Quale infanzia possibile in Palestina?
Nel tentativo di elaborare l’intensità di estratti vissuti durante il weekend
del 5, 6 e 7 giugno per mezzo dell’iniziativa Luce sulla Palestina: memoria,
visione, azione, lo spettacolo teatrale Il loro grido è la mia voce e l’arrivo
del Sudario di Gaza a Como hanno permesso di indagare il tema della memoria e
dell’infanzia in Palestina.
Come hanno ricordato Francesca Pozzoli e Lorenzo Giovanni Bellù in apertura alla
serata tenutasi al Teatro Nuovo di Rebbio venerdì 5 giugno, la memoria non è
solo quella linea temporale che scandisce la storia del popolo palestinese,
dalla resistenza sotto l’Impero Ottomano agli ultimi nefasti avvenimenti
coincidenti con l’inumano piano di pulizia etnica dei palestinesi.
La memoria – strettamente correlata al desiderio di fare ritorno alla propria
terra, a quella situazione di vita precedente alla prima grande catastrofe, la
Nakba del 1948 – è fortemente intrisa del rapporto che i palestinesi rinnovano
con la terra e le sue coltivazioni locali di ulivo, il più noto, ma anche di
carrubo. La raccolta dei frutti, consistente in una sorta di pratica ancestrale,
porta infatti le persone a riunirsi e a fare del mantenimento della terra
un’azione, nonché un uso comune e condiviso. Sappiamo che gli ulivi sono
divenuti pertanto il target di attacchi e incursioni da parte dei coloni e
dell’IDF, scoraggiando i palestinesi dal ripiantare quegli stessi esemplari
danneggiati, o addirittura distrutti dal fuoco e sradicati dai bulldozer.
Distruzione della memoria e distruzione di una popolazione: l’agricidio, ad oggi
perlopiù riferito alle condizioni vigenti in Cisgiordania, fu allora presupposto
all’attuale piano di annientamento di Gaza. La nostra memoria deve essere capace
– sempre più con lucida e critica consapevolezza – di questo continuo
disvelamento di processi, che non nascono dal nulla e non si dirigono verso il
nulla; avere in questi termini una visione, aspetto introiettato dall’iniziativa
e presupposto necessario per agire.
In occasione di questo primo appuntamento, lo spettacolo teatrale Il loro grido
è la mia voce, a cura di Diego Pileggi e Pietro Rigamonti assieme a Simone
Gandolfi, ha messo in scena testimonianze tratte dall’omonima raccolta di
poesie, al fine di narrare gli oltre 70 anni di violenze, espropriazioni e
colonialismo documentati in Palestina.
L’opera performativa mette al centro struggenti e mai facili componimenti
poetici, con un particolare interesse per quelle storie di infanzia messe a
tacere dalle bombe, dagli attacchi mirati dei droni, dal freddo e dalla fame. Da
qui la commistione di suoni forti, talvolta prepotenti e precipitosi, volti a
scalzare la voce del suo primato.
Al tempo stesso, l’infanzia in Palestina assume ancora dei colori vivaci, che
tuttavia celano profonde contraddizioni e sofferenze. In una sorta di
intersezione di linguaggi, non posso non pensare all’opera Children of the camp
(Bambini del campo profughi) di Alaa Albaba, artista palestinese.
Ancora una volta il tema della memoria: i campi profughi sono spazi sospesi,
luoghi creati con la forza e la violenza, destinati a incarnare la precarietà,
l’emarginazione e l’esclusione, destinati a essere smantellati per impedire che
diventino il veicolo di una nuova storia o di un nuovo futuro condiviso.
Alaa Albaba, Children of the camp, campo profughi di Al Am’ari a Ramallah, 2024
Nell’opera di Albaba la rappresentazione del campo profughi riporta, da un lato,
un desiderio persistente di ritorno, che rappresenta la sfida più forte
possibile al potere sovrano dello Stato e dall’altro mostra come i bambini
permettano proprio in quello spazio di fare emergere nuove forme di vita. Le
persone nei campi profughi, così come a ridosso delle macerie venutesi a creare
dai bombardamenti e nei quartieri via via colonizzati dagli israeliani non
smettono di vivere, l’infanzia non smette di esistere, non è equiparabile al
solo frastuono degli attacchi aerei. I bambini trasformano questa precarietà in
spazi di appartenenza, dove la storia dei rifugiati, così come la loro cultura,
vengono preservate come espressione materiale dell’esistenza palestinese.
La sua è un’opera che non incede, si appropria di tempi più lenti, equiparabili
a quelli della sola lettura, dove il ritmo si fa più sottile, citando una nota
del traduttore Nabil Bey Salameh in riferimento alla raccolta Il loro grido è la
mia voce. Poesie da Gaza [Fazi Editore, 2025].
Questa stessa intensità, a mio avviso, era percepibile in quei quattro disegni
appesi alle colonne del Teatro Sociale di Como domenica 7 giugno, in occasione
dell’apertura del Sudario di Gaza; realizzati da bambini e bambine palestinesi
con il progetto HeArt for Gaza (Cuore per Gaza), iniziativa presentata durante
la manifestazione da Mohammed Timraz.
La forza di questi disegni risiede nella loro capacità di rovesciare su carta la
vita presente, non solo come elaborazione di avvenimenti ed emozioni, già di per
sé atto potente e spiazzante nella matita impugnata da un bambino, ma con un
qualche bisogno di voler fissare il proprio sguardo come possibile unico gesto
di proiezione verso il futuro. Fatto drammatico, progettualità negata, infanzia
annientata.
Ivan Marin e Clara Urban dell’Associazione Carnia per la Pace, con la
realizzazione del Sudario di Gaza. Non dimenticare un solo nome, con i 18457
nomi dei bambini morti a Gaza dal 2023 al maggio 2025, hanno fatto appello alla
nostra memoria perché diventi visione e così azione.
«Un archivio della dignità, nomi, storie, biografie che fanno parte di tutti noi
per sempre, un sudario che copre tutti e tutte noi dalla sconcezza di questo
tempo, in cui non fa scandalo compiere un genocidio ed esportare Gaza, diventata
una vera e propria dottrina di annientamento, anche in altri luoghi come Beirut
e Teheran», affermava Paola Caridi in occasione del suo passaggio per le vie del
centro di Roma.
Fotografie di Fabio Cani, ecoinformazioni e Fabrizio Pisoni per ecoinformazioni
A Como, da piazza Verdi, il grandissimo lenzuolo è stato portato sospeso sopra
le teste dei presenti in direzione di piazza Cavour, seguito dalle bandiere
della Palestina, dalla Barca di strada, riferimento alla Flotilla, e da un brano
assai evocativo eseguito dal Baule dei Suoni.
Giunti davanti al lago, il corteo ha incontrato un presidio di persone native
della Nigeria che manifestavano per le drammatiche condizioni a cui è sottoposta
la popolazione, tra violenze, stupri e rapimenti perpetrati da diversi gruppi
armati.
Le concitate parole di una donna si sono così intersecate alla lettura di alcuni
nomi del sudario, rivendicando quello spazio di ascolto venutosi a creare per
rammentare che la vita dei bambini, i quali anche in Nigeria muoiono o sono
vittime di rapimenti in maniera sistematica, debba divenire la priorità in
società nelle quali «ignari eravamo. Ignoranti, di quelle biografie e di quei
sogni, prima che fossero trasformati da vivi in ammazzati», scrive Paola Caridi.
Ecoinformazioni