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Isabel Allende, un premio e critiche all’estrema destra
> I premi hanno il pregio di dare maggiore visibilità a chi li vince e sebbene > Isabel Allende non ne abbia bisogno, le sue critiche all’estrema destra > internazionale acquisiscono così maggiore importanza. Sarebbe ad oggi la sintesi migliore del Premio Planeta, pari a un milione di euro, per il quale la scrittrice cilena di 84 anni è salita sul palco accanto ai sovrani spagnoli Felipe VI e Letizia. «Quando vedo tante democrazie minacciate dal nazionalismo estremo, compreso il fascismo, sento di nuovo quella paura che mi costrinse a scappare dal mio Paese nel 1973», ha affermato con una certa emozione Isabel Allende, dopo aver ricevuto un lungo e unanime applauso alla Fira Montjuic di Barcellona. Nei 75 anni di attività della casa editrice Planeta, diversi nomi illustri hanno ricevuto questo privilegio, tra i quali Mario Vargas Llosa, Camilo José Cela, Manuel Vázquez Montalbán, Antonio Skarmeta, Alfredo Bryce Echenique, Jorge Zepeda ed Eduardo Mendoza. Isabel Allende ha conquistato la giuria con La hora antes del alba (“L’ora prima dell’alba”), la potenziale seconda parte del suo acclamato romanzo La casa degli spiriti. «Da 45 anni ricevo innumerevoli messaggi da parte di lettori che mi chiedono cos’è successo ad Alba, la nipote della famiglia, e sentivo che era arrivato il momento di concludere questa storia», ha spiegato. Si tratta, ha aggiunto, della «chiusura di un universo complesso, la storia di Alba, con un amore tra due uomini e la convivenza con gli spiriti del passato; così come io nella mia casa convivo con i miei, che mi accompagneranno fino alla morte». La 75a edizione del Premio Planeta ha visto inoltre la presenza dei Ministri della Cultura, Ernest Urtasun, e del Turismo, Jordi Hereu, nonché del Presidente della Generalitat de Catalunya, Salvador Illa. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DALLO SPAGNOLO DI RITA PULIGHEDDU Prensa Latina
October 24, 2026
Pressenza
24 ottobre: ‘United Nations day’ e anche ‘World Development Information Day’
OGGI LE RICORRENZE ‘A CALENDARIO’ NELL’AGENDA ANNUALE DELLE NAZIONI UNITE SONO DUE: L’ANNIVERSARIO – NEL 2026 L’81° – DELL’ENTRATA IN VIGORE DELLA CARTA, CIOÈ STATUTO, DELL’ONU, E LA ‘GIORNATA’ DEDICATA ALLA ‘MOBILITAZIONE DELL’OPINIONE PUBBLICA’ SUI PROGRESSI CULTURALI ED ECONOMICI E SUI FATTORI CHE INCENTIVANO LO SVILUPPO DELLE SOCIETÀ. Sui social media oggi l’ONU ha divulgato questi messaggi rivolti a tutti, ma soprattutto ai governanti, decisori che possono determinare il corso degli eventi e della storia, e in particolare ai cronisti e agli opinionisti che – avendo ruoli decisionali ed esecutivi nei molteplici settori e ambiti dei media – influenzano la diffusione di notizie e informazioni su cui si basano idee e convinzioni dell’opinione pubblica. > Il futuro dell’umanità dipende dalla nostra capacità di collaborare per > promuovere la pace, lo sviluppo e i diritti umani. > > Quest’anno celebriamo 81 anni di impegno instancabile delle Nazioni Unite in > tutto il mondo per: > > * risolvere le controversie con la diplomazia e le leggi, non con le armi; > * sradicare la povertà e la fame; > * promuovere i diritti umani; > * fornire aiuti salvavita alle persone bisognose; > * salvaguardare il pianeta; > * sostenere la parità di genere; > * garantire a tutti i paesi pari voce sulla scena globale. > > Il nostro mondo oggi è dilaniato da conflitti, sconvolto dalla crisi > climatica, segnato da crescenti disuguaglianze e costretto ad adattarsi alle > trasformazioni portate dalle nuove tecnologie. È giunto il momento di > riaffermare i valori che hanno dato origine alle Nazioni Unite: dialogo, non > antagonismo; cooperazione, non conflittualità; solidarietà, non paura. La > Giornata delle Nazioni Unite è un’opportunità per tutti gli stati di rinnovare > il proprio impegno verso i valori condivisi e gli obblighi che li sostengono. > Ora più che mai, dobbiamo rimanere fermi nella nostra determinazione a > difendere la Carta delle Nazioni Unite e il diritto internazionale. Dobbiamo > tutti contribuire a rafforzare l’ONU affinché possa soccorrere le persone e > affrontare le sfide del nostro tempo. > Nel 1972 l’Assemblea Generale ha istituito la Giornata Mondiale di > Informazione sullo Sviluppo per richiamare l’attenzione sui problemi dello > sviluppo delle società e sulla necessità di risolverli rafforzando la > cooperazione internazionale (Risoluzione 3038 XXVII). Inoltre ha stabilito che > la sua data coincidesse con la Giornata delle Nazioni Unite, il 24 ottobre, > perché anche la ricorrenza dell’adozione, nel 1970, della Strategia > Internazionale per lo Sviluppo. > > > > Le tecnologie dell’informazione e della comunicazione hanno un enorme > potenziale: possono fornire nuove soluzioni alle sfide dello sviluppo, in > particolare nel contesto della globalizzazione, e promuovere la crescita > economica, aprire l’accesso all’informazione e alla conoscenza, incentivare > l’inclusione sociale e l’eliminazione della povertà... Ed è un dato di fatto > assodato che le tecnologie dell’informazione e della comunicazione oggi > offrano tante nuove opportunità e pongano molte sfide.   * UN / 23 ottobre 2026: Why the UN’s work matters more than ever  Maddalena Brunasti
October 24, 2026
Pressenza
Buy Nothing Day: oltre lo sciopero dell’attenzione
Qualche settimana fa abbiamo proposto l’idea di una nuova strategia di attivismo. Si trattava di una serie di Scioperi dell’attenzione, gli “Attention Strike”: un giorno di astensione dall’uso per ogni piattaforma Big Tech. L’idea, che non appartiene a un gruppo o a un collettivo, è nata dallo scambio tra realtà diverse che hanno voglia di cercare insieme nuovi metodi di lotta. Lo scorso articolo abbiamo chiuso con una domanda: Che ne pensate? Non era retorica. Voleva ricreare invece proprio quello stesso scambio da cui è nata la strategia dell’Attention Strike ciò che è emerso da essa ci ha portato a porci nuove domande. Cosa è cambiato e perché. Le domande che ci hanno guidato Prima di tutto è emerso un dubbio che ci ha obbligato a fermarci: quello molto concreto legato alla coincidenza di date fra lo sciopero generale del 30 ottobre, in cui saremo in piazza a filmare ciò che succede, con lo sciopero dell’attenzione nei confronti di YouTube. Che fare quindi? Spostare il caricamento dei filmati su un’altra piattaforma, che non avrà di certo la stessa visibilità, sacrificando quindi l’azione in piazza sull’altare della lotta contro la big tech? Il cane che si morde la coda Dietro queste domande c’è un problema più profondo, quello di essere intrappolati in un circolo vizioso. Anche se le alternative alle grandi piattaforme esistono, essendo ancora poco frequentate, lì le nostre azioni hanno meno visibilità, perciò, per raggiungere i grandi numeri, ci serve ancora il sistema che vogliamo scardinare. Un solo giorno di sciopero non peserà finché non siamo moltissimi, ma per diventare moltissimi dobbiamo usare quelle stesse infrastrutture. Da questa constatazione ci sono arrivati altri interrogativi: Perché nemmeno noi attivisti abbiamo lasciato Instagram quando è nata Upscrolled? Forse perché restare significa non rinunciare a raggiungere anche chi non è un’attivista? Ma significa anche combattere ogni giorno contro gli algoritmi, nella speranza di uscire dalla nostra bolla e quindi, ne vale davvero la pena? Dobbiamo davvero “svegliare” tutti? La storia dei movimenti per i diritti civili mostra che il cambiamento è quasi sempre partito da una minoranza organizzata e noi quella minoranza ce l’abbiamo. Quello che ci manca invece è l’organizzazione, che stiamo cercando di costruire proprio grazie agli strumenti del potere contro cui lottiamo. E poi c’è anche il punto più dolente, quello che ogni volta che lo tocchi rischi l’accusa di alto tradimento: una parte dell’attivismo, soprattutto dopo il 2025, è diventata anche performance, e ricerca di attenzione e visibilità. Il rischio riguarda tutti noi, e chi vive di quella visibilità fatica a rinunciare alle piattaforme che la garantiscono. Che fare? Abbiamo riformulato la strategia concentrando tutto su un unico Attention Strike il 27 novembre, nel Buy Nothing Day. Il Buy Nothing Day è già una giornata riconosciuta a livello internazionale contro il consumismo e l’eccesso di acquisti. Agganciarci a lei ci permette di portare le Big Tech dentro la discussione sulle scelte di consumo: quel giorno non compriamo nulla e non regaliamo la nostra attenzione a nessuna piattaforma, tutte insieme. Un obiettivo solo, una data sola, un messaggio chiaro. E nulla vieta, anzi, di affiancarlo a presidi, cortei e incontri dal vivo. UN’OCCASIONE CONCRETA: IL LINUX DAY DI QUESTO FINE SETTIMANA Mentre ragioniamo su come costruire l’alternativa, vale la pena ricordare che questo fine settimana (sabato 24 ottobre) si terrà il Linux Day, la principale manifestazione italiana dedicata al software libero, alla cultura aperta e alla condivisione, con decine di eventi ed incontri diffusi in tutta Italia. Perché il Linux Day è cruciale e cosa c’entra con il Buy Nothing Day e l’Attention Strike? Il Buy Nothing Day ci invita a non comprare merci e a rifiutare la logica consumistica del “compro, dunque sono”. Il software proprietario delle Big Tech fa esattamente la stessa cosa nel mondo digitale: ci tratta come consumatori passivi di prodotti chiusi, di cui non possediamo nulla e di cui siamo il vero prodotto. Il software libero (come Linux) è l’incarnazione pratica del Buy Nothing Day applicato alla tecnologia: un bene comune digitale che si può studiare, modificare e condividere senza sottostare a monopoli commerciali o estrazione di dati personali. Parlare di boicottaggio delle Big Tech è impossibile se non sappiamo con cosa rimpiazzarle nella vita di tutti i giorni. Il Linux Day e le comunità che lo animano offrono da anni la risposta concreta a questo problema, mostrando che sistemi operativi, browser, strumenti di scrittura e server indipendenti e non controllati dai giganti della Silicon Valley esistono già, sono gratuiti e funzionano. Vivere lo sciopero del 27 novembre e l’avvicinamento al Buy Nothing Day significa anche frequentare questi spazi, sostenere chi sviluppa tecnologie libere e liberarsi dall’idea di non poter fare a meno delle infrastrutture del potere. Il tempo che ci separa dallo sciopero Da qui al 27 novembre useremo il tempo per far conoscere la data e spiegare perché vale la pena scioperare contro le Big Tech; pubblicare liste di alternative tecnologiche a cui spostarsi; preparare la società civile e le persone comuni a un boicottaggio collettivo. Dopo lo sciopero digitale, ci si vede dal vivo A Londra si sta organizzando un evento per quella data, per ritrovarsi fisicamente dopo aver scioperato online. Arriveranno altri dettagli, e sarebbe bello coinvolgere più persone possibile e riuscire a ripetere lo stesso evento in altre città d’Europa. Questa è una proposta, non una decisione Non pensiamo che questa sia la risposta a tutto, e non vogliamo presentarvela a cose fatte. Ci sono domande che restano aperte, e vorremmo affrontarle insieme: – Un solo sciopero, legato al Buy Nothing Day, vi sembra la strada giusta, o ne vedete una migliore? – Come può lo sciopero dell’attenzione stare accanto alla piazza e rafforzarla, invece di sembrare un’alternativa? – Come dovrebbe cambiare il nostro modo di organizzarci per non dipendere dagli strumenti che contestiamo? – Se vi va di partecipare, o di coinvolgere la vostra realtà, cosa vi servirebbe per farlo? Scriveteci È davvero una richiesta, e non retorica. Non c’è un noi e un loro: c’è un insieme di persone che cerca, con strumenti e sensibilità diverse, di cambiare le cose. Se passiamo il tempo a smontarci a vicenda per stabilire chi ha la strategia giusta, il nostro avversario ringrazia. E nessuno di noi, nemmeno chi scrive, ha la risposta giusta già in tasca.Lasciate un commento a questo articolo, ci servirà per formare una strategia di Elisabeth Di Luca Articolo originale e eventuali commenti al link: > Buy Nothing Day: oltre lo sciopero dell’attenzione Redazione Italia
October 24, 2026
Pressenza
Bologna, 5 novembre prossimo: Alessandro Banfi con Matteo Zuppi e Nello Scavo
NEL PROGRAMMA DEL FESTIVAL FRANCESCANO, IN COLLABORAZIONE CON LA LIBRERIA EDITRICE VATICANA, LA CASA DELLA PACE ORGANIZZA L’INCONTRO CON IL CURATORE DELL’ANTOLOGIA, INTITOLATA DISARMATA E DISARMANTE. LA PACE È UN DONO, CHE RACCOGLIE GLI INTERVENTI E DISCORSI DI LEONE XIV NEL SUO PRIMO ANNO DI PONTIFICATO. Sui temi della pace e del rifiuto della guerra in qualsiasi forma che 267º papa della Chiesa cattolica, eletto e nominato l’8 maggio 2025, Alessandro Banfi dialogherà insieme al cardinale Matteo Zuppi e al giornalista di Avvenire, Nello Scavo. DISARMATA E DISARMANTE La pace è un dono – Fin dal suo primo discorso in pubblico Papa Leone XIV ha posto la pace come tema decisivo per la Chiesa oggi. Questo libro presenta in maniera articolata, secondo un ordine strutturato, un itinerario nei discorsi e interventi di Papa Leone nel corso del primo anno di pontificato intorno al tema della ricerca della pace, del rifiuto della guerra, del rigetto del disarmo e delle soluzioni pacifiche nelle controversie internazionali. Un testo da leggere, rileggere e meditare per trovare nuove ragioni nell’impegno per la pace e contro ogni guerra. La partecipazione all’evento – in svolgimento a Bologna, giovedì 5 novembre nella Basilica dei Santi Bartolomeo e Gaetano (Strada Maggiore 4) alle 18 – è gratuita e su prenotazione, con compilazione dell’apposito modulo online * https://www.festivalfrancescano.it/disarmata-e-disarmante/ in cui è anticipato e proposto: > In un mondo segnato da una “terza guerra mondiale a pezzi”, Papa Leone XIV > chiede che ciascuno faccia della pace la causa della propria vita. > > Perché la guerra non nasce solo nelle scelte dei potenti: comincia nel cuore > di ciascuno, quando si cede al risentimento, quando le parole alzano muri > invece di costruire ponti, quando la forza prende il posto del dialogo. > > Un incontro per riflettere sul disarmo come unica via per un futuro comune, e > sulla responsabilità che ciascuno di noi è chiamato ad assumere per costruire > la pace nella vita di ogni giorno. Redazione Italia
October 23, 2026
Pressenza
Il ‘calendario’ di un dramma epocale: la devastazione dei raccolti dei palestinesi
La serie di infografiche composte da Visualizing Palestine (VP) in collaborazione con Growing Palestine illustra come in campi e pascoli della Cisgiordania il 2025 sia trascorso scandito, anziché al ritmo delle stagioni, dalle molteplici violenze e aggressioni perpetrate dai coloni israeliani. VP ha presentato questo illuminante ‘calendario’ nel giugno scorso: > Nell’anno raffigurato nelle immagini, il 2025, il Primo Ministro israeliano > Benjamin Netanyahu ha ‘promesso’: “Non ci sarà alcuno Stato palestinese. > Questo paese appartiene a noi” > [https://www.dw.com/en/netanyahu-vows-there-will-be-no-palestinian-state/a-73967725], > così dimostrando l’esplicita intenzione di Israele di attuare una pulizia > etnica e di annettere la Cisgiordania. > > Questa ‘collezione’ di infografiche completa la serie creata per la > campagna Il cibo è vita: proteggiamo gli agricoltori palestinesi dalla > violenza israeliana di Growing Palestine (GP). In questi giorni VP ripresenta il ‘calendario’ Sowing Terror in Palestine’s Harvest (Seminare il terrore tra i raccolti della Palestina) rammentando: > Nel pieno della stagione del raccolto delle olive, ricondividiamo il nostro > calendario “Seminare il terrore nei raccolti della Palestina.” > > Gli attacchi dei coloni israeliani si sono intensificati, con 200 attacchi > legati al raccolto delle olive documentati dall’inizio di settembre (Nazioni > Unite, 19 ottobre 2026). > > Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari > Umanitari (OCHA), questi attacchi hanno causato 5 palestinesi uccisi e 246 > feriti. > > Gli attacchi hanno colpito anche giornalisti, convogli diplomatici e gruppi di > solidarietà. > > Il 16 ottobre 2026, coloni hanno attaccato una giornalista del Washington > Post, ferendola gravemente. > > Il giorno seguente, coloni israeliani hanno attaccato un convoglio diplomatico > europeo, incluso un sindaco francese, vicino al villaggio palestinese di > Taybeh nella Cisgiordania occupata. > > Secondo il Ministero dell’Agricoltura palestinese, 286.000 ulivi sono stati > danneggiati in Cisgiordania tra il 2023 e la fine di settembre 2026, inclusi > 100.000 solo nel 2026, anche prima dell’inizio della stagione del raccolto. > > Il raccolto delle olive è una fonte essenziale di cibo, reddito e > sostentamento per migliaia di famiglie palestinesi. Prendere di mira il > raccolto delle olive significa prendere di mira il diritto dei palestinesi > alla sovranità alimentare, a rimanere sulla loro terra e a esistere e > prosperare. Su PRESSENZA sono divulgate anche Le infografiche che illustrano l’inchiesta sulla hasbara nel quarto potere degli USA che VP ha realizzato per illustrare l’inchiesta del team americano Prism. Il 21 ottobre scorso Standing Together ha informato e comunicato: > Barbara Gaffin, un’attivista di Standing Together di Boston, è stata arrestata > dalla polizia israeliana dopo essersi unita ad altri 80 attivisti vicino a > Nahalin, a ovest di Betlemme, per fornire una presenza pacifica e protettiva > agli agricoltori palestinesi durante il raccolto delle olive. > > Insieme a Rabbis for Human Rights e altre associazioni, aiutavano gli > agricoltori ad accedere a uliveti che non potevano raggiungere da tre anni, > dal 7 ottobre, e a raccogliere le loro olive nonostante il terrore dei coloni. > > I volontari sono arrivati mercoledì mattina e hanno raccolto per circa due ore > prima che le forze israeliane arrivassero e dichiarassero l’area zona militare > chiusa per 24 ore. > > Sebbene i volontari accettassero di andarsene, i soldati fermarono tutti i > presenti e fotografarono le loro carte d’identità e passaporti. > > Non c’è nulla di minaccioso nel fatto che le persone si uniscono per aiutare i > contadini palestinesi a raccogliere le loro olive. Ma anche questo atto > pacifico di solidarietà viene considerato minaccioso dalle autorità > israeliane, che vogliono isolare le comunità palestinesi e, perciò, intimidire > chi le sostiene e soccorre. > > Noi, ebrei e palestinesi, continueremo a sostenerci a vicenda, proteggendo il > raccolto e rifiutandoci di lasciare che il terrore dei coloni stabilisca chi > resti sulle proprie terre. > > Standing Together / https://lnkd.in/p/dC9htMvB SOWING TERROR IN PALESTINE’S HARVEST Maddalena Brunasti
October 23, 2026
Pressenza
Le infografiche che illustrano l’inchiesta sulla hasbara nel quarto potere degli USA
LA SERIE DI ‘PANNELLI’ COMPOSTI DAI GRAFICI DEL TEAM VISUALIZING PALESTINA SINTETIZZA LE INFORMAZIONI ELABORATE DALLE REPORTER DI PRISM, MEDIA E MEDIA-SERVICE INDIPENDENTE FEMMINILE MULTIETNICO. Ogni infografica mostra – e dimostra – come negli USA le notizie sulla persecuzione dei palestinesi siano filtrate o manipolate: quelle divulgate da uffici e agenzie stampa filo-sionisti sono pubblicate e divulgate; quelle con materiali e dati che documentano vessazioni,  prevaricazioni,  apartheid e genocidio invece vengono ‘bloccate’ da un sistema di ostruzioni molto efficace… … una barriera che si può, e deve, riuscire ad abbattere, perciò serve sapere e capire come ‘funzioni’. LA HASBARA NEL MONDO DEI MEDIA ‘MADE IN USA’ Da sempre, ma recentemente di più e anche più esplicite, tante subdole pressioni e coercizioni impediscono a redattori, corrispondenti e collaboratori che lavorano in e con i quotidiani e periodici main-stream statunitensi di pubblicare reportage contenenti informazioni sulle violazioni dei diritti umani ordite e perpetrate dai coloni sionisti e dai governanti e militari israeliani e sui crimini di guerra pianificati e compiuti dalle forze armate dello stato israeliano. Così nell’opinione pubblica americana si sono formate idee e consolidate convinzioni basate su fake-news – cioè su delle versioni dei fatti mendaci e mistificatorie, plasmate ad arte per accreditare tesi e ideologie demagogiche – divulgate mediante la hasbara, una parola ebraica che letteralmente significa ‘spiegazione’ e recentemente usata per indicare il sistema di strategie e tattiche della propaganda dei sionisti israeliani. Ovviamente questa “sofisticata architettura narrativa” [Hasbara: l’arte della narrazione strategica israeliana – ISLA / 8 settembre 2025] ha uno scopo… il ‘fine’ perseguito in molti modi, anche mediante ogni media, con tanti ‘mezzi’, anche non leciti – che è: ‘giustificare’ l’efferatezza di interventi, azioni e operazioni delle forze armate e forze dell’ordine di Israele contro i palestinesi abitanti nella Striscia di Gaza, nei territori in Cisgiordania, a Gerusalemme… nelle terre dal fiume (Giordano) al mare (Mediterraneo). Nel 2011 sulla rivista scientifico-accademica Israel Studies edita dall’Indiana University Press e sponsorizzata dal Ben-Gurion Research Institute for the Study of Israel and Zionism della Ben-Gurion University di Negev e dal Schusterman Center for Israel Studies della Brandeis University, un ateneo privato del Massachusetts, è stata pubblicata la ricerca – intitolata “Palestine’s Best”: The Jewish Agency’s Press Relations, 1946-1947  – in cui l’autore – Giora Goodman, docente al e direttore del Dipartimento di studi multidisciplinari del Kinneret College sito sulle rive del Mar di Galilea – trattava per la prima volta nella storia un argomento oggi ‘scottante’… Questo pioneristico saggio storiografico esamina come sia stata costruita la Jewish Agency (Agenzia Ebraica), cioè la ‘macchina propagandistica’ dai sionisti “in Palestina e all’estero durante i due anni cruciali che hanno preceduto la fondazione dello Stato di Israele”, ovvero negli anni immediatamente successivi alla fine della seconda guerra mondiale e dell’olocausto. Fino al 2011 – l’anno della primavera araba e scandito da “mutamenti politici e culturali, da global revolution, da tragedie naturali sconfinate,… e da grandi eventi mediatici” [Fanpage, 30 dicembre 2011] – nessuno aveva mai affrontato questo argomento. Perché? Chi non è esperto di storia dei mass-media e sociologia della comunicazione non lo può sapere. Chi non conosce (bene) la storia di Israele e degli Stati Uniti non può capire (bene!!!) le dinamiche del presente nel mondo dei media della nazione mediorientale e della super-potenza americana e ‘occidentale’, e di riflesso di tutto il mondo. Chi invece è un giornalista – cronista, editorialista o redattore – o un pubblicista professionista, oppure un mediattivista, blogger o influencer… deve saperlo e capirlo. Chi lavora od opera nei media deve – e non può non avere – conoscenza di cosa siano e come agiscano le ‘agenzie’ di muckraking (giornalismo scandalistico), quali ‘trucchi’ retorici, ovvero sofismi e demagogie, usano per far ‘esplodere’ o attizzare scandali e polemiche che fomentano rabbia, odio e fanatismi, per convincere tante persone a pensare ciò che altrimenti ciascuna non concepirebbe (bias cognitivi), per far ‘credere, obbedire e combattere’ facendo sembrare verosimili le falsità e, così, ritenere false le verità,… per far propaganda politica. Chi lavora nelle stanze – reali o virtuali – del quarto potere deve conoscere e sempre ricordare gli studi, e ammonimenti, degli statunitensi John Dewey («la società è comunicazione») e Walter Lippmann (primo ad analizzare a fondo il fenomeno del giornalismo scandalistico e nel 1922 autore di L’opinione pubblica – «La creazione del consenso non è un’arte nuova… La persuasione è diventata un’arte… la conoscenza dei modi per creare il consenso altererà tutti i calcoli politici e modificherà tutte le premesse politiche»), dell’anglista e sociologo canadese Herbert Marshall McLuhan («il medium è il messaggio»), del cosmopolita – che si dichiarava un ‘marrano’ – Edgar Nahoum noto con lo pseudonimo ‘Morin‘ (vedi bibliografia) e, oltre a leggere (bene!!!) tutto il testo, rammentare quando, come e perché – ebrea tedesca, allora cittadina statunitense e in quel periodo inviata in Israele come reporter corrispondente del settimanale The New Yorker – Johanna ‘Hannah‘ Arendt scrisse La banalità del male (Eichmann in Jerusalem – A Report on the Banality of Evil), un libro oggi tanto attuale. Eppure finalità, caratteristiche e funzionamento dell’Agenzia Ebraica sono stati ignorati fino al 2011 e, sebbene il 7 ottobre 2023 la ‘macchina’ della propaganda sionista fosse già in moto, oggi – dopo tre anni dall’inizio dell’assedio della Striscia di Gaza, oltre che tanti – ma non tutti – israeliani e alcuni – non tutti – potenti, che cosa sia la hasbara lo sanno solo i palestinesi e chi si indigna delle atrocità a loro inferte e per la spietatezza dei loro carnefici e si erge in loro difesa ed oppone al loro sterminio, un genocidio. A chi vuole assolvere i responsabili o complici dei crimini di guerra e dei crimini contro l’umanità di cui sono vittime i palestinesi… la hasbara fornisce tanti ‘strumenti’ e ‘attrezzi’ con cui fare in modo che la gente creda che “A Gaza non c’è la carestia. Le foto dei bambini denutriti sono manipolate o mostrano gli effetti di malattie rare. Tutti i giornalisti di Gaza (solo palestinesi, poiché Israele vieta l’ingresso alla stampa) sono al soldo di Hamas. I terroristi fanno incetta del cibo e banchettano nei tunnel. I tredicimila dipendenti dell’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi (UNRWA) sono tutti membri di Hamas. Negli ospedali di Gaza si nascondono i terroristi. I medici sono terroristi. Gli infermieri sono terroristi. Il numero delle vittime civili a Gaza, in proporzione ai combattenti uccisi, è inferiore a quello di altre guerre” [Anna Maria Brogi – Cos’è la “hasbara” e come Israele sta combattendo una guerra parallela sul web / Avvenire, 7 settembre 2025]. «I’M SO DEHUMANIZED» Il titolo della pagina online dal 9 settembre scorso in cui Prism presenta il reportage e le infografiche elaborate da Visualizing Palestine che lo illustrano cita la frase detta da Nadia, una giornalista specializzata in cronaca locale. In specifico, Nadia si occupa di vicende e questioni inerenti alla vita quotidiana delle comunità etniche che popolano il Northeast, la macro-zona che si estende negli stati del cosiddetto New England – primi insediamenti coloniali inglesi (Connecticut, Maine, Massachusetts, New Hampshire, Rhode Island e Vermont) e altre ex-colonie sulla ‘costa orientale’, o atlantica (New Jersey, New York e Pennsylvania, inoltre Delaware, Maryland e Virginia del Nord) – e nell’area metropolitana di Washington, il District of Columbia. Nadia quindi conosce bene la realtà dei territori abitati, oltre che dai nativi delle etnie, o tribù, Wampanoag, Mohegan (moichani), Pequot, Narragansett e Penobscot e delle Six Nations della Iroquois Confederacy (irochesi) che popolano soprattutto le Woodlands (territori boschivi), da molti immigrati e tanti esuli di varie origini e ‘generazioni’, tra cui numerosi ebrei fuggiti dall’Europa soggiogata al nazifascismo e palestinesi scappati da Israele… Le testimonianze della giornalista che vive e lavora in questa realtà e dei 5 suoi colleghi di altre testate intervistati dalle reporter di Prism e l’indagine sui 44 casi di retaliation (repressione) rilevati e riscontrati dall’associazione sindacale di giornalisti, cronisti, editorialisti e pubblicisti – National Writers Union (NWA) – dal 7 ottobre 2023 fino al febbraio 2024 [Retaliation in the media industry during the war on Gaza], documentano tanti fatti inconfutabili, alcuni eclatanti, apparentemente singolari o eccezionali, invece non straordinari, bensì consueti, nell’insieme tutti collegati l’uno all’altro e ciascuno una tattica connessa a una strategia, la hasbara. * PRISM – ‘I’m so dehumanized’: Journalists say U.S. newsrooms treat Palestine with fear and contempt * VISUALIZING PALESTINE – What Happens to Stories About Palestine in U.S. Newsrooms     Maddalena Brunasti
October 22, 2026
Pressenza
Antico Egitto, ovvero il potere della parola
Sono andata a visitare il celebratissimo Museo Egizio di Torino, una delle glorie della città e dell’Italia tutta, visto che è il secondo museo per completezza di testimonianze dopo quello che si trova a Il Cairo. Non sono un’egittologa perciò – tranquillizzatevi – non farò dotte dissertazioni sull’argomento e mi limiterò a sottolineare solo un aspetto. Trovandomi di fronte a una lunga serie di stele, statue, papiri sono stata colpita dalla fitta rete di iscrizioni che ricoprono praticamente tutto lo spazio disponibile. Non c’è centimetro quadrato lasciato libero sulla superficie di queste larghe tavole di pietra, su cui sono incise con segno sottile, dinamico ed elegante immagini di uomini, donne, dei, animali in una serie continua, ordinata e precisa di geroglifici. Una sorta di “horror vacui” in cui sono immerse lapidi, statue, stoffe, pitture. Anche i sarcofaghi che contengono i corpi mummificati degli uomini del passato sono ricoperti di scritte tutt’attorno e perfino le bende di alcune delle mummie presentano delle scritte. Così come, nelle statue, ne sono ricoperti i corpi e le vesti di dei e di scribi, a volte raffigurati accucciati, nella posizione della cosiddetta “statua-cubo”, per permettere alla veste di formare una superficie continua attorno alle gambe in una sorta di quadrato. Ma i geroglifici sono “parole”. Parole scritte. Compaiono intorno al 3200 a.C. Non è che gli antichi egizi fossero logorroici, è che assegnavano alle parole il peso della pietra e dell’eternità, dunque un grande potere. Le parole non erano “flatus voci”, momentanee e temporanee, sostituibili a piacere, contraddittorie perché valide solo nel momento in cui vengono pronunciate. Le iscrizioni egizie erano parole che dovevano servire a difendere dai morsi di serpenti e scorpioni (molto comuni e molto pericolosi), ingraziarsi gli dei, pregarli di guidare le anime dei defunti nell’aldilà. La vita e la morte difese da una barriera di parole. Gli egizi sono stati tra i primi popoli a usare la scrittura, che – secondo la loro tradizione – gli era stata donata dal dio Toth, patrono della conoscenza e degli scriba. Il dio Toth. Olaf Tausch, Wikimedia Commons Oggi, disincantati come siamo, guidati da spirito pseudoscientifico e senso di superiorità rispetto al passato, chiamiamo “magica” la funzione che le parole possedevano a quel tempo, quando venivano usate come protezione ed evocazione. Un po’ la stessa funzione che tendiamo ad assegnare ancora oggi ad amuleti come il cornetto rosso, il ferro di cavallo o il quadrifoglio, a cui alcuni credono ancora senza per questo ritenersi posseduti da una mentalità magica. D’accordo, l’oggetto magico di tipo collettivo ha una lunga tradizione, poi ne esistono alcuni del tutto personali e anche piccoli rituali a cui non si vuole rinunciare (ad es. dovendo dare un esame all’università, vestirsi sempre come si era vestiti quella volta in cui è andato bene). Quello che mi preme sottolineare è che qui si tratta di parole, che evocano la potenza di quanto viene nominato. La parola corrisponde alla cosa ed è dono di un dio, dunque è sacra. Il paragone con l’oggi è impietoso. Parole scritte e parlate ci inondano dai media, dai social, dal labirintico intrico di formule burocratiche elargite a piene mani proprio con l’intento di non significare. Un fiume, un oceano di parole che ci sommergono, parole che dicono, non dicono, si contraddicono, nate proprio per fuorviare e confondere (fake news!) o sfibrarsi nell’insignificanza. Un troppo che ha perso il senso, sintomo di una contemporaneità disorientata che non trova più valori perché non trova più i significati a cui ancorarli. Questa svalutazione di uno degli strumenti più propriamente umani fa sì che per proteggerci diventiamo più insensibili e ci chiudiamo nel nostro io, perché la possibilità di comunicazione/contatto con l’altro risulta incrinata. Ci difendiamo dalle parole insignificanti rinchiudendoci in circoli in cui ci confrontiamo solo con coloro che la pensano come noi (le cosiddette “bolle” social). Se “le parole sono importanti”, come recita un famoso detto morettiano, be’, allora cerchiamo di ridare loro un peso, un’intensità, un’emozione. E infine un pensiero. Vorrei davvero che si tornasse alla parola come potenza. E non tanto perché gli antichi la sapessero più lunga di noi, ma perché erano più vicini al cuore delle cose, meno sopraffatti dal troppo di umano che ormai anche con le parole diffondiamo a piene mani, in questo Antropocene bellicoso e dissennato in cui regna solo una grande confusione. Redazione Milano
October 22, 2026
Pressenza
Premio Caruana Galizia 2026: premiata l’inchiesta sull’accordo Italia-Albania sui migranti
Il premio giornalistico Daphne Caruana Galizia 2026 è stato assegnato questo mercoledì a un’indagine sull’accordo in materia di migrazione tra l’Italia e l’Albania. L’articolo premiato, a firma dei giornalisti Giacomo Zandonini, italiano, e Maite Vermeulen, olandese, e pubblicato sulla piattaforma giornalistica dei Paesi Bassi De Correspondent, tratta di un accordo che ha permesso all’Italia di costruire un centro di detenzione e un centro di smistamento per richiedenti asilo in territorio albanese. Il premio è stato consegnato durante una cerimonia al Parlamento europeo da un rappresentante di una giuria indipendente, composta da giornalisti provenienti da tutti i paesi dell’Unione europea. Roberta Metsola, Presidente del Parlamento europeo, e Pina Picierno, vicepresidente responsabile del premio, hanno partecipato all’evento nella sala stampa “Daphne Caruana Galizia” del Parlamento europeo a Strasburgo. Tra il 4 maggio e il 31 luglio 2026 centinaia di giornalisti provenienti dai 27 paesi dell’UE hanno presentato le loro storie. Prima di decretare il vincitore, la giuria ha selezionato 10 delle 344 candidature. A proposito dell’inchiesta I giornalisti Giacomo Zandonini e Maite Vermeulen hanno trascorso 18 mesi a indagare sull’accordo in materia di migrazione tra Italia e Albania per conto della piattaforma De Correspondent. Stando alle indagini, lo scopo dell’accordo era di intercettare i migranti diretti in Italia e condurli in Albania, paese al di fuori dell’UE, dove venivano spediti attraverso una procedura di asilo accelerata e poi rimpatriati nei loro paesi d’origine. Il loro articolo ripercorre le origini dell’accordo ed esamina il motivo per cui diversi paesi dell’UE lo considerano un “modello innovativo” per il futuro della politica migratoria europea. Per ricostruire il quadro completo, i giornalisti hanno presentato oltre trenta richieste in materia di libertà di informazione in sei paesi europei, rivolgendosi anche alla Commissione europea, al Consiglio Ue e all’Agenzia europea per la gestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne degli Stati membri dell’UE (Frontex). Hanno seguito piste finanziarie e intervistato il personale dei centri, i migranti detenuti, gli avvocati e diversi parlamentari, rappresentanti del governo e residenti locali in Albania. Gli autori hanno evidenziato i notevoli ostacoli incontrati nel corso dell’inchiesta. In particolare, è stato loro negato l’accesso ai centri gestiti dall’Italia in Albania, mentre alcune informazioni di base, tra cui il numero delle persone detenute, sono rimaste riservate. Hanno anche scoperto che le spese sono state erogate tramite procedure di emergenza, aggirando le normali procedure di appalto pubblico, e che al personale è stato chiesto di firmare accordi di riservatezza. In collaborazione con Bebe Blanco Agterberg, responsabile del coordinamento fotografico, Sharon Coone, esperta di progettazione dell’informazione, e il fotografo Francesco Bellina, i giornalisti esaminano le criticità dell’accordo sul piano dei diritti umani e le sue implicazioni per i principi fondamentali dello Stato di diritto in Europa. Fonte: Comunicato dell’Ufficio Stampa del Parlamento Europeo Redazione Italia
October 21, 2026
Pressenza
HeArt of Gaza a Cuggiono
Arriva in città dopo aver girato l’Italia e non solo “HeArt of Gaza”, mostra d’arte itinerante internazionale che raccoglie i disegni e le testimonianze di bambine e bambini palestinesi. Il progetto nasce a Deir al-Balah, nella Striscia di Gaza, grazie all’iniziativa dell’artista Mohammed Timraz e dell’illustratrice irlandese Féile Butler. Si tratta di una straordinaria raccolta di 40 opere composte da immagine e testo realizzate dai bambini e adolescenti nella Tenda degli artisti, spazio sicuro creato a Gaza per offrire a bambini e ragazzi un luogo di gioco, condivisione e normalità attraverso il disegno. Possiamo così toccare con mano e “sentire” il dolore, la paura, la perdita, il lutto e l’angoscia ma anche la speranza e la resilienza di quei giovanissimi palestinesi che alla loro tenera età hanno già attraversato l’inferno. L’inaugurazione della mostra è fissata per venerdì 23 ottobre alle 18.30 in villa Annoni (piazza XXV Aprile, Cuggiono). Dopo i saluti dell’amministrazione comunale, interverranno la presidente di Anpi Cuggiono e un’attivista di Amnesty per parlare della situazione in Palestina ma anche del coinvolgimento dei bambini nei conflitti in tutto il mondo. Organizzano Anpi, Ecoistituto della Valle del Ticino, Amnesty International e Acli Cuggiono. La mostra rimarrà aperta dal 24 ottobre al primo novembre con i seguenti orari: da martedì a venerdì 16-18, sabato e domenica 10-12 e 16-18, lunedì chiuso. Domenica 25 ottobre nel pomeriggio si terrà il laboratorio creativo “La tenda degli artisti”. Le scuole potranno visitare la mostra su appuntamento in orario mattutino: per prenotarsi scrivere a chiaragua@yahoo.it. Giovedì 29 alle 21 sempre in villa Annoni si terrà l’incontro “Arte che cura – L’impatto del trauma infantile”. Relatori Alberto De Giorgi, psicologo e psicoterapeuta specializzato in traumi, e Serena Longoni, artista e arteterapeuta clinica. L’ingresso è libero e gratuito. Claudia Cangemi
October 21, 2026
Pressenza
Perché i media descrivono il movimento giovanile in Francia come un moto di rabbia, quando i giovani ballano e cantano per strada?
> Nelle ultime settimane, i media francesi hanno raccontato al mondo che i > giovani in Francia sono arrabbiati. Eppure, quando apro i social media, ciò > che vedo sono ragazzi e ragazze che ballano e cantano per le strade delle > principali città della Repubblica.  Vedo giovani che vogliono essere riconosciuti in quanto esseri umani. E infatti, essere umani, prima di tutto, significa poter scegliere liberamente il futuro e le condizioni in cui si desidera vivere. Non hanno bisogno di un partito politico o di un’ideologia che dica loro cosa pensare e come comportarsi. Semplicemente, non sono stupidi e capiscono che il loro futuro è in pericolo, punto e basta. Cantano la speranza di costruire un mondo migliore e ballano per aprire le porte del loro futuro, porte che sono serrate a chiave e sorvegliate da coloro che detengono il potere e la ricchezza in Francia. Bisogna ammettere che si sono verificati atti di vandalismo, come spesso accade nelle grandi manifestazioni. Gli opportunisti approfittano della situazione per vandalizzare, saccheggiare negozi, appiccare incendi e seminare il caos. In realtà, ai rivoltosi non serve una rivoluzione culturale per scatenare il panico; a Montreal lo sanno fin troppo bene: ogni volta che i Montreal Canadiens, squadra di hockey sul ghiaccio, vincono o perdono una serie di playoff, il centro città si trasforma in un vero e proprio caos, devastato da teppisti che spesso non sono nemmeno fan dello sport. Tuttavia, le manifestazioni giovanili francesi sono degne di nota perché nonviolente, anche se i principali media ci raccontano il contrario. I ragazzi e le ragazze che ballano e cantano per le strade preoccupano le autorità francesi e le forze dell’ordine. Questi organi sono abituati a proteste alimentate da lotte ideologiche ben organizzate (sia di sinistra che di destra), che possono essere facilmente infiltrate e manipolate dai servizi di controllo del territorio o da altre influenze esterne. Oggi, i giovani di tutto il mondo insorgono dicendo: basta con questo atteggiamento disfattista e fatalista nei confronti del futuro. Hanno capito che coloro che detengono il potere hanno usato la paura del futuro per sottrarre ai giovani la libertà di scegliere. Questa generazione è il futuro in movimento. Cantando e ballando per le strade, dimostrano al mondo che non hanno paura di riprendersi il proprio futuro! È davvero fantastico, e sovversivo! -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DALL’INGLESE DI GAIA DA RÈ. Anne Farrell
October 21, 2026
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