Genova, convegno sulla sicurezza: discorsi generici e troppo lacunosi
La sindaca Salis si è infine lanciata nel campo della sicurezza organizzando al
palazzo Ducale di Genova un convegno coi suoi colleghi di Firenze, Bologna e
Bari e l’ex-capo della polizia Gabrielli (che qualcuno propone persino come il
possibile candidato del campo largo contro la Meloni nel 2027).
Secondo la sindaca genovese: “La ricetta è più risorse. Qui abbiamo città che si
trovano di fronte a sfide che, per certi versi, sono simili, per altri molto
diverse. Abbiamo ristrettezza di mezzi, di risorse, di finanze, è sotto gli
occhi di tutti. Poi c’è il tema della capacità assunzionale dei vari Comuni …
quindi bisogno che sia, come la legge stabilisce, responsabilità del Governo. I
decreti Sicurezza non sono la ricetta giusta perché aumentare il numero dei
reati a fronte di nessun investimento sulla polizia di Stato non porta a nessun
risultato. La percezione della sicurezza in tutte le città e quindi in tutto il
Paese è peggiorata … C’è una grande emergenza che Genova in prima linea vive,
per la quale c’è bisogno di più aiuti”.
Da parte sua l’ex-capo della polizia Gabrielli ha affermato: “Aumentare gli
organici di polizia è una possibilità lontana … nel 2018-2019 dissi che tra il
2023 e il 2030 sarebbero andate in pensione 40 mila persone. Oggi le scuole non
riescono a sopportare questo carico. Anzi, purtroppo si rincorre questa
necessità di arruolamento restringendo il periodo di formazione. Continuare a
dire ‘arruoliamo, arruoliamo’ è una contraddizione in termini”. E sui decreti
del governo Meloni: “Queste misure, tutte sul versante pan-penalistico, si
stanno dimostrando assolutamente non rispondenti alle aspettative … impattano su
un sistema giustizia che ha processi lenti e problemi di esecuzione della pena”.
Gabrielli parla anzitutto della necessità urgente di una nuova legge per la
polizia locale e poi di quella che “il ministro dell’Interno sia effettivamente
l’autorità nazionale di pubblica sicurezza e che questori e prefetti la
esercitino in maniera piena sul territorio”. Da parte sua il capo della polizia
locale di Genova ha asserito che: “serve l’accesso alle banche dati interforze”.
Infine il segretario del Siap Traverso ha confermato la totale condivisione dei
propositi di Gabrielli.
Questo resoconto del convegno mostra che questo dibattito è stato – di fatto –
alquanto deludente, perché ha riproposto solo i soliti discorsi generici e
perlopiù lacunosi, cioè quelli – ahinoi! – abituali di una concezione della
sicurezza che innanzitutto ignora la realtà effettiva delle insicurezze e delle
loro cause.
1. L’Italia è il paese con il tasso di operatori delle polizie (nazionali e
locali) più alto rispetto a tutti i paesi europei e persino rispetto agli
Stati Uniti: in Italia ne abbiamo 608 su ogni 100 mila residenti, in Francia
496, in Spagna 560, in Germania 389 e nel Regno unito 397, negli Stati Uniti
240 ma lì le polizie private e ora l’ICE sono particolarmente numerosi (vedi
il libro polizie-sicurezza-e-insicurezze e aggiornamenti in Italian Security
Governance: A Critical Historical Sociology, di prossima pubblicazione con
Routledge).
2. Ma da decenni e in parte da sempre questo enorme eccesso di polizie è sempre
stato usato per la repressione spesso brutale di marginali
(tossicodipendenti, persone affette da disagio psichico o persino senzatetto
e poveri – tutte persone che dovrebbero essere affidate a servizi sanitari e
sociali per la loro cura e programmi di reintegrazione economica e sociale)
e anche presunti sovversivi al punto che le carceri sono sempre
sovraffollate e per questo l’Italia paga sanzioni europee.
3. E’ infatti flagrante che le vere insicurezze che affliggono la maggioranza
della popolazione sono ignorate dalle autorità e dalle polizie: il
supersfruttamento e le economie sommerse che sono oltre il 35% del PIL
(stima Eurispes), cioè lavoro semi-nero e nero totale e persino neoschiavitù
(a volte a 2 o 4 euro l’ora anche nel subappalto di Fincantieri che tocca
oltre l’80% di chi ci lavora), rischi di incidenti e morti sul lavoro e
rischi per i disastri ambientali che sono crimini ecologici fra i quali
quelli dovuti alle contaminazioni tossiche (persino negli asili nido oltre
che nell’aria, nelle acqua, nel terreno, negli alimenti e anche nei
tessuti).
4. Tutto ciò è il risultato della assoluta insufficienza di prevenzione e
controlli da parte degli ispettorati del lavoro e delle ASL che sono ridotti
al lumicino, mentre dovrebbero avere – insieme agli operatori sociali – una
quantità di altri operatori almeno pari a quello delle polizie.
5. Sarebbe quindi sensato pensare non ad aumentare il personale delle polizie,
bensì cominciare a definanziare radicalmente sia la spesa militare sia
quella per le polizie nazionali e locali, destinando i fondi così
risparmiati agli Ispettorati del lavoro, alle ASL e ai servizi sanitari e
sociali.
Continuare a reclamare più sicurezza e più operatori delle polizie, mentre si
ignorano le vere insicurezze sopra citate, vuol dire negare la prospettiva di
una sicurezza effettiva di segno opposto che, in particolare, a livello
territoriale potrebbe essere costruita attraverso un governo locale che opera
come un “bravo pianista che suona con dieci dita e abbia orecchie e occhi ben
aperti”. Solo così un governo locale potrebbe confrontarsi, senza indugi, con i
molteplici malesseri ed ogni altra problematica che immancabilmente insorgono
dalla comunità amministrata.
L’erronea tendenza a parlare di “cose complesse” non affronta la questione di
fondo. Qualsiasi malessere e ogni altro problema di sorta se non affrontati
adeguatamente – con efficacia ed efficienza – rischiano di incancrenirsi,
diventando sempre più gravosa la gestione delle misure d’intervento. Le cause di
queste sofferenze possono essere di diversa natura – economici, sociali,
sanitari, culturali -, ma molto spesso è l’intreccio complessivo di queste cause
che determina vere e proprie crisi strutturali. Nell’uno e nell’altro caso il
governo locale deve agire insieme alla popolazione e a tutte le istituzioni
pubbliche e private che operano nell’interesse collettivo.
Diventa allora cruciale che l’amministrazione locale agisca come il “bravo
pianista” di cui sopra, capace di suonare “con dieci dita e abbia orecchie e
occhi ben aperti”. Ovvero, sappia articolare il più possibile con armonia tutte
le possibili risposte alle sofferenze dei cittadini, erogando loro servizi
sociali, sanitari, culturali, etc., attentamente monitorati – in prima battuta-
dagli enti incaricati per competenza e dalle autorità di vigilanza e di
controllo preposti: le istituzioni sanitarie, le agenzie di prevenzione
(ispettorati del lavoro e ASL), le aziende del ciclo dei rifiuti, la polizia
locale, le scuole, l’università, le polizie nazionali, i vigili del fuoco. Ma
non solo pubblico, bensì anche il privato mutualistico: le associazioni di
volontariato, i sindacati, le parrocchie, le associazioni sportive, culturali,
etc. Ognuno di questi attori sociali può dare un contributo a volte decisivo, ma
nessuno da solo può garantire la soluzione.
Il primo slogan del governo della città deve essere PREVENZIONE per evitare che
ogni problema degeneri in peggio. Esempio: il fenomeno della tossicodipendenza.
Se oggi abbiamo diverse persone affette da tale sofferenza che in strada
diventano talvolta molesti è innanzitutto perché i SERT sono stati smantellati e
nel migliore dei casi ridotti a sportelli di distribuzione del metadone. Ma non
ci sono più servizi socio-sanitari (educatori e assistenti socio-sanitari ben
formati) che si fanno carico di queste persone per guidarle alla terapia e ad un
progetto di reinserimento economico e sociale; e non ci sono più servizi di
assistenza che stanno per strada per raccogliere queste persone. L’assenza di
tale servizio socio-sanitario provoca la deriva del problema in “fenomeno
sicurezza”!
Nessuna polizia locale o nazionale può essere in grado di affrontare
adeguatamente un tale caso. E se pretende farlo, immancabilmente lo trasforma
appunto in un caso securitario, arrestando il tossicodipendente “per spaccio” (e
nelle carceri italiane circa il 35% è di tossicodipendenti). E in carcere questa
persona, nel migliore dei casi, non fa che prendere metadone. Se finisce la
pena, torna in strada e ricomincia da recidivo!
Si ha così la classica riproduzione aggravata del “fenomeno penalmente
rilevante”.
Lo stesso si può dire a proposito delle persone affette da disagio psichico. Se
oggi nelle carceri ci sono sempre più “matti” è perché i servizi sanitari per
“malati di mente” nei quartieri non ci sono più o non funzionano. Allora i
“matti” per strada immancabilmente finiscono per avere gesti o comportamenti che
allarmano sino a farne un problema di sicurezza. Ma nessuna polizia locale o
nazionale può essere in grado di affrontare adeguatamente una persona malata di
mente. E se pretende farlo, immancabilmente lo affronta con metodi repressivi
violenti, in alcuni casi usando taser o armi da fuoco (e trasforma appunto in
“fenomeno di sicurezza” con esiti a volte mortali – vedi a Genova il caso
del 21enne Jefferson Garcia Tomala, ucciso nel corso di un TSO) o arrestando
come se il carcere fosse in grado di trattare il disagio psichico.
Diversi sono i casi di alterchi o litigi tra vicini che finiscono per invocare
l’intervento delle polizie che nel migliore dei casi non può risolvere il caso
poiché si tratta di assenza di mediazione pacifica che talvolta può essere
praticata anche da altri vicini (collaborazione dei residenti al buon governo
pacifico) o dovrebbe far ricorso a mediatori sociali del servizio pubblico. E’
infatti la crisi, l’indebolimento o l’assenza di convivialità e socialità fra i
residenti che provoca l’aumento della litigiosità (con un aumento enorme delle
chiamate al 112).
Se diversi residenti tendono ad abusare delle chiamate delle polizie di fronte a
un qualsivoglia malessere, o problema sociale o di convivenza, è innanzitutto
perché manca la capacità di trovare risposte adeguate all’interno della
convivialità e socialità evidentemente indebolite o estinte (mentre è aumentato
l’incitamento anche mediatico per il ricorso alle polizie, per invocare
“tolleranza zero”, “più repressione”, “più polizia” – a favore degli
imprenditori collegati al business del sicuritarismo, cioè di chi vende allarmi,
videosorveglianza e polizze assicurative).
Il rilancio della socialità e della convivialità è quindi indispensabile e
necessita l’opera di animatori sociali opportunamente formati (e non di
estemporanee iniziative sui generis quali le “tavolate” in centro storico). La
vita associativa nei quartieri è essenziale per superare la crisi o l’estinzione
dei momenti, luoghi e strutture che prima svolgevano questo ruolo (parrocchie,
associazioni, sedi sindacali di quartiere, case del popolo ecc.). Ed è nella
vita associativa e quindi la socialità che può maturare la cultura della
prevenzione del rischio rispetto alle insicurezze oggi spesso ignorate:
supersfruttamento violento, malattie e mortalità dovuta a contaminazioni
tossiche, degrado urbano dovuto all’abbandono di luoghi pubblici etc. Quindi è
solo la cooperazione e la sinergia fra i residenti, le diverse istituzioni
pubbliche e private che può favorire il risanamento o quantomeno la gestione
pacifica e soddisfacente dei malesseri e delle problematiche sociali.
In conclusione: il ruolo dell’amministrazione locale, dei municipi, dei comitati
di quartiere deve essere essenziale e per questo è necessaria la promozione
della cultura del buon governo* locale incentrata sulla cooperazione, la
prevenzione, la partecipazione dal basso e la ricerca di soluzioni pacifiche.
* SI VEDA LA RAPPRESENTAZIONE DEL BUONO E DEL CATTIVO GOVERNO NEL CELEBRE
AFFRESCO CHE LORENZETTI REALIZZÒ PER IL GOVERNO DELLA CITTÀ DI SIENA NEL 1337
Salvatore Turi Palidda