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La definizione di “antisemitismo” dell’IHRA e l’attacco alle libertà accademiche nel panorama internazionale
Il dibattito sul disegno di legge Romeo contro l’antisemitismo si è concentrato sulla definizione operativa dell’antisemitismo approvata dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), che il testo legislativo adotta e di cui costituisce l’ossatura portante. La dichiarazione, la cui stessa approvazione, da parte dell’assemblea plenaria dell’IHRA tenutasi a Bucarest nel 2016, è avvenuta in circostanze non del tutto limpide, è stata criticata soprattutto per gli esempi di antisemitismo contemporaneo che propone, e che includono varie forme di critica allo Stato di Israele. Un folto numero di studiosi, anche ebraici, ha proposto di rigettarla e di sostituirla con un altro testo, la Dichiarazione di Gerusalemme del 2021, più attento a distinguere la condanna della politica israeliana dall’odio antiebraico. Sul versante opposto, i sostenitori della dichiarazione di Bucarest (e delle varie proposte legislative sul tema presentate al Parlamento) negano che essa possa produrre la penalizzazione delle critiche allo Stato ebraico, e adducono l’esempio dei molti paesi in cui essa è stata già recepita. Vale quindi la pena di verificare quali risultati abbia effettivamente prodotto l’adozione di quella definizione negli stati e nelle istituzioni che l’hanno assunta come riferimento. Ci concentreremo su uno dei campi in cui tali risultati si sono mostrati con maggiore evidenza, ossia le restrizioni alla libertà accademiche, di insegnamento e di ricerca (per approfondimenti e per l’indicazione delle fonti rimandiamo al numero speciale del 2025, War on Knowledge, della rivista ISPF-LAB – www.ispf-lab.cnr.it). È innanzitutto l’esperienza degli Stati Uniti a mostrare la rilevanza del problema. Durante il primo mandato Trump, un ordine esecutivo del 2019 aveva disposto che, nell’applicazione del Titolo VI del Civil Rights Act del 1964, le autorità federali tenessero conto della definizione dell’IHRA. Essa veniva così inserita, pur senza diventare una legge, nel quadro amministrativo attraverso il quale le autorità federali possono indagare sulle università e condizionare l’erogazione dei fondi. La questione è diventata più evidente con la seconda presidenza Trump.  All’indomani del suo insediamento, il governo federale ha avviato indagini su numerose università e ha minacciato o sospeso finanziamenti in relazione, tra l’altro, alla gestione di presunti episodi di antisemitismo nei campus e delle proteste a sostegno del popolo palestinese. La Columbia University, di fronte alla minaccia di un taglio di circa 400 milioni di dollari, ha accettato una serie di richieste governative, intraprendendo provvedimenti disciplinari, fino in alcuni casi all’espulsione, nei confronti degli studenti implicati nelle manifestazioni contro il genocidio a Gaza, e disponendo il commissariamento di alcuni dipartimenti, tra cui quello di studi sul Medio Oriente; viceversa Harvard ha scelto inizialmente di resistere e ha subito il congelamento di miliardi di dollari di finanziamenti federali, oltre alla minaccia di revoca delle esenzioni fiscali. Mentre le minacce di tagli si estendevano, nel corso del 2025, a decine di altre università, il Department of Homeland Security inaugurava un giro di vite sulla concessione di visti agli studenti stranieri, numerosi leader delle proteste studentesche a favore della Palestina venivano arrestati e alcuni espulsi dagli USA. L’insieme delle misure adottate nei confronti delle istituzioni educative – di cui la strumentalizzazione dell’antisemitismo è stato il perno centrale – ha spinto la storica Ellen Schrecker a giudicare la politica del governo Trump “molto peggiore” della crociata maccartista del secondo dopoguerra. Un fondamento giuridico di questa serie di provvedimenti è rappresentato proprio dal Titolo VI del Civil Right Act integrato con la dichiarazione dell’IHRA. Essa ha costituito un potente strumento amministrativo per colpire le Università, molte delle quali hanno finito per inserirla nelle loro linee guida al fine di soddisfare le richieste del governo. Se l’attacco alle istituzioni accademiche figurava nel programma MAGA a prescindere dalle implicazioni connesse al conflitto in Palestina, è sulla base della dichiarazione di Bucarest che le proteste e le iniziative antisioniste sono cadute sotto la definizione di antisemitismo, giustificando l’applicazione di provvedimenti restrittivi e punitivi nei confronti delle Università, dei docenti e degli studenti. Il caso tedesco offre un esempio diverso, ma non meno significativo. Nel 2019 la Conferenza dei rettori delle università tedesche ha adottato la definizione dell’IHRA come riferimento per le università al fine dell’identificazione degli episodi di antisemitismo. Negli anni successivi essa è stata incorporata in programmi di formazione, linee guida e pratiche delle istituzioni pubbliche. Anche il Bundestag e diversi parlamenti regionali l’hanno richiamata per indirizzare i finanziamenti pubblici e il supporto istituzionale, condizionandoli al rispetto dei suoi principi. In questo contesto si sono moltiplicati gli interventi volti a impedire iniziative accademiche riguardanti il genocidio in Palestina e le politiche di Israele. Nel novembre 2025, per esempio, la Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco ha cancellato il workshop «The Targeting of Palestinian Academia», organizzato dalla cattedra di studi arabi e islamici con la partecipazione di studiosi palestinesi e israeliani. Poco prima era stato annullato all’Università Leibniz di Hannover un workshop organizzato da Udi Raz, colpendo in questo caso una voce del mondo ebraico critica nei confronti dello Stato di Israele. Il susseguirsi di episodi di questo genere ha alimentato in Germania un dibattito sui limiti imposti alla libertà di ricerca e di discussione da quella che si va definendo come l’“eccezione palestinese”. In molti paesi, così come in Germania, la definizione dell’IHRA è stata impiegata per realizzare uno strumento generale di controllo e repressione, spesso su spinta esplicita di gruppi interessati alla strumentalizzazione della lotta contro l’antisemitismo per impedire le critiche alle politiche criminali del governo israeliano, comprimendo gli spazi di libertà di ricerca, di insegnamento e di espressione. Nonostante le critiche ricevute, la dichiarazione di Bucarest è stata adottata o approvata in 43 stati. Nella maggior parte dei casi la sua influenza si esercita non tanto attraverso divieti legislativi espliciti e sanzioni penali, quanto piuttosto attraverso la diffusione capillare di un quadro normativo la cui autorità si afferma attraverso le aspettative istituzionali, le prassi amministrative e i meccanismi di finanziamento; nonché, in molti casi, attraverso la nomina all’interno delle istituzioni educative di soggetti specificamente incaricati di censurare le iniziative che ricadono sotto la sua definizione di antisemitismo, una prescrizione che torna anche nel d.d.l. proposto in Italia. Come ha mostrato uno studio di S. Doğan, D. Della Porta e F. Alagnain recentemente pubblicato in Perspectives on Politics (DOI: 10.1017/S1537592726105672), basato sull’analisi di oltre 120 episodi di repressione nelle università americane e tedesche, tale definizione concorre alla costruzione di un meccanismo di “panico morale” che giustifica a sua volta la sospensione delle garanzie di libertà di ricerca e di espressione nei confronti dei soggetti additati strumentalmente come “antisemiti”. In nome di una pretesa “neutralità” della scienza quella che si va affermando è una criminalizzazione programmatica della critica e del dissenso, che oltre a giustificare provvedimenti punitivi e censori alimenta una tendenza al conformismo e all’autocensura. Alla luce di questi precedenti si evidenzia chiaramente il rischio ben concreto che l’adozione della dichiarazione dell’IHRA prevista dal d.d.l. Romeo possa rafforzare una tendenza alla compressione della libertà di espressione già avviata nel nostro paese da provvedimenti come i decreti sicurezza. *Gli autori sono dirigenti di ricerca presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche Redazione Italia
September 6, 2026
Pressenza
Le meditazioni di Mauro Armanino sulle ‘apocalissi’ e sul ‘sotto-costo’
“Un altro nome di apocalisse potrebbe essere quello di insurrezione, che poi è sinonimo di ‘rivelazione’ – spiega il sacerdote ligure – Tra le due parole c’è una profonda connessione e per così dire ‘ complicità’. Ogni autentica sovversione non è, in fondo, che la rivelazione di un mondo altro che, fatto prigioniero da quello esistente, è ‘naturalizzato’ da un’apparente ineluttabilità. Le apocalissi sono dunque incursioni che svelano l’ambizione di offrire chiavi di lettura per interpretare la propria storia. Essa è parte integrante di quella più ampia che involucra e incide su quella realtà che crediamo unica.  Le apocalissi hanno il sapore dell’ultimità e, per certi versi, di fragile passerella per i tempi di crisi che sono i cambiamenti d’epoca”. Nato a Chiavari nel 1952, un obiettore di coscienza che anziché il servizio militare, nel 1976 obbligatorio, ha svolto attività umanitarie in Costa d’Avorio, dove poi è tornato come missionario, Mauro Armanino ha vissuto a Casarza Ligure, dove lavorava come operaio e si impegnava nelle lotte sindacali, poi a lungo in Niger e a Genova, dove mentre assisteva i migranti ha conseguito il dottorato in antropologia culturale ed etnologia. Da quando è tornato a vivere in Liguria partecipa frequentemente alle settimanali Ora in silenzio per la pace di Genova e Sestri Levante. Ha documentato le proprie esperienze nei libri-testimonianza pubblicati da Edizioni Mutus Liber e in questi giorni ha scritto alcune meditazioni. APOCALISSI LEGGERE NEL QUOTIDIANO Una serie di riflessioni ispirate dai brani E vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima, infatti, erano scomparsi e il mare non c’era più (Ap 21, 1) e Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, nè di lì possono giungere fino a noi’… (Lc 16, 26), da alcune frasi di altri autori (Franco Arminio, Rainer Maria Rilke, Russel Jacob, Arturo Paoli e Anais Nin) e dalle sue osservazioni sul tema Le frontiere come un’apocalisse: i confini rivelano i nostri volti reali pubblicate su Il Fatto Quotidiano il 22 marzo scorso. SOTTOCOSTO > L’AMT di Genova oggi sciopera. L’Azienda Municipalizzata dei Trasporti > assicura il servizio essenziale solo in alcune fasce orarie del mattino e > della sera. In attesa di un dimenticato sciopero nazionale per il caro vita e > altre faccende legate a una ‘guerra mondiale a pezzi’ che ci coinvolge. > > Ciò è quanto testualmente affermato dall’Avvocatura dello Stato, ci ricorda > Gianni Alioti cofondatore di The Weapon Watch  – Osservatorio sulle armi nei > porti europei e mediterranei, già sindacalista della Cisl. Quest’ultimo sembra > da tempo un sindacato fantasma accodatosi all’ombra del potere attuale. > > Quando i sindacati d’epoca dicevano ‘Uniti si Vince’ sapevano quello che > sarebbe accaduto dopo. > > Se prendete la linea del 17 che fa capolinea a via Ceccardi a Genova vi > dirigerete verso la bella Nervi. Arrivati al cavalcavia di via Carrara, sulla > sinistra c’è un supermercato con tanto di parcheggio sotterraneo. La > pubblicità da cui ho rubato il titolo dell’articolo viaggia col bus e si ferma > proprio qui. > > Dice la Treccani che sottocòsto (o sótto còsto) significa “A un prezzo > inferiore a quello di costo: vendere, comprare una merce s.; cedere s. le > rimanenze”. > > La prima realtà sottocosto nella nostra società occidentale, com’è noto, è la > vita dei poveri. > > I più indifesi sono quelli che avrebbero potuto e per tanti motivi non hanno > ricevuto il permesso di soggiorno per questa terra. Poi quelli che avrebbero > voluto avere accesso alle nostre sponde e ne sono stati impediti da politiche > necrofile. Poi per i quali, anziani, la vita si presume senza importanza e > aiutati a sparire senza che nessuno prenda dovuta nota del loro umano > transito. Le vite dei profughi e degli sfollati dalle innumerevoli guerre > organizzate dalla nuova ‘Classe Armata’, secondo la drammatica intuizione > dell’amico David Colantoni. > > Sottocosto appaiono anche i sogni. > > Quelli funzionali al mantenimento del sistema, diciamo i sogni consumisti, > vengono venduti a prezzo ribassato del tipo tre al prezzo di due o anche di > più. > > Gli altri, quelli pericolosi e sovversivi, sono naturalmente fuori mercato e > anche fuori zona di ‘comfort’ intesa come area nella quale uno si sente al > sicuro. > > I luoghi nei quali si sogna un mondo pericolosamente differente vengono > isolati o, come esperimentato in era Covid, immunizzati perché non contaminino > il futuro. > > Sottocosto specie lui, il futuro, perché temuto in quanto portatore di > indefinita novità. > > La prova più evidente è quella del citato ‘inverno demografico’ o per meglio > dire, l’inconsapevole eppure prevedibile riduzione a comparsa dell’Occidente. > In effetti l’Istituto di statistica italiano, Istat, prevede che tra vent’anni > le coppie senza bambini saranno più numerose di quelle con bambini. > > Sottocosto il lavoro che tra morti quotidiane, sfruttamento nei luoghi di > raccolta industriale di frutti, legumi e affiliati, rende drammaticamente > risibile l’articolo primo della Carta Costituzionale. > > In esso si afferma che la Repubblica è fondata sul lavoro e che la sovranità > appartiene al popolo. Quest’ultimo (da prendere in senso letterale) la > esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. > > Entrambi i principi sono sconfessati dalla pratica ma c’è di peggio perché, da > tempo, abbiamo smarrito il senso del lavoro come trasformazione della realtà. > > Nel centro storico di Genova come, suppongo, in altre città, si vedono > scorrere sulle strade biciclette elettriche adattate con autisti di origine > straniera. Muniti di zainetto e pubblicità i riders, ciclo-fattorini, sono un > emblema dell’attuale liquidità sociale. > > Sottocosto sono le parole come quelle che ricordava papa Leone agli > ambasciatori: “il significato delle parole è sempre più fluido e i concetti > che esse rappresentano sempre più ambigui. Il linguaggio non è più il mezzo > privilegiato della natura umana per conoscere e incontrare… diviene sempre più > un’arma con la quale ingannare o colpire e offendere gli avversari… che le > parole tornino ad esprimere in modo inequivoco realtà certe”. > > Le parole vere non sono in vendita e neppure da esibire per ingannare Dio o > imbrogliare il popolo nella politica. Quelle pericolose sono state crocifisse > e risorgono nei poveri ma solo dopo tre giorni. > > Mauro Armanino, Genova, settembre 2026 Redazione Genova
September 5, 2026
Pressenza
L’esperienza e la prossima iniziativa dei ‘Preti contro il genocidio’
Oltre 2˙500 sacerdoti, vescovi e cardinali di 67 nazioni si preparano a tornare in piazza. I coordinatori della rete formata dai preti cattolici aggregati in solidarietà con il popolo palestinese e mobilitati nella protesta contro il genocidio hanno presentato il programma della manifestazione e un bilancio delle proprie attività. Il 22 settembre prossimo a Roma, dopo l’incontro mattutino alla chiesa di Santo Spirito con i partecipanti al Pellegrinaggio di giustizia in Palestina organizzato da Pax Christi e Un ponte per…, nel pomeriggio imploreranno la pace, la fine di ogni genocidio e il disarmo marciando in preghiera per via della Conciliazione e davanti ai palazzi sedi delle istituzioni nazionali e si raduneranno insieme a monsignor Giovanni Ricchiuti, arcivescovo emerito di Altamura e presidente di Pax Christi. Alla conferenza stampa svolta online il 2 settembre scorso hanno anticipato i contenuti dell’appello Genocidio, non guerra che rivolgeranno ai governanti e ai ‘pastori’ della Chiesa. Il portavoce della rete ‘Preti contro il Genocidio’, Pietro Rossini, ha esordito spiegando: > Un anno fa, il 22 settembre 2025, poco più di duecento sacerdoti si sono > ritrovati a Roma perché non riuscivano più a stare zitti. Non avevamo una > struttura, non avevamo un ufficio stampa, non avevamo un programma. Avevamo > una convinzione sola: davanti a un genocidio non esiste la neutralità. > > Oggi siamo oltre 2˙500 fra sacerdoti, vescovi e cardinali, in 67 Paesi e in > cinque continenti. E in questo anniversario ci diamo un obiettivo preciso: > arrivare a 4˙000 adesioni. > > Quattromila non è un numero scelto a caso. È circa l’1 % di tutto il clero > cattolico del mondo. Un uno per cento che non pretende di rappresentare la > Chiesa intera, ma che chiede alla Chiesa intera di non voltarsi. Nel Vangelo > il lievito è sempre poca cosa rispetto alla pasta: eppure è quello che la fa > cambiare. > > Dobbiamo però dire con chiarezza in che condizioni arriviamo a questo > anniversario. > > In questi dodici mesi non c’è mai stato un cessate il fuoco. C’è stato > l’annuncio di un cessate il fuoco, ci sono stati i comunicati, le fotografie > degli incontri ufficiali. Ma le bombe non si sono fermate, la fame non si è > fermata, i bambini sono continuati ad essere vittime dell’odio e della > violenza. > > Una tregua che non ferma le uccisioni non è una tregua: è una parola usata per > far girare lo sguardo dell’opinione pubblica da un’altra parte. > > Per questo il 22 settembre, a Roma, non porteremo slogan. Porteremo in > processione un sudario con i nomi di trecento bambini uccisi da Israele > durante quello che avrebbe dovuto essere il tempo del silenzio delle armi. > Trecento nomi scritti a mano, uno per uno, dai sacerdoti della rete. Perché un > numero si dimentica, un nome no. Perché quei bambini avevano un nome prima di > diventare una statistica, e noi vogliamo restituirglielo. > > E qui sta il cuore di quello che vogliamo dire oggi: bisogna chiamare le cose > con il loro nome. > > Una guerra è un conflitto tra due eserciti. Quello che accade a Gaza non è una > guerra: è un genocidio. Lo dicono i giuristi, lo dicono gli storici, lo dicono > le corti internazionali, lo dice quello che vediamo ogni giorno. Chiamarlo > “guerra” non è un errore di vocabolario: è il primo atto di complicità, perché > rende accettabile ciò che è inaccettabile. > > Per questo ci rivolgiamo alle istituzioni civili e a quelle religiose. > > Ai governi: sospendete la vendita di armi, applicate il diritto > internazionale, smettete di trattare le risoluzioni ONU come pareri > facoltativi. > > Ai nostri pastori e alle nostre Conferenze episcopali: una parola più netta, > più profetica, più concreta. > > Il silenzio prudente non protegge nessuno, se non chi sta commettendo le > atrocità. > > Il 22 settembre la giornata si apre con una mattinata di riflessione tra i > sacerdoti aderenti. Per procedere con una marcia di preghiera verso Via della > Conciliazione ed altri luoghi significativi di Roma per chiedere la pace, la > fine di ogni genocidio e il disarmo. > > Chiediamo al Signore il coraggio per i nostri rappresentanti politici di non > cedere ai compromessi, la forza di difendere ogni vita umana, la sapienza di > costruire una pace fondata sulla giustizia e sulla verità. Il francescano Jacek Orzechowski, condirettore del Laudato Si’ Center for Integral Ecology della Siena University di Loudonville, una cittadina al centro dello stato di New York, ha riferito delle attività realizzate dalla rete Priests Against Genocide negli Stati Uniti. Il parroco londinese Pat Browne ha descritto le iniziative svolte nel Regno Unito e in Irlanda, tra cui la lettera inviata il 19 agosto scorso al primo ministro britannico.  Pietro Rossini e Jacek Orzechowski hanno testimoniato le esperienze di predicare il genocidio dall’altare. La rete dei ‘Preti contro il Genocidio’ ha aderito alla manifestazione del 9 settembre scorso contro il DDL che equipara l’antisionismo all’antisemitismo. Focalizzando l’attenzione sulla questione oggi cruciale in dibattiti e polemiche politiche e, di riflesso, nei confronti interreligiosi, Pietro Rossini ha osservato: > Il sionismo è un’ideologia diffusa tra ebrei ma anche tra cristiani, cattolici > ed evangelici, e atei, e mentre le posizioni su questo tema si sono > polarizzate i social media hanno amplificato l’eco dei discorsi d’odio, però > ‘bloccando’ il confronto d’opinioni e così togliendo la parola a chi critica > un’ingiustizia e mettendo a tacere le voci che denunciano il genocidio dei > palestinesi. Ovunque, soprattutto nelle nazioni più tradizionaliste e > conservatrici, i preti che ne parlano vengono tacciati di antisemitismo e > un’organizzazione ebraica non-sionista, Voce Ebraica per la Pace, in un report > ha documentato gli arresti di 2˙500 ebrei, anche ortodossi, che vi si > oppongono. Sono intervenuti i giornalisti: * Valerio Giacoia, che ha interpellato i referenti della rete Preti contro il Genocidio sulle difficoltà che hanno affrontato all’interno della Chiesa; *  Luca Kocci, collaboratore de il manifesto e di Adista che ha chiesto informazioni sul pellegrinaggio in Terra Santa e sulle relazioni e interazioni con papa Leone XIV; * Alberto Fazzolo, anche un analista geopolitico e un attivista che ha domandato quali governi ascoltano gli appelli; * Maria Ilaria de Bonis, redattrice di Popoli e Missione che ha chiesto approfondimenti sui rapporti con Vaticano, CEI e politici;  * Flavia Cecchini, redattrice di Città Nuova che ha interpellato i ‘Preti contro il Genocidio’ riguardo alle attività di BDS – boicottaggio, disinvestimento e sanzioni. Osservando che sacerdoti e redattori di quotidiani, riviste e agenzie stampa hanno in comune la facoltà di diffondere notizie e informazioni che formano le opinioni delle persone e contribuire a far conoscere e capire i motivi della disobbedienza civile, Rito Maresca – il parroco di Mortora che l’anno scorso ha celebrato la messa del Corpus Domini indossando una casula raffigurante la bandiera della Palestina – ha ricordato “ciascuno di noi nella propria sfera d’influenza può fare qualcosa, e fare la differenza” ed esortato i giornalisti a “mettere la penna al servizio della pace, della giustizia e dell’equità”. Maddalena Brunasti
September 5, 2026
Pressenza
L’ONU corregge la proiezione del mappamondo in uso con una più rispettosa di tutti i continenti
L’Assemblea Generale ha compiuto ieri, 4 Settembre,  un passo importante verso la correzione delle distorsioni presenti nelle mappe del mondo di uso comune, in particolare nella proiezione di Mercatore, che si ritiene rappresentino in modo errato le dimensioni relative dei continenti e contribuiscano a una percezione riduttiva dell’Africa e di altre regioni equatoriali. La risoluzione si intitola “Correggere la mappa: riequilibrare la rappresentazione cartografica globale e promuovere un’equa rappresentazione delle regioni del mondo, in particolare dell’Africa” (documento  A/80/L.104 ),  ed è stata adottata con 164 voti favorevoli, 1 contrario (Stati Uniti) e 6 astensioni (Estonia, Georgia, Lituania, Repubblica di Moldova, Serbia, Ucraina). Il documento auspica un uso più ampio delle proiezioni cartografiche a pari area, in particolare della proiezione Equal Earth, nei contesti in cui le dimensioni comparative dei continenti sono rilevanti, inquadrando la questione come qualcosa di più di un semplice problema cartografico tecnico. L’obiezione degli Stati Uniti secondo cui la risoluzione aveva un carattere “fortemente ideologico” è stata considerata ridicola da parte degli studiosi e degli stati membri. La questione della proiezione europocentrica che Mercatore fece nel 1600 (proiezione assolutamente rivoluzionaria per l’epoca dato che per la prima volta si tentava di raffigurare in modo scientifico tutto il pianeta in una sola cartina) fu messa in discussione da James Gall già nel 1855 ma fu grazie al lavoro di Arno Peters che la proiezione di Gall fu pubblicata nel 1974 e divenne la prima proiezione in cui a centimetri quadrati di cartina corrispondono una proporzione esatta di kilometri quadrati di territorio.   Fonte: https://press.un.org/en/2026/ga12779.doc.htm   Pressenza IPA
September 5, 2026
Pressenza
Il golpe cyberpunk di Trump
Accelerazionismo. Marinetti. Tecnofeudalesimo. Asma Mhalla, brillante accademica, ci mette in guardia, con un piccolo capolavoro, per Einaudi, Resistere ai tempi oscuri. Il futuro è già arrivato. Suprematisti messianici a milioni sostengono l’apocalisse per vedere il messia. E Trump è solo il mago del kaos postwestfaliano. Istruito da un copione di 900 pagine, che non ha letto ma interpreta da clown, scritto dai veri strateghi di questa nuova era distopica postnormativa. Il re è un giullare malefico, che spinge sul militarismo tecnocratico. La peggiocrazia non lascia nulla al caso. Siamo troppo impegnati nella nostra bolla di sopravvivenza per capire. Per pensare non abbiamo tempo. Ognuno odia l’altro, ma il copione non lo hai scritto tu. Il delirio di onnipotenza dei nuovi tiranni crea e avvolge la nostra mente come la tela di un ragno diabolico. Siamo tutti polli di Renzo. Ci becchiamo mentre la mano innominata ci porta al macello. La speranza si nasconde nella consapevolezza che non sei tu a scrivere la tua storia. Siamo già anestetizzati dalla dopamina e guidati dalla rabbia.  Musk ci vede lottare a sangue nelle strade, ma non è una profezia. Sta già succedendo. Era progettato. Il golpe cyberpunk di Trump si basa sulla velocità e sulla violenza. Gli anticorpi sociali sono in movimento. “No King” gridiamo alle manifestazioni mentre i tiranni governano il mondo. Speriamo nel popolo americano. In un sussulto antifascista. Anche se Placido Rizzotto diceva che il nemico è dentro di noi. Sono le nostre paure. Gli inganni della mente. Ed anche oggi il nemico è dentro di noi, mentre lo abbiamo tra le mani: dispositivi di controllo e manipolazione così sofisticati, che ti suonano come un pjanoforte. E ti illudi di essere originale. La speranza cammina sulle nostre gambe, per la resistenza civile nonviolenta. E spegniamo la TV, il PC, gli smartphone. Prendiamoci una pausa per leggere un buon libro e amare di più. Ray Man
September 5, 2026
Pressenza
Una sindacalista per amica
CAMBIARE LE ORGANIZZAZIONI PER CAMBIARE NOI È uscito un libro frutto dell’esperienza sindacale (e non solo) di Elena Ferro. Edito da DeriveApprodi, si intitola “La partecipazione come agente trasformativo. Mappe per cambiare le organizzazioni”. Elena Ferro l’ho conosciuta qualche mese fa in un incontro a Viverone, piccola località sull’omonimo lago situato tra Biella, Ivrea e Vercelli, durante la campagna referendaria per il No alla riforma costituzionale del governo Meloni. È stato un bell’incontro, in cui il suo e il mio intervento si sono ben integrati. Il risultato referendario, poi, è andato anche meglio della serata alla Biblioteca di Viverone. Ne scrive anche nel suo libro, dando il merito ai tanto bistrattati giovani per essere andati a votare e per aver votato No. Non c’è eccesso di giovanilismo nelle sue parole, ma solo la consapevolezza di quanto sia necessaria la cessione di potere alle nuove generazioni: > “Come la pala di un mulino che ha bisogno di nuova acqua per girare, così le > strutture sociali si mettono in moto per restare al passo con i tempi”. Questa è la metafora che chiarisce il suo modo di rapportarsi con chi ha meno passato, ma più futuro di noi. La mia esperienza non arriva da grandi organizzazioni come quella di Elena. Lei è segretaria confederale della CGIL di Torino, le mie radici sono invece per lo più realtà di base, locali o di movimento. Il suo libro, però, è utile a tutte e tutti coloro che vogliono cambiare il malessere che viviamo nelle nostre associazioni. Elena individua come posta in gioco l’uscita dalla frammentazione sociale e dall’iperindividualismo, definendoli come fenomeni che privatizzano la fatica e interiorizzano il conflitto. Per uscire da questa costrizione è necessario ridefinire linguaggi comuni e costruire legami sociali. La parola cambiamento è quella che ricorre più spesso nel testo, ed è riferita soprattutto alle organizzazioni, come esplicita il sottotitolo. Quanti di noi hanno esperienza di associazioni, grandi e piccole, che ripetono sempre gli stessi errori e lasciano i propri membri frustrati, insoddisfatti e fondamentalmente disillusi? Credo molti, se non la quasi totalità. Come uscirne? Elena propone un metodo sintetizzato in tre lenti: prima viene l’ascolto, poi la comprensione del contesto e, infine, la necessaria azione. Non spoilero oltre: andatelo a leggere, è semplice ma illuminante. È soprattutto una boccata d’aria fresca, che mi riconcilia con un sindacato fatto di persone attive, che comprendono ciò che le circonda, affrontano i conflitti e vogliono cambiare davvero. Certo, il termine cambiamento può apparire generico. Ma, per tornare al linguaggio, sarebbe più chiaro usare riforma o rivoluzione? Quest’ultima compare una sola volta nel testo e in modo marginale. In fondo la vera rivoluzione l’ha fatta la controparte: il neoliberismo è stato una radicale guerra di classe, dei ricchi contro i poveri. E l’hanno vinta. La parola riforma, invece, è talmente abusata da aver perso ogni connotato legato a forme autentiche di emancipazione: da quella dalla povertà a quella coloniale o patriarcale, per citare tre domini che hanno ripreso vigore in questa nuova fase post-neoliberale. Siamo andati oltre il peggio immaginabile e, come se non bastasse, non disponiamo di forme organizzative adeguate per reagire. Ben venga allora il cambiamento proposto da Elena, ed evviva che arrivi dalla prospettiva sindacale. La situazione è tale che abbiamo bisogno di tutto, a maggior ragione se la proposta è attenta, adeguata e seria come quella che Elena Ferro fa nel suo libro, affrontando le questioni che dobbiamo porci per riorganizzarci di fronte al tecnocapitalismo. > “Il paradosso della nostra società è l’illusione di essere iperconnessi > mentre, nei fatti, siamo spesso più lontani. Come bussare a porte socchiuse: > la voce entra, la presenza no.” Chiudo con questo passaggio tratto dal libro, per restituire il senso e l’urgenza delle sue riflessioni. Non mi resta che augurarvi buona lettura. Ettore Macchieraldo
September 5, 2026
Pressenza
Non ce la facciamo da soli
Quelle parole, “Non ce la facciamo da soli”, dopo la tragedia terribile di Pietralata continuano a rimbalzare ovunque. Eppure, a partire dagli anni Settanta, genitori, insegnanti, educatori, operatori sociali e associazioni si sono messi insieme e hanno combattuto. Hanno aperto le porte degli istituti. Hanno messo in discussione le classi differenziali. Hanno preteso che ogni persona potesse vivere nei quartieri, nei giardini, nelle piazze, nella comunità. Non possiamo pensare che quelle conquiste siano al sicuro per sempre. Quelle conquiste si possono cancellare con una legge, ma possono anche svuotarsi molto prima, quando la cultura dell’inclusione viene vista come un eccesso. Sarebbe facile pensare che il problema siano soltanto le destre in ascesa (come in questi giorni in Sassonia). “Il cambiamento parte da come viviamo noi… – scrive Emilia De Rienzo – Quando non portiamo via nostro figlio perché davanti a lui c’è un bambino diverso. Quando smettiamo di misurare i figli degli altri su una scala di prestazioni. Quando insegniamo che la fragilità non è una colpa. Quando scegliamo di non lasciare sola una famiglia. Quando difendiamo un servizio, una scuola inclusiva, un insegnante di sostegno, un’associazione, un luogo della memoria…”[Comune-info] «Non ce la facciamo da soli». È una frase rimasta sospesa nell’aria dopo la tragedia terribile di Pietralata. Ma al di là di quel singolo fatto, quelle parole raccontano una condizione quotidiana che riguarda da vicino moltissime famiglie che vivono la disabilità: la fatica, la solitudine, la paura del futuro. E proprio per questo vale la pena ricordare qualcosa che oggi rischiamo di dimenticare. Non è stato sempre così. A partire dagli anni Settanta, genitori, insegnanti, educatori, operatori sociali e associazioni si sono messi insieme e hanno combattuto. Hanno aperto le porte degli istituti. Hanno messo in discussione le classi differenziali. Hanno portato i bambini con disabilità nella scuola di tutti. Hanno preteso che ogni persona potesse vivere nei quartieri, nei giardini, nelle piazze, nella comunità. Non chiedevano soltanto servizi. Chiedevano che quelle persone venissero riconosciute come tali. Chiedevano dignità. Sono state conquiste enormi. E proprio perché oggi ci sembrano scontate, rischiamo di dimenticare quanto siano costate. Una mamma mi raccontò una volta che, quando portava il figlio ai giardini, alcune mamme o nonne, vedendoli arrivare, si alzavano dalla panchina e portavano via i propri bambini. Un’altra mi raccontò che ascoltava continuamente parlare dei figli degli altri: il più bravo, il più bello, quello che aveva imparato prima, quello che faceva meglio. Alla fine era lei ad andarsene. Non erano leggi discriminatorie. Erano piccoli gesti. Ma anche l’umiliazione può essere fatta di piccoli gesti. Una sedia che si allontana. Un bambino tirato via. Un invito che non arriva. Uno sguardo che evita. L’inclusione, dunque, non è soltanto una questione di assistenza e di risorse, per quanto fondamentali. È una questione culturale. È il modo in cui guardiamo chi non corrisponde alla nostra idea di normalità. Ed è quando questa cultura dello scarto comincia a trovare cittadinanza nella società che le istituzioni rischiano di cedere. Ciò che sta accadendo oggi in Europa dovrebbe preoccuparci molto più di quanto non faccia. Guardiamo a cosa succede in Germania, in Sassonia-Anhalt. Secondo La Stampa del 2 settembre 2026, le proiezioni danno l’AfD attorno al 42 per cento: potrebbe diventare il primo partito e persino raggiungere la maggioranza assoluta. Sarebbe la prima volta dal dopoguerra che una forza di estrema destra si trova a governare da sola un Land tedesco. Non è un pericolo teorico o lontano. E non stiamo parlando soltanto di immigrazione o di politica economica. È in gioco una precisa idea di cultura, di scuola, di memoria e di comunità. L’AfD propone una politica culturale «patriottica». I suoi esponenti hanno attaccato il Bauhaus, uno dei simboli della modernità e dell’apertura tedesca, chiedendo di ridisegnare l’indirizzo culturale della regione, di ridimensionare lo spazio dedicato al periodo nazista e di intervenire sui programmi scolastici. E poi c’è Bernburg. Un luogo che dovrebbe essere impossibile da dimenticare. Lì esiste ancora la camera a gas di una delle «cliniche della morte» del regime nazista. Migliaia di persone furono uccise perché considerate indegne di vivere: persone con disabilità, malati psichiatrici, persone giudicate incapaci di lavorare. Venivano chiamate “Ballast”: zavorra. Oggi, nella stessa regione, una forza politica che potrebbe andare al governo mette in discussione i luoghi della memoria e utilizza parole che riportano al centro l’idea della persona come «peso». Non si tratta di fare facili paragoni con il nazismo. Sono esponenti di questa destra a chiedere un cambio di passo nel rapporto della Germania con la propria storia: basta con il «culto della colpa», meno spazio alla memoria della Shoah, più orgoglio identitario. E qui dovremmo fermarci a riflettere. Perché il problema non è soltanto ciò che questa destra potrebbe fare se andasse al governo. È ciò che sta già riuscendo a cambiare oggi: il linguaggio, le priorità, la percezione della memoria e della diversità. E quando cambia il linguaggio, cambia anche ciò che una società considera accettabile o normale. Per questo la storia delle persone con disabilità torna a essere terribilmente attuale. Per decenni abbiamo combattuto perché nessun bambino fosse considerato uno scarto. Perché nessuno venisse separato dagli altri soltanto perché diverso. Perché una persona non fosse valutata sulla base di quanto produce, di quanto è autonoma, di quanto costa. Non possiamo pensare che quelle conquiste siano al sicuro per sempre. Le conquiste si possono cancellare con una legge. Ma possono anche svuotarsi molto prima: quando la cultura dell’inclusione viene vista come un lusso o un eccesso, quando i diritti diventano un fastidio, quando la memoria viene definita un peso, quando la diversità torna a essere percepita come una minaccia invece che come una ricchezza. Ed è qui che dobbiamo guardare a noi stessi. Perché sarebbe facile pensare che il problema siano soltanto loro: l’estrema destra, i nazionalisti, quelli che vogliono riscrivere la storia. Ma il cambiamento parte da come viviamo noi. Siamo noi quando decidiamo di non alzarci da quella panchina. Quando non portiamo via nostro figlio perché davanti a lui c’è un bambino diverso. Quando smettiamo di misurare i figli degli altri su una scala di prestazioni. Quando insegniamo che la fragilità non è una colpa. Quando scegliamo di non lasciare sola una famiglia. Quando difendiamo un servizio, una scuola inclusiva, un insegnante di sostegno, un’associazione, un luogo della memoria. La democrazia non si perde soltanto nei palazzi del potere. Si indebolisce nei piccoli gesti di ogni giorno, nelle parole che lasciamo passare, nelle discriminazioni che smettiamo di notare perché ci siamo abituati. Ecco perché Bernburg ci riguarda. Non perché la storia debba ripetersi in modo identico. Ma perché ci mostra quanto può diventare pericoloso il momento in cui una società ricomincia a classificare gli esseri umani, a stabilire chi è utile, chi è normale e chi è soltanto un peso. Il pericolo non è altrove. È in Europa. È dentro il dibattito pubblico. E rischia di fare passi avanti da gigante. Forse la cosa più grave è che continuiamo a guardare da un’altra parte, come se la tutela dei diritti fosse qualcosa di ormai acquisito per sempre. Non lo è. E allora dobbiamo ricordare. Ma soprattutto dobbiamo scegliere. Perché la tenuta di una società non si decide soltanto nelle urne. Comincia da noi. Dalla scuola. Dalla famiglia. Dalla strada. Da una panchina. Da quel gesto semplice che dice a una persona: tu qui hai il diritto di stare. EMILIA DE RIENZO, INSEGNANTE E FORMATRICE Comune-info
September 3, 2026
Pressenza
“Una spiritualità adatta ai tempi”: intervista agli autori, Andrea Billau e Vincenzo Musolino
Questo 28 agosto, per edizioni Mimesis, è uscito l’interessantissimo libro, di carattere filosofico, intitolato “Una spiritualità adatta ai tempi. Tra post-ateismo e compresenza Saggi di Andrea Billau e Vincenzo Musolino”. Il libro gode della preziosa partecipazione di Pier Paolo Segneri, Enrico Salvatori, Danilo Di Matteo e Pasquale Vitagliano, ma il suo fulcro sono i due saggi di Billau e Musolino. Nel primo, intitolato “L’altrove è possibile. Un percorso filosofico”, Billau si occupa di spiritualità e storia culturale della modernità, mentre nel secondo, intitolato “Morire la morte. Nascite, rinascite e aggiunte nella compresenza”, Musolino affronta la figura e la filosofia di Aldo Capitini, definito da lui il “Gandhi italiano”, concentrandosi molto anche sull’importanza della nonviolenza. Andrea Billau, che già conosciamo, è giornalista di Radio Radicale, nel 2020 ha ricevuto il premio “Acquaformosa che accoglie” per il suo impegno giornalistico sui temi dell’immigrazione e dell’antirazzismo. In campo filosofico-religioso ha scritto: “Cercando un altro Dio. La condizione tragica dell’esistenza e la religione aperta”, Apollo edizioni, 2020; “Per un nuovo universalismo. L’apporto della religiosità alla cultura laica”, da lui curato, Castelvecchi, 2023; “I nuovi creatori. Il nostro destino di liberazione dalla tragicità”, edito da Multimage nel 2024. Vincenzo Musolino è dottore di ricerca in Metodologie della filosofia. Tra le sue pubblicazioni si segnalano: Potere e paranoia. Il concetto di potere nell’analisi di Elias Canetti (2008), Eccezione e Trascendenza. La teologia politica di Carl Schmitt (2015), il Quaderno di filosofia intitolato Le strade vive della filosofia (2022), produzione del Centro studi filosofici “Aldo Capitini” – Anassilaos, di cui è responsabile – e il secondo Quaderno di filosofia Contro la morte. Sulla filosofia di Aldo Capitini (2024).  Nella sinossi del libro si può leggere: “Di fronte a un mondo schiacciato sul presente, dominato dal modello tecnologico-capitalista e segnato dal fallimento delle grandi narrazioni politiche della modernità, la possibilità di immaginare il futuro sembra essersi dissolta. La perdita di protagonismo collettivo ha favorito passività, sovranismi e fondamentalismi, mentre la ragione moderna ha espulso dalla vita umana anche il suo autentico bisogno spirituale. I saggi di Andrea Billau e Vincenzo Musolino esplorano la possibilità di recuperare questa dimensione attraverso il riconoscimento del limite, la responsabilità personale e l’azione capace di trasformare la realtà, lungo un percorso tra post-ateismo e compresenza capitiniana”.  In merito a quanto ben esplicato nel libro, ho raggiunto i due autori per intervistarli: Da dove nasce questo libro? Andrea Billau: Questo libro nasce da una mia esigenza personale che si trasforma anche in un’esigenza sociale e addirittura politica. Non è il primo testo che scrivo da solo o in collaborazione con altri, ma andiamo al dunque. Vincenzo Musolino: dall’esigenza di “osare” il concetto di Dio nel nostro tempo per salvare le tante dimensioni dell’umano e una spiritualità propria del presente e viva che rischia di essere sottovalutata nell’accelerazione consumistica. Fede e Trascendenza sono oggi ancora indispensabili come il compito filosofico di renderli comprensibili nella nostra immanenza. Senza alcuna rete di protezione, caduti i grandi bastioni formali dell’Autorità – Chiesa e Stato – la spiritualità, la cura dell’Altro, sono innanzitutto compiti “pratici” che scaturiscono da una “persuasione” che è una scommessa anche politica: la realtà di tutti è insufficiente, ingiusta, tocca a noi riformarla.   Nel suo saggio, Billau lei fa riferimento al fatto che la dimensione della spiritualità umana è ancora oggi schiacciata tra le fedi dogmatiche e un ateismo altrettanto dogmatico. Può spiegarci cosa intende in merito a ciò e cosa ha prodotto tale situazione?  Io sono un laico che fin da giovane ha sentito fortemente la tragicità dell’esistere (Leopardi docet) e rispetto a questa dimensione pervasiva della nostra condizione esistenziale ha cercato di rispondere non aderendo a una delle tante fedi religiose date ma affidandosi alla riflessione filosofica che fin dal mondo greco ha indagato sul senso della vita, del male nel mondo fino al confronto ineludibile con la morte. E qui inserisco l’aspetto sociale: la cultura laica a cui sento di appartenere nella sua giusta battaglia per liberarsi dal Modello teocratico premoderno ha buttato con l’acqua sporca del clericalismo il bambino del bisogno spirituale umano è ha cercato di realizzare qui sulla terra, attraverso le ideologie, i paradisi storici che sono tutti miseramente falliti e dopo questa catastrofe, da tutti i punti di vista, si è adattata a vivere il solo presente senza più spinte al trascendimento della realtà data, lasciando lo spazio ai sostituti delle ideologie e cioè la politica dell’uomo o della donna forte o l’affidarsi a forme religiose fondamentaliste, con tutte le conseguenze che verifichiamo nella terribilità del mondo attuale. Se la cultura laica prendesse esempio dalla Chiesa Cattolica che ha saputo rinnovarsi a partire dal Concilio Vaticano II, dovrebbe riuscire a imprimere una novità nella sua stanca narrativa, rimettendo al centro la grande tradizione filosofica che pure le apparteneva, per conseguire una nuova spinta etica che avrebbe come conseguenza anche una nuova politica. Per uscire da tale impasse, Billau, dopo un’attenta analisi incentrata anche sulla storia della filosofia, lei si rifà alla filosofia processuale dell’Essere, che contempla più dimensioni che l’Essere ha assunto nella sua cronologia d’esistenza. Può dirci in cosa consiste, nello specifico della sua filosofia, e che effetti può avere nella vita quotidiana? Io arrivo alla Teoria processuale dell’essere partendo dal Post-Ateismo, perché riconosco giusta la critica dello stesso alla Teodicea, cioè alla giustificazione classica della religione cristiana della presenza del male nel mondo, non attribuibile a Dio ma al solo essere umano, quando è ben evidente che è la natura stessa a infliggere dolore nel mondo attraverso le catastrofi, le malattie e la morte. Ma l’ateo si ferma qui e non offre una via d’uscita dalla tragicità ontologica, mentre la filosofia, attraverso la teoria che prediligo, la trova in una descrizione diversa del “ fenomeno Dio”, depersonalizzandolo e investendo l’essere umano di una posizione di mezzo tra un origine del tutto atemporale(l’essere originario), che poi cambia faccia e si temporalizza nella pluralizzazione degli enti, tra cui ci siamo noi che attraverso l’acquisizione della coscienza riflessiva entriamo in una nuova dimensione, la Noosfera, che è di sua natura immateriale e che emerge dalla biosfera con l’intento di autonomizzarsi in una dimensione altra oltre la morte materiale ed è questo il nostro destino finale di liberazione. Nel secondo saggio, Musolino lei affronta la figura del filosofo Aldo Capitini. Può spiegarci chi era e in cosa consiste la sua teoria della compresenza e la sua filosofia nonviolenta? Capitini è il filosofo e attivista antifascista della Nonviolenza. E’ il fondatore, insieme a Guido Calogero, del Movimento Liberalsocialista, è il “religioso aperto” che, grazie a Benedetto Croce, pubblica nel 1937 il saggio “Elmenti di un’esperienza religiosa” che rivoluzionerà le coscienze dei giovani intellettuali italiani, a partire da Noberto Bobbio, dando il vita ad una nuova opposizione al regime di Mussolini. Nell’Italia Repubblicana, poi, Capitini sarà il fautore di un transpartitismo finalizzato all’apertura della Sinistra ai valori dell’omnicrazia e della partecipazione popolare alla gestione della Cosa Pubblica, senza steccati confessionali o ideologici (Pannella ne è senz’altro l’erede politico), con al centro l’uomo e il suo destino nella “Compresenza dei morti e dei viventi”. Questo è anche il titolo del libro più filosofico di Capitini (pubblicato nel 1966) e rappresenta il luogo corale della manifestazione del “Dio anonimo” negli innumerevoli volti di tutti i cristi-crocifissi della Storia, di tutti i “Tu” la cui “aggiunta” costante di nascite e rinascite spirituali contribuisce, anche dopo la morte, alla produzione di ciò che conta, che vale, che resiste, che dura, che salva. Dire un tu a tutti, ci dice Capitini, è il riconoscimento “pratico”, vivo, dell’Unità spirituale che ci lega e che rende possibile, ancora oggi, sviluppo e crescita morale. Nonviolenza, Nonmenzogna, Noncollaborazione al male sono gli strumenti, gli “esistenziali” che mutano non solo la Società ma la stessa Realtà, espungendo la morte – il fatto bruto – dal nostro orizzonte, dalla nostra capacità infinita di atti di valore. I morti, ci dice Capitini, non ritorneranno, perché non sono mai andati via.   Andrea Vitello
September 3, 2026
Pressenza
Memory Under Siege: una call internazionale per proteggere il patrimonio culturale palestinese
Pubblichiamo l’appello, promosso da Fondazione MeNO, Sapienza, Fondazione Merz, An-Najah National University e una rete internazionale di studiosi e artisti, richiama l’attenzione sulla tutela del patrimonio culturale palestinese, tra memoria, archivi, biblioteche, siti storici e percorsi di ricostruzione_ Studiosi, artisti, architetti, istituzioni culturali ed esperti di diritti umani lanciano Memory Under Siege, una call for action internazionale per la tutela del patrimonio culturale palestinese. L’iniziativa, promossa da Sapienza Università di Roma, Fondazione MeNO, Fondazione Merz, An-Najah National University e da una rete di partner internazionali, nasce nel solco del richiamo emerso nell’ambito di UNESCO MONDIACULT 2025, la conferenza mondiale dedicata alle politiche culturali e al ruolo della cultura nelle strategie di sviluppo delle Nazioni Unite. Al centro dell’appello c’è la necessità di proteggere non solo monumenti e siti storici, ma anche archivi, biblioteche, luoghi della vita collettiva, testimonianze materiali e immateriali, pratiche artistiche e memorie condivise. Il patrimonio culturale rappresenta infatti una parte essenziale dell’identità di una comunità: custodisce la storia, consente la trasmissione dei saperi e mantiene vivo il legame tra le generazioni. Nel corso degli ultimi decenni, numerosi luoghi della cultura, edifici storici, biblioteche, archivi e testimonianze della presenza palestinese sono stati danneggiati o distrutti. Secondo l’UNESCO, al 24 marzo 2026 risultano verificati danni a 164 siti nella Striscia di Gaza dal 7 ottobre 2023, tra cui 14 siti religiosi, 128 edifici di interesse storico e artistico, 3 depositi di beni culturali mobili, 9 monumenti, 2 musei e 8 siti archeologici. A questo quadro si aggiungono le segnalazioni di organizzazioni culturali palestinesi e internazionali sui danni subiti da archivi e biblioteche pubbliche e universitarie. Memory Under Siege intende richiamare l’attenzione della comunità internazionale sulla salvaguardia del patrimonio culturale palestinese e costruire una rete ampia di sostegno, coinvolgendo esperti, istituzioni culturali, università, fondazioni, organismi nazionali e internazionali, artisti e operatori del settore. L’obiettivo è invitare soggetti pubblici e privati a condividere i contenuti e le finalità dell’appello, contribuendo alla protezione, alla documentazione e alla valorizzazione della memoria culturale palestinese. Il documento propone un approccio integrato che unisce lavoro sulla memoria, responsabilità giuridica e resilienza delle comunità. Tra le azioni indicate figurano la realizzazione di una mappatura digitale open source del patrimonio culturale palestinese, il sostegno ad artisti e operatori culturali, il rafforzamento dei meccanismi internazionali di protezione dei beni culturali, l’integrazione della memoria storica nei programmi educativi e l’inserimento della tutela del patrimonio tra gli elementi essenziali dei futuri percorsi di ricostruzione. La rete scientifica è guidata da Roberto Albergoni per Fondazione MeNO, Beatrice Merz per Fondazione Merz, Carlo Bianchini per Sapienza, Ali Abdelhamid per An-Najah National University e Shourideh C. Molavi, Docente senior in Disciplina di diritti umani, Institute for the Study of Human Rights and Department of Anthropology, Columbia University. I promotori invitano istituzioni pubbliche e private, esperti del settore, organizzazioni internazionali e soggetti della società civile a sostenere, finanziare e diffondere l’appello. Tra i primi firmatari figurano personalità del mondo accademico, culturale, artistico, giornalistico e istituzionale internazionale, tra cui la Presidente della Commissione Cultura e Istruzione del Parlamento europeo Nela Riehl. La partecipazione di voci provenienti da diversi Paesi testimonia la crescente attenzione internazionale verso la tutela del patrimonio culturale nei contesti di crisi e ricostruzione. Il testo della call, l’elenco dei primi firmatari e le modalità di adesione sono disponibili sul sito www.PalestinianCulture.art. L’iniziativa si inserisce nel più ampio impegno di Sapienza per la cooperazione scientifica, culturale ed educativa nell’area del Mediterraneo. In questa prospettiva si colloca anche il progetto DIEM – Developing Inclusive Education in the Mediterranean, coordinato dal professor Carlo Bianchini del Dipartimento di Storia, disegno e restauro dell’architettura e che coinvolge Fondazione MeNO e partner di Spagna, Tunisia, Egitto, Giordania e Palestina. Il progetto è stato selezionato nell’ambito del Programma Interreg NEXT MED e ha ottenuto un finanziamento di circa 2,8 milioni di euro. Redazione Italia
September 2, 2026
Pressenza
A Reggio Emilia sit-in per Sigfrido Ranucci, Report, per l’informazione libera
Sabato 5 settembre a Reggio Emilia si terrà un presidio di sostegno a Sigfrido Ranucci e alla Redazione di Report. L’iniziativa si terrà in Piazza Fontanesi dalle 10.00 alle 12.00, è promossa da Agende Rosse – Rita Atria – di Reggio Emilia e Provincia che invita la città a mobilitarsi in difesa della informazione libera e indipendente. Quando chi indaga, porta alla luce fatti scomodi e gravi e li documenta, viene attaccato, intimidito e delegittimato. Non è in gioco soltanto il lavoro di una redazione. È in gioco la libertà di tutti. Una democrazia autentica ha bisogno di giornalisti liberi, indipendenti e messi nelle condizioni di fare il proprio lavoro senza pressioni e senza paura. Non dobbiamo abituarci agli attacchi contro il giornalismo d’inchiesta. E’ “merce” sempre più rara nel nostro Paese, tanto che Report, il più noto programma televisivo di giornalismo investigativo, e’ rimasto unico nel panorama della TV pubblica. Come cittadini e come attivisti antimafia non possiamo ignorare che Sigfrido Ranucci è da tempo oggetto di forti pressioni da parte di personaggi di potere (dai politici in particolare) e persino da esponenti del governo, molto insofferenti al controllo del giornalismo. Di quel giornalismo che fa domande, scava, verifica e porta alla luce quello che il potere preferirebbe non venisse scoperto, raccontato e denunciato. Togliere di mezzo Report di Ranucci significa liberarsi di una voce forte, scomoda, che, attraverso inchieste coraggiose, informa attraverso la TV pubblica ciò che avviene dietro le porte del potere, nell’universo della politica e nell’economia del Paese. Per come stanno in questi ultimi anni le questioni importanti del Paese, è dunque lecito pensare e qualcuno lo sostiene- che la rimozione del conduttore di Report da parte dei vertici RAI fosse vicina.. una sorta di “morte annunciata”. Tanto più che ad oggi non è stata fornita alcuna motivazione concreta per giustificare la sua sostituzione. Gli inviati di Report minacciano di andarsene in blocco. Quale Report vedremo adesso? Ci chiediamo con preoccupazione come sarà la trasmissione dal prossimo novembre, quali temi(e poteri!) saranno indagati e quali inchieste saranno mandate in onda. Difendere Report significa difendere il diritto dei cittadini a conoscere la Verità. Per questo chiediamo a tutte e tutti di partecipare al sit-in e di far sentire la propria presenza. Esserci conta. Difendiamo insieme la libertà di informazione. Difendiamo il diritto costituzionale che deve continuare a esistere ed appartenere a tutt*. Movimento Agende Rosse – Rita Atria – di Reggio Emilia e Provincia. Redazione Italia
September 2, 2026
Pressenza