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Quale infanzia possibile in Palestina?
Nel tentativo di elaborare l’intensità di estratti vissuti durante il weekend del 5, 6 e 7 giugno per mezzo dell’iniziativa Luce sulla Palestina: memoria, visione, azione, lo spettacolo teatrale Il loro grido è la mia voce e l’arrivo del Sudario di Gaza a Como hanno permesso di indagare il tema della memoria e dell’infanzia in Palestina. Come hanno ricordato Francesca Pozzoli e Lorenzo Giovanni Bellù in apertura alla serata tenutasi al Teatro Nuovo di Rebbio venerdì 5 giugno, la memoria non è solo quella linea temporale che scandisce la storia del popolo palestinese, dalla resistenza sotto l’Impero Ottomano agli ultimi nefasti avvenimenti coincidenti con l’inumano piano di pulizia etnica dei palestinesi. La memoria – strettamente correlata al desiderio di fare ritorno alla propria terra, a quella situazione di vita precedente alla prima grande catastrofe, la Nakba del 1948 – è fortemente intrisa del rapporto che i palestinesi rinnovano con la terra e le sue coltivazioni locali di ulivo, il più noto, ma anche di carrubo. La raccolta dei frutti, consistente in una sorta di pratica ancestrale, porta infatti le persone a riunirsi e a fare del mantenimento della terra un’azione, nonché un uso comune e condiviso. Sappiamo che gli ulivi sono divenuti pertanto il target di attacchi e incursioni da parte dei coloni e dell’IDF, scoraggiando i palestinesi dal ripiantare quegli stessi esemplari danneggiati, o addirittura distrutti dal fuoco e sradicati dai bulldozer. Distruzione della memoria e distruzione di una popolazione: l’agricidio, ad oggi perlopiù riferito alle condizioni vigenti in Cisgiordania, fu allora presupposto all’attuale piano di annientamento di Gaza. La nostra memoria deve essere capace – sempre più con lucida e critica consapevolezza – di questo continuo disvelamento di processi, che non nascono dal nulla e non si dirigono verso il nulla; avere in questi termini una visione, aspetto introiettato dall’iniziativa e presupposto necessario per agire. In occasione di questo primo appuntamento, lo spettacolo teatrale Il loro grido è la mia voce, a cura di Diego Pileggi e Pietro Rigamonti assieme a Simone Gandolfi, ha messo in scena testimonianze tratte dall’omonima raccolta di poesie, al fine di narrare gli oltre 70 anni di violenze, espropriazioni e colonialismo documentati in Palestina. L’opera performativa mette al centro struggenti e mai facili componimenti poetici, con un particolare interesse per quelle storie di infanzia messe a tacere dalle bombe, dagli attacchi mirati dei droni, dal freddo e dalla fame. Da qui la commistione di suoni forti, talvolta prepotenti e precipitosi, volti a scalzare la voce del suo primato. Al tempo stesso, l’infanzia in Palestina assume ancora dei colori vivaci, che tuttavia celano profonde contraddizioni e sofferenze. In una sorta di intersezione di linguaggi, non posso non pensare all’opera Children of the camp (Bambini del campo profughi) di Alaa Albaba, artista palestinese. Ancora una volta il tema della memoria: i campi profughi sono spazi sospesi, luoghi creati con la forza e la violenza, destinati a incarnare la precarietà, l’emarginazione e l’esclusione, destinati a essere smantellati per impedire che diventino il veicolo di una nuova storia o di un nuovo futuro condiviso. Alaa Albaba, Children of the camp, campo profughi di Al Am’ari a Ramallah, 2024 Nell’opera di Albaba la rappresentazione del campo profughi riporta, da un lato, un desiderio persistente di ritorno, che rappresenta la sfida più forte possibile al potere sovrano dello Stato e dall’altro mostra come i bambini permettano proprio in quello spazio di fare emergere nuove forme di vita. Le persone nei campi profughi, così come a ridosso delle macerie venutesi a creare dai bombardamenti e nei quartieri via via colonizzati dagli israeliani non smettono di vivere, l’infanzia non smette di esistere, non è equiparabile al solo frastuono degli attacchi aerei. I bambini trasformano questa precarietà in spazi di appartenenza, dove la storia dei rifugiati, così come la loro cultura, vengono preservate come espressione materiale dell’esistenza palestinese. La sua è un’opera che non incede, si appropria di tempi più lenti, equiparabili a quelli della sola lettura, dove il ritmo si fa più sottile, citando una nota del traduttore Nabil Bey Salameh in riferimento alla raccolta Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza [Fazi Editore, 2025]. Questa stessa intensità, a mio avviso, era percepibile in quei quattro disegni appesi alle colonne del Teatro Sociale di Como domenica 7 giugno, in occasione dell’apertura del Sudario di Gaza; realizzati da bambini e bambine palestinesi con il progetto HeArt for Gaza (Cuore per Gaza), iniziativa presentata durante la manifestazione da Mohammed Timraz. La forza di questi disegni risiede nella loro capacità di rovesciare su carta la vita presente, non solo come elaborazione di avvenimenti ed emozioni, già di per sé atto potente e spiazzante nella matita impugnata da un bambino, ma con un qualche bisogno di voler fissare il proprio sguardo come possibile unico gesto di proiezione verso il futuro. Fatto drammatico, progettualità negata, infanzia annientata.    Ivan Marin e Clara Urban dell’Associazione Carnia per la Pace, con la realizzazione del Sudario di Gaza. Non dimenticare un solo nome, con i 18457 nomi dei bambini morti a Gaza dal 2023 al maggio 2025, hanno fatto appello alla nostra memoria perché diventi visione e così azione. «Un archivio della dignità, nomi, storie, biografie che fanno parte di tutti noi per sempre, un sudario che copre tutti e tutte noi dalla sconcezza di questo tempo, in cui non fa scandalo compiere un genocidio ed esportare Gaza, diventata una vera e propria dottrina di annientamento, anche in altri luoghi come Beirut e Teheran», affermava Paola Caridi in occasione del suo passaggio per le vie del centro di Roma. Fotografie di Fabio Cani, ecoinformazioni e Fabrizio Pisoni per ecoinformazioni A Como, da piazza Verdi, il grandissimo lenzuolo è stato portato sospeso sopra le teste dei presenti in direzione di piazza Cavour, seguito dalle bandiere della Palestina, dalla Barca di strada, riferimento alla Flotilla, e da un brano assai evocativo eseguito dal Baule dei Suoni. Giunti davanti al lago, il corteo ha incontrato un presidio di persone native della Nigeria che manifestavano per le drammatiche condizioni a cui è sottoposta la popolazione, tra violenze, stupri e rapimenti perpetrati da diversi gruppi armati. Le concitate parole di una donna si sono così intersecate alla lettura di alcuni nomi del sudario, rivendicando quello spazio di ascolto venutosi a creare per rammentare che la vita dei bambini, i quali anche in Nigeria muoiono o sono vittime di rapimenti in maniera sistematica, debba divenire la priorità in società nelle quali «ignari eravamo. Ignoranti, di quelle biografie e di quei sogni, prima che fossero trasformati da vivi in ammazzati», scrive Paola Caridi. Ecoinformazioni
June 12, 2026
Pressenza
22 settembre: domiciliari per chi ha cognome straniero. Chiesto il riesame
L’operazione repressiva legata allo sciopero generale del 22 settembre 2025 al fianco del popolo palestinese e della Global Sumud Flotilla continua a dispiegarsi[mim]   Dopo la prima tornata di marzo — 17 indagat*, quasi tutt* con misure cautelari immediate (poi perlopiù rimosse) — e la seconda di maggio — altre 24 persone colpite, 10 misure cautelari di cui 7 arresti domiciliari — emergono preoccupanti novità. A seguito degli interrogatori di garanzia, divenuti obbligatori con la riforma Cartabia del 2022, la GIP ha disposto la conferma degli arresti domiciliari per le persone con cognome non italiano, mentre per le altre, imputate per condotte analoghe, si trovano adesso invece in una condizione giuridica meno restrittiva. Due degli avvocati, che difendono complessivamente più di quindici imputat*, hanno presentato istanza di riesame per due loro assistiti, con l’obiettivo di allineare la loro posizione a quella delle altre persone imputate per gli stessi reati. Va sottolineata, però, una tendenza che attraverserebbe tutto il procedimento. Il piano giuridico di questa seconda tornata sembra anche più complesso: oltre a resistenza a pubblico ufficiale, lesioni gravi e interruzione di pubblico servizio (reati “condivisi” tra le due tornate), nonché imputazioni legate al lancio di oggetti, tra i capi contestati figura il danneggiamento di bene culturale — le vetrate dei portoni storici della Stazione Centrale. Una qualifica che preclude l’eventuale accesso alla messa alla prova, ovvero l’esito più auspicabile in indagini di questo tipo. Dal momento che la disposizione delle zone rosse e l’applicazione del primo Decreto Sicurezza, nonché una generale tendenza in Italia a colpire chi protesta, rendono estremamente difficile, se non impossibile, ogni altro esito positivo.   LA RAZZIALIZZAZIONE DEL DISSENSO Il risultato, in altre parole, è che persone con posizioni processuali analoghe si trovano davanti a percorsi giudiziari molto diversi, con le persone razzializzate più penalizzate. Senza dimenticare che, per come è conformata la legge in Italia, la condizione giuridica delle persone con background migratorio è di per sé precaria: molti indagati rischiano, infatti, reclusione in CPR ed espulsione coatta dal paese. Il fatto che il 12 giugno entrerà in vigore il nuovo Patto UE Migrazione e Asilo complica sensibilmente l’orizzonte politico. Come abbiamo segnalato anche nell’articolo Milano, 22 settembre: la seconda tornata di un’operazione repressiva, è particolarmente preoccupante anche l’uso di SARI (Sistema Automatico di Riconoscimento delle Immagini), che potrebbe essere esteso nel prossimo futuro, dal momento che l’AI Act e lo stesso Regolamento sulla scansione biometrica alle frontiere del Patto UE Migrazione e Asilo, di fatto, liberalizzano il riconoscimento biometrico per casi di “sicurezza nazionale” e “difesa”. La profilazione razziale da parte delle istituzioni non è un’anomalia in Italia, è strutturale. Le Forze di Polizia a Milano ne danno continuamente ampia dimostrazione: pensiamo al caso dell’orafo Diala Kanté, arrestato durante un controllo con violenza dalle Forze di Polizia, senza alcuna ragione. Pensiamo, anche se i casi sono molto diversi, ad Abderrahim Mansouri, Mohamed Mahmood, Ramy Elgaml e Fares Bouzidi. Senza poter riportare tutti i casi non emersi in superficie. In questo quadro, vanno citati gli arresti di attivisti palestinesi — i più noti Mohamed Hannoun e Mohamed Shahin — a seguito di indagini estremamente viziate: sia da pregiudizi razziali, sia da pressioni internazionali (l’esempio sono le “fonti”, in seguito ritenute inammissibili, “offerte” da Israele nel caso di API). Nonché va evidenziato il ruolo che il giornalismo mainstream ha assunto nella creazione del “nemico pubblico”, dunque nel più ampio processo di criminalizzazione del dissenso e del movimento per la Palestina, in supporto della maggioranza di governo (lo abbiamo approfondito nel primo articolo su questa operazione repressiva).   LA CITTÀ DI MILANO SI È GIÀ MOBILITATA Con l’obiettivo di offrire supporto immediato, attorno alla campagna di solidarietà “Io c’ero” si organizza una rete informale di segreterie legali, che ha preso e prenderà in carico le persone che, non facendo parte di organizzazioni, sono isolate: in gran parte cittadin* razzializzat*. La richiesta è, ovviamente, l’immediata revoca delle misure, nonché una più generale tutela delle persone marginalizzate in questo procedimento. Il concerto “Io c’ero” di questo giovedì 11 giugno in piazza Leonardo da Vinci è un primo momento di tematizzazione: inserito nella campagna di raccolta fondi omonima per la copertura delle spese legali di oltre venti imputat* del processo per gli scontri del 22 settembre, vedrà present* l* artist* PopX, Missinred, Alchemy FM, Bunna, Resistenza Sonora, nonché ospiterà gli interventi dal palco di Dario Salvetti (Collettivo di Fabbrica ex GKN), di Nicola Datena (ASGI e Le Carbet), del collettivo Deriva, di Global Sumud Italia, di Immigrital e di Gaza Freestyle. Appuntamento dalle 16, fino a mezzanotte, con anche diversi banchetti di realtà attive nel boicottaggio (come BDS), nel sociale (ARCI), e nella lotta per i diritti umani (Amnesty). Una momento in continuità con le grandi mobilitazioni del 18 aprile contro l’evento dei Patrioti d’Europa (eurogruppo di estrema destra) Senza Paura. In Europa Padroni a casa nostra, che ha visto oltre trentamila persone in due cortei, per una città migrante e non escludente. Verso un anno di lotta contro il razzismo, strutturale e culturale, che sta sempre più intensificandosi, assieme alla torsione a destra dei governi globali.   Redazione Italia
June 12, 2026
Pressenza
Di carcere e poesia
Di poesia e carcere parliamo in un caldo pomeriggio di fine primavera con Luigi Spera, autore della silloge, e Charlie Barnao, sociologo e docente universitario, che da anni è docente presso i detenuti, al VERA coffice break, in via Magliocco, salotto buono della città di Palermo.  Le parole dei versi si fondono con quelle dell’autore e del suo interlocutore, in un respiro che mette in comunicazione il dentro e il fuori. Sono ventuno le poesie (edite da Red Star Press) della raccolta “21 di marzo”, primo giorno di primavera e primo giorno di reclusione per Luigi nel 2024, che diventa così un prigioniero nelle mani dello Stato, detenuto, tenuto in altre mani che ne dispongono la vita. Ma la verità è che, come recita il sottotitolo, “un si po nchuriri a primavera”, non si può rinchiudere, recludere, imprigionare, detenere, la primavera. Il canto del poeta e la sua testimonianza viva di lotta non si possono mettere a tacere.  La poesia di Luigi, più che pretesto, si fa voce di ogni altro parlare di carcere e detenzione rieducativa in un contesto che riproduce le dinamiche dell’oppressione che l’autore combatte e che gli ha procurato un’accusa di terrorismo, caduta dopo otto mesi di detenzione nel carcere di massima sicurezza di Alessandria. Il racconto di chi il carcere ha vissuto si fa testimonianza della difficoltà del sistema di essere rieducativo e ne denuncia le pratiche di deresponsabilizzazione, poiché il detenuto è in balia delle decisioni prese per lui da chi lo detiene. Qualunque atto creativo così diventa un atto di resistenza, a partire dall’autodeterminazione nel posticipare anche di un quarto d’ora il rientro nelle celle, atto di insubordinazione che mette in crisi il sistema e scatena forme diverse di repressione. Luigi scrive poesie come esercizio di sopravvivenza ritagliandosi spazi di libertà e di autodeterminazione generativi. E questa generazione si fa qui, oggi, rigenerazione ad ogni lettura di Daniela Musumeci nella lingua madre, quella siciliana, che Luigi ha scelto per la sua poesia. È una scelta politica che fa della poesia la voce degli ultimi della società in una dimensione meridionalista, del resto la maggioranza dei detenuti nelle carceri italiane proviene dalle tre regioni con il PIL più basso, al Sud appunto. Poveri e meridionali e stranieri poveri del sud del mondo, questi ultimi circa il trenta per cento del totale, affollano le nostre carceri dove si riproducono le ingiustizie e le disuguaglianze della società che li ha educati all’esclusione fuori dal carcere e che all’esclusione continua ad educarli dentro il carcere. Deresponsabilizzazione e spersonalizzazione: l’azzeramento dell’identità passa anche attraverso la negazione della sessualità che nel poeta trova le parole nel canto d’amore per la compagna e gli fa dire tutti li notti/ accussì forti ti strinciu/ ca ntall’aria mi spagghiu/ e di tia mi cummogghiu.* A ciò si aggiunge l’infantilizzazione, di cui è testimonianza anche il lessico fatto tutto di diminutivi, non solo riferiti ai detenuti ma anche a chi al loro mondo si avvicina: al professore universitario che vuole portare dei libri dentro il carcere viene chiesto di fare una “domandina”. Perciò è tutto il sistema che deve essere rieducato, a partire da chi ci lavora. Non è un caso che il numero dei suicidi dentro il carcere sia venticinque volte superiore a quello di chi vive fuori dalle sue mura e quello degli agenti penitenziari doppio di quello della “società di fuori”. Così com’è “il carcere è un luogo tossico per tutti”, conclude Charlie Barnao, e noi non possiamo che essere d’accordo con lui. *Tutte le notti/così forte ti stringo/che in aria mi spargo/e di te mi avvolgo.  illustrazione di Marco Mirabile per il libro di Luigi Spera copertina del libro di Lui Spera Maria La Bianca
June 12, 2026
Pressenza
Il titolo e il programma dell’incontro con i ‘fuoriclasse’ del giornalismo
La festa di fine anno che conclude la XXI edizione del corso riunirà docenti, studentesse e studenti ed ex-allievi della Scuola di giornalismo d’inchiesta e reportage ‘Lelio Basso’ insieme a professionisti dell’informazione e referenti di media, centri studio e associazioni cooperanti alle attività del centro formativo. Il titolo dell’evento, Fuoriclasse, fa riferimento alle attività didattiche svolte fuori dalle aule scolastiche. L’iniziativa infatti si terrà in uno spazio davvero alternativo, la sala convegni della Città dell’Altra Economia e, quest’anno alla seconda edizione, si articola in una serie di momenti che, come spiega il suo programma, “affianca alla dimensione formativa del corso un’occasione di confronto aperto sui temi che attraversano il giornalismo e la società contemporanea”. Nella giornata infatti sono proposti due workshop, gratuiti e a partecipazione libera: – Giulio Rubino, condirettore di IrpiMedia, terrà un laboratorio dedicato agli strumenti per il tracciamento dei traffici marittimi utili a ricostruire i flussi del contrabbando di armi e droga e i movimenti dei grandi interessi economici internazionali; – Maurizio Franco e Filippo Poltronieri, collaboratori del Centro di giornalismo permanente, attraverso il racconto dell’esperienza del collettivo giornalistico e l’esplorazione delle opportunità legate a grant e finanziamenti approfondiranno i temi critici della sostenibilità economica del giornalismo freelance. Quindi verranno presentati gli elaborati realizzati dagli iscritti al corso annuale 2025-2026. Insieme al fondatore dell’agenzia giornalistica indipendente Next New Media, Andrea Battistuzzi, le studentesse e gli studenti –  25 allievi – mostreranno una rassegna di anticipazioni dei lavori video e dei pitch d’inchiesta che hanno progettato e realizzato dall’ottobre scorso fino a questi giorni in cui hanno frequentato il ciclo di lezioni frontali tenute da professionisti esperti di giornalismo d’inchiesta, partecipato a seminari e svolto tirocini formativi nelle redazioni di Altreconomia, Associated Press, Atlante delle guerre, CeSPI, CityNews, Collettiva, Confronti, Domani, Euronews, Gruppo GEDI, Il Fatto Quotidiano, il Foglio, il Manifesto, Il Resto del Carlino, Internazionale, IRPIMedia, Left, Legambiente, L’Espresso, Open Migration, Oxfam, Radio popolare, Radio Vaticana, RAI, SkyTG24, Staffetta quotidiana, 9colonne agenzia giornalistica e molte altre. Infine si svolgerà l’incontro sul tema Dissenso, censura, giornalismo, che inizierà alle 19 e verrà moderato dalla direttrice della Scuola di giornalismo e d’inchiesta ‘Lelio Basso’, Marina Forti. Sui crescenti episodi di repressione violenta delle proteste, in Italia e nel mondo, e sui meccanismi di censura e autocensura a cui sono sottoposti i cronisti interverranno * Annalisa Camilli, giornalista di Internazionale e autrice di Divieto di protestare (Einaudi, 2026); * Domenico Chirico, direttore della Human right impact division di Amnesty International; * Sofia Nardacchione, giornalista esperta di mafie e criminalità e membro dell’Ufficio di presidenza di Libera; * Gabriele Nunziati, il giornalista freelance recentemente protagonista delle cronache proprio perché è stato licenziato dall’Agenzia Nova dopo che a una conferenza stampa della Commissione Europea aveva chiesto delucidazioni sul ruolo di Israele nei progetti per la ricostruzione della Striscia di Gaza. Il titolo della festa di fine anno accademico della Scuola di giornalismo e d’inchiesta, il centro formativo interno alla Fondazione Lelio e Lisli Basso che è stato concepito e generato da Linda Bimbi, di cui quest’anno ricorre il decennale della scomparsa, allude anche al significato del vocabolo fuoriclasse come aggettivo che qualifica professionisti molto competenti ed esperti, anche dotati di un talento speciale, la capacità di realizzare ciò che la maggior parte dei loro colleghi invece non sa o non vuole fare, come i giornalisti che non si lasciano ‘imbrigliare’ e non si fanno ‘imbavagliare’. Maddalena Brunasti
June 11, 2026
Pressenza
Fora pal mont: lavoro ed emancipazione delle donne del Novecento italiano
Fora pal mont (i passi rimasti) è un documentario che racconta la storia delle donne ambulanti della Valcellina, che all’inizio del XX secolo rappresentarono un caso pionieristico di autodeterminazione ed emancipazione. Fora pal mont è la storia di un lavoro femminile rimasto a lungo ai margini della memoria pubblica; il racconto di donne che, forse senza pensarlo come tale, attraversarono una prima forma di emancipazione; la ricostruzione di una vicenda di viaggio, fatica e autonomia nell’Italia del Novecento. Non cercavano una rivoluzione: cercavano pane, lavoro, sopravvivenza. E proprio per questo finirono per aprire una strada. È da questi temi che nasce Fora pal mont (I passi rimasti), il documentario realizzato da Lorena Trevisan e Michele Pastrello, presentato in prima nazionale mercoledì 11 giugno al Cinemazero, del circuito d’essai di Pordenone, nell’ambito della 12ª edizione del Festival Le giornate della luce. Il film ricostruisce la vicenda delle sedonere – altrove conosciute come nerte –, donne ambulanti della Valcellina che, tra Otto e Novecento, lasciavano i paesi di montagna per lunghi viaggi verso la pianura, le città e altre aree del Nord Italia, portando con sé oggetti di legno, piccoli manufatti, merci minute, pizzi e merletti da vendere. La loro storia appartiene a un capitolo – uno dei tanti – non raccontato del lavoro femminile: donne che partirono per necessità, contribuirono in modo decisivo alla sopravvivenza delle famiglie e, attraverso il viaggio, entrarono in relazione con luoghi, abitudini e mondi sociali diversi. La Valcellina, ai confini con il Vajont, fu a lungo un territorio povero e isolato, dove la mobilità divenne una risposta concreta alla necessità di sostenere le famiglie. In un contesto inizialmente segnato soprattutto da spostamenti maschili, anche le donne, in modo allora atipico, entrarono nei circuiti del commercio ambulante, dando vita a una forma di emigrazione temporanea femminile già documentata dalla seconda metà dell’Ottocento. Fora pal mont (I passi rimasti) dà ampio spazio alle interviste con alcune delle poche donne ancora in vita che svolsero quel lavoro. Oggi molto anziane, le testimoni raccontano in prima persona i viaggi, la fatica, le partenze, le soste, i ritorni, il rapporto con la famiglia e con i luoghi attraversati. Le loro voci sono una parte centrale del documentario: una traccia viva di una storia collettiva che rischia di scomparire con l’ultima generazione capace di raccontarla direttamente. Il documentario non propone una lettura celebrativa o nostalgica. Al centro ci sono testimonianze, paesaggi, materiali d’archivio e memoria orale. La storia delle sedonere viene restituita come parte di una vicenda più ampia: quella delle donne presenti nella vita economica e familiare, ma spesso rimaste ai margini dei racconti ufficiali. Una “presenza assente”, secondo una definizione della sociologa Casimira Grandi in merito alla donna rurale in genere, a cui il film prova a dare un po’ di luce. La proiezione ha visto la presenza dei registi Lorena Trevisan e Michele Pastrello, della poetessa in lingua clautana Bianca Borsatti, voce poetica del documentario con testi in clautano e del cantautore Franco Giordani, autore della canzone inedita di chiusura. Il film è patrocinato, tra gli altri, da Voce Donna e Afap (Associazione famiglie Alzheimer) e Uici (Unione italiana ciechi pordenone). La prima nazionale di Fora pal mont (i passi rimasti) si inserisce nel programma della 12ª edizione de Le giornate della luce, festival dedicato all’immagine cinematografica e diretto da Gloria De Antoni e Donato Guerra.   Italia che Cambia
June 11, 2026
Pressenza
Carta d’identità cartacea: dal 3 agosto 2026 non sarà più valida
SPI CGIL ER e Federconsumatori Emilia Romagna informano i cittadini: cosa succede, cosa fare, come rinnovare il documento. Attenzione: a partire dal 3 agosto 2026, tutte le carte d’identità in formato cartaceo cesseranno definitivamente di essere valide, indipendentemente dalla data di scadenza riportata sul documento. Lo stabilisce il Regolamento UE 2019/1157, recepito in Italia con le Circolari del Ministero dell’Interno n. 76/2025 e n. 8/2026. SPI CGIL e Federconsumatori Emilia-Romagna lanciano un appello ai cittadini: chi è ancora in possesso della vecchia carta d’identità cartacea — quella grigia e pieghevole, o il cartoncino plastificato con la foto incollata — deve attivarsi immediatamente per rinnovarla con la Carta d’Identità Elettronica (CIE). Mancano meno di due mesi alla scadenza e gli uffici comunali sono già sotto pressione. PERCHÉ LA CARTA CARTACEA NON SARÀ PIÙ VALIDA? La decisione deriva da una norma europea — il Regolamento UE 2019/1157 — che impone standard di sicurezza più elevati per i documenti di identità in tutti gli Stati membri. La carta cartacea presenta due carenze decisive: * Nessun microchip NFC: la CIE contiene un chip elettronico con le impronte digitali e i dati biometrici del titolare. La carta cartacea ne è completamente priva. * Nessuna zona MRZ (Machine Readable Zone): la striscia di codici leggibile automaticamente dalle forze di polizia e dai sistemi di controllo alle frontiere europee è assente nel vecchio documento. La scadenza del 3 agosto 2026 è tassativa e non prorogabile: vale anche per le carte rilasciate in urgenza con data di scadenza successiva al 2026, e vale sia per l’uso in Italia che per l’espatrio. COSA SUCCEDE SE NON SI RINNOVA? Dal 4 agosto 2026, chi presenta una carta d’identità cartacea si sentirà rispondere che il documento non è valido. In concreto: * Niente viaggi: Non potrà viaggiare in nessun Paese dell’Unione Europea né in quelli che accettano la CI italiana al posto del passaporto. * Impossibilità di identificarsi: Non potrà identificarsi presso uffici pubblici, banche, poste, studi notarili, ospedali o qualsiasi altro sportello che richieda un documento di identità valido. * Stop ai servizi digitali: Non potrà accedere ai servizi digitali della Pubblica Amministrazione tramite CIE-ID (l’equivalente dello SPID basato sulla carta elettronica). * Operazioni ordinarie bloccate: Non potrà essere utilizzata per stipulare contratti, aprire conti bancari, ritirare raccomandate o svolgere qualunque altra operazione che richieda un documento in corso di validità. Non aspettate: il rischio di rimanere senza un documento valido in piena estate è concreto. COME RINNOVARE IL DOCUMENTO: GUIDA PRATICA LA PROCEDURA È SEMPLICE. QUESTI I QUATTRO PASSI DA SEGUIRE: 1. Prenotare l’appuntamento: Collegarsi al sito agendacie.interno.gov.it oppure al portale del proprio Comune. Molti Comuni dell’Emilia-Romagna consentono anche la prenotazione telefonica. Si consiglia di farlo immediatamente: gli appuntamenti nelle settimane precedenti al 3 agosto si stanno esaurendo rapidamente. 2. Presentarsi allo sportello anagrafe con i documenti Occorrono: la carta d’identità cartacea da sostituire (o la denuncia di smarrimento/furto alle Forze dell’Ordine); una fototessera recente a colori su sfondo chiaro; il codice fiscale o la tessera sanitaria; 16,79 euro in contanti o bancomat per i diritti di segreteria. 3. Completare la procedura allo sportello Il funzionario comunale acquisirà le impronte digitali e la foto. Al termine dello sportello si riceve un documento provvisorio cartaceo, valido solo sul territorio nazionale, da conservare in attesa della CIE definitiva. 4. Ricevere la CIE a casa entro 6 giorni lavorativi Il Poligrafico dello Stato spedisce la CIE all’indirizzo indicato in fase di richiesta. Insieme alla carta viene recapitata una busta separata contenente il PIN e il PUK (codici per l’utilizzo digitale): conservarli in luogo sicuro. Redazione Romagna
June 11, 2026
Pressenza
Festival Palpitare di Nessi
La terza edizione del Festival Palpitare di Nessi si svolgerà a Trappeto, in provincia di Palermo, dal 25 al 28 giugno 2026, nella cornice del Borgo che porta il nome di Danilo Dolci, luogo simbolo della sua intensa attività sociale e culturale in Sicilia. Il Festival nasce per rendere viva l’eredità del sociologo e attivista nonviolento, rilanciandone il pensiero e l’impegno attraverso linguaggi contemporanei e momenti di incontro aperti alla comunità. In questo spazio carico di memoria e di futuro, arte e riflessione si intrecciano per dar vita a un’esperienza collettiva di ascolto, dialogo e partecipazione. Per quattro giorni Trappeto – con alcuni eventi anche a Palermo – diventerà un laboratorio culturale diffuso: musica, teatro e cinema si alterneranno a conversazioni, incontri e tavole rotonde dedicate ai temi della giustizia sociale, della pace, della partecipazione civile e della trasformazione dei territori. Il Festival Palpitare di Nessi, che a partire da questa sua edizione assegnerà un riconoscimento ad una personalità che si è distinta nell’ambito del dialogo e dell’azione nonviolenta, si propone dunque come un luogo in cui le arti incontrano il pensiero e la memoria si trasforma in azione, seguendo il solco di una grande eredità. Un invito a ritrovarsi, condividere idee e immaginare insieme nuove forme di convivenza, nel segno di Danilo Dolci e della sua instancabile ricerca di una società più giusta e solidale. qui il programma dettagliato: Festival Palpitare di nessi – Borgo Danilo Dolci Redazione Palermo
June 11, 2026
Pressenza
“Non interferite”: il sangue dei preti sull’altare delle mafie
Alla libreria IoCiSto di Napoli, Don Marcello Cozzi presenta il suo libro sulle storie dimenticate dei sacerdoti uccisi dalla criminalità organizzata. Con lui Luigi de Magistris, in un confronto sul valore della memoria, della testimonianza e della giustizia. L’ordine è semplice, quasi burocratico. Due parole appena, per una condanna. Eppure, dentro quelle due parole c’è una storia lunga oltre un secolo. Una storia fatta di minacce, di sangue, di silenzi costruiti con pazienza e di memorie che qualcuno ha tentato di cancellare. Non interferite. Il sangue dei preti sull’altare delle mafie è il titolo del libro di Don Marcello Cozzi, presentato il 9 giugno nella libreria IoCiSto di Napoli, luogo che da anni rappresenta uno spazio di confronto culturale e civile, in un incontro che ha assunto rapidamente il valore di qualcosa di più di una semplice presentazione editoriale. Accanto all’autore, Luigi de Magistris, magistrato prima e sindaco poi, uomo che conosce bene il costo personale che comporta la scelta di non voltarsi dall’altra parte. A condurre la conversazione, chi scrive. Il titolo nasce da una frase pronunciata da un collaboratore di giustizia e, quasi in un inquietante cortocircuito della realtà, dalla stessa frase che Don Marcello trovò scritta in una lettera che gli fu recapitata, accompagnata da un proiettile. Non interferite. Non interferite è il messaggio che le mafie hanno rivolto per decenni a chiunque provasse a spezzare il patto del silenzio, l’equilibrio del potere criminale. Magistrati, giornalisti, amministratori, sindacalisti e sacerdoti, soprattutto sacerdoti. Perché il libro di Don Marcello Cozzi racconta una storia che perfino l’Italia conosce solo in parte: quella dei preti uccisi dalle mafie. Non soltanto i nomi ormai entrati nella memoria collettiva, come Don Pino Puglisi o Don Peppe Diana, ma anche decine di figure quasi scomparse dagli archivi pubblici e dalla coscienza civile del Paese. L’autore, sacerdote lucano da sempre impegnato sui temi della legalità e della giustizia sociale, ha raccontato il lungo lavoro che ha preceduto la stesura del volume. Un lavoro che assomiglia più a una ricerca archeologica che a una semplice indagine storica. Archivi dimenticati, documenti dispersi, cronache locali, testimonianze sepolte dal tempo. Un paziente percorso di ricostruzione che ha consentito di restituire un volto e una storia a quattordici sacerdoti uccisi dalle mafie nell’arco di oltre un secolo e mezzo. Sacerdoti assassinati per aver difeso contadini sfruttati, per aver denunciato soprusi, per aver ostacolato interessi criminali, per aver semplicemente interpretato il Vangelo come una chiamata all’azione e non come un rifugio. Nel corso dell’incontro, l’autore ha più volte richiamato il ruolo della Chiesa e l’evoluzione della sua coscienza sociale. Un percorso che attraversa più pontificati e che trova una delle sue radici nell’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII. Da quel momento nasce una figura nuova di sacerdote, il cosiddetto “prete sociale”, impegnato non soltanto nell’assistenza spirituale ma anche nella difesa concreta delle persone più fragili. Molti dei sacerdoti raccontati nel libro appartengono proprio a questa tradizione. Uomini che, già nel lontano 1862, avevano compreso come il Vangelo non potesse limitarsi a una predicazione astratta. Difendere i diritti dei contadini, contrastare l’usura, promuovere cooperative, denunciare soprusi significava tradurre il messaggio evangelico nella vita reale. Una scelta che li ha portati inevitabilmente a entrare in conflitto con i poteri criminali. Don Marcello ha ricordato poi la forza delle parole pronunciate da Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi nel 1993. Quel celebre appello ai mafiosi, quel “convertitevi” gridato davanti al mondo intero, segnò una frattura simbolica importante nei rapporti tra la Chiesa e le organizzazioni criminali. Accanto a quella voce si sono poi collocate quelle di Papa Francesco e, più recentemente, di Papa Leone XIV, richiamati dall’autore come punti di riferimento di una Chiesa chiamata a uscire da sé stessa, ad abitare le periferie umane e sociali, a non sottrarsi ai conflitti che nascono dalla difesa della dignità delle persone. Ma ben presto il libro è diventato soltanto il punto di partenza per una riflessione più ampia sul valore della memoria, sul coraggio della testimonianza e sul prezzo che spesso pagano coloro che decidono di non voltarsi dall’altra parte. Molti dei sacerdoti raccontati da Don Marcello non sono stati soltanto assassinati. Sono stati delegittimati. Infangati. Trasformati in uomini ambigui. È proprio questo uno degli aspetti più significativi del libro. La mafia uccide due volte. La prima con le armi. La seconda attraverso l’oblio. Sulle loro vite sono state fatte circolare insinuazioni, menzogne, sospetti. Se la vittima perde credibilità, se il suo nome viene associato a dubbi e ombre, allora anche il suo sacrificio perde forza. Durante la conversazione è emerso con chiarezza come questo schema non appartenga soltanto alla storia delle mafie. Luigi de Magistris ha riconosciuto in quelle pagine una dinamica che conosce bene. Nel corso della sua attività di magistrato, soprattutto durante alcune delle più delicate inchieste che lo hanno visto impegnato contro sistemi di potere radicati, ha sperimentato sulla propria pelle il peso della delegittimazione. Non sempre chi dà fastidio viene eliminato fisicamente. Talvolta si tenta di distruggerne la credibilità. Lo si isola. Lo si ridicolizza. Lo si trasforma nel problema da combattere. Le parole di de Magistris hanno stabilito un ponte ideale tra le storie raccontate nel libro e molte vicende contemporanee. Cambiano i contesti, cambiano i protagonisti, ma il meccanismo resta sorprendentemente simile. Colpire chi denuncia. Indebolire chi cerca la verità. Convincere l’opinione pubblica che sia meglio diffidare di chi pone domande scomode. È in questo passaggio che il libro di Don Marcello supera il confine della ricostruzione storica per diventare uno strumento di lettura del presente. Forse proprio per questo il libro colpisce così profondamente. Perché racconta vicende che appaiono quasi incredibili e che invece sono accadute davvero. Eppure, più delle storie di morte, ciò che resta impresso è la domanda che attraversa tutte le pagine del volume. Che cosa significa interferire? La risposta offerta dall’autore è tanto semplice quanto radicale. Interferire significa assumersi una responsabilità. Significa rifiutare l’indifferenza. Significa non accettare che il male diventi un elemento naturale del paesaggio. I sacerdoti raccontati nel libro hanno interferito perché hanno scelto di vedere ciò che altri fingevano di non vedere. Per questo il messaggio contenuto nel titolo non riguarda soltanto le mafie. Riguarda ciascuno di noi. Perché ogni società produce continuamente il proprio invito al silenzio. È un richiamo rassicurante, talvolta persino seducente, terreno fertile per ogni forma di sopraffazione. In un tempo attraversato da guerre, disuguaglianze crescenti e crisi democratiche, il tema della pace non può essere separato da quello della giustizia. La pace non coincide solo con l’assenza di conflitto. Coincide anche con la capacità di costruire società nelle quali la dignità umana venga difesa e la verità non venga sacrificata alla convenienza. Alla luce di tutto ciò, il lavoro di memoria compiuto da Don Marcello Cozzi assume un significato che va oltre il contesto. Restituire un nome a chi è stato cancellato, riportare alla luce vite che qualcuno avrebbe voluto sepolte per sempre, significa opporsi alla violenza nel suo esito più estremo, quello che non si accontenta di uccidere una persona ma pretende di cancellarne perfino il ricordo. Alla fine dell’incontro, più che le risposte, sono rimaste le domande. E forse è questo il risultato migliore che un libro possa ottenere. Costringerci a scegliere da che parte stare. Se dalla parte di chi chiede silenzio, o dalla parte di chi continua, ostinatamente, a interferire. Federica Flocco
June 11, 2026
Pressenza
Eirenefest 2026 a Trieste: si tirano le somme della seconda edizione
L’edizione di Eirenefest 2026 a Trieste si è tenuta il 6 e 7 giugno presso il parco di San Giovanni. È stato il libro Cronache da un paese interrotto. Diario di un prof in Palestina di Roberto Cirelli ad aprire gli appuntamenti di Eirenefest all’interno di Bioest 2026. Un’apertura particolarmente significativa in un momento in cui la tragedia che colpisce la popolazione palestinese continua a interrogare le coscienze e a richiedere spazi di informazione, ascolto e confronto. La presentazione ha offerto uno sguardo sulla vita quotidiana nei territori palestinesi, andando oltre la cronaca del conflitto e restituendo centralità alle persone, alle relazioni e all’esperienza educativa raccontata dall’autore. A rendere ancora più intenso l’incontro è stata la presenza di un giovane di Hebron, che ha portato la propria testimonianza diretta sulle condizioni di vita nella sua città, permettendo al pubblico di confrontarsi con una realtà spesso raccontata solo attraverso numeri, dichiarazioni ufficiali o immagini di guerra. L’incontro ha confermato uno degli obiettivi fondamentali di Eirenefest: dare spazio alle voci dei popoli coinvolti nei conflitti e favorire una cultura della pace fondata sulla conoscenza reciproca e sull’ascolto delle esperienze concrete. Lo stesso filo conduttore è emerso nell’incontro Cammini di pace: libri, passi, dialoghi di pace, dedicato al tema del cammino come pratica di pace e di trasformazione sociale. Partendo dal libro Un mondo pellegrino. In viaggio lungo la Via Francigena di Roberto Montella, il pubblico è stato accompagnato in una riflessione sul cammino come esperienza di incontro tra persone e culture diverse. L’esperienza del Cammino Valle dei Monaci, presentata da Flavio Boscacci, ha evidenziato come la valorizzazione del territorio possa diventare occasione di partecipazione civica e costruzione di comunità, mentre il riferimento al PeaceWalk to Jerusalem ha allargato lo sguardo alle iniziative internazionali che utilizzano il cammino come strumento di dialogo e riconciliazione. Particolare interesse ha suscitato anche la presentazione dell’opuscolo in preparazione La Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza nella mia città. Note per un percorso locale per una trasformazione globale. La proposta invita cittadini, associazioni, scuole e realtà territoriali a tradurre i valori della Marcia Mondiale in iniziative concrete capaci di rendere la nonviolenza una presenza stabile nella vita quotidiana delle comunità. L’idea è semplice ma ambiziosa: costruire la pace non soltanto attraverso grandi mobilitazioni internazionali, ma anche attraverso relazioni, progetti e pratiche condivise nei luoghi in cui viviamo. Nel corso dell’incontro è stato inoltre annunciato un progetto editoriale particolarmente atteso: la pubblicazione in lingua italiana del libro di Valentina Otmačić dedicato all’esperienza della Scuola di Pace di Mrkopalj, nata durante le guerre balcaniche degli anni Novanta. Per molti partecipanti si è trattato di un gradito ritorno. Già durante la prima edizione di Eirenefest a Bioest, nel 2025, era stata infatti presentata la versione in lingua inglese dell’opera, suscitando notevole interesse per la sua capacità di raccontare come, anche nel pieno di un conflitto, sia possibile creare spazi di educazione, dialogo e convivenza. La futura edizione italiana consentirà ora di far conoscere questa significativa esperienza di pace a un pubblico ancora più ampio. L’incontro successivo ha riguardato il libro “Partigiani della pace” di Laura Tussi e  Fabrizio Cracolici, Alessandro Capuzzo ha dialogato con gli autori. Il sabato si è concluso con le canzoni del narratore errante Angelo Maddalena e con il “dialogo musicale” di Alessandro Capuzzo con l’albero di kako sopravvissuto alla bomba atomica di Nagasaki, attraverso uno strumento che ha registrato gli impulsi elettrici dell’albero stesso su una foglia. La domenica si è aperta nuovamente con “il dialogo musicale” di Alessandro Capuzzo, questa volta però con altro albero di fronte alla sede di Radio Fragola. E’ seguito poi l’incontro “Il ripudio delle guerre e i tribunali”, che ha visto un dialogo con la presidente di Magistratura Democratica Silvia Albano, per approfondire il rapporto tra diritto e costruzione della pace in un contesto internazionale segnato da riarmo e conflitti. L’iniziativa conclude un percorso di sensibilizzazione sul disarmo nucleare comprendente il convegno e la manifestazione-corteo del 5 e 6 giugno, a Pordenone e Aviano, contro la presenza delle armi nucleari alla base aerea. Presenza che la mattina del 15 giugno verrà posta in discussione al Tribunale di Pordenone, ove di tratterà dalla denuncia per la presenza illegale delle bombe alla base aerea.. Al dialogo con la presidente di Magistratura Democratica hanno partecipato: l’avvocato Ugo Giannangeli estensore della denuncia e impegnato contro il genocidio in Palestina e l’avvocato Pierumberto Starace patrocinante in aula dei 22 denuncianti. Ha moderato l’incontro Alessandro Capuzzo di Tavola Pace FVG. E’ stato ricordato che presso lo studio di Franco Basaglia nel Parco dell’ex Ospedale psichiatrico di Trieste è stato messo a dimora un albero di Kako discendente da una pianta sopravvissuta all’Olocausto atomico di Nagasaki. Redazione Friuli Venezia Giulia
June 11, 2026
Pressenza
“Ombra in attesa del sole”, Trieste 12/6
Aria fredda, pianura e deserto mi arrendo alla solitudine. Qualunque grido io emetta, sono solo e abbandonato, c’e grigio sparso ovunque, con frecce e spine. Guarda con paura, arrenditi al silenzio. Si sono dimenticati di noi, ho oltrepassato il confine, nel sangue mi sono immerso e li ho perso la vita. Gli uccelli hanno mangiato la mia carne, le mie ossa sono rimaste come simbolo. Fazal Rahim Farahi, poeta afghano residente da anni a Trieste, in questi versi, raccolti nell’antologia poetica dal titolo Ombra in attesa del sole, esprime il dolore della solitudine e della lontananza dalla propria casa. Ombra in attesa del sole è un esempio di poesia di migrazione ma allo stesso tempo di uscita dallo stato migrante, per conquistarsi una patria nuova, senza bandiere né nazionalismi. Segnaliamo la presentazione del libro che si terrà venerdì 12 giugno a TRIESTE, presso l’Antico Caffè San Marco, via Cesare Battisti 18, ore 18,00. Intervento di Gianfranco Schiavone – ICS, Consorzio Italiano di Solidarietà. Eleonora Ferrari – Le Ombre-Desto o son sogno?, dialoga con l’autore e i curatori Mark Veznaver e Gianluca Paciucci. Accompagnamento musicale a cura di Samuele Codarin. Evento nell’ambito delle iniziative per la “Giornata Mondiale dei Rifugiati 2026”. Il libro: Titolo: Ombra in attesa del sole Autore: Fazal Rahim Farahi (€ 14,00 – pag. 94) L’autore Fazal Rahim Farahi, (Farah, 1996), dopo aver frequentato le scuole di base in Afghanistan, ha studiato dal 2002 al 2014 a Herat, presso la High School Sultan Ghiyasuddin Ghori, fino a conseguire il diploma di scuola secondaria superiore. Dal 2015 al 2018 ha frequentato la Kandahar University, ottenendo la laurea in Agronomia. Scrive poesie da quando aveva quindici anni. Appena arrivato a Trieste ha iniziato a tradurre i suoi componimenti dal pashtu e dal dari (le sue due lingue madri) in italiano. Ha lavorato per Save the Children e attualmente opera come mediatore culturale per ITM. Oltre alla scrittura poetica, si interessa di altre forme d’arte come il design floreale e gli origami, la decorazione del legno e la scultura in legno e argilla. Ama creare ponti tra lingue e culture lontane. Redazione Friuli Venezia Giulia
June 11, 2026
Pressenza