trasformare in armi persino i pensieri e le parole. Le grandi tradizioni spirituali, così come il retto uso della ragione, ci fanno andare oltre i legami di sangue o etnici, oltre quelle fratellanze che riconoscono solo chi è simile e respingono chi è diverso. Oggi vediamo come questo non sia scontato. Purtroppo, fa sempre più parte del panorama contemporaneo trascinare le parole della fede nel combattimento politico, benedire il nazionalismo e giustificare religiosamente la violenza e la lotta armata. I credenti devono smentire attivamente, anzitutto con la vita, queste forme di blasfemia che oscurano il Nome Santo di Dio”. Usando un termine quasi preconciliare, si potrebbe prefigurare una “scomunica” degli attuali governanti delle post democrazie occidentali, compresa quella italiana. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Se Leone diserta il riarmo proviene da Comune-info.
Resistenza armata e nonviolenta, strategie di liberazione
L’approccio da cui partire deve essere rigorosamente laico e non moralista. La questione non è stabilire ciò che è giusto o sbagliato in astratto, ma rispondere a una domanda concreta: qual è la strategia di liberazione più efficace? Violenza o nonviolenza? La mia risposta è netta: l’unica strategia che storicamente funziona è quella della liberazione attraverso tecniche nonviolente. Questa affermazione si fonda su diverse ragioni. In primo luogo, se guardiamo alla teoria dei giochi, e in particolare al dilemma del prigioniero, emerge chiaramente che l’uso della forza è razionale solo in un caso estremo: quando si è in grado di distruggere completamente l’avversario con la prima mossa. In qualsiasi altro scenario, essere i primi a colpire genera costi insopportabili e una spirale di ritorsioni che peggiora la situazione iniziale. In secondo luogo, le strategie nonviolente mostrano una superiorità strutturale. Esse richiedono una leadership molto forte e un controllo rigoroso dei comportamenti collettivi, mentre le strategie violente possono essere portate avanti anche da piccoli gruppi armati e determinati, spesso privi di un reale consenso popolare. Questo è al tempo stesso un limite e una debolezza della nonviolenza: funziona solo quando coinvolge grandi moltitudini capaci di disciplina e partecipazione. Tuttavia, è proprio questa caratteristica che la rende politicamente trasformativa. Non è un caso che nella storia del movimento operaio e dei movimenti di resistenza l’idea di prendere il potere sia stata legata allo sciopero generale, alla manifestazione di massa, alla non collaborazione civile. Al contrario, la presa del potere attraverso le armi ha un costo politico altissimo: promuove all’interno del movimento rivoluzionario la componente più combattiva e spesso più brutale della popolazione e impone pratiche di segretezza, controllo dell’informazione e gerarchizzazione che tendono a riprodursi anche dopo il raggiungimento degli obiettivi, dando origine a regimi autoritari di tipo militare. C’è poi un altro elemento decisivo: la dipendenza esterna. La resistenza armata vive delle armi e delle munizioni fornite da altri e finisce quasi sempre per diventare uno strumento di interessi che non coincidono con quelli della popolazione che dice di rappresentare. La storia è piena di esempi: dall’IRA, utilizzata in funzione anti-britannica da interessi americani, ai gruppi armati italiani degli anni Settanta, facilmente infiltrati da mafie e reti criminali proprio attraverso i canali di approvvigionamento delle armi, fino a molti movimenti rivoluzionari subordinati a potenze straniere. Le poche eccezioni – come Cuba o la Resistenza italiana – confermano la regola, e anche lì la dimensione militare è sempre rimasta subordinata a quella politica. In particolare, la lotta partigiana italiana va compresa come un momento interno a una più ampia insurrezione popolare contro la guerra, centrata sul rifiuto della leva, sullo scioglimento del vincolo di fedeltà e sul “tornare a casa”. Fenomeni analoghi di rifiuto della leva si sono verificati anche in Sicilia sotto l’occupazione alleata, così come nell’Italia post-unitaria tra Ottocento e primo Novecento. Questo dimostra che la disobbedienza di massa è una forza storica ben più stabile della violenza organizzata. La lotta armata, inoltre, richiede un controllo estremo e un riconoscimento internazionale, ed è estremamente fragile: basta un attentato o un’azione di sabotaggio da parte di gruppi che hanno interesse a prolungare il conflitto per far saltare qualsiasi tregua. È facilissimo iniziare una guerra, ma è difficilissimo finirla, soprattutto nel caso delle guerre civili. Le strategie nonviolente funzionano particolarmente bene quando non prevale la dimensione nazionalistica, ma quella dei diritti civili. Il Sudafrica è un esempio emblematico: non si trattava di cacciare un colonizzatore, ma di trasformare uno Stato razzista in uno Stato multietnico fondato sulla cittadinanza. Anche in Palestina, la fase più efficace della resistenza fu quella nonviolenta guidata dal Mufti di Gerusalemme Hussein, basata su scioperi, manifestazioni e boicottaggi. Questa strategia riuscì a bloccare l’immigrazione ebraica durante il Mandato britannico e portò alla pubblicazione del Libro Bianco, che riconosceva la titolarità araba di tutte le terre arabe, in coerenza con gli impegni presi nel 1916 dagli inglesi col carteggio McMahon-Hussein bin Ali sheriff della Mecca. A rafforzare l’argomento vi è anche una considerazione antropologica: gli esseri umani sono naturalmente più inclini alla cooperazione che alla competizione, come dimostrano sia la presenza dei neuroni specchio sia episodi storici come la tregua di Natale nelle trincee della Prima guerra mondiale. Gli eserciti, al contrario, tendono a dissolversi alla prova dei fatti: dall’8 settembre 1943 in Italia, all’esercito afghano addestrato per anni dagli occidentali e collassato in pochi giorni, fino a numerosi esempi africani. Dove circolano molte armi, finiscono quasi sempre nelle mani dei soggetti più pericolosi per la società. Gli eserciti permanenti, del resto, sono una novità del Novecento e storicamente sono stati strumenti di oppressione interna e di colpi di Stato. Non è un caso che alcuni Paesi abbiano scelto di non averli o di ridurli al minimo, come la Costa Rica o la Tunisia di Bourguiba. Il benessere delle popolazioni cresce dove ci sono meno armi e meno forze armate, non il contrario. La pace si costruisce sciogliendo gli eserciti dopo i trattati di pace, non mantenendo una pace armata permanente. La Guerra fredda, inventata politicamente da Churchill per giustificare la permanenza delle truppe usa in Europa e rinviare la dissoluzione dell’impero sancita dalla carta atlantica nel ‘41, ha consegnato il potere mondiale al complesso militare-industriale americano riducendo drasticamente le reali prospettive di pace nel mondo (parola di Eisenhower). In conclusione, la storia mostra con chiarezza che la nonviolenza non è una scelta morale debole, ma una strategia politica più efficace, più stabile e meno distruttiva. La violenza, al contrario, genera dipendenza, autoritarismo e riproduzione del conflitto. Per questo, se l’obiettivo è una liberazione duratura, la strada obbligata passa dalla Nonviolenza. Carlo Volpi Redazione Italia
Non un eroe. Non perché musulmano. Non perché siriano
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Ahmed Al Ahmed, con un gesto rischioso ma che istintivamente qualsiasi essere umano potrebbe comprendere, sentire e mettere in atto nella stessa maniera, ha bloccato, a mani nude, uno dei terroristi armato di fucile che ha ucciso decine di persone durante la festa ebraica dell’Hanukkah, a Bondi Beach e, senza torcergli un capello, ha poi atteso che intervenisse la polizia australiana, non prima di essere stato egli stesso ferito, forse dal secondo terrorista. Che errore giustapporre a un gesto dettato dal sentimento universale di umanità – sottolineato anche dai genitori di Ahmed – gli aggettivi musulmano, siriano, mediorientale e via dicendo. Se Al Ahmed fosse stato un non credente, oppure, che so, un animista nessuno lo avrebbe sottolineato. E nemmeno avrebbe messo in rilievo, in primo piano, la sua origine se fosse stato di pelle bianca. In questo modo non solo si distorce la spinta autentica che ha dato luogo al suo agire ma si da legittimità al modo di pensare, razzista e discriminatorio, di chi è convinto che il credo religioso o l’appartenenza a un popolo, il colore della pelle, possano essere di per sé origine di abiezioni, fucine di “male” oppure di privilegi, di qualità e virtù superiori. Infine un coro pressoché unanime lo ha definito eroe. Non verrà mai abbastanza presto il giorno in cui la parola eroe avrà senso e significato esclusivamente nell’ambito mitologico e nelle sue derivate simboliche artistico-letterarie. Al Ahmed ha fatto la cosa giusta, ha scelto di proteggere e difendere persone in pericolo. Un gesto rischioso – certo! – coraggioso. Ma il coraggio, contrariamente a quanto pensava Manzoni, proprio per la radice del suo etimo, quel richiamo al cuore, che infonde vita in ogni essere animato, è prerogativa che appartiene, ed è contenuta, nelle possibilità di ogni essere umano, non solo di qualcuno. Insistere nel denominare eroi persone che si sono comportate come Al Ahmed significa assegnare loro una prerogativa di eccezionalità e, contestualmente e conseguentemente, dare per scontato che la stragrande maggioranza delle persone non sarebbe in grado di agire nella medesima maniera. Un modo di pensare dalle conseguenze politiche ed etiche devastanti, inserito anch’esso nel filone di pensiero biopolitico discriminatorio, essenzialmente razzista, che assegna e gerarchizza capacità e limiti d’azione, rendendole sostanzialmente immutabili, per ogni essere umano. Ahmed Al Ahmed ha messo in atto un gesto di protezione e difesa nonviolenta com’è accaduto innumerevoli volte nella storia, in ogni parte del globo, quando c’è stato da lottare, da difendere, principi di giustizia, di umanità, di salvaguardia della dignità, della vita e della libertà di ogni uomo e ogni donna. Faremmo bene a ricordarci sempre, solo per fare un esempio che riguarda la nostra storia, che centinaia di migliaia di partigian3 e resistenti hanno dato un contributo primario e fondamentale, lottando senz’armi, a rischio altissimo e quotidiano per la propria vita, al crollo del regime nazifascista nel nostro paese. Così come l’azione e la lotta nonviolenta sono state motore di liberazione da fascismi, colonialismi, dittature e regimi repressivi in ogni parte del mondo, soprattutto dal Novecento ad oggi. Gli eroi non esistono. Esiste chi lotta. Ognunə può farlo. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Non un eroe. Non perché musulmano. Non perché siriano proviene da Comune-info.
Per un’altra radicalità
UN PENSIERO CRITICO CHE NON SIA ACCOMPAGNATO DALLA COSTANTE AUTOCRITICA, PER QUANTO DIFFICILE QUESTA POSSA ESSERE, È LIMITATO, FALSO, CERTAMENTE FUTILE. EPPURE, IN TANTI PEZZI DI SOCIETÀ IN MOVIMENTO L’AUTOCRITICA È MARGINALE OPPURE NON È APERTA, COME SE CI FOSSE UN ONORE DA DIFENDERE. RIUSCIAMO A RICONOSCERE E METTERE IN DISCUSSIONE I MODELLI GERARCHICI E LE DINAMICHE CHE PRODUCONO CONFORMISMO NEI MOVIMENTI CHE SI BATTONO AD ESEMPIO CONTRO LA GUERRA, IL GENOCIDIO IN PALESTINA, IL DOMINIO DEL PATRIARCATO? SIAMO CAPACI DI NON “ROMANTICIZZARE” LE POSIZIONI DEGLI OPPRESSI? COME POSSIAMO TOGLIERE DI MEZZO QUELLA RADICALITÀ PATERNALISTICA CHE SI APPROPRIA DELLE VISIONI DEL MONDO DI COLORO CHE SONO IN BASSO E QUEL LINGUAGGIO MILITARISTA CHE CONTINUA AD ATTRAVERSARE DIVERSI MOVIMENTI? NELLE PRATICHE DI TRASFORMAZIONE SOCIALE, MEZZI E FINI VANNO SEPARATI? ABBIAMO DAVVERO BISOGNO DI FARE RIFERIMENTO A CONCETTI COME PATRIA, MARTIRI E POPOLO PER SOLIDARIZZARE CON CHI RESISTE E SI OPPONE AL COLONIALISMO? DA SEMPRE ATTENTO AI TEMI DELLA NONVIOLENZA E PROMOTORE CON ALTRI DELLA RETE MASCHILE PLURALE, STEFANO CICCONE IN QUESTO ARTICOLO PROVA AD ALLARGARE UNA DISCUSSIONE SULLA POSSIBILITÀ DI COSTRUIRE PROPRIO IN QUESTO TEMPO CAOTICO PRATICHE POLITICHE SEMPRE MENO COLONIZZATE DALL’IMMAGINARIO PATRIARCALE -------------------------------------------------------------------------------- È possibile costruire pratiche politiche che non siano colonizzate dall’immaginario patriarcale? È possibile una politica che non accantoni o rimuova una domanda radicale di libertà e resti coerente nella critica di linguaggi, rappresentazioni e ruoli stereotipati di genere? Una politica trasformativa che non voglia separarsi dalla vita, richiede un continuo esercizio di svelamento delle dinamiche di potere, delle regole invisibili che plasmano gli spazi sociali e i soggetti che li abitano. È evidente che le forme di lotta, il linguaggio, i modelli organizzativi, i modi di vivere i conflitti non sono neutri. Non sono semplici “strumenti” a nostro servizio. Come maschio ho imparato a riconoscere come ci si può trovare a riprodurre modelli gerarchici, dinamiche che producono conformismo e omologazione anche partecipando a movimenti che si battono contro il dominio e l’oppressione. Queste dinamiche sono strettamente legate a un immaginario, a un simbolico e a un linguaggio patriarcale.1 “Essere” altro, non farsi colonizzare dal simbolico patriarcale Spesso le “invenzioni” che creiamo collettivamente vengono risucchiate all’indietro dalla capacità attrattiva di un immaginario potente perché egemonico, pervasivo, naturalizzato. Il simbolico patriarcale, l’immaginario fallico segnano lo spazio sociale e si riproducono continuamente, colonizzando e trasformando anche linguaggi e forme di lotta dei movimenti che si pongono in una critica radicale dell’ordine sociale. Il fazzoletto usato dalle donne sudamericane contro la violenza maschile reinventava il fazzoletto tradizionale recando il nome delle donne uccise2. Nelle manifestazioni promosse da Non una di meno nelle nostre città il fazzoletto viene usato, da una parte del movimento contro la violenza, per manifestare col volto coperto, proponendo una continuità con un immaginario che torna anche in alcuni slogan in cui, per esprimere la radicalità di una lotta, si subisce la metafora della violenza politica. Le tute bianche, nate in Italia per simboleggiare l’invisibilità del lavoro precario, divennero una “uniforme” in piazza, l’uso di strumenti passivi di difesa si torsero nella grande manifestazione del 2001 a Genova contro il G8 fino a proporre l’immagine della “testuggine”, lo scontro simmetrico “scudi contro scudi” della polizia. In occasione di quella manifestazione le donne promotrici dell’iniziativa “punto G” aprivano una critica al linguaggio militarizzato che attraversava il movimento altermondialista3. “Ancora di più il movimento antiliberista deve, a nostro avviso sviluppare modalità altre di contromanifestazione,… in virtù di un antagonismo inedito, non subalterno alla logica dello scontro di piazza, e al ruolo a cui la violenza delle forze dell’ordine ha deciso di “inchiodare” il movimento … Ci rivolgiamo agli uomini del movimento perché finalmente vadano oltre il loro triste monotono insopportabile simbolico di guerra, che trasforma tutto in militare: l’amore diventa conquista, la scuola caserma, l’ospedale guardia e reparti, la politica, tattica strategia e schieramento. Monica Lanfranco, della rivista marea4 dieci anni dopo tornava a ricordarci, citando Audre Lorde, che Non si può smantellare la casa del padrone con gli attrezzi del padrone5. Ho citato due esperienze di mobilitazione plurali che considero preziose ma, per questo, ieri e oggi, ho provato a riflettere criticamente sulle loro forme. Oltre l’onore e il “patriottismo” di movimento Porre questi problemi, svelare queste contraddizioni vuol dire “attaccare” i movimenti? Anche qui dovremmo essere capaci di liberarci da riflessi condizionati che ci portano a “difendere l’onore” dei movimenti, a considerarli monoliti senza conflitti e differenze al loro interno e a riproporre in conclusione, la vecchia intimazione: “i panni sporchi si lavano in famiglia”. Contro chi occulta la violenza maschile per difendere “il buon nome della famiglia” alcune associazioni di uomini sono stati in piazza col flash mob: “I panni sporchi si lavano in pubblico”. Voglio avere questa libertà e questa responsabilità anche per le mie famiglie politiche, il centro sociale o l’associazione, per le comunità che agiscono conflitti nella società e che non sono “soggetti” omogenei ma devono riconoscere e legittimare pluralità e conflitti al loro interno. Se non sopporto la retorica patriottarda delle appartenenze non voglio nemmeno cedere al patriottismo di partito o di movimento. Dal femminismo, e poi nella pratica di Maschile Plurale, ho imparato a cercare sempre una pratica politica che non sovrapponga l’astrattezza dei soggetti collettivi alle vite singole, che non tradisca l’esigenza di partire da sé. Proprio in un testo sulle giornate di Genova scrivemmo, come uomini impegnati nel percorso di Maschile Plurale, che: “Nonviolenza è innanzitutto ampliamento del conflitto…oltre i luoghi tradizionali per leggerlo nella quotidianità, nelle relazioni interpersonali. Insomma la nonviolenza come scelta di radicalità estrema e intransigente che non mette da parte i rischi di subalternità, non rinvia la loro tematizzazione a dopo la risoluzione dei “conflitti principali”. Perché ogni militarismo, dei potenti come degli oppressi, produce omologazione, lasciando i contendenti più simili di quanto non fossero prima dello scontro e azzerando le differenze e l’autonomia dei soggetti all’interno di ognuno degli schieramenti in lotta”. Per essere soggetti di trasformazione non possiamo pensarci innocenti ed estranei all’ordine di dominio che ci opprime e che al tempo stesso ha plasmato le nostre relazioni, i nostri desideri, i nostri linguaggi. Serve una tensione continua a essere altro da ciò che sottoponiamo a critica. Sandro Penna Scriveva: felice chi è diverso, essendo egli diverso, ma guai a chi è diverso essendo egli comune. Troppo spesso, però, confondiamo la “radicalità” col tagliare corto, e evitiamo di misurarci con la necessità di andare alla radice delle forme di disciplinamento e dominio che affrontiamo. Troppo spesso ci diciamo che ci sono cose più urgenti che ragionare su come ci esprimiamo, come ci organizziamo. Ma ogni volta che lo facciamo scopriamo che le radici della violenza, del dominio sono molto prossime a noi. Richiamare l’attenzione su questo non vuol dire “attardarsi” su richiami pedanti, e tantomeno attentare all’”onore” delle nostre esperienze collettive, ma avere uno sguardo esigente e sulle nostre pratiche e le nostre culture condivise. La critica alle forme e ai linguaggi assunti dai movimenti di critica dell’esistente (e dunque il richiamo a non essere anch’essi riproduttori dell’ordine simbolico esistente) genera spesso dei fraintendimenti. Nei mesi scorsi avevo incontrato degli studenti che avevano avviato un percorso maschile di critica alla cultura patriarcale. Alcuni di loro, poi, hanno proposto il testo “la nonviolenza è patriarcale”, diffuso sul web col desiderio di tenere insieme un posizionamento antisessista e l’aspirazione a una “radicalità” non “annacquata” dalla “predica nonviolenta”. Di seguito alcuni brani: Se prendiamo questa filosofia al di fuori del panorama politico impersonale e la inseriamo in un contesto più realistico, la nonviolenza implicherebbe l’immoralità da parte di una donna di difendersi da un aggressore o di imparare l’autodifesa. Implicherebbe che per una moglie abusata sia meglio trasferirsi piuttosto che radunare un gruppo di donne per picchiare e cacciare il marito abusante. La nonviolenza sottolinea quindi che sia meglio che qualcun3 si lasci stuprare piuttosto che conficcare una matita nella giugulare del suo violentatore (perché fare ciò contribuirebbe ad incoraggiare future molestie). Il pacifismo non risuona nella quotidianità delle persone, a meno che queste non vivano in qualche stravagante bolla di tranquillità da cui tutte le forme di violenza reattiva pandemica della civiltà siano state scacciate dalla violenza sistemica e meno visibile delle forze di polizia e dei militari.6 Andiamo fuori strada se affrontiamo il problema come questione morale e non come questione politica. Il tema non è come giudichiamo moralmente una donna che reagisca a una violenza (inutile dire che fa bene a farlo, ma quante volte in tribunale si è colpevolizzata la donna che non ha reagito?) ma come costruiamo una pratica politica trasformativa contro la violenza di genere che, peraltro, è banalizzante ridurre alla sola violenza fisica. Proprio se affrontiamo la violenza maschile contro le donne come questione politica il ricorso alla violenza di autodifesa mostra la sua ambiguità perché riprivatizza il problema della violenza che il femminismo ha politicizzato. Il fenomeno della violenza di genere è riducibile alla singola aggressione a cui rispondere o riguarda un sistema di relazioni di potere che struttura lo spazio sociale? E la risposta alla violenza è meramente “repressiva”? (delegata al gruppo solidale o allo Stato poco cambia). La soluzione si riduce a un gruppo di donne che caccia il nemico abusante? Si può rimuovere il contesto sociale in cui la violenza è agita? Come affrontare la trama di condizionamenti, rappresentazioni, ruoli che segnano lo spazio sociale e che preparano, giustificano e occultano le relazioni di potere che sono alla base della violenza? Si possono rimuovere i vincoli economici e sociali che condizionano la libertà delle donne prima del confronto fisico? E cosa frena la reazione di una donna? Il giudizio morale sulla sua eventuale difesa da un’aggressione o la dipendenza economica, l’isolamento, la paura di perdere i figli, il mito sociale della famiglia? Analogamente, chi è che ha un’idea di libertà che non includa l’abilità delle donne di difendersi? Per poter rispondere alla presunzione secondo la quale le donne possano essere protette solo da grosse strutture sociali, l’attivista Sue Daniels ci ricorda che “Una donna può combattere un aggressore da sola… non è una questione di forza – ma di preparazione”. Paradossalmente è proprio la destra a offuscare la dimensione culturale della violenza e ridurre la risposta alla violenza a “autodifesa” diffondendo spray urticanti e corsi di arti marziali. Per non parlare del diritto all’autodifesa personale che, negli Usa, legittima la diffusione pervasiva delle armi da fuoco. In effetti: perché doversi affidare a una matita e non suggerire alle donne di girare armate? È il nostro modello di società? Uccidere un poliziotto che ha violentato transgender che vivevano di prostituzione; dare fuoco all’ufficio di una rivista che vende consapevolmente standard di bellezza che incoraggiano la bulimia e l’anoressia; rapire il presidente di una compagnia che gestisce traffico di donne: nessuna di queste azioni ostacolano la costruzione di una società giusta7. Dare fuoco a una rivista, o alle sedi di Provita, come ho sentito in uno slogan su cui ho espresso pubblicamente la mia critica, è una risposta all’altezza della sfida o si “accontenta” di un gesto che appare parte di una “guerra privata” che non chiama in causa il senso comune, il discorso pubblico, la libertà di chi non è coinvolt* in quell’azione? È più radicale o subalterno? Le trappole del fantasma della docilità femminile Il desiderio di contrastare la rappresentazione della “docilità” femminile può portare a non tener conto della potenza simbolica della violenza. Nel caso di uno stupro o di altre forme di molestia contro le donne, la nonviolenza implica le stesse lezioni che il patriarcato ha insegnato per millenni: elogiare la passività, il “porgere l’altra guancia”, una “sofferenza dignitosa” fra l3 oppress3… Dal momento che il patriarcato descrive una violenza unilaterale da parte degli uomini, le donne interrompono questa dinamica re-imparando la loro inclinazione alla violenza.8 Nel volume collettivo Sensibili guerriere, curato da Federica Giardini, ad esempio, emergono le tante trappole nella fuga dal fantasma della docilità femminile e i rischi di subalternità a un linguaggio e a un simbolico che conosco bene e di cui riconosco il segno patriarcale: [Nello scontro di piazza] Si comprende il proprio valore per la sopravvivenza del gruppo, si sa che se una maglia della catena cede crolla tutta la struttura e che, se hai scelto di essere una maglia, non puoi più tirarti indietro […] L’adrenalina e l’estasi di fronte a una massa che ti corre alle spalle, il senso di comunità, di fratellanza, di sicurezza (sembra assurdo) e il desiderio di e il desiderio di rivendicazione non si possono imparare. Come maschio conosco bene l’adrenalina, l’emozione per il gesto del lancio della bottiglia contro i blindati, la sfida scudi contro scudi, e so quanto sia emblematica di una subalternità simbolica a un’idea povera di conflitto e di potere. Conosco il richiamo del modello eroico del guerrigliero, la seduttività del capo carismatico che sta al vertice di un sistema di organizzazione collettiva “alternativa” ma finisce per essere comunque capo-branco. Se quando parliamo di violenza di genere critichiamo la moda di ragazze e ragazzi di dimostrarsi l’amore legando lucchetti alle catene con i nomi della coppia, possiamo chiedere alle persone di essere “maglie di una catena” o i nostri movimenti devono costruire relazioni libere e solidali? Insomma: troppo spesso affermazioni apparentemente “radicali” portano con sé la rinuncia alla radicalità. Se l’indignazione morale sostituisce l’analisi È il caso, ad esempio, della frase: “tutte le forme di violenza vanno condannate”. Ovvio. Ma questa affermazione, apparentemente radicale, finisce per fermarsi a “condannare” tutte le violenze, occultando però le radici culturali e sociali di questa specifica forma di violenza. Una semplificazione che la destra usa per ribaltare il senso di questa condanna: “anche la violenza contro gli uomini va condannata”, fino a promuovere un centro per “uomini maltrattati” a Roma. Uomini che subirebbero violenza dalle donne. Si tratta, evidentemente, di una distorsione retorica: chi costruisce iniziative di contrasto ai femminicidi e alla violenza maschile contro le donne non lo fa perché “considera più grave la violenza in base a chi la subisce”, ma perché riconosce un fenomeno sociale specifico che è la violenza determinata da una cultura, da ruoli e modelli di genere. Ogni volta dobbiamo ripetere che se una donna viene uccisa per rapinarla non si tratta di un femminicidio. Così quando discutemmo della legge Zan sulla violenza omofoba, misogina, o transfobica non indicavamo, come si obiettò, “categorie” di persone più meritevoli di protezione, ma un sistema che genera queste violenze e che, ad esempio, connette la violenza omofoba a quella misogina.9 Il disprezzo e l’irrisione per la “checca” è verso un uomo “effemminato”, che ostenta i vizi che sanciscono l’inferiorità femminile: l’eccessiva sensibilità, la voce querula priva di autorità, l’emotività. L’omosessuale è posto nella condizione “degradante” della passività, di chi “subisce” la penetrazione che produce e conferma la complementarietà gerarchica tra uomini e donne. Ma il gesto del dito medio usato nei cortei, indistinguibile dai litigi ai semafori, non fa ricorso alla penetrazione come atto di dominio? Proprio i litigi ai semafori mostrano che la cultura patriarcale genera violenza tra uomini. Violenza per difendere il proprio onore, per confermare la propria virilità o per imporla come modello… Ricordare che “l’ordine patriarcale” genera violenza anche tra uomini non sollecita (c’è bisogno di spiegarlo?) compassione verso gli uomini, rimuovendo le differenze di potere e privilegio, ma evidenzia come questo ordine pervada tutte le relazioni e gli spazi sociali. Per produrre una critica (e dunque una pratica trasformativa) più radicale a quest’ordine. La responsabilità del posizionamento non diventi autoreferenzialità Abbiamo collocazioni diverse nell’ordine di genere, ma se ne riconosciamo il carattere pervasivo, se siamo in grado di vedere che agisce non solo attraverso la mera oppressione, se ne riconosciamo la capacità “egemonica” di colonizzare i nostri sguardi, i nostri desideri, l’esperienza che facciamo nei/dei nostri corpi, dobbiamo provare a costruire pratiche e relazioni (politiche) in grado di affrontare questa complessità. Avere uno “sguardo situato”, consapevole della propria parzialità, non può voler dire rassegnarsi a posizioni autoreferenziali e reciprocamente indifferenti tra soggettività con diverse posizioni nell’ordine di genere. Deve, al contrario, promuovere relazioni reciprocamente trasformative, di ascolto e di interrogazione tra soggettività diverse. Questa frase può apparire involuta, ma racconta di contraddizioni molto concrete che abbiamo incontrato anche recentemente nel dibattito pubblico. Prendo ad esempio un articolo comparso sulla newsletter Bolena dal titolo “Perché gli uomini non possono essere femministi”10 che parte proprio dalla citazione di Haraway sui “saperi situati” per cui “ogni conoscenza nasce da una posizione specifica nel mondo: un corpo, un luogo sociale, una storia, un insieme di vincoli e possibilità”, per dire che chi ha una collocazione di privilegio non può essere parte di un processo trasformativo. La socializzazione maschile non è un tratto individuale modificabile a piacere perché è una struttura incorporata. Voglio essere chiara, non è ipocrisia individuale, ma un problema di posizione sociale e di habitus incorporato, nel senso in cui lo intende Pierre Bourdieu: “gli individui tendono a replicare, anche nei contesti più progressisti, le strutture di potere interiorizzate nel corso della vita”. I gruppi marginalizzati producono forme di sapere più capaci di identificare le gerarchie di potere, proprio perché le subiscono. Questo sapere non può essere replicato da chi occupa il polo dominante. Ma, dice Bourdieu, anche la socializzazione femminile è una struttura incorporata. Anzi l’incorporazione è soprattutto un atto di dominio che segna i dominati. Anche quando sembra fondato sulla forza nuda, quella delle armi, o del denaro… il riconoscimento del dominio presuppone sempre un atto di conoscenza […] è l’effetto di un potere, inscritto durevolmente nel corpo dei dominati sotto forma di schemi di percezioni e di disposizioni (ad ammirare, rispettare, amare) che rendono sensibili a certe manifestazioni del potere. Questa “violenza simbolica” apre, per Bourdieu uno spazio per una “lotta cognitiva sul senso delle cose del mondo e in particolare delle realtà sessuali e una possibilità di resistenza contro l’effetto dell’imposizione simbolica”. E proprio Donna Haraway, che ha proposto la nozione di “saperi situati”, osserva che: “nel femminismo molte correnti cercano di teorizzare le ragioni per considerare particolarmente affidabili i punti di vista di chi è soggiogato; ci sono buoni motivi per ritenere che la visuale è migliore sotto le brillanti piattaforme spaziali dei potenti […] acquisire la capacità di vedere dalle periferie e dal profondo offre certi vantaggi. Ma presenta il serio pericolo di romanticizzare e/o di appropriarsi della visione dei meno potenti mentre si afferma di vedere dalla loro posizione. Le posizioni dei soggiogati non sono esenti da revisione critica, decodifica, decostruzione e interpretazione; cioè da indagini semiologiche ed ermeneutiche. Le posizioni dei soggiogati non sono innocenti. Il rischio che Haraway indica e cioè quello di “romanticizzare” le posizioni degli oppressi e appropriarsi della loro visione riguarda proprio una radicalità che finisce col risultare paternalistica. Quando l’anticolonialismo diventa coloniale In questi mesi ci siamo trovati a vivere l’angoscia per le immagini del genocidio a Gaza e a costruire mobilitazioni contro la complicità dei governi occidentali alla violenza israeliana. Le timidezze, i ritardi, quando non le ambiguità, delle grandi organizzazioni che tradizionalmente hanno rappresentato l’ossatura delle mobilitazioni contro la guerra, e che avrebbero potuto offrire a questa mobilitazione una memoria e una cultura alternativa alla guerra, hanno lasciato il campo ad organizzazioni portatrici di culture minoritarie che hanno condizionato lo sviluppo. In questi mesi mi sono trovato più volte a discutere una malintesa idea di “radicalità” che ha portato a proporre parole d’ordine semplificate quando non ambigue che hanno prestato il fianco a quanti volevano liquidare questa mobilitazione come filo Hamas. Possiamo sostenere la lotta anticoloniale di liberazione dei palestinesi senza considerare “il popolo palestinese” un tutt’uno, unito nella condizione di vittima e identificato in una identità nazionale omogenea che critichiamo quando parliamo della nostra appartenenza? La patria che abbiamo messo in discussione contrastando le retoriche identitarie della nostra destra, può rientrare dalla finestra quando contrastiamo l’oppressione coloniale? Abbiamo bisogno di fare riferimento a concetti come patria, martiri e popolo per solidarizzare con chi resiste e si oppone al colonialismo? Proprio da un giovane ricercatore di Gaza arriva una risposta a questa retorica: Le lacrime degli uomini di Gaza sono un atto di ribellione11: “Nonostante l’intenzionale disumanizzazione del nostro popolo e l’emarginazione dei nostri uomini, Gaza sta dando alla luce un nuovo tipo di mascolinità — basato non sul militarismo o sullo stoicismo, ma sulla chiarezza morale e sulla dignità, anche nella fame. Mostrando ai propri figli il dolore, la paura e la dolcezza, questi padri stanno dimostrando una forza autentica. Le nostre lacrime non sono un segno di debolezza, ma un atto di ribellione in un mondo che cerca di schiacciare la nostra umanità. Le nostre emozioni, e la nostra volontà di non diventare insensibili a questo dolore, sono una forma di resistenza. Questi momenti rivelano qualcosa che raramente appare nella copertura mediatica internazionale: dietro le immagini di militanti o di vittime coperte di polvere, ci sono uomini intrappolati tra un genocidio in corso e il peso di sostenere una concezione ereditata della mascolinità”. I media globali spesso appiattiscono gli uomini palestinesi in archetipi — minacce o statistiche — privandoci della nostra complessità e umanità. Per sostenere “la resistenza palestinese” dobbiamo rimuovere le scelte diverse e le diverse culture che la attraversano? Possiamo dire che c’è differenza tra una componente laica, progressista e nonviolenta e una componente militarista confessionale e rigidamente gerarchica? Ma, si dice: noi non possiamo giudicare chi si batte in quelle condizioni, dobbiamo dare loro il nostro sostegno. Ma il nostro è un sostegno umanitario o è il riconoscimento di un’interlocuzione politica? Se quella lotta parla anche di noi e dell’ordine internazionale dobbiamo anche discutere delle scelte politiche e delle loro implicazioni? Anche qui è evidente il rischio di “romanticizzare” le posizioni degli oppressi con uno sguardo paternalistico e coloniale, ma anche di esercitare la nostra comoda intransigenza sulla pelle dei e delle palestinesi. Un po’ come, se il paragone non è troppo urticante, chi incita “l’eroica resistenza” contro l’invasione russa, fino all’ultimo ucraino. Come costruire relazioni, politiche, umane, trasformative, e reciprocamente trasformative, tra soggetti che hanno differenti collocazioni nelle intersezioni tra poteri e sistemi di esclusione e oppressione? È possibile aprire uno spazio di confronto, proporre riflessioni, anche lavoro di ricerca personale di revisione critica, decodifica, decostruzione e interpretazione delle pratiche prodotte da soggetti oppressi, stigmatizzati o inferiorizzati? Pensiamo anche al lavoro teorico che mette in discussione saperi consolidati, alle attività di ricerca che si sviluppano nelle università, alle pratiche di solidarietà. Richiamare alla responsabilità di riconoscere e dichiarare il proprio punto di vista, la propria collocazione in una rete di poteri, privilegi e relazioni è il contrario di una visione di esperienze autoreferenziali, indicibili che preclude ogni ascolto, ogni interrogazione, ogni potenzialità trasformativa delle relazioni e delle pratiche sociali. È possibile una pratica maschile di critica del patriarcato? Negli ultimi tempi la scelta del centro antiviolenza Artemisia di Firenze di aprirsi alla partecipazione di uomini è stata l’occasione per l’emersione di una più generale diffidenza di una parte del femminismo verso un impegno maschile critico dell’ordine di genere. Non discuterò qui il tema specifica della partecipazione degli uomini all’attività dei centri ma di questa “diffidenza”. Negli ultimi anni si è sviluppato un nuovo fenomeno molto interessate che vede gruppi di uomini organizzare festival, workshop, incontri pubblici, podcast, percorsi di autocoscienza maschile per “decostruire la mascolinità tossica”. Sono realtà che in buona fede approcciano il tema da questo punto di vista, spinte da grandi intenzioni, per questo è molto difficile criticizzarle perché solo per il fatto di porsi un dubbio pretendono riconoscimento e gli viene spesso conferito. Anche questo non è nulla di diverso dalla proiezione, diciamo dall’estensione, del sistema di privilegio in cui il maschile nasce-cresce-vive nel nostro contesto sociale. La decostruzione diventa performance… Quando uomini si riuniscono per raccontare pubblicamente come stanno “lavorando su sé stessi”, il rischio è che la decostruzione diventi un palcoscenico, e non un processo. La vulnerabilità maschile esibita può diventare una forma di capitalizzazione morale, cioè più mostro la mia fragilità, più appaio progressista... Invece di favorire una riflessione critica, questi movimenti rischiano di fare della mascolinità un nuovo oggetto culturale da raccontare, celebrare, indagare, trasformando gli uomini in esperti di sé stessi. In questo modo, la parola maschile torna a essere centrale anche nella discussione su ciò che il femminismo dovrebbe cambiare.12 Questa critica ha molti elementi di verità, soprattutto nella rappresentazione mediatica che spettacolarizza e consuma. Ma possiamo dedurre da ciò una “impossibilità” di una pratica maschile “antipatriarcale”? Rosi Braidotti osserva che, “mancando loro la mancanza, non sono in grado di partecipare al grande fermento di idee che sta scuotendo la cultura occidentale: deve essere davvero penoso non avere altra opzione che quella di essere il referente empirico dell’oppressore storico delle donne, e di essere chiamati a rispondere delle sue atrocità”. E Mario Mieli, riferimento storico del movimento omosessuale italiano, affermava che “Non c’è soggettività(rivoluzionaria) senza (la condizione di) soggezione” Teresa de Lauretis introducendo la nuova edizione del libro di Mieli osserva: Mario non ha avuto il tempo di confrontarsi con il pensiero foucaultiano per vedere come il desiderio non venga solo represso, ma anche costruito socialmente, e come questa sia una forma di dominio13. Questa “diffidenza” peraltro comprensibile, verso le pratiche sociali maschili di critica al patriarcato, mi pare però dire agli uomini che non ha senso che mettano in discussione l’ordine patriarcale perché questo offre loro non solo privilegi materiali, ma una qualità piena della loro esperienza umana, delle loro relazioni, nella loro sessualità. Il discorso pubblico sulle maschilità stigmatizzate come l’omosessualità o marginalizzate, come gli immigrati e la loro rappresentazione autoriflessiva sono parte non solo di dispositivi tesi a ordinare gerarchicamente ma della costruzione di un più complesso sistema di disciplinamento. L’esperienza maschile è anch’essa un’esperienza alienata, colonizzata, schiacciata dal riferimento al simbolico fallico e della virilità? Perché, altrimenti, dovrebbero intraprendere un qualche cambiamento. Abbiamo, dunque, bisogno di pensare una forma più complessa di dominio e dunque inventare una forma più radicale e innovativa di critica del dominio. Connell, altro riferimento teorico della riflessione sul maschile resta in un modello tradizionale e, così, pensa impossibile questa pratica trasformativa. Le forme di politica radicale che più ci sono familiari si fondano su una mobilitazione della solidarietà intorno a un interesse comune. Ciò vale, per esempio per la politica della classe operaia, per i movimenti di liberazione nazionale, per il femminismo, e per il movimento di liberazione gay. Ma non può in alcun modo essere la forma primaria di una politica anti sessista maschile, perché il progetto di giustizia sociale nei rapporti tra i generi è diretto contro gli interessi che gli uomini hanno in comune, non a favore di essi. In generale, una politica antisessista è necessariamente una fonte di divisione fra gli uomini e non di solidarietà14. Ma il problema sta proprio nel restare alle forme di politica radicale che più ci sono familiari. Non solo l’aggregazione di una “categoria” attorno a un interesse comune contro un potere estraneo, non la mera inclusione o acquisizione (decisiva) di specifici diritti, ma la rottura di un dominio che ci attraversa e la trasformazione delle rappresentazioni, dei modelli che condizionano le nostre vite. In realtà anche il femminismo ha dovuto e voluto andare oltre la mera “solidarietà” tra donne e costruire, con l’autocoscienza, percorsi di rottura della propria internità all’ordine patriarcale. Ma quello che mi colpisce è più la postura difensiva di queste reazioni. Gli spazi non misti non sono una forma di esclusione, ma una pratica di protezione… Una nuova forma di occupazione del discorso femminista. Quando la decostruzione maschile viene posta al centro del discorso pubblico, il femminismo diventa sfondo, pretesto, cornice. La lotta delle donne smette di essere protagonista e diventa funzione del percorso di crescita maschile.15 Non sono io a dire cosa questo significhi o meno per le donne. So quello che ha prodotto per me. La pratica del separatismo ha prodotto uno sguardo sul mondo, una nuova soggettività, che hanno messo in discussione la naturalità delle forme di relazione e rappresentazione. Il femminismo ha posto a me, maschio eterosessuale, bianco, cis, abile, occidentale, la necessità di pensare la mia parzialità, di vedere la mia posizione di privilegio, ma anche di interrogare la miseria prodotta da questo privilegio. Ogni forma di inferiorizzazione, di stigma dell’altr* impone un disciplinamento a chi corrisponde, mai completamente alla norma. Il potere segna le relazioni, produce un’esperienza alienata del corpo dei dominanti, colonizza i nostri desideri, immiserisce la nostra socialità… Il fastidio verso l’impegno maschile nella critica all’ordine di genere E così, se gli uomini vogliono fare qualcosa possono: finanziare centri antiviolenza senza pretese di rappresentanza, fare lavoro operativo dietro le quinte, rispettare gli spazi non misti senza reclamarne l’accesso, sostenere la diffusione delle analisi femministe senza riformularle. Il ruolo degli uomini non è parlare del femminismo, ma sostenere chi parla dal femminismo. La trasformazione del maschile non avviene sul palco, ma nei contesti quotidiani in cui gli uomini parlano tra uomini: gruppi informali di amici, famiglia, luoghi di lavoro, sport e spogliatoi, contesti sociali dove si riproduce la violenza simbolica. Questa lettura esclude che un processo di cambiamento, consapevolezza e trasformazione maschile possa costruire percorsi politici collettivi. Quello che resta è una sorta di nuovo mecenatismo paternalistico senza confronto politico. Io non mi definisco “femminista” perché non intendo appropriarmi di una pratica che fa riferimento a una soggettività che non è la mia. Io provo a costruire un percorso maschile di trasformazione e di critica all’ordine patriarcale che parte dal disvelamento di questo ordine prodotto dal femminismo. Riconosco questo debito e questa asimmetria e mi pongo in relazione con i diversi femminismi né come “sostenitore”, né come ripetitore, allievo, o mero “alleato”. Non attendo né maternage, né legittimazioni né indicazioni. (“Il femminismo non può reggersi su un lavoro didattico verso gli uomini”16). Credo più utile chiedermi cosa posso portare della mia specifica e irriducibile esperienza nella relazione con diverse soggettività che pongono a critica l’ordine patriarcale. In fondo, in nome della radicalità, un femminismo antiessenzialista, rischia di cadere in un nuovo essenzialismo: Ci lasciamo invadere dalla speranza di una mascolinità diversa17. Una diversa mascolinità non è una speranza astratta, riguarda la qualità della mia vita. Tendo a diffidare del volontarismo degli uomini “buoni” e dell’autocommiserazione maschile. Riconoscere che l’esperienza maschile non è un destino legato all’esercizio del dominio, sperimentare altre forme di relazione, scoprire le potenzialità del corpo maschile oltre la gabbia del simbolico fallico che la riduce o a macchina o ad arma, riconoscere altre vite, altri desideri, altri corpi è per me l’occasione per ripensare il mio stare al mondo. Un percorso che non delego e per il quale non chiedo patenti. -------------------------------------------------------------------------------- 1 https://maschileplurale.it/news/set-2001-qla-nonviolenza-e-le-giornate-di-genovaq-di-sciccone-e-mcitoni/ 2 https://www.mimesis-scenari.it/2020/07/24/il-fazzoletto-verde-simbolo-della-lotta-femminista-in-argentina/a https://www.dinamopress.it/news/tre-colori-due-paesi-un-simbolo-panuelo-delle-donne-lottano/ 3 https://maschileplurale.it/news/mag-2001-qlontane-dai-militari-lontane-da-chi-li-imitaq-di-edeiana-lmenapace-mlanfranco-ibarbarossa-lguidetti/ 4 https://www.womenews.net/non-si-può-smantellare-la-casa-del-padrone-con-gli-attrezzi-del-padrone/ 5 Audre Lorde, Age, Race, Class and Sex: Women Redefining Difference, Copeland Colloquium, Amerst College, April 1980 Pubblicato in: Sister Outsider Crossing Press, California 1984 6 https://anarcoqueer.noblogs.org/files/2025/01/la-nonviolenza-e-patriarcale-Lettura.pdf 7 https://anarcoqueer.noblogs.org/files/2025/01/la-nonviolenza-e-patriarcale-Lettura.pdf 8 la-nonviolenza-e-patriarcale (cit) 9 https://www.editorialedomani.it/idee/commenti/legge-zan-i-diritti-e-la-liberta-o-sono-per-tutti-o-non-sono-av0pvoyv 10 EVASTAIZITTA NOV 20, 2025 11 Le lacrime degli uomini di Gaza sono un atto di ribellione pubblicato su +972Magazine da  A. J. il 30 giugno 2025 12 EVASTAIZITTA NOV 20, 2025 13 M. Mieli Elementi di critica omosessuale, Feltrinelli 2017 14 R. Connel. Maschilità. Identità e trasformazioni del maschio occidentale 1996 15 EVASTAIZITTA NOV 20, 2025 16 EVASTAIZITTA NOV 20, 2025 17 Idem -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Per un’altra radicalità proviene da Comune-info.
INNESCHI di pace in un tempo di guerra
Nonviolenza, diritti umani ed educazione al conflitto In un tempo storico segnato dalla moltiplicazione dei conflitti armati, dal riarmo globale e da attacchi eversivi alla democrazia e alle istituzioni internazionali, il convegno INNESCHI – 50 anni di obiezione e impegno per la pace, promosso dalla Comunità Papa Giovanni XXIII, ha rappresentato uno spazio prezioso di consapevolezza critica e rilancio dell’azione nonviolenta. Le due giornate di lavoro, svoltesi a Rimini il 12 e 13 dicembre, sono state attraversate da interventi intensi e puntuali, capaci di rilanciare un invito chiaro: rimboccarsi le maniche e mettersi al lavoro per difendere la pace, a partire dalle responsabilità individuali e collettive. Il linguaggio come strumento di trasformazione del conflitto Un filo conduttore ha attraversato molti interventi: il peso politico del linguaggio. Diversi relatori hanno messo in guardia dall’uso inflazionato e strumentale della parola “pace”, svuotata di significato e piegata a operazioni di facciata, come nel caso del premio FIFA a Donald Trump o del cosiddetto “accordo di pace” di Sharm el-Sheikh. La nonviolenza, al contrario, indica una pratica concreta e un metodo esigente di trasformazione personale e collettiva. In ambito educativo, Erika Degortes ha richiamato la necessità di distinguere tra conflitto e violenza: il primo è inevitabile, la seconda è una sua possibile conseguenza. Da qui il concetto di “igiene del conflitto”, ovvero la capacità di riconoscerlo e gestirlo con strumenti nonviolenti per impedirne l’escalation. Il riarmo come fallimento politico: cambiare il paradigma della “sicurezza” Nel suo intervento su Il riarmo in Italia e nel mondo, Giulio Marcon, portavoce della Campagna Sbilanciamoci, ha denunciato il riarmo come una scelta miope e pericolosa, che sottrae risorse alla vita delle persone e consolida un’economia di guerra sempre più strutturale. A questa analisi si è affiancato il contributo di Marco Mascia, professore di Relazioni Internazionali all’Università di Padova, titolare della Cattedra UNESCO “Diritti Umani, Democrazia e Pace” e presidente del Centro di Ateneo “Antonio Papisca”. Mascia ha delineato un quadro lucido e allarmante della situazione internazionale, indicando la necessità di un cambio radicale di paradigma: la vera sicurezza non nasce dalla corsa agli armamenti, ma da investimenti in istruzione, sanità, welfare e giustizia sociale. Senza diritti, non c’è sicurezza. Europa e Italia: sull’orlo del baratro Il contesto europeo appare sempre più segnato da una deriva militarista e da uno svuotamento delle istituzioni democratiche. Emblematica, in questo senso, la risoluzione ONU 2803 del novembre 2025, nota come “Piano Trump per Gaza”, che segnala una crisi profonda del multilateralismo e del ruolo dell’Unione Europea, sempre più distante dal proprio mandato fondativo di pace e diritti umani. In Italia, questa deriva si manifesta nella criminalizzazione del dissenso, nel DDL Sicurezza e in un uso sempre più distorto del linguaggio politico. Il dibattito sulla cosiddetta “leva volontaria” non è neutro: normalizza una cultura di guerra e prepara l’opinione pubblica all’idea del ritorno della leva militare. Il rischio è evidente: se oggi il diritto internazionale tace di fronte al genocidio di Gaza, domani potrebbe tacere anche davanti a forme di repressione a casa nostra. Alternative concrete: politiche di pace già esistenti Ricordando cinquant’anni di impegno per la pace, la Comunità Papa Giovanni XXIII ha rimesso al centro esperienze consolidate di difesa civile non armata: i Corpi Civili di Pace, Operazione Colomba e il progetto dei Caschi Bianchi, che formano mediatori e operatori capaci di intervenire professionalmente nei contesti di conflitto. Ampio spazio è stato dedicato alla pedagogia della pace e al protagonismo delle giovani generazioni, presenti e attive anche nei gruppi di lavoro. È emersa con forza la necessità di studiare e valorizzare esperienze positive e figure esemplari, spesso assenti dai percorsi educativi tradizionali. Per parlare di sfide attuali, Erika Degortes ha richiamato il Programma Savona (ampiamente applicato in Norvegia e che inizia a essere introdotto in Italia), una buona pratica come esempio di politiche pubbliche orientate alla prevenzione dei conflitti. Le alternative esistono già: occorre renderle centrali nelle agende politiche italiane, nelle università e nelle scuole di ogni ordine e grado. Daniele Taurino, presidente dell’European Bureau for Conscientious Objection, ha ricordato la cultura della diserzione come pratica politica necessaria: la nonviolenza non è neutralità, ma rifiuto attivo di collaborare con il sistema di guerra. Anche oggi è possibile un gesto concreto: iscriversi alle liste di leva e dichiarare l’obiezione di coscienza. Da qui la proposta di un Ministero della Pace, capace di coordinare educazione alla pace, prevenzione dei conflitti, diplomazia dal basso e difesa civile non armata, spostando risorse e visione dalla guerra alla pace. Le vie della nonviolenza sono infinite A conclusione della due giorni, una consapevolezza condivisa: la situazione internazionale è gravissima, ma non è tempo di rassegnazione. È tempo di agire. Uscire dal baratro significa costruire una cultura di pace disarmata e disarmante (v. nota pastorale), superando le logiche divisive e dando vita a inneschi, alleanze e collaborazioni. Significa aprirsi a soluzioni che oggi non riusciamo ancora a immaginare, affidandoci all’educazione, alla strategia, alla professionalità, a un nuovo linguaggio ma anche alla forza spirituale, per tornare a essere popolo, comunità. Approfondimenti e materiali Convegno INNESCHI – diretta streaming https://www.youtube.com/live/4JLMXNccKUk Convegno INNESCHI – Programma, materiali e approfondimenti https://50anni.apg23.org/convegno-rimini/ Proposta del Ministero della Pace https://www.ministerodellapace.org/ Nota pastorale – Educare a una pace disarmata e disarmante (Conferenza Episcopale Italiana, 5 dicembre 2025) https://www.chiesacattolica.it/wp-content/uploads/sites/31/2025/12/05/NotaPastorale_EducarePace.pdf Durante il convegno sono state raccolte firme per una petizione rivolta alla Regione Emilia-Romagna: https://www.facebook.com/bastacomplicita/ Prossimo evento a Rimini PER UNA ECONOMIA DI PACE: Global Sumud Flotilla, sabato 20 dicembre 2025 presso Grotta Rossa https://fb.me/e/6ewQfP8oO Redazione Romagna
La notizia siamo noi: a scuola di Giornalismo Nonviolento
Oggi sabato 13 dicembre presso le Baracche Verdi a Firenze all’Isolotto si è svolto il laboratorio Giornalismo Nonviolento nell’ambito del ciclo Pillole di Nonviolenza organizzato dalla Piccola Scuola di Pace “Gigi Ontanetti”. L’incontro era condotto da Olivier Turquet, coordinatore della Redazione Italiana di Pressenza e basato sul libro Giornalismo Nonviolento, opera collettiva internazionale della redazione dell’Agenzia attraverso  informazioni teoriche e esercitazioni pratiche. Iniziando con l’apparente leggerezza di un gioco innocente, ha messo subito sui binari giusti il suo uditorio: fare attenzione, prestare il giusto ascolto a ciò che si sta facendo è il primo requisito per un buon giornalista. Si è partiti con un brain storming attorno ai concetti di nonviolenza e giornalismo in cui ognuno dei partecipanti ha potuto esprimere le proprie parole chiave. Analizzando le parole emerse nel primo caso son venuti fuori gli atteggiamenti, le ideologie, le attività e le finalità della nonviolenza; nel secondo termini che definiscono l’oggetto/azione del giornalismo, le intenzioni e l’etica. Il Giornalismo nonviolento è una pratica che mette al centro l’informazione dal basso, cerca di dare voce ai movimenti e alle istanze sociali che difficilmente hanno spazio nel giornalismo tradizionale, condizionato dalla propaganda dei poteri forti, dalla “notiziabilità”, rispetto alle problematiche e agli avvenimenti della maggioranza dei cittadini. L’iniziativa risponde a un’esigenza molto attuale e critica di saper leggere dentro le notizia che ci vengono date e che ci vengono omesse, le informazioni volutamente “deformate” per la dimostrazione di una tesi di parte, spesso politica. Redazione Toscana
I giovani non vogliono arruolarsi, nonostante la propaganda
-------------------------------------------------------------------------------- Bologna, 28 novembre. Foto di Federica Zanetti -------------------------------------------------------------------------------- La consultazione Guerra e conflitti proposta dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza a ragazzi e ragazze tra i 14 e i 18 anni ha il pregio di provare a colmare il vuoto nella ricerca in relazione all’impatto che questi anni di dilagante bellicismo stanno producendo sulla crescita emotiva, psicologica e valoriale degli adolescenti italiani. Sul sito dell’Autorità garante – dove si specifica che il questionario è stato realizzato con la Consulta delle ragazze e dei ragazzi, supportati da un esperto – i temi dell’indagine sono sintetizzati in questi termini: “Come ti informi sulla guerra? Quali emozioni provi davanti alle immagini dei conflitti? Cosa pensi del ruolo della tua generazione nella costruzione della pace?”. Si aggiunge inoltre che attraverso le risposte “ci puoi far conoscere come percepisci la guerra e quale rapporto hai con la violenza, la paura e l’idea di responsabilità”. Diciamo subito che, in risposta ad un articolo pubblicato sul Fatto Quotidiano che dava notizia della circolare diffusa tra le scuole invitando gli insegnanti a divulgarlo nelle classi, l’Autorità garante ha anticipato un dato della consultazione in corso, da cui si evince che alla specifica domanda “Se il mio Paese entrasse in guerra mi sentirei responsabile e se servisse mi arruolerei. Quanto sei d’accordo con questa informazione?”, il 68% dei 4.000 adolescenti che hanno partecipato fin qui all’indagine ha risposto sonoramente di no, con una forte prevalenza tra le ragazze (73,6%) rispetto ai ragazzi (60,2). E dopo quasi quattro anni di ideologia bellicista diffusa attraverso la militarizzazione dei media, che ha trasformato “l’informazione come guerra combattuta con altri mezzi” – secondo la definizione che ne dà Andrea Cozzo nel recente Media di guerra e media di pace sulla guerra in Ucraina – questo non era affatto un risultato scontato. Anche perché ragazzi e ragazze sulla guerra, questione che emerge come loro preoccupazione principale, continuano a informarsi prevalentemente attraverso la televisione, medium tradizionale con l’elmetto. Inoltre, entrando nel merito del questionario – tra questioni importanti e opportune e altre più discutibili, ossia che meritano di essere discusse magari quando l’indagine sarà pubblicata integralmente – è necessario rilevare che questa domanda ha una dimensione tecnicamente tendenziosa, ossia non neutrale, perché associa esplicitamente il senso di responsabilità all’arruolamento militare per la guerra, rendendo di fatto la risposta contraria – pur espressa dalla grande maggioranza dei partecipanti – sintomo di implicita e sottintesa irresponsabilità. Eppure, le cose stanno esattamente al contrario per diverse ragioni, che l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza avrebbe dovuto tenere presenti nella formulazione delle domande. Proviamo a ricordare le principali, a cominciare dalla Costituzione italiana che ha proprio a fondamento il solenne “ripudio” della guerra (Art. 11), per il quale fare la guerra è etimologicamente ed eticamente ripugnante: dunque è responsabile non parteciparvi, anziché il contrario. Né il dovere di “difesa della patria” (Art. 52) – che pure nelle domande non è citata – implica necessariamente la dimensione militare, perché, più volte, la Corte costituzionale ne ha sancito la possibilità anche attraverso la difesa civile, non armata e nonviolenta (che fonda, tra l’altro, il Servizio civile universale). Anche per questo, già Aldo Capitini proponeva di inserire le tecniche della nonviolenza nell’insegnamento dell’educazione civica a scuola (L’educazione civica nella scuola e nella vita sociale). Coraggio che devono avere tutti, a cominciare da chi svolge ruoli educativi e formativi, in questi tempi di rinata “isteria di guerra” (Edgar Morin, Di guerra in guerra): quel 68% di giovani responsabili e sovrani sono una garanzia per il futuro, da non scoraggiare, ma da garantire e coltivare. La responsabilità, oggi più che mai, è nell’obiezione alla guerra, non nell’arruolamento, per cui – se se ne voleva inserire il principio – la domanda avrebbe dovuto essere: “Se il mio Paese entrasse in guerra mi sentirei responsabile e obietterei all’arruolamento?”. Come fanno gli studenti tedeschi, per esempio, che scioperano contro il ritorno della coscrizione, ribadendo che non vogliono diventare carne da cannone, né imparare ad uccidere studenti come loro. Ma con la divisa di un altro colore. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI PASQUALE PUGLIESE: > Organizzare dovunque la diserzione LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI GUIDO VIALE: > Il tempo è ora -------------------------------------------------------------------------------- [Articolo pubblicato su I blog del Fatto Quotidiano, qui con l’autorizzazione dell’autore] -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo I giovani non vogliono arruolarsi, nonostante la propaganda proviene da Comune-info.